In un terreno confiscato alla mafia in Sicilia nasce una food forest

In provincia di Palermo si sta compiendo il primo percorso di progettazione strutturata di una food forest in Sicilia. Nascerà su un fondo confiscato grazie alla sinergia fra due cooperative locali che si occupano di agricoltura sociale e una realtà svizzera. Un progetto di rete che testimonia la forza della cooperazione e del lavoro di gruppo, dando nuova vita a un terreno che ospitava illegalità e malaffare e, al tempo stesso, promuovendo una buona pratica agronomica e alimentare. Ci troviamo a Partinico, in un appezzamento di cinque ettari confiscati alla mafia e affidati alla Cooperativa NoE. Qui, grazie alla collaborazione con la Cooperativa Agricola Valdibella e con molte altre realtà della zona, nascerà una food forest strutturata.

Non solo: sconfinando nel settore del consumo consapevole, il progetto prevede anche la collaborazione di Crowd Container, un’associazione svizzera che già da diversi anni collabora con la cooperativa Valdibella e che mette in rete acquirenti e produttori che praticano un’agricoltura etica e sostenibile.

Ma partiamo dal cuore del progetto: la food forest, ovvero “foresta commestibile”, è un sistema agroforestale ecosostenibile che permetterà la piantumazione di 1500 tra alberi, piante ed erbe aromatiche. L’obiettivo è dare vita a un agrosistema capace di garantire un elevato grado di autosufficienza alimentare, che diversifica le colture e protegge la biodiversità.

Per finanziare la creazione della food forest è stata promossa una campagna di crowfounding sul canale svizzero wemakeit dove in poco tempo sono stati raccolti i 60mila euro necessari all’avvio. Per quanto riguarda le coltivazioni si prevede la piantumazione di piante tropicali (avocado, annona e passiflora), le varietà antiche di fruttiferi e frassini da manna, noci, agrumi, moringa, ortive e piante aromatiche come rosmarino, salvia, origano, timo. Sono anche previste lunghe linee di siepi con la duplice funzione di frangivento e protezione dagli incendi, così come un giardino mediterraneo con specie tipiche quali querce, corbezzoli, rosa canina, mirto, ginestra e biancospino al fine di aumentare la biodiversità, produrre frutti da destinare alla trasformazione e fornire risorse alimentari alle api. I prodotti della food forest siciliana verranno successivamente commercializzati attraverso la vendita diretta sia nel mercato siciliano, attraverso gruppi d’acquisto solidali, sia in Svizzera, grazie all’associazione Crowd Container. La foresta commestibile avrà quindi inevitabilmente una ricaduta economica e occupazionale sul territorio, rafforzata da obiettivi di carattere sociale e inclusivo, poiché a farne parte saranno in particolare quei soggetti fragili a cui le due cooperative si sono sempre rivolti, ragazzi affidati dal tribunale o persone con disabilità fisiche o psichiche.

Carla Monteleone, agronoma della cooperativa, ci racconta infatti che la cooperativa NoE è un progetto etico che lega il cibo all’inserimento lavorativo di persone con diverse fragilità e che, ormai da anni, svolge un’intensa attività culturale e di promozione della legalità collaborando con diverse associazioni presenti nel territorio con le quali condividono principi e valori. Il progetto è molto ambizioso: si tratta di una food forest in Sicilia che prevede un’ampia progettazione alle spalle. L’obiettivo, come dice anche il nome, è quello di riprodurre l’equilibrio dinamico di una “foresta commestibile”, seguendo i principi della agroecologia e integrando altre pratiche come la permacultura. Un pensiero di Ninni Conti, della cooperativa Noe, sintetizza il cuore di molti dei progetti che abbiamo incontrato nell’isola: «Soltanto avendo il coraggio di sbagliare si può cambiare». I lavori per la realizzazione della food forest nel frattempo proseguono senza sosta: in queste settimane è stato piantumato l’agrumeto e si è conclusa la costruzione del biolago. Il sogno sta sorgendo e chissà che non possa essere il primo di tanti nuovi progetti che ridisegneranno il volto della Sicilia Che Cambia.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/05/terreno-mafia-food-forest-sicilia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Proxima: una sartoria sociale dove ricucire tessuti e vite

Persone che hanno alle spalle un vissuto difficile e doloroso, vittime di tratta e sfruttamento, si ritrovano in questo laboratorio nel cuore della Sicilia per dare nuovo senso alla propria esistenza. Grazie a Proxima si incontrano, imparano un mestiere, vengono aiutate e formate dando corpo a un futuro che sembrava irrimediabilmente compromesso. Persone ad alta vulnerabilità che hanno un vissuto di grave sfruttamento, con il dovuto sostegno maturano competenze personali importanti per il proprio percorso di autonomia, rafforzando anche l’integrazione e la collaborazione all’interno di un gruppo. Sono loro le protagoniste delle attività di Proxima, una cooperativa sociale che in Sicilia lavora ogni giorno per aiutare gli ultimi, dando loro una seconda possibilità attraverso la valorizzazione del “saper fare”, del lavoro manuale, capace di unire, far sognare e ridare speranza. La Cooperativa sociale Proxima nasce alla fine degli anni ’90 in provincia di Ragusa, gestendo un servizio per minori rivolto ai figli dei profughi Kosovari. Dal 2003 realizza progetti rivolti a vittime di tratta, offrendo un’opportunità di fuga, cambiamento, relazione, crescita personale e dando loro la possibilità di frequentare luoghi sicuri e adeguati. Due sono i progetti principali sui quali la cooperativa fonda la propria attività: una sartoria e un orto, entrambi sociali. Già, perché la socialità e la condivisione di esperienze sono una risorsa fondamentale per ricominciare a sperare. Letizia Blandino, referente del progetto, comincia a raccontarci la storia del laboratorio sartoriale.

Quali sono le attività in cui sono coinvolte le persone che seguite?

La sartoria è un luogo di formazione, produzione, apprendimento e scambio continuo di esperienze. Attraverso il riciclo tessile, con la supervisione di una sarta specializzata, i ragazzi trasformano questo hobby creativo in una competenza sempre più professionalizzante, costruendosi così un’opportunità di lavoro e riscatto personale. La tecnica maggiormente usata in laboratorio è quella del patchwork, grazie al quale si ottengono creazioni artigianali uniche che spaziano da accessori per la persona ad oggettistica per la casa, con un occhio sempre attento all’etica ed all’ecologia. Dando vita nuova a questi tessuti, con la realizzazione di oggetti unici, questi ragazzi tessono i fili per un nuovo percorso di rinascita, dove le ferite passate si trasformano in autodeterminazione.

Come nasce l’idea di un laboratorio di Sartoria Sociale all’interno della cooperativa Proxima?

L’idea di avviare un laboratorio di Sartoria Sociale è nata per assecondare un particolare interesse dimostrato nei confronti dell’attività sartoriale da parte dei beneficiari dei progetti della Cooperativa Sociale Proxima, vittime di tratta e grave sfruttamento, con il fine di offrire un opportunità di riscatto sociale, integrazione ed autonomia.

In che modo, attraverso il cucito e all’interno di un gruppo, i ragazzi accrescono la propria autonomia e proseguono lungo il loro percorso?

Il laboratorio si configura simbolicamente come mezzo per “RI-CUCIRE le ferite”. Infatti, durante l’attività, i partecipati hanno la possibilità di confrontarsi, condividere idee ed esperienze e crescere insieme attraverso un costante apprendimento e formazione sulle tecniche sartoriali utilizzate per creare manufatti artigianali che poi vengono immessi nel mercato mediante e-commerce e punto vendita.

Ci sono stati ragazzi o ragazze che, pur uscendo dai progetti della cooperativa, hanno portato avanti lavori e passioni che si avvicinano alla vostra mission?

C’è stato qualche caso di ragazzi che una volta usciti dai nostri programmi di protezione hanno deciso di acquistare in autonomia una macchina da cucire e portare avanti la propria passione creando dei prodotti tessili in proprio. Ad ogni modo, l’attività di sartoria, oltre a offrire una formazione relativa al settore sartoriale, è organizzata mediante un regolamento specifico pensato anche per fornire ai beneficiari dei nostri progetti delle linee guida da seguire nella vita di tutti i giorni ed in particolar modo in ambiente lavorativo. Pertanto, credo che i ragazzi che fuori escono dai nostri progetti hanno comunque la possibilità di mettere in pratica i nostri insegnamenti e così soddisfare a pieno la nostra mission.

Quali progetti avete in mente per il futuro?

Per il futuro, speriamo di poter ampliare la nostra attività continuando a soddisfare sempre al meglio le richieste che ci arrivano, riuscire a cambiare location creando un punto vendita in sinergia con il laboratorio e magari specializzarci anche nel settore delle riparazioni sartoriali e degli indumenti e accessori personalizzati.

Puoi raccontarci qualcosa anche dell’orto sociale?

Questo progetto nasce nel 2017 ed è una tra le più recenti attività di Proxima. È un luogo dove terre, energie, tradizioni e innovazioni si fondono dando vita a un progetto ambizioso, che si pone l’obiettivo di riqualificare un terreno in totale stato d’abbandono, dove la cittadinanza ragusana può acquistare e assaporare prodotti carichi di passione che rispettano ogni ciclo stagionale. Frutta e verdura vengono selezionate con la massima cura e le eccedenze di produzione non vengono sprecate ma trasformate in golosissime conserve.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/proxima-sartoria-sociale-ricucire-tessuti-vite/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Cucunci: arte, autosufficienza e permacultura nel cuore della Sicilia

Come tanti grandi progetti di cambiamento, anche quello che vi portiamo a visitare oggi è nato come risposta a una domanda interiore, un anelito che dall’animo di un singolo si è diffuso mischiandosi al caldo vento siciliano. Nel siracusano si trova Cucunci Rural Hub, in cui arte, musica, autoproduzione, autonomia energetica, permacultura e buone pratiche condividono lo stesso tetto. Immersa tra le campagne di Noto, ci aspetta un’imperdibile tappa della Sicilia in cambiamento. È una piccola comunità rurale dove si coltivano buone pratiche ispirate alla permacultura, all’autosufficienza energetica e alimentare, all’ecologia profonda, alla comunicazione nonviolenta. È anche un luogo dove dare spazio all’arte, alla cultura e alla creatività, a stretto contatto con la natura. Si chiama Cucunci Rural Hub e i ciceroni che ci accolgono in questo luogo magico sono Stefania Corallo e Gesualdo Busacca. Stefania è la fondatrice del progetto, esperta in permacultura, artista e autrice di gioielli prodotti con materiale naturale. Da quindici anni vive a Cucunci in una bellissima yurta. «Cucunci è un sogno almeno in parte realizzato – ci racconta – che è nato dall’esigenza di staccarmi da una società che non mi rappresentava, in cui non trovavo spazio per potermi esprimere nella mia interezza». Due grandi domande esistenziali, tanto antiche quanto attuali, hanno albergato nella mente di Stefania per anni, fino a spingerla a creare questo spazio: “Cosa ci faccio qui?”. “Ci sarà un’alternativa a questo sistema?”.

Il percorso lungo cui la fondatrice di Cucunci sta cercando le risposte è più che mai variegato. Il suo punto di partenza è stato la macrobiotica, una filosofia dell’alimentazione che per lei ha assunto un valore politico, una presa di responsabilità e coscienza nei confronti di sé stessa e del mondo. «Successivamente si è palesata l’esigenza di creare un luogo come punto di incontro, un esempio pratico di vita sostenibile dove potersi riconoscere. Il sogno rimane quello di creare una comunità più allargata, ma intanto il luogo da cui partire c’è”, conclude Stefania. Cucunci si estende su un terreno adagiato tra le colline di Noto, vicino a Siracusa; un paesaggio suggestivo formato da antichi terrazzamenti realizzati per ospitare coltivazioni di mandorli, ulivi e carrubbi. Il suo nome – difficile da scordare, che rimane impresso – deriva dal frutto del cappero, pianta che cresce rigogliosa tra i muretti a secco del terreno, regalando nei periodi estivi fioriture di incontenibile bellezza. Cucunci Rural Hub è un luogo di condivisione, ma prima ancora è la casa di Stefania, che con passione e sacrifici ha creato ciò che è ora: un contenitore di bellezza e idee fantasiose per la rigenerazione della Terra, della Persona e delle Relazioni. È anche un laboratorio a cielo aperto dove si coltivano buone pratiche, si promuovono corsi dedicati all’agricoltura naturale – potatura, innesto, realizzazione di colori e tinture naturali, raccolta di erbe selvatiche… – e si svolgono seminari culturali e concerti. Proprio il giorno seguente alla nostra partenza ci sarebbe stata una cena con piatti tipici della cucina turca seguita da un concerto.

Gesualdo, invece, è lì da poco: dopo un dottorato in archeologia a Stanford, ha deciso di tornare nella sua isola d’origine poco distante dalla sua città natale, Caltagirone. Per lui Cucunci «rappresenta un percorso di transizione, un cammino verso un modo più armonioso di stare al mondo». Un modo di vivere naturale che Cucunci può offrire «tramite alcuni strumenti tra cui l’autosufficienza energetica e alimentare, la cura della terra e delle relazioni umane. Ma è anche una palestra per sperimentare questo stile di vita».

Una delle caratteristiche più innovative del progetto è quella di unire a uno stile di vita ecologico l’attenzione verso l’arte e la cultura: «La transizione ecologica non è solo un dovere, ma anche un piacere che va unito alla musica, alle arti, alla cultura», sottolinea Gesualdo. «Questa per me rappresenta la libertà, una forma di fare politica quotidiana anche attraverso l’arte, un mezzo molto importante e forte che unisce, utile a connetterci con le nostre parti più nascoste e intime», aggiunge Stefania.

Cosa c’è nel futuro di Cucunci? Fra i vari progetti, ce n’è uno volto a incrementare gli eventi legati al vivere sostenibile, ma è prevista anche la costruzione di una cucina in bioedilizia e la diffusione sempre maggiore delle buone pratiche sperimentate a Cucunci.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/cucunci-arte-autosufficienza-e-permacultura-nel-cuore-della-sicilia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Valdibella: il “chilometro etico” per combattere l’agricoltura industriale

Per proporre un’alternativa sostenibile ed etica al modello di produzione e consumo dell’agribusiness bisogna creare reti nazionali di piccoli agricoltori consapevoli che costituiscano un’opportunità praticabile per chi non vuole rifornirsi presso la Grande Distribuzione. È questa la direzione su cui sta lavorando Valdibella, cooperativa agricola pioniera del biologico in Sicilia, che ha coniato il concetto di “chilometro etico”. Negli anni ’90 la Sicilia era ancora un territorio vergine per chi parlava di biologico, di agricoltura sostenibile, di filiera corta. Vergine e fertile. Tant’è che il percorso avviato da Massimiliano Solano – giovane laureato che aveva dato vita a una piccola rete produttiva invitando amici e colleghi agricoltori a convertirsi al bio – ebbe subito un riscontro positivo. Erano quelli i primi vagiti di ciò che nel 1998 si sarebbe trasformato in Valdibella, una cooperativa agricola che ancora oggi è un punto di riferimento per chi – produttore o acquirente finale – è alla ricerca di alternative al circuito della grande distribuzione, dei supermercati e di un mercato “drogato” da politiche agricole studiate su misura per le multinazionali dell’agro-industria.

Per proporre un’alternativa sostenibile ed etica al modello di produzione e consumo dell’agribusiness bisogna creare reti nazionali di piccoli agricoltori consapevoli che costituiscano un’opportunità praticabile per chi non vuole rifornirsi presso la Grande Distribuzione. È questa la direzione su cui sta lavorando Valdibella, cooperativa agricola pioniera del biologico in Sicilia, che ha coniato il concetto di “chilometro etico”. Negli anni ’90 la Sicilia era ancora un territorio vergine per chi parlava di biologico, di agricoltura sostenibile, di filiera corta. Vergine e fertile. Tant’è che il percorso avviato da Massimiliano Solano – giovane laureato che aveva dato vita a una piccola rete produttiva invitando amici e colleghi agricoltori a convertirsi al bio – ebbe subito un riscontro positivo. Erano quelli i primi vagiti di ciò che nel 1998 si sarebbe trasformato in Valdibella, una cooperativa agricola che ancora oggi è un punto di riferimento per chi – produttore o acquirente finale – è alla ricerca di alternative al circuito della grande distribuzione, dei supermercati e di un mercato “drogato” da politiche agricole studiate su misura per le multinazionali dell’agro-industria.

La scintilla che ha generato l’esplosione fu accesa dall’istituto salesiano di Camporeale, che gestiva una comunità di minori in affido. «Il direttore di allora – ricorda Massimiliano – ci propose di partecipare chiedendoci di aiutarli nella gestione dei ragazzi, attuando un metodo educativo diverso da quello tradizionale, con l’obiettivo di creare una sinergia con una realtà produttiva che da un lato accompagnasse gli ospiti della comunità in un percorso riabilitativo attraverso il lavoro nei campi e dall’altro portasse un beneficio a favore del territorio».

Nacque così Valdibella, realtà agricola biologica fra le prime in Sicilia e con una spiccata vocazione per il sociale. Vocazione che mantiene ancora oggi, tastando di continuo il polso del territorio e di chi lo vive, creando occasioni di lavoro per disoccupati e persone in difficoltà «senza alcun tipo di programmazione particolare: ci guardiamo intorno, vediamo di cosa c’è bisogno e ci attiviamo», specifica Massimiliano. Con il passare del tempo, le attività e le intuizioni iniziali si sono affinate e sviluppate anche attraverso numerosi contatti e Valdibella ha modulato una sua idea, portando avanti il concetto di un’agricoltura libera dai condizionamenti come politiche agricole, filiere della grande distribuzione, attività bancaria e così via.« Quello che cerchiamo di fare è svincolarci da questi sistemi favorendo delle filiere tutte nostre. L’agricoltura è un’attività che utilizza parte delle risorse dell’ambiente per produrre cibo e interessa due soggetti, chi mangia i prodotti e chi li coltiva. Noi vogliamo creare filiere in cui esistano solo questi due soggetti».

La scintilla che ha generato l’esplosione fu accesa dall’istituto salesiano di Camporeale, che gestiva una comunità di minori in affido. «Il direttore di allora – ricorda Massimiliano – ci propose di partecipare chiedendoci di aiutarli nella gestione dei ragazzi, attuando un metodo educativo diverso da quello tradizionale, con l’obiettivo di creare una sinergia con una realtà produttiva che da un lato accompagnasse gli ospiti della comunità in un percorso riabilitativo attraverso il lavoro nei campi e dall’altro portasse un beneficio a favore del territorio».

Nacque così Valdibella, realtà agricola biologica fra le prime in Sicilia e con una spiccata vocazione per il sociale. Vocazione che mantiene ancora oggi, tastando di continuo il polso del territorio e di chi lo vive, creando occasioni di lavoro per disoccupati e persone in difficoltà «senza alcun tipo di programmazione particolare: ci guardiamo intorno, vediamo di cosa c’è bisogno e ci attiviamo», specifica Massimiliano. Con il passare del tempo, le attività e le intuizioni iniziali si sono affinate e sviluppate anche attraverso numerosi contatti e Valdibella ha modulato una sua idea, portando avanti il concetto di un’agricoltura libera dai condizionamenti come politiche agricole, filiere della grande distribuzione, attività bancaria e così via.« Quello che cerchiamo di fare è svincolarci da questi sistemi favorendo delle filiere tutte nostre. L’agricoltura è un’attività che utilizza parte delle risorse dell’ambiente per produrre cibo e interessa due soggetti, chi mangia i prodotti e chi li coltiva. Noi vogliamo creare filiere in cui esistano solo questi due soggetti».

Il punto di riferimento rimane il rapporto diretto fra produttore e acquirente finale, che deve essere anche lui protagonista del processo, se necessario acquistando al di fuori del prezzo di mercato, che non può più essere stabilito da entità astratte ed estranee al processo produttivo, ma deve essere deciso da chi sta ogni giorno nel campo e conosce il reale valore di ciò che produce. Per raggiungere questo obiettivo sono due gli aspetti centrali: «Il rapporto diretto e l’autonomia rispetto a logiche esterne – fra cui la PAC –, sono questi i due filoni su cui lavoriamo».

Ed ecco che si arriva a un concetto chiave che Massimiliano definisce “chilometro etico”, giocando un po’ con il più noto slogan “chilometro zero”. Ci facciamo spiegare perché: «Stiamo sviluppando una rete con alcune realtà in giro per l’Italia. Con ciascuna di esse avviamo una collaborazione che “unisce” i rispettivi territori e i loro prodotti. Ad esempio, in Piemonte abbiamo creato una sinergia con Agricoltori Consapevoli, una cooperativa locale con cui abbiamo condiviso i panieri di prodotti in modo che i loro clienti possano acquistare anche ciò che produciamo noi e viceversa. Lo stesso stiamo facendo anche in altri territori, come l’Emilia, dove collaboriamo con Retebio. Siamo molto attivi anche nel mondo dei gruppi d’acquisto solidali, di cui non siamo solo fornitori, ma ai quali offriamo supporto anche con consigli e indicazioni organizzative».

L’obiettivo di questa rete di sinergie è istituire un’alternativa concreta e praticabile alla Grande Distribuzione: «Molte realtà offrono prodotti a chilometro zero – spiega Massimiliano –, ma per forza di cose non possono garantire una gamma di prodotti molto ampia e quindi l’acquirente finale è indotto ad andare al supermercato. Noi vogliamo creare delle reti con altre realtà per unire le forze e ridurre al minimo la necessità di ricorrere alla GDO». Naturalmente tutti i nodi di questa rete sono costituiti da piccoli produttori di prossimità etici e consapevoli.

In questa direzione va anche il progetto di Timilìa, un grano antico recuperato con grande passione e abnegazione da Valdibella con l’intento di creare una filiera interamente interna che copra tutto il percorso dal campo alla tavola. «La nuova legge sulle sementi ha sbloccato una situazione davvero difficile; oggi abbiamo la possibilità di inaugurare una filiera che sottragga dalle logiche commerciali. Valdibella è “agricoltore custode” riconosciuto dal ministero, produce il seme e lo conserva in purezza. Da Timilìa nascono poi prodotti lavorati come farine, grissini, pasta, couscous e tanto altro».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/valdibella-chilometro-etico-combattere-agricoltura-industriale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Thar do Ling: permacultura e consapevolezza come scelta di vita

Qualche anno fa una coppia di siciliani ha sentito l’esigenza di rimodulare la propria vita per renderla più consapevole, più sostenibile, più lenta. Da questo bisogno è nato il centro Thar do Ling, ispirato ai principi della permacultura con uno sguardo rivolto alla spiritualità tibetana. Il centro è stata una delle tappe del nostro tour nella Sicilia Che Cambia. Partiamo da Tusa e ci dirigiamo verso Montelepre attraversando le Madonie orientali, evitando le autostrade e imbattendoci in un percorso un po’ tortuoso, ma godendoci il paesaggio e scoprendo piccoli paesini fin a quel momento sconosciuti. Siamo in provincia di Palermo, precisamente a Sagana, nel comune di Montelepre, in una splendida valle nel bacino del fiume Nocella. Dopo un piacevole viaggio giungiamo a Thar do Ling, una nuova tappa del viaggio nella Sicilia Che Cambia. Ad accoglierci suoi fondatori, Simona Trecarichi e Danilo Colomela. Appena arrivati, mentre i figli di Simona e Danilo sono attratti dai miei cani che scorrazzano in cerca di palle con cui giocare, ci concediamo un tè per conoscerci meglio a telecamere spente. Simona e Danilo ci raccontano la loro storia e le scelte di vita che hanno portato alla nascita del centro Thar do Ling, dedicato allo sviluppo della consapevolezza.

Qualche anno fa una coppia di siciliani ha sentito l’esigenza di rimodulare la propria vita per renderla più consapevole, più sostenibile, più lenta. Da questo bisogno è nato il centro Thar do Ling, ispirato ai principi della permacultura con uno sguardo rivolto alla spiritualità tibetana. Il centro è stata una delle tappe del nostro tour nella Sicilia Che Cambia. Partiamo da Tusa e ci dirigiamo verso Montelepre attraversando le Madonie orientali, evitando le autostrade e imbattendoci in un percorso un po’ tortuoso, ma godendoci il paesaggio e scoprendo piccoli paesini fin a quel momento sconosciuti. Siamo in provincia di Palermo, precisamente a Sagana, nel comune di Montelepre, in una splendida valle nel bacino del fiume Nocella. Dopo un piacevole viaggio giungiamo a Thar do Ling, una nuova tappa del viaggio nella Sicilia Che Cambia. Ad accoglierci suoi fondatori, Simona Trecarichi e Danilo Colomela. Appena arrivati, mentre i figli di Simona e Danilo sono attratti dai miei cani che scorrazzano in cerca di palle con cui giocare, ci concediamo un tè per conoscerci meglio a telecamere spente. Simona e Danilo ci raccontano la loro storia e le scelte di vita che hanno portato alla nascita del centro Thar do Ling, dedicato allo sviluppo della consapevolezza.

L’idea comincia a maturare nel 2005, originata dal desiderio di creare un luogo in cui poter vivere a contatto con la natura e praticare un modello di vita ecocompatibile, basato su uno stile di vita semplice e lontano dai consumi eccessivi. «La prima attività è stata quella di recuperare attraverso la bioedilizia un immobile che stava andando in malora», racconta Simona. In un primo momento i due fondatori hanno mantenuto il loro lavoro a Palermo, ma col tempo, anche attraverso la conoscenza della permacultura, hanno deciso di creare un’associazione di promozione sociale e divulgare quanto appreso.

«Da un posto da mantenere è diventato un posto che ci mantiene», prosegue Simona. Durante tutto l’anno, infatti, vengono proposti corsi, seminari, workshop, cantieri didattici, campi per ragazzi e famiglie, attività educative per le scuole, ritiri di meditazione e pratica spirituale. Le caratteristiche principali dello stile di vita di Simona e Danilo sono parte integrante della loro offerta formativa, in particolare l’alimentazione vegetariana e, quando possibile, locale e biologica, l’attenzione alla riduzione dei rifiuti – i prodotti usa e getta non sono utilizzati –, l’uso di detersivi ecologici acquistati alla spina, la compostiera per gli avanzi della cucina, l’uso di un sistema di riscaldamento a biomassa per evitare sprechi e preservare la salubrità dell’ambiente e tanto altro. Durante la visita al Centro Thar do Ling sono rimasto particolarmente affascinato dalle arnie, alcune delle quali vengono costruite da Danilo che, oltre a produrre del miele buonissimo – penso il migliore che abbia mai provato –, organizza sia al Centro che presso altre strutture corsi di apicoltura naturale.

L’idea comincia a maturare nel 2005, originata dal desiderio di creare un luogo in cui poter vivere a contatto con la natura e praticare un modello di vita ecocompatibile, basato su uno stile di vita semplice e lontano dai consumi eccessivi. «La prima attività è stata quella di recuperare attraverso la bioedilizia un immobile che stava andando in malora», racconta Simona. In un primo momento i due fondatori hanno mantenuto il loro lavoro a Palermo, ma col tempo, anche attraverso la conoscenza della permacultura, hanno deciso di creare un’associazione di promozione sociale e divulgare quanto appreso.

«Da un posto da mantenere è diventato un posto che ci mantiene», prosegue Simona. Durante tutto l’anno, infatti, vengono proposti corsi, seminari, workshop, cantieri didattici, campi per ragazzi e famiglie, attività educative per le scuole, ritiri di meditazione e pratica spirituale. Le caratteristiche principali dello stile di vita di Simona e Danilo sono parte integrante della loro offerta formativa, in particolare l’alimentazione vegetariana e, quando possibile, locale e biologica, l’attenzione alla riduzione dei rifiuti – i prodotti usa e getta non sono utilizzati –, l’uso di detersivi ecologici acquistati alla spina, la compostiera per gli avanzi della cucina, l’uso di un sistema di riscaldamento a biomassa per evitare sprechi e preservare la salubrità dell’ambiente e tanto altro. Durante la visita al Centro Thar do Ling sono rimasto particolarmente affascinato dalle arnie, alcune delle quali vengono costruite da Danilo che, oltre a produrre del miele buonissimo – penso il migliore che abbia mai provato –, organizza sia al Centro che presso altre strutture corsi di apicoltura naturale.

Tra i progetti futuri, Danilo ci racconta la volontà di creare dei tour esperienziali per i quali sta predisponendo un piano di interpretazione ambientale – una branca dell’educazione ambientale – che permetterà ai visitatori attraverso la traduzione di un codice, quello della natura, di approfondire i valori del luogo e il contesto circostante. Un’altra possibilità che offre il centro Thar do Ling è quella del woofing per chi voglia fare esperienza di vita rurale e immergersi nelle varie attività proposte in un clima conviviale. Infine, un’ultima curiosità legata al nome. Thar dö Ling in tibetano significa “Terra di chi aspira alla grande pace”; Centro per lo sviluppo della consapevolezza invece è una dicitura che legata a una riflessione: «Pensiamo che tutti i problemi del nostro Pianeta – concludono Simona e Danilo – possano essere risolti solo se abbiamo la consapevolezza che il primo passo da fare deve essere il nostro. Per saper muovere i passi bisogna allenarsi. Il Centro Thar dö Ling vuole essere la palestra!».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/thar-do-ling-permacultura-consapevolezza-scelta-di-vita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Rifiuti Zero Sicilia: i rifiuti non esistono!

Rifiuti Zero Sicilia è un’associazione nata nel 2010 che si pone lo scopo di diffondere la strategia “Zero Waste” di Paul Connett, caposaldo dell’economia circolare. Come lo fa? Diffondendo esempi concreti che progetta e sviluppa, mettendo al centro la replicabilità degli stessi e l’interconnessione tra i vari attori. Come il progetto delle compostiere di comunità nell’Istituto “Orso Mario Corbino” di Augusta. Vi raccontiamo la loro storia, grazie soprattutto alla voce di un esempio di cambiamento: quella di Manuela Leone. Come scrivevo in un articolo “a caldo” dopo la nostra ultima trasferta, arrivo alla stazione di Catania pieno di bagagli come non mai, ma sempre con la “fiamma” e l’emozione viva che caratterizza i momenti in cui andiamo a scoprire nuove storie da raccontarvi. Ad aspettarmi, in una Sicilia ancora dal clima estivo, c’è Manuela Leone, Presidente dell’Associazione Rifiuti Zero Sicilia, una realtà che si propone di diffondere i principi della strategia internazionale “Zero Waste” (in italiano “Rifiuti Zero”, per l’appunto). Questa strategia è stata ideata e diffusa inizialmente dal professore emerito di chimica ambientale e tossicologia alla St. Lawrence University di Chicago Paul Connett, per poi diffondersi in tutto il mondo – e, spiega Manuela nel video, specialmente in Italia – grazie a molteplici iniziative di sostegno. Il concetto chiave di questa strategia sta nella radicale trasformazione della prospettiva da cui inquadriamo la materia “rifiuto”: «Nella maggior parte dei casi, infatti, quelli che noi consideriamo tali non sono rifiuti bensì “materia post-consumo” – puntualizza Manuela –, che come tale può divenire nuovamente una risorsa». Sono le basi della cosiddetta Economia Circolare, oggi divenuto un vero e proprio piano di azione sviluppato dalla Commissione Europea.

Per il suo compimento, la Strategia Rifiuti Zero ha bisogno di dieci passi, tutti accomunati da un obiettivo: diffondere la consapevolezza tra i cittadini e le comunità su queste tematiche e sulle azioni concrete fattibili. È una missione che Rifiuti Zero Sicilia porta avanti fin dalla sua nascita, nel 2010, con due pilastri cardine alla base: la replicabilità dei progetti e la costruzione di una rete di persone che collaborano.

Rifiuti Zero Sicilia e la scuola: le compostiere di comunità dell’Istituto Corvino di Augusta

L’obiettivo di Manuela, segnalataci dalla nostra preziosa Selena Meli che ci accompagna, è chiaro: farci vedere nella pratica uno degli esempi replicabili sviluppato da Rifiuti Zero Sicilia. Nell’ottica di costruire una rete di relazioni, il progetto è stato sviluppato insieme all’Istituto “Orso Mario Corbino” di Augusta nell’ambito di un progetto chiamato “Fareconmeno”, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e portato avanti dal Comune di Augusta con l’aiuto di altre associazioni (tra cui Rifiuti Zero Sicilia). Di cosa si tratta? «Abbiamo installato, all’interno di tre differenti plessi dell’Istituto scolastico, delle compostiere di comunità», ci racconta Manuela già durante il viaggio da Catania verso Augusta. «La particolarità di queste compostiere è che non sono divenute solamente oggetto del programma di Educazione Ambientale scolastico per far accrescere la consapevolezza dei bambini e dei ragazzi sul tema del riciclo e del riuso. Il punto centrale è l’allargamento alla comunità». Ci torniamo tra poco.

Arriviamo in uno dei plessi scolastici dell’Istituto e devo ammettere il mio stupore: alcuni bambini si avvicinano a noi e ci raccontano, con grande entusiasmo, di come hanno imparato a utilizzare la compostiera, della consapevolezza sviluppata sul tema del riciclo e del riuso e di come, a casa, sono ormai loro i trascinatori nella diffusione delle buone pratiche. Insieme a noi c’è anche Diego Sinnonio, referente di Rifiuti Zero di Augusta, che sorride divertito e ci conferma: «È vero, spesso ne sapevano molto più loro che i genitori! Per me è stato emozionante, e lo è tuttora, vederli così entusiasti e partecipi».

Dopo aver visitato le compostiere, come potete vedere nel video, incontriamo la Dirigente scolastica del II Istituto Corbino di Augusta: «Abbiamo aderito con convinzione a questo progetto, non solo per gli ovvi motivi educativi che trascinano la nostra azione» ci spiega. «Un valore altrettanto importante per noi era offrire un servizio alla comunità e a chi non poteva permettersi una compostiera domestica, vivendo in condomini o in appartamenti non idonei a ospitarla. Si è dunque creato un legame naturale con le persone che ruotano intorno alla scuola e non si tratta solamente dei genitori dei ragazzi: anche altre famiglie conferiscono il loro umido nelle nostre compostiere».

«Tramite queste attività, noi cerchiamo di incentivare la cittadinanza attiva tra gli studenti – aggiunge l’Insegnante Mariella Catalano – e con questo non solo intendiamo trasmettere ai ragazzi la sensibilità sui temi legati all’ambiente, ma vogliamo far sentire sulla loro pelle quanto sia, anche praticamente, importante considerare il Territorio circostante come parte di un ecosistema che ci riguarda da vicino».

Le altre attività di Zero Rifiuti Sicilia: ma prima un colpo di fortuna!

Usciamo dalla scuola e vediamo Manuela Leone in lacrime. Di gioia. La guardo, sinceramente un po’ stupito, ma poco dopo riesce a trovare le parole per spiegarci: proprio in quel momento una sentenza del TAR del Lazio premia la mobilitazione del movimento Rifiuti Zero Sicilia, bloccando la realizzazione di due inceneritori di rifiuti urbani inizialmente previsti dal decreto Sblocca Italia. Sono ufficialmente il portafortuna di Rifiuti Zero, vengo soprannominato “Beddu” e invitato caldamente a tornare spesso nell’Isola.

«Noi ci occupiamo moltissimo di formazione – mi spiega Manuela dopo che le ho chiesto quali fossero le altre attività di Rifiuti Zero –, realizziamo corsi di compostaggio domestico in alcuni comuni della Sicilia, incentivando anche le stesse amministrazioni a divenire autonome nella gestione del compostaggio, come nel comune di Milo, in particolare nel piccolo borgo di Fornazzo. Promuoviamo iniziative in occasione di eventi come la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, ma anche azioni specifiche come quella di “Cuore Generoso”, un progetto che prevede la partecipazione di più enti, tra cui quella del Mercato Alimentare Siciliano, che incentiva il recupero dello scarto alimentare nei mercati agricoli. Grazie anche al sostegno del Banco Alimentare, nel periodo del Covid abbiamo recuperato circa 40 tonnellate di cibo composto da frutta e verdura, che altrimenti sarebbe diventato rifiuto».

Non possiamo non concludere questo pezzo con alcune battute su Manuela: vulcanica come la sua terra, appassionata, pro-attiva. Tutte le caratteristiche fatte Donna di quello che cerchiamo di raccontarvi su Italia che Cambia: «Mi sono avvicinata alla Strategia Rifiuti Zero in un fase di profondo cambiamento della mia vita – conclude – che è corrisposta con il mio ritorno in Sicilia, sette anni fa. Devo tantissimo a Rossano Ercolini e Danilo Pulvirenti, che mi hanno aiutato tantissimo e fornito stimoli che hanno profondamente trasformato il mio approccio su questi temi. Mi sono fatta promotrice, nel corso degli anni, di alcune attività tra cui quella del Ricorso contro la costruzione di un impianto di pirolisi ad Aci Sant’Antonio, e ho anche promosso un progetto chiamato “Pc Second Life, seconda vita ai computer”, nel quale grazie alla donazione di alcuni enti abbiamo rigenerato alcuni pc, donandoli a delle scuole che non avevano a disposizione delle aule informatiche. Dal 2018 ho l’onore di essere Presidente di questo splendido gruppo. il mio impegno continua, con grandi sforzi compensati dalla passione e dall’amore per queste tematiche». A presto, Bedda! Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/rifiuti-zero-sicilia-rifiuti-non-esistono-io-faccio-cosi-318/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Resa pubblica la mappa dei siti per il deposito di rifiuti radioattivi. Immediata la reazione dei territori

Sono 67 le aree candidate a ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: é stata pubblicata la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (Cnapi), il documento elaborato dalla Sogin. Immediata la reazione dei territori.

Sono 67 le aree candidate a ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. E’ stata pubblicata la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (Cnapi), il documento elaborato dalla Società gestione impianti nucleari (Sogin) che individua le zone dove localizzare in Italia il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e il Parco Tecnologico.

Sono cinque le macrozone individuate: Piemonte con 8 aree tra le province di Torino e Alessandria; Toscana-Lazio con 24 aree tra Siena, Grosseto e Viterbo; Basilicata-Puglia con 17 aree tra Potenza, Matera, Bari, Taranto; poi le Isole, con la Sardegna (14 aree) in provincia di Oristano e nel Sud Sardegna ; e la Sicilia, 4 aree nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta.

QUI la mappa consultabile

Nei giorni scorsi era arrivato il nulla osta alla pubblicazione da parte dei ministeri Sviluppo economico e ambiente e ora si apre una fase di consultazione pubblica, in cui le Regioni, gli enti locali e tutti i soggetti portatori di interesse qualificati possono formulare osservazioni e proposte tecniche.

Il Deposito Nazionale è un’infrastruttura ambientale di superficie dove mettere i rifiuti radioattivi provenienti dalle centrali (di cui si completerà il decommissioning) e dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca.

Le reazioni contrarie e le alzate di scudi di territori e istituzioni non si sono fatte attendere.

“Apprendiamo a ‘cose fatte’ e a distanza di anni, dell’inclusione di alcuni comuni pugliesi e lucani tra i siti in cui stoccare residui radioattivi. E’ ferma e netta la contrarieta’ della Regione Puglia a questa opzione. I nostri sforzi verso un modello di sviluppo improntato sulla tutela dell’ambiente e della salute sono noti a livello internazionale. Non si puo’ imporre, ancora una volta, scelte che rimandano al passato piu’ buio, quello dell’assenza della partecipazione, dell’umiliazione delle comunita’, dell’oblio della storia e delle opportunita’”. A dichiararlo e’ il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano.

“La Carta nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee alla localizzazione del Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi include anche 22 siti nella provincia di Viterbo (..); il territorio del Lazio presenta gia’ un quadro fortemente impattante legato all’inquinamento nucleare di origine industriale e medica. Questa regione ospita le due ex centrali nucleari di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, e di Borgo Sabotino, in provincia di Latina, oltre al Centro Ricerche dell’Enea Casaccia, nel Comune di Roma, dove si svolgono anche attivita’ di studio e ricerca sulla medicina nucleare”. È quanto dichiara in una nota Massimiliano Valeriani, assessore al Ciclo dei Rifiuti della Regione Lazio, che aggiunge: «Il Lazio non può sostenere un ulteriore aggravio delle condizioni ambientali legate al sito unico dei rifiuti radioattivi».

“In tanti mi stanno contattando in queste ore per avere rassicurazioni e chiarimenti sulla scelta fatta anni fa a livello nazionale per individuare siti idonei per il deposito di rifiuti radioattivi. Ritengo che la Sicilia abbia gia’ dato tanto dal punto di vista ambientale e che individuare strutture del genere nell’Isola non sia per niente opportuno per tante motivazioni che faremo valere”. Cosi’ l’assessore all’Energia della Regione Siciliana, Alberto Pierobon, in un post Facebook.

Levata di scudi unanime in Sardegna contro l’ipotesi di un deposito di scorie nucleari nell’Isola. Alla dura presa di posizione del presidente della Regione, Christian Solinas, si uniscono i Sindaci rappresentati dall’Anci, che bocciano il piano della Sogin nel merito e nel metodo e chiedono “una mobilitazione generale di tutta la Sardegna per un’azione congiunta del Consiglio Regionale, della Giunta, dei parlamentari sardi, dei comuni della Sardegna, delle organizzazioni sindacali e datoriali, delle associazioni e dei comitati civici, della cittadinanza attiva”.

In Piemonte sono coinvolte aree nelle province di Torino ed Alessandria e il vice sindaco della citta’ metropolitana di Torino Marco Marocco ha convocato un incontro con i sindaci dei comuni interessati per esaminare la situazione. L’iniziativa e’ stata presa anche dai vertici della Provincia di Alessandria.

“Sono disposto a fare la guerra pur di non vedere nessun sito sul mio territorio”. E’ la presa di posizione di Luca Grisanti, sindaco di Campagnatico, una delle due realta’ della Toscana comprese nell’elenco delle aree italiane individuate come quelle che potranno potenzialmente ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi italiani. Grisanti, primo cittadino del paese della provincia di Grosseto di 2400 abitanti che si estende dal tratto terminale della Valle dell’Ombrone, fin quasi alla sua apertura meridionale verso la pianura della Maremma grossetana, si dice “allibito solo al pensiero”. “E per questo chiedero’ il coinvolgimento di tutti i ‘comitati del no’ esistenti al mondo e poi vediamo. La bellezza e la natura che ci circonda da millenni sarebbero uccise in un solo colpo”, ha aggiunto. Greenpeace in un comunicato sostiene di “non condividere la strategia scelta dall’Italia, basata sull’unica ipotesi di dotarsi di un solo Deposito Nazionale” delle scorie nucleari. Secondo Greenpeace “sarebbe stato più logico verificare più scenari e varianti di realizzazione del Programma, utilizzando i siti esistenti o parte di essi, e applicare a queste opzioni una procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), in modo da evidenziare i pro e i contro delle diverse soluzioni”.

Fonte: ilcambiamento.it

I Am the Virus / We Are not the Virus: un esperimento in Sicilia durante la pandemia

In Sicilia l’arte sperimenta nuove forme durante la pandemia. I am the virus/We are not the virus è il nome del progetto artistico residenziale e collaborativo lanciato a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, da Periferica, organizzazione che si occupa da anni di rigenerazione urbana nella periferia della città. Periferica è un’organizzazione che da anni si occupa di rigenerazione urbana nella periferia di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. È un gruppo di ragazzi e ragazze che hanno deciso di investire nel territorio di Mazara per ripensare il tessuto urbano a partire dalle sue periferie, sfruttando il patrimonio immobiliare in stato di abbandono e al tempo stesso valorizzando le cave di tufo con cui è stata costruita gran parte della città di Mazara. Dal 2013 hanno avviato un processo di indagine, progettazione e costruzione partecipata con l’obiettivo di contribuire al miglioramento del territorio, in particolare delle periferie. Puntano a ridefinire il ruolo dell’architettura e della pianificazione urbana attraverso una prospettiva multidisciplinare ed inclusiva che prevede la collaborazione con università, associazioni, imprese e cittadini. La loro base è un’area dismessa di 3000 mq, composta da una cava di tufo di 2500 mq più un ex asilo degli anni ’80.

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Grazie al passaggio di tanti artisti Periferica nel corso di questi anni ha preso forma. E tanti sono i progetti già realizzati, in particolare un festival annuale di rigenerazione urbana. Il festival, ogni estate, coinvolge studenti, accademici e artisti europei che tra rigenerazione, arte e creatività condividono le loro competenze con altri esperti e abitanti. Per 10 giorni vengono ospitati workshop, laboratori, seminari ed eventi. “La comunità globale e locale si mescolano, dando vita a un micro-villaggio temporaneo vicino l’area di progetto”.

Nell’ultimo periodo, grazie ad alcuni bandi e concorsi, stavano lavorando per garantire forme di produzione e promozione culturale tutto l’anno attraverso un parco culturale contemporaneo, Casa Periferica. Anche loro, però, hanno dovuto confrontarsi con l’emergenza COVID-19 e decidere di reinventarsi. Da qui è nata la nuova iniziativa: I’m the virus/ We are not the virus. Un curatore in quarantena in un parco culturale co-creato diventa un avatar dell’artista. I am the virus / We are not the virus è un progetto di residenza remota (artist-in-through-residence) sviluppato da Carlo Roccafiorita durante la sua quarantena in Periferica, il parco culturale contemporaneo di cui è fondatore e direttore.

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Carlo Roccafiorita

Carlo vivrà in questo luogo fino alla fine della pandemia. Come un virus, vivrà in un mondo in miniatura, dividendolo in due parti: una distruttiva e una produttiva.

  • La parte distruttiva (I am the virus) ospiterà “first day-last day”. “Cosa faremo con tutto questo vuoto?” è il nome della performance in cui ogni giorno, per 10 minuti a partire dalle 12, Carlo scaverà sempre nello stesso punto fino al giorno in cui non verrà dichiarata la fine della pandemia;
  • La parte produttiva (Noi non siamo il virus) è uno spazio totalmente vuoto. I creativi di tutto il mondo sono invitati a partecipare con un’opera d’arte, che verrà prodotta attraverso di lui. Opera senza tema specifico, realizzabile in massimo 3 giorni solo attraverso la mano di un avatar temporaneo. Mentre ogni forma d’arte è accettata, le opere d’arte devono essere fattibili con risorse limitate.

Per anni, Periferica ha ospitato numerosi artisti e creativi per condurre un processo di rigenerazione urbana collaborativo, inclusivo e aperto. Ma come cambia il ruolo di luoghi pensati fin dall’inizio per la comunità? Come le forme di co-produzione? Lo scopo di questo esperimento è cercare di misurarne i limiti, usando gli strumenti disponibili in questa situazione di pandemia.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/04/i-am-the-virus-we-are-not-the-virus-esperimento-sicilia-durante-pandemia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Addiopizzo Travel: in viaggio nella Sicilia che resiste alla mafia.

Viaggiare in Sicilia può educare alla bellezza, emozionare e costruire una narrazione diversa di questa terra, oltre i luoghi comuni e alla scoperta di storie e paesaggi inaspettati. Turismo etico e responsabile significa tutto questo per gli ideatori di Addiopizzo Travel, cooperativa sociale e tour operator che organizza sia viaggi militanti sulle tematiche inerenti la lotta alla mafia sia vacanze rilassanti scegliendo però alberghi e ristoranti “pizzo free”. Tutto prende le mosse da una delle più rivoluzionarie risposte alla criminalità organizzata: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.

Di Addiopizzo abbiamo parlato molte volte su queste pagine. Fin dal mio viaggio nel 2012, trovo che sia uno degli esempi più paradigmatici del cambiamento in atto nel nostro Paese perché riassume diversi aspetti alla base di un futuro possibile: responsabilità individuale, comunità che si attivano, capacità di trasformare l’immaginario di un territorio (la Sicilia in questo caso), pensiero laterale, allegria, passione, dedizione. E potrei continuare.

Uno dei fondatori di Addiopizzo, Dario Riccobono, è oggi Presidente di Addiopizzo Travel. Lo incontro nuovamente a settembre in quel di Lecce, in occasione del raduno degli Ashoka Fellow. Dopo un pomeriggio passato a progettare un futuro comune lo intervisto mentre dietro di lui, impietoso, il sole tramonta e la spiaggia su cui ci troviamo si tinge di nero.
Addiopizzo Travel nasce 10 anni e si inserisce nel filone del cosiddetto turismo responsabile. All’attenzione etica ed ecologica, però, aggiunge un criterio fondamentale: vuole favorire chi non si arrende alle mafie e decide di combatterle. Ovviamente ha origine all’interno Addiopizzo che – per usare le parole di Dario – “è stata la nostra medicina, ci ha permesso di curare le nostre ferite e sentirci in pace con noi stessi”.

Lo strumento del consumo critico viene quindi qui messo al servizio di chi non paga il pizzo.

«AddioPizzo travel ci spiega Dario – vuole coinvolgere i non siciliani nella lotta di liberazione che stiamo portando avanti, permettendo a chi viene nella nostra isola di avere la garanzia di andare negli alberghi, nei ristoranti, nelle pizzerie che non pagano il pizzo. In questo modo, si premia la scelta della denuncia, la si rende vincente economicamente e si contribuisce alla costruzione di una diversa narrazione sulla Sicilia».

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Il lavoro sull’immaginario, come anticipato, è fondamentale: sembra banale affermare che la Sicilia non sia solo mafia eppure per molti è ancora così. Per questo, Addiopizzo Travel lavora con i più giovani in un percorso di educazione civica e popone percorsi di educazione alla bellezza. «La Sicilia per noi è mare, cucina, paesaggio, storia della nostra terra, ma è anche fatta di persone con una storia di resistenza alla mafia da raccontare, per un viaggio che sia incontro ed emozione».

Nei giorni trascorsi a Lecce, Dario si è spesso distinto per una presenza particolarmente giocosa, quasi provocatoria. Strano associare il “cazzeggio” con la lotta alla mafia. Eppure, questo è uno degli ingredienti vincenti della loro esperienza. Addiopizzo, infatti, ha convinto una generazione di ragazzi che impegnarsi non è per forza un’attività noiosa, lo si può fare divertendosi, godendo della vita.

«Io faccio il lavoro più bello del mondo – afferma Dario con entusiasmo – mostro la bellezza della mia terra a gente che viene da fuori e lo faccio essendo utile a una causa. Ditemi voi se esiste qualcosa di più bello!».
Oggi Addiopizzo Travel organizza due tipi di viaggi. Il primo, diretto soprattutto ai giovani, è un viaggio di sensibilizzazione e racconto sulle tematiche inerenti la lotta alla mafia. Il secondo è diretto a chiunque voglia organizzare un viaggio o una vacanza.

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Lo spirito è semplice: «Non c’è solo il viaggio militante, si può fare anche la vacanza rilassante al mare, scegliendo però di andare a mangiare da chi non sostiene la mafia e non paga il pizzo, o alloggiare in una casa che non appartiene a un mafioso. Possiamo rispondere a tanti mercati. Organizziamo tour in bicicletta, facendo conoscere paesaggi che un turista non si aspetta di vedere in Sicilia. Vai a Corleone e hai una idea, e invece scopri dei paesaggi inaspettati, ricchi di colori. Il turismo pizzo free è una modalità di conoscere una terra che può essere declinata in molteplici maniere».
Purtroppo molti operatori turistici, invece, affrontano questa terra in due modi, uno più deleterio dell’altro. Il primo finge di ignorare la presenza mafiosa, ma non incide così in alcun modo sugli stereotipi del viaggiatore. Il secondo finge di “giocare” con il fenomeno, con i mafia tour.

«Si tratta – racconta Dario – di giocare su un fenomeno che ha causato la morte di tantissime persone, il dolore di tantissimi familiari. C’è gente che si veste da mafioso come se il mafioso avesse la divisa e spara in aria con la lupara durante l’ultima cena, ci sono tour operator stranieri che fanno questo. Facendo i tornanti vengono assaliti da finti briganti e cose così. Ancora oggi c’è un tour operator di Boston che fa incontrare i turisti con il figlio di Provenzano e in questo modo l’idea della mafia in Sicilia è filtrata dai racconti del figlio del boss mafioso. Tutte cose che danneggiano l’immagine della Sicilia.

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La terza via è la nostra: ti raccontiamo la mafia, le storie di di chi non c’è più, e che merita la nostra memoria, ma anche di chi c’è ancora e combatte la mafia».

Ovviamente lo scopo di Addiopizzo Travel è continuare il percorso avviato da Addiopizzo, mostrando che chi denuncia la mafia, non solo non paga più il pizzo e viene premiato da molti concittadini, ma diventa addirittura possibile tappa di un percorso turistico.

«Il turismo è decisivo in questo perché è misurabile: tutto il nostro fatturato va distribuito in quelle aziende e puoi calcolarlo con esattezza».

Mentre gli ultimi sprazzi di luce ci lasciano chiedo a Dario che rapporto abbia con un altro Ashoka fellow, Vincenzo Linarello, fondatore in Calabria di GOEL: «È un mio mito personale! – risponde accorato – Prima che Addiopizzo travel maturasse, io e il mio socio Edoardo abbiamo incontrato Vincenzo. Ci entusiasmava la sua capacità di creare lavoro in una terra dove la ‘ndragheta è fortissima. La sua esperienza è stata per noi di grande stimolo».
Mi saluta con parole forti, che mi risuonano nella testa: «Addiopizzo ha dimostrato che è possibile apportare un cambiamento, lo ha insegnato a me per primo. Possiamo davvero cambiare le cose, essendo contagiosi con il nostro entusiasmo, cercando di fare rete».

Buon viaggio.Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/addiopizzo-travel-viaggio-sicilia-resiste-mafia-io-faccio-cosi-268/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Dalla terra al ristorante: una filiera del gusto alle porte di Palermo

Dalla passione di un giovane siciliano e della sua famiglia per la propria terra è nato il progetto Villa Costanza, ristorante e realtà imprenditoriale che nella natura alle porte di Palermo promuove un’alimentazione sostenibile, valorizza le eccellenze locali e con il suo orto crea un filo diretto fra terra e cucina. Qualità e stagionalità delle materie prime, valorizzazione del territorio e promozione della filiera corta. Sono questi gli ingredienti principali che hanno reso vincente, negli anni, il progetto Villa Costanza: un ristorante pizzeria che si trova ai piedi della riserva di Monte Pellegrino, a Palermo.  

«È stato un processo lungo e lento, ma soddisfacente», afferma il co-fondatore, insieme alla sorella Costanza, Marco Durastanti. In circa sette anni, infatti, con impegno e dedizione hanno selezionato, uno ad uno, i micro produttori del territorio, esclusivamente siciliano, puntando su numerosi presidi Slow Food.

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Marco e Costanza Durastanti

Una scelta ambiziosa e sapiente che è la sintesi perfetta dei valori in cui credono: qualità dei prodotti e lavoro di squadra. Nella loro cucina, guidata dallo Chef Antonio Terzo, si trovano solo le eccellenze del territorio, dai formaggi ai salumi, dal Piacentino ennese allo zafferano o al pepe nero alla razza bovina Cinisara o al suino nero dei Nebrodi, dal miele di Ape nera Sicula alle mandorle di baucina bio.  Tutti prodotti buoni e sani che rappresentano la Sicilia. Anche per le pizze hanno adottato la stessa filosofia: lievito madre lievitato per 48h e grani antichi siciliani, come la farina di grano duro Biancolilla Bio di San Cataldo. Non si sono, però, “limitati” a selezionare con cura le materie prime, ma hanno coinvolto l’intero staff nel processo di selezione: organizzano, infatti, visite ai produttori locali attraverso le quali acquisiscono consapevolezza rispetto agli alimenti da portare in tavola e generano quel senso di appartenenza fondamentale in ogni azienda. Negli ultimi anni hanno inoltre, scelto di vendemmiare personalmente il vino di Villa Costanza con visite presso le aziende agricole, cantine, pascoli e vigne. Hanno creato poi tre tipi di birra diversa per valorizzare i piccoli produttori e raccontarli agli ospiti.

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Durastanti continua sottolineando come questo modus operandi abbia generato entusiasmo e relazioni di fiducia, senza le quali adesso non potrebbe fare a meno. “La follia” come la definisce lui, continua, perché in sinergia con la cooperativa Coltiviamo Tradizioni hanno creato un orto da cui attingere i prodotti per la ristorazione. Un filo diretto tra terra e cucina che, in armonia con i tempi della natura e delle sue stagioni, gli permette di avere prodotti sempre freschi e genuini. Una scelta che non predilige certo l’economicità, ma la qualità. E la qualità ripaga. Villa Costanza, inoltre, propone ai clienti che lo desiderano la possibilità di coltivarsi il proprio orto, tramite gli orti urbani della cooperativa e/o di usufruire del servizio di consegna settimanale delle verdure a domicilio. Le prelibatezze di Villa Costanza si possono trovare anche all’interno del nuovo Bastione di Cefalù. Un centro culturale polifunzionale che ospita Bastione&Costanza, un caffè letterario con cucina e pizza slow. Villa Costanza promuove un’alimentazione sostenibile, valorizza le eccellenze locali e tutela la biodiversità. È l’espressione di un sogno riuscito, di una scelta imprenditoriale etica e della passione di un giovane e della sua famiglia per il territorio siciliano.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/terra-ristorante-filiera-gusto-palermo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni