Rinasce il Mater-Bi. Arriva un nuovo concetto di packaging alimentare, tutto ‘Made in Italy’ e con prestazioni e caratteristiche uniche sul mercato mondiale

Dalla collaborazione tra Novamont, SunChemical Group,Ticinoplast e Uteco Group, – filiera di eccellenze industriali e tecnologiche tutta italiana – nasce un nuovo concetto di imballaggio alimentare, che risponde alla crescente domanda di packaging a minor impatto ambientale

Nasce un nuovo concetto di imballaggio alimentare, che risponde alla crescente domanda di packaging a minor impatto ambientale e che per prestazioni e caratteristiche non ha confronti sul mercato mondiale grazie alla collaborazione tra Novamont, SunChemical Group,Ticinoplast e Uteco Group. Condividendo i rispettivi know-how tecnologici è stata messa a punto una soluzione che combina la biodegradabilità, compostabilità dei materiali (biopolimeri, inchiostri, adesivi, prodotti barriera e substrati) a tecniche di estrusione, stampa e laminazione prime al mondo. Il film flessibile così ottenuto è ottimale per imballaggi alimentari avendo caratteristiche tecniche analoghe alle soluzioni attualmente adottate ma potendo – terminato l’uso – essere destinato alla raccolta della frazione umida ed essere avviato al successivo compostaggio industriale.

“Alle aziende è oggi richiesto uno sforzo congiunto che permetta di realizzare, lungo tutta la filiera e in tempi brevi, soluzioni sostenibili per il packaging alimentare – dice Fabio Deflorian, amministratore delegato di SunChemical Group Italia – In tale ottica, il contributo di innovazione che ciascun partner ha portato su materie prime, tecnologie di trasformazione, macchine da stampa, inchiostri, adesivi e coating è stato un elemento indispensabile per il successo dell’iniziativa”.
Il film flessibile in bioplastica Mater-Bi di Novamont, estruso con tecnologia Ticinoplast, viene trattato con lacca barriera Aerbloc Enhance/SunChemical, stampato con inchiostri all’acqua Aqualam/SunChemical e laminato utilizzando un adesivo senza solvente compostabile SunLam/SunChemical tramite tecnologia di stampa e laminazione di Uteco Group.
Si tratta di una soluzione che abilita la realizzazione di un ampio ventaglio di strutture laminate, adottabili per la realizzazione di molte tipologie imballaggi per alimenti su molteplici linee di confezionamento automatico, orizzontali e verticali, nonché varie buste preformate.

“In questo particolare momento in cui la spinta verso la sostenibilità è molto forte commenta Paolo Rossi, amministratore delegato di Ticinoplast – la collaborazione tra più aziende diventa elemento fondamentale per consentire di accelerare notevolmente il processo di innovazione tecnologica, portando alla realizzazioni di soluzioni adatte ad un imballaggio alimentare nel rispetto dell’ambiente”.

Concetti come riciclabilità ed ecodesign – anche grazie agli stimoli di un consumatore sempre più orientato a indirizzare le proprie scelte di acquisto e consumo verso prodotti confezionati con packaging meno ingombranti e più sostenibili – stanno modificando significativamente il settore dell’imballaggio e la vera sfida oggi è rendere semplice l’adozione di queste soluzioni.

“Grazie alla nostra filiera – commenta Aldo Peretti, presidente di Uteco Group – operatori del comparto del packaging e brand owner possono disporre di un “one-stop-shop” in cui ottenere la soluzione completa, a misura delle esigenze di ciascuno, senza dover spendere tempo ed energie nel selezionare singoli fornitori dei vari componenti necessari alla realizzazione della specifica soluzione”.

Fonte: ecodallecitta.it

Rapporto Civico 5.0 di Legambiente sull’efficienza energetica nei condomini

Dispersioni termiche, difetti murari, criticità nei consumi e sistemi elettrici pesano sulla bolletta delle famiglie e contribuiscono significativamente alle emissioni climalteranti . Il report dell’associazione. Tanti i temi legati alla sostenibilità affrontati nella XIII edizione del ForumQualenergia. Tra questi anche i temi dell’efficienza energetica e della sharing condominiale con la presentazione del X Rapporto di Civico 5.0 che mette al centro le opportunità di riqualificazione del patrimonio edilizio italiano, tornato in primo piano negli ultimi mesi grazie al superbonus del 110%. Un’opportunità unica per rilanciare, da un lato, i cantieri, dall’altro per consentire alle famiglie di ridurre la spesa energetica e rendere più salubri, sicuri e accoglienti gli spazi in cui vivono, contribuendo a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Importante, però, sottolinea Legambiente, che l’incentivo venga prorogato al 2025 e, soprattutto, che sia commisurato a migliori parametri ambientali, come per il caso del salto minimo di due classi energetiche oggi richiesto per l’accesso al superbonus e ritenuto insufficiente dall’associazione O ancora su come vengono indirizzati gli incentivi. Oggi, infatti, vista l’emergenza climatica che abbiamo di fronte, non è più ammissibile incentivare sistemi a fonti fossili allo stesso modo delle rinnovabili. È il caso delle caldaie.  In Italia, il 27% delle emissioni climalteranti e il 28% dei consumi arriva proprio dal settore civile con 47 Mtep di energia, in crescita, per una spesa di 40,8 miliardi di euro per le famiglie. Come racconta Istat, la voce più rilevante dei consumi energetici (il 70%) è quella dei consumi termici, ossia riscaldamento e raffreddamento; mentre la bolletta elettrica pesa per il 34% sulla spesa complessiva media a famiglia, per un importo pari a 47,31 euro al mese. Sul fronte sicurezza, si stima che nel nostro Paese siano oltre 400 mila gli edifici costruiti abusivamente, mentre il 60% degli immobili a uso residenziale presenti ha più di 45 anni ed è stato realizzato prima della legge sul risparmio energetico e di quella sulla sicurezza statica.  Da questi e altri numeri muove la campagna Civico 5.0 di Legambiente che oggi ha presentato il suo rapporto 2020 sull’efficienza energetica nell’edilizia, a cura di Katiuscia Eroe e Sibilla Amato. Un lavoro frutto di analisi mirate che si arricchisce di nuovi studi ed esperimenti, raccogliendo anche le migliori buone pratiche in giro per l’Italia.  Un lavoro partito nel 2014 con la campagna termografica “Tutti in classe A” finalizzata a comprendere lo stato di salute del patrimonio edilizio italiano e ad evidenziarne le capacità di isolamento termico e che prosegue, dal2018 con la campagna Civico 5.0 che mira ad approfondire l’impronta energetica e climatica delle famiglie e dei condomini , analizzando difetti di comportamento di pareti e strutture, ma anche inquinamento indoor e acustico, controlli su gas di scarico delle caldaie ai consumi elettrici. Un’analisi che negli ultimi due anni ha coinvolto 61 famiglie in 38 condomini di 18 città. 

“I monitoraggi da noi condotti confermano l’urgenza di un intervento di riqualificazione del patrimonio edilizio – spiega Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente – Analisi utili a orientare soluzioni basate su sostenibilità ed efficientamento energetico, capaci di migliorare in modo significativo la quotidianità dei cittadini in termini di qualità ambientale degli spazi in cui vivono, oltre che di risparmio economico. Vogliamo ricordare, infatti, come intervenire in questo settore rappresenti una delle politiche di welfare più importanti e di sostegno concreto per le famiglie che vedranno non solo ridursi le bollette, ma beneficeranno anche di un maggiore comfort abitativo. A tale scopo, però, è importante non solo prolungare il superbonus al 2025, ma anche commisurare l’incentivo più generoso al mondo a migliori parametri ambientali: non è possibile vedere incentivate le caldaie a fonti fossili allo stesso modo delle pompe di calore o accontentarsi del salto di due classi energetiche”.  

“Tra pochi mesi l’Italia dovrà rimettere mano al Piano nazionale integrato energia e clima per renderlo adeguato ai nuovi e più ambiziosi target europei – commenta il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini – La sfida è arrivare a riqualificare almeno 30 mila condomini entro il 2025 in cui ridurre in modo significativo i consumi energetici a vantaggio delle famiglie e dell’ambiente. Pertanto, secondo noi, la prima mossa da compiere è il prolungamento fino al 2025 del superbonus, per dare continuità agli interventi ma renderli anche più efficaci rispetto agli obiettivi energetici e sociali. Dobbiamo valorizzare le risorse di Next Generation EU per far diventare la riqualificazione edilizia il cuore del rilancio post Covid del Paese”. Legambiente propone quindi il suo decalogo per rivedere il superbonus del 110% e accelerare i cantieri della riqualificazione energetica e antisismica. 

Il rapporto della seconda edizione (2019/2020) della campagna di Civico 5.0 è scaricabile qui:

Rapporto Civico 5.0 2020 SCARICA

Fonte: ecodallecitta.it

“Più camminiamo, più alberi piantiamo lungo la via Francigena”: la missione degli Psicoatleti

“Più camminiamo, più alberi piantiamo”: è questo il motto del progetto “Arianuova” lanciato dallo scrittore Enrico Brizzi e dalla sua associazione Psicoatleti, allo scopo di condividere il sogno di avviare una riforestazione di alcuni tratti della Via Francigena restituendo un’aria più pulita alla Pianura Padana e promuovendo la pratica del viaggio ecologico per eccellenza: il cammino. Viaggiare con lentezza alla scoperta dell’Italia. Godere delle bellezze che i nostri territori ci offrono e, in cambio, restituire loro qualcosa. Questa è la missione degli Psicoatleti, che nascono nel 2004 da un’idea dello scrittore Enrico Brizzi, condivisa con un pugno di buoni amici appassionati di “escursionismo, narrativa e rock ‘n’ roll”.

Oggi sono oggi un’associazione strutturata che conta un centinaio di iscritti provenienti da tutta Italia, accomunati dall’idea che viaggiare a piedi sia il modo migliore per conoscere un territorio, la sua gente e la sua cultura. Alcuni dei loro viaggi durano giorni, altri settimane o addirittura mesi. Come ci racconta Edoardo Rosso, vicepresidente dell’associazione, «molti dei nostri viaggi nascono da ispirazione legate alla storia e alla cultura dei luoghi». Proprio come nel caso della via Francigena che accompagna i viaggiatori lungo i suoi meravigliosi borghi dimenticati, alla scoperta di sapori autentici e di paesaggi incantevoli, da attraversare con lentezza.

«Crediamo che la promozione del turismo lento possa permettere un vero e proprio rilancio dei territori, a partire da azioni di tutela ambientale, di ripristino e di conservazione delle aree verdi. In questi anni, viaggiando a piedi, abbiamo ricevuto tantissimo in termini di sensazioni, esperienze e ricordi. Allora ci siamo chiesti: cosa possiamo fare per restituire qualcosa di buono al mondo dei cammini?».

La risposta degli Psicoatleti non si è fatta attendere e così hanno lanciato il progetto “Arianuova”, una campagna di crowdfunding per avviare la piantumazione di alberi lungo la Via Francigena e realizzare una riforestazione locale e diffusa promuovendo la pratica del viaggio ecologico per eccellenza: il cammino.

L’obiettivo degli Psicoatleti è ora quello di raccogliere fondi per acquistare alberi da mettere a dimora, in particolare lungo il tratto padano e pianeggiante della Via Francigena, in corrispondenza della Pianura Padana. Come ci spiega Edoardo, «come ben sappiamo, la Pianura Padana è una delle zone più inquinate di Italia e d’Europa. Durante i nostri viaggi ci siamo accorti che camminare in questi sentieri spesso ci espone a kilometri senza alcun riparo dal sole e per questi motivi non possiamo godere appieno della sua bellezza. Così gli Psicoatleti acquisteranno e pianteranno 500 nuovi alberi lungo la Via Francigena che saranno un dono per i futuri pellegrini.

Il progetto, patrocinato dall’Associazione Europea delle Vie Francigene, vede la collaborazione degli Psicoatleti con l’associazione di volontariato Piantumazione Selvaggia, che si occupa di riforestazione urbana e che nasce dal desiderio di due amici di riportare il verde dentro le città, attraverso la messa a dimora di piante autoctone. Saranno proprio loro a offrire consulenze tecniche sulla scelta, la piantumazione e la manutenzione degli alberi per i primi anni di vita, assicurandosi che i nuovi alberi possano rimanere in salute. Il viaggio a piedi diventa in questo modo un atto creativo-generativo: i pellegrini sono accompagnati da alberi che donano refrigerio e filtrano l’aria assorbendo smog e restituendo ossigeno. Attualmente l’associazione è in contatto con alcuni Comuni che si trovano lungo la Via Francigena come nel caso di Pavia o Piacenza, con i quali stanno prendendo accordi per individuare le zone dove piantumare.

Come ci racconta Edoardo, «abbiamo in programma di iniziare la piantumazione con l’arrivo della primavera, nel mese di marzo. Ci piacerebbe organizzare un evento pubblico in ogni Comune in cui ci troveremo e anche i cittadini non camminatori potranno prendere parte a queste giornate. Pensiamo che consumare anidride carbonica e restituire ossigeno sia un gesto di cui possono goderne tutti e non solo coloro che cammineranno lungo la strada».

È possibile partecipare alla campagna di crowdfunding per il progetto “Arianuova” fino al 31 dicembre sulla piattaforma Ideaginger.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/psicoatleti-camminiamo-alberi-piantiamo-lungo-via-francigena/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Manu Manu Riforesta! In Salento si piantano alberi per combattere monocolture e desertificazione

Il territorio salentino è fortemente minacciato dalla desertificazione, dal fenomeno del disseccamento rapido delle piante, dal batterio della Xylella e dallo sfruttamento scellerato del territorio anche attraverso l’uso massiccio di pesticidi. Per combatterli è nata dal basso Manu Manu Riforesta!, un’associazione che porta avanti un progetto di piantumazione di una foresta nella storica area dei Paduli e che, anche attraverso l’espressione artistica, si batte per difendere la biodiversità del territorio.

 “Il Salento è nudo, ha perso le sue chiome, ha perso il suo ossigeno, ha perso la sua ombra. Vogliamo piantare alberi, ricreare la biodiversità, contrastare la desertificazione, lasciare un’Eredità Verde a chi verrà dopo di noi”.

Da millenni l’arte accende le coscienze, risveglia gli animi più intorpiditi, smuove montagne con la forza delle immagini e delle parole. È arte raccontare una storia, volteggiare con leggiadria su un palco o scattare una foto. Ma è arte anche piantare un albero. La creatività artistica è ciò che ha ispirato gli attivisti e le attiviste di Manu Manu Riforesta!, il progetto che sta cercando di difendere il Salento dallo scempio di chi, ormai da decenni, vede la sua Natura un tempo rigogliosa come un mero serbatoio di risorse da sfruttare. In collaborazione con Ada Martella, responsabile comunicazione dell’associazione, abbiamo approfondito il discorso, coinvolgendo anche Bruna Rotunno, fotografa, regista e autrice del cortometraggio “Canto e Controcanto”, realizzato per ManuManu Riforesta!.

Alcuni soci dell’associazione in un’immagine della campagna della campagna fotografica “Ritratti di Manu Manu” (foto di Basilio Puglia CRIO VISION) 

Com’è nata l’associazione e con quali finalità?

Manu Manu Riforesta! si è costituita nell’inverno del 2019, quando un gruppo di amici molto affiatati e attivo già da decenni nell’ambito delle numerose urgenze ambientali ha deciso di cambiare strategia: non solo combattere per difendere, ma creare. Fare una foresta qui in Salento, dove è in corso una catastrofe ambientale: 11 milioni di ulivi sono moribondi, hanno perso completamente le loro chiome, non producono più ossigeno e non fanno più ombra a una terra in corso di desertificazione da decenni. Come agiredunque? Seguendo il motto salentino: manu manu, ossia piano piano. Perché bisogna avere molta pazienza quando hai come obiettivo quello di creare una foresta, i cui tempi non sono propriamente quelli di una generazione umana. Perché ci vuole tempo per ritrovare l’abitudine a piantare alberi che i salentini hanno perso da generazioni, perché si sono trovati con un patrimonio di ulivi centenari e perché la mania della monocoltura è entrata nel loro DNA. L’intento dell’associazione è quello di contrastare la monocoltura e ricreare la biodiversità realizzando una agro-foresta, dove ci sia spazio per boschi di querce, roverelle, carpini, frassini, ma anche per frutteti minori, macchia mediterranea, piccoli orti. Con la certezza che la biodiversità, attraverso la rigenerazione dei suoli impoveriti – martoriati negli ultimi quarant’anni da pesticidi, diserbanti, discariche abusive, falde acquifere prosciugate con centinaia di pozzi abusivi – possa essere l’unica via per salvare i milioni di alberi di ulivi gravemente ammalati, manu manu. Manu Manu Riforesta!, il punto esclamativo rafforza l’intento e richiama all’urgenza di fare qualcosa per ridare ossigeno al Salento e lasciare un’eredità verde a chi verrà dopo di noi. Con l’aiuto delle comunità locali, degli enti locali e di tutti coloro che hanno a cuore l’ossigeno del pianeta.

Qual è la provenienza di chi partecipa all’iniziativa? Come vi siete incontrati?

Il terreno comune dei soci è stata l’esperienza della battaglia ambientalista ultra decennale contro il progetto di una gigantesca autostrada inutile, la s.s.275 Maglie – S.M. di Leuca, una maxi-speculazione cementizia ai danni del Basso Salento. Ed è il Capo di Leuca – il finibus terrae – il luogo di provenienza della maggior parte di loro, anche se alcuni sono salentini adottati, francesi, austriaci, tedeschi o nord italiani che hanno deciso di mettere radici in Salento, in tutti i sensi!

Prima piantumazione di Manu Manu Riforesta! nel terreno dei Kurumuni

Puoi descriverci le caratteristiche le caratteristiche della zona dei Paduli? Perché secondo voi è così importante recuperarla?

Il paesaggio che vediamo oggi – distese interminabili di ulivi – e che caratterizza il Sud della Puglia non è sempre stato così. Fino a non molto tempo fa, il Salento era ricco di boschi. Uno di questi era l’antico Bosco Belvedere, oggi noto come Paduli, una foresta plurimillenaria risalente al periodo post-glaciale. Con i suoi settemila ettari, nel cuore del Basso Salento era un vero paradiso della biodiversità e ospitava ogni tipo di querce, frassini, olmi, carpini, castagni, piccole paludi, frutteti. Fu letteralmente spazzato via a partire dalla metà dell’800, quando venne introdotta la monocoltura dell’olivo. La necessità era quella di soddisfare la richiesta delle grandi capitali europee di illuminare le strade con l’olio lampante, prima che venisse scoperto il petrolio. La caratteristica del Paduli è che la sua perimetrazione è rimasta invariata nel tempo – la foresta di querce venne sostituita con una ‘foresta’ di ulivi – così da aver sempre rappresentato il polmone verde di questo lembo di terra chiuso tra due mari. Ma questo polmone ora non è più verde, non produce più ossigeno, per via del problema del CoDiRO (disseccamento rapido) aggravato dal batterio Xylella che ha colpito gli ulivi.

All’interno dell’area meridionale dei Paduli è stato disegnato un cerchio ideale che rappresenta il campo d’azione del progetto Manu Manu Riforesta!. Il “cerchio rosso” racchiude circa 300 ettari di uliveti ammalati, molti di quali in stato di abbandono, ma con qualche sparuta e preziosa presenza di querce centenarie, memoria dell’antico bosco. Ed è proprio con le ghiande di questi patriarchi sopravvissuti che è stata avviata la “nursery di comunità”, coinvolgendo le comunità locali e con la collaborazione dell’Università di Lecce e del suo Orto Botanico, per coltivare la futura foresta. C’è poi un vero e proprio gioiello all’interno del “cerchio rosso”: l’area Padula Mancina, designata dal Progetto Europeo Habitat come area ZSC (Zone di Speciale Conservazione) poiché include tre stagni temporanei di particolare pregio paesaggistico. Uno di essi, il Bosco Don Tommaso, è il primo terreno acquistato da Manu Manu Riforesta!, grazie alla campagna di donazioni avviata nell’estate di quest’anno.

La creatività è un aspetto centrale nel vostro progetto: perché questa scelta?

Cosa accade quando si è testimoni di una catastrofe ambientale, paesaggistica, sociale ed economica? Si mette in moto l’immaginazione che, insieme all’istinto di sopravvivenza, fa sì che si possa arrivare a una visione che non miri unicamente a sostituire le piante malate, ma anche a creare un nuovo modello di paesaggio, agricoltura, turismo, economia, con tutto ciò che comporta sul piano sociale. I visionari per eccellenza sono i creativi e la Riforestazione è un atto creativo. All’interno di Manu Manu Riforesta! molti dei soci sono musicisti, attori, scrittori, fotografi, videomaker e la stessa presidente dell’associazione – Ingrid Simon – è un’artista visiva, ma tutti hanno l’uso di piantare e coltivare, poiché hanno un giardino o un’azienda agricola. La riforestazione, dunque, diventa un progetto complesso, articolato, poiché il lavoro di agro-forestazione – studio del territorio, pianificazione delle piantumazioni, cura delle stesse – si interseca e si somma con quello di coinvolgimento delle comunità attraverso la divulgazione tramite il sito, le pubblicazioni, il cortometraggio, le interviste agli anziani contadini e così via. La riforestazione è un’urgenza percepita da chiunque stia vivendo l’apocalisse degli ulivi, poiché – prendendo in prestito un verso del poeta Salvatore Toma – “[…] il selvatico che è in noi prevarrà”. Lo dimostra l’effetto “Pronto, Manu Manu?”: centinaia di messaggi e telefonate – attraverso la pagina facebook molto attiva – come se l’associazione stessa fosse diventata un elemento attrattore di tutte le speranze di verde che nessuno ha mai raccolto. Tra i tanti che offrono piante, braccia per coltivare, terreni per riforestare, ci sono anche i creativi, gli artisti che mettono a disposizione di Manu Manu Riforesta! la propria professionalità. Così è nato il progetto del cortometraggio “Canto e Controcanto”, scritto e diretto da Bruna Rotunno e con il ballerino solista della Scala Gabriele Corrado, e diversi altri progetti messi in cantiere.

Puoi raccontarci qualcosa di più sul cortometraggio “Canto e Controcanto” che sarà trasmesso il 15 dicembre?

(Risponde Bruna Rotunno, che ha scritto e diretto il cortometraggio) Vivo in Salento per metà dell’anno e ho visto morire uno a uno i miei ulivi centenari senza poter far nulla. Durante una piacevole serata salentina, la scorsa estate, ho conosciuto alcuni dei volontari dell’associazione Manu Manu Riforesta! e sono venuta a conoscenza del loro progetto e della loro caparbia e accorata visione. Il giorno dopo ho visitato con loro i terreni che avevano acquisito, ove già erano presenti alcuni alberi appena piantumati, affianco a oliveti secchi e bruciati. È scoppiata una scintilla di emozionante ed empatica intesa col progetto Manu Manu. Basta sconforto e staticità davanti ai milioni di ulivi morti….è tempo di fare qualcosa, tutti. È nata cosi l’idea di un film da girare nei territori distrutti dall’apocalisse del CodiRo e della Xylella. Anche il ballerino solista della Scala Gabriele Corrado, salentino, aveva avuto modo di conoscere il progetto e innamorarsene, mettendosi a disposizione per eventuali iniziative a sostegno di Manu Manu Riforesta! Al team del corto si è aggiunto il violoncellista Redi Hasa, anch’esso residente in Salento da vent’anni, che ha messo a disposizione alcuni brani tratti dal suo disco appena uscito. Rachele Andrioli, magica voce salentina, è entrata nel team come vocalist. Fabrizio Saccomanno, attore e regista teatrale, ha prestato la sua voce narrante. Il film mostra la realtà dell’annullamento quasi totale del patrimonio storico degli ulivi, ma anche la possibilità di evolvere da una situazione drammatica attraverso la creatività e l’azione mirata alla rinascita delle antiche foreste preesistenti. Gli occhi e i movimenti di Gabriele Corrado ci conducono attraverso la desolazione dei territori dove gli olivi sono seccati, eradicati, carbonizzati, per arrivare alla verde rinascita della zona Viva, nella quale si sta attuando il progetto di Manu Manu Riforesta! Ombra e luce, distruzione e rinascita, morte e vita. Canto e Controcanto.

Bruna Rotunno nel backstage del cortometraggio (foto di Ada Martella)

Cosa può fare chi ci legge per sostenere la causa che portate avanti?

Manu Manu Riforesta! è un’associazione senza scopo di lucro, i cui soci prestano le proprie braccia e le proprie professionalità per realizzarne gli intenti. Acquisire i terreni abbandonati, piantumare, la cura nel tempo, il lavoro di divulgazione per sensibilizzare e mettere in atto la “forza centripeta dei Paduli”: riportare le comunità in quel territorio che un tempo era un paradiso della biodiversità e che ora è un luogo quasi del tutto abbandonato. Ad oggi, i terreni acquisiti – acquistati, donati o in comodato d’uso – coprono un’area di poco più di 6 ettari, il progetto-pilota di tre anni prevede di arrivare a 6 ettari. Per questo abbiamo bisogno di aiuto. È semplice, basta visitare il nostro sito e con un semplice click su DONA ORA chiunque potrà contribuire a ridare ossigeno al Salento.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/manu-manu-riforesta-salento-alberi-combattere-monocolture-desertificazione/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Via libera del Parlamento Ue alle nuove regole per migliorare la qualità dell’acqua del rubinetto e ridurre i rifiuti di plastica

La direttiva sull’acqua potabile approvata in via definitiva dal Parlamento darà un migliore accesso all’acqua di rubinetto di alta qualità, anche per i gruppi vulnerabili. Martedì 15 dicembre, il Parlamento europeo ha approvato l’accordo con i Paesi UE sulla nuova direttiva sull’acqua potabile. Il testo legislativo è stato adottato in seconda lettura, senza emendamenti. Le nuove regole, che mirano a offrire acqua di rubinetto di alta qualità in tutta l’UE, sono la risposta alle richieste di oltre 1,8 milioni di europei che hanno firmato la prima iniziativa europea dei cittadini di successo, “Right2Water“, a sostegno del miglioramento dell’accesso all’acqua potabile sicura. Gli Stati membri dovranno garantire la fornitura gratuita di acqua negli edifici pubblici e dovrebbero incoraggiare ristoranti, mense e servizi di catering a fornire l’acqua ai clienti gratuitamente o a basso costo. I Paesi UE dovranno inoltre adottare delle misure per migliorare l’accesso all’acqua per i gruppi vulnerabili, come i rifugiati, le comunità nomadi, i senzatetto e le culture minoritarie come i Rom.

Monitoraggio e miglioramento della qualità dell’acqua del rubinetto

Per consentire e incoraggiare le persone a bere l’acqua del rubinetto piuttosto che l’acqua in bottiglia, la qualità dell’acqua sarà migliorata imponendo limiti più severi per alcuni inquinanti, tra cui il piombo. Entro l’inizio del 2022, la Commissione redigerà e monitorerà un elenco di sostanze o composti. Tra queste vi saranno i prodotti farmaceutici, i composti che alterano il sistema endocrino e le microplastiche. Inoltre la Commissione stilerà un elenco UE dove saranno indicate le sostanze autorizzate a venire a contatto con l’acqua potabile.

“Vent’anni dopo l’entrata in vigore della prima direttiva sull’acqua potabile – commenta il relatore Christophe Hansen – è giunto il momento di aggiornare e stringere la soglia per alcuni contaminanti, come il piombo. Per il Parlamento europeo, era della massima importanza che la nuova direttiva rendesse la nostra acqua potabile ancora più sicura e tenesse conto delle nuove sostanze inquinanti. Accolgo quindi con favore le disposizioni della direttiva per le microplastiche e gli interferenti endocrini come il bisfenolo A”.

Secondo la Commissione europea, un minore consumo di acqua in bottiglia potrebbe aiutare le famiglie dell’UE a risparmiare più di 600 milioni di euro all’anno. Se la fiducia nell’acqua del rubinetto migliora, i cittadini possono anche contribuire a ridurre i rifiuti di plastica dell’acqua in bottiglia, il che ridurrebbe anche i rifiuti marini. Le bottiglie di plastica sono uno degli articoli di plastica monouso più comuni che si trovano sulle spiagge europee.

Prossime tappe

La direttiva entrerà in vigore 12 giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Entro due anni dalla sua entrata in vigore, gli Stati membri apporteranno le modifiche necessarie agli ordinamenti nazionali per conformarsi alla direttiva.

Fonte: ecodallecitta.it

Un ritorno degli OGM in Italia? Le associazioni denunciano “il colpo di mano”

Mentre l’attenzione pubblica è totalmente concentrata sulla pandemia, il Governo propone alcuni decreti legislativi che di fatto introdurrebbero la coltivazione in Italia degli organismi geneticamente modificati, dopo 20 anni di agricoltura libera dagli OGM. Intervengono le associazioni che denunciano “il colpo di mano” e chiedono con forza il ritiro dei testi in discussione. Il Governo è in procinto di emanare tre decreti legislativi che, di fatto, introducono la coltivazione degli OGM in Italia, dopo 20 anni fuori dall’agricoltura italiana. I decreti, inviati per l’approvazione dal Governo alle Commissioni parlamentari per l’agricoltura, permetterebbero l’ingresso in Italia dei nuovi OGM (nuove tecniche di selezione varietale o NBT) in ambito frutticolo, vitivinicolo e delle sementi orticole. I punti dei decreti, spiega Il Salvagente, sono molto tecnici e riguardano materiali di moltiplicazione della vite e sugli innesti di piante ortive e da frutto in cui si normano i modi per produrre e commercializzare le varietà ottenute con la tecnica di ricombinazione genetica (NBT) che la Corte di Giustizia Ue equipara ai tradizionali ogm.

Foto di Markus Spiske tratta da Unsplash

Varie realtà lanciano l’allarme. «Queste proposte di decreti legislativi, sui quali il Parlamento può solo esprimere un parere non vincolante, vengono presentati come degli adeguamenti necessari al recepimento di direttive europee – scrive l’Associazione Rurale Italiana – Niente di più lontano dal vero: la legislazione europea sulle sementi è solo all’inizio del suo processo di revisione, e appare del tutto ingiustificato procedere ad una riforma parziale e arraffazzonata delle leggi sementiere italiane, per di più per decreto, senza alcuna nuova base normativa europea e adducendo motivazioni poco chiare legate alla protezione fitosanitaria. Fino ad ora, inoltre, la legislazione italiana ha trattato gli OGM come un argomento ben distinto dalla normale regolamentazione agricola, con responsabilità e controlli operati in cooperazione con i ministeri dell’Ambiente e della Salute. Il Ministero dell’Agricoltura non può tentare di avocare di fatto a sé tutta questa materia. Riscrivere la legge sementiera interrompendo 20 anni di agricoltura libera da OGM, caratterizzata dalla crescita del biologico e dalla garanzia di “GMO free” per i suoi prodotti sul mercato mondiale, senza alcun dibattito e in palese contraddizione con le leggi italiane esistenti, appare ancor più grave se si pensa al momento in cui essa è stata proposta: il classico colpo di mano natalizio, che questa volta cerca di sfruttare la terribile crisi sanitaria e socio-economica provocata dalla pandemia per stravolgere l’agricoltura italiana senza che l’opinione pubblica ne sia al corrente».

Anche Isde, European Consumers, Navdanya International e Gruppo Unitario per le Foreste Italiane prendono posizione in merito ai decreti «di fatto, introducono la coltivazione degli OGM in Italia contro il volere della generalità dei cittadini, senza dibattito alcuno, senza confronti e approfondimenti con la collettività, ignorando sistematicamente le ragioni di chi con prove sperimentali e scientifiche ha dimostrato la pericolosità degli stessi OGM per la salute umana ed animale e per l’integrità e la salubrità dell’ambiente – affermano le associazioni – Si travolge, in concreto, con inopinate scelte, l’intero assetto agricolo italiano, introducendo, nel silenzio  generale, con un colpo di mano degno di miglior causa e con il metodo del fatto compiuto, una rivoluzione copernicana che per gravità ed effetti nocivi nel tempo supera di gran lunga la presente pandemia, considerando l’irreversibilità dell’inquinamento dei terreni che gli OGM producono, rendendo impossibile in futuro ogni coltivazione sia dei vegetali tradizionali che di quelli biologici».

Foto di Julian Hochgesang tratta da Unsplash

AIAB e Greenpeace chiedono con forza al Governo il ritiro dei testi in discussione, ai parlamentari in Commissione di bocciarli. «Temi del genere vanno discussi apertamente, nel rispetto della volontà dei cittadini e con trasparenza. Le proposte trattano in modo confuso temi complessi e delicati, tanto che si potrebbe pensare a una scarsa conoscenza della materia da parte dell’estensore. Si cerca infatti di regolamentare la commercializzazione in Italia di materiali geneticamente modificati (OGM) di cui è vietata la coltivazione, quindi la vendita. Peraltro in attesa di un quadro armonizzato in Europa alla luce della sentenza delle Corte di Giustizia Europea del 25/7/2018 e senza che sia ancora stato definito in maniera chiara il dispositivo normativo.  Ci sono molti delicati aspetti da chiarire non ultimo il divieto di coltivazione e l’obbligo di tracciabilità ed etichettatura dei prodotti derivanti. Per questo stupisce molto il silenzio assordante delle associazioni di categoria agricole di fronte alla frettolosa e approssimativa fuga in avanti».

«Totalmente dimenticate – continuano le associazioni – le sementi contadine evidentemente di scarso interesse commerciale ma di altissimo valore per tipicità, biodiversità e capacità di adattamento.  Così come non si tiene conto dei materiali evolutivi, meglio conosciuti come miscugli, che rientrano a pieno titolo nella normativa europea sul bio. Siccome è semplicemente offensivo pensare che al Mipaaf e nel Governo ci siano persone ingenue che ignorano, non solo il parere contrario, più volte espresso dai cittadini e dal mondo del biologico e dell’ambientalismo, ma leggi in vigore, sorge immediatamente il sospetto che ci sia in atto un nuovo tentativo fraudolento di sdoganamento di OGM travestiti da NBT. Altrimenti non si capisce perché si debba disciplinare la commercializzazione di sementi e materiali di propagazione che nel nostro paese non possono essere coltivati».

Sulla questione è intervenuta anche Interviene anche Cambia la Terra, coalizione che raccoglie FerderBio, Legambiente, Lipu, ISDE – Medici per l’Ambiente e WWF. «I decreti in discussione alla Commissioni Agricoltura – scrive la coalizione – con un colpo di mano, darebbero il via libera di fatto alla presenza di materiale geneticamente modificato in tutti i campi italiani».

«Mentre il Parlamento non dà il via libera alla legge sul biologico, in esame approvata alla Camera a larghissima maggioranza da ben due anni perché non rientra nelle urgenze legate alla crisi sanitaria, si trova il tempo e la volontà di discutere di una decisione che contrasta con il quadro giuridico complessivo – afferma Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, a nome del progetto partenariato di Cambia la Terra. “Si tratta di un passaggio totalmente privo di trasparenza. Il Parlamento e il Governo vogliono discutere della possibilità o meno di far ricorso a tecniche di ricombinazione genetica? Lo facciano apertamente, mettendo le carte in tavola e lasciando alle forze politiche, alle Regioni e ai cittadini la possibilità di essere informati e di discuterne con modalità e tempi adeguati».

«È un colpo di mano quello che si sta tentando, un colpo di mano pericoloso per gran parte del sistema agricolo. Il made in Italy è fondato su presupposti di alta qualità, e oggi l’Europa tutta sta puntando su un modello che vede al primo posto la cura dell’ambiente – aggiunge Mammuccini – Ma in ogni caso, la cosa che appare più grave è la totale mancanza di trasparenza su una decisione di questo genere, strategica per il futuro del nostro settore agroalimentare. Chiediamo quindi di eliminare dagli atti in discussione tutti gli aspetti normativi relativi all’iscrizione di varietà geneticamente modificate nei Registri delle varietà». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/ritorno-ogm-italia-associazioni-denunciano/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Green Deal, Piemonte e Puglia tra le regioni europee col maggior potenziale in tecnologie a basse emissioni

A dirlo è un nuovo studio di Bruegel, il think tank di Bruxelles specializzato in economia, secondo cui le due regioni italiane sono nel gruppo ristretto delle aree Ue più promettenti per la crescita di settori green. Il Piemonte e la Puglia possono svolgere un ruolo di primo piano nella ‘rivoluzione verde’ dell’Europa ma a patto che i governi locali sappiano sfruttare il potenziale del territorio. A dirlo è un nuovo studio di Bruegel, il think tank di Bruxelles specializzato in economia, che ha analizzato le condizioni per la crescita dei settori a basse emissioni di CO2 con più potenziale a livello regionale in Europa. In base a questa analisi, le due regioni italiane sono risultate essere nel gruppo ristretto delle aree Ue più promettenti per lo sviluppo delle tecnologie ‘verdi’.

Per consentire la decarbonizzazione – sostengono gli studiosi – la politica locale e nazionale dovrebbe mirare a rafforzare gli attuali punti di forza dei territori usando un approccio ‘orizzontale’ che consiste nel creare attività attorno a un settore preesistente per “farlo sbocciare e dare vita a un intero ecosistema” (anziché il più classico approccio ‘verticale’, di sostegno finanziario a singoli progetti ancorati al passato industriale). Così il Piemonte potrebbe sfruttare la capacità che già ha nelle filiere dell’elettrico e dei biocarburanti per diventare un centro innovativo di veicoli ‘green’.

Allo stesso modo, in Puglia potrebbero fiorire il settore dell’energia solare e quello dell’efficientamento energetico. “Non ha senso aspettarsi e applicare le stesse regole ovunque in Europa. Volendo fare politica industriale, è meglio non costruire torri d’avorio in mezzo al nulla, ma piuttosto realizzare qualcosa correlato a ciò in cui le regioni sono già ‘brave’ oggi”, spiega il ricercatore e co-autore dello studio Georg Zachmann. Secondo il quale i centri industriali locali vanno sviluppati e accresciuti “attorno a ciò che già si ha” sfruttando i massicci effetti dell’aggregazione. Nello studio, il think tank Ue fa anche riferimento alla Lombardia, che però – pur rappresentando la locomotiva d’Italia – non vanta una specializzazione in nessuna delle tecnologie analizzate “forse a causa del suo successo in molti settori diversi” osserva ancora Zachmann. Fra gli Stati membri, lo studio di Bruegel mostra che anche regioni svedesi, finlandesi e tedesche hanno un buon potenziale nel settore dei veicoli elettrici. Mentre per quanto riguarda l’efficientamento energetico, ci sono buone possibilità di sviluppo ovunque, compresi Est e Sud Europa. Ma – sottolineano gli studiosi – è soltanto l’inizio. Molti altri settori, tra cui agricoltura, trasporti e metalli, dovranno essere decarbonizzanti per avvicinarsi almeno all’azzeramento netto delle emissioni di gas serra stabilito nell’accordo di Parigi.

Per Zachmann, è importante non tanto dimostrare che una certa tecnologia incontrerà delle difficoltà in una certa regione, quanto identificare le risorse che già si hanno per puntare su quelle. In termini di finanziamento dell’Ue, un’idea interessante per il ricercatore è creare mercati per incentivare le nuove produzioni ‘verdi’ fra cui l’idrogeno, come è stato fatto in passato con le rinnovabili. 

Fonte: ecodallecitta.it

A novembre le fonti rinnovabili hanno coperto il 30% della domanda elettrica nazionale

In crescita le fonti di produzione fotovoltaica (+37,6%) e termica (+4,2%). In flessione a due cifre le fonti di produzione eolica (-51,4%) e idrica (-27%); di minore entità la diminuzione della fonte geotermica (-0,6%). A novembre i consumi elettrici italiani hanno registrato una sostanziale stabilità rispetto al mese precedente, nonostante la persistente incertezza dovuta all’emergenza sanitaria da Covid-19. Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale ad alta e altissima tensione, ha infatti rilevato una richiesta di energia elettrica pari a 25,5 miliardi di kWh, valore che, destagionalizzato e corretto dagli effetti di calendario e temperatura, risulta sostanzialmente invariato a livello congiunturale rispetto a ottobre 2020 (-0,3%). Per il secondo mese consecutivo, l’indice IMCEI che monitora i consumi dei clienti industriali, ha mostrato una variazione congiunturale positiva pari a +2,2% rispetto a ottobre e anche a livello tendenziale il valore è in crescita dell’1,1% rispetto a novembre 2019, a conferma di come l’industria sia maggiormente resiliente alla crisi rispetto al comparto dei servizi che risulta molto più impattato. In considerazione delle chiusure in atto nel Paese, la flessione della domanda elettrica di novembre è comunque contenuta rispetto a novembre 2019 (-1,5%; destagionalizzato e corretto dagli effetti temperatura -1,7%).

 Nel mese di novembre 2020 la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per l’83,6% con produzione nazionale e per la quota restante (16,4%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. In dettaglio, la produzione nazionale netta (21,5 miliardi di kWh) è risultata in diminuzione del 6,3% rispetto a novembre del 2019. In crescita le fonti di produzione fotovoltaica (+37,6%) e termica (+4,2%). In flessione a due cifre le fonti di produzione eolica (-51,4%) e idrica (-27%); di minore entità la diminuzione della fonte geotermica (-0,6%). Complessivamente nel mese di novembre le fonti rinnovabili hanno coperto il 30% della domanda elettrica nazionale. A livello territoriale, la variazione tendenziale di novembre 2020 è risultata negativa al Nord (-2,4%) e al Centro (-0,8%), e sostanzialmente uguale al Sud e Isole (-0,1%).

L’indice IMCEI elaborato da Terna – che prende in esame e monitora in maniera diretta i consumi industriali di circa 530 clienti cosiddetti energivori connessi alla rete di trasmissione elettrica nazionale (grandi industrie dei settori ‘cemento, calce e gesso’, ‘siderurgia’, ‘chimica’, ‘meccanica’, ‘mezzi di trasporto’, ‘alimentari’, ‘cartaria’, ‘ceramica e vetraria’, ‘metalli non ferrosi’) – ha fatto registrare una variazione tendenziale positiva che non si registrava da ottobre 2018: +1,1% rispetto a novembre 2019. In particolar modo, il recupero è stato guidato dai comparti dei materiali da costruzione (+4,6%), della meccanica (+3,3%), dei mezzi di trasporto (+3,2%) e della siderurgia (+1,1). Sul dato complessivo hanno influito negativamente i valori dei settori della chimica (-3,5%), della raffinazione e cokerie (-4,1%) e della cartaria (-6,4%). Analizzando separatamente i cosiddetti Clienti Puri (quelli che esclusivamente prelevano dalla rete) e gli Autoproduttori, la variazione tendenziale mostra un aumento rispettivamente dello 0,8% e del 3%. Nei primi 11 mesi del 2020 la domanda elettrica risulta in flessione rispetto al corrispondente periodo del 2019 (-5,8%, anche in termini rettificati). Da gennaio a novembre le fonti rinnovabili hanno coperto il 38% della domanda elettrica (37% nel 2019). Nel mese di novembre, la produzione da Fonti Energetiche Rinnovabili è in riduzione (-21,1%) rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In particolare, si registra un forte riduzione della produzione idroelettrica rinnovabile (-27,7%), della produzione eolica (-51,4%) e un aumento della produzione fotovoltaica (+37,6%) rispetto all’anno precedente.

A questo link è possibile consultare il Rapporto Mensile completo di Terna.

Fonte: ecodallecitta.it

Boscopiano: un gruppo di giovani realizza il sogno di far rivivere la propria valle

Sono giovani, pieni di entusiasmo e voglia di far conoscere a tutti il bellissimo territorio in cui vivono: si chiamano Giovanni, Diletta, Marta e Camilla e vivono in Val Borbera, in provincia di Alessandria. Per rilanciare il territorio, soggetto a un progressivo spopolamento, hanno dato vita a Boscopiano, un’area attrezzata che vuole essere non solo un luogo di socialità ma anche e soprattutto una “vetrina della valle”, capace di promuovere il turismo e tutte quelle attività di ristorazione, le botteghe e i piccoli negozi che rendono unico questo territorio. Esistono dei luoghi dove tutto è più bello, dove puoi trovare il punto giusto per ammirare un tramonto, dove l’acqua è più pulita e dove la natura si riappropria dei suoi spazi. Luoghi di estrema bellezza che aspettano solo di essere valorizzati. E proprio da queste suggestioni ha inizio la storia che vi raccontiamo oggi e che vi porta lontano, in una bellissima valle del Piemonte, la Val Borbera. Questo territorio, riconosciuto come area di interesse comunitario, ha subìto negli anni passati un progressivo spopolamento dovuto all’abbandono di molte famiglie, richiamate nei vicini centri urbani da nuove occasioni lavorative. Molti hanno lasciato questo territorio non vedendo alcuna possibilità, ma c’è chi, invece, ha deciso di scommetterci: Giovanni Moro, Diletta Leale, Marta Bisio e Camilla Cadella Bisio sono quattro giovani ragazzi e ragazze che amano la loro terra e proprio qui hanno deciso di rimanere, per rilanciare la Val Borbera in chiave turistica.

Foto di Fabio Passaro

Così tre anni fa Giovanni e Diletta hanno partecipato a un bando del Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale, tramite un bando del GAL Giarolo Leader, che dava un contributo economico per l’avvio, nella zona, di attività extra agricole in ambito turistico. «Quest’occasione è stata essenziale per iniziare. Noi siamo molto giovani, abbiamo tra i 21 e i 24 anni e quando abbiamo avviato questo progetto non avevamo esperienza pregressa, avevamo però tanta voglia di cambiare le cose. Il nostro obiettivo è stato sin dall’inizio quello di creare un valore condiviso che coinvolgesse le persone, le attività e il territorio».

Lo hanno chiamato Boscopiano e sorge in corrispondenza di un grande canyon formatosi dall’azione del torrente Borbera che, con le sue acque limpide, è il simbolo della valle. Qui i protagonisti della nostra storia hanno realizzato un’area pic-nic, un chiosco, un percorso che porta fino al greto balneabile, gestiti ora assieme a Marta e Camilla. Nella stagione calda, dalla primavera all’inizio dell’autunno, è operativo il bar, dove servono ottimi aperitivi che si basano sui prodotti naturali e biologici del territorio, per aiutare le attività locali e valorizzare le eccellenze gastronomiche che sono i simboli autentici della Val Borbera.

«Boscopiano, per come è strutturato, potrebbe funzionare anche come ristorazione ma noi abbiamo deciso di puntare su un aperitivo, in modo che i visitatori non siano obbligati a fermarsi da noi ma possano spostarsi nelle attività di ristorazione che già esistono in valle e che noi proponiamo».

Ma l’area vuole essere anche e soprattutto un luogo di riferimento per l’intera valle e per questo i nostri giovani lo hanno reso un punto di informazione turistica per coloro che qui giungono e possono essere guidati alla scoperta del territorio. Perché, come ci racconta Giovanni, «visto che siamo all’imbocco della valle da noi arrivano in tanti ma in pochi vanno oltre, perdendosi i paesaggi e le attività che qui sorgono».

Come punto informativo i giovani sponsorizzano le attività del territorio, pubblicizzano gli eventi organizzati per la stagione estiva e attualmente stanno collaborando con le proloco dei comuni della zona per aprire un portale dove pubblicare le iniziative locali.

«Siamo sperduti ma al centro di tutto», scherza Giovanni, proprio perché l’area, che porta alla Val Borbera e ai suoi comuni montani, si trova al centro di quattro regioni quali l’Emilia Romagna, il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, conservando allo stesso tempo una sua identità e degli aspetti tradizionali molto peculiari. Diletta, Giovanni, Camilla e Marta hanno deciso di rendere Boscopiano sempre accessibile: «Abbiamo creato un’area che, coerentemente con la nostra filosofia di vita basata sulla condivisione, è aperta a tutti. Aperta vuol dire che non c’è un biglietto di ingresso, ma è accessibile ogni giorno dell’anno, anche quando noi non ci siamo. E in questi anni abbiamo visto che questo atteggiamento ha portato ad un risvolto positivo: vedendo la sua trasformazione rispetto al passato, molte persone hanno preso a cuore questo luogo».

Il progetto di Boscopiano, oltre che essere sostenibile dal punto di vista ambientale, etico e legale, vuole essere sostenibile anche dal punto di vista economico e, come ci viene spiegato, «rappresenta un’attività lavorativa che ci occupa il periodo estivo e ci permette allo stesso tempo di portare avanti gli studi universitari».

Il sogno è dare una prospettiva a un territorio che si spera abbia già toccato il fondo e da cui non si possa fare altro che risalire. «Per questo vogliamo lanciare un messaggio concreto e dire che “si può lottare per fare la differenza”».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/boscopiano-gruppo-giovani-realizza-sogno-far-rivivere-propria-valle/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

LaCasaRotta: da cascina abbandonata ad ecovillaggio diffuso dove ritornare a essere comunità.

Una casa “rotta” che riprende vita e viene trasformata in un progetto di ecovillaggio, ma anche una casa che “rompe” gli schemi per sperimentare la bellezza del crescere insieme. Si chiama, per l’appunto, LaCasaRotta e a Cherasco, tra le campagne piemontesi, è divenuto un progetto di vita comunitario che si ispira ai concetti di crescita felice e sovranità alimentare, per trovare insieme nuove “rotte”. Parcheggio, dopo essermi inerpicato per una stradina non segnata dai navigatori e raggiungo un casale. Qui mi accolgono dei bambini che subito mi indicano la direzione da prendere. Vedo dei campi coltivati e un uomo che sta trafficando con un marchingegno che non so identificare: capisco immediatamente che l’uomo in questione è Stefano Vegetabile, uno dei fondatori dell’ecovillaggio LaCasaRotta, nonché il responsabile della parte agricola. Ci presentiamo e subito entriamo in sintonia. Sono già stato qui, qualche mese fa, in occasione di un raduno di Italia che Cambia con degli attivisti cuneesi per creare, tramite tavoli tematici, un documento condiviso che racchiudesse sogni e progetti a cui dare vita sul territorio. In quell’occasione, però, non mi trovavo proprio qui. Ero in quella collinetta che vedo sopra di me, dove si trovano altre case, quelle da cui tutto ha avuto inizio, quelle che erano in effetti rotte e che hanno poi dato il nome al progetto.

Ci troviamo in Piemonte nella zona delle Langhe e, per la precisione, nei pressi della Morra Cherasco, in provincia di Cuneo. Allora, come oggi, mi sento a casa e ho la sensazione che per comprendere al meglio questi luoghi e i sogni che li ispirano ci vorrebbero giorni, forse settimane. Il progetto nasce nel 2011/2012 quando Claudio, Michela e Arianna decidono di fondare un’associazione per promuovere pratiche sostenibili di vario tipo. Nel giro di pochi mesi acquistano una cascina per avviare un progetto sociale e in quest’occasione si uniscono il nostro Stefano, con la compagna Ivana e il figlio Elia, insieme a un gruppo di amici con i quali stavano mappando il territorio. Ed ecco che nasce LaCasaRotta. La partenza è mossa dalla passione più che dalla programmazione. Stefano, infatti, ci confida che al momento dell’avvio del progetto non si sono fatti troppe domande, non si sono chiesti chi avrebbe messo più soldi o chi avrebbe messo a disposizione le case, ma sono partiti, mossi da un sogno e dall’entusiasmo di fare. E così LaCasaRotta viene aggiustata, grazie a una buona parte di lavori realizzati in auto-costruzione. Dopo alcuni anni, nel 2015, Stefano e la sua famiglia trovano una nuova casa, proprio quella dove ci troviamo ora, con 10 ettari di terreno disponibili vicino al fiume. Ed ecco che un nuovo grande passo viene fatto: quello verso il progetto agricolo, sfociato poi un’azienda chiamata “Nuove Rotte”.

Nelle due case e nelle abitazioni situate nei dintorni vivono diversi volontari, alcuni stanziali e altri di passaggio, nonché soci del progetto. Per questo, Stefano ci spiega che il loro è un ecovillaggio diffuso. Come ben specificato nel video che racchiude la loro storia e che qui vi proponiamo, il nome al progetto lo diedero proprio i bambini. Gli adulti, allora, coniarono lo slogan “CasaRotta: rompere le forme verso nuove rotte”.

«Vivere con un gruppo di persone così tanto tempo è una grandissima risorsa, permette di confrontarti su tantissimi argomenti, di rivedere il tuo rapporto con tutto ciò che ti circonda, dai bambini, agli aspetti ideologici, a quelli pratici. Ti confronti con persone che hanno la stessa età e in questo modo si crea una sorta di amore fraterno, con tutti i pro e i contro. Così il rapporto diventa più intimo, proprio come all’interno di una grande famiglia, dove l’accettazione e la comprensione reciproca sono un aspetto fondamentale.

Crediamo molto nel mutuo soccorso e quando uno di noi ha bisogno di un confronto o di un consiglio lo chiede e, se non riesce a parlarne, siamo abbastanza scaltri da comprendere le sue esigenze. Anche perché nelle incomprensioni e nei momenti di difficoltà tutto il gruppo ne risente e per noi è molto importante evitare situazioni che possano creare fraintendimenti».

Per questo motivo tutti gli abitanti dell’ecovillaggio si radunano una volta a settimana, per dare vita a dei cerchi operativi che permettano di confrontarsi sulla visione generale del progetto e almeno una volta ogni due o tre mesi organizzano un cerchio sul “come sto”. Come ci racconta Stefano, «ogni volta che una persona viene accolta nel gruppo, bisogna ricreare gli equilibri ed è molto interessante osservare le nuove dinamiche che vengono a crearsi».

La gente “arriva” alla CasaRotta attraverso le “solite” piattaforme: Wwoof, Work Away, RIVE e chi vuole rimanere per più tempo si impegna a dare un piccolo contributo. Come ci spiega Stefano, «questi sono progetti basati sull’autocoscienza e sull’auto responsabilità, se non c’è questa presa di responsabilità il progetto non sta insieme. Ed è importante che le persone accettino ciò, soprattutto quelle che hanno l’illusione che nell’eco-villaggio funzioni tutto in modo paradisiaco. Dopo un po’ cambia il concetto di libertà e responsabilità che ognuno ha e questo dà la possibilità di potersi esprimere ed essere se stessi».

Il cibo è al centro delle numerose attività che svolgono, oltre che il cuore dell’azienda agricola, che è biologica e in parte biodinamica. Qui vengono coltivati cereali, frutta e verdura. C’è una piccola vigna e ci sono galline e pecore che “tagliano l’erba” e concimano il terreno. La logica che muove le coltivazioni non è la massimizzazione della produzione ma la costruzione di ecosistemi equilibrati e sempre più ricchi.

«Vogliamo invertire completamente il pensiero di una agricoltura classica dove decido di produrre in base al mercato e tutto il sistema si adegua a questa domanda. Qui facciamo esattamente il contrario. Cerchiamo di creare un ecosistema che sia sempre più ricco, sempre più biodiverso e pieno di relazioni. Gli aspetti economici vengono in seguito».

Stefano è un antropologo e ha cercato di portare in questo luogo anche concetti e pratiche di agricoltura indigena. Dalle pratiche sono nati anche dei corsi e una vera e propria scuola, la “Scuola di agricoltura indigena”. Questo però non è l’unico corso che si tiene qui (o via web quando le restrizioni non lo concedono). LaCasaRotta, infatti, ospita molti corsi ed eventi organizzati da diverse associazioni, nonché progetti di valorizzazione del Fiume Tanaro da un punto di vista storico, antropologico e culturale. Anche qui, la parola chiave è eco-sistema. Riparto. E mentre viaggio, da solo, ripenso alle emozioni della giornata. Sono certo che tornerò in questo luogo intenso e vivo e che ancora una volta, in strade spesso non segnate dal navigatore, cuori nobili pulsano e costruiscono un mondo complesso e funzionante, biodiverso e sistemico, eco-sistemico.

In attesa di andare a visitarlo… non vi resta che guardare il video!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/lacasarotta-cascina-ecovillaggio-ritornare-essere-comunita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email