La scienza è sempre più dei cittadini con la “citizen science”

Mentre c’è chi si ostina a proclamare in tv che “la scienza non è democratica” e che è patrimonio di pochi eletti, la realtà dei fatti procede sulle sue gambe e vede la sempre maggiore diffusione della cosiddetta “citizen science”, ossia la partecipazione dei cittadini alla ricerca scientifica. Lo stesso Obama l’ha sempre sostenuta.9600-10366

I cittadini producono sempre più dati con gli strumenti di misurazione, rendendoli subito disponibili e contribuendo così al fenomeno della cosiddetta citizen science, ideata all’inizio del Ventesimo secolo dall’ornitologo Frank M. Chapman.

L’attività di osservazione e raccolta dati è oggi davvero alla portata di tutti, grazie agli strumenti tecnologici e di condivisione delle informazioni, che permettono ai cittadini di contribuire attivamente alla ricerca di base e applicata. In questo senso la “citizen science” è stata definita come “partecipazione del pubblico nella ricerca scientifica“; si può collocare questo genere di attività nella più ampia esperienza della partecipazione dei cittadini, approccio sempre più diffuso nelle comunità e nella realtà delle più moderne democrazie. Il fine ultimo dei progetti di citizen science è infatti quello di esplorare e sperimentare nuove vie per rendere i cittadini reali protagonisti nelle decisioni e nelle scelte politiche.

La passata amministrazione Obama negli Stati Uniti aveva presentato un memorandum il cui obiettivo era quello di diffondere e istituzionalizzare la partecipazione dei cittadini a vari progetti di citizen science; il documento presentava una lista di progetti realizzati con obiettivi sociali, di ricerca e innovazione, di formazione e comunicazione delle scienze.

A livello europeo, già a fine 2013 la Commissione Europea ha promosso un Libro verde per la Citizen Science, collocandola in un processo di empowerment sociale.

La citizen science in ambito ambientale

In particolare, sta assumendo oggi un ruolo sempre più determinante la partecipazione attiva e volontaria dei cittadini nella ricerca e nello sviluppo di politiche ambientali a supporto dei decisori. I cittadini infatti esprimono crescente interesse e preoccupazione per l’impatto umano sull’ambiente che necessariamente comporta la perdita di biodiversità e il peggioramento della qualità della vita. Attraverso la loro partecipazione attiva in campagne e progetti di citizen science, i cittadini arricchiscono dunque la conoscenza del territorio in cui abitano e stimolano le agenzie di controllo ambientale ad effettuare monitoraggi più estesi ed accurati. I dati prodotti, messi a disposizione della comunità attraverso internet, vanno poi ad arricchire la gamma dei cosiddetti open data.

Alcune esperienze in Italia : il coinvolgimento dei cittadini per acquisire informazioni utili alla ricerca scientifica

Nel campo del monitoraggio della qualità dell’aria, ci sono i progetti Zero Ipa di PeaceLink e Green Tour di EuThink: il primo, lanciato nel 2010, prevede il monitoraggio degli idrocarburi policiclici aromatici da parte dei cittadini muniti di un analizzatore che non richiede analisi chimiche ma si basa su uno spettro di luce che analizza in tempo reale gli agenti inquinanti; il secondo prevede un sistema di raccolta, elaborazione, diffusione e georeferenziazione dei dati ambientali sulla qualità dell’aria. Recentemente abbiamo già raccontato l’esperienza di misurazione della torbidità atmosferica (foschia) da parte di cittadini milanesi. Nel campo della biodiversità sono maggiori le esperienze che si possono trovare. Il programma LIFE+ della Commissione europea ha finanziato alcuni di questi progetti:

CSMON-LIFE (Citizen Science MONitoring) prevede la partecipazione e il coinvolgimento del grande pubblico nel monitorare specie animali e vegetali che rivestono una particolare importanza sia per la ricerca scientifica che come indicatori di qualità ambientale;

MIPP (Monitoring of insects with public participation) ha tra gli obiettivi la raccolta di dati faunistici via web, basata su osservazioni effettuate da cittadini;

U-SAVEREDS (Management of grey squirrel in Umbria: conservation of red squirrel and preventing loss of biodiversity in Apennines) offre la possibilità a tutti di segnalare la presenza di scoiattoli rossi e di scoiattoli grigi e raccogliere così dati e informazioni utili al monitoraggio.

Il progetto ARVe (Atlante dei Ropaloceri del Veneto) consiste in un’indagine collettiva dedicata al riconoscimento delle farfalle diurne che vivono nel Veneto.

Un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna (Marine Science Group) studia le relazioni tra l’ambiente e le dinamiche della biodiversità nel Mediterraneo e nel Mar Rosso coinvolgendo in modo attivo e consapevole il pubblico nella raccolta dei dati.

Un’altra esperienza di ricerca diretta sul campo è quella prevista dal progetto internazionale La Scuola delle formiche di cui è partner italiano il Dipartimento di Bioscienze dell’Università di Parma: lo scopo è quello di studiare la distribuzione delle varie specie di formiche che vivono in ambienti urbani.

La Lipu ha promosso il portale per aiutare le rondini che prevede la possibilità per chiunque di segnalare attraverso il sito Web la presenza di rondini ovunque si riesca a identificarne la presenza, dal giardino di casa al prato di campagna o sul tetto di un palazzo del centro storico.

L’Università del Salento-CoNISMa e la Ciesm (Mediterraean Science Commission) hanno promosso una ricerca scientifica aperta al pubblico che prevede l’avvistamento e la relativa segnalazione di meduse.

In questo contesto non si può non citare il progetto di cui è stata partner ARPAT Gionha (Governance and Integrated Observation of marine Natural Habitat) che prevedeva la possibilità di segnalare, tramite sito Web l’avvistamento ci cetacei.

Altre risorse:

PM2.5 a Firenze: un progetto di sorveglianza della qualità dell’aria condotta dai cittadini
Dalla UE il progetto OMNISCIENTIS: dai nasi elettronici ai nasi reali
Il progetto CITI-SENSE per il monitoraggio dell’aria attraverso i dispositivi mobili dei cittadini
L’osservatorio dei cittadini protagonisti di cinque progetti finanziati dal 7° Programma Quadro dell’UE: il progetto CITCLOPS
L’osservatorio dei cittadini protagonista di cinque progetti finanziati dal 7° Programma Quadro dell’UE: il progetto COBWEB
WeSenseIt: l’applicazione che può essere utilizzata dai cittadini per il monitoraggio delle acque e delle inondazioni attraverso i dispositivi mobili

Fonte: ilcambiamento.it

 

Eolico con vento a bassa velocità: il futuro delle energie rinnovabili?

Per produrre più energia rinnovabile verde dalle torri eoliche i produttori stanno puntando su siti con vento fino a 7,5 metri al secondo. E le pale cambiano design.http _media.ecoblog.it_2_2c1_eolico-a-bassa-velocita-il-futuro-delle-energie-rinnovabili

Abbassare i costi dell’energia rinnovabile producendone di più con lo stesso numero di impianti installati. E’ questa la sfida per i signori del vento, che studiano nuove tecnologie per aumentare la produzione delle torri eoliche.

Le strade per farlo sono, al momento, due: la prima è puntare sull’eolico offshore galleggiante che sfrutta enormi quantità di vento ad alta velocità per produrre, in mezzo al mare, l’energia rinnovabile che noi consumiamo a terra. La seconda strada è esattamente opposta: restare a terra e sfruttare i venti deboli, a bassa velocità.

Sfruttare i venti deboli ha un vantaggio e uno svantaggio: il vantaggio è che i siti con poco vento sono abbondanti, quindi si possono installare le pale eoliche anche dove prima non si poteva; lo svantaggio è che, a parità di dimensioni dell’impianto, la produzione di energia rinnovabile è inferiore. O forse sarebbe meglio dire “era inferiore”.

Nordex, produttore tedesco di impianti eolici inglobato l’anno scorso dalla spagnola Acciona, ha infatti rilasciato i dati relativi ai primi dodici mesi di attività delle sue torri N131/3300, che funzionano con vento a bassa velocità: 9 GWh di energia prodotta in un anno, da ogni torre eolica da 3,3 MWh.

Le torri Nordex N131 sono tra le più alte al mondo: la navicella arriva ad una altezza di 164 metri, aggiungendo il raggio delle pale si arriva a circa 230 metri. Le pale, per sfruttare i venti lenti fino a 7,5 metri al secondo di media annua, sono più grandi e ruotano più lentamente. Grazie ai risultati in termini di produzione dimostrati in questi ultimi 12 mesi presso il sito di Hausbay-Bickenbach, in Germania, questa tecnologia può essere considerata concorrenziale rispetto alle “tradizionali” pale eoliche che sfruttano i venti più forti.

Altri produttori stanno seguendo la stessa strada: Enercon, produttore tedesco terzo al mondo per volumi nel settore degli impianti eolici, sta lavorando al prototipo E-126 EP4, una torre da 4,2 MW di potenza che promette una produzione annua di 13 GWh con venti a 6,5 metri al secondo di media. Ha una altezza di 129 metri, e un diametro del rotore di 141 metri. L’altezza massima dell’impianti, quindi, si aggira sui 200 metri.

Vestas, altro storico produttore di turbine eoliche, propone invece il modello V150-4.2 che promette, a detta del costruttore, una produzione annua di quasi 17 GWh con velocità comprese tra i sette e gli otto metri al secondo, con un rotore ampio 150 metri posizionato ad un’altezza variabile in base al sito di installazione.

Il tempo dimostrerà se l’eolico a bassa velocità è realmente il futuro del settore. Nel frattempo, record produttivi a parte, le installazioni globali di torri eoliche continuano a crescere.

Credi foto: Nordex

Fonte: ecoblog.it

Le strane alleanze delle multinazionali farmaceutiche

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Tale organizzazione transnazionale che, come è d’uso per questo tipo di… come possiamo chiamarle?, istituzioni, aziende del terziario, compagnie di ventura?, è fuori da ogni controllo pubblico e popolare, è stata fondata nel 2000 dalla famigerata Bill and Melinda Gates Foundation per ”incrementare l’accesso a vaccini nuovi e sottoutilizzati” per i bambini che vivono nei paesi poveri. I vaccini “nuovi” ormai compaiono a un ritmo sempre più incalzante, e che siano sottoutilizzati lo decidono loro. Loro chi?

