Plastica nello stomaco del capodoglio spiaggiato: “L’SOS disperato del mare”

Nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa a Cefalù, in Sicilia, è stata trovata molta plastica. “Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano”. Lo afferma Greenpeace pronta a salpare insieme a The Blue Dream Project per monitorare lo stato di salute dei nostri mari. A pochi giorni dalla partenza di una spedizione di ricerca, monitoraggio, documentazione e sensibilizzazione sullo stato dei nostri mari, organizzata insieme a The Blue Dream Project, Greenpeace diffonde le immagini di quanto è stato ritrovato nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa sulle coste della Sicilia.

«Quello che è stato trovato due giorni fa sulla spiaggia di Cefalù era un giovane capodoglio di circa sette anni appena. Come si può vedere dalle immagini che diffondiamo, nel suo stomaco è stata trovata molta plastica. Le indagini sono appena iniziate e non sappiamo ancora se sia morto per questo, ma non possiamo certo far finta che non stia succedendo nulla», dichiara Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace Italia.  

«Sono ben cinque i capodogli spiaggiati negli ultimi cinque mesi sulle coste italiane. Nello stomaco della femmina gravida ritrovata a marzo in Sardegna sono stati trovati addirittura 22 kg di plastica. Il mare ci sta inviando un grido di allarme, un SOS disperato. Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano».

Greenpeace e The Blue Dream Project monitoreranno per tre settimane i livelli di inquinamento da plastica in mare, in particolare nel Mar Tirreno Centrale. Una spedizione di ricerca che si concluderà in Toscana l’8 giugno, in occasione della Giornata mondiale degli oceani. In occasione della conferenza stampa di presentazione del tour, che si terrà martedì 21 maggio alle ore 11 presso la Sala conferenze Lega Navale di Ostia, i ricercatori del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padova, centro di riferimento per le autopsie sui grandi cetacei spiaggiati lungo le coste italiane, presenteranno un report preliminare sullo spiaggiamento dei cetacei in Italia, con un focus proprio sui capodogli e la plastica. 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/plastica-stomaco-capodoglio-spiaggiato-sos-disperato-mare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Sostenere la bellezza è una responsabilità sociale

È nostra responsabilità intervenire nella società anche attraverso il sostegno a quelle realtà che operano per il cambiamento che vogliamo. Ne sono convinti i soci del consorzio siciliano “Le Galline Felici” che nel loro ultimo pizzino ci aggiornano sui progetti da loro supportati: baluardi di bellezza contro brutture e ingiustizie dell’umanità. Come ormai sapete, siamo fortemente convinti che l’azione del Consorzio sia paragonabile a quella dell’ape, che, spinta dal proprio bisogno di cibo, procura benefici per sé, per i fiori e per l’ambiente tutto (qui per ricordarci il perché!). Ma cosa fare allora della piccola sovrabbondanza di miele che riusciamo, a volte, a produrre? Visto il ruolo che ci ritroviamo a ricoprire nel mondo e gli alti obiettivi che, assieme a voi, ci poniamo, non possiamo certo ambire ad ingrossare le nostre pance (sempre sull’orlo del sottopeso, per la verità…).

Estendere ad altri, meritevoli, il modello economico che riteniamo vincente, certo! Già ottimo risultato, per la verità. Ma anche questo può non bastare per la nostra coerenza. Se davvero il nostro obiettivo è cambiare l’economia e le relazioni tra gli umani, la nostra crescita deve significare aumento del profitto sociale e delle connessioni per mettere a sistema e rendere efficace il cambiamento che vogliamo. È dunque nostra responsabilità intervenire nella società anche con azioni che leggermente si distaccano dalla nostra quotidiana attività economica, con sostegni a realtà a noi vicine, che per varie ragioni incrociano il nostro cammino e la cui esistenza, seppur apparentemente lontana dalla vendita delle nostre arance, è fondamentale per creare quel tessuto multidimensionale e colorato, grazie a cui possiamo sperare di costruire un mondo migliore. Spesso il nostro intervento risponde ad emergenze e sempre cerca di supportare chi dimostra di voler reagire creativamente e positivamente alla bruttura umana, a furti, incendi dolosi, razzismi e chiusure. Perché riteniamo sia proprio questa creatività positiva ciò di cui il nuovo mondo ha bisogno. Non di tutti questi sostegni vi abbiamo dato comunicazione, spesso presi dalla quotidianità del nostro lavoro. Per molti di questi vi abbiamo invece coinvolto e voi avete sempre risposto con passione. Ma, una volta sostenuti, che ne è stato di questi progetti? Lo abbiamo chiesto a chi ha ricevuto il nostro supporto e ne sono risultati racconti appassionati e gratificanti, che ci sembra bello condividere con voi.

Il regalo Collettivo FX su una delle pareti della Club House ricostruita del Briganti di Librino

Per iniziare, come sono state impiegate le donazioni (molte venute dalla nostra comunità, ma moltissime anche da altre realtà vicine e lontane) che hanno fatto sentire ai Briganti di Librino di non essere “soli in un vicolo buio” ma di avere il sostegno necessario a ricominciare, ancora più forti, dopo il devastante incendio doloso di un anno fa?

Grazie alle molte donazioni, ed al lavoro di molti volontari, la clubhouse distrutta è stata ricostruita, in un altro spazio, “più bella di prima”, come premunito da una profezia ormai diventata leggenda! E il San Teodoro continua così ad essere un luogo in cui, “come alternativa al degrado, si fanno: l’orto, i compiti, le letture, gli scacchi, i placcaggi duri ma regolari, le feste, le sfilate di moda, i pesi, i calci, la cartapesta. É un posto dove ha attecchito la bellezza. É una trincea. É un baluardo”. Ce lo racconta Mario, pollo-brigante, in questo resoconto appassionato.

FIERi, la Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso nel centro di Catania

E il nostro sostegno al progetto FIERi (Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso) quali frutti ha portato? Ne è nato un altro angolo di bellezza, questa volta in centro a Catania, in uno spazio pubblico prima abbandonato. E soprattutto ne è sorta una cooperativa mista, di migranti ed italiani, che sta cercando di creare lavoro in ambiti artigianali sostenibili. Qui  trovate qualche parola in più, scritta da Antonio D’Amico. Lo scorso anno, inoltre, forse qualcuno di voi non avrà ricevuto l’uva da tavola che aveva gentilmente richiesto. E forse qualcuno dunque sa che il nostro pulcino Vincenzo Di Dio (qui la sua presentazione) è stato derubato dei frutti di due filari, proprio a pochi giorni dalla consegna. Vista la precarietà della sua situazione, il Consorzio ha deciso di pagargli comunque buona parte di ciò che avrebbe potuto consegnare, a condizione che quei soldi fossero impegnati per contribuire a far rivivere la sua campagna ancora in stato di semiabbandono. E così Vincenzo, oltre a risistemare le vigne, ha deciso di avviare un orto per fornire la sua zona (Caltagirone) e non solo… ha investito in piantine, impianto di irrigazione e concime organico e ora lavora con entusiasmo, insieme a suo padre e a due ragazzi che prima lavoravano, supersfruttati, nelle vigne intensive.

Vincenzo Di Dio

Tutti i giorni in campo e in giro per le consegne, presidiando il suo territorio e dando vita ad un altro “baluardo di bellezza”. Qui trovate una mail che Michele Russo, socio e amico d’infanzia di Vincenzo, ha girato a noi del Consorzio e ci ha commossi al punto di volerla condividere con voi così com’è.

Da il “pizzino” di aprile 2019 de Le Galline Felici

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/sostenere-bellezza-responsabilita-sociale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Eclettica, una street factory nell’entroterra della Sicilia

Un’area di incubazione artistica, ecologica e sportiva in cui i cittadini, giovani ma non soltanto, possano aggregarsi ed esprimersi con lo scopo di realizzare i propri talenti, apprendendo e diffondendo buone pratiche. È questo l’obiettivo di Eclettica, centro polifunzionale di Caltanissetta composto di spazi aperti e chiusi che è stato riqualificato dopo 15 anni di degrado. Fino a diventare uno dei più innovativi progetti di coesione urbana e sociale presenti oggi in Sicilia.

“Eclettica è un polmone urbano e sociale. No, anzi, un centro di aggregazione. No, aspetta, rifacciamola. Eclettica è una piattaforma. Anzi, un’oasi. Meglio, una fucina. No, scusa, rifacciamola ancora.” Inizia più o meno così la nostra intervista ad Alessandro Ciulla, presidente di Eclettica, associazione sportiva e di promozione sociale di Caltanissetta. Ma è colpa nostra, che gli abbiamo fatto questa domanda nonostante di questa divertente indecisione Alessandro ci aveva avvertiti fin da subito. “Non mi vorrete domandare cos’è Eclettica, vero? No, perché non lo so nemmeno io”, aveva scherzato appena dopo averci stretto la mano. Un’indecisione perfettamente giustificabile, però, vista la quantità di significati sociali che riveste questo progetto nel tessuto urbano della città nissena. L’associazione, infatti, non ha soltanto ristrutturato una vecchia pista di pattinaggio abbandonata da 15 anni, ma ha cambiato completamente, a tempo di record e senza alcun finanziamento pubblico, i connotati di un’area di 3mila metri quadrati vicina al centro storico che era diventata una piazza di spaccio e uno dei luoghi più degradati della città, trasformandolo in uno spazio verde polifunzionale.

È la fine del 2015 quando Alessandro, insieme a Federica, Silvia e Francesco – età media 27 anni, tutti di ritorno da esperienze di studio e lavoro fuori dalla Sicilia – vincono il concorso di idee “Boom Polmoni Urbani” promosso dal Farm Cultural Park di Favara (AG) e dal Movimento 5 Stelle Sicilia, che metteva in palio 120mila euro in tre anni (soldi in gran parte provenienti dalla decurtazione volontaria degli stipendi dei deputati regionali del M5S) per tre progetti di riqualificazione urbana sul territorio dell’isola. Il nome del progetto? Street Factory Eclettica.

L’associazione viene costituita proprio per partecipare al bando. Aiutata dalle donazioni dei cittadini nisseni che rispondono a un immediato appello pubblico da parte dei quattro giovani, essa inizia da subito raccogliere risorse umane e materiali (provenienti soprattutto dal riciclo) sufficienti a ripulire l’area, a riqualificarla e ad aprirla al pubblico in meno di un anno, utilizzando solo la prima delle tre tranche di finanziamento di 40mila euro previste dal bando e destinando quindi le altre due tranche per le migliorie e gli ampliamenti degli anni successivi.

Ma in cosa consiste una street factory (letteralmente “fabbrica di strada”)? Alessandro alla fine supera ogni reticenza nel cimentarsi in una sintesi, e ce lo dice. “Per street factory”, chiarisce, “intendiamo un’area di incubazione artistica, ecologica e sportiva, in cui i giovani possano esprimersi con l’obiettivo di realizzare i propri talenti. Si tratta di un luogo in cui avvicinarsi allo sport, all’arte, alla musica, agli eventi e alla socialità in un contesto di legalità, dove le persone possono venire a studiare, giocare, dipingere, rilassarsi, imparare e farsi sensibilizzare dalle buone pratiche che Eclettica vuole promuovere: riciclo, sostenibilità, riduzione dei rifiuti, agricoltura urbana ed economia circolare”.  

Ecologia, arte e sport sono dunque i tre rami convergenti del progetto. “Il legame tra questi tre elementi è venuto fuori naturalmente”, continua Alessandro, “sia perché il progetto è eclettico per natura, visto che vuole abbracciare diversi ambiti, ma soprattutto perché la loro unione soddisfa la possibilità di creare un’oasi urbana per il tempo libero che guardi alla ricreazione, alla diffusione di buone pratiche, alla formazione.” Ecco perché, mentre piccoli orti urbani crescono assieme al giardino botanico allestito in loco, diversi artisti di strada – siciliani e anche internazionali – lasciano segni del loro passaggio con l’obiettivo di nutrire il “giardino d’arte” presente nei sogni di Alessandro e dei suoi compagni di avventura.

Ma è il ramo sportivo quello che l’associazione considera principale e il fiore all’occhiello del progetto. “Appena partiti abbiamo invitato i nostri concittadini a venire per cimentarsi con i vari sport di strada che proponiamo, primi fra tutti quelli rotellistici nel nostro skate-park (pattinaggio, skateboarding, monopattino, overboard, hockey, mini-hockey), che qui a Eclettica possono finalmente essere praticati in maniera sicura sia a livello dilettantistico sia da chi coltiva il sogno di affacciarsi un giorno all’agonismo”. Un invito che non è passato inosservato, stante i numeri raggiunti fin da subito. Inaugurato a giugno del 2016, in soli 3 mesi Eclettica contava già 600 tesserati, ossia più dell’1% dell’intera popolazione di Caltanissetta, senza considerare gli utenti non tesserati che usufruiscono della struttura. Intanto, a distanza di quasi tre anni, il progetto si sviluppa e, oltre ai campi di mini-basket e free-climbing realizzati nel frattempo, stanno per essere inglobati nel progetto anche diversi terreni incolti contigui all’impianto, alcuni dei quali sequestrati alla mafia. Lo scopo è quello di trasformare questi terreni in orti urbani e di rifornire la microfiliera produttiva che sta già dando i suoi frutti, visto che i primi prodotti degli orti sono serviti a rifornire i vicini ristoranti del centro storico di Caltanissetta. “Più chilometro zero di così…”.

Come trascurare, poi, l’indotto sociale sui quartieri limitrofi, a cominciare dalla partecipazione dei pensionati del quartiere, coinvolti in qualità di sorveglianti e di diffusori di saperi? Una valenza sociale sottolineata ancor più dal fatto che la Street Factory Eclettica è fruibile a condizioni estremamente vantaggiose proprio per consentire l’accesso anche alle fasce di popolazione più disagiate. Se per la parte sportiva è stata prevista un’assicurazione annua per i tesserati e un contributo di appena 1 euro per poter entrare senza limiti di tempo sugli impianti (e di 1 altro euro per l’eventuale noleggio delle attrezzature sportive), tutto il resto della struttura e, difatti, accessibile gratuitamente. Oltre agli impianti all’aperto, Eclettica oggi dispone di sale chiuse quali spogliatoi, snack bar e una sala attività in grado di produrre un reddito minimo per la struttura, che si regge sostanzialmente sul lavoro volontario dei membri dell’associazione e di tutti coloro che danno una mano. Proprio la sala attività, attrezzata di impianto audio e video, è uno dei vanti di Alessandro: “È a disposizione non solo degli utenti ma anche di altre associazioni alle quali la carenza di spazi in città non permette di riunirsi e di alimentare la propria capacità progettuale”. Già, perché ad Eclettica chiunque può utilizzare la sala per corsi, presentazioni, seminari, prove per musicisti, riunioni di comitati. “Una cosa che procura anche lavoro e reddito a coloro i quali si impegnano per organizzare le iniziative che mantengono viva e dinamica la città”. 

Intervista: Daniel Tarozzi

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/eclettica-street-factory-entroterra-sicilia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Artigianato: il progetto di due giovani per restare in Sicilia

Giampiero e Filippo sono due giovani artigiani siciliani che da anni lavorano il legno e la pietra in modo naturale. La loro idea è quella di mescolare ora i due elementi per dar vita a creazioni naturali e innovative. Un progetto di artigianato che potrebbe aiutarli a realizzare un grande sogno: restare a vivere e lavorare in Sicilia. Quello di Giampiero e Filippo è un po’ un sogno, un po’ già una realtà: creare oggetti di arredamento e mobilio domestico (ma non solo) mescolando il legno e la pietra del proprio territorio. Artigiani di professione, siciliani della provincia di Messina, i due sono colleghi da molto tempo, liberi professionisti che da anni hanno a che fare con lavorazioni di questo tipo. Hanno ereditato il mestiere dai loro genitori e ci tengono a continuare su questa strada, perché hanno un’arte nelle mani. Allo stesso tempo, però, da qualche tempo hanno un’idea che già in parte concreta: “Ci è venuto in mente di fare qualcosa assieme, abbinando i due elementi: io lavoro il legno, lui la pietra e così abbiamo fatto insieme il primo mobiletto”, racconta Giampiero Raffaele, quando spiega degli inizi di questo progetto. Un progetto che è estremamente collegato al loro territorio, la Sicilia, e in particolare il comune di Patti e le zone limitrofe, dove la materia prima non manca ed è la fonte cui Giampiero e Filippo attingono: “Vogliamo lavorare il legno di castagno, di cui c’è una grossa produzione nelle nostre zone e nel farlo vogliamo farlo in modo completamente naturale, lasciando che il rimboscamento avvenga in modo spontaneo, senza forzare nulla”, spiega Giampiero che da anni lavora con questa materia.

Alcune creazioni di Giampiero e Filippo

Dall’altra parte, poi, c’è la pietra arenaria, di cui “la nostra città è piena: tutti i nostri artigiani lavorano con questo materiale”. Si tratta quindi di un progetto completamente a chilometro zero, che non inquina e che valorizza le risorse del territorio a scopo domestico ma anche creativo. “Noi per ora ci occupiamo di mobilio domestico, ma ciò non esclude che se trovassimo altri collaboratori – magari designer interessati al nostro progetto – potremmo sbizzarrirci ed essere creativi, dando vita a veri e propri oggetti di arredamento”. Inoltre, il materiale viene lavorato nel modo più naturale possibile. Vernice a cera d’api quasi sempre, qualche volta – se necessario – la vernice all’acqua, che ha qualcosa di chimico ma che ormai sul mercato si trova in versioni quasi naturali. L’altro motivo per cui questo progetto è legato al territorio è perché è un modo per entrambi per rimanere a lavorare e vivere nella propria terra: “Non vogliamo perdere il nostro lavoro, che abbiamo ereditato dai nostri padri, né tanto meno allontanarci dalla nostra terra; io ho ricevuto tante proposte di lavoro al Nord Italia, ma perché me ne devo andare?”. Giampiero, infatti, vive nel paese di Ficarra, piccolo comune vicino Patti e in provincia di Messina, che lui ama molto, dove le bellezze sono tante: “Qui abbiamo il mare, la montagna e persino la neve”.

“L’idea è nata anche perché ci siamo resi conto che quasi nessun artigiano ha mai proposto qualcosa del genere, è un prodotto di nicchia”, spiega Giampiero, parlando dei prototipi che hanno realizzato e dei mobili, delle specchiere, addirittura dei pomelli delle porte che possono essere fatti mescolando i due materiali. Il problema, fino ad ora, è sempre lo stesso: trovare qualcuno che aiuti, che dia una spinta a questo progetto, sostenendolo o magari collaborandolo. Perché, Giampiero ci tiene a specificarlo: “Noi vogliamo portare avanti questo progetto, ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di certezze, di qualcuno che ci aiuti e allo stesso tempo ci promuova: abbiamo il mestiere in mano, ci serve solo una forza che ci aiuti nella promozione dei nostri prodotti”. Portare avanti un progetto di questo tipo – mentre si lavora per mantenersi – non è facile, soprattutto quando nel territorio di riferimento non ci sono potenziali investitori. Ma il sogno di Giampiero e Filippo rimane ben fermo: lavorare con la terra per il territorio, per valorizzarlo e viverlo. E magari farlo conoscere a chi di questo ancora non sa.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/artigianato-progetto-due-giovani-restare-in-sicilia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Molino Ferrara: filiera chiusa, produzione artigianale e grani antichi

Si trova nel cuore della Sicilia un pastificio virtuoso gestito oggi da due fratelli che con il loro lavoro cercano di valorizzare il territorio siciliano e la sua ricca biodiversità. Situato a Caltanissetta, il Molino Ferrara può vantare una parte di produzione fatta con un molino a pietra e che lavora esclusivamente grani antichi. Il Molino Ferrara ha una storia che risale all’inizio del Novecento, quando in provincia di Caltanissetta una famiglia decideva di inaugurare un molino a pietra. Negli anni ‘70 questo molino – che nel frattempo ha subito modifiche – viene acquisito dalla famiglia Ferrara e oggi è gestito dai fratelli Alessandro e Carlo, che decidono di recuperare il molino a pietra, che era stato abbandonato, e di avviare una produzione artigianale di grani antichi (accanto alla classica produzione industriale del molino a cilindri).

«La passione ci ha spinto a recuperare il molino a pietra, che doveva essere alimentato. E come farlo se non con i grani antichi?», spiega Alessandro, uno dei responsabili dell’azienda. «Così abbiamo cercato chi ancora produceva o custodiva quella minima parte di grano antico e poco alla volta abbiamo convinto anche i nostri clienti, che producevano grano moderno convenzionale, a produrre grano antico, dando anche a loro un valore aggiunto ovviamente nel prezzo affinché fosse conveniente anche per loro».

È questo, infatti, uno degli elementi portanti che definisce il Molino Ferrara come un’azienda virtuosa: la filiera è chiusa, perché il Molino attinge direttamente dagli agricoltori senza intermediari. Le farine sono tante e di diversi tipi (fra i grani antichi ci sono la varietà senatore cappelli, la maiorca, il perciasacchi, il margherito e altre) e portano alla produzione sia di semole rimacinate per la panificazione che di “semola a spigolo vivo” per la produzione di pasta. Il prossimo obiettivo del Molino Ferrara è la «produzione di biscotti fatti con farina integrale di grani antichi molita a pietra».molino-ferrara-1

Questa parte di produzione segue dunque il ciclo della trasformazione del grano in farina proprio “come si faceva una volta”. Prima c’è lo stoccaggio, ovvero la prepulitura del grano; poi la parte della miscela delle varie varietà di grano che si andranno a lavorare; poi due puliture e l’effettiva lavorazione (macinazione) del grano, fino a raggiungere il prodotto finito.  Anche nell’utilizzo di grani convenzionali, però, c’è una forte attenzione alla qualità, sebbene il modo di lavorarli sia diverso: «Cerchiamo di scegliere i grani autoctoni, che hanno determinate caratteristiche che ci consentono un prodotto eccellente. Di solito noi lavoriamo il simeto, che è un grano che si produce qua in Sicilia e che ha un alto contenuto di glutine o l’arcangelo che è un altro grano autoctono».

Si tratta certo di una scelta virtuosa e di un mercato (quello della produzione artigianale) in forte crescita. «Da qualche anno a questa parte ci sono stati degli studi mirati per capire se effettivamente i prodotti fatti con la lavorazione artigianale come lo era una volta e soprattutto con la materia prima antica siano davvero nutraceutici e non soltanto nutrienti», spiega ancora Alessandro. Ma è stata anche una scelta coraggiosa: «Quando abbiamo iniziato questo percorso dei grani antichi diciamo che è stata inizialmente una scommessa perché l’abbiamo fatto inizialmente per passione e non per business e abbiamo potuto riscontrare che la vendita era più che altro rivolta al mercato estero o al nord Italia».molino-ferrara-2

Ma da quando, venti anni fa, i fratelli Ferrara hanno rinnovato il molino a pietra, qualcosa è cambiato, anche in quella parte di Sicilia prima restia ai cambiamenti. «Da un paio di anni a questa parte anche i nostri conterranei si sono sensibilizzati e siamo riusciti ad aumentare la vendita nel nostro territorio. Infatti questo è uno dei temi che io ho sempre cercato di mandare avanti: valorizzare il territorio ma soprattutto quello che ci offre il territorio perché la Sicilia è una delle regioni con la più alta biodiversità rispetto a tutte le altre regioni d’Italia».

Questa idea apre ad un dibattito più grande, che è quello dello sviluppo dell’economia attraverso un turismo alimentare. Una regione la si scopre anche attraverso il cibo e puntare su questo tipo di mercato potrebbe essere una scelta vincente anche per creare nuovi posti di lavoro: «Se noi avessimo un’organizzazione e una mentalità più aperta rispetto a quella che abbiamo avuto fino ad adesso potremmo sfruttare questi prodotti anche per un discorso economico e quindi creare posti di lavoro e sviluppare un turismo legato ai prodotti alimentari».

Nel frattempo l’azienda Molino Ferrara prosegue nel suo piccolo, con i due fratelli responsabili e altri otto collaboratori, innovandosi attraverso la tradizione e portando anche a piccoli cambiamenti nel territorio. Un’azienda portata avanti «grazie alla passione», che riconferma ancora una volta come le scelte fatte col cuore siano poi le migliori.

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

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Michelangelo Lacagnina: l’arte, la Sicilia e il quotidiano – Meme #13

Michelangelo Lacagnina è un artista di Caltanissetta, che ha fatto dell’amore per la Sicilia il fulcro delle sue creazioni e decorazioni. Lo abbiamo incontrato nel suo studio, dove ci ha parlato del suo percorso artistico, costellato di oggetti, colori, tele, sperimentazioni e di… Sicilia. “Già a cinque anni avevo una fortissima attrazione per i colori e per tutto ciò che fosse disegnato. Sperimentavo, tagliavo, incollavo: lavoravo d’istinto, caratteristica che ho conservato con il passare degli anni. L’arte è con me fin dai primi giorni della mia vita”. Siamo a Caltanissetta, in Sicilia, luogo di nascita e di vita dell’artista e interior designer Michelangelo Lacagnina. Nel suo studio, tra libri fotografici e manuali artistici, spiccano i vivi colori delle sue tele e la lucentezza del suo sorriso. Fin dai primi anni della sua vita Michelangelo è affascinato dalla pittura, dalla scultura, da intagli e intarsi, e a partire dagli anni Ottanta comincia un percorso artistico che l’ha portato ad importanti collaborazioni e ad esposizioni in Italia e nel Mondo, sempre con un grande amore nel cuore: la Sicilia e il quotidiano.

“Il mio rapporto con l’arte? Non potrei farne a meno, oggi. È vero che il mio lavoro è quello di interior designer, ma l’arte e la creazione mi hanno accompagnato fin qui e hanno fatto sempre parte di me. Nelle mie opere e nella loro diversa forma, c’è un tema in comune: la Sicilia. Tramite l’utilizzo dei colori, voglio comunicare la solarità, l’energia, l’esplosività della mia terra, nella quale ho deciso di rimanere a vivere per continuare a valorizzarla: ho ricevuto alcune proposte per andare a vivere altrove, ma il mio posto è qui”.

Uno degli elementi caratteristici che ha ispirato l’opera di Lacagnina, e il suo amore per la sua terra, è il Carretto Siciliano, simbolo caratteristico dell’arte popolare siciliana. Il carretto è un simbolo caratteristico dell’arte popolare siciliana: è un mezzo a trazione animale utilizzato per il trasporto, solitamente usato in Sicilia (e non solo) a partire dagli ultimi anni del XVIII secolo. La caratteristica dei Carretti Siciliani sta nella loro decorazione: sgargianti, colorati, variopinti, con la predominanza del giallo, del rosso e del blu, ogni parte dell’oggetto raffigura una scena, a volte ispirata al mito e a volte al quotidiano. Un oggetto di uso comune, divenuto nel corso del tempo un’opera d’arte.IMG_20180413_171952.jpg

Durante il suo percorso artistico, Lacagnina è stato contattato da un importante marchio per decorare una serie speciale di frigoriferi d’arte, e nella realizzazione si è fortemente ispirato al Carretto: “Da sempre ho avuto un forte interesse, nella mia arte, per il quotidiano. Nelle mie opere amo raffigurare scene di vita della Sicilia, la bonaria ma straordinaria semplicità delle persone, dei lavoratori e della natura. Per quanto riguarda questo lavoro, ho prodotto otto frigoriferi a tema, dipinti a mano, ognuno raffigurante uno spaccato della vita qui in Sicilia: dalla battuta di pesca ai Pupi siciliani, dalle prelibatezze culinarie all’orgoglio della nostra pasticceria. Si tratta di una riproduzione, personalizzata, delle mie tele come decorazione su un oggetto di uso quotidiano, una sorta di rappresentazione dello scorrere della vita che mi rende molto orgoglioso”.

 

D’altronde, non esiste solo la pittura nell’esperienza artistica di Michelangelo Lacagnina: “Nella mia produzione artistica ho un rapporto particolare con gli oggetti, culminata nella produzione dei frigoriferi: in passato ho realizzato più di duemila decorazioni di bottiglie, intese come pezzo d’arredamento, così come ho realizzato la decorazione di pannelli da utilizzare come basamento per piani da lavoro. Sono interessato al legame che si crea tra l’oggetto e l’artigianalità, perché uno dei grandi potere dell’arte è il legame che riesce a creare tra il manufatto e il suo possessore. Un oggetto, prima anonimo tra gli anonimi, grazie all’arte diventa un pezzo unico, quasi un affetto”.

Per maggiori informazioni sulle opere di Michelangelo Lacagnina clicca qui 

Intervista: Daniel Tarozzi
Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/michelangelo-lacagnina-arte-sicilia-e-quotidiano-meme-13/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

BallarArt: così i bambini di Palermo crescono attraverso l’arte

Musica, teatro, danza, arti visive, cinema. L’arte può insegnare ai bambini a conoscere se stessi, educarli alla cura e alla valorizzazione del territorio, invitarli ad agire per cambiare in meglio il mondo in cui viviamo. Da qui nasce BallarArt, un percorso socioeducativo avviato nel quartiere Ballarò di Palermo. Partire dai più piccoli per portare un cambiamento nel mondo. Diffondere cultura in modo non tradizionale in un quartiere siciliano considerato difficile, ovvero il quartiere Albergheria di Ballarò a Palermo. Farlo attraverso le arti e, grazie ad esse, rigenerare. È un cerchio che si chiude: BallarArt, un percorso socioeducativo che coinvolge i bambini del quartiere e, in linea definitiva, cambia anche le persone che lo vivono.

A raccontarcelo è Liliana Minutoli, che è presidente del Counseling espressivo creativo Il Giardino delle idee ma che è anche insegnante di pianoforte, sociologa e psicologa. Da sempre impegnata nel sociale e trapiantata da sette anni nel quartiere Ballarò e 13 a Palermo, crede fortemente nella possibilità del cambiamento: “Cerchiamo di mettere da parte la ‘lagnusìa’ siciliana, questa sorta di indolenza che ci fa pensare che nulla si può cambiare e che contagia anche i bambini. E lo facciamo in un modo diverso da quello classico: facciamo scoprire ai bambini e ai ragazzi di Ballarò chi sono e come vivere al meglio attraverso le arti, che possono essere musica, teatro, danza, arti visive, cinema”.
Liliana è solo una fra i tanti operatori sociali e artisti (tutti volontari) che si occupano di bambini da molti anni e che sono tutti confluiti, lo scorso anno, nella creazione di BallarArt. Lo scopo è anche quello di coordinare i vari centri di aggregazione giovanile (che si occupano di doposcuola, catechismo, attività ricreative) e fare in modo che questo percorso coinvolga un numero più alto possibile di bambini e ragazzi. “Vogliamo fare in modo che la cultura parta dai bambini, perché se vogliamo ottenere un cambiamento di mentalità dobbiamo farlo dal basso. In questo caso le arti sono uno strumento per scoprire il legame fra il proprio mondo interiore (quello dei bambini) e quello esteriore (Ballarò, il quartiere)”.

A tal proposito Liliana fa riferimento a varie manifestazioni, in cui sono sempre i bambini ad essere protagonisti e portabandiera di cultura. Ad esempio, la scorsa primavera durante l’iniziativa “Anima Ballarò” i bambini hanno partecipato attraversando il mercato e urlando slogan positivi, di cambiamento: una vera e propria reazione alla “lagnusìa” siciliana di cui si parlava prima. O ancora, dopo atti di vandalismo perpetrati nella piazzetta Ecce Homo, è sempre stato un gruppo di bambini a rivitalizzarla cantando in coro.ballarart-1-1030x772

La cultura del cambiamento e della valorizzazione del territorio non è affatto facile. Più volte vi sono stati atti di vandalismo nella piazzetta Ecce Homo, cuore di Ballarò, che è stata recentemente ristrutturata dopo essere stata una discarica a cielo aperto per molto tempo. Ma secondo Liliana, è qualcosa a cui si può rimediare: “Non c’è una motivazione reale per gli atti di vandalismo, molto spesso è una mancanza, una non appartenenza vera al territorio e una diseducazione alla valorizzazione di ciò che può essere nostro”. Che invece è ciò a cui BallarArt educa.
“Il ruolo dell’arte è fondamentale per il sé e per il noi, per il singolo e per la collettività», ci spiega Liliana. «Perché in tutte le arti – che sono espressioni dell’individuo – c’è il codice che aiuta a vivere meglio le regole di convivenza civile: ad esempio ascoltare un altro mentre si sta facendo un coro è necessario perché altrimenti ci va di mezzo tutto il gruppo che canta”. Piccoli dettagli a cui spesso non si pensa ma che in realtà incarnano un codice comportamentale fatto di condivisione e ascolto. Qualcosa che di questi tempi è necessario e che serve a far capire anche che la diversità è ricchezza: “Questo quartiere vive di tantissime contraddizioni e diversità: è un quartiere storico antichissimo, dove vivono differenti tipologie sociali di persone con un mix di energie completamente diverse fra loro”.IMG_20180415_120305-1030x772

Anche BallarArt è, nella sua essenza, un mix di energie diverse e non solo in quanto percorso socioeducativo che coinvolge disparati ambiti e discipline, ma anche in quanto parte di un “contenitore” più grande che è SOS Ballarò (Storia Orgoglio Sostenibilità). SOS Ballarò altri non è che un’assemblea cittadina, fatta da associazioni, volontari, membri delle parrocchie del quartiere e così via che a titolo volontario si impegnano per la città. Nonostante BallarArt sia pensato per bambini e ragazzi, c’è però qualcosa che riguarda anche “i grandi”. Attraverso la voglia di cambiamento dei più piccoli anche gli adulti possono ‘cambiare’: “Forse ritornando a coltivare quel bambino interiore che c’è dentro gli adulti e prendendo spunto dai ragazzi, noi possiamo fruire di un cambiamento”. Non a caso ‘il Giardino delle idee’ – il counseling espressivo creativo di cui Liliana è presidente – si rivolge agli adulti: fare in modo che essi diventino consapevoli e responsabili di sé attraverso le arti per poi riversare questo cambiamento nel mondo ‘esterno’ che abbia poi un impatto sulla comunità di appartenenza. Ancora una volta il cerchio si chiude.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/ballarart-bambini-palermo-crescono-arte/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La Porta della Bellezza: quando l’arte risveglia le coscienze

L’arte entra a Catania dalla Porta della Bellezza, opera monumentale collettiva e progetto artistico ed etico voluto a Librino da Antonio Presti, imprenditore e mecenate siciliano che ha deciso di dedicare la sua vita ad una missione: innestare attraverso l’arte un moto di civiltà, il valore della cura ed il senso di appartenenza ad un territorio.

“Siamo a Catania, nel quartiere periferico di Librino: settantamila abitanti, diecimila bambini, nove scuole elementari e medie, nove istituzioni religiose e oratori, un luogo contemporaneo che si riconosce sempre con il valore di mancamento. A quarant’anni dalla nascita di queste periferie contemporanee non siamo ancora riusciti ad innestare in queste comunità il senso comune di essere cittadini”.

Con queste parole inizia l’intervista che ci ha rilasciato Antonio Presti proprio di fronte alla “sua” (nostra!) Porta della Bellezza: un muro, un ponte, un angolo di squallida periferia trasformato in opera d’arte collettiva, realizzata da artisti e poeti con la partecipazione di 2000 bambini delle scuole di Librino.

“Figlio di un importante imprenditore siciliano, attivo in ambito immobiliare, ereditò l’azienda paterna a ventisette anni e affiancò all’attività imprenditoriale quella di mecenate. Presidente della Fondazione Fiumara d’Arte, Antonio Presti – si legge sul sito Ateliers sul mare –  è un siciliano che ha deciso di dedicare tutto se stesso, compreso il suo patrimonio personale, per far trionfare l’arte in tutte le sue forme. È impegnato da anni a creare una coscienza legata alla cultura ma soprattutto ad uno spirito etico, che si forma proprio attraverso un rapporto differente con la bellezza”.

Dopo aver reso possibile la nascita di vere e proprie opere viventi in provincia di Messina e non solo, il nostro imprenditore-artista decide di dedicarsi al quartiere catanese di Librino permettendo la realizzazione della Porta della Bellezza. Quello che più colpisce – come si può anche vedere dalla video-intervista che qui vi proponiamo – è come in una zona caratterizzata dal degrado e dal vandalismo, quest’opera – in oltre otto anni – non sia stata toccata o deturpata. La cittadinanza, evidentemente, la sente in qualche modo ‘sua’.

In un quartiere abbandonato dalle istituzioni e dagli stessi cittadini di Catania – che spesso fingono di non conoscerne l’esistenza e raramente lo attraversano – un artista è quindi riuscito ad innestare un moto di civiltà, un sentimento di appartenenza. A noi, che attraversiamo il quartiere per la prima volta, colpisce ulteriormente come questo luogo sia situato a pochi chilometri dal campo di rugby ‘San Teodoro Liberato dei Briganti di Librino’, protagonista di altre commoventi storie siciliane. Ma torniamo all’ingresso del quartiere.porta-della-bellezza-2

“Lavoro da venti anni con la mia fondazione a Librino – ci spiega Presti – e ho potuto constatare come in nome del ‘non luogo a procedere’ tutto è rimasto statico rispetto a quel mancamento. Ho visto tante politiche sociali volte al recupero della devianza, ma la città le ha sempre rigettate, ha rigettato l’innesto innaturale di un’altra città nella città (Librino ‘ospita’ 70 mila persone…). Catania dovrebbe assumersi la responsabilità di far diventare questo luogo città. Purtroppo, invece, la politica, nel suo esercizio di potere, ha instillato in intere generazioni la logica dell’assistenza, del chiedere per esistere… Ecco perché diventa necessario entrare in quelle scuole, educare anno dopo anno (con impegno devozionale) e restituire bellezza e educazione alla bellezza. È la responsabilità degli artisti”.

Librino diventa, quindi, un luogo doppiamente simbolico. Da un lato rappresenta quel “mancamento” di cui parla Presti, dall’altro – con i suoi nuovi cittadini – può diventare motore di un cambiamento nella coscienza, che metta al centro la responsabilizzazione del cittadino e la sua pro-attività. In quest’ottica diventa evidente come un muro non si debba necessariamente abbattere; lo si può, infatti, anche trasformare con la condivisione. L’opera d’arte – per Presti – diventa quindi il mezzo e lo strumento per creare contatto e condivisione. Non solo: “È bello pensare – afferma – che a Librino esista un’opera unica al mondo, portatrice di una grande rivoluzione, anche spirituale. Quest’opera, restituisce anima ad un quartiere che non pensava di averla. Creare bellezza è restituire anima ai cittadini”. In questo modo, questi ‘cittadini di serie b’ possono forse uscire da uno stato di ‘schiavitù’ instaurato dalla propria condizione di ignoranza. Per liberarsi, è fondamentale educarsi alla conoscenza e al potere del sapere.porta-della-bellezza-3

Antonio ama ripetere che “l’utopia non è ciò che non si può realizzare, ma ciò che il sistema non vuole che si realizzi. Se Librino, in passato conosciuta tristemente come simbolo delle periferie degradate, poteva essere utopia, ora non lo è più grazie alla Porta della Bellezza; quando la bellezza si manifesta non ti dice mai che sei in pericolo ma ti ricorda che sei bello!”.

Tutto ebbe inizio dal desiderio di trasformare la scuola in un tempio della conoscenza. Gesualdo Bufalino ha affermato: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”! In effetti, – secondo Presti – in questi luoghi di mancamento, non ci vogliono eserciti di poliziotti o carabinieri, ma eserciti di insegnanti, che diventino “guerrieri di luce che consegnano conoscenza”.

Ma è solo l’inizio! Mentre passeggiamo per le vie adiacenti la “porta”, il nostro intervistato ci descrive i progetti di trasformazione artistica previsti in questa zona. “Voglio compiere i prossimi passi attraverso la fotografia: le immagini delle persone qui residenti saranno installate su tutti i pali della luce e lì diventeranno il cantico delle creature. È bello pensare ai pali della luce con questi banner che restituiscono cuore e appartenenza ad ognuno di noi, invitandoci a sentirci appartenenti all’universo.porta-della-bellezza

La notte – continua – mi piacerebbe proiettare sulle facciate cieche le immagini dell’archivio antropologico. Sarebbe bello, nel pensiero della continuità, creare una rete di condivisione di pensiero culturale, ma anche di impegno civile e partecipazione. Deve rimanere la devozione e la libertà del pensiero d’arte e di cultura, che dovrà parlare di rispetto. Mi fa piacere pensare come l’arte contemporanea, in Sicilia, riesca sempre a seminare e nella semina trovare il suo vero raccolto. L’obiettivo, quindi, è quello di creare qui un museo della bellezza”.

Un museo che appartenga veramente alle comunità e che non diventi passerella per questo o quel politico. “Mi piacerebbe donare questo museo ai ragazzi e agli uomini di Librino che hanno sbagliato… come una sorta di pena rieducativa. Voglio pensare che un domani questo progetto possa essere preso in mano da persone che, in nome di un percorso rieducativo, uscite dal carcere, possano ritrovare nella protezione della bellezza la restituzione della bellezza stessa”.

Una bellezza, quindi, che diventa rivoluzionaria senza andare contro qualcuno, ma muovendosi a favore di un mondo diverso. Su questo Presti non ha dubbi: “La via della bellezza non è Anti, ma è altro. Ho visto le primavere siciliane diventare presto freddi inverni. Oggi dico che quelle primavere sono state delle passerelle. Le nuove generazioni devono sapere che la rivoluzione passa dalla conoscenza. La bellezza, quando si esprime, non è mai anti”.

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/09/io-faccio-cosi-224-porta-della-bellezza-arte-risveglia-coscienze/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Centrocontemporaneo: le antiche botteghe rinascono grazie all’arte

Riaprire le botteghe storiche per favorire la rinascita culturale e sociale del centro storico di Catania. Il progetto di rigenerazione urbana Centrocontemporaneo ha avviato una vera e propria rivoluzione strappando dal degrado il centro catanese e trasformandolo in un luogo vivo e ricco di idee, arte, condivisione e bellezza. “In un momento in cui tutte le botteghe storiche del centro venivano chiuse, noi abbiamo accettato la sfida e abbiamo provato a riaprirle”. Comincia così il racconto del progetto di rigenerazione urbana Centrocontemporaneo da parte di Alessandro, uno dei fondatori. Il primo passo è stato proprio quello di credere nel cambiamento: dal basso, sostenibile, di lungo periodo. E poi? “Abbiamo cominciato a far aprire i palazzi, per trasformare ogni cortile in un luogo di produzione culturale”, prosegue. Socialità e condivisione sono infatti altri due pilastri di questo percorso che ha pochi eguali in Italia e che ha trasformato in pochi mesi il “quadrilatero dell’arte” del centro storico di Catania in un luogo vivo e frequentato, strappandolo al degrado e restituendolo alla cittadinanza.

Da questa zona centrale è partita una grande rivoluzione che sta ridefinendo l’idea stessa di città: non più un ammasso di case, strade e negozi che ospita semplicemente i cittadini, ma un organismo con una sua identità, nata grazie all’unione delle tante anime che lo compongono. Il minimo comune denominatore? L’arte!

Dal 2013 Centrocontemporaneo lavora per ridisegnare il volto urbano di Catania attraverso pedonalizzazioni, mobilità ciclabile, fiori e piante che abbelliscono i marciapiedi. “Le botteghe che abbiamo fatto riaprire in questi anni rifioriscono di idee, di arte, di musica e di bellezza”. Tantissimi artisti – prevalentemente locali, ma anche provenienti da fuori – si esibiscono coinvolgendo le attività commerciali e gli abitanti del quadrilatero dell’arte.centrocontemporaneo

La bellezza dunque ha salvato questa porzione di città. Non solo! Ha anche rimesso a nuovo il suo tessuto sociale ed economico: “Sono tutte attività – spiega Nino, un altro dei fondatori – che hanno un’ispirazione di tipo artistico e artigianale e che campano con questo”. Arte e artigianato che garantiscono una fonte di reddito? In Italia (purtroppo!) si vede raramente, ma qui a Catania succede!

Il vero obiettivo del Centrocontemporaneo è conquistare la città. Ambizioso certo, ma non impossibile! Come? Attraverso la bellezza condivisa, la partecipazione, il cambiamento dal basso, l’arte, l’artigianalità.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/io-faccio-cosi-222-centrocontemporaneo-le-antiche-botteghe-rinascono-arte/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Artigianato: un bando per sostenere saperi e tradizioni del Sud

Dalla seta al mandolino, dalla lana ai carretti siciliani. Fondazione CON IL SUD in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA) lancia un bando per sostenere la tradizione artigiana meridionale che oggi rischia di scomparire. La Fondazione CON IL SUD  intende sostenere alcune eccellenze della tradizione artigiana meridionale che stanno scomparendo. A questo scopo, in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA), rivolge un invito alle organizzazioni del Terzo settore per progetti di valorizzazione di antiche produzioni e competenze in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, da realizzare anche in partenariato con enti pubblici o privati, profit o non profit. Le proposte dovranno essere presentate online entro il 17 ottobre 2018 tramite la piattaforma Chàiros.craftsmanship-2607408_960_720

Il sapere e la tradizione artigianale sono tra le cifre più caratteristiche della cultura e dell’economia italiana e rivestono un’importanza strategica anche sul piano sociale: il lavoro artigiano, grazie alla qualità dei manufatti, restituisce dignità alle persone, rendendole orgogliose e gratificate, e permette di rafforzare, quando non di ricostruire, il legame con il territorio.

“Uno dei più lampanti paradossi del nostro paese, famoso per i suoi prodotti di qualità e con un’altissima disoccupazione giovanile, è che scarseggiano sempre di più calzolai, vetrai, falegnami, sarti o scalpellini – scrive Fondazione CON IL SUD – Questo succede perché i nipoti non seguono le orme dei nonni e perché questi mestieri risultano poco redditizi su un mercato veloce e globalizzato. La sfida di Fondazione CON IL SUD e OMA è quella di riscoprire il saper fare tradizionale, immaginando nuovi campi di applicazione tecnologica e commerciale e trovando nuovi potenziali talenti anche nelle giovani generazioni e tra le persone più fragili”.hands-731241_960_720

Il bando interviene su settori artigianali particolarmente vulnerabili: dal ricamo tradizionale, come lo squadrato lucano, all’intreccio di fibre vegetali per realizzare cesti a Reggio Calabria o nasse e reti da pesca in Sardegna; dalla produzione di fili di seta a Catanzaro alla costruzione del mandolino napoletano e della chitarra battente cilentana; dalla costruzione di carretti siciliani alla tessitura con la tecnica del fiocco leccese o alla filatura della lana in Sardegna. Sono solo alcuni degli esempi di saperi antichi che rischiano realmente l’estinzione e che, inseriti in opportuni percorsi di innovazione e inclusione sociale, possono al contrario rappresentare opportunità per nuovi talenti e occasione per sperimentare approcci e modelli inediti di valorizzazione. Per la realizzazione delle singole iniziative, la Fondazione mette a disposizione complessivamente un contributo di 800 mila euro, in funzione della qualità delle proposte ricevute e della loro capacità di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Vai al bando: clicca qui

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/artigianato-bando-sostenere-saperi-tradizioni-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni