Recup: salviamo il cibo ancora buono donandolo a chi ne ha bisogno

A Milano un gruppo di ragazzi ha dato vita all’associazione Recup, con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare e donare gli alimenti recuperati alla comunità. Dopo averli incontrati per la prima volta diversi anni fa, li abbiamo intervistati nuovamente per farci aggiornare sulla loro attività, che ha consentito il recupero di oltre 25 tonnellate di cibo solo nel 2020. Finalmente torniamo a parlare di Recup! Sono passati ormai anni dal nostro primo articolo su questa fantastica associazione, che nel frattempo è cresciuta fino a oltrepassare i confini della città meneghina. È quindi ora di fare un bell’aggiornamento: otto, tra ragazze e ragazzi, fanno parte del direttivo, ma tanti altri sono i volontari che aiutano nei vari mercati della città di Milano. Ma cosa fanno di preciso? Combattono lo spreco alimentare recuperando ogni anno tonnellate di cibo che altrimenti andrebbe buttato nella spazzatura e lo distribuiscono gratuitamente a persone che ne hanno bisogno e a chiunque lo voglia ricevere per evitare che venga buttato. Parliamo infatti di cibo scartato non perché non più commestibile, ma nella maggioranza dei casi solo perché non più bello da vedere.

Foto di Claudio Manenti

Nel 2016 li abbiamo incontrati nel loro luogo prediletto: i mercati rionali. A distanza di cinque anni da quell’occasione è giunto il momento di capire cosa è cambiato nel frattempo. Ce lo racconta Lorenzo Di Stasi, giornalista free lance e responsabile della comunicazione e delle relazioni con i media di Recup.

Puoi raccontarci cosa è cambiato per Recup negli ultimi anni, sia a livello organizzativo che dal punto di vista delle attività?

Da quando io stesso sono stato eletto membro del direttivo dell’associazione, a novembre 2019, abbiamo cercato di strutturare meglio i ruoli che ognuno aveva all’interno della vita associativa, anche con un lavoro di facilitazione che ci ha aiutati a conoscerci meglio. Questo ci ha permesso di crescere molto anche in termini di numero di iscritti: superando ora il centinaio e stiamo aumentando nonostante la pandemia, i vari lockdown e le difficoltà a operare nei mercati. Abbiamo anche partecipato e vinto diversi bandi comunali, tra cui QuBì (programma di contrasto della povertà minorile a Milano, promosso da Fondazione Cariplo, ndr), che ci aiutano a sostenere l’associazione e il nostro lavoro. Nel frattempo poi, siamo entrati in Fiera (anche se ora col Covid sono tutte sospese), in quanto lo spreco non avviene solo nei mercati, ma in ogni parte della filiera produttiva. Per questo motivo, a partire dal 2017 abbiamo preso in considerazione anche l’idea di partecipare a due grosse fiere milanesi: Artigiano in fiera e Fa’ la cosa giusta. Quest’ultima rappresenta anche i nostri valori, essendo una fiera degli stili di vita sostenibili. Alcune volte abbiamo tenuto il nostro banchetto, altre abbiamo semplicemente portato avanti attività mirate di recupero a fine fiera chiedendo ai commercianti se fossero disponibili a donare cibo.

Foto di Claudio Manenti

Siete riusciti a gestire le attività durante l’emergenza sanitaria e con le limitazioni imposte?

A fine marzo 2020, quando è iniziata la pandemia ed è iniziato il lockdown nazionale, ovviamente siamo rimasti bloccati per quanto riguarda i mercati, ma ci siamo posti delle domande su come avremmo potuto renderci utili per la cittadinanza ampliando gli orizzonti e supportando assieme ad altre realtà la città di Milano, dove siamo nati e cresciuti e in cui gran parte di noi vive. Da tempo avevamo l’idea di provare a entrare nell’Ortomercato di Milano, che è il principale mercato ortofrutticolo d’Italia per numero di merci; in quel momento, tra fine marzo e fine aprile, il Comune stesso della città di Milano, attraverso la sua Food Policy ha messo in piedi un progetto chiamato “Milano aiuta” e noi – che eravamo già attivi – abbiamo cominciato a collaborare con altre realtà, tra cui Emergency, ma anche altre più informali, come le Brigate di solidarietà, Macao e vari centri sociali. Ci siamo messi a disposizione con la nostra esperienza nei mercati per seguire lo smistamento di frutta e verdura, che veniva separata, pesata e suddivisa in pacchi alimentari che poi venivano donati a circa 4900 famiglie meno abbienti, ma anche anziani a cui, specialmente nella prima fase della pandemia, era raccomandato di stare a casa. Abbiamo anche contribuito ad allargare la rete delle realtà che hanno aiutato, così come la lista dei beneficiari, includendo molte persone che erano state particolarmente colpite dal lockdown, grazie alla preziosa collaborazione con le Brigate. All’Ortomercato si è registrato un cambiamento fondamentale nelle modalità della distribuzione: non sono più i singoli cittadini che vanno a prendere ciò che offriamo loro, ma sono le Brigate, che conoscendo bene il territorio e le famiglie vanno a consegnare il cibo. Oltre a questo, abbiamo continuato a essere presenti all’Ortomercato collaborando anche col Banco Alimentare e tuttora siamo presenti tutti i giovedì in continua collaborazione con le altre realtà informali.

Foto di Claudio Manenti

Oltre che all’Ortomercato, continuate a essere presenti anche nei mercati rionali?

Certo! Abbiamo ripreso le attività in 8 degli 11 mercati in cui eravamo presenti. Gli altri sono temporaneamente sospesi, ma anche lì riprenderemo presto. Per una lista aggiornata dei mercati in cui siamo presenti, rimando all’apposita sezione del nostro sito. L’anno scorso abbiamo raccolto un totale di 25 tonnellate tra i mercati (prima e dopo l’interruzione) e l’Ortomercato, di cui 17 esclusivamente nell’Ortomercato.

Cosa puoi dire alle persone che volessero unirsi a voi per il recupero del cibo?

Recup non ha confini e può essere replicato in ogni città italiana dove c’è un mercato: ci stanno chiamando da vari luoghi e da gennaio siamo presenti anche a Busto Arsizio. Quindi invitiamo a unirsi a noi a tutte le persone che sono sensibili alle tematiche dello spreco alimentare e sono consapevoli del suo impatto a livello sociale ed economico, anche a livello di risorse naturali. Perché quando butti una banana, butti l’acqua che è stata utilizzata per farla crescere, la benzina e i combustibili fossili che sono stati impiegati per trasportarla, così come le ore di lavoro delle persone coinvolte nella produzione. Quindi se ci sono persone che vogliono attivarsi in prima persona contro lo spreco alimentare, siamo disponibili a essere contattati via email tramite il sito o i social per dare loro tutte le indicazioni del caso, oltre alla maglietta, che è il nostro segno di riconoscimento: basta poco per partire!

Se vi interessa il tema leggete la nostra storia su Alessia La Cava, protagonista di una delle prime esperienze di recup in Italia. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/recup-salviamo-cibo-buono-donandolo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il Seme di Chico: “Facciamo a gara a chi pianta più alberi?”

Una sfida lunga 365 giorni: coltivare il rispetto e la cura per la Terra. Poche le regole del gioco: basterà piantare un albero autoctono, fotografarlo e condividere l’immagine su un gruppo facebook in modo da stimare quanti nuovi alberi saranno stati messi a dimora in un anno. Questa la scommessa lanciata dall’Associazione Straula con il progetto Il seme di Chico. Era il 2006 quando Fabio e i suoi compagni diedero vita all’Associazione Straula, a San Cataldo (CL), nell’entroterra siciliano. Un territorio minacciato dal problema dello spopolamento e dell’abbandono, dove crescere troppe volte vuol dire andar via, lasciandosi alle spalle affetti e radici. Le parole di Fabio hanno un suono antico mentre racconta di strumenti di lavoro, musiche e danze popolari, scorci di un mondo perduto. O quasi. «La straula, spesso trainata dai buoi, era usata in campagna per trasportare attrezzi e ortaggi», mi racconta Fabio. A quest’immagine s’ispira l’associazione. Il principale obiettivo: «traghettare le vecchie tradizioni verso le nuove generazioni, rimodulandole ai tempi che cambiano ed evitando che vadano perdute per sempre». Diverse le tematiche affrontate negli anni: dall’integrazione sociale alla lotta contro la mafia, al fianco di altre associazioni del territorio. Il filo conduttore delle diverse iniziative è sempre stato la rivalutazione di spazi comuni, sottratti all’incuria attraverso eventi culturali e musicali.

L’Associazione Straula si impegna quindi a preservare il territorio siciliano dai mali sociali e soprattutto ambientali, nel tentativo di renderlo un posto migliore per vivere. «Il problema della desertificazione affligge l’entroterra siciliano. La siccità estiva, inoltre, favorisce il propagarsi di incendi, soprattutto in aree abbandonate», anche a causa di un impoverimento drastico della biodiversità. Così a novembre 2020, nasce un nuovo progetto: Il seme di Chico, in onore dell’attivista brasiliano Chico Mendez, assassinato nel 1988 a causa delle sue battaglie in difesa dell’Amazzonia. Negli ultimi anni, questa foresta è stata ulteriormente sfregiata da incendi e disboscamento massivo. Le lobby dell’agribusiness, così come la mancanza di azioni politiche di tutela ambientale, minacciano tuttora il polmone verde del mondo. «La storia di Chico Mendez è di grande ispirazione ancora oggi. Ci siamo chiesti, come spargere il seme della consapevolezza e dei valori per cui quest’uomo si è battuto fino alla morte», spiega Fabio.

Chico Mendes

È nata così l’idea di una challenge sul web: piantare un albero autoctono – in un giardino, in un terreno comunale o abbandonato –, scattare una foto e postarla nel gruppo facebook “conta alberi”. La sfida è stata lanciata il 21 novembre 2020 grazie ad un video realizzato da Infedeforesta con la partecipazione di Luca Mercalli, Roy Paci, Stefano Ciafani (presidente Nazionale di Legambiente Onlus), Roberto Zeno e Francesco Moneti (Modena City Ramblers), Salvatore Nocera (Pupi Di Surfaro) e Enrico Greppi, in arte Erriquez (Bandabardò), scomparso prematuramente domenica 14 febbraio. Questi volti noti si sono uniti all’appello dell’Associazionea Straula, invitando tutti a prendere parte al gioco. «Inizialmente speravamo che venissero piantati almeno trecento alberi. I giorni correvano e il numero di alberi messi a dimora è raddoppiato, allora abbiamo deciso di non porci alcun limite».

Oggi dal seme di Chico sono nati quasi mille alberi: dalla Sicilia, alla Toscana, passando per la Campania, la Lombardia, la Calabria, il Friuli. Un albero è stato piantato persino a New Jersey. Ciò che conta, è che il seme di Chico abbia fatto breccia nel cuore di molti. Nei prossimi mesi, verranno condivisi video e consigli per prendersi cura degli alberi messi a dimora, soprattutto nel delicato periodo dell’attecchimento.

«Il flashmob virtuale – chiarisce Fabio – è nato anche a causa dell’attuale situazione sanitaria, che impedisce di ritrovarsi e piantare insieme degli alberi come era stato fatto negli anni scorsi a San Cataldo, nel tentativo di rivalutare un’area in completo stato di abbandono», progetto ambizioso, avviato nel 2016 per dar vita a un parco urbano, proprio a San Cataldo, in una zona lasciata nell’incuria e deturpata da frequenti incendi. «Nel piano regolatore del comune si parla di un parco, mai sviluppato. Abbiamo proposto all’amministrazione comunale di prendercene cura e oggi vi crescono più di 300 alberi».

La piantumazione è stata organizzata per due anni, in occasione della giornata nazionale dell’albero, il 21 novembre. Secondo la legge n.10 del 2013, infatti, per ogni nuovo nascituro le amministrazioni comunali sono tenute a piantare un albero. Ed è proprio grazie al lavoro dell’Associazione Straula, che oggi il parco Achille Carusi non è più un terreno incolto, ma «un’area in cui vivono alberi alti circa due metri, non ancora un vero parco», precisa Fabio, «occorrono ancora molti lavori strutturali, che al momento sono fermi».

Quando la challenge si concluderà a novembre prossimo, l’Associazione Straula vorrebbe coinvolgere le scuole per creare dei vivai, «ritornando al seme, ma soprattutto cercando di lavorare con i più piccoli, perché se la nostra generazione ha fallito, c’è ancora speranza che le nuove possano riscattarci degli errori commessi». Piantare degli alberi permette di confrontarci con una misura del tempo diversa, dilatata rispetto alla durata media della vita dell’uomo. All’ombra degli alberi che piantiamo oggi, sicuramente non riusciremo a sederci, scriveva il premio Nobel Tagore, eppure un giorno questi saranno rifugio, fonte di sostentamento per chi verrà dopo. E in qualche modo gli alberi racconteranno di noi a chi verrà domani. Restituendo alle generazioni future, un paesaggio che conserva la traccia degli abitanti del luogo. Accogliamo insieme l’invito dell’Associazione Straula a «sporcarci le mani di terra e sentirne l’odore». Diventiamo tutti dei piantatori d’alberi, anche solo per un giorno. Esattamente come l’uomo di cui racconta Jean Giono (nell’Uomo che piantava gli alberi), capace di trasformare una landa deserta, in un luogo rigoglioso, pieno di vita, grazie unicamente alle proprie risorse fisiche e morali dedicate per tutta la vita al bene di tutti e della Terra.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/il-seme-di-chico-gara-a-chi-pianta-piu-alberi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Corazoncitos: la scuola outdoor dove si impara facendo.

Corazoncitos è un progetto educativo creato da alcune famiglie homeschoolers nell’imperiese che desideravano un luogo didattico immerso nel verde per i propri figli. Missione compiuta! Oggi otto bambini possono crescere a contatto con la Natura e imparando da essa. Immaginate un’aula, una lavagna con i gessetti, i banchi, la cattedra e una grande finestra, quella da cui si sbirciavano le nuvole e le stagioni cambiare. Ora eliminate tutto, anche i muri: visualizzate un luogo in cui l’aula è la natura e dove si impara facendo. L’aggancio di ogni materia alla natura è la base fondante di Corazoncitos, scuola parentale in natura, in cui l’ambiente esterno è la risorsa principale della formazione stessa. Rispetto a una scuola tradizionale, qui è il contesto a fornire gli stimoli per la gestione quotidiana della didattica. «Ogni volta che ci approcciamo a una materia, – racconta Valentina, l’educatrice – ci chiediamo cosa la natura ci può dare rispetto a quel particolare argomento». Per questo non mancano passeggiate ed esplorazioni, oltre all’orto didattico e alla cura delle galline.

La giornata tipo? «Ogni mattina, per prima cosa, i bambini si siedono in cerchio e si salutano – spiega Rosy Masuzzo, co-fondatrice del progetto –, raccolgono l’erba per le galline e poi scendono a vedere se nell’orto didattico c’è qualcosa di maturo per fare merenda tutti insieme. Dopodiché ci si dedica all’apprendimento: per esempio, l’altro giorno con il maestro Elio hanno imparato le misurazioni delle forme geometriche come quadrato e rettangolo». Proprio nell’orto.

«Mettere al centro le famiglie che desiderano incoraggiare una scelta di vita educativa diversa per i propri figli è il pilastro su cui si fonda l’intero progetto educativo». I protagonisti dell’esperienza comune sono proprio le famiglie che accompagnano il bambino in queste nuove esperienze, alimentando il senso di appartenenza collettivo.

Il primo anno scolastico dei “piccoli cuori” è iniziato a settembre 2020, all’interno dei terreni dell’azienda agricola Rolè. Il gruppo è eterogeneo ed è formato da otto bambini. La composizione diagonale e l’intersezione stessa di diverse fasce d’età che si compenetrano rende l’attività ancora più stimolante, perché i singoli partecipanti, dalla scuola primaria fino alla secondaria di primo grado, collaborano in sincrono e cooperano, proprio come gli ingranaggi di un unico macchinario. Essere educatori in questo tipo di progetti significa sposarne in toto la filosofia: «Dedicarmi alla loro educazione, portare ogni mattina la gioia di vivere, il piacere della condivisione e aiutarli a interiorizzare la compassione per me è un privilegio, perché io cresco con loro». Questo approccio educativo, interamente basato sull’ascolto, testimonia che sentendo davvero i bambini, i loro bisogni e sentimenti, è possibile seminare in ognuno di loro fiducia e amore.

«Il vero obiettivo – rivelano Rosy e Valentina – è che tutti i bambini qui crescano come persone». E in questi primi mesi tutti i piccoli “alunni” stanno innegabilmente traendo un enorme beneficio da questa convivenza con la natura, soprattutto sotto l’aspetto relazionale, non solo didattico, perché imparano ogni giorno a vivere insieme.

“Troverai più cose nei boschi che nei libri. Gli alberi e i sassi ti insegneranno cose che nessun uomo ti potrà dire”. Bernardo di Chiaravalle

Per approfondire, ascolta l’intervista integrale a Rosy e Valentina qui. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/corazoncitos-scuola-outdoor/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Sette punti per rendere davvero etica la “finanza sostenibile” europea

Il 10 marzo è entrato il vigore il nuovo regolamento europeo sulla finanza sostenibile. Ma questo restyling normativo è davvero etico? Secondo Banca Etica, si tratta di un primo passo importante ma troppo timido: per rilanciare l’economia, proteggere il Pianeta e favorire la coesione sociale serve una finanza realmente etica. Il 10 marzo è entrato in vigore il primo regolamento europeo adottato nell’ambito dell’ambizioso Action Plan UE per la finanza sostenibile. L’Europa mira a rispondere ad alcune domande rese ancora più cruciali dalla necessità di progettare il modello economico per traghettare il Vecchio Continente fuori dalla crisi innescata dalla pandemia. Come si può riconoscere un’attività economico-finanziaria sostenibile? Quali caratteristiche deve avere un investimento per poter essere definito realmente “green”? E come difendersi da chi propone strumenti finanziari nei quali l’aspetto sostenibile risponde esclusivamente a logiche di marketing?

Oggi manca uno standard condiviso di che cosa s’intenda per “sostenibilità” negli investimenti finanziari, il che permette a ogni banca o gestore di darsi delle proprie definizioni, spesso piuttosto deboli e cucite su misura per le proprie esigenze. L’Europa si sta muovendo per definire una cornice di regole: la Sustainable Finance Agenda – il Piano d’azione per la finanza pubblicato a marzo del 2018 – da un lato riconosce l’insostenibilità di buona parte dell’attuale sistema finanziario, dall’altro prova a intervenire per inquadrare e sviluppare una possibile alternativa, ponendo tra i propri obiettivi il reindirizzamento dei flussi finanziari non solo pubblici ma anche privati verso la sostenibilità. Il Regolamento 2088 del 2019 entrato in vigore il 10 marzo 2021 prova a dare una definizione precisa di investimento sostenibile.

Finanza etica e finanza sostenibile non sono la stessa cosa

Le nuove normative europee sono di grande interesse per le reti internazionali della finanza etica (Gabv- Global Alliance for Banking on Values e Febea-Federazione Europea delle Banche etiche e alternative) che esprimono apprezzamento per gli sforzi dell’UE, ma non possono tralasciare di evidenziare alcune perplessità, a partire dalla controversa scelta della Commissione UE di affidare al colosso finanziario BlackRock il ruolo di advisor per la finanza sostenibile. La finanza etica – come intesa e praticata da decenni da molte istituzioni finanziarie in Europa e non solo – è infatti qualcosa di molto diverso dalla finanza sostenibile che l’Europa sta provando a regolamentare.

Ecco i sette principali punti di forza che è necessario evidenziare:

  • Massimizzazione del profitto vs massimizzazione dei benefici per la collettività – La prima differenza tra i due modelli risiede nei principi di base. Nelle definizioni di finanza sostenibile elaborate dalla UE la sostenibilità è, nel migliore dei casi, un obiettivo secondario alla massimizzazione dei profitti per pochi, un fattore competitivo da prendere in considerazione per rispondere alla crescente domanda di mercato o uno strumento di marketing per ridurre i propri rischi reputazionali e darsi un’immagine più pulita. L’approccio della finanza etica è radicalmente diverso: la realizzazione di utili economici è perseguita, ma è funzionale all’obiettivo di massimizzare i benefici per le persone, le comunità e il pianeta. È il passaggio dallo shareholders interest, e cioè agire nell’interesse esclusivo degli azionisti, allo stakeholders interest nella sua accezione più ampia, ovvero agire valutando gli impatti su tutti i portatori di valore.
  • Speculazione finanziaria vs focus sull’economia reale – La finanza mainstream oggi è caratterizzata da dinamiche quali l’uso spregiudicato di strumenti speculativi e dei paradisi fiscali, una continua creazione di bolle e instabilità; la stragrande maggioranza dei derivati sono utilizzati come pure scommesse speculative; oltre la metà delle operazioni sui mercati finanziari sono rappresentate dal trading ad alta frequenza; un sistema bancario ombra che sfugge a controlli e regolamentazione, etc. In questo contesto, la finanza sostenibile descritta nella nuova normativa europea non prevede alcun obbligo di “non nuocere alla collettività e all’economia reale” per gli operatori finanziari che vogliono dirsi sostenibili. La finanza etica, invece, ripudia la speculazione ed è orientata a sostenere l’economia reale capace di favorire il benessere della società. Tra i propri valori la finanza etica pone l’accento sull’accesso al credito e l’inclusione finanziaria dei soggetti più deboli. Un tema centrale in questa fase caratterizzata da un lato da un eccesso di liquidità ma dall’altro, nello stesso momento, da una crescente esclusione finanziaria di molte persone e imprese. Ad esempio: la bolla dei mutui subprime che ha innescato la terribile crisi finanziaria del 2008 potrebbe replicarsi anche con le nuove norme sulla finanza sostenibile, mentre non potrebbe verificarsi se, per ipotesi, tutti operassero secondo i criteri della finanza etica.
  • Modello “a scaffale” vs modello “olistico” – L’approccio alla finanza sostenibile promosso dall’UE si concentra quasi unicamente sullo specifico prodotto finanziario, non sull’insieme delle attività proposte da un gruppo bancario. Al momento, inoltre, l’ambito di applicazione riguarda unicamente le attività di gestione e investimento di prodotti finanziari, non l’erogazione del credito o altre attività bancarie. Gli istituti ispirati alla finanza etica, invece, si fondano sulla coerenza dell’insieme delle proprie attività. Per chi fa finanza etica non è ammissibile offrire alla propria clientela alcuni prodotti sostenibili e altri nocivi per il pianeta o le persone. Ad esempio offrendo fondi che investono sulle rinnovabili accanto ad altri che continuano a investire su fonti fossili. Gli enti che fanno finanza etica mettono al centro la trasparenza e l’equità e valutano ogni investimento sia sul piano dei possibili risultati economici sia su quello degli impatti sociali e ambientali.
  • Modelli di Governance: che ruolo per trasparenza e partecipazione? – La normativa europea non impone requisiti di governance a chi voglia vendere i propri prodotti finanziari come sostenibili. Secondo questa normativa un intermediario finanziario può essere opaco, gestito con il famoso sistema delle scatole cinesi, eludere le tasse e comunque pubblicizzare i propri prodotti come “sostenibili”. Gli operatori di finanza etica, invece, hanno governance e strutture societarie basate su trasparenza; partecipazione dei soci e dei clienti; forbice massima tra le remunerazioni, etc. Le nuove normative UE affrontano temi legati alla trasparenza, ma lo fanno in un’ottica di singolo prodotto e non guardano al comportamento complessivo del soggetto proponente.
  • Valutazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG): visione parziale vs visione d’insieme – Nell’approccio dell’UE, la sostenibilità è definita quasi esclusivamente guardando alla componente ambientale. La finanza etica, invece, prende in considerazione ogni aspetto ambientale, sociale e di governance nella tradizionale analisi ESG, e anche le loro rispettive interrelazioni. La finanza etica parte dalla definizione di alcuni settori economici che devono necessariamente essere esclusi dagli investimenti (armi, fonti fossili, pornografia, etc) e poi valuta le imprese operanti nei settori non esclusi in base a una visione complessiva dei loro impatti. Ad esempio in Europa c’è chi considera “sostenibili” investimenti in centrali a gas o in centrali idroelettriche realizzate costruendo dighe che devastano l’ambiente e mettono in pericolo le comunità che vivono in quei territori: per la finanza etica, invece, questi investimenti sono inaccettabili. O ancora, molti prodotti finanziari venduti come sostenibili investono nelle big tech, giudicate neutre sul piano delle emissioni di CO2 e quindi pulite. La finanza etica invece esclude questi investimenti perché le Big Tech non sono trasparenti sul piano fiscale e sono al centro di valutazioni circa i loro potenziali impatti negativi.
  • Lobby finanziaria vs educazione critica alla finanza – Un’altra differenza sostanziale è l’attività di lobby svolta dalla finanza mainstream che investe cifre consistenti per condizionare le scelte dei regolatori, arrivando persino a chiedere di includere il nucleare o alcuni investimenti nei combustibili fossili tra le attività da considerare come “sostenibili”. La finanza etica, pur dialogando con le istituzioni e i regolatori, si concentra più sull’attività di sensibilizzazione dal basso delle persone e delle comunità per rendere comprensibili gli impatti negativi di una finanza tutta orientata alla massimizzazione dei profitti nel brevissimo periodo. Le realtà della finanza etica – inoltre – sono in prima fila per chiedere normative capaci di arginare il casinò finanziario come ad esempio l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie; la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento; un serio contrasto ai paradisi fiscali; un limite all’uso dei derivati, etc.
  • Conservazione dello status quo vs trasformazione sociale – La normativa UE non impedisce alle società che vendono prodotti di finanza sostenibile di fare ricorso ai paradisi fiscali, adottare politiche di gestione interna poco eque, etc. Gli intermediari finanziari “sostenibili” non sono incoraggiati dalla normativa a farsi promotori di modelli più responsabili e inclusivi di gestione delle aziende su cui investono. Tra gli obiettivi della finanza etica, invece, vi è quello di promuovere attraverso l’engagement e l’azionariato attivo comportamenti più etici da parte delle aziende al fine di produrre impatti ambientali e sociali positivi nel lungo periodo. Attraverso i fondi comuni di investimento etici o in partnership con organizzazioni non governative, la finanza etica si impegna per diventare interlocutrice attiva di grandi corporation, denunciando pubblicamente comportamenti nocivi per le persone e per l’ambiente.

La presidente di Banca Etica Anna Fasano

«Banca Etica con tutte le reti internazionali della finanza etica guarda con favore al lavoro dell’Unione Europea per regolamentare e incentivare la finanza sostenibile», commenta Anna Fasano, presidente di Banca Etica. «Ma non possiamo fare a meno di notare come questa normativa ad oggi sia molto complessa da applicare e soprattutto molto annacquata. Le differenze tra ciò che noi intendiamo per finanza etica e ciò che la UE certificherà come finanza sostenibile sono tante. È utile guardare alla “genealogia” e dunque alle dinamiche politiche che hanno generato la finanza etica da una parte e la finanza sostenibile (nella definizione che sta assumendo) dall’altra».

«La finanza etica aspira a un concetto di giustizia sociale e inclusione che va ben oltre la proposta dell’UE. Termini come profitto, speculazione, governance, impatto, incidenza, costruzione della cittadinanza acquisiscono un significato completamente diverso e configurano uno spazio coerente che non si limita a un’aggregazione di iniziative concrete, ma piuttosto ad una proposta completa sul modo in cui l’intermediazione finanziaria dovrebbe operare per generare giustizia sociale e bene comune».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/sette-punti-rendere-etica-finanza-sostenibile-europea/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le “pandemie” dimenticate causate da inquinamento e stili di vita malsani

Stili di vita inappropriati e cause ambientali sono alla base di due grandi “pandemie” che affliggono oggi la popolazione mondiale: infiammazione cronica e disequilibro immunitario. Alcuni esperti provano ad analizzarne motivazioni e possibili soluzioni attraverso un approccio integrato in questo evento online organizzato da LUMEN aps – ente capofila della Rete Europea SALUS, di cui fa parte anche Italia Che Cambia – di cui vi riportiamo le principali conclusioni. Stili di vita sani e sostenibilità ambientale sono fondamentali per la salute dei cittadini europei. Lo sottolinea l’on. Eleonora Evi inaugurando la serie di interventi previsti dal convegno virtuale “Infiammazione sistemica cronica e sistema immunitario”, svoltosi sul canale YouTube di Lumen, partner di Italia Che Cambia nella rete europea SALUS. La crisi sanitaria attuale ha radici profonde ed è figlia di uno sviluppo che non ha tenuto conto della salute degli esseri umani, degli animali e dell’ambiente. Per risolvere questa crisi ed evitarne altre in futuro, l’Unione Europea ha il compito di guidare un’azione attraverso strategie di promozione della salute, di ripristino ecologico e di sostenibilità ambientale. L’onorevole auspica che l’attenzione dei cittadini europei su tali tematiche rimanga alta e che essi siano da stimolo per i rappresentanti politici, anche grazie a iniziative come InfoSALUS che, con un approccio integrato, divulgano una cultura della salute trasversale.

Il dott. Lorenzo Del Moro inizia il suo intervento illustrando la relazione esistente tra stato infiammatorio cronico, disequilibrio immunitario e patologie croniche – aterosclerosi, cancro, diabete, demenze, solo per citarne alcune. Lo stato infiammatorio cronico, spiega il dott. Del Moro, è una condizione subdola che nel tempo aumenta molto il rischio di sviluppare le sopracitate patologie, vere “pandemie” del nostro secolo. Infiammazione cronica e disequilibro immunitario sono due facce della stessa medaglia e alla loro base troviamo medesime cause: stili di vita inappropriati e cause ambientali. L’alterazione del sistema immunitario che oggi colpisce sempre più persone è visibile dall’incapacità a relazionarci con sostanze ed esseri con cui abbiamo convissuto pacificamente per migliaia di anni: acari, pollini, peli di animale, molti alimenti, virus e batteri. Circostanza nefasta la difficoltà di relazione menzionata, da non sottovalutare, che apre due strade: la prima, dovuta ad un sistema immunitario troppo reattivo, porta allergie e malattie autoimmuni; la seconda, causata da un sistema immunitario scarsamente reattivo, genera un aumento della mortalità da infezioni e da tumori. A seguire la naturopata Milena Simeoni presenta una concezione innovativa che coniuga scienza e filosofia. La relatrice parla di infiammazione allargando la prospettiva: essa, comunemente percepita come manifestazione da sopprimere, in realtà da un lato è lo strumento per la guarigione e dall’altro, se cronica, diventa la radice di molte patologie. In Naturopatia ciò che fa la differenza è la Vis Medicatrix Naturae (forza vitale insita in ognuno di noi).

Simeoni offre una visione fuori dal coro, mostrando studi che mettono in relazione l’infiammazione sistemica con la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), parametro che indica il fenomeno fisiologico di variazione dell’intervallo di tempo (millisecondi) tra un battito e l’altro. Quando questo intervallo di tempo è variabile, l’HRV è elevata mentre quando è rigido, l’HRV è bassa. Metaforicamente potremmo dire che la variabilità della frequenza cardiaca è una “finestra” sull’attività del Sistema Nervoso Autonomo (SNA) e, nello specifico, sulla relazione tra sistema ortosimpatico (lotta e fuga) e parasimpatico (ripristino dell’omeostasi). In altre parole, l’individuo resiliente ha un buon equilibrio tra sistema nervoso parasimpatico e ortosimpatico, un HRV alta e un’infiammazione sistemica bassa. Viceversa, l’individuo “stressato” ha una maggiore attività dell’ortosimpatico e, di conseguenza, un HRV bassa e un’infiammazione sistemica più elevata. Ciò significa che adattabilità, capacità di utilizzare le esperienze al meglio e sano stile di vita, sono sinonimi di buona salute e di un cuore che, all’occorrenza, sa “cambiare marcia”. Nella direzione inversa, irritabilità, incapacità di utilizzare al meglio le esperienze e malsani stili di vita, sono sinonimi di cronicità e di un cuore che fatica a “cambiare marcia” quando serve. L’HRV alta è stata anche associata alla longevità sana mentre l’HRV bassa alla presenza di patologie cronico degenerative (come ipertensione, obesità, depressione, sindrome metabolica, dislipidemie, diabete), conseguenti ad una maggiore infiammazione sistemica. Simeoni conclude ribadendo che la resistenza agli stressor, come il sano stile di vita (movimento, alimentazione, meditazione e relazioni), genera salute al SNA e sostiene l’efficienza del sistema immunitario.

Interviene di seguito il dott. Giuseppe Miserotti, medico esperto in tematiche ambientali, che parla di tossici ambientali legati al metabolismo umano. Composti, questi, che vengono assunti per ingestione – i pesticidi ad esempio – o per inalazione – come idrocarburi policiclici aromatici e polveri sottili – e che giorno dopo giorno, anche a piccole dosi, producono effetti metabolici rilevanti mediati dall’infiammazione. Come non parlare di sostanze tossiche legate all’inquinamento dell’aria, noi che viviamo in una delle 5/6 zone più inquinate del mondo. Uno studio dell’università di Chicago ha rilevato una perdita di un anno e mezzo di vita in Pianura Padana proprio per il livello di PM2,5. Niente di nuovo, quando già nel 2016 Lancet sosteneva un’emergenza per la salute dovuta allo smog: in quell’anno nel nostro paese ci furono 45.600 decessi prematuri che ci posero al primo posto in Europa e all’undicesimo nel mondo per esposizione alle PM2,5. A farne le spese sono soprattutto da bambini, neonati, donne in gravidanza e anziani. Non solo problemi e difficoltà, le soluzioni ci sono, sono più abbordabili di quanto pensiamo ma ci impongono un cambio di stile di vita: attenzione all’ambiente, recupero della dieta mediterranea, sentimenti di solidarietà e vicinanza sono alcune soluzioni che ognuno di noi può attuare subito.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/pandemie-dimenticate-inquinamento-stili-di-vita-malsani/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

È davvero ora di cambiare, anche nel rapporto fra esseri umani e animali

Sara De Santi e Sonia Signorini si occupano di relazioni tra animali umani e tra l’essere umano e altre specie e collaborano nell’ambito del progetto “Col resto di due”. In questa serie di articoli condivideranno con noi alcune riflessioni su questo macrotema. Nella prima uscita analizzano la situazione attuale, sottolineando la necessità di cambiare paradigma e scardinare il rapporto asimmetrico – oggi ampiamente diffuso – fra il cane e la sua figura umana di riferimento. Nell’ultimo anno sono cambiate molte cose. Sono cambiate abitudini e certezze, è cambiato il modo in cui guardiamo al futuro e anche quello in cui consideriamo il passato. Ciò che definivamo “normalità” è risultato essere un concetto labile e volatile. Ne sentivamo parlare dei cambiamenti in atto, in relazione al clima, alle evoluzioni sociali, alle necessità di specie e ambienti, eppure restavano voci di nicchia, fino a quando una pandemia ci ha coinvolti tutti.

Stanno avvenendo anche cambiamenti culturali importanti: diamo più rilevanza alle emozioni in svariati ambienti, al benessere interiore, alla meditazione, si parla di relazione in più modalità. La connessione tra la responsabilità e la consapevolezza di sé e dell’altro, nell’ambiente in cui si vive, inizia a divenire evidente. La comunicazione tra l’essere umano, il mondo animale e quello vegetale ci mostra l’importanza di un cambiamento nei modelli di interscambio e di relazione. Per questo io e la mia amica e collega Sonia abbiamo ideato il progetto “Col resto di due”, attualmente attivo come pagina social, dove condividiamo osservazioni e considerazioni nate dalla nostra esperienza sul campo e dai nostri studi. Il nostro intento è quello di spostare l’attenzione dal pensiero lineare e utilitaristico a quello divergente e collaborativo, in particolare nella relazione con la diversità. Ci occupiamo di relazioni tra animali umani e tra l’essere umano e altre specie. In questo ambito, che ha visto una fortissima evoluzione negli ultimi anni, c’è un’urgenza che diventa sempre più chiara: la necessità di cambiare paradigma. È da questa necessità che nel primo di questi articoli a due voci che andremo a scrivere, oggi vogliamo partire: la necessità di cambiare paradigma o forse semplicemente di non averne affatto, convinte che sia questa la strada da intraprendere per ritrovare la nostra vena animale e poter riconoscere quella altrui.

Ma cosa significa “cambiare paradigma”? Il paradigma è un modello di riferimento a cui ci affidiamo quando parliamo di un determinato argomento, è un termine di paragone. Ad oggi in ambito animale sono innumerevoli i paradigmi a cui ci affidiamo e di cui abbiamo bisogno. Ci servono per decodificare comportamenti, per dare spiegazioni, finanche per creare proiezioni. La necessità di circoscrivere, di mettere etichette che in qualche misura ci rassicurano, ci fanno riconoscere un legame e sentire in sintonia con altre specie. È questo il primo passo verso la gabbia mentale in cui non solo releghiamo gli altri animali, ma in cui releghiamo anche noi stessi, le nostre
emozioni, il nostro ruolo. Ed è proprio il ruolo che assume un’importanza non secondaria nel nostro modo di relazionarci con gli animali non umani. La cinofilia è un esempio illuminante di come la ricerca del ruolo determini il modo di vivere il cane. Addentrandoci, neanche troppo, in questo mondo si può arrivare a pensare che il cane esista grazie a noi, dimenticandoci invece che sulla terra la maggior parte dei cani vive liberi, senza una figura umana di riferimento.

Se guardiamo i dati da questa prospettiva c’è da domandarsi se davvero siano i cani ad avere bisogno di noi o se, al contrario, siamo noi ad avere la necessità di riconoscerci nella figura che il cane ci dà l’opportunità di esprimere: padre-padrone, guida, leader, coach, capobranco, madre e così via. Una figura di cui ci appropriamo con la forza e che lascia l’altro senza possibilità di reale rifiuto perché il rifiuto diventa automaticamente ai nostri occhi un problema – aggressività, fobia, iperattività o altro – da risolvere in fretta, possibilmente da altri, da smontare e in ultima istanza da allontanare, andando ad alimentare tutta quella mal gestione e quel mercato infame del più becero volontariato che alimenta cani viaggianti su e giù per l’Italia e riempie i canili. E allora, forse, la sfida più grande e più urgente diventa distruggere vecchi paradigmi, che hanno la colpa di ricondurci a modelli di riferimento troppo vicini alle abitudini di un’epoca che ha perso contatto con la propria animalità. Riconoscere e accettare quello che è sotto ai nostri occhi senza averne timore, senza incatenarlo ai nostri bisogni, affiancandolo invece, alla scoperta dell’altro e di noi stessi, in una convivenza che si contamina ed evolve senza violenze fisiche ed emozionali.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/cambiare-rapporto-esseri-umani-animali/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Archeoplastica: i rifiuti restituiti dal mare diventano reperti da museo

Un museo virtuale in cui esporre online centinaia di reperti plastici raccolti sulle spiagge, dopo che il mare li ha restituiti: questa l’idea alla base del progetto Archeoplastica. Un’iniziativa importante per riflettere sul lento processo di degradazione della plastica e sugli effetti disastrosi che l’uso smodato di questo materiale ha sull’ambiente. Quanto tempo dura la plastica? Quanto sopravvive nei nostri mari, trasportata lungo le rotte tracciate dalle correnti? La sua è una storia infinita. Per averne una minima percezione, basti pensare che nei nostri mari galleggiano, ancora intatti, flaconi e bottiglie che hanno l’età dei nostri genitori o addirittura dei nostri nonni. È ormai noto che – come conferma una relazione della Ellen MacArthur Foundation, in collaborazione con il World Economic Forum – entro il 2050 negli oceani vi sarà più plastica che pesci. Questo materiale da forme, colori e usi diversi, protagonista della nostra vita quotidiana, è diventato nel tempo la peggiore minaccia per l’ecosistema marino e non solo. Lo sa bene Enzo Suma, fondatore dell’associazione Millenari di Puglia, una realtà dell’alto Salento impegnata da sempre nella valorizzazione e tutela del territorio e in attività di educazione ambientale. Guida naturalistica e cercatore seriale di rifiuti plastici, raccoglie da tempo quanto riversato sulle spiagge dalle mareggiate, anche perché da Ostuni, la sua città, raggiunge facilmente la costa tutti i giorni. «Da due anni, però, ho iniziato a catalogare questi rifiuti, conservando quelli più vecchi e riciclando gli altri», racconta Enzo.

Enzo Suma

Un Ajax vetri del ‘68, un Cif detergente di fine anni ‘70 e una lattina di Coca-Cola limited edition dedicata ai mondiali di calcio in Argentina del ‘78. Questi sono solo alcuni degli oltre duecento oggetti collezionati da Enzo. Da questi reperti scaturisce una narrazione di usi e abitudini legati a questo materiale: una sorta di ricostruzione archeologica o meglio archeoplastica, secondo la fortunata espressione con cui Enzo cataloga i rifiuti plastici più antichi e, per una ragione o un’altra, degni di nota. Nasce così l’idea di dar vita a un museo virtuale online in cui esporre i reperti archeoplastici datati dai trenta agli oltre cinquant’anni fa. «Ero incredulo quando trovai il primo reperto archeoplastico: una bomboletta spray Ambra Solaire di fine anni ‘60, su cui si leggeva perfettamente il prezzo in lire, nonostante fosse passato tutto quel tempo», racconta Enzo. «Quando ne pubblicai la foto su facebook, molte furono le riflessioni degli altri utenti sul tema della plastica e dell’inquinamento causato da questo materiale», prosegue l’ideatore del progetto. La mostra sarà accessibile a tutti. Attraverso la tecnica della fotogrammetria verranno realizzate delle riproduzioni virtuali in 3D di questi reperti, in modo da apprezzarne ogni minimo dettaglio. Obiettivo dell’iniziativa è mantenere vivo l’interesse sul problema dell’inquinamento da plastica, con un occhio particolare ai più giovani. Oltre al museo virtuale, infatti, Enzo vorrebbe realizzare una mostra itinerante in cui esporre i reperti archeoplastici, cercando di raccontare la storia di ciascuno di questi. «Mi piacerebbe portarla nelle scuole e magari anche nel resto d’Italia, promuovendo attività di educazione ambientale e sensibilizzazione sul problema della plastica».

È giusto che i più piccoli, e di conseguenza le loro famiglie, siano sempre più consapevoli di quanto a lungo la plastica sopravvive nei nostri mari. Si frantuma per effetto degli agenti atmosferici ed entra così nella catena alimentare sotto forma di microplastiche, che «funzionano come delle spugne: assorbono sostanze tossiche, che a loro volta si accumulano nei tessuti dei pesci che le ingeriscono».

In questo progetto Enzo non è da solo, anche perché non è sempre immediato il processo di datazione e identificazione dei rifiuti raccolti. Spesso è il tam-tam sui social network ad aiutarlo nella sua impresa. Dietro a ogni oggetto c’è un lungo lavoro di ricerca, tra video e spot pubblicitari in cui quelli che oggi sono solo rifiuti appaiono come sgargianti prodotti all’ultimo grido dell’igiene casa e persona. Per uno dei suoi reperti, Enzo ha impiegato più di un anno prima di riuscire a identificarlo. «È un flacone molto insolito, forse uno dei più belli che colleziono – mi racconta – un corpulento omino di plastica azzurrina, vestito con un frac e trasfigurato da varie incrostazioni di anellidi». Proprio grazie alla visibilità sui social network, oggi questo reperto archeoplastico ha finalmente il proprio identikit completo: «Grazie a un utente facebook ne ho scoperto un altro esemplare tra gli oggetti di un collezionista francese. Si tratta di un bagnoschiuma degli anni ‘60, tutto rosso in origine».

I reperti archeoplastici collezionati da Enzo non arrivano solo dal passato, ma anche da posti lontani, complice la vicinanza alle coste balcaniche. «Mi è capitato di raccogliere un prodotto dell’Ava risalente agli anni ‘60 con l’etichetta in greco. Il maestrale e la tramontana, infatti, portano sulla nostra costa rifiuti di Grecia e Albania e viceversa, quando i venti spingono verso le loro coste». Alcuni degli oggetti della collezione arrivano dal Veneto e dal ferrarese, «grazie alla proficua collaborazione con altri raccoglitori e collezionisti di rifiuti plastici. L’obiettivo è quello di fare rete e aiutarsi vicendevolmente».

Tra i vari oggetti raccolti, Enzo colleziona formine, palette e secchielli dimenticati dai bambini in spiaggia nel corso del tempo. Con questi si lancia in simpatici giochi artistici, disegnando sulla sabbia giganteschi esemplari della fauna marina. Tartarughe e cetacei sono i soggetti più rappresentati, ovvero «gli animali più vulnerabili e colpiti proprio dall’inquinamento da plastica».

Il progetto Archeoplastica è collegato a una campagna di crowdfunding lanciata da Enzo su Produzioni dal Basso. Con un piccolo aiuto di tutti, si potranno finalmente realizzare il museo virtuale e acquistare l’occorrente per la mostra itinerante, per raccontare la storia della plastica e riflettere su un suo uso più moderato e consapevole.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/archeoplastica-rifiuti-mare-diventano-reperti/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Agricoltura e alimentazione: ecco come cambiarle

Abbiamo provato a immaginare come potrebbero essere l’agricoltura e l’alimentazione del mondo di domani e quali passi individuali e collettivi possiamo fare, a partire da oggi, per realizzare questa visione. Abbiamo scelto la Provincia di Cuneo cimentandoci in un lavoro condiviso e partecipato che ci ha coinvolti nel 2020, ma ci auguriamo che ciò che abbiamo realizzato possa essere di ispirazione per molti altri luoghi d’Italia. Ecco la nostra Visione2040 su Agricoltura e alimentazione, immaginata e sognata da coloro che vivono questo territorio! Immaginiamo… una pianura coltivata con metodi di agroforestazione che combinano piante perenni e colture annuali, riducendo lavorazioni profonde del suolo e trattamenti chimici, incrementando la biodiversità e la protezione degli insetti impollinatori. Immaginiamo… una montagna in cui i terreni sono coltivati e non solo lasciati a pascolo o abbandonati; una collina che permette a boschi e a nuovi orti di intersecarsi alle vigne e ai noccioleti. Immaginiamo ancora cittadini che collaborano, rompendo la divisione tra produttori e consumatori e dimostrando che l’agricoltura contadina offre cibo sano utilizzando le risorse in modo ottimale.

Il tema della produzione alimentare su scala industriale, dello sfruttamento dei terreni e di un’agricoltura sempre più intensiva sono certamente alcuni tra i principali temi dei nostri tempi. Da nord a sud del mondo, ci sembrano questioni così grandi e insormontabili da farci credere di non poter fare la differenza. Ma siamo qui per dimostrarvi il contrario! In fondo, immaginare tutto questo non è stato così male, vero?

Vi raccontiamo oggi il primo dei diversi documenti che abbiamo elaborato in questi mesi insieme agli esperti e agli attori del territorio cuneese. Insieme ci siamo confrontati su come potranno essere agricoltura e alimentazione nel 2040. Mettendoci in ascolto, superando anche la frustrazione del lavoro online imposto dalla pandemia, questo percorso è stato un’occasione che ci ha aiutato ad accorciare le distanze. E abbiamo colmato questa distanza partendo dalle emozioni, per confrontarci poi su cos’è successo all’agricoltura cuneese in questi anni. Per farlo, abbiamo prima “scattato una fotografia” della situazione attuale, perchè, se è vero che dietro ogni problema c’è un’opportunità, allora il nostro obiettivo è capire come farla sbocciare.

LA FOTOGRAFIA ATTUALE

Come abbiamo approfondito nel documento, il Cuneese, come d’altronde altri territori in Italia, è una provincia dalla forte tradizione agricola ma, nella fotografia attuale, la sua agricoltura sta vivendo in una sorta di stallo. Da una parte troviamo i fautori dell’agroindustria convenzionale che si rendono conto dell’attuale crisi del sistema e della sua insostenibilità ma che sembrano non intravedere ancora possibilità di cambiamento. Dall’altra, riscontriamo la grande presenza di monocolture che non rispetta i tempi e le esigenze naturali del territorio, oltre ai prezzi molto alti dei terreni che stanno sempre più attraendo l’interesse di investitori stranieri. Ma allora, in che direzione possiamo andare? Ovviamente i problemi non sono gli unici aspetti che caratterizzano questo enorme territorio! Ad esempio, pensiamo che la biodiversità del territorio sia notevole e siamo felici della presenza di sempre più realtà attive e dinamiche tra le piccole e medie aziende nelle aree interne. Sono loro i custodi del territorio che pensiamo sia fondamentale valorizzare! Contadini e contadine da cui cresce la spinta verso un’agricoltura diversa e che si impegnano ad aumentare il numero di varietà prodotte o recuperare quelle tradizionalmente coltivate. Poi ci sono le aziende del vino (prodotto d’eccellenza nel cuneese) che stanno adottando tecniche di coltivazione biologica, attraverso un’inversione di tendenza.

QUALE VISIONE PER IL 2040?

Ogni azione avrà una conseguenza nell’immediato e nel futuro. Da questa riflessione è partito il nostro tavolo di lavoro per ripensare la provincia di Cuneo tra vent’anni. E allora, per cambiare il destino dei nostri territori, perché non partire proprio dal concetto di responsabilità? Per capire qual è la direzione giusta da prendere, abbiamo deciso di rispondere a questa domanda con un’altra domanda: chi si occuperà principalmente di produrre, chi di mangiare, chi di comunicare, chi di studiare, chi di regolamentare tutte queste azioni?

Su un aspetto concordiamo in pieno: nel futuro in cui aspiriamo a vivere, ognuno di questi attori dovrebbe avere un comportamento responsabile nei confronti di sé stesso, degli altri e della terra che ci ospita. E questo segnerebbe il vero cambiamento di cui abbiamo bisogno per sovvertire le criticità del presente.

Che cosa abbiamo sognato per il cuneese? Vi riportiamo quattro ambiti di azione sui quali ci siamo concentrati e che potrete approfondire nel documento dedicato!

1. Nuove tecniche agricole: tra vent’anni ci prenderemo cura dei nostri ecosistemi, coltiveremo e diffonderemo specie e varietà locali attraverso metodi biointensivi che rispettino i terreni. Trasmetteremo i valori di una produzione locale alle nuove generazioni di contadini e contadine affinché siano sempre più aggiornati sui modi migliori per produrre cibo;

2. Nuovi e diffusi modelli di cooperazione tra produttori e consumatori: la filiera del cibo, dal seme alla tavola, sarà gestita a livello locale tra aziende che opereranno con una visione comune e i prezzi di prodotti di qualità saranno accessibili a tutte le fasce della popolazione;

3. Il riconoscimento del ruolo dei contadini come custodi del suolo e della sua fertilità;

4. Le campagne saranno popolate di persone che amano vivere a stretto contatto con la natura e saranno valorizzate anche agli occhi delle nuove generazioni. Avremo nuove aziende e cooperative agricole che coinvolgeranno attivamente i lavoratori in qualità di soci (e non solo di dipendenti) e le scuole diventeranno luoghi dove educare a riconoscere e apprezzare la bellezza e la complessità del territorio in cui viviamo.

AZIONI CONCRETE. COSA POSSO FARE IO?

Va bene, abbiamo voluto sognare in grande… ma è proprio partendo da piccoli passi che è possibile arrivare insieme alla meta. Per questo il documento che abbiamo realizzato riporta una serie di azioni concrete che ognuno di noi può fare a partire da oggi. Andatele a leggere e fatevi ispirare! Il lungo lavoro partecipato realizzato in questi mesi vuole essere uno strumento per noi, per voi, per tutti. Nessuno escluso.

RINGRAZIAMO PER IL LAVORO

Hanno contribuito: Pietro Cigna – Italia che Cambia e NEMO – Nuova Economia in Montagna|Attilio Ianniello – Comizio Agrario di Mondovì | Stefano Vegetabile – Organismo Agricolo Nuove Rotte | Maria Luisa Gonella – Medico | Giulia Jannelli e Maurizio Giraudo – Germinale Cooperativa Agricola di Comunità | Claudio Naviglia – Humus Job | Lorenza Borsarelli – Intrecci – rete di aziende agricole del monregalese.

Arianna Carmignano – Azienda Agricola Il vecchio gelso | Denis Beoletto | Giulia Minero –Mieleapi | Guido Moraglio – MDF | Lauro Manfrin – MDF | Lorenza Borsarelli – Rete di Impresa Intrecci Solidali | Lorenzo Barra – Azienda agricola Cresco | Marialuisa Gonella | Marisa Lanzone – MDF | Maurizio Pilone – Sgasà | Noemi Boglione | Paolo Montrucchio –  MDF – La Fattoria del Risveglio | Rita Brao

LEGGI IL DOCUMENTO COMPLETO

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/cambiare-agricoltura-alimentazione-futuro-migliore/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Pachamare, l’ecovillaggio diffuso che riallaccia il legame con la Terra

Con l’intento di ricreare un collegamento con Madre Natura, nell’entroterra ligure Alessandro ha dato vita a Pachamare, un progetto di vita suo e della sua grande famiglia in cui agricoltura naturale, bioedilizia e un rapporto sacro con la terra si mescolano dando vita a un luogo sostenibile, etico e felice. Qualche anno fa, leggendo il libro pubblicato da Terra Nuova Edizioni (di Francesca Guidotti, Presidente RIVE, Rete Italiana Ecovillaggi), ho scoperto un luogo in Liguria che mi ero promessa di visitare di persona alla prima occasione. Dopo un paio di visite fugaci, il Laboratorio Itinerante per la Resilienza – organizzato qualche mese fa dal Movimento Zeitgeist Italia – mi ha finalmente offerto l’occasione perfetta per fare una degna esperienza di questo luogo speciale.

Alessandro Faedda

Qui, nell’entroterra ligure, ubicato a 900 metri di altitudine nel versante ovest delle montagne della provincia di Imperia, da oltre dieci anni sorge il primo nucleo di un ecovillaggio diffuso il cui nome, Pachamare, gioca con le parole “Pachamama” (Madre Terra in lingua quechua), “mare” e “pacciamare” (la tecnica, tipica nella permacultura, di proteggere la terra con materiale organico). Quella che segue è una sintesi della lunga intervista realizzata ad Alessandro Faedda, in occasione dello Zeitcamp 2020, in cui abbiamo parlato di case in paglia, permacultura e di un Nuovo Rinascimentopossibile ricreando un collegamento con la nostra essenza più profonda con l’aiuto di Madre Natura (qui la videointervista integrale).

Alessandro, potresti spiegarci come nasce Pachamare e come mai hai cominciato questo progetto di vita insieme alla tua famiglia?

Il progetto nasce da una mia voce interiore che da quando avevo circa vent’anni mi sussurrava nell’orecchio che bisogna ricreare un collegamento con Madre Natura. Il luogo in cui ci troviamo era un terreno abbandonato dal secondo dopoguerra, visto che tutti gli italiani fuggivano dalla campagna per andare a vivere nelle città, per correre dietro al “Miracolo economico”, che in quell’epoca prometteva sicurezza, guadagni facili e via discorrendo. Quindi noi abbiamo ripulito questo terreno dall’abbandono di settant’anni, dove era ripartito parzialmente il bosco e il resto era infestato da rovi, prugnoli e biancospini. Dopo dieci anni di lavoro siamo riusciti a mettere un po’ in ordine la situazione, realizzando parecchi muri a secco per poter coltivare ortaggi nelle terrazze e piantare alberi da frutto, prevalentemente per noi (Alessandro ha una moglie e cinque figli, ndr.), cercando di vivere in modo sostenibile e di ricreare quei ritmi e quella natura che ormai si sono persi per la frenesia che ci attanaglia e che qui cerchiamo il più possibile di allontanare. Dopo un lungo peregrinare, ho realizzato infine che il mio cammino sarebbe stato quello di ricreare un collegamento con Madre Terra e di far crescere i miei figli nella natura. Ovviamente è un impegno, però fa parte della scelta di dedicare il tempo necessario a questi fiori che stavano crescendo.

Puoi descriverci gli orti in permacultura e gli edifici in paglia che avete realizzato?

Abbiamo costruito oltre 500 mq di terrazzamenti e muri a secco utilizzando la scuola ligure dei vecchi maestri di questa regione, che consente di coltivare la terra anche in montagna, creando delle superfici pianeggianti senza usare cemento e altre porcherie, ma solo le pietre del luogo. Ispirati da Masanobu Fukuoka – che sosteneva che se ogni famiglia avesse a disposizione 5000 mq di terra potrebbe auto-sostenersi – per ora abbiamo realizzato circa 2000 mq di orto in permacultura. Abbiamo costruito lecase in bioedilizia usando il legname per la struttura, la paglia e la lana di pecora come materiali isolanti e la terra per gli intonaci e abbiamo imparato che con poche migliaia di euro e in poco tempo puoi realmente costruire una casa dignitosa, sana e bella.

Bisognerebbe iniziare a dirlo ad alta voce alla gente: basta credere a ciò che ci hanno raccontato. Ci sono altri modi di vivere, bisogna solo avere il coraggio di fare il passo e cercarli! Quindi il primo corpo della casa è stato costruito in legno e sughero e così pure la seconda parte, ovvero la camera dei bambini. Il terzo corpo invece è stato fatto con la paglia: abbiamo usato le ballette di paglia come mattoni, la struttura sempre in legno, l’architravatura del basamento del pavimento e pure quella del tetto in legno di castagno, l’intonaco interno è in terra e calce, quello esterno in calce e poi appunto abbiamo usato la paglia come tamponamento e isolante termoacustico. Gli unici due nemici della paglia sono l’umidità permanente che la può far marcire e i roditori che possono annidarsi dentro. Per il resto ha un coefficiente termico elevatissimo: le case in paglia costruite con tutti i crismi sono classificate A++, sono top della gamma, perché hai una parete di 50 centimetri che mantiene fresco in estate e caldo in inverno e l’intonaco permette di regolare l’umidità interna della casa, perché se la casa è troppo umida assorbe l’umidità in eccesso, se secca rilascia umidità. Una casa naturale fa davvero stare bene: sono dieci anni che ci vivo dentro e non me ne rendo quasi più conto, ma la gente che viene, abituata a vivere dentro appartamenti costruiti in cemento e laterizio, quando entra a casa nostra si rende proprio conto del cambio di umidità, dell’aria, dell’energia. Quindi è una casa che fa bene a chi la costruisce, a chi la vive e al pianeta.

Raccontaci degli altri progetti in embrione e quelli che state per realizzare.

Grazie a Quercus, la nuova associazione che stiamo fondando, l’idea è quella di dar vita a dei veri e propri campi di lavoro della durata di due mesi in cui si potrà imparare a costruire delle abitazioni in bioedilizia, naturalmente rispettando i crismi necessari per fare una casa a norma di legge. Ma il mio sogno più grande è quello di poter aprire una fattoria didattica per trasmettere ai bimbi, che saranno gli adulti di domani, l’importanza di ricreare il rapporto sacro con Madre Terra, che per me oggigiorno è fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità su questo pianeta. È il momento in cui bisogna lavorare coi bambini, perché noi generazioni precedenti, dopo anni di condizionamenti, facciamo più fatica ad approcciarci alla terra. I piccoli invece, se “presi” per tempo, possono essere i portatori di un nuovo messaggio. Inoltre, stiamo dando il via a un canale web radio che si chiamerà “Radio Rievolver”, in cui parleremo del concetto della “ri-evoluzione”, nel senso che io devo evolvere per stare bene con me stesso, quindi “chi sono/cosa sto facendo/sto dando un senso alla mia esistenza?” saranno le domande su cui ci fonderemo per sviluppare questo progetto. Si può partire da questo slancio per cambiare noi stessi come individui e poi cambiare veramente il mondo; però bisogna partire dal sé. Si tratterà di un canale in cui parlare e divertirci, toccando le tematiche che affrontiamo tutti i giorni nelle nostre discussioni quotidiane (qui un video di presentazione di Radio Rievolver).

Secondo te il periodo drammatico che stiamo attraversando a livello nazionale e planetario può offrirci l’occasione di un profondo cambiamento in positivo?

Stiamo avvelenando i fiumi, la terra, l’aria, ci stiamo avvelenando noi perché mangiamo cibo avvelenato; a causa delle vaccinazioni, dei farmaci, le nostre relazioni sono avvelenate, quindi c’è proprio da trovare un nuovo modo di vivere. Bisogna rieducarci alla semplicità dei ritmi del pianeta terra per poi riscoprire che c’è veramente molto di più che ci è stato nascosto, occultato, perché ripartire dalla Terra non vuol dire arrivare, ma ricreare il collegamento con la Madre per poi ritrovare un nuovo mondo spirituale. Il Covid è solo il sintomo di una nuova malattia che appesta l’uomo da tempo e c’è solo da porsi le giuste domande per andare nella nuova direzione, attingere a fonti diverse d’informazione, fare ricerche per trovare il proprio modo di auto-guarirsi e quindi di conseguenza guarire ciò che c’è attorno a noi e ricreare le basi per il nuovo mondo. Anche perché, dal mio punto di vista, il male è partito dall’Europa: noi siamo stati la popolazione che ha esportato il sapere e la conoscenza tecnologica annientando le popolazioni indigene in tutto il pianeta, perché ci spaventavano nella loro naturalezza e spontaneità, nel loro rapporto con la natura, con quell’equilibrio che avevano creato. Noi nella nostra presunzione e superbia li abbiamo annientati. Quindi sono convinto che debba proprio ripartire da qua la rinascita, anziché esportare la distruzione, esportare la creatività, la creazione, la bellezza. Secondo me è ora di attuare davvero una ri-evoluzione per dare una nuova speranza a questa umanità: perché ora siamo in un momento di nuovo Medioevo in cui probabilmente c’è bisogno di un nuovo Rinascimento e quindi abbiamo bisogno di guerrieri che escano allo scoperto. Ce ne sono, c’è gente che si sta esponendo e sta iniziando a manifestare il dissenso verso il potere.

Cos’è per te l’Italia che cambia?

L’Italia è sempre stata un faro su tante cose, siamo un popolo di inventori, di costruttori, di menti eccelse in diversi rami. Vedo quello italiano come un popolo di cuore, perché siamo capaci di amare, accogliere e quindi dobbiamo semplicemente ricreare il collegamento con questa nostra fonte energetica che è già dentro di noi. Credo che l’Italia possa pian pianino riscoprire questa sua natura divina e quindi possa veramente incidere positivamente, attingendo al cuore e all’amore per trasformare questo buio che ci attanaglia in luce che potrà avvolgerci.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/madre-natura-pachamare/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Scuola parentale: come, con chi e perché? Facciamo chiarezza!

Con la pedagogista Cecilia Fazioli e l’avvocato Gabriele Bordoni ci addentriamo nel mondo della scuola parentale, provando a dare una risposta ai dubbi e agli aspetti meno conosciuti di questa scelta educativa. Parallelamente, cerchiamo di capire cos’è che non funziona nella scuola pubblica e quali sono i margini di miglioramento.

Cecilia Fazioli – pedagogista, counselor, formatrice – e l’avvocato Gabriele Bordoni, esperto di tematiche legali associate alla scuola parentale, hanno approfondito – ospiti di ATuxTu condotto dal nostro Paolo Cignini – il grande tema delle proposte alternative alla scuola convenzionale.

Cecilia Fazioli

Cecilia ha pubblicato per Terra Nuova Edizioni il libro “La scuola parentale: Come farla diventare una vera opportunità formativa per bambini e ragazzi”. Si tratta di una guida pratica per capire come strutturare, passo dopo passo, una proposta alternativa alla scuola statale, un approccio che ponga al centro i bisogni dei ragazzi. Il libro nasce per colmare un vuoto in questo ambito ancora poco conosciuto e per risolvere la confusione creatasi attorno all’argomento. L’autrice ha lavorato nella scuola pubblica, si occupa di sostegno alla genitorialità ed è co-fondatrice di una scuola parentale. Partendo dalla riflessione che la scuola pubblica italiana risulta essere debole e insufficiente nell’affrontare i cambiamenti sociali e culturali, è lecito chiedersi quali sono le possibilità di scelta di un’educazione “alternativa”. Cecilia risponde partendo dalla definizione di scuola parentale, descrivendola come «un gruppo di famiglie che inizia un progetto educativo in comune, in collaborazione anche con educatori esterni, in cui si vive una dimensione collettiva, di comunità».

La scuola parentale può essere una valida alternativa, ma bisogna sapere come fare: «Chi vuole percorre questa strada – prosegue – deve affrontarla con i giusti strumenti e un’adeguata formazione. Altrimenti si rischia, pur avendo le migliori intenzioni, di non ottenere il risultato sperato. È una scelta di responsabilità del genitore che deve essere fatta in modo consapevole, a partire da una profonda indagine personale».cecilia fazioli

Ma quali sono gli ingredienti necessari per avviare una scuola parentale? Si parte prima di tutto dall’identità del progetto che deve essere «chiara e condivisa da tutti i genitori coinvolti, perché inevitabilmente la dimensione del desiderio individuale si intreccia e si scontra con la dimensione collettiva. Nelle mie consulenze parto proprio da qui e non è semplice perché si mettono in gioco le identità e i valori dei singoli genitori. Questa fase richiede tanta volontà di ascoltarsi, di interagire con gli altri, di essere aperti all’incontro con l’altro e nutrire il pensiero del gruppo, attraverso il confronto. Le famiglie sono tanti microcosmi che si uniscono e interagiscono per dare vita a una identità collettiva».

Un altro ingrediente fondamentale è la responsabilità. «Questo approccio all’educazione – sottolinea Cecilia in proposito – non si basa sulla delega. La scuola parentale non può vivere, resistere e crescere se non c’è un atteggiamento partecipativo. Tutti i componenti devono contribuire in modo attivo. Ogni giorno la scuola prevede attività, mansioni e non esistono figure come il bidello, l’insegnante o il dirigente. Tutti sono coinvolti e responsabili nel portare avanti la struttura».

Il modello della scuola pubblica è rimasto granitico. Non si è evoluto con le esigenze delle persone. Nella scuola si predispone un protocollo che deve andare bene per tutti, ma è evidente che qualcuno rimarrà fuori. «Chi non è conforme non è sbagliato, anche se passa questa idea. Siamo noi che abbiamo creato un ambiente che non è in grado di gestire la pluralità», spiega la Fazioli. «La scuola parentale invece offre l’opportunità di guardare il bambino per come è fatto e si muove per trovare un modo per cui si possa esprimere secondo i suoi talenti».

«Da qui è importante saper coltivare il dubbio nel suo significato di stare dentro i processi, interrogarsi e indagare. Il dubbio dovrebbe essere presente in tutti gli ambiti della vita e in particolare nell’ambito educativo perché implica muoversi verso l’altro, vederlo, mettendo in discussione le proprie certezze e riconoscendo gli eventuali errori». Un dialogo e un continuo confronto da coltivare anche verso l’esterno con le realtà del territorio, con altre scuole e con le istituzioni, poiché è importante per i bambini non rimanere chiusi dentro la propria situazione, per evitare anche di essere percepiti come elitari. Anche gli aspetti pratici sono centrali e da pianificare con attenzione: scegliere un luogo idoneo, darsi delle regole e una forma giuridica chiara e ordinata. A tal proposito interviene l’avvocato Gabriele Bordoni, curatore di un capitolo del libro proprio dedicato alle questioni legali: «La costituzione contiene delle norme che prevedono la libertà di istruzione e di educazione dei figli nel rispetto di alcuni parametri fondamentali per la crescita dei ragazzi. Esiste una gamma molto estesa di forme giuridiche che può assumere la scuola parentale. Viene definito un ambito spaziale in cui si va ad operare con delle caratteristiche di sicurezza, di igiene e pensato per evitare l’esposizione al rischio. In base alle dimensioni del progetto e alle intenzioni, si decide quale strada prendere, ad esempio creando un’associazione, una società di persone o una cooperativa sociale. Le possibilità sono tante, da esperienze ristrette ad altre molto più strutturate. L’intento è di proteggere l’asse educativo sia dall’interno che dall’esterno».

Oltre agli obblighi esistono anche agevolazioni fiscali. L’importante è avere consapevolezza di cosa si sta facendo: lasciare al caso o essere superficiali è dannoso perché si rischia di essere poi dequalificati, perdere di credibilità anche come realtà alternativa di scuola parentale. È un’esperienza complessa e gli aspetti pedagogici si intrecciano con quelli giuridici: «Tengo a dire – prosegue il legale – che non si tratta di una competizione tra scuola pubblica e scuola parentale. Ci vorrebbero collaborazione, confronto e contaminazione tra le due strutture così da avere un arricchimento e un miglioramento reciproco. Credo sia fondamentale recuperare l’aspetto umanistico dell’educazione. La scarsa capacità di confrontarsi, di aiutarsi, dello scambio di idee, di collaborare ha sicuramente una responsabilità nella scuola che non ha la capacità di indirizzare e arginare questa deriva pessima che si riscontra nel mondo giovanile».

Il quadro sembra dunque delinearsi più chiaramente e ulteriori dubbi sono fugati dalla riflessione conclusiva di Cecilia: «Bisogna capire il senso educativo più in profondità, ragionare su domande che hanno a che fare con la nostra esistenza, il tempo di oggi ce lo sta chiedendo. La scuola pubblica non riesce a dare queste risposte, non si pone nemmeno le domande. La scuola parentale può essere portatrice di un pensiero rinnovato con un’attenzione agli aspetti umanistici, che oggi purtroppo sono lasciati da parte».

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