5G: l’impegno dei sindaci in difesa della salute pubblica

Al convegno alla Camera dei Deputati sindaci, amministratori e avvocati raccontano cosa è stato fatto finora e cosa è possibile fare per chiedere maggior cautela nell’espansione del 5G in attesa di studi scientifici che ne confermino l’innocuità. Emerge un panorama di cittadinanza attiva consapevole delle proprie responsabilità e che vuole coinvolgere maggiormente la collettività nelle scelte politiche. Il convegno internazionale organizzato dall’Alleanza Stop 5G alla Camera dei Deputati ci ha permesso di fare il punto della situazione italiana ed internazionale. Degli aspetti scientifici, medici e normativi sui rischi per la salute dei campi elettromagnetici abbiamo già parlato. Qui vogliamo riferire delle azioni messe in campo per il diritto alla tutela della salute e di poter scegliere se e come accogliere l’offerta commerciale delle compagnie delle telecomunicazioni per il 5G. Emblematico il racconto del sindaco di Marsaglia, dell’Alta Langa, anche presidente dell’Associazione Nazionale dei Piccoli Comuni Italiani (ANPCI): Franca Biglio. Un intervento che descrive chiaramente come le decisioni vengano calate dall’alto e imposte senza che i cittadini e i propri amministratori siano informati e possano far rispettare le normali cautele per la sicurezza dei propri cittadini di cui sono responsabili per legge.

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Racconta Franca Biglio che iniziò a sentir parlare dell’arrivo del 5G, nelle proprie zone, da giornali locali. Si parlava di un sorteggio di alcuni comuni per la sperimentazione 5G. Poi un articolo su La Stampa spiegava che l’AGCom (Autorità per le Garanzie delle Telecomunicazioni) obbligava l’estensione del servizio oltre al comune di Torino (una delle Smart Cities scelte per la sperimentazione) anche ad altri 120 comuni di cui 29 in Piemonte. Ecco il suo accorato racconto: «Dai giornali inizio a leggere cose a cui non sapevo dare una spiegazione; ad esempio cittadini che stavano insinuando quale contropartita avessero accettato i sindaci per partecipare a questa sperimentazione sulla cittadinanza. Ma chi mai ha dato il consenso? Nessuna comunicazione, informazione o richiesta era mai arrivata. Ho iniziato a chiedere informazioni preoccupata e ho scritto al Prefetto affinché mettesse in atto tutte le procedure tecnico-giuridiche necessarie per la tutela della salute. Nessuna risposta. Quindi cominciamo ad allertarci e mandiamo a tutti gli altri sindaci una richiesta di informazioni per capire cosa stesse succedendo, quali garanzie ci venissero fornite e chi altro fosse coinvolto. Per uscire dall’isolamento e metterci in rete aderiamo al comitato cittadino di tutela dal 5G e vado ad incontrare diversi esponenti attivi a livello nazionale come il Senatore Saverio De Bonis (Gruppo Misto) che da anni sostiene le cause per i diritti di tutela ambientale e della salute.

Adottiamo la moratoria con delibera del comune e l’ordinanza per chiedere la sospensione del servizio fino a che non ci fossero adeguate informazioni sulla sicurezza per la salute dei cittadini. Il prefetto ci risponde che la richiesta ha un difetto di procedura burocratica e non la accoglie. Per informarmi meglio partecipo al convegno in Abruzzo e la preoccupazione aumenta, sento la responsabilità verso i nostri cittadini. Ricevo una telefonata da Asstel (Assotelecomunicazioni) e vengono ad incontrarmi. Mi spiegano che non è stato un sorteggio ma una vera e propria scelta per il “grave divario digitale” in cui versava il mio comune e cerca di rassicurarmi: il 5G è una opportunità e non ci sono dati scientifici che provino un rischio per la salute». Questo è vero, perché proprio nessuno, né governi, né aziende ha mai stanziato un euro per verificarne i rischi. Quindi il problema è chi chiede grazia di innocuità prima dell’installazione o chi in assenza di verifiche scientifiche dichiara che il servizio è sicuro? Chi deve portare le prove?

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L’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’Ambiente) è un organo deputato al controllo del rispetto dei limiti di legge, ma alla richiesta di informazioni della sindaca Biglio dichiarano di non avere informazioni. Ora L’ANPCI sta per sottoscrivere con lo studio di avvocati che da anni partecipa alle dispute legali sulla tutela della salute, un accordo di programma per offrire una possibilità di tutela a garanzia legale ai piccoli comuni con agevolazioni a livello finanziario.

Sul tema dell’assenza di studi sui rischi per la salute, il consigliere comunale di Trento, Andrea Maschio (5 stelle), interviene al convegno per annunciare che Trento è il primo comune in Italia dove è stata approvata una mozione per lo stanziamento di un finanziamento sulla sperimentazione sui rischi del 5G per salute. «Attraverso un emendamento al bilancio abbiamo creato una quota economica per lo studio scientifico: il comune stanzierà 30.000 euro in due anni, 0,255 centesimi ad abitante. Ovvio che lo studio costerebbe più di 2 milioni di euro ma se ogni comune si attivasse con le stesse cifre procapite avremmo il primo studio italiano e indipendente».

Oggi, tra delibere, determine e ordinanze sindacali 76 comuni hanno preso ufficialmente posizione cautelative e di contrasto netto per la tutela salute ma il numero è destinato a crescere. Inoltre, aumentano i cittadini che attraverso petizioni e diffide ai propri sindaci e ai ministri cercano di sensibilizzare i propri concittadini. Così anche fuori dall’Italia. Già un anno e mezzo fa 300 sindaci negli USA fecero una maxi denuncia alla Commissione Federale delle Comunicazioni bloccando l’installazione delle antenne nei propri comuni. Molto atteso l’intervento dell’avvocato Stefano Bertone dello studio legale torinese Ambrosio&Commodo. Esperto di cause civili e contenziosi in questa materia, collabora da anni con associazioni come la A.P.P.L.E di Padova (Associazione Per la Prevenzione e la lotta all’Elettrosmog) e con il professor Levis, già cattedratico di Mutagenesi Ambientale all’Università di Padova, un luminare riconosciuto a livello internazionale.

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«Noi applichiamo nei processi, già da 10 anni, le evidenze scientifiche che l’esposizione alle radiazioni del 3G e 4G sono collegate ai tumori cerebrali e ad altre manifestazioni cliniche. Tante cause sono state vinte anche se non ancora in via definitiva perché impugnate; l’iter è lungo». Continua l’avvocato: «una causa a Firenze è stata vinta proprio dall’attuale ministro Bonafede che quindi è bene informato in materia».

Ma cosa possono fare i comuni e le amministrazioni? «Lo stato definisce i parametri ma i comuni hanno il dovere di minimizzare le esposizioni tenendo conto dell’agente fisico; si può chiedere di bloccarlo sottoponendolo a moratoria perché esistono elementi di possibile rischio non contrastati da prove di innocuità.

Lo stato è in grado di garantire che onde 5G sono innocue per salute pubblica? Se non lo può fare, si assume la responsabilità civile e penale? Si può continuare a dire che sono sicure?

Anche per questioni di ricaduta legale sull’amministrazione pubblica bisogna riconsiderare il significato di servizio pubblico in merito alle comunicazioni e alla connettività che lo stato deve assicurare. Il diritto all’internet delle cose, al controllo a distanza di apparecchi anche medicali, a nuovi servizi fino a che punto può essere spinta? Con quale grado di consenso della collettività? La copertura cumulativa, continuativa e simultanea di raggi che seguono ogni microchip che indosseremo non potrà non investire anche i più esposti, bambini e donne incinte. Vale la pena di ripensare a cosa vuol dire servizio pubblico, quali diritti chiedere, definirne i valori».

Un ulteriore motivo di preoccupazione sono gli scandali PhoneGate negli Usa e in Francia: le aziende produttrici di cellulari hanno dichiarato emissioni, dai dispositivi mobili, molto inferiori a quelle consentite attraverso test di assorbimento che avvenivano ad una distanza dai 25 ai 15 mm dal corpo. Questo ha portato al ritiro di centinaia di migliaia di cellulari.Racconta il dott. Mark Arazi che proprio in questi giorni, in seguito allo scandalo PhoneGate Alert, il governo Francese è stato costretto a rendere pubblici i risultati dei test che incriminavano 9 tipologie di telefonini su 10 studiati, di superare, di molte volte, le soglie di radiazione consentita. Tali documenti sono stati tenuti nascosti per 3 anni e ora il governo ha iniziato ad informare la cittadinanza sull’uso del cellulare.

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Franca Biglio, Sindaco di Marsaglia

Ad esempio mai usare il telefonino a contatto con il corpo! Ogni centimetro in meno dal corpo aumenta esponenzialmente l’indice di assorbimento, quindi neanche in tasca ed è necessario usare sempre auricolari e con i fili e mai il wireless. Wifi da usare il meno possibile, quindi attenzione ai treni ad alta velocità dove per ogni vagone rimbalzano all’interno delle lamiere le radiazioni anche di 100 cellulari contemporaneamente in funzione!

Conclude il convegno l’Onorevole Sara Cunial (Gruppo Misto). In questi anni ha sostenuto i cittadini coinvolti nei diversi conflitti ambientali e a tutela della salute aprendo le “porte del palazzo” e permettendo le conferenze stampa a chi volesse porre questioni di solito inascoltate dalla politica. «Dare voce ai sindaci per il diritto all’autodeterminazione, non solo sul 5G, fa parte di un disegno più ampio per difendersi dalle imposizioni calate dall’alto. Bisogna unirsi per contrastare i continui attacchi; riprendersi il diritto di scegliere come vogliamo vivere. Io vengo da Vicenza devastata dallo scandalo industriale per lo sversamento di PFAS, fino a poco tempo fa sconosciute. Nel 2013, andati all’Istituto Superiore di Sanità con le prime analisi, siamo stati derisi. Tutto in nome del profitto a favore di pochi ma a discapito della salute pubblica. Ormai le armi sono smussate, la società civile e suoi portavoce, i sindaci, gli assessori, i consiglieri sono la speranza per il futuro». Poi cita Primo Levi: “I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere…”.

Per vedere l’intero convegno clicca qui.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/5g-impegno-sindaci-difesa-salute-pubblica/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Al via la maxi campagna europea per vietare i pesticidi e salvare la natura

Vietare i pesticidi chimici, trasformare l’agricoltura e salvare la natura. A tal fine è stata lanciata ieri una maxi campagna europea promossa da una coalizione di 90 organizzazioni da 17 diversi paesi europei, con il supporto delle associazioni degli agricoltori biologici. Parte oggi una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei finalizzata ad eliminare gradualmente i pesticidi sintetici entro il 2035, sostenere gli agricoltori e salvare la natura. Se raccoglierà un milione di firme entro Settembre 2020, la Commissione europea e il Parlamento saranno tenuti a considerare la possibilità di trasformare le richieste della campagna in legge [1]. La campagna è promossa da una coalizione di 90 organizzazioni da 17 diversi paesi europei, con il supporto delle associazioni degli agricoltori biologici. Numerosi appelli di scienziati da ogni parte del mondo richiedono la messa di atto di un urgente “cambiamento trasformativo” per fermare il collasso della natura. Un quarto degli animali selvatici europei è gravemente a rischio di estinzione, mentre la metà dei siti naturali è in condizioni ecologicamente sfavorevoli e i servizi ecosistemici si stanno deteriorando [2].

Nel frattempo, la sussistenza di milioni di agricoltori viene schiacciata da prezzi iniqui, dalla mancanza di sostegno politico e dall’operato delle grandi imprese multinazionali. Quattro milioni di piccole aziende agricole sono scomparse nell’UE tra il 2005 e il 2016 [3].

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La ICE invita la Commissione europea a presentare proposte legislative finalizzate a:

  1. Eliminare gradualmente i pesticidi di sintesi entro il 2035:
    Eliminare gradualmente i pesticidi sintetici nell’agricoltura europea dell’80% entro il 2030, a cominciare dai più pericolosi, perché diventi al 100% priva di pesticidi entro il 2035.
  2. Ripristinare la biodiversità:
    Ripristinare gli ecosistemi naturali nelle zone agricole affinché l’agricoltura diventi un vettore di recupero della biodiversità.
  3. Sostenere gli agricoltori nella transizione:
    Riformare l’agricoltura dando priorità all’agricoltura su piccola scala, diversificata e sostenibile, sostenendo un rapido aumento delle pratiche agroecologiche e biologiche e consentendo la formazione e la ricerca indipendente degli agricoltori in materia di agricoltura senza pesticidi e OGM.

Ruchi Shroff, direttrice di Navdanya International ha dichiarato: «Circa l’84% delle colture in Europa dipende direttamente o indirettamente dalle api e da altri insetti impollinatori. Il loro declino è una realtà comprovata che avrà conseguenze molto estese sugli ecosistemi e loro servizi, inclusa l’accelerazione della scomparsa di molte altre specie animali e vegetali. Questa ICE è un significativo strumento democratico nelle nostre mani per spingere la politica europea a sostenere la transizioni verso sistemi agroalimentari ecologici, per difendere la biodiversità, la salute e il benessere di cittadini e agricoltori».

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Helmut Burtscher, esperto di pesticidi e prodotti chimici di Global 2000/Friends of the Earth Austria ha dichiarato: «Solo un’agricoltura sostenibile e priva di pesticidi può garantire l’approvvigionamento alimentare delle generazioni presenti e future e fornire risposte alle crescenti sfide poste dal cambiamento climatico. Inoltre, contribuisce alla conservazione della biodiversità e riduce le emissioni di gas serra. Una politica agricola europea responsabile deve quindi promuovere l’ulteriore sviluppo di metodi agroecologici e sostenere gli agricoltori nella loro transizione verso una produzione senza pesticidi».

Veronika Feicht dell’Istituto per l’ambiente di Monaco di Baviera ha dichiarato: «Stiamo portando la lotta contro i pesticidi sintetici a livello europeo, dando ai cittadini di tutta Europa che chiedono un nuovo sistema agricolo la possibilità di esprimersi con una sola voce. I cittadini reclamano un sistema che non danneggi la biodiversità e gli ecosistemi, che non metta a dura prova la salute dei consumatori, ma che invece garantisca il sostentamento per api e agricoltori ed sia più sano per le persone. Con la nostra iniziativa ci impegniamo a fare di questo tipo di agricoltura una realtà in tutta Europa».

François Veillerette, direttore di Générations Futures, ha dichiarato: «Invitiamo i cittadini europei a sostenere massivamente questa iniziativa per una graduale rapida eliminazione di tutti i pesticidi sintetici nell’UE. Speriamo che milioni di persone si uniscano presto alle nostre richieste di vietare i pesticidi, trasformare l’agricoltura, sostenere gli agricoltori nella transizione e salvare la biodiversità».

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La campagna è gestita da un’alleanza intersettoriale di organizzazioni della società civile che si occupano di ambiente, salute, agricoltura e apicoltura. Tra molte altre, le organizzazioni promotrici comprendono le reti europee Friends of the Earth Europe e Pesticide Action Network (PAN), nonché l’Istituto per l’ambiente di Monaco di Baviera, la fondazione Aurelia (Germania), Générations Futures (Francia) e GLOBAL 2000/Friends of the Earth Austria.

Note
[1] www.savebeesandfarmers.eu

[2] Le api e gli altri impollinatori sono indispensabili per preservare i nostri ecosistemi e la biodiversità. Fino a un terzo della nostra produzione alimentare e due terzi della frutta e della verdura che consumiamo quotidianamente dipendono dall’impollinazione da parte delle api e di altri insetti. Tuttavia, la loro stessa esistenza è minacciata dalla costante contaminazione da pesticidi e dalla perdita del loro habitat a causa dell’agricoltura industriale. (Media Release: Nature’s Dangerous Decline ‘Unprecedented’; Species Extinction Rates ‘Accelerating’).

[3] Il rapido declino delle piccole aziende agricole e della fauna selvatica è profondamente radicato nel nostro attuale modello di produzione agroalimentare che si basa fortemente sull’agricoltura monoculturale su larga scala e sull’uso di pesticidi sintetici. A peggiorare le cose, l’UE finanzia attivamente questa forma di agricoltura attraverso la sua attuale agenda agropolitica e il suo sistema di sovvenzioni che favorisce la produzione di massa rispetto ad un’agricoltura su piccola scala ed ecologica.
(More farmers better food)

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/via-maxi-campagna-europea-vietare-pesticidi-salvare-natura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le emissioni di anidride carbonica continuano a crescere

(Foto: veeterzy on Unsplash)

Se da una parte le emissioni di anidride carbonica, il gas serra responsabile del riscaldamento globale, continuano ad aumentare, dall’altro, magra consolazione, crescono a un ritmo più lento rispetto al passato. A raccontarlo, mentre è in corso la Cop25 (l’annuale conferenza internazionale delle Nazioni Unite sul clima) a Madrid, sono stati i ricercatori dell’Università dell’East Anglia (Uea), in collaborazione con l’Università di Exeter, secondo cui quest’anno le emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili sono cresciute dello 0,6%, raggiungendo quasi 37 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2). Vale a dire una riduzione significativa rispetto all’1,5% nel 2017 e il 2,1% nel 2018. Lo studio Global Carbon Project 2019 è stato appena pubblicato su Nature Climate ChangeEarth System Science Data ed Environmental Research Letters.

Il tasso di crescita più lento delle emissioni di anidride carbonica nel 2019, spiegano i ricercatori, è dovuto principalmente a drastiche riduzioni dell’utilizzo del carbone da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea (-10%), e, in aggiunta, a una crescita più lenta dell’uso di carbone da parte di Paesi come la Cina e l’India. Inoltre, quest’anno, secondo le stime dello studio, le emissioni di CO2 dovute al consumo di petrolio, dovrebbero crescere dello 0,9%, mentre per quelle dovute all’uso di gas naturale, che rappresenta la fonte di emissioni in più rapida crescita, l’aumento previsto è del 2,6%. Mentre si prevede che le emissioni derivanti dalla combustione del carbone diminuiranno dello 0,9%.

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(Infografica: University of East Anglia, University of Exeter e Global Carbon Project)

Sebbene le strategie climatiche ed energetiche stiano emergendo, sottolineano i ricercatori, non sono ancora sufficienti per invertire la tendenza delle emissioni globali. “Un fallimento nell’affrontare prontamente i fattori trainanti alla base della continua crescita delle emissioni limiterà la capacità del mondo di spostarsi su un percorso coerente all’obiettivo dell’Accordo sul clima di Parigi”, spiega Pierre Friedlingstein, dell’università di Exeter. “La scienza è chiara: le emissioni di CO2 devono ridursi a zero a livello globale per fermare un ulteriore riscaldamento del pianeta”.

Le emissioni globali di CO2, ricordano i ricercatori, sono cresciute in media dello 0,9% all’anno dal 2010, più lentamente del 3% degli anni 2000. Mentre quest’anno le stime delle emissioni provocate dalla deforestazione, hanno raggiunto 6 miliardi di tonnellate di CO2, circa 0,8 miliardi di tonnellate in più rispetto ai livelli del 2018. Le emissioni totali di CO2 prodotte dalle attività umane – compresa la combustione di combustibili fossili e il consumo di suolo – dovrebbero raggiungere i 43,1 miliardi di tonnellate nel 2019. Mentre, la concentrazione di CO2 atmosferica nel 2019 dovrebbe essere del 47% al di sopra dei livelli preindustriali. In Europa, sempre secondo le stime del nuovo studio, le emissioni sono diminuite dell’1,7% nel 2019, con una riduzione prevista del 10% delle emissioni a base di carbone. Mentre, il consumo petrolio continua ad aumentare, portando a un aumento delle emissioni dei prodotti petroliferi dello 0,5%. Anche il consumo di gas continua a crescere, di circa il 3% di media, sebbene a un tasso molto variabile tra gli stati membri dell’Ue. “Le attuali politiche climatiche ed energetiche sono troppo deboli per invertire le tendenze delle emissioni globali”, spiega Corinne Le Quéré, ricercatrice dell’Uea. “Le politiche hanno avuto successo a vari livelli nell’implementazione di tecnologie a basse emissioni di carbonio, come i veicoli solari, eolici ed elettrici. Ma queste spesso si aggiungono alla domanda esistente di energia anziché sostituire le tecnologie che emettono CO2, in particolare nei paesi in cui la domanda di energia è in crescita. Abbiamo bisogno di politiche più forti volte a eliminare gradualmente l’uso di combustibili fossili”.

Fonte : Wired.it

Altro che microplastica, la microgomma degli pneumatici è ovunque

Dai social media ai quotidiani, fino agli oceani e alle nostre tavole. La microplastica è ormai dappertutto, ricercata dal grande pubblico e studiata dall’intera comunità scientifica che cerca di analizzarne le quantità e valutarne l’impatto negativo che ha sull’ambiente e sulla nostra salute. Basti pensare che secondo un recente studio ne arriva solamente sulle nostre tavole un quantitativo enorme: stando alle stime, infatti, alla settimana ingeriamo (beviamo e mangiamo) in media un quantitativo di microplastica pari al peso di una carta di credito

Tuttavia, potrà sembrarvi bizzarro, la quantità di microplastica presente nell’ambiente è relativamente “piccola” rispetto a un altro polimero che inquina l’aria e acqua, e quindi anche nostro organismo: la microgomma. A lanciare l’allarme sono i ricercatori dell’Empa svizzero (Swiss federal laboratories for materials science and technology), secondo i quali queste micro particelle, provenienti dall’usura di oggetti composti da questo materiale, come gli pneumatici, negli ultimi 30 anni (1988-2018) si sono accumulate fino a raggiungere oggi una quantità pari a circa 200mila tonnellate. Una cifra davvero impressionante, raccontano i ricercatori, che è stata tuttavia spesso oscurata proprio dai dibattiti sulla microplastica. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Environmental Pollution.

La principali fonti della microgomma

Dallo studio, i ricercatori sono riusciti a identificare la causa principale di questo enorme accumulo: sono le gomme delle automobili e dei camion. “Abbiamo quantificato l’abrasione dei pneumatici, ma anche l’usura dei materiali gommosi presenti nelle aree verdi artificiali come i campi di erba sintetica”, spiega Bernd Nowack, autore dello studio, precisando che l’abrasione dei pneumatici è responsabile del 97% delle particelle rilasciate nell’ambiente. Secondo le analisi, inoltre, è emerso che quasi i tre quarti delle particelle di microgomma rimangono sulla strada nei primi cinque metri, il 5% nei terreni circostanti e quasi il 20% nei corpi idrici.

L’impatto sull’ambiente e sull’uomo

Una parte della microgomma, spiegano i ricercatori, viene prima trasportata per via aerea nei primi cinque metri a sinistra e a destra della strada, poi depositata e parzialmente spazzata via. Sebbene non si sappia ancora con precisione quali siano gli effetti che la microgomma ha sull’ambiente e sulla nostra salute, alcuni dati provenienti da studi precedenti suggeriscono tuttavia che l’impatto sugli esseri umani sembra essere piuttosto basso. “La percentuale di abrasione degli pneumatici nelle polveri sottili inalate è bassa anche nelle aree particolarmente trafficate”, spiega Christoph Hüglin, tra i ricercatori coinvolti nello studio.

I ricercatori sottolineano, tuttavia, che la microplastica e la microgomma non sono affatto la stessa cosa. “Queste sono particelle diverse che difficilmente possono essere paragonate tra loro”, afferma Nowack. E ci sono anche enormi differenze di quantità: secondo i calcoli del nuovo studio, infatti, solo il 7% delle microparticelle a base di polimeri rilasciate nell’ambiente proviene dalla plastica, mentre ben il 93% dall’abrasione dei pneumatici. “La quantità di microgomma nell’ambiente è davvero enorme e quindi estremamente rilevante”, conclude l’autore.

Fonte: Environmental Pollution

Magnetti: «L'omeopatia cresce in pazienti ed evidenze, ecco perché l'attaccano»

«È ormai evidente che l’attacco all’omeopatia è stato concordato a livello internazionale. Il motivo è da cercarsi nell’incredibile crescita prevista dell’omeopatia a livello mondiale soprattutto nei paesi in via di sviluppo. La preoccupazione delle aziende farmaceutiche è certamente quella di vedersi sottrarre un’importante fetta di mercato con il conseguente danno economico»: così il dottor Alberto Magnetti, direttore dell’Istituto Omiopatico Italiano.

Magnetti: «L'omeopatia cresce in pazienti ed evidenze, ecco perché l'attaccano»
Extreme macro of homeopathic medications – small white balls and the container

Negli ultimi tempi gli attacchi all’omeopatia hanno preso la forma di servizi televisi, interviste in trasmissioni di intrattenimento, titoloni sui giornali con attacchi di esponenti della medicina convenzionale che sono diventati veri e propri opinion leader in materia, libri per il grande pubblico e via dicendo.

Ne parliamo con il dottor Alberto Magnetti, medico omeopata, direttore dell’Istituto Omiopatico Italiano, direttore didattico della Scuola Medica Omeopatica Hahnemanniana di Torino, già professore incaricato alle facoltà di medicina e di farmacia dell’Università di Torino, nonché membro della Commissione Medicine Non Convenzionali dell’Assessorato della Sanità della Regione Piemonte.

Secondo lei c’è un’intensificazione di questi attacchi e critiche, che pure nel tempo non sono mancate nei confronti di questo approccio medico? Se sì, perchè?

«È indubbio che l’aggressione mediatica contro l’omeopatia sia decisamente degenerata in questi ultimi tempi.  Senza fare del complottismo, è ormai evidente che l’attacco all’omeopatia sia stato concordato a livello internazionale. Le agenzie di marketing delle multinazionali del farmaco hanno organizzato un reticolo di interventi aggressivi utilizzando opinion leader assolutamente digiuni di omeopatia ma famosi in altri ambiti. Questa strategia ha previsto un loro addestramento a combattere questa battaglia non scientifica ma puramente mediatica in cambio di visibilità e fama mediatica e denaro. I loro punti di forza non sono lavori scientifici contro l’omeopatia ma solo metafore e luoghi comuni di grande impatto comunicativo (l’acqua fresca, l’effetto placebo, lo zucchero a 2000 euro al chilo e via dicendo). Gli unici riferimenti citati della ricerca scientifica sono solo due studi già ormai totalmente screditati essendosi rivelati frodi scientifiche architettate ad arte per avere un esito negativo. Invece persiste la caparbia volontà di rifiutare la valutazione dei lavori scientifici a favore dell’ omeopatia. Ce ne sono di più di mille sulla banca dati Medline. Il motivo di tutto questo è da cercarsi nell’incredibile crescita prevista dell’omeopatia a livello mondiale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. La preoccupazione delle aziende farmaceutiche è quella di vedersi sottrarre un’importante fetta di mercato con il conseguente danno economico. Il cambiamento che l’omeopatia potrebbe comportare nella società sarebbe un deciso miglioramento della salute dei cittadini con un buon miglioramento delle patologie croniche, come tutti i lavori costo-beneficio hanno dimostrato in questi anni. Il risultato è simile a quello della medicina convenzionale ma con un risparmio del 50%, sia per la diagnostica che per i farmaci utilizzati. Questo arrecherebbe un danno evidente alle aziende farmaceutiche che hanno puntato sulle patologie di tipo cronico come elemento di forza per i loro dividendi. Un paziente cronico, farmaco-dipendente a vita, rende molto di più di un paziente curato e poi guarito. Questo meccanismo perverso e cinico è ormai stato smascherato da importanti manager fuoriusciti dalle aziende farmaceutiche che hanno cominciato a raccontare queste realtà. La medicina scientista render sempre più schiavi i medici e disumanizza la medicina. Vogliono far diventare i medici dei Trivial machine, come dice Ivan Cavicchi nel suo “Le 100 tesi per gli Stati Generali della medicina”, cioè automi che si attengano acriticamente a linee guida e protocolli formulati da poche persone al mondo (molti dei quali portatori di conflitti di interesse). Limitando la decisionalità di scelta terapeutica si va inevitabilmente verso un pensiero unico in medicina, dove non ci possano essere più critiche o possibilità di messa in dubbio del pensiero medico dominante».

Perchè secondo lei si privilegia lo scontro a scapito del confronto?

«La scelta di ricercare lo scontro rispetto a un confronto sta nel fatto che non c’è nessuna volontà di dialogo; si punta solo alla distruzione dell’avversario. È reale la spaccatura che i media mainstream lasciano intendere tra medicina convenzionale, tutta unanime nella critica, e le medicine non convenzionali, in primis l’omeopatia, tutte unanimi nel difendersi? O in realtà la situazione non è proprio in questi termini? L’immagine che emerge da questo scenario mediatico fa pensare a un fronte unito contro la medicina omeopatica mentre in realtà l’effetto è falso e artificiale. Ricordiamoci che dalla parte dell’omeopatia ci sono più di 10 milioni di italiani e 20.000 medici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che l’omeopatia è il secondo metodo terapeutico più usato al mondo con 600 milioni di persone che la utilizzano. Chi si sta scagliando contro l’omeopatia è un ristretto pool di persone che, sostenute da un’ottima organizzazione e da un importante investimento economico, sta impiegando tutti i sistemi più sofisticati di comunicazione: i social, i giornali e le televisioni. La tecnica classica utilizzata è non dare mai spazio al contraddittorio e dare una informazione a senso unico, una voce unica senza spazio al dibattito. La volontà è quella di demolire la credibilità della medicina omeopatica. Sarà una dura battaglia perchè l’omeopatia in 200 anni si è ben radicata tra i cittadini e in questi ultimi 40 anni ha avuto una continua e costante crescita».

L’accusa principale che viene mossa all’omeopatia è quella di non avere prove scientifiche a supporto e di non essere efficace. Cosa si sente di rispondere?

«La critica che viene mossa all’omeopatia di non avere prove scientifiche e di essere acqua fresca (la classica metafora più utilizzata dagli opinion leader) è scientificamente infondata; esistono centinaia di lavori che dimostrano esattamente il contrario. La volontà è di non voler riconoscere questi tipi di evidenze scientifiche. Dice  il teorema di Upton Sinclaire: “È impossibile far capire una cosa a una persona il cui stipendio deriva dal fatto di non capirla”. I lavori di ricerca sui vegetali e sugli animali hanno dimostrato in modo inequivocabile che il farmaco omeopatico non agisce per effetto placebo. Da vent’anni ricercatori come il professor Vittorio Elia, la professoressa Lucietta Betti, il professor Paolo Bellavite, tutti docenti universitari, lo stanno dimostrando, dedicando la loro vita alla ricerca della verità scientifica. Su Medline si trovano 6 metanalisi (le punte di diamante della ricerca scientifica): 5 sono a favore dell’omeopatia, una sfavorevole. L’unica sfavorevole è la famosa metanalisi di Shang del 2005, che i vari omeofobi continuano a sbandierare come l’evidenza dell’inefficacia dell’omeopatia.  Questo lavoro si è rivelato un clamoroso falso scientifico per problemi per errori di tipo statistico di tipo 2. Se io dovessi combattere contro un nemico come l’omeopatia, farei di tutto per non riconoscere i suoi meriti e continuerei imperterrito a ripetere i miei insulti e le mie falsità nei suoi confronti.  Non avrei nessuna disponibilità alla discussione scientifica ma porrei un pregiudizio assoluto. L’omeofobia è stata definita come il rifiuto a priori, pregiudiziale, dell’omeopatia. È stato pubblicato recentemente un bel libro dell’amico e collega Ciro D’Arpa dell’Ordine dei Medici di Palermo che si intitola “Omeofobia. Analisi dei documenti che affermano che l’omeopatia è solo un placebo”, dove viene stigmatizzato in modo implacabile, sia dal punto di vista scientifico che mediatico, tutto ciò che è materia di questa campagna di discredito contro l’omeopatia. Ne consiglio la lettura. Questa campagna diffamatoria ha toni molto duri e offensivi, anche contro i medici che utilizzano l’omeopatia e anche per questo, probabilmente, il risultato finale sarà un effetto contrario, come ho più volte sottolineato in vari articoli sul mio blog “omeoblog.it,” risolvendosi in un autogol. Finora il risultato è stato di indurre un aumento delle vendite di prodotti omeopatici e stimolare tutti gli omeopati a fare fronte comune superando qualsiasi divisione interna. Ora cominceranno a piovere querele e denunce. Il vaso è pieno».

Fonte: ilcambiamento.it

Alessio Ciacci e Raphael Rossi: due visionari concreti verso i Rifiuti Zero –

L’unico modo di gestire correttamente i rifiuti consiste nell’eliminare il concetto stesso di rifiuto. È questo il presupposto da cui nasce la strategia Zero Waste ideata da Paul Connet e promossa in Italia da due amministratori coraggiosi ed esperti di economia circolare come Alessio Ciacci e Raphael Rossi. Li abbiamo intervistati analizzando con loro i passi percorsi, la situazione attuale e le ipotesi per il futuro. Nonostante l’età ancora giovane Alessio Ciacci e Raphael Rossi – rispettivamente 39 e 45 anni – hanno fatto la storia della gestione dei rifiuti nel nostro Paese. Ciacci, da sconosciuto Assessore all’ambiente del comune di Capannori, in Toscana, è stato il primo, ormai più di dieci anni fa, ad attuare in un comune italiano, quando ancora nessuno sapeva cosa fosse, la strategia “Zero Waste” (rifiuti zero) ideata da Paul Connett. Rossi ha progettato i primi sistemi di raccolta differenziata porta a porta nel nostro Paese, due decenni orsono, ed è stato anche lui uno dei sostenitori della prima ora dei “rifiuti zero”.

Da allora i sistemi di gestione dei rifiuti, in Italia e nel mondo, sono cambiati radicalmente. La raccolta differenziata si è affermata ovunque come strumento privilegiato, ma oggi nuove sfide si affacciano all’orizzonte. Le enormi sfide ambientali che il genere umano si trova ad affrontare, come i cambiamenti climatici, il sovraconsumo delle risorse, l’inquinamento da plastica e da polveri sottili, unite ad eventi congiunturali come il bando all’importazione di materie prime seconde di scarsa qualità imposto dalla Cina a partire dal 2018, ci impongono di trovare nuove soluzioni, ancora più radicali.Vuoi cambiare la situazione di cicli produttivi e rifiuti in italia?

ATTIVATI

Con Alessio Ciacci e Raphael Rossi abbiamo ripercorso questi ultimi vent’anni di gestione dei rifiuti, osservando i passi in avanti fatti, analizzando la situazione attuale e facendo ipotesi su ciò che ci si prospetta in futuro.

La strada fin qui

«Vent’anni fa, quando ho iniziato a progettare i primi sistemi di raccolta differenziata porta a porta in Italia, nessuno sapeva di cosa stessimo parlando – racconta Raphael Rossi –, ci chiamavano utopisti, sognatori, folli». Stessa esperienza per Alessio Ciacci: «Quando nel 2007 ho iniziato ad occuparmi di rifiuti e abbiamo fatto di Capannori il primo comune in Italia a intraprendere il percorso verso rifiuti zero in pochi credevano in quello che facevamo».

Tuttavia i fatti hanno dato ragione ai due visionari amministratori. La raccolta differenziata porta a porta si è diffusa capillarmente in tutto il Paese, e Raphael Rossi è stato chiamato a gestire, negli anni decine di aziende pubbliche, coniugando la sostenibilità ambientale all’attenzione per la trasparenza la legalità (un tema fondamentale quando si parla di rifiuti, almeno in Italia). Attualmente è responsabile dell’azienda pubblica di Formia, in provincia di Latina, chiamata Formia rifiuti Zero, che visti gli ottimi risultati ottenuti è stata chiamata a gestire anche i servizi dei comuni limitrofi.

Alessio Ciacci e Raphael Rossi

La strategia rifiuti zero coinvolge oggi circa 300 comuni, per un totale di quasi 7 milioni di cittadini. Capannori è diventato in breve tempo – ed è rimasto per molti anni – il primo comune in Italia per i tassi di raccolta differenziata, grazie anche all’approccio partecipato e capillare adottato da Alessio Ciacci, che dopo l’esperienza toscana ha gestito i rifiuti a Messina, Rieti e attualmente è amministratore unico di varie municipalizzate, fra cui quella partecipata da 40 comuni in provincia di Torino. Piccola parentesi sulla strategia rifiuti zero, per chi non la conoscesse. Si tratta di una strategia che mira ad eliminare il concetto stesso di rifiuto. È stato il chimico americano Paul Connett a ideare questo modello di gestione circolare, basato su 10 passi che partono dall’osservazione che la natura stessa è ciclica. Questo modello è chiamato Rifiuti Zero (Zero Waste).

Ecco i 10 passi:
1. Separazione alla fonte
2. Raccolta porta a porta
3. Compostaggio
4. Riciclaggio
5. Riduzione dei rifiuti
6. Riuso e riparazione
7. Tariffazione puntuale
8. Recupero dei rifiuti
9. Centro di ricerca e riprogettazione
10. Azzeramento rifiuti
Per approfondire l’argomento, trovate una spiegazione più dettagliata all’interno del nostro documento di Visione/Azione su “Cicli produttivi e rifiuti”.

Sfide e criticità del presente

Negli ultimi 15 anni il settore della gestione rifiuti si è molto sviluppato in Italia. Siamo passati da una media nazionale del 15% ad oltre il 52%, con moltissime province e regioni nel Centro-Nord che superano il 65%. «Questo vuol dire – spiega Rossi – milioni di tonnellate di materiali che vengono riciclati mentre prima andavano all’inceneritore, quindi un’intera economia che è nata e si sta sviluppando».

Tuttavia il sistema di raccolta differenziata e riciclo dei materiali sembra essere entrato in crisi in tutto il mondo e c’è bisogno di andare oltre. Il pacchetto europeo sull’economia circolare pone nuove sfide. Nella cosiddetta “piramide dei rifiuti” europea il primo obiettivo è ridurne la produzione. E su questo la strada è ancora lunga. «Dobbiamo ancora migliorare molto nella riduzione dei rifiuti, nella riduzione degli scarti – spiega Ciacci -, siamo fra gli ultimi in Europa per la tassazione degli imballaggi. Inoltre dovremmo imparare da altri paesi, come la Svezia, a organizzare una migliore filiera del riuso che dia maggiori garanzie a chi compra oggetti usati o ricondizionati o del vuoto a rendere».

Altro punto critico è la tariffazione puntuale, uno dei punti fondamentali della strategia rifiuti zero. Per tariffazione puntuale s’intende un sistema in cui la tariffa è calibrata sulla reale produzione di rifiuti da parte dei cittadini (come avviene, ad esempio, con l’elettricità e con l’acqua) e non più su stime basate sulla metratura delle abitazioni. Attualmente è applicata, fra i capoluoghi di provincia, dai soli comuni di Parma e Trento. «Negli ultimi anni ci siamo concentrati sulla tariffazione puntuale – continua Rossi – e possiamo dire che adesso abbiamo i sistemi e le tecnologie per attuarla in maniera efficiente». Specifica Ciacci che: «Ad esempio in molti usano sistemi Rfid, con microchip associati all’utenza che capiscono a fine anno quante volte un determinato cestino è stato ritirato».

C’è poi il problema della plastica: «è la situazione più complessa e critica – spiega Rossi – perché la plastica è un insieme di materiali molto eterogeneo. Fu scelto, quando si partì con il sistema di raccolta differenziata, vent’anni fa, di individuare una definizione di imballaggio in plastica molto vaga che non faceva differenza fra i diversi polimeri. Così, complice il fatto che la Cina ai tempi importava a prezzi molto convenienti questo miscuglio di materiali e si occupava della separazione, si è sviluppato un modello che adesso è in difficoltà. Oggi, quando la Comunità europea parla di aumentare il riciclaggio vuol dire che anche le modalità con cui faremo la raccolta differenziata nel tempo dovranno cambiare lavorando di più sulla qualità e lavorando sui materiali che non si possono riciclare in modo che siano riprogettati. In fin dei conti tutto quello che non si può riciclare è un errore di progettazione e deve essere ripensato in maniera tale che possa esserlo».

Un ultimo punto critico è rappresentato dal compostaggio. Oggi il materiale organico è il tipo di rifiuto più comune, ma molte regioni sono ancora sprovviste di impianti di compostaggio. «Il primo obiettivo che tutti devono porsi è sviluppare impiantistica per la gestione dell’organico – conclude Rossi – perché se mancano gli impianti il rischio è che ci siano sprechi di risorse, inquinamento, e che si paghi troppo il servizio».

Un futuro senza rifiuti?

Qual è il futuro della gestione dei rifiuti nel nostro Paese? “L’Italia è un paese fantastico – afferma Raphael Rossi – ma è molto a macchia di Leopardo: ci sono realtà straordinariamente positive in tutte le regioni d’Italia, ma manca ancora un avanzamento complessivo. Bisogna estendere questi esperimenti e farli diventare modelli.”

Gestire i rifiuti, in fin dei conti, è solo l’ultimo anello di una lunghissima catena. Che parte dall’estrazione eccessiva delle materie prime; passa per un sistema di produzione e (iper)imballaggio che spesso non si preoccupa di come i materiali verranno successivamente separati per essere riusati o riciclati, attraversa un sistema distribuzione delocalizzato, in cui le merci vengono spedite in tutto il mondo con annesse emissioni climalteranti dovute al trasporto, giunge all’utente finale, ove resta per un ciclo di vita quasi sempre ridotto al minimo, per terminare infine con la produzione di rifiuti. Cambiare profondamente questo sistema per arrivare veramente a un modello “rifiuti zero” non è semplice, ma esempi come quelli di Raphael Rossi e Alessio Ciacci ci mostrano come un lavoro costante e certosino, corroborato da risultati pratici, quasi sempre paghi. D’altronde, come ripete spesso lo stesso Ciacci riferendosi alla categoria degli amministratori (ma la frase è valida per chiunque) “il nostro compito non è solo amministrare il presente, ma costruire risposte ai problemi del futuro”.

Intervista e realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/alessio-ciacci-raphael-rossi-due-visionari-concreti-verso-rifiuti-zero-meme-28/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Riconvertire l’ex ILVA di Taranto in un Polo delle energie rinnovabili per rilanciare il Sud

Il possibile abbandono di ArcelorMittal dell’acciaieria ex ILVA di Taranto potrebbe essere l’occasione di un vero rilancio del Sud Italia aumentando l’occupazione, la salvaguardia dell’ambiente e la salute delle persone. Un’utopia? Assolutamente no.

Riconvertire l’ex ILVA di Taranto in un Polo delle energie rinnovabili per rilanciare il Sud

Il possibile abbandono di ArcelorMittal dell’acciaieria ex ILVA di Taranto potrebbe essere l’occasione di un vero rilancio del Sud Italia aumentando l’occupazione, la salvaguardia dell’ambiente e la salute delle persone. Dopo anni di inquinamento, morti, sfruttamento e devastazione ambientale, finalmente sarebbe ora di un progetto sensato e sano, per la popolazione di Taranto e per il Sud, costretto ad accettare un modello industriale fallimentare e nocivo. Per ottenere eccezionali risultati basterebbe fare un piano di riconversione dell’ ex ILVA trasformandola in un Polo delle energie rinnovabili. Un progetto del genere avrebbe un campo di applicazione vastissimo. L’Italia paese del sole infatti incredibilmente non è ai primi posti in Europa per la diffusione delle energie rinnovabili, che invece dovrebbero essere utilizzate massicciamente in tutte le loro molteplici funzioni. Sarebbe un grande segnale di riconversione industriale verso tecnologie utili e necessarie e che potrebbe poi indicare la strada a molti altri progetti simili. In un colpo solo l’Italia si ritroverebbe all’avanguardia nella lotta ai cambiamenti climatici. Per il Polo delle energie rinnovabili ci sarebbe una diffusione enorme in tutto il Sud Italia che scoppia di sole e di vento e dove potrebbero essere installati centinaia di migliaia di impianti Made in Sud; così come un tempo c’era l’Alfasud, ora ci sarebbe il Solar Sud. Non solo quindi impianti da installare ovunque ma anche migliaia di installatori, migliaia di educatori ambientali da formare che vadano ovunque nelle scuole, negli edifici pubblici, nei negozi, nelle case private a spiegare l’importanza del risparmio energetico e delle energie rinnovabili e facciano da indispensabile supporto per la diffusione dei prodotti del Polo. E la diffusione non sarebbe solo in tutto il Sud e nel resto dell’Italia ma anche guardando al resto del mondo. Finalmente la capacità, l’inventiva, la creatività italica si esplicherebbe con quelle materie prime che abbiamo in abbondanza e ci farebbero diventare una vera e propria Potenza Solare che brillerebbe a livello internazionale. In questo modo non solo sarebbero velocemente riassorbiti tutti gli attuali diecimila lavoratori dell’ ex ILVA, dapprima per la bonifica del luogo e poi per la sua trasformazione ma ne servirebbero anche molti altri per le ulteriori varie occupazioni che seguirebbero. Come si finanzia un piano del genere? Con i fondi europei che ci sono per riconversioni di questo tipo e poi utilizzando una parte dei soldi non più regalati dallo Stato alla fonti fossili che in Italia finanziamo ogni anno per più di 18 miliardi di euro.  Visto che la situazione dei cambiamenti climatici è drammatica e il futuro è quello delle energie rinnovabili, quale occasione migliore per agire in questa direzione. Abbiamo tutto, le competenze, le conoscenze, le tecnologie, i soldi, basta volerlo fare ed è la soluzione migliore da ogni punto di vista: politico, sanitario, ambientale, occupazionale, economico e sociale.

Fonte: ilcambiamento.it

Quattro anni di “supermercato senza soldi”: ecco dove può arrivare l’economia del dono

Inaugurato nel 2016, il social market fondato da due onlus in provincia di Napoli non solo è diventato un punto di riferimento per molte famiglie della zona, ma ha anche dimostrato le enormi potenzialità dell’economia del dono.

Sono passati ormai tre anni da quando ha aperto a Napoli il primo “supermercato senza soldi” d’Italia. Perché “senza soldi”? Perché in questo particolare punto vendita non serve denaro per fare la spesa, ma basta una tessera punti appositamente studiata che, passata alla cassa, converte gli acquisti dei beneficiari in ore di volontariato che dovranno essere praticate presso i servizi sociali.

Il progetto è stato denominato social market ed è mirato in particolare a sostenere alcune decine di famiglie in difficoltà economiche della zona di Bacoli e Monte di Procida. Non si tratta però di puro assistenzialismo: chi fa la spesa qui infatti non accetta passivamente un dono, ma restituisce anche qualcosa agli altri secondo una logica che guarda oltre l’assistenza e che punta a restituire dignità alla persona. L’esempio virtuoso di Napoli – grazie all’attività incessante e preziosissima di Progetto Arca, promotore dell’iniziativa insieme alla onlus locale La Casetta – ha poi cominciato a diffondersi. Per esempio, in sinergia con altre realtà del milanese e le istituzioni locali, anche a Rozzano (MI) è nato un emporio solidale, che ha aperto i battenti meno di un anno fa e sostiene le oltre 400 famiglie in temporanea difficoltà che attualmente necessitano di aiuto per la spesa alimentare.  Tornando in Campania, l’avvio del quarto anno di attività del social market ha rinforzato e arricchito non solo la collaborazione fra Progetto Arca e La Casetta e il bacino di famiglie aiutate, che da 40 sono passate a 80, ma anche la rete che si è creata con i fornitori locali dell’emporio, che con il loro supporto danno un contributo fondamentale alla riuscita del progetto. 

Volontariato – Arca

È anche possibile “adottare uno scaffale”: versando un contributo mensile, chiunque può garantire l’approvvigionamento di uno scaffale del supermercato da cui le famiglie che beneficiano del servizio potranno prendere i generi alimentari di cui hanno bisogno. La reciprocità è un altro aspetto basilare del progetto. I fruitori infatti, oltre a ricevere un sostegno, vengono formati allo scopo di far emergere le capacità e le attitudini di ognuno, che poi vengono valorizzate grazie a un’attività di volontariato sul territorio. Ecco dunque che i soggetti coinvolti si trasformano da beneficiari in portatori di aiuto.  Emerge così il vero obiettivo del “supermercato senza soldi”: spronare chi si trova in una situazione di disagio a uscire dall’isolamento, a rimettersi in gioco, a creare nuove relazioni valorizzando le proprie competenze attraverso la gratificazione del poter offrire qualcosa in cambio. Solo così è possibile recuperare quel valore imprescindibile che rappresenta la dignità della persona. Gli empori solidali simili al social market di Progetto Arca e La Casetta sono ormai decine in tutta Italia. Spesso combinano soluzioni di contrasto allo spreco alimentare con l’erogazione di servizi di sostegno e dimostrano come un’economia fondata sul dono, sullo scambio e sulla riallocazione dei beni non solo sia possibile, ma sia già una fiorente realtà. 

fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/quattro-anni-supermercato-senza-soldi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia

La Danimarca sempre più lanciata nella transizione verde con un progetto ambizioso: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Praticamente il doppio dell’obiettivo che si è posto l’Italia…

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia

Pochi giorni fa, il 30 ottobre, è accaduto un fatto in Danimarca ormai entrato nella routine di un governo che si impegna seriamente nella lotta al cambiamento climatico: l’incontro a Copenaghen tra Dan Jørgensen, Ministro per il clima, l’energia e i servizi pubblici e i giornalisti stranieri presso la sede di State of Green, un’organizzazione molto attiva in Danimarca sui temi della transizione energetica.

Prima di raccontare cosa il Ministro ha riportato, due considerazioni: la prima è che mi ha colpito il nome del dicastero da lui presieduto che indica chiaramente l’approccio danese al tema dell’energia, non slegato dall’emergenza climatica in corso e dal ruolo dei servizi pubblici. La seconda, mi domando: tra i giornalisti stranieri ve ne erano di italiani? Non credo, in quanto non mi sembra che la stampa nazionale ne abbia parlato, sebbene delle cose interessanti siano state dette.

Oggetto dell’incontro era illustrare alla stampa straniera (in quanto quella nazionale è ben edotta) le politiche su energia e clima che la Danimarca intende perseguire in futuro. Quindi discutere sulla transizione verde, gli obiettivi climatici e il ruolo internazionale della Danimarca nella lotta al cambiamento climatico. Ve la immaginate una cosa del genere in Italia? Fantascienza! Tanto che nel nostro Paese, senza che minimamente la stampa nazionale se ne (pre)occupi si sta finalizzando il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) che, secondo le raccomandazioni giunte dalla Commissione Europea, dovrebbe subire una notevole rivisitazione, ma sembra che per il nostro Governo vada bene così come è uscito in prima bozza, a parte qualche lieve correzione da apportare.

Tornando alla Danimarca, il Ministro ha riportato l’ambizioso obiettivo che il Paese si è posto: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Avete letto bene, praticamente il doppio di quanto si è posta al momento l’Italia. Questo obiettivo numerico è parte di una ben definita strategia che mira a far diventare la Danimarca una “super-potenza verde” con obiettivi ambiziosi a livello nazionale ed una consistente leadership a livello internazionale. Il Ministro danese ha sottolineato l’importanza strategica di un approccio alla transizione verde che sia sistemico in quanto consapevole dell’elevata impronta carbonica del suo Paese, ad oggi, circa il 20% in più della media europea, sebbene di rilevanza marginale in quanto pari a solo lo 0,1% delle emissioni globali di CO2.

”L’Occidente ha inquinato per centinaia di anni – ha detto il ministro – Adesso, economie emergenti e paesi in via di sviluppo stanno iniziando ad inquinare di più e nonostante questo possiamo veramente condannarli? La responsabilità è più sulle nostre spalle che sulle loro e ci dovremmo sentire obbligati ad aiutare questi Paesi affinché possano percorrere la strada verso uno sviluppo sostenibile”.

Il Ministro ha sottolineato anche che la transizione verde della Danimarca terrà conto delle eventuali conseguenze sociali al fine di evitare ripercussioni come accaduto in Francia con i “gilet gialli”.

Attualmente la Danimarca ha accordi di partenariato con 15 paesi che in totale sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali, inclusi Paesi come gli Usa, la Cina, la Germania e l’India. L’ultimo, in ordine di tempo, tra gli accordi di collaborazione sottoscritti è quello con il Governo vietnamita che contribuirà alla riduzione delle emissioni nel Paese asiatico stimate, in totale, a 370 milioni di tonnellate annue. Non c’è bisogno di specificare che, sebbene si dia enfasi alla riduzione delle emissioni climalteranti, dietro ci sono accordi commerciali per lo sviluppo e la promozione di tecnologie a basso impatto ambientale. Giusto per ricordarlo a coloro che, per pura ignoranza o malafede, ancora tengono separati i concetti di “sviluppo industriale”, “sostenibilità ambientale” e “nuovi posti di lavoro”. 

Sembra paradossale ma proprio mentre il Presidente Usa Donald Trump annuncia l’uscita del suo Paese dagli Accordi di Parigi, facciamo il tifo per Paesi come la Danimarca che, seppur non paragonabili in termini dimensionali, possono assumere un nuovo ruolo di leader a livello mondiale. A titolo di esempio, secondo le proiezioni dell’Agenzia Danese per l’Energia, l’elettricità in Danimarca sarà 100% rinnovabile entro il 2028. E la Danimarca non ha nemmeno il sole di cui è baciata l’Italia, quindi a rigor di logica noi potremmo arrivare tranquillamente a risultati simili. Perché non lo si fa?

Fonte: ilcambiamento.it

Emporio Sociale Camilla: oltre 500 soci in meno di un anno

Oltre cinquecento soci in meno di un anno, di cui l’80% circa attivi nei turni cooperativi: sono i numeri che l’emporio sociale Camilla di Bologna ha saputo “guadagnarsi” insieme alla fiducia e alla stima di cittadini e comunità.

Emporio Sociale Camilla: oltre 500 soci in meno di un anno

Tutti i grandi progetti hanno un tempo di germinazione che può sembrare lungo ma che è necessario affinché si realizzino e prendano forma. E l’emporio sociale Camilla è nato da un’idea che due anni fa era in embrione e che un gruppo di persone, che ci ha creduto fino in fondo, ha portato alla piena realizzazione.

Oggi l’emporio sociale e condiviso ha la sua sede a Bologna, in via Vincenzo Casciarolo 8/D.

«Camilla è una società cooperativa che nasce da due esperienze di consumo consapevole e autogestito: Campi Aperti e GAS Alchemilla, basate sulla partecipazione attiva e sulla relazione di fiducia tra chi produce e chi compra – spiegano i promotori – e su un sistema di garanzia partecipata che rispetta i valori della Carta dei principi ovvero l’autodeterminazione alimentare, l’economia di prossimità e il sostegno dell’agricoltura biologica contadina. Il progetto Camilla è uno spazio di libertà sottratto alle logiche del profitto a scapito delle persone e degli ambienti naturali. E’ un luogo dove far rinascere il valore delle parole abusate: benessere, sostenibilità, politica».

L’impegno per l’ambiente risulta essere il focus centrale per i soci; per esempio entrando nell’emporio, si nota l’impegno concreto e fortemente voluto per la riduzione e il recupero degli imballaggi.

«Abbiamo superato le cinquanta referenze di prodotti in vendita sfusi, senza imballaggi, sia alimentari che per la detergenza, inclusi i saponi solidi» proseguono i promotori. «E’ già possibile inoltre per i soci riportare i vuoti in vetro, che rendiamo poi ai produttori perché vengano riutilizzati, per i prodotti identificati in emporio con un bollino rosso visibile. Un impegno concreto per l’ambiente a cui siamo molto sensibili. Un altro aspetto fondamentale è come vengono scelti i prodotti. Vengono privilegiate filiere corte e locali tramite conoscenza diretta, ovvero tramite un Sistema di Garanzia Partecipata (SGP), che prevede la verifica della qualità dei produttori e del rispetto dei principi di Camilla a diretta cura di soci attivi e competenti.

Come funziona dunque Camilla?

«Diventi socio-proprietario-gestore dell’emporio versando una quota di capitale sociale di 125 euro (o suoi multipli) una tantum e offrendo 2,45 ore del tuo tempo ogni mese per gestire l’emporio: aiuto magazzino, cassa, ordine e pulizia, dare informazioni alle persone, rifornimento scaffali – spiegano ancora i promotori – Siamo arrivati, appunto, a oggi a 504 soci che hanno versato il capitale sociale della cooperativa e l’80% di loro sono attivi nei turni di gestione dell’emporio».
L’emporio è divenuto quindi un luogo dove acquistare prodotti di qualità, biologici e sostenibili, scelti direttamente dai soci. «E’ un luogo dove incontrare persone motivate da uno spirito comune di partecipazione alla creazione di un’economia locale e sociale innovativa e nata dal basso».

L’emporio è aperto 5 giorni su 7 e al mercoledì e al sabato anche al mattino.

Si trovano tantissimi prodotti a un prezzo giusto per chi compra e chi produce: cereali, cosmetici, detergenti per il bucato, detergenti per la casa e la persona, farine, alimenti freschi, legumi secchi, olio, passate di pomodoro, pasta, prodotti di carta per la casa, riso e riso integrale, vino, birre, caffè e succedanei.

Di recente si è anche svolta la festa di Camilla e Campi Aperti in Piazza VIII Agosto. La parola autogestione è stata la protagonista dell’evento con diversi attori che hanno portato la propria esperienza:  il Movimento dei Pastori Sardi, il Movimento Sem Terra e la ong ESPLAR dal Brasile, le Transition Town di Totnes, Stefano Liberti oltre a Campi Aperti, Arvaia, MAG6 di Reggio Emilia, ARESS. Perché autogestione? «Perché altrimenti c’è dipendenza e quindi sfruttamento, senza una presa diretta di responsabilità da parte di chi è coinvolto nella cura dei beni – spiegano i promotori della realtà – E parlando di contadino come guardiano e custode del territorio, inteso non solo come terra ma come sistema complesso, la sua figura impone una tutela. Tuteliamo la sua libertà perché è nella libertà che nasce la sensibilità di sentire il legame con la natura e cooperare con lei in armonia coltivando cibo genuino. Camilla è un esempio di autogestione incredibile, dove tante variabili vengono messe in gioco per consentire una visione libertaria dell’economia».

Altre realtà simili stanno nascendo. Facciamo gli auguri a Mesa Noa Food Coop a Cagliari ed a OltreFood a Parma! Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/emporio-sociale-camilla-oltre-500-soci-in-meno-di-un-anno?idn=58&idx=29812&idlink=5