Ma21Cuore Verde: la fattoria familiare che coltiva erbe aromatiche e promuove la biodinamica

Emanuele Tellini racconta della fattoria Cuore Verde, frutto della passione per l’Antroposofia e per l’agricoltura Biodinamica e di come questa gli abbia permesso di condurre una vita basata su principi di cura e rigenerazione dell’ambiente, della biodiversità e delle persone. La Biodinamica è un settore in crescita con favorevoli dati economici e sempre più supportata dalle crescenti richieste di parte della popolazione, anche in Italia. La fattoria Cuore Verde, a Castel Focognano in provincia di Arezzo, nasce nel 2006. Oggi è una piccola realtà biodinamica di circa 12 ettari, a conduzione familiare, nata della passione per un’agricoltura volta alla sperimentazione di un sistema agroecologico, ad impatto zero.

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Fattoria Cuore Verde

Intervisto Emanuele Tellini, coproprietario di Cuore Verde: «Tutto inizia dall’incontro con la filosofia di Rudolf Steiner: l’Antroposofia. Poi il corso di agricoltura Biodinamica è stato determinante per iniziare questo progetto. La Biodinamica è un metodo ben preciso di coltivazione: non ci si può improvvisare ma bisogna essere ben preparati e aver studiato tutte le sue regole e ci va tempo per osservare e per capire di cosa c’è veramente bisogno per sostenere quel sistema nel suo insieme».

È un sistema di produzione che mira a riprodurre nell’azienda un modello agro-ecologico basato su principi vitali come la sinergia e l’interconnessione tra suolo, animali, coltivazioni, boschi e attività umane in grado di rigenerare le risorse. Tutto concorre alla crescita e alla cura del sistema attraverso la cooperazione dei diversi componenti.

«È per questo che noi usiamo esclusivamente il letame dei nostri animali e anche i semi delle nostre piante, esse imparano ad adattarsi anno dopo anno a questo equilibrio. Anche i parassiti, le infestanti, le lumache che ti mangiano l’insalata saranno cibo per altri animali. Così si compone un organismo agricolo. La presenza, nell’equilibrio, di ogni componente nutrirà altri animali o il terreno stesso e quel nutrimento tornerà in un circolo virtuoso al tuo “organismo agricolo” rigenerandolo continuamente. 

Il contadino partecipa al processo osservando l’intero sistema e intervenendo dove reputa sia necessario. Così ogni “organismo agricolo” è diverso dall’altro e alla fine ogni prodotto di quell’azienda sarà caratteristico di quel progetto. Una individualità che produce prodotti unici.

Fattoria Cuore Verde

Al contrario l’agricoltura convenzionale è una esecuzione di protocolli che prevedo l’uso più o meno massiccio della chimica e che ottiene prodotti standardizzati perché adattati al sistema di produzione meccanico dove l’unico obiettivo è il margine maggiore di guadagno senza tenere conto degli equilibri della natura e dei suoi ritmi. La necessità di realizzare un equilibrio naturale non ci ha permesso di ottenere una immediata entrata nelle casse aziendali. Però una volta che si è stabilito viene mantenuto con costi irrisori. Tanto per fare un esempio la voce “concimazione” ha un costo pari a circa 150 euro l’ettaro l’anno».

In generale, secondo il rapporto Bioreport 2017-2018, il fatturato medio annuo per ettaro è molto maggiore nella Biodinamica che nell’agricoltura biologica e in quella convenzionale di quasi tre volte: 13.000 euro a ettaro nei campi biodinamici, certificati Demeter, a fronte dei 2.441 euro di un’azienda biologica e dei 3.207 euro di un’azienda convenzionale. Oltre la metà delle aziende certificate Demeter si trova nell’Italia settentrionale e in particolare in tre regioni italiane: Trentino Alto Adige, Piemonte ed Emilia-Romagna che da sole ospitano il 45% delle aziende biodinamiche italiane. L’Italia ha un consumo interno di prodotti biodinamici inferiore a paesi Europei come Germania e Olanda ma risulta essere quella che esporta maggiormente all’estero. Quindi importiamo quasi del tutto le erbe più “industriali” ed esportiamo quelle di maggior valore nutrizionale.

Continua Emanuele: «Noi oggi coltiviamo principalmente erbe aromatiche e officinali (circa 20mila piante), ortaggi (5mila m2), olivi (15mila m2), prati a pascolo (30mila m2) per i nostri ovi-caprini per la produzione di letame non per la produzione di latte.»

Le erbe aromatiche e officinali sono il settore più importante per la produzione di Tisane e di Oli Essenziali. A Cuore Verde la raccolta si fa a mano, foglie e fiori vengono commercializzati interi e non triturati per far vedere il prodotto originario e l’essiccazione è naturale. 

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Fattoria Cuore Verde

Le erbe normalmente in commercio, prevalentemente di origine straniera, sono sminuzzate indistintamente con pale che pre-cuociono il materiale facendo perdere l’aroma e la capacità curativa. Invece se ben gestite le piante sono una risorsa medicinale naturale importante. La Lavanda e la Melissa sono utilissime per l’ansia e l’insonnia così come la Malva è un ottimo emolliente per le mucose del sistema digerente. Lo stesso Steiner riteneva che l’Ortica fosse la pianta più depurativa, oggi la utilizziamo anche per le proprietà rimineralizzanti. «Ma bisogna avere un prodotto di prima qualità dove le forze vitali siano state supportate e protette così come i valori nutrizionali e i cicli naturali caratteristici».

Molto importante per la sostenibilità economica di questo progetto è stata la collaborazione con La Grande Via, l’associazione del prof. Berrino, medico, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, poco distante dalla Fattoria. La possibilità di entrare a far parte della Guida Nomade che raccoglie aziende virtuose, a cui Italia che Cambia collabora, e di poter far conoscere le caratteristiche del proprio lavoro ad un pubblico già molto sensibilizzato verso una buona alimentazione, uno stile di vita salutare e un’attitudine alla spiritualità, può determinare la riuscita un progetto

«La cura della terra e dell’ambiente va di pari passo con la cura delle persone e della società  per chi sceglie di vivere non di un mestiere ma di una passione. Il mio sogno è riuscire a dialogare anche con chi è molto distante da me come mentalità per cercare insieme di ricreare quelle connessioni perdute con la Natura che rigenerebbero le nostre vite».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/cuore-verde-fattoria-familiare-coltiva-erbe-aromatiche-promuove-biodinamica/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Come si produce e consuma il cibo in tempi di crisi climatica?

Negli spazi della Fondazione Pistoletto artisti e professionisti si sono incontrati per comprendere come i produttori locali si possano attrezzare in vista dei cambiamenti climatici, prendendo come spunto l’area agricola del Biellese. Un workshop multidisciplinare che attinge alla ricerca, alla letteratura e alla teoria della psicologia ambientale e del design urbano per far progredire la comprensione di ciò che rende efficaci gli spazi di aggregazione pubblica: sono questi, in sintesi, gli obiettivi e le peculiarità dell’iniziativa formativa promossa da UNIDEE e Illycaffè S.p.A., nata per celebrare i vent’anni di collaborazione tra le due realtà. Il riferimento è a Climavore: Losing Cultures, che si rivolge ad artisti, architetti e designer con la finalità di indagare nuove forme di produzione e consumo di cibo in tempi di crisi climatica. Il tema centrale non è casuale: il modulo è guidato dal duo artistico Cooking Sections (composto da Daniel Fernández Pascual e Alon Schwabe), che porta avanti da anni una ricerca su come il cambiamento climatico stia ridisegnando le frontiere di territori legati a specifiche produzioni agricole in tutta Europa. Cosa si mangia in un periodo di siccità? Come si innaffia senza acqua? In che modo i pesci si sono trasformati da cibo a fonte di inquinamento? Queste sono solo alcune delle questioni affrontate durante il workshop.

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“Diversamente da un onnivoro, un carnivoro, un vegetariano o un vegano – si legge in un estratto dell’outline del modulo – Climavore utilizza le diete come strumento per indagare le scelte alimentari umane durante l’attuale cambiamento climatico. Questo implica trovare nuovi modi per adattare i nostri modelli di produzione e consumo alimentare, nonché i nostri immaginari culturali, a trasformazioni ambientali sempre più evidenti indotte dall’uomo. Utilizzando il caso della Regione Piemonte, il workshop verterà su come i cambiamenti climatici stiano sfidando la correlazione tra “origine” e “qualità” in tutta Europa”.

Il workshop ha previsto una serie di incontri e visite in linea coi contenuti del modulo. In quest’ottica, mentori e partecipanti sono stati alla “Tenuta Margherita”, dove Andrea Calciati (UNIDEE Digital Comunication Consultant) ha illustrato loro come una tenuta agricola attiva dal 1904, per far fronte ai cambiamenti globali tra clima, mercati e territorio, abbia scelto di puntare alla qualità e alla cura del territorio, invece che alla quantità; un processo che avviene anche grazie all’utilizzo di macchinari degli anni ’40 e ’50.

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Successivamente il gruppo è stato al mercatino settimanale di Let Eat Bi e, per l’occasione, Armona Pistoletto ha illustrato ai presenti le peculiarità dell’associazione che presiede. L’ultimo talk ha visto come relatore il viticoltore Daniele Garella (comunicazione web di Cittadellarte), che ha focalizzato il suo incontro sul vino piemontese e biellese, con un focus sulla sua produzione e sull’impatto che il cambiamento climatico ha sul territorio.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

La nuova vita di una famiglia in una Casetta Ben Nascosta nel bosco

Stanchi dello stress causato dal lavoro, Jyothi e Daniele hanno deciso di cambiare radicalmente e di andare a vivere con i figli sulle pendici del Monte Cimino in un casale di campagna che hanno ristrutturato e ribattezzato La Casetta ben Nascosta del Bosco. Qui sperimentano un vivere sostenibile fatto di autoproduzione, riciclo creativo, contemplazione e riscoperta delle relazioni e della comunità.

 “Dimmi, piccolina, se ne usciamo vivi, che cosa ti farebbe veramente piacere?

“Ritrovare Ernest – disse subito Celestine. – E tornare con lui nella casetta ben nascosta nel bosco”

Da questo passo del libro Ernest e Celestine, scritto da Pennac, Jyothi e Daniele hanno preso spunto per battezzare la loro casa-laboratorio per una vita sostenibile con il nome La Casetta ben Nascosta nel Bosco. La coppia fino a qualche anno fa conduceva insieme ai tre figli una delle tipiche vite che comunemente si ritengono essere di successo. Dagli Stati Uniti, dove allora abitavano, hanno iniziato tuttavia ad osservare ciò che oggi è diventato evidente anche in Europa, ovvero “come la società ci fa correre, non ci consente di essere presenti e di coltivare le relazioni per poi riempirci di stupidaggini così da sopperire al fatto di essere come un criceto sulla ruota”.

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La Casetta ben Nascosta nel Bosco

«I bambini – ci ha raccontato Daniele – vengono sempre più spesso cresciuti da dispositivi elettronici, mentre gli algoritmi decidono sempre di più le nostre vite».

Lasciato il lavoro nel settore hi-tech, dunque, Daniele e la sua famiglia, hanno deciso di tornare in Europa e, successivamente, in Italia. Visti una decina di casali in campagna fra Lazio, Umbria e Toscana, Jyothi e Daniele hanno trovato “in uno di quei posti che ci arrivi solo se lo sai, o se ti perdi” quella che sarebbe diventata La Casetta ben Nascosta nel Bosco, a Soriano nel Cimino. La casetta anni ‘50 è circondata da ulivi e noccioli, qualche castagno e noce, meli, ciliegie e fichi. I primi mesi nella nuova casa sono stati dedicati a rendere agibili un paio di stanze, mentre oggi la vecchia stalla è diventata un bagno. Poco lontano c’è una yurta e tutt’intorno alla casetta che è stata ristrutturata ci sono i pannelli solari, un orto, una piccola serra e un pollaio.

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Nella casa-laboratorio per una vita sostenibile, Jyothi e Daniele coltivano e producono il proprio cibo: un atto rivoluzionario in un mondo che spinge le persone a mangiare cibo sempre più scadente e alterato. Gli oggetti di scarto, invece, diventano lavori artistici e divertenti, come i vecchi copertoni diventati un gioco per bambini o le lattine e le vecchie scatole di alluminio che diventano strumenti musicali. Questa scelta di vita ha consentito a Jyothi e Daniele di avere più tempo da dedicare a loro stessi, alle relazioni o anche, più semplicemente, alla contemplazione. «Il bombardamento di informazioni e di stimoli cui siamo sottoposti quotidianamente – osserva Daniele – non ci consente né di riflettere né di metabolizzare esperienze ed emozioni, e questo contribuisce a farci ammalare».
Jyothi e Daniele, dunque, intendono continuare a «lavorare il giusto per ottenere il giusto, senza strafare» e si augurano che sempre più persone prendano una decisione simile. «C’è tanta campagna che sta andando in malora, in un’incuria totale. In Olanda – paese da cui proviene Jyothi – le piccole botteghe di stampo familiare sono già state smantellate 25 anni fa senza che neppure le persone se ne accorgessero. In Italia, invece, questo smantellamento è più recente e la società civile inserita in un contesto di borghi e di paesi può essere ancora salvaguardata e ricostruita».

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Dal tornare ad abitare le campagne al fare comunità il passo è breve: ne è un esempio la Comunità Rurale Diffusa nata dalla collaborazione fra i piccoli coltivatori e le famiglie – compresa quella di Jyothi e Daniele – prossimi alla Casetta ben Nascosta nel bosco. Non solo ecovillaggi dunque: secondo Daniele se le persone ripopolassero borghi e paesi le comunità si creerebbero spontaneamente. Si potrebbe ricominciare ad andare a piedi, incontrarsi sulla piazza e raccontarsi quello che succede.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/12/nuova-famiglia-casetta-ben-nascosta-bosco/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il 2020 è… l’anno internazionale della salute delle piante!

Emergenza climatica, inquinamento e problemi ambientali. E se questo nuovo anno fosse all’insegna della biodiversità e della tutela degli ecosistemi? La FAO ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della Salute delle Piante” per aumentare la consapevolezza verso i problemi legati al mondo vegetale e garantire la tutela della nostra salute e di quella del pianeta. Inizia il nuovo anno e porta con sé tanti buoni propositi. Tra questi, in particolare, c’è un obiettivo che ci vorrebbe tutti coinvolti allo stesso modo: l’ambiente e la cura delle piante. L’assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della salute delle piante”, affinché la comunità internazionale riconosca l’importanza del mondo vegetale, della sua e della nostra salute. Ecosistemi agricoli, forestali, acquatici: la salute delle piante costituisce un presupposto necessario per garantire sicurezza alimentare, approvvigionamento delle materie prime e biodiversità. Lo sapevate che le piante costituiscono l’80% del cibo che mangiamo e producono il 98% dell’ossigeno che respiriamo? Tuttavia, ogni anno fino al 40% delle coltivazioni mondiali viene distrutto da malattie e parassiti, con conseguenze catastrofiche che colpiscono intere popolazioni e con gravissimi danni all’agricoltura, principale fonte di reddito per molte comunità.

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Per questo motivo le politiche e gli interventi per promuovere la salute delle piante sono considerati fondamentali per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, proprio come testimoniato dall’obiettivo 2 che si prefigge di porre fine alla fame, realizzare la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione promuovendo l’agricoltura sostenibile o come definito dall’obiettivo 15 che intende proteggere gli ecosistemi terrestri.

«Come per la salute umana o animale, anche per le piante prevenire è meglio che curare», ha sottolineato Qu Dongyu, Direttore Generale della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) a margine della riunione del Consiglio dell’Agenzia delle Nazioni Unite. Proteggere il mondo vegetale da malattie e parassiti risulta infatti molto più economico che affrontare le emergenze fitosanitarie in quanto, spesso, queste sono impossibili da debellare e la loro gestione è lunga e costosa. Con l’inizio di questo nuovo anno diventiamo tutti protettori delle piante, attraverso le numerose azioni che possiamo quotidianamente intraprendere. Sul sito web dedicato a quest’iniziativa sono disponibili consigli e suggerimenti su ciò che ognuno di noi può fare per tutelarne la salute.

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A Torino il Festival sulla salute delle piante

Torino e il Piemonte saranno questo 2020 protagonisti attraverso un percorso che avrà come fulcro il “Festival Plant Health” che si svolgerà a Torino dal 4 al 6 giugno. Saranno tre giorni di conferenze, spettacoli, mostre dedicate alla salute delle piante e dell’ambiente, con lo scopo di coniugare il sapere scientifico con il carattere divulgativo e avvicinare i cittadini al dibattito su temi oggi fondamentali come i cambiamenti climatici, la globalizzazione dei mercati e la sicurezza alimentare. Il progetto è portato avanti da Agroinnova, il Centro di Competenza per l’Innovazione in campo agro-ambientale attivato presso l’Università degli Studi di Torino da ricercatori e ricercatrici che da diversi anni si occupano di difesa delle piante. Saranno diversi i temi che verranno affrontati nelle conferenze e nelle tavole rotonde come comunità sostenibili, azioni per il cambiamento climatico, professioni legate alla cura delle piante, difesa delle colture e dei sistemi agricoli e alimentazione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/2020-anno-internazionale-salute-piante/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il recupero di un antico mestiere per la rinascita di specie ittiche a rischio estinzione

Recuperare un impianto abbandonato del più antico mulino lungo il fiume Arno per avviare un progetto di itticoltura volto alla conservazione di specie ittiche locali a rischio estinzione, tutelando così la biodiversità e valorizzando il prezioso patrimonio culturale e naturale del territorio. Questo il sogno da cui nasce in Casentino il progetto Antica Acquacoltura Molin di Bucchio di cui ci ha parlato Andrea Gambassini. Un giorno di alcuni anni fa due giovani amici pescatori si sono imbattuti in alcuni pesci bellissimi e rari nelle acque incontaminate alle sorgenti del fiume Arno. Da questo incontro è nato il sogno di fare della conservazione di queste specie ittiche di acqua dolce il loro lavoro, riportando in vita un antico mestiere ed un vecchio impianto di itticoltura abbandonato da oltre cinquant’anni. Siamo in Casentino ed inizia così la storia del progetto Antica Acquacoltura Molin di Bucchio avviato da Andrea Gambassini e Alessandro Volpone nel 2015, anno in cui li abbiamo incontrati e intervistati per la prima volta. Cosa è successo da allora? Ce lo racconta Andrea, che abbiamo risentito proprio qualche giorno fa.

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Ricordaci come tutto è nato

Tutto è iniziato dal nostro proposito di ristrutturare un antico impianto di itticoltura lungo le sorgenti dell’Arno abbandonato ormai da cinquant’anni. L’impianto fa parte dello storico Molino di Bucchio, primo mulino dell’Arno costruito nel 1200. Per noi era inconcepibile che quell’impianto fosse fermo, considerando le acque ottime di questa zona, condizione ideale per allevare il pesce. Il nostro desiderio si è così concretizzato con la ristrutturazione dell’impianto. L’ultima volta che Italia che Cambia è venuta a trovarci stavamo lavorando letteralmente dentro le vasche: le abbiamo svuotate a mano dai sedimenti di decenni di abbandono e in seguito le abbiamo ristrutturate. In un momento in cui molti giovani abbandonano le aree interne, che oggi per questo rischiano lo spopolamento, il nostro sogno era quello di restare qui e avviare un’attività lavorativa fondata su alcuni valori oggi più che mai importanti e necessari: tutela della biodiversità, sostenibilità ambientale, valorizzazione e recupero del patrimonio esistente. Se non si vuole distruggere il pianeta bisogna trovare nuovi modi di vivere, lavorare e produrre. Ed è proprio quello che stiamo facendo. Se mi guardo intorno vedo che da qui scappano quasi tutti, noi siamo rimasti e ci siamo creati un’opportunità di lavoro.

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Tu e Alessandro avete inizialmente dato vita ad un’azienda agricola per far partire questo progetto. In seguito avete costituito una cooperativa che oggi gestisce vari servizi. Cosa puoi dirci di questo passaggio?
L’azienda agricola Molin di Bucchio oggi non esiste più. Al suo posto abbiamo creato la Cooperativa In Quiete di cui facciamo parte io, Alessandro e due nuovi soci. Dal punto di vista numerico siamo quindi raddoppiati. Per finanziare il nostro progetto di itticoltura e sempre nell’ottica di valorizzare le risorse della zona, abbiamo deciso come cooperativa di proporre delle attività di escursionismo ed educazione ambientale previste tutti i weekend nel Parco Nazionale delle foreste casentinesi. Tutti e quattro siamo guide ambientali e siamo diventati leader a livello escursionistico nel nostro territorio e oggi siamo un punto di riferimento sia per i visitatori che per le nuove guide. In quest’ambito si lavora molto e ciò ci ha permesso di finanziare in parte la ristrutturazione dell’impianto.

Avete anche vinto un bando europeo. Di cosa si è trattato?

Due anni fa abbiamo vinto il Bando europeo sulla pesca e abbiamo così ottenuto un contributo pari a 33mila euro per la ristrutturazione di questo antico impianto. Siamo cosi riusciti a concludere la ristrutturazione delle prime vasche (ne mancano ancora tre, le più antiche) e ad avviare il progetto di itticoltura, partito ufficialmente nel maggio 2018.

Qual è l’obiettivo del progetto?

L’obiettivo è la conservazione della biodiversità salvando le specie autoctone locali, che hanno un valore inestimabile, considerando che questo è un luogo di grande pregio naturalistico. Si parla di quattro specie: trota appenninica, Barbo tiberino, Ghiozzo di ruscello e Gambero d’acqua dolce. Sono queste le specie che oggi fanno parte di un progetto di conservazione e ripopolamento del parco delle foreste casentinesi. Un progetto che stiamo portando avanti insieme alla Regione Toscana e al Parco nazionale. Proprio in questi giorni è scaduto il contratto con questi enti e stiamo aspettando che la situazione venga ridefinita.

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Qual è la peculiarità dell’Antica Acquacoltura Molin di Bucchio?

La nostra peculiarità è quella di essere un ente privato che vuole fare conservazione, quando solitamente la conservazione è una cosa di cui si occupano gli enti pubblici. Le specie allevate da noi non hanno valore commerciale e quindi di norma non interessano ai privati. Questa, ahimè, è la logica del nostro sistema economico. Noi abbiamo voluto fare qualcosa di diverso: conservazione della biodiversità e ricerca. Alcune delle specie che alleviamo sono specie mai allevate da altri perché nessuno sapeva come fare, non essendoci stato finora su queste specie né un interesse economico né scientifico. Stiamo facendo tutto noi adesso, partendo da zero.

Qual è la destinazione del pesce che allevate?

Il pesce finora allevato è destinato principalmente ai torrenti del parco nazionale. Da circa tre mesi abbiamo avviato anche una linea produttiva per la tavola che riguarda la trota. Le finalità sono dunque di ripopolamento e alimentari.

Quali sono le caratteristiche del vostro allevamento?

Lo stress degli animali allevati da noi è pari a zero. Per metro cubo abbiamo solo un decimo del pesce consentito e questo fa sì che i nostri pesci crescano velocemente e forti senza bisogno di farmaci, non sentano lo stress e le malattie tipiche legate all’alta densità degli allevamenti. Inoltre le nostre condizioni ambientali sono uniche: a monte non abbiamo niente se non foreste quindi l’acqua è spettacolare (e senza plastica!).

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Che risultati avete raggiunto in questi anni?

Siamo riusciti, per primi in Italia e forse nel mondo, a riprodurre il ghiozzo e a portarlo ad una taglia (2 cm) che ne permette il ripopolamento. Abbiamo ripopolato con circa 300 ghiozzi adulti i torrenti del parco. Abbiamo ora quindi un manuale di allevamento di ghiozzi. Inoltre abbiamo dato vita alla prima popolazione di trota autoctona dell’Appennino centrale. Siamo ancora all’inizio ma siamo soddisfatti di questi primi traguardi, soprattutto se si considera che si tratta di specie che stavano sparendo e che sono state dichiarate pubblicamente a rischio estinzione.

Recentemente avete ricevuto un importante riconoscimento dalla Commissione europea

Sì, proprio in questi giorni ci sono qui due membri della Commissione europea che stanno documentando il nostro progetto perché siamo stati scelti tra le sei best practices europee nell’ambito dell’acquacoltura. Si tratta di un riconoscimento unico per un’azienda italiana. L’Europa ci ha premiato per la sostenibilità ambientale del nostro impianto, che ha un impatto praticamente pari a 0, per la conservazione della biodiversità, per la qualità ambientale e per le buone prassi di lavoro. Inoltre riconoscono di noi il fatto che non c’è stato nessun consumo di suolo ed è stata portato in vita un impianto abbandonato.

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Vi ritenete soddisfatti dal riscontro che sta avendo il vostro progetto?

Abbiamo ricevuto dei riconoscimenti assolutamente importanti, anche se a livello economico non stiamo avendo molto sostegno, ad esclusione della vincita di quel bando e del contributo avuto dal Parco e dalla Regione Toscana per il progetto di conservazione. Questo frena in parte il nostro progetto e rappresenta il motivo per cui abbiamo pensato anche di lanciare una campagna di crowdfunding che deve ancora ufficialmente partire. Ci spiace constatare che spesso, in particolare in Italia, le iniziative portate avanti da persone giovani vengono considerate con una certa superficialità mentre riteniamo che per il suo valore e le ricadute positive sul territorio questo nostro progetto, come altri virtuosi, dovrebbe ricevere maggiore attenzione e supporto.

Foto tratte dalla pagina Facebook del progetto Antica Acquacoltura Molin di Bucchio

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/12/recupero-antico-mestiere-rinascita-specie-ittiche-rischio-estinzione/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non c’è solo il Veneto, non c’è solo in Nord Italia: l’inquinamento da PFAS minaccia tutta l’Europa. Lo dicono i dato del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS”.

PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non ci sono solo il Veneto e le altre regioni del nord e centro Italia a essere minacciate dall’inquinamento da PFAS. Anche l’intera Europa è esposta a questo rischio di contaminazione, situazione che rivela una pervasività veramente preocupante di queste sostanze così dannose per la salute. Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS” presenta una panoramica dei rischi noti e potenziali per la salute umana e l’ambiente in Europa causati da sostanze alchiliche perfluorifluorurate (PFAS). Queste sostanze chimiche estremamente persistenti e artificiali sono utilizzate in una varietà di prodotti di consumo e sistemi industriali perché hanno proprietà che risultano particolarmente utili all’industria; vengono usate per esempio per aumentare la repellenza all’olio e all’acqua, ridurre la tensione superficiale o resistere a temperature e prodotti chimici elevati. Attualmente esistono oltre 4.700 diversi PFAS che, a causa della loro estrema persistenza, si accumulano nell’organismo delle persone e nell’ambiente. Sebbene manchino la mappatura e il monitoraggio sistematici di siti potenzialmente inquinati in Europa, le attività di monitoraggio nazionali hanno rilevato PFAS nell’ambiente in tutta Europa e la produzione e l’uso di PFAS hanno anche portato alla contaminazione delle forniture di acqua potabile in diversi paesi europei. Il biomonitoraggio umano ha anche rilevato una serie di PFAS nel sangue dei cittadini europei. Il rapporto dell’EEA avverte che, a causa dell’elevato numero di PFAS, è un compito difficile e dispendioso in termini di tempo valutare e gestire i rischi per queste sostanze individualmente, il che può portare a un inquinamento diffuso e irreversibile.

I costi per la società dovuti a danni alla salute umana e alle bonifiche in Europa sono stati stimati in decine di miliardi di euro all’anno.

Le persone sono principalmente esposte al PFAS attraverso acqua potabile, imballaggi per alimenti e alimenti, polvere, creme e cosmetici, tessuti rivestiti in PFAS o altri prodotti di consumo.

Occorrono dunque serie misure e azioni per sanare questa situazione, limiti chiari di legge e sanzioni, bonifiche e prevenzione.

Fonte: ilcambiamento.it

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un'apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile.

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un'apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile di zone incontaminate poichè da settembre a oggi sono bruciati 8,4 milioni di ettari in tutta l’Australia, una superficie pari a quella dell’Austria. E laddove il fuoco non è riuscito a ucciderli gli animali, verranno abbattuti migliaia di cammelli per impedire loro di abbeverarsi alle riserve di acqua rimaste. Nelle fiamme che non accennano a placarsi, a oggi sono morte 25 persone e sono bruciate almeno 2 mila case. Il fumo degli incendi è visibile fino in America Latina dove una nube ha coperto il cielo in Cile e Argentina. E in Nuova Zelanda le nevi e i ghiacciai si sono coperti di cenere, aumentando con ciò l’assorbimento del calore dai raggi solari che non vengono riflessi a sufficienza e quindi aggravando ancora di più la situazione. Purtroppo ancora una volta ci tocca registrare di avere tristemente ragione: non solo si verifica quello che noi disperatamente diciamo da sempre ma ciò accade in maniera ancora più disastrosa di quello che ci si attendeva. Eppure c’è ancora chi taccia gli ambientalisti di essere catastrofisti, esagerati ed estremisti. Andatelo a dire in Australia, enorme girone dantesco in preda alle fiamme che l’uomo non sa più come affrontare. Quello stesso piccolo, arrogante distruttore e completamente folle uomo che crede che con la sua tecnologia risolverà qualsiasi problema. Dov’è in Australia la fantastica tecnologia che tutto può? Come mai tutta la mirabolante intelligenza artificiale unita, che ci dovrebbe mandare pure su Marte, non è in grado di fare niente, nemmeno di salvarci sulla terra? Come mai tutte le techno corporation informatiche che ci inondano di prodotti strabilianti, facendo stratosferici profitti, non risolvono il problema con le loro bacchette magiche tecnologiche in grado di farci credere dai nostri scintillanti cellulari che ormai possiamo qualsiasi cosa? Dove sono gli Elon Musk, gli eredi del mitico Steve Jobs dello “Stay hungry, stay foolish” che tanti uomini e donne rampanti affascina, dove è il re Mida Zuckerberg con le sue montagne di miliardi. Perché non risolvono il problema? Sarà perché a prescindere da quello che si racconta su questi personaggi edulcorandoli, non hanno altro obiettivo che il profitto. E quando non c’è altro che quello, la natura, la sopravvivenza umana è l’ultima delle preoccupazioni, anzi è la vittima sacrificale. E così nemmeno gli Dei tecnologici possono fare nulla e un intero continente è in fiamme alimentate da temperature che hanno sfiorato i 50 gradi, conseguenza diretta dei cambiamenti climatici.

Ma chi sono i responsabili di questa apocalisse? I governanti australiani ma anche chi li ha votati in un impeto suicida e ovviamente i media che sono in gran parte in mano al multimiliardario Rupert Murdoch, australiano anch’esso e convinto negazionista.  E perché negano i cambiamenti climatici? Perché l’Australia è il primo esportatore mondiale di carbone e gas e fra i maggiori produttori di emissioni climalteranti pro capite. Quindi venendo anche in questo caso prima di tutto il profitto,  la vita degli esseri viventi è solo un incidente di percorso, da mandare in fumo appunto. E mentre c’è chi fa profitti, il paese brucia, muoiono persone, animali, piante in una tragedia che in maniera perversa alimenterà ancora di più i cambiamenti climatici ed eventi del genere, così come avviene ormai da anni anche in California, patria tra l’altro dei famosi Dei tecnologici informatici di cui sopra. Tutto questo in un paese come l’Australia che anche solo con la tecnologia solare applicata ovunque potrebbe alimentarci mezzo mondo e dare lavoro a milioni di persone; altro che carbone e gas! Quello stesso gas che è ancora il perno del Piano energetico nazionale del Paese del sole ovvero l’Italia e mica vorremmo essere più intelligenti degli australiani e puntare sul solare, per carità, non sia mai… Ancora una volta si conferma la profonda stupidità dell’uomo che si autodistrugge da solo portandosi dietro tutto e tutti, nonostante abbia a portata di mano le soluzioni per risolvere ogni  problema.  Chissà di cosa avranno bisogno ancora gli australiani e gli umani in genere per capire che si stanno scavando la fossa. A quanto pare non serve nulla, nemmeno la famosa pedagogia delle catastrofi di Latouchiana memoria, perché è di sicuro più importante seguire il gossip sui giornali di Murduch piuttosto che preoccuparsi della propria sopravvivenza e quella dei propri cari. E alle prossime elezioni, gli australiani voteranno pervicacemente gli stessi? Fino allo sterminio finale? Molto probabile.

Oggi l’Australia, domani il mondo intero, sarà il caso di darci una mossa?  Chissà? Ma aspettiamo ancora un po’, facciamo qualche altra inutile conferenza sul clima, discutiamo ancora con i negazionisti pagati dalle multinazionali dei fossili, accapigliamoci fra i partiti per ridicole questioni, tanto c’è tempo, andiamo avanti tranquillamente, non sta succedendo nulla di serio.

Fonte: ilcambiamento.it

Il rito senza tempo della transumanza diventa patrimonio Unesco

I pastori sono i custodi degli alpeggi e, lungo i percorsi di montagna, hanno accompagnato i nostri territori attraverso secoli di storia, difendendo quell’equilibrio che intercorre tra uomo e animale, tra uomo e natura. Ora la transumanza è dichiarata patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, confermando il valore sociale, economico e ambientale di questa antica pratica. Ricordo che quando ero piccola riconoscevo subito l’arrivo dell’autunno. Era più o meno nel periodo del mio compleanno, quando con la mia famiglia partivamo per la montagna approfittando degli ultimi giorni caldi di fine settembre. Quest’occasione coincideva con il momento in cui si festeggiava il rientro delle mandrie dagli alpeggi, proprio quando la stagione calda lasciava spazio a quella fredda. Il passaggio di un pastore con i suoi animali era sinonimo di festa. Ho ancora impressi nella memoria il transito di lunghe mandrie di mucche, il suono dei campanacci, l’odore di quell’autunno ormai in arrivo. Ricordo le persone che, intorno a me, osservavano quel passaggio quasi fosse un momento celebrativo, un antico rito che raccontava una storia lunga secoli.

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La parola transumanza deriva dal verbo “transumare” che significa attraversare, transitare sul suolo. Così i pastori attraversano da secoli, al ritmo delle stagioni che si susseguono, sentieri scavati dal lento calpestio di greggi e mandrie, lunghe o brevi distanze scandite dalla ciclicità del tempo che rievocano antiche usanze e che si fondono nel carattere identitario dei nostri territori. Ora, questa tradizionale pratica pastorale di migrazione stagionale del bestiame lungo i tratturi e verso condizioni climatiche migliori, è stata iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Una buona notizia risultante dal parere favorevole espresso all’unanimità dai ventiquattro Paesi rappresentanti proprio in questi giorni, durante il comitato intergovernativo di Bogotà, in Colombia. La transumanza è considerata una delle pratiche di allevamento più sostenibili ed efficienti attraverso una migrazione stagionale delle mandrie e delle greggi verso i pascoli in alta quota nei periodi primaverili e verso le pianure più miti in quelli autunnali, per approfittare del nutrimento fresco e stagionale che la natura offre. I pastori transumanti hanno una conoscenza approfondita dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e dell’equilibrio ecologico tra uomo e animale. Diventano quindi custodi degli alpeggi salvaguardando gli ecosistemi montani e la loro biodiversità, contribuendo ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse foraggere. Ma rappresentano anche un presidio sul territorio per la prevenzione del dissesto idrogeologico, la riduzione della desertificazione e dello spopolamento delle aree montane.

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Con questa nomina l’Italia ha acquisito il primato mondiale dei riconoscimenti in ambito rurale e agroalimentare, i cui esempi rappresentativi spaziano per tutto il Paese a partire dal Piemonte con la tecnica dei muretti a secco e dei paesaggi vitivinicoli delle Langhe e del Prosecco. Considerare la transumanza un elemento della cultura immateriale del nostro Paese significa innanzitutto valorizzare i territori tutelandone storia e cultura, incentivandone il turismo di montagna e la gastronomia. Riconoscerne il valore dovrebbe essere un maggior stimolo capace di incidere positivamente sul lavoro dei pastori e sulla promozione di una filiera locale che disincentivi la concorrenza dei prodotti stranieri spacciati per nazionali. Ma anche sul consumo di suolo che sta riducendo drasticamente gli spazi e i percorsi tradizionali utilizzati proprio per la transumanza. Come riportato sul sito di Uncem – Unione dei Comuni e degli Enti montani, il presidente Marco Bussone ha affermato che la transumanza è «l’emblema della montagna che resiste. È forza dei margari, uso sapiente dei territori, salire e scendere metafisica rappresentazione della vita. La Transumanza è la montagna. È anche quella forza dei pastori locali che sfidano, nelle gare per la gestione dei pascoli, fantomatiche aziende agricole dell’altrove che provano a speculare sui territori a danno delle comunità locali. La Transumanza è la scelta di proteggere e ridare vita ai territori».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/12/rito-senza-tempo-transumanza-diventa-patrimonio-unesco/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’Orto della Salute: a Napoli un laboratorio di benessere e socialità

Recuperare e ricostruire se stessi, la comunità ed il territorio partendo dalla coltivazione della terra. È questo il principio da cui prende vita l’Orto della Salute nato a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, per iniziativa del centro Lilliput per la cura delle dipendenze. Un laboratorio ed un progetto comunitario che promuove socialità e benessere.

Il centro diurno Lilliput è una struttura intermedia dell’Asl Napoli 1 centro. È un dipartimento per le dipendenze. Chiediamo alla responsabile, dott.ssa Anna Ascione, da quali dipendenze provengono i propri utenti. «Sono ragazzi e ragazze dipendenti da sostanze come stupefacenti, alcool e psicofarmaci ma anche persone incappate nel gioco d’azzardo patologico. 

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Orto sociale di Ponticelli

Volevamo insieme creare un luogo per sviluppare possibilità di socializzazione e imparare a prendersi cura di se stessi. Abbiamo quindi pensato alll’orto-terapia poiché il solo contatto con la natura conteneva un aspetto terapeutico».

Racconta la Dott.ssa Ascione che riconnettersi al ciclo della vita partendo dal seme e prendendosi cura della piantina con costanza e sensibilità avrebbe permesso di sviluppare questa propensione anche verso se stessi. «Se non innaffi, la piantina muore, se usi sostanze chimiche come fertilizzanti o pesticidi poi ottieni frutti nocivi per la salute. Allo stesso modo se inietto sostanze negative per la salute, ingerisco psicofarmaci, alcool, cocaina io danneggio il mio corpo».

Chi diventa succube di abitudini negative ha bisogno di ricreare, rinforzare ed essere consapevole delle proprie radici e ha bisogno di verificare che può intervenire mettendoci le mani. «Per noi è importante recuperare le nostre radici».

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Proprio dell’importanza del recupero dell’identità del territorio, il quartiere Ponticelli, è emblema ed esempio. Una storia quella di Ponticelli, un secolo fa era un comune a se, che narra di una vocazione differente dagli altri quartieri di Napoli. Siamo in una terra fertilissima, quella del Vesuvio, quindi per secoli caratterizzata da una identità contadina.

Poi l’espansione delle fabbriche e l’intensa costruzione di edifici dormitorio hanno fatto crescere una radicata coscienza operaia fatta di lotte per i diritti del lavoro. Così si è diffusa una forte cultura sindacale, politica e dell’associazionismo. 

Nel 1980 il terremoto e una “ricostruzione” mai finita che ha prodotto una edilizia da periferia trascurata. Oggi tra agricoltura e industria i centocinquanta ettari di territorio sono divisi tra lotti molto frazionati; molti abbandonati, altri ancora fertili e produttivi, spesso per fiori, rose e ortaggi. In mezzo il “Parco De Filippo”, nove ettari, fino a qualche anno fa abbandonato quindi in mano alla malavita e ai suoi traffici illeciti; ora finalmente sede dell’Orto Sociale della Salute, un esempio di laboratorio sociale su larga scala. Quattro anni fa l’Asl comprò vanghe, pale e rastrelli, il comune consegnò chiavi e lucchetto del Parco e il gruppo di utenti del centro diurno Lilliput ha potuto iniziare la bonifica del parco pubblico. Poi la chiamata al territorio per adottare le terrazze e iniziare il percorso di integrazione. La risposta è stata molto forte. Oggi è coltivato circa un ettaro e mezzo di parco e partecipano scuole materne, elementari e istituti superiori, parrocchie, cittadini e moltissime associazioni. 

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Sistema di raccolta delle acque piovane

«Ci sono anche i ragazzi delle superiori che ci aiutano con l’alternanza scuola lavoro. È una comunità di 140 famiglie e c’è una lunghissima lista di attesa perché per bonificare un’altra area del parco ci vogliono mezzi meccanici, come l’escavatore quindi finanziamenti che ancora non arrivano. Ogni due mesi ci incontriamo tutti, siamo in tanti; per facilitare e avere sempre una partecipazione attiva abbiamo formato un Comitato Cittadino che è una rappresentazione dei cittadini dell’orto. Anche per la pulizia delle parti comuni c’è una condivisione e partecipazione. Quanto più puoi includere, inglobare questa è la migliore difesa. Ogni ortolano sottoscrive una liberatoria, un’autocertificazione per la propria responsabilità e c’è un regolamento, ad esempio è vietato usare prodotti chimici».

L’orto è sempre più oggetto di attenzione di alcune Università sia per il tipo di organizzazione comunitaria che si è creata, sia per la partecipazione di utenti con difficoltà che hanno visto una reale integrazione.  Ad esempio ci spiega l’architetto Cristina Visconti che nell’ambito di un progetto di ricerca sui cambiamenti climatici dell’Università di Napoli Federico II, è stato sviluppato uno strumento di ricerca partecipativa in cui abitanti e ricercatori hanno collaborato sul sistema idrico dell’orto poiché la zona soffre di allagamenti quando piove in abbondanza per l’eccessiva cementificazione. 

Incontri, approfondimenti e tavole rotonde hanno prodotto tavole tematiche e laboratori che hanno portato alla costruzione di un sistema di raccolta delle acque piovane fatto con materiali di scarto. L’aspetto terapeutico dell’orto è evidente; alcuni utenti si sono appassionati, hanno avuto in gestione un area e contribuiscono con i propri prodotti all’economia della famiglia. La vendita è vietata, vige l’economia del dono e alcune famiglie hanno potuto risparmiare molto raccogliendo i frutti da loro coltivati. «Gli utenti possono finalmente aiutare la propria famiglia ricostruendo un proprio ruolo, fortificandosi, crescendo e imparando a credere in se stessi. Il livello di autostima generalmente è molto basso in chi ha problemi di dipendenza. È un dare e avere».

Per vedere il video integrale del progetto Resilient Ponticelli clicca qui

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/orto-salute-laboratorio-benessere-socialita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Andrea Zelio, il pittore e narratore che porta l’arte nei centri di salute mentale

Portare l’arte nei centri di salute mentale per promuovere il benessere e la socializzazione delle persone con disturbi e contribuire ad accorciare la distanza tra i pazienti ed il mondo “normale”. Questo l’obiettivo dei laboratori terapeutici ricreativi curati dal maestro Andrea Zelio e del progetto Carta Storie lanciato a San Donà di Piave, in Veneto. Andrea Zelio è un artista che coniuga nella sua attività pittura e narrazione: ha realizzato opere pittoriche utilizzando svariate tecniche e, al contempo, ha pubblicato circa dodici libri di narrativa per ragazzi, nella duplice veste di autore di testi e immagini. Ha condotto una serie di laboratori creativi nelle scuole e da circa quindici anni collabora con il Centro di Salute Mentale dell’Auslss4 di San Donà di Piave dove conduce un laboratorio terapeutico ricreativo da cui ha poi preso vita “Carta Storie”, un progetto che mira a valorizzare le espressioni artistiche dei pazienti creando un circolo virtuoso che coinvolge le realtà del territori.

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«All’interno di questi laboratori – mi racconta Andrea Zelio – ho portato ciò che è il mio territorio di competenza, e quindi l’abilità pittorica e la narrativa. Ai pazienti racconto così delle storie che loro traducono in disegni. Da una parte ci sono dunque le parole e le emozioni, dall’altra la loro espressione, ovvero le immagini. Come il capitano di una nave guido questo gruppo di uomini e donne che si trovano lì per varie condizioni che rientrano nell’accezione di “malattia mentale”, dai disturbi più gravi ai più lievi. Hanno varie età, a partire dai 25 anni in su. Io ho a che fare soprattutto con adulti, anche giovani ma non giovanissimi».

«Prima – continua Zelio – i prodotti realizzati durante i laboratori venivano conservati e basta, non avevano nessun percorso all’esterno. Ad un certo punto con alcuni amici ci siamo chiesti come condividere con il resto della comunità questi lavori». È nato cosi il progetto Carta Storie che consiste nell’utilizzare i disegni dei pazienti, creati a partire dalle storie raccontate dall’artista, per realizzare una carta regalo che poi viene utilizzata dai commercianti nel periodo natalizio. Vengono create anche shopper per i negozianti e dei calendari. Ogni anno viene organizzato un evento con uno spettacolo e la presentazione del progetto.

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«Questi prodotti – spiega Zelio – escono così dai laboratori e iniziano a contaminare la vita comunitaria ed il tessuto produttivo. Quest’anno abbiamo avuto rapporti con circa cento soggetti tra sponsor, negozi, attività, grafici ed enti pubblici. Tantissimi soggetti sono così entrati in relazione tra loro per la realizzazione di questo progetto. A nostro avviso si tratta di un grande traguardo!».

L’obiettivo, infatti, è anche quello di contribuire ad accorciare la distanza tra le persone con disturbi mentali ed il resto della popolazione facendo sì che chi ha intrapreso un percorso di cura dentro questi centri possa partecipare in maniera attiva all vita civile. «Una volta si parlava di matti ed esistevano dei “recinti fisici”. Poi i mondi hanno iniziato a mescolarsi dopo la legge Basaglia ma ancora si avverte la necessità di superare lo stigma sociale nei confronti della malattia mentale. È ciò che vogliamo contribuire a fare con il nostro progetto: abbattere quei “recinti” non più fisici ma che ancora esistono».

C’è però un altro aspetto molto importante che riguarda il potere benefico dell’arte. «Noto che i pazienti dopo un po’ di tempo dall’inizio dei laboratori cominciano a manifestare motivazione, tenacia e fiducia, che all’inizio non hanno. Con il tempo si sentono poi responsabili dei lavori che realizzano e comprendono che questi hanno una loro importanza. Ci sono ovviamente delle difficoltà ma tutto ciò è assolutamente significativo per la vita di queste persone.

Inoltre, l’arte è libertà. «L’espressione artistica permette di tirar fuori ciò che si ha all’interno generando un grande senso di libertà, appagamento e di appartenenza ad un insieme. Tutto questo fa bene e perciò noi, tutti, cerchiamo l’arte nella nostra vita: in un film, un dipinto, un libro o una canzone».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/andrea-zelio-pittore-narratore-arte-centri-salute-mentale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email