La Vallescura: “Così produciamo una birra contadina sana e sostenibile”

La storia dell’azienda agricola “La Vallescura”, un’azienda a conduzione familiare con sede a Piozzano, nell’appennino piacentino, che si è dotata per prima in Italia di una malteria che ha permesso di realizzare una vera birra contadina di eccellenza, grazie anche alla coltivazione dell’orzo biologico nei propri campi. Un percorso che ha comportato anche una scelta coraggiosa di cambiamento di vita dei suoi fondatori. Una scelta che il tempo ha ampiamente ripagato e non solo in denaro. A Piozzano, nel cuore dell’appennino Piacentino, l’azienda agricola “Vallescura” è riuscita a chiudere la filiera agricola della birra artigianale, realizzando una birra contadina omonima, grazie al fatto di essere la prima azienda agricola italiana ad essersi dotata di una malteria.

La storia dell’azienda agricola inizia il 2 agosto del 1985. E’ il giorno in cui Mauro Lafranconi e sua moglie, originari della provincia di Lecco, decidono di lasciare i rispettivi lavori di perito elettrotecnico e di gestrice di un supermercato per realizzare il sogno di dar vita ad un’azienda agricola in un ambiente, quello di Piozzano, molto meno antropizzato e più legato ai cicli naturali: “mia moglie ha assecondato le mie pazzie” ci racconta Mauro “e abbiamo abbandonato il certo per l’incerto. L’unico modo razionale per tentare di realizzare quello che io chiamo il sogno lucido.”

La coppia dà vita ad un’azienda agricola che inizialmente si occupa soprattutto di cereali e zootecnia (allevamento di capre e pecore, con la produzione di un formaggio di qualità) per poi ampliare il suo interesse verso il mondo della birra artigianale. “E’ stato soprattutto grazie alla spinta dei miei tre figli, che lavorano insieme a noi in azienda. Nel 2008 abbiamo così scelto di realizzare una birra artigianale e agricola. In quegli anni quando in pochi ne parlavano, mentre oggi l’argomento è molto inflazionato e il settore in crescita. Noi volevamo che il nostro orzo biologico, che coltiviamo nei nostri terreni, diventasse materia prima per le nostre birre. Siamo stati in Germania a fare delle ricerche, che poi sono sfociate nella costruzione e nel brevetto di quella che è stata la prima micromalteria italiana.”

Nel 2009 arriva una prima grave battuta d’arresto: una frana colpisce duramente la casa della famiglia e una parte dell’azienda. Insieme al problema giunge però anche la soluzione: “nel 2010 la birra è diventata un prodotto agricolo, ma dopo la frana del 2009 abbiamo messo a disposizione la nostra malteria e i macchinari per altre aziende agricole e oggi realizziamo diverse birre a marchio per diverse aziende agricole. Questo perché, essendo noi sull’Appennino piacentino e non avendo una visione legata all’affarismo ma solamente alla passione per l’agricoltura sana, non abbiamo una grossa rete commerciale e lavoriamo moltissimo in conto lavorazione, il che ci permette di rendere sostenibile l’attività. Abbiamo identificato un luogo dove vivere e dove crescere la famiglia e la birra per noi è un modo che ci permette di vivere e sopravvivere.”img_2338

La birra Vallescura prodotta ha quattro nomi: Melodia, Armonia, Melania, Apami, Pociuo, ognuna è una diversa varietà di birra. Rifiutando la Grande Distribuzione e i circuiti più altisonanti, viene venduta principalmente attraverso i G.A.S. “ma stanno aumentando anche i consumatori sempre più consapevoli che la acquistano, anche perché noi cerchiamo di sensibilizzare le persone su cosa davvero significhi e comporti la qualità di un prodotto, che va di pari passo con la sua storia.”

Oggi due dei tre figli di Mauro, Daniele e Giacomo, e Mauro stesso lavorano a tempo pieno a questa attività: “io continuo anche a condurre un piccolo allevamento di maiali biologici” ci spiega Mauro “perché tutto lo scarto della produzione della birra come l’orzo, le trebbie di birra e i germogli essiccati vengono utilizzati nell’allevamento di questi maiali bradi. Invece di scappare all’estero, con sacrifici e abnegazione, i miei tre figli hanno deciso di rimanere qui e questo per me è un motivo di grande soddisfazione, oggi come nonno vedo le mie nipotine giocare nei prati e nel torrente, quindi non è solo un lavoro ma una scelta di vita e una condivisione di valori.”3

Concludiamo il nostro incontro con una considerazione di Mauro: “Per chiudere completamente la filiera bisogna avere una lucida follia e una grande grinta. Le normative privilegiano i grossi investimenti e i grossi agricoltori, un giovane che vuole realizzare una simile attività trova tantissime difficoltà, non ultime quelle burocratiche e amministrative. Deve sopperire una forza di volontà importante, ma le cose si possono fare grazie anche ad una lucidità di base che è indispensabile.”

Consigliamo vivamente la lettura di approfondimento di Giuliana Cassizzi sulla storia dell’azienda agricola “La Vallescura”, e cogliamo l’occasione per ringraziarla per la concessione del materiale fotografico e delle immagini video relative alla malteria.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/io-faccio-cosi-186-la-vallescura-birra-contadina-sana-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Vivere senza supermercato: così ho guadagnato tempo, salute e soldi

Ex consumista perfetta, ex insoddisfatta cronica, ex fumatrice, ex dipendente a tempo indeterminato. Ad un certo punto Elena Tioli ha detto basta e ha cambiato la sua vita, a partire dalla spesa. Dal 2015 non entra in un supermercato, ha acquisito una nuova consapevolezza legata ai consumi e ha guadagnato in salute, tempo e relazioni. Elena Tioli non entra in un supermercato da quasi 3 anni. Èpassata da normale consumatrice al consumo critico e consapevole. Le chiediamo quale percorso l’ha portata a questo drastico cambiamento. Lei ci spiega che in un periodo buio della propria vita, disoccupata da pochi mesi e il mutuo da pagare, si rese conto che senza lavoro non era in grado di avere alcun controllo sulla propria vita. Capì che non potendo modificare l’esterno doveva lavorare su di sé. Smise di fumare. “Ho speso soldi per anni per avvelenarmi. Ho lavorato ore e ore per potermi permettere di avvelenarmi. Come è possibile…”.io_spesa_ok-1170x824

Così la presa di coscienza del tempo investito nel lavoro per poter acquistare prodotti le ha fatto maturare la capacità di scelta sugli acquisti, dal cibo ai detersivi. Si era resa conto di aver sprecato tempo e denaro finanziando una economia dello sfruttamento di persone, comunità e dell’ambiente. Proprio la grande distribuzione con i suoi piccoli e grandi supermercati alimenta e sostiene le economie dello spreco, inquinanti e predatorie delle risorse ambientali, immettendo sul mercato prodotti scadenti, troppo trattati, eccessivamente zuccherati e industriali. Ma, soprattutto, la grande distribuzione troppo spesso alimenta filiere basate sullo sfruttamento dei lavoratori e sull’assenza dei diritti: “Quegli stessi diritti che rivendicavo per me stessa quotidianamente, attraverso i miei acquisti, li negavo ad altri lavoratori” ci racconta Elena che, a un certo punto della sua vita, proprio per non essere più complice di quel sistema, ha detto basta.

Attraverso i GAS (gruppi di acquisto solidale), negozi leggeri (si vende merce sfusa, senza imballaggio) e i mercati contadini, ora Elena spende molto meno e ha nettamente migliorato la qualità delle cose che acquista. “A pensarci bene, la cosa migliore che mi è capitata è stato la disoccupazione. In un momento di profonda crisi, non solo economica, ho preso in mano la mia vita, ho messo in discussione le mie abitudini e ho cercato di ripartire da me. Grazie a quel periodo nero sono cambiata radicalmente, sono cambiate le mie priorità e la mia idea di qualità della vita”.18813601_472396303100156_5342674205562101945_n

Domenica 15 Ottobre a Labico, cittadina dei Colli Prenestini, verrà presentato il libro di Elena Tioli: “Vivere senza Supermercato”. La presentazione è organizzata dai volontari del #nosprecoalimentare, in collaborazione con l’Associazione Labicocca di Labico. Il #nosprecoalimentare favorisce relazioni utili tra chi produce e le realtà in emergenza alimentare. Il #nosprecoalimentare recupera l’invenduto dal mercato contadino di Zagarolo e lo trasforma per poi destinarlo dove c’è bisogno, ad esempio, ai migranti del Baobab Experience. Inoltre, organizzando cene ed eventi solidali, i volontari raccolgono fondi per sostenere situazioni emergenziali, come ad esempio, le comunità colpite dal sisma del centro Italia. Tramite la sperimentazione dei buoni “spesa sospesa”, distribuiti ai collaboratori del progetto, si favorisce un’economia circolare virtuosa che incentiva gli acquisti dagli stessi produttori del mercato contadino di Zagarolo.  Tra le varie iniziative, la presentazione del libro: Vivere Senza Supermercato, “Perchè il mercato siamo noi” conclude Elena.

 

Foto tratte dal sito Vivere senza supermercato

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/vivere-senza-supermercato/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nasce una rete delle reti, ecosistema delle realtà del cambiamento italiane

Alcune realtà che si occupano da anni di fare rete sul territorio italiano hanno deciso di intraprendere un percorso condiviso. È nata così una rete delle reti: uno strumento al servizio del cambiamento verso un mondo sostenibile, equo, solidale e felice.Network optimization

Il 1 ottobre a Mira, in occasione dell’incontro nazionale dell’economia solidale, è stato dato annuncio ufficiale di un nuovo percorso condiviso. Alcune realtà che da anni si occupano in modo differente di fare rete sul territorio italiano (Associazione per la Decrescita, Economia del Bene Comune, Italia che Cambia, Movimento per la Decrescita Felice, Panta Rei, Rete italiana di Economia Solidale, Rete Italiana dei Villaggi Ecologici, Transition Italia) hanno deciso dopo alcuni incontri preliminari di intraprendere questo percorso.

Questo il comunicato ufficiale trasmesso in diretta streaming durante l’incontro:

“Muove i primi passi una rete delle reti che vuole essere uno strumento al servizio del cambiamento verso un mondo sostenibile, equo, solidale e felice.

Le seguenti associazioni/reti/movimenti che già si occupano di sostenibilità ambientale, economica e sociale:

 

– Associazione per la Decrescita

– Economia del Bene Comune

–  Italia che Cambia

– Movimento per la Decrescita Felice

– Panta Rei

– Rete italiana di Economia Solidale (RES Italia)

– Rete Italiana dei Villaggi Ecologici (RIVE)

– Transition Italia

 

Si sono riuniti su iniziativa di Italia che Cambia in data 1 Luglio 2017 a Panta Rei (Passignano sul Trasimeno). Dalla discussione, a partire da significative affinità, è emerso quanto sia oggi importante poter agire insieme per far fronte alla ATTUALE crisi sistemica e quindi essere capaci di rispondere in modo coordinato e unitario alla domanda di forte cambiamento che proviene dalla società. Abbiamo, di conseguenza, condiviso la necessità di avviare un percorso comune finalizzato alla creazione di un “ecosistema di soggetti” (in rete) che ci permetta, valorizzando le rispettive vocazioni e sensibilità, di creare sinergie, collaborazioni e poter così raggiungere insieme dei traguardi che sarebbero impensabili per le singole realtà.”

Terra Nuova è mediapartner della rete delle reti.

Italia che Cambia è orgogliosa di prendere parte a questo percorso collettivo e di mettersi a disposizione di ciò che ne emergerà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/nasce-rete-delle-reti-ecosistema-realta-cambiamento/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Ansia e panico: quando il mio corpo mi chiese di cambiare vita

“Di giorno stringevo mani di politici e speculatori. Di sera contavo i soldi e nutrivo la lista degli oggetti da comprare per costruire la famiglia del Mulino Bianco. Ero fiero di me. La mia vita contribuiva ad aumentare il PIL. Poi, d’un tratto, l’ansia. Fortissima e costante. Era davvero quella la felicità?”.

Fortunatamente del costume dell’uomo felice mi sono spogliato da un pezzo. Mi spiego.

Ricordate il monologo finale di Trainspotting? Il lavoro, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd, l’apriscatole elettrico, il mutuo, la polizza vita, ecc. Ecco, io ci ero arrivato col più regolare dei percorsi: laurea col massimo dei voti, master, stage, primo contratto, rinnovo, rapida carriera. Project manager in ambito “sviluppo locale”: 2,5mila euro al mese più bonus, trasferte, buoni pasto e telefono aziendale. Di giorno stringevo mani di politici e speculatori senza scrupoli. Di sera contavo i soldi e nutrivo la lista degli oggetti da comprare per costruire quella che la mia compagna di allora chiamava – con sguardo sognante – “la famiglia del Mulino Bianco”. Di notte non avevo tempo di pensare ai progetti di devastazione ambientale legalizzata che contribuivo a finanziare col mio lavoro; la mattina dopo dovevo svegliarmi presto per stringere altre mani. Ero fiero di me. La mia vita contribuiva ad aumentare il PIL. Poi, d’un tratto, l’ansia. Fortissima e costante. Era davvero quella la felicità?Edvard-Munch-The-Scream-detail

Edvard Munch, L’Urlo

Ho resistito qualche anno. Come fai a mollare subito quando cresci col mito di Fonzie e degli eroi hollywoodiani? Poi il mio corpo lo ha fatto per me. Attacchi di panico, ipocondria, gastrite, insonnia. Uno dei tanti medici conosciuti nelle mie passeggiate serali (e seriali) al Pronto Soccorso mi disse, in napoletano: “lei non è malato; è solo nu poco filosofo”. La ricetta, secondo lui, era smettere di rimuginare all’ingranaggio di cui facevo parte, alle conseguenze di quel sistema globale fondato sulla rapina e la distruzione delle risorse chiamato sviluppo. “Fottitene! E pigliate ‘na pastiglia” (di ansiolitico). Ci ho pensato un po’ su. Poi ho stracciato la ricetta. All’inizio non è stato facile. Frase fatta, ma è la verità. Il mondo attorno a me indossava o ambiva a indossare lo stesso costume che mi ero tolto. Tutti credevano che mi sarei solo preso un anno sabbatico per tornare poi alla carriera più determinato di prima. Del resto “come fai a vivere senza lavorare?”. In effetti la risposta non ce l’avevo. Non ancora, almeno. Mi limitai a stringere la cinghia, scoprendo che potevo sopravvivere anche senza cambiare l’auto ogni due anni e che col couchsurfing potevo viaggiare (e aiutare altri viaggiatori) senza pagare alberghi. Qualcuno mi disse che stavo facendo Downshifting (letteralmente: scalare la marcia).

Non avendo il lavoro, ero tornato ad appropriarmi del mio tempo. Lo utilizzavo per scrivere racconti e sceneggiature su personaggi che ricercavano se stessi e il proprio ruolo nel mondo. Per scrivere mi documentavo. Fu così che mi capitò per le mani un libro di Maurizio Pallante: La decrescita felice. Dopo tre capitoli mi accorsi che mia madre, nei pranzi di famiglia, cucinava il doppio del necessario; e che, ogni volta che avevo sete, compravo spazzatura a forma di bottiglia con dentro mezzo litro d’acqua del rubinetto. La Decrescita mi fece scoprire che il lavoro – mito della società industriale per il quale si scrivono gli articoli iniziali delle costituzioni – può essere utile sì, ma anche dannoso, e che la crescita economica non è sempre positiva, come dicono al TG. Se cresce il consumo di ansiolitici o di incidenti d’auto sarà positivo per le case farmaceutiche e automobilistiche, ma non per noi e per l’ambiente. A chiarirmi che la critica allo sviluppo era una roba seria e che veniva da lontano, fu un vecchio video su Robert Kennedy, assassinato qualche mese dopo avere pronunciato un celebre discorso sull’inadeguatezza del PIL  come misura del benessere.

Nel frattempo avevo iniziato a lavorare qui e là su cose che mi interessavano: organizzazione di eventi, marketing per una casa editrice, sceneggiatura e regia. Guadagnavo molto di meno ma avevo tempo per viaggiare, leggere, cucinare, andare in bici. Avevo cambiato i miei valori di riferimento. Non potevo più vivere nello stesso mondo. E così lo lasciai. Vendetti la mia auto e partii per la Spagna per fare WWOOF. Da volontario in aziende di agricoltura naturale mi spiegarono che il sistema biologico perfetto, circolare e autorigenerante, è la foresta. Il sistema “permanente” per eccellenza. Per vivere meglio e “permanere” nel mondo l’uomo dovrebbe limitarsi a osservare la natura e progettare i propri insediamenti imitandola. Su una verde collina nel nord dell’Andalusia, la Permacultura aveva fatto capolino nella mia vita.Facendo-wwoofing-in-Andalusia

Facendo wwoofing in Andalusia

Tornato alla base, mi misi a navigare sul web alla ricerca di associazioni, imprese e progetti virtuosi ai quali offrire una mano. Ne trovai tanti. Addirittura realizzai che ci sono intere città che si stanno organizzando per affrontare la Transizione da un modello economico basato sulla disponibilità di petrolio e sulla logica di consumo delle risorse, a un nuovo modello sostenibile, basato sulle energie rinnovabili e caratterizzato da un alto livello di resilienza. Mi accorsi che nessuno di questi progetti virtuosi sarebbe nato se le persone che li avevano promossi non avessero deciso di spogliarsi del loro costume di scena, inseguendo una felicità diversa da quella, artefatta, somministrata a dosi massicce da pubblicità, disinformazione e brutti programmi televisivi. Le persone: ecco quello che mi mancava. Il tassello finale che nessun libro poteva fornirmi. Cominciai a incontrarne parecchie, specie dopo l’inizio della mia collaborazione con Italia che Cambia, che con la sua mappa aveva appena creato una rete di persone in cambiamento e iniziava a raccontare le loro storie. La grande sorpresa fu la scoperta che, per molte di costoro, la spia lampeggiante del malessere che le aveva portate al cambiamento aveva lo stesso, cupo colore della mia: gli attacchi di panico.18676341_10213148274451229_2009560568_o

“Progettare il cambiamento” all’ecovillaggio Tempo di Vivere

Il passo successivo è stato chiedermi quanta gente non abbia ancora il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort per trovare, insieme ad altri potenziali compagni di viaggio, un nuovo equilibrio. Quanta gente è possibile salvare da una sofferenza annunciata semplicemente dandogli la possibilità di incontrare un’alternativa di valori? È nato così “Progettare il Cambiamento”, il percorso formativo che ho ideato per Italia che Cambia.
Tre appuntamenti in diversi ecovillaggi con i massimi esponenti del Cambiamento italiano (fra cui Maurizio Pallante, che coi suoi libri aveva dato inizio a quello mio personale: quale onore lavorare al suo fianco!). E se credete che sia per puro caso che abbiamo inserito nel primo modulo, dal titolo “Il Pensiero del Cambiamento”, materie come Downshifting, Decrescita, Permacultura e Transizione… beh, rileggetevi questo articolo. Saranno una decina d’anni da quando mi sono spogliato del costume di scena. Ora non ho più niente addosso. Dell’uomo felice mi è rimasta la pelle.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/ansia-panico-corpo-chiese-cambiare-vita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La paura del cambiamento spesso è una tigre di carta

Siamo in un periodo in cui, almeno nelle società del primo mondo, non c’è mai stata così tanta ricchezza, tanta opulenza e spreco a tutti i livelli; malgrado ciò, quando si tratta di pensare a cambiamenti in meglio per la propria esistenza, spesso le persone frappongono fra sé e questi cambiamenti mille paure, problematiche e difficoltà.Senza nome

Se fanno un lavoro che odiano, noioso o che non dà loro nulla oltre i soldi,  dicono che non ci sono alternative e inoltre, in tempi di crisi, meglio non fare colpi di testa. Eppure ci sono persone che hanno cambiato il loro lavoro, sono più soddisfatte e realizzate e non sono morte di fame. Magari guadagnano meno, magari non hanno più il famoso posto fisso ma proprio perché hanno affrontato il cambiamento si sentono più salde e si basano maggiormente sulle sicurezze psicologiche che gli possono derivare dall’avercela fatta. Anche perché ogni difficoltà superata ci rende inevitabilmente più forti e consapevoli. Spesso si ritiene che per fare dei cambiamenti si debbano avere a disposizione più o meno grandi quantità di soldi. Ma ci sono persone che hanno fatto cambiamenti senza avere particolari ricchezze o soldi in banca, senza sicurezze, senza paracaduti ma solo con la loro convinzione. E allora in questi casi  si pensa che quelle persone siano chissà quanto forti caratterialmente.  Invece no, sono persone come noi che hanno solo creduto in se stessi un po’ più di noi. Altro argomento/scusa è quello che c’è la famiglia da mantenere ma poi ci sono esempi di chi la famiglia la mantiene lo stesso facendo scelte diverse. Chi addirittura si è licenziato dal posto sicuro, ha iniziato a costruire dei lavori più consoni a quello che voleva fare davvero e contemporaneamente ha deciso di fare dei figli e attualmente né queste persone, né tantomeno i figli sono alla Caritas. Poi c’è la scusa classica, la madre di tutte le scuse: ho il mutuo da pagare. Penso che abbia ucciso più speranze il mutuo da pagare che una qualsiasi epidemia. Il mutuo può rivelarsi la tomba di ogni cambiamento, di fronte a quello finisce tutto, si chiude qualsiasi discorso o possibilità. Ho il sospetto che per molte persone sia una specie di assicurazione a vita per non cambiare mai. Anche perché una volta finito di pagare il mutuo, viste le condizioni da furto che fanno le banche (e che si accettano del tutto consapevolmente), si è così vecchi da riuscire a pianificare al massimo una partita a carte al circolo degli anziani sotto casa. Il mutuo in cambio della vita, non mi sembra un bell’affare.

Questo quadro cela una costante corsa alle (false) sicurezze fatte soprattutto di consumismo che ci  regala vite di stress, di insoddisfazione e ci fa dire che il cambiamento non è possibile, non è attuabile. Ma per molti casi la paura del cambiamento è una tigre di carta, che quando l’hai affrontata e ti accorgi di quello che veramente era, ci rimani anche male.  Ma come, tutta questa paura, tutto questo tempo sprecato e poi era solo un bluff? Ho conosciuto tante persone che avevano soldi, sicurezze di ogni tipo, nessuna difficoltà economica, lamentarsi del loro lavoro e della loro vita e non fare nulla per cambiare, anche se cambiare non determinerebbe nessun particolare contraccolpo dal punto di vista strettamente materiale. Non è quindi necessariamente una questione di soldi o sicurezze materiali, il problema spesso è solo nella nostra testa.

Il bluff, le paure sono in gran parte quelle che crea una società che ci vuole paurosi, incoscienti e possibilmente dormienti anche se facciamo mille cose e soffriamo di insonnia. E’ il perfetto incantesimo in cui ci tengono sedati e ubbidienti, l’importante è che non si decida troppo con la propria testa ma si faccia quello che altri ci dicono che è giusto fare, anche se è contro la nostra libertà interiore, contro le nostre convinzioni, contro la nostra vita. La vittoria completa della società che ci vuole automi, si verifica quando quello che altri hanno deciso che per noi era il meglio, diventa anche quello che pensiamo noi. Ci convinciamo che è giusto fare quello che ci dicono la voce del padrone e la pubblicità. E cerchiamo anche di convincere gli altri e se non fai così sei un estremista, un radicale, un talebano. Al massimo puoi esprimere il tuo essere te stesso comprando il profumo della pubblicità dove si afferma che proprio con quel profumo tu sarei te stesso. Oltre lì  non devi andare, non ti devi spingere, non devi mai pensare di essere veramente te stesso, di decidere secondo i tuoi parametri e non quelli fotocopia di milioni di altre persone. Parametri fotocopia che oltre a farti vivere una vita incolore, stanno portando alla rovina il mondo che abitiamo.

Iniziate a pianificare cambiamenti, di lavoro, di vita ma non per passare ad una ditta che vi fa guadagnare di più, sfruttare gli altri e distruggere l’ambiente. Pianificate il vostro cambiamento per rendere voi e il mondo circostante più sano e saggio e fatelo anche unendovi assieme agli altri perché sarete più forti e potrete affrontare le difficoltà con più possibilità di superarle.

Fonte: ilcambiamento.it

Jamadda, l’ecovillaggio in Giamaica nato dal sogno di un’italiana

Capitata per caso in un paesino sulla costa giamaicana, Ramona vi ha fondato un ecovillaggio in permacultura nel quale visitatori e comunità locale si scambiano esperienze e know-how. Dopo tre anni di iniziative per preservare la cultura locale dal colonialismo economico, Jamadda è diventato una delle più rilevanti avanguardie del cambiamento di tutta l’isola, al punto che è stato scelto dall’ONU per rappresentare la Giamaica alla prossima Conferenza Mondiale del Turismo Sostenibile.

GLI INVERNI AL CALDO

In seguito alla crisi economica del 2008, che aveva causato la riduzione del suo impegno come formatrice e consulente aziendale in Italia, Ramona Bavassano – ligure di nascita e salernitana di adozione – inizia a dedicare i suoi inverni al volontariato in giro per il mondo, supportando progetti etici e rientrando in Italia solo con l’inizio della primavera. Dopo anni di impegno per il Corporate Social Forum in Brasile, per gli zapatisti in Messico, per le donne imprenditrici in India, per un progetto di permacultura in Thailandia e per il SAELAO project in Laos, nel 2012 decide di concedersi una vacanza pura, ossia un viaggio senza scopi ulteriori. Ma il suo incontenibile spirito d’iniziativa avrebbe finito per avere la meglio anche stavolta. È il novembre 2012 e Ramona si trova in Honduras in attesa di attraversare il Mar dei Caraibi in barca a vela. Il giorno prima della partenza, il proprietario della barca che avrebbe dovuto portarla in Colombia tramite il couchsailing viene abbandonato da sua moglie e decide di rinunciare al viaggio. Non avendo altre possibilità di raggiungere la sua meta da lì, Ramona cambia i suoi piani e approfitta dell’unica barca in partenza in quei giorni da quel porto, destinazione Giamaica.

IL PRIMO STEP: WELCOMING VIBES

Arrivata in Giamaica, accetta su couchsurfing l’offerta di ospitalità di Paul, un pescatore di Treasure Beach – sulla costa sud dell’isola – che vorrebbe arrotondare le sue entrate affittando parte della sua casa ai turisti. Appena Ramona lo raggiunge, si rende subito conto delle grandi potenzialità di quel luogo. Decide quindi di affrontare apertamente lo scetticismo dei giamaicani nei confronti delle donne alle prese col lavoro fisico: “se trasformo la tua casa in una guest-house, facciamo diventare il tuo rudere abusivo sulla collina un centro eco-turistico?” Dopo due settimane di ritinteggiature, decorazioni, rifiniture e ammodernamenti in totale autocostruzione (di cui Ramona è un’esperta fin da quando ha ristrutturato un casale in provincia di Salerno facendolo diventare la sua base per 15 anni), la casa nel villaggio è pronta per accogliere i primi tedeschi in visita e lo stupefatto Paul a riconoscerla come socia.

L’inverno successivo Ramona torna in Giamaica determinata a investire parte dei suoi risparmi e sfidare ancora la cultura maschilista del posto. Si diverte quindi a gareggiare con i muratori – che nel frattempo stanno ristrutturando il rudere in collina – nell’uso della motosega e nell’intonacatura. Così, tanto “per dare un’immagine delle donne diversa da quella cui sono abituati”. Poi realizza il primo laboratorio di falegnameria al femminile dell’isola, scambiando la formazione professionale alle donne del villaggio con i mobili da loro stesse realizzati per arredare la casa ormai pronta. Infine, inizia a organizzare cene sociali, corsi di cucina e altri eventi culturali che in breve tempo consacrano quella dimora in collina come il luogo più vivo di Treasure Beach. Nasce così Welcoming Vibes.20160302_103643

JOHN IL RASTA

Man mano che passa il tempo, però, Ramona si rende conto di quanto l’immagine di europea venuta a svernare e a far business nel terzo mondo le stia stretta. E così, fomentata dalla constatazione che, come tutte le colonie economiche statunitensi, la Giamaica abbia perso quasi tutta la sua capacità produttiva per ricorrere all’importazione di qualsiasi tipo di merce, inclusi prodotti alimentari freschi che potrebbero essere coltivati in loco, decide di guardarsi intorno alla ricerca di energie nuove e di progetti con un impatto sociale e ambientale più forte. Ormai diventata celebre nel villaggio, un giorno riceve l’invito a pranzo di John, un architetto collezionista d’antichità laureatosi a New York e tornato poi nel suo paese natio per diventare una sorta di maestro spirituale della cultura rasta. John vive in una zona piuttosto isolata e sta creando nel suo terreno pietroso una piccola riserva botanica con specie vegetali autoctone e una mini-galleria d’arte sulla storia della Giamaica. Incuriosita, Ramona accetta di recarsi a quello che, a tutt’oggi, resta il pranzo più lungo della sua vita. Uscirà da casa di John, difatti, solo 48 ore dopo. Con due novità: un nuovo partner e il sogno di un ecovillaggio nel luogo più bello di Treasure Beach.

IL PROGETTO DI ECOVILLAGGIO

Secondo la migliore tradizione rasta, John è un uomo abituato a misurare il tempo in numeri di boccate a uno spinello d’erba, pratica che – com’è noto – tende però a dilatarlo oltremisura. Tuttavia pare che, alla proposta di Ramona di far sorgere in quel luogo un parco dedicato alla permacultura e al recupero delle tradizioni produttive locali aperto ai visitatori da tutto il mondo, John non abbia avuto bisogno di più di due o tre boccate e di altrettante domande. Tornata alla base, negozia un accordo con Paul. Appena lei avrà formato due ragazze del posto a sostituirla nel lavoro di accoglienza turistica, lui le intesterà un terreno agricolo come buonuscita per il lavoro su Welcoming Vibes. Qualche settimana dopo, Ramona si trasferisce nella casa in cui John vive col più giovane dei suoi cinque figli, pronta per iniziare la sua nuova avventura. Un’avventura tutt’altro che semplice, considerato che la strada per arrivare al terreno di John è praticamente inesistente e realizzarla richiederebbe uno sforzo economico improponibile. In pieno spirito di progettazione permaculturale, Ramona ha però l’idea di trasformare quella minaccia in opportunità. Inizia a decorare il sentiero di piccole farfalle colorate di legno (riciclato dai materiali di scarto per la realizzazione del salone per le attività) e pianta fiori in grado di attrarre le bellissime farfalle endemiche di quel luogo. Quel percorso è ora il “Sentiero delle farfalle”, trekking artistico obbligatorio per chi visita l’ecovillaggio.IMG_0032.jpg

JAMADDA PERMACULTURAL PARK

Tre anni dopo, nonostante il terreno pietroso, la mancanza dei più elementari materiali per l’edilizia, il clima secco e le piogge tutte concentrate in poche settimane l’anno, il Jamadda Permcultural Park è una realtà. Oltre al sentiero di accesso, Ramona e John – con l’aiuto dei volontari che sono passati da lì e il lavoro di manovali locali formati così alla bioedilizia – hanno rimodernato con le loro mani la galleria d’arte e il cottage già esistenti, adeguato la “villa” per l’accoglienza degli ospiti, allestito una sala attività e un laboratorio di artigianato, avviato un sistema di raccolta dell’acqua piovana sui tetti (in un paese in cui perfino le grondaie sono un lusso per pochi) e realizzato le prime aiuole in permacultura a scopo didattico. Dulcis in fundo, hanno creato un sentiero ad hoc per il birdwatching completo di rifugi per volatili, lungo il quale vengono a soggiornare il Doctor Bird – il colibrì con la coda lunga simbolo della Giamaica – e altri uccelli multicolore. Ma non è finita qui. Dal prossimo novembre, il ritorno di Ramona in Giamaica coinciderà con la semina di una piantagione di moringa, pianta tropicale edibile dalle innumerevoli proprietà, la promozione di un Presidio Slow Food per preservare le piante di pimento e ackee dalla sparizione e l’attivazione di una banca dei semi per proteggere la biodiversità e ovviare alla carenza di semi autoctoni. La stragrande maggioranza dei prodotti agricoli consumati in loco, infatti, è importata dagli USA e la residua produzione proviene da semi OGM sterili che costringono i pochi contadini rimasti a costi di produzione elevatissimi (un fascio di lattuga arriva a costare come da noi il formaggio) per coltivare specie che non hanno nulla a che vedere con le tradizioni locali.the-amazing-jamadda-team

Il team di Jamadda


GUERRIGLIA CULTURALE

A questo proposito, Ramona non usa mezzi termini. Lei ha già dichiarato guerra all’imbarbarimento culturale dell’isola. Poiché le ragazze del luogo non possono andare in spiaggia senza essere considerate facili, ogni anno organizza un laboratorio di costruzione di lettini da sole, permettendo alle partecipanti di accedere alla spiaggia per ragioni “lecite”. Per non parlare della raccolta di documentari per far partire l’unico cinema di tutta la Giamaica che ha lo scopo di sensibilizzare alla possibilità del cambiamento; del mercatino per artisti e artigiani della provincia; dei laboratori per l’autoproduzione di sciroppi, frutta essiccata, erbe e aromi, che lancerà il prossimo inverno con lo scopo di favorire la nascita di microimprese in grado di sostituire con leccornie locali i costosi prodotti industriali importati. Per continuare a promuovere e ispirare il cambiamento, fondamentali sono anche le partnership che Ramona e John stanno innescando. Insieme con altre tre fattorie biologiche da poco sorte ai quattro lati dell’isola – anch’esse su iniziativa di forestieri che hanno cambiato vita e di giamaicani di ritorno – Jamadda ha infatti promosso la nascita di una rete degli agricoltori naturali giamaicani che avrà il compito di promuovere la permacultura in tutto il Paese. È inoltre in dirittura d’arrivo l’accordo per l’attivazione, presso l’ecovillaggio, di un campo annuale della nota Rumundu Summer school per innovatori sociali.20160306_140759

IL RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE

Insomma, c’è ancora molta strada da fare, spesso in salita, ma il lavoro compiuto sta già portando diversi frutti. Il progetto inizia a essere non soltanto conosciuto, ma anche riconosciuto come modello replicabile in altre zone del Paese e, più in generale, del terzo mondo. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che Ramona Bavassano rappresenterà la Giamaica alla prossima Conferenza Mondiale del Turismo Sostenibile (UNWTO Conference), che si svolgerà dal 27 al 29 novembre 2017 a Montego Bay. La candidatura di Jamadda è stata accettata dall’ONU in quanto propone soluzioni per creare lavoro nelle regioni rurali attraverso l’avvio di uno spazio internazionale di co-working, co-living e fab-lab dove i viaggiatori dei paesi sviluppati possono scambiare l’esperienza di una vacanza residenziale in luoghi ameni con la divulgazione di esperienze professionali e know-how maturati nel primo mondo (con un approccio peer2peer invece della classica mediazione post-colonialista). Lo scopo è di offrire ai visitatori la possibilità di una vacanza intelligente e davvero utile per il paese ospitante (o addirittura una possibilità per mollare tutto e cambiare vita) e proporre alle comunità locali un’occasione di crescita culturale e imprenditoriale nella direzione di una maggiore indipendenza economica e della promozione di progetti in grado di contribuire al raggiungimento dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile  promossi dall’ONU.

Volontari e persone in cambiamento, sempre benvenuti a Jamadda, possono contattare Ramona scrivendo a jamadda.jamaica@gmail.com.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/jamadda-ecovillaggio-giamaica-sogno-italiana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’antropologa: «Impariamo dalle culture che rispettano la natura»

Come si può vivere cambiando paradigma e modificando il nostro quotidiano per mettere un freno al consumismo e allo sfruttamento di risorse che ci sta condannando a morte? Può essere utile guardare ad altre culture che hanno mantenuto un legame più stretto con la natura? Ne parliamo con Federica Giunta, antropologa ambientale.Senza nome

 

 

 

 

 

 

Nelle società capitaliste sembra aumentare sempre di più la distanza tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Le società sembrano muoversi, andare avanti o “correre”, come si dice quando ci si esalta perorando la causa della necessità della crescita,  indifferenti o ignare della distanza tra il consumo sempre maggiore e le risorse che quel consumo dovrebbero sostenere. Per molti, considerati i più sensibili al problema, è fondamentale e urgente uno sviluppo sostenibile. Tuttavia, c’è chi crede che questo sia solo una bella favola che qualcuno continua a raccontarci e che uno sviluppo davvero sostenibile non esista perché basato su un fondamentale squilibrio tra chi di quello sviluppo gode e chi lo deve, molto lontano da noi, sostenere. A carissimo prezzo. Le questioni che si aprono e le domande che si pongono in questo ambito sono moltissime e complesse. Ne parliamo con Federica Giunta, antropologa culturale, specializzata in Antropologia ambientale e attivista per i diritti umani e della natura. Ha svolto ricerche in Asia, Africa e, attualmente in America Latina dove studia e supporta comunità indigene e rurali in lotta per la salvaguardia socio-territoriale. È membro dell’organizzazione ecuadoriana Clínica Ambiental-Acción Ecologica e attualmente impegnata alla frontiera fra Turchia e Siria in un progetto di sensibilizzazione ambientale in un centro di accoglienza per profughi afgani e siriani.

Di che cosa si occupa un’antropologa ambientale?

Un’antropologa ambientale studia le relazioni fra gli esseri umani e l’ambiente che li circonda, cercando di interpretare le dinamiche che sostengono questa relazione e di comparare le differenti tecniche adattative dei membri di una determinata società all’ambiente. Personalmente ho sempre provato a lavorare in contesti rurali ed indigeni così da rendere visibile, attraverso le mie ricerche e le mie lotte sociali, quella differenza fondamentale fra le società dove gli esseri umani ancora vivono in forte interdipendenza con il territorio che li accoglie e quelle in cui dinamiche capitaliste e di sfruttamento hanno allontanato questi due mondi. Gli interessi di un’antropologa ambientale possono comprendere questioni legate alla giustizia e all’accessibilità delle varie comunità alle risorse naturali e alla gestione dei beni comuni. Si tiene, inoltre, sempre presente la valutazione di nuove forme di stratificazione e disuguaglianza legate alla mercificazione e a vari aspetti dell’economia liberista, sviluppando nuovi modi di pensare alle interdipendenze. Si dettagliano, infine, le traiettorie storiche (tra cui il colonialismo, il capitalismo, l’imperialismo) che modellano le opinioni contemporanee a livello locale e globale.

Quando è nata l’antropologia ambientale?

L’antropologia ambientale è nata negli anni settanta, subito dopo la formazione di movimenti ambientalisti, di protesta e di sensibilizzazione rispetto a tematiche legate alla salvaguardia ambientale. Con l’aumento dei movimenti ambientali e dei paradigmi ecologici del XX secolo, anche gli antropologi hanno adottato nuove prospettive. Infatti l’antropologia ambientale è nata in concomitanza con un’altra disciplina, l’antropologia della crisi, nel momento in cui ci si è resi conto che la crisi dovuta alla contaminazione e alle pratiche di sfruttamento estremo della natura coinvolgeva anche la vita delle società in qualsiasi latitudine. Antropologia della crisi e antropologia ambientale sono nate insieme e sono relazionate in modo stretto perché nel momento in cui una struttura culturale affronta una criticità ambientale deve affrontare una serie di crisi sistemiche interconnesse. Questo ha fatto nascere il desiderio e la necessità di capire quelle dinamiche.

Antropologia della crisi?

Sì, si chiama esattamente così. Il prodursi di una crisi determina, infatti, un momento di perturbazione che tende a determinare un’incertezza strutturale, come può essere quello di una formazione sociale o di una dinamica eco-sistemica. Ed è per questo che questa disciplina si trova in stretta relazione con l’antropologia ambientale: dal momento in cui una società: si trova ad affrontare una criticità ambientale deve confrontarsi anche con una serie di problemi correlati, come lacerazioni del tessuto sociale e contaminazioni delle risorse naturali.

Può farci un esempio?

Prendiamo l’estrattivismo come pratica umana che coinvolge con pesanti ripercussioni la dimensione territoriale. Creare un sistema estrattivo non significa solamente l’azione meccanica di estrazione, che possa essere petrolifera o mineraria. Estrarre significa creare una geografia, ambientale ed umana, che va a cambiare il territorio che ci circonda attraverso la creazione di strade di collegamento in zone naturali spesso incontaminate; creare immigrazione di lavoratori e tecnici che provengono dall’altra parte del mondo (per esempio cinesi o nordamericani in Sudamerica); significa introdurre non solo qualcosa di alieno in un contesto culturale e ambientale, che in un mondo globalizzato è sempre più usuale, ma sfruttare ed abusare di un sistema naturale e sociale senza consulta previa o attenzione verso le realtà locali. Le azioni che si attuano sul territorio determinano danni anche in ambito culturale e le problematiche e crisi ambientali hanno effetti nocivi sempre di più sugli aspetti della formazione e interazione sociale. Da qui nasce l’antropologia ambientale.

Lei dice che l’antropologia dell’ambiente e quella dell’ambientalismo sono due cose diverse. Qual è la differenza?

La differenza è che l’antropologia dell’ambiente è lo studio delle interazioni fra esseri umani e ambiente circostante, mentre quella dell’ambientalismo, nata negli anni Sessanta, si basa sull’analisi delle formazioni sociali di protesta contro contaminazioni ambientali e di movimenti critici nei confronti di un sistema economico che ha iniziato a creare “crisi ambientali”. Kay Milton, una delle più importanti antropologhe ad aver analizzato l’ambientalismo, si chiede come mai gli esseri umani si possano dividere fra chi si batte in difesa dell’ambiente e chi non si cura di questo, sfruttandolo e contaminandolo. Nonostante non si riesca ad arrivare a nessuna conclusione, in alcune parti la Milton parla di un approccio emozionale alle questioni ambientali, basandosi su studi che parlano di una romanticizzazione della natura, anche se secondo me potrebbe essere un errore, portare qualcosa di politico sul piano dell’emozionalità personale.

Che cosa si intende per cultura?

In questo mondo dominato da dinamiche di globalizzazione, migrazioni e crisi è difficile dare una definizione. Se si pensa all’antropologia questa è una disciplina che nasce dalla constatazione che la specie umana è una specie sociale, che si basa cioè sulle relazioni che intercorrono fra individui e sulla loro creazione di strutture sociali e fatti sociali, che persistono o mutano. La cultura potrebbe definirsi come un sistema di credenze e valori condivisi, comportamenti e oggetti materiali che i membri di una società utilizzano per affrontare il proprio mondo e per affrontare il rapporto interpersonale, e che vengono trasmessi da generazione in generazione attraverso la trasmissione e l’apprendimento.

Possiamo dire che è tutto ciò che non è natura?

Non direi, proprio perché secondo me è errato creare una divisione così netta fra i concetti di natura e cultura, che in realtà, proprio per superare le numerose crisi ambientali che stiamo vivendo, dovrebbero essere riavvicinati e messi in dialogo fra di essi. È infatti l’ambiente naturale che determina le caratteristiche proprie di una determinata cultura, le sue dinamiche di adattamento e distribuzione, le sue forme di parentela e le sue cosmogonie. Dall’altro lato la cultura formatasi, per l’antropologia ecologica, è stata vista conseguentemente come mezzo di adattamento ambientale delle popolazioni umane. Sulla base di una tale teoria, gli antropologi ecologici si sono concentrati su come gli aspetti del comportamento culturale mantengano equilibrio o “homeostasi” nei rapporti tra un gruppo locale e le sue risorse ambientali e promuovano così la sua sopravvivenza a lungo termine.

Quando è iniziato il distacco tra uomo e natura? Qual è la differenza tra l’uomo e gli altri animali?

C’è la descrizione quantitativa e biologica che parla di pollice opponibile, postura eretta, la struttura del cranio, ecc. C’è però una teoria interessante. L’uomo, sarebbe un animale biologicamente incompleto, come riferisce l’antropologo tedesco Arnold Il Gehlen, tesi supportata per esempio anche da Remotti e Speranza. Le sue caratteristiche non sono adeguate a livello fisico e istintuale e non gli permettono di sopravvivere in contesti territoriali apparentemente avversi alla sua permanenza. La creazione di strumenti “culturali” ha permesso quindi all’uomo di adattarsi: è infatti l’unica specie che troviamo a tutte le latitudini. La sua inadeguatezza fisica è stata compensata dalla capacità di creare cultura, cioè tutti quegli elementi prodotti artificialmente come il linguaggio, gli utensili, la conoscenza tecnica, le tradizioni, le istituzioni, etc. atti a modificare a proprio vantaggio le condizioni d’esistenza. Molti antropologi danno questa interpretazione. La maggior parte degli animali sono intelligenti, probabilmente anche più degli esseri umani, ma in maniera differente. Si pensi al linguaggio, per esempio.

Però anche gli altri animali comunicano.

Sì, ma si tratta di un suono. L’uomo ha creato un linguaggio articolato e che può essere simbolico. Se articolo qualcosa, costruisco e posso ricordare ed è da questo momento che posso iniziare a mettere insieme immagini, simboli, fatti, a ricordarli e a dar loro una struttura. L’essere umano è l’unico che si autopercepisca e racconti una storia che è frutto di una memoria personale che poi, in una formazione culturale, diviene collettiva. E’ capace di percepire un io e di conseguenza un ego, un individualismo e un egocentrismo che porta poi a desiderare per sé. Forse proprio da qui questa tendenza di allontanarsi dal naturale, esacerbata nella modernità dal momento in cui la dipendenza dalle risorse naturali non è più così diretta.

Se l’uomo è così intelligente come mai non riesce a percepire i pericoli cui sta andando incontro?

Il punto non è che l’uomo è “così” intelligente. Il punto è che ha un tipo di intelligenza differente dagli altri animali (quindi differenza qualitativa e non quantitativa). Nella società in cui viviamo noi credo si sia esacerbata la dinamica di individualismo ed egocentrismo che non permette di valutare una visione d’insieme che quindi ci collochi in un territorio, in un contesto “mondo”. Questo crea una forte inconsapevolezza rispetto a quanto le nostre azioni influenzino l’ambiente a livello macroscopico e a quanto la salvaguardia della natura possa essere di beneficio ad ognuno di noi, come parte di una collettività. Infatti, nel momento in cui ci siamo affidati ad una logica capitalista in cui la natura viene depredata, siamo arrivati ad una alienazione totale non solo come esseri umani ma anche nei confronti della natura.

Che cos’è l’intelligenza?

Il discorso sarebbe lunghissimo ma molto in breve è la capacità di adattamento dell’essere umano. Nonostante questo, se riportiamo questa capacità ad un discorso contemporaneo e critico nei confronti del sistema capitalista, credo che stia diventando sempre più difficile per noi sostenere i cambiamenti (erroneamente chiamati sviluppo!) di cui siamo responsabili. Pensiamo alle malattie alle epidemie, ad esempio la malaria o il colera o l’aids, sempre più connesse con dinamiche contemporanee ed acutizzati da un deterioramento socio-ambientale. La nostra “intelligenza” dovrebbe quindi suggerirci di politicizzare la lotta alle varie crisi ambientali, smettendola di relegarla solamente ad una questione individuale.

Le popolazioni indigene e incontattate vivono in equilibrio col territorio?

Nella maggior parte dei casi sì, dal momento in cui la loro vita dipende strettamente dal contesto territoriale e delle risorse che la natura può offrire loro per vivere. Nel contesto ecuadoriano in cui ho lavorato quest’anno si ha ancora la presenza di popolazioni indigene incontattate. Sfortunatamente devono ridisegnare costantemente i loro confini dal momento in cui sono costretti a sfuggire a dinamiche di sfruttamento capitalista delle risorse naturali, sia questo il petrolio, il legname o il caucciù. In questi casi delicati non bisogna romanticizzare troppo la visione delle popolazioni indigene, anzi bisogna rivendicare con loro un loro territorio e la dignità della loro espressione culturale. Non condivido molto l’ecologia emozionale e per questo credo che sia molto importante la conservazione. E’, tuttavia, necessario fare attenzione a trasformarla in segregazione (per esempio attraverso la costruzione di parchi naturali dove far vivere le comunità indigene). Ho conosciuto popolazioni che ancora non fanno uso del denaro e non fanno parte dell’economia neoliberista. Queste popolazioni sono riuscite a mantenere un approccio egalitario nei confronti della natura, anche attraverso conoscenze ancestrali che permettono loro di “preservarsi”: per esempio la visione e l’uso dell’acqua o dei beni comuni. I loro miti sono strettamente correlati con la natura: l’acqua per esempio è spesso associata ad una delle divinità più importanti di molti pantheon di differenti comunità, perché si è consapevoli della sua vitale importanza e che non si può contare su strumenti meccanici o scientifici per depurarla o ricrearla: si deve solo ascoltare e salvaguardare. Credo così che un problema delle società capitaliste sia proprio che la distanza tra consumo e risorse sia sempre più grande.

Raccontare e fare testimonianza sui limiti delle risorse è utile? Molti negano che esse possano finire. Gli ambientalisti sono destinati ad essere le “Cassandre” della situazione?

Credo che faccia comodo etichettare gli ambientalisti come allarmisti o catastrofisti, soprattutto a chi si sente che agire non gli competa perché le ripercussioni sulla sua vita non sono poi così ingenti. Inoltre, pensiamo sempre di non avere la responsabilità diretta sul nostro ambiente o che le crisi ambientali siano lontane, ben oltre il nostro giardinetto (da vedere il movimento NIMBY). Questo è vero soprattutto perché attraverso il colonialismo abbiamo obbligato altre nazioni e comunità, ben lontane dall’Italia, a farsi carico di processi estrattivi, trasformativi, produttivi e di smaltimento altamente contaminanti. Qui si pensa erroneamente che solo delegando i politici e relegando le responsabilità alle istituzioni si stia agendo a favore della salvaguardia del nostro territorio.

Lei è ottimista o pessimista sul futuro che ci aspetta?

Personalmente penso che si vada incontro ad un collasso della struttura sociale esistente ma sono per natura un’ottimista e credo che possiamo ancora ristabilire dinamiche che riportino equilibrio nel rapporto fra essere umano e ambiente, soprattutto se ci si organizza attraverso una costruzione sociale di partecipazione attiva comunitaria. Dobbiamo svegliarci e muoverci adesso, smettere di lamentarci e fare qualcosa di concreto e coraggioso, senza rimandare le responsabilità ad altri.

Che cosa si deve fare, in concreto?

Smetterla di delegare ad altri ed agire.Vivo in America Latina e, probabilmente per le forti crisi ambientali causate per esempio dall’estrattivismo, ho incontrato movimenti sociali più attivi, singoli individui più coinvolti, forse perché ancora impregnati di speranza, con una visione meno cinica della questione. La speranza porta ad agire, porta a sviluppare azioni concrete di intere comunità, di movimenti dal basso che possono determinarsi e quindi riappropriarsi dei processi decisionali.

Cosa pensa dello sviluppo sostenibile?

Penso che non esista. E’ un ossimoro. Il concetto stesso di sviluppo attuato da una società capitalista e colonialista non può dirsi sostenibile, se non per quella stessa società. Perché in fondo a discapito di chi lo stiamo effettuando? Per chi questo sviluppo risulta sostenibile? La nostra società lo perpetua, però sono altre società che realmente lo “sostengono”, società spesso discriminate e sfruttate proprio in nome dello sviluppo di qualcuno ben lontano da loro. Si dovrebbe rivedere la nostra proiezione del futuro non in maniera lineare ma circolare, dall’estrazione e trasformazione delle materie prime alla gestione degli scarti che queste producono. Ormai abbiamo capito che il solo sviluppo non è sostenibile per nessuno: né per noi né per l’ambiente.

Si dice che il capitalismo sia il problema. E questo sembra un modo per chiamarsi fuori dalla questione, come se non dipendesse da noi.

Il problema non è solamente il sistema capitalistico ma che tutti noi ormai lo attuiamo attraverso atteggiamenti e dinamiche capitaliste, adattando le nostre vite e i nostri bisogni a necessità innecessarie. Per me non può esistere un ambientalista che non si definisca anche anticapitalista. E non basta più solamente definirsi: si deve andare oltre l’apparenza e rivoluzionare le nostre vite, i nostri circuiti sociali, il nostro sistema economico. È importante infatti che l’indignazione per le problematiche moderne (si pensi all’immigrazione o al dilagante maschilismo) ci porti ad unirci e a creare la necessità di formare movimenti sociali che vadano oltre le nostre buone azioni quotidiane individuali ed individualiste.

Fonte: ilcambiamento.it

Energia, trasporti e clima, IEA: senza un cambiamento forte non c’è futuro

Secondo la International Energy Agency solo veicoli elettrici, accumulo energetico, fotovoltaico ed eolico crescono al ritmo giusto per limitare i cambiamenti climatici.http _media.ecoblog.it_0_0f0_energia-clima-trasporti-iea

L’ultimo report Energy Technology Perspectives 2017 della IEA, la International Energy Agency, fa il punto sullo sviluppo delle tecnologie green che ci dovrebbero permettere di limitare fortemente l’aumento della temperatura globale e i conseguenti cambiamenti climatici. Secondo l’agenzia solo in tre aree su 26 in totale il mondo è sufficientemente avanti, sia nella tecnologia che nell’implementazione pratica, per evitare che si superino i 2 gradi centigradi di aumento delle temperature globali entro il 2025. Queste tre aree sono: auto elettriche, energy storage (cioè l’accumulo di energia, in batterie di vario tipo) e l’area formata dalla coppia di energie rinnovabili elettriche del solare fotovoltaico e dell’eolico on shore.

Tutto il resto è preoccupantemente indietro, come mostra l’infografica IEA:http _media.ecoblog.it_a_a6c_iea-aree-sviluppo-tecnologie-verdi

Si nota facilmente che le bioenergie, il solare a concentrazione, l’energia dalle onde marine e quella geotermica sono nettamente indietro rispetto agli obiettivi. Stessa cosa vale per il risparmio energetico negli edifici, nella cattura e stoccaggio della CO2, nella diminuzione delle centrali a carbone, nell’efficienza delle spedizioni internazionali, nelle rinnovabili termiche e nei biocarburanti per i trasporti. Per quanto riguarda le auto elettriche, secondo la IEA, i veicoli verdi circolanti nel 2016 sono saliti a 2 milioni nel mondo. Il trend di crescita è positivo, ma il totale dei veicoli elettrici è ancora troppo basso. Con i ritmi di crescita attuali le auto elettriche aumenteranno di numero di 28 volte entro il 2030, se verranno rispettati gli impegni di Parigi sul clima. Per restare entro i 2 gradi di aumento delle temperature serviranno 160 milioni di veicoli elettrici, per scendere sotto i 2 gradi ne serviranno 200 milioni fino ad arrivare al 90% di auto elettriche entro il 2060. La IEA non perde l’occasione per ribadire che per raggiungere questi obiettivi saranno necessari enormi investimenti in tecnologia e infrastrutture (basti pensare alla diffusione delle colonnine elettriche super veloci) e un chiaro e duraturo impegno politico, che punti anche sul trasporto pubblico collettivo.

Credit foto: IEA

Fonte: ecoblog.it

Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.9541-10298

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

Fonte: ilcambiamento.it

Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.orti

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

fonte: ilcambiamento.it