I burattini pazzi di Giampiero, che trasforma gli scarti in arte

È iniziato tutto con un gioco insieme a sua figlia: creare un burattini con delle lattine vuote. Poi è continuato e oggi Giampiero ha realizzato decine e decine di personaggi, tutti pezzi di una collezione unica che unisce riciclo creativo, educazione ambientale, arte e tradizione calabrese.

CatanzaroCalabria – Cominci a vederli già su per le scale che portano al piccolo laboratorio (che poi è anche la casa) di Giampiero De Santis, papà artista che grazie all’upcycling ha iniziato a riciclare in modo creativo: si parla dei “burattini pazzi”, una vera e propria serie di personaggi umanoidi fatti di scarti.

Giampiero ha iniziato a lavorarci nel 2018 nella sua casa a Sant’Elia (Catanzaro) e adesso la sua collezione conta circa 80 pezzi. Molti si trovano in una parete di casa sua al fianco di un balconcino trasformato in laboratorio: sono tanti, colorati e, scoprirò poi, ognuno ha un nome e una storia. Ma soprattutto sono creati con materiali che altrimenti sarebbero finiti nelle tonnellate di rifiuti che ogni giorno produciamo: acciaio, legno, vecchie carte di giornale, scatole e lattine, scarti di qualsiasi tipo.

«Tutto è iniziato quasi per gioco assieme alla mia figlia più piccola», racconta Giampiero. «C’erano delle lattine di Pepsi in casa: invece di buttarle, abbiamo deciso di provare a creare insieme un burattino, che poi è diventato il primo di una lunga serie». Da quel giorno è iniziato un vero e proprio lavoro di ricerca e passione: da un lato il recupero e la sperimentazione sui materiali più svariati, dall’altro anche uno studio in campo artistico.

Giampiero inoltre ha sempre avuto una sensibilità sulle tematiche ambientali e per anni è stato presidente dell’associazione Musagete, attiva anche in questo campo sul suo territorio. «Non ero del mestiere, ma c’è da dire che sono da sempre appassionato di grafica e autodidatta; forse posso dire che la figura di mio zio che dipingeva sotto casa quando ero piccolo mi ha in qualche modo sempre ispirato e che ho preso una certa manualità da mio padre che era muratore».

Ogni burattino creato ha un nome e una storia, molto spesso legata ai materiali con cui è costruito o a vicende e fatti della Calabria: «C’è molto della nostra terra: ad esempio uno di questi è un omaggio al “Ciaciu”, artista catanzarese che lavorava il ferro; o ancora il burattino “Mounsier Bagnole” ripercorre la storia della gara automobilistica che per anni si è svolta dal Ponte Corace a Tiriolo e attirava persone persino dalla Francia».

«I burattini pazzi sono stati i primi e li ho chiamati così perché costituiscono un omaggio a Geppetto e alla manualità e in qualche modo anche alla follia come creatività», ma non ci sono soltanto loro nel laboratorio di Giampiero. Dopo, è nata la serie “Scarto Matto”, ancora una volta dei personaggi umanoidi che sono composti da capsule che contengono gli scarti dei suoi lavori precedenti. In questo modo il riciclo è continuo e assicurato: anche lo scarto dello scarto ha un valore artistico. L’ultima serie, poi, è quella dei “Non-sense”: lavori su lastre di lamiera, che vengono recuperate «trasportandovi sopra idee attraverso colori, pittura e collage».

Tutto questo però non rimane chiuso nella casa di Giampiero. Negli anni, diversi amici hanno iniziato ad appassionarsi e ad aiutarlo con il materiale di recupero e Giampiero ha iniziato a farsi conoscere. Proprio la scorsa estate ha svolto un laboratorio in una scuola media di un paesino calabrese in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente: qui ha raccontato la sua storia, quella dei suoi burattini e, soprattutto, ha fatto un piccolo workshop assieme agli studenti. E solo due mesi dopo dall’iniziativa ha inaugurato la sua prima mostra sempre nello stesso Comune.

Adesso in programma c’è una nuova mostra, ma il sogno di Giampiero è quello di avere un laboratorio tutto suo, magari anche aperto al pubblico e ai più piccoli che abbiano voglia di sperimentarsi nel riciclo creativo. Del resto, tutto è nato da lì: da un padre, una figlia e una lattina di Pepsi.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/burattini-pazzi-scarti-arte/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Nuovo studio ZWE: includere l’incenerimento dei rifiuti nel sistema ETS dell’UE è un percorso per generare benefici climatici e occupazione

L’incenerimento dei rifiuti urbani è attualmente escluso dal sistema europeo di scambio di quote di emissione. Se lo si include, spiega Zero Waste Europe, le aziende dei rifiuti dovranno acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di CO2 che emettono durante il trattamento di rifiuti domestici, aziendali e industriali. Questo costo aggiuntivo può fungere da incentivo per la prevenzione e il riciclo, che diventeranno quindi più competitivi (meno costosi) dell’incenerimento


Rifiuti. Il termovalorizzatore di CopenHill a Copenhagen. Roma, 17 giugno 2019. FACEBOOK

Un nuovo studio di CE Delft richiesto da Zero Waste Europe mostra che l’inclusione dell’incenerimento nell’ambito dell’Emission Trading System (ETS) dell’Unio Europea incoraggerebbe la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti e genererebbe benefici per il clima e l’occupazione.

L’incenerimento dei rifiuti urbani è attualmente escluso dal sistema europeo di scambio di quote di emissione. Se lo si include, le aziende dei rifiuti dovranno acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di CO2 che emettono durante il trattamento di rifiuti domestici, aziendali e industriali. Questo costo aggiuntivo può fungere da incentivo per la prevenzione e iriciclo, che diventeranno quindi più competitivi (meno costosi) dell’incenerimento.

Inoltre, verranno creati nuovi posti di lavoro poiché le attività di riciclo sono più impegantive rispetto all’incenerimento dei rifiuti. Da qui al 2030, dice lo studio, c’è il potenziale per creare più di 14.000 posti di lavoro.

I potenziali impatti dell’inclusione sono stati studiati sulla base di due scenari: il primo è quello fossile, che vede incluse solo le emissioni di CO2 fossile (emissioni di CO2 provenienti ad esempio dall’incenerimento della plastica), il secondo è quello calcolato sulle emissioni di CO2 sia fossili che biologiche (derivanti dall’incenerimento dei rifiuti alimentari) incluse nell’EU ETS.

Janek Vähk, coordinatore per il clima, l’energia e l’inquinamento atmosferico di Zero Waste Europe, afferma: “Il nuovo rapporto mostra che l’inclusione è una triplice situazione vantaggiosa per tutti, poiché va a vantaggio non solo del clima, ma crea anche occupazione e aiuta l’Europa a muoversi verso una maggiore economia circolare favorendo la prevenzione e il riciclo dei rifiuti”.

Le principali conclusioni dello studio di ZWE sono:

  • L’inclusione dell’incenerimento nel sistema ETS dell’UE incoraggerà le attività di riciclaggio da parte delle famiglie e delle imprese. Poiché le imprese hanno un incentivo più diretto sui prezzi se l’incenerimento è incluso nel sistema, gli impatti saranno maggiori per loro (riduzione dei rifiuti dall’8 al 25%) rispetto alle famiglie (riduzione dei rifiuti dallo 0,2 al 5%).
  • L’incenerimento nell’EU ETS può ridurre le emissioni di CO2 che vanno da 2,8 milioni di tonnellate all’anno nel 2022 nello scenario fossile, fino a 8,8 milioni di tonnellate all’anno nello scenario fossile e biologico nel 2030. Oltre il 90% dei benefici ambientali deriva dalla riduzione dei rifiuti commerciali e industriali.
  • Poiché le attività di riciclo sono più impegnative rispetto all’incenerimento o al collocamento in discarica, incluedere l’incenerimento nel sistema ETS dell’UE potrebbe comportare 6.800 posti di lavoro aggiuntivi nello scenario fossile nel 2022 e fino a oltre 21.000 posti di lavoro nello scenario fossile e biologico nel 2030.

Zero Waste Europe invita il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE a modificare la proposta della Commissione e includere gli inceneritori di rifiuti urbani, facendo in modo che paghino le loro emissioni.

Leggi il rapporto completo qui.

Fonte: ecodallecitta.it

Le valigette, due mamme artigiane realizzano giochi tattili per i più piccoli

Giochi su misura per bambini, realizzati a mano, da due mamme che hanno sperimentato la difficoltà dei momenti di noia e confusione dei propri figli, ma che non hanno voluto cedere al “trucco” del cellulare. Nasce così Le Valigette, un progetto educativo da cui prendono vita giochi artigianali colorati, divertenti e didattici.

Savona – Basta tablet! Alessia e Cristina sono due amiche artigiane di Albenga che hanno deciso di unirsi per creare giochi educativi che da cinque anni accompagnano la crescita di tantissimi bambini, liguri e non. Proprio con l’intento di far trascorrere alle famiglie “tempo di qualità” nascono Le valigette e i loro coloratissimi quiet book, libri tattili in stoffa capaci di sviluppare nuove competenze o di implementare quelle già acquisite. Sempre alla ricerca dei migliori materiali per realizzare le proprie creazioni, Alessia e Cristina sono anche in continua formazione pedagogica seguendo il metodo Montessori, per proporre ai più piccoli giochi – sicuri e certificati CE – che fanno da “ponte” tra genitore e bambino, incentivandone la relazione. 

Ho deciso di intervistarle per farmi raccontare il loro percorso.

Quietbook, valigette didattiche e di prescrittura, tovagliette e rotoli di stoffa da colorare sono oggetti che racchiudono attività importanti per lo sviluppo, da svolgere a casa ma soprattutto fuori, magari in pizzeria, in macchina, nella sala d’attesa di un ambulatorio: com’è nata l’idea di proporre ai genitori un’alternativa “colorata e tattile” a tablet e cellulari?

Il nostro intento è stato sin da subito offrire degli strumenti che stimolassero in primis i genitori a disabituarsi dal proporre tablet e altri dispositivi elettronici al ristorante, sull’autobus o in situazioni di noia, soprattutto fuori casa. Spesso in questi contesti si vede il genitore tirare fuori dalla tasca quell’alternativa “troppo facile” che va però a bloccare la creatività del bambino ed è proprio questo ciò per cui io e Cristina ci siamo sempre battute. Con una proposta stimolante e creativa invece il bambino ha modo di far viaggiare la fantasia: ogni valigetta o quiet book racchiude al suo interno tantissime attività che consentono al piccolo intrattenersi in maniera costruttiva e creativa, anziché passivamente. 

Perché vi siete avvicinate alla pedagogia montessoriana?

Ci siamo rese conto che sull’educazione e sulla pedagogia oggi esiste un mondo, ricco di informazioni, di libri e di correnti. La pedagogia di Maria Montessori però ci ha colpito subito, sia per la semplicità dei materiali – naturali e di recupero – che per gli approcci. Così abbiamo scoperto i quiet book e i giochi tattili, proposte educative molto affini al nostro modo di pensare. Nel frattempo io (Cristina) ho frequentato un corso di formazione sul tema, rivolto a insegnanti e a non addetti ai lavori, con un’apertura anche a influenze un po’ più moderne. Rispetto a qualche anno fa troviamo che ora sia molto più facile, per un genitore interessato ad approfondire, reperire informazioni – su Instagram, per esempio – e ci sono moltissimi professionisti che condividono il proprio sapere e realizzano podcast su vari temi pedagogici.

Siete mai state nelle scuole del territorio a portare un po’ della vostra creatività?

Sì, abbiamo curato alcuni laboratori creativi all’interno delle scuole, come quello sulle emozioni. Abbiamo creato un percorso che partiva dalla lettura e arrivava al gioco, dove ogni bimbo aveva la possibilità di tirare fuori le proprie esperienze legate a ogni singola emozione. Con il disegno creativo, poi, abbiamo realizzato tutti insieme il calendario delle emozioni che poi le insegnanti hanno appeso in classe. In aula abbiamo portato anche incontri incentrati sul cucito, sviluppando la manualità fine: durante il periodo natalizio creiamo insieme le calzine della befana e le stelle per l’albero di Natale e ogni bambino ritaglia la propria stella per la punta dell’albero. Tutte queste attività aiutano i bambini a concentrarsi e a sviluppare il “saper fare”.

Quali reti territoriali avete messo in piedi in questi anni di attività?

Lavorare sul territorio non è semplice: in questi anni abbiamo sperimentato un’apertura e un interesse più di nicchia, anche se sono diversi i professionisti con cui lavoriamo. Quest’estate per esempio abbiamo collaborato con il campo estivo di Altopia: insieme a una docente di scienze abbiamo progettato e realizzato un libro tattile intitolato “Il viaggio della luce”. Attraverso il gioco e il tatto i bambini sono riusciti a interiorizzare anche concetti un po’ più difficili e hanno sicuramente compreso l’importanza di imparare giocando. Abbiamo all’attivo anche collaborazioni con pedagogiste e nutrizioniste: abbiamo realizzato libri-gioco sull’alimentazione, ideati appositamente per aiutare i bambini con difficoltà alimentari, libri per sviluppare la proprietà di linguaggio o per imparare la routine della giornata e i nomi delle varie attività quotidiane.

Il tatto è, quindi, una vera fonte di nutrimento emotivo e cognitivo per i più piccoli, che hanno bisogno di stimolare tutti i loro sensi. E di stare lontani dai dispositivi elettronici. 

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/valigette-giochi-tattili/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Pazza Idea: così la comunità psichiatrica mette in pratica la contadinanza

A Novi Ligure, in provincia di Alessandria, c’è una cooperativa fuori dagli schemi: si chiama Pazza idea e da anni si impegna ad accompagnare nel mondo del lavoro giovani con problemi psichiatrici. Così è partita dal suolo, trasmettendo loro tutti gli insegnamenti per prendersi cura della terra in un progetto di agricoltura sociale.

Alessandria – Il loro simbolo è una lumaca, a dimostrazione che nonostante i diversi tempi di percorrenza tutti possiamo arrivare al traguardo. Loro sono i ragazzi e le ragazze della cooperativa sociale Pazza Idea, progetto che nasce a Novi Ligure e che è diventato un punto di riferimento sul territorio per tutte le persone psicologicamente fragili.

La cooperativa, che affonda le sue radici nell’Associazione Il Tiretto, in questi anni ha rivoluzionato il modo di vedere la riabilitazione psichiatrica trasformandola in un vero “percorso di vita” che permette alle persone, attraverso attività sociali e inclusive, di recuperare quelle funzioni fisiche, psichiche ed emotive compromesse dalla malattia mentale.

Il pregiudizio impedisce ai pazienti psichiatrici l’accesso al mondo del lavoro? Come risposta Il Tiretto nel 2012 ha dato vita al Progetto Pazza Idea, individuando nell’agricoltura sociale la strada più semplice per superarlo. Così sono stati coinvolti giovani ragazzi e ragazze che, tra difficoltà iniziali e grandi risultati, sono stati accompagnati nell’apprendimento del lavoro agricolo e nella ricerca di una sempre maggior autonomia.

La formula è quella del tirocinio settimanale dedicato al lavoro nei campi, messi a disposizione dalla cooperativa: qui, accompagnati da un tutor aziendale, hanno appreso le tecniche per coltivare gli ortaggi come pomodori, insalata o zucchine, hanno imparato a “sporcarsi le mani” e prendersi cura della terra, attraverso attività di orticoltura, frutticoltura, allevamento e vendita.Il sogno iniziale dell’associazione Tiretto era anche quello di creare un’impresa che fosse economicamente e finanziariamente sostenibile, garantendo, attraverso le attività agricole, benefici di carattere sia sociale che terapeutico-riabilitativo e quindi estremamente utili nei confronti di fasce cosiddette deboli o svantaggiate della popolazione. «I processi terapeutici specifici hanno l’obiettivo e lo scopo di far recuperare alle persone colpite dal disagio mentale quelle funzioni fisiche, psichiche ed emotive che la malattia compromette».

«Noi di questo “Percorso di Vita” desideriamo essere protagonisti. Siamo convinti che l’esito della riabilitazione dipenda in gran parte da come riusciamo ad articolare questo “percorso” che, sempre coniugato con i programmi sanitari, deve iniziare il più precocemente possibile con interventi sociali (casa – lavoro – risocializzazione), per permettere al paziente di eliminare o almeno attenuare il senso di inadeguatezza che vive, di migliorare la qualità della sua vita e eliminare lo spettro della cronicità».

La cooperativa è formata da utenti dei servizi psichiatrici della provincia di Alessandria, dai famigliari, da volontari sensibili al problema e da persone che hanno superato il disagio mentale: uniti per essere un punto di riferimento sul territorio alessandrino per tutte le persone affette da disagio psichico, oltre che per farsi portavoce delle loro esigenze verso le istituzioni politiche, culturali e sociali, creando «lavoro vero e residenzialità con bassissima o nulla assistenza».

Un aspetto significativo del progetto è la presenza di un tutor aziendale che prende in carico i pazienti psichiatrici e li segue per attivare quegli interventi funzionali a un percorso di integrazione lavorativa efficace e personalizzato con l’intento di rendere possibile un inserimento nella cooperativa. Qui la parola d’ordine è: fare. «Fare anche per difendere il significato di altre parole come “casa”, “lavoro”, “solidarietà”, “rispetto”, “responsabilità”, “cura”, “riabilitazione”, “pazzia”, “malattia”, “sogno”, “utopia”, “realtà”, “progetto”, che se ben raccontate possono dare un senso al nostro operare».

In questo vocabolario i volontari della cooperativa hanno anche inserito la parola “maratona”, non intesa come gara olimpica ma come metafora del loro impegno. «Tutti noi, come per i nostri ragazzi, abbiamo le nostre “maratone” da portare a termine e tutte le “maratone” richiedono impegno e fatica».

Proprio per questo la cooperativa vuole intervenire nella parte conclusiva del percorso di riabilitazione con un progetto che non poteva chiamarsi in altro modo che “Pazza Idea”: «C’è un momento in cui alcuni pazienti potranno e dovranno alienarsi dall’istituzione psichiatrica e inserirsi nuovamente nel tessuto sociale di riferimento abbandonando la residenzialità psichiatrica e iniziando a sperimentare una vita abitativa autonoma».

«È evidente che si tratta di un cambiamento radicale che ci farà scontrare inevitabilmente con due difficoltà: lo “stigma esterno” proprio del territorio che è poco propenso a accettare l’ex malato mentale e lo “stigma interno” della persona che è stata colpita dalla patologia e che ha il timore di non essere più capace di prendere decisioni autonomamente senza dover dipendere sempre dagli altri».

Sono i progetti rivolti al sociale, proprio come il lavoro della cooperativa Pazza Idea, a fare davvero la differenza. Perché sono capaci di avviare programmi di riabilitazione il più precocemente possibile, di creare inclusione, forme di socializzazione e di trasmettere forza, trasformando le storie di ognuno in occasioni di ripartenza. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/pazza-idea-comunita-psichiatrica/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Scuola, salute, green pass, crisi ambientale: ecco le soluzioni possibili

Un gruppo di persone che si riconoscono nei valori della nonviolenza e dell’ecologia, un giorno di metà ottobre 2021, si è messo al lavoro con l’intento di pensare e scrivere una lettera aperta per un cammino non-violento ed ecologista. La condividiamo allo scopo di favorire un dibattito aperto, plurale, libero da pregiudizi e finalizzato al conseguimento del bene comune nel rispetto di tutte e tutti.

Per un cammino radicalmente ecologista e non violento

Come pacifist* ed ecologist*, vorremmo contribuire al dibattito che attualmente infiamma e spacca la società.

Siamo profondamente preoccupat* per la pericolosa polarizzazione e radicalizzazione del conflitto: da una parte i gruppi più violenti ed eversivi che cavalcano il malessere sociale, dall’altra il blocco di potere politico-industriale-mediatico che governa il paese e che impone il suo programma liberista. Condanniamo nel modo più fermo i neofascisti e ogni violenza e tutti coloro che spalleggiano questi gruppi, chiedendoci perché siano stati lasciati agire impunemente dalle autorità, negli eventi del 9 ottobre a Roma. Queste violenze non fanno altro che delegittimare ogni forma di protesta e sono l’occasione per stringere e limitare il diritto a manifestare (cosa che puntualmente sta accadendo).

La nostra è una società malata e non solo a causa della pandemia Covid-19. Una società che ha ereditato, ancor prima del Covid-19, modelli socio-economici e stili di vita insostenibili che incidono fortemente sulla salute delle persone, delle comunità, dei territori e dell’intero Pianeta. Una società centrata su un modello di sviluppo che ha distrutto l’equilibrio tra le persone e l’ambiente e che alimenta enormi ingiustizie nord-sud del mondo.

Oggi più che mai, è importante coltivare un pensiero critico che metta la salute (nel suo aspetto globale), il rispetto e la nonviolenza al centro del dibattito. Contestiamo quindi la narrazione “bellica” che tende a mettere in un angolo anche il semplice diritto al dubbio. Abbiamo vissuto con sgomento e preoccupazione le “guerre all’untore” che in Italia si sono scatenate contro coloro che per dubbio, convinzioni o scelte di vita decidono di non affidarsi al vaccino. Come ecopacifist* rigettiamo l’hate speech, da ogni parte esso provenga, il linguaggio violento, umiliante, disumanizzante verso chi non la pensa allo stesso modo. Vogliamo favorire l’empatia, il dialogo, l’ascolto.

Crediamo nel sistema sanitario, una conquista da difendere, e rifiutiamo ogni malaugurata idea di un sistema sanitario dove chi ha “colpe” deve pagarsi le cure.

Purtroppo molti media hanno abdicato al proprio dovere di esercitare un controllo sull’operato del governo e di garantire un dibattito effettivamente pluralista, aperto e trasparente: ragionevoli e accorati appelli contro il green pass (di docent, student, scrittor* e filosof*), non hanno trovato adeguato spazio nei media “mainstream”.

Anche a nostro parere lo strumento del green pass (così come è declinato in Italia), è pieno di contraddizioni e fallacie sul piano sanitario, finalizzato a un rigido e burocratico controllo sociale, umiliante e divisivo, oltre a contraddire i principi contenuti nella Risoluzione 2361 (2021) dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa e nel Regolamento Ue n. 953/2021.

Sul green pass e sulle scelte politiche di gestione della pandemia, la differenza tra i singoli Stati, anche all’interno della Unione Europea, è molto forte. Perché quindi non si può discutere e criticare apertamente questa misura, che non è – come spesso si dice – “scientifica”, ma meramente “politica”?

L’11 ottobre il Collettivo Lavoratori Portuali di Trieste e Genova (gli stessi che negli ultimi anni hanno incrociato le braccia al traffico di armi diretto in Arabia Saudita), e i sindacati di base hanno indetto uno sciopero generale, anche (ma non solo) contro il green pass. Tra le altre richieste avanzate, che noi condividiamo, il reddito universale, la riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, il rilancio dello Stato sociale, investimenti nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, potenziamento del trasporto pubblico, sicurezza vera sul lavoro.

Rivendichiamo un pensiero critico sulla pervasività degli interessi economici e politici nella medicina e nella sanità, sull’invadenza del digitale e delle tecnologie del controllo, sul mito della crescita economica infinita, sulla deriva scientista che si accanisce contro visioni del mondo e approcci di cura considerati non conformi.

Se davvero la salute non è solo assenza di malattia ma presenza di uno stato di benessere psico-fisico che va dalle persone alla comunità, allora la via d’uscita è nella rivisitazione globale dei nostri stili di vita (e quindi politiche che sappiano indirizzare e favorire queste scelte, modificando l’attuale sistema economico senza lasciare impuniti i crimini ambientali che minacciano la salute pubblica).

Si è più in salute mangiando cibo sano, locale, modificando radicalmente il nostro modo di muoverci e rapportarci alla terra, riducendo la nostra impronta ecologica, i nostri frenetici e consumisti stili di vita, praticando la sobrietà e la lentezza, organizzando vere e proprie comunità educanti, rafforzando la medicina di base. La capacità di accettare i limiti che ci impone la natura ci condurrà ad un nuovo equilibrio sociale ed esistenziale, con l’ambiente e con gli altri popoli del mondo.

Siamo più in salute se ci prendiamo cura del territorio in cui viviamo, se anche la scuola diventa più democratica, esperenziale e all’aperto, (da qui l’importanza di spazi verdi, cortili, parchi e giardini anche in città), un luogo dove educare al pensiero critico, alla cittadinanza attiva, a sani stili di vita.

Purtroppo la gestione securitaria e fobica della pandemia rischia di schiacciare questo cammino, costringendoci ancora più di prima dentro vite segnate dal predominio della tecnocrazia, della farmacologia e della medicalizzazione spinta. Il continuo martellamento di messaggi ansiogeni, repressivi e colpevolizzanti ha contribuito ad aumentare sindromi depressive, consumo di alcool e psicofamaci.

La scuola è sempre più “ingessata” e chiusa in sé, con progetti e realtà educative innovative (ricordiamo ad esempio il caso di Bimbisvegli), bloccate da regole senza senso.

Oltretutto queste imposizioni controproducenti e ingiuste esasperano gli animi e rendono le persone insofferenti anche ai “limiti ambientali” che multinazionali e mafie calpestano quotidianamente in totale impunità. Limiti all’inquinamento e al consumo che saranno sempre più necessari per fronteggiare l’emergenza climatica ed ambientale.

Abbiamo bisogno di ripartire dalla salute globale di ogni essere vivente, dobbiamo creare le condizioni per iniziare un nuovo cammino, contrastando il dominio di un capitalismo che non potrà mai avere un volto umano. Non vogliamo arrenderci a una deriva che schiaccia i mondi diversi possibili o già praticati, vogliamo disegnare un nuovo umanesimo ecologista, pacifista e antifascista.

Proviamo a camminare insieme.

Per adesioni a 333/3520627 (whatsapp) oppure peruncamminoecopax@gmail.com.
Clicca qui per scoprire chi ha aderito sinora. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/scuola-salute-green-pass-soluzioni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

TuttiConnessi: cresce il progetto che ricicla pc usati e li dona a studenti in difficoltà

Raccogliere e rigenerare computer per donarli agli studenti e alle famiglie che ne hanno necessità: è questo l’obiettivo del progetto TuttiConnessi, che in questi mesi ha recuperato centinaia di dispositivi ed è stato esportato in diverse città italiane, portando la solidarietà a chi è in difficoltà.

Torino – Era il 4 marzo 2021 e ci trovavamo nel pieno della pandemia. In quel periodo vi avevamo parlato di un progetto nato durante il primo lockdown come risposta a un problema sempre più diffuso che ha interessato studenti e famiglie facendo emergere una situazione a dir poco drammatica: la mancanza di dispositivi digitali per accedere alle lezioni in didattica a distanza, che ha completamente tagliato fuori centinaia e centinaia di studenti.  Il progetto in questione si chiama TuttiConnessi e, proprio come vi abbiamo raccontato, è stato capace in questi mesi di attivare un sistema di recupero e rimessa in funzione pc, tablet e smartphone usati che, ricondizionati, sono stati donati a studenti in difficoltà o con scarsi mezzi tecnologici. L’idea è stata pensata specialmente per quelle famiglie più numerose o in situazioni di criticità, impossibilitate ad avere a disposizione sufficienti PC o tablet per i loro figli. E ora che le lezioni sono ripartite in presenza, guardando al di là del momento contingente della pandemia, non possiamo ignorare che la scuola farà sempre più uso di strumenti digitali e che gli studenti avranno sempre più bisogno di dispositivi utili al loro apprendimento.

Insomma, in questi mesi il progetto TuttiConnessi ha consentito il recupero di centinaia di computer per garantire il diritto a un’istruzione di qualità per tutti i giovani e le giovani, grazie all’aiuto della fitta rete di volontari e delle donazioni di privati e aziende che, in un momento di difficoltà come quello pandemico, hanno reso possibile tutto ciò.

«In questo tempo in cui la tecnologia ci offre una straordinaria occasione di progresso, nessuno può essere lasciato indietro», ha raccontato Feliciana Faiella, co-fondatrice e volontaria del progetto. «Il meccanismo di TuttiConnessi è molto semplice: noi intercettiamo le donazioni di dispositivi digitali attualmente in disuso prima che diventino dei rifiuti. Questi dispositivi saranno poi rigenerati dai nostri volontari e consegnati a chi ne ha necessità».

Foto di Annie Pratt tratta da Unsplash

Il progetto è stato ideato ad aprile 2020 da TékhnéMuseo Piemontese dell’InformaticaSyx e Informatici senza frontiere: «Dall’avvio del progetto sono stati recuperati 500 computer per un valore complessivo di 100.000 euro». Così TuttiConnessi proseguirà per tutto il 2022 e continuerà a essere reso possibile grazie alla collaborazione di diversi attori sociali: dai privati cittadini alle aziende, dai volontari alle associazioni che collaborano, ognuno secondo le proprie capacità e competenze, con l’obiettivo di garantire a tutte e tutti il diritto a un’istruzione di qualità e alla cittadinanza digitale.

Il progetto in questi mesi è anche risultato vincitore del premio War Free Energies 2021 promosso dall’azienda agricola Blu Bit, dall’associazione Acmos e dalla Fondazione Benvenuti in Italia «per la sua capacità di mettere in circolo una rete virtuosa di riciclo e riutilizzo, in particolare di dispositivi elettronici, costosi e di difficile smaltimento, per la sua attenzione a una delle fasce più fragili ma più importanti della popolazione: gli studenti e la comunità scolastica, che sono stati i beneficiari».

Per prendere parte a questo circolo virtuoso, che si pone l’obiettivo di combattere il digital divide, tutti possono partecipare donando il proprio computer portatile, tablet, smartphone router 4G, di qualsiasi marca e modello, purché funzionante e recente. I dispositivi saranno successivamente raccolti da volontari e sanificati, rigenerati e consegnati alle famiglie degli studenti che ne hanno fatto richiesta. Le richieste saranno poi mediate dai docenti o da altri soggetti e gestite secondo criteri di priorità concordati caso per caso con le associazioni promotrici del progetto.

Saranno infatti i docenti e gli operatori di associazioni e organizzazioni a diventare “garanti” per la raccolta delle domande da parte degli studenti, creando un collegamento che unisce scuola, aziende e terzo settore nel promuovere la solidarietà. E dato il successo di questi mesi, per il prossimo anno verrà attivato anche a Roma, Genova e Bergamo, dimostrando la sua capacità di essere esportabile e replicabile anche in altri contesti e creando una rete sempre più diffusa sul territorio.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/tutticonnessi-ricicla-pc-usati/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

MiTE e Agenzia Dogane avviano una collaborazione per prevenire export illegale di rifiuti, in particolare tessili e plastica

Il ministero della Transizione Ecologica e l’Agenzia di Dogane e Monopoli coopereranno per garantire un più efficace controllo della movimentazione transfrontaliera di rifiuti, in particolar modo rifiuti tessili e rifiuti di plastica. L’obiettivo è di favorire la formazione e l’informazione del personale e di promuovere iniziative legislative mediante la presentazione congiunta di proposte normative

Il direttore generale di ADM Marcello Minenna e Laura D’Aprile, capo del Dipartimento per la Transizione ecologica e gli investimenti verdi (DiTEI), hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa per la realizzazione degli obiettivi comuni di miglioramento della gestione e del controllo delle attività connesse alla movimentazione transfrontaliera di materiali e rifiuti.

MiTE e ADM, attraverso un apposito tavolo di coordinamento, coopereranno per garantire un più efficace controllo preventivo e successivo della movimentazione transfrontaliera di rifiuti, in particolar modo rifiuti tessili e rifiuti di plastica. L’obiettivo, garantito anche attraverso lo scambio di tutte le informazioni utili, incluse quelle contenute nelle rispettive banche dati, è di favorire la formazione e l’informazione del personale e di promuovere iniziative legislative mediante la presentazione congiunta di proposte normative in ambito nazionale e/o comunitario. Allegato PDF iconProtocollo ADM MITE firma DG_signed.pdf

Fonte: ecodallecitta.it

TeFFIt, alla scoperta del potere curativo delle nostre foreste

Gli effetti benefici del contatto con la natura, con i boschi e con gli alberi sono noti e documentati e sono tante le organizzazioni che favoriscono questa pratica. Oggi vi parliamo di una rete chiamata TeFFIt, che connette e unisce competenze trasversali in diversi campi per sfruttare la meglio le terapie forestali.

