Roma, i rifiuti e noi

Partendo dall’emergenza rifiuti, che è da tempo una costante per Roma e altre città, Mariella Lancia riflette sul nostro modo di gestire anche le nostre scorie interiori, oltre a quelle materiali. In che modo potremmo prevenire l’impatto distruttivo di eventi esterni cominciando a guardarci dentro e a trasformare noi stessi?

Ciclicamente un popolo, una parte del mondo, un gruppo o anche solo un individuo si fan e “manifestatore” di un male dell’umanità. È come se per un misterioso atto sacrificale qualcuno si facesse carico di una carenza, di una incapacità che viene posta sotto una lente di ingrandimento in modo che attraverso lo choc che questo evento provoca – soprattutto oggi attraverso l’esposizione mediatica – si possa prendere coscienza di qualcosa di cui tutti, seppure in gradi diversi, siamo portatori. E cominciamo a interrogarci, a cercare soluzioni e forse ad apprendere qualche lezione. I piromani inceneriscono boschi e pinete. Adolescenti annoiati ammazzano di botte un ignaro pensionato. Una nave vaga nel Mediterraneo per 17 giorni col suo penoso carico di migranti senza che un solo porto le dia il permesso di attraccare. Crollano ponti. Allora ci si agita, si va in piazza a protestare, si condanna, si aprono inchieste, si fanno in fretta e furia nuove leggi. Raramente ci si ferma a riflettere su di noi, su che cosa questi eventi rispecchino di noi stessi, come individui e come gruppo umano.

Prendiamo l’ “emergenza spazzatura”. Quale può essere la lezione dei rifiuti? A me pare che questa “emergenza rifiuti” che ricorrentemente affiora e mette in crisi, ci parli della nostra incapacità di gestire non solo le scorie materiali (di questo stanno parlando tutti), ma anche quelle psichiche. Della nostra poca dimestichezza, per esempio, con stati mentali che consideriamo negativi e di cui vogliamo liberarci al più presto: come la sofferenza, l’incertezza, la frustrazione, la tristezza, la noia, la paura, la rabbia. Oppure con situazioni difficili come fallimenti, errori, conflitti. Della nostra incompetenza nell’analizzare questi stati e questi eventi, per vedere quanto c’è di utilizzabile (per conoscerci meglio, per la nostra crescita interiore, per produrre pensiero, poesia, arte, condivisione…) e quanto di questa materia prima possa, quindi, essere estratto e trasformato. Ci siamo costruiti delle sane discariche per le nostre emozioni disturbanti? O le scarichiamo fuori dalla nostra porta, sul primo malcapitato passante? Abbiamo delle strutture per trasformarle in fertilizzanti e in energie alternative? O le lasciamo accumulare a casaccio, fino a esserne sopraffatti, a volte fino ad esplodere, con effetti distruttivi su noi stessi e sugli altri?  Sentiamo ad esempio cosa dice Gandhi, nella sua autobiografia, a proposito della rabbia: “Ho imparato la lezione suprema di non sopprimere la mia rabbia, ma di conservarla e come il calore conservato si tramuta in energia così la rabbia conservata e controllata si tramuta in un potere che può cambiare il mondo”.

Può darsi che per diventare abili nella trasformazione delle energie fisiche occorra iniziare imparando a trasformare le energie emotive e mentali. Che ne direste di avviare riflessioni simili anche su altri “eventi specchio” come quelli prima elencati ? Di che cosa potrebbero essere il “correlativo oggettivo” gli incendi dolosi, le “morti bianche”, l’emergenza migranti, le risse dei tifosi, i crolli di ponti e di edifici.? In che modo potremmo prevenire o almeno diminuire l’impatto distruttivo di eventi come questi cominciando a guardarci dentro e a trasformare noi stessi? Anche questo può essere l’Italia che cambia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/roma-rifiuti-e-noi/

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Un erasmus per imparare il futuro: Italia e Germania si incontrano

Grazie ad un progetto di interscambio che ha unito Inwole e Italia che Cambia abbiamo avuto la possibilità di vivere, come organizzatori e formatori, una settimana di condivisione con un gruppo di tedeschi giunti dalla Germania per conoscere e sperimentare l’Italia in cambiamento verso un futuro più sostenibile. Sostenibilità, educazione, connessione, rete. Sono questi gli elementi chiave dell’incontro residenziale che si è tenuto dal 22 al 28 aprile tra Firenze, Umbria e Bologna. L’occasione un progetto Erasmus+ per attività di mobilità per l’educazione degli adulti dal titolo “Lernen für die die Zukunft” (“Imparare per il futuro”) che ha unito due realtà già connesse: Inwole e Italia che Cambia.

Il gruppo a Panta rei, sul lago Trasimeno, dove ha trascorso tre giorni di lavoro e condivisione

Questo progetto di interscambio tra attori e formatori del cambiamento, italiani e tedeschi, ha infatti già forti radici. Luca Asperius, tra i fondatori di Italia che Cambia e responsabile dei nostri portali territoriali, berlinese d’adozione da quasi 10 anni, ha realizzato insieme ad Alexandre Schütze e Hannes Gerlof, due portali sul modello di quello italiano già attivo in Piemonte, uno dedicato a Berlino e uno dedicato alla regione del Brandeburgo.  

“La collaborazione con Inwole è ormai attiva e ben strutturata da diversi anni, da quando è stato lanciato il portale regionale Brandenburg im Wandel – racconta Luca – In particolare poi insieme a loro abbiamo avuto la possibilità di presentare nel 2017 qui in Germania alcune storie del cambiamento italiano, sottotitolando in tedesco alcuni dei video di Italia che Cambia, e di presentare Italia Che Cambia insieme a Daniel e Andrea. La cooperazione nel progetto Erasmus+ è stata quindi un’evoluzione naturale della collaborazione”. 

Inwole è un’associazione molto attiva a Potsdam (Brandeburgo). Le principali aree su cui si muove il progetto sono la formazione, il lavoro creativo e artigianale, l’economia solidale, la mobilità, l’educazione alla sostenibilità, i progetti antirazzisti e di cooperazione internazionale, così come progetti di integrazione. Tra i membri dell’associazione ci sono molti abitanti del progetto di cohousing Projekthaus, dove ha sede l’associazione e vengono svolte la maggior parte delle attività, negli spazi e nei laboratori della struttura, un luogo per l’implementazione pratica delle alternative sociali in cui iniziare a rendere possibile la convivenza sociale e una società di solidarietà.

A Perugia, guardando gli orti sinergici

Un laboratorio di sperimentazione proprio come lo è stato per tutti noi anche questa prima esperienza insieme in Italia, in cui mi sono trovata insieme ad Andrea Degl’Innocenti e Luca Asperius nel doppio ruolo di organizzatrice e formatrice. È sempre una grande ricchezza il confronto, la condivisione di strumenti, la convivenza, soprattutto in un gruppo così eterogeneo per età, con persone afferenti a progetti ed ambiti di interesse diversi, con aspettative differenti. Parte del cammino sta nel sintonizzarsi, nel riscoprire gli elementi di coesione sui quali convergere e nel mettersi in gioco nella diversità. 

