Imballaggi in plastica, direttiva SUP: i sistemi cauzionali possono essere una svolta?

È intorno a questa domanda che il sito di informazione Euractiv ha organizzato una conferenza on line con alcuni autorevoli esperti e addetti ai lavori. La Direttiva UE sulla plastica monouso fissa un obiettivo di raccolta differenziata del 90% per le bottiglie di plastica entro il 2029. Rifiuti da imballaggi in plastica: i sistemi di cauzione possono rappresentare una svolta? È intorno a questa domanda che il sito di informazione Euractiv ha organizzato mercoledì 30 settembre una conferenza on line con alcuni autorevoli esperti e addetti ai lavori. “Mentre la plastica monouso è cresciuta notevolmente negli ultimi 20 anni, i sistemi per contenerla, raccogliere, riutilizzare e riciclare non hanno tenuto il passo” si legge nella presentazione dell’evento. “La Direttiva UE sulla plastica monouso (SUP, ndr) fissa un obiettivo di raccolta differenziata del 90% per le bottiglie di plastica entro il 2029. I politici stanno discutendo se i sistemi cauzionali (DRS) possano essere la soluzione per raggiungere questo obiettivo”. Si tratta com’è noto di “un sistema in cui i consumatori che acquistano un prodotto pagano una tariffa aggiuntiva (un deposito) che viene rimborsata al momento della restituzione della confezione o del prodotto a un punto di raccolta. Da un lato il sistema DRS ha il vantaggio di produrre alti tassi di rendimento in un flusso separato per le bottiglie in PET“, ma “presenta anche degli svantaggi, come un aumento percepito del costo dei prodotti per i consumatori”.

Per riascoltare l’intera conferenza clicca qui: Resolving plastic packaging waste: Can deposit return schemes provide a breakthrough?

Fonte: ecodallecitta.it

I sindaci di 12 grandi città si impegnano a disinvestire dalle società di combustibili fossili, c’è anche Milano

La dichiarazione arriva dal network C40 e comprende tra le altre Londra, New York City, Berlino, Bristol, Città del Capo, Oslo: sostiene la finanza verde come strategia per ricostruire economie urbane eque e sostenibili e aumentare la resilienza alle crisi future

“Ora è il momento di disinvestire dalle società di combustibili fossili e intraprendere investimenti e politiche che diano priorità alla salute pubblica e del pianeta, per ricostruire una società più equa e affrontare questa emergenza climatica”. È questo l’impegno contenuto nella dichiarazione C40 lanciata oggi, cui Milano ha aderito. La dichiarazione di C40,  “Disinvestire dai combustibili fossili, investire in un futuro sostenibile”, riunisce i sindaci di 12 delle città più influenti del mondo, guidati dal sindaco di Londra, Sadiq Khan, e dal sindaco di New York City, Bill de Blasio. Oltre a Milano, anche Berlino, Bristol, Città del Capo, Durban, Londra, Los Angeles, New Orleans, New York, Oslo, Pittsburgh e Vancouver si sono impegnate a disinvestire dalle società di combustibili fossili e sostenere maggiori investimenti green, come parte del loro impegno per accelerare una ripresa verde e giusta post Covid-19. Annunciata nel corso di un evento virtuale della Settimana del clima a New York, la dichiarazione sostiene la finanza verde e senza combustibili fossili come strategia chiave per ricostruire economie urbane eque e sostenibili e aumentare la resilienza alle crisi future. I firmatari si impegnano a utilizzare la loro forza finanziaria per promuovere una transizione energetica giusta e pulita attraverso azioni concrete a livello cittadino, nazionale e internazionale.

Le città che aderiscono alla dichiarazione si impegnano a dare impulso a investimenti sostenibili e privi di combustibili fossili:
– adottando tutte le misure possibili per disinvestire le risorse cittadine dalle società di combustibili fossili e aumentando gli investimenti finanziari in soluzioni climatiche per contribuire a promuovere posti di lavoro dignitosi e un’economia giusta e verde;

– invitando i fondi pensione a disinvestire dalle società di combustibili fossili e aumentando gli investimenti finanziari in soluzioni climatiche per contribuire a promuovere posti di lavoro dignitosi e un’economia giusta e verde;

– promuovendo una finanza sostenibile e priva di fossili da parte di altri investitori e di tutti i livelli di governo, anche promuovendo l’importanza di politiche climatiche forti e a lungo termine e chiedendo maggiore trasparenza.

“Dobbiamo disinvestire dai combustibili fossili – ha commentato il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, vicepresidente di C40 a capo della task force C40 per la ripresa post-Covid-19 -. Non solo perché hanno impatti dannosi sull’ambiente e sulla salute pubblica, ma anche perché investire nei processi legati ai combustibili fossili ha un impatto negativo su tutti gli sforzi con cui in modo congiunto stiamo cercando di contrastare il cambiamento climatico. A causa della nostra legislazione, Milano ha una leva limitata sulle risorse finanziarie della città, ma ha la responsabilità di supportare tutti gli stakeholder della città nello spostamento delle risorse verso investimenti sostenibili e di richiedere un impegno ancora più forte da parte loro. Vorrei che i cittadini e le imprese si unissero a me nel chiedere ai livelli più alti di governo di fermare investimenti pubblici contraddittori che continuano a sostenere i processi dipendenti dai combustibili fossili. Dobbiamo richiamare la loro attenzione sulla necessità di spostare gli investimenti su soluzioni a favore del clima e dell’ambiente, al fine di promuovere posti di lavoro dignitosi e un’economia giusta e verde”.

Secondo Energy policy tracker, più di 200 miliardi di dollari in fondi per la ripresa da COVID-19 sono stati impegnati per i combustibili fossili, sebbene investimenti rischiosi in carbone, petrolio e gas siano i fattori chiave dell’emergenza climatica. I continui investimenti nei combustibili fossili guidano le emissioni che mettono in pericolo gli obiettivi dell’accordo di Parigi, mettono a repentaglio gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C e minacciano di bloccare pericolose emissioni di carbonio nelle economie, soprattutto perché i governi determinano i percorsi da preferire per la ripresa da Covid-19. Per fornire una ripresa verde e giusta, le città si stanno impegnando a utilizzare la loro sola influenza per promuovere investimenti ad alto rendimento nell’economia verde, che si stima possano già produrre rendimenti medi del 6,9% all’anno per i fondi sostenibili, rispetto al 6,3% all’anno per i fondi di investimento tradizionali. I sindaci riconoscono che queste strategie di investimento lungimiranti hanno un potenziale significativo per creare posti di lavoro, tutelare dal rischio climatico e facilitare un passaggio decisivo verso l’economia dell’energia pulita. Solo quest’anno, l’Agenzia internazionale dell’energia prevede che la domanda di petrolio diminuirà del 9%, dell’8% quella di carbone e del 5% di gas, mentre il solare dovrebbe crescere del 16% e l’eolico del 12%, rappresentando un’enorme opportunità di crescita. Negli ultimi anni, i leader delle città hanno portato avanti audaci iniziative di finanza sostenibile per aiutare ad accelerare la transizione verso l’energia pulita e allineare gli investimenti alle città resilienti del futuro. Nel 2018, il sindaco Khan e il sindaco de Blasio hanno istituito il Divest / Invest Fforum, una rete di partnership unica nel suo genere dedicata ad aiutare i leader cittadini ad accelerare disinvestimenti efficaci ed efficienti e investimenti verdi. All’inizio di quest’anno, i sindaci del network C40 hanno anche invitato i governi nazionali a porre fine agli investimenti pubblici nei combustibili fossili in risposta alla pandemia COVID-19. La dichiarazione “Disinvestire dai combustibili fossili, investire in un futuro sostenibile” segna un ulteriore e fondamentale passo verso la realizzazione della visione per un New deal verde globale, annunciato lo scorso ottobre al vertice dei sindaci mondiali C40 a Copenaghen, in Danimarca. Approvato da un’ampia coalizione di leader aziendali e sindacali, giovani attivisti e rappresentanti della società civile, il Global green new deal riafferma l’impegno a proteggere l’ambiente, rafforzare l’economia e costruire comunità più eque attraverso un’azione inclusiva per il clima.

Fonte: ecodallecitta.it

Cambiamenti climatici: un impatto che vale l’8% del PIL

Vogliamo ragionare con il “metro” che anche il sistema mainstream comprende meglio? Bene, allora usiamo pure il PIL per capire quanto disastrosi sono i cambiamenti climatici dovuti alle attività umane. Il rapporto realizzato dalla Fondazione Centro Euro-Mediterraneo quantifica il “prezzo” da pagare: l’8% del PIL.

In Italia i rischi collegati ai cambiamenti climatici possono arrivare a incidere fino all’8% del Pil pro capite, contribuendo anche ad acuire le differenze tra Nord e Sud, tra fasce di popolazione piu’ povere e piu’ ricche, e arrivando ad insistere su una serie di settori strategici per l’Italia. Sono i risultati del rapporto “Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia”.

Realizzato dalla Fondazione CMCC, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, e’ la prima analisi integrata del rischio climatico in Italia. Un documento che, a partire dal clima atteso per i prossimi anni, si concentra su singoli settori per fornire informazioni su cosa aspettarci dal futuro e fornire uno strumento a supporto di concrete strategie di sviluppo resiliente e sostenibile. L’analisi parte dagli scenari climatici che, attraverso un avanzato utilizzo di modelli climatici ad alta risoluzione applicati allo studio della realta’ italiana, forniscono informazioni sul clima atteso per il futuro del Paese. Queste informazioni sono poi applicate all’analisi del rischio in una serie di settori del sistema socio-economico italiano. Ne emerge un quadro in cui il rischio cresce, nei prossimi decenni, in molti ambiti, con costi economico-finanziari consistenti per il Paese e con impatti che interessano in maniera piu’ severa le fasce sociali piu’ svantaggiate e tutti i settori, con particolare riferimento alle infrastrutture, all’agricoltura e al turismo.

“Il rapporto- ha detto spiega Donatella Spano, membro della Fondazione CMCC e docente dell’Universita’ di Sassari, che ha coordinato i trenta autori che hanno redatto i 5 capitoli che compongono la ricerca – rappresenta il punto piu’ avanzato della conoscenza degli impatti e l’analisi di rischio integrato dei cambiamenti climatici in Italia”.

“L’analisi del rischio – ha aggiunto – e dei suoi effetti sul capitale ambientale, naturale, sociale ed economico, consentono di prendere in considerazione le opzioni di risposta individuate dalla ricerca scientifica e di sviluppare piani di gestione integrata e sostenibile del territorio valorizzandone le specificita’, peculiarita’ e competenze dei diversi contesti territoriali”.

I diversi modelli climatici sono concordi nel valutare un aumento della temperatura fino a 2 C nel periodo 2021-2050 (rispetto a 1981-2010). Nello scenario peggiore l’aumento della temperatura puo’ raggiungere i 5 C. Questo implica la diminuzione delle precipitazioni estive nelle regioni del centro e del Sud, aumento di eventi precipitazioni intense. In tutti gli scenari aumenta il numero di giorni caldi e dei periodi senza pioggia. Le conseguenze dei cambiamenti climatici sull’ambiente marino e costiero avranno un impatto su “beni e servizi ecosistemici” costieri che sostengono sistemi socioeconomici attraverso la fornitura di cibo e servizi di regolazione del clima. Anche se piu’ ricche e sviluppate le regioni del Nord non sono immuni agli impatti dei cambiamenti climatici, ne’ sono piu’ preparate per affrontarli. Per quanto riguarda gli eventi estremi, la probabilita’ del rischio e’ aumentata in Italia del 9% negli ultimi vent’anni. I costi degli impatti dei cambiamenti climatici in Italia aumentano rapidamente e in modo esponenziale al crescere dell’innalzamento della temperatura nei diversi scenari, con valori compresi tra lo 0,5% e l’8% del Pil a fine secolo.

I cambiamenti climatici aumentano la disuguaglianza economica tra regioni. Tutti i settori dell’economia italiana risultano impattati negativamente dai cambiamenti climatici, tuttavia le perdite maggiori vengono a determinarsi nelle reti e nella dotazione infrastrutturale del Paese, nell’agricoltura e nel settore turistico nei segmenti sia estivo che invernale. I cambiamenti climatici richiederanno numerosi investimenti e rappresentano un’opportunita’ di sviluppo sostenibile che il Green Deal europeo riconosce come unico modello di sviluppo per il futuro.

E’ il momento migliore in cui nuovi modi di fare impresa e nuove modalita’ per una gestione sostenibile del territorio devono entrare a far parte del bagaglio di imprese ed enti pubblici, locali e nazionali. In seguito all’incremento delle temperature medie ed estreme, alla maggiore frequenza (e durata) delle ondate di calore e di eventi di precipitazione intensa, bambini, anziani, disabili e persone piu’ fragili saranno coloro che subiranno maggiori ripercussioni. Sono attesi, infatti, incrementi di mortalita’ per cardiopatie ischemiche, ictus, nefropatie e disturbi metabolici da stress termico e un incremento delle malattie respiratorie dovuto al legame tra i fenomeni legati all’innalzamento delle temperature in ambiente urbano (isole di calore) e concentrazioni di ozono (O3) e polveri sottili (PM10). Dall’analisi combinata di fattori antropici e degli scenari climatici si evince che e atteso l’aggravarsi di una situazione di per se molto complessa. L’innalzamento della temperatura e l’aumento di fenomeni di precipitazione localizzati nello spazio hanno un ruolo importante nell’esacerbare il rischio. Nel primo caso, lo scioglimento di neve, ghiaccio e permafrost indica che le aree maggiormente interessate da variazioni in magnitudo e stagionalita’ dei fenomeni di dissesto sono le zone alpine e appenniniche. Nel secondo caso, precipitazioni intense contribuiscono a un ulteriore aumento del rischio idraulico per piccoli bacini e del rischio associato a fenomeni franosi superficiali nelle aree con suoli con maggior permeabilita’.

Gran parte degli impatti dei cambiamenti climatici sulle risorse idriche prospettano una riduzione della quantita’ della risorsa idrica rinnovabile, sia superficiale che sotterranea, in quasi tutte le zone semi-aride con conseguenti aumenti dei rischi che ne derivano per lo sviluppo sostenibile del territorio. I cambiamenti climatici attesi (periodi prolungati di siccita’, eventi estremi e cambiamenti nel regime delle precipitazioni, riduzione della portata degli afflussi), presentano rischi per la qualita’ dell’acqua e per la sua disponibilita’. I rischi piu’ rilevanti per la disponibilita’ idrica sono legati a elevata competizione settoriale (uso civile, agricolo, industriale, ambientale, produzione energetica) che si inasprisce nella stagione calda quando le risorse sono piu’ scarse e la domanda aumenta (ad esempio per fabbisogno agricolo e turismo). I sistemi agricoli possono andare incontro ad una aumentata variabilita’ delle produzioni con una tendenza alla riduzione delle rese per molte specie coltivate, accompagnata da una probabile diminuzione delle caratteristiche qualitative dei prodotti, con risposte tuttavia fortemente differenziate a seconda delle aree geografiche e delle specificita’ colturali. L’aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni medie annue, la maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi quali le ondate di calore o la prolungata siccita’, interagiscono con gli effetti dell’abbandono delle aree coltivate, dei pascoli e di quelle che un tempo erano foreste gestite, del forte esodo verso le citta’ e le aree costiere, e delle attivita’ di monitoraggio, prevenzione e lotta attiva sempre piu’ efficienti. Si prevede che i cambiamenti climatici esacerberanno ulteriormente specifiche componenti del rischio di incendi, con conseguenti impatti su persone, beni ed ecosistemi esposti nelle aree piu’ vulnerabili. Sono attesi incrementi della pericolosita’ di incendio, spostamento altitudinale delle zone vulnerabili, allungamento della stagione degli incendi e aumento delle giornate con pericolosita’ estrema che, a loro volta, si potranno tradurre in un aumento delle superfici percorse con conseguente incremento nelle emissioni di gas a effetto serra e particolato, con impatti quindi sulla salute umana e sul ciclo del carbonio.

Fonte: ilcambiamento.it

ORTOBEE, la rete agricola che recupera terreni in abbandono sulle colline genovesi

Davide e Matteo sono due amici accomunati dallo stesso amore per il proprio territorio, le colline genovesi, con la voglia di sporcarsi le mani con la terra, recuperando terreni abbandonati, curando gli animali e ricercando la tipicità dei prodotti agricoli. ORTOBEE è una neonata rete agricola, aperta a gennaio di quest’anno, sulle alture di Genova, che fonde le tradizionali buone pratiche nella cura degli animali e della terra con le modalità d’acquisto del mondo di oggi: i prodotti sono naturali e, per dimostrarlo, ogni passaggio della filiera produttiva viene documentato, da ancora prima della messa a dimora della piantina, perché viene certificata persino la provenienza dei letami utilizzati per concimare i terreni. E poi, il cesto di prodotti viene settimanalmente consegnato sullo zerbino di casa, ordinato con un messaggio Whatsapp.

Da subito Davide e Matteo hanno deciso di sposare un approccio agricolo di tipo naturale, quindi i vari tipi di ortaggi seguono la stagionalità, rispettando i periodi di crescita di ogni prodotto. Mentre chiacchieriamo vedo arrivare Romeo, Giulietta e Apollo, seguiti da Filomena, Sandra, Honey, Happy e Bahamas. «Anche il nostro modo di tosare l’erba è completamente naturale – sorridono – come vedi, pecore e capre ci aiutano a tenere sempre pulito il terreno e noi, in cambio, offriamo grandi spazi da brucare e tutte le attenzioni di cui hanno bisogno».

«Quello che cerchiamo di trasmettere a chi si avvicina a noi è che i prodotti belli non sono necessariamente buoni, per questo le uova le inseriamo nei box esattamente come le raccogliamo, così come le insalate, per esempio, che vengono raccolte mezz’ora prima della consegna: il gusto è sicuramente autentico e poi mangiare prodotti di stagione apporta al proprio organismo gli esatti nutrienti di cui necessita».

Le loro pagine social sono molto seguite e raccontano i loro valori e la vita nell’orto: «Documentiamo praticamente ogni nostra azione sui social perché vogliamo che le persone che ordinano i nostri cesti sappiano esattamente cosa mangiano, come vivono le nostre galline, libere e all’aria aperta, con cosa concimiamo la terra, come imbottigliamo l’olio, come trattiamo le arnie e come potiamo le piante». Così si scopre che molti dei loro frutti nascono da alberi antichi, presenti nel nostro territorio da molti anni, a volte trascurati e non valorizzati o come funzionano gli alveari.

Tra i progetti futuri, è nell’aria l’idea di dare vita a una rete di collaborazioni con altri “farmer” come loro, in modo da allargare la produzione e far fronte a alle numerose richieste di questi mesi. Più nel breve termine, OrtoBee si sta preparando a creare due nuovi pollai utilizzando esclusivamente il metodo di allevamento del Rapace di Beano, un ragazzo di Udine che sta portando avanti una vera “rivoluzione della gallina”, che pensa innanzitutto al suo benessere, trattando questi animali come tali e non come macchine per produrre uova. Ogni uovo ha la sua particolarità, così come ogni gallina ha le sue tipicità e un proprio carattere. E così, la loro voglia di cambiamento investe ogni aspetto di questa realtà agricola, giovane e innovativa.

“Nell’alternarsi delle stagioni, la terra racconta le storie del vento, della pioggia, delle pietre e delle radici e il vero contadino è colui che sa ascoltarle”.Fabrizio Caramagna Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/ortobee-rete-agricola-terreni-abbandono/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Torna Ecomondo, economia circolare ed energie rinnovabili alla luce del Green Deal europeo

Si rinnova anche in questo 2020 l’appuntamento con Ecomondo e Key Energy 2020, i saloni di Italian Exhibition Group dedicati all’economia circolare e alle fonti energetiche rinnovabili che si terranno alla fiera di Rimini da 3 al 6 novembre

Profondamente innovative: come sempre. In presenza e digitali, accessibili e sicure, per liberare il potenziale di mercato e conoscenza che il Green Deal europeo mette al centro delle agende governative in Europa. Così saranno Ecomondo e Key Energy 2020, i saloni di Italian Exhibition Group dedicati all’economia circolare e alle fonti energetiche rinnovabili che si terranno alla fiera di Rimini da 3 al 6 novembre prossimi e presentate nella mattinata di oggi (mercoledì 23 settembre).

«Abbiamo reagito al massimo delle nostre energie, come sappiamo fare – ha dichiarato questa mattina Lorenzo Cagnoni, Presidente di Italian Exhibition Group –, ed eccoci qui, grazie alla fiducia degli espositori e delle aziende che hanno voluto confermare la loro partecipazione. Ecomondo e Key Energy mostreranno quanto il sistema fieristico sia essenziale per il business e le aziende. Lo abbiamo sperimentato recentemente sul campo a VOICE, l’evento per l’oreficeria e la gioielleria che si è svolto nel quartiere fieristico di Vicenza con la convinta soddisfazione di tutti gli operatori».

«A Ecomondo – ha detto il sindaco di Rimini Andrea Gnassi – racconteremo la nostra case history. Abbiamo preso a modello esempi nel nord Europa, come il quartiere Vauban a Friburgo. Oggi Rimini si presenta come un hardware con 16 chilometri di costa con 400 milioni di investimenti per la depurazione delle acque. Il nostro lungomare si è trasformato in un percorso che porta al Parco del mare, su cui sono state ricostruite le dune, ma su cui si trovano anche le Health Urban Station, dove ricevere informazioni di prevenzione sanitaria personalizzata. Anni fa, d’intesa con la Fiera, che ringrazio, abbiamo cambiato modelli di business concentrandoci su settori oggi rivelatisi strategici».

«Una parola che abbiamo imparato a declinare in questi mesi – ha sottolineato l’Amministratore delegato di IEG Corrado Peraboni – è innovazione. E noi abbiamo introdotto una forte dose di innovazione per organizzare queste manifestazioni. Abbiamo lavorato su differenti protocolli di sicurezza, dal montaggio degli stand al catering, per rendere sicura l’esperienza anche prima di entrare in fiera. IEG ha preso in carico tutti i costi dello sforzo organizzativo per i protocolli di sicurezza, perché i nostri espositori possano pensare solo a incontri di business e conoscenza.

Ecomondo e Key Energy saranno manifestazioni ibride: in presenza e con un nostro canale digitale finalizzato al b2b che presenteremo a breve».  

«Rispetto al 2019 avremo il 70% degli spazi occupati – ha annunciato Alessandra Astolfi, Group Brand Manager Green and Technology Division di IEG – un dato che in un momento come questo appare davvero straordinario. Abbiamo analizzato i bisogni di espositori, associazioni d’impresa e comunità scientifica, predisposto tre ingressi, 26 sale per Ecomondo e 10 per Key Energy, allestito un set televisivo per la trasmissione in streaming degli appuntamenti. Sottolineo la spinta sulle start up, la presenza della Commissione europea e dei nostri Ministeri di riferimento».

«Il Green Deal – ha spiegato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – si configura come chiave fondamentale per l’utilizzo dei 209 miliardi del Recovery Fund, un’occasione storica per il cambiamento del modello di sviluppo. Perciò l’edizione di quest’anno degli Stati Generali della green economy dovrà contribuire a cogliere questa opportunità. Se pensiamo al nuovo target europeo di riduzione delle emissioni al 55 per cento, potete immaginare il cambiamento nel sistema energetico. E poi la mobilità sostenibile, la qualità ecologica del sistema alimentare, i temi climatici, ma anche la qualità della vita. Le politiche di green economy hanno efficacia se riescono a insediarsi nelle città».

«La scelta europea di alzare gli obiettivi climatici – ha sintetizzato il professor Gianni Silvestrini, Presidente del Comitato scientifico di Key Energy –, ci obbliga ad accelerare moltissimo su rinnovabili, efficienza e mobilità elettrica. È una grande opportunità per questa manifestazione, se pensiamo solo al potenziale di crescita del settore fotovoltaico, mercato destinato a decuplicare la potenza annua installata grazie al combinato disposto di riduzione dei prezzi e del nuovo traguardo proposto dalla Commissione. Elementi che fanno sperare solidamente nella crescita di settore e di una manifestazione che ha i suoi capisaldi nelle rinnovabili, l’efficienza energetica e la mobilità elettrica e la smart city».  

«Questa edizione – ha concluso il professor Fabio Fava, Presidente del Comitato scientifico di Ecomondo – parte con una buona notizia, e cioè che l’economia circolare è al centro delle strategie dell’Europa e del nostro Paese. L’impatto del Covid19 sulle filiere e sull’innovazione delle stesse, come la digitalizzazione industriale, nei servizi e la rigenerazione ambientale, saranno fattori decisivi nell’implementazione di questo paradigma. Ecomondo è una manifestazione pioniera da sempre, per cui raccogliamo la sfida del Green Deal europeo, ci confrontiamo con l’irruzione della pandemia, per mostrare come l’industria e suoi servizi hanno reagito a questa crisi».

 E intanto domani, 24 settembre, riapre i battenti, al Century City New International Convention and Exhibition Center di Chengdu, la più grande manifestazione di green technology della Cina occidentale:Chengdu International Environmental Protection Expo (CDEPE) che si avvale proprio dell’expertise di Ecomondo: numerose le attività digital personalizzate di match-making B2B (business to business) e B2G (business to government) per le imprese internazionali.

Fonte: ecodallecitta.it

Milano, food policy: oltre 100 orti didattici nelle scuole, pubblicate le linee guida per crearli

Anche in vista della riapertura di questo particolare anno scolastico, che richiede l’individuazione di progetti all’aperto, sono state pubblicate dal Comune di Milano le “Linee Guida per gli orti didattici nelle scuole milanesi”

La realizzazione di un orto scolastico è tra le opportunità formative più efficaci e coinvolgenti per bambini e ragazzi. Già oggi sono 107 quelli attivi nelle scuole comunali e statali di Milano: 62 nelle Scuole dell’Infanzia e 20 nei Nidi, 12 in Istituti comprensivi, 9 in Scuole Primarie, 2 in Scuole secondarie di I grado e 2 in Scuole dell’Infanzia statali. Tra gli orti didattici realizzati nelle scuole del Comune di Milano, 36 sono stati creati e vengono gestiti con il supporto di professionisti, 26 con l’aiuto di volontari e 20 sono completamente ‘fai-da-te’.  Proprio partendo da queste esperienze e con l’obiettivo di educare al valore della natura e del cibo fin da piccoli e garantire attività costruttive all’aperto – a maggior ragione in vista della riapertura di questo particolare anno scolastico, che richiede l’individuazione di progetti all’aperto per fronteggiare l’emergenza Covid-19 – sono state pubblicate dal Comune di Milano le “Linee Guida per gli orti didattici nelle scuole milanesi”: www.foodpolicymilano.org/wp-content/uploads/2020/02/Linee-Guida-Orti-Didattici.pdf.

All’interno vengono spiegati tutti gli aspetti più pratici. Dai costi (intorno ai mille euro, se ci si avvale dell’aiuto di professionisti) alle possibili fonti di finanziamento, dalle fasi della realizzazione del progetto (definizione delle opzioni tecniche, presentazione agli uffici, acquisto del materiale, formazione, preparazione del terreno, semina, raccolta e produzione) alle diverse tipologie (dall’orto a pieno campo a quello nei cassoni, dalla serra al frutteto), fino alle tante esperienze di successo da cui prendere spunto: ‘MiColtivo’ di Fondazione Riccardo Catella, ‘Scuola nell’orto’ dell’Istituto Rinnovata Pizzigoni, il metodo montessoriano dell’Istituto Riccardo Massa, gli orti di via Padova di Legambiente Lombardia, quelli delle associazioni Quei dei Tredesin e Nonni amici, della Scuola Rinascita, ‘Orto in condotta’ di Slow Food e quelli a pieno campo del Rotary Club San Siro. L’idea alla base della realizzazione dell’orto didattico è che diventi uno stimolo per l’apprendimento attivo. Per questo il progetto deve mettere insieme diverse materie, come scienze, matematica, educazione civica, geografia, letteratura e arte. La realizzazione permetterà a bambini e ragazzi di sviluppare competenze sociali, di rafforzare il lavoro di gruppo e la responsabilità individuale, di favorire dialogo e scambio intergenerazionale e fornirà, soprattutto ai più grandi, elementi per valutare la sostenibilità nel tempo di un’iniziativa e gli aspetti imprenditoriali ad essa legati. Ultimo, ma non meno importante in una città che vuole ripensare anche ai suoi tempi, è che la realizzazione di un orto può insegnare il valore dell’attesa dei tempi della natura

Lo scorso autunno, la Food Policy del Comune di Milano, insieme agli assessorati al Verde, all’Educazione ed Edilizia scolastica e alla Direzione Quartieri, aveva lanciato l’idea di un vademecum sugli orti didattici traendo spunto dalle esperienze virtuose di insegnanti, educatori e addetti ai lavori di tante scuole della città. Da qui sono nate le linee guida, promosse insieme alla Fondazione Cariplo, nell’ambito delle azioni attuative della Food Policy di Milano, e realizzate con il supporto del centro di ricerca Està – Economia e Sostenibilità: saranno distribuite alle scuole in autunno, dopo la riapertura.

Fonte: ecodallecitta.it

Microplastiche nei cosmetici, disastro Ue: tempi lunghi e campo aperto alle nanoplastiche

Con l’intervento delle lobby dell’Echa, l’Agenzia europea dei chimici, che ha espresso il proprio parere sul divieto Ue, i produttori hanno ottenuto una scappatoia che esclude la messa al bando delle nanoplastiche, la forma più pericolosa di microplastica. Divieto delle microplastiche in cosmetici e detergenti non prima del 2030 e possibilità di continuare a usare le nanoplastiche, nonostante i dubbi degli esperti Ue. Sono alcuni punti del parere dell’Echa, l’Agenzia europea dei chimici, sul divieto Ue delle microplastiche intenzionalmente aggiunte nei prodotti, annunciato nel 2018 e che dovrebbe diventare legge nel 2022. Oggi si è conclusa la consultazione sul parere dell’agenzia Ue, che ha visto coinvolte associazioni di categoria dell’industria chimica e cosmetica.

“Con l’intervento delle lobby”, si legge in una dettagliata analisi pubblicata sul blog dello European Environmental Bureau “quando il regolamento entrerà in vigore nel 2022 l’unico miglioramento immediato sarà il divieto delle microperle nei cosmetici che il settore si è già impegnato a eliminare”.

“Così – prosegue il blog – nel 2022 il regolamento affronterà solo lo 0,2% delle microplastiche disperse nell’ambiente. Questo ritmo lento significa che l’iniziativa dell’Ue ridurrà l’inquinamento da microplastica solo della metà nel 2028 e del 90% entro il 2030″.

Rispetto alla sua stesura originale, in cui gli esperti proponevano 4 anni per l’applicazione del divieto sui cosmetici e suggerivano di vietare le microplastiche con una dimensione minima di 1 nanometro (nm), il parere finale dell’Echa suggerisce un bando da 100 nanometri in su e la piena applicazione di alcuni divieti non prima del 2028 e nel 2030.

Il parere, che sarà inviato alla Commissione entro dicembre, fornisce la base scientifica per la proposta di regolamento che l’Esecutivo presenterà a paesi Ue e dell’Europarlamento. Nel 2018 gli eurodeputati avevano chiesto il di vietare entro il 2020 l’uso di microplastiche aggiunte intenzionalmente nei cosmetici, prodotti per la cura personale, detergenti e prodotti per la pulizia e hanno proposto norme più rigorose per i frammenti in plastica dispersi nell’ambiente da tessuti, pneumatici, vernici e mozziconi di sigarette.

Fonte: ecodallecitta.it

La storia di Sara, giovane birraia artigianale con la passione per l’agricoltura

Poco più che ventenne, Sara ha già avviato un suo birrificio nato dall’amore per la Terra, per la coltivazione del luppolo e per i processi di birrificazione. Questa passione le ha consentito di scoprire un mondo incentrato sul saper fare, sulla tradizione, ma anche sulla creatività. Vi raccontiamo la sua storia. Sulle pendici del Gran Sasso, nell’antico borgo medievale di Castel del Monte, c’è una giovane ragazza che ha unito l’amore per la sua terra all’interesse nella coltivazione del luppolo, dando vita a un’azienda agricola che si è già distinta fra le Eccellenze Italiane 2020: l’azienda agricola Mappavel’s. La ragazza in questione si chiama Sara Aromatario. Ventunenne, titolare dell’azienda già dai diciannove anni, ci ha raccontato un po’ di com’è nato e cresciuto il suo interesse per il luppolo e il suo progetto.

«Ho aperto l’azienda agricola tre anni fa, quando ancora andavo a scuola – frequentavo il liceo scientifico. Durante la gita del quarto anno eravamo andati a Praga e lì ho visto delle piante di luppolo. Avendo sempre avuto una passione per l’agricoltura mi sono incuriosita e tornata a casa ho messo su le prime quattro piante». Raccolte le prime quattro piante di luppolo, Sara ha contattato il CREA, ente governativo che curava il progetto luppolo.it. «Hanno analizzato le mie piante e mi hanno raccomandato di metterne di più così da poter far parte dei loro campi sperimentali. Quindi, con il loro supporto e monitoraggio, ho messo su settanta piante». Da lì, il passo verso la nascita dell’azienda agricola è stato breve. «Quello che riesco lo faccio io, con l’aiuto di mio padre e del mio fidanzato. Altre cose, invece, le facciamo ancora per conto terzi e anche per la produzione della birra ci appoggiamo a un birrificio di Pescara – comprare un impianto sarebbe costosissimo».

La coltivazione delle piante necessarie alla produzione della birra e la sperimentazione di nuove ricette, realizzate con grani antichi, ricopre un ruolo centrale nell’attività avviata da Sara. «La prima birra che ho fatto è stata al farro. Poi c’è stata una seconda, al grano di sorrina – un grano antico che cresce solo sopra ai 1300 metri. Castel del Monte si trova a 1346 metri, quindi riusciamo a coltivarlo senza problemi. C’è stata poi una Red Ale, una rossa tradizionale che ho voluto dedicare a una manifestazione importante qui in paese, la Notte delle Streghe, che ogni 17 e 18 agosto rianima le antiche credenze popolari nel centro storico attraverso spettacoli itineranti».

Da un incidente di percorso, infine, è nata anche un’altra attività importante di Mappavel’s: la tintura della lana con il luppolo, che ben intreccia l’innovazione alla tradizione agropastorale presente sul territorio. «Qualche tempo fa abbiamo avuto dei problemi nella procedura di essiccamento del luppolo, che ha reso un lotto non birrificabile. Mi dispiaceva buttarlo, anche se noi destiniamo gli scarti alla zootecnia, e siccome qui ci sono delle ragazze che tingono la lana con dei prodotti vegetali mi sono chiesta se fosse possibile tingere la lana con il luppolo. Il risultato è stato buono: un filato di un color giallo ocra molto particolare».

Negli anni passati Sara e la sua azienda agricola hanno avuto modo di farsi conoscersi e apprezzare in varie fiere e, con l’intenzione di rendere disponibili le proprie birre con più continuità a Mappavel’s, si era perfino pensato di aprire una birreria in centro. L’emergenza sanitaria di quest’anno, tuttavia, ha messo in discussione il progetto e portato all’annullamento delle fiere a cui Sara era solita partecipare. Anche in questo caso la risposta di Sara è stata creativa. «Abbiamo avviato una collaborazione con un’altra azienda agricola di Castel del Monte, specializzata nella trasformazione di salumi e formaggi. Loro propongono dei taglieri, mentre io somministro la birra: sta andando molto bene».

Guardando al futuro, oggi particolarmente difficile da prevedere, Sara procede passo per passo, portando avanti l’attività e studiando Scienze e Tecnologie Agroalimentari presso l’Università di Perugia.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/08/sara-giovane-birraia-artigianale-passione-agricoltura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La CSA di Roma: la comunità che supporta l’agricoltura e costruisce nuovi legami.

Nella campagna a nord di Roma ha preso vita una comunità fondata sulla fiducia, la condivisione e la coltivazione del cibo sano. Si tratta della CSA Semi di Comunità, un modello di produzione e distribuzione dei prodotti alimentari nonché un esperimento sociale di successo da diffondere e replicare. Una delle particolarità della città di Roma (se davvero fosse possibile generalizzare la sua variegata geografia) è la sua capacità di cambiare aspetto da un momento all’altro. Come si usa dire, “tutte le strade portano a Roma” così come molte, allo stesso tempo, partono da qui. Una di queste è la Via Cassia, via di fuga verso Nord dal centro cittadino, che percorro praticamente da sempre. Una delle ramificazioni di questa arteria è la Via Cassia Veientana, al suo inizio caratterizzata da un grande cavalcavia. Per raccontarvi la storia di oggi, per la prima volta ho attraversato questo ponte da sotto, percorrendo una strada di campagna che, quasi in un battito di ciglia, mi ha condotto nel cuore della campagna romana per andare a scoprire un “esperimento sociale” di compartecipazione tra agricoltori e comunità: la CSA Semi di Comunità. CSA sta per “Community Supported Agricolture”, traducibile in italiano come “Comunità che Supporta l’Agricoltura”. Si tratta di un modello di reciproco supporto tra una determinata comunità di persone e una cooperativa di agricoltori: la comunità diventa “proprietaria”, insieme agli agricoltori, di una qualsiasi iniziativa di produzione agricola, investendo una quota per finanziare la produzione e ricavandone in cambio una certa quantità di cibo per la famiglia, regolarmente distribuita. Insieme, dunque, si condividono rischi e opportunità di un’iniziativa del genere, si sperimenta la condivisione in gruppo di decisioni strategiche come, ad esempio, quali colture produrre, quali costi sostenere e quali investimenti programmare, come ripartire le quote tra i diversi soci e quale modello organizzativo scegliere. Stabilite queste basi comuni, non esiste un modello organizzativo comune per tutte le CSA: noi vi abbiamo raccontato, tempo fa, la “madre” di tutte le CSA in Italia, cioè Arvaia, alla quale la CSA romana “Semi di Comunità” si ispira. Vi invitiamo a guardare il video qui da noi realizzato, dove potrete scoprire il modello organizzativo e distributivo che incarna il senso di questa esperienza.

L’asta delle quote: come funziona nella pratica la CSA Semi di Comunità

In “Semi di Comunità” esistono dei concetti cardine: naturalmente la creazione di comunità, come avete potuto vedere all’interno del video. Un altro concetto fondamentale è l’accessibilità al cibo naturale: «Un esperimento che rende ancora più orizzontale il nostro progetto – ci racconta Saverio Carrara, socio lavoratore e Presidente della Cooperativa – è lo strumento dell’asta delle quote. Una volta stabilito il piano economico annuale, i costi e gli investimenti previsti vengono divisi in quote, che ogni singolo socio deve versare. Il problema è che se i costi delle quote sono cari non tutti possono partecipare. Durante l’asta delle quote da noi qualche socio offre un quantitativo di denaro più alto rispetto al dovuto, per permettere così ad altri di partecipare anche con una quota più bassa. Il tutto a parità di prodotto, naturalmente: il quantitativo di verdure rimane lo stesso. Abbiamo usato per la prima volta questo strumento quest’anno ed abbiamo chiuso il nostro piano economico con seicento euro di avanzo. Questo strumento, condiviso da tutto il gruppo, ci ha così consentito di rendere la CSA il più inclusiva possibile, permettendo di raggiungere l’obiettivo fondamentale di rendere il cibo sano e naturale accessibile possibilmente a tutti».

Oggi “Semi di Comunità”, nata a Gennaio 2019, conta circa duecentotrenta soci, contribuendo al fabbisogno alimentare di circa centotrenta famiglie. Il terreno su cui opera è grande circa cinque ettari, di cui tre a seminativo e due a bosco: attualmente sono già giunti alla giusta proporzione tra soci fruitori e capacità produttiva.

La differenza Tra CSA e GAS (Gruppo di Acquisto Solidale)

Perché la CSA rappresenta, probabilmente, l’evoluzione naturale dei Gruppi di Acquisto Solidale, in termini di partecipazione e responsabilizzazione delle persone? Non solo per la compartecipazione al rischio di impresa. «Non è sufficiente acquistare una quota e basta per fare parte di Semi di Comunità – ci spiega il socio Davide Gentili – Siamo divisi in soci volontari e soci fruitori, ma anche il socio fruitore che acquista le quote deve garantire la presenza sui campi almeno quattro volte l’anno. Noi, tutti insieme, stiamo costruendo a partire dal cibo una comunità, perché il cibo sano e genuino rappresenta il collante giusto per tenere unite le persone e condividere momenti insieme. Il nostro è anche un atto politico: è un modo di stare a contatto con i campi diverso,evitando le storture messe in pratica dalla GDO e appoggiando un certo modo di fare agricoltura che sia rispettoso dell’uomo e dell’ambiente circostante. Chiunque può venire sui campi e può partecipare, provare cosa significa fare parte di una comunità inclusiva come questa: il problema è proprio capire come far partecipare tutte le persone che vogliono far parte di questa esperienza».

Altra differenza fondamentale rispetto al GAS è la distribuzione, ben spiegata nel video sopra dal socio volontario Bruno Sclavo: «Alla fine del raccolto, che di solito avviene di martedì pomeriggio o di mercoledì, si effettua la suddivisione delle verdure in base ai nostri otto attuali punti di distribuzione. Questi otto punti di distribuzione sono suddivisi in varie parti di Roma ed ognuno dei soci fruitori si occupa della distribuzione qui in sede. I soci fruitori si recheranno al punto di distribuzione e sapranno la parte che spetta loro: a differenza delle cassette tradizionali su ordinazione, i soci non trovano una cassetta già preparata, ma una tabella con la quantità di ortaggi che possono prendere, componendo loro stessi le proprie cassette. Ciò introduce il discorso della fiducia, altro tassello importante per noi: nessuno controlla il singolo socio fruitore quanto prende per la propria cassetta, ed ognuno si assume la propria responsabilità nella buona riuscita della distribuzione».

La costruzione della Comunità e gli obiettivi futuri

Semi di Comunità non è solo produzione e distribuzione di cibo ma costruzione di reti e relazioni: «io sono venuta a conoscenza di questa realtà tramite mia madre» ci racconta divertita la socia volontaria Marta de Marinis «e sapevo che per diventare almeno socio sostenitore bastava compilare un formulario su Internet. A dir la verità mi sono innamorata di questo luogo frequentandolo prima come volontaria che come socia, perché l’atmosfera che si crea è davvero particolare».

«È come una seconda casa per me, ormai» aggiunge la socia volontaria Giada Serina «e le occasioni di incontro non sono legate solamente al lavoro sui campi e alla produzione di cibo. Anche nella gestione degli spazi qui in sede, vale il discorso della condivisione: ad esempio prossimamente, insieme ai soci volontari, ci ritroveremo a sistemare nuovamente la cucina e gli spazi comuni. Organizziamo eventi di incontro con la comunità come la proiezione di film. E poi ci sono i tornei a biliardino tra di noi, le serate passate a parlare e a godere di tramonti stupendi. È davvero bello trascorrere le giornate qui».

Un altro tentativo per costruire una comunità attiva in Semi di Comunità è stato quello della condivisione dei saperi: «Una volta al mese, prima del lockdown – spiega Saverio – abbiamo organizzato dei corsi di formazione anche non direttamente collegati alla produzione di cibo, come quelli per la costruzione di forni in terra cruda o per produrre saponi naturali . L’idea alla base di questa iniziativa è mettere a disposizione la propria competenza di tutti i soci come dono. Questo significa condivisione pura e possibilità di crescita per tutti, perché la condivisione del sapere aiuta a costruire dei legami forti tra le persone».

A questo link trovate l’intervista integrale.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/csa-roma-comunita-che-supporta-agricoltura-costruisce-nuovi-legami-io-faccio-cosi-298/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il Pozzo: la fattoria didattica che avvicina i bambini al mondo agricolo

La Fattoria didattica il Pozzo è da sempre un’azienda al femminile, organizzata e condotta a Buttigliera d’Asti dalla sua titolare Maria Francesca Lovisolo. Offre a bambini, ragazzi e adulti l’opportunità di fare esperienza avvicinandosi alla vita agricola e all’allevamento delle pecore, per insegnare attraverso un approccio etico il rispetto degli animali, della terra, dell’ambiente e dello scandirsi delle stagioni.

«Fare didattica significa, per me, trasmettere le conoscenze che ho appreso negli anni. Dal momento in cui ho compreso che educare rappresenta l’atto più rivoluzionario che potessi utilizzare per dare il mio contributo per un futuro migliore, ho lavorato, perfezionato e studiato “come” educare». Con queste parole si racconta Maria Francesca Lovisolo, da tutti conosciuta come Mimma, titolare dell’azienda agricola zootecnica e fattoria didattico-pedagogica Il Pozzo, situata sulle colline di Buttigliera d’Asti, non molto lontano da Torino. Invece di iscriversi all’università Mimma ha scelto di seguire il richiamo della terra, dell’irrinunciabile contatto con gli animali, le piante e la natura nella sua totalità. «In questi 42 anni ho permesso alla vita e alla natura di dialogare nel profondo con me stessa. Ho dedicato il mio lavoro iniziale alle piante e ai boschi, grazie agli insegnamenti di mio padre che di professione faceva il fitovirologo e che mi ha trasmesso da sempre la conoscenza del mondo vegetale. Successivamente ho costituito un’azienda agricola e mi sono dedicata all’allevamento di 170 pecore di razza Biellese, accompagnandole tra i pascoli in collina e gli alpeggi nelle montagne piemontesi».

Quando Mimma si è trasferita a Buttigliera d’Asti ha dato vita alla sua azienda partendo da zero in un contesto in cui, nonostante esistesse una legge per l’insediamento dei giovani in agricoltura, c’erano pochi fondi a disposizione. «Nella mia vita ho studiato e imparato facendo. All’inizio della mia attività, negli anni ’80, non c’erano veterinari “esperti di pecore”, nessun pastore si sarebbe mai potuto permettere di pagare una parcella pari al valore dell’animale che voleva curare. Così ho iniziato a sperimentare per loro le cure naturali e omeopatiche che già conoscevo. Mi sono dedicata a lavorare la terra, riconoscendo la centralità di quel metodo oggi chiamato “agricoltura biologica” che all’epoca non era ancora normato e riconosciuto».

Così si è rimboccata le maniche e ha dato vita alla sua azienda agricola che da anni rappresenta un luogo caratterizzato da un meraviglioso rapporto di delicati equilibri tra gli esseri viventi. Alla fattoria Il Pozzo si svolgono corsi e momenti esperienziali per le scuole di ogni ordine e grado e si coinvolgono gli adulti prediligendo argomenti su richiesta come nel caso delle piante officinali e di quelle alimurgiche, oppure su argomenti come la lavorazione della lana o il feltro.

È attualmente attivo un progetto estivo per bambini dai 6 ai 12 anni dal nome “Estate in Fattoria” in cui un piccolo gruppo condivide una settimana alla scoperta di questo luogo, e si occupa delle esigenze degli animali seguendone i propri ritmi. Come ci confida, «in generale prediligiamo organizzare piccoli gruppi: come potrei insegnare un rapporto rispettoso per la natura e gli animali se coinvolgessi gruppi troppo numerosi?»

Oltre alle pecore, nella fattoria sono presenti due asine, un cavallo, quasi 50 galline, due cani, i gatti e le api, che sono sotto la costante cura del suo compagno di vita, che all’interno dell’azienda si dedica anche alla gestione degli orti e dei macchinari».

Nella fattoria Mimma insegna ai giovani a portare le pecore al pascolo e a vigilare sulla loro sicurezza, a prendersi cura delle asine imparando ad avvicinarle e provvedere alle mansioni che le riguardano. Si svolgono piccoli lavori nel pollaio, nel rispetto delle abitudini delle galline, come raccogliere le uova e preparare i secchi con i cereali per il loro nutrimento. Poi si gioca, in natura, in compagnia, all’aperto. E lo splendido contesto in cui si inserisce la fattoria didattica rende tutto questo estremamente facile. Nei suoi pressi si estendono pascoli e prati in cui Mimma lavora il fieno, boschi, orti e campi in cui si coltivano ortaggi come aglio, cipolle scalogni, piante da frutto e officinali ed inoltre è presente uno stagno, regno di biodiversità vegetale e animale. Come ci spiega, «il pilastro del messaggio educativo è che gli animali che vivono in questo minuscolo angolo di mondo hanno diritto al rispetto. Noi dobbiamo imparare ad avvicinarli, a prenderci cura di loro nella misura in cui loro lo necessitano e non come noi pretendiamo. Alla fattoria lavoro a fondo sul rapporto essere umano-essere animale: faccio sperimentare ai bambini, ai ragazzi, agli adulti e in alcuni casi alle persone portatrici di disagio psichico tutto ciò che trasmettiamo agli animali, per ragionare insieme su quale sia il modo migliore per interagire con loro».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/pozzo-fattoria-didattica-avvicina-bambini-mondo-agricolo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email