PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non c’è solo il Veneto, non c’è solo in Nord Italia: l’inquinamento da PFAS minaccia tutta l’Europa. Lo dicono i dato del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS”.

PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non ci sono solo il Veneto e le altre regioni del nord e centro Italia a essere minacciate dall’inquinamento da PFAS. Anche l’intera Europa è esposta a questo rischio di contaminazione, situazione che rivela una pervasività veramente preocupante di queste sostanze così dannose per la salute. Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS” presenta una panoramica dei rischi noti e potenziali per la salute umana e l’ambiente in Europa causati da sostanze alchiliche perfluorifluorurate (PFAS). Queste sostanze chimiche estremamente persistenti e artificiali sono utilizzate in una varietà di prodotti di consumo e sistemi industriali perché hanno proprietà che risultano particolarmente utili all’industria; vengono usate per esempio per aumentare la repellenza all’olio e all’acqua, ridurre la tensione superficiale o resistere a temperature e prodotti chimici elevati. Attualmente esistono oltre 4.700 diversi PFAS che, a causa della loro estrema persistenza, si accumulano nell’organismo delle persone e nell’ambiente. Sebbene manchino la mappatura e il monitoraggio sistematici di siti potenzialmente inquinati in Europa, le attività di monitoraggio nazionali hanno rilevato PFAS nell’ambiente in tutta Europa e la produzione e l’uso di PFAS hanno anche portato alla contaminazione delle forniture di acqua potabile in diversi paesi europei. Il biomonitoraggio umano ha anche rilevato una serie di PFAS nel sangue dei cittadini europei. Il rapporto dell’EEA avverte che, a causa dell’elevato numero di PFAS, è un compito difficile e dispendioso in termini di tempo valutare e gestire i rischi per queste sostanze individualmente, il che può portare a un inquinamento diffuso e irreversibile.

I costi per la società dovuti a danni alla salute umana e alle bonifiche in Europa sono stati stimati in decine di miliardi di euro all’anno.

Le persone sono principalmente esposte al PFAS attraverso acqua potabile, imballaggi per alimenti e alimenti, polvere, creme e cosmetici, tessuti rivestiti in PFAS o altri prodotti di consumo.

Occorrono dunque serie misure e azioni per sanare questa situazione, limiti chiari di legge e sanzioni, bonifiche e prevenzione.

Fonte: ilcambiamento.it

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un'apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile.

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un'apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile di zone incontaminate poichè da settembre a oggi sono bruciati 8,4 milioni di ettari in tutta l’Australia, una superficie pari a quella dell’Austria. E laddove il fuoco non è riuscito a ucciderli gli animali, verranno abbattuti migliaia di cammelli per impedire loro di abbeverarsi alle riserve di acqua rimaste. Nelle fiamme che non accennano a placarsi, a oggi sono morte 25 persone e sono bruciate almeno 2 mila case. Il fumo degli incendi è visibile fino in America Latina dove una nube ha coperto il cielo in Cile e Argentina. E in Nuova Zelanda le nevi e i ghiacciai si sono coperti di cenere, aumentando con ciò l’assorbimento del calore dai raggi solari che non vengono riflessi a sufficienza e quindi aggravando ancora di più la situazione. Purtroppo ancora una volta ci tocca registrare di avere tristemente ragione: non solo si verifica quello che noi disperatamente diciamo da sempre ma ciò accade in maniera ancora più disastrosa di quello che ci si attendeva. Eppure c’è ancora chi taccia gli ambientalisti di essere catastrofisti, esagerati ed estremisti. Andatelo a dire in Australia, enorme girone dantesco in preda alle fiamme che l’uomo non sa più come affrontare. Quello stesso piccolo, arrogante distruttore e completamente folle uomo che crede che con la sua tecnologia risolverà qualsiasi problema. Dov’è in Australia la fantastica tecnologia che tutto può? Come mai tutta la mirabolante intelligenza artificiale unita, che ci dovrebbe mandare pure su Marte, non è in grado di fare niente, nemmeno di salvarci sulla terra? Come mai tutte le techno corporation informatiche che ci inondano di prodotti strabilianti, facendo stratosferici profitti, non risolvono il problema con le loro bacchette magiche tecnologiche in grado di farci credere dai nostri scintillanti cellulari che ormai possiamo qualsiasi cosa? Dove sono gli Elon Musk, gli eredi del mitico Steve Jobs dello “Stay hungry, stay foolish” che tanti uomini e donne rampanti affascina, dove è il re Mida Zuckerberg con le sue montagne di miliardi. Perché non risolvono il problema? Sarà perché a prescindere da quello che si racconta su questi personaggi edulcorandoli, non hanno altro obiettivo che il profitto. E quando non c’è altro che quello, la natura, la sopravvivenza umana è l’ultima delle preoccupazioni, anzi è la vittima sacrificale. E così nemmeno gli Dei tecnologici possono fare nulla e un intero continente è in fiamme alimentate da temperature che hanno sfiorato i 50 gradi, conseguenza diretta dei cambiamenti climatici.

Ma chi sono i responsabili di questa apocalisse? I governanti australiani ma anche chi li ha votati in un impeto suicida e ovviamente i media che sono in gran parte in mano al multimiliardario Rupert Murdoch, australiano anch’esso e convinto negazionista.  E perché negano i cambiamenti climatici? Perché l’Australia è il primo esportatore mondiale di carbone e gas e fra i maggiori produttori di emissioni climalteranti pro capite. Quindi venendo anche in questo caso prima di tutto il profitto,  la vita degli esseri viventi è solo un incidente di percorso, da mandare in fumo appunto. E mentre c’è chi fa profitti, il paese brucia, muoiono persone, animali, piante in una tragedia che in maniera perversa alimenterà ancora di più i cambiamenti climatici ed eventi del genere, così come avviene ormai da anni anche in California, patria tra l’altro dei famosi Dei tecnologici informatici di cui sopra. Tutto questo in un paese come l’Australia che anche solo con la tecnologia solare applicata ovunque potrebbe alimentarci mezzo mondo e dare lavoro a milioni di persone; altro che carbone e gas! Quello stesso gas che è ancora il perno del Piano energetico nazionale del Paese del sole ovvero l’Italia e mica vorremmo essere più intelligenti degli australiani e puntare sul solare, per carità, non sia mai… Ancora una volta si conferma la profonda stupidità dell’uomo che si autodistrugge da solo portandosi dietro tutto e tutti, nonostante abbia a portata di mano le soluzioni per risolvere ogni  problema.  Chissà di cosa avranno bisogno ancora gli australiani e gli umani in genere per capire che si stanno scavando la fossa. A quanto pare non serve nulla, nemmeno la famosa pedagogia delle catastrofi di Latouchiana memoria, perché è di sicuro più importante seguire il gossip sui giornali di Murduch piuttosto che preoccuparsi della propria sopravvivenza e quella dei propri cari. E alle prossime elezioni, gli australiani voteranno pervicacemente gli stessi? Fino allo sterminio finale? Molto probabile.

Oggi l’Australia, domani il mondo intero, sarà il caso di darci una mossa?  Chissà? Ma aspettiamo ancora un po’, facciamo qualche altra inutile conferenza sul clima, discutiamo ancora con i negazionisti pagati dalle multinazionali dei fossili, accapigliamoci fra i partiti per ridicole questioni, tanto c’è tempo, andiamo avanti tranquillamente, non sta succedendo nulla di serio.

Fonte: ilcambiamento.it

Il rito senza tempo della transumanza diventa patrimonio Unesco

I pastori sono i custodi degli alpeggi e, lungo i percorsi di montagna, hanno accompagnato i nostri territori attraverso secoli di storia, difendendo quell’equilibrio che intercorre tra uomo e animale, tra uomo e natura. Ora la transumanza è dichiarata patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, confermando il valore sociale, economico e ambientale di questa antica pratica. Ricordo che quando ero piccola riconoscevo subito l’arrivo dell’autunno. Era più o meno nel periodo del mio compleanno, quando con la mia famiglia partivamo per la montagna approfittando degli ultimi giorni caldi di fine settembre. Quest’occasione coincideva con il momento in cui si festeggiava il rientro delle mandrie dagli alpeggi, proprio quando la stagione calda lasciava spazio a quella fredda. Il passaggio di un pastore con i suoi animali era sinonimo di festa. Ho ancora impressi nella memoria il transito di lunghe mandrie di mucche, il suono dei campanacci, l’odore di quell’autunno ormai in arrivo. Ricordo le persone che, intorno a me, osservavano quel passaggio quasi fosse un momento celebrativo, un antico rito che raccontava una storia lunga secoli.

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La parola transumanza deriva dal verbo “transumare” che significa attraversare, transitare sul suolo. Così i pastori attraversano da secoli, al ritmo delle stagioni che si susseguono, sentieri scavati dal lento calpestio di greggi e mandrie, lunghe o brevi distanze scandite dalla ciclicità del tempo che rievocano antiche usanze e che si fondono nel carattere identitario dei nostri territori. Ora, questa tradizionale pratica pastorale di migrazione stagionale del bestiame lungo i tratturi e verso condizioni climatiche migliori, è stata iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Una buona notizia risultante dal parere favorevole espresso all’unanimità dai ventiquattro Paesi rappresentanti proprio in questi giorni, durante il comitato intergovernativo di Bogotà, in Colombia. La transumanza è considerata una delle pratiche di allevamento più sostenibili ed efficienti attraverso una migrazione stagionale delle mandrie e delle greggi verso i pascoli in alta quota nei periodi primaverili e verso le pianure più miti in quelli autunnali, per approfittare del nutrimento fresco e stagionale che la natura offre. I pastori transumanti hanno una conoscenza approfondita dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e dell’equilibrio ecologico tra uomo e animale. Diventano quindi custodi degli alpeggi salvaguardando gli ecosistemi montani e la loro biodiversità, contribuendo ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse foraggere. Ma rappresentano anche un presidio sul territorio per la prevenzione del dissesto idrogeologico, la riduzione della desertificazione e dello spopolamento delle aree montane.

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Con questa nomina l’Italia ha acquisito il primato mondiale dei riconoscimenti in ambito rurale e agroalimentare, i cui esempi rappresentativi spaziano per tutto il Paese a partire dal Piemonte con la tecnica dei muretti a secco e dei paesaggi vitivinicoli delle Langhe e del Prosecco. Considerare la transumanza un elemento della cultura immateriale del nostro Paese significa innanzitutto valorizzare i territori tutelandone storia e cultura, incentivandone il turismo di montagna e la gastronomia. Riconoscerne il valore dovrebbe essere un maggior stimolo capace di incidere positivamente sul lavoro dei pastori e sulla promozione di una filiera locale che disincentivi la concorrenza dei prodotti stranieri spacciati per nazionali. Ma anche sul consumo di suolo che sta riducendo drasticamente gli spazi e i percorsi tradizionali utilizzati proprio per la transumanza. Come riportato sul sito di Uncem – Unione dei Comuni e degli Enti montani, il presidente Marco Bussone ha affermato che la transumanza è «l’emblema della montagna che resiste. È forza dei margari, uso sapiente dei territori, salire e scendere metafisica rappresentazione della vita. La Transumanza è la montagna. È anche quella forza dei pastori locali che sfidano, nelle gare per la gestione dei pascoli, fantomatiche aziende agricole dell’altrove che provano a speculare sui territori a danno delle comunità locali. La Transumanza è la scelta di proteggere e ridare vita ai territori».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/12/rito-senza-tempo-transumanza-diventa-patrimonio-unesco/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’Orto della Salute: a Napoli un laboratorio di benessere e socialità

Recuperare e ricostruire se stessi, la comunità ed il territorio partendo dalla coltivazione della terra. È questo il principio da cui prende vita l’Orto della Salute nato a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, per iniziativa del centro Lilliput per la cura delle dipendenze. Un laboratorio ed un progetto comunitario che promuove socialità e benessere.

Il centro diurno Lilliput è una struttura intermedia dell’Asl Napoli 1 centro. È un dipartimento per le dipendenze. Chiediamo alla responsabile, dott.ssa Anna Ascione, da quali dipendenze provengono i propri utenti. «Sono ragazzi e ragazze dipendenti da sostanze come stupefacenti, alcool e psicofarmaci ma anche persone incappate nel gioco d’azzardo patologico. 

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Orto sociale di Ponticelli

Volevamo insieme creare un luogo per sviluppare possibilità di socializzazione e imparare a prendersi cura di se stessi. Abbiamo quindi pensato alll’orto-terapia poiché il solo contatto con la natura conteneva un aspetto terapeutico».

Racconta la Dott.ssa Ascione che riconnettersi al ciclo della vita partendo dal seme e prendendosi cura della piantina con costanza e sensibilità avrebbe permesso di sviluppare questa propensione anche verso se stessi. «Se non innaffi, la piantina muore, se usi sostanze chimiche come fertilizzanti o pesticidi poi ottieni frutti nocivi per la salute. Allo stesso modo se inietto sostanze negative per la salute, ingerisco psicofarmaci, alcool, cocaina io danneggio il mio corpo».

Chi diventa succube di abitudini negative ha bisogno di ricreare, rinforzare ed essere consapevole delle proprie radici e ha bisogno di verificare che può intervenire mettendoci le mani. «Per noi è importante recuperare le nostre radici».

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Proprio dell’importanza del recupero dell’identità del territorio, il quartiere Ponticelli, è emblema ed esempio. Una storia quella di Ponticelli, un secolo fa era un comune a se, che narra di una vocazione differente dagli altri quartieri di Napoli. Siamo in una terra fertilissima, quella del Vesuvio, quindi per secoli caratterizzata da una identità contadina.

Poi l’espansione delle fabbriche e l’intensa costruzione di edifici dormitorio hanno fatto crescere una radicata coscienza operaia fatta di lotte per i diritti del lavoro. Così si è diffusa una forte cultura sindacale, politica e dell’associazionismo. 

Nel 1980 il terremoto e una “ricostruzione” mai finita che ha prodotto una edilizia da periferia trascurata. Oggi tra agricoltura e industria i centocinquanta ettari di territorio sono divisi tra lotti molto frazionati; molti abbandonati, altri ancora fertili e produttivi, spesso per fiori, rose e ortaggi. In mezzo il “Parco De Filippo”, nove ettari, fino a qualche anno fa abbandonato quindi in mano alla malavita e ai suoi traffici illeciti; ora finalmente sede dell’Orto Sociale della Salute, un esempio di laboratorio sociale su larga scala. Quattro anni fa l’Asl comprò vanghe, pale e rastrelli, il comune consegnò chiavi e lucchetto del Parco e il gruppo di utenti del centro diurno Lilliput ha potuto iniziare la bonifica del parco pubblico. Poi la chiamata al territorio per adottare le terrazze e iniziare il percorso di integrazione. La risposta è stata molto forte. Oggi è coltivato circa un ettaro e mezzo di parco e partecipano scuole materne, elementari e istituti superiori, parrocchie, cittadini e moltissime associazioni. 

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Sistema di raccolta delle acque piovane

«Ci sono anche i ragazzi delle superiori che ci aiutano con l’alternanza scuola lavoro. È una comunità di 140 famiglie e c’è una lunghissima lista di attesa perché per bonificare un’altra area del parco ci vogliono mezzi meccanici, come l’escavatore quindi finanziamenti che ancora non arrivano. Ogni due mesi ci incontriamo tutti, siamo in tanti; per facilitare e avere sempre una partecipazione attiva abbiamo formato un Comitato Cittadino che è una rappresentazione dei cittadini dell’orto. Anche per la pulizia delle parti comuni c’è una condivisione e partecipazione. Quanto più puoi includere, inglobare questa è la migliore difesa. Ogni ortolano sottoscrive una liberatoria, un’autocertificazione per la propria responsabilità e c’è un regolamento, ad esempio è vietato usare prodotti chimici».

L’orto è sempre più oggetto di attenzione di alcune Università sia per il tipo di organizzazione comunitaria che si è creata, sia per la partecipazione di utenti con difficoltà che hanno visto una reale integrazione.  Ad esempio ci spiega l’architetto Cristina Visconti che nell’ambito di un progetto di ricerca sui cambiamenti climatici dell’Università di Napoli Federico II, è stato sviluppato uno strumento di ricerca partecipativa in cui abitanti e ricercatori hanno collaborato sul sistema idrico dell’orto poiché la zona soffre di allagamenti quando piove in abbondanza per l’eccessiva cementificazione. 

Incontri, approfondimenti e tavole rotonde hanno prodotto tavole tematiche e laboratori che hanno portato alla costruzione di un sistema di raccolta delle acque piovane fatto con materiali di scarto. L’aspetto terapeutico dell’orto è evidente; alcuni utenti si sono appassionati, hanno avuto in gestione un area e contribuiscono con i propri prodotti all’economia della famiglia. La vendita è vietata, vige l’economia del dono e alcune famiglie hanno potuto risparmiare molto raccogliendo i frutti da loro coltivati. «Gli utenti possono finalmente aiutare la propria famiglia ricostruendo un proprio ruolo, fortificandosi, crescendo e imparando a credere in se stessi. Il livello di autostima generalmente è molto basso in chi ha problemi di dipendenza. È un dare e avere».

Per vedere il video integrale del progetto Resilient Ponticelli clicca qui

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/orto-salute-laboratorio-benessere-socialita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Andrea Zelio, il pittore e narratore che porta l’arte nei centri di salute mentale

Portare l’arte nei centri di salute mentale per promuovere il benessere e la socializzazione delle persone con disturbi e contribuire ad accorciare la distanza tra i pazienti ed il mondo “normale”. Questo l’obiettivo dei laboratori terapeutici ricreativi curati dal maestro Andrea Zelio e del progetto Carta Storie lanciato a San Donà di Piave, in Veneto. Andrea Zelio è un artista che coniuga nella sua attività pittura e narrazione: ha realizzato opere pittoriche utilizzando svariate tecniche e, al contempo, ha pubblicato circa dodici libri di narrativa per ragazzi, nella duplice veste di autore di testi e immagini. Ha condotto una serie di laboratori creativi nelle scuole e da circa quindici anni collabora con il Centro di Salute Mentale dell’Auslss4 di San Donà di Piave dove conduce un laboratorio terapeutico ricreativo da cui ha poi preso vita “Carta Storie”, un progetto che mira a valorizzare le espressioni artistiche dei pazienti creando un circolo virtuoso che coinvolge le realtà del territori.

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«All’interno di questi laboratori – mi racconta Andrea Zelio – ho portato ciò che è il mio territorio di competenza, e quindi l’abilità pittorica e la narrativa. Ai pazienti racconto così delle storie che loro traducono in disegni. Da una parte ci sono dunque le parole e le emozioni, dall’altra la loro espressione, ovvero le immagini. Come il capitano di una nave guido questo gruppo di uomini e donne che si trovano lì per varie condizioni che rientrano nell’accezione di “malattia mentale”, dai disturbi più gravi ai più lievi. Hanno varie età, a partire dai 25 anni in su. Io ho a che fare soprattutto con adulti, anche giovani ma non giovanissimi».

«Prima – continua Zelio – i prodotti realizzati durante i laboratori venivano conservati e basta, non avevano nessun percorso all’esterno. Ad un certo punto con alcuni amici ci siamo chiesti come condividere con il resto della comunità questi lavori». È nato cosi il progetto Carta Storie che consiste nell’utilizzare i disegni dei pazienti, creati a partire dalle storie raccontate dall’artista, per realizzare una carta regalo che poi viene utilizzata dai commercianti nel periodo natalizio. Vengono create anche shopper per i negozianti e dei calendari. Ogni anno viene organizzato un evento con uno spettacolo e la presentazione del progetto.

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«Questi prodotti – spiega Zelio – escono così dai laboratori e iniziano a contaminare la vita comunitaria ed il tessuto produttivo. Quest’anno abbiamo avuto rapporti con circa cento soggetti tra sponsor, negozi, attività, grafici ed enti pubblici. Tantissimi soggetti sono così entrati in relazione tra loro per la realizzazione di questo progetto. A nostro avviso si tratta di un grande traguardo!».

L’obiettivo, infatti, è anche quello di contribuire ad accorciare la distanza tra le persone con disturbi mentali ed il resto della popolazione facendo sì che chi ha intrapreso un percorso di cura dentro questi centri possa partecipare in maniera attiva all vita civile. «Una volta si parlava di matti ed esistevano dei “recinti fisici”. Poi i mondi hanno iniziato a mescolarsi dopo la legge Basaglia ma ancora si avverte la necessità di superare lo stigma sociale nei confronti della malattia mentale. È ciò che vogliamo contribuire a fare con il nostro progetto: abbattere quei “recinti” non più fisici ma che ancora esistono».

C’è però un altro aspetto molto importante che riguarda il potere benefico dell’arte. «Noto che i pazienti dopo un po’ di tempo dall’inizio dei laboratori cominciano a manifestare motivazione, tenacia e fiducia, che all’inizio non hanno. Con il tempo si sentono poi responsabili dei lavori che realizzano e comprendono che questi hanno una loro importanza. Ci sono ovviamente delle difficoltà ma tutto ciò è assolutamente significativo per la vita di queste persone.

Inoltre, l’arte è libertà. «L’espressione artistica permette di tirar fuori ciò che si ha all’interno generando un grande senso di libertà, appagamento e di appartenenza ad un insieme. Tutto questo fa bene e perciò noi, tutti, cerchiamo l’arte nella nostra vita: in un film, un dipinto, un libro o una canzone».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/andrea-zelio-pittore-narratore-arte-centri-salute-mentale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’Agrinido in una tenda yurta: un atto di (r)esistenza comunitaria

Gravemente colpito dal terremoto del 2016, l’Agrinido gestito da Federica di Luca continua ad esistere e resistere grazie all’allestimento di una tenda yurta: una soluzione d’emergenza che ancora oggi consente non solo la continuità del servizio educativo, ma vuole rappresentare anche l’occasione per una rinascita del piccolo borgo montano dell’entroterra marchigiano attraverso la realizzazione di eventi culturali, formativi ed educativi. Cratere. Marche interne. Il centro di educazione ambientale Credia WWF e l’agrinido “La Quercia della Memoria”, pittoresco avamposto multifunzionale gestito da Federica Di Luca, sono stati gravemente colpiti dal terremoto del 30 ottobre 2016, nonostante il grosso lavoro di ristrutturazione antisismica del borgo rurale montano di Vallato (Comune di San Ginesio).

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Federica e il marito Franco, esuli al pianterreno del loro vecchio agriturismo, reagiscono pazienti come meglio possono, portando avanti l’attività.

«Nel gennaio 2017 grazie a un’azione corale, siamo riusciti ad allestire la tenda yurta e riaprire rapidamente l’Agrinido e l’Agrinfanzia, malgrado le difficoltà. Si è formato dal basso un gruppo multidisciplinare di progettazione costituito da diverse competenze e sguardi sull’idea di scuola, educazione, bambino e ricostruzione, formato da educatrici, genitori, dipendenti urbanistici del comune di San Ginesio, esperti di pedagogia, psicologia, geologia, ingegneria, architettura e pediatria», racconta Federica, lentamente, meditando sulle parole con attenzione e convincimento, spazzando il parquet della yurta prima dell’arrivo di Kilian, Emilie e gli altri bimbi dell’Agrinido.  Trentasei metri quadri di ambiente circolare protetto da una struttura in legno rivestita da più strati di tessuto e imbottita con oltre sessanta chili di lana per rendere stabile il calore interno. La tradizionale tenda dei nomadi mongoli è stata issata laddove, fino a qualche mese fa, trovava forma l’orto dei bambini. Ballonzolando nei dintorni, capisco che l’allestimento della mitica tenda consente non solo la continuità del servizio educativo, ma vuole rappresentare anche l’occasione per una rinascita del piccolo borgo montano attraverso la realizzazione di eventi culturali, formativi ed educativi. Importantissima è la rassegna di eventi denominata “Yurta letteraria” che da gennaio 2018 offre alla comunità e a un pubblico più vasto iniziative varie a carattere culturale e sociale su temi legati al post-terremoto.

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La paura del nostro Appennino è di rimanere fiaccato e solo, ucciso da un’indifferenza che corre sovrana in tutto il globo, ma l’apertura di una yurta rappresenta la volontà di restare nei territori feriti per vincere la scommessa di una terra pugnalata ma capace di futuro. Attorno volano gli schiamazzi dei piccoli “studenti” liberi da banchi e paccottiglie.

«Che cosa potesse significare aprire un servizio educativo permanente in una tenda yurta, di fatto era una novità – continua Federica – E anche una scommessa, perché strutturare in uno spazio aperto, gli angoli e i materiali specifici della nostra attività ha rappresentato una grossa sfida. Poi ci sono state le paure: sarà abbastanza riscaldata? Terrà il vento e la neve? 

È stato un periodo di grande soddisfazioni sulle scelte fatte, ma la yurta non può essere più una prospettiva accettabile. I bambini sono aumentati, da una parte ci sono famiglie che chiedono e continuano ad avere fiducia, dall’altra c’è uno spazio che può cominciare a diventare stretto. Quando si parla di post-emergenza si è tutti proiettati nelle necessità di adattarsi e resistere, perché quella è l’unica e migliore soluzione al momento. Ma su un tempo lungo, questa situazione di spazi ridotti si traduce in una gestione quotidiana faticosa. Ecco perché da una parte vogliamo evidenziare la straordinarietà pedagogica del lavoro fatto in questo ambiente unico e irripetibile. Dall’altra vogliamo riportare l’attenzione sui tempi della ricostruzione: questo tempo di transizione non può avere una prospettiva di anni, per lo meno per le scuole, perché si finisce per arrivare a un accumulo di stanchezza da tutti i punti di vista. 

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Questa esperienza ha lasciato molte impronte nelle vite delle persone, oltre che nel paesaggio. In un futuro prossimo c’è il progetto di costruire una nuova scuola in legno, con una raccolta fondi che ha già raggiunto il suo scopo e ha permesso l’acquisto del terreno su cui sorgerà l’edificio», racconta ancora l’educatrice, determinata a non gettar la spugna.
«Qui a Vallato di San Ginesio – aggiunge Franco, il marito di Federica – abbiamo un intero borgo da ripopolare e ricostruire dopo il terremoto. Molti residenti di un tempo sono morti e molti proprietari venderebbero volentieri. Il paradosso è che in prospettiva si ricostruiranno le case senza le persone interessate a viverle come residenti». 

«I nostri borghi ricostruiti dopo il terremoto diventeranno squallidi villaggi vacanze di seconde e terze case, deserti per gran parte dell’anno. I tanti giovani interessanti a rilanciare la vitalità dell’Appennino probabilmente resteranno senza opportunità. Quanti giovani possono oggi permettersi l’acquisto di una casa inagibile venduta a prezzi da autentica speculazione? Sarebbe grandioso riportare i giovani nell’entroterra marchigiano colpito dal sisma».

Diari estrapolati da “Il passo dell’acero rosso – alberi, pecore e macerie” (Aras Edizioni)

Per informazioni e dettagli clicca qui e qui

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/agrinido-tenda-yurta-atto-resistenza-comunitaria/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il "dietro le quinte" dell'affaire xylella nel film-documentario "Legno vivo"

“Legno vivo – Xylella, oltre il batterio” è il titolo del film-documentario autoprodotto da un team di quattro professionisti della comunicazione, Elena Tioli, Francesca Della Giovampaola, Filippo Bellantoni e Simone Cannone. Che hanno indagato cosa c’è dietro l’affaire xylella…

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Legno vivo – Xylella, oltre il batterio” è il titolo del film-documentario autoprodotto da un team di quattro professionisti della comunicazione, Elena Tioli, Francesca Della Giovampaola, Filippo Bellantoni e Simone Cannone. Che hanno indagato cosa c’è dietro l’affaire xylella…Alla prima nazionale tenutasi alla Camera era presente anche l’oncologa Patrizia Gentilini, membro dell’associazione Isde-Medici per l’Ambiente, che ha elogiato il lavoro di indagine e documentazione.

«Se i monitoraggi ufficiali della regione Puglia segnalano solo un 2% di olivi positivi a Xylella e, tra gli alberi disseccati, non più del 10% di presenza del batterio, di cosa stanno morendo le altre piante? Come possiamo salvare questi monumenti della natura? E cosa rischiamo perdendoli? A queste e ad altre hanno voluto rispondere gli autori, con un documentario che va ben oltre la questione fitopatologa, come più volte è stato denunciato anche dalla sottoscritta e da Isde – Associazione medici per l’ambiente» dice e scrive la dottoressa Gentilini. 

«La vicenda della Xylella, su cui a più riprese sono intervenuta, presenta infatti diverse lacune e ambiguità per cui ha attirato fin dall’inizio l’attenzione dell’Isde. Le “cure” proposte – ad esempio l’obbligo previsto dal decreto Martina prima e Centinaio poi, di utilizzo di pesticidi tossici e pericolosi al fine di eliminare l’insetto vettore della Xylella – ci sono immediatamente apparse “una cura peggiore del male”, tanto più in assenza di una qualunque evidenza scientifica circa la loro efficacia» prosegue l’oncologa che ha dedicato al film-documentario un suo intervento nel blog che cura sul Il Fatto Quotidiano.

«Il documentario non è solo bellissimo e coinvolgente, ma è anche una testimonianza preziosa di quanto sta accadendo a livello agricolo, economico, sociale, ambientale e sanitario in quella regione. Le immagini esclusive valgono più di mille parole. Il documentario parte dal Salento per arrivare in Almeria e si snoda attraverso interviste a professori, scienziati, agricoltori, giornalisti, costituzionalisti ed eminenti studiosi come Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, che si chiede come è possibile che piante, anche millenarie, che hanno attraversato ogni tipo di avversità, si trovino oggi in questa situazione, in cui noi stessi rischiamo di trovarci se non invertiamo immediatamente la rotta – prosegue Gentilini – E ancora: il professore emerito di Microbiologia dell’Università di Pisa, Marco Nuti, che afferma che la Xylella è endemica e che l’unica risposta è la convivenza con il batterio, così come già sta succedendo in Toscana, Francia, Corsica e Spagna, dove, malgrado la presenza del batterio, gli abbattimenti non avvengono».

«Il professore Nuti, a margine della proiezione, ha anche illustrato gli ultimi studi scientifici sulla correlazione tra microbioma terrestre, salute delle piante e salute umana. La terra è viva e dal suo stato di salute dipende la vita che in essa sorge. L’importanza della componente biologica per la fertilità dei terreni è ormai scientificamente assodata. Da essa, secondo Nuti, dipende la capacità delle piante di reperire nutrimenti, acqua e energie necessarie per prosperare e difendersi dalle sempre più gravi criticità climatiche e da vecchi e nuovi agenti patogeni, compresa Xylella fastidiosa».

«Non tutti condividono. Nel documentario viene dato anche spazio a chi afferma che per “la Xylella non c’è cura” e a chi vede negli abbattimenti l’unica soluzione – scrive ancora Gentilini – E poi ai diretti interessati: da un lato gli olivicoltori che difendono i propri olivi che curati e potati con metodi tradizionali continuano a dare un ottimo raccolto, dall’altro a quelli che in piazza sui loro trattori protestano chiedendo sussidi e invocando gli stessi aiuti economici dati in Spagna. Ma cosa è successo nel sud della Spagna, dove già da anni si è imposto il modello dell’agricoltura industriale e si sono espiantati olivi secolari per fare impianti intensivi? Nella provincia di Almeria, dove il modello agricolo che oggi si sta imponendo alla Puglia ha già preso piede dagli anni 90, l’agricoltura tradizionale è stata soppiantata da quella industriale e in soli 25 anni il paesaggio è cambiato drasticamente, così come la vita di chi abita quei luoghi: falde acquifere prosciugate; fiumi che fino al 2000 portavano 90 litri di acqua al secondo, oggi non arrivano a 4; pozzi da cui non si tira su neanche una goccia di acqua; suoli sempre più sterili e devastati da fitofarmaci e fertilizzanti; emigrazione altissima e paesi abbandonati; terre svendute a due lire; acqua desalinizzata dai rubinetti delle abitazioni; campagne vuote, di uomini e di animali; ulivi resi improduttivi dalla potatura meccanizzata dopo neanche 10 anni anni dalla messa a dimora. Il sistema agricolo è stato stravolto e i paesi sono stati abbandonati. Qui oggi l’acqua è il nuovo oro».

«È questo il futuro della Puglia? Perché tanta fretta di espiantare e addirittura incendiare, come testimoniato nel film, piante sane, tracimanti di olive, oppure alberi che, attraverso buone pratiche agricole e nuove sperimentazioni scientifiche, stavano riprendendosi dal disseccamento, quasi fossero scomodi testimoni del fatto che la natura – se si smette di violentarla – è in grado di riprendersi? – prosegue ancora l’oncologa di Isde – Spero che questo documentario venga visto e incontri il successo che merita, perché è anche un invito a guardare oltre il problema locale e a riflettere sull’etica attuale. Nell’antica Grecia era prevista la morte per chi abbatteva un ulivo. Oggi invece i rischi li corre chi cerca di salvarli».

Per informazione sul film-documentario si può scrivere a info@legnovivofilm.it.

Per conoscere i prossimi eventi: www.legnovivofilm.it

fonte: ilcambiamento.it

Biorfarm, l’adozione di alberi che fa incontrare contadini e consumatori

Due giovani neolaureati hanno creato una piattaforma online capace di creare un contatto diretto tra contadini e consumatori offrendo a questi ultimi la possibilità di adottare un albero per poi coglierne, o ricevere a casa, i frutti. Biorfarm vuole così rispondere da una parte alle esigenze dei piccoli produttori, spesso in difficoltà economica, e dall’altra a quelle delle persone che vogliono riscoprire il rapporto con la natura e conoscere ciò che portano in tavola. Oltre ai GAS – gruppi di acquisto solidale – e alle Food Coop si sta affermando un altro modo per dare dignità al lavoro dei contadini e garantirsi sulla tavola cibo di qualità: Biorfarm. La start-up a vocazione etica rende infatti possibile, attraverso una piattaforma, adottare un albero e coglierne i frutti o, in alternativa, farseli spedire a casa. Ci sono gli immancabili agrumi (arance, limoni, clementine e cedri, bergamotto e lime), mele, pere, pesche e ciliegie, fichi d’india e melograni. Olive da cui ricavarne del buon olio. Ma anche mandorle e castagne, mango e avocado e tanti altri frutti.

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L’adozione è semplice: sulla piattaforma sono disponibili numerosi alberi da frutto. Scelta la varietà preferita ci ritroviamo di fronte ad una simulazione del campo del contadino: siamo così chiamati a decidere, fra gli alberi disponibili, la collocazione ed il nome che vogliamo assegnare al “nostro” albero. Fin dall’inizio verremo informati della storia del contadino, della sua attività e dell’albero e continueremo a ricevere aggiornamenti fin quando i frutti non saranno maturi. Il piccolo produttore, a quel punto, avviserà che la frutta è pronta e ogni utente potrà decidere se partecipare alle giornate di raccolta o farsi arrivare i frutti a casa nelle seguenti 48-72 ore. È forse inutile dire che – diversamente da quanto accade nei supermercati – non saranno disponibili le ciliege a gennaio: è la natura e chi se ne prende cura, ovvero l’agricoltore, a decidere i tempi di vendita.

«Noi vogliamo che le persone possano riscoprire il rapporto con la natura e che cosa si nasconde dietro a ciò che portiamo sulle nostre tavole – ci ha detto Giuseppe, uno dei fondatori – ma anche far sì che i piccoli agricoltori, che sono i protettori della biodiversità, non scompaiano».

L’idea che ha dato origine a Biorfarm è nata nel 2015, a Roma, quando Osvaldo De Falco si è presentato a casa dell’amico Giuseppe Cannavale. Osvaldo è figlio di agricoltori che coltivano arance e clementine, e il padre – all’epoca – non riusciva più a sostenere la propria attività. Quella del padre di Osvaldo non è una storia isolata: ai piccoli produttori vengono corrisposti compensi troppo bassi, che coprono a malapena i costi di produzione e si stima che ogni anno 25 mila piccoli produttori abbandonino le campagne.

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Osvaldo De Falco e Giuseppe Cannavale, fondatori di Biorfarm

Se da una parte la presenza di numerosi intermediari fra i contadini e i consumatori non consente un equo compenso a coloro che si dedicano ad attività agricole, dall’altra le persone si ritrovano spesso di fronte a prodotti di bassa qualità – la frutta, per esempio, rimane stoccata per più di cinque settimane prima di arrivare esposta nei negozi e nei supermercati. Le informazioni disponibili sull’origine di ciò che portiamo a casa, inoltre, sono scarse, limitandosi a indicare il paese e i prezzi – soprattutto del biologico – sono spesso elevati. Individuato che il problema del padre di Osvaldo riguardava molti contadini e che si rifletteva anche sui consumatori finali, i due – allora neolaureati – hanno dato vita ad una piattaforma capace di far incontrare in modo più diretto i contadini e i consumatori. «All’inizio ci occupavamo di Biorfarm nei fine settimana” – ci ha raccontato Giuseppe – perché il resto del tempo lavoravamo». Poi, a metà del 2016, arriva un primo riconoscimento pubblico: Google individua Biorfarm e la premia come eccellenza digitale dell’anno. Giuseppe e Osvaldo, pur intravedendo per la prima volta la possibilità di consolidare ed espandere il proprio progetto, non potevano ancora permettersi di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi allo sviluppo di Biorfarm. Il tutto cambia a novembre dello stesso anno quando l’acceleratore di start-up H-Farm seleziona Biorfarm fra ben 500 progetti provenienti da tutto il mondo. Con un finanziamento e sei mesi di vitto e alloggio offerti da H-Farm, Giuseppe e Osvaldo hanno per la prima volta la possibilità di dedicarsi al proprio progetto a tempo pieno.

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Forti di questo primo sostegno e della campagna di crowdfunding del 2017 – Biorfarm ad oggi ha più di 15 mila alberi in adozione e dal 2016 ha spedito più di 150 tonnellate di frutta. Gli oltre 10 mila clienti di Biorfarm, attraverso la propria scelta, hanno sostenuto l’ambiente – perché la filiera è più corta e le produzioni sono biologiche – e l’economia dei piccoli produttori, che con Biorfarm prendono in media dal 50 al 100% in più rispetto ai tradizionali canali di vendita.

«Noi non abbiamo da soli la forza di fare una battaglia alla grande distribuzione – ha osservato Giuseppe – ma la coscienza dei consumatori sta cambiando».Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/biorfarm-adozione-alberi-fa-incontrare-contadini-consumatori/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il Ponte: l’impresa sociale che dà occupazione ai più fragili

A Invorio, nella splendida cornice tra il Lago Maggiore e il Lago d’Orta, c’è una cooperativa che da anni sta valorizzando il tessuto sociale locale, promuovendo l’occupazione e l’inserimento lavorativo di persone fragili e creando intorno a sé una rete di aziende e imprese che stanno imparando da questo modello improntato alla solidarietà e alla crescita della persona. La storia che mi racconta Mauro Fanchini è una storia di cambiamento e coraggio, è il racconto di un imprenditore nell’ambito della comunicazione che un giorno decide di chiudere la sua attività, stanco di quello stile di vita divenuto per lui insostenibile. E, nella ricerca di un nuovo modo di vivere, si è imbattuto in quella che sarebbe diventata la sua nuova missione, quella di aiutare le persone più fragili accompagnandole in un percorso lavorativo e di crescita e che oggi, con tanta passione, mi racconta.

«Nel mio precedente lavoro come imprenditore non c’era attenzione al valore umano ma esclusivamente il bisogno di inseguire il guadagno. Per questa ragione ho deciso di cambiare vita, senza sapere in che direzione questa mi avrebbe condotto». Dal 2012 Mauro è il direttore della cooperativa Il Ponte, attiva ormai da 30 anni nell’alto novarese, in quella splendida cornice tra il Lago Maggiore e il Lago d’Orta, per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro di persone in situazioni di emergenza, di fragilità, di disabilità e di svantaggio sociale.

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Lo scopo? Trasformare in risorsa sociale ed economica l’operato delle persone che si trovano situazioni di vulnerabilità e per questo escluse da dinamiche lavorative, per riavvicinarle alla società e dare loro un maggior senso di indipendenza.

Immaginiamo un capannone con ampie vetrate al cui interno si trovano diversi tavoli da lavoro dove si svolgono attività di assemblaggio, montaggio, confezionamento e utilizzo materiali poveri, e dove ad ognuno viene assegnata una mansione adeguata alle sue esigenze e capacità.

«La particolarità della nostra cooperativa è che viene strutturata come fosse un’azienda» mi spiega Mauro. Un’azienda, però, incentrata sulla persona, che qui viene accompagnata in un percorso di crescita. A partire dalle mansioni più semplici come inserire un tappo su una penna allo svolgimento di compiti più complessi come saldare i fili per realizzare i cablaggi di un quadro elettrico. Si tratta di piccole tappe di un percorso che passo dopo passo permette a queste persone di acquisire nuove competenze, di mettersi in gioco e prendere sicurezza in se stesse e nelle proprie capacità.

Al momento la Cooperativa collabora con una ventina di realtà locali che operano in diversi settori produttivi e merceologici che offrono svariate tipologie di lavoro: dal montaggio delle scatole di cartone all’assemblaggio di parti o di prodotti finiti, dalle stampanti 3d alla lavorazione di tessuti.

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Ma ciò che più caratterizza la cooperativa è la capacità di mettere in rete le realtà locali, in una sinergia tra le varie organizzazioni per capire, insieme, quale sia il bisogno più immediato per il territorio e contribuire a mantenere lavori che in altre condizioni verrebbero facilmente delocalizzati. per questo motivo nel 2015 ha fondato, insieme ad altre cooperative sociali, imprenditori, consulenti, amministratori pubblici e insegnanti delle scuole l’associazione “Terre tra i laghi”, che ha per scopo di studiare ed elaborare strategie per valorizzare le risorse della zona.

«Ciò che noi vogliamo fare è instaurare un rapporto di collaborazione con le aziende del territorio per mostrare loro l’importanza dell’inserimento lavorativo di persone fragili, replicando e generando nuove attività simili a questa» mi spiega Mauro. «Ad esempio, entro fine gennaio, trasformeremo una piccola cooperativa improduttiva a Gravellona che seguirà il nostro modello e attiveremo dei laboratori di sperimentazione lavorativa che rimetteranno in gioco la manualità e la creatività delle persone».

La cooperativa si impegna quotidianamente a sensibilizzare l’opinione pubblica ma soprattutto il mondo profit e quindi le aziende e le imprese, mostrando loro che lavorare con persone fragili, con disabilità e in situazioni di difficoltà è possibile e si può fare. A tal proposito ha dato vita al progetto “Fare”, una piattaforma che unisce tutte le realtà attive sul territorio, con lo spirito di creare una rete con tutte le organizzazioni che hanno voglia di collaborare insieme.

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«È sempre più forte il bisogno di offrire opportunità alle persone svantaggiate perchè sempre più numerosi sono coloro che fanno fatica ad affrontare la società. Gli ultimi dati che si conoscono rispetto alla disabilità risalgono a 15 anni fa e parlano di un’occupazione intorno al 12%» mi spiega Mauro. «Ma il problema oggi non riguarda solo le persone con disabilità ma bensì le persone fragili. Spesso queste hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri, con il lavoro, con le regole e ciò avviene soprattutto perché l’ambiente nelle aziende è molto competitivo e chi è fragile ne risente particolarmente».

Obiettivo è ampliare l’offerta occupazionale con nuove assunzioni e nuovi inserimenti, in accordo con i servizi sociali del territorio. «L’idea è quella di affiancare persone a persone: chi insegna e chi impara, nell’ottica di dare vita ad un’impresa sociale. In questo modo i lavoratori che vengono formati e inseriti in azienda diventano una risorsa: una catena virtuosa che dà il via a una crescita personale, professionale ed economica per tutti gli attori coinvolti. Ecco allora che tutte le attività produttive guardano soprattutto a ciò che ciascuno sa fare con l’obiettivo di aumentare e potenziare autostima, autonomia e responsabilità di chi lavora e di chi sta imparando un lavoro».

«Rispetto al lavoro da imprenditore che svolgevo prima, ora vivo quotidianamente una vera soddisfazione nella relazione, nelle persone, nella speranza che vedo intorno a me. Spesso giungono imprenditori in crisi per vedere come funziona la nostra cooperativa e ne rimangono sorpresi. Dal mio punto di vista la speranza non è un fatto individuale, è un fatto di una comunità. E sono proprio queste persone che fanno la differenza, alimentando una speranza che cresce ed insieme ad essa cresce la comunità stessa».Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/il-ponte-impresa-sociale-occupazione-piu-fragili/?utm_source=newsletter&utm_medium=email