“In generale sono molto contento, soprattutto in virtù del fatto che era la prima volta che organizzavamo un corso-viaggio del genere (anche se a livello italiano abbiamo comunque accumulato una discreta esperienza con i nostri corsi) – continua Luca – È stata sicuramente un’esperienza molto intensa, anche impegnativa dal punto di vista della logistica e dell’organizzazione e per quanto mi riguarda personalmente dell’interpretazione, essendo io l’unico o quasi del gruppo a parlare sia italiano che tedesco. Anche i feedback dei partecipanti sono stati molto positivi, in particolare riguardo alle uscite didattiche che abbiamo potuto organizzare con i progetti della nostra rete”. 

Oltre a tre giorni intensivi di lavoro insieme a Panta Rei, sul lago Trasimeno, i 15 partecipanti tedeschi hanno avuto infatti l’opportunità di incontrare alcuni progetti nelle città che abbiamo attraversato, dai quali trarre ispirazione e spunti per il lavoro che abbiamo portato avanti nei vari gruppi di lavoro.

Antonio di Giovanni presenta Funghi espresso (Firenze)

E proprio da questi incontri sono forse arrivate anche per noi le sorprese più interessanti. “Tra le tante cose forse quella che mi ha colpito di più è stata l’accoglienza e la disponibilità da parte dei progetti italiani che abbiamo scelto di visitare, segno anche del grande lavoro che stiamo portando avanti come Italia Che Cambia anche dal punto di vista delle relazioni umane”, prosegue Luca. “Anche se eravamo noi a condurli alla scoperta di città, progetti e persone, sono io per primo ad aver scoperto nuove cose o nuovi aspetti di storie che conoscevo già e che avevamo raccontato su Italia che Cambia”, aggiunge Andrea. C’è sempre un fattore di scoperta possibile e su questo si è giocato tanto di questo primo incontro intensivo che ripeteremo, forti di ciò che ci ha entusiasmato e di ciò che sarebbe potuto andare meglio, a fine settembre. Intanto abbiamo tessuto relazioni, approfondito progetti, acquisito nuovi strumenti e competenze, e gettato le basi concrete di uno scambio più forte tra la Germania e l’Italia in Cambiamento (ma questo lo scoprirete presto…).

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/erasmus-per-imparare-futuro-italia-germania-si-incontrano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Sostenere la bellezza è una responsabilità sociale

È nostra responsabilità intervenire nella società anche attraverso il sostegno a quelle realtà che operano per il cambiamento che vogliamo. Ne sono convinti i soci del consorzio siciliano “Le Galline Felici” che nel loro ultimo pizzino ci aggiornano sui progetti da loro supportati: baluardi di bellezza contro brutture e ingiustizie dell’umanità. Come ormai sapete, siamo fortemente convinti che l’azione del Consorzio sia paragonabile a quella dell’ape, che, spinta dal proprio bisogno di cibo, procura benefici per sé, per i fiori e per l’ambiente tutto (qui per ricordarci il perché!). Ma cosa fare allora della piccola sovrabbondanza di miele che riusciamo, a volte, a produrre? Visto il ruolo che ci ritroviamo a ricoprire nel mondo e gli alti obiettivi che, assieme a voi, ci poniamo, non possiamo certo ambire ad ingrossare le nostre pance (sempre sull’orlo del sottopeso, per la verità…).

Estendere ad altri, meritevoli, il modello economico che riteniamo vincente, certo! Già ottimo risultato, per la verità. Ma anche questo può non bastare per la nostra coerenza. Se davvero il nostro obiettivo è cambiare l’economia e le relazioni tra gli umani, la nostra crescita deve significare aumento del profitto sociale e delle connessioni per mettere a sistema e rendere efficace il cambiamento che vogliamo. È dunque nostra responsabilità intervenire nella società anche con azioni che leggermente si distaccano dalla nostra quotidiana attività economica, con sostegni a realtà a noi vicine, che per varie ragioni incrociano il nostro cammino e la cui esistenza, seppur apparentemente lontana dalla vendita delle nostre arance, è fondamentale per creare quel tessuto multidimensionale e colorato, grazie a cui possiamo sperare di costruire un mondo migliore. Spesso il nostro intervento risponde ad emergenze e sempre cerca di supportare chi dimostra di voler reagire creativamente e positivamente alla bruttura umana, a furti, incendi dolosi, razzismi e chiusure. Perché riteniamo sia proprio questa creatività positiva ciò di cui il nuovo mondo ha bisogno. Non di tutti questi sostegni vi abbiamo dato comunicazione, spesso presi dalla quotidianità del nostro lavoro. Per molti di questi vi abbiamo invece coinvolto e voi avete sempre risposto con passione. Ma, una volta sostenuti, che ne è stato di questi progetti? Lo abbiamo chiesto a chi ha ricevuto il nostro supporto e ne sono risultati racconti appassionati e gratificanti, che ci sembra bello condividere con voi.

Il regalo Collettivo FX su una delle pareti della Club House ricostruita del Briganti di Librino

Per iniziare, come sono state impiegate le donazioni (molte venute dalla nostra comunità, ma moltissime anche da altre realtà vicine e lontane) che hanno fatto sentire ai Briganti di Librino di non essere “soli in un vicolo buio” ma di avere il sostegno necessario a ricominciare, ancora più forti, dopo il devastante incendio doloso di un anno fa?

Grazie alle molte donazioni, ed al lavoro di molti volontari, la clubhouse distrutta è stata ricostruita, in un altro spazio, “più bella di prima”, come premunito da una profezia ormai diventata leggenda! E il San Teodoro continua così ad essere un luogo in cui, “come alternativa al degrado, si fanno: l’orto, i compiti, le letture, gli scacchi, i placcaggi duri ma regolari, le feste, le sfilate di moda, i pesi, i calci, la cartapesta. É un posto dove ha attecchito la bellezza. É una trincea. É un baluardo”. Ce lo racconta Mario, pollo-brigante, in questo resoconto appassionato.

FIERi, la Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso nel centro di Catania

E il nostro sostegno al progetto FIERi (Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso) quali frutti ha portato? Ne è nato un altro angolo di bellezza, questa volta in centro a Catania, in uno spazio pubblico prima abbandonato. E soprattutto ne è sorta una cooperativa mista, di migranti ed italiani, che sta cercando di creare lavoro in ambiti artigianali sostenibili. Qui  trovate qualche parola in più, scritta da Antonio D’Amico. Lo scorso anno, inoltre, forse qualcuno di voi non avrà ricevuto l’uva da tavola che aveva gentilmente richiesto. E forse qualcuno dunque sa che il nostro pulcino Vincenzo Di Dio (qui la sua presentazione) è stato derubato dei frutti di due filari, proprio a pochi giorni dalla consegna. Vista la precarietà della sua situazione, il Consorzio ha deciso di pagargli comunque buona parte di ciò che avrebbe potuto consegnare, a condizione che quei soldi fossero impegnati per contribuire a far rivivere la sua campagna ancora in stato di semiabbandono. E così Vincenzo, oltre a risistemare le vigne, ha deciso di avviare un orto per fornire la sua zona (Caltagirone) e non solo… ha investito in piantine, impianto di irrigazione e concime organico e ora lavora con entusiasmo, insieme a suo padre e a due ragazzi che prima lavoravano, supersfruttati, nelle vigne intensive.

Vincenzo Di Dio

Tutti i giorni in campo e in giro per le consegne, presidiando il suo territorio e dando vita ad un altro “baluardo di bellezza”. Qui trovate una mail che Michele Russo, socio e amico d’infanzia di Vincenzo, ha girato a noi del Consorzio e ci ha commossi al punto di volerla condividere con voi così com’è.

Da il “pizzino” di aprile 2019 de Le Galline Felici

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/sostenere-bellezza-responsabilita-sociale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vittorio Cosma: la musica come progetto comune –

La musica come motore di un cambiamento personale e poi sociale, perché l’arte possiede una capacità di sintesi utilissima: è una sorta di metafora di ciò che sta succedendo, ti fa capire istintivamente, prima di elaborare con il ragionamento. Ecco la nostra intervista a Vittorio Cosma, musicista, produttore e compositore fortemente convinto dell’importanza di promuovere progetti condivisi e favorire la mescolanza di realtà e linguaggi. L’incontro con Vittorio Cosma, musicista, produttore, compositore, non poteva avvenire che all’interno di un festival come Naturalmente Pianoforte, kermesse pianistica biennale che trasforma il piccolo comune di Pratovecchio Stia, in provincia di Arezzo, in una invasione colorata di tasti e suoni. Un incontro in cui il pianoforte entra nel tessuto dei borghi, nelle foreste secolari della valle del Casentino, nelle piazze e nelle case; un festival che coinvolge tutta la popolazione, che mescola piani diversi, “alto” e “basso”, creando qualcosa di nuovo ed unico.

Cosma ha fatto di questa mescolanza una strada artistica cercando di creare progetti collettivi, “progetti in cui ci sia una coscienza comune, uno scopo”, perché forse “quello che manca in questo periodo di fortissima individualità, è proprio il condividere un progetto comune. Che significa avere lo stesso scopo, costruire qualcosa che è altro da noi, dall’individualità, dall’ego. E significa anche avere il senso del limite: dare peso alle cose che si hanno e dare spazio agli altri per esprimersi. Capire che io posso arrivare fino a qui e poi ci sei tu, andando oltre la soddisfazione del proprio microbisogno. Fare un festival, fare progetti condivisi, è un atto di amore, è come fare un figlio, si crea qualcosa di diverso da se stessi, che ci accomuna”. 

Una mescolanza che si manifesta anche nei contesti, cercando di far irrompere nella piazza l’arte contemporanea e negli spazi ad essa dedicati la cultura più popolare: “Vado alla biennale di Venezia e so già chi incontro. Poi vado al concerto in piazza e incontro un altro tipo di persone. Ho cercato sempre di fare progetti che mischiassero queste realtà, cioè portare l’arte contemporanea alle persone che non hanno un grado di istruzione così alto e vedere invece chi va a vedere le mostre di arte contemporanea commuoversi e piangere per una canzone”.

Il festival Microcosmi, arrivato alla sua sesta edizione nel 2018, è un esempio di questo impegno. Un festival fatto di microcosmi: artisti, musicisti, scrittori, fotografi, designer, artigiani, imprenditori e associazioni di ogni provenienza culturale, generazionale e geografica, che si incontrano. In cui la commistione di tante realtà, l’unione della diversità, di linguaggi diversi, costruisce qualcosa di più grande, arricchente. L’arte, la musica divengono così ancor di più motore di un cambiamento, “capace di generare un cambiamento personale e poi sociale. L’arte ha capacità di sintesi utilissima. È una sorta di metafora di ciò che sta succedendo, ti fa capire anche non razionalmente, ha questa capacità metaforica ed emotiva di farti capire istintivamente, poi lo elabori con il ragionamento. Dalla cultura nascono i grandi cambiamenti.” 

Mettersi in discussione, collaborare, è un atto sociale e politico, fonte di ricchezza umana, prima che artistica e culturale. Da questa consapevolezza sono nati tanti progetti che vedono oggi Vittorio Cosma impegnato. Tra i tanti quello di Deproducers, nato proprio da un’idea di Vittorio. Una sorta di collettivo che ha unito, oltre a Cosma, tre musicisti e produttori: Gianni Maroccolo, Max Casacci e Riccardo Sinigallia, in un progetto innovativo e coinvolgente, un connubio senza precedenti tra musica e scienza, intorno all’idea di musicare dal vivo conferenze scientifiche raccontate in maniera rigorosa ma accessibile.

Deproducers, una sorta di collettivo che ha unito, oltre a Cosma, tre musicisti e produttori: Gianni Maroccolo, Max Casacci e Riccardo Sinigallia

“Dopo anni di musica leggera, mi sono chiesto con chi volevo suonare, partendo da un’idea di condivisione, ed ho cercato persone che avessero inventato un suono e che fossero delle teste pensanti. Con Riccardo Sinigallia sono anni che collaboriamo, siamo amici e c’è stima. E poi ho cercato elementi che creassero distonia. Con questo quartetto ci siamo chiusi in sala prove come a 16 anni ed è venuta fuori una cosa interessante, anche attraverso cordiali litigi e saltando fuori dalle nostre abitudini, con rispetto. Mi sono poi chiesto di che cosa potessimo parlare ed ho pensato a qualcosa di esterno e oggettivo, inopinabile, da qui l’idea di parlare di scienza. “Abbiamo cercato scienziati che fossero interessanti, che avessero una capacità espositiva forte”.  

Dalla collaborazione con Fabio Peri, direttore del Planetario di Milano, “che racconta lo spazio come un Rodari dell’astrofisica”, è nato il primo capitolo: Planetario. Botanica, il secondo capitolo, vede la luce nel 2016 e crea una colonna sonora organica e ricca per le incredibili rivelazioni sulla vita segreta delle piante, narrate con rigore da Stefano Mancuso, uno dei massimi neurobiologi viventi.  

“Il legame tra la scienza e poesia è molto forte. Spesso tanti misteri della scienza, misteri o elementi scientifici, sono più efficaci di un accostamento poetico. La parte emotiva la diamo noi con la musica, e poi la scienza offre degli spunti incredibili”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/vittorio-cosma-musica-come-progetto-comune-meme-15/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una valle in azione per il suo bene comune

Basta delegare: la responsabilità è di tutti e di ciascuno e per attuare un concreto cambiamento è necessario che ognuno agisca in prima persona perseguendo il bene comune e partendo dal proprio territorio. È da questo presupposto che nasce l’associazione Progetto Valtiberina che dal 2015 promuove iniziative concrete utili ai cittadini e allo sviluppo qualitativo di questa valle tra Toscana e Umbria. Cittadinanza attiva, partecipazione, processo dal basso, concretezza, organizzazione, ispirazione alle buone pratiche, animazione territoriale, passione, responsabilità. Sono tanti gli ingredienti che rendono Progetto Valtiberina  un esempio del cambiamento positivo in atto nei territori del nostro Paese. In questa valle, territorio unito dalla conformazione geografica, da tradizioni e sentire comune dei suoi abitanti, ma diviso tra Toscana e Umbria, a fine 2015 è nata l’associazione Progetto Valtiberina che ha preso vita da un’idea di tre amici con vite e competenze diverse ma uniti dalla necessità di fare qualcosa, dalla comprensione che non si potesse solo lamentarsi e delegare l’intervento sul territorio.