«I due ecosistemi più completi e autonomi presenti sul nostro pianeta sono le foreste e le barriere coralline. La foresta è il modello più evoluto al quale tende la vita emersa e tornare ad essa vuol dire tornare ad una conoscenza più profonda dei meccanismi e persino dei significati che regolano la vita stessa sul nostro pianeta». Con queste parole la dottoressa Fiammetta Piras e Raoul Fiordiponti, mi introducono in un mondo per me nuovo e affascinante. Mi riferisco a quello della rete TeFFIt – Terapie Forestali in Foreste Italiane e di Outdoor Education APS, nata grazie alla sinergia intellettuale di Università in campo medico, biologico e forestale da soggetti pubblici e privati. L’obiettivo è andare a integrare le conoscenze reciproche per realizzare azioni di studio sugli effetti benefici della fruizione di ambienti boschivi sani italiani, ma anche cercare di ottenere il riconoscimento delle Terapie Forestali come promozione della salute nel sistema sanitario italiano. Grazie a una chiacchierata con la portavoce del CTS, la dott.ssa Piras, e con il presidente dell’associazione, Raoul Fiordiponti, il quadro diventa molto più chiaro in merito a questa attività, che non ha niente a che vedere con l’escursionismo o la meditazione guidata in natura. Partiamo dal principio.

Una diversa prevenzione e promozione della salute

Le terapie forestali sono delle pratiche di prevenzione e promozione della salute, ma anche un intervento sanitario che supporta le terapie convenzionali soprattutto per malattie croniche non trasmissibili. In alcuni stati queste vengono già prescritte dai medici curanti e in paesi come Giappone, Svezia, Norvegia, Germania e Stati Uniti se ne raccomanda la pratica alla popolazione. Gli studi scientifici degli ultimi quarant’anni stanno dimostrando i benefici sulla salute psicofisica umana grazie a una regolare frequentazione di ambienti forestali maturi e ricchi di biodiversità.

«La TeFFIt è l’unica realtà in Italia a integrare i punti di vista del mondo forestale, medico, ecologico e della conduzione in ambiente naturale, creando un rapporto sinergico al fine di sviluppare ricerche finalizzate a strutturare metodi innovativi di promozione della salute e prevenzione delle malattie croniche», mi raccontano. L’Associazione promuove infatti percorsi finalizzati al benessere, studiati e sperimentati in foreste italiane sane ed evolute. 

I boschi sono detti sani quando si auto-organizzano rispetto a una serie di elementi che li caratterizzano, in particolare la quantità e diversità di organismi che li abitano – biodiversità – e le relazioni che questi instaurano tra loro – biocomplessità. I fitoncidi, ad esempio, sono segnali che emettono tutte le piante: se una di loro soffre, essendo in comunicazione con le altre, cambierà linguaggio, il quale verrà così captato da tutta la rete che si auto-organizzerà. Dopo esperienze in diverse foreste italiane, la dottoressa Piras e Raoul Fiordiponti, in contesti e situazioni diverse, si sono accorti che le esperienze vissute nelle foreste insieme ai gruppi accompagnati le reazioni positive erano sorprendenti, soprattutto per alcune patologie croniche. Anche bambini con deficit dell’attenzione hanno registrato netti miglioramenti con percorsi di terapie forestali. «Ogni persona trarrà un diverso beneficio che deve essere reciproco. Non si va nel bosco per usarlo e consumarlo, il beneficio deve continuare nel tempo e dei boschi bisogna avere cura e rispetto», sottolineano. 

La relazione tra uomo e foresta

«Tutto passa attraverso il contatto fisico con il fitto dialogo fisico chimico della foresta – spiegano la dott.ssa Piras e Raoul Fiordiponti – fatto di odori, colori, luci, suoni, forme, ma anche spore, pollini, persino microbi alleati e salutari che ci avvolgono quando ci immergiamo in essa. Quando la foresta è ricca e sana, questo “chiacchiericcio” è perfettamente orchestrato e il nostro corpo ne viene attratto e viene indotto a partecipare e adattarsi. I nostri ritmi finalmente rallentano e la foresta ci dà il “la”, come un abile direttore d’orchestra, perché anche le nostre funzioni tornino a risuonare in modo armonioso tra loro e con l’ambiente che ci circonda».

Ovviamente tutto questo è vero solo se al corpo e alla mente non viene imposto di impegnarsi in esercizi o altre attività, ma sono lasciati liberi di abbandonarsi agli stimoli che ricevono. Allora una foresta integra può trasformarsi in uno specchio che riflette un’immagine di noi più sana e serena come modello di benessere che sentiamo nostro e che possiamo raggiungere, ispirandoci anche ad adottare stili di vita migliori. Ciò non può essere vero se si va, invece, in un bosco malamente gestito, impoverito, “mutilato” del suo sottobosco, disturbato da una presenza umana indelicata e invadente, e la cui “sinfonia” risulterà inevitabilmente scarna e stonata.
«È pur vero che le persone poco abituate alla natura selvatica – continuano a raccontare – all’inizio possono sentirsi disturbate e persino infastidite o spaventate dall’apparente disordine delle foreste integre, e vanno introdotte ad esse con delicatezza e attenzione».

«Ma via via che il contatto con la Natura si approfondisce, esso evolve in una relazione sempre più stupefacente, gratificante e salutare. E le persone cominciano a percepire anche le differenze tra un bosco e l’altro, come sia diversa una pineta da una macchia mediterranea o da una faggeta. E ciascuno impara a muoversi in sintonia con foreste differenti, rispettandole e traendo da ognuna il beneficio migliore per sé. Scoperte e meraviglie non finiscono mai, basta comprendere con correttezza i dati forniti dalla scienza sul potere terapeutico delle foreste come ecosistemi e non ostinarsi a vederle come semplici luoghi dove fare attività prestabilite o assorbire qualche ingrediente terapeutico».

La TeFFIt organizza diversi corsi rivolti alle persone che vogliono capire come creare questa relazione e migliorare da soli la propria salute frequentando foreste sane, autodeterminate, biodiverse, biocomplesse. Sono corsi di Auto immersione in Foresta, di Conduttori in Immersione in Foresta e corsi relativi all’Outdoor Education basati su studi scientifici. Tutti vengono erogati da professionisti, medici, forestali e professori universitari, online, dal vivo e con parte pratica in presenza. L’obiettivo è velocizzare il ritorno alla relazione con la foresta, percepire i canti degli uccelli, ma anche ritrovare il significato dei profumi e dei colori come linguaggi che variano a seconda che si tratti di un allarme, di un richiamo o di un vero e proprio canto di gioia di vivere. Si cominciano a comprendere i diversi meccanismi esistenti, ad interpretare il significato di “parole” e “frasi” per noi esseri umani inconsuete, ma non solo perché si sono imparate cognitivamente, ma perché si è finalmente entrati in relazione con il popolo delle foreste.

Obiettivi generali

TeFFIt è l’unica realtà italiana con il registro nazionale dei conduttori iscritti all’elenco del Mise – Ministero dello Sviluppo Economico. L’idea non è fornire solo una formazione, ma individuare persone con cui sviluppare questa rete e continuare a fare ricerca, a capire come funziona questo meccanismo, ad avere più dati. Ai conduttori viene chiesto di svolgere un lavoro certosino che metta in evidenza il tipo di bosco in cui si sono fatte le immersioni, la stagione, la temperatura e altri dati scientifici che servono a rendere sempre più preciso il quadro. È improbabile, infatti, che una macchia mediterranea funzioni tal quale a una foresta di sequoie. Anche il tipo di relazione è preferibile che venga fatta da chi conosce molto bene un territorio. Nel Nord Europa sono abituati al cattivo tempo e a vivere la natura in tutte le condizioni metereologiche. Chi abita al Sud, invece, farà più fatica ad adattarsi a condizioni che nella sua quotidianità non vive. Anche le linee guida europee in merito agli studi sulle terapie forestali tengono molto in riferimento la localizzazione geografica perché la relazione con la foresta cambia in base al proprio ambiente, alle proprie necessità, alla propria realtà geografica e al proprio sistema sanitario, persino alla propria cultura, sottolineano. La rigidità, il riduzionismo o un approccio solo basato sull’intuito non aiutano molto in questo processo di relazione. Solo attraverso un metodo corretto che interseca più saperi si permetterà alle persone di trovare nel bosco quello che nei lavori scientifici viene chiamato il “luogo preferito”, inteso come quello in cui ciascuno si trova più a suo agio e ne trae il massimo beneficio per sé. Dimenticate le escursioni in natura, esercizi di meditazione o le varie forme di jogging, le attività proposte da TeffIt consistono nell’entrare in contatto con la natura attraverso sensazioni fisiche e non è richiesto neanche un impegno mentale. Al contrario, l’attenzione involontaria che usiamo quando siamo in natura non necessita di alcuno sforzo. Vagare in natura, con la mente e con il corpo, sarà la sensazione più stimolante e curativa mai provata!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/teffit-potere-foreste/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Nuovo studio ZWE: includere l’incenerimento dei rifiuti nel sistema ETS dell’UE è un percorso per generare benefici climatici e occupazione

L’incenerimento dei rifiuti urbani è attualmente escluso dal sistema europeo di scambio di quote di emissione. Se lo si include, spiega Zero Waste Europe, le aziende dei rifiuti dovranno acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di CO2 che emettono durante il trattamento di rifiuti domestici, aziendali e industriali. Questo costo aggiuntivo può fungere da incentivo per la prevenzione e il riciclo, che diventeranno quindi più competitivi (meno costosi) dell’incenerimento


Rifiuti. Il termovalorizzatore di CopenHill a Copenhagen. Roma, 17 giugno 2019. FACEBOOK

Un nuovo studio di CE Delft richiesto da Zero Waste Europe mostra che l’inclusione dell’incenerimento nell’ambito dell’Emission Trading System (ETS) dell’Unio Europea incoraggerebbe la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti e genererebbe benefici per il clima e l’occupazione. L’incenerimento dei rifiuti urbani è attualmente escluso dal sistema europeo di scambio di quote di emissione. Se lo si include, le aziende dei rifiuti dovranno acquistare crediti di emissione per ogni tonnellata di CO2 che emettono durante il trattamento di rifiuti domestici, aziendali e industriali. Questo costo aggiuntivo può fungere da incentivo per la prevenzione e iriciclo, che diventeranno quindi più competitivi (meno costosi) dell’incenerimento. Inoltre, verranno creati nuovi posti di lavoro poiché le attività di riciclo sono più impegnative rispetto all’incenerimento dei rifiuti. Da qui al 2030, dice lo studio, c’è il potenziale per creare più di 14.000 posti di lavoro. I potenziali impatti dell’inclusione sono stati studiati sulla base di due scenari: il primo è quello fossile, che vede incluse solo le emissioni di CO2 fossile (emissioni di CO2 provenienti ad esempio dall’incenerimento della plastica), il secondo è quello calcolato sulle emissioni di CO2 sia fossili che biologiche (derivanti dall’incenerimento dei rifiuti alimentari) incluse nell’EU ETS.

Janek Vähk, coordinatore per il clima, l’energia e l’inquinamento atmosferico di Zero Waste Europe, afferma: “Il nuovo rapporto mostra che l’inclusione è una triplice situazione vantaggiosa per tutti, poiché va a vantaggio non solo del clima, ma crea anche occupazione e aiuta l’Europa a muoversi verso una maggiore economia circolare favorendo la prevenzione e il riciclo dei rifiuti”.

Le principali conclusioni dello studio di ZWE sono:

  • L’inclusione dell’incenerimento nel sistema ETS dell’UE incoraggerà le attività di riciclaggio da parte delle famiglie e delle imprese. Poiché le imprese hanno un incentivo più diretto sui prezzi se l’incenerimento è incluso nel sistema, gli impatti saranno maggiori per loro (riduzione dei rifiuti dall’8 al 25%) rispetto alle famiglie (riduzione dei rifiuti dallo 0,2 al 5%).
  • L’incenerimento nell’EU ETS può ridurre le emissioni di CO2 che vanno da 2,8 milioni di tonnellate all’anno nel 2022 nello scenario fossile, fino a 8,8 milioni di tonnellate all’anno nello scenario fossile e biologico nel 2030. Oltre il 90% dei benefici ambientali deriva dalla riduzione dei rifiuti commerciali e industriali.
  • Poiché le attività di riciclo sono più impegnative rispetto all’incenerimento o al collocamento in discarica, incluedere l’incenerimento nel sistema ETS dell’UE potrebbe comportare 6.800 posti di lavoro aggiuntivi nello scenario fossile nel 2022 e fino a oltre 21.000 posti di lavoro nello scenario fossile e biologico nel 2030.

Zero Waste Europe invita il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE a modificare la proposta della Commissione e includere gli inceneritori di rifiuti urbani, facendo in modo che paghino le loro emissioni.

Leggi il rapporto completo qui.

Fonte: ecodallecitta.it

Medicina popolare sarda: le cure di “nonna” fra scienza, magia e tradizione

Gianpaolo Demartis gira da anni per la Sardegna lasciandosi trasportare dai segnali della sua terra. Nonostante abbia studiato solo sugli appunti da lui stesso trascritti dopo i tanti incontri con gli anziani guaritori dell’isola, è diventato uno dei più esperti divulgatori della medicina popolare sarda. Lo abbiamo intervistato nel neonato centro di permacultura rigenerativa che da quest’autunno ospita i laboratori della Libera Scuola di Erboristeria Popolare, di cui è fondatore.

CagliariSardegna – Qual è il punto di intersezione tra un esperto erborista, un appassionato antropologo e un collezionista di riti magici? Se qualcuno mi facesse questa bizzarra domanda, oggi non avrei dubbi su come rispondere. Direi certamente Gianpaolo Demartis, divulgatore di antichi rimedi per la salute attraverso la Libera Scuola di Erboristeria Popolare Sarda “Calarighe”.

Lo incontro in due luoghi (non a caso) magici. La prima volta accanto a uno splendido nuraghe nel comune di Telti, piccolo centro non distante da Olbia, dove – nella tenuta di famiglia della sua compagna – passa il tempo libero ad allestire, metro dopo metro, percorsi naturalistici fra la flora autoctona della Gallura composti da vere e proprie stanze e passaggi dedicati alle varietà più importanti che crescono spontanee in quella zona.

Gianpaolo Demartis

Il secondo incontro avviene presso il neonato centro di permacultura rigenerativa In Our Garden, nel comune di Quartu Sant’Elena, a pochi chilometri da Cagliari, che dall’inizio di ottobre 2021 è diventato sede della terza edizione della libera scuola “Calarighe”, da lui stesso fondata. Gianpaolo è qui per tenere uno dei suoi laboratori di medicina popolare. Mentre aspetto che si liberi e raggiunga la mia telecamera, mi siedo all’ombra di un cipresso confondendomi con gli altri partecipanti, ad ascoltare i suoi affascinanti “racconti di nonna”.

Sarà perché sono arrivato quando il laboratorio era già iniziato, ma ci metto un po’ a capire che la nonna di cui parla non è una sua ava e nemmeno una persona in carne e ossa (non necessariamente, almeno). “Nonna” è in realtà, nella sua narrazione, “la memoria storica della Sardegna”, quella insita in tutto ciò che si può trovare nella natura dell’isola – animali, piante, corsi d’acqua, sassi… e anche esseri umani –, la tradizione di cui, qualsiasi cosa accada, “non ci si può liberare, perché è scritta negli elementi di questa terra.”

Sono diverse le cose che mi colpiscono durante il suo laboratorio. Una è sicuramente l’incredibile quantità di tratti comuni fra la “nonna” sarda e le “nonne” delle altre medicine popolari; persino di quelle più remote, tra cui la medicina cinese e quella dei nativi americani: dall’idea che lo scopo ultimo della medicina sia quello di espellere la malattia dal corpo fino alle pratiche puntuali, come l’uso di sacchetti contenenti erbe immersi nell’olio caldo per fare massaggi antidolorifici, rimedio comune sia alla tradizione sarda che a quella indiana ayurveda. «L’unica differenza sostanziale fra una medicina popolare e l’altra sono le erbe – precisa Demartis – che sono diverse per ciascuna zona del mondo».

Ma ciò che mi colpisce di più è il modo in cui ha iniziato il percorso che lo ha portato a diventare – nonostante i suoi studi ufficiali siano stati pochissimi (si può dire che abbia studiato solo gli appunti da egli stesso trascritti dopo i tanti incontri con i guaritori dell’isola) – uno dei più esperti divulgatori della medicina popolare sarda. Convinto già dall’adolescenza che la Sardegna fosse un mondo a sé stante infatti, ha deciso di studiarne le peculiarità, fino a quando – dopo aver incontrato per la prima volta un’anziana guaritrice – è stato travolto dalla curiosità per la medicina popolare.

Da allora gira in lungo e in largo per la Sardegna lasciandosi trasportare dai segnali della sua terra. Non solo chiacchierando con i nonni e le nonne di antichi rimedi provenienti dalla tradizione orale, ma anche sperimentando preparati basati sul su sentidu, metodo che lo porta, una volta immerso in natura, a leggere e interpretare i segnali provenienti dall’esterno. La sua ricerca si trasforma così in una vera e propria esperienza mistica, nella quale l’apporto della sensazione ha lo stesso valore, né più né meno, di un manuale universitario o di uno studio antropologico.  Confesso di non essere mai riuscito a sanare il conflitto tra la mia parte più razionale e quella più istintiva nei riguardi della medicina. La prima mi ha sempre suggerito di fidarmi solo di chi ha studiato sui libri, negli ospedali e nei centri di ricerca. La seconda ha sempre creduto, nel profondo, che siamo noi i migliori medici di noi stessi; siamo noi, benché profani della materia, i primi a poter capire le ragioni dei nostri malesseri, squilibri, tormenti fisici… e a poter trovare istintivamente, se lo vogliamo, il modo di guarirli.

Ebbene, con mia somma gioia, man mano che Gianpaolo prosegue con la descrizione delle proprietà curative del lentisco, del mirto, del ginepro, della lavanda e di decine di altre piante spontanee della zona; via via che i partecipanti al suo laboratorio si sparpagliano fra gli alberi e i cespugli alla ricerca della propria personale ispirazione che li porterà a raccogliere cisto o finocchietto, carota selvatica o acetosella, camomilla selvatica o silene; a poco a poco sento che mente e cuore, i due contendenti in eterno conflitto presenti dentro di me (e forse dentro ciascuno di noi), stanno giungendo a un epocale armistizio.

E con un conflitto in meno forse anch’io, grazie alla medicina popolare, mi sentirò un po’ più sano. Perché in fondo – come ripete Gianpaolo a tutti un minuto prima di dirigersi verso la mia telecamera – “nonna non sa niente di malattia, ma sa molto di salute.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/medicina-popolare-sarda/?utm_source=newsletter&utm_medium=email