Comuni ricicloni: il CIC premia le realtà virtuose per la raccolta dell’organico.

unnamed

La purezza dell’organico in Sardegna raggiunge il 98,5%

In occasione di Comuni Ricicloni di Legambiente, il Consorzio Italiano Compostatori (CIC) ha consegnato il premio speciale a due realtà che si sono contraddistinte per la qualità della raccolta differenziata dell’organico e per la promozione del compost di qualità in campo agricolo: il Consorzio Industriale Provinciale (CIP) in Sardegna, che ha registrato una purezza merceologica pari al 98,5%, ed Enomondo in Emilia Romagna

Per l’alta qualità della raccolta differenziata del rifiuto organico e per il costante impegno nella promozione dell’uso del compost: questi i motivi per i quali il Consorzio Industriale Provinciale (CIP) di Oristano ed Enomondo in Emilia Romagna hanno ricevuto, in occasione di Comuni Ricicloni di Legambiente, il premio speciale conferito dal Consorzio Italiano Compostatori (CIC). Il Consorzio Industriale Provinciale (CIP) di Oristano, il cui ammendante compostato ha ottenuto il marchio Compost di Qualità CIC già nel 2015, ha ricevuto il premio speciale dal CIC per essersi contraddistinto nel 2017 per la qualità della raccolta differenziata del rifiuto organico, con il 98,5% di purezza merceologica, percentuale più alta della media italiana (95%). Un esempio virtuoso che valorizza l’accordo stipulato tra CIC e Regione Autonoma della Sardegna (RAS) per promuovere a livello regionale la raccolta differenziata, il trattamento dell’organico e l’utilizzo degli ammendanti compostati. ”La Sardegna si attesta tra le regioni con i valori più alti per quanto riguarda la quantità raccolta di frazione organica, con 129,6 kg per abitante l’anno”, ricorda Alessandro Canovai, Presidente del CIC, “ben oltre la media nazionali pari a 107 kg per abitante l’anno”.

Enomondo, in Emilia Romagna, è stata premiata dal CIC per il costante impegno nella promozione dell’uso del compost, testimoniato da recenti sperimentazioni in campo agricolo che attestano l’efficacia del compost per incrementare la fertilità dei suoli. Nata dalla positiva esperienza del Gruppo Caviro, cooperativa agricola con la missione di valorizzare il settore vitivinicolo emiliano romagnolo, Enomondo è la società incaricata di gestire l’innovativo impianto di produzione compost della zona industriale di Faenza: l’ammendante compostato misto di Enomondo ha ottenuto il marchio Compost di Qualità CIC già nel lontano 2004, affermandosi come una delle prime 5 aziende a potersi fregiare del riconoscimento; nel 2015 Enomondo ha ottenuto il Marchio CIC anche per l’ammendante compostato verde.

“Nel 2016 in Italia sono state prodotte quasi 2 milioni di tonnellate di compost a partire dai rifiuti organici trattati negli impianti di compostaggio e digestione anaerobica”, ricorda Massimo Centemero, Direttore del CIC. “Questi riconoscimenti sottolineano come le aziende, insieme ai cittadini, stiano lavorando per migliorare la filiera del rifiuto organico. Il recupero della frazione organica è sempre più importante all’interno dell’economia circolare: i rifiuti umidi possono essere trasformati in prezioso fertilizzante, il compost, utilizzato in agricoltura e nel florovivaismo.

“Diffondere l’utilizzo del compost significa promuovere uno strumento efficace contro erosione, impermeabilizzazione, perdita di biodiversità e desertificazione”, prosegue Centemero. Il compost infatti aumenta la porosità, reintegra la sostanza organica e i principali elementi nutritivi, riavvia i cicli biologici favorendo la presenza di microrganismi, veri motori della “bioeconomia circolare”.

Immagine
Chi è il CIC

Il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) è un’associazione senza fini di lucro che rappresenta più di 130 aziende tra produttori e gestori di impianti di compostaggio e digestione anaerobica, associazioni di categoria, aziende che si occupano di rifiuti organici, costruttori di macchine ed attrezzature, laboratori, enti pubblici e di ricerca. Il CIC promuove e persegue la politica di riduzione dei rifiuti, l’attuazione della raccolta differenziata per la separazione, lavorazione e riciclaggio e valorizzazione delle biomasse ed in genere delle frazioni organiche compostabili. Promuove le iniziative per la valorizzazione e la corretta destinazione dei prodotti ottenuti dal compostaggio e dalla digestione anaerobica svolgendo anche attività di ricerca, studio e divulgazione. Sostiene la produzione di fertilizzanti organici, tutelando e controllando le corrette metodologie e procedure in piena aderenza ai principi dell’economia circolare.

Maggiori informazioni sul sito istituzionale: www.compost.it

Fonte:  agenziapressplay.it
Annunci

Mobilità, avanza il carpooling aziendale: nei primi sei mesi del 2018 raddoppiati i viaggi condivisi e risparmiate 189 tonnellate di CO2

Business people sharing car

1.454.382,50 i km risparmiati, oltre 50.000 passeggeri trasportati nelle auto in condivisione nella tratta casa-lavoro e oltre 180 tonnellate di CO2 non emesse in atmosfera nel primo semestre del 2018: sono i numeri del carpooling aziendale di Jojob, il principale operatore del settore in Italia, che permette alle aziende di incentivare e premiare i dipendenti che scelgono la mobilità sostenibile. Da record il risparmio economico pari a 290.876,5 € (l’80% del dato annuale del 2017). Ad attivare il servizio anche aziende di trasporto pubblico: EAV e Aeroporto di Napoli, che ha appena lanciato il carpooling tra i dipendenti. Da marzo inoltre sono stati certificati 1.265 viaggi in bici e oltre 500 a piedi con la funzione Bici e Piedi.

Comoda, economica e attenta all’ambiente: la pratica del carpooling aziendale – che permette di condividere l’auto con i colleghi per raggiungere il posto di lavoro – piace agli italiani, sempre di più. A dimostrarlo dati sempre più positivi e in costante crescita: nei primi sei mesi del 2018 sono 1.454.382,50 i km risparmiati, cioè i km che i lavoratori hanno percorso in carpooling anziché con le auto proprie, aumentati del 90% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A comunicarlo è Jojob, l’operatore di carpooling aziendale leader in Italia che tramite piattaforma web e app su smartphone permette ai dipendenti della stessa azienda o di aziende limitrofe di condividere l’auto nel tragitto casa-lavoro.

Più che raddoppiato rispetto al semestre del 2017 è il numero di passeggeri – e quindi di auto in meno su strada – che ha raggiunto il posto di lavoro a bordo dell’auto di un collega, passato da 24.103 a 51.567: la condivisione ha portato anche al raddoppio dei viaggi certificati effettuati, saliti da 18.391 a 39.234, e al risparmio di 189 tonnellate di CO2, il doppio rispetto al 2017 quando erano 99 tonnellate. A questi si aggiungono i numeri di Bici e Piedi, la nuova funzione lanciata da Jojob a marzo 2018 che certifica le tratte casa-lavoro fatte a piedi o in bicicletta, permettendo alle aziende di incentivare anche i dipendenti che scelgono una mobilità 100% sostenibile. Jojob Bici e Piedi, grazie all’arrivo della bella stagione, ha già registrato 1.265 viaggi in bici certificati e 530 a piedi, permettendo di risparmiare in totale 1.035 kg di CO2.

Spese in carpooling: in 6 mesi risparmiato oltre 270.000 €

Il carpooling è diventata una routine per quasi la metà dei dipendenti, che afferma infatti di condividere il viaggio per 5 giorni alla settimana: mediamente, a salire a bordo della stessa auto sono 2,32 persone a tratta, mentre il tragitto medio è di 27,7 km. Più numerosi sono gli uomini (58,8%) che hanno generalmente 35 anni, mentre le donne (41,2%) sono più giovani, con una media di 30 anni. Da record il risparmio generato dalla condivisione dell’auto nel primo semestre 2018, pari a 290.876 €, ovvero l’85% del risparmio raggiunto in tutto il 2017 (339.383€). Ad aver risparmiato di più sono stati una jojobber di Lodi, che ha messo da parte  2.157€, e un carpooler romano che invece ha toccato quota 1.800€ condividendo con i colleghi il traffico della Capitale.

“È interessante notare che nel 70% dei casi i carpooler ammettano di non suddividere le spese, ma di alternare l’uso dell’auto con cui viaggiare”, spiega Gerard Albertengo, CEO e Founder di Jojob. “Il 20% dei dipendenti invece non si preoccupa dei costi e fa viaggiare i passeggeri gratis, mentre infine il restante 10% sceglie di suddividerli tra i componenti dell’equipaggio”. Per quantificare il rimborso, gli utenti utilizzano il Conto J di Jojob che permette di avere a portata di app l’esatta suddivisione delle spese: oltre il 40% degli intervistati ha stabilito un contributo forfettario per ogni singolo viaggio, il 30% mensile e il 30% settimanale. Al risparmio economico, si aggiungono poi altri benefit: i viaggi casa-lavoro percorsi in bici, a piedi o in carpooling consentono infatti ai dipendenti di maturare dei punti ed accedere a promozioni messe a disposizione da Jojob e incentivi offerti dalle aziende, come buoni Carburante, Buoni Amazon, parcheggi riservati, buoni per articoli sportivi.

Oltre 2.000 aziende “condividono” l’auto: tra i nuovi arrivi Aeroporto di Napoli

A viaggiare in carpooling per la tratta casa-lavoro sono i dipendenti di oltre 2.000 aziende, tra cui Mutti, BVLGARI, Ducati, Lavazza, Salvatore Ferragamo, OVS, Philip Morris, Saipem, Reale Group, Findomestic, Laika, Gruppo MutuiOnline, Ferrero, IBM, Johnson&Johnson, Philips. Oltre metà delle aziende è dislocata a Nord (55%); seguono quelle del Centro e chiudono il podio quelle del Sud e Isole (10%). La mobilità sostenibile fa breccia anche nelle aziende che si occupano di trasporto pubblico: nel 2018 ad esempio ha attivato il servizio l’Ente Autonomo Volturno (EAV), la più grande azienda di trasporto pubblico locale del Meridione controllata al 100% dalla Regione Campania, i cui dipendenti hanno effettuato 1.047 viaggi in carpooling, per 27.341 km percorsi in condivisione e con un risparmio stimato di 1.994 kg di CO2. A seguire l’esempio anche Aeroporto di Napoli, che ha appena attivato il carpooling aziendale per rendere i propri dipendenti partecipi a progetti di  responsabilità sociale e stimolarli a dare il loro contribuito alla mobilità sostenibile. La funzione Bici e Piedi al momento è stata attivata da Salvatore Ferragamo, che per primo ha aderito al nuovo servizio di Jojob, e da BVLGARI.

“Abbiamo non solo deciso di continuare la nostra collaborazione con Jojob ma di incentivare ancora di più il carpooling attraverso dei contest aziendali. Inoltre il nuovo progetto Bici e Piedi, con cui vogliamo premiare anche gli spostamenti casa lavoro tramite mobilità dolce, sta ottenendo un successo inaspettato e molto positivo”, spiega l’azienda Salvatore Ferragamo Spa.

Note per la stampa:

Ogni viaggio percorso in bicicletta o a piedi genera un risparmio in termini di CO2 pari a 130 g/km e contestualmente un risparmio economico per il dipendente pari a 0,20€* per ogni km percorso senza l’utilizzo dell’automobile. I dati del risparmio economico sono stati a partire dal costo medio per ogni km percorso senza carpooling che è pari a 0,20€ (costo scelto come standard, ricavato da tabelle ACI, che tiene conto del carburante e dell’usura del veicolo).1

Chi è Jojob

Il servizio JOJOB di Bringme è un innovativo servizio di car pooling aziendale, nato con l’obiettivo di agevolare gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti di aziende limitrofe. JOJOB è costituito da una piattaforma web e da un’applicazione mobile. Ogni utente, dopo essersi registrato su www.jojob.it, potrà visualizzare su una mappa la posizione di partenza dei propri colleghi e dei dipendenti di aziende limitrofe alla propria, mettersi in contatto e condividere l’auto nel tragitto casa-lavoro. Con l’applicazione mobile, l’unica in grado di quantificare la reale CO2 risparmiata dopo ogni tragitto percorso in car pooling, ogni passeggero potrà certificare il tragitto effettuato, ottenendo punti trasformabili in sconti da utilizzare in locali, ristoranti, bar e palestre convenzionate, sia a livello nazionale che locale.

Fonte:  agenziapressplay.it

Greenpeace: il pesce che mangiamo contiene plastica

I risultati dei test effettuati dall’associazione ambientalista parlano chiaro: quasi un terzo del pesce contiene microplastiche.http _media.ecoblog.it_8_826_greenpeace-pesce-plastica

Sono molto preoccupanti i risultati della ricerca condotta da Università Politecnica delle Marche, Greenpeace e Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova che conferma la presenza di particelle di microplastica anche in pesci e invertebrati pescati nel Mar Tirreno. I campionamenti, centinaia, sono stati effettuati l’estate scorsa dai volontari di Greenpeace a bordo della nave Rainbow Warrior. Tra il 25% e il 30% del pesce analizzato, proveniente da diversi siti di campionamento nel Tirreno, contiene almeno una particella di plastica di dimensioni inferiori a 5 millimetri. Sono interessate diverse specie di pesci con differenti abitudini alimentari, dalle specie planctoniche, agli invertebrati, fino ai pesci predatori. Percentuali simili si riscontrano anche nel pesce dell’Adriatico.

I risultati ottenuti confermano ancora una volta che l’ingestione di microplastiche da parte degli organismi marini è un fenomeno diffuso e sottolineano la rilevanza ambientale del problema dei rifiuti plastici in mare – commenta la docente di Biologia Applicata alla Università Politecnica delle Marche Stefania Gorbi È urgente quindi che la ricerca scientifica acquisisca nuove conoscenze e contribuisca a sensibilizzare la coscienza di tutti su questa tematica emergente.

La maggior parte delle plastiche ritrovate nel pesce è polietilene (PE), cioè il polimero con cui si produce il packaging e dei prodotti usa e getta.

Ciò che ci preoccupa maggiormente è la rapida evoluzione di questo problema e la graduale trasformazione delle microplastiche in nanoplastiche – precisa Serena Maso, Campagna Mare di Greenpeace – particelle ancora più piccole che se ingerite dai pesci possono trasferirsi nei tessuti ed essere quindi ingerite anche dall’uomo“.

Secondo le stime più accurate, ogni anno finiscono in mare circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici di vario tipo con una netta prevalenza di imballaggi monouso usa e getta: bottiglie d’acqua e bibite ma anche fustini di detersivi liquidi.

Foto: Unsplash

Fonte: ecoblog.it

Autobus elettrici: a Londra altri 68 bus green

Aggiudicato il bando per la fornitura di altri 68 bus elettrici per la Città di Londra, saranno della cinese BYD e dell’indiana Optare.http _media.ecoblog.it_3_3b8_autobus-elettrico-byd

La città di Londra continua a spingere per una mobilità sostenibile e il più possibile elettrica con l’acquisto di 68 nuovi autobus a batteria e a emissioni zero. A vincere il bando per la fornitura sono state la cinese BYD (37 veicoli) e l’inglese Optare (controllata dal gruppo indiano Hinduja, 31 veicoli). I nuovi autobus elettrici cominceranno a girare per le strade di Londra entro la primavera-estate 2019. Si tratta dei modelli BYD ADL Enviro400EV e Optare Metrodecker EV, entrambi in versione “Double Decker” a due piani in pieno stile londinese.  Il primo è un bus da 10,9 metri con batterie al fosfato di ferro prodotte dalla stessa BYD e posizionate nella parte anteriore bassa del mezzo e in quella posteriore. Servirà la Route 43 che da London Bridge arriva fino a Friern Barnet, tagliando Londra da sud a nord e viceversa con 100 posti passeggero tra in piedi e seduti. http _media.ecoblog.it_d_dcd_autobus-elettrico-optare

L’Optare Metrodecker EV, invece, farà la Route 134 da North Finchley a Tottenham Court Road, anche questa in direzione nord-sud. E’ lungo 10,5 metri e può trasportare fino a 99 passeggeri. Ha batterie al fosfato di ferro-magnesio. Già da alcuni anni Londra ha puntato sulle motorizzazioni elettriche per il suo trasporto pubblico e, quando anche questi 68 mezzi entreranno in funzione, avrà un parco autobus circolante in elettrico di 240 veicoli in totale ai quali vanno aggiunti molti altri autobus ibridi.

Fonte: ecoblog.it

L’economia dei rifiuti, ancora poco circolare: intervento di Agata Fortunato

389714_1

Dal turismo dei rifiuti, a politiche di prevenzione assenti o poco efficienti, sono diversi gli aspetti che rendono l’economia dei rifiuti ancora poco circolare. Cosa fare evitando di “buttare via il bambino insieme all’acqua sporca”?

Dal turismo dei rifiuti, a politiche di prevenzione assenti o poco efficienti, sono diversi gli aspetti che rendono l’economia dei rifiuti ancora poco circolare. Cosa fare evitando di “buttare via il bambino insieme all’acqua sporca”? Di seguito il punto di vista di Agata Fortunato, responsabile Ufficio Ciclo Integrato dei Rifiuti della Città Metropolitana di Torino: 
La carenza di impianti in Italia è un problema annosissimo, strettamente correlato alla non sempre diffusa conoscenza da parte delle comunità locali delle tecnologie disponibili e degli effettivi impatti, ma anche dei casi di cattiva gestione, che portano troppo spesso all’opposizione alla realizzazione di nuovi impianti senza entrare nel merito dei singoli interventi; questo ha come conseguenza cercare soluzioni semplici a problemi complessi.

Normalmente la soluzione più semplice è non scegliere, non decidere e spostare il problema da qualche altra parte. Lo dimostra plasticamente l’indagine riportata da ilfattoquotidiano.it, che documenta, in completo spregio ai tanto decantati criteri di prossimità, i “tour dei rifiuti” in lungo e in largo nella nostra penisola. Questa analisi dovrebbe far riflettere su due aspetti altrettanto importanti: la quantità e la tipologia dei rifiuti prodotti ogni anno e la necessità di trattamento che ne deriva. Senza dimenticare la quantità, su cui ce lo diciamo da anni è necessario mettere in campo sforzi, che devo dire al momento appaiono molto limitati e soprattutto disorganici, non è più procrastinabile riprogettare beni e imballaggi, affinché una volta diventati rifiuti possano effettivamente essere riciclati, invece che essere inceneriti o smaltiti in discarica. Al tempo stesso però i territori che oggi più “esportano” rifiuti non possono continuare a far finta di nulla. Certo, la pianificazione e localizzazione di impianti per la gestione dei rifiuti è spesso impopolare e difficile, ma evidentemente necessaria. Ritornando al concetto di prevenzione dei rifiuti, che in modo estensivo possiamo sia interpretare come mera riduzione della quantità assoluta, ma anche come riduzione della quantità avviata a recupero energetico o smaltimento, spiace notare che negli scorsi anni, a fronte di pur interessanti elenchi di iniziative proponibili (e in parte anche attuate dalle comunità locali), non sia stata attivata una politica organica. Per i rifiuti di imballaggio, che costituiscono la gran parte dei rifiuti prodotti quotidianamente dalle famiglie italiane, i piani di prevenzione sono demandati direttamente ai consorzi di produttori e forse, questo potrebbe non essere la scelta migliore quanto ad incisività. Certo quando si acquista qualcosa ci si aspetta che l’imballaggio “faccia il suo mestiere”, ma negli ultimi anni la progettazione degli imballaggi ha quasi esclusivamente guardato alla performance tecnica e all’appeal nei confronti del consumatore. Inoltre sono cresciuti a dismisura i prodotti venduti con uno o più imballi, anche quelli non “lavorati” come la verdura fresca. Una recente rilevazione di ISMEA, riportata da IlSole24ore, afferma una sostanziale sostituzione dell’ortofrutta imballata a scapito dello sfuso e collega il fenomeno con l’introduzione dei sacchetti ultraleggeri in bioplastica e a pagamento. Non so se questa lettura sia corretta (nel qual caso l’obiettivo della legge sarebbe stato profondamente disatteso), ma è un fatto che nei supermercati gli spazi per i prodotti freschi e sfusi (ortofrutta, salumeria, macelleria, pescheria) si sono drasticamente ridotti nell’ultimo decennio a favore di una maggiore offerta di analoghi referenze preconfezionate. Questo sembrerebbe accadere (lo dico da consumatrice non avendo a riguardo dati a supporto di questa tesi) soprattutto nelle grandi città, proprio laddove l’estensione degli orari di apertura (ormai è diffusa la presenza di supermercati 7/24) dovrebbe indurre i consumi in una direzione opposta, ovvero comprare solo quello e nel momento in cui è necessario. E questo è solo un esempio. Manca una risposta organica ai tanti appelli sulla riduzione degli imballaggi e più in generale dell’usa e getta che, diciamocelo in tranquillità, non sempre è necessario (il caso emblematico sono le cannucce in plastica). Il grosso rischio a mio avviso è quello non solo di non veder ridurre la produzione di rifiuti, ma addirittura di assistere ad una contrazione del riciclo visto il proliferare di imballaggi e prodotti usa e getta realizzati in materiali oggi non riciclabili.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Premio Comuni Ricicloni XXV edizione: sono 505 i Comuni rifiuti free del 2018, 19 in più rispetto al 2017

389716_1

Il XXV rapporto Comuni Ricicloni di Legambiente è stato presentato oggi a Roma nell’ambito dell’EcoForum l’economia circolare dei rifiuti, che si è concluso con la premiazione delle comunità locali, degli amministratori e delle esperienze che hanno ottenuto i migliori risultati nella gestione dei rifiuti urbani. In Italia sono sempre più numerosi i Comuni rifiuti free, cioè quei Comuni dove la raccolta differenziata funziona correttamente, ma soprattutto dove ogni cittadino produce, al massimo, 75 chili di secco residuo all’anno, ovvero di rifiuti indifferenziati avviati a smaltimento. Erano 486 lo scorso anno, sono 505 nel 2018, per un totale 3.463.849 cittadini, circa 200.000 in più rispetto al 2017. Il trend è positivo quindi, ma evidentemente c’è ancora molto da fare in tema di economia circolare. Il XXV rapporto Comuni Ricicloni di Legambiente è stato presentato oggi a Roma nell’ambito dell’EcoForum l’economia circolare dei rifiuti, che si è concluso con la premiazione delle comunità locali, degli amministratori e delle esperienze che hanno ottenuto i migliori risultati nella gestione dei rifiuti urbani. Nel rapporto, in positivo, va segnalato l’aumento dei Comuni rifiuti free al Sud: erano 43 (pari al 10%) lo scorso anno e oggi sono 76 (15%); il Centro si conferma sostanzialmente stabile (passando da 38 a 43 Comuni e cioè dall’8% al 9%) con qualche avanzamento dovuto al successo del porta a porta in Toscana, mentre il numero dei Comuni virtuosi diminuisce del 6% al Nord tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige che pur perdendo 26 comuni e con un leggero aumento della produzione di rifiuti indifferenziati, rimangono comunque le regioni col maggior numero di virtuosi. Al Nord migliora solo la Lombardia che aggiunge altri 11 comuni ai 90 all’anno precedente, mentre a livello nazionale l’aumento più significativo di comuni virtuosi è in Basilicata dove la percentuale dei Comuni Rifiuti Free sul totale passa dall’1,5% all’8%. Le città di Treviso, Pordenone e Trento si riconfermano, come lo scorso anno, in testa ai capoluoghi di provincia, così come, ancora una volta, il Nord-Est si dimostra quale area geografica più efficiente in tema di gestione virtuosa dei rifiuti urbani. Su 505 comuni a bassa produzione di secco residuo, ben 264 appartengono infatti a quest’area in cui, non a caso, la raccolta e la gestione dei rifiuti sono basate, quasi totalmente, su sistemi consortili con una raccolta organizzata esclusivamente con il sistema porta a porta. Dalla stessa area i consorzi che riempiono le prime posizioni della classifica dedicata, dove va segnalata Mantova Ambiente (Lombardia) che ha scalato pian piano la classifica fino ad arrivare all’attuale terza posizione, dietro ai noti Priula e Bacino Sinistra Piave, entrambi della provincia di Treviso. Gli utenti complessivamente serviti dai primi tre consorzi nella classifica “Consorzi oltre i 100mila abitanti”, superano il milione di abitanti. Invariata rispetto allo scorso anno nelle prime tre posizioni, la classifica dei “Consorzi sotto i 100mila abitanti”, dove ancora una volta i trentini AMNU, ASIA e Fiemme Servizi si dimostrano i più efficienti nel servire i loro circa 173mila utenti complessivi. I Comuni rifiuti free che superano i 15mila abitanti sono 50, comprendendo anche comuni di una certa dimensione, come Carpi (quasi 73mila abitanti) ed Empoli (52mila abitanti), a testimonianza del fatto che dove esistono politiche di buona gestione dei rifiuti, si possono raggiungere risultati estremamente soddisfacenti.

Il ruolo dei Comuni nel portare l’attuale sistema di gestione dei rifiuti sempre di più verso l’economia circolare è fondamentale – ha dichiarato il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti – le amministrazioni locali sono le uniche in grado di indirizzare i propri concittadini verso pratiche virtuose di prevenzione, raccolta e riciclo. E’ importante però che siano inserite in un contesto di normative regionali e nazionali e di piani d’ambito che sostengano questa direzione, prevedendo gli strumenti necessari come la tariffazione puntuale, sistemi di premialità per sfavorire il conferimento in discarica e incentivare il recupero di materia, la raccolta porta a porta e serie politiche di riduzione della produzione dei rifiuti. Al tempo stesso gli amministratori possono, attraverso scelte consapevoli e obbligatorie (come il Green Public Procurement), incidere in maniera significativa sulla diffusione dei ri-prodotti e nello sviluppo di una vera e propria economia circolare, scelta ancora più urgente vista anche la chiusura del mercato cinese all’importazione dei rifiuti”.
L’obiettivo Comuni rifiuti free non può prescindere dall’insieme delle buone politiche di prevenzione, da un buon sistema di impianti di riciclo per il recupero di materia e da un sistema di raccolta porta a porta efficace come da una tariffazione puntuale. Possiamo dire che optare per la tariffa paga, in tutti i sensi. Sono infatti 260 i comuni rifiuti free che hanno adottato un sistema di tariffazione puntuale e 101 quelli che hanno introdotto la tariffa normalizzata, con notevoli benefici ambientali e sociali ma anche per le tasche dei contribuenti. Nel corso degli anni gli obiettivi della classifica di Comuni Ricicloni sono diventati sempre più stringenti adeguandosi al panorama della gestione dei rifiuti in Italia che è mutato molto dalle prime raccolte stradali dedicate alle frazioni ed agli imballaggi principali, fino ad arrivare ai giorni nostri con l’intercettazione di rifiuti “complessi” porta a porta e un target minimo del 65% in vigore già dal 2012 nel nostro Paese. La Giuria del concorso, composta da Legambiente, dai Consorzi di filiera e dai principali attori del settore, ha di volta in volta modificato i criteri di valutazione dei vincitori per poter fornire ai Comuni uno stimolo a raggiungere risultati sempre più ambiziosi.  A pesare sulla classifica non sono più (da tre anni) solo i livelli di raccolta differenziata raggiunti (criterio minimo per entrare nella valutazione è il raggiungimento del 65% di RD) ma anche le politiche di riduzione della quantità di rifiuto destinata a smaltimento. Il nuovo pacchetto europeo sull’economia circolare pone, tra i suoi obiettivi, il riciclo del 70% degli imballaggi entro il 2030 e del 65% dei rifiuti urbani (al 2035) e, alla stessa scadenza, un massimo del 10% di rifiuti che possono essere smaltiti in discarica. Da questo presupposto è nata quindi l’esigenza di porre come obiettivo minimo per entrare a far parte dei Comuni Rifiuti Free di Legambiente la soglia di produzione di 75 Kg/ab/anno di secco residuo prodotto (che comprende il secco residuo e la parte di ingombranti non riciclata).
Dossier completo: http://www.ricicloni.it/dossier

Fonte: ecodallecitta.it

Online la piattaforma Carbon Disclosure Project per la rendicontazione dell’impronta ambientale dei comuni

389723_1

La piattaforma consente alle amministrazioni municipali di segnalare emissioni di gas serra, rischi derivanti dal cambiamento climatico e strategie di mitigazione e adattamento. Cambiamento climatico, vulnerabilità urbana e gestione delle risorse sono i temi al centro del Programma Cities di CDP (Carbon Disclosure Project), organizzazione internazionale no-profit che si propone di aiutare investitori, aziende e città a valutare la propria impronta ambientale e prendere provvedimenti al fine di realizzare un’economia autenticamente sostenibile. CDP offre alle amministrazioni comunali una piattaforma di rendicontazione dei cambiamenti climatici a carattere volontario. La piattaforma consente alle amministrazioni municipali di segnalare emissioni di gas serra, rischi derivanti dal cambiamento climatico e strategie di mitigazione e adattamento. Nel 2017, 573 città, più di 100 governi subnazionali e regionali ed oltre 6.300 imprese in tutto il mondo hanno utilizzato la piattaforma CDP per rendicontare i propri dati relativamente all’impatto ambientale ed alle azioni e strategie intraprese per far fronte alle sfide climatiche. CDP ha lanciato quest’anno una nuova piattaforma, tramite la quale i Comuni possono ottenere informazioni esclusive e una valutazione comparativa rispetto ad altre città, partecipare ad attività di formazione relativamente al processo di rendicontazione, comunicare piani, progetti e successi,mostrare agli investitori progetti di sostenibilità urbana. CDP è, inoltre, una delle piattaforme di reporting ufficiale della Global Covenant of Mayors for Climate & Energy (Alleanza Globale dei Sindaci per Clima ed Energia), che costituisce la più grande e la prima coalizione globale di questo tipo, con più di 7.500 città impegnate nella leadership climatica. Per partecipare alla rendicontazione dei dati, i Comuni sono invitati a completare e inviare il questionario entro l’11 luglio 2018. La partecipazione a CDP è volontaria e gratuita. Non vi sono metodi prestabiliti da seguire o requisiti minimi sui dati. Ogni Comune può scegliere se rendere pubblici i propri dati o se mantenerli privati.

Il questionario per le città è compilabile online. Il questionario e la guidaalla rendicontazione sono disponibili per la consultazione anche in italiano. Per qualsiasi informazione aggiuntiva e ricevere assistenza per la compilazione è possibile contattare CDP all’indirizzo cities@cdp.net.

 

Fonte: Anci

Piemonte, al via il bando regionale da 40 milioni di euro per la Bioeconomia

389691_1

la Regione vara questa nuova piattaforma su uno dei temi più strategici per l’attuale programmazione dei fondi europei. L’ente sostiene progetti per chimica verde, cleantech e agroalimentare, stanziando contributi per 40 milioni

Contributi a fondo perduto finalizzati alla realizzazione di  progetti di ricerca industriale in Piemonte nei settori dell’agroalimentare, della chimica verde/cleantech e dell’economia circolare, con l’impegno da parte delle aziende di assumere giovani qualificati in alto apprendistato, in rapporto alla fascia di investimento prevista. Sono queste, in sintesi, le caratteristiche più significative della nuova piattaforma tecnologica sulla Bioeconomia, di cui da oggi è disponibile il bando.

Dopo  “Fabbrica intelligente” (avviata nel 2015) e  “Salute e benessere” (lanciata lo scorso anno), la Regione vara questa nuova piattaforma su uno dei temi più strategici per l’attuale programmazione dei fondi europei, finanziando i relativi progetti con un contributo di 40 milioni di euro.

Nel territorio piemontese l’industria agrifood è costituita da circa 33 mila unità produttive e oltre 135 mila addetti, mentre sono quasi 3800 le imprese del settore chimica verde con circa 48 mila lavoratori. «Il Piemonte- sottolinea l’assessore Giuseppina De Santis – ha condiviso con le altre Regioni la strategia generale di posizionamento sul settore e questa piattaforma rappresenta la misura concreta per darne attuazione. Qui è inoltre presente un modello distintivo di collaborazione tra mondo agricolo e industriale, che rende auspicabile l’ulteriore incremento della cooperazione tra strutture di ricerca e imprese riferiti all’intera filiera agroalimentare. Contiamo infine che, come già accaduto con le altre misure avviate sulla ricerca, anche in questo caso si possano ottenere importanti risultati sul tema dell’occupazione qualificata di giovani ricercatori».

La piattaforma sulla Bioeconomia riunisce i settori della chimica verde/cleantech e dell’agroalimentare. In tali ambiti una delle sfide più attuali è costituita dal rafforzamento della ricerca e dell’innovazione volte allo sviluppo di tecnologie non solo nei rispettivi comparti, ma come risultato della loro simbiosi, che consenta la creazione di ecosistemi produttivi circolari. La bioeconomia si propone quindi di favorire la transizione verso un sistema economico più sostenibile e a minor impatto ambientale, che rigeneri gli ecosistemi naturali anziché impattarli e maggiormente efficiente dal punto di vista delle risorse nel più ampio contesto di sviluppo dell’economia circolare.  Lo strumento della piattaforma tecnologica è già collaudata da diverso tempo in Piemonte nell’ambito della politica di sviluppo regionale: si tratta di sostenere le iniziative di partenariati che si costituiscono ad hoc riunendo grandi e piccole imprese insieme ai centri di ricerca pubblici e privati. La piattaforma rappresenta quindi l’ideale forma di coordinamento e di raccordo tra i diversi attori – imprese, istituzioni, Università – che operano su scala regionale in uno specifico settore di innovazione attorno ad una visione strategica comune, con il fine di garantire un trasferimento tecnologico più immediato.  Il contributo è a fondo perduto, con il limite massimo di 10 milioni di euro per progetto e 5 milioni di euro per singolo soggetto. Gli interventi finanziabili, presentati dal raggruppamenti che abbiano come minimo  il 30 per cento di “presenza” di piccole e medie imprese, dovranno riguardare la ricerca industriale o lo sviluppo sperimentale. Per ogni singola proposta progettuale le imprese del partenariato, assumono l’impegno ad attivare un numero minimo di assunzioni in alto apprendistato che varia tra 10 e 20, in rapporto alla fascia di investimento prevista.

La piattaforma sulla bioeconomia è destinata alle imprese industriali e di trasformazione agroalimentare, ma auspica la partecipazione di imprese del settore agricolo e primario, che potranno avvalersi delle opportunità offerte dal Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020, attraverso una misura di prossima emanazione che ha in programma una esplicita premialità per i soggetti che cooperano nell’ambito dei progetti finanziati dalla piattaforma bioeconomia del Fesr.

Le candidature dovranno essere presentate entro e il 17 settembre 2018.

Pagina dedicata all’agevolazione: https://www.finpiemonte.it/bandi/dettaglio-bando/piattaforma-tecnologica-bioeconomia

 

Fonte: ecodallecitta.it

Ministro Costa: presto leggi ad hoc sulla plastica in mare

389731_1

“Penso di incardinare nelle prossime settimane la prima legge sulla plastica in mare e nelle more del recepimento della Direttive Ue sul tema della plastica monouso, e dal momento che per averla dovranno passare almeno tre-quattro anni, noi che abbiamo questa forte coscienza ecologica, le anticipiamo in italia”

Lotta alla plastica in mare. La promette il ministro dell’Ambiente Sergio Costa intervenendo a ‘Mediterraneo da remare’ – organizzato dalla Fondazione Univerde in collaborazione con Marevivo e l’adesione della Guardia costiera – facendo presente che presto saranno presentate due leggi ad hoc, una per anticipare l’Europa sulla riduzione della plastica monouso e l’altra per consentire ai pescatori di portare a terra i rifiuti che raccolgono in acqua.

“Penso di incardinare nelle prossime settimane la prima legge che parla in particolare della plastica nel mare – spiega Costa – e nelle more del recepimento della Direttive Ue sul tema della plastica monouso, e dal momento che per averla dovranno passare almeno tre-quattro anni, noi che abbiamo questa forte coscienza ecologica, le anticipiamo in italia. Ma non è una legge contro qualcuno – dice Costa – inseriamo anche un primo step sull’economia circolare, e puntiamo sul riuso della plastica; sono persuaso che gli imprenditori saranno dalla nostra parte, tutelando allo stesso tempo l’ambiente”.

Poi “ci sarà un altro passo successivo- prosegue il ministro- ci diamo una mano con i pescatori, che sono una grande risorsa del paese. Attualmente non possono portare a terra i rifiuti che raccolgono quando pescano con le reti”. Invece aiutandoli con questa norma “potranno pulire il mare senza rischiare conseguenze giuridiche, facendo un servizio sociale, alimenteranno i consorzi del riciclo, e svilupperanno la filiera dell’economia circolare”. Sui tempi dei provvedimenti il ministro non si sbilancia rispondendo a chi gli chiede se arriveranno prima dell’estate: “ci sto provando – osserva – voglio prima incontrare tutti gli attori coinvolti e il mondo dell’imprenditoria, per evitare di inciampare e poter camminare insieme”. In questo senso rilancia la campagna, “un appello a costo zero”, rivolta ai cittadini per raccogliere quest’estate un pezzo di plastica a testa dalle spiagge.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Smart Home: l’aria condizionata a risparmio energetico Ambi Climate

Smart-Home-Connected-Home-Casa-intelligente-3-Imc-e1519031120383

Ambi Climate è un esempio pratico di come i dispositivi smart possano farci risparmiare energia mantenendo alto il comfort.

L’aria condizionata è un comfort al quale ormai in pochi vogliono rinunciare, ma è anche una grande fonte di consumo di energia elettrica. Allo stesso tempo, però, molto spesso i condizionatori sono utilizzati male e riescono a diminuire il comfort invece di aumentarlo: o fa troppo caldo, o fa troppo freddo, o l’aria è troppo umida, o troppo secca. La soluzione? Uno smart device dotato di intelligenza artificiale  connesso in rete. Ad esempio Ambi Climate, che si sostituisce al normale telecomando con schermo LCD del condizionatore (i modelli con telecomando senza schermo non sono supportati) e gestisce completamente l’impianto di raffrescamento e riscaldamento in base a una serie di parametri che va ben oltre la semplice temperatura rilevata nella stanza. Oltre a questo fattore, infatti, per avere un vero comfort bisogna monitorarne altri: umidità dell’aria, prima di tutto, e poi anche la quantità di luce (e quindi calore) che entra nella stanza. Che, a sua volta, dipende dalle condizioni meteo esterne. Tutte cose che un normale condizionatore ignora totalmente. Ambi Climate, invece, lavora diversamente: una volta impostata la temperatura ideale il device tiene sotto controllo anche umidità e luminosità. Se nella stanza è arrivato il sole vuol dire che la temperatura sta per salire, naturalmente, di qualche grado e quindi è necessario regolare il condizionatore di conseguenza. Anche perché quando il sole batte su un oggetto, esso accumula calore e lo va cedendo nei minuti successivi. Allo stesso modo Ambi Climate tiene sotto controllo i servizi meteo online per capire come comportarsi nelle prossime ore. Il tutto è gestito da un software di intelligenza artificiale che, però, ha l’umiltà di chiederci se il risultato ci sta bene oppure no: una sorta di questionario sulla nostra soddisfazione che, di fatto, il sistema usa per imparare quali sono i nostri gusti. E regolare il climatizzatore di conseguenza. Tutte le regolazioni di Ambi Climate possono essere settate o tramite l’App fornita dal produttore o collegando il device ad un assistente vocale. Ambi Climate è compatibile sia con Google Home che con Amazon Echo. Secondo il produttore, se è ben usato può portare un vero risparmio energetico e a una riduzione dei consumi elettrici dovuti all’aria condizionata pari al 30%.

Fonte: ecoblog.it