“Non può esistere una comunità se non c’è una cittadinanza che si fa carico di intraprendere delle azioni”, afferma il presidente dell’associazione Massimo Mercati, che incontriamo a Sansepolcro durante il Festival dei Cammini di Francesco, uno degli eventi pubblici più importanti e partecipati promosso dall’associazione. 

“Prima di tutto – prosegue Mercati – è stato importante dare un significato, perché nessuna rete può esistere se non all’interno di una dimensione di significato chiara”. Un significato che l’associazione ha trovato, ampliando il confronto ad un primo gruppo di persone interessate, nel concetto di crescita qualitativa, che sia al contempo economicamente valida, ecologicamente sostenibile e socialmente equa. Tre livelli che possono apparire in contrapposizione ma che invece possono autoalimentarsi. 

“Per fare tutto questo è necessario creare una rete che venga spinta e sostenuta dai cittadini stessi e che sia concreta, che si sviluppi cioè in progetti concreti. Da qui il nome Progetto Valtiberina. Durante il primo evento che abbiamo organizzato, dal titolo ‘Economia Politica’, Stefano Zamagni ci introdusse a questo concetto fondamentale di sussidiarietà circolare: ci ha detto in qualche modo perché eravamo nati”.

L’obiettivo è quindi quello di identificare dei valori condivisi che possano orientare concretamente lo sviluppo della valle all’insegna del bene comune, principi chiave per i quali battersi, superando anche la dicotomia tra pubblico e privato.

Oggi sono circa 150 gli iscritti all’associazione, un soggetto aggregatore che cerca di analizzare i problemi, filtrare le informazioni e promuovere progetti concreti nel segno di un orientamento chiaro e senza compromessi, in nome della responsabilità di tutti e di ciascuno. Una realtà che sviluppa progetti che vengono dai bisogni dei cittadini/soci, dall’analisi delle problematiche. Uno strumento partecipativo che rende l’associazione una sorta di ponte e stimolo verso le istituzioni, capace di fare sintesi e arrivare alla realizzazione di progetti concreti utili ai cittadini e allo sviluppo qualitativo del territorio

“Questo comporta anche un coinvolgimento degli enti, delle istituzioni, delle imprese. A volte totalmente collaborativo, a volte invece ci sono posizioni diverse. Vogliamo che il nostro agire non sia neutro ma che vada in una direzione ben chiara”.

Per realizzare tutto questo l’associazione si è data organizzata in gruppi di lavoro, tavoli di approfondimento tematici: dall’agricoltura alla scuola, dallo sviluppo della città a quello economico, dal turismo allo sport. Chi si avvicina all’associazione aderisce alla sua ricca e chiara carta dei valori, individua l’area tematica che più gli interessa, quella su cui vorrebbe dare il proprio contributo e si inserisce nel gruppo di lavoro. “Ognuno dei tavoli propone dei progetti, i responsabili devono stendere un budget, il comitato li approva e poi si procede alla realizzazione”.

L’approfondimento delle tematiche avviene attraverso l’apporto volontario personale e di competenze dei partecipanti ai tavoli e attraverso il coinvolgimento di esperti di settore di livello nazionale e internazionale, promuovendo convegni di approfondimento e dibattito pubblico. Spesso incontri e spettacoli sono l’ispirazione dei progetti dell’associazione: “Ogni evento è legato a delle azioni. Dall’incontro con Fritjof Capra e Luca Mercalli su agricoltura e cambiamento climatico, è poi partita un’azione che ha portato all’approvazione a Sansepolcro e in altri comuni di un nuovo regolamento sull’utilizzo dei fitofarmaci”. Un altro progetto in cui si è impegnata l’associazione relativo alla prevenzione sismica è divenuto una best pratice a livello nazionale, dimostrazione che dai territori si può stimolare un cambiamento più ampio. La realizzazione del protocollo d’intesa per favorire interventi di messa in sicurezza dell’abitato urbano per prevenire il rischio sismico, nato dall’idea del ‘Gruppo Tutela del Territorio’ di Progetto Valtiberina, è stata possibile mettendo le persone attorno ad un tavolo a ragionare di bisogni, problemi e soluzioni, persone che hanno interesse e possibilità di agire: cittadini, amministrazioni, associazioni di categoria, istituti di credito. 

“Ci siamo occupati anche di promuovere la carta etica dello sport, mettendo sempre insieme, momenti di approfondimento, spettacoli, divulgazione”. Adesso l’impegno di Progetto Valtiberina è nella costituzione di una sezione young, per coinvolgere i giovani “di cui non conosciamo bisogni e linguaggio”, perché possano incidere nella loro realtà e costruire il futuro che desiderano nella loro comunità.

Intervista: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/valle-azione-bene-comune-io-faccio-cosi-234/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Be Kind: “Vi raccontiamo la bellezza delle diversità”

Essere diversi non costituisce un limite alla felicità ma, al contrario, può rappresentare un valore aggiunto ed un’opportunità di trasformazione positiva. Lo testimoniano Sabrina Paravicini, attrice e scrittrice, e suo figlio Nino Monteleone, tredicenne con diagnosi di autismo, che insieme hanno dato vita al progetto e al documentario “Be Kind”, un viaggio gentile nel mondo della diversità.

“Un giorno mia mamma mi ha proposto di fare un progetto per il cinema e io ho accettato!”. Con queste parole Nino, che ha tredici anni appena compiuti, inizia a parlarci di Be Kind, un film autoprodotto che racconta con gentilezza il mondo delle diversità attraverso varie interviste che il ragazzino, in cappotto e cravatta rossa, rivolge con delicatezza, ironia e spontaneità a persone “rare”. Perché, come dice Nino, “essere diversi è come un elefante con la proboscide corta, una rarità”.

Il film rappresenta la tappa di un viaggio familiare iniziato dieci anni fa, un percorso che ha portato Nino Monteleone, al quale all’età di due anni e mezzo è stato diagnosticato l’autismo, e la sua famiglia a trasformare una situazione difficile e potenzialmente tragica in una opportunità ed una coraggiosa avventura.

“Dopo la diagnosi abbiamo vissuto un momento di rabbia e profonda sofferenza. In seguito, con coraggio, abbiamo reagito, dando a Nino tempo e totale fiducia. Non ho affrontato la diversità di mio figlio come un problema ma piuttosto come una ricchezza. Tutto ciò ha portato Nino a fare dei progressi che i neuropsichiatri hanno definito eccezionali: ha risolto i suoi problemi relazionali, acquisito autonomia e imparato a leggere e scrivere, ha scritto anche dei romanzi, ad oggi cinque! Adesso il suo viene considerato un autismo ad altissimo funzionamento, molto vicino alla Sindrome di Asperger”, ci racconta l’attrice e scrittrice Sabrina Paravicini, mamma di Nino e regista di “Be Kind, un viaggio gentile nel mondo della diversità”.

“Ho pensato di raccontare tutto questo non in modo biografico ma attraverso lo sguardo e le persone che avevamo incontrato, persone che hanno fatto della diversità un valore aggiunto. Volevo che Nino percepisse l’importanza dell’autonomia e comprendesse che essere diversi non è un limite. In questo viaggio, infatti, abbiamo incontrato molte persone che ‘sulla carta’ o per l’idea comune che si ha del disabile fisico o psichico potevano non avere autonomia e invece la hanno raggiunta eccome. Volevo mostrare, in particolare a Nino, che tutti siamo diversi, tutti siamo unici e quindi, in qualche modo, tutti siamo uguali”.SELFI-SET-1024x768

La realizzazione di “Be Kind” ha rappresentato per Nino un’avventura avvincente, lo si percepisce dall’entusiasmo con cui ci racconta le storie delle persone che ha incontrato. “Valerio, un judoka esperto e non vedente, Giulia, che ha una fidanzata omosessuale, Sara, un’attrice musulmana che si è tolta il velo, Jonis, un compositore afroitaliano, Gianluca, l’inventore di un’app pensata per ridurre i problemi comunicativi delle persone che hanno avuto una lesione cerebrale, Laura, che dipinge con la bocca perché non ha l’uso delle mani”.

Nino ha intervistato anche l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana andata nello spazio, l’attore Fortunato Cerlino, che aiuta un giovane attore con autismo a preparare la scena madre di Robert De Niro in Taxi Driver, e il giornalista Roberto Saviano, che vive sotto scorta. “Con Saviano ho parlato delle chiavi della felicità, partendo dalla teoria del filosofo Epicuro. Gli ho spiegato come essere felice”, racconta Nino ricordando quell’incontro. “Perché Nino è una persona felice – sottolinea Sabrina – ed è proprio questo che volevo far capire attraverso il documentario”.

La felicità, infatti, è uno dei concetti principali di questo film. “In Be Kind si vede la felicità delle persone che hanno trovato una chiave di lettura della propria vita e hanno fatto della diversità un punto di forza. Tutte le persone che si raccontano nel film sono partite da una situazione che era in qualche modo senza speranza ma tramite la volontà e un’attitudine a cercare la felicità hanno dato una svolta alla loro esistenza. Chi ha fatto della propria diversità una forza ha una vita molto felice. Nino parla molto di felicità e io lavoro tantissimo affinché lui sia una persona felice, una persona con una solida autostima ed una grande gioia di vivere. E questi, ho notato, sono elementi comuni alle persone che abbiamo incontrato”.ìbe-kind-2

Nel film il tema della felicità va di pari passo con la gentilezza. “Il titolo ‘Be Kind’ nasce dal fatto che io e Nino siamo delle persone gentili. Nino in particolare è gentilissimo, come lo sono anche le persone che abbiamo incontrato in questo viaggio. Soprattutto, però, l’obiettivo di Be Kind è legato alla gentilezza: desideriamo infatti creare una rete di gentilezza intorno alla diversità”.

“La gentilezza – continua Sabrina – viene spesso scambiata per debolezza ma al contrario è qualcosa di molto potente. Non ha a che fare con la compassione, è un’indole ma anche un atto coraggioso e una scelta cosciente che può portare a grandi risultati, ad esempio nella risoluzione di un conflitto”.

“Vorrei – afferma Sabrina – che Be Kind diventasse un’etichetta di gentilezza, qualcosa che possa fare da catalizzatore per le persone e diffondere messaggi positivi, in questo periodo storico in particolare. A differenza di quello che spesso emerge dai media, io sono convinta che la maggior parte delle persone sia perbene, sebbene ci siano episodi negativi che giustamente vengono denunciati e malgrado i cattivi esempi di chi dovrebbe rappresentarci. In passato la situazione era peggiore ma se ne parlava meno. Pensiamo ad esempio alla scuola che una volta era molto meno inclusiva di oggi. Il problema è che la gentilezza, come le belle notizie, non fa notizia! Ma la gentilezza, ne sono convinta, trionferà. Le cose cambiano, bisogna avere fiducia e dare tanta fiducia ai propri figli”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-230-be-kind-bellezza-diversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

BallarArt: così i bambini di Palermo crescono attraverso l’arte

Musica, teatro, danza, arti visive, cinema. L’arte può insegnare ai bambini a conoscere se stessi, educarli alla cura e alla valorizzazione del territorio, invitarli ad agire per cambiare in meglio il mondo in cui viviamo. Da qui nasce BallarArt, un percorso socioeducativo avviato nel quartiere Ballarò di Palermo. Partire dai più piccoli per portare un cambiamento nel mondo. Diffondere cultura in modo non tradizionale in un quartiere siciliano considerato difficile, ovvero il quartiere Albergheria di Ballarò a Palermo. Farlo attraverso le arti e, grazie ad esse, rigenerare. È un cerchio che si chiude: BallarArt, un percorso socioeducativo che coinvolge i bambini del quartiere e, in linea definitiva, cambia anche le persone che lo vivono.

A raccontarcelo è Liliana Minutoli, che è presidente del Counseling espressivo creativo Il Giardino delle idee ma che è anche insegnante di pianoforte, sociologa e psicologa. Da sempre impegnata nel sociale e trapiantata da sette anni nel quartiere Ballarò e 13 a Palermo, crede fortemente nella possibilità del cambiamento: “Cerchiamo di mettere da parte la ‘lagnusìa’ siciliana, questa sorta di indolenza che ci fa pensare che nulla si può cambiare e che contagia anche i bambini. E lo facciamo in un modo diverso da quello classico: facciamo scoprire ai bambini e ai ragazzi di Ballarò chi sono e come vivere al meglio attraverso le arti, che possono essere musica, teatro, danza, arti visive, cinema”.
Liliana è solo una fra i tanti operatori sociali e artisti (tutti volontari) che si occupano di bambini da molti anni e che sono tutti confluiti, lo scorso anno, nella creazione di BallarArt. Lo scopo è anche quello di coordinare i vari centri di aggregazione giovanile (che si occupano di doposcuola, catechismo, attività ricreative) e fare in modo che questo percorso coinvolga un numero più alto possibile di bambini e ragazzi. “Vogliamo fare in modo che la cultura parta dai bambini, perché se vogliamo ottenere un cambiamento di mentalità dobbiamo farlo dal basso. In questo caso le arti sono uno strumento per scoprire il legame fra il proprio mondo interiore (quello dei bambini) e quello esteriore (Ballarò, il quartiere)”.

A tal proposito Liliana fa riferimento a varie manifestazioni, in cui sono sempre i bambini ad essere protagonisti e portabandiera di cultura. Ad esempio, la scorsa primavera durante l’iniziativa “Anima Ballarò” i bambini hanno partecipato attraversando il mercato e urlando slogan positivi, di cambiamento: una vera e propria reazione alla “lagnusìa” siciliana di cui si parlava prima. O ancora, dopo atti di vandalismo perpetrati nella piazzetta Ecce Homo, è sempre stato un gruppo di bambini a rivitalizzarla cantando in coro.ballarart-1-1030x772

La cultura del cambiamento e della valorizzazione del territorio non è affatto facile. Più volte vi sono stati atti di vandalismo nella piazzetta Ecce Homo, cuore di Ballarò, che è stata recentemente ristrutturata dopo essere stata una discarica a cielo aperto per molto tempo. Ma secondo Liliana, è qualcosa a cui si può rimediare: “Non c’è una motivazione reale per gli atti di vandalismo, molto spesso è una mancanza, una non appartenenza vera al territorio e una diseducazione alla valorizzazione di ciò che può essere nostro”. Che invece è ciò a cui BallarArt educa.
“Il ruolo dell’arte è fondamentale per il sé e per il noi, per il singolo e per la collettività», ci spiega Liliana. «Perché in tutte le arti – che sono espressioni dell’individuo – c’è il codice che aiuta a vivere meglio le regole di convivenza civile: ad esempio ascoltare un altro mentre si sta facendo un coro è necessario perché altrimenti ci va di mezzo tutto il gruppo che canta”. Piccoli dettagli a cui spesso non si pensa ma che in realtà incarnano un codice comportamentale fatto di condivisione e ascolto. Qualcosa che di questi tempi è necessario e che serve a far capire anche che la diversità è ricchezza: “Questo quartiere vive di tantissime contraddizioni e diversità: è un quartiere storico antichissimo, dove vivono differenti tipologie sociali di persone con un mix di energie completamente diverse fra loro”.IMG_20180415_120305-1030x772

Anche BallarArt è, nella sua essenza, un mix di energie diverse e non solo in quanto percorso socioeducativo che coinvolge disparati ambiti e discipline, ma anche in quanto parte di un “contenitore” più grande che è SOS Ballarò (Storia Orgoglio Sostenibilità). SOS Ballarò altri non è che un’assemblea cittadina, fatta da associazioni, volontari, membri delle parrocchie del quartiere e così via che a titolo volontario si impegnano per la città. Nonostante BallarArt sia pensato per bambini e ragazzi, c’è però qualcosa che riguarda anche “i grandi”. Attraverso la voglia di cambiamento dei più piccoli anche gli adulti possono ‘cambiare’: “Forse ritornando a coltivare quel bambino interiore che c’è dentro gli adulti e prendendo spunto dai ragazzi, noi possiamo fruire di un cambiamento”. Non a caso ‘il Giardino delle idee’ – il counseling espressivo creativo di cui Liliana è presidente – si rivolge agli adulti: fare in modo che essi diventino consapevoli e responsabili di sé attraverso le arti per poi riversare questo cambiamento nel mondo ‘esterno’ che abbia poi un impatto sulla comunità di appartenenza. Ancora una volta il cerchio si chiude.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/ballarart-bambini-palermo-crescono-arte/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Filomena Pucci: la passione delle donne è un’impresa (av)vincente – Meme #11

Seguendo la propria passione e “mettendo le gambe” ai propri sogni le donne possono trovare la realizzazione, rivoluzionare con successo il settore dell’imprenditoria e contribuire a cambiare in meglio il mondo in cui viviamo. Lo dimostrano le “Appassionate” imprenditrici femminili protagoniste del racconto di Filomena Pucci che con il suo progetto e la propria esperienza personale testimonia che “Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio”.

Incontro Filomena in una calda mattina di fine luglio a Roma, dove torna di tanto in tanto dopo essersi trasferita in Francia per amore (“finalmente quello giusto!”, ammette). Le brillano gli occhi, è piena di energia ed impaziente di mostrarmi il suo nuovo libro intitolato Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio, un manuale per esaltare i propri talenti ed un viaggio a caccia delle passioni che ci animano e attraverso le quali possiamo imparare ad eccellere. “Questa frase è il titolo del mio secondo libro ma è, prima ancora, il post-it da cui tutto è cominciato”.filomena-pucci

Seduta su una panchina con le gambe incrociate, Filomena inizia così a raccontarmi di come, partendo dalla ricerca della sua vera passione, ha trasformato la sua vita e creato “Appassionate”, un libro ed un progetto nato con l’intento di diffondere storie esemplari di donne che si sono inventate un lavoro e hanno creato imprese di successo. Qualche esempio? L’imprenditrice sarda Daniela Ducato che partendo dal recupero degli scarti ha creato un’azienda entrata nella top ten delle eccellenze tecnologiche mondiali. O ancora Luciana Delle Donne, ex manager nel settore bancario, che ha deciso di cambiare completamente vita e ha creato in Puglia la cooperativa sociale Made in Carcere che offre lavoro in tutta Italia a donne detenute per reati minori. Ogni donna può esaltare i propri talenti, far fiorire (e fruttare) la propria passione e fare ogni giorno ciò che la rende veramente felice. È questo il messaggio che Filomena Pucci vuole trasmettere attraverso il suo esempio, i suoi libri, un sito editoriale ed una serie di workshop e conferenze che oggi porta in Italia e all’estero.

“La mia è stata una trasformazione faticosa, solitaria e ossessiva”, ricorda Filomena. “Per prima cosa mi sono chiesta: ma come hanno fatto le altre a trasformare la loro passione in un’impresa? Come fanno le altre, quelle che riescono ad essere felici con il proprio lavoro? Da lì è nata l’idea di andarle a cercare per chiederglielo e per farmi ispirare. Inoltre, non mi riconoscevo nell’immagine che i giornali ci restituiscono ogni giorno della nostra società: i cervelli in fuga, la precarietà, l’abbassamento delle ambizioni. Non mi ritrovavo in questa generalizzazione della vita e la rifiutavo. Mi sono quindi detta: ci deve essere anche tanta altra gente che non è raccontata. Conoscevo Italia che Cambia ed ero già consapevole di una serie di nuove possibilità. Ho così deciso di andare a incontrare le donne che a mio avviso meritavano di essere raccontate. Volevo delle ispirazioni potenti per smuovermi da quello stato di difficoltà in cui mi trovavo. Desideravo degli incoraggiamenti forti per cambiare la mia vita e allo stesso tempo ricercavo delle storie importanti da raccontare. Perché io racconto storie, scrivo storie e amo le storie. È questo che mi piace e che so fare. Ed è ciò che ho deciso di mettere al centro del mio progetto di lavoro e di vita”. È così che Filomena ha incontrato dieci imprenditrici italiane eccellenti, ma non “figlie di”, divenute le protagoniste del libro “Appassionate” e le ispiratrici di tutto il più ampio progetto messo in piedi inizialmente grazie ad una campagna di crowdfunding (perché “è fondamentale mettere le gambe ai sogni”, ripete).filomena-pucci-1

“Le ‘Appassionate’ sono le donne che partendo da un’intuizione, idea o passione personale sono riuscite non solo ad intercettare un bisogno collettivo ma anche a farlo diventare un mestiere, un prodotto, un servizio, un’impresa”.

Come fare però quando non si sa qual è la propria passione? Da dove partire per trovarla o ritrovarla? “È nella specificità di chi siamo e chi siamo stati che si disegna l’unicità della nostra impresa. Dobbiamo quindi partire dal riconoscimento delle nostre caratteristiche perché la cosa che ci piace fare c’è già, da sempre, dentro noi stessi. È quella cosa che spesso gli amici ci suggeriscono di fare perché ci riesce bene. Iniziamo così dunque: chiediamo ai nostri amici di elencarci le nostre caratteristiche. Facciamo poi noi stessi delle liste di ciò che ci piace o vogliamo fare e poi affiniamole, scolpiamole: è un modo per immaginare la vita che vogliamo. Immaginare è fondamentale, ma è importante farlo in una maniera non completamente illusoria. È importante avere una visione”.

“Dopo aver intercettato ciò che ci piace è importante avere pazienza e cura”, continua Filomena facendo riferimento alle lezioni che compongono il libro Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio. “Piantare un bulbo è un esercizio utile per imparare a prendersi cura della nostra idea e osservarla attivamente. Poi è importante tirare fuori il coraggio e accettare la fatica, perché il percorso per far fiorire la nostra passione è spesso faticoso. Ma è così che si può dar vita ad un’impresa, economica e di vita”.

Fare ciò che ci piace richiede fatica sì, ma non solo è possibile, è anche la migliore scelta da compiere per essere pienamente se stessi e vivere bene”.

 

Intervista: Alessandra Profilio
Riprese: Elisa Elia
Montaggio: Elisa Elia e Paolo Cignini

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La Porta della Bellezza: quando l’arte risveglia le coscienze

L’arte entra a Catania dalla Porta della Bellezza, opera monumentale collettiva e progetto artistico ed etico voluto a Librino da Antonio Presti, imprenditore e mecenate siciliano che ha deciso di dedicare la sua vita ad una missione: innestare attraverso l’arte un moto di civiltà, il valore della cura ed il senso di appartenenza ad un territorio.

“Siamo a Catania, nel quartiere periferico di Librino: settantamila abitanti, diecimila bambini, nove scuole elementari e medie, nove istituzioni religiose e oratori, un luogo contemporaneo che si riconosce sempre con il valore di mancamento. A quarant’anni dalla nascita di queste periferie contemporanee non siamo ancora riusciti ad innestare in queste comunità il senso comune di essere cittadini”.

Con queste parole inizia l’intervista che ci ha rilasciato Antonio Presti proprio di fronte alla “sua” (nostra!) Porta della Bellezza: un muro, un ponte, un angolo di squallida periferia trasformato in opera d’arte collettiva, realizzata da artisti e poeti con la partecipazione di 2000 bambini delle scuole di Librino.

“Figlio di un importante imprenditore siciliano, attivo in ambito immobiliare, ereditò l’azienda paterna a ventisette anni e affiancò all’attività imprenditoriale quella di mecenate. Presidente della Fondazione Fiumara d’Arte, Antonio Presti – si legge sul sito Ateliers sul mare –  è un siciliano che ha deciso di dedicare tutto se stesso, compreso il suo patrimonio personale, per far trionfare l’arte in tutte le sue forme. È impegnato da anni a creare una coscienza legata alla cultura ma soprattutto ad uno spirito etico, che si forma proprio attraverso un rapporto differente con la bellezza”.

Dopo aver reso possibile la nascita di vere e proprie opere viventi in provincia di Messina e non solo, il nostro imprenditore-artista decide di dedicarsi al quartiere catanese di Librino permettendo la realizzazione della Porta della Bellezza. Quello che più colpisce – come si può anche vedere dalla video-intervista che qui vi proponiamo – è come in una zona caratterizzata dal degrado e dal vandalismo, quest’opera – in oltre otto anni – non sia stata toccata o deturpata. La cittadinanza, evidentemente, la sente in qualche modo ‘sua’.

In un quartiere abbandonato dalle istituzioni e dagli stessi cittadini di Catania – che spesso fingono di non conoscerne l’esistenza e raramente lo attraversano – un artista è quindi riuscito ad innestare un moto di civiltà, un sentimento di appartenenza. A noi, che attraversiamo il quartiere per la prima volta, colpisce ulteriormente come questo luogo sia situato a pochi chilometri dal campo di rugby ‘San Teodoro Liberato dei Briganti di Librino’, protagonista di altre commoventi storie siciliane. Ma torniamo all’ingresso del quartiere.porta-della-bellezza-2

“Lavoro da venti anni con la mia fondazione a Librino – ci spiega Presti – e ho potuto constatare come in nome del ‘non luogo a procedere’ tutto è rimasto statico rispetto a quel mancamento. Ho visto tante politiche sociali volte al recupero della devianza, ma la città le ha sempre rigettate, ha rigettato l’innesto innaturale di un’altra città nella città (Librino ‘ospita’ 70 mila persone…). Catania dovrebbe assumersi la responsabilità di far diventare questo luogo città. Purtroppo, invece, la politica, nel suo esercizio di potere, ha instillato in intere generazioni la logica dell’assistenza, del chiedere per esistere… Ecco perché diventa necessario entrare in quelle scuole, educare anno dopo anno (con impegno devozionale) e restituire bellezza e educazione alla bellezza. È la responsabilità degli artisti”.

Librino diventa, quindi, un luogo doppiamente simbolico. Da un lato rappresenta quel “mancamento” di cui parla Presti, dall’altro – con i suoi nuovi cittadini – può diventare motore di un cambiamento nella coscienza, che metta al centro la responsabilizzazione del cittadino e la sua pro-attività. In quest’ottica diventa evidente come un muro non si debba necessariamente abbattere; lo si può, infatti, anche trasformare con la condivisione. L’opera d’arte – per Presti – diventa quindi il mezzo e lo strumento per creare contatto e condivisione. Non solo: “È bello pensare – afferma – che a Librino esista un’opera unica al mondo, portatrice di una grande rivoluzione, anche spirituale. Quest’opera, restituisce anima ad un quartiere che non pensava di averla. Creare bellezza è restituire anima ai cittadini”. In questo modo, questi ‘cittadini di serie b’ possono forse uscire da uno stato di ‘schiavitù’ instaurato dalla propria condizione di ignoranza. Per liberarsi, è fondamentale educarsi alla conoscenza e al potere del sapere.porta-della-bellezza-3

Antonio ama ripetere che “l’utopia non è ciò che non si può realizzare, ma ciò che il sistema non vuole che si realizzi. Se Librino, in passato conosciuta tristemente come simbolo delle periferie degradate, poteva essere utopia, ora non lo è più grazie alla Porta della Bellezza; quando la bellezza si manifesta non ti dice mai che sei in pericolo ma ti ricorda che sei bello!”.

Tutto ebbe inizio dal desiderio di trasformare la scuola in un tempio della conoscenza. Gesualdo Bufalino ha affermato: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”! In effetti, – secondo Presti – in questi luoghi di mancamento, non ci vogliono eserciti di poliziotti o carabinieri, ma eserciti di insegnanti, che diventino “guerrieri di luce che consegnano conoscenza”.

Ma è solo l’inizio! Mentre passeggiamo per le vie adiacenti la “porta”, il nostro intervistato ci descrive i progetti di trasformazione artistica previsti in questa zona. “Voglio compiere i prossimi passi attraverso la fotografia: le immagini delle persone qui residenti saranno installate su tutti i pali della luce e lì diventeranno il cantico delle creature. È bello pensare ai pali della luce con questi banner che restituiscono cuore e appartenenza ad ognuno di noi, invitandoci a sentirci appartenenti all’universo.porta-della-bellezza

La notte – continua – mi piacerebbe proiettare sulle facciate cieche le immagini dell’archivio antropologico. Sarebbe bello, nel pensiero della continuità, creare una rete di condivisione di pensiero culturale, ma anche di impegno civile e partecipazione. Deve rimanere la devozione e la libertà del pensiero d’arte e di cultura, che dovrà parlare di rispetto. Mi fa piacere pensare come l’arte contemporanea, in Sicilia, riesca sempre a seminare e nella semina trovare il suo vero raccolto. L’obiettivo, quindi, è quello di creare qui un museo della bellezza”.

Un museo che appartenga veramente alle comunità e che non diventi passerella per questo o quel politico. “Mi piacerebbe donare questo museo ai ragazzi e agli uomini di Librino che hanno sbagliato… come una sorta di pena rieducativa. Voglio pensare che un domani questo progetto possa essere preso in mano da persone che, in nome di un percorso rieducativo, uscite dal carcere, possano ritrovare nella protezione della bellezza la restituzione della bellezza stessa”.

Una bellezza, quindi, che diventa rivoluzionaria senza andare contro qualcuno, ma muovendosi a favore di un mondo diverso. Su questo Presti non ha dubbi: “La via della bellezza non è Anti, ma è altro. Ho visto le primavere siciliane diventare presto freddi inverni. Oggi dico che quelle primavere sono state delle passerelle. Le nuove generazioni devono sapere che la rivoluzione passa dalla conoscenza. La bellezza, quando si esprime, non è mai anti”.

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/09/io-faccio-cosi-224-porta-della-bellezza-arte-risveglia-coscienze/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Lasciareandare: la borsa per liberarci di ciò che non vogliamo

“Lasciareandare” è il principio cui attenersi se si decide di comprare la borsa ideata da Federica Zamegna. Lo scopo? Superare le paure, staccarsi dalle cose materiali, liberarsi da ciò che non rende felice, ritrovare la fiducia nel mondo ed il piacere di dare senza ricevere. Un progetto che trasforma il negativo in forza e stimola alla crescita di se stessi partendo da cose semplici, come una borsa e un diario. Si fa chiamare Feffè e viene da Savignano sul Rubicone, in Emilia Romagna. Ha girato – e vissuto – in Europa e nel mondo, saltando dall’Italia alla Spagna, all’Inghilterra per poi arrivare in Turchia e in Colombia e poi tornare in Italia. È un’insegnante ma anche tanto altro. Fra questo ‘altro’ c’è un progetto nato da meno di un anno che si chiama “Lasciareandare”, che coinvolge una borsa, un diario e degli sconosciuti.ScambioBorsaRomagnola-768x458

L’idea è quella di creare una borsa del “lasciareandare” in cui ogni persona che la compra può mettere tutto ciò che vuole lasciare andare via: le sue paure, un lavoro che non rende felici, una relazione da cui è difficile staccarsi ma che non fa più bene. Si scrive tutto su un diario (che arriva con la borsa stessa) e, se si vuole, si decide di scambiarla con qualcuno (via posta ma anche dal vivo) scegliendo da una lista presente sul blog “Notonlybarcelona”.

«Ho scelto la borsa perché l’essere umano è assolutamente innamorato del materiale e lasciare andare una borsa è un piccolo passo per poi salire di livello», spiega Federica Zamegna, che è appunto Feffe’. «E poi c’è la dimensione del diario e della scrittura manuale perché è più stimolante per la nostra parte creativa» e dunque più adatta ad esprimere le nostre emozioni e le nostre paure. Con la borsa e il diario, però, arrivano anche dei consigli su un luogo o un viaggio o un posto positivo, che uno sconosciuto ha scritto con l’unico scopo di regalarli a chi poi comprerà la borsa. In questa idea è fondamentale anche la scelta di un soprannome con cui firmarsi: anche i nomi producono effetti su di noi, vibrazioni positive o negative, e scegliere un nome che ci rispecchi rappresenta un passo importante per parlare di noi in modo sincero e positivo. Chi sceglie una borsa, decide dunque di fare un passo importante nella propria vita, che è quello del lasciare andare. Che poi è anche uno dei tre principi, fra loro collegati, su cui si basa la filosofia del progetto: «Le cose che non vanno bisognerebbe lasciarle andare senza accanirsi: se fai sì che le paure ti tarpino le ali, non ti succederà mai niente di bello, ma se lasci che le cose ‘vadano’, allora qualcosa di buono succede», spiega Federica. «Ho sentito tante di queste storie: persone che una volta mollata la paura e deciso di cambiare, sono riuscite a vivere serenamente, trovando il positivo. Questo succede spesso con il lavoro o con una relazione lunga».lasciare-andare-1

Accanto al “Lasa Andè” – che vuol dire “lasciare andare” in dialetto romagnolo – c’è poi il dare senza ricevere, il dare in forma circolare. Nella società di oggi in cui tutti sono abituati a dare per poi avere un tornaconto personale, il dare senza ricevere nulla in cambio diventa rivoluzionario. E anche liberatorio, perché ci distacca da quei beni materiali che riteniamo essenziali ma che in realtà non lo sono. L’ultimo principio è quello della fiducia nell’Universo, che si collega circolarmente agli altri tre: se abbandoni la paura, l’Universo non ti tradisce. E le cose belle accadono.

«Questo è il risultato di tutte le esperienze che ho vissuto e che si sono unite una volta tornata in Italia», spiega Federica. «Quando sono andata in Turchia nel 2014, ho riscoperto l’umiltà e l’idea che il dare senza ricevere potesse ancora esistere, ho riscoperto quell’umiltà che la mia famiglia mi aveva insegnato e che avevo un po’ perso». Dopo la Turchia c’è il cammino di Santiago, che segna un ulteriore tassello verso questa strada. E poi la Colombia, dove a Bogotà un’imponente manifestazione della popolazione decide di ‘lasciare andare’ gli impuniti della guerra civile e ricominciare da capo. «Questa per me è stata una ‘sberla’ del lasciare andare, ma l’ho realizzato soltanto dopo quando sono tornata in Italia».Lasa-Ande.jpg

Da un anno a questa parte, quindi, Federica sta portando avanti il suo progetto, che nel suo piccolo cerca anche di rispettare canoni di eco-sostenibilità. La borsa, infatti, viene prodotta nel raggio di 30 km: completamente artigianale, cucita da una sarta romagnola con stoffe comprate a Forlì e poi stampata dalla stessa Feffe’. Imperfetta, quindi, come anche gli esseri umani, ma sicuramente più autentica. «L’idea è quella di portarla fuori, magari all’estero, ma ho capito che ci vuole del tempo per farla conoscere». Nel frattempo Federica raccoglie opinioni e sensazioni: «Spesso mi sono sentita dire “Chi ha inventato questa cosa?” e vedere volti meravigliati quando scoprivano che era una donna, ma in generale ho avuto spesso commenti positivi e negativi. La cosa curiosa è che ci sono alcuni tipi di persone che capiscono subito di cosa si tratti, mentre altri no: i bambini fanno parte del primo gruppo, gli adulti – quelli calati dentro il loro mondo di regole – facevano fatica a comprendere».

Da un lato le paure e i dubbi, dall’altro la positività e la voglia di fidarsi. Un progetto, quello del “Lasciareandare”, che trasforma il negativo in forza, che stimola alla crescita di se stessi partendo da cose semplici come una borsa e un diario.

«Prossimamente andrò in Libano, sento che mi chiama, e forse cercherò di portare il progetto lì e avviarlo con delle donne del luogo», conclude Federica. E poi? Chi lo sa, tutto è in divenire. L’importante è lasciarsi andare.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/06/lasciareandare-borsa-liberarci-cio-che-non-vogliamo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni