Adotta un campo di grano: parte la fase 2!

Parte la seconda fase del Progetto “Adotta un campo di grano”, nato a fine 2016 in Sardegna, nella regione di Senorbì (CA) come risposta concreta al grave problema dei terreni abbandonati e lasciati incolti.9573-10335

L’associazione Terre Colte proponeva diverse formule economiche di partecipazione all’iniziativa attraverso le quali si sarebbe ricevuto in cambio ciò che quello stesso campo adottato produceva: grano, farina o legumi biologici. Facciamo il punto sulla prima fase che si è appena conclusa e sulla partenza della seconda, mirata ad estendere ancora di più la già grande partecipazione che c’è stata nonché all’acquisto di un mulino a pietra per la produzione delle farine.

Incontriamo Massimo Planta, ideatore e presidente del Consiglio Direttivo dell’associazione di Promozione Sociale Terre Colte .

Come si è conclusa la fase 1?

Nella prima fase del progetto, da dicembre 2016 a marzo 2017, abbiamo ricevuto 5.469,00 euro per l’adozione di circa 20.000 mq. di terre e l’ assegnazione di oltre 30 quintali di prodotto tra grano, farina e ceci.

Quante persone siete riusciti a coinvolgere?

Siamo molto soddisfatti, perché sono arrivate adozioni anche da istituti professionali, in particolare i ragazzi della 1°A e 3°B di Enogastronomia dell Ipsar di Sassari, diversi ristoranti della Gallura e del Sassarese e da una coppia di pensionati che hanno adottato ben 1000 mq. che corrisponde al loro fabbisogno di farina per un anno intero. I sostenitori sono stati oltre 200.

Quante regioni sono state coinvolte? Avete avuto contatti anche dall’estero?

Trattandosi di un progetto tutto sardo, i sardi hanno risposto bene con un buon 60% sia delle adesioni che della raccolta, un altro 35% è arrivato da tutta Italia, con una leggera prevalenza dal Lazio, il restante dall’estero, Inghilterra e Francia.

Quali obiettivi avete raggiunto e quali ancora no?

Attraverso il supporto di sostenitori che da tutta Italia hanno aderito al Crowdfunding, abbiamo già raggiunto i principali obiettivi che ci eravamo posti.

1)     Recuperare e coltivare 10 ettari di terreno, altrimenti destinati al pascolo

2)     Coprire dei costi di coltivazione e produzione del grano;

3)     Conservare circa 1.000 kg. di grano cappelli biologico necessari per la prossima coltivazione

Ma ciò che più conta è che grazie a tutti i sostenitori i terreni di Emanuele potranno essere mantenuti in produzione anche per tutta la prossima stagione agricola 2017/2018! Manca il punto importante e per questo è ripartita la raccolta fondi – IL MULINO

Siete riusciti a coprire i costi?

Il sostegno ricevuto ci ha permesso di coprire tutti i costi di coltivazione e le spese sostenute da Emanuele, i costi operativi e i costi delle ricompense che sono state sino ad oggi prenotate e di rendere sostenibile una coltivazione totalmente biologica!

Quale il feed back delle persone che partecipano al progetto?

Dai sostenitori riceviamo grande entusiasmo, complimenti per la singolarità del progetto, voglia di partecipazione e di conoscenza dello stato di avanzamento del progetto, ha avuto grande successo la visita guidata al campo, che ripeteremo il 2/06 e poi ci sarà la festa della mietitura celebrando gli antichi riti della mietitura a mano.

E il feed back dei contadini?

Non nascondiamo di aver riscontrato una certa diffidenza da chi non ci conosce personalmente e non percepisce lo spirito innovativo del progetto. Le coltivazioni in stato di abbandono perché non più remunerative vanno dalle arance all’ulivo e la vite. La regione di San Sperate (dove abbiamo la sede legale) è rinomata per la qualità delle pesche, ma questo è un frutto delicato, sensibile ai fattori esterni e ai parassiti, per cui richiede largo impiego di prodotti fitosanitari, spesso non controllati. È difficile far capire all’agricoltore che esiste un consumatore disposto a ricevere un frutto meno bello ma sicuramente più sano solo se lo proponiamo in forma alternativa (per esempio: adotta il pesco e vieni in campagna a raccoglierlo) in questo caso la minor produzione derivata dal non uso dei prodotti fitosanitari verrebbe compensata dal risparmio economico negli stessi prodotti, dal minor costo di mano d’opera e dal vantaggio di ricevere anticipatamente per il prodotto quando ancora non è stato raccolto.

Il mulino di cui ci parlavate? Perché è così importante acquistarne uno?

Siamo convinti che il mulino sarà il nostro asso nella manica per vari motivi! Rende indipendente il contadino offrendogli una remunerazione maggiore e garantisce al sostenitore/consumatore di ricevere la farina e la semola del grano del nostro campo. Particolarmente, il mulino che abbiamo scelto in questa fase, con le macine a pietra a lenta rotazione e munito di 4 setacci, ci permette di ottenere con un unico passaggio la farina integrale e separare subito la crusca, la semola grossa, la semola Fine e la Farina. Per le sue caratteristiche lo useremo presso fiere, esposizioni, eventi, possiamo portarlo nelle scuole o nei panifici che vogliano avere delle dimostrazioni, oppure nelle pizzerie e ristoranti che vogliano dimostrare ai loro clienti la qualità della farina usata.

Quali sono gli obiettivi della fase 2?

Potenziare il progetto del mulino, attrezzandolo di macchinari non previsti nella prima fase,
Ristrutturare un locale perché possa essere la nostra casa del grano. Nella prima fase abbiamo distribuito circa il 30% del grano che dovremo raccogliere, un altro 30% sarà messo a disposizione dei partner, il restante 40% è a disposizione di chi abbia interesse a sostenere ulteriormente il progetto e ricevere la farina, il grano o le nuove ricompense messe a disposizione dai partner.

Chi sono i partner?

Siamo molto contenti di quanto sta succedendo, l’interesse di aziende rinomate, leader nei loro settori, ci hanno dato nuova energia e sicurezza in quello che stiamo portando avanti. L’intesa è stata quasi con tutti immediata, la proposta di permettergli di lavorare delle materie prime non solo certificate ma partecipare ad un progetto pieno di significati e simboli importanti per la nostra terra è stato accolto subito con grande entusiasmo.

I Partner sono:

  • Birrificio Lara – Tertenia (OG);
  • Hemp Factory – Senorbì (CA);
  • Panificio Porta Dal 1918 – Gonnosfanadiga (CA),
  • Pizzeria Framento – Cagliari;
  • Locanda dei Buoni e Cattivi – Cagliari;
  • Agriturismo il Bombo d’oro – Flumini di Quartu (CA);
  • Ada ristorante e pizzeria – San Sperate (CA);
  • Tutte le sedi operative di Terre Colte a San Sperate, Decimomannu, Assemini, Capoterra e Dolianova.

Parlaci delle nuove ricompense

Nella piattaforma di Produzioni dal Basso si possono scegliere le varie ricompense tra ricevere la quantità desiderata di farina o grano, oppure le ceste di prodotti pronti al consumo del Birrificio Lara, del Panificio Porta 1918 o del Pastificio Hemp Factory che unisce alla farina o la semola di grano Cappelli la canapa sativa prodotta nei loro campi. Si può scegliere se partecipare ad un laboratorio per fare la pasta fresca o il pane oppure fare una visita guidata al campo. Tra luglio e ottobre saranno creati degli eventi di degustazione, per poter consumare piatti e le pizze preparate con le materie prime del campo da rinomati chef dei Ristorante Ada, della Locanda dei Buoni e Cattivi, dell’Agriturismo Il Bombo D’oro della Pizzeria Framentu e in tutte le sedi operative di Terre Colte. Gli eventi saranno tutti in date diverse così che si possa scegliere di andare in più ristoranti o pizzerie. La prenotazione si può effettuare direttamente sul portale del Crowdfunding e tutti gli eventi sono esclusivi per sole 50 persone. Solo 10 persone potranno contribuire al progetto semplicemente invitando a cena i protagonisti al loro tavolo, questa sarà una rara occasione per poter conoscere il progetto nei dettagli e lo spirito innovatore degli ideatori. Tutte le ricompense saranno consegnate entro settembre 2017.

Di quanto avete bisogno per questa seconda fase?

Il Budget previsto è di 15.000,00 Euro che saranno utilizzati per l’acquisto del Mulino, delle attrezzature varie, per la ristrutturazione di un locale destinato al mulino e le attrezzature, ad ospitare le visite guidate e per la copertura dei costi gestionali e amministrativi.

Per chi volesse sostenere il progetto o farne parte?

Ecco qui:

https://www.produzionidalbasso.com/project/farina-del-tuo-sacco-fase-2-il-mulino/

fonte: ilcambiamento.it

 

Batterie Renault: dall’auto elettrica alla casa

Le Batterie Renault pronte a diventare batterie per l’accumulo casalingo col riciclo degli accumulatori della Renault Zoe.http _media.ecoblog.it_4_41e_renault_batterie

Le batterie Renault diventeranno batterie per l’accumulo casalingo. Arriveranno dalla Renault Zoe e avranno le dimensioni di un elettrodomestico da incasso. E’ questo, in sintesi, il progetto sperimentale che la casa francese ha recentemente presentato in collaborazione con l’azienda Powervault. L’idea nasce dall’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale dello smaltimento dei vecchi accumulatori e che punta a ridurre fino al 30% l’impiego di componenti nuovi.

A lanciare un prodotto per l’accumulo di energia casalingo era stata in primis Tesla che ha fatto debuttare il Powerwall nel 2015. Altri costruttori, già presenti nel mercato della mobilità elettrica come Nissan, Mercedes e BMW, hanno successivamente lanciato i propri sistemi. Ora tocca a Renault che, al contrario di Tesla, ha deciso di non utilizzare batterie nuove da utilizzare in ambito domestico ma di servirsi di quelle già usate provenienti dalla Zoe, non più adatte al trasporto ma adeguate in ambito domestico. Un progetto all’insegna della sostenibilità ma anche di sicuro interesse commerciale: la Renault Zoe è infatti in vendita anche con la vecchia batteria da 22 kWh a noleggio, e si stimano circa 100.000 esemplari in tutto il mondo con l’accumulatore in leasing. Molti proprietari potrebbero presto passare alla nuova batteria da 41 kWh e a Renault tornerebbero a disposizione numerose batterie da trasformare in Powervault. Secondo la casa francese, utilizzare batterie usate provenienti dalle Zoe farà risparmiare agli utenti del Powervault circa il 30%. Il progetto prevede l’installazioni di 50 unità di prova, utilizzate in abitazioni e scuole del Regno Unito, già dotate di pannelli fotovoltaici.

Fonte: ecoblog.it

In Cina la prima ‘telefonata quantistica’

L’esperimento di Pechino apre la strada a telecomunicazioni supersicure: il satellite Micius ha inviato coppie di fotoni legati, tra da una proprietà quantistica detta entanglement, a tre stazioni di rilevamento distanti 1.200 chilometri l’una dall’altra. Le particelle hanno conservato il legame e potranno essere usate come chiave per crittografare messaggi a prova di hacker

di ELENA DUSI

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ROMA – Dallo spazio è arrivato sulla Terra il primo trillo che usa un telefono quantistico. E la chiamata non era diretta ai soliti paesi protagonisti dell’esplorazione del cosmo, bensì alla Cina. Pechino, che sta investendo pesantemente nelle tecnologie per le comunicazioni quantistiche, ha battuto oggi le nazioni rivali realizzando la prima “linea telefonica” fra un satellite in orbita e tre stazioni terrestri.

Non che la chiamata sia servita a dire nulla. Per il momento l’esperimento ha solo dimostrato la fattibilità di comunicazioni che usano singoli fotoni e sono dunque impossibili da intercettare. Ma di sicuro gli sforzi di Pechino non si esauriranno qui. E’ stato infatti il leader del partito Xi Jinping a lanciare (e finanziare) nel 2012 il progetto Quess: Quantum Experiments of Space Scale. Ad agosto dell’anno scorso un razzo Lunga Marcia ha messo in orbita il satellite Micius (antico scienziato e filosofo cinese), dedicato espressamente alle comunicazioni quantistiche. Oggi un articolo su Science rivela che il primo contatto fra terra e cielo a base di fotoni collegati attraverso il fenomeno dell’entanglement è stato stabilito. Il satellite ha spedito coppie di queste particelle a tre stazioni di rilevamento cinesi situate a circa 1.200 chilometri l’una dall’altra. I primi esperimenti con fotoni singoli (ma senza entanglement) tra la Terra e un satellite sono italiani: li ha fatti Paolo Villoresi dell’Università di Padova.

L’entanglement è uno strano fenomeno della meccanica quantistica secondo cui due particelle (nel nostro caso fotoni) mantengono esattamente le stesse proprietà pur trovandosi lontani l’uno dall’altro. La letteratura popolare si è sbizzarrita su questo aspetto, paragonandolo all’amore a distanza. Ma non è certo questo il motivo che spinge da alcuni anni a questa parte i governi di molti paesi a finanziare le sperimentazioni su comunicazioni quantistiche e teletrasporto.
Quando il satellite Micius invia a due stazioni sulla Terra due fotoni identici, infatti, li sta dotando di fatto di una “password” che nessun hacker potrà violare senza essere immediatamente notato. Mentre nelle telefonate oggi spediamo miliardi di fotoni ai nostri interlocutori (o agli innamorati lontani), permettendo a un eventuale spione di “rubarne” una certa quantità, passare inosservati non sarebbe possibile quando la “chiave” di una conversazione criptata fosse limitata a una singola particella. Conversazioni a prova di hacker fanno gola a molti, dal settore militare a quello bancario. Ecco perché oltre alla Cina anche Nasa, Unione Europea (con la cifra record di un miliardo di euro), Agenzia Spaziale Europea e Canada lavorano alacremente a questi progetti.

I risultati finora sono stati modesti. E anche il primato cinese è in realtà solo un passo preliminare, ancora lontano da applicazioni pratiche. Finora i “fotoni accoppiati” sono stati fatti viaggiare lungo fibre ottiche di alcuni chilometri (un centinaio nei casi migliori): decisamente troppo poco per poter parlare di quell’internet quantistico che entanglement e teletrasporto teoricamente promettono.

Quel che Micius ha fatto è stato inviare con un laser coppie di fotoni a due coppie di stazioni a Terra: Delingha (nella regione del Qinghai, al centro della Cina) e Lijiang (nella regione dello Yunnan, a sud) e Delingha e Nanshan (nella regione dell’Urumqi, a nord-ovest). Le prime due stazioni sono distanti 1203 chilometri, le seconde due 1120. Le coppie di fotoni (quasi sei milioni al secondo) hanno viaggiato nello spazio per distanze variabili fra i 500 chilometri (l’altitudine dell’orbita di Micius) e 2mila chilometri, riuscendo a non perdere il loro stato di entanglement. Le due stazioni che hanno ricevuto i fotoni si sono così ritrovate in mano la chiave per poter procedere (e sarà la prossima tappa dell’esperimento) a scambi di informazioni sicure.

“Le competenze necessarie per questo esperimento vengono dall’Europa (il protagonista, Jian-Wei Pan, ha fatto il dottorato vent’anni fa in Austria, con cui mantiene importanti collaborazioni), – commenta Tommaso Calarco, direttore del Centro per le scienze e le tecnologie quantistiche dell’Università di Ulm e di Stoccarda – ma le proposte per concretizzarlo via satellite giacciono irrealizzate da anni all’Agenzia Spaziale Europea. Speriamo che il successo cinese stimoli ora quest’ultima a superare l’inerzia e passare all’azione, prima che il vantaggio strategico marcato da questo primo esperimento si trasformi in un divario incolmabile.”

Le difficoltà descritte dagli scienziati (appartenenti a una manciata di università cinesi, senza collaborazioni con l’estero) su Science non sono state di poco conto. I singoli fotoni hanno dovuto compiere la prima parte del loro viaggio nel vuoto dello spazio. E fin qui non ci sono stati problemi. Negli ultimi dieci chilometri hanno attraversato l’atmosfera con le sue turbolenze, rifrazioni, le ben più potenti fonti luminose della Terra e delle città, e la possibilità che la mira del satellite non fosse poi così precisa. Il contatto fra Micius e le tre stazioni è stato così limitato a poco meno di 5 minuti ogni notte, attorno all’una e mezza del mattino. Un piccolo passo, ma solo all’apparenza.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/scienze/2017/06/15/news/cina_la_prima_telefonata_quantistica_-168188756/

Centrali nucleari europee: catorci atomici

Scrive Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”: «Le centrali nucleari dell’UE hanno un’età media di 30,6 anni. Praticamente, sono dei catorci atomici che vengono mantenuti accesi alla faccia del buonsenso».9576-10338

Riprendiamo l’intervento di Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”, comparso QUI

Questo dato e quelli seguenti, salvo se diversamente indicato, sono tratti da “The world nuclear industry status report” redatto nel 2015 da esperti indipendenti. Valgono le considerazioni che faceva Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace ed ex ricercatore dell’Enea, all’indomani di Fukushima:  più un reattore nucleare è vecchio, più è distante dagli standard di sicurezza attuali. E a proposito di Fukushima: le migliaia e migliaia di crepe nei reattori nucleari del Belgio sono state scoperte durante i controlli effettuati in seguito all’incidente nucleare in Giappone. Eppure quei reattori (insieme ad altri decisamente stagionati) sono stati recentemente riaccesi. E’ proprio il caso di dire che da Fukushima l’UE non ha imparato nulla, per parafrasare il titolo del convegno cui abbiamo partecipato la scorsa settimana a Bruxelles e contemporaneamente riassumere tutti i discorsi. Il grafico qui sotto mostra l’età dei 128 reattori nucleari in funzione nell’UE. Come quelli seguenti, fotografa la situazione al mese di luglio del 2015.

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I 128 reattori accesi nell’UE costituiscono circa un terzo di quelli attivi in tutto il mondo. Ecco la loro distribuzione per classi di etàdt_cattura-2

Il picco del nucleare UE è stato toccato nel 1989, quando erano accesi 177 reattori: circa un quarto in più di quelli attuali.dt_cattura-1

Ci sono state tre “ondate” di costruzione di centrali nucleari: due piccole negli Anni 60 e 70 ed una grande negli Anni 80, che ha interessato soprattutto la Francia. Attorno al 1990, oltre al picco dei reattori, si è registrata la svolta: i reattori sono stati più spesso spenti che inaugurati.dt_cattura-3

L’85% dei reattori nucleari europei è concentrato in otto Paesi dell’Europa occidentale; solo 19 reattori sono distribuiti fra gli Stati che facevano parte dei satelliti URSS e che recentemente sono entrati nell’UE. La cartina che mostra la loro distribuzione nello spazio è stata pubblicata dall’European Nuclear Society.dt_cattura-4

Sarebbe saggio spegnere i 128 catorci atomici dell’UE. Ma l’atomo è una maledizione che si proietta sempre nel futuro: secondo un documento di lavoro della Commissione Europea visto dalla prestigiosa agenzia di stampa Reuters all’inizio di febbraio, per smantellare il vetusto parco nucleare e per gestire le scorie servirebbero 286 miliardi di euro. Attualmente, per coprire questi costi, sono disponibili solo 105,1 miliardi di euro. Mancano 118 miliardi. Bisognerà pur trovarli e imparare la lezione: mai spendere un centesimo per il nucleare, che – oltre ad essere pericoloso – inghiotte soldi come una voragine senza fondo. Al momento sembra che l’UE – come non ha imparato da Fukushima – non voglia imparare nemmeno questa lezione e tende a considerare praticabile la costruzione di nuove centrali. Ma è un’altra storia. Cercheremo di raccontarla nel giro di pochi giorni.

Fonte: ilcambiamento.it

Crescono i comuni rinnovabili: oltre 3000 quelli che producono più energia elettrica di quanta ne consumino i residenti

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E sono 40 quelli 100%rinnovabili dove le energie pulite soddisfano tutti i consumi elettrici e termici riducendo le bollette di cittadini e imprese. Premiati da Legambiente i Comuni di Cavalese (TN) e Castellamare di Stabia (Na)

Continua a crescere in Italia la generazione distribuita da energie pulite insieme all’innovazione energetica, accompagnata da un nuovo modo di essere cittadini prosumer (produttori-consumatori di energia) e dalla diffusione delle comunità dell’energia. Nel 2016, anche se con ritmi molto inferiori rispetto al passato, sono stati installati 396 MW di fotovoltaico, 282 MW di eolico, 140 di geotermico, 513 di bioenergie e 346 di miniidroelettrico. Le fonti rinnovabili hanno contributo a soddisfare il 34,3% dei consumi elettrici complessivi. Un dato in diminuzione per il secondo anno dopo 10 anni di crescita (nel 2006 era del 15%), per via del calo avvenuto nella produzione idroelettrica (-8,9%) con 42,3 TWh contro i 59,5 del 2014 quando si era toccato un picco per l’inverno particolarmente piovoso. Ciò dimostra quanto siano rilevanti i cambiamenti climatici anche nella partita della produzione elettrica.  È però significativo che in dieci anni la produzione da energie pulite sia passata da 51,9 a 106 TWh.

L’Italia rimane comunque dei paesi di punta nel mondo come installazioni: in dieci anni nella Penisola gli impianti da fonti rinnovabili sono passati da qualche centinaio a oltre un milione tra elettrici e termiciÈ cresciuto il contributo apportato dalle nuovi fonti rinnovabili (biomassa, fotovoltaico, eolico, geotermia, mini idroelettrico) alla produzione elettrica dal 2,6% (2006) al 22,7% (2016) rispetto ai consumi complessivi. Dati positivi arrivano anche dal territorio: crescono i comuni rinnovabili, passando da 356 (2005) a 7.978 (2016), oggi quindi in tutti i municipi italiani è installato almeno un impianto. Su 7.978 comuni 3021 producono più energia elettrica di quanta ne consumano le famiglie residenti, grazie a una o più fonti rinnovabili. Salgono invece a 40 i Comuni 100% rinnovabili, dove le energie pulite soddisfano tutti i consumi elettrici e termici riducendo le bollette di cittadini e imprese. Sorprendente poi la crescita del solare, avvenuta anche senza incentivi: negli ultimi due anni sono stati realizzati 180mila impianti solari fotovoltaici, pari al 25% di tutti quelli installati in Italia – per un totale di 1.310 MW installati. Questi risultati hanno già determinato vantaggi significati: si è ridotta la produzione da impianti termoelettrici, tra i più inquinanti, sono diminuite le importazioni dall’estero di fonti fossili. Ad esempio in dieci anni c’è stato un calo del petrolio del 30%, del gas del 20% e del carbone del 25%. Si sono ridotte le emissioni di CO2 con vantaggi per il clima del Pianeta, ma anche economici. Si è ridotto il costo dell’energia nel mercato elettrico, grazie alla produzione di solare e eolico che permette di tagliare fuori l’offerta delle centrali più costose.

È quanto emerge in sintesi dal Rapporto Comuni Rinnovabili 2017 di Legambiente, realizzato con il contributo di Enel Green Power e in collaborazione con GSE, che racconta il successo delle fonti pulite e il cambiamento che sta avvenendo nel territorio italiano con numeri, storie e buone pratiche (sono 200 quelle raccolte sul sito www.comunirinnovabili.it), mantenendo uno sguardo attento sull’Europa dove l’autoproduzione da fonti rinnovabili, attraverso il ruolo dei prosumer e delle comunità energetiche, è al centro della nuova Direttiva europea in corso di approvazione, senza dimenticare l’importanza degli Accordi di Parigi per il futuro delle rinnovabili. Il cambiamento che è in atto sul territorio è, inoltre, ben raccontato dalle eccellenze dei comuni 100% rinnovabili, e in particolare dal comune di Cavalese (TN), premiato quest’anno da Legambiente. Ci sono poi le amministrazioni e le aziende che si impegnano per la sostenibilità e l’innovazione come il comune di Castellamare di Stabia (Na), vincitore del premio buona pratica, e le tre aziende (Società Agricola Arte, Birrificio artigianale Lesster, Nuova Sarda Industria Casearia) vincitrici del premio rinnovabili e cibo di qualità unito all’innovazione in campo energetico.

Il dossier “Comuni Rinnovabili 2017” è stato presentato oggi a Roma e alla conferenza di presentazione hanno partecipato: Katiuscia Eroe,Responsabile energia Legambiente, Federico Maggi, Cosvig, Piero Gattoni Presidente Cib e Caseificio Caramasche, Ivan Stomeo Sindaco di Melpignano e responsabile energia ANCI, Vincenzo Scotti, AD For Greeen; mentre alla tavola rotonda coordinata da Romina Maurizi direttore del quotidiano Energia hanno preso parte Antonio Cammisecra Amministratore delegato Enel Green Power, Ermete Realacci, Presidente Commissione Ambiente della Camera, Agostino Re Rebaudengo Vicepresidente Elettricità Futura, Luca Barberis Direttore Divisione Sviluppo Sostenibile GSE e Edoardo Zanchini, Vicepresidente nazionale Legambiente.

“Il dossier Comuni Rinnovabili – spiega Edoardo Zanchini, Vicepresidente di Legambiente – mostra i successi dei territori che credono e scommettono nelle rinnovabili. Ora è il momento di accelerare, non accontentandosi di questi risultati. Proprio l’Accordo di Parigi e i nuovi obiettivi europei sul clima e l’energia, oggi ci obbligano a guardare a come costruire un nuovo scenario di sviluppo delle energie pulite nel nostro Paese, dove si possano cogliere i vantaggi della rivoluzione in corso nel sistema energetico per rilanciare sviluppo e lavoro. Le esperienze raccontate e premiate oggi dimostrano un Italia all’avanguardia nel Mondo e oggi, con la riduzione dei costi degli impianti e le innovazioni in corso nei sistemi di accumulo, nelle smart grid e nelle auto elettriche, l’Italia può scegliere di puntare su un modello energetico che abbia al centro il territorio e l’autoproduzione da fonti pulite”.

“I risultati di questo studio evidenziano come continua in tutto il mondo la crescita delle rinnovabili, un processo che va avanti anche in Italia – afferma Antonio Cammisecra, responsabile di Enel Green Power, la divisione Global Renewable Energies di Enel – Se guardiamo al territorio emerge poi come siano tanti i comuni e le imprese che sono dentro modelli innovativi. Il futuro sempre più imminente sta nello sviluppo di generazione rinnovabile integrata con reti intelligenti e sistemi di accumulo”.

Tornado ai dati del dossier, i comuni del solare sono passati 7.978, mentre sono 6.819 quelli che hanno almeno un impianto solare termico. Tra i comuni, il miglior risultato in termina di potenza installata su tetti e in relazione al numero di abitanti, arriva dal comune di Macra (CN), con una media di 165 MW/1.000 abitanti, seguito dal Comune di Fascia in provincia di Genova con una media di 76 MW/1.000 abitanti e 81 MW complessivi e dal Comune di Monterone (LC) con 63 MW ogni 1.000 abitanti. In tutti e tre i casi si superano ampiamente i fabbisogni elettrici delle famiglie residenti, mentre in Italia sono complessivamente 1.435 i Comuni dove grazie a questa tecnologia la produzione di energia elettrica supera il fabbisogno delle famiglie residenti. In crescita anche i comuni dell’eolico che arrivano a quota a 904, di questi 293 si possono considerare autonomi dal punto di vista elettrico grazie all’eolico. La potenza installata è in crescita, pari a 9.257 MW, con 282 MW in più rispetto al 2015. Questi impianti, secondo i dati di Terna, hanno permesso di produrre 17,5 TWh di energia, pari al fabbisogno elettrico di oltre 6,5 milioni di famiglie.

I Comuni del mini idroelettrico sono 1.489. Il Rapporto prende in considerazione gli impianti fino a 3 MW e la potenza totale installata per questa dimensione nei Comuni italiani è di 1.568 MW, in grado di produrre ogni anno oltre 6,2 TWh, pari al fabbisogno di energia elettrica di 2,3 milioni di famiglie. Crescono anche i municipi delle bioenergie che arrivano a quota 4.114 per una potenza installata complessiva di 5.490 MW elettrici, 1.534 MW termici e 415 kW frigoriferi. Sono 590 i Comuni della geotermia per una potenza totale di 993 MW elettrici, 228,5 MW termici e 5,4 MW frigoriferi. Infine i comuni della bioenergia sono 4114 per una potenza installata complessiva di 5.490 MW elettrici, 1.534 MW termici e 415 kW frigoriferi.

Le proposte di Legambiente: Per l’associazione ambientalista il futuro delle rinnovabili è già adesso, per questo l’Italia deve investire in questo cambiamento liberando l’autoproduzione da fonti rinnovabili, oggi al centro della discussione mondiale e un punto fondamentale delle Direttive europee, in corso di approvazione, che riconoscono un ruolo centrale ai prosumer e alle comunità dell’energia. L’Italia può aprire subito a questa prospettiva per creare vantaggi per le imprese e le famiglie, in un campo di innovazione dove si incrociano fonti rinnovabili, smart grid, auto elettriche e storage dell’energia. Stabilire delle regole semplici e trasparenti per l’approvazione di progetti, perché l’incertezza delle procedure è ancora oggi una delle principali barriere in Italia alla diffusione degli impianti da fonti rinnovabili, sia di piccola che di grande dimensione. Tra le altre proposte Legambiente chiede che vengano definite nuove politiche per la spinta alle rinnovabili, avviati revamping degli impianti eolici e idroelettrici, che venga sbloccato l’eolico offshoreeliminati i sussidi alle fonti fossili, che si investa nelle reti energetiche e nell’accumulo e soprattutto che i comuni siano i protagonisti nella spinta all’innovazione energetica.

Il dossier su: https://www.legambiente.it/contenuti/dossier/comuni-rinnovabili-2017

Fonte: ecodallecitta.it

 

Apple: maxi bond per tecnologie verdi ed energie rinnovabili

Il gigante di Cupertino lancia sul mercato finanziario un “Green Bond” da 1 miliardo di dollari. Servirà a finanziare il futuro verde dell’azienda.http _media.ecoblog.it_1_158_apple-maxi-bond-tecnologie-verdi-rinnovabili

Finanziare il futuro senza attingere alle proprie riserve di cassa. E’ quello che ha intenzione di fare Apple Inc., il leader mondiale del mercato degli smartphone, che ha appena lanciato sul mercato un “Green Bond” da 1 miliardo di dollari. Con i soldi raccolti dagli investitori Apple pagherà lo sviluppo e la messa in opera di numerosi progetti aziendali mirati ad abbassare il proprio impatto ambientale. Il green bond, infatti, è uno strumento finanziario previsto dalla normativa americana dedicato alla raccolta di fondi finalizzati a progetti green: dalle energie rinnovabili alla gestione dei rifiuti industriali, passando per l’ottimizzazione della logistica e le nuove tecnologie dei materiali. Il tutto, e qui sta il vantaggio, è esentasse. Nei progetti di Apple c’è il potenziamento delle energie rinnovabili con cui già, in parte, alimenta i propri impianti industriali. Ma anche lo studio sui materiali ecocompatibili e più facilmente riciclabili e, soprattutto, la “Closed Loop Supply Chain“. Cioè la catena di distribuzione a ciclo chiuso, che include anche a gestione e valorizzazione dei processi di ritorno (ad esempio il recupero packaging del prodotto usato o il riciclo degli smartphone non riparabili).

Credit foto: Apple

Fonte: ecoblog.it

 

Nuove proposte UE: un grande favore all’industria delle armi

La Commissione Europea ha diffuso a Bruxelles i dettagli riguardanti nuovi piani e decisioni che andranno a favorire l’industria degli armamenti, sgretolando i limiti del proprio mandato a riguardo delle questioni legate alla difesa. Ciò aprirà la strada a nuovi affari a favore di un complesso militare-industriale europeo già largamente influente sulle politiche nazionali.9578-10340

Le organizzazioni e gli esperti delle organizzazioni pacifiste riunite nella rete ENAAT (European Network Against Arms Trade) mettono in guardia l’opinione pubblica su questo «ulteriore tentativo della Commissione UE di banalizzare la produzione di armi ed estendere insidiosamente il proprio ambito di competenza sulla difesa». «Queste proposte non porteranno maggiore pace e sicurezza, ma sicuramente andranno ad incrementare i profitti dell’industria militare spingendo ulteriormente la corsa al riarmo globale» commenta Wendela de Vries dell’organizzazione olandese Stop Wapenhandel.

I nuovi fondi UE per l’industria bellica rendono più opachi gli ambiti di competenza della Commissione UE

La proposta legislativa della Commissione UE prevede in particolare di allocare a favore dell’industria a produzione militare 500 milioni di euro di fondi in più rispetto a quanto già previsto dal “Defence Action Plan” del Novembre 2016. Il denaro verrà recuperato da linee di bilancio non spese nel biennio 2019-20. “E’ particolarmente preoccupante che la politica della Commissione Europea ora si focalizzi nello spostare somme di denaro non spese sull’industria delle armi, piuttosto che tentare di migliorare i programmi di intervento già previsti” commenta Ann Feltham della campagna britannica CAAT. Parallelamente pochissimi fondi sono destinati ad ambiti cruciali per la Pace, come ad esempio il programma UE per i diritti umani o gli interventi per le prevenzione e risoluzione dei conflitti condotti da attori locali della società civile che ricevono solamente 6 milioni di euro all’anno dall’Unione.

Secondo le previsioni i fondi a disposizione delle aziende armate andranno addirittura ad aumentare dal 2021 con un contributo previsto di 1,5 miliardi di euro annui. Recenti documenti interni delle istituzioni europee hanno svelato come la Commissione Europea abbia tenuto decine di incontri con i rappresentanti delle industrie belliche: “Queste nuove propose non sono nell’interesse dei cittadini europei – sottolinea Bram Vranken dell’organizzazione belga Vredesactie – ma solo a beneficio di un industria che sta fornendo la benzina per il fuoco dei conflitti armati in tutto il mondo”.

La Commissione propone eccezioni alle regole di austerità di bilancio per la spesa in armi

La bozza di proposta illustrata a Bruxelles prevede inoltre che eventuali contributi volontari da parte degli Stati Membri a questo fondo UE siano considerati al di fuori del Patto di Stabilità imposto dall’Unione Europea ai propri Paesi. In altre parole tali fondi non sarebbero considerati nel conteggio del limite di debito al 3% (sul PIL) che tutte le Nazioni UE sono tenute a rispettare. “E’ davvero scioccante che mentre i cittadini europei stanno ancora pagando il prezzo delle misure di austerità nella propria vita quotidiana la spesa comunitaria in armamenti venga considerata investimento che merita un trattamento speciale e al contrario l’educazione, la salute, la spesa sociale, la difesa dell’ambiente solo dei pesi problematici” commenta Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo.

L’Unione Europea ha un ruolo critico nell’affrontare le maggiori sfide e i numerosi problemi dell’epoca attuale. Il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare e la crescente disuguaglianza su scala globale sono solo alcune tra le principali. Ma questi problemi non saranno mai risolti da un maggiore investimento in armamenti. Al contrario, una spesa militare sempre più alta significa in automatico meno denaro a disposizione per poter affrontare tali sfide in maniera sostenibile.

Una linea di azione guidata dall’industria senza una visione politiche che non produrrà alcun risparmio

Una politica di difesa non dovrebbe mai essere un obiettivo di per sé stessa, ma solo uno strumento a disposizione di una politica estera. “Finché mancherà una politica estera comune dell’Unione, qualsiasi difesa di dimensione europea sarà prematura. E le difficoltà sperimentate nel raggiungere un accordo anche solo su un punto basilare e minimale come quello di un centro di comando congiunto, a dieci anni dai Trattati di Lisbona, dimostra drammaticamente e ancora una volta l’assenza di volontà politica in tal senso, ed anche la mancanza di fiducia tra gli Stati Membri” sottolinea Laetitia Sedou dell’ufficio ENAAT di Bruxelles.

Senza una leadership politica, ciò che rimane è solo un piano di azione industriale. Il risultato pratico è una sere di proposte che vanno solamente a favorire le compagnie produttrici di armi e le loro opportunità di esportare armamenti sofisticati anche al di fuori dell’UE. Il tutto con fondi pubblici comunitari. “Non ci sarà alcun tipo di risparmio, nemmeno su questo aspetto – commenta Jordi Calvo Rufanges del Centre Delas – poiché i paesi UE membri della NATO si stanno indirizzando verso una crescita della propria spesa militare e il contributo dell’Unione sarà solo ulteriore aggiunta rispetto alla spesa nazionale. Oltretutto, quale Stato accetterà di vedere smantellato il proprio sistema di produzione armiero a vantaggio di quello del vicino?”

Questa nuova proposta della Commissione Europea sulle questioni della difesa non sarà solo un grande spreco di denaro pubblico, ma favorirà la crescita dell’instabilità globale senza contribuire in alcun modo a “difendere” l’Europa.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Approvata la riforma della VIA, Valutazione di Impatto Ambientale

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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che modifica l’attuale disciplina della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale e della procedura di “Verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale”

E’ stato approvato il decreto legislativo che modifica l’attuale disciplina della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e della procedura di “Verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale”. Il Consiglio dei ministri spiega che tra gli elementi maggiormente significativi della riforma, si segnalano i seguenti:

– per i progetti di competenza statale, la facoltà per il proponente di richiedere, in alternativa al provvedimento di VIA ordinario, il rilascio di un “provvedimento unico ambientale”, che coordini e sostituisca tutti i titoli abilitativi o autorizzativi riconducibili ai fattori ambientali;

– la riduzione complessiva dei tempi per la conclusione dei procedimenti, cui è abbinata la qualificazione di tutti i termini come “perentori” ai sensi e agli effetti della disciplina generale sulla responsabilità disciplinare e amministrativo-contabile dei dirigenti, nonché sulla sostituzione amministrativa in caso di inadempienza;

– una norma transitoria che, in virtù delle semplificazioni procedimentali introdotte, consenta al proponente di richiedere l’applicazione della nuova disciplina anche ai procedimenti attualmente in corso pendenti, il cui valore complessivo oggi ammonta, solo per i progetti di competenza statale, a circa 21 miliardi di euro;

– una nuova definizione di “impatti ambientali”, modulata in aderenza con le prescrizioni della direttiva Ue, che comprende anche gli effetti significativi, diretti e indiretti, di un progetto sulla popolazione, la salute umana, il patrimonio culturale e il paesaggio;

– la possibilità di presentare nel procedimento di VIA elaborati progettuali con un livello informativo e di dettaglio equivalente a quello del progetto di fattibilità o comunque a un livello tale da consentire la compiuta valutazione degli impatti, con la possibilità di aprire con l’autorità in qualsiasi momento un confronto per condividere la definizione del livello di dettaglio degli elaborati progettuali;

– l’eliminazione per il proponente dell’obbligo, nella verifica di assoggettabilità a Via, di presentare gli elaborati progettuali: per la fase dello “screening” sarà sufficiente uno studio preliminare ambientale, come previsto dalla normativa europea;

– nel caso di modifiche o estensioni di opere esistenti, la possibilità di richiedere all’autorità competente un pre-screening, ovvero una valutazione preliminare del progetto per individuare l’eventuale procedura da avviare: tale istituto sarà particolarmente utile ai fini degli “adeguamenti tecnici finalizzati a migliorare le prestazioni ambientali dei progetti” per corrispondere alle – – esigenze di semplificazione amministrativa del c.d. repowering degli impianti eolici esistenti;

– la riorganizzazione del funzionamento della Commissione VIA, per migliorarne le performance, assicurando la copertura dei costi di funzionamento a valere esclusivamente sui proventi tariffari dei proponenti. Si costituisce un Comitato tecnico di supporto, che opererà a tempo pieno, per accelerare e rendere più efficienti le istruttorie;
– l’introduzione di regole omogenee per il procedimento di VIA su tutto il territorio nazionale, rimodulando le competenze normative delle Regioni e razionalizzando il riparto dei compiti amministrativi tra Stato e Regioni;
– la completa digitalizzazione degli oneri informativi a carico dei proponenti, anche prevedendo l’eliminazione degli obblighi di pubblicazione sui mezzi di stampa;

– l’ampliamento della partecipazione del pubblico e, in particolare, dei residenti nei territori potenzialmente interessati da un progetto sottoposto a procedura di VIA, mediante il – potenziamento dell’istituto dell’inchiesta pubblica e tenendo conto delle disposizioni in tema di dibattito pubblico di cui all’articolo 22 del d.lgs. n. 50/2016.
– l’introduzione di un nuovo apposito articolo dedicato al procedimento autorizzatorio unico di competenza regionale che disciplina compiutamente le procedure di competenza delle Amministrazioni territoriali e che risulta integralmente autosufficiente, esaustivo e confermativo delle scelte già operate con la riforma della Legge n. 241/1990 di cui al D.lgs. n. 127/2016.

Fonte: ecodallecitta.it

 

‘PFU Zero sulle coste italiane’: EcoTyre e Marevivo insieme per liberare le coste italiane dagli Pneumatici Fuori Uso. Ecco tutte le tappe in programma

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Marevivo e EcoTyre ancora una volta insieme per ripulire i mari italiani dagli Pneumatici Fuori Uso (PFU). Prima tappa venerdì 9 giugno a Porto Santo Stefano, poi in Puglia a Gallipoli l’11 giugno, nel Lazio ad Anzio il 17 giugno, a Lampedusa il 26 giugno e ultima tappa a Milazzo il 30 giugno. Dopo un primo intervento sull’Isola di Nisida nell’ambito di Let’s Clean Up Europe a maggio, Marevivo ed EcoTyre danno ufficialmente il via alla prima edizione di “PFU Zero sulle coste italiane”, la campagna di sensibilizzazione e di raccolta e recupero degli PFU in mare e a terra. Questo progetto può essere considerato un proseguimento di “PFU Zero nelle Isole Minori”, grazie al quale Marevivo ed EcoTyre, per tre anni consecutivi, sono intervenuti in quasi la totalità delle isole minori italiane. Dato il successo dell’iniziativa, i partner hanno deciso di estendere le raccolte straordinarie anche ai porti italiani e alle isole maggiori.

Le tappe di “PFU Zero sulle coste italiane” sono:

– venerdì 9 giugno: Porto Santo Stefano in provincia di Grosseto, Toscana;

– domenica 11 giugno: Gallipoli in provincia di Lecce, Puglia;

– sabato 17 giugno: Anzio, Città Metropolitana di Roma Capitale, Lazio;

– lunedì 26 giugno: Lampedusa, appartenente all’arcipelago delle isole Pelagie, Sicilia;

– sabato 30 giugno: Milazzo, Città Metropolitana di Messina, Sicilia.

La ormai celebre mascotte di EcoTyre, Gummy, si occuperà di spiegare a bambini delle scuole coinvolte nell’iniziativa, a turisti e curiosi come funziona la corretta filiera di gestione degli PFU e quanto il recupero sia necessario per la salvaguardia del mare e dei suoi abitanti. Nel frattempo le squadre dei sommozzatori raccoglieranno in mare le gomme giunte a fine vita ed EcoTyre si occuperà della loro corretta gestione, conducendole agli impianti di trattamento. Gli PFU, infatti, sono una tipologia di rifiuto cosiddetta ‘permanente’: se lasciata in natura e in mare, necessita di centinaia di anni per degradarsi completamente. Se gestita in modo corretto, invece, è riciclabile al 100%: la maggior parte viene triturata generando il cosiddetto “granulato di gomma”, un materiale di riciclo riutilizzabile per diversi usi come i fondi stradali e le superfici sportive, per l’isolamento o per l’arredo urbano. Questa iniziativa rientra in PFU ZERO, il progetto di EcoTyre, patrocinato dal Ministero dell’Ambiente, che ha l’obiettivo di creare e avere a disposizione una mappatura di depositi abbandonati di PFU segnalati da enti locali, associazioni e cittadini. Le raccolte straordinarie eseguite da EcoTyre sono svolte in modalità totalmente gratuita e senza alcun costo per le Amministrazioni locali. È possibile segnalare un deposito abbandonato di PFU, collegandosi al sito internet dedicato (www.pfuzero.ecotyre.it): EcoTyre valuta ogni segnalazione, coordinandosi con gli enti locali per gli interventi di raccolta.

Anche quest’anno abbiamo deciso di destinare parte dell’avanzo di gestione per le raccolte straordinarie di PFU. Tra queste, l’iniziativa sulle coste italiane – ha detto Enrico Ambrogio, Presidente di EcoTyreè sicuramente tra le più importanti: grazie alla partnership con Marevivo ripuliremo i fondali di 5 splendide località italiane dagli PFU mentre Gummy si occuperà di spiegare il funzionamento della nostra filiera e il riutilizzo delle gomme giunte a fine vita raccolte. Tra gli obiettivi del progetto, infatti, sensibilizzare adulti e bambini spiegando loro i benefici ambientali derivanti dalla corretta gestione degli PFU”.

Il nostro messaggio è semplice: basta considerare il mare come un grande tappeto blu sotto cui nascondere i nostri rifiuti perché la salute dell’ecosistema marino e di noi tutti comincia dalla terra. Gli PFU, infatti, se gestiti correttamente sono una nuova risorsa per tutti. – ha dichiarato Carmen di Penta, Direttore Generale MarevivoCampagne come “PFU Zero sulle coste italiane”, portate avanti grazie alla collaborazione con EcoTyre e alla sinergia con i territori mobilitati, ci permettono di diffondere praticamente, la cultura della tutela del mare contro l’abbandono dei rifiuti lungo i litorali d’Italia”.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Contro le bottiglie di vetro. La proposta di Paolo Hutter

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Basta con le bottiglie di vetro nei grandi eventi, nei sabba del calcio, nell’animazione ubriaca della movida. Gli incidenti di piazza San Carlo a Torino siano la Cernobil, la Fukushima del predominio della birra in vetro negli eventi affollati. Questa dovrebbe essere una prima acquisizione universale, condivisa e attuabile dopo i 1.500 e passa feriti della serata juventina. A scanso di equivoci, non sto dicendo che il vetro sia stato la causa dell’ondata di panico, né la causa dei ferimenti più gravi. Si discute e discuterà a lungo sulla gestione della serata, sulle piazze , le transenne, le eventualità  responsabilità di comune, questura e prefettura. Si possono avere opinioni diverse sulla possibilità di evitare completamente che si verifichino incidenti del genere. Ci si può perdere in discussioni infinite sull’alcol. Ma un dato è inconfutabile. C’erano per terra migliaia di bottiglie, quasi tutte di birra, che non avrebbero dovuto essere lì e che – perché rotte o calpestate – hanno provocato la maggior parte delle ferite.  E allora, mentre si continua a indagare e discutere sugli altri aspetti, concentriamoci intanto sulla necessaria lotta al pericolo e allo spreco costituito da tutte queste bottiglie di vetro usa e getta. Ci sono vari livelli della questione, ma tutti convergono nella stessa direzione. Il tema della sicurezza si intreccia con quello della gestione dei rifiuti, degli imballaggi, dei consumi. Con dei  paradossi evidenti: per esempio per motivi di sicurezza in casi come il raduno dei tifosi vengono chiusi i cestini per i rifiuti, provocando ulteriori “abbandoni” di bottiglie a terra.

Sarebbe possibile, al contrario, organizzare un efficace e puntiforme sistema di raccolta differenziata delle bottiglie?  Nella baraonda della folla? Ci sono esperienze di “ecofeste”, ma niente si è ancora provato in raduni paragonabili a quelli delle finali calcistiche.  Un altro tema caro a noi ambientalisti è quello delvuoto a rendere: le bottiglie non dovrebbero andare nei rifiuti per essere  poi riciclate, ma ritornare vuote e intatte ai produttori per essere riutilizzate. È una realtà in Germania, se ne parla anche in Italia.

Il sistema potrebbe cambiare anche le  modalità di consumo più spicciole. Persino l’ambulante abusivo ti verserebbe la birra nel bicchiere invece di darti la bottiglia?

Forse. Ma intanto, il vuoto a rendere è di là da venire. E la presenza delle bottiglie di vetro nei luoghi aperti e affollati va contrastata subito, con le ordinanze che sia i questori che i prefetti e i sindaci possono adottare. Mi sono informato, a scanso di equivoci: in orari e luoghi precisi vanno vietate sia la vendita che la somministrazione di bevande attraverso bottiglie di vetro, e va vietato anche il consumo attraverso bottiglie di vetro. Non so quanto sia il caso di estendere il divieto anche alle lattine. Ma non è realistico estenderlo alle bottiglie di plastica.  Anche nel caso della plastica sarebbe, sì, meglio sostituire i sistemi usa e getta con vuoto a rendere. Ma ammettiamolo (anche noi ambientalisti): il pet è infinitamente più leggero e più sicuro del  vetro, è altrettanto riciclabile. Per le bottiglie è l’alternativa realistica. Si spera e si vuole che i diversi materiali post-consumo vengano raccolti separatamente per avviarli a riciclo. Ma se le bottiglie restano a terra finiscono con i rifiuti indifferenziati in discarica o nell’inceneritore e paghiamo per smaltirle: quelle di plastica pesano un decimo di quelle di vetro. Se la bottiglia è inevitabile, che almeno sia di plastica. Anche per la birra? Certo. Ma davvero crediamo che ci siano motivi igienici organolettici o di gusto  per cui è meglio bere la birra dalle bottiglie di vetro? È probabile chel’associazione birra-vetro sia  solo un’abitudine culturale, che può cambiare. Come è cambiata per l’acqua minerale. Come è il caso che cambi dopo gli incidenti di Torino, il capolinea disastroso delle bottiglie di vetro.

Fonte: ecodallecitta.it