Napoli, combattere la povertà alimentare con il cibo sprecato dai ristoranti. La ricerca dell’Università Federico II

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L’ateneo ha analizzato un modello innovativo di contrasto alla povertà alimentare favorendo l’incontro tra la domanda di cibo, proveniente dalle persone in difficoltà, e l’offerta di cibo, costituita dalle rimanenze alimentari della ristorazione

745 tonnellate di rifiuti l’anno. Questa la cifra dello spreco alimentare nel centro storico di Napoli, ovvero l’equivalente del peso di 75 camion. È quanto emerge dalla ricerca “Il contrasto dello spreco alimentare tra economia sociale ed economia circolare”, condotta dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli in collaborazione con QUI Foundation, la Onlus sostenuta da QUI! Group impegnata dal 2008 nella lotta allo spreco alimentare, e l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI).  L’indagine è stata realizzata nell’ambito del progetto “Campania Differenzia” promosso dal Ministero dell’Ambiente e da ANCI ed è stata pubblicata dalla casa editrice Giappichelli. La ricerca è il frutto di un intenso lavoro di analisi avviato a maggio 2016, con l’obiettivo di sperimentare un modello innovativo di contrasto alla povertà alimentare e allo spreco in un’ottica di economia circolare, favorendo l’incontro tra la domanda di cibo, proveniente dalle persone in difficoltà, e l’offerta di cibo, costituita dalle rimanenze alimentari della ristorazione. Una delle attività svolte nell’ambito del progetto ha riguardato la stima quantitativa e qualitativa degli avanzi alimentari prodotti dalla ristorazione nel centro storico di Napoli, dove la presenza di esercizi commerciali è più elevata.
L’indagine è stata effettuata su un campione di 984 attività di ristorazione, tra cui ristoranti, mense, bar, pasticcerie e gelaterie. I dati raccolti mostrano che il 70% del cibo sprecato è rappresentato da prodotti invenduti che potenzialmente possono essere ancora consumati. Sulla base dei dati analizzati, sono state individuate le Onlus presenti sul territorio più adatte per effettuare la raccolta e distribuzione del cibo, facendo incontrare la domanda e l’offerta in modo efficiente. Per facilitare il trasporto degli alimenti, per esempio, si è cercato di mettere in contatto gli esercenti donatori con le Onlus geograficamente più vicine.  “Il progetto realizzato nel centro storico di Napoli vuole essere un reale aiuto per tutte le persone e le famiglie del territorio che vivono in condizioni di povertà alimentare”, commenta il presidente di QUI Foundation Gregorio Fogliani. “La ricerca mostra che il cibo invenduto, ma ancora utilizzabile per l’alimentazione umana, nel solo centro storico di Napoli ammonta a 2,5 milioni di pasti, una cifra che consentirebbe di sfamare 3.000 individui l’anno. Oggi più che mai, quindi, è necessario fare squadra per creare un modello vincente di contrasto allo spreco. Il network che abbiamo creato con le Onlus e gli esercenti del centro storico di Napoli rappresenta un ulteriore passo verso il rafforzamento dell’economia circolare, da noi sempre sostenuta”. “L’Università Federico II di Napoli è lieta di aver condotto questa progettualità sperimentale dal carattere innovativo – ha dichiarato il Prof. Marco Musella, Ordinario di Economia Politica presso la facoltà di Scienze Politiche – ed è disponibile a continuare sulla strada iniziata con questa “ricerca-azione” mettendo in campo gli strumenti dell’indagine e le risorse, in particolare quelle umane, anche al fine di sensibilizzare la comunità accademica tutta sulla necessità di continuare ad agire”.  Lo spreco alimentare danneggia anche l’ambiente. La ricerca mostra che nel solo centro storico di Napoli lo spreco di cibo ammonta a 1,5 milioni di metri cubi di acqua, l’equivalente necessario a riempire 650 piscine olimpioniche, e a poco più di 1000 tonnellate di CO2. Il network realizzato rappresenta quindi un importante mezzo di intervento per ridurre l’impatto ambientale, oltre che la povertà alimentare sempre più diffusa oggi in Italia.

Fonte: ecodallecitta.it

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Acqua pura, incontaminata e distribuita a impatto zero: con il crowdfunding di Ulule il progetto Planisfera diventa realtà

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Acqua dalla purezza primordiale, prodotta e distribuita a impatto zero: è Planisfera, il progetto italiano che attraverso un’avanzatissima  tecnologia 4.0  di affinamento dell’acqua, ispirata alla natura e alimentata con energia 100% rinnovabile, consente di ottenere diverse tipologie di acqua con caratteristiche di estrema qualità, azzerando la dispersione di plastiche nell’ambiente. La prima piattaforma Planisfera si trova a Milano. Tutto è davvero green, compresi i sistemi di confezionamento e della distribuzione: un materiale ultraflessibile e interamente riciclabile con cui realizzare “bolle” d’acqua da 5 litri e la consegna realizzata esclusivamente con veicoli elettrici.  Per raccogliere i fondi utili ad ultimare lo sviluppo ingegneristico, il progetto è sbarcato su Ulule con una campagna di crowdfunding. Dai trasporti allo smaltimento delle bottiglie di plastica: le difficoltà legate alle acque da bere sono numerose e, allo stesso tempo, è sempre più remota la possibilità di trovare una sola goccia di acqua perfetta. Per rispondere a queste problematiche nasce Planisfera, il progetto Made in Italy che permette di avere un’acqua da bere purissima, distribuita in modo innovativo e a impatto zero, pensata sia per il consumo nelle aziende che per quello domestico.

La prima acqua ispirata alla natura

Sviluppato da IWP Interacqua, Planisfera ha selezionato e implementato tecnologie di affinamento dell’acqua fra le più avanzate al mondo realizzando l’innovativa piattaforma Aliante per la purificazione dell’acqua: adattabile a fonti d’acqua di qualunque tipo, comprese reti idriche e falde naturali, è in grado di produrre, con un processo totalmente fisico e naturale, diverse tipologie di acqua con caratteristiche di estrema qualità e dalla purezza primordiale. Aliante, inoltre, può essere inserita in ogni contesto geografico, economico e sociale. Milano ospita la prima sede al mondo di Planisfera e la sua piattaforma: “Il progetto Planisfera si ispira alle fasi del ciclo naturale della Terra, quando raccoglie l’acqua piovana, la filtra e la arricchisce di sali minerali, restituendole purezza e vitalità. Per questo la piattaforma è a tutti gli effetti una sorgente urbana di acqua fresca e vitale”, spiegano Livio Visentin e Lorenzo Conti, fondatori del progetto Planisfera. “Così, in ogni parte del mondo, sarà possibile bere acqua di altissima qualità a km zero, dando al contempo un contributo rilevante nel ridurre l’impatto ambientale causato da modelli produttivi e di distribuzione ormai insostenibili per il Pianeta”. La piattaforma, alimentata con energia rinnovabile certificata, monitora costantemente la qualità dell’acqua e, grazie ad un evoluto sistema di filtrazione dell’aria, garantisce l’erogazione continua di acqua purissima all’interno di un ambiente incontaminato.

Bolle d’acqua: il confezionamento è riciclabile al 100%

Un vero e proprio sistema integrato ad impatto ambientale zero che passa anche attraverso il confezionamento: Planisfera utilizza infatti un monopolimero speciale di grado alimentare, ultraflessibile, con un contenuto di plastiche circa 15 volte inferiore alle normali bottiglie in PET o in policarbonato. È riciclabile al 100% ed in grado di preservare le qualità di sapore e di purezza dell’acqua contenuta. Si tratta di “bolle d’acqua” da 5 litri inserite in un dispenser che non prevede l’utilizzo di alcun boccione di plastica. I materiali di confezionamento vengono ritirati al momento della consegna della nuova fornitura per essere utilizzati in una filiera di riciclo al 100%, contribuendo così alla riduzione della quantità di rifiuti plastici prodotti quotidianamente sul Pianeta.

Consegne con veicoli elettrici

Il ciclo virtuoso pensato da Planisfera si chiude con un sistema di consegna dell’acqua completamente sostenibile: le bolle di acqua vengono infatti recapitate  tramite veicoli elettrici alimentati da energia rinnovabile 100% certificata o biometano prodotto in zona.

Il dispenser 4.0: per ultimare la fase di ingegnerizzazione al via la campagna di raccolta fondi su Ulule

La qualità dell’acqua e delle bolle viene poi mantenuta grazie ai distributori Planisfera, giunti all’ultimo stadio di ricerca e innovazione, che  funzionano con il  semplice collegamento ad una presa elettrica e che offrono la soluzione al noto problema del continuo rimescolamento dell’aria contaminata (tipica degli ambienti chiusi) con l’acqua contenuta nei boccioni tradizionali. I dispenser 4.0 saranno in grado di rilevare il livello delle scorte di acqua e di inviare autonomamente la richiesta di rifornimento alla piattaforma Aliante. Quest’ultima preparerà l’acqua prescelta in tempo reale in nuove bolle, permettendo una gestione del rifornimento facile e veloce. Così, Planisfera offrirà la certezza di bere sempre acqua freschissima e non conservata per mesi in contenitori di plastica. Proprio per supportare l’ultima fase della ricerca sui dispenser, sviluppati in collaborazione con l’ente di Ricerca Multiphysix Lab e il team del professor Trabucco del Politecnico di Milano, il progetto Planisfera è sbarcato su Ulule (ulule.com/planisfera-human-water), la piattaforma di crowdfunding reward-based con il più alto tasso di successo al mondo: la campagna di raccolta fondi punta a raggiungere 20.000 euro grazie alla partecipazione dei sostenitori direttamente sul web, che in cambio riceveranno eco-bottle, dispenser o una visita allo stabilimento milanese di Planisfera o potranno decidere di donare un dispenser ad importanti Istituzioni di ricerca, mediche, scientifiche e culturali di Milano.unnamed2

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Chi è Ulule:

Ulule è la principale piattaforma di reward-based crowdfunding d’Europa.
Nata in Francia nell’ottobre 2010, ha permesso di finanziare più di 20.000 progetti con una raccolta di oltre 94 milioni di euro, diventando, con il 68% di tasso di successo, il portale di crowdfunding con la maggiore percentuale di raggiungimento del goal al mondo.

Fonte: agenziapressplay.it

‘Perché nella nozione di decoro non c’è mai spazio per i libri’, Aldo Grasso difende Vivi Libron

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Sulle pagine del Corriere di Torino (edizione torinese del Corriere della Sera on line) il celebre critico e giornalista critica le decisione di sfrattare la piccola libreria di cartone nel cuore di Porta Palazzo.

Quei libri non sono decorosi, bisogna farli sparire. Qualche giorno fa l’amministratore del complesso immobiliare nato nell’ex Arsenale Militare di Borgo Dora a Torino ha scritto all’associazione Vivi Balon chiedendo di «liberare immediatamente l’area di pertinenza condominiale» dove è stata sistemata «una catasta di libri, molto probabilmente per un progetto di libero scambio del quale non eravamo al corrente» chiamato «Viva Libron». I motivi sarebbero il mancato rispetto del «decoro previsto dal regolamento di condominio» ma soprattutto il pericolo dato dal «materiale altamente infiammabile». Risultato: la piccola libreria di cartone nel cuore di Porta Palazzo è stata sfrattata. A prendere le difese di questa bella iniziativa che vede protagonisti Eco dalle Città e Vivi Balon anche Aldo Grasso. Ecco che cosa ha scritto sull’edizione torinese del Corriere della Sera:

L’amministratore di condominio che ha sfrattato la piccola libreria di cartone nel cuore di Porta Palazzo sarebbe stato un personaggio perfetto per le straordinarie meditazioni cretinologiche di Fruttero & Lucentini. Per carità, c’è sempre un regolamento cui appellarsi, un pezzo di carta che manca, un decoro condominiale da rispettare, ma la cosa più imbarazzante è che nella nozione di decoro non c’è mai posto per i libri. A Torino, come in altre città. Come se quei parallelepipedi di carta stampata fossero degli ingombri, suppellettili accatastate in attesa della nettezza urbana. Chi non ama leggere pensa che i libri non abbiano nulla di suggestivo, di gratificante, di desiderabile e che il «libero scambio» sia qualcosa di disdicevole.

E invece scambiarsi libri è un modo per condividere idee ed emozioni con altri, specie in un momento economicamente non facile. Cosa c’è di più bello che rilasciare libri nell’ambiente naturale, compreso quello urbano, affinché possano essere ritrovati e quindi letti da altri? Diceva Umberto Eco: «I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare». E questo è il concetto che sta alla base del bookcrossing , un fenomeno dalle radici antiche che da qualche anno ha trovato un’espressione concreta anche da noi. La condivisione è un valore da tutelare, non da sfrattare. Rovistare fra libri usati è come sfogliare un vocabolario: cerchi una parola e intanto ne trovi altre, forse più interessanti, più espressive di quella che cercavi. Un buon consiglio è quello suggerito già nel 1947 da Wodehouse: «Secondo me il solo modo di trovare qualcosa da leggere, oggi, è di andare in una pubblica biblioteca, girare tra scaffali, e tirar giù quel tipo di libri di cui nessuno ha mai sentito parlare». E se la pubblica biblioteca, seppur minuscola, si trova in un cortile condominiale è ancora meglio. Le sorprese sono a portata di mano perché un libro non va mai considerato come uno scarto, un oggetto superfluo, un raccoglitore di polvere.

Fonte: ecodallecitta.it

 

LMX 161-H, la moto elettrica che sembra una e-bike

La LMX 161-H è una moto elettrica francese con caratteristiche e componenti derivati dal mondo delle e-bike. E pesa solo 42 chilogrammi.http _media.ecoblog.it_a_ae4_lmx-161-h-la-moto-elettrica-che-sembra-una-e-bike

Leggera (quasi) come una e-bike ma più potente e veloce, come una moto elettrica. E’ la LMX 161-H, una moto elettrica francese omologata L1-eB che verrà messa in commercio a partire da maggio 2018. E’ un nuovo concetto di mobilità urbana ed extraurbana, molto simile come idea alla “moto-bike” Bultaco Albero (ma quest’ultima è più da città che da sterrato), che rende più semplice muoversi ad emissioni zero grazie al peso contenuto del telaio in alluminio 6061. Il motore elettrico ha una potenza variabile dai 3 agli 8 kW, in base alla modalità impostata dal pilota, e la batteria è da 1,7 kWh a ioni di litio. Si ricarica in tre ore e si scarica dopo 64 chilometri percorsi o due ore di utilizzo continuato in modalità Eco. La velocità massima, limitata elettronicamente per rientrare nell’omologazione, è di 45 km orari. Dagli pneumatici si intuisce la vocazione off road di questa moto elettrica: la gomma posteriore è da 19 pollici (da moto), mentre quella anteriore è da 26 pollici (da downhill). Si tratta quindi di una moto elettrica che cerca di coniugare nello stesso prodotto la comodità necessaria all’uso quotidiano e le prestazioni necessarie ad affrontare qualche chilometro di sterrato polveroso. Ancora una volta, quindi, il motore elettrico si associa all’idea di libertà di muoversi e di aumento delle possibilità di utilizzo, non certo a quello di limitazione della propria mobilità. Tanto che, come tutte le moto e le bici elettriche, anche la LMX 161-H circola senza problemi in caso di blocco del traffico per superamento dei limiti delle emissioni inquinanti.

Fonte: ecoblog.it

In Trentino-Alto Adige apre un parco tecnologico da 120 milioni

Il NOI Techpark di Bolzano ospiterà 60 tra imprese e startup, oltre 20 laboratori e 6 istituti di ricerca. L’ispirazione arriva dalla natura, da sempre «innovatrice». Inaugurato nella serata di venerdì 20 ottobre, il NOI Techpark di Bolzano è la nuova casa dell’innovazione, ponte fra il Nord ed il Sud d’Europa. Alla cerimonia di inaugurazione ha partecipato Maria Elena Boschi, Sottosegretarii alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.KompatscherBoschi

Oltre 20 laboratori, 6 istituti di ricerca di respiro internazionale (Fraunhofer Institute Italia, Eurac Research, Unibz- Università di Bolzano, Centro di sperimentazione agroforestale Laimburg, Eco Research, Agenzia CasaClima), 40 startup e 20 aziende – fra le quali Huawei, Maccaferri, Grandi Salumifici Italiani, Leitner – a formare il cuore già pulsante del NOI Techpark, all’interno dell’area di 12 ettari, per un investimento di 124 milioni di euro da parte della Provincia Autonoma di Bolzano. Un’ex fabbrica di alluminio che, a 80 anni dall’apertura datata 1934, diventa ora un polo di innovazione. «NOI Techpark, con i suoi laboratori e le sue imprese sarà la piattaforma di interscambio tra le best practice imprenditoriali, di innovazione, di ricerca scientifica applicata dell’intero Paese con il Nord Europa» – afferma Arno Kompatscher, presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, finanziatrice dell’opera. Sono 4 i settori di eccellenza sui quali incentrerà i propri sforzi NOI Techpark: Green, Food, Ict&Automation, Tecnologie Alpine. Progettato da Claudio Lucchin & Architetti Associati e dallo studio italiano del gruppo Chapman Taylor, Nature of Innovation nasce infatti dal recupero del complesso industriale dell’Alumix di Bolzano, storico stabilimento costruito nel 1937. «Qui passato e futuro si incontrano», spiega Ulrich Stofner direttore del Dipartimento provinciale economia, innovazione ed Europa. L’entrata di NOI Techpark è un edificio chiamato Black Monolith, il monolite nero.NOI_night

La copertura di questo edificio è rivestita con pannelli fotovoltaici scuri e lastre in schiuma d’alluminio scura. «Questo complesso – ricorda Stofner – al momento della sua apertura, nel 1937, era il più grande stabilimento per la produzione di alluminio in Italia. Si tratta di un esempio fantastico di architettura razionalista, ovviamente sotto tutela, che nel NOI Techpark viene integrato con la modernità rappresentata da questo monolite orizzontale, ricoperto proprio di alluminio, simbolo della conoscenza umana, che richiama 2001, Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Una metafora che prosegue con la leggera inclinatura della struttura che serve a ricordare l’essere umano che si alza in posizione eretta man mano che procede nella sua evoluzione. Di fronte all’entrata svetta la torre piezometrica trasformata in opera d’arte contemporanea». Di notte un’illuminazione da set cinematografico esalterà la monumentalità del luogo, segnalando l’incessante lavoro che si svolge all’interno. Si tratta di un quartiere che vivrà in simbiosi con la città: ristoranti; un teatro a gradoni per appuntamenti serali; un centro eventi composto da quattro sale.

Fonte: http://www.ninjamarketing.it/2017/10/23/trentino-noi-techpark-bolzano/

 

 

Bike sharing a flusso libero: problemi anche a Parigi e Washington

Anche all’estero non mancano i problemi derivanti dal parcheggio selvaggio delle bici condivise del bike sharing a flusso libero.http _media.ecoblog.it_0_019_bike-sharing-a-flusso-libero-problemi-anche-a-parigi-e-washington

Molti benefici ma anche parecchi problemi dalla diffusione nel mondo dei servizi di bike sharing free floating, cioè a flusso libero. E, a quanto pare, i problemi sono sempre gli stessi ovunque questo servizio arrivi: i clienti lasciano le bici nei posti meno adatti. Abbiamo già parlato più volte dei problemi del bike sharing italiano a Firenze e Milano, con le bici gettate nei canali o lasciate in mezzo ai marciapiedi se non addirittura portare all’interno di garage e recinzioni private. Abbiamo visto anche che a Vienna ci sono problemi del tutto simili, con bici abbandonate al di fuori degli spazi condivisi. Recentemente anche il Washington Post ha raccontato delle bici degli operatori Spin e LimeBike parcheggiate selvaggiamente nella capitale USA: ai bordi di laghetti e in riva ai fiumi, in mezzo ai marciapiedi, sui ponti, appoggiate ai portoni di abitazioni private o abbandonate dentro i cimiteri e le stazioni della metro. E non mancano, neanche negli Stati Uniti, veri e propri atti vandalici.  A Parigi, invece, ci sono problemi anche per il bike sharing a postazioni fisse: quello, pubblico, di Vélib’. Ciò è dovuto al fatto che a Parigi è in arrivo a gennaio un nuovo operatore di bike sharing, Smoovengo, che sostituirà Vélib’ e questo ha reso necessario aggiornare o sostituire oltre 1.200 postazioni, al fine di renderle compatibili con le biciclette del nuovo operatore. Il risultato è che, al momento, a Parigi è praticamente impossibile utilizzare il proprio abbonamento Vélib’, tuttora valido, e che Vélib’ sarà costretta a spendere un bel po’ di euro per rimborsare ben 300.000 abbonati.

Fonte: ecoblog.it

Milano vince il premio Vivere a Spreco Zero 2017

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Il riconoscimento al capoluogo lombardo “per la portata internazionale dei progetti culminati attraverso Expo con l’attivazione del Milan Urban Food Policy Pact a partire dalla creazione di una Politica Alimentare Urbana in cui la lotta allo spreco alimentare è uno dei principali obiettivi”

Buone pratiche contro lo spreco alimentare. Bologna premia Enti pubblici, aziende e scuole virtuose in Italia con la V edizione del Premio Vivere a Spreco Zero vinto dal Comune di Milano “per la portata internazionale dei progetti avviati negli ultimi anni, culminati attraverso Expo con l’attivazione del Milan Urban Food Policy Pact, il network internazionale di 160 città impegnate per lo sviluppo di Sistemi Alimentari Sostenibili a partire dalla creazione di una Politica Alimentare Urbana in cui la lotta allo spreco alimentare è uno dei principali obiettivi”. Nella categoria “Amministrazioni pubbliche” erano in gara quest’anno anche i Comuni di Modena e Cremona. La categoria “Buone pratiche Impreseha premiato Dalma Mangimi, per l’innovazione di processo che ha portato alla riduzione dello spreco, convertendo in materia prima i prodotti che sarebbero diventati rifiuto. Menzione speciale per la tecnologia Gio’ Style di conservazione, cottura e riutilizzo del cibo. Nella categoria Scuole, infine, premiati gli studenti della Fondazione Casa del Giovane Don Mario Bottoglia di Castiglione delle Stiviere (Mantova), del circuito Scuola Centrale Formazione, per il progetto “Cucino con ciò che ho”.

“Siamo davvero onorati di ricevere il Premio Vivere a Spreco Zero – ha commentato la vicesindaco e assessore all’Educazione del Comune di Milano, Anna Scavuzzo – perché oltre ad essere un riconoscimento del lavoro svolto finora, è uno stimolo ulteriore per continuare ad impegnarci nell’attuazione degli obiettivi stabili dalla nostra Food Policy, di cui la lotta allo spreco alimentare costituisce un pilastro fondamentale. La costruzione di un futuro più equo e più sostenibile per tutte le nostre città passa necessariamente da un nuovo sistema di produzione e consumo del cibo, più attenta ai bisogni di tutte le persone e più rispettosa dell’ambiente”.

I vincitori della V edizione del Premio Vivere a Spreco Zero, i piccoli ‘Oscar’ della sostenibilità assegnati dalla campagna Spreco Zero di Last Minute Market e dal progetto Reduce del Ministero dell’Ambiente e Università di BolognaDistal, sono stati annunciati e premiati martedì 28 novembre, a Bologna – Palazzo Magnani, sede UniCredit, presente il Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Barbara Degani con il fondatore di Last Minute Market Andrea Segrè e con Livio Stellati responsabile Centro-Nord Relazioni Istituzionali UniCredit partner storico di Spreco Zero, Eliana Farotto responsabile Ricerca & Sviluppo Comieco e Diego Pagani, presidente Conapi-Mielizia.

E al geniale cartoonist Francesco Tullio Altan, grande Maestro della satira e sguardo acuto e ironico sull’evoluzione del costume in Italia, va quest’anno il Premio Vivere a Spreco Zero 2017 nella categoria testimonial: “per aver illustrato con fulminea incisività il paradosso del nostro tempo bulimico e sprecone, dando voce e matita, nell’ultimo decennio, ai temi dello speco alimentare, idrico ed energetico. E per aver così contribuito a sensibilizzare adulti e giovani, amichevolmente ma con straordinaria efficacia, intorno ad una questione tema centrale e ineludibile del nostro tempo”. Altan raccoglie dunque il testimone dei riconoscimenti consegnati nel 2015 a Susanna Tamaro e nel 2016 a Paolo Rumiz e Moreno Cedroni. Altan, che dal 2010 illustra la campagna Spreco Zero, sarà a sua volta motore di nuove buone pratiche attraverso una borsa di studio assegnata dal Premio Vivere a Spreco Zero

«Sono i nostri comportamenti che fanno la differenza in tema di ambienteha dichiarato Barbara Degani, Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente – E’ un concetto che vale a maggior ragione per i temi dello spreco di cibo e dell’educazione alimentare alla base del Premio “Vivere a Spreco Zero” cui sono felice di aver contribuito e partecipato anche nelle passate edizioni. Il cambiamento passa in primis per le persone e le organizzazioni di cui fanno parte, si tratti di istituzioni come le amministrazioni comunali o le aziende e le scuole, che sono le categorie premiate oggi. I dati Waste Watcher dimostrano che c’è un’attenzione crescente in questo campo da parte dei cittadini in occasione di una ricorrenza come il Natale in cui lo spreco risulta evidente: 4 italiani su 10, il 41% degli intervistati, afferma che il rischio di spreco è dietro l’angolo del ‘cenone’. Le azioni che da anni abbiamo messo in atto per la riduzione degli sprechi, dalla family bag alle campagne di educazione alimentare e ambientale, dimostrano che stiamo andando nella giusta direzione».

Nel corso dell’incontro sono stati infatti illustrati i nuovi dati dell’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market/Swg, che rilevano i comportamenti dei consumatori in vista del Natale. Cosa si spreca a Natale? «Denaro e cibo, secondo gli intervistati dell’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market/Swg – ha spiegato Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market e del movimento Spreco Zero – Anche se la sensazione di gettare il cibo è andata calando nelle ultime rilevazioni, segno dell’attenzione crescente a comportamenti virtuosi in questo campo: ma non dobbiamo abbassare la guardia: lo spreco domestico ci costa infatti ogni giorno all’incirca 1 euro, pari a 145 kg di cibo gettato in casa ogni anno, per 6,9 € la settimana e 360 € ca ogni anno. Lo spreco è un tema su cui si gioca il futuro della terra, per questo dobbiamo sensibilizzare innanzitutto i giovani, dai bimbi ai millennials della generazione Z».

I nuovi dati Waste Watcher evidenziano che in Emilia Romagna la percezione di sprecare cibo a Natale è lievemente inferiore alla media nazionale, indice di sensibilizzazione più forte intorno al cibo e al suo valore. Cresce anche l’attenzione al proprio tempo: 1 italiano su 20 ritiene di sprecarlo, a Natale, era 1 su 100 lo scorso anno! E Natale, di per sé, cosa rappresenta per gli italiani? Un periodo di ‘abbondanza e ricchezza’ più per i cittadini dell’Emilia Romagna (48% degli intervistati) che per gli italiani (45%). In Emilia Romagna il Natale genera più piacere (30% contro 28% degli intervistati in Italia), si fanno più regali (23% contro 19% del resto d’Italia) e si dà più attenzione al cibo (21% contro 18%). «Le azioni condotte in questi anni per la riduzione degli sprechi, in particolare quelli alimentari, producono un loro effetto – conferma il curatore del progetto reduce Luca Falasconi – La sensibilità sullo spreco alimentare è aumentata, ma tanta strada ancora deve essere fatta. Proprio per questo motivo abbiamo pensato a “Waste Notes” un piccolo diario che ha l’obiettivo di affiancare le famiglie nel monitorare cosa succede nelle proprie cucine e di poter condividere attraverso i portali sprecozero le buone pratiche che ognuno adotta per prevenire e ridurre lo spreco domestico. Osservare e ‘copiare’ le buone pratiche delle cucine degli altri è sicuramente un ottimo strumento per vincere sullo spreco».

«UniCredit – ha spiegato Livio Stellati, responsabile Centro-Nord Relazioni Istituzionali UniCredit – considera la sostenibilità un concetto fondante per il successo delle proprie attività e agisce per perseguire l’obiettivo di una crescita sostenibile non soltanto dal punto di vista bancario. Così la banca è attiva anche nel supporto a progetti culturali e sociali come “Spreco Zero” che UniCredit sostiene da cinque anni e nella quale si riconosce in virtù del proprio impegno per la crescita del territorio che non può prescindere dall’attenzione al risparmio a tutto campo. UniCredit è quindi entusiasta di ospitare la cerimonia di consegna del Premio “Vivere a Spreco Zero”. Un’occasione per promuovere le buone pratiche valorizzando le esperienze più rilevanti e favorendone la diffusione».

Eliana Farotto responsabile Ricerca & Sviluppo Comieco ha annunciato i vincitori della categoria enti pubblici sottolineando che «la lotta allo spreco è uno degli strumenti portanti dell’economia circolare: solo riducendo l’uso indiscriminato di risorse le successive azioni di raccolta e riciclo possono essere efficaci. Il Comune di Milano affronta da anni, anche con il sostegno di Comieco, la gestione sostenibile del territorio e i progetti premiati oggi sono il riconoscimento dei risultati finora raggiunti e di come Milano possa rappresentare su questo fronte l’Italia anche in ambito internazionale».

«Partecipiamo volentieri a questo appuntamento che mette in evidenza le tante aziende che in Italia realizzano idee ingegnose utilizzando tecnologie avanzate – ha dichiarato Diego Pagani presidente di Conapi-Mielizia, annunciando i vincitori della categoria Imprese – Il premio Vivere a Spreco Zero nutre e stimola le nostre coscienze rispettando il semplice principio non si butta il cibo, che nonne e mamme avevano insegnato per millenni, mostrandoci come anche un gesto semplice sia importante per innescarne mille altri virtuosi, in grado di dare obiettivi concreti e raggiungibili per il futuro dell’umanità».

I vincitori della categoria Scuole sono stati annunciati da Giuseppe Zuliani, Direttore Customer Marketing e Relazioni Esterne Conad, che ha dichiarato: «combattiamo lo spreco per recuperare e donare i prodotti che sono ancora perfettamente commestibili ma sono a ridosso della data di scadenza. Tramite le associazioni che operano nei vari territori in cui siamo presenti con i nostri soci forniamo un aiuto a tante persone bisognose offrendo loro un pasto e un sostegno alimentare quotidiani. E’ uno dei modi in cui ci mettiamo a servizio della comunità, perché per noi il legame sociale è un elemento fondamentale della vita e della competitività della nostra impresa. E’ un lungo filo che ci lega a ogni comunità, al mondo della scuola, alle istituzioni, all’imprenditoria locale… avendo sempre come riferimento delle nostre attività la relazione con la persona, con cui vogliamo ora iniziare a fornire un ulteriore aiuto in più per combattere anche lo spreco in casa».

«I consum-attori sono l’elemento cardine della politica antispreco e premiare le virtuose esperienze e’ doveroso, darne evidenza una missione – ha osservato Myriam Finocchiaro, responsabile Comunicazione e Corporate Affairs Granarolo SpA – Per questo ci piace essere vicini al progetto da tanti anni e in tanti modi diversi. Il Gruppo Granarolo ha da tempo avviato politiche interne ed esterne tese alla progressiva riduzione del consumo di risorse naturali e di emissioni nell’ambiente mediante il controllo delle attività che promuove alla stalla, in produzione e sulla tavola dei consumatori. Benvenuto anche al quaderno delle buone pratiche, strumento utile e intelligente, che abbiamo contribuito a riempire con qualche piccolo suggerimento sulla gestione domestica del frigorifero».

Con la V edizione del Premio Vivere a Spreco Zero è stato presentato il progetto Waste Notes. Un Diario per Amico, quaderno di buone pratiche realizzato dalla campagna Spreco Zero con Reduce – Ministero dell’Ambiente e Università di Bologna – Distal. Sarà distribuito in 10mila copie ad altrettante famiglie campione, già impegnate in progetti di prevenzione dello spreco alimentare. La giuria 2017 del Premio Vivere a Spreco Zero, presieduta dal fondatore Last Minute Market Andrea Segrè, è composta dal Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Barbara Degani con il curatore del progetto Reduce Luca Falasconi, i giornalisti Antonio Cianciullo e Marco Fratoddi, il conduttore di Caterpillar Radio2 Rai Massimo Cirri e inoltre Eliana Farotto responsabile Ricerca & Sviluppo Comieco, Diego Pagani, presidente Conapi e Giuseppe Zuliani, Direttore Customer Marketing e Relazioni Esterne Conad. Sostiene la campagna Spreco Zero, con UniCredit, un pool di aziende dell’agroalimentare italiano e del packaging nazionale: Alce Nero, Camst, Comieco, Conad, Conapi-Mielizia, Granarolo SpA, Istituto Nazionale Imballaggio.

Fonte: ecodallecitta.it

Clima ed energia: Roma fa sul serio

Lo scorso 14 novembre l’Assemblea Capitolina ha approvato l’adesione di Roma al Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia, la principale iniziativa a livello europeo che coinvolge le città nella lotta al cambiamento climatico.9696-10471

Dopo un passaggio in Giunta Comunale (memoria numero 62 del 9 ottobre) e l’approvazione in Commissione Ambiente (3 novembre), l’atto è stato sancito ufficialmente dall’Assemblea Capitolina, terminando quindi il suo iter procedurale. Ora ci si concentrerà nella redazione del Piano di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), lo strumento operativo che dovrà dimostrare, in pratica, come la città di Roma intende raggiungere gli obiettivi che si è prefissata con l’adesione al Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia e ben sapendo che l’obiettivo minimo da raggiungere è una riduzione del 40% delle emissioni di gas climalteranti sul territorio della città entro il 2030. Oltre alla riduzione delle emissioni (mitigazione), il PAESC dovrà contenere anche una valutazione preliminare di resilienza, propedeutica ad una vera e propria Strategia per l’Adattamento. La Commissione Europea concede due anni dalla data di adesione, quindi Roma dovrà presentare il proprio PAESC entro il 14 novembre 2019. Ricordiamo che Roma aveva già aderito al Patto dei Sindaci nel 2009 e il Piano di Azione per l’Energia Sostenibile (PAES) che fu adottato nel 2013, in realtà non fu mai attuato e le azioni in esso contenute furono presto dimenticate. Le Amministrazioni che si sono succedute tra il 2009 e il 2015, evidentemente, non hanno creduto nell’importanza di questo percorso. La Giunta Raggi, presa visione della situazione e del ritardo accumulato dalle precedenti Amministrazioni, ha deciso di proporre la revoca del precedente PAES, consapevole che ciò che non fu fatto in 10-12 anni non avrebbe potuto farsi in 3-4 (tanti ne rimanevano al 2020, orizzonte temporale per il PAES). La revoca è stata necessaria anche per un’altra ragione, prettamente politica, è cioè il fatto che il precedente PAES non rispondeva alla visione di città sostenibile che la nuova Amministrazione intendeva portare avanti. Nel nuovo PAESC, che ha un orizzonte temporale al 2030 in quanto si riferisce alle città che hanno aderito al Patto dei Sindaci dopo il 2015, confluiranno le visioni e le strategie settoriali già in atto con la nuova Amministrazione, a cominciare dal Piano per la gestione dei Materiali Post-Consumo (PMPC) che sarà di supporto al fine di calcolare la riduzione delle emissioni, con la nuova politica, nell’ambito del ciclo dei rifiuti; tema quello dei rifiuti che era stato escluso nel precedente PAES. Inoltre, il Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile (PUMS) che contribuirà nel PAESC per quanto riguarda il settore dei trasporti e un pacchetto di azioni sono state già identificate. Ancora, le Linee di indirizzo per Smart City che daranno un contributo importante al PAESC al fine di rendere la nostra città più vivibile e inclusiva. Questi e altri piani di settore strategici comporranno il PAESC che darà una fotografia omogenea e olistica della città al 2030, ma partendo da adesso, con azioni che sono già in campo. Ridurre le emissioni di gas climalteranti significa risparmiare energia, soprattutto quella da fonte fossile. Risparmiare energia significa liberare risorse economiche che possono essere utilizzate per altri scopi. Le azioni che saranno inserite nei Piani settoriali e, in ultima analisi, nel PAESC, saranno azioni credibili e fattibili, con un piano economico-finanziario ben delineato. La sfida è enorme, Roma ha una superficie che è dieci volte Parigi e diversi Municipi sono più grandi e popolati di città come Genova, Reggio Emilia e tante altre città italiane. Per questo si lavorerà tutti insieme: Roma Capitale, Municipi, Cittadini, Associazioni di categoria ed imprese con un unico obiettivo: rendere Roma una città sostenibile e resiliente.

 

Fonte: ilcambiamento.it

Inquinamento e danni alla salute: “Evitiamo di sottovalutare il problema”

L’inquinamento dell’aria è causa di patologie acute e croniche e ad essere maggiormente a rischio sono bambini, anziani e donne in gravidanza. È quanto denunciano ISDE Italia e la Sezione Provinciale ISDE Torino. Respirare aria contenente elevate concentrazioni di polveri sottili, come da tempo succede agli abitanti della pianura Padana, provoca patologie acute e croniche. È quanto afferma la Sezione Isde di Torino, anche in relazione all’articolo comparso il 19/10/2017 su La Stampa dal titolo “Allarme smog a Torino, ma l’esperto frena: ‘Non esageriamo, le sigarette fanno molto peggio’”.air-pollution1

Si legge nel comunicato stampa a cura di Sede nazionale ISDE Italia e Sezione Provinciale ISDE Torino “Il raffronto, tra i danni causati dal vizio del fumo e i rischi conseguenti ad una esposizione forzosa ad aria inquinata, è improprio e fuorviante perché nel primo caso si tratta di una scelta individuale che ricade su chi la compie, nel secondo caso, viceversa, i rischi ricadono sull’insieme della collettività, comprese le sue frangie più suscettibili quali bambini, donne in gravidanza, anziani. Un simile approccio è, a nostro avviso, molto pericoloso, perché può influenzare negativamente sia le scelte cautelative individuali che, soprattutto, quelle dei decisori politici volte a migliorare la qualità dell’aria, scelte che appaiono sempre più necessarie ed urgenti, visto che – come emerge anche dal rapporto “Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease”, pubblicato nel 2016, la Pianura Padana è una delle zone più inquinate d’Europa. È ormai ampiamente documentato che a breve termine (qualche giorno) per ogni incremento di 10 mg/m3 di PM10 si hanno eccessi di mortalità per cause respiratorie e per cause cardio-polmonari ed eccessi di ricoveri per cause cardiache e respiratorie. Secondo quanto emerso da recenti studi non sembra trattarsi di un’anticipazione di eventi che sarebbero comunque accaduti, ma di un effetto netto di mortalità che sarebbe stata evitata se i livelli dell’inquinante fossero stati inferiori. Ancora più consistenti i rischi per la salute conseguenti all’esposizione a particolato fine dato che, per ogni incremento di 10 µg/m3 di PM 2.5 –si registra a lungo termine un incremento del rischio di morte del 6% per ogni causa, del 12% per malattie cardiovascolari e del 14% per cancro del polmone.random-pollution-facts

Nel 2013 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato l’inquinamento atmosferico (outdoor air pollution) come cancerogeno per polmone e vescica, ricordando che l’esposizione a polveri sottili (PM 2,5) ha causato nel mondo 3,2 milioni di morti premature nell’anno 2010 (prevalentemente per patologie cardiovascolari) e circa 223.000 morti per tumore del polmone.  Nell’ultimo Report “ Air quality in Europe” 2017 si stima che in 41 paesi europei si siano registrate per soli 3 inquinanti (PM2,5, NO2, O3) nel 2014 ben 520.400 decessi prematuri e che, solo in Italia, essi ammontino ad oltre 90.000. È inoltre documentato da tutti gli studi svolti a livello nazionale e internazionale che la cattiva qualità dell’aria si associa anche ad aumentato rischio di mortalità infantile, abortività spontanea, nascite pre termine, aumento dei disturbi dello spettro autistico, diabete, Alzheimer, brocopneumopatie e asma, solo per citare le patologie di maggior rilievo.  È parimenti necessario far rilevare come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la European Respiratory Society, raccomandino limiti più restrittivi sia per il PM10 che per il PM2,5, considerando non cautelativi per la salute pubblica quelli attualmente previsti dalla normativa vigente. Solo una maggior consapevolezza delle conseguenze che un ambiente inquinato ha sulla salute di tutti noi, unita alla ricerca e al riconoscimento delle molteplici fonti emissive, può far sì, tramite la lungimiranza dei decisori politici, che siano messe in atto delle misure strutturali efficaci (con tempi medio-lunghi di attuazione). Una riduzione dell’inquinamento atmosferico contribuirebbe altresì ad arrestare i cambiamenti climatici in atto che, come è noto, a loro volta aggravano il problema dell’inquinamento e sono ulteriore causa di danni incalcolabili alla salute umana”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/inquinamento-danni-salute-evitiamo-sottovalutare-problema/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Celle combustibile, il record di Solidpower e Jülich

La cella combustibile ad ossidi solidi (SOFC) ha compiuto la veneranda età di 10 anni: dal 2007 infatti nel centro di ricerca Jülich si monitora e si studia uno stack (pila) SOFC in condizioni reali di funzionamento prolungato. Si tratta di un record, in termini di longevità, per una cella combustibile. Il sistema dei materiali di queste celle fu selezionato all’interno di un progetto di ricerca congiunto e corrisponde alla tecnologia di celle a combustibile utilizzata da Solidpower: si tratta di celle a combustibile ceramiche ad alta temperatura, che hanno dimostrato una notevole efficienza e un’interessante durabilità nel tempo.  “Dieci anni fa, la tecnologia SOFC ha iniziato il suo cammino, dal laboratorio al prodotto finito. Oggi, con questa tecnologia, possiamo offrire ai nostri clienti l’alta qualità e l’elevata efficienza del micro- cogeneratore Bluegen per la generazione di energia elettrica. […] Ci congratuliamo con il centro di ricerca Jülich per questo pionieristico successo. La tecnologia delle celle a combustibile ha dimostrato ancora una volta la sua lunga durata e le sue potenzialità commerciali. La collaborazione tra il centro di ricerca Jülich e Solidpower ha un grande valore per entrambe le parti” ha spiegato in un comunicato stampa Alberto Ravagni, CEO di Solidpower.http _media.ecoblog.it_0_035_2017-08-07-sofc-lores

L’applicazione ideale di queste celle combustibile è la generazione stazionaria di energia in edifici residenziali e commerciali. Solidpower ha ulteriormente sviluppato la tecnologia del centro di ricerca, industrializzandola e utilizzandola attualmente nei suoi prodotti: quelle di Solidpower sono la seconda generazione di celle supportate da anodo. Il test effettuato dall’istituto Jülich partì all’interno del progetto europeo REAL-SOFC, che aveva l’obiettivo di migliorare la durata delle celle a combustibile ad ossidi solidi.

Fonte: ecoblog.it