Energia, trasporti e clima, IEA: senza un cambiamento forte non c’è futuro

Secondo la International Energy Agency solo veicoli elettrici, accumulo energetico, fotovoltaico ed eolico crescono al ritmo giusto per limitare i cambiamenti climatici.http _media.ecoblog.it_0_0f0_energia-clima-trasporti-iea

L’ultimo report Energy Technology Perspectives 2017 della IEA, la International Energy Agency, fa il punto sullo sviluppo delle tecnologie green che ci dovrebbero permettere di limitare fortemente l’aumento della temperatura globale e i conseguenti cambiamenti climatici. Secondo l’agenzia solo in tre aree su 26 in totale il mondo è sufficientemente avanti, sia nella tecnologia che nell’implementazione pratica, per evitare che si superino i 2 gradi centigradi di aumento delle temperature globali entro il 2025. Queste tre aree sono: auto elettriche, energy storage (cioè l’accumulo di energia, in batterie di vario tipo) e l’area formata dalla coppia di energie rinnovabili elettriche del solare fotovoltaico e dell’eolico on shore.

Tutto il resto è preoccupantemente indietro, come mostra l’infografica IEA:http _media.ecoblog.it_a_a6c_iea-aree-sviluppo-tecnologie-verdi

Si nota facilmente che le bioenergie, il solare a concentrazione, l’energia dalle onde marine e quella geotermica sono nettamente indietro rispetto agli obiettivi. Stessa cosa vale per il risparmio energetico negli edifici, nella cattura e stoccaggio della CO2, nella diminuzione delle centrali a carbone, nell’efficienza delle spedizioni internazionali, nelle rinnovabili termiche e nei biocarburanti per i trasporti. Per quanto riguarda le auto elettriche, secondo la IEA, i veicoli verdi circolanti nel 2016 sono saliti a 2 milioni nel mondo. Il trend di crescita è positivo, ma il totale dei veicoli elettrici è ancora troppo basso. Con i ritmi di crescita attuali le auto elettriche aumenteranno di numero di 28 volte entro il 2030, se verranno rispettati gli impegni di Parigi sul clima. Per restare entro i 2 gradi di aumento delle temperature serviranno 160 milioni di veicoli elettrici, per scendere sotto i 2 gradi ne serviranno 200 milioni fino ad arrivare al 90% di auto elettriche entro il 2060. La IEA non perde l’occasione per ribadire che per raggiungere questi obiettivi saranno necessari enormi investimenti in tecnologia e infrastrutture (basti pensare alla diffusione delle colonnine elettriche super veloci) e un chiaro e duraturo impegno politico, che punti anche sul trasporto pubblico collettivo.

Credit foto: IEA

Fonte: ecoblog.it

Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.9541-10298

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

Fonte: ilcambiamento.it

Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.orti

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

fonte: ilcambiamento.it

 

 

Dalla lotta alla corruzione “Riparte il Futuro”

Riparte il Futuro è una campagna nata tre anni fa allo scopo di combattere la corruzione in Italia e fare informazione su quali sono i reali costi di questo fenomeno. Il suo impatto è passato presto dal digitale al reale: dopo aver raggiunto un milione di firmatari, Riparte il Futuro ha ottenuto numerosi successi su temi legislativi fondamentali riguardanti la trasparenza e la libertà di accesso ai dati. Priscilla Robledo, Project Manager di Riparte il Futuro, ci racconta la nascita e gli sviluppi del progetto. A pochi giorni dalle nutrite manifestazioni contro le mafie promosse dall’associazione Libera  da Locri (RC) a Milano, vi regaliamo questa bella intervista che abbiamo realizzato con Priscilla Robledo, Project Manager di Riparte il Futuro, una ONG di persone che hanno deciso di combattere la corruzione della Pubblica Amministrazione, grazie alla pressione popolare.

Cos’è “Riparte il futuro” e chi sono i suoi fondatori?

Riparte il Futuro nasce nel 2013 come campagna digitale di Libera del Gruppo Abele contro la corruzione e così facendo ha lavorato negli ultimi 3 anni cercando di spiegare la corruzione ai cittadini italiani in modo semplice, ma rigoroso. Ha già articolato diverse campagne di lotta alla corruzione in Italia. Nell’aprile dello scorso anno ci siamo separati da Libera e abbiamo creato una realtà indipendente, così Libera continua a lavorare contro la mafia nel modo eccellente in cui ha sempre fatto e noi invece ci possiamo concentrare sulla lotta alla corruzione con una realtà associativa indipendente.

Lavoriamo per campagne, quindi identifichiamo alcuni settori di intervento con la partecipazione dei cittadini italiani e con i numeri del consenso che riusciamo ad ottenere andiamo dai decisori pubblici e facciamo pressione affinché possiamo ottenere quello che vogliamo. Nel corso degli anni abbiamo raggiunto oltre 1.180.000 firmatari delle nostre petizioni e quindi abbiamo una comunità digitale numerosa e molto attiva.  Il nostro compito è quello di rendere evidenti, semplici e chiare le nostre richieste e ovviamente premere sempre perché i decisori pubblici ci ascoltino. Nel corso degli anni abbiamo raggiunto diversi risultati e il motivo per cui li abbiamo raggiunti ha anche a che vedere con il fatto che lavoriamo in partnership con diverse realtà della società civile organizzata, in particolare molte associazioni che si occupano di trasparenza nella Pubblica Amministrazione (PA) come: Open Polis, Diritto di Sapere, Cittadini Reattivi, Movimento Consumatori. Il nostro partner su molte campagne è Transparency International, un’organizzazione che si occupa di lotta alla corruzione e quindi, avendo una missione comune, spesso e volentieri uniamo le forze.1009733_572601162791832_2086111430_n

Perché combattere la corruzione conviene a tutti?

Combattere la corruzione conviene a tutti perché la corruzione alza il prezzo dei servizi pubblici per tutti noi cittadini, gonfia il costo delle opere pubbliche strategiche per il paese che paghiamo con le tasse e non solo, fa anche sì che le opere pubbliche stesse siano di qualità scadente. Oltretutto la corruzione mina la credibilità dell’Italia anche sulla scena internazionale e quindi per esempio impedisce che l’Italia possa ricevere la stessa quantità di investimenti stranieri che ricevono altre economie. Noi riteniamo che la corruzione sia la madre della disoccupazione e in particolare della disoccupazione giovanile, proprio perché impedendo un flusso di capitale nuovo di investimenti stranieri, non permette che si crei nuova occupazione in questo paese. L’Italia non è neppure fra i primi 20 paesi in Europa che creano occupazione grazie agli investimenti stranieri e la disoccupazione giovanile è al 40% ! Questo ci dimostra che la corruzione crea dei problemi oggi, ma anche domani, per il futuro delle persone come me, che sono i giovani di oggi, e il futuro di questo paese.

Chi sono i whistleblowers? Parlaci della vostra campagna

I whistleblower sono “coloro che soffiano nel fischietto” per informare la collettività che qualcosa non va nel verso giusto, in altri termini sono i dipendenti/collaboratori/consulenti di un’azienda che denunciano, nell’interesse pubblico, un illecito di cui sono testimoni sul luogo di lavoro. C’è bisogno di una campagna a tutela dei whistleblower perché ad oggi in Italia non c’è una legge che li protegga; attualmente i whistleblower subiscono discriminazioni come demansionamento, mobbing o licenziamento. Ricordiamoci però cosa fanno di buono per il paese: denunciano frodi che danneggiano l’intera collettività! Se c’è ad esempio un’azienda che fornisce cibo scaduto, io lo voglio sapere, nell’interesse della fede pubblica! E se c’è qualcuno che ha il coraggio di dirlo, pagando in prima persona, io Priscilla di Riparte il Futuro lo ringrazio, ma voglio che sia lo Stato stesso a ringraziarlo con una legge su misura per la sua tutela, che al momento però non esiste nel nostro paese. La campagna che abbiamo lanciato insieme a Trasparency International nel luglio del 2016, ha superato le 50.000 firme, ma c’è bisogno di molte più firme e lancio qui un appello per firmare la nostra petizione, ma devo dire che già con le firme che abbiamo ottenuto, abbiamo potuto fare pressione al Senato, che è il destinatario della nostra petizione, affinché discuta al più presto e approvi la legge che attualmente è in Commissione Affari Costituzionali del Senato. Nella legge devono assolutamente essere contenuti due aspetti che l’attuale disegno di legge non prevede, che sono: l’estensione al settore privato e in secondo luogo il fondo economico a sostegno dei segnalanti, che oltre a rischiare di perdere il lavoro potrebbero dover affrontare ingenti spese legali ed anche problemi di natura psicologica, perché spesso sono vittime di mobbing e ritorsioni sul luogo di lavoro.17362938_1416860618365878_7489035068499320345_n

Una delle vostre campagne principali è stata quella del “FOIA”, spiegaci cos’è

Il “FOIA” è il Freedom of Information Act, tradotto in italiano è la Legge sulla Libertà del Diritto all’Informazione ed è una legge bellissima, perché in base ad essa ciascun cittadino ha il diritto di ottenere dalla PA qualsiasi tipo di informazione desideri. Quindi non deve avere un interesse specifico, come succedeva prima dell’entrata in vigore di questa legge, ma può essere un cittadino qualunque e la PA ha il dovere di dargli quell’informazione. Questa è la regola. Ci sono delle eccezioni, ma la rivoluzione copernicana che il FOIA ha introdotto in questo paese è che la regola è che gli atti, le informazioni, i dati, qualunque cosa in seno alla PA dev’essere di dominio di tutti e ogni cittadino ha il diritto di accedervi. Quindi è chiaramente una legge che sposta il rapporto di forza fra il cittadino e la PA. L’altra cosa bellissima di questa legge sulla libertà dell’informazione è che la società civile italiana si è riunita nella coalizione “FOIA 4 Italy”  e in due anni di campagna è riuscita a ottenere modifiche importanti sul testo della legge; perché il testo iniziale del FOIA prevedeva una serie di eccezioni che a nostro parere erano insufficienti a garantire una vera libertà dell’accesso ai dati e alle informazioni della PA. Tramite la coalizione FOIA 4 Italy il testo della legge è cambiato drasticamente.

Ciononostante ci sono ancora diverse eccezioni che ci preoccupano, prima fra tutte l’eccezione sul “diritto alla riservatezza”, che è un po’ usata come spada di Damocle in questo paese. Quindi la privacy è sicuramente un aspetto. Un altro aspetto riguarda quali sono le PA a cui si applica. A nostro avviso si dovrebbe applicare anche a tutte le partecipate per esempio, che in Italia dovrebbero essere più di 7.000, ma in realtà è un numero che nessuno conosce con esattezza. Chiaramente in pancia alle partecipate ci sono informazioni di interesse pubblico, perché le partecipate funzionano con il denaro pubblico, e quindi dovrebbero essere soggette al FOIA, ma questo appunto è uno degli aspetti controversi: staremo a vedere quali partecipate risponderanno positivamente e quali no. Perché il vantaggio del FOIA non è solo l’ottenimento dell’informazione, ma il fatto che io con quell’informazione posso fare qualcosa per cambiare in meglio l’amministrazione della cosa pubblica ed esprimere una mia obiezione su come i soldi pubblici vengono impiegati.

La vostra campagna per chiedere la cessazione del vitalizio agli ex-parlamentari condannati per mafia e corruzione con oltre mezzo milione di adesioni è diventata la più vasta mobilitazione digitale mai organizzata in Italia, com’è andata a finire?

Già, pensa che con questi numeri avremmo potuto chiedere un referendum! È andata a finire bene, visto che l’abbiamo vinta ottenendo la delibera dal Parlamento che toglie il vitalizio agli ex-parlamentari condannati e questa vittoria l’abbiamo ottenuta lo stesso giorno in cui Riparte il Futuro raggiungeva un milione di firmatari! Quindi quel giorno di maggio del 2015 è stato davvero un bel giorno per noi! Ad oggi si contano 24 ex-parlamentari che non ricevono più il vitalizio, fra cui Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Marcello dell’Utri ed altri.10375_483318485053434_796570317_n

Come hanno reagito finora le istituzioni?

Riparte il Futuro all’inizio della sua esperienza ha portato oltre 300 parlamentari con i “braccialetti bianchi” ad impegnarsi nella lotta contro la corruzione in Parlamento e un anno dopo gli stessi parlamentari hanno approvato un pacchetto di norme contro la corruzione, quindi la risposta delle istituzioni c’è! C’è perché noi abbiamo dietro la forza dei numeri e i nostri rappresentanti politici sono molto sensibili a questo tipo di pressione. Quindi, tengo a sottolineare che Riparte il Futuro non è un partito e non lo sarà mai, ma nel nostro attivismo dobbiamo necessariamente porci in modo costruttivo rispetto alla PA e stiamo ottenendo degli ottimi risultati in tal senso.  Inoltre soprattutto nell’ultimo anno di lavoro, diverse amministrazioni ci hanno chiesto di aiutarle nello sviluppo e nell’implementazione di strumenti digitali di trasparenza e partecipazione, come il Comune di Milano, quello di Roma, il Ministero della PA e Semplificazione. Essendo quindi riconosciuti ufficialmente come degli interlocutori anche dalla PA, questo ci permette di muoverci dal digitale al reale e di ottenere delle soluzioni concrete a vantaggio di tutti i cittadini italiani. Per cui continueremo a lavorare su diverse campagne cercando di ottenere il cambiamento dall’alto verso il basso, e cioè in Parlamento, nei Ministeri, nei Consigli Regionali e in quelli Comunali, e dal basso verso l’alto crescendo sempre di più come base e creando una comunità sempre più attiva e pronta a fare insieme pressione pubblica e chiedere trasparenza nell’azione amministrativa.

Cosa possono fare i lettori di Italia che Cambia per aiutarvi?

Ci state già aiutando con quest’articolo! Sarebbe poi bello se il lettore dell’articolo pensasse ad una richiesta FOIA da fare ad una amministrazione alla quale vuole chiedere un’informazione che possa di fatto essere utile per un cambiamento di cui abbia bisogno nella propria vita, quindi ad esempio: all’azienda di trasporti o a quella dei rifiuti del comune in cui risiedono. Noi possiamo sicuramente aiutarlo a formulare la richiesta in modo efficace. Possiamo anche aiutarlo a capire insieme, nella fase in cui successivamente l’informazione sia stata ottenuta, come poter utilizzare l’informazione e quindi di fatto creare una nuova campagna.

Cos’è per te l’Italia Che Cambia?

Per me l’Italia che cambia è l’Italia che vorrei, l’Italia in cui i cittadini italiani partecipino, siano spinti da soli ad agire e non aspettino delle soluzioni calate dall’alto, ma che si rendano per primi motori del cambiamento. Noi abbiamo dimostrato che possiamo cambiare le leggi, possiamo pezzo dopo pezzo cercare di ripulire questo paese dalla corruzione e renderlo più trasparente. Allo stesso modo ci sono altri cittadini italiani che nel loro settore di attività hanno dimostrato e continuano a dimostrare che il cambiamento è possibile e che parte dal basso. Credo che la società italiana abbia tutti i numeri per splendere e l’Italia che cambia è l’Italia che di fatto ha bisogno di cambiare. Siamo un paese molto brillante che ha un sacco di talenti, alcuni dei quali sono inespressi per colpa di un sistema amministrativo poco efficiente ed estremamente macchinoso, ma abbiamo i numeri per poter cambiare questo paese, dal basso e lo cambieremo!

Intervista: Veronica Tarozzi e Paolo Cignini

Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/io-faccio-cosi-160-lotta-corruzione-riparte-futuro/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Marc e Nathanael ci accompagnano… alla ricerca di un senso!

Quali sono i limiti dell’idea del “progresso” e della “modernità”? Lo sviluppo di una società si misura attraverso l’accrescimento del suo PIL o dobbiamo piuttosto ridefinire la nozione di prosperità? Come possiamo inventare dei nuovi modi di vivere che preservino le eredità della tradizione e che accolgano le esperienze della modernità? Sono le domande che ritroviamo nel docu-film “Alla ricerca di un senso”.9514-10271

Difficile mettere “Alla ricerca di un senso” in una specifica categoria cinematografica. Non un film ambientale né di viaggio, non una finzione né totalmente un documentario, incarnato ma non intimista, assomiglia a un road-movie di una generazione disillusa alla ricerca della saggezza e del buon senso. I due registi Marc de la Ménardière e Nathanaël Coste ci invitano a condividere il loro rimettersi in discussione interrogando le nostre visioni del mondo.

A 10 anni dal loro ultimo incontro, Nathanaël ritrova Marc a New York. Il film inizia così. Le loro vite li avevano allontanati: Nathanaël ha appena finito un film sulla problematica dell’accesso all’acqua in India e Marc esporta dell’acqua in bottiglia per una multinazionale a New York. Un incidente interrompe il “sogno americano” di Marc che, immobilizzato a letto, finisce per guardare tutta una serie di documentari che Nathanaël, prima di partire, gli ha lasciato sulla “mercificazione del mondo”. Da quel momento, la sua coscienza non lo lascerà più in pace. Marc dimentica così i suoi piani di carriera e raggiunge Nathanaël in India, dove ha inizio un’epopea improvvisata. Equipaggiati di una piccola telecamera e di un microfono, Marc e Nathanaël, cercano di capire cosa abbia portato allo stato di crisi attuale e da dove possa arrivare il cambiamento. Dall’India al Guatemala, passando per San Francisco e l’Ardèche, le loro convinzioni iniziano a vacillare. Costruito intorno a testimonianze autentiche, dubbi e gioie, il loro viaggio iniziatico è un invito a riconsiderare il nostro rapporto con la natura, con la felicità e con il senso della vita: 87 minuti per riprendere fiducia nella nostra capacità di portare il cambiamento in noi stessi e nella società.allaricercadiunsenso

I TEMI SOLLEVATI DAL FILM

Il progresso e la modernità

Quali sono i limiti dell’idea del “progresso” e della “modernità”? Lo sviluppo di una società si misura attraverso l’accrescimento del suo PIL o dobbiamo piuttosto ridefinire la nozione di prosperità? Come possiamo inventare dei nuovi modi di vivere che preservino le eredità della tradizione e che accolgano le esperienze della modernità?

L’evoluzione delle nostre convinzioni

La società industriale si è costruita sulla visione di un mondo meccanicista retto sulla competizione: l’uomo egoista e materialista cercava di liberarsi da una natura ostile. Oggi viviamo in un mondo che deriva da questa rappresentazione. Date le scoperte scientifiche e antropologiche recenti, quali potrebbero essere le basi per una nuova storia?

La conoscenza di sé

I filosofi greci dicevano che prima di voler cambiare il mondo, bisognava prima conoscere e cambiare se stessi. Per favorire una trasformazione della società, sono dunque dei passi utili prendere il tempo di mettere in discussione le proprie convinzioni personali, esaminare le proprie zone d’ombra, le proprie paure, dubbi e frustrazioni?

Le crisi ecologiche

Le crisi ecologiche trovano le loro origini nella nostra visione del mondo e nel nostro rapporto con la natura. La terra è la nostra casa? Una fonte di risorse da utilizzare? Un luogo ostile? Una fonte di vita e di meraviglia? Noi siamo davvero separati da essa?

La forza della società civile

Il potere viene dall’alto o dal basso? Le strutture politiche attuali sono in grado di rispondere alle crisi ambientali e sociali? Può la società civile dare una nuova direzione, una visione differente?

I registi

Marc de la Ménardière

Finita la scuola di economia, Marc si ritrova a 26 anni, business developer a Manhattan. “Grazie” a un incidente, accadutogli giusto prima della crisi del 2008, rimette in questione il suo modo di vivere e il sistema economico del quale fa parte. Incomincia dunque una “ricerca di senso” che cambierà radicalmente la sua percezione di sé e del mondo.

Nathanaël Coste

Geografo, Nathanaël realizza dei documentari indipendenti nei quali si interessa alla relazione tra l’uomo e la natura, e ai fenomeni sociali e culturali generati dalla mondializzazione. Nel 2008, decide di andare a trovare Marc che non vedeva da anni. Il rincontro con Marc, sarà per lui il punto d’inizio di un’avventura umana e cinematografica tanto ricca che imprevedibile.

Perché avete voluto fare questo film?

Nathanaël: «Prima di interrompere la sua carriera di venditore d’acqua, Marc mi ha raggiunto in India mentre presentavo un documentario in un festival. Entrambi eravamo in un momento di cambiamento: quando senti che c’è bisogno di riallineare le tue azioni con le tue convinzioni profonde. Sentivamo entrambi questa chiamata al mettersi in viaggio e la convinzione che insieme c’era qualcosa da fare. Cominciando a filmare, non avevo mai immaginato che avremmo fatto un lungometraggio per il cinema. È stato quando siamo rientrati dall’India, e abbiamo guardato il girato delle interviste di Vandana Shiva e di Satish Kumar, che ci siamo resi conto che avevamo nelle nostre mani dei messaggi talmente profondi che era necessario continuare a scavare e andare fino in fondo all’avventura. Abbiamo così comprato una videocamera migliore e ricominciato il viaggio in America e poi in Europa, continuando a raccogliere testimonianze e messaggi grazie a diversi incontri, a volte fortuiti a volte organizzati».

Questi messaggi vi hanno nutrito al di là del viaggio?

Marc: «Ovviamente. È così che abbiamo potuto tenere duro e consacrare molto tempo per fare il film. Può essere che, effettivamente, sono state la luminosità e la forza emanata dalle persone incontrate che ci hanno permesso di non abbandonare il progetto. Ogni messaggio è come un albero che nasconde una foresta. Dietro ogni concetto, ci sono dei campi di investigazione molto vasti: sul senso della vita, il posto dell’uomo nell’universo, l’ecologia o la condizione umana. I nostri interlocutori esplorano temi diversi (la scienza, la biologia, l’ecologia, l’attivismo, la filosofia)… ma insieme sono pezzi di un unico puzzle, che apre prospettive diverse sulle cose».

Da dove può venire il cambiamento?

Marc: «Come dice Bruce Lipton citando Einstein: “non possiamo risolvere un problema con lo stesso livello di coscienza che l’ha creato”. La prima tappa del cambiamento consiste dunque nel prendere coscienza che le crisi attuali derivano dal nostro modo di vedere il mondo. Per i nostri intervistai, da 200 anni la nostra civilizzazione occidentale si è costruita su una visione materialista e meccanicista del mondo. Questa visione ha separato l’uomo dalla natura, il corpo dallo spirito e nega la dimensione interiore e il mistero dalla vita. Questa visione ha eretto la competizione a una legge naturale, l’avidità a una qualità benefica per l’economia, l’accumulazione di beni materiali come finalità dell’esistenza. Ed è mettendo in questione questi dogmi, la loro veridicità e le loro conseguenze, che una metamorfosi individuale e della società può divenire possibile!».

Nathanaël: «La rivelazione del nostro viaggio è la comprensione che l’uomo e la biosfera formano un tutt’uno interconnesso e  ìterdipendente. Secondo le saggezze antiche, noi siamo le cellule di un grande organismo vivente. Oggi, la nostra incapacità di vederlo ci porta all’autodistruzione. Che in tutto il mondo, professori di meditazione, scientifici o custodi di culture antiche, condividono questa visione è stata per noi una scoperta. Da questa consapevolezza, essi condividono altresì un’indignazione, molto ben espressa da Vandana Shiva: “ la reale urgenza è di proteggere le condizioni per vivere sulla Terra!”. Per la nostra generazione, la grande questione è di capire come trasformare questa collera giusta in qualche cosa di positivo che faccia avanzare le cose».

Che cosa avete voglia di dire a chi, guardando il mondo, si domanda che fare?

Nathanaël: «Quando ci si mette in cammino con convinzione e abnegazione, per forza si arriva da qualche parte. Ognuno può a suo modo andare alla ricerca delle proprie aspirazioni e domandarsi cosa lo fa “vibrare”. Molte delle nostre scelte sono oggi dettate dalla paura e dal conformismo. La scuola ci prepara a occupare dei ruoli, ma non si interessa molto a chi noi siamo veramente. La “ricerca di senso” è sicuramente qualcosa di personale, di intimo, ma noi abbiamo voluto aprire il dibattito e dire: “non è grave”, tutti quanti vivono con queste domande. Io credo che sia piuttosto sano parlarne insieme».

Come avete finanziato il film?

Nathanaël: «Il viaggio l’abbiamo finanziato con le nostre economie. Per il montaggio e la post-produzione, abbiamo inizialmente cercato produttori che hanno sollecitato dei canali televisivi. Questa fase è durata circa un anno, per poi sentirsi dire che “non riuscivano a trovare un posto per il film”. Allora, per arrivare alla fine del lavoro, abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione su internet per fare appello ai privati cittadini. E abbiamo ricevuto tre volte la cifra che avevamo chiesto! Abbiamo così avuto i mezzi per finire il film in delle condizioni insperate, di pagare i tecnici, e soprattutto di restare indipendenti lungo tutto il processo. Quello che ci ha veramente sostenuto, è stato anche vedere in quanti stiamo lavorando affinché nuovi modelli, basati su una visione più “sensibile” delle cose, possano emergere».

Perché la scelta dell’autodistribuzione?

Marc: «Abbiamo esitato. Avevamo trovato un distributore, ma quando avremmo dovuto formalizzare il contratto, abbiamo sentito che avremmo perso della coerenza con le nostre intenzioni… Abbiamo preferito quindi che fosse il pubblico ad appropriarsi del film, di creare degli eventi attorno ad esso e organizzare le proprie proiezioni. Ognuno diventa attore. In più il nostro film non è da “consumare” soli al buio. Deve servire a connettere le persone tra di loro, creare delle sinergie grazie al dibattito alla fine del film e, perché no, a permettere e incoraggiare delle azioni vere e proprie».

QUI per organizzare una proiezione

Nathanaël: «Abbiamo avuto fiducia che il progetto sarebbe arrivato fino alla fine. Ci abbiamo messo 5 anni! Oggi, noi speriamo che le persone si impossessino del film e lo diffondano. A quel punto il film vivrà la sua vita e noi potremmo tornare progressivamente alla nostra, anche nulla sarà mai più come prima».

Per questo film, girato coi “mezzi a di disposizione”, i realizzatori hanno potuto mantenere un processo di produzione e di distribuzione totalmente indipendente grazie al sostegno degli internauti. Girate le immagini, i film è stato coprodotto su internet da 963 sottoscrittori che hanno dato fiducia al progetto e pazientato un anno prima di poter vedere il film. L’aiuto spontaneo di non pochi musicisti, traduttori, tecnici, grafici e altri benefattori, ha permesso di andare fino in fondo all’avventura con degli standard di qualità professionale. L’uscita nelle sale (che non era prevista all’inizio!), ha seguito lo stesso processo “collaborativo” grazie al sostegno della comunità degli spettatori che hanno diffuso il film, e alle associazioni che si sono aggiunte all’avventura. Il movimento Colibri diffonde attivamente il film nel contesto della sua nuova campagna civica: “une (R)évolution intérieure”.

Con le testimonianze di:

Vandana Shiva

“Pensarsi come consumatori fa parte del problema. Ritrovare la nostra identità di creatori e produttori fa parte della soluzione”. Fisica e epistemologa, con un dottorato in Filosofia e Teoria Quantistica, Vandana Shiva è una delle grandi figure de l’altermondialismo. Con Satish Kumar ha creato “Navdanya”: un’associazione che opera per la conservazione delle semenze contadine.

Satish Kumar

“Non si può avere una crescita infinita in un mondo finito, bisogna inspirarsi alla natura e creare un’economia ciclica”. Nel 1961 Satish, monaco, incomincia una marcia per la pace di più di 12000 km senza denaro. Oggi è redattore della rivista “Résurgence” e direttore dei programmi dello Schumacker College in Inghilterra.

Pierre Rabhi

“Bisogna innovare rinunciando all’ideologia fondamentale che ha determinato il vecchio mondo”. Originario dell’Algeria, Pierre Rabhi è uno dei precursori dell’agro-ecologia. La sua esperienza di vita atipica, l’ha portato a scrivere e a testimoniare del suo rapporto con la modernità e la felicità. In Francia, ha creato diversi movimenti come Terre & Humanisme e Colibris.

Trinh Xuan Thuan

“Noi siamo interdipendenti dalle stelle e dal Cosmo”. Astrofisico americano, conosciuto a livello mondiale, Trinh Xuan Thuan è famoso per una serie di libri tra cui “The Cosmos and the Lotus”. Nel 2009, è stato premiato con l’Unesco Kalinga Prize e fa opera di divulgazione scientifica sull’Universo e le questioni filosofiche a esso connesse.

Frédéric Lenoir

“Descartes considera il mondo come una macchina inerte che può utilizzare. Questo pensiero rappresenta la totale dominazione dello spirito sulla natura”. Filosofo, sociologo e storico delle religioni, ha diretto per numerosi anni la rivista specializzata “Le Monde des religions”. Autore di una quarantina di opere tradotte in una ventina di lingue, scrive anche per il teatro, il cinema e fumetti.

Chaty Secaria

“Esistono talmente tanti cammini spirituali: qual è il migliore? Quello che farà di te una persona migliore. È tutto!”. Chaty Secaria è la fondatrice di un centro di meditazione, aperto a viaggiatori di tutto il mondo, che hanno voglia di scoprire i testi dimenticati delle grandi tradizioni spirituali. In Guatemala, Chaty anima da diversi anni un’emissione televisiva quotidiana sulla felicità.

Bruce Lipton

“Quello che è meraviglioso, è che tutte le convinzioni alla base della nostra civilizzazione, sono ormai da riconsiderare”. Dottore in biologia, le sue ricerche sulla membrana cellulare hanno avuto un ruolo precursore nello sviluppo dell’epigenetica: una delle nuove scienze che studiano l’influenza dell’ambiente esterno sull’impronta genetica. È conosciuto per la sua opera “La biologia delle credenze” che tratta dell’impatto della psiche sul corpo.

Jules Dervaes

“Noi siamo i guardiani della terra, non i suoi proprietari”. Con la sua famiglia, dal 1994, Jules coltiva una parcella di 400m2 dietro la loro casa. Da questa produzione biologica e intensiva, Jules e la sua famiglia ricavano 3 tonnellate di frutta e verdura all’anno, con un’autonomia del 90% in estate.

Marianne Sébastien

“Non c’è sviluppo esteriore se non c’è sviluppo interiore”. Con una triplice formazione sul sociale, la pedagogia e la letteratura, Marienne Sébastien ha un percorso esemplare come capo d’impresa (Femme Entrepreneur 2007), e di cantante e terapeuta tramite la voce. Ha fondato Voix Libre, un ONG a taglia umana che lavora in Bolivia con i bambini nelle miniere le popolazioni disagiate.

Hervé Kempf

“Siamo in un momento di transizione storica. Stiamo cambiando d’epoca e passando ad un altro stato”. Giornalista e scrittore, Hervé Kempf ha scritto per molto tempo per la sezione Ambiente di Monde, e si interessa alla causa ecologista attraverso una lettura lucida dei rapporti di forza. Nelle sue opere, tra cui la famosa “Come i ricchi stanno distruggendo il pianeta”, ci invita a ripensare il nostro rapporto alla ricchezza e alla democrazia.

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Fonte: ilcambiamento.it

Steve McCurry: “Lottiamo per l’ambiente e contro ogni forma di razzismo”

Il fotoreporter americano Steve McCurry è uno tra i più importanti e famosi fotografi viventi. Lo abbiamo incontrato al Forte di Bard in Valle d’Aosta e questo è il risultato della nostra chiacchierata. Partendo dal suo approccio alla fotografia siamo giunti a parlare delle sfide del nostro mondo, delle inegualità e della necessità di un cambiamento per migliorare il nostro pianeta. Bard (AO) – Non capita tutti i giorni di incontrare Steve McCurry. Probabilmente buona parte di voi avrà osservato almeno una volta nella vita una sua fotografia. “Ragazza Afgana”, ritratto di Sharbat Gula, è ritenuta da National Geographic – che la pubblicò come copertina nel numero di giugno del 1985 – la fotografia più riconosciuta della storia della rivista.È un onore stringergli la mano, per di più in un luogo meraviglioso, il Forte di Bard. Prima di noi è stato intervistato dalla troupe della RAI e poco dopo sarebbe toccato già ad un’altra TV. Non abbiamo molto tempo a disposizione e quindi non ci resta altro che iniziare questa piacevole chiacchierata in sua compagnia, partendo proprio dal valore che egli stesso da al trascorrere dei minuti.

Buongiorno Steve, prima di partire con le domande, volevamo ringraziarla da parte di tutta la redazione di Italia Che Cambia per aver accettato il nostro invito. Partiamo proprio da una sua affermazione: “Se sai aspettare le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto”. Qual è il suo rapporto con il tempo?

Nella fotografia, quando devi fotografare le persone, hai necessità di tempo per essere a tuo agio con loro e per loro essere confidenti con te, al fine di stabilire una sorta di connessione. E così inizia questa relazione che si conclude, fiduciosamente, in una buona fotografia.

Ha avuto modo di fotografare le meraviglie di questo mondo, le bellezze della natura e le bellezze umane. Ha anche avuto modo di vivere in prima persona le vicende meno belle del nostro pianeta. Ha ad oggi una visione positiva o negativa del futuro?

Ho viaggiato attorno al mondo per 45 anni e ho visto un sacco di cose terribili ed un sacco di cose meravigliose, persone e culture interessanti. Penso che il futuro del nostro pianeta è nelle nostre mani e la parte ottimistica vincerà. Servirà tanto lavoro, tanto tempo e tante lotte. Ci sono tante forze negative nel mondo che dobbiamo combattere. Penso che possiamo lottare insieme per il nostro ambiente, contro ogni forma di razzismo, contro chiunque deturpi il nostro pianeta.

Perché secondo lei la fotografia della Ragazza Afgana è divenuta così famosa? Crede che possieda qualcosa di particolare e diverso delle altre sue fotografie?

Il successo di questa fotografia o il perché questa fotografia sia divenuta famosa probabilmente dobbiamo lasciarlo a un critico d’arte o uno storico. Si potrebbe speculare a riguardo. È davvero difficile saperne la ragione, suppongo vi siano un sacco di ragioni che hanno portato a questo successo.n_8663_1

Qual è la foto che ricorda con più piacere e che è dentro il suo cuore?

Non ho mai avuto una mia fotografia preferita, forse alcune delle mie fotografie preferite sono state scattate da altri fotografi, ma per quanto riguarda i miei elaborati mi piacciono fotografie diverse per ragioni diverse. Non posso sceglierne una e dire che è la mia preferita.

Qual è il senso per lei della fotografia? Qual è il suo ruolo nella nostra società? Quanto è cambiato tale ruolo da quando lei attraversò il Pakistan e l’Afghanistan travestito con abiti tradizionali nel 1980?

Per me fare fotografia e le fotografie di una pubblicazione stampata non hanno per nulla cambiato il loro ruolo. Ora osserviamo le fotografie al computer e questa è di certo una grande differenza, ma io lavoro principalmente per libri ed mostre. Poi sì, ho un sito internet, un blog, Instagram, ma il mio cuore è nelle pagine stampate e nelle mostre.

Cosa c’è nel suo futuro?

Il mio prossimo obiettivo è di realizzare un libro sul Buddismo. La cultura buddista, le nazioni buddiste, praticando buddismo in diverse nazioni come in Giappone, e che si è sviluppato in tutto il mondo. Questo è il mio interesse, il mio progetto futuro sul quale lavorerò.1a

Cosa pensa dell’Italia come uomo e come fotografo?

Amo lavorare in Italia. Adoro stare in Italia. Il mio primo viaggio in questa nazione fu nel 1970. Sono stato qui tante volte, apprezzandone la cultura, le persone, l’arte, il cibo, il vino. E’ uno dei posti al mondo da me preferiti.

L’immagine Gateway to India, rappresenta due mondi che si incontrano, l’Occidente e l’Oriente. Pensa che le disuguaglianze nel mondo che lei ha saputo magistralmente documentare, nel corso degli anni, aumenteranno o diminuiranno?

È sempre esistita la disuguaglianza, in Asia,nel Sud del mondo. Ovunque esistono disuguaglianze. Penso e spero che il mondo stia cambiando, e che saremo in grado di alleviare parte degli stress e la disparità esistente tra i ricchi e i poveri. Io non riuscirò a vedere tutto ciò, ma si tratta solo di una differenza tra Est ed Ovest, la disuguaglianza esiste ovunque.

Una delle cose più importanti nel suo lavoro, diceva, era quello di scegliersi dei collaboratori valorosi. È stato difficile trovarli?

Ho lavorato con tante persone meravigliose in questi anni: assistenti, traduttori, guide, altri fotografi. È un lavoro entusiasmante, perlopiù con persone locali, dei luoghi in cui sono stato.1c

Il nostro giornale è chiamato “Italia Che Cambia”. Ci piace così chiedere a chi incontriamo qual è il loro rapporto con il cambiamento. Che cosa significa per lei questa parola?

Il cambiamento è inarrestabile e noi dobbiamo affidarci ad esso, anche se a volte è buono o volte no. Una cosa certa è che il mondo è limitato. C’è un tempo limitato, dobbiamo vivere la vita al meglio delle nostre possibilità perché non è infinita, dobbiamo semplicemente accettarlo e andare oltre.

Cosa fa Steve McCurry quando non ha una macchina fotografica tra le mani?

Quando non fotografo mi piace leggere, ascoltare la musica. Mi piace guardare i film. Adoro viaggiare, anche se non sto lavorando, questa è la mia passione e non si è mai fermata. Aggiungiamo che, quando è in viaggio, quel che fa principalmente Steve è fotografare. Dunque è proprio vero che quando il proprio desiderio è curato e seguito quotidianamente, esso non può più considerarsi un lavoro, ma una continua ricerca che non può fermarsi, e che continuerà ogni giorno, passo dopo passo, scatto dopo scatto.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/steve-mccurry-lottiamo-ambiente-razzismo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

 

Ivan Fantini: una vita di cambiamenti… verso la libertà

Cuoco “eterodosso e dimissionario”, agricoltore e scrittore per urgenza. La stimolante esperienza di Ivan Fantini e gli innumerevoli cambiamenti affrontati nella sua vita permettono di porci domande sul senso del nostro agire quotidiano.

Ivan Fantini è una di quelle persone che va dritta al punto e, così anche noi, prima di raccontarvi la sua storia, ve lo introduciamo subito con le sue parole, nude e crude.

“L’unica soluzione è non entrare dentro il sistema. Tu sei uno ed unico, non è che ti isoli. Costruisci te stesso, nel contesto in cui vivi. Apparentemente sembra non serva a nulla, ma la teoria del tuo esempio se contamina ha fatto la rivoluzione. Io non devo convincere nessuno. È la condotta dell’essere umano che sta al mondo che porta ai cambiamenti”.

E lui di cambiamenti nella vita ne ha vissuti parecchi. Cerchiamo di ripercorrere la sua vita, partendo dalla definizione data a lui da Franco Arminio, di “cuoco eterodosso e dimissionario”. “Forse lo sono sempre stato. Non mi sono mai trovato bene nei gangli della cucina canonica o quella che viene definita tale. Il pensare di poter cucinare adoperando prodotti che provengano dai contadini vicino casa era un discorso che non faceva né tendenza né moda, non pensava ce ne fosse bisogno. Parlo di venticinque anni fa”.

Era un discorso che ai tempi non aveva le mire di riconvertire le persone ad un certo tipo di alimentazione. “Lo facevo e basta, sono cresciuto in una famiglia per metà contadina e per metà operaia. Ho cominciato a lavorare in cucina per forza a 17 anni perché la famiglia lo richiedeva”. Così nel tempo ha continuato a fare il cuoco perché gli garantiva l’indipendenza a livello economico.

La svolta è stata incontrare persone che appartengono alla cultura italiana che non avevano nulla a che fare con la gastronomia ma che “mi hanno aperto gli occhi su quella che doveva essere la vita. Ho trasportato quelle esperienze nella gastronomia”.

Così decide di non rifarsi ad una filiera commerciale già al tempo di un mercato semi-globalizzato e delle multinazionali. Lavorava con vignaioli, i contadini, i norcini locali in maniera diretta. “E questo provocava fastidio”.

Quando sosteneva questi concetti a livello teorico veniva snobbato da quando nel 1994 ho avuto la possibilità di lavorare con persone che mi ascoltavano è cominciata la diatriba con il mercato vero e proprio, con i ristoratori, con i clienti. Con le persone che circondano un luogo che fa della ristorazione e dell’accoglienza la sua vita. Inizia a cucinare per il centro culturale “Quadrare il circolo”. Il giornalista Michele Marziani scrisse un articolo sulla sua cucina, invitando le persone ad andare a provarla in un luogo “nascosto, buio e che per trovare l’entrate si fa fatica”.

In molti, così, vennero a vedere cosa succedeva all’interno di questo circolo culturale. “Si accorsero che con niente si faceva una gastronomia sufficientemente buona, dove venivano serviti piatti con due o tre ingredienti con i loro colori in un luogo scuro e introvabile. E questo accadeva senza far parte di quella filiera legata al mercato commerciale e delle multinazionali”. Questa esperienza durò tre anni, prendendo il nome di “Stalla di Pegaso”.

“Lavoravo a stretto contatto con quella che per me era la verità, e cioè i contadini. Andavo a seminare, a coltivare le verdure che mi servivano. Andavo ad uccidere il maiale e a scegliere le carni che mi servivano nel mio luogo. La spinta verso la verità me l’hanno data persone che, apparentemente, non c’entravano nulla con il mondo della gastronomia”. Come vi dicevamo, Ivan è una persona schietta e dice cose non banali. “L’approccio di ogni uomo è con il cibo. In una società opulenta come la nostra, ciò accade anche tre volte al giorno. Se te osservi una persona per come si sceglie il cibo, per come lo manipola, qualcosa lo impari se hai un punto di vista sano”.ivanfantini1

Ivan Fantini

 

Una visione che non è giunta tra i fornelli e i coltelli. “Non sono stati i cuochi a insegnarmi tutto ciò. I cuochi mi insegnavano a cuocere bene la bietola, mi nascondevano i limoni sotto la stufa per punizione. Era una camerata nella quale tu, fin quando non arrivavi all’apice, subisci le angherie di un manipolo di persone che credevano che quella fosse la strada obbligatoria”.

Chiusa l’esperienza in Quadrare il circolo, ha lavorato in un bar nel paese di Morciano di Romagna, creando relazioni e progetti tra i giovani e gli anziani del posto. Dopodiché ha collaborato a Torino con la Scuola Holden per diverse istallazioni gastronomiche. Dopo diverse esperienza, tra le quali anche quella teatrale, venne richiamato da un amico a San Clemente. Sentiva parlare di me e mi disse: “Devi tornare a fare l’Ivan a casa tua”. Così “ho realizzato il sogno della mia vita, proprio nel mulino dove andavamo a giocare da bambini. Ho visto lo spazio e quel luogo è diventata l’osteria Veglie in volo, dove ho cominciato davvero a fare Ivan Fantini. Ho fatto il cuoco – continua così Ivan – come desideravo. Aperto solo quattro giorni a settimana, solo per 28 persone, con quello che riuscivo ad avere come materia prima. Il menù cambiava ogni giorno. Gli altri giorni li passavo in campagna a fare i formaggi e le carni”.

Per cinque anni ha funzionato molto bene, era infatti considerato tra i migliori cuochi della Romagna. Dal 2008 è iniziato il declino, “in seguito alle nuove leggi sul fumo, sul controllo dell’alcool e del protocollo haccp”. Gli chiediamo in che senso tali nuove regolamentazioni hanno influenzato la sua attività. “Andavano fatte in maniera diversa. La biodiversità non era considerata. Io avevo un pubblico che da mezzanotte alle quattro ascoltava del jazz, leggeva poesie, sorseggiava distillati e mangiava cioccolata, marmellate e fumava sigari”.

Fu, quello, un periodo molto difficile per Ivan. “Ho avuto una crisi psico fisica, che si è riversata sul colon discendente. Sono dimagrito 10 chili. La mia passione mi stava ammazzando. L’unica cosa che potevo fare era smettere. Sono stato sconfitto da un sistema che non ho combattuto ma che credevo, almeno nel mio luogo e con la mia gente, potesse cambiare. Non ci sono riuscito. Ho accettato la sconfitta, perché le sconfitte possono servire. Ho smesso di voler cambiare il mondo e ho iniziato a voler cambiare me stesso in questo mondo”.

Siamo concentrati nell’ascoltarlo, le sue parole ci coinvolgono.ivanfantini2

Le enormi energie che ciò gli aveva generato le ha trasferite nel tagliare legna, disboscando un intero bosco e facendone un orto. Da lì è nato Boscost’orto, nome che si trova ora nei vasetti di marmellata da lui prodotti. L’orto ha iniziato a dargli un minimo di autonomia alimentare.

“Mi venne chiesto di buttare tutta la sua rabbia che avevo addosso per iscritto”. Così è nato il primo romanzo, Anonimo fra gli anonimi. Anche questa esperienza è servita molto a Ivan nel suo percorso di crescita. “Non avevo accettato le regole dell’editoria. Mi volevano diverso, ero bello e tatuato e potevo sfondare come personaggio”. Così decide di lasciare la casa editrice e regalarlo nel web. Lì “un piccolo editore l’ha considerato un manifesto politico e l’ha voluto stampare, a patto che non ne fosse cambiata una virgola da quello originale”. Dopo il primo romanzo è così uscito anche il secondo, Educarsi all’abbandono.

Così iniziano lunghe passeggiate, raccogliendo frutti selvatici e bacche. Da lì nasce l’idea di produrre marmellate e succhi di frutta. Con il baratto gli giungono cose che non riesce a prodursi, come il caffè, il riso, la farina di farro.
“Da una cassa di mele vengono fuori 14/15 barattoli di marmellata. È un qualcosa di enorme. È chiaro che ci vuole una persona che faccia e curi questa attività”.ivanfantini4

“Ci sentiamo molto ricchi. Una regola c’è, anche per noi anarchici: noi non abbiamo paura dell’altro, mai. Chi arriva, arriva. Hai difronte una persona anticapitalista e antifascista, decidi tu se starci o meno assieme”.

 

Io non posso più credere al senso collettivo della cosa, credo a tanti uno che che fanno il collettivo.
L’Italia che cambia c’è e fa davvero. Se io cambio quotidianamente è perché mi è arrivato qualcosa di nuovo ed è sempre qualcosa di cui non ho paura ed è qualcosa che mi fa reagire. Conosco dei romagnoli che fanno sul serio”.

E, sul serio, ringraziamo Ivan per aver condiviso con noi la sua illuminante vita da cuoco dimissionario eterodosso e scrittore per urgenza.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/io-faccio-cosi-139-ivan-fantini-una-vita-cambiamenti-verso-liberta/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Lavorare meno, riprendersi il tempo: la Vita 2.0 di Gianni Davico

Lavorare meno, riprendersi il tempo libero, avvicinarsi alla felicità. A quarant’anni Gianni Davico ha realizzato il suo sogno più grande: la liberazione del tempo. Lo abbiamo incontrato e ci ha raccontato la sua Vita 2.0.

“Quello che mi è successo, più o meno quando sono arrivato ai quarant’anni, è che ho visto la fine del mio tempo”. Per raccontare la storia di una persona, spesso una frase aiuta a sintetizzare un universo fatto di scelte, riflessioni e cambiamenti. E queste prime righe ci aiutano al meglio ad introdurre la storia che vogliamo raccontarvi: quella di Gianni Davico

Gianni si definisce così: papà, golfista, imprenditore e blogger. Con una particolare propensione iniziale per l’imprenditoria: “Io ho cominciato a fare il mestiere di traduttore nel 1996. All’inizio avevo un sogno imprenditoriale di creare un’azienda con diverse persone in un ufficio”. E questo sogno Gianni lo stava realizzando: aveva comprato un ufficio a Torino con diverse stanze che ospitavano il lavoro di traduzione di sei persone. Poi sono arrivati i quarant’anni: “lì ho visto la fine del mio tempo. Fino ad allora il tempo mi sembrava infinito, poi mi sono reso conto che non era così”. Complice anche la crisi economica, intorno alla fine del 2007, Gianni Davico ha deciso così di lasciare l’ufficio che aveva a Torino, spostandolo in casa propria, continuando a fare il lavoro che ama: quando riceve un ordine, cerca il traduttore più adatto per quel lavoro, pagandolo. Il rapporto è sempre molto stretto, ma non va al di là del singolo lavoro, e non ci sono ulteriori doveri reciproci da rispettare. Spostando l’ufficio in casa, sono diminuite sia le spese che il fatturato ma, a conti fatti, il guadagno rimanente è simile e permette a Gianni di mantenere la sua famiglia.013-1024x768

In realtà questo cambiamento ha contribuito a realizzare il suo sogno più grande: la liberazione del tempo. “Lavorare di meno mi permette di avere lo stesso tenore di vita, prima ero sempre impegnato, lavoravo di più per avere gli stessi guadagni. C’era qualcosa che non funzionava. Io oggi gestisco il mio tempo di lavoro e il pomeriggio faccio altre cose, ho recuperato il tempo della mia vita. Oggi fare un pranzo con la mia famiglia è diventato normale, prima era un evento. Ho più tempo per le mie figlie, sembrano cose piccole ma per me hanno assunto sempre più un significato profondo”.

Da un punto di vista materiale, la società di Gianni (Tesi e Testi, ndr) continua ad esistere, ma è il suo approccio al lavoro ad essere completamente cambiato: da fattore totalizzante, è diventato un fattore importante insieme alle altre attività che ama fare. Lo scrivere ne è un esempio: da questo suo sentire la fine del tempo, Davico ne ha ricavato un libro, “La Vita 2.0. Progetta il tuo tempo, esprimiti, prospera, lascia il tuo segno nel mondo e sii felice” , un tentativo di mettere su carta la sua esperienza.IMG_0857-1024x768

“Premetto che sono solo delle indicazioni, non hanno la pretesa di essere universali. In questo campo è molto facile essere scambiati per guru e questo non è il mio obiettivo. Però, ogni tanto, incontro qualcuno che lo ha letto, che lo ha apprezzato e che lo ha messo in pratica e questo mi rende appagato, sembra che funzioni”.

Oppure il golf, un hobby che non è solo tale: “Non è mai stata un’attività tanto per farla. Pur divertendomi molto, è stata seria sin dall’inizio. Il golf è per me lo strumento dove unire pratica e disciplina, dove cerco di superare i miei limiti. Anche qui mi sono posto degli obiettivi di crescita che sto cercando di rispettare, non voglio diventare un giocatore professionista nel vero senso del termine ma voglio raggiungere l’obiettivo di giocare come un professionista”.

Così come abbiamo iniziato, concludiamo con una battuta finale che sintetizza bene le scelte di Gianni Davico: “La mia esperienza non è né migliore né peggiore di quella di nessun altro. Questo mestiere della vita non è che lo puoi insegnare a qualcun’altro, siamo tutti degli eterni allievi. Io stesso faccio errori marchiani, ma detto questo mi sembra che certe scelte possano essere utili. Dal lavorare la metà rispetto a prima, guadagnandone in affetti e in altre attività. Sono punti che possono ispirare processi importanti, anche al di là del lavoro”.

 

Visualizza la scheda di Gianni Davico sulla Mappa dell’Italia che Cambia! 

 

Il blog di Gianni Davico

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/01/io-faccio-cosi-103-lavorare-meno-riprendersi-tempo-gianni-davico/

Un movimento per cambiare

cambiamento

Oggi, dopo una chiamata che mi ha acceso la luce, ho deciso di muovermi per riuscire in un progetto che da tempo spero. Perciò spero che questo post arrivi a tutti i cuori degli interessati. Stiamo cercando persone per la costituzione di un ecovillaggio. E proprio qualche giorno fa (mentre facevo qualche ricerca per possibili terreni in vendita) ho visto sul sito “Il cambiamento” un annuncio di vendita di uno splendido B&B. Ci ho pensato molto e spero ci possa nascere un progetto di libertà e consapevolezza, che non può nascere senza il sostegno di un gruppo di persone.
Dopo aver chiamato la proprietaria ho sentito il suo entusiasmo per il progetto, invitandoci ad andare a vedere il posto e conoscersi. Perciò siamo alla ricerca di persone che credano in una vita diversa, con più consapevolezza e rispetto per sè stessi, per gli altri e per la natura. Cos’è un ECOVILLAGGIO? è appunto un villaggio che si basa sul rispetto per la natura, in buona parte autosufficiente e sull’aiuto reciproco. Questo è quello che c’è da sapere. Ogni ecovillaggio poi ha le sue particolarità, ecovillaggi a sfondo spirituale, artistico, culturale, chi si unisce semplicemente per fare agricoltura ecc..ecc.. La nostra idea sarebbe riuscire a prendere questo B&B e i terreni limitrofi, per poter coltivare. E tenere il B&B per corsi, laboratori.. e per le persone che sono di passaggio sfruttandolo appunto come bed and breakfast.
Le idee sono tante, mancano solo persone. Persone che vogliano mettersi in gioco e che abbiano la voglia di condividere quest’esperienza di vita con altre persone, quindi disposte a fare un lavoro di crescita sia personale che di gruppo. Ci sarebbero molte cose da dire, inutile scrivere su di un computer perciò per chiunque fosse interessato invito a scrivermi a questa email: alessia.roncoroni@alice.it, oppure a lasciare commenti, oppure ancora chi ne ha voglia, condividere e spargere la voce. Grazie di cuore 🙂

Fonte: https://langolodelterzopiano.wordpress.com/2015/10/01/un-movimento-per-cambiare/

“Mi fido di te”, un passo concreto verso il cambiamento

Non è il primo e non sarà l’ultimo libro a parlare di sharing economy, ma colpisce. “Mi fido di te. Lavorare, viaggiare, mangiare, divertirsi. Un nuovo modo di vivere con gli altri e salvarsi” è il lavoro di Gea Scancarello edito per Chiarelettere e di recentissima uscita.mi fido di te

Sempre più persone hanno deciso di condividere la casa, l’automobile, ma anche i propri saperi e le proprie passioni, sia per trovare nuove opportunità per viaggiare per il mondo, ma anche per trovare un modo per avere entrate aggiuntive o per vivere in modo alternativo. Questo libro non è soltanto, per così dire, un prontuario, ma parla anche di tutto quello che ha vissuto Gea in prima persona. Si leggono così i suoi timori, la sua voglia di provare, ma si affrontano anche i momenti in cui ha dovuto mettersi in guardia riflettendo bene su come affrontare le varie situazioni; poi sono raccontate le storie di vita delle persone che le è capitato di incontrare. Gli ingredienti principali per la condivisione sono la fiducia nell’altro, è così che si può uscire fuori dal proprio guscio; ma ad aiutare in tale senso è anche l’accesso veloce alle relazioni attraverso la tecnologia informatica. Ed ecco che ci si ritrova a poter noleggiare un’auto in car sharing a Milano così come in Germania, oppure si riesce a individuare un nuovo proprietario per le innumerevoli cose che rimangono inutilizzate; e ancora, si riesce a vivere una vacanza sulle colline toscane o a preparare un pranzo con il menù che riesce meglio. Leggendo questo ibro, anche quando pensiamo di non avere niente, ci si accorge di possedere una miniera a disposizione: la casa, una stanza, l’auto, semplicemente se smettiamo di considerarle esclusivamente “nostre”. Ma le cose fondamentali rimangono la fiducia e la relazione con gli altri, senza le quali tutto si ridurrebbe ad una mera questione economica e allora non varrebbe la pena darsi tanto da fare ad organizzare una cena per degli sconosciuti o per offrire un posto letto nella propria casa. Airbnb, blablacar, couchsurfing sono solo alcuni dei siti più conosciuti, ma tanti altri compaiono sulle pagine del libro raccolti in schede che aiutano ad orientarsi per iniziare o a prendere coraggio per fare il primo passo. Sì, perché mentre si scorrono le pagine viene voglia di cimentarsi, di mettersi alla prova, di fare esperienze; quelle che ti aiutano ad arricchire la vita, a trovare nuovi contatti per il lavoro, a scoprire nuove opportunità e soprattutto a non sentirsi “soli”, perché c’è anche un altro modo.

Fonte: ilcambiamento.it

Mi Fido di Te
€ 13.9