I Am the Virus / We Are not the Virus: un esperimento in Sicilia durante la pandemia

In Sicilia l’arte sperimenta nuove forme durante la pandemia. I am the virus/We are not the virus è il nome del progetto artistico residenziale e collaborativo lanciato a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, da Periferica, organizzazione che si occupa da anni di rigenerazione urbana nella periferia della città. Periferica è un’organizzazione che da anni si occupa di rigenerazione urbana nella periferia di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. È un gruppo di ragazzi e ragazze che hanno deciso di investire nel territorio di Mazara per ripensare il tessuto urbano a partire dalle sue periferie, sfruttando il patrimonio immobiliare in stato di abbandono e al tempo stesso valorizzando le cave di tufo con cui è stata costruita gran parte della città di Mazara. Dal 2013 hanno avviato un processo di indagine, progettazione e costruzione partecipata con l’obiettivo di contribuire al miglioramento del territorio, in particolare delle periferie. Puntano a ridefinire il ruolo dell’architettura e della pianificazione urbana attraverso una prospettiva multidisciplinare ed inclusiva che prevede la collaborazione con università, associazioni, imprese e cittadini. La loro base è un’area dismessa di 3000 mq, composta da una cava di tufo di 2500 mq più un ex asilo degli anni ’80.

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Grazie al passaggio di tanti artisti Periferica nel corso di questi anni ha preso forma. E tanti sono i progetti già realizzati, in particolare un festival annuale di rigenerazione urbana. Il festival, ogni estate, coinvolge studenti, accademici e artisti europei che tra rigenerazione, arte e creatività condividono le loro competenze con altri esperti e abitanti. Per 10 giorni vengono ospitati workshop, laboratori, seminari ed eventi. “La comunità globale e locale si mescolano, dando vita a un micro-villaggio temporaneo vicino l’area di progetto”.

Nell’ultimo periodo, grazie ad alcuni bandi e concorsi, stavano lavorando per garantire forme di produzione e promozione culturale tutto l’anno attraverso un parco culturale contemporaneo, Casa Periferica. Anche loro, però, hanno dovuto confrontarsi con l’emergenza COVID-19 e decidere di reinventarsi. Da qui è nata la nuova iniziativa: I’m the virus/ We are not the virus. Un curatore in quarantena in un parco culturale co-creato diventa un avatar dell’artista. I am the virus / We are not the virus è un progetto di residenza remota (artist-in-through-residence) sviluppato da Carlo Roccafiorita durante la sua quarantena in Periferica, il parco culturale contemporaneo di cui è fondatore e direttore.

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Carlo Roccafiorita

Carlo vivrà in questo luogo fino alla fine della pandemia. Come un virus, vivrà in un mondo in miniatura, dividendolo in due parti: una distruttiva e una produttiva.

  • La parte distruttiva (I am the virus) ospiterà “first day-last day”. “Cosa faremo con tutto questo vuoto?” è il nome della performance in cui ogni giorno, per 10 minuti a partire dalle 12, Carlo scaverà sempre nello stesso punto fino al giorno in cui non verrà dichiarata la fine della pandemia;
  • La parte produttiva (Noi non siamo il virus) è uno spazio totalmente vuoto. I creativi di tutto il mondo sono invitati a partecipare con un’opera d’arte, che verrà prodotta attraverso di lui. Opera senza tema specifico, realizzabile in massimo 3 giorni solo attraverso la mano di un avatar temporaneo. Mentre ogni forma d’arte è accettata, le opere d’arte devono essere fattibili con risorse limitate.

Per anni, Periferica ha ospitato numerosi artisti e creativi per condurre un processo di rigenerazione urbana collaborativo, inclusivo e aperto. Ma come cambia il ruolo di luoghi pensati fin dall’inizio per la comunità? Come le forme di co-produzione? Lo scopo di questo esperimento è cercare di misurarne i limiti, usando gli strumenti disponibili in questa situazione di pandemia.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/04/i-am-the-virus-we-are-not-the-virus-esperimento-sicilia-durante-pandemia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Addiopizzo Travel: in viaggio nella Sicilia che resiste alla mafia.

Viaggiare in Sicilia può educare alla bellezza, emozionare e costruire una narrazione diversa di questa terra, oltre i luoghi comuni e alla scoperta di storie e paesaggi inaspettati. Turismo etico e responsabile significa tutto questo per gli ideatori di Addiopizzo Travel, cooperativa sociale e tour operator che organizza sia viaggi militanti sulle tematiche inerenti la lotta alla mafia sia vacanze rilassanti scegliendo però alberghi e ristoranti “pizzo free”. Tutto prende le mosse da una delle più rivoluzionarie risposte alla criminalità organizzata: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.

Di Addiopizzo abbiamo parlato molte volte su queste pagine. Fin dal mio viaggio nel 2012, trovo che sia uno degli esempi più paradigmatici del cambiamento in atto nel nostro Paese perché riassume diversi aspetti alla base di un futuro possibile: responsabilità individuale, comunità che si attivano, capacità di trasformare l’immaginario di un territorio (la Sicilia in questo caso), pensiero laterale, allegria, passione, dedizione. E potrei continuare.

Uno dei fondatori di Addiopizzo, Dario Riccobono, è oggi Presidente di Addiopizzo Travel. Lo incontro nuovamente a settembre in quel di Lecce, in occasione del raduno degli Ashoka Fellow. Dopo un pomeriggio passato a progettare un futuro comune lo intervisto mentre dietro di lui, impietoso, il sole tramonta e la spiaggia su cui ci troviamo si tinge di nero.
Addiopizzo Travel nasce 10 anni e si inserisce nel filone del cosiddetto turismo responsabile. All’attenzione etica ed ecologica, però, aggiunge un criterio fondamentale: vuole favorire chi non si arrende alle mafie e decide di combatterle. Ovviamente ha origine all’interno Addiopizzo che – per usare le parole di Dario – “è stata la nostra medicina, ci ha permesso di curare le nostre ferite e sentirci in pace con noi stessi”.

Lo strumento del consumo critico viene quindi qui messo al servizio di chi non paga il pizzo.

«AddioPizzo travel ci spiega Dario – vuole coinvolgere i non siciliani nella lotta di liberazione che stiamo portando avanti, permettendo a chi viene nella nostra isola di avere la garanzia di andare negli alberghi, nei ristoranti, nelle pizzerie che non pagano il pizzo. In questo modo, si premia la scelta della denuncia, la si rende vincente economicamente e si contribuisce alla costruzione di una diversa narrazione sulla Sicilia».

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Il lavoro sull’immaginario, come anticipato, è fondamentale: sembra banale affermare che la Sicilia non sia solo mafia eppure per molti è ancora così. Per questo, Addiopizzo Travel lavora con i più giovani in un percorso di educazione civica e popone percorsi di educazione alla bellezza. «La Sicilia per noi è mare, cucina, paesaggio, storia della nostra terra, ma è anche fatta di persone con una storia di resistenza alla mafia da raccontare, per un viaggio che sia incontro ed emozione».

Nei giorni trascorsi a Lecce, Dario si è spesso distinto per una presenza particolarmente giocosa, quasi provocatoria. Strano associare il “cazzeggio” con la lotta alla mafia. Eppure, questo è uno degli ingredienti vincenti della loro esperienza. Addiopizzo, infatti, ha convinto una generazione di ragazzi che impegnarsi non è per forza un’attività noiosa, lo si può fare divertendosi, godendo della vita.

«Io faccio il lavoro più bello del mondo – afferma Dario con entusiasmo – mostro la bellezza della mia terra a gente che viene da fuori e lo faccio essendo utile a una causa. Ditemi voi se esiste qualcosa di più bello!».
Oggi Addiopizzo Travel organizza due tipi di viaggi. Il primo, diretto soprattutto ai giovani, è un viaggio di sensibilizzazione e racconto sulle tematiche inerenti la lotta alla mafia. Il secondo è diretto a chiunque voglia organizzare un viaggio o una vacanza.

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Lo spirito è semplice: «Non c’è solo il viaggio militante, si può fare anche la vacanza rilassante al mare, scegliendo però di andare a mangiare da chi non sostiene la mafia e non paga il pizzo, o alloggiare in una casa che non appartiene a un mafioso. Possiamo rispondere a tanti mercati. Organizziamo tour in bicicletta, facendo conoscere paesaggi che un turista non si aspetta di vedere in Sicilia. Vai a Corleone e hai una idea, e invece scopri dei paesaggi inaspettati, ricchi di colori. Il turismo pizzo free è una modalità di conoscere una terra che può essere declinata in molteplici maniere».
Purtroppo molti operatori turistici, invece, affrontano questa terra in due modi, uno più deleterio dell’altro. Il primo finge di ignorare la presenza mafiosa, ma non incide così in alcun modo sugli stereotipi del viaggiatore. Il secondo finge di “giocare” con il fenomeno, con i mafia tour.

«Si tratta – racconta Dario – di giocare su un fenomeno che ha causato la morte di tantissime persone, il dolore di tantissimi familiari. C’è gente che si veste da mafioso come se il mafioso avesse la divisa e spara in aria con la lupara durante l’ultima cena, ci sono tour operator stranieri che fanno questo. Facendo i tornanti vengono assaliti da finti briganti e cose così. Ancora oggi c’è un tour operator di Boston che fa incontrare i turisti con il figlio di Provenzano e in questo modo l’idea della mafia in Sicilia è filtrata dai racconti del figlio del boss mafioso. Tutte cose che danneggiano l’immagine della Sicilia.

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La terza via è la nostra: ti raccontiamo la mafia, le storie di di chi non c’è più, e che merita la nostra memoria, ma anche di chi c’è ancora e combatte la mafia».

Ovviamente lo scopo di Addiopizzo Travel è continuare il percorso avviato da Addiopizzo, mostrando che chi denuncia la mafia, non solo non paga più il pizzo e viene premiato da molti concittadini, ma diventa addirittura possibile tappa di un percorso turistico.

«Il turismo è decisivo in questo perché è misurabile: tutto il nostro fatturato va distribuito in quelle aziende e puoi calcolarlo con esattezza».

Mentre gli ultimi sprazzi di luce ci lasciano chiedo a Dario che rapporto abbia con un altro Ashoka fellow, Vincenzo Linarello, fondatore in Calabria di GOEL: «È un mio mito personale! – risponde accorato – Prima che Addiopizzo travel maturasse, io e il mio socio Edoardo abbiamo incontrato Vincenzo. Ci entusiasmava la sua capacità di creare lavoro in una terra dove la ‘ndragheta è fortissima. La sua esperienza è stata per noi di grande stimolo».
Mi saluta con parole forti, che mi risuonano nella testa: «Addiopizzo ha dimostrato che è possibile apportare un cambiamento, lo ha insegnato a me per primo. Possiamo davvero cambiare le cose, essendo contagiosi con il nostro entusiasmo, cercando di fare rete».

Buon viaggio.Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/addiopizzo-travel-viaggio-sicilia-resiste-mafia-io-faccio-cosi-268/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Dalla terra al ristorante: una filiera del gusto alle porte di Palermo

Dalla passione di un giovane siciliano e della sua famiglia per la propria terra è nato il progetto Villa Costanza, ristorante e realtà imprenditoriale che nella natura alle porte di Palermo promuove un’alimentazione sostenibile, valorizza le eccellenze locali e con il suo orto crea un filo diretto fra terra e cucina. Qualità e stagionalità delle materie prime, valorizzazione del territorio e promozione della filiera corta. Sono questi gli ingredienti principali che hanno reso vincente, negli anni, il progetto Villa Costanza: un ristorante pizzeria che si trova ai piedi della riserva di Monte Pellegrino, a Palermo.  

«È stato un processo lungo e lento, ma soddisfacente», afferma il co-fondatore, insieme alla sorella Costanza, Marco Durastanti. In circa sette anni, infatti, con impegno e dedizione hanno selezionato, uno ad uno, i micro produttori del territorio, esclusivamente siciliano, puntando su numerosi presidi Slow Food.

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Marco e Costanza Durastanti

Una scelta ambiziosa e sapiente che è la sintesi perfetta dei valori in cui credono: qualità dei prodotti e lavoro di squadra. Nella loro cucina, guidata dallo Chef Antonio Terzo, si trovano solo le eccellenze del territorio, dai formaggi ai salumi, dal Piacentino ennese allo zafferano o al pepe nero alla razza bovina Cinisara o al suino nero dei Nebrodi, dal miele di Ape nera Sicula alle mandorle di baucina bio.  Tutti prodotti buoni e sani che rappresentano la Sicilia. Anche per le pizze hanno adottato la stessa filosofia: lievito madre lievitato per 48h e grani antichi siciliani, come la farina di grano duro Biancolilla Bio di San Cataldo. Non si sono, però, “limitati” a selezionare con cura le materie prime, ma hanno coinvolto l’intero staff nel processo di selezione: organizzano, infatti, visite ai produttori locali attraverso le quali acquisiscono consapevolezza rispetto agli alimenti da portare in tavola e generano quel senso di appartenenza fondamentale in ogni azienda. Negli ultimi anni hanno inoltre, scelto di vendemmiare personalmente il vino di Villa Costanza con visite presso le aziende agricole, cantine, pascoli e vigne. Hanno creato poi tre tipi di birra diversa per valorizzare i piccoli produttori e raccontarli agli ospiti.

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Durastanti continua sottolineando come questo modus operandi abbia generato entusiasmo e relazioni di fiducia, senza le quali adesso non potrebbe fare a meno. “La follia” come la definisce lui, continua, perché in sinergia con la cooperativa Coltiviamo Tradizioni hanno creato un orto da cui attingere i prodotti per la ristorazione. Un filo diretto tra terra e cucina che, in armonia con i tempi della natura e delle sue stagioni, gli permette di avere prodotti sempre freschi e genuini. Una scelta che non predilige certo l’economicità, ma la qualità. E la qualità ripaga. Villa Costanza, inoltre, propone ai clienti che lo desiderano la possibilità di coltivarsi il proprio orto, tramite gli orti urbani della cooperativa e/o di usufruire del servizio di consegna settimanale delle verdure a domicilio. Le prelibatezze di Villa Costanza si possono trovare anche all’interno del nuovo Bastione di Cefalù. Un centro culturale polifunzionale che ospita Bastione&Costanza, un caffè letterario con cucina e pizza slow. Villa Costanza promuove un’alimentazione sostenibile, valorizza le eccellenze locali e tutela la biodiversità. È l’espressione di un sogno riuscito, di una scelta imprenditoriale etica e della passione di un giovane e della sua famiglia per il territorio siciliano.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/terra-ristorante-filiera-gusto-palermo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Plastica nello stomaco del capodoglio spiaggiato: “L’SOS disperato del mare”

Nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa a Cefalù, in Sicilia, è stata trovata molta plastica. “Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano”. Lo afferma Greenpeace pronta a salpare insieme a The Blue Dream Project per monitorare lo stato di salute dei nostri mari. A pochi giorni dalla partenza di una spedizione di ricerca, monitoraggio, documentazione e sensibilizzazione sullo stato dei nostri mari, organizzata insieme a The Blue Dream Project, Greenpeace diffonde le immagini di quanto è stato ritrovato nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa sulle coste della Sicilia.

«Quello che è stato trovato due giorni fa sulla spiaggia di Cefalù era un giovane capodoglio di circa sette anni appena. Come si può vedere dalle immagini che diffondiamo, nel suo stomaco è stata trovata molta plastica. Le indagini sono appena iniziate e non sappiamo ancora se sia morto per questo, ma non possiamo certo far finta che non stia succedendo nulla», dichiara Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace Italia.  

«Sono ben cinque i capodogli spiaggiati negli ultimi cinque mesi sulle coste italiane. Nello stomaco della femmina gravida ritrovata a marzo in Sardegna sono stati trovati addirittura 22 kg di plastica. Il mare ci sta inviando un grido di allarme, un SOS disperato. Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano».

Greenpeace e The Blue Dream Project monitoreranno per tre settimane i livelli di inquinamento da plastica in mare, in particolare nel Mar Tirreno Centrale. Una spedizione di ricerca che si concluderà in Toscana l’8 giugno, in occasione della Giornata mondiale degli oceani. In occasione della conferenza stampa di presentazione del tour, che si terrà martedì 21 maggio alle ore 11 presso la Sala conferenze Lega Navale di Ostia, i ricercatori del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padova, centro di riferimento per le autopsie sui grandi cetacei spiaggiati lungo le coste italiane, presenteranno un report preliminare sullo spiaggiamento dei cetacei in Italia, con un focus proprio sui capodogli e la plastica. 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/plastica-stomaco-capodoglio-spiaggiato-sos-disperato-mare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Sostenere la bellezza è una responsabilità sociale

È nostra responsabilità intervenire nella società anche attraverso il sostegno a quelle realtà che operano per il cambiamento che vogliamo. Ne sono convinti i soci del consorzio siciliano “Le Galline Felici” che nel loro ultimo pizzino ci aggiornano sui progetti da loro supportati: baluardi di bellezza contro brutture e ingiustizie dell’umanità. Come ormai sapete, siamo fortemente convinti che l’azione del Consorzio sia paragonabile a quella dell’ape, che, spinta dal proprio bisogno di cibo, procura benefici per sé, per i fiori e per l’ambiente tutto (qui per ricordarci il perché!). Ma cosa fare allora della piccola sovrabbondanza di miele che riusciamo, a volte, a produrre? Visto il ruolo che ci ritroviamo a ricoprire nel mondo e gli alti obiettivi che, assieme a voi, ci poniamo, non possiamo certo ambire ad ingrossare le nostre pance (sempre sull’orlo del sottopeso, per la verità…).

Estendere ad altri, meritevoli, il modello economico che riteniamo vincente, certo! Già ottimo risultato, per la verità. Ma anche questo può non bastare per la nostra coerenza. Se davvero il nostro obiettivo è cambiare l’economia e le relazioni tra gli umani, la nostra crescita deve significare aumento del profitto sociale e delle connessioni per mettere a sistema e rendere efficace il cambiamento che vogliamo. È dunque nostra responsabilità intervenire nella società anche con azioni che leggermente si distaccano dalla nostra quotidiana attività economica, con sostegni a realtà a noi vicine, che per varie ragioni incrociano il nostro cammino e la cui esistenza, seppur apparentemente lontana dalla vendita delle nostre arance, è fondamentale per creare quel tessuto multidimensionale e colorato, grazie a cui possiamo sperare di costruire un mondo migliore. Spesso il nostro intervento risponde ad emergenze e sempre cerca di supportare chi dimostra di voler reagire creativamente e positivamente alla bruttura umana, a furti, incendi dolosi, razzismi e chiusure. Perché riteniamo sia proprio questa creatività positiva ciò di cui il nuovo mondo ha bisogno. Non di tutti questi sostegni vi abbiamo dato comunicazione, spesso presi dalla quotidianità del nostro lavoro. Per molti di questi vi abbiamo invece coinvolto e voi avete sempre risposto con passione. Ma, una volta sostenuti, che ne è stato di questi progetti? Lo abbiamo chiesto a chi ha ricevuto il nostro supporto e ne sono risultati racconti appassionati e gratificanti, che ci sembra bello condividere con voi.

Il regalo Collettivo FX su una delle pareti della Club House ricostruita del Briganti di Librino

Per iniziare, come sono state impiegate le donazioni (molte venute dalla nostra comunità, ma moltissime anche da altre realtà vicine e lontane) che hanno fatto sentire ai Briganti di Librino di non essere “soli in un vicolo buio” ma di avere il sostegno necessario a ricominciare, ancora più forti, dopo il devastante incendio doloso di un anno fa?

Grazie alle molte donazioni, ed al lavoro di molti volontari, la clubhouse distrutta è stata ricostruita, in un altro spazio, “più bella di prima”, come premunito da una profezia ormai diventata leggenda! E il San Teodoro continua così ad essere un luogo in cui, “come alternativa al degrado, si fanno: l’orto, i compiti, le letture, gli scacchi, i placcaggi duri ma regolari, le feste, le sfilate di moda, i pesi, i calci, la cartapesta. É un posto dove ha attecchito la bellezza. É una trincea. É un baluardo”. Ce lo racconta Mario, pollo-brigante, in questo resoconto appassionato.

FIERi, la Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso nel centro di Catania

E il nostro sostegno al progetto FIERi (Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso) quali frutti ha portato? Ne è nato un altro angolo di bellezza, questa volta in centro a Catania, in uno spazio pubblico prima abbandonato. E soprattutto ne è sorta una cooperativa mista, di migranti ed italiani, che sta cercando di creare lavoro in ambiti artigianali sostenibili. Qui  trovate qualche parola in più, scritta da Antonio D’Amico. Lo scorso anno, inoltre, forse qualcuno di voi non avrà ricevuto l’uva da tavola che aveva gentilmente richiesto. E forse qualcuno dunque sa che il nostro pulcino Vincenzo Di Dio (qui la sua presentazione) è stato derubato dei frutti di due filari, proprio a pochi giorni dalla consegna. Vista la precarietà della sua situazione, il Consorzio ha deciso di pagargli comunque buona parte di ciò che avrebbe potuto consegnare, a condizione che quei soldi fossero impegnati per contribuire a far rivivere la sua campagna ancora in stato di semiabbandono. E così Vincenzo, oltre a risistemare le vigne, ha deciso di avviare un orto per fornire la sua zona (Caltagirone) e non solo… ha investito in piantine, impianto di irrigazione e concime organico e ora lavora con entusiasmo, insieme a suo padre e a due ragazzi che prima lavoravano, supersfruttati, nelle vigne intensive.

Vincenzo Di Dio

Tutti i giorni in campo e in giro per le consegne, presidiando il suo territorio e dando vita ad un altro “baluardo di bellezza”. Qui trovate una mail che Michele Russo, socio e amico d’infanzia di Vincenzo, ha girato a noi del Consorzio e ci ha commossi al punto di volerla condividere con voi così com’è.

Da il “pizzino” di aprile 2019 de Le Galline Felici

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/sostenere-bellezza-responsabilita-sociale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Eclettica, una street factory nell’entroterra della Sicilia

Un’area di incubazione artistica, ecologica e sportiva in cui i cittadini, giovani ma non soltanto, possano aggregarsi ed esprimersi con lo scopo di realizzare i propri talenti, apprendendo e diffondendo buone pratiche. È questo l’obiettivo di Eclettica, centro polifunzionale di Caltanissetta composto di spazi aperti e chiusi che è stato riqualificato dopo 15 anni di degrado. Fino a diventare uno dei più innovativi progetti di coesione urbana e sociale presenti oggi in Sicilia.

“Eclettica è un polmone urbano e sociale. No, anzi, un centro di aggregazione. No, aspetta, rifacciamola. Eclettica è una piattaforma. Anzi, un’oasi. Meglio, una fucina. No, scusa, rifacciamola ancora.” Inizia più o meno così la nostra intervista ad Alessandro Ciulla, presidente di Eclettica, associazione sportiva e di promozione sociale di Caltanissetta. Ma è colpa nostra, che gli abbiamo fatto questa domanda nonostante di questa divertente indecisione Alessandro ci aveva avvertiti fin da subito. “Non mi vorrete domandare cos’è Eclettica, vero? No, perché non lo so nemmeno io”, aveva scherzato appena dopo averci stretto la mano. Un’indecisione perfettamente giustificabile, però, vista la quantità di significati sociali che riveste questo progetto nel tessuto urbano della città nissena. L’associazione, infatti, non ha soltanto ristrutturato una vecchia pista di pattinaggio abbandonata da 15 anni, ma ha cambiato completamente, a tempo di record e senza alcun finanziamento pubblico, i connotati di un’area di 3mila metri quadrati vicina al centro storico che era diventata una piazza di spaccio e uno dei luoghi più degradati della città, trasformandolo in uno spazio verde polifunzionale.

È la fine del 2015 quando Alessandro, insieme a Federica, Silvia e Francesco – età media 27 anni, tutti di ritorno da esperienze di studio e lavoro fuori dalla Sicilia – vincono il concorso di idee “Boom Polmoni Urbani” promosso dal Farm Cultural Park di Favara (AG) e dal Movimento 5 Stelle Sicilia, che metteva in palio 120mila euro in tre anni (soldi in gran parte provenienti dalla decurtazione volontaria degli stipendi dei deputati regionali del M5S) per tre progetti di riqualificazione urbana sul territorio dell’isola. Il nome del progetto? Street Factory Eclettica.

L’associazione viene costituita proprio per partecipare al bando. Aiutata dalle donazioni dei cittadini nisseni che rispondono a un immediato appello pubblico da parte dei quattro giovani, essa inizia da subito raccogliere risorse umane e materiali (provenienti soprattutto dal riciclo) sufficienti a ripulire l’area, a riqualificarla e ad aprirla al pubblico in meno di un anno, utilizzando solo la prima delle tre tranche di finanziamento di 40mila euro previste dal bando e destinando quindi le altre due tranche per le migliorie e gli ampliamenti degli anni successivi.

Ma in cosa consiste una street factory (letteralmente “fabbrica di strada”)? Alessandro alla fine supera ogni reticenza nel cimentarsi in una sintesi, e ce lo dice. “Per street factory”, chiarisce, “intendiamo un’area di incubazione artistica, ecologica e sportiva, in cui i giovani possano esprimersi con l’obiettivo di realizzare i propri talenti. Si tratta di un luogo in cui avvicinarsi allo sport, all’arte, alla musica, agli eventi e alla socialità in un contesto di legalità, dove le persone possono venire a studiare, giocare, dipingere, rilassarsi, imparare e farsi sensibilizzare dalle buone pratiche che Eclettica vuole promuovere: riciclo, sostenibilità, riduzione dei rifiuti, agricoltura urbana ed economia circolare”.  

Ecologia, arte e sport sono dunque i tre rami convergenti del progetto. “Il legame tra questi tre elementi è venuto fuori naturalmente”, continua Alessandro, “sia perché il progetto è eclettico per natura, visto che vuole abbracciare diversi ambiti, ma soprattutto perché la loro unione soddisfa la possibilità di creare un’oasi urbana per il tempo libero che guardi alla ricreazione, alla diffusione di buone pratiche, alla formazione.” Ecco perché, mentre piccoli orti urbani crescono assieme al giardino botanico allestito in loco, diversi artisti di strada – siciliani e anche internazionali – lasciano segni del loro passaggio con l’obiettivo di nutrire il “giardino d’arte” presente nei sogni di Alessandro e dei suoi compagni di avventura.

Ma è il ramo sportivo quello che l’associazione considera principale e il fiore all’occhiello del progetto. “Appena partiti abbiamo invitato i nostri concittadini a venire per cimentarsi con i vari sport di strada che proponiamo, primi fra tutti quelli rotellistici nel nostro skate-park (pattinaggio, skateboarding, monopattino, overboard, hockey, mini-hockey), che qui a Eclettica possono finalmente essere praticati in maniera sicura sia a livello dilettantistico sia da chi coltiva il sogno di affacciarsi un giorno all’agonismo”. Un invito che non è passato inosservato, stante i numeri raggiunti fin da subito. Inaugurato a giugno del 2016, in soli 3 mesi Eclettica contava già 600 tesserati, ossia più dell’1% dell’intera popolazione di Caltanissetta, senza considerare gli utenti non tesserati che usufruiscono della struttura. Intanto, a distanza di quasi tre anni, il progetto si sviluppa e, oltre ai campi di mini-basket e free-climbing realizzati nel frattempo, stanno per essere inglobati nel progetto anche diversi terreni incolti contigui all’impianto, alcuni dei quali sequestrati alla mafia. Lo scopo è quello di trasformare questi terreni in orti urbani e di rifornire la microfiliera produttiva che sta già dando i suoi frutti, visto che i primi prodotti degli orti sono serviti a rifornire i vicini ristoranti del centro storico di Caltanissetta. “Più chilometro zero di così…”.

Come trascurare, poi, l’indotto sociale sui quartieri limitrofi, a cominciare dalla partecipazione dei pensionati del quartiere, coinvolti in qualità di sorveglianti e di diffusori di saperi? Una valenza sociale sottolineata ancor più dal fatto che la Street Factory Eclettica è fruibile a condizioni estremamente vantaggiose proprio per consentire l’accesso anche alle fasce di popolazione più disagiate. Se per la parte sportiva è stata prevista un’assicurazione annua per i tesserati e un contributo di appena 1 euro per poter entrare senza limiti di tempo sugli impianti (e di 1 altro euro per l’eventuale noleggio delle attrezzature sportive), tutto il resto della struttura e, difatti, accessibile gratuitamente. Oltre agli impianti all’aperto, Eclettica oggi dispone di sale chiuse quali spogliatoi, snack bar e una sala attività in grado di produrre un reddito minimo per la struttura, che si regge sostanzialmente sul lavoro volontario dei membri dell’associazione e di tutti coloro che danno una mano. Proprio la sala attività, attrezzata di impianto audio e video, è uno dei vanti di Alessandro: “È a disposizione non solo degli utenti ma anche di altre associazioni alle quali la carenza di spazi in città non permette di riunirsi e di alimentare la propria capacità progettuale”. Già, perché ad Eclettica chiunque può utilizzare la sala per corsi, presentazioni, seminari, prove per musicisti, riunioni di comitati. “Una cosa che procura anche lavoro e reddito a coloro i quali si impegnano per organizzare le iniziative che mantengono viva e dinamica la città”. 

Intervista: Daniel Tarozzi

Realizzazione video: Paolo Cignini

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Artigianato: il progetto di due giovani per restare in Sicilia

Giampiero e Filippo sono due giovani artigiani siciliani che da anni lavorano il legno e la pietra in modo naturale. La loro idea è quella di mescolare ora i due elementi per dar vita a creazioni naturali e innovative. Un progetto di artigianato che potrebbe aiutarli a realizzare un grande sogno: restare a vivere e lavorare in Sicilia. Quello di Giampiero e Filippo è un po’ un sogno, un po’ già una realtà: creare oggetti di arredamento e mobilio domestico (ma non solo) mescolando il legno e la pietra del proprio territorio. Artigiani di professione, siciliani della provincia di Messina, i due sono colleghi da molto tempo, liberi professionisti che da anni hanno a che fare con lavorazioni di questo tipo. Hanno ereditato il mestiere dai loro genitori e ci tengono a continuare su questa strada, perché hanno un’arte nelle mani. Allo stesso tempo, però, da qualche tempo hanno un’idea che già in parte concreta: “Ci è venuto in mente di fare qualcosa assieme, abbinando i due elementi: io lavoro il legno, lui la pietra e così abbiamo fatto insieme il primo mobiletto”, racconta Giampiero Raffaele, quando spiega degli inizi di questo progetto. Un progetto che è estremamente collegato al loro territorio, la Sicilia, e in particolare il comune di Patti e le zone limitrofe, dove la materia prima non manca ed è la fonte cui Giampiero e Filippo attingono: “Vogliamo lavorare il legno di castagno, di cui c’è una grossa produzione nelle nostre zone e nel farlo vogliamo farlo in modo completamente naturale, lasciando che il rimboscamento avvenga in modo spontaneo, senza forzare nulla”, spiega Giampiero che da anni lavora con questa materia.

Alcune creazioni di Giampiero e Filippo

Dall’altra parte, poi, c’è la pietra arenaria, di cui “la nostra città è piena: tutti i nostri artigiani lavorano con questo materiale”. Si tratta quindi di un progetto completamente a chilometro zero, che non inquina e che valorizza le risorse del territorio a scopo domestico ma anche creativo. “Noi per ora ci occupiamo di mobilio domestico, ma ciò non esclude che se trovassimo altri collaboratori – magari designer interessati al nostro progetto – potremmo sbizzarrirci ed essere creativi, dando vita a veri e propri oggetti di arredamento”. Inoltre, il materiale viene lavorato nel modo più naturale possibile. Vernice a cera d’api quasi sempre, qualche volta – se necessario – la vernice all’acqua, che ha qualcosa di chimico ma che ormai sul mercato si trova in versioni quasi naturali. L’altro motivo per cui questo progetto è legato al territorio è perché è un modo per entrambi per rimanere a lavorare e vivere nella propria terra: “Non vogliamo perdere il nostro lavoro, che abbiamo ereditato dai nostri padri, né tanto meno allontanarci dalla nostra terra; io ho ricevuto tante proposte di lavoro al Nord Italia, ma perché me ne devo andare?”. Giampiero, infatti, vive nel paese di Ficarra, piccolo comune vicino Patti e in provincia di Messina, che lui ama molto, dove le bellezze sono tante: “Qui abbiamo il mare, la montagna e persino la neve”.

“L’idea è nata anche perché ci siamo resi conto che quasi nessun artigiano ha mai proposto qualcosa del genere, è un prodotto di nicchia”, spiega Giampiero, parlando dei prototipi che hanno realizzato e dei mobili, delle specchiere, addirittura dei pomelli delle porte che possono essere fatti mescolando i due materiali. Il problema, fino ad ora, è sempre lo stesso: trovare qualcuno che aiuti, che dia una spinta a questo progetto, sostenendolo o magari collaborandolo. Perché, Giampiero ci tiene a specificarlo: “Noi vogliamo portare avanti questo progetto, ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di certezze, di qualcuno che ci aiuti e allo stesso tempo ci promuova: abbiamo il mestiere in mano, ci serve solo una forza che ci aiuti nella promozione dei nostri prodotti”. Portare avanti un progetto di questo tipo – mentre si lavora per mantenersi – non è facile, soprattutto quando nel territorio di riferimento non ci sono potenziali investitori. Ma il sogno di Giampiero e Filippo rimane ben fermo: lavorare con la terra per il territorio, per valorizzarlo e viverlo. E magari farlo conoscere a chi di questo ancora non sa.

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Molino Ferrara: filiera chiusa, produzione artigianale e grani antichi

Si trova nel cuore della Sicilia un pastificio virtuoso gestito oggi da due fratelli che con il loro lavoro cercano di valorizzare il territorio siciliano e la sua ricca biodiversità. Situato a Caltanissetta, il Molino Ferrara può vantare una parte di produzione fatta con un molino a pietra e che lavora esclusivamente grani antichi. Il Molino Ferrara ha una storia che risale all’inizio del Novecento, quando in provincia di Caltanissetta una famiglia decideva di inaugurare un molino a pietra. Negli anni ‘70 questo molino – che nel frattempo ha subito modifiche – viene acquisito dalla famiglia Ferrara e oggi è gestito dai fratelli Alessandro e Carlo, che decidono di recuperare il molino a pietra, che era stato abbandonato, e di avviare una produzione artigianale di grani antichi (accanto alla classica produzione industriale del molino a cilindri).

«La passione ci ha spinto a recuperare il molino a pietra, che doveva essere alimentato. E come farlo se non con i grani antichi?», spiega Alessandro, uno dei responsabili dell’azienda. «Così abbiamo cercato chi ancora produceva o custodiva quella minima parte di grano antico e poco alla volta abbiamo convinto anche i nostri clienti, che producevano grano moderno convenzionale, a produrre grano antico, dando anche a loro un valore aggiunto ovviamente nel prezzo affinché fosse conveniente anche per loro».

È questo, infatti, uno degli elementi portanti che definisce il Molino Ferrara come un’azienda virtuosa: la filiera è chiusa, perché il Molino attinge direttamente dagli agricoltori senza intermediari. Le farine sono tante e di diversi tipi (fra i grani antichi ci sono la varietà senatore cappelli, la maiorca, il perciasacchi, il margherito e altre) e portano alla produzione sia di semole rimacinate per la panificazione che di “semola a spigolo vivo” per la produzione di pasta. Il prossimo obiettivo del Molino Ferrara è la «produzione di biscotti fatti con farina integrale di grani antichi molita a pietra».molino-ferrara-1

Questa parte di produzione segue dunque il ciclo della trasformazione del grano in farina proprio “come si faceva una volta”. Prima c’è lo stoccaggio, ovvero la prepulitura del grano; poi la parte della miscela delle varie varietà di grano che si andranno a lavorare; poi due puliture e l’effettiva lavorazione (macinazione) del grano, fino a raggiungere il prodotto finito.  Anche nell’utilizzo di grani convenzionali, però, c’è una forte attenzione alla qualità, sebbene il modo di lavorarli sia diverso: «Cerchiamo di scegliere i grani autoctoni, che hanno determinate caratteristiche che ci consentono un prodotto eccellente. Di solito noi lavoriamo il simeto, che è un grano che si produce qua in Sicilia e che ha un alto contenuto di glutine o l’arcangelo che è un altro grano autoctono».

Si tratta certo di una scelta virtuosa e di un mercato (quello della produzione artigianale) in forte crescita. «Da qualche anno a questa parte ci sono stati degli studi mirati per capire se effettivamente i prodotti fatti con la lavorazione artigianale come lo era una volta e soprattutto con la materia prima antica siano davvero nutraceutici e non soltanto nutrienti», spiega ancora Alessandro. Ma è stata anche una scelta coraggiosa: «Quando abbiamo iniziato questo percorso dei grani antichi diciamo che è stata inizialmente una scommessa perché l’abbiamo fatto inizialmente per passione e non per business e abbiamo potuto riscontrare che la vendita era più che altro rivolta al mercato estero o al nord Italia».molino-ferrara-2

Ma da quando, venti anni fa, i fratelli Ferrara hanno rinnovato il molino a pietra, qualcosa è cambiato, anche in quella parte di Sicilia prima restia ai cambiamenti. «Da un paio di anni a questa parte anche i nostri conterranei si sono sensibilizzati e siamo riusciti ad aumentare la vendita nel nostro territorio. Infatti questo è uno dei temi che io ho sempre cercato di mandare avanti: valorizzare il territorio ma soprattutto quello che ci offre il territorio perché la Sicilia è una delle regioni con la più alta biodiversità rispetto a tutte le altre regioni d’Italia».

Questa idea apre ad un dibattito più grande, che è quello dello sviluppo dell’economia attraverso un turismo alimentare. Una regione la si scopre anche attraverso il cibo e puntare su questo tipo di mercato potrebbe essere una scelta vincente anche per creare nuovi posti di lavoro: «Se noi avessimo un’organizzazione e una mentalità più aperta rispetto a quella che abbiamo avuto fino ad adesso potremmo sfruttare questi prodotti anche per un discorso economico e quindi creare posti di lavoro e sviluppare un turismo legato ai prodotti alimentari».

Nel frattempo l’azienda Molino Ferrara prosegue nel suo piccolo, con i due fratelli responsabili e altri otto collaboratori, innovandosi attraverso la tradizione e portando anche a piccoli cambiamenti nel territorio. Un’azienda portata avanti «grazie alla passione», che riconferma ancora una volta come le scelte fatte col cuore siano poi le migliori.

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/io-faccio-cosi-228-molino-ferrara-filiera-chiusa-produzione-artigianale-grani-antichi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Michelangelo Lacagnina: l’arte, la Sicilia e il quotidiano – Meme #13

Michelangelo Lacagnina è un artista di Caltanissetta, che ha fatto dell’amore per la Sicilia il fulcro delle sue creazioni e decorazioni. Lo abbiamo incontrato nel suo studio, dove ci ha parlato del suo percorso artistico, costellato di oggetti, colori, tele, sperimentazioni e di… Sicilia. “Già a cinque anni avevo una fortissima attrazione per i colori e per tutto ciò che fosse disegnato. Sperimentavo, tagliavo, incollavo: lavoravo d’istinto, caratteristica che ho conservato con il passare degli anni. L’arte è con me fin dai primi giorni della mia vita”. Siamo a Caltanissetta, in Sicilia, luogo di nascita e di vita dell’artista e interior designer Michelangelo Lacagnina. Nel suo studio, tra libri fotografici e manuali artistici, spiccano i vivi colori delle sue tele e la lucentezza del suo sorriso. Fin dai primi anni della sua vita Michelangelo è affascinato dalla pittura, dalla scultura, da intagli e intarsi, e a partire dagli anni Ottanta comincia un percorso artistico che l’ha portato ad importanti collaborazioni e ad esposizioni in Italia e nel Mondo, sempre con un grande amore nel cuore: la Sicilia e il quotidiano.

“Il mio rapporto con l’arte? Non potrei farne a meno, oggi. È vero che il mio lavoro è quello di interior designer, ma l’arte e la creazione mi hanno accompagnato fin qui e hanno fatto sempre parte di me. Nelle mie opere e nella loro diversa forma, c’è un tema in comune: la Sicilia. Tramite l’utilizzo dei colori, voglio comunicare la solarità, l’energia, l’esplosività della mia terra, nella quale ho deciso di rimanere a vivere per continuare a valorizzarla: ho ricevuto alcune proposte per andare a vivere altrove, ma il mio posto è qui”.

Uno degli elementi caratteristici che ha ispirato l’opera di Lacagnina, e il suo amore per la sua terra, è il Carretto Siciliano, simbolo caratteristico dell’arte popolare siciliana. Il carretto è un simbolo caratteristico dell’arte popolare siciliana: è un mezzo a trazione animale utilizzato per il trasporto, solitamente usato in Sicilia (e non solo) a partire dagli ultimi anni del XVIII secolo. La caratteristica dei Carretti Siciliani sta nella loro decorazione: sgargianti, colorati, variopinti, con la predominanza del giallo, del rosso e del blu, ogni parte dell’oggetto raffigura una scena, a volte ispirata al mito e a volte al quotidiano. Un oggetto di uso comune, divenuto nel corso del tempo un’opera d’arte.IMG_20180413_171952.jpg

Durante il suo percorso artistico, Lacagnina è stato contattato da un importante marchio per decorare una serie speciale di frigoriferi d’arte, e nella realizzazione si è fortemente ispirato al Carretto: “Da sempre ho avuto un forte interesse, nella mia arte, per il quotidiano. Nelle mie opere amo raffigurare scene di vita della Sicilia, la bonaria ma straordinaria semplicità delle persone, dei lavoratori e della natura. Per quanto riguarda questo lavoro, ho prodotto otto frigoriferi a tema, dipinti a mano, ognuno raffigurante uno spaccato della vita qui in Sicilia: dalla battuta di pesca ai Pupi siciliani, dalle prelibatezze culinarie all’orgoglio della nostra pasticceria. Si tratta di una riproduzione, personalizzata, delle mie tele come decorazione su un oggetto di uso quotidiano, una sorta di rappresentazione dello scorrere della vita che mi rende molto orgoglioso”.

 

D’altronde, non esiste solo la pittura nell’esperienza artistica di Michelangelo Lacagnina: “Nella mia produzione artistica ho un rapporto particolare con gli oggetti, culminata nella produzione dei frigoriferi: in passato ho realizzato più di duemila decorazioni di bottiglie, intese come pezzo d’arredamento, così come ho realizzato la decorazione di pannelli da utilizzare come basamento per piani da lavoro. Sono interessato al legame che si crea tra l’oggetto e l’artigianalità, perché uno dei grandi potere dell’arte è il legame che riesce a creare tra il manufatto e il suo possessore. Un oggetto, prima anonimo tra gli anonimi, grazie all’arte diventa un pezzo unico, quasi un affetto”.

Per maggiori informazioni sulle opere di Michelangelo Lacagnina clicca qui 

Intervista: Daniel Tarozzi
Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/michelangelo-lacagnina-arte-sicilia-e-quotidiano-meme-13/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

BallarArt: così i bambini di Palermo crescono attraverso l’arte

Musica, teatro, danza, arti visive, cinema. L’arte può insegnare ai bambini a conoscere se stessi, educarli alla cura e alla valorizzazione del territorio, invitarli ad agire per cambiare in meglio il mondo in cui viviamo. Da qui nasce BallarArt, un percorso socioeducativo avviato nel quartiere Ballarò di Palermo. Partire dai più piccoli per portare un cambiamento nel mondo. Diffondere cultura in modo non tradizionale in un quartiere siciliano considerato difficile, ovvero il quartiere Albergheria di Ballarò a Palermo. Farlo attraverso le arti e, grazie ad esse, rigenerare. È un cerchio che si chiude: BallarArt, un percorso socioeducativo che coinvolge i bambini del quartiere e, in linea definitiva, cambia anche le persone che lo vivono.

A raccontarcelo è Liliana Minutoli, che è presidente del Counseling espressivo creativo Il Giardino delle idee ma che è anche insegnante di pianoforte, sociologa e psicologa. Da sempre impegnata nel sociale e trapiantata da sette anni nel quartiere Ballarò e 13 a Palermo, crede fortemente nella possibilità del cambiamento: “Cerchiamo di mettere da parte la ‘lagnusìa’ siciliana, questa sorta di indolenza che ci fa pensare che nulla si può cambiare e che contagia anche i bambini. E lo facciamo in un modo diverso da quello classico: facciamo scoprire ai bambini e ai ragazzi di Ballarò chi sono e come vivere al meglio attraverso le arti, che possono essere musica, teatro, danza, arti visive, cinema”.
Liliana è solo una fra i tanti operatori sociali e artisti (tutti volontari) che si occupano di bambini da molti anni e che sono tutti confluiti, lo scorso anno, nella creazione di BallarArt. Lo scopo è anche quello di coordinare i vari centri di aggregazione giovanile (che si occupano di doposcuola, catechismo, attività ricreative) e fare in modo che questo percorso coinvolga un numero più alto possibile di bambini e ragazzi. “Vogliamo fare in modo che la cultura parta dai bambini, perché se vogliamo ottenere un cambiamento di mentalità dobbiamo farlo dal basso. In questo caso le arti sono uno strumento per scoprire il legame fra il proprio mondo interiore (quello dei bambini) e quello esteriore (Ballarò, il quartiere)”.

A tal proposito Liliana fa riferimento a varie manifestazioni, in cui sono sempre i bambini ad essere protagonisti e portabandiera di cultura. Ad esempio, la scorsa primavera durante l’iniziativa “Anima Ballarò” i bambini hanno partecipato attraversando il mercato e urlando slogan positivi, di cambiamento: una vera e propria reazione alla “lagnusìa” siciliana di cui si parlava prima. O ancora, dopo atti di vandalismo perpetrati nella piazzetta Ecce Homo, è sempre stato un gruppo di bambini a rivitalizzarla cantando in coro.ballarart-1-1030x772

La cultura del cambiamento e della valorizzazione del territorio non è affatto facile. Più volte vi sono stati atti di vandalismo nella piazzetta Ecce Homo, cuore di Ballarò, che è stata recentemente ristrutturata dopo essere stata una discarica a cielo aperto per molto tempo. Ma secondo Liliana, è qualcosa a cui si può rimediare: “Non c’è una motivazione reale per gli atti di vandalismo, molto spesso è una mancanza, una non appartenenza vera al territorio e una diseducazione alla valorizzazione di ciò che può essere nostro”. Che invece è ciò a cui BallarArt educa.
“Il ruolo dell’arte è fondamentale per il sé e per il noi, per il singolo e per la collettività», ci spiega Liliana. «Perché in tutte le arti – che sono espressioni dell’individuo – c’è il codice che aiuta a vivere meglio le regole di convivenza civile: ad esempio ascoltare un altro mentre si sta facendo un coro è necessario perché altrimenti ci va di mezzo tutto il gruppo che canta”. Piccoli dettagli a cui spesso non si pensa ma che in realtà incarnano un codice comportamentale fatto di condivisione e ascolto. Qualcosa che di questi tempi è necessario e che serve a far capire anche che la diversità è ricchezza: “Questo quartiere vive di tantissime contraddizioni e diversità: è un quartiere storico antichissimo, dove vivono differenti tipologie sociali di persone con un mix di energie completamente diverse fra loro”.IMG_20180415_120305-1030x772

Anche BallarArt è, nella sua essenza, un mix di energie diverse e non solo in quanto percorso socioeducativo che coinvolge disparati ambiti e discipline, ma anche in quanto parte di un “contenitore” più grande che è SOS Ballarò (Storia Orgoglio Sostenibilità). SOS Ballarò altri non è che un’assemblea cittadina, fatta da associazioni, volontari, membri delle parrocchie del quartiere e così via che a titolo volontario si impegnano per la città. Nonostante BallarArt sia pensato per bambini e ragazzi, c’è però qualcosa che riguarda anche “i grandi”. Attraverso la voglia di cambiamento dei più piccoli anche gli adulti possono ‘cambiare’: “Forse ritornando a coltivare quel bambino interiore che c’è dentro gli adulti e prendendo spunto dai ragazzi, noi possiamo fruire di un cambiamento”. Non a caso ‘il Giardino delle idee’ – il counseling espressivo creativo di cui Liliana è presidente – si rivolge agli adulti: fare in modo che essi diventino consapevoli e responsabili di sé attraverso le arti per poi riversare questo cambiamento nel mondo ‘esterno’ che abbia poi un impatto sulla comunità di appartenenza. Ancora una volta il cerchio si chiude.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/ballarart-bambini-palermo-crescono-arte/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni