Biometano: in Italia il limite è tutto legislativo

Il biometano viene definito da molti “il carburante del futuro”: come suggerisce il suo stesso nome, il biometano è il metano di origine biologica prodotto dalla fermentazione batterica in anaerobiosi (assenza di ossigeno) dei residui organici provenienti da residui vegetali o animali. biometanoday_001

Senza additivi chimici il biometano garantisce una maggiore autosufficienza energetica e la possibilità di essere utilizzato nei veicoli a gas naturali già in commercio. La scelta di utilizzare il biometano come carburante è, oggi, sempre più una scelta di tipo ambientalista: nell’ottica di emissioni di CO2 in atmosfera infatti un’auto spinta da biometano può essere quasi paragonabile ad una vettura elettrica, con appena il 3% di emissioni se rapportato al 100% di un benzina e al 69% del metano classico: come ricordano i nostri colleghi di Blogo Motori infatti, se al momento è il metano il carburante fossile meno inquinante sul mercato – esso riduce del 23% le emissioni di CO2 rispetto ai motori a benzina – ma il biometano potrebbe rappresentare una nuova e più efficace svolta in termini di emissioni di inquinanti. Proprio oggi questo carburante è protagonista di una convention organizzata a Bologna da Legambiente, al centro del quale ci sarà il quadro normativo sul biometano e i suoi sottoprodotti, il funzionamento degli impianti di produzione di biogas e biometano e un’occasione per fare il punto con stakeholders e addetti ai lavori sullo stato dell’arte e il ruolo delle bioenergie nel nuovo sistema energetico italiano e nell’ambito della bioeconomia europea:

“La produzione di biometano è un anello fondamentale per il corretto trattamento dei rifiuti biodegradabili nell’ambito del nuovo scenario dell’economia circolare europea. A tal proposito, è fondamentale costruire impianti di digestione anaerobica, in particolare nel centro sud Italia che ne è ancora sprovvisto. Questi impianti sono, purtroppo, ancora poco noti e molto osteggiati ed è fondamentale attivare adeguate campagne d’informazione. Anche il settore agricolo può dare il suo contributo, tenendo conto però dell’efficienza dell’uso del suolo, dando priorità agli scarti agricoli e alle biomasse di integrazione rispetto alle colture dedicate, e senza entrare in conflitto con la produzione di cibo. Migliorando la propria competitività sul mercato, il biometano può contribuire a ridurre significativamente le emissioni del settore agricolo che in Italia rappresentano oltre il 7% delle emissioni complessive di gas climalteranti. […] La possibilità di sfruttare le infrastrutture esistenti per la distribuzione del biometano, come la rete gas che attraversa il nostro Paese è un aspetto particolarmente interessante di questo biocombustibile in quanto dà la possibilità di utilizzarlo facilmente e subito nella copertura dei fabbisogni domestici. È necessario, però, completare definitivamente il quadro normativo che ancora oggi vieta l’immissione del biometano in rete, pratica utilizzata invece da molti anni in diversi paesi europei. Anche l’autotrazione ne beneficerebbe, perché il biometano potrebbe essere utilizzato nei camion per trasporto merci di lunga percorrenza, in sostituzione del gasolio, ben più inquinante”

ha dichiarato in un comunicato stampa il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani. I nostri colleghi di Blogo Motori sono stati in visita al Polo Ecologico di Pinerolo, in Piemonte, dove hanno potuto osservare il processo di generazione del biometano dalla materia organica: il processo inizia con il recupero dei rifiuti organici, come l’umido raccolto dalle abitazioni e da ristoranti, mense e mercati. Tramite il setaccio – un macchinario industriale composto da una serie di rulli – la materia viene selezionata per separare il contenuto organico dalla plastica. Successivamente avviene la trasformazione in liquido e il materiale viene pompato in serbatoi da 180 metri cubi, per portarlo infine nei digestori, dove subisce un processo di decomposizione che avviene ad opera dei batteri. Il biogas viene depositato in un gasometro da 3300 m3.

A questo punto, il biogas viene utilizzato per produrre energia elettrica o termica, oppure viene trasformato in biometano grazie ad un lavaggio ad acqua, che elimina CO2, e una serie di filtraggi per separare gli altri gas dal metano. Il quale è distribuito come “bio” se puro al 99%.  Come sottolinea Legambiente il problema legato al biometano, in Italia, non è tanto relativo alla produzione quanto più agli impianti di distribuzione: oggi gli impianti a biometano nel nostro Paese sono soltanto 7, di cui 6 a scopo dimostrativo, eppure il potenziale producibile all’anno 2030 potrebbe raggiungere gli 8,5 miliardi di metri cubi. Ad oggi in Italia il biometano è utilizzabile solo da chi lo produce e questo rappresenta un limite legislativo enorme per lo sviluppo di questo carburante.

Fonte: ecoblog.it

A Milano arriva il bike sharing elettrico: BikeMi inaugura il Charging Center

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Doveva arrivare in tempo per ExPo2015 ma non è stato possibile: il progetto, per fortuna, non si è comunque fermato e oggi BikeMi, definito da molti “uno dei sistemi di bike sharing più innovativi a livello mondiale”, si arricchisce con una nuova proposta, il bike sharing elettrico. Da oggi infatti il Comune di Milano affianca alle bici muscolari, che oramai tutti sanno riconoscere in città, quelle a pedalata assistita all’interno di un progetto più ampio che consente di ricaricare le batterie delle e-bike ad emissioni zero: per questo motivo è stato inaugurato il Charging Center BikeMi al centro di Milano, dove gli accumulatori dei cicli elettrici saranno ricaricati a colpi di energia “verde”, prodotta dai pannelli fotovoltaici installati sui tetti del nuovo centro. ATM, l’azienda trasporti locale milanese, ha investito in questo progetto 165.000 euro, acquistando pannelli fotovoltaici in silicio cristallino e installandoli sui 420mq del tetto dello stabile: ciascun pannello garantisce una potenza massima unitaria stimata in 260 Watt, ne sono stati acquistati 90 e sono stati divisi per alimentare tre diversi generatori in grado di erogare da 75 kWp (kilowatt per picco), energia che viene immessa nella rete nazionale, utilizzata come fosse una specie di cloud energetico, e ripresa nel momento della ricarica delle batterie.

Come sottolinea InSella però l’unico neo dell’intero progetto, cui ATM afferma di voler mettere mano, è la necessità per l’azienda di prelevare le e-bike (o le batterie) e portarle al centro con un furgone per il rifornimento per poi riporle nuovamente negli stalli per i prelievi. Come ricordano i colleghi di 02blog in origine il progetto prevedeva 1.000 biciclette elettriche e 70 nuove stazioni di ricarica: di queste, 44 sarebbero dovute essere installate entro maggio 2015 lungo il tragitto che collega il centro di Milano con il sito dell’Esposizione Universale, e successivamente sarebbero state ricollocate in diversi punti della città, anche fuori dalla cerchia dei Bastioni. Il progetto è quindi in continuo divenire, per andare incontro alle esigenze dei sempre più appassionati biker milanesi: nel 2016 BikeMi ha raggiunto il record di abbonamenti annuali con oltre 55.000 (+24% rispetto al 2015) utenti, nonché quello dei “noli” con 4.079.999 prelievi. Numeri che hanno consentito ai milanesi di spostarsi pedalando per quasi 8,2 milioni di km evitando l’immissione nell’aria di oltre 1,6 milioni di kg di CO2 e di cospicue quantità di inquinanti. Ma, vista l’aria di questi giorni, è evidente che c’è ancora molto da fare, sopratutto a livello culturale.

4 Guarda la Galleria “BikeMi inaugura il Charging Center Milano”

Fonte: ecoblog.it

Decreto Ronchi vent’anni dopo, come cambia il pianeta rifiuti

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Nell’anniversario della riforma dei rifiuti una pubblicazione a più voci traccia un importante bilancio, mentre un’indagine Ipsos dice che il 93% degli italiani considera la raccolta differenziata un’utile necessità. Per le 6.000 imprese della green economy dei rifiuti un fatturato di 50 mld di euro. Sono passati 20 anni da quando il D.Lgs 22/97, il cosiddetto “Decreto Ronchi” sui rifiuti, ha cambiato radicalmente i modelli di gestione dei rifiuti e ha attuato una riforma organica e sistemica recependo e coordinando, tre direttive europee sui rifiuti, sui rifiuti pericolosi e sugli imballaggi. Il bilancio di questi primi 20 anni è particolarmente positivo: nel 1997 veniva smaltito in discarica l’80% dei rifiuti urbani (21,3 Mton) con una raccolta differenziata che era al di sotto del 9%; nel 2015, nonostante i rifiuti urbani prodotti siano aumentati di quasi 3 Mton, quelli smaltiti in discarica sono scesi al 26% (7,8 Mton), la raccolta differenziata è arrivata al 47,6% e il riciclo/recupero di materia dei rifiuti speciali è aumentato da 13 Mton a 83,4 Mton. (Dati Ispra)

Gli stessi italiani, come dimostra un’indagine IPSOS promossa da CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi) dal titolo “1997-2017 | 20 anni dal Decreto Ronchi: gli italiani e la raccolta differenziata”, hanno cominciato ad avere un approccio più responsabile sul tema, con il 91% che fa abitualmente la raccolta differenziata, il 93% che la considera una utile necessità e il 91% che la mette al primo posto tra i comportamenti anti-spreco e tra le buone abitudini ambientali.

Per ricordare questo anniversario e fare un bilancio a 20 anni da quella riforma, la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ha realizzato una pubblicazione “La riforma dei rifiuti a 20 anni dal D.Lgs 22/97 e alla vigilia del nuove Direttive rifiuti-circular economy”.

“Con quella riforma – ricorda Edo Ronchi – scegliemmo di anticipare, non senza difficoltà, gli indirizzi europei sulla gerarchia nella gestione dei rifiuti, assegnando una netta priorità al riciclo rispetto al largamente prevalente smaltimento in discarica e anche rispetto alle proposte che assegnavano priorità all’incenerimento di massa, Quella riforma ha consentito di far decollare l’industria verde del riciclo dei rifiuti. Quel sistema potrebbe consentire di raggiungere anche i nuovi e più impegnativi target europei di riciclo a condizione che venga applicata in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale recuperando i ritardi che ancora persistono in alcune grandi città (come Roma e Napoli) e in 5 regioni del Sud: Basilicata (31% RD), Puglia (30%), Molise e Calabria (25%), Sicilia (13%). Il recupero di questi ritardi sarà essenziale per raggiungere i nuovi obiettivi europei: il 60% di riciclo dei rifiuti urbani per il 2025 e 65% entro il 2030. Molto importante sarà anche aggiornare i decreti sul recupero dei rifiuti speciali per avere una più estesa ed efficiente diffusione del riciclo con il regime di end of waste”.

Le parole chiave della riforma

I buoni risultati sulla raccolta differenziata, testimoniati dai numeri, si devono a un impianto normativo lungimirante. Il Decreto istituì, infatti, il sistema CONAI-Consorzi di filiera degli imballaggi che negli anni ha assicurato il ritiro e l’avvio al riciclo di tutte le frazioni raccolte di carta, vetro, plastica, legno, alluminio e acciaio versando un corrispettivo ai Comuni per i maggiori oneri sostenuti per la raccolta differenziata e assegnando priorità alle frazioni delle RD dei comuni, strategiche per la sostenibilità della gestione dei rifiuti urbani. Il decreto ha anche introdotto il CAC (contributo ambientale CONAI), una prima forma di EPR (responsabilità estesa del produttore) che in questi anni è stato pagato da oltre 1 milione di imprese con una elusione quasi nulla. Anche il sistema italiano di gestione dei rifiuti d’imballaggio ha raggiunto buoni risultati; l’avvio al recupero degli imballaggi è salito dal 33% del 1997 al 78,5% dell’immesso al consumo nel 2015 ed è già stato superato l’obiettivo del 65% (siamo al 67%) di avvio al riciclo dei rifiuti da imballaggio che la nuova Direttiva indica per il 2025. Queste importanti quantità di rifiuti avviati al riciclo hanno fatto crescere un settore industriale della green economy che vede i rifiuti come risorsa e che conta oltre 6.000 imprese (in aumento del 10% rispetto al 2008) con circa 155 mila addetti e un fatturato di circa 50 miliardi di euro. Considerando anche le imprese che gestiscono rifiuti come loro attività secondaria o che utilizzano il recupero di rifiuti nel proprio ciclo produttivo, contiamo altre 3.150 realtà produttive e ulteriori 183 mila addetti. Il numero complessivo di aziende coinvolte in questo settore sale a oltre 9 mila per complessivi 328 mila addetti.

La raccolta differenziata piace agli italiani

A guardare i risultati della ricerca Ipsos, la raccolta differenziata piace agli italiani che comprendono anche come essa sia essenziale per ridurre lo spreco di materiali. Il 91% dice infatti di farla abitualmente e ben il 93% la considera una utile necessità e il 32% è convinto che non rappresenti un problema, ma piuttosto una risorsa. Gli italiani poi in maggioranza (58%) si dicono più attenti al riciclo dei materiali, anche se un’alta percentuale (68%) non nasconde la fatica di gestire quantità crescenti di rifiuti. E sempre la raccolta differenziata è, per il 91% degli italiani, la pratica ambientale più diffusa tra quelle anti-spreco e tra le buone abitudini in tema di mobilità. Il “fastidio” nel fare la raccolta differenziata è determinato, per il 26% degli insoddisfatti, dal fatto che non si sa come differenziare alcuni materiali. Ma perché gli italiani scelgono di differenziare i rifiuti? Qui le percentuali tendono ad avvicinarsi: il 58% dice che si fa perché si è più attenti all’ ambiente, ma per il 42% si fa perché è obbligatorio. Le raccolte differenziate dei rifiuti “più gettonate” (91%) sono quelle di carta, vetro e plastica. La responsabilità per il problema rifiuti e per i cassonetti sommersi dalla spazzatura per oltre la metà degli italiani (53%) è suddivisa fra tutti, cittadini e istituzioni. Il sondaggio affronta anche il tema imballaggi e, su questo fronte, i consumatori ritengono che le imprese si stanno impegnando per migliorare gli imballaggi in sostenibilità (71%) e nella facilità di riciclo (73%). Infine, il 37% afferma di conoscere CONAI, cui viene attribuito anche un buon voto: 7.4 su 10.

Vent’anni di Decreto Ronchi: una pubblicazione con Edizione Ambiente

Per fare un bilancio a vent’anni dalla riforma, anche in vista del recepimento delle direttive europee sulla circular economy, la pubblicazione raccoglie interventi di alcuni dei maggiori esperti del settore (Andrea Bianchi, Paola Bologna, Roberto Cavallo, Stefano Ciafani, Edoardo Croci e Denis Grasso, Sonia D’Angiulli, Paola Ficco e Corrado Carrubba, Franco Gerardini, Paolo Giacomelli, Michele Grillo e Gustavo Olivieri, Rosanna Laraia, Stefano Leoni e Emmanuela Pettinao, Stefano Maglia e Paolo Pipere, Letizia Nepi, Elisabetta Perrotta, Gianni Squitieri). Mentre per tastare il polso degli italiani in materia è stata realizzata da Ipsos, per conto del Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), l’indagine “1997-2017 | 20 anni dal Decreto Ronchi: gli italiani e la raccolta differenziata.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Addio fonti fossili: le nazioni da promuovere

Svezia e Irlanda in primis, ma anche il Costarica, la Danimarca e in buona parte la Norvegia si stanno distinguendo nel panorama internazionale per le loro scelte controcorrente: disinvestire dalle fonti fossili e scegliere l’energia rinnovabile. Ciascuna con una propria tabella di marcia.

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E’ di appena una settimana fa l’approvazione in Irlanda di una legge che azzera completamente gli investimenti pubblici in fonti fossili. La votazione è senz’altro storica: 93 sì e 53 no in Parlamento per il Fossil Fuel Divestment Bill 2016, che propone di cancellare tutti gli investimenti del fondo sovrano irlandese, l’Ireland Strategic Investment Fund, da carbone, petrolio e gas. La legge è stata presentata dal deputato Thomas Pringle e fortemente voluta e sostenuta dal partito dei Verdi irlandesi guidato da Eamon Ryan. Ora manca solo il via libera da parte degli organismi di controllo sulle finanze statali.

L’Irlanda dunque si prepara a fare meglio della Norvegia che nel 2015 aveva deciso di abbandonare tutti gli investimenti nel carbone del suo fondo sovrano. Il fondo di Oslo è il più grande del mondo, vale complessivamente 900 miliardi di dollari e rappresenta uno dei 10 più importanti investitori nel settore. Quindici multinazionali impegnate nell’estrazione del carbone sono state aggiunte qualche mese fa ad altre 52 già sulla “lista nera” della Norges Bank, l’istituto centrale di Oslo che gestisce il fondo sovrano della Norvegia. Il divieto di investire colpisce tra gli altri cinque gruppi americani, tre giapponesi e due cinesi. Nella “lista nera” comparivano già colossi come China Coal Energy, Aes e Peabody Energy, il maggior produttore di carbone degli Stati Uniti. Era anche circolata la notizia che la Norvegia voleva bandire la vendita di auto “convenzionali” (cioè con motori a combustione interna) dal 2025, ma poi è emerso che non era così. Nessun divieto, ha chiarito il ministro norvegese dell’Ambiente, Vidar Helgesen, ma un’azione decisa per scoraggiare sempre di più l’acquisto di vetture a benzina e gasolio. Oggi la Norvegia è prima sulla scena internazionale in quanto a diffusione dei mezzi ecologici in proporzione al mercato complessivo, con il 20-30% delle immatricolazioni mensili riferite a veicoli totalmente elettrici o ibridi plug-in. Quasi un’auto nuova su quattro, insomma, fa il pieno “alla spina”, anziché alla pompa di benzina.

Anche la Svezia è passata alla fase operativa della decisione di abbandonare da qui al 2020 i carburanti fossili. Ecco cosa prevede il piano operativo del governo:

  1. 4,5 miliardi di corone subito, nei prossimi dodici mesi, per sviluppare le infrastrutture verdi, dai pannelli solari alle pale eoliche fino alla biomassa e alla produzione di energia dall’incenerimento dei rifiuti.
  2. Già oggi la raccolta e il reimpiego dei rifiuti funzionano così bene che Stoccolma deve importarne per far funzionare gli impianti che li inceneriscono producendo energia.
  3. Poi ogni anno 50 milioni di corone saranno spese per le tecnologie per immagazzinare l’elettricità in eccesso, e un miliardo di corone sarà destinato all’ammodernamento termico degli edifici abitativi o pubblici per ridurne il consumo energetico.
    4. Ogni anno Stoccolma – che già è tra i primi della classe mondiali negli aiuti ai paesi poveri – spenderà 500 milioni di corone per sostenere investimenti per l’infrastruttura e l’energia verdi nei Paesi in via di sviluppo.
    5. Nel campo dei trasporti terrestri, la rivoluzione è già attuata. Tutti i mezzi pubblici – dalla Tunnelbana (la fitta, splendida rete di metro di Stoccolma) ai treni ad alta velocità e normali, ai tram, tutti i veicoli elettrici su rotaie camminano solo con elettricità prodotta da energie rinnovabili. I taxi e i loro operatori sono sfavoriti (con più tasse e col divieto di percorsi lunghi tipo città-aeroporto) se non sono vetture a gas, ibride o elettriche. Vedi girare persino diversi taxi Tesla, nonostante l’alto prezzo dell’elettrica di lusso. Gli autobus camminano solo a bioetanolo o a propulsione ibrida. Analogo sistema per l’illuminazione pubblica.
  4. Sono in fase avanzata, in cooperazione con ditte d’alta tecnologia e ricerca d’eccellenza israeliane e della Silicon Valley, gli studi per produrre biocarburanti anche per i motori d’aviazione, quelli degli aerei civili (la Sas, l’airline cogestita con danesi e norvegesi, è un big mondiale specie nel lungo raggio), e quelli dei potentissimi caccia multiruolo Saab JAS-39 Gripen, spina dorsale dell’aviazione reale sempre in allarme rosso contro le quotidiane, pericolose provocazioni e violazioni di spazio aereo da parte dei bombardieri atomici di Putin. Il Gripen tra l’altro è uno dei grandi successi dell’export d’eccellenza svedese (il 50 per cento del pil viene dalle esportazioni industriali) ma come ogni arma made in Sweden è sottoposto a regole di export etico: va venduto solo a democrazie. Già oggi la Svezia produce due terzi dell’elettricità con fonti rinnovabili. La Danimarca è arrivata nell’estate 2016 a produrre con le pale eoliche il 140% del fabbisogno d’elettricità, esportando il resto in Germania, Svezia e Norvegia. Stoccolma dispone ancora di almeno otto centrali nucleari ma le vuole spegnere in fretta.

Eccellenza green anche in Danimarca, specialmente nella capitale Copenaghen, con il Piano Clima 2025 che potete approfondire qui.

Da non dimenticare, poi, il Costa Rica, che continua a tenere alta la bandiera delle green energy. Quello che era inizialmente l’incredibile record di un mese, è divenuto il primato di quasi un anno: per 250 giorni del 2016 il Paese ha fatto affidamento solo sulle fonti rinnovabili. Secondo i dati pubblicati dal Costa Rican Electricity Institute (ICE) l’energia pulita ha fornito circa 98,1 per cento dell’elettricità consumata durante lo scorso anno dai 4,9 milioni di abitanti. Un dato di poco sotto le performance del 2015, quanto le fonti rinnovabili avevano coperto addirittura il 98,9 per cento della domanda. Il merito è soprattutto delle intense piogge stagionali che hanno favorito la produzione idroelettrica, prima voce nel mix energetico nazionale. Le grandi dighe (benché abiano provocato e provochino impatti ambientali d’altro genere tutt’altro che trascurabili) contribuiscono oggi al 74% del mix, seguite da geotermia ed eolico, rispettivamente sopra il 12 e il 10%. Il resto lo fanno i piccoli impianti fotovoltaici e alimentai a biomasse, lasciando ai combustibili fossili un risicato 1,8%.

Fonte: ilcambiamento.it

Le fasce orarie per il risparmio energetico: le tariffe e gli orari migliori

Le tariffe dell’elettricità sono differenziate per favorire il risparmio energetico. Ecco quali sono gli orari in cui utilizzare elettrodomestici ad alto consumo come la lavatrice.fasceorarie

Dal 2007 le tariffe dell’energia elettrica sono state differenziate a seconda delle fasce orarie per favorire il risparmio energetico e spingere i consumatori a un utilizzo smart degli elettrodomestici maggiormente energivori. Questo avviene perché produrre energia nelle ore di picco è più costoso. Da dieci anni, quindi, l’Authority ha introdotto per i clienti in servizio di maggior tutela un meccanismo di prezzi biorari ovverosia differenziati in base alle ore della giornata ma anche dei giorni della settimana. Le tariffe disponibili sono tre e vanno scelte in base a quello che è l’utilizzo consueto che viene fatto dell’energia elettrica.

La tariffa monoraria è quella in cui il prezzo dell’energia è sempre uguale nel corso della giornata, indipendente dall’ora di utilizzo.

La tariffa multioraria prevede tre fasce orarie: la F1 (in cui il prezzo è più alto) fascia va dal lunedì al venerdì dalle 8:00 alle 19:00, la F2 (intermedia) va dal lunedì al venerdì, dalle 7:00 alle 8:00 e dalle 19:00 alle 23:00 e il sabato, dalle 7:00 alle 23:00, la terza fascia (economica) va dal lunedì al sabato, dalla mezzanotte alle 7:00 e dalle 23:00 alle 24:00, e tutte le ore di domenica e dei giorni festivi. Questa tariffa può essere scelta solo se sei un cliente del mercato libero e hai il contatore elettronico.

La tariffa bioraria è il sistema introdotto dall’Authority per i consumatori che vogliono mantenere il regime di maggior tutela e che dispongono del contatore elettronico. Due le fasce orarie: una con tariffe più alte dal lunedì al venerdì dalle 8:00 alle 19:00 (fascia F1) e una con tariffe più basse per i consumi che avvengono in tutti gli altri orari (fasce F2 e F3).

Una volta nota la propria fascia oraria a basso consumo energetico bisogna quindi concentrare in quegli orari l’utilizzo di lavatrici, lavastoviglie, aspirapolvere e ferri da stiro. La posizione in cui vengono installati i termosifoni e l’utilizzo di lampade led sono altrettanto importanti per il risparmio energetico, quindi occhio alla posizione!

Nuove fasce orarie per l’elettricità (2007)

Dal primo gennaio 2007

la fascia di punta (costi alti), andrà dalle ore 8.00 alle ore 19.00 dal lunedì al venerdì. Le ore intermedie saranno nei giorni feriali dalle ore 7.00 alle ore 8.00 e dalle 19.00 alle 23.00, il sabato dalle ore 7.00 alle ore 23.00. La fascia fuori punta (quella più economica), nei giorni dal lunedì al venerdì, andrà dalle 23.00 alle 7.00, mentre le domeniche e festivi sarà in vigore per tutte le ore della giornata.  Se non mi sbaglio (anche perchè ognuno si sceglie la tariffazione che maggiormente si adatta al suo stile di vita), adesso sono in vigore 4 fasce orarie:
Le ore di punta sono oggi quelle comprese tra le 8,30 e le 10,30 e tra le 16,30 e le 18,30 dei giorni dal lunedì al venerdì del periodo invernale.

Poi ci sono le “ore di alto carico“, che son quelle comprese tra le 6,30 e le 8,30, tra le 10,30 e le 16,30 e tra le 18,30 e le 21,30 dal lunedì al venerdì del periodo invernale e quelle comprese tra le 8,30 e le 12 dal lunediì al venerdì del periodo estivo, escluso il mese di agosto.

Seguono le “ore di medio carico” comprese tra le 6,30 e le 8,30 e tra le 12 e le 21,30 dal lunedì al venerdì del periodo estivo, escluso il mese di agosto. Per arrivare infine alle “ore vuote” corrispondenti alle notti tra 21,30 e le 6,30 dei giorni dal lunedì al venerdì, tutte le ore del sabato e della domenica e tutte le ore del mese di agosto.

Insomma, una buona semplificazione, riassumibile in “fate la lavatrice dopo le 19, o meglio ancora nel fine settimana”.

Fonte: ecoblog.it

Ecocidio, la denuncia delle mamme campane: “8 bimbi morti in poco tempo”

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Protesta nei pressi della prefettura di Napoli per richiamare l’attenzione sull’ecocidio infantile in corso. Ben 8 bambini morti di tumore da novembre ad oggi. Ma i vertici ospedalieri ne confermano solo 5, in linea con la media nazionale.

Sono persone che prima non si conoscevano tra loro, diverse tra loro e senza niente in comune. Se non di essere genitori di bambini uccisi dal cancro. E di vivere in una terra conosciuta come “quella dei Fuochi”. Una terra che invece di essere casa e rifugio si è rivelata killer silenzioso per molti. Un luogo dove per anni si è consumato un vero e proprio ecocidio, “l’uccisione” dell’ambiente naturale. Che ha significato la morte per tanti, adulti e bambini. Lunedì 6 Febbraio la decisione di risvegliare l’attenzione delle istituzioni, cadute nell’immobilismo sulla questione. Le mamme denunciano le bonifiche non fatte (ma i fondi ricevuti?), gli screening promessi e mai realizzati, o realizzati in misura non sufficiente. Tante, troppe promesse che non hanno trovato riscontro nella realtà. E intanto i figli di questa terra muoiono.

Otto bambini morti, ma l’ospedale ne conferma solo cinque

Gli Angeli guerrieri della terra dei fuochi sono un gruppo di genitori, per lo più mamme che, come si legge dalla pagina Facebook, hanno pubblicamente denunciato l’ecocidio che sta avvenendo ai danni dei loro figli. Perché “la prima causa del cancro infantile è l’inquinamento ambientale e dunque tutti noi siamo chiamati a fare prevenzione primaria e politiche a tutela dell’ambiente perché nessun bambino merita il cancro e noi dobbiamo evitare in ogni modo che ciò avvenga”.

Pubblicano i nomi di 14 piccoli, tra i 7 mesi e i 14 anni, di cui ben 8 deceduti tra novembre e gennaio. Ma i dati del comitato non coincidono con quelli forniti dai vertici ospedalieri. Domenico Ripaldi, il direttore di Oncoematologia dell’ospedale Santobono Pausillipon (struttura partenopea di riferimento per la pediatria), replica che i decessi sarebbero solo 5 (e non 8). Dato considerato perfettamente in linea con la media nazionale.

I don Chichotte contro l’ecocidio

La preoccupazione delle mamme è l’immobilismo avvertito da parte delle istituzioni. Dopo lo scalpore iniziale e le promesse dei politici davanti alle telecamere, la Terra dei Fuochi non fa più notizia. È una realtà a cui ormai ci si è abituati. I riflettori si sono spenti sull’ecocidio e l’attivismo sembra una battaglia contro i mulini al vento. Intanto, pochi giorni fa un pentito della camorra rivela che non è solo la Terra dei Fuochi a essere stata utilizzata per lo smaltimento illegale dei rifiuti. Ha indicato anche la zona vesuviana, all’interno del Parco Nazionale che, da oasi verde all’ombra del Vesuvio, è diventata una discarica a cielo aperto.

È necessaria la cooperazione tra istituzioni e cittadini

«Vivere qui non è normale. Noi qui non abbiamo avuto nessun intervento – spiega la mamma di Enrico, 8 anni, membro degli Angeli, delle mamme guerriere – Lottiamo. Noi non siamo medici. Non abbiamo soluzioni, ma le istituzioni non possono negare che qui si muore. Mio figlio si chiama ancora Enrico. Per me è vivo ancora. Aveva otto anni e oggi non lo vedo giocare in strada. Fa male pensare che le istituzioni, i politici, la gente si abituino tutti alla morte dei bimbi. Fa male».
Sulla questione dell’illegalità ambientale, riportiamo la testimonianza di Don Maurizio Patriciello, sacerdote da sempre attivo nella lotta contro l’ecocidio, che su Facebook scrive: «Napoli ha bisogno di uomini e donne che facciano il proprio dovere con magnanimità, coraggio, severità. Ha bisogno di complicità buona tra la politica locale, regionale e nazionale dove i responsabili sappiano ascoltarsi e rispettarsi e non litigare come sta avvenendo tra il governatore e i commissari della sanità inviati dal governo. I cittadini hanno il diritto di essere tutelati».

Fonte: ambientebio.it

Il Parlamento Ue approva il CETA: a rischio salute, ambiente e democrazia

Un grave rischio per la democrazia, l’ambiente e la salute dei cittadini a tutto vantaggio degli interessi delle multinazionali. È altamente preoccupante lo scenario che si prospetta in seguito al via libera al CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada appena approvato dal Parlamento Ue. Con 408 voti a favore e 254 contrari, il Parlamento Europeo ha deciso di ratificare il CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada. Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) dovrà essere ora ratificato dal parlamento di ciascuno stato membro, ma nelle sue parti fondamentali entrerà in vigore già da aprile. Secondo i favorevoli, l’approvazione del CETA rappresenta una risposta a Donald Trump, che ha espresso la volontà di congelare il TTIP, accordo fra Ue e Usa per abbattere i dazi doganali e uniformare i regolamenti dei due continenti con lo scopo di creare la più ampia area di libero scambio mai esistita. Il TTIP, che il nuovo presidente americano vuole congelare, ed il CETA, che ha appena avuto il via libera, sono due di una serie di trattati internazionali fortemente contestati poiché minano molte delle norme che tutelano i cittadini su alcune tematiche di fondamentale importanza, in primis nel settore agroalimentare.ceta-belgium

La protesta a Strasburgo

Molte le voci di protesta che si sono levate contro l’approvazione del trattato tra Ue e Canada, prime fra tutte quelle di movimenti, cittadini, sindacati e agricoltori che hanno esposto a Stasburgo frutta locale nelle cassette e striscioni all’ingresso del Parlamento per denunciare i rischi che questo accordo comporta per le produzioni locali europee.

“Un grande regalo alle grandi lobby industriali che nell’alimentare puntano all’omologazione e al livellamento verso il basso della qualità”. È quanto afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel commentare l’impatto dell’approvazione da parte dell’Europarlamento del Ceta. “Nei trattati – sottolinea Moncalvo – va riservata all’agroalimentare una specificità che tuteli la distintività della produzione e possa garantire la tutela della salute, la protezione dell’ambiente e della libertà di scelta dei consumatori”.

“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, dichiara Federica Ferrario di Greenpeace Italia.
“L’obiettivo principale del CETA – continua Greenpeace – non è solo l’eliminazione delle barriere tariffarie, ma soprattutto la rimozione di ogni ostacolo al commercio e agli investimenti dovuto a norme differenti vigenti in Canada e in Europa. Questa operazione rischia di trasformarsi in un attacco diretto verso gli standard di protezione per persone, diritti e ambiente”.image

Secondo uno studio indipendente al quale fa riferimento Greenpeace, inoltre, l’entrata in vigore del CETA causerebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea e, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, con l’adozione di questo trattato, nel lungo periodo in Europa si registrerebbe una irrisoria crescita economica.

“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori”.

Con l’applicazione provvisoria del CETA, sottolineano i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia, cadranno tariffe e quote su una vasta linea di beni e servizi commerciati tra i due blocchi, con prospettive negative per le piccole e medie imprese, i diritti del lavoro, la sicurezza alimentare, l’ambiente e i servizi pubblici.

“La campagna italiana chiede che dopo la giornata di oggi, il Parlamento italiano smetta di tenere il commercio internazionale fuori dai propri radar e metta all’ordine del giorno il dossier CETA, aprendo una consultazione con la società civile per venire a conoscenza dei gravi rischi che corrono l’economia del Paese, l’occupazione e la stessa architettura democratica”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/parlamento-ue-approva-ceta-rischio-salute-ambiente-democrazia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Air Ink, la start-up che vuole trasformare l’inquinamento in inchiostro

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La startup Air Ink ha ideato un modo per trasformare l’inquinamento in inchiostro.

L’idea è nata da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che hanno creato un macchinario capace di catturare l’inquinamento, condensando le emissioni e creando così un inchiostro d’altissima qualità per applicazioni serigrafiche e artistiche: ne hanno parlato anche i nostri colleghi di Blogo Motori, sottolineando anche come questa soluzione possa rappresentare una svolta nel riutilizzo dei gas di scarico delle automobili e, in generale, di tutte le strutture che emettono inquinanti nell’atmosfera. Nato nel 2013 al MIT il gruppo ha lanciato, nel febbraio di quest’anno, un crowdfunding su Kickstarter per finanziare l’evoluzione della start-up, che ha sede a Singapore: si possono acquistare diversi pacchetti di pennarelli neri con diversi tipi di punte. Con il dispositivo brevettato ideato da Air Ink, che si chiama Kaalink, 45 minuti di immissioni inquinanti in atmosfera si possono trasformare in 30ml di inchiostro “di alta qualità” (un pennarello). In generale gli inchiostri neri già presenti in commercio vengono realizzati con il carbonio prodotto da combustioni deliberate proprio a quello scopo mentre Kaalink punta a riutilizzare quello emesso dai tubi di scarico delle automobili. Il procedimento avviene in tre fasi: una prima fase di cattura delle emissioni, una seconda di rimozione dei metalli pesanti e delle sostanze cancerogene, che porta a ottenere pigmenti di carbone “purificati”, e una terza fase di produzione dell’inchiostro con tali pigmenti. Air Ink, di fatto, è il nome del prodotto finale: pennarelli con punte da 2mm, 15mm, 30mm e 50mm e un set di inchiostri serigrafici da 150ml ogni confezione.

Foto | Air Ink su Kikstarter

Fonte: ecoblog.it

La filiera corta che combatte lo spreco di cibo

Consumo critico, prodotti biologici e a filiera corta, lotta allo spreco di cibo. Protagonista della storia di oggi è la bottega Poco di Buono di Rimini che affianca e sostiene le attività del Gruppo d’Acquisto Solidale RIGAS e segue il progetto SprecoZero, nato per evitare lo spreco di frutta e verdura della Grande Distribuzione Organizzata. Siamo all’interno della bottega Poco di Buono. “Ci siamo trasferiti da pochissimo in questo nuovo capannone”, ci racconta Alessandra Carlini, membro del consiglio di amministrazione della società. Prima erano una cooperativa. “Era stato tale il consenso e il successo di questa iniziativa che abbiamo ritenuto necessario offrire spazi più ampi e maggiori possibilità a tutto il pubblico”. Ecco spiegato il motivo del trasferimento.

La cooperativa Poco di Buono era nata alla fine del 2009, dietro la necessità di offrire una casa al Gruppo di Acquisto Solidale Rigas. Aveva avuto una crescita tale che non era più possibile gestirlo attraverso l’associazione. “Così, ci si è inventato un metodo per gestirlo”.

Negli anni le richieste e il valore dell’attività sono aumentate molto, tanto da crearne una società. Essa gestisce la bottega, affianca il GAS nella distribuzione, segue il progetto SprecoZero e nel breve periodo spera di implementare la sua offerta con una cucina che proporrà prodotti di gastronomia, panetteria e formaggi . “Questo luogo è divenuto un’agorà!”, ci dice con soddisfazione Alessandra. Parallelamente alla nascita della bottega è nato anche il progetto SprecoZero. “Si è sentita la necessità di evitare lo spreco di frutta e verdura che venivano mandati al macero perché ritenuti troppo brutti per essere messi in vendita dalla Grande Distribuzione Organizzata. Intercettiamo questi carichi e li portiamo qui, operiamo una seconda scelta e quello che viene salvato viene rimesso in vendita con delle cassette miste a prezzi popolari. Una buona parte viene donata alle associazioni che si occupano di migranti o persone in difficoltà”. “Negli anni – ci dice con orgoglio – abbiamo fatto germogliare la consapevolezza che, oltre all’attenzione per il territorio, per la giustizia sociale e per l’ambiente, sia necessaria una maggiore attenzione allo spreco di cibo”.sprecozero2

La bottega si trova in una zona non facilmente raggiungibile, ma con un grande parcheggio. “Non ci passa per caso, chi viene qui è perché ha scelto di venirci”. Ad oggi lavorano in Poco di Buono cinque dipendenti a tempo pieno e una contabile a metà tempo. Pensano di ingrandirsi, in quanto è una realtà in crescita. I consiglieri hanno scelto di farlo in maniera volontaria. “Pensavamo che la mutualità, il nostro offrire questo servizio alla comunità, fosse un valore aggiunto all’eticità dell’impresa”.La grande scommessa nata con la nascita della Poco Di Buono è stata quella di creare un’impresa etica, “in cui il profitto non è l’obiettivo principale ma accessorio. Lo scopo principale è quello di promuovere un commercio giusto”.  Veniamo così a parlare del suo territorio, la Romagna. “Mi piace pensare sia terra di sperimentazione, un grande laboratorio culturale. Anche per questo motivo i GAS hanno preso piede così facilmente. La romagnolità penso sia un concetto che andrebbe studiato”. Una nuova cultura che ha coinvolto anche i nuovi agricoltori: “sono persone molto preparate e consapevoli di quello che stanno facendo”. In questo modo riescono a gestire al meglio l’agricoltura biologica, che richiede sforzo e attenzione. “Hanno dovuto recuperare una sapienza che era stata interrotta, non essendo figli di contadini. Uno sforzo notevole che ha migliorato tutto il territorio”.sprecozero1

Una tradizione contadina che venne surclassata dal turismo tempo fa, ma che ora sta tornando in auge. “Si è capito che il modello turistico proposto è giunto al capolinea, ed è quindi necessario pensare ad una economia che si fondi sul rispetto delle tradizioni, sul valore dei prodotti proposti e meno sul consumismo”. Le chiediamo qual è l’interazione tra il GAS e la bottega Poco di Buono. “Sono due realtà differenti che solo apparentemente vanno in conflitto. E’ un sistema che funziona grazie alle sue due anime: il volontariato per una richiesta più associativa e comunitaria e la bottega, che va a soddisfare richieste di un pubblico differente”.  Inoltre, continua così Alessandra, “il socio del GAS si suppone sia una persona particolarmente motivata. Aprire la bottega, invece, è stata anche una sfida per coinvolgere persone distanti a queste tematiche”.  Ed è così che Stefano ci racconta la sua esperienza all’interno di Rigas di Rimini. “Ho conosciuto il Rigas nel 2008, attraverso degli amici che mi hanno parlato di questo nuovo metodo di fare spesa. Mi sono avvicinato grazie a loro e grazie alla presenza del sito internet che dava molte informazioni”. Da lì il passo che lo ha portato a diventarne il rappresentante è stato molto rapido. “Credo molto in quello che facciamo, ritengo che questo sia un nuovo metodo di fare economia in grado di incentivare le piccole e medie realtà, generando tra i partecipanti un rapporto solidale”.  Sono molti i GAS presenti in Emilia Romagna. Non a caso nascono in Italia a Fidenza, in provincia di Parma, nel 1994. E’ nato anche un gruppo di coordinamento dei GAS a livello regionale per collaborare, scambiarsi comunicazioni e informazioni.sprecozero4

Alcuni estremi sul funzionamento e i numeri del movimento: è attivo sempre, escluse le canoniche pause di metà agosto e del nuovo anno. Due possibilità di ritirare i prodotti ogni settimana, il mercoledì e il sabato. Ad oggi vi partecipano 350 soci. Anni fa sono arrivati a 1000 soci, quando ancora il Rigas conteneva i gruppi limitrofi, che poi si sono resi indipendenti (Bellaria, Riccione, Santarcangelo di Romagna etc…). Per Stefano si sta diffondendo in Romagna la “coscienza di fondo che mangiare un prodotto biologico è meglio che quello tradizionale, le persone preferiscono comprare meno prodotti ma di qualità, che facciano bene alla propria salute”.

Nei suoi occhi traspaiono la convinzione e la felicità di questa scelta. “Credo che per il bene e la felicità di ogni persona sia giusto curare l’alimentazione. Siamo ciò che mangiamo. Vorrei che questa mia positività si diffondesse nel territorio. Lo faccio perché un po’ di follia ci vuole!”.

Sul perché in Romagna si siano diffusi così tanto i GAS, Stefano non ha dubbi: “è una terra fertile, sempre pronta alla sperimentazione e all’innovazione. La gente che ci abita è volenterosa di scoprire novità alla ricerca del benessere”.

Sulla sua regione ci dice che “la Romagna sta cercando di portare un cambiamento positivo per tutti i cittadini in molti settori: l’energia, l’alimentazione, la cultura. Romagna che cambia vuole portarti a questo: essere felice”. Osservando il volto di Stefano e degli altri volontari del Riminigas ne siamo ancora più convinti.

 

Intervista: Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti
Riprese: Paolo Cignini
Montaggio: Roberto Vietti

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/io-faccio-cosi-154-filiera-corta-combatte-spreco-cibo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Incentivi GPL e metano: i fondi disponibili nel 2017

La trasformazione a GPL e metano della propria auto è possibile grazie agli incentivi ICBI 2017. Tutti i dettagli.elenco-auto-a-metano

Chiunque stia cercando incentivi GPL e metano questo potrebbe essere il momento giusto grazie al fondo ICBI. Il condizionale è d’obbligo perchè l’“Iniziativa carburanti a basso impatto” è stata confermata anche per il 2017 ma il tetto stabilito è di 1.807.500 euro e non vale in tutta Italia. Al 31 gennaio – comunica il Consorzio Ecogas – è stato impiegato circa il 50% del fondo destinato ai cittadini (un milione e 500mila euro) e circa il 6% del fondo destinato ai veicoli commerciali (circa 300.000 euro). I contributi vanno dai 500 ai 1.000 euro per trasformazione con differenze a secondo della tipologia di impianto scelto e del tipo di veicolo, automezzo privato o veicolo commerciale. In ogni caso una cifra solo vicina a un terzo dell’intero prezzo da sborsare per la conversione dell’impianto.

Incentivi GPL 2017, 500 euro per i privati

Gli incentivi ICBI rappresentano una delle misure messe in atto dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per ridurre l’inquinamento atmosferico. L’iniziativa non è però diffusa su tutto il territorio nazionale ma è riservata ai comuni che decidono l’adesione. Tra questi il capofila è il Comune di Parma insieme ad altre 674 amministrazioni comunali aderenti, sparse un po’ in tutte le regioni d’Italia. Gli incentivi GPL e metano sono disponibili su auto private a benzina e su veicoli commerciali a benzina o gasolio. Quattro le tipologie di contributo: auto private a benzina Euro 2 o 3 hanno diritto a 500 euro di incentivo, di cui 350 a carico del fondo ICBI e 150 a carico dell’officina richiedente. Le auto che montano un impianto a metano hanno, invece, uno sconto di 650 euro (500 dall’ICBI e 150 dall’officina). Per i veicoli commerciali con massa inferiore a 3,5 T, invece, il contributo è di 750 euro nel caso di trasformazione a Gpl mentre un impianto a metano prevede uno sconto in fattura di 1000 euro indipendentemente dalla classe di inquinamento del veicolo.

Incentivi metano 2017, novità per i diesel

Inoltre è presente un programma sperimentale che permette di installare un impianto a metano o GPL anche per le auto diesel: l’importo per veicolo ammonta rispettivamente a 750 euro per un impianto a GPL e 1000 euro per uno a metano. Il progetto è però diretto solo alle aziende o agli enti pubblici con sede nei Comuni aderenti, e dotati di Mobility Manager di area o di azienda. I veicoli in questione monteranno un dispositivo che rileverà i valori reali delle emissioni in tempo reale e il principale inquinante monitorato sarà il particolato (PM). L’obiettivo è quello di consentire la libera circolazione nei comuni di questi veicoli durante i provvedimenti di limitazione al traffico. Per usufruire dell’incentivo il cittadino residente in un comune aderente ad ICBI deve recarsi presso uno degli installatori che aderiscono all’iniziativa. L’officina prenota via internet il contributo dopo aver verificato che il veicolo e il proprietario abbiano i requisiti necessari. Il cittadino fruisce dell’incentivo tramite uno sconto riportato direttamente in fattura mentre il Comune provvederà ad effettuare i rimborsi alle autofficine.

Fonte: edcoblog.it