A Torino una vecchia fabbrica si trasforma in orto urbano per le api

Nel quartiere di Mirafiori sud, a Torino, sorge un vecchio edificio industriale, da molti anni dismesso. Dal suo recupero sta nascendo il progetto Orto Wow, non un semplice orto urbano, bensì un’oasi naturale dove si coltivano piante mellifere capaci di attirare le api, che qui potranno contribuire a creare biodiversità in città e stimolare l’apicoltura urbana, coinvolgendo i residenti nella cura di questo splendido angolo di natura. Nel bel mezzo del quartiere di Mirafiori sud, circondata da palazzi ed edifici industriali sorgerà una nuova casa che, a differenza di quelle del circondario, avrà delle ospiti d’eccezione: le api. Ci troviamo in via Onorato Vigliani e proprio qua si trova un vecchio complesso abbandonato, precedentemente adibito alla meccanizzazione agricola e ora in fase di riconversione, che ci dimostra come anche le zone più industriali possono diventare un luogo dove la natura riconquista i suoi spazi. Tutto questo grazie al contributo di Elena Carmagnani ed Emanuela Saporito, fondatrici di Orti Alti, associazione che, come vi abbiamo raccontato in un precedente articolo, stanno diffondendo a Torino la cultura del verde, attraverso la realizzazione di orti urbani sui tetti di edifici e palazzi.

Qui sta nascendo Orto Wow, con uno speciale giardino in cassoni per piante impollinatrici, un tetto verde coltivato a prato naturale e un grande apiario, per diffondere l’apicoltura nelle nostre città. Il pezzo forte del progetto è il “pollinator garden”, un giardino formato da 16 cassoni in legno disposti a creare percorsi e zone di sosta. Come ci spiegano Elena ed Emanuela, «In questi cassoni è in corso la semina e la piantumazione di piante mellifere, ovvero piante che, insieme al tetto verde, costituiranno il “pascolo” delle api e di altri insetti impollinatori».

Le piante mellifere coltivate, definite in collaborazione con il dipartimento di agronomia dell’Università di Torino, prevedono la semina di molteplici varietà di piante molto apprezzate dalle api come salvia, calendula, tarassaco, borraggine, papavero, senape selvatica, giglio, fiordaliso e iperico, oltre che il trapianto di timo, erba cipollina e menta. «Al suo interno si sperimenta l’utilizzo del “new soil”, un nuovo suolo rigenerato e creato per inserire terreno fertile nei parchi urbani che sono nati dall’abbandono di aree industriali, spesso di scarsa qualità e inadatto a qualsiasi uso».

 La realizzazione di Orto Wow rientra nell’ambito di ProGiReg, un progetto europeo finalizzato a sperimentare soluzioni “nature based” per la rigenerazione urbana e sociale delle città. Questi primi interventi infatti vanno nella direzione di avviare la riqualificazione di un complesso abbandonato che può essere rigenerato a partire da una sua nuova vocazione green. L’apiario è poi parte integrante del progetto e sarà curato dall’associazione Parco del Nobile che da molti anni si occupa di apicoltura urbana.L’integrazione dell’allevamento di api per la produzione di miele urbano con la realizzazione di orti e giardini melliferi è fortemente perseguita da OrtiAlti in molte sue realizzazioni. Come ci viene spiegato da Elena ed Emanuela, «Le piante mellifere si combinano perfettamente con le piante orticole e nel caso dell’Orto Wow l’inserimento delle attività di apicoltura rientra anche in un programma di Science Education che riguarda tutto il progetto. Inoltre, la presenza del mercato dei produttori di Coldiretti che qui si svolge, può essere messa in relazione con la produzione del miele WOW per innescare micro-economie di quartiere».

La fabbrica dismessa diventerà in questo modo un vero e proprio corridoio ecologico per favorire nuove connessioni e contribuire a riequilibrare gli ecosistemi naturali. Come ci viene spiegato, «Un corridoio ecologico è un’area verde studiata per preservare specie di animali e di piante, permettendo il passaggio graduale di animali e semi da un habitat all’altro. La possibilità di realizzare queste infrastrutture verdi all’interno delle città è fondamentale poiché permette di ripristinare la biodiversità biologica, cioè la variabilità di tutti gli organismi viventi e degli ecosistemi di cui fanno parte».

E saranno proprio gli abitanti del quartiere a prendersi cura e a mantenere il pollinator garden, occupandosi dei cassoni e dell’area dedicata all’orto, utilizzando lo spazio verde per lo svolgimento di attività ludiche. Il tutto grazie alla Fondazione Mirafiori che a pochi passi gestisce la Casa nel Parco, casa del quartiere di Mirafiori sud.

«Purtroppo la situazione Covid ha impedito di partire con il calendario di attività programmate da questo giugno e le iniziative sono state rinviate alla prossima primavera. Intanto però è iniziato un lavoro per la proposta di un patto di collaborazione per la cura dell’area che mette insieme la Fondazione Mirafiori, l’associazione Parco del nobile (che si occupa delle api), Coldiretti e un gruppo informale di cittadini appassionati di api e biodiversità che si chiama Comunità degli Impollinatori Metropolitani».

 L’obiettivo è di arrivare nei prossimi mesi alla firma di un patto con la Città per la gestione del giardino in cassoni, avendo a disposizione anche dei locali dell’edificio dove svolgere attività formative intorno ai temi della biodiversità e dell’apicoltura urbana.

Fonte: italiachecambia.org

“Dal campo alla tavola”: la transizione ecologica dell’agricoltura europea (speriamo!)

Si chiama “Farm to Fork” (Dal campo alla tavola) ed è la strategia della Commissione Europea che era stata annunciata e che ieri è stata presentata ufficialnente, allo scopo di incentivare l’avvio di una politica agroalimentare integrata. La Coalizione #CambiamoAgricoltura plaude all’iniziativa, ma sottolinea: «Mancano le misure operative».

La Commissione Europea ha reso nota ieri i contenuti della strategia che ha chiamato “Farm to Fork” ( F2F) [dal campo alla tavola]. La Coalizione #CambiamoAgricoltura ha commentato positivamente l’iniziativa, il cui scopo dichiarato è di avviare la transizione verso un sistema agro-alimentare più sostenibile. «Adesso è necessario concentrare gli sforzi sugli strumenti per la sua concreta applicazione, a partire dalla riforma della Politica Agricola Comune post 2020» ha detto la Coalizione.

«Il documento dichiara che “i sistemi alimentari devono urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del pianeta” e che “la sostenibilità deve ora diventare l’obiettivo chiave da raggiungere” – spiega la Coalizione – Le associazioni ambientaliste e del biologico italiano guardano fiduciose all’impegno dell’Unione Europea, ma non nascondono anche una parte di delusione per la carenza di misure operative, nonché di target vincolanti di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti».

Tra gli obiettivi della Strategia F2F, che la Coalizione #CambiamoAgricoltura valuta positivamente per le ambizioni ambientali, «si evidenziano in particolare il ruolo positivo attribuito all’agricoltura biologica con l’impegno al raggiungimento del 25% della superficie agricola europea (SAU) in biologico, e il 10% delle aree agricole destinate ad infrastrutture verdi per la conservazione della natura, in coerenza con l’altra importante Strategia 2030 per la Biodiversità, presenta sempre oggi dalla Commissione UE, sottolineando la dipendenza dell’agricoltura dalla tutela della biodiversità».

Positivo, anche se non del tutto soddisfacente, «l’impegno alla riduzione del 50% del rischio e della quantità dei pesticidi utilizzati in agricoltura. Questo obiettivo dovrà essere chiarito e rafforzato nel corso dell’iter di condivisione della strategia da parte del Parlamento europeo, arrivando ad una reale messa al bando dei pesticidi di sintesi entro il 2050, insieme al bando dei fertilizzanti di sintesi e degli antibiotici».

Positiva viene giudicata anche «la volontà di agire sul versante della maggior consapevolezza dei consumatori e delle imprese di trasformazione, affinché si riduca sia lo spreco alimentare che l’alimentazione a base di zuccheri, grassi e prodotti di origine animale. Del resto, i dati sulla salute degli europei sono eloquenti: oltre il 50% della popolazione adulta è in sovrappeso, e l’obesità sta dilagando nell’infanzia, specie nei Paesi mediterranei».

Per le Associazioni della Coalizione #CambianoAgricoltura, «il principale punto debole di questa strategia riguarda il settore zootecnico per il suo contributo alle emissioni climalteranti, non fissando obiettivi di riduzione vincolanti, insieme alla necessaria promozione della progressiva riduzione e qualificazione dei consumi di prodotti di origine animale. La Commissione fornisce i dati che danno la misura della sfida: a partire dal ‘peso’ del sistema agro-alimentare nel bilancio delle emissioni climalteranti (il 29% sul totale) di cui ben la metà rappresentato dalla sola filiera zootecnica, che utilizza oltre i 2/3 dei terreni agricoli europei, risultando così la maggior beneficiaria di sussidi PAC».

«Le ambizioni della Farm to Fork saranno praticabili solo con una energica revisione della PAC per incidere sui sussidi perversi che oggi premiano la sovrapproduzione degli allevamenti intensivi e delle grandi superfici a monocoltura» affermano le Associazioni della Coalizione. «La PAC, impegna oggi il 38% dell’intero budget UE, oltre 60 miliardi l’anno, ed è per questo tra le politiche europee la più importante e maggiormente finanziata. Solo modificando profondamente le regole della PAC sulla base dei contenuti positivi di questa strategia F2F si potrà avviare concretamente una transizione ecologica della nostra agricoltura».

La stessa Strategia F2F raccomanda una «particolare attenzione per lo sviluppo di Piani Strategici nazionali in linea con il Green Deal», insistendo sugli eco-schemi come importante flusso di finanziamenti a favore di pratiche ecologiche.

«La Strategia Farm to Fork riconosce “il ruolo chiave di agricoltori, pescatori e acquacoltori nel rendere i sistemi alimentari sostenibili”, come sempre sostenuto dalle Associazioni di CambiamoAgricoltura, ma proprio per questo la nuova PAC dovrà, a differenza del passato, valorizzare questo ruolo di protagonisti del mondo agricolo promuovendo gli investimenti per l’ambiente, la difesa e restauro degli spazi naturali, aiutando le piccole aziende familiari che garantiscono il presidio dei territori, sostenendo maggiormente l’agricoltura  biologica e spostando risorse per la zootecnia dalla produzione intensiva a quella estensiva e di qualità, con il miglioramento del benessere animale e la riduzione delle importazioni delle materie prime per i mangimi dai Paesi extraeuropei, causa principale della deforestazione».

La Coalizione #CambiamoAgricoltura auspica poi che «il percorso della Strategia F2F porti l’Unione Europea a diventare un modello positivo di riferimento per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari, una sfida molto complessa, quanto necessaria, e confida sull’impegno dei Parlamentari europei per rafforzare ulteriormente questo processo di transizione verso l’agroecologia, in coerenza con il Green Deal».

Fonte: ilcambiamento.it

In memoria del ligustro: riflessioni sull’infanzia che c’è stata e su quella che verrà

Mentre lavoro nei campi il pensiero corre ai bambini e ai ragazzi di oggi. Chiusi in città maleodoranti, insensibili a quel po’ di natura che li circonda, attratti dall’artificiale. E le regole “anti-Covid” hanno fatto il resto. Quale società costruiranno le attuali nuove generazioni se non saranno nemmeno più in grado di toccarsi, abbracciarsi, correre e giocare insieme?

In questi giorni di primavera mi capita spesso di passare lunghe ore all’aperto impegnato nei lavori dell’orto e dell’oliveto mentre le rondini sfrecciano sfiorando l’erba e in sottofondo si  ode costantemente il richiamo insistente dei codirossi.

Non presto molta attenzione a ciò che mi circonda. L’angoscia della situazione attuale è troppa, così come la rabbia, e mi pesa l’impotenza nel vedere il mondo che si sgretola di fronte allo strapotere di multinazionali e al movimento pulsante e irrazionale di una società ormai  priva di ogni punto di riferimento, valore e consapevolezza.  Annaffio, rastrello, tasto i baccelli, raccolgo le potature degli ulivi, apro e chiudo il recinto delle vecchie cavalle pony. Il tempo passa veloce. Tuttavia c’è qualcosa che mi distrae, un essere vivente che mi  fa distendere le rughe della fronte e riporta la mia attenzione sul mondo circostante. È il Ligustro  (Ligustrum vulgare ), un arbusto mediterraneo che forma intrichi e siepi ai bordi dei boschi, nelle radure o dove la luce è abbastanza forte da potergli giovare. Siamo a Giugno e il ligustro è lì, con le piccole foglie coriacee, incurante di telegiornali, pandemie vere o presunte, disastri economici e sociali. Lui è lì e da fine Maggio ci regala dei fiori bianchi a grappoli, dall’aspetto insignificante ma il cui odore, dolce come zucchero, ubriaca anche il più sobrio degli insetti ed è inebriante anche per  gli esseri umani.  Aspiro il profumo e mi sento confortato.  

Poi però il lavoro nel campo mi richiama e mentre accatasto i rami di olivo il pensiero corre ai bambini e ai ragazzi di oggi. Chiusi in città maleodoranti, insensibili a quel po’ di natura che li circonda ma attratti dall’ artificiale, automi costretti in mille progetti; progetti che loro stessi credono interessanti, utili o divertenti ma in realtà non hanno alcun senso se non gettarli nella competizione. Hanno già una maschera e non sanno più riconoscere il bello e il giusto, non sanno quasi più toccarsi, abbracciarsi, ridere come scemi per una battuta banale, rimanere a bocca aperta per un arcobaleno o le onde del mare. Quasi, appunto; alcuni istinti permangono ancora, alcune ripulse sono dure da scacciare: come la disperazione per la sofferenza degli animali o la voglia di correre o più semplicemente le necessità di stare con degli altri simili e coetanei . Ma questo è un problema per una società di consumatori senza freni e per coloro che vendono prodotti e creano economie.  Ecco dunque, durante “l’emergenza covid”, che molte regole che io ritengo assurde e inique si sono accanite proprio su bambini e ragazzi. La scuola a distanza, il distanziamento sociale, le distanze di sicurezza, la paura dell’altro: sono una delle peggiori realizzazioni che questa società pazza ha imposto negli ultimi mesi ai bambini e ai ragazzi. Tutto ciò comporta solitudine, disorientamento, insicurezza; l’atomizzazione della società arriva così alla sua apoteosi; solo singoli si è sicuri. Ma al contrario, quali disagi mentali, quali conseguenze sociali hanno prodotto e produrranno queste imposizioni largamente accettate dagli adulti?  Quale società costruiranno le attuali nuove generazioni se non saranno nemmeno più in grado di toccarsi, abbracciarsi, correre e giocare insieme?

Cinquant’anni  fa la stragrande maggioranza dei bambini riconosceva l’odore del Ligustro, ne gioiva inconsciamente, le ragazze se lo mettevano tra i capelli o nei vasi dei fiori per la Madonna. Oggi il 99% dei bambini non ha mai respirato il profumo del Ligustro, non ne ha mai visto le foglie o i fiori, non sa nemmeno che esista. Se vogliamo cambiare davvero, dobbiamo recuperare il puro contatto con la natura e con noi stessi  e tornare ad assaporare nell’aria l’odore zuccherino della Primavera.

QUALCHE DATO: circa il 60% dei ragazzi controlla lo smartphone come prima cosa appena svegli e come ultima cosa prima di addormentarsi.  Il 63% tra i 14 e i 19 anni usa lo smartphone durante l’orario scolastico. Il 50% dichiara di trascorrere dalle 3 alle 6 ore al giorno con lo smartphone in mano quando fuori da scuola. 120.000 adolescenti in Italia trascorrono su internet oltre 12 ore al giorno mostrando patologie psichiatriche.

Fonte: ilcambiamento.it

«Azzeriamo i fondi per nuove armi e destiniamoli a scuola e sanità»

«Azzerare per un anno i fondi per nuove armi e stop alla cosiddetta “Legge Terrestre” richiesta dall’Esercito. Sarebbero più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere investiti per la riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per la sanità»: questa la richiesta di Rete Disarmo, Sbilanciamoci e Rete della Pace.

Culminano oggi con iniziative e conferenze stampa in tutto il mondo (Seoul, Sydney, Berlino, Roma, Barcellona, Washington, Buenos Aires, Rosario, Montevideo alcune tra le città confermate) le “Giornate Globali di azione sulle spese militari” coordinate dalla Global Campaign on Military Spending (GCOMS). Una Campagna «Azzerare per un anno i fondi per nuove armi e stop alla cosiddetta “Legge Terrestre” richiesta dall’Esercito. Sarebbero più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere investiti per la riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per la sanità»: questa la richiesta di Rete Disarmo, Sbilanciamoci e Rete della Pace.

«Le armi e gli eserciti non ci garantiranno maggiore sicurezza. Anzi, renderanno sempre più catastrofiche le conseguenze dei conflitti attualmente in corso e quelli futuri – dicono le tre organizzazioni nella lettera aperta – Dobbiamo invece dedicare le nostre energie a costruire dialogo, iniziative di diplomazia, politiche di sicurezza comune. E ciò è particolarmente evidente nella lotta contro il Covid-19, una minaccia non militare che potrà essere risolta solo con la cooperazione globale».

«In questi tempi di pandemia, con il Covid-19 che rischia di travolgere i sistemi sanitari di tutto il mondo, l’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma SIPRI ha reso pubblici i dati aggiornati sulle spese militari riferiti al 2019 registrando un aumento del 3,6% rispetto al 2018 con una cifra record di 1.917 miliardi di dollari, e cioè 259 dollari per ogni abitante del pianeta – si legge ancora – Tale aumento mostra che il mondo è travolto da una corsa agli armamenti a beneficio di pochi, che rischia di condurci alla catastrofe globale. E’ indice inoltre dell’enorme potere delle industrie del settore difesa, in particolare in Europa, in America del nord, in Asia e Oceania. Il solo bilancio militare della NATO arriva a 1.035 miliardi di dollari, cioè il 54% della spesa militare globale. Nel Medio Oriente, l’unica regione in cui le spese militari siano diminuite, le conseguenze tragiche dei conflitti militarizzati sono evidentissime».

«Tutto questo avviene mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con tutti i suoi limiti l’unico tentativo globale e concertato di rispondere alle crisi di natura medico-sanitaria, ha un bilancio biennale di circa 4,5 miliardi di dollari per la maggior parte contributi volontari di Stati e privati – sottolinea Giulio Marcon portavoce di Sbilanciamoci – Stiamo parlando di una cifra che annualmente è solo lo 0,11% di quanto i Governi spendono globalmente per il settore militare».

«Un altro paragone possibile è con l’investimento nell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) dei Paesi industrializzati che è pari a 152,8 miliardi di dollari, equivalenti allo 0,30% del loro PIL e meno dell’8% della spesa militare – aggiunge Sergio Bassoli della segreteria di Rete della Pace – Un dato significativo che denuncia dove stia il vero interesse ed investimento da parte dei Governi (nell’industria militare e nelle guerre) in totale contraddizione con gli impegni sottoscritti per l’Agenda 2030».  

«La situazione è del tutto simile anche in Italia, con una stima (elaborata dall’Osservatorio Mil€x, in allegato scheda con i dettagli) complessiva di spesa militare prevista per il 2020 in circa 26,3 miliardi di euro con crescita di oltre il 6% (quasi un miliardo e mezzo in più) rispetto al comparabile bilancio preventivo 2019. “E questi sono solo i numeri delle previsioni di partenza – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – perché nei bilanci consuntivi si verifica una spesa effettiva decisamente superiore. Va sottolineato poi che nella previsione per il 2020 quasi 5,9 miliardi di euro sono destinati all’acquisto di nuovi sistemi d’arma».

«Questi dati e considerazioni spingono Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Rete della Pace a una presa di posizione congiunta, con l’obiettivo di recuperare fondi utili per la fase di uscita dalla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 e per iniziare un vero processo di spostamento di risorse dalle spese militari a settori più utili per la società». 

«La proposta che intendiamo avanzare al Governo e al Parlamento è chiara e netta: una moratoria di un anno per il 2021 su tutti gli acquisti di natura militare per nuovi sistemi d’arma. Se non è forse ipotizzabile fermare i programmi che sono già stati finanziati e decisi con la Legge di Bilancio votata a fine 2019 è invece sicuramente possibile intervenire sulle prossime decisioni di budget dello Stato. Quello che chiediamo è dunque concretamente realizzabile: azzerare completamente per un anno i fondi per nuove armi allocati sia presso il Ministero della Difesa che presso il Ministero dello Sviluppo economico e non dare avvio alla cosiddetta “Legge Terrestre” richiesta dall’Esercito. Complessivamente si tratterebbe di più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere immediatamente riconvertiti e investiti per gli interventi di riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per acquisto di strumentazione medica al fine di aumentare i posti letto, soprattutto quelli di terapia intensiva. Una scelta semplice e in un certo senso anche naturale, con fondi già previsti e per i quali ci sarebbe solo un cambio di destinazione da investimento negativo e non utile a investimenti fondamentali per il futuro dell’Italia». 

«Chiederemo a tutte le forze politiche, al Governo, al Parlamento di avere per una volta il coraggio di mettere le necessità reali dei cittadini italiani davanti agli interessi militari e dell’industria delle armi» concludono le tre organizzazioni.

Fonte: ilcambiamento.it

Nasce un Sentiero dei Parchi per valorizzare le aree protette d’Italia

Un itinerario escursionistico eco-sostenibile che toccherà tutti i 25 Parchi nazionali del nostro Paese e che collegherà tutte le regioni italiane. È quanto prevede un accordo siglato tra il ministero dell’Ambiente e il Cai (Club alpino italiano) per rilanciare le aree protette come luoghi di conservazione e di gestione della natura. Il Sentiero dei Parchi unirà parchi, riserve della biosfera, siti naturalistici Unesco e patrimonio culturale immateriale dell’umanità. È stato siglato qualche giorno fa, in occasione della Giornata europea sui Parchi, un Protocollo d’intesa tra il ministero dell’Ambiente e il Cai (Club alpino italiano) che prevede una collaborazione più intensa per promuovere l’educazione ambientale e la biodiversità. In particolare, per favorire la frequentazione consapevole delle Terre alte, l’accordo prevede la realizzazione di un percorso ecosostenibile che prenderà il nome di “Sentiero dei Parchi”: un itinerario escursionistico che toccherà tutti i 25 Parchi nazionali del nostro Paese, che avrà come spina dorsale l’attuale Sentiero Italia CAI. Lungo oltre 7000 km, l’attuale Sentiero Italia CAI collega tutte le regioni italiane lungo la dorsale appenninica e l’arco alpino, da Santa Teresa Gallura, nel nord della Sardegna, a Muggia, in provincia di Trieste. Un itinerario, che abbraccia tutto il Paese attraverso le montagne, e che attualmente attraversa già 18 dei 25 parchi nazionali e conta 85 tappe, su un totale di circa 400, comprese interamente o parzialmente all’interno dei loro confini.

Grazie all’accordo con il ministero è prevista ora la realizzazione di specifiche varianti, così da comprendere tutte le aree protette, in un percorso di visita eco-sostenibile che unisca parchi, riserve della biosfera, siti naturalistici Unesco e patrimonio culturale immateriale dell’umanità. L’obiettivo è quello di rilanciare le aree protette come luoghi di conservazione e di gestione della natura, che consentono ai residenti la possibilità di realizzare filiere economiche sostenibili.

«Muovendo dal Sentiero Italia CAI, che già abbraccia tutte le nostre regioni, raccorderemo, questa volta in un progetto che diverrà sicuramente realtà nel più breve tempo possibile, anche tutti i 25 parchi nazionali. Un’occasione in più da offrire a chi vuole vivere l’esperienza della natura in un modo guidato attraverso i sentieri che il Cai descrive e mantiene, e conseguentemente per promuovere ancora di più il nostro Paese», ha dichiarato il presidente generale del Club alpino italiano Vincenzo Torti.

«I parchi nazionali – ha spiegato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – sono uno scrigno della natura: bisogna garantirne la conservazione, ma anche la fruibilità. L’attenzione riservata con la legge di bilancio – ben 35 milioni di euro nel periodo 2020-2033 – per la manutenzione e il potenziamento delle reti sentieristiche nelle aree protette insieme a questo accordo con il Cai sono segnali importanti di quanto ci stia a cuore il nostro inestimabile patrimonio di biodiversità e la sua valorizzazione in termini di turismo sostenibile, soprattutto in questo periodo di ripresa post-Covid nel quale tutti sentiamo il bisogno di stare più all’aria aperta. E per tutti i viaggiatori lungo il Sentiero dei Parchi creeremo anche un ‘passaporto’, un riconoscimento simbolico per gli escursionisti che attraverseranno il territorio di ciascun parco e per premiare quelli che saranno riusciti a completarlo facendo tappa in tutti e 25 i parchi nazionali».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/06/nasce-sentiero-parchi-valorizzare-aree-protette-italia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Una famiglia in viaggio su una casa mobile e sentieri non tracciati

Un viaggio di scoperta per tracciare nuovi sentieri da esplorare strada facendo, guidati da alcuni principi in linea con se stessi e la propria visione del mondo: responsabilità sociale, auto-sostentamento, sostenibilità, libertà e semplicità. Vi raccontiamo il viaggio su quattro ruote e progetto di vita di Daniela de Angelis e la sua famiglia.

«In questo momento di grandi cambiamenti per il mondo, di cui il coronavirus è solo uno dei tanti vettori, è nato in me un grande desiderio di condividere con il mondo le riflessioni che scaturiscono da una vita svuotata dalle distrazioni di una quotidianità che molto spesso trasforma le persone in consumatori inconsapevoli di tutto ciò che è superfluo, abbandonando se stessi e i propri sogni».

È il messaggio che ci ha inviato Daniela De Angelis. Più che un progetto, quello che stiamo per raccontarvi è il percorso di costruzione di una nuova vita intrapreso da una famiglia che si è progressivamente allontanata dalla Lombardia per iniziare un viaggio senza mete o risposte precise ma guidato da visioni e possibilità.

Puoi presentarti?

Mi chiamo Daniela, ho trentaquattro anni, e sono cresciuta nella provincia comasca, in Lombardia. Dopo una laurea in scienze del turismo ed essermi buttata nel mondo delle agenzie di viaggio, non ci ho messo molto a capire che la vita d’ufficio non era fatta per me. Un viaggio in Burkina Faso mi ha dato il coraggio di licenziarmi e andare alla ricerca di un lavoro che appagasse le mie passioni e che mi insegnasse le tante cose che ancora non conoscevo del mondo. Sono stata responsabile didattica in una fattoria sociale, aiuto-cuoca, sono apicoltrice e divulgatrice di pedagogie non direttive, ho viaggiato in Europa, Africa e Asia alla scoperta di me stessa e della realtà in cui vivo. Le mie scelte mi hanno portato a trasferirmi in Valtellina, in provincia di Sondrio, dieci anni fa. È in Valtellina che ho conosciuto il mio attuale compagno Tomas, tecnico del suono, sperimentatore, agricoltore, appassionato di natura, musica e fotografia. Insieme abbiamo alimentato la nostra consapevolezza e la nostra volontà di autodeterminare la nostra vita basandoci su scelte in armonia con noi stessi e la visione del mondo in cui ci piacerebbe vivere.

Cosa intendi quando parli di autodeterminazione della vostra vita?

Responsabilità sociale, auto-sostentamento, sostenibilità, libertà e semplicità sono concetti che ci hanno sempre accompagnato nel nostro tentativo di “costruire la nostra vita”, senza accontentarci di ciò che avevamo già intorno, ma agendo per creare ciò che riteniamo sia importante per noi e la comunità.

Cosa è successo quando siete diventati genitori?

Con l’arrivo dei nostri due figli Federico e Pietro, che oggi hanno sette e tre anni, le motivazioni per continuare a cercare una strada che fosse coerente con i nostri principi etici sono diventate più pressanti, portandoci a fare numerosi tentativi concreti per cambiare e arricchire la terra in cui abitavamo con progetti educativi basati su pedagogie non direttive e cercando di costruire intorno a noi una comunità di persone che ci fosse affine. Al contempo abbiamo fatto la scelta di acquistare un camper, e passare qualche mese all’anno in viaggio, durante il periodo invernale, rinunciando a mandare i nostri figli a scuola e preferendo per loro un percorso di apprendimento libero e autodiretto, basato sulla motivazione intrinseca e su una relazione costante con la natura e il mondo.

Puoi parlarci del del vostro percorso su “Sentieri non tracciati”?

È proprio grazie alla scelta del viaggio che è iniziata la nostra strada “su sentieri non tracciati”, che è anche il titolo del blog che abbiamo creato prima di partire per la nostra ultima avventura e in cui raccontiamo tutto ciò che la nostra quotidianità su quattro ruote ci sta insegnando e mostrando. Ci sentiamo costruttori del nostro percorso di vita, decidiamo che direzione prendere momento dopo momento, a seconda di ciò che il mondo e le nostre esperienze ci mostrano.

Cosa vi sta insegnando la vita in viaggio, su quattro ruote?

La vita nomade, passata soprattutto su territori selvaggi di Spagna e Francia, ci ha insegnato l’importanza del vivere il presente, di connetterci con la natura e le persone che incontravamo sul nostro cammino, ci ha mostrato come tutto ciò di cui avevamo davvero bisogno poteva stare tranquillamente stivato nel nostro camper e ci ha aperto nuove visioni di come la nostra vita avrebbe potuto essere. Abbiamo poi seguito il flusso di ciò che ci si presentava davanti: da un lato risultati non soddisfacenti riguardanti i progetti in Valtellina, dall’altro lo stretto feeling creatosi con famiglie che avevano scelto il viaggio su una casa mobile per cercare il loro futuro.

L’esperienza più significativa da quando siete in viaggio?

Ricordo benissimo un momento che per noi è stato decisivo. Eravamo a Cabo de Gata, in Andalusia, sulla stupenda spiaggia de Los Genoveses, con due famiglie a cui siamo molto legati. Osservavo continuamente i miei figli e la loro quotidianità in questa dimensione di relazione continua e spontanea con altri bambini, la loro tranquillità nel vivere il viaggio e la quantità e la qualità di insegnamenti che ne stavano ricavando; il pensiero di tornare alla vita di valle mi ha messo in crisi. Era febbraio e, guardandoci negli occhi, io e Tomas abbiamo deciso che l’autunno successivo avremmo lasciato la casa che avevamo in affitto e che saremmo partiti per un viaggio di scoperta, e per tracciare un nuovo sentiero che non sapevamo dove ci avrebbe condotto, ma che avremmo esplorato strada facendo.

Cosa è successo dopo?

Lo abbiamo fatto. A novembre abbiamo salutato la Valtellina e tutti i nostri cari e siamo partiti, il camper è diventato la nostra casa e abbiamo iniziato la nostra avventura. Il viaggio fisico ed emozionale si son intrecciati, ogni nostra tappa è stata per noi un momento di evoluzione, che ci ha cambiato e ci ha mostrato il passo successivo da compiere: la Francia è stata transizione, la Catalogna ricerca di un equilibrio familiare, la riserva naturale di Capo de Gata e l’Andalusia sono stati il sentirsi nuovamente a casa, il Marocco è stato esplorazione, e infine il Portogallo ci ha regalato una nuova famiglia.

Come avete vissuto l’emergenza coronavirus e le misure restrittive?

Ci trovavamo qui (in Portogallo, ndr) quando è scoppiata l’emergenza sanitaria a causa del COVID-19, con un gruppo di amici vecchi e nuovi; anche in Portogallo sono state adottate misure restrittive d’isolamento per contenere il contagio, e la legge ci obbligava a trovare un terreno privato dove sostare e isolarci o tornare ai nostri rispettivi paesi di residenza. Quattro famiglie, tra cui noi, hanno scelto di vivere la quarantena insieme e, pur sapendo di non avere molte possibilità, di trovare un luogo abbastanza spazioso per ospitarci insieme. Dopo giorni di tentativi, l’ultima chiamata telefonica ci ha regalato un paradiso, e ora siamo ospiti da una famiglia tedesca in un grandissimo terreno nell’Alentejo, tra i boschi e gli animali. Qui il nostro percorso si è intrecciato e unito a quello degli altri e ha creato il sogno di un terreno dove vivere tutti insieme, dove sperimentare e costruire una comunità che condivide gli stessi valori e lo stesso stile di vita. Vedremo questa strada dove ci porterà, vivendola.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/famiglia-viaggio-su-casa-mobile-sentieri-non-tracciati/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

È il momento di scommettere sulla bicicletta. Perché se non ora… quando?

Sono sempre più numerosi i cittadini che ogni giorno scelgono la bicicletta come mezzo sostenibile per spostarsi in città. E sono sempre più numerose le città che vedono nella ciclabilità la chiave di volta per affrontare quest’emergenza e per cambiare le nostre abitudini insostenibili. Perchè il futuro che ci aspetta pedala su due ruote. In che direzione vogliamo andare?

Ormai è chiaro, la bici potrebbe essere la regina indiscussa di quel cambiamento che abbiamo bisogno di vedere nelle nostre strade e che, nella gestione dell’emergenza da covid-19, è un indispensabile aiuto per muoversi in sicurezza durante la fase 2. Nelle nostre città, in questi due mesi di lockdown, abbiamo avuto una tregua dall’odore persistente dello smog e dal rumore assordante del traffico, come da tempo non ci ricordavamo. E ora non vogliamo rinunciare a quel miraggio che ci ha come risvegliati. Ed è questo il momento buono per avere il coraggio di modificare il nostro stile di vita, per mettere in atto quelle soluzioni che abbiamo posticipato per troppo tempo. Proprio come la mobilità sostenibile e l’utilizzo di mezzi alternativi all’auto, che rendono evidente che il futuro può andare in una sola direzione.

Partire dalla crisi per cambiare le proprie abitudini. C’è chi non crede sia possibile, chi ci spera, chi lo esige. E c’è chi in passato ci ha creduto e ne è uscito vincente, proprio come ci dimostra l’esperienza dei Paesi Bassi, che furono capaci di rialzarsi dalla crisi energetica che li colpì duramente nei primi anni ’70, quando le decisioni prese dall’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) condussero ad una impennata dei prezzi e a un’improvvisa interruzione del flusso dell’approvvigionamento di petrolio. In mancanza di carburante, la bicicletta è stata la soluzione su cui il Paese ha scommesso.

Ora, se guardiamo ai Paesi Bassi, rimaniamo meravigliati dalle centinaia e centinaia di biciclette che popolano le strade e le piazze. Sono il risultato positivo di un momento di difficoltà che ci mostra che cambiare si può, reagendo e sfruttando una situazione di crisi per ripensare ai propri sistemi di trasporto. Prendendo in riferimento l’esempio di Torino, città ai primi posti per inquinamento atmosferico, nei primi giorni della fase 2 i dati rilevati da 5T, azienda che gestisce la Centrale della Mobilità nell’area metropolitana torinese e del Piemonte, illustrano che le centraline hanno riportato un aumento del traffico veicolare del 35%, dovuto principalmente alla ripresa lavorativa,  mentre si denota che il traffico su piste ciclabili è aumentato di quasi 10 volte rispetto alle auto, con un aumento di 335%. Un risultato che fa ben sperare, perchè sono tante, tantissime le persone che credono fortemente in questo cambiamento.

Foto tratta da: Fiab – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta

Tra le decisioni prese dalla giunta comunale, attualmente, c’è quella di adeguare i controviali della città ad un uso prevalentemente ciclabile, dove la velocità massima consentita alle auto sarà di 20 km/h. Parliamo di un totale di 80 km che si suddividono in 27 corsi, molti dei quali sono tra i più trafficati della città. La decisione è stata presa sulla base delle precedenti richieste dei comitati e delle associazioni ambientaliste locali che vedono nella ciclabilità la chiave di volta per cambiare le nostre abitudini insostenibili, con la consapevolezza che in questa crisi non possiamo non ripartire da qui. Specialmente se parliamo di Torino, dove la cultura dell’automobile ha imperato per decenni e dove reinventarsi mettendo al primo posto la sostenibilità ambientale è una sfida ancora più grande. Intanto il governo Conte ha approvato questa mattina il “Decreto Rilancio” dopo che, in questi giorni, si è alzata la voce dei vari Movimenti Cicloattivisti che hanno ricordato che le principali Città Metropolitane stanno procedendo speditamente alla costruzione della rete ciclabile d’emergenza ed è importante che lo Stato le supportiin fatto di mobilità sostenibile. Il decreto contiene attualmente nuove misure come il bonus per l’acquisto di bici classica, a pedalata assistita o a monopattini per i comuni superiori a 50.000 abitanti, ha introdotto la figura obbligatoria del mobility manager per realtà superiori a 100 dipendenti, la definizione di “corsia ciclabile” sulle carreggiate e la “casa avanzata”, una linea di arresto posizionata davanti alle automobili per tutelare i ciclisti. Non tutti i provvedimenti attesi sono stati inclusi nel decretocome ad esempio i soldi e le indicazioni da destinare ai Comuni per la realizzazione delle ciclabili di emergenza per la Fase 2 nonostante in molte città i lavori siano già iniziati.

E’ fondamentale, in questo momento, incentivare l’uso della bici ma anche garantire la sicurezza e la salute dei cittadini e non lasciare isolate le amministrazioni locali ma promuovere una visione comune e sistemica. La cultura della bici la creiamo quando creiamo una cultura dell’uguaglianza e della convivenza. Una città dove le macchine in strada imparano a rispettare e a convivere con la sana “lentezza” delle biciclette è una città che ha imparato a dare valore al rispetto, dove i mezzi a due ruote smettono di essere un ostacolo o un ingombro ma diventano parte di uno stile di vita collettivo. Perchè il vero cambiamento lo facciamo insieme.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/momento-scommettere-bicicletta-perche-se-non-ora-quando/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Sant’Agabio: il quartiere resiliente che riscopre la bellezza del vicinato

Sant’Agabio è un quartiere della periferia di Novara, conosciuto per le sue numerose problematiche sociali ed economiche. Oggi si è reinventato grazie all’impegno di tutti i suoi abitanti, gli enti e le associazioni che qui vivono e che hanno fatto di Sant’Agabio un vero e proprio quartiere resiliente, dove si valorizza la diversità, si aiuta chi ha bisogno e si mette in pratica l’autoproduzione, stimolando le persone a rimanere e a credere che “insieme si può fare”.

«Viviamo in una società in cui conosciamo centinaia di persone lontane ma abbiamo perso la bellezza del contatto con i nostri vicini di casa». Queste parole rispecchiano un pensiero comune che ci viene spesso testimoniato dalla moltitudine di persone che abbiamo incontrato nei nostri viaggi in giro per l’Italia. Una frase che rivendica il potere della vicinanza, la semplicità del quotidiano e il contatto con chi ci circonda, che ci appaiono ormai come un ricordo d’altri tempi. E proprio oggi, per mezzo della tecnologia, dei social e dei viaggi, siamo sempre alla ricerca di qualcosa più lontano da noi, dimenticandoci che al di là della porta di casa esiste un mondo fatto di persone in carne e ossa che ci circondano e sono tutte da scoprire. Oggi vi raccontiamo la storia di un quartiere che sta ribaltando questo modo di vivere e dove è nata una comunità resiliente che si aiuta e si sostiene, mostrando proprio a quei vicini di casa che prima non si conoscevano la bellezza di incontrarsi fuori dal proprio uscio.

È proprio questo è il caso di una grande storia che nasce come soluzione a un grande problema. Ci troviamo nel quartiere popolare di Sant’Agabio, nella periferia di Novara. Un quartiere caratterizzato da un’alta percentuale di immigrati che rende la convivenza una grande sfida, dai molti giovani che finiti gli studi non riescono a trovare lavoro, dalla solitudine degli anziani, dalla vicinanza con uno dei poli chimici più grandi di Italia che contribuisce alla percezione generalizzata di degrado. Insomma, una quantità così grande di problemi che sembrano non lasciare speranza eppure tre anni fa è successa una magia che sta totalmente rivoluzionando il modo di vivere del quartiere. I protagonisti di questa storia sono Franco Bontadini e Stefania D’Addeo che in questa magia hanno creduto, facendo risvegliare un quartiere ormai assopito. «Il nostro sogno era quello di trasformare questo quartiere in un luogo dove le persone si possono incontrare, dove riscoprire il senso di vicinato, dove passare il tempo insieme e poter trovare un aiuto quotidiano. Quando siamo venuti a conoscenza di un Bando di Fondazione Cariplo che si chiama “Costruiamo comunità resilienti” ci siamo detti, “perché no”?».

Così nasce Sant’Agabio Resiliente grazie all’associazione Savore (associazione Sant’Agabio Volontari Resilienti), creata appositamente per riunire le diverse associazioni locali e far rivivere un quartiere che aveva perso ogni speranza. Ma come si crea una comunità resiliente? Ce lo hanno raccontato Franco e Stefania spiegandoci che «una comunità resiliente è una comunità fatta di persone che diventano autonome e capaci di affrontare insieme i cambiamenti e le difficoltà». Tutte le iniziative e i progetti nascono per uno scopo, quello di essere autosufficienti, cercando e trovando tutte le risposte all’interno del quartiere.

Come ci spiega Franco nel video, «non ci facciamo le nostre cose ma le facciamo insieme agli altri».  Ci sono dei negozi sfitti da anni? Allora l’associazione ha acquistato alcuni locali dove ha organizzato laboratori, feste e momenti di incontro tra gli abitanti. C’è una carenza educativa? Il quartiere ha creato una biblioteca che ha chiamato “babiloteca” dove si custodiscono libri di tantissime lingue diverse a cui possono accedere persone di tutte le nazionalità.

Si è dimenticata la cultura del fai da te? In risposta l’associazione ha organizzato corsi di autoproduzione, di panificazione, di creazione artigianale di conserve. Come ci raccontano, «Pensiamo che tra le caratteristiche di una popolazione resiliente vi sia la capacità di alimentarsi in modo indipendente, sano e sapendo riconoscere i prodotti di qualità. All’esterno abbiamo un grande prato dove gli anziani del quartiere coltivano frutta e verdura nei nostri orti urbani, facciamo grigliate, castagnate e qui i più giovani possono praticare sport a contatto con la natura».

Mancano occasioni di incontro tra le persone? Il quartiere ha puntato sulla condivisione della cultura e del saper fare. Così sono nati laboratori per tutte le fasce di età come corsi di arabo per i bambini che a scuola imparano l’italiano ma che non hanno perso l’abitudine di parlare la propria lingua per poter comunicare con i propri familiari lontani. Sono nati anche corsi di cucito insieme alle studentesse di un istituto di Moda di Novara che qui svolgono lezioni per ottenere crediti formativi. Sono stati attivati corsi di riuso e riciclo creativo, laboratori di cucina, di arti pittoriche grazie alla partecipazione di insegnanti in pensione. Si svolgono attività con i ragazzi e le ragazze down che qui possono destreggiarsi in lavori manuali. Come riportato nel video, una volta al mese c’è il “mercatino resiliente” a cui partecipano hobbisti e creativi del quartiere che hanno perso il lavoro e che vendono le proprie creazioni realizzate con materiali di recupero come gioielli in plastica o cialde del caffè e realizzano borse e grembiuli attraverso il recupero di stoffe e vecchi jeans. «Abbiamo pensato a un mercatino resiliente perchè in questa zona il livello economico e la povertà si percepiscono con mano e lo scambio e il riuso diventano pratiche che possono fare davvero la differenza». Infatti, nel quartiere, si valorizza anche il riuso come nel caso di giocattoli per bambini che vengono donati di famiglia in famiglia o lo scambio di oggetti e vestiti che sono di troppo negli armadi.

In questi anni, grazie al progetto “Costruiamo comunità resilienti” sono sempre più numerosi gli abitanti che hanno deciso di non “fuggire” dal quartiere ma di rimanere. Come ci viene spiegato da Franco e Stefania, «Il bello è che a Sant’Agabio si è creata una cultura mista di persone che è molto tollerante. Qua si può organizzare una festa musulmana all’oratorio o una festa cattolica nel circolo. Ognuno fa le cose che ritiene di valore per la propria comunità di origine e questo bisogno è accolto positivamente da tutti. Per il futuro del quartiere vorremmo far crescere questo senso di comunità. Far scoprire agli abitanti che le opportunità sono proprio sotto casa e non c’è bisogno di guardare più lontano per trovare nuove occasioni». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/sant-agabio-quartiere-resiliente-riscopre-bellezza-vicinato/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

I cinque studenti dell’isola di Alicudi e la resilienza delle piccole scuole

È nell’isola di Alicudi, nell’arcipelago eoliano, che si trova la comunità scolastica più piccola d’Europa, composta da soli cinque studenti fra infanzia, primaria e medie. Questa è una delle realtà del Movimento delle Piccole Scuole di INDIRE, una rete che unisce oltre 400 istituti che, malgrado le difficoltà ed il rischio chiusura, resistono sul territorio nazionale.

In un precedente articolo vi avevamo raccontato della resilienza con cui il Movimento delle Piccole Scuole di INDIRE aveva risposto alle sfide della didattica a distanza. Ma che cosa sono le piccole scuole? Quali sono le sfide quotidiane dei bambini, dei docenti e dei dirigenti che le animano? Che cosa promuove il Movimento delle Piccole Scuole di INDIRE e perché il suo operato è rilevante tanto per coloro con cui interagisce direttamente quanto per l’intero sistema scolastico?

Per aprire uno spiraglio su queste realtà partiamo da un istituto molto particolare, l’Istituto Comprensivo Isole Eolie, che raccorda ben sei delle sette isole Eolie garantendo ai bambini e alle bambine dell’arcipelago eoliano l’istruzione dall’infanzia alle medie. È qui che si trova, fra le altre, la piccola scuola di Alicudi, che con il suo totale di cinque studenti fra infanzia, primaria e medie è stata definita dai media “la scuola più piccola d’Europa”.

Una delle principali difficoltà che i bambini, i docenti e la preside dell’Istituto si ritrovano ad affrontare di settimana in settimana è la distanza marina. Buona parte dei docenti, infatti, pur fermandosi in settimana nelle isole, vive in Sicilia e per recarsi al lavoro deve prendere il traghetto. «Quando Eolo – perché il dio dei venti è un’entità molto presente qui – ci manda la tempesta di lunedì entra tutto in crisi, e abbiamo difficoltà ad aprire la scuola per la settimana», ci ha raccontato la dirigente, Mirella Fanti. A questo si aggiunge la complessità della didattica nelle cosiddette pluriclassi: classi che, visti i piccoli numeri, possono arrivare ad accorpare studenti di tutti e cinque gli anni del ciclo elementare. Isolamento geografico dunque, ma anche culturale, perché sia gli studenti che i docenti si ritrovano ad avere poche opportunità di interazione e di confronto fra pari. Facendo di necessità virtù, le piccole scuole, insieme a INDIRE – l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa – hanno avviato nel 2017 il Movimento delle Piccole Scuole di INDIRE e sviluppato delle risposte, risorse e sperimentazioni tali da aprire la strada verso una scuola più innovativa. Nel rispondere all’isolamento geografico, per esempio, l’Istituto Comprensivo delle Eolie ha attivato una specie di banca delle ore, così che i docenti possano prestarsi le ore in caso di necessità. E per i giorni in cui raggiungere le isole è proprio impossibile, INDIRE ha reso disponibili strumentazioni e competenze tali da consentire il proseguimento delle lezioni con la didattica a distanza, che alle Isole Eolie è già una realtà quotidiana dal 2008 e viene praticata dai docenti in collegamento con le classi da casa a scuola.

Gli studenti di Alicudi

A supporto dei docenti delle piccole scuole, invece, INDIRE ha attivato dei laboratori formativi continui. Anche perché «se si vuol rendere le lezioni interessanti a tutti serve una didattica particolare», come ha evidenziato Mirella Fanti.

«Ci sono delle opportunità enormi – ci ha spiegato Jose Mangione, prima ricercatrice INDIRE e referente del gruppo di ricerca che si occupa delle piccole scuole – perché le pluriclassi permettono di lavorare per competenze, secondo una idea di classi aperte e inclusive, guardando ad un curricolo verticale. Nelle piccole scuole, inoltre, si tende a lavorare tantissimo con il territorio che diviene un vero e proprio partner didattico e organizzativo».

Lo stesso Manifesto che rappresenta i principi guida del Movimento delle Piccole scuole riserva al territorio un riconoscimento particolare, che nell’esperienza concreta dell’Istituto Comprensivo Isole Eolie ha preso la forma di un’importante collaborazione con associazioni nazionali e locali. C’è per esempio Mare Vivo, che da cinque anni forma i giovanissimi studenti delle isole a conoscere e a tutelare il territorio in cui abitano. Fra uscite didattiche e interventi specialistici con biologi e biologi marini, alla fine del percorso i bambini ottengono l’attestato di “Delfini Guardiani”, ovvero di cittadini attivi nella protezione e conservazione dell’ambiente.

La scuola primaria e secondaria di Stromboli, isole Eolie

Per documentare le pratiche e le attività di sperimentazione didattica ed educativa delle scuole che partecipano alla Rete Nazionale delle Piccole Scuole, INDIRE ha elaborato riprendendo la formula dei repertori della Biblioteca di Lavoro di Mario Lodi i Quaderni delle Piccole Scuole, suddivisi in Storie, Strumenti e Studi. Le “Storie” riportano i racconti dei docenti sulle pratiche e sulle sperimentazioni messe in atto. Gli “Strumenti”, che nascono solitamente dal lavoro di co-ricerca fra le scuole e l’INDIRE, raccolgono linee guida e schede operative utili per il lavoro in classe. Gli “Studi”, infine, sono rassegne di ricerche e indagini che possono fungere da guida alla governance territoriale.

I ricercatori di Indire impegnati nell’attività di ricerca-intervento per le piccole scuole lavorano assiduamente per scrivere ogni giorno una nuova storia della piccola scuola italiana e lo fanno anche costruendo una identità a partire dalla realizzazione di una fotografia più completa di questo fenomeno, solo apparentemente “minore”. Risulta infatti – sottolinea Rudi Bartolini, ricercatore Indire – che il 45% della scuola del primo ciclo e il 21% della scuola secondaria di primo grado siano di fatto piccole scuole.

«Quando si parla di piccole scuole si tende ad immaginare solo la scuola di montagna o la piccola isola ma il fenomeno non si esaurisce lì. Il quadro è più complesso di quanto si pensi comunemente. Ci sono piccole scuole anche nei contesti urbani o di cintura, e addirittura nei centri storici. Esiste anche uno spopolamento delle aree centrali».

È quanto ci ha spiegato Rudi Bartolini.

Ad oggi il Movimento delle Piccole Scuole INDIRE continua a crescere e dalle 60 scuole firmatarie nel 2017, gli istituti aderenti sono diventati oltre 400 – per un totale di oltre 1700 plessi distribuiti su tutto il territorio nazionale. Il rischio di chiusura o di accorpamento per assenza dei numeri minimi di studenti previsti dalla normativa è una grande paura con cui le piccole scuole convivono. «Ai piccoli numeri di studenti – spiega Jose Mangione – spesso corrisponde anche un depotenziamento a livello di organico docente e richiede a Dirigenti (molto spesso “Reggenti” a tempo determinato) di individuare soluzioni che permettano di garantire un servizio di qualità alle famiglie che decidono di rimanere nonostante le difficoltà e per via di un forte senso di comunità e di legame con il territorio».

La collaborazione ed il dialogo con enti nazionali come ANCI e internazionali come la Rete Europea per lo Sviluppo Rurale (ENRD), la Rete delle piccole scuole del Quebec (Ecole Eloignè en Reseau) senza dimenticare le associazioni scientifiche AERA e ATEE permette oggi al Movimento di promuovere esperienze di qualità che impegnano tutti i ricercatori nel fare della piccola scuola un contesto di eccellenza a cui guardare per la trasformazione del sistema educativo. Le piccole scuole che ruotano attorno al Movimento hanno scelto di investire nella qualità del proprio team docente, nella sperimentazione di iniziative in grado di rivoluzionare alcune routine e di proporre un’offerta educativa innovativa, che permetta di prendere le distanze da una condizione di fragilità e rischio chiusura. Al contempo, come ha evidenziato Jose Mangione, «il gruppo di ricerca si adopera per intercettare e promuovere modelli di sostenibilità a partire da un’idea di scuola di comunità».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/cinque-studenti-isola-alicudi-resilienza-piccole-scuole/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Innesto, l’orto urbano che riqualifica la periferia educando al verde

Innesto è un progetto di orti urbani a Torino che, in questi anni, sta coinvolgendo la cittadinanza per riscoprire insieme la vera “arte del coltivare”. Qui si recupera il legame con la terra, si educa al verde, si trascorre il tempo insieme, valorizzando un’area periferica della città grazie al potere della collettività. Riqualificare aree cittadine, sottraendole alla speculazione edilizia, al degrado e all’inquinamento, realizzando orti urbani è già di per sé una risposta concreta a favore della collettività. A Torino c’è un’associazione che fa questo e molto di più:  educa al verde, recuperando il legame con la terra e con i cicli della natura.

Come? «Quando all’inizio del 2015, ci siamo ritrovati a immaginare Innesto, – racconta Sara Ceraolo, co-fondatrice e segretario dell’associazione – abbiamo semplicemente pensato a che genere di opportunità di contatto con il verde avremmo voluto nella nostra città e, non trovandone di rispondenti ai nostri bisogni, abbiamo deciso di crearla da zero». L’individuazione dei bisogni è l’azione preliminare per eccellenza, necessaria per la realizzazione di qualsiasi progetto. La chiave per il successo.  

La dimensione più innovativa di Innesto è proprio quella di non rientrare in una definizione canonica di “associazione di orticoltura”.  Oltre alla sperimentazione nel campo della produzione orto-floro-vivaistica, Innesto si dedica allo sviluppo di progetti a sfondo sociale, finalizzati alla sensibilizzazione della collettività. «Dietro alla possibilità di coltivare un metro cubo di terra in mezzo alla città, – prosegue Sara – si apre automaticamente una dimensione di cittadinanza attiva». Ecco perché tutti i progetti di Innesto includono momenti di aggregazione, come workshop, gruppi di lettura nell’orto, aperitivi e merende.  

«Il nostro tentativo – continua – è volto alla creazione di micro-comunità virtuose, ma si tratta di un processo lungo, che va continuamente alimentato».  Le iniziative, sempre gratuite e aperte a tutti, creano occasioni di incontro tra gli ortolani che coltivano i cassoni negli spazi gestiti dall’associazione, i cittadini col pollice verde ma anche semplici curiosi.

Ortoterapia? In un certo senso sì, perché il verde risponde a un bisogno, che non è solo legato al contatto con la realtà naturale, ma rivela una profonda connessione con il desiderio di appartenenza a un gruppo, che si riconosce nella condivisione di conoscenze che rischiano di andare perdute. Innesto fa parte di OrMe, rete degli orti metropolitani di Torino. Durante il lockdown, i decreti in vigore hanno impedito a tutti il raggiungimento dell’orto. Innesto però, insieme agli altri enti della rete, ha discusso con la Città di Torino e con tutti gli attori istituzionali per portare l’attenzione del governo nazionale e locale sul tema dell’orticoltura urbana. Durante quest’emergenza sanitaria, presto trasformatasi in emergenza sociale, la povertà alimentare, si è presto manifestata e per alcuni l’orto sta rappresentando una chance in più di contribuire a portare sulla propria tavola prodotti freschi e a costi molto ridotti. I mesi di marzo e aprile, tra l’altro, sono fondamentali per la semina e l’impostazione dell’orto. Dopo diversi tentativi e richieste, la Città di Torino il 20 aprile ha sbloccato gli accessi agli orti di proprietà (o in locazione) e il 10 maggio a quelli associativi (come Innesto), così gli ortolani hanno sono riusciti ad accedere nuovamente ai propri orti. L’organizzazione in rete con le altre realtà di orticoltura urbana ha dimostrato una fondamentale risorsa e punto di forza per l’interlocuzione con le autorità.

Inoltre, da ottobre 2019, gli ortolani del gruppo degli “Orti al Centro” hanno raccolto il testimone da Innesto e hanno iniziato ad autogestire il proprio spazio, rimanendo un gruppo informale con due referenti che oggi si interfacciano con il direttore del Parco Commerciale, che continua a coprire le spese del gruppo di ortolani poiché crede molto nel progetto. Si può creare “un Innesto” in altre città? «Il nostro progetto principale, Orti Dora in Poi, è strettamente legato al contesto di Parco Dora, il territorio nel quale si sviluppa». Con una lettura sensibile, può certamente essere replicato in altri contesti, analizzanndo i caratteri specifici del luogo scelto.

Allora, diamoci da fare! 

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/innesto-orto-urbano-riqualifica-periferia-educando-verde/?utm_source=newsletter&utm_medium=email