Il disastro dimenticato dei lego. Come e perché la plastica minaccia l’ecosistema marino.

Piccole spade, draghi colorati e margherite di plastica. Questi sono solo alcuni esemplari dei quasi 5 milioni di pezzi di Lego dispersi in mare al largo della Cornovaglia nel febbraio 1997, quando la nave cargo Tokio Express, diretta a New York, fu improvvisamente colpita da un’onda di dimensioni gigantesche e 62 dei container che trasportava finirono fuoribordo, affondando. Contenuti in uno dei container dispersi, a quasi 20 anni di distanza dall’incidente questi piccoli pezzi di plastica colorata continuano a galleggiare in mare e ad essere ciclicamente spinti a riva dalle correnti, praticamente intatti, lungo le coste di Inghilterra, Galles e Irlanda. E il loro viaggio potrebbe essere destinato a durare ancora a lungo. Secondo gli esperti, infatti, in questi anni Lego dispersi potrebbero aver viaggiato per oltre 62.000 km (circa una volta e mezza la circonferenza della Terra), e probabilmente continueranno a galleggiare in mare ancora per secoli, raggiungendo potenzialmente, prima o poi, qualsiasi spiaggia del pianeta. Sulla pagina Facebook Lego Lost at Seal’attivista locale Tracey Williams raccoglie fotografie e testimonianze sulla vicenda dei Lego spiaggiati, con l’obiettivo di sensibilizzare le persone sull’importanza del proteggere mari e oceani dall’inquinamento provocato dalla plastica. La quantità di rifiuti plastici che finisce in mare ha infatti da tempo raggiunto alti livelli di criticità. Si prevede che nel 2025 ci saranno in mare 250 milioni di tonnellate di plastica: una ogni tre tonnellate di pesce.

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Tracey Williams mostra alcuni dei Lego ritrovati lungo le spiagge del sud dell’Inghilterra. Foto BBC

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Alcuni dei Lego rinvenuti lungo le spiagge di Devon e Cornovaglia negli ultimi mesi

La possibilità di galleggiare unita ai lunghissimi tempi di degradazione rendono la plastica persistente e altamente impattante per l’ambiente marino. Si pensi ad esempio che un sacchetto di plastica -utilizzato in media, solitamente, per 10-20 minuti- una volta disperso in mare impiega fino a 1000 anni per degradarsi. E nel frattempo tali rifiuti fluttuanti possono causare gravi danni per gli organismi marini, sia diretti (aggrovigliamento, intrappolamento e ingestione) che indiretti (accumulo di inquinanti; colonizzazione da parte di piccoli crostacei, alghe e batteri che le correnti oceaniche poi trasportano in aree dove questi sono originariamente assenti, facendosi così vettori di specie aliene). La plastica di origine petrolchimica, inoltre, anziché biodegradarsi si fotodegrada, ovvero viene ridotta dalla luce solare in pezzi sempre più piccoli (microplastiche), che vengono poi ingeriti volontariamente o meno dalla fauna marina,trasferendosi lungo la catena alimentare fino all’uomo.immagine_032

I pericoli per la fauna marina connessi al marine litter

Secondo l’associazione Ocean Conservancy, la soluzione ai problemi dell’oceano deve iniziare a terra, innanzitutto attraverso la produzione di materiali e imballi plastici più sostenibili (biodegradabili, riutilizzabili, etc.) e migliori sistemi di raccolta, riuso e riciclo. E i cittadini, dal canto loro, cosa possono fare? Innanzitutto fare sempre la raccolta differenziata, a casa come in vacanza, non lasciando alcun rifiuto in loco sulle spiagge. Prossimamente pubblicheremo le regole d’oro che l’eco-bagnante deve seguire per evitare di inquinare le spiagge: stay tuned! Vi lasciamo con alcune immagini tratte dalla fanpage Facebook che mostrano alcuni dei Lego rinvenuti lungo le spiagge di Devon e Cornovaglia negli ultimi mesi.lego-spiaggiati

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Fonte: ehabitat.it

Combattiamo la paura di surgelare

Nel Regno Unito, la Food Standards Agency vuole convincere i consumatori a surgelare gli alimenti, per prevenire lo sprecoview (2)

Nel Regno Unito, l’ignoranza dei consumatori rispetto al modo corretto di congelare il cibo alimenta lo spreco alimentare. La Food Standards Agency (Agenzia per lo Standard Alimentare – N.d.T.) sta lavorando alacremente con il governo britannico per lanciare una revisione delle linee guida delle date di scadenza degli alimenti industriali e queste potrebbero includere anche alcuni suggerimenti sulla conservazione del cibo surgelato.

La Food Standards Agency vuole combattere le “paure della surgelazione”. Recenti studi dimostrano che una serie di falsi miti impedisce a tanti consumatori di surgelare gli alimenti per conservarli più a lungo. Gli inglesi gettano sette milioni di tonnellate di cibo e bevande ogni anno, con un costo di circa 470 sterline per famiglia e un elevato danno ambientale. Un’indagine condotta su 1500 consumatori ha rivelato che il 43 percento dei consumatori crede che il cibo possa essere surgelato soltanto il giorno in cui è stato acquistato (mentre invece è possibile surgelarlo in un momento qualsiasi entro la data di scadenza). Il 38 per cento, invece, sostiene che sia pericoloso ri-surgelare la carne dopo che è stata cotta e il 36 per cento ritiene erroneamente che il cibo surgelato sia poco salutare.

Quasi due terzi del campione hanno ammesso di avere buttato via del cibo nel mese passato: 36 per centoha gettato del pane, 31 per cento frutta e verdure e il 22 per cento della carne. Il motivo principale fornito per avere buttato via gli alimenti è che avevano superato la data di scadenza, una scusa addotta dal 36 per cento delle persone. Al tempo stesso, il 30 per cento ha ammesso di avere buttato via il cibo perché ne aveva comperato troppo e non lo aveva consumato, mentre più della metà, il 54 per cento ha affermato di essersi sentito in colpa quando lo ha gettato. La FSA ha sottolineato che questi comportamenti avrebbero potuto essere evitati utilizzando meglio il congelatore.

“Ogni anno gettiamo sette milioni di tonnellate di cibo” ha dichiarato Steve Wearne, direttore delle politiche dell’FSA. “La maggior parte di questo spreco non è necessario e una comprensione migliore di come surgelarlo potrebbe limitare di molto il problema”. Warne ha sottolineato come la ricerca condotta dalla FSA abbia dimostrato che “molte delle paure riguardanti il congelamento sono infondate. Il congelatore è una sorta di pausa, e quindi è possibile congelare gli alimenti fino al giorno della loro scadenza. Mentre il cibo è tenuto nel freezer, la sua qualità, comunque, lentamente si deteriora: raccomandiamo quindi di mangiarlo entro un periodo che va dai tre ai sei mesi e di conservarlo seguendo le istruzioni relative al suo congelamento. Una volta scongelato, deve essere consumato entro 24 ore”.

Fonte – theguardian.com

Traduzione – Laura Tajoli

Ecoturismo in Repubblica Dominicana

La Repubblica Dominicana si apre al turismo ecologico e responsabile. Il progetto eco-turistico Tubagua Ecolodge, nella zona di Puerto Plata a nord, è una delle opportunità che questo paese offre per restare al di fuori dei circuiti dello sfruttamento del territorio e della popolazione.repubblicadominicana

Per una vacanza on the road a contatto con la natura, la Repubblica Dominicana è un’ottima destinazione, con un suo lato più selvaggio immerso in un paesaggio rurale autentico tra passeggiate in montagna, escursioni a cavallo, rafting, torrentismo, grotte, cascate e rutas gastronomiche. Ciò che può rendere speciale un viaggio oggi in questo paese è la possibilità di praticare un turismo ecologico e responsabile. Ci sono numerosi eco-lodge o ranchos,punto di partenza per scoprire la destinazione più autentica e alternativa. Il progetto eco-turistico Tubagua Ecolodge, nella zona di Puerto Plata a nord, è una delle opportunità.rd

Si è appena guadagnato il titolo di vincitore nella categoria Turismo Sostenibile all’interno del Premio organizzato  da Centro de Innovación Atabey, un importante istituzione locale che si occupa di ambiente e turismo sostenibile e che premia i progetti impegnati nella tutela del territorio e nella adozione di pratiche sostenibili.  Tubagua sorge ai piedi della scenografica Ruta panoramica, una montagna che connette la costa nord di Puerto Plata alla Valle del Cibao. Tante le esperienze che l’eco lodge offre ai suoi ospiti: passeggiate a cavallo, visita di una vicina ruta del caffè, passeggiate con guida nei boschi, visita dei villaggi locali, corsi di yoga open air e tanto altro. E ancora tante le realtà analoghe che popolano il territorio, ranchos arredati con uno stile rustico e con elementi tradizionali dominicani, sono situati nelle zone interne dell’isola caratterizzate da temperature generalmente fresche. Alcuni di essi sono appoggiati da organizzazioni no profit volti a promuovere il turismo sostenibile come nel caso del rancho Hachienda Cufa, a Guananico, e del Rancho Ecológico El Campeche a San Cristóbal, impegnati in progetti di sostenibilità e tutela dell’ambiente. Nel cuore della Reserva Cientifica Loma Quita Espuela, si trova il Rancho Don Lulù, creato al fine di promuovere il turismo responsabile e per sostenere le famiglie locali. Esso offre escursioni come la visita della riserva e il sentiero Bosque del Cacao. Altri quali Rancho Las Guázaras, Rancho ConstanzaRancho Olivier,Casa Tranquila, Sonido del Yaque sono strutture alberghiere ecologiche che sorgono in mezzo alle montagne di Jarabacoa nel cuore dell’isola e che integrano il turismo di montagna con attività di tipo sociale e formativo a contatto con la natura.  E ancora ilRancho Don ReyLa Casa de Tarzán e il Rancho Platón, a Barahona nel sud ovest, sono ideali per cavalcate o per sport più avventurosi come kayak, tubing e mountain bike.

Per maggiori informazioni:

Ente del Turismo della Repubblica Dominicana
Piazza Castello, 25
20121 Milano
Tel. 02 8057781
www.godominicanrepublic.com

Fonte: ilcambiamento.it

Da spreco a risorsa: viaggio fra gli utilizzi alternativi degli scarti alimentari

Secondo stime recenti, dal 30 al 40% del cibo prodotto nel mondo non viene consumato, perché scartato dopo la raccolta o il trasporto, o perché buttato dalla grande distribuzione o dai consumatori finali. Uno spreco enorme, che tuttavia alcune giovani aziende e start-up hanno saputo trasformare in risorsa dando una seconda vita a varie tipologie di scarti alimentari. Ecco una breve panoramica delle idee più innovative. Foodscapes è un progetto che, a partire da scarti di carote, arachidi e amido di patate biologici, mira a realizzare delle ciotole che dopo l’utilizzo possono essere disciolte in acqua fungendo da concime. Vipot utilizza invece le bucce del riso, scartate durante il processo di raffinazione, per realizzare piatti certificati ad uso alimentare, lavabili in lavastoviglie e biodegradabili.

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Foodscapes: dagli avanzi di cibo alle ciotole per alimenti

La start-up siciliana Agribiotech sfrutta invece gli scarti di coltivazione di arance, olive e girasoli per produrre biopolimeri sostenibili per il packaging, mentre la studentessa inglese Tessa Silva-Dawson si avvale del latte vaccino in sovrapproduzione per produrre una bioplastica con caratteristiche del tutto simili a quelli della plastica tradizionale, ma senza il medesimo impatto ambientale. Anche nel mondo della moda ci sono numerosi esempi virtuosi di conversione degli scarti alimentari in risorsa. L’italiana Orange Fiber, per esempio, trasforma gli scarti delle arance in tessuti sostenibili, mentre la designer spagnola Carmen Hijosa è la creatrice di Piñatex, un materiale ricavato dalle foglie di ananas praticamente identico per funzione ed utilizzi alla pelle. Qui il valore del progetto è anche sociale, in quanto la raccolta e la vendita delle foglie di ananas (normalmente lasciate marcire al suolo) costituisce una fonte di guadagno ulteriore per i contadini. E ancora, dalla Toscana arriva Muskin, un’eco-pelle completamente vegetale estratta dal cappello dei funghi. Gli studenti della Willelm de Kooning Academie (Olanda) hanno invece sviluppato Fruit Leather, un innovativo tessuto di origine vegetale ottenuto attraverso il recupero e la trasformazione di bucce di albicocche, mele e arance non più edibili.

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Orange Fiber: tessuti di altissima qualità dagli scarti delle arance

E ancora, gli scarti del mango sono sfruttati per la produzione di un dolcificante ed emulsionante da pasticceria (EatLimmo) in grado di sostituire nei dolci uova ed altri grassi di origine animale. Infine, varie tipologie di scarti alimentari quali pere troppo mature e croissant vecchi sono utilizzati da un birrificio inglese per produrre la Landfill Beer, la prima birra “zero waste” al mondo. Gli scarti alimentari sono utilizzati per aggiungere zuccheri al processo di birrificazione, ma conferiscono anche un aroma particolare alla bevanda. Il luppolo e il grano utilizzati durante la lavorazione sono poi distribuiti ai coltivatori delle terre circostanti e utilizzati come concime naturale.immagine-05_landfill-beer

Landfill beer: la prima birra “zero waste” al mondo

Tante idee sostenibili e green che dimostrano come sia possibile dare una seconda vita anche ai rifiuti più impensabili, come gli scarti alimentari. E voi, siete a conoscenza di altre iniziative simili a queste? Se sì, segnalatele e facciamole circolare!

Fonte: ehabitat.it

Cemento sulla metà delle coste italiane

Cemento, erosione costiera, mala depurazione e beach litter: le minacce per le coste che i cambiamenti climatici renderanno più fragili. Legambiente: “Uscire da politiche separate e puntare su tutela, turismo sostenibile, valorizzazione dei sistemi dunali: nuove politiche di sviluppo per le sponde del Mare nostrum”.

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Oltre settemila chilometri di coste con bellezze storiche, ambientali, geomorfologiche che determinano in modo significativo l’identità del Belpaese. Coste al centro di uno dei mari più delicati del pianeta per ragioni ambientali ma anche culturali e commerciali, banco di prova imprescindibile rispetto ai cambiamenti climatici, sui quali pesano le conseguenze di politiche miopi e inefficienze storiche. Oggi il 51% dei litorali italiani è stato trasformato da case e palazzi e la cifra, senza un cambio delle politiche, è destinato a crescere: negli ultimi decenni al ritmo di 8 chilometri all’anno, più della metà dei paesaggi costieri sono stati trasformati da palazzi, alberghi e ville. Un terzo delle spiagge è interessato da fenomeni erosivi attualmente in espansione; 14.542 sono le infrazioni accertate nel corso del 2014 tra reati inerenti al mare e alla costa in Italia, 40 al giorno, 2 ogni chilometro, ancora in crescita rispetto al 2013. L’habitat marino è costantemente messo alla prova dall’inquinamento, con il 25% degli scarichi cittadini ancora non depurati (40% in alcune località) e ben 1.022 agglomerati in procedura di infrazione europea. Il 45% dei prelievi realizzati da Goletta Verde nel 2015 è risultato inquinato, mentre la plastica continua a colonizzare spiagge e fondali marini. Solo il 19% della costa (1.235 chilometri) è sottoposta a vincoli di tutela. Questa la foto dell’Italia a partire dalle coste analizzate a 360 gradi, con 16 contributi di esperti dedicati alle aree costiere e allo stato di salute dei nostri mari e al Mediterraneo quale hot spot del cambiamento climatico, offerta dal rapporto Ambiente Italia 2016, a cura di Legambiente e edito da Edizioni Ambiente.

“Le coste sono uno straordinario patrimonio del nostro Paese – ha dichiarato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente e curatore insieme a Sebastiano Venneri e Giorgio Zampetti del volume – che dobbiamo liberare dalla pressione di cemento e inquinamento. Il Rapporto Ambiente Italia presenta una fotografia di questi impatti con dati davvero inquietanti e studi che dimostrano come sia possibile invertire questa situazione attraverso un cambio delle politiche. Proprio la sfida che i cambiamenti climatici pongono alle aree costiere del Mediterraneo, con impatti significativi sugli ecosistemi, sulla linea di costa e sulle aree urbane, deve portare a una nuova e più incisiva visione degli interventi. Occorre rafforzare la resilienza dei territori ai cambiamenti climatici e spingere verso la riqualificazione e valorizzazione diffusa del patrimonio costiero”.

Il volume, attraverso contributi diversi, mette in evidenza i diversi processi che incidono sullo stato di salute delle coste italiane e la stretta relazione tra i fenomeni. La stessa erosione costiera, un fenomeno in espansione legato a molteplici cause, che riguardano sia le trasformazioni provocate da porti e interventi sul litorale che la riduzione degli apporti dei sedimenti dalle aree interne attraverso i fiumi per vie di dighe, sbarramenti e cave. Situazioni che sarà sempre più importante monitorare per capire come intervenire in una prospettiva di cambiamenti climatici. Le ragioni della fragilità delle aree costiere italiane – è noto – sono dovute a problemi idrogeologici e alle conseguenze di urbanizzazioni, sia legali che abusive, in posti scellerati spesso a rischio dissesto. E’ oramai evidente che alcuni fenomeni meteorologici – come i danni provocati da temporali, alluvioni e esondazioni che abbiamo visto negli ultimi anni a Genova, Olbia, Messina – si stiano ripetendo con nuova intensità e frequenza. Si tratta delle prime avvisaglie dei cambiamenti climatici che rendono i nostri territori costieri più fragili e mettono in pericolo le persone, insieme al fenomeno dell’innalzamento dei mari. Eventi che occorre studiare con attenzione e rispetto ai quali dobbiamo mettere in campo nuovi interventi di adattamento nei territori e di protezione civile per salvare le persone. Tra le minacce incombenti il fenomeno dell’erosione costiera, che oggi interessa in maniera più o meno diffusa tutte le regioni italiane, come racconta nel suo contributo Enzo Pranzini. Oggi più di un terzo delle nostre spiagge è in erosione e il futuro sembra ancora più arduo per l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi dei fenomeni climatici estremi, cui attualmente non stiamo dando risposte adeguate. In molti casi, per rispondere all’emergenza locale, si è intervenuti con la costruzione di scogliere aderenti alla costa che hanno, di fatto, solo spostato il problema, col risultato che oggi abbiamo interi tratti di costa coperti da scogliere artificiali, che non permettendo il ricambio idrico e la sedimentazione delle sabbie, contribuiscono al progressivo abbassamento dei fondali e ai possibili crolli cui si tenta di rispondere con strutture sempre più massicce e impattanti. Inoltre, queste difese artificiali provocano correnti pericolose che possono causare annegamenti. Di recente si è passati a utilizzare la tecnica del ripascimento dei litorali che sembra aver avuto maggiore efficacia ma che ha costi economici superiori.

D’altra parte, spiega Michele Manigrasso parlando di consumo di suolo, in Italia, il 51% delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Legambiente ha realizzato una analisi di dettaglio dei 6.477 chilometri di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, senza considerare quindi le numerose isole minori: 3.291 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile, nello specifico 719,4 chilometri sono occupati da industrie, porti e infrastrutture, 918,3 sono stati colonizzati dai centri urbani. Un altro dato preoccupante riguarda la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, che interessa 1.653,3 chilometri, pari al 25% dell’intera linea di costa. Tra le regioni, la Sicilia ha il primato assoluto di km di costa caratterizzati da urbanizzazione meno densa ma diffusa (350 km), seguita da Calabria e Puglia; la Sardegna è invece la regione più virtuosa per quantità di paesaggi naturali e agricoli ancora integri e comunque è la regione meno urbanizzata d’Italia. E’ davvero preoccupante sottolineare come dal 1988 ad oggi, malgrado fosse in vigore la legge Galasso che avrebbe dovuto tutelare le aree entro i 300 metri dalle coste, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 chilometri di coste, con una media di 8 km all’anno, cioè 25 metri al giorno. Tra le regioni più devastate la Sicilia con 65 km, il Lazio con 41 e la Campania con 29. Nelle aree costiere, secondo i dai Istat, nel decennio 2001 – 2011 sono sorti 18mila nuovi edifici. Ben 700 edifici per chilometro quadrato sia in Sicilia che in Puglia, 600 in Calabria ma anche 232 per chilometro quadrato in Veneto, 308 in Friuli Venezia Giulia e 300 in Toscana, Basilicata e Sardegna. Ma non è solo la costa a soffrire la mancanza di politiche adeguate, innovative e sinergiche: i nostri mari continuano a essere minacciati dai problemi di inquinamento. Perché i ritardi nella depurazione riguardano ancora troppe città, non solo costiere, ed è vergognosa la situazione di tanti litorali italiani che fanno scappare i turisti. La maladepurazione riguarda il 25% dei cittadini italiani. Dato confermato purtroppo anche da due sentenze di condanna della commissione europea (nel 2012 e 2014) e da una procedura aperta nel 2015 per il mancato rispetto della direttiva 91/271sulla depurazione degli scarichi civili. Sono ben 1.022 (il 32% del totale), gli agglomerati coinvolti dai procedimenti europei: 81% di quelli Campani, il 73% della Sicilia, il 62% della Calabria. Problema non proprio ininfluente, visto che le sanzioni costeranno 476 milioni di euro l’anno dal gennaio 2016 a completamento delle opere. In positivo, le regioni più virtuose per depurazione sono il Veneto con “solo” il 17% dei comuni coinvolti, la Toscana col 18% e il Friuli Venezia Giulia col 24%. Anche le analisi delle acque condotte da Goletta verde nel 2015 sono risultate inquinate nel 45% dei casi. Complessivamente le infrazioni accertate ai danni delle coste e del mare nel solo 2014 sono state 14.542, pari a 40 al giorno, 2 ogni chilometro di costa, con 18mila persone denunciate e ben 4.777 sequestri effettuati. Le infrazioni inerenti specificatamente all’inquinamento sono state 4.545, il 31% del dato nazionale, con 7mila persone denunciate o arrestate e 2.741 sequestri. Uno dei fenomeni più preoccupanti di inquinamento del mare è la quantità di rifiuti presenti, e in particolare di plastica galleggiante. Legambiente ha realizzato un’attività di monitoraggi della beach litter, con Goletta Verde che viene raccontata nel volume, e che dimostra come serva una strategia per ridurre i rifiuti portati dai fiumi e quelli prodotti dalle attività presenti nel Mediterraneo.

“Per il futuro delle aree costiere – ha dichiarato Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – abbiamo la possibilità di ispirarci e scegliere un modello che si è già rivelato di successo. Quello delle aree protette e dei territori che hanno scelto di puntare su uno sviluppo qualitativo e che stanno vedendo i frutti positivi anche in termini di crescita del turismo. Come il sistema di 32 aree protette nazionali, che sono un esempio virtuoso di gestione delle aree costiere di cui essere orgogliosi. O come i Comuni che ogni anno Legambiente premia con le cinque vele, che dimostrano come la strada più lungimirante sia oggi quella che coniuga la tutela del territorio con la valorizzazione e recupero del patrimonio edilizio esistente. Per dare una spinta a questa prospettiva occorre però che ci siano regole chiare, senza dimenticare che il nostro Paese deve anche muovere le ruspe per demolire le migliaia di case abusive che deturpano le nostre coste e avviare operazioni di riqualificazione in aree che potranno, in questo modo, avere un futuro turistico fuori dal degrado”.

Su tutto il territorio nazionale sono diffuse 32 aree protette nazionali con misure di tutela a mare – pari a oltre 2milioni e 800mila ettari di superficie protetta a mare, racconta Stefano Donati nel suo contributo -, 27 aree marine protette (o riserve marine), 2 parchi marini sommersi, 2 perimetrazioni a mare nei parchi nazionali e un santuario internazionale per la tutela dei mammiferi marini. Inoltre oggi sono individuate ben 54 aree marine di reperimento dove istituire riserve marine. Luoghi dove si realizzano concretamente buone pratiche di gestione sostenibile, dove la tutela e la valorizzazione della natura, della biodiversità e del paesaggio, si incontrano con una sana e innovativa gestione del turismo, interconnesso con i settori dell’agroalimentare, del biologico, delle filiere corte e con l’identità locale. Diverse le esperienze di successo raccontate nel volume, dal sistema per l’ormeggio non impattante nelle baie dai fondali più delicati nelle isole Egadi, alla Rete delle imprese delle marine del parco di Viareggio, che hanno scelto la sostenibilità ambientale, con iniziative concrete di turismo che promuove e valorizza i prodotti locali, o il sistema di tutela delle coste in Sardegna solo per citare alcuni esempi.

Tabella di sintesi

Regione Coste in erosione

(%, Ispra)

Coste trasformate da urbanizzazione

(km, Legambiente)

Carico depurato

(% solo agglomerati maggiori)*

Liguria 19,9 220,6 100
Toscana 21,3 180 92
Lazio 23,3 208 97
Campania 24,7 181 77
Calabria 32,7 522,9 86
Basilicata 38,1 19,7 85
Puglia 18,5 454 77
Molise 34,7 17 91
Abruzzo 28,3 91 94
Marche 38,8 119,8 89
Emilia Romagna 25,3 82 99
Veneto 21,0 61 99
Friuli V. G. 26,6 61,5 68
Sicilia 28,3 662 54
Sardegna 13,6 420 100
Totale 24,1 3291,5 88%

*Elaborazione Ispra su dati Arpa / Appa e regionali

Fonte: ilcambiamento.it

 

Archingreen: paglia e terra cruda per un’architettura sostenibile

Costruire e riqualificare gli edifici esistenti utilizzando materiali naturali come la paglia e la terra cruda. Professionalità ed ecocompatibilità sono due mondi sempre più vicini, come testimonia Archingreen, una realtà che si occupa di architettura e ingegneria con una profonda vocazione al sostenibile.

“Non si può pensare all’architettura senza pensare alla gente” diceva Richard George Rogers,  architetto italiano naturalizzato inglese. Oggi più che mai il mondo della sostenibilità, della costruzione di edifici con materiali naturali, sembra l’aspetto più in grado di guardare agli interessi e al benessere delle persone. E vi parliamo di una realtà che sta provando, con il proprio appassionato lavoro, a far conoscere l’importanza di cambiare (in meglio) il modo di costruire e restaurare le nostre case. Archingreen  è uno studio tecnico formato nel 2012 da Roberta Tredici e da Emanuela Cacopardo, ha la sua sede operativa ad Arona, in provincia di Novara. Roberta è un ingegnere, Emanuela un architetto, con brillanti esperienze professionali alle spalle.

Molte volte su Italia che Cambia vi abbiamo parlato delle caratteristiche e dei vantaggi di costruire abitazioni ed edifici con l’ausilio dei “nuovi” materiali come ad esempio la paglia e la terra cruda. La specificità e l’importanza della storia di questa settimana è data anche dal percorso delle fondatrici: come recita il chi siamo del sito “Il nome Archingreen è un gioco di parole che sintetizza la nostra professionalità: architettura, ingegneria e profonda vocazione al sostenibile.” Due mondi, quello della professionalità e della sostenibilità, che si stanno incontrando con profitto sempre più spesso.

“Abbiamo fondato questo studio insieme a Roberta Tredici” ci racconta Emanuela Cacopardo “condividendo questavisione verso il sostenibile. Nel corso degli anni abbiamo incontrato sempre più clienti che ci hanno chiesto di poter utilizzare dei materiali naturali che proprio per le loro proprietà rendono più confortevoli e salubri le casi in cui si va ad abitare. Ed in questi ultimi tre anni, dalla ristrutturazione passando per gli ampliamenti fino alle nuove case, siamo riuscite a realizzare sempre più lavori con questa filosofia volta alla sostenibilità”.25654310526_e8dc5c623e_o-copia

Prima sopraelevazione in paglia (Arona)

Archingreen per gli ampliamenti e per le nuove costruzioni incentiva l’uso della paglia, appoggiata ad una struttura di legno portante. La paglia è infatti un materiale che si può trovare a km zero, ha una grandissima resa termica, non è costosa ed ha anche un’ottima resa acustica. Alla paglia solitamente vengono abbinati degli intonaci in argilla, che sono traspiranti e che quindi permettono il passaggio continuo dell’umidità e impediscono che la paglia possa deteriorarsi, e soprattutto sono dei regolatori naturali di umidità che permettono di assorbirla se un ambiente è troppo umido e di rilasciarla nel caso l’ambiente sia molto secco. Invece per quanto riguarda le ristrutturazioni e gli ampliamenti di strutture esistenti Archingreen predilige altri materiali naturali come la canapa e la lana di pecora, materiali che a livello di costi possono rappresentare un costo maggiore (fino a un 15% in più in media rispetto ai tradizionali) ma che hanno sempre il vantaggio della traspirabilità, della densità, apportando un vantaggio reale in termini energetici che vale per tutte le stagioni. Lo studio collabora con team di artigiani che hanno un’esperienza decennale in questo campo, che hanno seguito e seguono progetti di questo tipo in tutta Italia.ARCHINGREEN1

Roberta Tredici e da Emanuela Cacopardo

 

Un altro elemento che contraddistingue l’esperienza di Archingreen è che “se noi incontriamo persone che hanno la possibilità di recuperare paglia, legno, argilla e ha possibilità di poter scavare la terra sul posto” spiega Emanuela  “se invogliata all’idea di poter ristrutturare o lavorare sulla sua casa noi favoriamo il discorso dei Cantieri Scuola proprio per favorire l’autocostruzione e l’avvicinarsi a questi mondi anche a chi non conosce nulla ma ne è fortemente interessato”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/07/io-faccio-cosi-129-archingreen-paglia-terra-cruda-architettura-sostenibile/

Bocconi killer: la nuova ordinanza ministeriale e i consigli per salvare gli animali

“bocconi killer” rappresentano un serio pericolo per i nostri amici a quattro zampe. Social network, quotidiani e notiziari, purtroppo, pullulano di storie di cani e gatti che hanno perso la vita, ingerendoli durante una passeggiata nel parco o in città. L’allerta nei confronti di queste minacce è perciò molto alta e riguarda anche gli uomini, soprattutto i bambini. Per questo motivo, il Ministero della Salute è intervenuto nel tentativo di rendere più severe le direttive in materia. In seguito alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il 16 luglio 2016, è infatti entrata in vigore l’ordinanza “Norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati” del 13 giugno 2016.cane-avvelenato

Il provvedimento va a rinforzare le misure di prevenzione indicate nella precedente ordinanza, adeguandosi alla regolamentazione UE. Nel nuovo testo viene innanzitutto allargata la definizione di “esca” o “boccone avvelenato”, che non si limita a composti contenenti sostanze tossiche o nocive, ma include anche preparati realizzati con vetro, plastiche, metalli o sostanze esplosive. Viene, inoltre, evidenziato il ruolo essenziale del veterinario che, dopo aver emesso “diagnosi di sospetto avvelenamento di un esemplare di specie animale domestica o selvatica“, deve darne immediata comunicazione al sindaco, al servizio veterinario dell’azienda sanitaria locale e all’Istituto zooprofilattico territorialmente competente. Dopo la segnalazione, i vari organi coinvolti, oltre a svolgere un’indagine per identificare la sostanza incriminata e per individuare i responsabili, devono procedere con la bonifica del luogo interessato, con l’avviso attraverso apposita cartellonistica della sospetta presenza di bocconi avvelenati e con l‘intensificazione dei controlli nelle aree a rischio.bocconi-killer

L’ordinanza avrà efficacia per dodici mesi, il tempo sufficiente per approvare una legge in materia, secondo quanto sottolineato dalla LAV in una nota. Nell’attesa che i legislatori si muovano in tale direzione, cosa possono fare invece i cittadini quando si trovano di fronte a un possibile caso di avvelenamento di un animale? Come suggerisce ancora la LAV, la prima iniziativa da prendere è contattare subito il veterinario più vicino, per allertare dell’arrivo di un animale che ha presumibilmente ingerito un boccone killer. In casi estremi, ma sempre seguendo i consigli del medico, si può cercare di far vomitare l’animale, somministrandogli acqua calda molto salata o della chiara di uovo montata a neve. Occorre infine cercare di mantenere l’animale tranquillo ed evitare di dargli del latte. Nella speranza che non ci si imbatta mai in un sospetto di avvelenamento, è comunque utile sapere come comportarsi. Gli animali ringrazieranno.

Fonte: ehabitat.it

Alveare on tour: 1000 km alla scoperta del km0 e della Food Innovation

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Partirà a settembre il tour de L’Alveare che dice sì!, la startup che ha creato un nuovo modo per vendere e comprare i prodotti locali utilizzando il web: un viaggio di 1.000 km a bordo di un food truck che porterà filiera corta, startupper, contadini, consumatori, momenti di condivisone e divertimento nelle più grandi città italiane.
Portare in giro la filiera corta, condividere la passione per il cibo, mettere in contatto agricoltori e consumatori. Ma anche scoprire le produzioni, gli usi e i costumi locali, l’evoluzione delle società grazie all’utilizzo dell’innovazione. Con questi obiettivi L’Alveare che dice sì!, la startup che ha creato un nuovo modo per vendere e comprare i prodotti locali utilizzando il web, partirà a fine settembre con un tour che porterà  startupper, contadini, buon cibo, cittadini curiosi e golosi, momenti di condivisone e divertimento nelle più grandi città italiane. Protagonisti del tour saranno la filiera corta e la Food Innovation: a bordo di un Food Truck, con cameraman e story teller a seguito, l’Alveare che dice sì! percorrerà 1.000 km, toccando 6 città italiane per raccontare l’Italia dei contadini e delle tipicità locali, ma anche l’Italia dell’innovazione nel food: iniziative di cittadini, enti e associazioni che attraverso il loro operato quotidiano intendono fare la loro rivoluzione nel mondo del consumo. Il tour, patrocinato del noto marchio milanese Seeds&Chips e dalle varie amministrazioni comunali, prenderà il via a Torino il 22 settembre in occasione del Salone del Gusto Terra Madre dove sosterà fino al 26 settembre per poi proseguire verso Milano (28-30/09), Bologna (1-3/10), Roma (5-7/10), Napoli (8-10/10) e si concluderà a Bari (13-15/ottobre). Ogni tappa del tour de L’Alveare che dice sì! durerà tre giorni e sarà un momento importante per presentare l’attività della startup, conoscere i produttori e scovare le eccellenze territoriali. Cene e aperitivi all’aperto, dibattiti e incontri: le piazze toccate dal tour si trasformeranno in tanti Food Innovation Villages, piccoli festival dell’innovazione e della sharing economy in cui le persone potranno condividere idee, scoprire e provare con mano le iniziative delle varie start-up, dal social eating alla lotta agli sprechi. Al centro, il Food Truck dell’Alveare che proporrà menù locali e cucinerà prodotti freschi provenienti dai contadini della zona. Ad accompagnare il tour nelle varie tappe saranno oltre 30 realtà che sotto l’ala organizzativa di Seeds&Chips porteranno l’innovazione in piazza, per farla concretamente provare ai consumatori di tutta Italia: startup, enti e associazioni che promuovono socialità e sharing economy. Tra loro, Gnammo, il portale di social eating più grande in Italia, e Last Minute Sotto Casa, piattaforma che permette ai negozianti di vendere ai cittadini del proprio quartiere i prodotti alimentari invenduti a fine giornata a prezzo scontato, salvando così tonnellate di cibo dalla spazzatura. Fondata a fine 2015 presso i locali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino, L’Alveare che dice sì! permette una distribuzione efficiente dei prodotti locali tra agricoltori e consumatori, unendo tecnologia e sharing economy. È sufficiente scaricare l’app o iscriversi al portale www.alvearechedicesi.it e unirsi in un “Alveare”, creato ed animato da un gestore locale, che connette i produttori locali con i consumatori iscritti. I cittadini possono così acquistare, senza obbligo di frequenza o spesa minima, gli alimenti direttamente online e ritrovarsi poi, una volta alla settimana, in piccoli mercati temporanei a Km 0, conosciuti come Alveari, dove il produttore consegna al consumatore i propri prodotti freschi e locali. “Al centro del nostro progetto e del nostro tour c’è il motto ‘stringi la mano al tuo produttore’: la gente vuole e deve sapere da chi sta comprando”, spiega Eugenio Sapora, founder de L’Alveare che dice sì!. “L’intento di questo tour è proprio quello di scoprire città, nuovi produttori, nuove realtà per diffondere i principi della filiera corta, della sostenibilità e della socialità”.
Chi è l’Alveare che dice sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. E’ un progetto che ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e che nel paese transalpino ha ottenuto un enorme successo: ad oggi sono più di 650 gli Alveari presenti Oltralpe. In Italia, in soli due mesi, sono già sorti oltre 30 Alveari su tutto il territorio nazionale.
Maggiori informazioni su: www.alvearechedicesi.it

 

Fonte:agenziapressplay.it

“Bike Challenge 2016” andare al lavoro in bicicletta è ancora più divertente

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FIAB porta in Italia la sfida tra luoghi di lavoro, con il progetto europeo BikeToWork. dal 16 settembre al 31 ottobre torna la competizione gratuita che premia la partecipazione di dipendenti e collaboratori

Incentivare le aziende a promuovere, tra i dipendenti, l’uso quotidiano della bicicletta nei tragitti casa-lavoro e a diventare, esse stesse, bike-friendly. Questi, in sintesi, gli obiettivi del progetto europeo BikeToWork,portato in Italia da FIABFederazione Italiana Amici della Bicicletta. Attraverso BikeToWork, FIAB mette a disposizione di realtà imprenditoriali pubbliche o private di ogni dimensione una campagna che valorizza tutti i vantaggi dello spostarsi sulle due ruote e un servizio di consulenza per aiutarle ad attrezzare le proprie sedi per accogliere meglio chi usa la bici. Momento centrale di tutta la campagna è Bike Challenge 2016, la competizione divertente e gratuita rivolta alle aziende, ai loro dipendenti e collaboratori: una vera e propria gara tra luoghi di lavoro che durerà dal 16 settembre al 31 ottobre. L’edizione di quest’anno vede l’esordio della prima sfida nazionale –Bike Challenge Italia  a cui possono aderire aziende e dipendenti di tutta la Penisola, accanto alla seconda edizione della Bike Challenge Milano che, lo scorso anno, ha coinvolto 92 imprese e oltre 2.000 persone, per un totale di 300.000 km in bicicletta in ben 20.262 ‘pedalate’.

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Partecipare alle sfide Bike Challenge 2016 è coinvolgente e alla portata di tutti: basta pedalare almeno 10 minuti, ovunque (sul tragitto casa-lavoro o nel tempo libero), e registrare la propria pedalata.

: Quattro i passi fondamentali per aziende e lavoratori che vogliono partecipare alla gara:

1) iscriversi su www.biketowork.it o con l’APPLoveToRide (in italiano), è gratis;

2) pedalare almeno 10 minuti, registrando la pedalata tramite l’APP LoveToRide o sul sito biketowork.it;

3) convincere tanti colleghi a “mettersi in sella”;

4) vincere i premi.

Saliranno sul podio le aziende (in gara per categorie in base alla dimensione) che metteranno in sella la maggior percentuale di lavoratori e la realtà che saprà invogliare chi non è abituato a usare la bicicletta. Saranno premiati anche i migliori “ambasciatori” delle due ruote, coloro, cioè che coinvolgeranno più colleghi nell’esperienza del biketowork . “Obiettivo della Bike Challenge, infatti, è stimolare le persone a provare, almeno una volta, ad andare in bicicletta, per scoprire come sia piacevole, veloce, economico e sostenibile spostarsi in città sulle due ruote, e come possa diventare una sana abitudine” – spiega Francesco Baroncini, direttore FIAB. Tanti i premi in palio per l‘edizione 2016, conquistati o estratti a sorte tra i partecipanti che utilizzeranno l’APP LoveToRide, tra cui molti soggiorni in tutta Italia offerti dal circuito Albergabici.it. Il 16 settembre, avvio della Bike Challenge 2016, è il primo giorno della Settimana Europea della Mobilità e 3^ Giornata Nazionale BikeToWork promossa da FIAB, ma l’invito è quello di continuare a pedalare tutto l’anno e di condividere le proprie esperienze su www.biketowork.it e sulla APP. La costanza sarà premiata, alla fine dell’anno, con l’estrazione dei premi mondiali LoveToRide, tra cui un viaggio in Nuova Zelanda.

Un’altra componente importante del progetto FIAB-BikeToWork è la consulenza e l’audit che porta alla certificazione di azienda bike-friendly, in base a parametri condivisi a livello europeo. La conquisteranno le organizzazioni che adottano politiche in grado di incentivare l’uso della bicicletta e che rendono le proprie sedi accoglienti per i ciclisti dotandole, ad esempio, di adeguati parcheggi o anche di spogliatori e docce.

FIAB ha aderito e portato in Italia il progetto europeo BikeToWork già dallo scorso anno perché è un’iniziativa che promuove e trasmette valori su cui la Federazione è attiva da tempo sia a livello istituzionale e politico (un esempio su tutti la battaglia per far riconoscere la copertura assicurativa INAIL dell’”infortunio in itinere” anche per chi utilizza la bicicletta per andare al lavoro) sia logistico e operativo (come il supporto alle imprese che vogliono entrare in CIAB, il Club Aziende Amiche della Bicicletta, che garantisce la copertura assicurativa RC bici a tutti i dipendenti) – commenta Giulietta Pagliaccio, presidente nazionale FIAB. – Recentemente abbiamo inoltre fornito la nostra consulenza a realtà pubbliche e private nelle richieste dei finanziamenti per i progetti di bike-to-work e bike-to-school previsti dal Collegato Ambientale. Per il terzo anno consecutivo, infine, FIAB promuove, nell’ambito della Settimana Europea della Mobilità, la Giornata Nazionale del BikeToWork che quest’anno sarà venerdì 16 settembre in tutta Italia,proprio in coincidenza con l’inizio della Bike Challenge 2016”.

 

Per informazioni e iscrizioni alla Bike Challenge 2016www.biketowork.it

Facebook BikeToWork FIAB: https://www.facebook.com/LovetoRideItalia

 

Per altre informazioni sul progetto europeo BikeToWork:

Giulia Cortesi – Project Manager – g.cortesi@fiab-onlus.it – 348 0490150

Valeria Lorenzelli – Challenge Manager – v.lorenzelli@fiab-onlus.it – 347 1716538

Sito ufficiale FIAB-Federazione Italiana Amici della Bicicletta: www.fiab-onlus.it

 

Fonte: Fiab

Amianto in paradiso: scoperta discarica abusiva a Courmayeur

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L’amianto arriva anche in paradiso, a due passi dal Monte Bianco. L’Arpa ha scoperto amianto in una discarica abusiva di Dolonne, una frazione di Courmayeur. Fra i materiali recuperati vi sono sia il crisotilo (amianto bianco) che il crocido lite (amianto blu). L’area, in uso all’impresario 61enne Daniele Fortunato, è stata sequestrata a maggio. Nel terreno di proprietà di una donna del posto, 1000 metri quadrati a destinazione agricola, sono stati scoperti 50 metri cubi di rifiuti speciali, fra cui onduline in fibrocemento-eternit ritrovate sminuzzate. Lo scorso 14 maggio, nel giorno successivo al sopralluogo, gli agenti del Corpo Forestale hanno sorpreso un dipendente dell’impresario mentre spianava la zona con una pala meccanica. L’uomo ha dichiarato di aver ‘tombato’, negli anni, residui non inceneriti e sacchi di cemento freddo un metro e mezzo sotto terra. Il presidente della Regione Augusto Rollandin ha ordinato all’impresario la bonifica dell’area.

Fonte:  Ansa