La Via Silente: viaggiare in bicicletta alla scoperta del Cilento

Restare, anziché scappare, per valorizzare la propria terra e farla conoscere al mondo dei cicloturisti tramite un turismo lento e consapevole che permetta la connessione con i luoghi e le persone. È nata così La Via Silente, un sentiero meraviglioso che attraversa l’intero territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.

“Un sentiero meraviglioso che in poco meno di 600 km, suddivisi in 15 tappe, attraversa l’intero territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Sulla Via Silente si pedala per gustare il tempo, per avvertire la realtà con tutti i sensi, per scoprire quel Silenzio che non è assenza di suoni ma qualità di ascolto. Tutto senza mai dimenticare le asperità di un territorio in cui la Natura da sempre è padrona”.

Se si prova a cercare “Cilento” sui motori di ricerca nel web, i primi risultati parlano chiaro: spiagge. Cala Bianca, Punta Licosa, Montecorice per citarne alcune. In sintesi è la costa spesso a fare notizia per questa subregione, situata nella zona meridionale della Campania, che a dire il vero ha molto più da offrire rispetto alle sole meravigliose spiagge, soprattutto ora che andiamo incontro alla stagione autunnale.

Su Italia che Cambia abbiamo provato a narrare un “altro” Cilento, dall’esperienza rurale dei ragazzi di Terra di Resilienza  a quella di Angelo e Donatella di Tempa del fico, all’esperienza educativa e formativa della preside Maria de Biase. Oggi vogliamo raccontarvi la storia dell’Associazione La Via Silente, un gruppo di ragazzi che tramite il cicloturismo e la bicicletta vogliono far scoprire “l’altro Cilento”, quello dell’entroterra e dei magnifici scenari naturalistici del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, e che tramite questa esperienza “vogliono dare una nuova esperienza al proprio territorio, che invece di scappare da qui vogliono rimanere per far conoscere la propria terra al mondo dei cicloturisti tramite un turismo lento e consapevole” dalle parole di Simona Ridolfi, presidente dell’Associazione La Valle Silente.13177639_519391581597880_1516527657287781596_n

“L’idea è nata durante il Cammino di Santiago, che ho fatto personalmente tre anni fa in bicicletta. Durante il tragitto di ottocento chilometri ho riflettuto che noi avevamo un territorio meraviglioso, un Parco Nazionale da far scoprire e da valorizzare, e mi è venuta l’idea di realizzare qualcosa di simile qua” ci racconta Simona “e a distanza di tre anni, insieme ad un gruppo di ragazzi, è venuto fuori il progetto della Via Silente della quale siamo molto orgogliosi”.

La Via Silente è un percorso circolare di circa seicento chilometri, divisa in 15 tappe che si snodano tra le montagne del Parco Nazionale del Cilento, Valle di Diano e Alburni.

Il progetto si chiama così perché l’aspetto del silenzio, nell’attraversare queste terre, è uno degli aspetti fondamentali: un silenzio “che è qualità di ascolto, perché questa terra oltre ad offrire degli scenari meravigliosi è anche ricca di particolari, di suoni ed odori, è un rapporto esclusivo con la natura, con lo sciabordio delle acque e con i suoni degli animali” spiega Simona “e per poter godere di questo particolare tipo di silenzio di qualità è necessario avere un approccio lento, e la nostra proposta è coerente con questo”.10400001_406394139564292_1164808794054641161_n

Il percorso è stato tracciato e cartografato nel giugno 2014 da Simona e da Carla Passarelli, vicepresidente dell’Associazione La Via Silente, che avventuratesi alla scoperta della loro terra si sono poi avvalse della collaborazione di un team di cartografi, webmaster, grafici ed esperti di management turistico per realizzare la mappa, il sito e mantenere i rapporti con tutte le figure distribuite durante il percorso.

Ma perché la bicicletta? “ Abbiamo scelto la bicicletta sia perché, essendo il il cicloturismo in forte espansione, volevamo essere all’altezza fornendo ai turisti e ai visitatori una mappa e degli strumenti idonei a questo modo di praticare turismo – ci racconta Simona – sia perché la bicicletta è il mezzo ideale per un turismo lento, per interagire a trecentosessanta gradi con il territorio e con le sue realtà, perché la nostra esperienza è di tipo interattivo: vogliamo interagire con il territorio e coinvolgere anche altre associazioni e gli attori presenti lungo il percorso”.

Il mare si raggiunge solo dopo circa quattrocento chilometri di percorso, dopo aver scoperto una terra aspra, selvaggia e proprio per questo autentica e meravigliosa.14317426_568983973305307_7368378849733112594_n

“Noi abbiamo voluto darci una speranza e dare una speranza al nostro territorio” conclude Simona “troppo spesso i ragazzi scappano da questa terra, perché non vedono un opportunità e un futuro e si sentono isolati. Ecco perché vogliamo dare una speranza a questo territorio: aprirlo al mondo e dimostrare che i progetti non rimangono solo sogni ma possono divenire realtà”. E proprio qualche giorno fa in occasione del CosmoBike Show di Verona (la fiera della bicicletta dedicata a ciclismo, bike tourism e mobilità sostenibile) alla Via Silente è stata assegnata una menzione speciale dell’Italian Green Road Award: “un premio alla volontà, alla caparbietà e lungimiranza inizialmente di due donne Simona e Carla e oggi di un gruppo di ragazzi, (otto i soci fondatori dell’associazione) che hanno avuto l’idea di questo anello cicloturistico”.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/09/io-faccio-cosi-135-via-silente-viaggiare-in-bicicletta-cilento/

 

 

Bioedilizia ed etica, la soluzione all’Italia che si sbriciola

E’ risaputo che siamo paese di terremoti e un paese a rischio idrogeologico. Le scosse in centro Italia rappresentano un’altra di una lunga serie di tragedie. Ebbene, bioedilizia ed etica sono scelte imprescindibili per rilanciare economia e occupazione e per prevenire proprio tali tragedie.terremoto_amatrice

Quando si parla di economia e di occupazione, sentiamo spesso discorsi altisonanti che propongono soluzioni che tali non sono e che non portano a niente. Si dovrebbe invece guardare all’Italia e alle sue caratteristiche per capire (lo può fare anche chi frequenta le scuole elementari) che basterebbe lavorare su quelle caratteristiche per risolvere ogni problema economico e occupazionale. E’ risaputo che siamo paese di terremoti e a rischio idrogeologico; quale modo migliore per rilanciare economia e occupazione se non intervenire anche per prevenire questi due aspetti?

Prendiamo un esempio per tutti e cioè come vengono costruite o ristrutturate la case in Italia; gli studiosi seri della materia sanno che il migliore materiale per la prevenzione dai terremoti è il legno, per la sua resistenza, versatilità ed elasticità. Quando ne parlavo già all’inizio degli anni Novanta, aggiungendo anche case in terra cruda e paglia, isolanti leggeri ma performanti in fibra di cellulosa, gli “esperti”, gli architetti, gli ingegneri erano prodighi di battute e commenti spiritosi sulle case dei tre porcellini, ecc. Eppure oggi in tanti sono rimasti sotto a case in cemento e mattoni, case progettate e costruite da gente senza scrupoli, la stessa gente senza scrupoli che le ricostruirà grazie alla tangente, alla bustarella, all’amico dell’amico e che lo farà con gli stessi materiali e progettazioni scadenti e con lo stesso menefreghismo di quando le ha costruite. Il legno è un materiale eccezionale, rinnovabile, locale e darebbe solo risultati positivi. Con una politica di massiccia riforestazione tra l’altro si darebbe risposta ai continui incendi che si sviluppano in questo paese provocati da gente folle e masochista che distrugge il territorio che abita. Inoltre ci si darebbe un’opportunità di assorbimento di CO2 non indifferente e in prospettiva poi di esaurimento e minore uso dei combustibili fossili; il legno è il migliore materiale per sostituire la plastica in moltissimi usi. Quindi occorre incentivare tutta la filiera del legno che, come ulteriore vantaggio attraverso il rimboschimento, previene frane e smottamenti che si verificano anche perché gli alberi vengono sempre più abbattuti per fare spazio all’edilizia; edilizia che poi viene spazzata via ad ogni alluvione o che ci cade in testa ad ogni terremoto. Il legno da solo però non basta; servono tecnici preparati, qualificati dall’esperienza sul campo, guidati dall’onestà e dai valori etici e non esclusivamente dai soldi, dal numero di certificati, lauree, master e ridicoli fogli che attestano il nulla, magari comprati in internet. Ci sono tecnici che non hanno mai preso in mano un martello da carpentiere in vita loro e un cantiere lo visitano attraverso un computer. Se non ci sarà una chiara volontà di cambiamento, si piangeranno i morti, ci si accuserà a vicenda sulle responsabilità, nessuno sarà colpevole e tutto proseguirà come se nulla fosse, fino al prossimo terremoto, fino ai prossimi morti.

Fonte: ilcambiamento.it

Cop21, Italia ancora non ratifica: “È come se l’accordo di Parigi non ci fosse mai stato”

“Il ministro Galletti ha affermato di voler trasmettere in Parlamento la proposta entro il mese di settembre. In realtà quello che preoccupa è la mancanza di un vero piano di riduzione delle emissioni climalteranti”. L’intervento di Gianni Silvetrini per Eco dalle Città dopo la ratifica da parte di Cina e Usa dell’Accordo di Parigi386113_1

di Gianni Silvestrini (direttore scientifico di Kyoto Club)

La ratifica da parte della Cina e degli Usa è molto importante perché avvicina a una rapida entrata in vigore dell’Accordo sul Clima. Se questo avverrà prima del cambio di presidenza negli Stati Uniti, si eviterà tra l’altro il rischio di un loro defilarsi (degli Usa, ndr) per i prossimi quattro anni, anche in caso di vittoria di Trump. Ma queste novità evidenziano anche la debolezza e le divisioni dell’Europa la cui ratifica deve passare attraverso un’adesione da parte di tutti i paesi. Così se Francia e Ungheria hanno già ratificato, questo passaggio non è ancora stato avviato o concluso per gli altri paesi, Italia inclusa.386113_2

Il ministro Galletti ha affermato di voler trasmettere in Parlamento la proposta entro il mese di settembre. In realtà, aldilà della lentezza nell’attivazione delle procedure necessarie, quello che preoccupa è la mancanza di un vero piano di riduzione delle emissioni climalteranti e di un coordinamento delle politiche nei vari settori: un vuoto preoccupante, tanto più che nelle scorse settimane sono stati proposti gli obiettivi di riduzione al 2030 per i settori non ETS (escludendo cioè le industrie energivore) che per l’Italia sono del 33% rispetto alla media 2016-18. In realtà ci sono singole iniziative interessanti: pensiamo alla proposta di finanza innovativa per avviare la riqualificazione energetica “spinta” del patrimonio edilizio, all’avvio dell’incentivazione del biometano, alle riflessioni in atto sul lancio della mobilità elettrica… ma sono azioni scoordinate in assenza di un piano complessivo con obiettivi di riduzione verificabili. E manca un coordinamento che per l’ampiezza delle politiche deve essere gestito presso la presidenza del consiglio. Il governo, insomma, dovrebbe prendere sul serio la sfida climatica e, a partire da questa, dovrebbe indirizzare la ricerca sui filoni più promettenti, avviare una politica industriale innovativa, rilanciare l’occupazione.

Ma, purtroppo, pare che per l’Italia è come se l’accordo di Parigi non sia mai stato firmato. Ne parlano i principali leader mondiali, ma Renzi su questo tema è totalmente assente.

Fonte: ecodallecitta.it

Alveare on tour, parte da Torino il giro d’Italia all’insegna di innovazione e cibo a Km0

Parte il tour de L’Alveare che dice sì!, oltre 1.000 km a bordo di un Food Truck alla ricerca del km0, per portare l’innovazione e il buon cibo in giro per l’Italia386158_1

Startup, associazioni, agricoltori, consumatori, buon cibo: questi gli ingredienti principali del tour che porterà L’Alveare che dice sì!, la piattaforma per gli acquisti di prodotti freschi e a km0 via web mantenendo però il contatto tra produttori e consumatori, e Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit, in giro per l’Italia dal 24 settembre al 15 ottobre per raccontare come l’innovazione sta cambiando il modo di pensare e fruire il cibo. Il tour si articolerà in 6 tappe: da Torino a Bari, passando per Milano, Bologna, Roma e Napoli. Ogni tappa durerà due giorni e sarà un’occasione importante per presentare l’attività delle startup, conoscere i produttori e scovare le eccellenze territoriali. Cene e aperitivi all’aperto, dibattiti e incontri: ogni piazza toccata dal tour si trasformerà in un Food Innovation Village, piccoli festival dell’innovazione e della sharing economy in cui le persone potranno condividere idee, scoprire e provare con mano le iniziative delle varie startup, dal social eating alla lotta agli sprechi. I protagonisti saranno la filiera corta e la Food Innovation: a bordo di un Food Truck, con cameraman e storyteller a seguito, si percorreranno 1.000 km, toccando sei città per raccontare l’Italia dei contadini, le tipicità locali, ma soprattutto l’innovazione nel Food. Il tour prenderà il via a Torino il 24 settembre in occasione del Salone del Gusto Terra Madre dove sosterà fino al 25 settembre per poi proseguire verso Milano (29-30 settembre), Bologna (1-2 ottobre), Roma (6-7 ottobre), Napoli (8-9 ottobre) e si concluderà a Bari (14-15 ottobre). Ad animare le varie tappe saranno oltre 30 startup che sotto l’ala organizzativa di Seeds&Chips, Global Food Innovation Summit – III edizione a Milano 8-11 maggio 2017 – porteranno l’innovazione in piazza, per far concretamente provare ai consumatori di tutta Italia tutte le realtà che promuovono socialità e sharing economy. In prima linea, Gnammo, il portale di social eating più grande in Italia, e Last Minute Sotto Casa, piattaforma che permette ai negozianti di vendere ai cittadini del proprio quartiere i prodotti alimentari invenduti a fine giornata a prezzo scontato, salvando così tonnellate di cibo dalla spazzatura. A supportare l’evento sarà anche Cucina Mancina, la food community per i ‘mancini alimentari’, ossia vegetariani, vegani o chi soffre di intolleranze o allergie. Il tour sarà anche occasione per L’Alveare che dice sì! di incontrare i contadini e dare voce ai loro prodotti: un giorno a tappa sarà quindi dedicati all’incontro con i produttori e alla visita alle aziende agricole, per conoscere le storie, i gusti e i profumi di tradizioni locali e secolari che continuano a fare la storia dei territori. Il viaggio inizia a Torino, in occasione del Salone del Gusto Terra Madre. Qui il tour sosterà il 24 e 25 settembre con il Food Innovation Village in via Carlo Alberto. Accanto a L’Alveare che dice sì! e Seeds&Chips, oltre a Last Minute Sotto Casa e Gnammo, ci saranno anche Fanceat, la startup che realizza box contenenti ingredienti per realizzare a casa propria i menù dei grandi chef, Addento, che promuove proteine alternative, Orti Alti, startup che segue il processo di realizzazione e gestione di orti pensili, Rebox, che presenta i suoi contenitori contro lo spreco di cibo e Responsability Food Care, il progetto che concilia cultura e cibo sostenibile. Tante le attività che animeranno il weekend torinese: si comincia il 24 settembre con la conferenza “Orti e arnie trasformano la città” con la partecipazione dell’assessore all’ambiente Stefania Giannuzzi (h.10-12) e si prosegue con un aperitivo con degustazione organizzato da Vegolosi (h. 12.30-13) e laboratori dedicati ad adulti e bambini realizzati da Responsability Food Care. Alle ore 20.00 la giornata si concluderà con lo spettacolo “Italia che cambia” e con la cena di social eating #AMAtriciana organizzata da Gnammo, il cui ricavato sarà devoluto in beneficienza alle popolazioni colpite dal terremoto del Centro Italia. Domenica 25 settembrela giornata sarà animata dai laboratori organizzati da Responsability Food Care. Alle 18.00 ci sarà lo spettacolo “Orti insorti” e dalle 19.00 alle 21.00 sarà la start up Fanceat ad animare il Food Innovation Village con lo showcooking Tapas Gourmet del cuoco Riccardo Ferrero. Tanta buona musica chiuderà infine la prima tappa dell’Alveare on Tour.

Fonte: ecodallecitta.it

Hawaii: l’elettricità si produce con le onde marine

Nell’arcipelago è partito il primo impianto che trae energia elettrica dalle onde del mare4735204073_9eb2552524_b

Al largo della costa della Hawaii, due boe “speciali” utilizzano l’energia prodotta dalle onde dell’oceano per generare elettricità. È questo il primo impianto che trae energia direttamente dal moto ondoso negli Usa. Una volta generata, la corrente elettrica viaggia attraverso un cavo sottomarino per circa un miglio fino a una base militare, entrando nella rete elettrica dell’isola di Oahu, isola principale dell’arcipelago. Secondo alcune stime, il movimento incessante del mare racchiude un’energia sufficiente per soddisfare un quarto del fabbisogno energetico dell’America e ridurre così drasticamente la dipendenza del paese dal petrolio, gas e carbone. Ma la tecnologia è ancora troppo in ritardo rispetto alle altre fonti rinnovabili, come quella del sole e del vento. Da qui il progetto pilota alle Hawaii, perfette, con per le sue onde così potenti, per la sperimentazione di tecnologie rinnovabili marine. L’arcipelago, infatti, non solo ha un gran bisogno di abbassare gli alti costi di elettricità, alimentata dal petrolio trasportato via mare, ma dovrà raggiungere l’obiettivo di sfruttare energia al 100% rinnovabile entro il 2045. E, secondo gli studiosi potrebbero volerci dai 5 ai 10 anni prima di avere una tecnologia per le rinnovabili marine in grado di fornire una valida alternativa ai combustibili fossili. Gli sviluppatori stanno ancora lavorando sul un design più efficace per sfruttare meglio il moto ondoso e su un dispositivo che riesca a resistere alle tempeste e all’azione corrosiva dell’acqua marina. “Abbiamo avuto il modo di progettare qualcosa che può rimanere in acqua per molto tempo, ma non di essere in grado di sopravvivere”, spiega Patrick Cross, collaboratore dell’ Hawaii Natural Energy Institute presso l’Università delle Hawaii a Manoa. Gli Stati Uniti si sono posti l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio di un terzo dai livelli del 2005 entro il 2030 e molti gli Stati stanno già cercando di sviluppare più energia per i prossimi decenni. “Gli Stati Uniti potrebbero ottenere dal 20 al 28% del proprio fabbisogno energetico dalle onde”, spiega uno dei finanziatori del sito, Jose Zayas del Wind and Water Power Techonologies Office all’Energy Department degli Stati Uniti. “ La tecnologia energetica del moto ondoso è allo stesso punto di come l’industria solare ed eolica erano nel 1980. Entrambi hanno ricevuto ingenti investimenti pubblici e crediti d’imposta che hanno contribuito a farli diventare fonti di energia sufficiente a basso costo per competere con i combustibili fossili”.

Riferimenti: via PhysOrg

Tratto : galileonet.it

 

Ogm, meno insetticidi più diserbanti

Un nuovo report mostra che l’uso dei diserbanti nelle coltivazioni dei prodotti geneticamente modificati è aumentato, con ripercussioni negative sull’ambiente. I risultati su Science Advancesgm

Sebbene da una parte l’adozione ormai diffusa di coltivazioni di prodotti geneticamente modificati (Ogm) abbia diminuito l’utilizzo degli insetticidi, dall’altra ha provocato l’aumento di quello dei diserbanti, perché le piante infestanti sono diventate sempre più resistenti. A rivelarlo, su Science Advances, è il più grande studio sulla relazione tra colture geneticamente modificate e uso di pesticidi, condotto da un team di esperti della University of Virginia, che ha analizzato i dati annuali di più di 5mila agricoltori di soia e 5mila di mais negli Stati Uniti dal 1998 al 2011. “Il fatto che abbiamo a nostra disposizione 14 anni di dati rende questo studio molto speciale”, ha spiegato Federico Ciliberto, della University of Virginia. “Abbiamo osservato costantemente gli stessi agricoltori e visto quando hanno adottato semi geneticamente modificati e come hanno cambiato l’uso di sostanze chimiche”.

Dal 2008, le coltivazioni di prodotti geneticamente modificati di mais e soia hanno rappresentato più dell’80% del totale Usa: il mais è stato modificato con due geni, uno che uccide gli insetti che mangiano i semi e l’altro che permette al seme di tollerare il glifosato, l’erbicida comunemente usato nei diserbanti come il Roundup, per combattere le infestanti. I germogli di soia, invece, sono stati modificati con un solo gene resistente al glifosato. Non sorprende, quindi, il fatto che inizialmente i coltivatori di mais che piantavano i semi geneticamente modificati usavano così meno insetticidi – circa il 11,2% in meno – e meno erbicidi – l’1,3% in meno – degli agricoltori che non piantavano semi di mais geneticamente modificati. Le coltivazioni di soia, invece, hanno registrato nel tempo un significativo aumento dell’uso di erbicidi (28% in più) rispetto ai coltivatori biologici. Ciliberto attribuisce questo aumento alla proliferazione di erbe infestanti resistenti al glifosato. “In principio”, spiega l’esperto, “c’è stata una riduzione dell’uso di erbicidi, ma nel tempo l’uso di altri prodotti chimici è aumentato in quanto gli agricoltori sono stati costretti a dover aggiungere nuove sostanze chimiche quando le piante infestanti hanno sviluppato una resistenza al glifosato”.

Tuttavia, lo studio ha trovato prove sostanziali del fatto che entrambi i coltivatori (di mais e soia) hanno aumentato l’uso di erbicidi nel corso degli ultimi cinque anni dello studio, evidenziando quindi che la resistenza delle piante infestanti è un problema crescente. Dal 2006 al 2011, la percentuale di ettari spruzzati con solo il glifosato si è ridotta da oltre il 70% al 41% per quanto riguarda la soia e da più del 40% al 19% perle coltivazioni di mais. Questa diminuzione non è altro che il risultato del ricorrere ad altre sostanze chimiche, che possono danneggiare la biodiversità e aumentare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria. “L’evidenza suggerisce che le piante stanno diventando sempre più resistenti e gli agricoltori sono costretti a usare sempre più prodotti chimici aggiuntivi”, spiega ancora l’esperto.

Il team americano ha misurato l’impatto ambientale globale dei cambiamenti nell’uso dei prodotti chimici che hanno portato all’adozione di colture geneticamente modificate, utilizzando un indice chiamato “quoziente di impatto ambientale” (Eiq), notando come l’uso più ampio di erbicidi sia preoccupante. “Non ci aspettavamo di vedere una prova così forte”, conclude Ciliberto.

Via: Wired.it

 

Piste ciclabili, nasce il sistema delle ciclovie turistiche italiane

Priorità alle ciclovie VenTo, del Sole, dell’Acquedotto Pugliese e del Grab romanofiab_rete_bicitalia

Da Torino a Venezia, da Verona a Firenze, da Caposele (Av) a Santa Maria di Leuca (Le), nasce finalmente il sistema delle ciclovie turistiche nazionali. Noi di Ecoblog che della bicicletta ci occupiamo spesso in tutte le sue forme possiamo ben dirlo: finalmente. Perché l’Italia, con tutte le sue ricchezze paesaggistiche, artistiche e architettoniche, non può non colmare il gap con paesi come Austria e Germania da anni all’avanguardia sul fronte del cicloturismo.

Per farlo serve far pedalare i cicloturisti in sicurezza ed è proprio con questo obiettivo che sono stati firmati la scorsa settimana i protocolli d’intesa per la progettazione e la realizzazione dei primi percorsi previsti dalla Legge di Stabilità 2016.

La priorità viene data a 4 percorsi:
– la ciclovia VenTo, 680 km da Venezia a Torino;
– l’Acquedotto Pugliese, 500 km da Caposele (Av) a Santa Maria di Leuca (Le);
– il Grab – Grande Raccordo Anulare delle Biciclette intorno a Roma;
– la Ciclovia del Sole, 300 km da Verona a Firenze.

Nel triennio 2016-2018 gli investimenti saranno nell’ordine dei 91 milioni di euro: 17 quest’anno, 37 nel 2017 e 37 nel 2018).

“È un giorno per noi molto importante, vogliamo riportare la bicicletta come mezzo di turismo e non solo di trasporto. Non stiamo facendo annunci ma realizzando cose molto concrete per il turismo italiano che è in crescita” ha dichiarato il ministro dei trasporti Graziano Delrio.

Altri 10 milioni di euro verranno messi a disposizione delle regioni interessate a implementare la loro rete ciclabili. A oggi sono 8: Piemonte, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Basilicata e Puglia.

Fonte:  Ansa

 

Inquinamento idrico in aumento nelle grandi città

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Uno studio pubblicato dalla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences lancia l’allarme sull’aumento della contaminazione dei bacini idrici nei quali si approvvigionano le grandi città. Fra il 1900 e il 2005 i sedimenti rilevati nei bacini idrici urbani sono aumentati del 40% a fronte di un + 47% dei livelli di fosforo e un + 119% dei livelli di azoto. Le due principali cause di questo incremento sono l’agrochimica e l’aumento della popolazione. Il 90% dei bacini idrici da cui le città prese in esame (300 con più 750mila abitanti) dipendono per l’approvvigionamento di acqua potabile evidenzia livelli di contaminazione da sostanze chimiche e da accumulo di sedimenti decisamente allarmanti. L’aumento della tossicità sta facendo lievitare i costi di trattamento e depurazione delle acque che sembrano destinati a raggiungere una fase altamente critica quando, nel 2050, la popolazione della Terra raggiungerà i 10 miliardi di abitanti.

Dal 1900 al 2005 la popolazione mondiale è quintuplicata, mentre le aree riservate ad agricoltura e allevamento sono rispettivamente triplicate e raddoppiate. L’agricoltura e gli allevamenti intensivi non solo hanno moltiplicato la richiesta d’acqua, ma hanno incrementato l’immissione negli ecosistemi e nelle falde idropotabili di fosforo azoto. Da oggi al 2050 la popolazione urbana dovrebbe aumentare di 2,5 miliardi di persone rendendo sempre più complicata la reperibilità dell’acqua.

Fonte:  Pnas

 

Rifiuti elettronici: Ecolight ne recupera 17mila tonnellate l’anno

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La raccolta dei piccoli rifiuti elettronici effettuata da Ecolight nel 2015 è stata di 17mila tonnellate fra cellulari, elettrodomestici e accessori e componenti elettronici. L’aumento nel recupero è stato del 9% rispetto all’anno precedente sia per l’introduzione di soluzioni innovative, sia per la capillarità dell’azione. Secondo il presidente di Ecolight, Walter Camarda, sugli elettrodomestici di uso più comune, sui cellulari e sugli elettroutensili si gioca una partita importantissima visto che queste tre tipologie rappresentano l’80% dei rifiuti gestiti da Ecolight:“Questi rifiuti hanno infatti un tasso di ritorno che è inferiore al 15% e una possibilità di recupero che supera il 95% del loro peso”. Ecolight è uno dei maggiori sistemi collettivi per la gestione dei Raee (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), delle Pile e degli Accumulatori. Il consorzio Ecolight, che raccoglie oltre 1.500 aziende, è il secondo a livello nazionale per quantità di immesso e il primo per numero di consorziati.

Fonte: Ecolight

Pure Air Zone, a Torino la prima zona d’aria pura urbana

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Si chiama Pure Air Zone la prima sperimentazione avviata da Torino Living Lab per creare la prima “zona d’aria pura” nel capoluogo piemontese. Il progetto, ideato da U-earth, prevede la creazione di una zona d’aria pura urbana nel “Giardino Dispersi sul fronte Russo” di corso Svizzera angolo via Medici a Torino: uno spazio pubblico, aperto a tutti, rivoluzionato da un sistema totalmente biologico potente e innovativo, capace di migliorare concretamente la vita a molti e mostrarci come gli spazi comuni potrebbero e dovrebbero essere. U-earth, azienda biotech con base europea dedicata alla purificazione dell’aria, ha sviluppato una biotecnologia completamente naturale che riproduce in forma miniaturizzata ciò che il pianeta normalmente fa per ripulirsi dagli agenti inquinanti: i contaminanti sono attratti dai depuratori AIRcel per carica elettrica molecolare e vengono catturati e distrutti da microrganismi che si nutrono di inquinamento senza produrre scorie dannose. U-earth è presente da 8 anni durante i quali i depuratori AIRcel sono stati installati presso numerosi contesti industriali e ospedalieri, affrontando con successo problematiche emerse nel mondo professionale e non risolvibili con le tecnologie attualmente riservate al mercato consumer. Oggi la sfida si sposta in ambito urbano. Il 15 giugno è partita la sperimentazione: nei giardinetti di corso Svizzera angolo via Medici a Torino sono state installate le centraline U-monitor, un innovativo sistema per il monitoraggio della qualità dell’aria che ogni 5 minuti rileva diversi parametri e i dati raccolti possono essere analizzati sia dall’utente che dagli specialisti U-earth.

Fonte: U-earth