GAVI sta a Ginevra, dice di collegare settore pubblico e privato (traduzione: il pubblico sono gli stati che pagano, il privato le industrie farmaceutiche che vendono). Ma ci sono anche le agenzie ONU e le ONG, che finanziano o sono finanziate, in questa superalleanza. E cioè, sempre gli stati che pagano (con le nostre tasse, perché i paperoni della grande industria dalle loro possono scalare persino il Brunello Riserva da millecinquecento euri a bottiglia, dato che le loro sono sempre cene “di lavoro”).

Nel gennaio 2000 la fondazione Gates spese settecentocinquanta milioni di dollari (deducibili dalle tasse) per creare GAVI.  Lo scopo dichiarato della superalleanza globale è, non solo di “reperire risorse finanziarie” per i vaccini che già sono sul mercato, ma anche per crearne di nuovi (i quali permetteranno di reperire nuove e ingenti risorse finanziarie a chi li fa e li vende. Questo non è dichiarato ma io e voi siamo ancora dotati di logica).  Altro obiettivo dichiarato è arrivare a farli pagare, i vaccini, ai governi delle nazioni “in via di sviluppo”.

Dimmi chi sei e ti dirò cosa vuoi.

E chi c’è a dirigere questa “Alleanza per i vaccini” che dice di volere il bene dei bambini dei paesi poveri?

A tirare le fila è Ngozi Okonjo Iweala, una più che robusta signora nigeriana con un curriculum di tutto rispetto (per la GAVI).  E’ stata per due mandati ministra delle finanze e per un mandato ministra degli esteri del governo nigeriano, prima ancora è stata direttrice della Banca Mondiale, di cui per ventun anni era stata “economista dello sviluppo”; è una dei dirigenti della Fondazione Rockfeller e non vi elenco tutti gli altri incarichi “minori”, perché al suo quattordicesimo incarico da dirigente o consulente in università di mezzo mondo e istituzioni sovranazionali mi sono stufata e ho cominciato a domandarmi come facesse, con tutti quegli incarichi, a mantenersi così grassa, che di solito gli affaristi iperattivi, tra un convegno e un aereo e un altro aereo e una riunione a porte chiuse, fanno appena in tempo a sbafarsi due tartine col caviale e un bicchiere di sciampagna (spuntino di lavoro), anche se poi magari a cena si scolano una bottiglia di Brunello da millecinquecento dollari e fanno bene a scalarla dalle tasse perché loro non smettono mai di lavorare, neanche quando dormono.

Si vede che la signora ha una marcia in più. E il quotidiano britannico The Guardian, infatti, la definisce “una speranza per l’Africa”; e non è il solo, un coro di lodi viene cantato attorno alla ex ex ex ministra nigeriana.

Gli unici che nel coro stonano un po’, peccato, sono proprio i nigeriani. I quali nel 2016 chiedevano conto alla signora Ngozi Okonjo di alcune cosette che non tornavano.

Prima di tutto non tornavano i conti dello Stato di quando lei era ministra delle finanze, secondo l’Alta Corte Federale di Lagos: in quattro anni erano scomparsi trenta bilioni di Naira (la moneta nigeriana, che non vale molto, un euro equivale a circa 230 naira, ma 30 bilioni di naira sono una cifra da capogiro per qualsiasi paese e cambiati in qualsiasi valuta, se pensate che un bilione sono mille miliardi).

E poi c’è stata, sempre nel 2016, una richiesta di indagine su di lei inviata alla ICC (Corte Criminale Internazionale) per uno scandalo di traffico di armi ammontante a due miliardi e rotti, questa volta di dollari.

Visto il curriculum dell’insigne, noi, che non possiamo dedurre dalle tasse, dedurremo molto altro e trarremo le nostre conclusioni, forse un po’ diverse da quelle del Guardian.

Tra i sommi dirigenti di GAVI c’è anche David Sidwell, una specchiata carriera di banchiere internazionale tra Morgan Stanley, JP Morgan, UBS.

Del resto la GAVI non fa mistero della sua propensione finanziaria. A parte il blablabla sul salvare i bambini, quando si passa alle cose serie ecco come presenta sé stessa ai suoi “clienti”. Il titolo è “Il modello affaristico GAVI”, che “raccoglie la domanda dei paesi poveri, e invia ai produttori un chiaro segnale che vi è un ampio mercato percorribile per i vaccini” e “Il sostegno dei donatori… renderà possibile per i produttori fare nuovi investimenti per aumentare la produzione”

Quanto alla salute, pare che non si preoccupino solo di quella dei bambini, dato che in un loro documento dedicato ai fornitori di vaccini e compagnia bella, si impegnano a “migliorare la salute del mercato dei vaccini fino a far sì che la produzione incontri la richiesta… e siano ridotti al minimo i rischi per i fornitori” e si impegnano anche a procurare ai “produttori” “risorse, informazioni e incentivi per superare gli impedimenti ed entrare e competere nel mercato”.

Come azienda non c’è male. Noi italiani possiamo testimoniare che hanno fatto un buon lavoro.

E sempre per parlare di affari…

Poiché abito vicino a un piccolo paese, ogni tanto mi capita di frequentarne il bar che, essendo i piccoli paesi ancora leggermente arretrati, è un luogo di socializzazione, privo di televisione ma dotato di giornale. A cui dò sempre un’occhiata per regolarmi su quali sono le bugie e montature del momento. A parte la cronaca nera, che il più delle volte (non sempre) è veritiera e uno specchio di dove va il mondo e il suo progresso. E lo sono anche gli articoli economici, forse perché i grandi quotidiani ormai non vedono più niente di male nell’arricchirsi a tutto spiano senza badare alle conseguenze. L’importante è che tutto rientri nella legalità o almeno così paia. E le leggi, si sa, cambiano di giorno in giorno e dipendono da chi le fa e da cosa vuole legalizzare.

Perdonate la digressione.

Insomma, mi capita un bel servizio di due pagine su una multinazionale farmaceutica USA, la Eli Lilly, all’avanguardia nei trattamenti contro il diabete. Tutti contenti per gli investimenti in Toscana, e precisamente a Sesto Fiorentino. E sentite qua il pensiero e i sentimenti dei protettori della nostra salute, nella persona del direttore generale di Eli Lilly Italia, uno statunitense di origine russa.

“La nostra presenza è molto bilanciata… Ad esempio in questo momento a livello mondiale c’è una crescita significativa di un nostro farmaco per il diabete, che si chiama dulaglutide, che sta avendo una crescita al di sopra delle nostre stesse aspettative. Uno dei centri di manifattura è proprio l’Italia, dove stiamo accelerando la costruzione di una seconda  linea di produzione per rispondere alla domanda mondiale di tale farmaco” (La Nazione, 3 luglio 2017).

Un vero discorso da manager, che si compiace per l’aumento della produzione e delle vendite.

Come un’impresa di pompe funebri godrebbe di un’epidemia di peste. Se ci fosse un’impresa multinazionale di pompe funebri.

Il giornale poi riferisce che l’azienda “nel 2016 ha realizzato 2 miliardi e 737 milioni di dollari di utili, con un incremento del 13% rispetto al 2015”

“Numeri da record… una delle prime 10 società farmaceutiche del mondo… scoprire, sviluppare, commercializzare farmaci innovativi…”

Evviva evviva! Un vero trionfo. Evviva il diabete e il suo aumento!

Del resto, il diabete non poteva che aumentare, dato che l’OMS e soci hanno abbassato il livello di glicemia considerato normale.

Ah, la magia dei nostri tempi! Come possiamo considerarla, magia bianca o magia nera?

Ma come possiamo fidarci e affidare la nostra salute a chi guadagna dalle nostre malattie?

Se pensate che i padroni delle multinazionali chimico-farmaceutiche hanno interessi e mani in pasta in più o meno tutte le multinazionali, comprese quelle dei prodotti elettronici di cui viene progettato e programmato che si scassino dopo un tempo breve ed effimero da che cominciamo ad usarli, come possiamo pensare che progettino e programmino di farci mantenere o anche conquistare una buona salute?

Se potessero, anche per noi progetterebbero una “obsolescenza programmata”. O lo fanno già? Un po’ diversa da quella dei frigoriferi e dei computer perché noi, se ci scassiamo del tutto, usciamo dal mercato.

Ma ogni essere umano sano è un cliente perso (e da conquistare alla malattia) e loro stessi dichiarano apertamente di voler sviluppare i propri affari: vendere sempre più medicine e di sempre più tipi. Quindi “sperano?”  in sempre più malati e di sempre più malattie.

Il fatto è che tutto ciò che riguarda la salute, e quindi anche l’industria farmaceutica e le medicine non dovrebbe essere di proprietà privata. Dovrebbe essere di proprietà pubblica e sotto il controllo del popolo (e mi scuserete questa parola così desueta ma che mi sembra quanto mai appropriata), come l’acqua, come l’energia, come l’istruzione e tutto ciò che non può e non deve essere oggetto di lucro, pena il degrado e la fine di ogni società che abbia un minimo di coesione, un minimo di giustizia.

Nessuno dovrebbe guadagnare, se non uno stipendio per il proprio lavoro di cura, sulle malattie dei suoi simili. E lo stipendio, benché adeguato, non dovrebbe neanche essere lauto, perché vediamo tutti che i lauti guadagni selezionano quasi sempre il peggio di una società.

Invece oggi le industrie farmaceutiche fanno miliardi a gogò, hanno un potere incontrollabile e incontrollato.

Comunque, voglio finire con una nota positiva.

Anche i ricchi hanno un cuore e anche la Eli Lilly ha una fondazione filantropica: Lilly Endowment. Si occupa molto di istruzione e ricerca. L’istruzione le permette, tra l’altro, di formare le nuove leve che ci cureranno coi suoi medicinali. La ricerca è quella sulle biotecnologie sia in agricoltura che in medicina. Così finanziano sé stessi e scalano dalle tasse.

Però finanziano anche le Open Society Foundations di George Soros.

“Cosa facciamo stasera, prof?”

“Quello che facciamo tutte le sere, Mignolo! Andiamo a conquistare il mondo!”

Se stessimo su un altro pianeta, potremmo anche ridere, vedendo tanto arrabattarsi, tramare, ingannare, sgomitare e distruggere per fare soldi mentre la siccità di un’estate rovente devasta terre e cibo, alberi e animali, e proprio grazie a tanto sgomitare, arrabattarsi, competere, ingannare e ammazzarsi. Le persone più arretrate del mio piccolo paese (i piccoli paesi hanno un po’ di inestirpabile arretratezza genetica), in questa estate apocalittica, incontrandosi dicono “qui si more tutti”. E gli amici del farmaco non potranno giovarsene. Non ci sono vaccini e medicine per la morte e non si può abbassare il livello ufficiale dell’essere in vita.

Terra alla terra

butto nel composto

torsoli di cavolo

gambi di rucola

prego per loro

che trovino pace

sotto le foglie

nel regno dei lombrichi.

Grata alle calendule

ai fiori del susino

che respingono

l’ululo della morte

che sale dai giornali.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Il Comune di Torino annuncia le misure anti smog previste da ottobre 2017

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“La Città di Torino intende tenere in considerazione le misure strutturali previste dal Piano per la qualità dell’aria della Regione Piemonte attualmente in iter di approvazione, che tengono conto delle decisioni concordate a Bologna e che confermano quanto già attuato durante lo scorso inverno”. On line la nota di Palazzo Civico. A partire dal prossimo mese di ottobre una serie di azioni di controllo del traffico regoleranno la libera circolazione in città, alcune già sperimentate nell’autunno e nell’inverno scorso, altre di nuova istituzione, con un piano pluriennale e graduale che si ispira all’Accordo per il risanamento della qualità dell’aria nel bacino padano siglato il 9 giugno 2017 a Bologna dalle Regioni Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte, insieme al Ministro dell’Ambiente.
La Città di Torino intende tenere in considerazione le misure strutturali previste dal Piano per la qualità dell’aria della Regione Piemonte attualmente in iter di approvazione, che tengono conto delle decisioni concordate a Bologna e che confermano quanto già attuato durante lo scorso inverno dalla Città di Torino. I tecnici e gli amministratori del Comune hanno già incontrato la Regione Piemonte, le associazioni di categoria dei commercianti e la Città Metropolitana per condividere e concertare una strategia comune. L’applicazione del Piano regionale, una volta approvato, sarà obbligatoria per tutti i Comuni piemontesi con popolazione superiore ai 20mila abitanti. Per il prossimo autunno, la Città di Torino adotterà, in caso di emergenza, le misure introdotte durante l’ultima stagione invernale, con il blocco diurno dei veicoli diesel fino all’Euro 4 al manifestarsi del primo livello d’emergenza, a cui si aggiungeranno i motori Euro 5 al raggiungimento del secondo livello; in entrambi i casi verrà mantenuta la finestra pomeridiana per i veicoli commerciali.

Le limitazioni diurne applicate ai veicoli diesel Euro 0, 1 e 2 si estenderanno dai soli giorni feriali a tutti i giorni della settimana.

L’unità di misura di riferimento per le eventuali azioni che si renderanno necessarie è il superamento della soglia di 50 microgrammi al metro cubo, come concordato nel protocollo di bacino padano; da quest’anno, infatti, le azioni di contenimento del traffico saranno inasprite in base ai giorni continui di superamento di tale soglia, allo scopo di evitare impennate dei valori massimi di inquinamento e contenere il protrarsi dei superamenti giorno dopo giorno.
Per il futuro, Torino intende accogliere le misure strutturali previste dall’Accordo di bacino padano: dall’1 ottobre del 2018 sarà limitata la circolazione dei veicoli diesel fino a Euro 3 nella fascia diurna dei giorni feriali. La data dell’1 ottobre del 2020 segnerà l’estensione del divieto di circolazione nella fascia diurna dei giorni feriali ai veicoli diesel Euro 4. Tornando al prossimo ottobre 2017, l’informazione ai cittadini sarà continua e tempestiva. L’eventuale inasprimento o sospensione dei provvedimenti sarà annunciato il giorno prima, in base ai superamenti rilevati dalle stazioni automatiche sul territorio di Torino. Tutti i canali di informazione della città saranno impiegati per raggiungere rapidamente il maggior numero di persone; molto importante sarà l’apporto dei mezzi di informazione per il raggiungimento dell’obiettivo principale di questa complessa macchina: il mantenimento della qualità dell’aria e la salvaguardia della salute dei cittadini.

Fonte: ecodallecitta.it

Il Filo d’Oro di Daniel Lumera: la vera rivoluzione parte da noi stessi

La felicità non dipende da ciò che possediamo o facciamo, ma dalla consapevolezza di ciò che siamo. Che cosa ci ha spinti a dimenticare la nostra natura più intima e autentica, quella che ci dà l’impulso a vivere consapevolmente, felici e senza limiti? Se appena riusciamo a percepire il nostro vivere come su una sorta di rotta incomprensibile e segnata sulla quale non abbiamo che uno sguardo disincantato, distratto o rassegnato, forse… forse ci siamo persi.9591-10357

Viviamo spesso da malati di infelicità, seguendo obiettivi che non sono i nostri, sognando perfino i sogni degli altri, in uno stato permanente e progressivo di separazione dalla Natura, dal nostro pianeta, dagli altri, da noi stessi. Eppure quell’impulso all’unità e alla felicità può ancora trasformarsi in quel senso di necessità profonda e urgente che ci mette su una strada nuova e antica al tempo stesso, quella della piena realizzazione della propria natura coscienziale. E quella in cui siamo noi stessi il percorso e la meta. Il Filo d’Oro è la metafora della vita. E’ il filo invisibile, leggero e prezioso che ci collega col nostro Essere e con tutto ciò che ci circonda.

Ne parliamo con Daniel Lumera, docente, formatore, presidente della Fondazione MyLifeDesign e della International School of Forgiveness (I.S.F.).

Come e quando è nato il Filo d’Oro?

Ho iniziato a 19 anni attraverso una scelta di vita molto intensa: ho praticato per 11 anni il monachesimo laico con una pratica intensissima e disciplina meditativa con tutte le restrizioni che venivano anticamente normalmente associate a questo tipo di conoscenza: sull’alimentazione, le relazioni, le ore quotidiane in meditazione. Quella scelta di vita mi ha portato a sottopormi a una ricerca esperienziale intensa che mi ha cambiato vita, abitudini, modo di relazionarmi, di lavorare e pormi al mondo. Questo mio percorso mi ha portato tra il 2005 e il 2006 ad iniziare a trasmettere, dopo tanti anni di silenzio e pratica, e a strutturare le mie conoscenze per renderlo approcciabile alla mentalità occidentale oltre che fruibile in modo tale che potesse sollevare la qualità della vita quotidiana. Quando ho iniziato l’esperienza del Filo d’Oro sapevo che si trattava di una rivoluzione della coscienza.

Che cosa significa “rivoluzione della coscienza”?

Se guardiamo a cosa è avvenuto nella storia e a quante rivoluzioni ci sono state, vediamo che c’è stata la Rivoluzione Francese in nome della libertà, dell’uguaglianza e della libertà. Poi il comunismo, la Rivoluzione Cubana, sono state rivoluzioni fatte in nome di grandi ideali che abbiamo pagato con fiumi di sangue. Sono stati perseguiti ideali rivoluzionari che, secondo me, sono esterni a noi stessi. L’unica rivoluzione possibile è quella delle coscienze. Una rivoluzione che parta dalla coscienza dell’individuo, una rivoluzione interiore che parta dalle nostre identità, dal senso più profondo di ciò che siamo e di ciò che siamo su questo pianeta. Il problema è che non abbiamo un senso di identità e ci sentiamo totalmente separati dagli altri e dalla natura, come isole. Basta un’ora e mezza in natura per capire che siamo profondamente ammalati e viviamo alienati. Ci vuole un elemento rivoluzionario e il Filo d’Oro vuole essere quell’elemento. Finché continueremo a cambiare governi e leggi, cercare rivoluzioni esterne che partono da un livello di consapevolezza bassissimo. Il cambiamento ci sarà quando partirà da dentro in ciascuno di noi e lo faremo perché saremo felici di esistere e non arrabbiati e indignati. Un cambiamento che dipende dalla consapevolezza dell’essere e non dal fare o dall’avere. Questo è il punto cardine da cui parte l’esperienza del Filo d’Oro. Non si tratta di cambiare il mondo ma di trasformare la radice di chi sentiamo di essere.

Perché si chiama Il filo d’Oro?

E’ una metafora che ho utilizzato come immagine perché noi cerchiamo noi stessi attraverso la nostra esperienza: la famiglia, i figli, il lavoro, il successo, le relazioni, l’amore, la natura. Tuttavia, c’è una parte di noi che attraversa tutte queste cose e sopravvive a questo passaggio: è il Filo d’Oro che abbiamo perduto e che stiamo cercando ma in realtà noi siamo quel Filo d’Oro che collega tutte quelle cose. Arriviamo quindi alla piena consapevolezza che noi siamo il percorso e la meta. Il Filo d’Oro è una metafora della vita.

Quali sono state le persone che ha incontrato in questo percorso e che l’hanno segnata?

Ho incontrato molte persone e la figura che più mi ha segnato è stata quella di Padre Anthony Elenjimittam, uno degli ultimi discepoli diretti di Gandhi. Aveva la sua missione ad Assisi e con lui ho avuto la possibilità di approfondire i testi indovedici e il parallelismo tra quei testi e quelli cristiani e della filosofia e sociologia occidentale.

Il suo è un approccio religioso?

No. E’ un approccio assolutamente laico alla spiritualità, di tipo interreligioso, basato sulla pratica diretta.

A proposito di meditazione. Se ne parla molto e sembrano essercene molte interpretazioni. La meditazione è un modo per stare meglio?

Mi dispiace molto vederla mercificata innanzitutto perché appartiene all’essere e non al fare. Poi viene venduta la felicità, la pratica meditativa come se si meditasse per ottenere un beneficio psico-fisico. La pratica meditativa non è cercare di ricevere qualcosa. Significa darsi. Personalmente l’ho conosciuta nel suo contesto originale attraverso valori elevati e trascendentali.

La meditazione è un percorso di riunificazione con ciò da cui ci siamo separati?

C’è una grande confusione su cosa sia la meditazione. Ci sono moltissimi corsi e seminari in proposito. Meditare non è visualizzare. Non è chiudere gli occhi e vedere luci o parlare con gli angeli. Non è neppure restare in uno stato di  presenza. E neppure avere consapevolezza di sé.  E’ sentire gioia e sentire unione. E’ uno stato di coscienza che inizia quando tutti questi fenomeni svaniscono e l’unica cosa che rimane chiara e radiante è la pura coscienza di essere, un oceano infinito di consapevolezza, senza  forma, senza limiti, senza definizioni. Quello è lo stato meditativo. Uno stato dal quale dovremmo compiere tutte le nostre scelte e le nostre decisioni.

Normalmente, però, in base a cosa decidiamo?

Noi decidiamo e scegliamo di solito perché ci manca qualcosa. Cerchiamo la felicità, la completezza, l’integrità. Dovrebbe invece essere il contrario e il Filo d’Oro educa al principio che le nostre scelte e le nostre decisioni dovrebbero partire da una condizione di felicità e pienezza perché in questo modo non sono espressione di una mancanza o di un vuoto. Scegliamo spesso di andare in palestra solo perché abbiamo paura di non piacere o decidiamo di stare in coppia solo perché abbiamo paura di stare da soli. Quante persone possono dire di scegliere liberamente?

Meditare significa fare spazio, liberarsi ed eliminare il superfluo?

La meditazione non è un processo di analisi ma un processo di sintesi, di ascolto profondo di ciò che esiste. Esistono poi delle tecniche superiori di meditazione molto potenti e il Filo d’Oro le trasmette. Queste tecniche erano prima una conoscenza riservata solo a pochi, a chi faceva scelte di vita molto profonde e integrali: rinuncianti o monaci. Ho fatto una scelta: quella di condividerle con le persone che hanno un’attitudine sincera, corretta e di rispetto riguardo a questi valori. Non si tratta solo di fare spazio, fare silenzio, fare vuoto o ascoltare il respiro ma si tratta di movimenti interni, apparenti azioni interne in cui viene utilizzata in modo specifico e corretto l’attenzione.

Quali sono gli effetti di questo percorso sulla nostra vita?

Tutto questo produce effetti molto potenti a livello di stati di coscienza. Si entra in uno stato di coscienza superiore. Si percepisce una straordinaria chiarezza di noi stessi, una capacità intuitiva fuoridal comune e si bucano aree di esperienza molto raffinate. Rivoluzionando il nostro modo di sentire cambiamo il nostro approccio col mondo e sentiamo negli altri e nella natura un aspetto della vita. Si tratta di espandere la percezione di se stessi e di inglobare tutte le forme di vita. Di percepire l’essenza comune a tutte le cose, anche quelle brutte come il dolore o la morte, come parte dell’essere. Spontaneamente ci si sente uniti a ogni cosa. Si inizia a riconoscere essenzialmente ogni cosa.

In che modo il percorso influisce sulle emozioni?

In modo straordinario. La persona diventa perfettamente consapevole di ciò che vive. Non sei più tu che hai paura ma tu che scegli di avere paura. Le emozioni diventano una manifestazione proattiva e non più reattiva. Inoltre non si giudicano più le emozioni come giuste o sbagliate. Le emozioni sono degli indicatori. La rabbia, ad esempio, indica che devi esprimere la tua determinazione e che ti senti impotente. In realtà la rabbia è un indicatore e può essere anche terapeutica mentre siamo abituati a considerarla solo come negativa e sbagliata. Ci indica un aspetto di noi su cui dobbiamo lavorare. La meditazione profonda pulisce il campo emotivo. Ci libera dalle emozioni inconsapevoli e che creano sofferenza e ci dà pieno potere di viverle con gioia. Anche il dolore. Si tratta di un processo che ci porta verso aree emozionali più elevate. Le emozioni sono un nutrimento importante per la nostra salute. Ogni giorno dovremmo occuparci di provare emozioni profonde: una gioia profonda, una gratitudine profonda, una fiducia o una simpatia profonda. Tutta questa gamma dialimenti, tuttavia, manca ed è come se noi togliessimo la frutta dalla nostra alimentazione. Il percorso del Filo d’Oro ti fa entrare in contatto con emozioni superiori, con superalimenti emozionali.

Può fare un esempio di emozioni superiori?

Per esempio la beatitudine, la gioia pura per il semplice fatto di esistere. Dovrebbero essere alla base del nostro essere umani e il Filo d’Oro porta un’educazione a questa consapevolezza.

Non è un’illusione quella di voler controllare il dolore? La forza di alcune emozioni non è proprio la loro energia distruttiva? Non è forse proprio quell’energia che ci avvia verso una trasformazione e una profonda riorganizzazione di noi stessi?

Controllare significa allinearsi con la nostra natura più profonda e la nostra è una natura gioiosa. Facciamo un esempio: se tu in questo momento aprissi tutti i tuoi canali e fossi capace di sentire tutto il dolore del mondo, moriresti perché non saresti capace di sostenerlo. Non si devono reprimere certe emozioni ma, al contrario, discernere qual è il modo corretto di viverle. Non si tratta di rinnegare certe emozioni ma di discernere, appunto. Si tratta di fare delle nostre emozioni qualcosa che possiamo trasformare e di cui prenderci la responsabilità.

Quando sento un dolore lancinante… che cos’è che sto provando davvero? E’ la mia natura che mi fa “sentire” in quel modo?

Quello è amore trattenuto che non riconosci. L’amore fa male perché potente e profondo. E’ indefinibile, infinito e illimitato. Ci proietta oltre noi stessi e ci fa diventare così altruisti da annullarci. Abbiamo paura. Il dolore non esiste ma è amore trattenuto, per me.

Non riesco bene a inquadrare qual è, nel suo discorso, il ruolo della cultura nelle nostre emozioni. E’ come se in questo processo lei non considerasse questo aspetto. Non potrebbe essere, invece, determinante capire gli aspetti sociali che le determinano, e poi agire per cambiarli?

Sono contrario a questo approccio. Se pensiamo che sia una causa esterna a tirarci via la rabbia, non ci assumeremo mai la piena responsabilità della nostra esistenza e sarà sempre un fattore esterno che guiderà la nostra vita. Posso vivere in una condizione di felicità indipendentemente da ciò che succede all’esterno: un grande amore, una grande delusione, un grande dolore. Mi sono occupato di accompagnamento al morente per molti anni. Si può scegliere di morire pieni di rabbia o pieni di amore e gratitudine. La nostra felicità e la nostra consapevolezza non dipende da fattori esterni. Non  esiste un’educazione basata sulla consapevolezza. Questo è il punto focale. Finché ci sarà una società e una cultura che educa alla deresponsabilizzazione, non si va da nessuna parte. Bisogna cambiare il paradigma percettivo, cognitivo e identitario. Se avviene questo, le cose cambiano. Il fatto che il mondo cambi è un effetto del nostro cambiamento.

In che modo il percorso influisce sull’ambiente in cui viviamo?

Se percepiamo l’essenza comune a tutte le cose non abbiamo sicuramente voglia di distruggere il pianeta perché non hai voglia di distruggere te stesso. Le malattie del secolo sono la depressione e il cancro e riflettono la follia, il nostro modo di vivere in questo pianeta.

Che ruolo ha il silenzio nella pratica meditativa?

Attraverso il silenzio mentale si arriva a quello stato di cui parlavo. Attraverso il silenzio mentale possiamo ascoltare noi stessi. E’ una sorta di digiuno che è necessario per assimilare le informazioni. Si crea, nel processo meditativo, quel silenzio interiore necessario affinché la mente possa ristrutturarsi, rivitalizzarsi e funzionare con più chiarezza.

Tutti possono intraprendere il percorso del Filo d’Oro? Immaginiamo una persona avvolta nello smog e nel caos di una grande città, in corsa tra lavoro e impegni, famiglia e problemi da risolvere.

Il Filo d’Oro esiste proprio per ricontestualizzare tutti gli strumenti di cui parlavo, all’inerno dello stile di vita occidentale che è frenetico, ansiogeno e stressato. Sono convinto che chi vive con quello stile di vita possa vivere una piena condizione meditativa. Proprio in questo momento storico e in quel contesto sociale è importante esprimere un nuovo concetto di rivoluzione: la rivoluzione interiore e un nuovo modo di fare scienza, politica ed economia. La religione è sempre stata separata dalla scienza, la materia dalla spiritualità. Il filo d’Oro non prevede questa dualità e, al contrario, dice che il corpo è spirito, che la materia è coscienza e di fatto cambia il paradigma. Ho dimostrato che è possibile praticamente inserire un tipo di conoscenze e di esperienze di questo tipo all’interno di tutti i livelli del tessuto sociale: carceri e scuole, per esempio. Noi siamo condannati alla felicità, il problema è che resistiamo.

La nostra essenza è felice, positiva e buona, dunque. E’ sempre così? Per tutti?

Parlare come si fosse separati dalla nostra essenza è già una distorsione percettiva ed è la più grande malattia dell’essere umano. Se parliamo di quali siano le caratteristiche intrinseche dell’esistere, io credo che l’universo sia buono e che la nostra natura essenziale sia pura gioia. Abbiamo perso la fede nella vita e la fiducia nella vita perché non ritorniamo in noi quotidianamente. C’è una tribù africana che, quando uno dei suoi membri commette un crimine, lo catturano e lo legano al centro della tribù e per tre giorni senza sosta gli altri membri gli raccontano ciò che lui ha fatto di buono dal momento della sua nascita in poi. Pensano che l’essere umano sia buono e lo riportano su quella strada di amore. Che cos’è buono e che cos’è cattivo? Una crisi profonda nel bel mezzo della tua vita è buona o cattiva? Magari è proprio quello che ti serviva per imparare qualcosa di essenziale per la tua vita. La maggior parte delle persone crede che sia giusto ciò che fa stare bene e sbagliato ciò che fa stare male. Poi, però, ci rendiamo conto che a volte fare la cosa giusta ci crea dolore. Poi, a un altro livello ci rendiamo conto che è giusto essere consapevoli e sbagliato non esserlo. Ci sono molti livelli di comprensione e le persone vanno accompagnate.

Quali regole bisogna seguire lungo il percorso del Filo d’Oro?

Ci sono pochissime regole. La prima è quella di non prendersi troppo sul serio e la seconda è parlare dei propri compagni di percorso solo se sono presenti. Sono regole semplici che cambiano la vita. Non c’è una pratica imposta ma consigliata. Le persone devono autodisciplinarsi. La parola “disciplina” è bellissima ed ha la stessa radice di “discepolo” e di “discernere”. Assumersi la responsabilità è alla base del percorso del Filo d’Oro.

Fino a che profondità si può arrivare in questo percorso di conoscenza della propria essenza?

Tutti possono “essere” più che “arrivare”. E non c’è un limite. Conta solo la propria disponibilità all’infinito. Smettere di avere paura e controllo. Molte persone hanno paura di fare un’esperienza profonda e hanno difficoltà a sentire chi sono. Se glielo domando mi rispondono con cosa fanno, si definiscono attraverso il proprio lavoro. Noi non siamo quello, però. Il percorso del Filo d’Oro arriva fin dove noi stessi permettiamo. Ciascuno di noi può arrivare alla piena realizzazione di se stesso e può smettere di avere paura e di sentire la necessità di definirsi e di definire gli altri. Vivere liberi significa smettere di incasellarci.

La nostra vera essenza è statica o in movimento?

Se parliamo della nostra identità egoica, separata e del suo personaggio, cambia o rimane uguale. Dipende. Alcune persone hanno paura di cambiare e resistono al cambiamento cristallizzandosi pur vivendo in una realtà che per sua natura è impermanente e transitoria. Noi sentiamo dolore perché ci aggrappiamo a qualcosa che di fatto trova il suo equilibrio nella transitorietà. Se invece non parliamo del nostro ego storico ma andiamo in profondità, allora la mia risposta è la seguente: noi cambiamo costantemente ma siamo immutabili come essenza. Una volta mi hai fatto una domanda sul perdono: “Qual è il contrario di perdono”?

Sì, ma non mi ha risposto. Mi ha detto che il contrario di perdono è… perdono. Non lo capisco. Che significa?

Esattamente quello che ho detto. Avresti dovuto chiederti quale parte di me ti stava rispondendo. Perché non era importante la risposta ma l’identità di chi ti risponde. Tu stavi cercando quella e non una risposta. In quale modo stai cercando di capire? Come mente? Quale parte di te sta cercando di capire quella risposta? Se cerchi di capire attraverso la mente, non sempre si può capire.

Cosa c’è di male nella mente? Perché se ne parla sempre come se fosse uno strumento di cui non fidarsi troppo o un limite alla nostra conoscenza?

Non c’è niente di male. E’ uno strumento straordinario di conoscenza. Il problema è come la usiamo. E’ uno strumento così come il corpo o le emozioni ma se tu cerchi di capire qualcosa del corpo attraverso qualcosa che non appartiene al corpo, non riuscirai a capirla. Approcciare i temi che riguardano la consapevolezza attraverso la mente può andare bene fino a un certo punto come strumento di indagine. Inoltre, il problema è identificarsi con la propria mente. La nostra società ci porta ad identificarci con gli strumenti.

Che cosa sono i 4 Talenti?

C’è il talento meditativo, quello devozionale, trascendentale e gnostico. Queste grandi strade presenti parzialmente in tutte le tradizioni vengono per la prima volta riunite in un’esperienza sapienziale unica  che è moderna perché viviamo nell’era dell’interconnessione. Prima, queste strade venivano proposte singolarmente a chi decideva di fare un percorso simile. Col Filo d’Oro invece tutti e 4 i talenti sono insieme.

Sono sequenziali o contemporanei?

Sono insieme econtemporaneamente in tutto il percorso anche se sono quattro chiavi. Il Filo d’Oro comprende un ciclo di nove mesi focalizzato nel Talento meditativo. Il secondo ciclo nel talento trascendentale, il terzo nel talento devozionale e il quarto nel talento gnostico. Tuttavia non sono sequenziali, ogni anno si fa esperienza di tutti i talenti insieme ma se ne comprende meglio uno in particolare. I talenti si compenetrano uno nell’altro.

Ci fa un esempio?

Sì. Prendiamo il talento devozionale. E’ portato all’estremo quando c’è un flusso profondo di amore tra amato e amante si trascende e non c’è più l’amato né l’amante ma solo amore. Le due entità sono fuse e, in quel momento non si può più parlare di devozione ma di trascendenza. La devozione, cioè viene trascesa per lasciare posto solo all’amore. Così, allo stesso modo il processo meditativo diventa trascendentale perché si va oltre.

Tutti hanno i 4 talenti?

Sì. Nasciamo con questi 4 sigilli. Il talento è un’inclinazione dell’anima. Nella parabola dei talenti ci viene insegnanto che tutti li abbiamo e che li abbiamo per svilupparli. Tuttavia, possiamo avere attitudini diverse nei confronti dell’uno o dell’altro. Ciascuno di noi può avere uno o più talenti più sviluppati rispetto agli altri. Si tratta di svilupparli tutti.

Quali sono le rinunce da fare per chi si avvia su questo percorso del Filo d’Oro? E ci possono essere rischi?

L’unica rinuncia è alla propria sofferenza e alla propria ignoranza. No, non ci sono rischi. Di sicuro sono allergico agli esaltati e le forme di esaltazione in tutte le loro forme mi preoccupano. Tendo, quindi, a selezionare le persone che lavorano con me. Devono avere i piedi per terra.

Quando ci si spinge molto in profondità si può venire a contatto con il dolore e con aree di noi stessi che non conoscevamo o che ci provocano disagio. Una volta toccati così a fondo, poi, non sempre sappiamo quali saranno le nostre risposte o reazioni. Come riesce ad accoglierle o gestirle in questi casi?

Quando si sceglie l’amore, sai che ti rivoluzionerà la vita. A un certo punto dovrai scegliere se di te stesso amare tutto e darti quell’amore incondizionato che cerchi negli altri. Quando ci si guarda dentro, c’è tutto: l’oscurità, le paure, l’odio più intenso, la disperazione. Solo quando ci si riconcilia e si accettano anche quelle parte di noi si comprende il valore dell’amore. Si tratta di compiere un atto di coraggio e di amore, di fare le valigie e mettersi in viaggio dentro se stessi. Ciò che ci attende non è solo oscurità ma anche amore, luce, pace e beatitudine. E’ importante una guida equilibrata in un contesto sano e che rispetti i propri ritmi e tempi. I valori del Filo d’Oro sono: umiltà, perseveranza, costanza, pazienza. Quando questi valori vengono applicati e sedimentati creano il contesto adatto per potersi spingere in profondità. Ho un rispetto totale per ciascuno e ciascuno deve trovare la sua dimensione e il suo tempo secondo le proprie esigenze. Quando si matura la vera necessità di conoscersi, tutte le paure scompaiono e si ha la certezza che non ci si può fare del male. L’indicatore che si sta lavorando bene è che si migliora come persona relazionale e come individuo sociale. Si è più felici e più centrati.Ci possono essere, sicuramente, momenti di crisi perché ci si denuda di fronte all’infinito.

Ci saranno molte persone, però, in cerca dell’anestesia…

Sì, la fuga. Tuttavia, questo succede di più nella Scuola del Perdono e nei seminari. Si può iniziare anche per motivazioni egoiche, certo. Cerchiamo noi stessi sapendo che dovremotrascendere noi stessi come ego. Un percorso di questo tipo non si fa per il benessere, non si fa per ricevere ma per donare. Si spiega all’inizio la natura del percorso a chi si avvicina. Se ci si vuole avvicinare o fuggire da se stessi e dalle proprie responsabilità, consiglio sempre di fermarsi per un po’ e riprendere in seguito.

Perché sembra tutto così complicato?

Non preocupparti della meta ma del viaggio e concediti il fatto di non capire e di sbagliare.

Ci spiega la sua collaborazione col Dott. Franco Berrino? Che relazione c’è tra alimentazione e pratica meditativa?

Nella Grande Via ci sono questi due aspetti, quello della meditazione e quello dell’alimentazione. Il Dott. Berrino sposa perfettamente il mio approccio alla meditazione che non è di tipo mercificativo ma, al contrario, basato su valori e attitudini autentiche e reali. Perciò gli effetti collaterali che sono quelli legati al benessere e alla qualità della vita, alla sfera emozionale e relazionale sono stabili e non ci sono estremismi o rigidità e settarismi. Si tratta di un approccio autentico e dal mio punto di vista necessario in questo momento evolutivo, con tutta la sofferenza e la confusione che le persone sentono da ogni punto di vista.

Si può finire per innamorarsi di se stessi invece che imparare ad amare se stessi? Con la conseguenza poi, come in molti innamoramenti, di restare profondamente delusi?

Molte persone credono che il percorso di realizzazione profonda del sé sia un percorso egoistico. Cioè di una persona asociale, che si chiude in se stessa e che si innamora di sé con il rischio, come dici, di rimanere delusa. E’ una delle possibilità, una delle trappole del percorso di consapevolezza ma non appartiene alla ricerca autentica. Non si tratta di innamoramento. L’innamoramento è uno stato alterato di coscienza. Noi ci innamoriamo delle nostre necessità e proiettiamo verso un’altra persona le nostre esigenze e i nostri desideri più occulti e profondi: la necessità di essere accuditi e amati, quella di essere genitori, di avere un rapporto esclusivo o di essere addirittura adorati. O proiettiamo sugli altri le nostre mancanze e le nostre paure. Per quello ci innamoriamo degli altri. Ci innamoriamo delle nostre necessità. Lo stato di innamoramento è illusorio e transitorio ed è uno stato di alterazione destinato a terminare e a riservare delle amarezze. Quando ci rendiamo conto che quella persona non è quella che credevamo che fosse, l’innamoramento passa. Ci rendiamo conto che su quella persona abbiamo proiettato aspettative che rimangono deluse ma quel processo illusorio l’abbiamo creato noi stessi.  Ci arrabbiamo con l’altra persona e non ci assumiamo quella responsabilità scaricando sull’esterno quel potere che invece dovremmo avere noi sulla nostra vita. Nel percorso del Filo d’Oro si parla di amore e non di innamoramento. E’ un percorso graduale che ci insegna a riconoscere quella parte di noi capace di farci tirare fuori il meglio di noi stessi da ogni situazione. Non si tratta di un flirt o di una relazione destinata a finire. La relazione più importante che abbiamo è con noi stessi ed è la relazione che dobbiamo celebrare con più attenzione. Il rischio di rimanere delusi esiste se noi rimaniamo in superficie. Non ho mai conosciuto nessuno che, dopo essere entrato davvero in profondità, che essendo riuscito a rendere quieta la mente e avendo  bucato gli stati ordinari di coscienza per immergersi nella consapevolezza dell’essere, sia mai rimasta deluso dalla sua natura profonda ed essenziale. Le caratteristiche intrinseche di questa natura sono sono state descritte allo stesso modo dai più grandi saggi e da tutte le tradizioni sapienziali: consapevolezza, felicità, gioia esistenziale, beatitudine. Il Filo d’Oro non è un dogma, non è una verità rivelata che bisogna accettare. Il ricercatore viene spinto a cercare su se stessi queste verità. Bisogna trovare il giusto contesto, la giusta indicazione, la giusta guida e la giusta attitudine interiore. Con questi ingredienti trasformiamo una mappa nel territorio stesso.

In che modo il percorso influisce sulla società? Inoltre, se non saremo tutti a intraprendere un percorso come questo, potrà esserci qualcuno, al di fuori, pronto ad utilizzare quella rivoluzione pacifica, silente e interiore a suo vantaggio e per scopi del tutto personali oltre che contrari a quello stesso principio. C’è questo rischio?

L’unico modo di trasformare la società è trasformare noi stessi. Tutti i grandi della Terra hanno detto questo. Gandhi ha detto: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Quando non vediamo amore è perché non stiamo dando amore e siamo confusi quando non apportiamo chiarezza. Dobbiamo partire dal senso di responsabilità individuale e dalla consapevolezza che più trasformiamo il nostro mondo interno, più avvengono cambiamenti  all’esterno perché la qualità delle nostre azioni e del nostro sentire avrà un impatto su di esso. Abbiamo la pretesa di cambiare leggi e governi sperando che le cose cambino. Ma sostanzialmente questo non avviene e sostanzialmente le cose si ripetono secondo schemi ciclici. Le guerre continuano ad esserci, sconvolgendo il pianeta, ad esempio. Il problema è comprendere bene e con chiarezza che prima di cambiare le leggi bisogna cambiare il livello di consapevolezza, di coscienza, di realizzazione di ogni essere umano. In questo modo si avranno leggi che saranno il prodotto di un altro livello di consapevolezza e che incideranno in modo diverso sui problemi che affliggono il pianeta. Deve essere una rivoluzione delle coscienze. Il Filo d’Oro parla di questo.  E’ da lì che deve partire un cambiamento epocale dalla radice del nostro sentire, da ciò che intimamente sentiamo di essere.  E’ lì che bisogna far avvenire il cambiamento e poi manifestarlo all’esterno come un semplice riflesso di una presa di coscienza profonda. Migliorando il livello di coscienza e consapevolezza degli individui, migliora anche la qualità delle loro relazioni e si abbassa il loro livello di conflittualità, aumenta il livello e la capacità di gestire lo stress e il conflitto nonché di creare relazioni felici in modo più incisivo. E la società è fondata proprio sulle relazioni individuali e collettive. E’ su questi tre livelli: relazionale, personale e collettivo che il Filo d’Oro agisce. Attraverso la relazione che abbiamo con noi stessi e con gli altri noi guariamo noi stessi. Tuttavia, questo avviene anche attraverso la relazione con la coscienza collettiva e cioè con la società intesa come prodotto del nostro livello di consapevolezza. Lo stesso discorso si può fare con la Morale e con l’Etica. L’Etica è il livello di coscienza da cui deriva la Morale e per Morale intendo l’insieme di regole prodotte a partire da una certa Etica. L’insieme di regole di una società derivano dal livello di consapevolezza che caratterizza quella stessa società. Il Filo d’Oro vuole rendere armonico il processo di trasformazione sociale e lavora a partire dagli individui che man mano che diventano consapevoli di se stessi passano al secondo livello relazionale. Le relazioni sono intese in modo molto più ampio: con se stessi e con gli altri ma anche con la morte, con la malattia, con la sessualità, con gli animali, con la natura, con l’infinito, con la vacuità e col silenzio. Quello che è importante è la consapevolezza della coscienza che gestisce la relazione. L’individuo consapevole è più portato a creare relazioni prospere, consapevoli e felici. Dopo il livello relazionale si passa a quello collettivo e alle dinamiche della coscienza collettiva, al senso di identità della collettività che viene costruito sull’identità consapevole dell’individuo. Quindi c’è un cambiamento sostanziale e viene fatto un lavoro interno e profondo completamente differente rispetto a quello dell’educazione attuale. Questo cambiamento può dare un nuovo senso all’essere umano. Esiste un livello di responsabilità  molto grande alla radice delle nostre idee perché dalle nostre idee nasce il nostro pensiero e da lì il carattere. Dal nostro carattere viene forgiato il nostro comportamento in base al quale noi creiamo il nostro destino. Siamo autori di ciò che ci succede. E’ più importante come gestiamo ciò che ci succede più che ciò che ci accade. Se il destino parte dalla radice del nostro pensiero e da ciò che crediamo di essere è importante una rivoluzione interiore nel processo di trasformazione sociale. Nelson Mandela e Gandhi hanno cambiato milioni di coscienze attraverso la scelta del perdono, dell’amore, della non violenza, della consapevolezza. Responsabilizzare gli individui significa renderli padroni della qualità del loro sentire, del lor pensare e dei loro processi emozionali. Pensiamo a un organismo fatto di cellule. Che importanza ha la salute di una singola cellula per l’intero organismo? Se fosse una cellula cancerogena che importanza avrebbe se non fosse sanata? Quella cellula potrebbe riprodursi e infettare l’intero organismo portandolo alla morte. E’ proprio come si sta comportando l’essere umano. L’uomo è diventato un tumore perché ha smesso di sentirsi parte della natura. Si sente separato. Ha smesso di dialogare con l’esterno. La cura è la consapevolezza e riprendere il dialogo soprattutto con se stessi. E’ dentro noi stessi che inizia il processo di trasformazione della società. Il Filo d’Oro educa alla consapevolezza, alla responsabilità, alla felicità, ma sono concetti diversi da quelli comunemente intesi perché trovano radici nell’esperienza di se stessi e non da concetti filosofici astratti o principi non applicabili nella vita di tutti i giorni. Il rischio di una strumentalizzazione, tuttavia, c’è. Guarda cosa è successo alla meditazione che è un processo che appartiene all’Essere ed è stato mercificato come qualcosa che appartiene al Fare. Viene utilizzata per ottenere benessere, guarigione, poteri, illuminazione. Non è stata compresa. E’ nella natura dell’essere umano travisare, sbagliare, utilizzare, mercificare. Uno degli aspetti più autentici e potenti del Filo d’Oro è quello di essere molto distante da quei percorsi che vendono la felicità. Oggi vengono vendute le pillole contro il male di vivere. Il Filo d’Oro è un insegnamento autentico e ti dice che evidenzierà tutto ciò che è presente nell’animo umano, dalla paura all’amore. Ciò che fa la differenza è come tu vivi queste cose, se le accetti, se le ami, se le ringrazi, se accogli la vita nella sua totalità. Ciò che fa la differenza è come tu reagisci rispetto a ciò che senti e a ciò che sei. Il filo d’Oro non appartiene alle logiche del Fare, del possedere e dell’ottenere ma a quelle dell’Essere. Le persone vengono spinte a discernere a partire dalla consapevolezza dell’essere e non per ottenere un risultato o conquistare qualcosa. Esse vengono spinte a sapersi dare, a condividere o ringraziare per il fatto di esistere. Per sua natura questo percorso deve la sua preziosità all’esperienza diretta della consapevolezza. Dalla quale arriva il discernimento. Quando la persona sperimenta la gratitudine, l’amore e la condivisione reale, tutto il resto passa in secondo piano. Le logiche egoiche, di convenienza, di arrivismo ci possono essere ma ci sono per essere pulite. E’ così preziosa la natura del nostro essere che di per sé crea pulizia e guarigione da queste dinamiche. Se poi qualcuno all’esterno non fa questa scelta e vuole mercificare questa cosa, è libero di farlo ma questo non toglie la mia responsabilità di celebrare la vita per quello che sento essere la sua autenticità più profonda. Anche le grandi religioni o i messaggi di grandi maestri spirituali sono stati, nella storia, travisati causando fiumi di sangue. Questo ci sospinge ancora più profondamente a celebrare con autenticità questi valori. A ciascuno il suo destino. Ciascuno ha il destino che sceglie e se sceglierà di travisare, lo farà con le conseguenze che questo comporta. Bloccare questo processo non ha senso. E’ come non vivere per paura di morire. Bisogna vivere una vita piena con coraggio, passione, amore, determinazione senza paura del fallimento. Bisogna rischiare, fallire e permettersi di sbagliare perché è attraverso l’errore che impariamo. Bisogna cercare di essere autentici e coerenti con ciò che si sente di essere e se si sbaglia non è un problema. La cosa importante è l’intenzionalità profonda che deve essere pura e pulita.

Per contattare la segreteria de Il Filo d’Oro: segreteriafdo@mylifedesignfoundation.org

Qui il prossimo seminario de Il Filo d’Oro

Qui la presentazione del percorso Il Filo d’Oro

Fonte: ilcambiamento.it/

 

 

 

Il saccheggio della Toscana

La Regione Toscana lancia il suo affondo finale nei confronti della protezione ambientale e della tutela del paesaggio, e lo fa in grande stile. Dopo un crescendo di attacchi politici e legislativi che si protrae da anni, ora la giunta regionale sembra arrivata a una frenesia di distruzione.9629-10399

Ma andiamo a vedere nel dettaglio di cosa si tratta e quali sono le drammatiche e disruttive scelte che la Regione ha preso e le pratiche ecodistruttive che promuove.

Partiamo dalla questione lupi, che è stata in gran parte fomentata proprio dalla becera politica regionale sia di maggioranza sia di alcune parti dell’opposizione. I lupi, si sa, sono molti in Toscana, e così i problemi che si riscontrano a causa del predatore con la pastorizia in Appennino, ma anche molte sono le soluzioni, già utilizzate altrove e anche da molti allevatori toscani, e di comprovata efficienza, come i cani da guardianìa, i recinti elettrici e disturbi di vario tipo.

Ma la Regione è la capofila a chiedere a gran voce l’abbattimento dei lupi, e prosegue ciecamente in questa direzione nonostante gli stop che da più parti, anche da istituzioni nazionali, vengono imposti per salvaguardare una specie simbolo della biodiversità e della lotta all’estinzione dei grandi carnivori. Superlative nella loro rozzezza le dichiarazioni di taluni amministratori, come quelle dell’assessore all’agricoltura Remaschi, che sbraita contro l’Europa affinché venga finalmente aperta la caccia ai lupi.

Passiamo ad un altro argomento assai spinoso. L’annullamento delle Province fa sì che la Regione Toscana decida un accorpamento delle competenze sulle riserve naturali un tempo provinciali. Queste riserve sono distribuite in tutto il territorio e in molti casi tutelano degli autentici gioielli ambientali, come la Riserva Naturale dell’Alto Merse, in provincia di Siena, che ospita paesaggi intatti, torrenti ricchi di biodiversità in cui fino a pochi anni fa viveva una piccola popolazione di lontre; come la Riserva Naturale di Castelvecchio, dove si annidano su uno sperone di roccia e in mezzo a foreste di lecci e cerri le magnifiche rovine di una città medievale. Sono solo due esempi di decine di luoghi importanti e preziosi, che avrebbero potuto rappresentare la vera essenza del territorio toscano. Ma queste riserve naturali, già in parte abbandonate a sé stesse dalle amministrazioni locali, una volta passate in mano alla Regione sembra che non valgano proprio nulla, dato che nella nuova legge regionale 30/2012 e nel quadro di bilancio per le aree protette il finanziamento destinato al loro mantenimento e salvaguardia è pressoché nullo, e si parla con insistenza della necessità di privatizzazioni.

Molte aree protette verranno invece date direttamente in gestione alle amministrazioni locali, assolutamente prive di risorse e di capacità tecniche per creare una gestione lungimirante e continuativa.

Ma non basta, a questo bisogna aggiungere che la vigilanza volontaria (le guardie volontarie ambientali e zoofile di associazioni come WWF, LIPU, ENPA ecc.), importante e gratuito baluardo contro i reati ambientali, e sostegno utilissimo di forze dell’ordine e magistratura, nel passare sotto il controllo della Regione vedono il loro ruolo notevolmente ridimensionato, la loro capacità operativa annullata in molti casi, l’aiuto finanziario per le spese vive (divise ecc.) volatilizzato. In coerenza con una politica nazionale in cui il Corpo Forestale dello Stato viene trasferito, o è meglio dire accartocciato in una informe realtà con compiti anche molto diversi da quelli della tutela e del controllo ambientale.

E non è ancora finita. La Regione, presidente Rossi in testa, annuncia: “Mai più fiumi a briglia sciolta” e stanzia 40 milioni di euro (in gran parte provenienti dall’Unione Europea e destinati a ben altro uso) per fare cosa? La cementificazione dei fiumi. Proprio così: creare dighe su fiumi e torrenti.

Questo denaro sarebbe in realtà fatto rientrare in maniera incongrua tra le spese per il Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020 nell’ambito del “Sostegno alla prevenzione di danni arrecati alle foreste da incendi, calamità naturali ed eventi catastrofici”.  E cosa c’entra? Gli eventi catastrofici sono proprio quest’ultimo assalto ai pochi fiumi e torrenti rimasti intatti, un assalto supportato anche da alcuni consorzi di bonifica che da anni stanno distruggendo la vegetazione e la naturalità di questi ambienti, nonostante le critiche piovute dal mondo accademico, da associazioni ambientaliste e da comitati di cittadini. La Regione promuove l’industria del cemento in nome di considerazioni idrauliche false e obsolete ma non promuove la salvaguardia dei fiumi da inquinamento ed erosione. Basti pensare che interi quartieri di Firenze non hanno depuratore delle acque fognarie e che interi bacini fluviali sono sottoposti ad un’erosione selvaggia a causa di pratiche agricole e di taglio forestale fuori controllo, scarsamente regolamentate e completamente ignorate, quando non incentivate, dagli enti regionali.

E, per finire, la ciliegina sulla torta. La Regione Toscana modifica la legge regionale 48/1994 e consente così lo svolgimento di gare e “manifestazioni sportive” di motocross, auto fuoristrada e altri mezzi motorizzati anche fuori dalle strade carrozzabili e da qualsiasi strada (cioè per intenderci nei boschi e simili) e… anche all’interno delle aree protette.

Questo è il colpo finale alla tutela ambientale, la legittimazione di attività vandaliche in completo contrasto con un minimo rispetto dell’ambiente e della natura, con la funzione delle aree protette e con la  loro fruizione da parte dei cittadini che pensano di trovarvi quiete, aria sana, bellezza. Una provocazione trasformata in legge a favore di meschini interessi economici in contrasto con il benessere di tutti e anche in contrasto con lo sviluppo di un turismo ecologico e ambientale. Una provocazione trasformata in legge, una vergogna che ha fatto indignare tutte le associazioni ambientaliste, il CAI che ha emesso un duro comunicato, una parte delle opposizioni che si sono battute con forza contro decisioni arbitrarie e prive di ogni logica. WWF e Legambiente punteranno ad una invalidazione della legge.

Resta evidente però un disegno preciso di destabilizzazione totale della difesa dell’ambiente, una sorta di “Sacco di Roma” legalizzato, che punta a concedere tutto a speculatori, cementificatori, inquinatori.

Da più parte però si registra una forte volontà di creare un fronte comune a difesa di quelli che sono dei baluardi ambientali nella terra degli Etruschi, e che fanno della Toscana un luogo di fascino e di attrazione turistica. Ma fino a quando?

Fonte: ilcambiamento.it

Il caldo record, l’estraniamento e l’overshoot day

Ironia della sorte: nel momento in cui siamo andati a debito di risorse sulla Terra con l’overshoot day viviamo anche i giorni (forse) più caldi di questa estate 2017. Mentre i media-imbonitori rilanciano i nomi “biblici” degli anticicloni, noi siamo sempre più straniti e ci ostiniamo a non cogliere il nesso…9621-10390

I media rilanciano i nomi evocativi degli anticicloni che portano il caldo sahariano: Lucifero, come se divino e anti-divino avessero qualcosa a che fare con i cambiamenti climatici conseguenza della dissennata azione dell’uomo sul Pianeta e con i 40-50 gradi con cui dobbiamo fare i conti in questi giorni d’estate. “La prima grande estate fuori dalla normalità climatica del Mediterraneo – ha spiegato il metereologo Luca Mercalli – è stata nel 2003, dopo ci sono state quelle del 2012 e del 2015 anche se un po’ meno calde e questa del 2017 che già oggi ha tutti gli ingredienti per diventare forse la terza più calda della storia. Questi fenomeni nei prossimi anni diventeranno sempre più frequenti, sempre più lunghi e toccheranno picchi più alti. Adesso il nostro massimo in Pianura Padana è 40 gradi C, al Sud sui 45 gradi, fra 20 anni il picco massimo potrebbe essere di 45 in Pianura Padana e 50 in Sicilia”.

E ha aggiunto: «Ci sono già zone del mondo dove le simulazioni dicono che a fine secolo si arriverà alla invivibilità fisica ovvero a quelle condizioni di calore e umido dove non è più possibile la sopravvivenza del corpo umano».

E proprio nel bel mezzo di questa ondata di calore è arrivato l’Earth overshoot day, accolto dai più tra un ombrellone, una sedia-sdraio in spiaggia e una birra ghiacciata. Il 2 agosto abbiamo finito tutte le risorse della Terra che avremmo dovuto “consumare” in un anno, quindi da ora fino al 31 dicembre andremo a “debito”, eroderemo ogni margine residuo. E sono anni che andiamo avanti così, peggiorando continuamente. Per spiegarla ancora più chiaramente, ogni anno il Global Footprint Network calcola l’impronta ecologica dell’umanità (le nostre necessità di risorse da aree agricole, pascoli, foreste, aree di pesca e spazio per le infrastrutture e per assorbire il biossido di carbonio, la CO2), e la confronta con la biocapacità globale, ossia la capacità dei sistemi naturali di produrre risorse e assorbire biossido di carbonio. Secondo questi dati, dagli inizi di agosto sino alla fine dell’anno, soddisferemo la nostra domanda ecologica dando fondo alle risorse (il capitale) e accumulando gas ad effetto serra nell’atmosfera. Il calcolo è del Global Footprint Network, evidenzia come ogni anno questa giornata cada sempre prima a causa dell’aumento dei consumi mondiali . L’anno scorso era stata celebrata l’8 agosto, due anni fa il 13 agosto, nel 2000 a fine settembre. Se tutti gli abitanti del globo vivessero come gli italiani ci sarebbe bisogno di 2,6 Terre per sostenerne i consumi. In questo elenco siamo decimi al mondo, mentre al top ci sono Australia (5,2 pianeti), Stati Uniti (5) e Corea del Sud (3,4). Invece per soddisfare con risorse nazionali solo la domanda degli italiani ci sarebbe bisogno di 4,3 «Italie». In questo siamo al quarto posto dopo Corea del Sud (8,8), Giappone (7,1) e Svizzera (4,3).

Fonte: ilcambiamento.it

Biocombustibili di seconda generazione per le auto del futuro. Il progetto Horizon 2020 “FLEDGED” coordinato dal Politecnico di Milano

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Il progetto Horizon 2020 FLEDGED, coordinato dal Politecnico di Milano, intende sviluppare un nuovo processo per la produzione di dimetiletere (DME), che ha proprietà fisiche simili al GPL, da biomassa di seconda generazione cioè biomassa legnosa, residui agricoli o rifiuti, quindi non in competizione con il mercato alimentare. La riduzione delle emissioni di CO2 dal settore dei trasporti è un obiettivo chiave delle politiche di sviluppo dell’Unione Europea. Una sempre maggiore diffusione di combustibili di origine biologica è una delle vie più promettenti per raggiungere questo obiettivo, soprattutto nel breve-medio termine grazie ad alcuni vantaggi rispetto a sistemi alternativi (quali ad esempio la mobilità elettrica o ad idrogeno). Infatti, l’utilizzo di biocombustibili consente di sfruttare l’infrastruttura esistente per il trasporto e lo stoccaggio del combustibile e non richiede modifiche, se non minime, alle autovetture già presenti sul mercato. Il progetto Horizon 2020 FLEDGED (FLExible Dimethyl ether production from biomass Gasification with sorption enhancED processes), coordinato dal Politecnico di Milano, intende sviluppare un nuovo processo per la produzione di dimetiletere (DME) da biomassa di seconda generazione (cioè biomassa legnosa, residui agricoli o rifiuti, quindi biomassa non in competizione con il mercato alimentare). Il DME, che ha proprietà fisiche simili al GPL, è un combustibile molto promettente per il settore dei trasporti ed è oggetto di importanti sperimentazioni da parte di importanti costruttori nell’utilizzo finale su automobili e veicoli pesanti. Il DME può essere utilizzato nei motori diesel esistenti con minime modifiche, in modo efficiente e senza emissioni di particolato.

Il progetto FLEDGED, iniziato a novembre 2016, riunisce un gruppo di lavoro internazionale a cui partecipano 3 università, 3 centri di ricerca e 4 aziende di 7 nazioni europee (Italia, Olanda, Spagna, Germania, Finlandia, Francia e Svizzera) coordinati dal Politecnico di Milano. “L’obiettivo di FLEDGED”, spiega il Coordinatore Matteo Romano, “è quello di dimostrare in laboratorio le due tecnologie chiave di questo innovativo processo di conversione della biomassa in DME, in modo da porre le basi per la successiva dimostrazione in un impianto pilota completo.

Le tecnologie innovative oggetto della ricerca sono il processo di gassificazione (cioè la conversione della biomassa solida in un gas) e il processo di sintesi del DME dal gas prodotto. Entrambi consentono di ottenere un processo globalmente più semplice e compatto, più economico rispetto a quelli tradizionali, adatto sia ad impianti di grande taglia, sia ad impianti di media-piccola taglia”.

Il progetto, della durata di 4 anni, ha ricevuto un finanziamento di 5,300,000 € dal programma Horizon 2020 dell’Unione Europea.

Fonte: ecodallecitta.it

Uccisa l’orsa Kj2: non è pensabile condannare a morte un animale perché… non è un peluche!

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Come molti si attendevano e come molti ambientalisti ormai intuivano, dopo qualche giorno di melina, l’orsa Kj2 è stata uccisa in Trentino. Il motivo? Aveva aggredito un uomo, almeno stando alla ricostruzione (unilaterale) dei fatti. Condannare a morte un animale perché non è un peluche ai nostri ordini è un gesto che chiede giustizia. Che gli orsi non siano esattamente quegli innocui e tranquilli oggettini di peluche con cui giochiamo quando siamo bambini, c’era da sospettarlo. Qualche idea in proposito poteva venirci anche solo conoscendo un po’ meglio o leggendo qualcosa qua e là di questi meravigliosi mammiferi. Già, perché si tratta di mammiferi. Come noi. Splendidi animali, fatti di carne, ossa e istinti. Anche di attacco e di difesa se necessario. Ma l’essere umano, il più spietato e il più pericoloso tra gli esseri viventi, vale la pena ricordarlo, non può concepire un’idea del genere. L’orsa Kj2 è stata barbaramente uccisa perché considerata pericolosa, colpevole di mettere a rischio la cittadinanza, l’Uomo, il signore e padrone della natura in tutte le sue forme. Un animale si difende se attaccato o se crede di esserlo. Nessun animale se ne va in giro per il mondo a uccidere e distruggere tutto ciò che di vivo gli capiti a tiro. In questo è maestro indiscusso l’essere umano che ne dà prova ogni giorno, nella nostra avanzatissima società in ogni momento del nostro “civilissimo” tempo. Forse i programmi di reinserimento dell’orso in alcune zone italiane non prevedevano che gli orsi bruni fossero animali come noi ma peluche e orsacchiotti, buoni per attirare un po’ di gente, per farsi buone pubblicità e per passare da ambientalisti? Chissà che cosa si immagina esattamente quando si pensa a un’orsa con i suoi piccoli. Forse a una mamma morbida e dolce con tre cuccioli da accarezzare e farci le coccole se ci capita di incontrarli sul nostro sentiero?

Uccidere un orso è un atto che chiede giustizia al cospetto della natura. Non è pensabile uccidere un animale condannandolo a morte con l’accusa di essere esattamente quello che è, erano immaginabili molte alternative perché questo non succedesse. Se l’orso è un animale pericoloso, significa che è necessario eliminare tutti gli altri orsi presenti nei nostri boschi (ben pochi esemplari, tra l’altro). Cosa si fa adesso? Si dà il via libera alla caccia e li si uccide uno dopo l’altro?

Nel 2001 mi trovavo nel British Columbia, in Canada, paese splendido di foreste a perdita d’occhio. Foreste abitate da orsi. Non c’era luogo che fosse bar, albergo, ristorante o punto informazioni senza i necessari avvertimenti su questi animali: come avvistarli, come rispettarli, come starne alla larga, come affrontare un eventuale incontro ravvicinato. E in ogni bosco o foresta in cui mi sono addentrata erano continue le segnalazioni sulla loro presenza o meno e sui pericoli cui ci si esponeva. Uomo avvisato, come si dice. Non orso ucciso. Sarebbe stata assurda anche solo l’idea. Abbiamo perso un’altra occasione. E ne avremo altre che non sapremo cogliere. Non abbiamo risolto un problema, abbiamo semplicemente fatto un altro bel passo avanti nella nostra “umanità” di arroganti e ciechi dominatori di ciò che ci circonda. Non abbiamo ancora capito, e chissà se mai lo capiremo, che proteggere le altre forme di vita significa proteggere noi stessi, il nostro stesso futuro, il nostro ambiente, la stessa sopravvivenza della nostra meravigliosa, e stupidissima, specie.

Fonte: ilcambiamento.it

Acqua: usi, consumi e sprechi

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In questa estate caldissima, caratterizzata da una grave siccità che ha messo in crisi quasi tutta la penisola, oltre all’agricoltura iniziano ad essere in grave difficoltà anche molte città che fino ad ora non avevano mai avuto problemi di approvvigionamento idrico. Ecco una scheda su usi, consumi e sprechi in Italia. In questa estate caldissima, caratterizzata da una grave siccità che ha messo in crisi quasi tutta la penisola, oltre all’agricoltura che sta attraversando uno dei momenti peggiori degli ultimi decenni, iniziano ad essere in grave difficoltà anche molte città che fino ad ora non avevano mai avuto problemi di approvvigionamento idrico. Emblematico il caso di Roma, dove Acea ha minacciato di razionare l’acqua per tre milioni di cittadini dopo che la Regione ha dovuto bloccare le captazioni dal lago di Bracciano arrivato al minimo storico della sua portata. In realtà a Roma, come in gran parte di altri grandi centri urbani, il problema non è tanto la siccità quanto la dispersione idrica, dovuta ad una rete vecchia e dissestata e ad una gestione aziendale poco efficiente.

Ecco una scheda su usi, consumi e sprechi dell’acqua in Italia:

Consumi pro capite

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2015 i cittadini italiani hanno consumato in media 89,3 metri cubi d’acqua a testa per uso potabile, pari a 245 litri al giorno. Un dato non irrisorio fa notare l’Unione Italiana Consumatori, anche se in calo rispetto ai 268 litri del 2012. Sempre l’Istat mostra tuttavia che i prelievi di acqua sono destinati solo per il 27,8% ad usi civili. Il 17,8% è per usi industriali, il 4,7 % per la produzione di energia termoelettrica, il 2,9% per la zootecnia ed il 46,8% per l’irrigazione delle coltivazioni. (“Decisamente prioritaria, quindi, una riconversione del sistema di irrigazione dei terreni agricoli, con metodi innovativi. Servono opere infrastrutturali, potenziare la rete di invasi capaci di raccogliere l’acqua piovana, praticare il riutilizzo delle acque e così via”)

Il problema della dispersione rimane il problema maggiore

Nel 2015 è andato disperso il 38,2% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia (dal 35,6% del 2012). Ovvio, quindi, che se già quasi il 40% dell’acqua non raggiunge gli utenti finali, il contributo che questi ultimi potranno dare per evitare sprechi si ridimensiona. A Roma, le perdite idriche totali sono pari al 44,1%, contro il 16,7% di Milano, il capoluogo di regione più virtuoso ed il 68,8% di Potenza, la peggiore in classifica. Una perdita giornaliera reale che, al netto degli errori di misurazione e degli allacciamenti abusivi, ammonta in Italia a circa 50 metri cubi per ciascun chilometro delle reti di distribuzione e che, secondo l’Istat, potrebbe soddisfare le esigenze idriche annue di 10,4 milioni di persone.

La situazione delle città capoluogo

In base al rapporto “Ecosistema urbano – 2016” (curato da Legambiente, Sole 24 Ore e dalla società di consulenza ambientale Ambiente Italia) la situazione in Italia è molto variegata. Lo studio prende in considerazione, tra le altre cose, la “dispersione della rete” – cioè il rapporto percentuale tra l’acqua che non viene consumata per usi civili, industriali e agricoli, e si presume quindi “dispersa”, e il totale dell’acqua immessa nella rete idrica – delle città capoluogo di Regione e di Provincia. Le performance migliori sono di Macerata (8,6% di dispersione), Pordenone (11,7%) e Monza (12%). Le peggiori di Campobasso (68%), Frosinone (75,4%) e Cosenza (77,3%). Roma, col 44,4%, si piazza settantaseiesima su 98 città analizzate, dietro a quasi tutte le altre grandi città italiane (con più di mezzo milione di abitanti): Milano è undicesima, col 16,7%; Genova trentatreesima, col 26,8%; Torino trentanovesima, col 27,9%, e Napoli settantaduesima, col 42,2%. Fa peggio solamente Palermo, ottantasettesima, col 54,4%. Nella capitale il peggioramento negli ultimi anni è evidente. Secondo il rapporto “Ecosistema urbano” del 2007 lo spreco era del 35%. Cinque anni dopo, in base al rapporto del 2012, era al 36%. Il balzo avviene nel 2014, quando (secondo il rapporto “Ecosistema urbano – 2015”) Roma è passata dal 35% al 42,5%.

La media italiana

La media della dispersione idrica dei capoluoghi considerati, secondo lo studio, è del 35% e l’anno precedente era del 33%. L’anno prima ancora – rapporto 2015 su dati 2014 – aveva invece fatto registrare un miglioramento della media, scesa dal 36% (dato 2013) ad appunto il 33%. La situazione italiana, guardando all’ultimo decennio, è comunque in via di peggioramento. Nel 2007 la media era passata dal 30% al 31%. Nel 2012 la media era sempre “superiore al 30%”. Adesso, dopo essere scesa dal 36% al 33%, è tornata al 35%. Questi dati trovano conferma anche dal Censis che, nel 4° numero del suo rapporto “Diario della transizione” del 2014, segnalava che “le perdite di rete in Italia sono pari al 31,9% […]”. Un dato leggermente inferiore a quello della media dei soli capoluoghi (36% nel 2013) ma sostanzialmente in linea. Il Censis, poi, in quell’occasione scriveva: “il confronto con i partner europei è impietoso: in Germania le perdite di rete sono pari al 6,5%, in Inghilterra e Galles al 15,5%, in Francia al 20,9%”.

Fonte: ecodallecitta.it