Silenzio e relazioni, il patrimonio da tutelare dei borghi italiani

Per lavoro e per amore, Silvia ha riscoperto l’ambiente umano e purificante del piccolo paesino calabrese di Civita. Così ha deciso di chiamare a raccolta un team di esperti e lanciare un’iniziativa per far rinascere gli antichi borghi del sud Italia, oggi considerati territori marginali e depressi. Silenzio, acqua buona, aria pulita, cibo sano e relazioni umane sincere e appaganti. È ciò che Silvia Salmeri, cofondatrice di Destinazione Umana, ha trovato quando ha cominciato a frequentare un borghetto incastonato fra le montagne del Pollino. Queste caratteristiche l’hanno talmente colpita per la loro bellezza e le capacità rigenerative che possiedono, che ha avuto un’idea: perché non creare una scuola per sostenere questa e altre realtà simili, che negli anni della grande urbanizzazione hanno perso via via importanza, abitanti e identità, fino quasi a scomparire?

Silvia Salmeri

Come ti sei ritrovata al sud, in particolare in Calabria?

Mi ci sono ritrovata prima per lavoro e poi per amore. Avevo iniziato a notare un risveglio interessante di questa regione ed ero curiosa di andarci, non essendoci mai stata, se non di passaggio nei lunghi viaggi verso i parenti siciliani. Così, ho colto al balzo la proposta giunta da una host della nostra rete che mi invitava a partecipare a un loro evento ed è stato amore. Prima verso questa terra e poi verso quello che è diventato il mio compagno. 

Prevedi un’inversione dei flussi migratori che hanno caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni, ovvero da sud a nord e dai piccoli centri alle grandi città?

Parlare di inversione dei flussi migratori è un’affermazione impegnativa che richiede un’analisi non di mia competenza, poiché mi occupo di turismo, seppur alternativo. Quello che noto dal mio punto di vista è sicuramente un’inversione di tendenza: sono sempre di più le persone in cui mi imbatto che magari, dopo anni al nord o all’estero, sentono l’esigenza di tornare al sud e di ricongiungersi con le proprie radici. Altre, come me, hanno origini al sud ma sono nate e cresciute altrove e a un certo punto della loro vita sentono l’esigenza di riconnettersi con quella parte di loro stesse che a malapena conoscono. Altre ancora non hanno origini qui ma quando ci si ritrovano si sentono a casa e decidono quindi di fare cambiamenti, anche radicali, per ricostruirsi una vita in luoghi che apparentemente promettono poco ma che nella sostanza hanno molto da offrire in termini di qualità della vita.

Civita

Qual è la ricchezza dei piccoli borghi del meridione e perché è un patrimonio da tutelare?

Senza cadere nella retorica, io credo che la ricchezza dei piccoli borghi sia il silenzio. Sto rispondendo a questa intervista da Civita, piccolo borgo in provincia di Cosenza: stamattina mi sono svegliata con la luce del sole che entrava dalla finestra, sono uscita sul terrazzino della mia camera ed ero circondata dalle montagne del Pollino. E ho pensato: cosa mi manca? A parte un caffè (che scendo a farmi!) nulla. Franco Arminio direbbe che andrebbero prescritti dai medici questi borghi proprio per intendere: “Vai a prenderti un po’ di silenzio, vai a prenderti un po’ di luce, vai soprattutto a respirare un po’ di aria buona. La vita è essenzialmente respirare”. 

Quindi il patrimonio da tutelare è questo: il silenzio, la luce, l’acqua buona, l’aria pulita, il cibo sano, le relazioni sociali. Non dico che sia semplice e non voglio assolutamente dare una versione romanticizzata del tutto, perché è ovvio che semplice non lo è. Ma non lo è nemmeno vivere altrove. Credo che la soluzione stia nel movimento, laddove possibile: andare e tornare, distanza e vicinanza. Per portare sempre nuove energie: dentro noi stessi in primis e, a cascata, nelle relazioni e nei territori in cui decidiamo di stare.

L’interazione con le comunità locali è importante? Come si può realizzare?

È fondamentale perché uno dei limiti qui – e l’ho sperimentato personalmente – è che ti manca tutta la rete di relazioni sociali che magari hai altrove. O almeno, qui è più distante: può essere che trovi persone con cui condividere interessi e progetti, ma che sono in altri territori della regione. Quindi è fondamentale entrare in contatto con chi il paese lo vive e questo puoi farlo solo essendo presente. Andando a comprare il pane in bottega, andando in posta a fare la fila, passando un po’ di tempo in piazza. 

Quali sono le motivazioni che vi hanno spinto a lanciare la summer school e quali gli obiettivi?

La motivazione è mostrare che si può fare e ce lo racconteranno docenti che stanno portando avanti progetti molto concreti al sud o, più in generale, in aree interne italiane, come Fondazione Cariplo che ha confermato la sua presenza. L’obiettivo è accendere scintille, sia nelle persone che parteciperanno (i posti sono limitati e in esaurimento!) ma anche in chiunque ci si imbatta perché legge un articolo o ne se sente parlare.

In che modo i concetti di turismo ispirazionale e comunicazione umana possono contribuire a rilanciare queste realtà?

Faccio una premessa per spiegare entrambi questi concetti. Il turismo ispirazionale propone quella nuova forma di viaggio che porta alla scoperta di stili di vita alternativi, di piani B, di strade sterrate ma panoramiche che ci facciano uscire da quello che sembra un unico modo di vivere, per farci assaporare qualcosa che sia più affine a noi, al nostro sentire più che agli innumerevoli doveri. La comunicazione umana è invece quella strategia di comunicazione che abbiamo ideato e che mette, come sempre, al centro la persona. Non è vero che per raggiungere il nostro interlocutore bisogna essere ovunque e saper usare tutti gli strumenti. Quello non è comunicare, quello è stalking! Per comunicare bisogna avere innanzitutto qualcosa da dire e non è detto che questo sia sempre chiaro. Una volta chiarito il messaggio, noi cerchiamo di capire quali strumenti sono più affini al comunicatore e come usarli al meglio per raggiungere il suo interlocutore. Ecco quindi che il primo strumento – far conoscere stili di vita alternativi attraverso esperienze di viaggio – e il secondo – capire come comunicare – possono essere, a nostro parere, due validi mezzi per rilanciare queste realtà.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/silenzio-relazioni-patrimonio-tutelare-borghi-italiani/

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OLTREfood Coop, il supermercato partecipativo ed ecologico di Parma

Dopo avervi parlato di Camilla, che ha sede a Bologna, e Mesa Noa, che sta per aprire i battenti in Sardegna, abbiamo oggi il piacere di annunciarvi la prossima apertura del terzo supermercato autogestito d’Italia. Arriva ora a Parma OLTREfood coop, l’emporio di comunità che sovverte le regole della grande distribuzione. Vi abbiamo raccontato per la prima volta delle Food Coop a ottobre del 2017, con l’augurio di veder nascere numerosi empori autogestiti in tutta Italia. A dicembre del 2018 abbiamo avuto il piacere di annunciarvi l’apertura di Camilla a Bologna e in seguito vi abbiamo presentato Mesa Noa, la cooperativa di consumo sorta in Sardegna. Siamo ora lieti di annunciarvi la costituzione della cooperativa OLTREfood Coop e di anticiparvi che l’apertura è prevista in autunno a Parma.

OLTREFood Coop è la terza esperienza italiana di “supermercato autogestito” o di “negozio partecipativo” o ancora di “emporio di comunità” e consente ai suoi soci di essere contemporaneamente proprietari, lavoratori e consumatori. La difficoltà a trovare una traduzione univoca di “food coop” ha sicuramente a che fare con la multidimensionalità di questo progetto, che tocca temi fittamente intrecciati come l’alimentazione, l’ambiente, la comunità, il lavoro e tanti altri, formando un poliedro ben sfaccettato. “Fare parte di questo tipo di esperienza implica una visione politica globale, di tutela dell’ambiente e dell’uomo” afferma Carlotta Taddei, presidente dell’Associazione OLTREFood Coop. Non più “consumatori”, i soci diventano soggetti attivi che possono scegliere quale filiera sostenere e dunque che tipo di impatto ambientale, sociale ed economico desiderano avere. Pagata una quota sociale di circa cento euro, infatti, i soci hanno la possibilità di partecipare alle scelte sui prodotti e su altri aspetti organizzativi e possono acquistare presso OLTREFood a prezzi agevolati, garantendo al contempo un equo compenso ai produttori. La richiesta di dedicare tre ore ogni quattro settimane al progetto risponde sia all’esigenza di mantenere dei prezzi equi per tutte le parti, sia alla necessità di avere una partecipazione che non sia solo sulla carta, ma vissuta. Pur avendo come chiari riferimenti esperienze come Park Slope, Bees Coop, La Louve e Camilla, OLTREFoodCoop sente una continuità anche rispetto alla storia del cooperativismo e del solidarismo che ha caratterizzato l’Italia dalla prima metà dell’Ottocento, quando la rivoluzione industriale mutò gli assetti sociali e generò, per reazione, le prime associazioni di mutuo soccorso come strumento di autodifesa dal nuovo liberismo che si andava imponendo.

I soci di OLTREfood coop

Il territorio parmigiano si distingue già da tempo per una forte sensibilità in questa direzione, tant’è che il primo Gruppo di Acquisto Solidale italiano è stato fondato nel 1994 nella vicina Fidenza. Tuttavia, mentre la grande distribuzione gode di un’enorme visibilità, questo “mondo parallelo” di consumo etico e di sostegno ai produttori può sembrare irraggiungibile a chi non appartiene a queste reti. Per questo OLTREFood Coop vuole costruire un sistema che abbia una sede fissa, visibile, che possa essere veramente aperto a tutti, pubblicizzato ed estendibile all’infinito. L’aspirazione ad essere un luogo aperto e di conoscenza reciproca trapela anche dalla scelta nome: OLTREFood si rifà a Oltretorrente, il quartiere popolare e libertario, ma anche conflittuale, in cui si è scelto di aprire il negozio. Ad oggi c’è la soddisfazione di aver raggiunto il primo centinaio di soci che, pur vivendo nella stessa – piccola – città, non si conoscevano, e che sono arrivati a compiere insieme scelte dal contenuto molto profondo. “Altri tipi di associazioni, con intenti altrettanto lodevoli, raccolgono chi già la pensa allo stesso modo” mentre OLTREFood, ha attirato non tanto “per un’impronta ideologica di partenza, ma per la condivisione di tutto un processo di ragionamento, studio e autoformazione. Attraverso questa pratica siamo riusciti a raccogliere persone molto diverse”, racconta Carlotta Taddei.  

OLTREFood coop ha una formula legale tanto innovativa quanto faticosa da comunicare all’esterno e le occasioni di confronto e supporto reciproco con l’emporio di comunità Camilla hanno giocato un ruolo importante. Mentre, speriamo, le food coop diventeranno un modello pian piano sempre più diffuso, la costruzione di una forte rete regionale e nazionale si intravede all’orizzonte.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/oltrefood-coop-supermercato-partecipativo-ecologico-parma/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La Yogurta, una casa laboratorio dove tutto è possibile

Una fucina di idee fertili, un luogo di cui prendersi cura, uno spazio dove esprimere la creatività collettiva e risolvere i conflitti. Era l’estate del 2017 quando con il montaggio della yurta ha preso forma e anima il progetto “La Yogurta”, una casa laboratorio aperta alla comunità a pochi chilometri da Roma che ospita seminari, workshop e formazioni residenziali. Siamo andati a trovare e abbiamo intervistato la fondatrice Irene Ausiello. Ci troviamo a pochi chilometri da Roma, vicino al Lago di Bracciano, nel piccolo Borgo di Quadroni, una terra circondata da boschi di cerri alle spalle del Monte Calvario che, da più di 400 anni è luogo spirituale e dimora dei Padri Carmelitani Scalzi. Mi trovo con Irene Ausiello in una piccola abitazione nata dal recupero di un casaletto in pietra che, da qualche anno, sta cambiando pelle e identità. Infatti, da poco più di due anni è atterrato nel terreno un “disco volante” che, come per magia, ha trasformato questo luogo in un “terreno fertile per i sogni nel cassetto” dove la yurta (nome comune di cosa) o più conosciuta come la Yogurta (nome comune di persona) è il cuore pulsante, il salotto condominiale, un nido per progetti da covare, un vulcano di idee, uno spazio capace di accogliere e dare voce a tutte le emozioni.

Come è arrivata qui, in quella che da dieci anni è casa tua, la yurta?

Per tanti anni ho frequentato luoghi magici di formazione: Panta Rei, la Casa Laboratorio il Cerquosino e Casa Cenci. In questi luoghi ho vissuto esperienze intense di scambio e crescita con le persone ed i luoghi. Nell’autunno del 2016, durante un seminario della scuola di Arte del Processo, ho sentito nascere dentro di me il desiderio di trasformare il luogo che mi ospita in uno spazio collettivo, dove poter rivivere quella magia. L’estate del 2017 questo desiderio ha trovato una sua concretezza nell’arrivo e nel montaggio della yurta e in un battesimo di visi e canti, prima insieme al Gruppo Creativo della scuola di Arte del Processo e poi insieme agli amici arrivati da tutta Italia per la festa di inaugurazione. La yurta ha dunque iniziato a respirare, ha iniziato ad avere un nome, ma la sua identità aveva bisogno di una storia e di un tempo. 

Perché si chiama Yogurta?

All’inizio avevo pensato ad un nome: “La luna nera”, ma lo sentivo così pesante; quando mi hanno suggerito “ La Yogurta” mi è subito piaciuto: era leggero, rimandava all’idea dei fermenti dello yogurt, della loro vitalità e capacità di far lievitare, come la pasta madre. 

A luglio la Yogurta avrà due anni. Come si è delineata la sua storia e la sua identità in questo tempo?
Fra un corso e l’altro, negli anni, ho continuato a chiedermi “che cos’è la Yogurta?”. C’è stato un episodio in particolare, un anno fa, in cui questa domanda mi è arrivata con grande forza, insieme ad un mal di denti che ha coinvolto proprio quel dente che la dentosofia associa agli stati d’animo legati ai grandi progetti. Sotto l’effetto dell’antidolorifico mi sono arrivate delle immagini che rispondevano alla mia domanda, le ho fermate su di un foglio che custodisco nella yurta.

In quello stesso giorno mi sono posta anche un’altra domanda: “Ma io da piccola ho mai avuto la possibilità di sdraiarmi su un prato, di sentirmi leggera?”. Ho quindi iniziato a pensare alla Yogurta come ad uno spazio per i bambini, per tornare bambini. Non faccio altro che gironzolare nel terreno pensando a come trasformare ogni angolo in uno spazio in cui esprimere una parte di sé: un luogo per avventurarsi, uno per sognare burattini e marionette, la casa sull’albero come rifugio, la falegnameria per familiarizzare con il legno, il giardino delle aromatiche per stimolare l’olfatto. 

So che la Yogurta ha ospitato un gran numero di corsi e attività. Ce ne vuoi accennare qualcuno?

Innanzitutto mi piace riconoscere che tante persone hanno lasciato qui un’impronta e la loro energia, che, chi passerà da qui, potrà ancora osservare e respirare. Fra tutte, quella di Saviana Parodi, che, con il suo sguardo aperto da permacultrice, mi ha dato molti suggerimenti su come curare il terreno per ottimizzare le energie in entrata e in uscita. Per fare solo un esempio, prima tagliavo tutto il prato, lei ha osservato e mi ha detto “Non siamo mica mucche che vanno al pascolo. Dovresti fare dei sentieri, e il resto lo lasci crescere, così hai la rugiada e le erbe spontanee”. Poi ci sono stati i laboratori teatrali di Ilaria Drago, un’artista a tutto tondo. Durante il laboratorio, nei momenti di improvvisazione, si ferma su un gesto, un suono, uno sguardo non intenzionale, non previsto, di verità e bellezza, e ti porta ad indagarlo e ad amplificarlo per scoprire che storia vuole raccontare.  

Francesco Prota, con i suoi incontri sull’Astromanzia Quantistica e sulla Tensegrità, ci ha dato accesso e ha nutrito i sogni notturni e diurni. Un altro grande contributo sono stati i corsi sull’Economia del Dono e sull’Agricoltura Sociale tenuti da Francesco Bernabei, alchimista del 21esimo secolo, capace di trasformare le leggi giuridiche – che spesso percepiamo come limiti e costrizioni – in appigli per una scalata avventurosa verso mete inesplorate. Tantissimi sarebbero i racconti da fare sui workshop di CanyaViva, le lezioni di Yurtango, ci sarà forse un’altra occasione, mi piace per ora ringraziare tutti coloro che hanno creduto e sostenuto questo progetto, da vicino e da lontano.

So che provieni da un percorso di formazione sulla facilitazione dei processi partecipativi che hai portato avanti attraverso l’APS CantieriComuni ed il Teatro dell’Oppresso e ora la tua esperienza come studentessa nella scuola di Arte del Processo. Mi incuriosisce sapere come questo tuo bagaglio è entrato nella Yogurta?
Nel 2017, a ridosso della legge Lorenzin, ho portato avanti insieme ai Genitori “No Obbligo Lazio” e alla compagnia T.I.T.U.R. Teatro Instabile della Tuscia Romana, un percorso laboratoriale sulla tematica dei vaccini, il cui frutto è stato uno spettacolo di teatro forum intitolato “Vaccipiano”. In quel periodo molti genitori si incontravano per trovare soluzioni concrete a un disagio reale. In questi incontri, a cui ho partecipato, non c’era spazio per le emozioni, così abbiamo deciso di aprire noi quello spazio mettendo in scena non storie reali ma incubi e sogni notturni. Grazie ad uno sguardo che proviene dai miei studi presso la scuola di Arte del Processo, abbiamo scardinato alcune regole del Teatro dell’Oppresso. Abbiamo permesso al pubblico, durante il forum, che prevede delle sostituzioni di alcuni personaggi in scena per trovare strategie di risoluzioni alla problematica portata, di riconoscersi non solo nell’oppresso, ma anche nell’oppressore. È stato un lavoro che mi ha molto toccata, e del quale mi piacerebbe creare una memoria scritta da condividere. Nel percorso laboratoriale “Mi trasformo” ho cercato di restituire un po’ di libertà nel modo in cui ci raccontiamo a noi stessi, attingendo agli strumenti di processwork e giocando a rimodellare le nostre narrazioni attraverso il suono, il movimento, le immagini e il sentire. Dall’estate scorsa sono nati i “Wild Camp”, campi avventura per bambini dai cinque ai dieci anni e per le loro famiglie. Questo è il momento dell’anno che attendo con più gioia, in questi giorni diamo libero sfogo alla fantasia e alla creatività; il terreno si trasforma in un laboratorio a cielo aperto, la yurta ospita i nostri sonni e i nostri sogni che, come ha osservato un bambino al risveglio, “non sono più solo nostri perché durante la notte hanno ballato con quelli degli altri”.

Foto di Guido Parola

Quali sono i prossimi progetti della Yogurta? Quali sono gli orizzonti futuri?

A breve partirà un GAS per sostenere un progetto nascente di Orto Sociale e Fattoria Didattica, “Fortebraccio”, all’interno del progetto “Collina dei venti” che darà asilo ad un centro di seconda accoglienza per donne vittime di violenza. L’ultima luna piena ha accolto la prima Tenda Rossa, un cerchio di donne che nasce dal desiderio di condividere la magia del femminile. Quest’estate avremo il terzo incontro del Gruppo Creativo, nato spontaneamente tra gli studenti della Scuola di Arte del Processo, e per il primo anno ospiteremo anche studenti di altre scuole europee, a partire da quelle spagnole. Da qui anche i desiderio di supportare la Scuola nel divulgare questo meraviglioso approccio che è il processwork organizzando seminari, laboratori e processi di gruppo. Per il futuro sono aperta a quello che verrà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/yogurta-casa-laboratorio-tutto-possibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Giacomo Castana: un giardiniere in viaggio tra uomini e piante

Un viaggio e un’indagine collettiva sulle relazioni tra uomini e piante per valorizzare la cultura botanica e invitare a guardare il mondo da un’altra angolazione. È questo il senso di “Prospettive Vegetali”, il progetto lanciato dal giovane giardiniere Giacomo Castana che da quasi un anno sta girando l’Italia dando voce ai custodi del Pianeta.

“Nel mondo ci sono ancora centinaia e centinaia di custodi della biodiversità del Pianeta, ma spesso la maggior parte delle persone non li conosce. Se tutte queste persone raccontassero ciò che fanno già da parecchi anni vivremmo nel mondo che sogniamo”. È da questo presupposto che nasce il progetto del giovane giardiniere Giacomo Castana “Prospettive Vegetali”, un viaggio e un’indagine collettiva sulle relazioni attuali tra uomini e piante.

“Il 2018 è stato l’anno che mi ha confermato che uomini e piante non possono vivere separati. Un anno che ha visto nascere Prospettive Vegetali, un progetto libero che vuole alzare il volume di chiunque abbia a cuore la cultura botanica o ci si voglia avvicinare. Un progetto nato per crescere ed evolversi man mano che questa cultura si affermerà nel nostro paese”, ci spiega Giacomo quando lo incontriamo nell’incantevole Giardino degli Aranci a Roma. È iniziato il 24 agosto 2018 il viaggio del ventisettenne di Varese che in questi mesi ha raccolto centinaia di interviste e realizzato decine di reportage percorrendo migliaia di chilometri con la sua Fiat Brava del ’98. È stato in Sardegna, Sicilia, Lazio, Campania, Liguria, Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna.

Il viaggio ed il documentario che ne seguirà rappresentano la formula scelta per avvicinare quante più persone possibili alla natura, attraverso l’incontro e le interviste a coloro che lavorano tutti i giorni con le piante e contribuiscono a valorizzare la cultura botanica del nostro Paese. Tra le persone incontrate sino a questo momento da Giacomo vi sono: Nunzio Longhitano dell’Orto botanico di Catania, Peppe Arena di Bio Casa Mia – Eco bottega errante, Alessandro Di Donna ed Enrico Sartori di Cascinet, Eva Polare di Sementi Indipendenti ed Onorio Belussi, che seguendo i criteri della permacultura ha creato ad Adro (Brescia) la food forest che ha appena compiuto 30 anni. 

“A muovermi verso questo progetto – dice Giacomo – è stato il desiderio di evolvere la mia figura professionale di giardiniere e garden designer studiando in maniera mirata ed itinerante una materia speciale: l’Etnobotanica, madre di tutte le scienze”. 

“Da quando le osservo le piante mi hanno sempre suggerito quale strategia adottare senza rinunciare all’ istinto. Le piante – spiega – offrono ottimi spunti per prendere decisioni anche nella nostra società, come confermano studi decennali condotti da autorevoli esperti. Tra questi il neurobiologo Stefano Mancuso che offre un’interessante riflessione sul ruolo delle piante in questo momento storico. Secondo Mancuso le piante stanno svolgendo oggi un ruolo molto simile a quello dei genitori quando si accorgono che i propri figli non sono in grado di sopravvivere: così le piante stanno cercando di ‘salvarci’, dandoci degli ottimi suggerimenti su come comportarci”.

Giacomo è stato anche tra i promotori della mobilitazione dei giovani attivisti per il clima nella sua città, dando vita al gruppo Fridays for Future Varese. In occasione del primo sciopero mondiale del 15 marzo ha invitato le ragazze ed i ragazzi a scendere in piazza portando con loro una pianta, per esprimere l’importanza della nostra connessione con il mondo vegetale e invitare a guardare il mondo da un’altra angolazione. A quella giornata hanno fatto seguito tante altre iniziative organizzate a livello locale per sensibilizzare le persone ad impegnarsi concretamente e in prima persona per far fronte all’emergenza climatica in atto. Qualche settimana fa, ad esempio, è stata organizzata una raccolta dei rifiuti nella zona di Viale Belforte.  

Intervista: Alessandra Profilio e Paolo Cignini
Riprese intervista e montaggio: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/giacomo-castana-giardiniere-viaggio-uomini-piante-io-faccio-cosi-252/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Plastic Radar: come segnalare da WhatsApp la plastica nelle acque

Greenpeace ha riattivato Plastic Radar, l’applicazione per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie del mare. Novità di questa edizione la possibilità di segnalare i rifiuti in plastica anche nei nostri fiumi e laghi. Greenpeace ha riattivato Plastic Radar il servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica che inquinano spiagge, mari e fondali e che, a partire dall’edizione di quest’anno, include anche l’inquinamento da plastica nei nostri fiumi e laghi. Partecipare è semplice, basta avere un telefono cellulare su cui sia installata l’applicazione WhatsApp e, una volta ritrovato un rifiuto di plastica in mare, spiaggia, in fiumi o laghi, segnalarlo al numero di Greenpeace +39 342 3711267 tramite l’applicazione. Per effettuare una segnalazione è necessario inviare a Plastic Radar una foto in cui sia ben riconoscibile il tipo di rifiuto/oggetto e, se possibile, anche il marchio dell’azienda produttrice, insieme alle coordinate geografiche del luogo dove è stato individuato il rifiuto. La chatbot di Plastic Radar porrà successivamente delle domande per reperire le informazioni necessarie per registrare e validare la segnalazione. I dati saranno disponibili in forma aggregata – nell’arco di 24-48 ore – sul sito. Greenpeace invita tutti i partecipanti a raccogliere i rifiuti, differenziarli e depositarli negli appositi contenitori una volta effettuata la segnalazione.

“Nella nostra recente spedizione di ricerca e documentazione “MAYDAY SOS Plastica” nel Tirreno abbiamo verificato che i nostri mari e le nostre spiagge sono soffocate dalla plastica. Tra i punti più contaminati la foce del Sarno, a conferma che i fiumi sono una delle principali vie di ingresso dei rifiuti in mare. Per questo raccogliamo anche segnalazioni relative alla presenza di rifiuti in plastica lungo fiumi e laghi”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Chiediamo una mano a tutti: insieme possiamo denunciare cosa sta succedendo e accendere i riflettori su una delle emergenze ambientali più gravi dei nostri tempi”. 

Attraverso il sito Plastic Radar sarà possibile scoprire quali sono le tipologie di imballaggi più comuni che inquinano mari, spiagge, fiumi e laghi, a quali categorie merceologiche appartengono e quali sono le aziende che dipendono maggiormente dalla plastica monouso nell’offerta dei propri prodotti.  

“L’iniziativa lanciata l’anno scorso ha avuto un enorme successo con oltre 6.800 segnalazioni valide e ci ha aiutato a far luce sui rifiuti in plastica più presenti nei mari italiani. La maggior parte erano prodotti usa e getta, in primis bottiglie di plastica, e appartenenti a marchi ben noti come San Benedetto, Coca Cola e Nestlè. Le grandi aziende continuano a immettere sul mercato enormi quantitativi di plastica usa e getta non assumendosi alcuna responsabilità circa il suo corretto riciclo e recupero. Se vogliamo veramente fermare l’inquinamento da plastica nei nostri mari è necessario che le grandi aziende avviino immediatamente programmi per ridurre drasticamente il ricorso all’utilizzo di imballaggi e contenitori in plastica usa e getta” , conclude Ungherese.

 Delle quasi 6.800 segnalazioni valide ricevute nell’estate 2018, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, ovvero oggetti progettati per un utilizzo che va da pochi secondi ad alcuni minuti, e in gran parte rappresentati da bottiglie per l’acqua minerale e bevande (25 per cento); a seguire, nell’ordine: confezioni per alimenti (circa il 10 per cento), frammenti (6 per cento), sacchetti di plastica (4 per cento), bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento) e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento).  

Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione, sottoscritta da più di un milione di persone in tutto il mondo, in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso

Leggi il report “Plastic Radar 2018

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2019/07/greenpeace-rilancia-plastic-radar-per-segnalare-plastica-nostre-acque/

Con “biciXtutti” nuovi incentivi per favorire la mobilità sostenibile nei Comuni della provincia di Torino

I Comuni della Zona Ovest di Torino, nell’ambito del progetto “ViVO”, lanciano il bando biciXtutti, che assegna incentivi economici per l’acquisto di biciclette e rivolto a residenti, imprese, organizzazioni non profit e condòmini. Un programma sperimentale di mobilità sostenibile finalizzato alla riduzione dell’inquinamento e alla disincentivazione dell’utilizzo dell’automobile negli spostamenti casa-scuola e casa-lavoro. Quanto tempo passiamo al volante? Muoversi tutte le mattine per andare a lavoro imbottigliati nel traffico, le ricerche disperate di un parcheggio e persino l’abitudine all’utilizzo dell’auto anche negli spostamenti più brevi. Per non parlare dei costi economici e del “costo” che ricade sulla nostra salute, sul nostro umore e, non per ultimo, sulla nostra pazienza!  Ma se esistesse la possibilità di spostarci in altro modo, perché non approfittarne?

Ora ciò è finalmente possibile! I comuni della Zona Ovest di Torino si stanno infatti impegnando a promuovere politiche ambientali in tema di mobilità sostenibile su tutto il territorio, prevedendo l’assegnazione di contributi economici sull’acquisto di biciclette e altri mezzi leggeri a emissioni zero ad uso urbano, che disincentivino l’utilizzo dell’automobile.

Si tratta dell’azione “biciXtutti” che fa parte del “Progetto “Vi.VO” promosso dal Comune di Collegno, quale ente capofila, ed esteso a tutti i comuni della Zona Ovest di Torino quali Alpignano, Buttigliera Alta, Collegno, Druento, Pianezza, Grugliasco, Rivoli, Rosta, San Gillio, Venaria Reale e Villarbasse.

E’ un programma sperimentale di azioni fortemente integrate – sia di sostegno della domanda che di miglioramento dell’offerta di servizi di mobilità – finalizzate alla promozione di politiche ambientali e alla riduzione non solo dell’inquinamento atmosferico ma anche utilizzo massivo dell’automobile ad uso individuale. Insomma, un programma che favorisce nuove pratiche ed abitudini collettive improntate ad una maggior sostenibilità.

Su quali mezzi sono applicati gli incentivi?

I mezzi disponibili su cui ottenere un incentivo sono le biciclette a pedalata assistita (nello specifico velocipedi dotati di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale di 0,25 kW), biciclette tradizionali da città, biciclette pieghevoli, minibici, gravel bike e mountain, cargo bike attrezzate per la consegna ed il trasporto di merci o persone, tricicli, handbike e tandem. Come si legge dal bando, “gli obiettivi del progetto sono promuovere la mobilità alternativa per tutte le categorie di utenti, incentivare l’utilizzo di mezzi di mobilità sostenibile all’interno del territorio comunale e creare una relazione positiva con i cittadini sui temi della mobilità sostenibile”.

Chi sono i destinatari?

Trattandosi di un progetto che intende ridurre gli spostamenti in auto e promuovere la mobilità sostenibile nei tracciati casa-scuola e casa-lavoro, coloro che possono accedere al servizio sono in primis i residenti dei Comuni inclusi nel Patto Ovest di Torino, con un contributo esteso anche ai minori residenti che abbiano compiuto i 6 anni di età. Ad ogni richiedente potrà essere concesso un solo contributo di acquisto, ad eccezione del caso in cui si acquisti per uno o più figli minorenni.  Altri destinatari sono organizzazioni senza scopo di lucro e persone fisiche o giuridiche titolari di partita iva attiva con sede operativa negli stessi Comuni.

La somma disponibile per l’attuazione dell’iniziativa, per l’anno 2019, è di 45.000,00 euro ed è finanziata con fondi del Ministero dell’Ambiente. L’entità dell’agevolazione è fissata al 50% della spesa effettivamente sostenuta in base alla tipologia di veicolo. Ai fini dell’erogazione del contributo il beneficiario si impegna a far monitorare per 2 mesi i propri spostamenti dal gruppo di lavoro del progetto e dall’Agenzia della Mobilità Piemontese per mezzo di un’applicazione sul proprio smart-phone o navigatore gps e detenere il mezzo acquistato per un periodo di almeno due anni a partire dalla data di liquidazione del contributo.

Per accedere ad ulteriori informazioni è possibile consultare il sito del “Patto Zona Ovest Torino”.

Foto copertina
Didascalia: Biciclette da città
Autore: Unsplash
Licenza: CCO Creative Commons

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/con-bicixtutti-nuovi-incentivi-favorire-mobilita-sostenibile-comuni-provincia-torino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni+

La Cucina di Alù : grani antichi e km 0 per promuovere l’economia della Sicilia

Sorge a Palermo “La Cucina di Alù”, una panetteria naturale che utilizza grani antichi e vende prodotti siciliani provenienti da agricoltura biologica, bioetica e biodinamica. Un’idea imprenditoriale consapevole per promuovere l’economia locale e l’alimentazione sana. La cucina di Alù è una cucina naturale dove si panifica usando solo grani antichi siciliani moliti a pietra e lievitati con pasta madre. Si trova in una zona residenziale di Palermo a pochi passi dal teatro Politeama. Prepara cibi sani e genuini, usa grani antichi e metodi tradizionali, l’atmosfera è accogliente e pronta a soddisfare tutti i desideri del cliente.

“Dalla mattina alla sera, in tutti i momenti della giornata, che sia una colazione, una merenda, un pranzo o una cena si cerca di offrire un prodotto diverso, un prodotto che solitamente non si trova né nella grande distribuzione né dai piccoli artigiani”, spiega la fondatrice Alessandra Prestigiacomo. Di notevole importanza non sono solo i prodotti utilizzati, ma anche i metodi di cottura. Come la cottura al vapore o al forno, metodi medianti i quali si riesce ad esaltare le caratteristiche dell’alimento, mantenendone, al tempo stesso, inalterate le proprietà nutritive. Il percorso che porta alla nascita della Cucina di Alù affonda le sue radici nello studio e nella formazione della sua fondatrice, Alessandra, che da adolescente si diploma in chimica con specializzazione in tecnologie alimentari e, dopo aver rilevato l’azienda di famiglia nel settore dell’artigianato, si pone il problema di garantire un’alimentazione sana ai propri figli.  Il percorso però prende avvio a seguito di un grave malattia della madre, alla quale viene suggerita un’alimentazione sana e un nuovo modo di cucinare. Nel 2014 nasce così la Cucina di Alù e nel 2015 si aprono le porte al pubblico. Dopo qualche difficoltà iniziale e un po’ di scetticismo, oggi, rappresenta a pieno titolo una realtà riconosciuta nel contesto palermitano, con una clientela affezionata.

La Cucina di Alù propone tutti i giorni tantissimi prodotti: tutte le verdure di stagione, le zuppe, i legumi, vari primi del giorno tra i quali gli spaghetti di riso con verdure saltate, la caponata di melanzane al forno, il cous cous vegetariano, i dolci, i muffin, i biscotti e le crostate con confetture biologiche. Oltre a diversi tipi di pane fatti esclusivamente con grani antichi siciliani. Alessandra tiene a precisare i motivi che si celano dietro la scelta del grano antico siciliano: essendo, infatti, tale grano autoimmune e autoctono cresce spontaneamente e si protegge da solo dalle malattie, a differenza delle farine raffinate che sono composte perlopiù da grani geneticamente modificati e quindi non nutrienti. Queste sono le considerazioni alla base di unache punta a promuovere l’economia locale. La maggior parte dei prodotti venduti sono siciliani e provenienti da agricoltura biologica, bioetica e biodinamica. Infine, con l’idea di promuovere una certa cultura sull’alimentazione e di poter dare visibilità ai piccoli produttori locali, si organizzano in negozio eventi/mercatini, specialmente nel fine settimana, dove avviene la vendita diretta e c’è anche spazio per la narrazione delle storie che questi prodotti portano con sé.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/cucina-di-alu-grani-antichi-km-0-promuovere-economia-sicilia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

#SOStenibilmente: al via un innovativo progetto di educazione ambientale per le scuole

Supportare i docenti delle scuole elementari, medie e superiori nella promozione di cambiamenti nelle azioni quotidiane e negli stili di vita di ciascuno, per costruire una cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sui principi della sostenibilità. Italia che Cambia partecipa al progetto #SOStenibilmente promosso dal Centro Internazionale per l’Infanzia e la Famiglia (CIFA Onlus) e finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Italia che Cambia partecipa al progetto #SOStenibilmente che prenderà il via a settembre ed è riservato a studenti e studentesse delle scuole elementari, medie e superiori, che potranno aderire su base volontaria e gratuitamente, alla luce del cofinanziamento dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Il progetto mira al rafforzamento del protagonismo giovanile in campo ambientale attraverso percorsi didattici di educazione allo sviluppo sostenibile e attivazioni giovanili. Alle circa 500 classi in tutta Italia che ne faranno richiesta per prime, saranno spediti dei kit didattici/scientifici elaborati da un team di esperti di cui fa parte anche Italia che Cambia ed è coordinato da Legambiente, che consentiranno agli Insegnanti di guidare i propri studenti per tutto l’anno scolastico 2019/20 dalla mera consapevolezza dei problemi ambientali globali, a forme di mobilitazione e di azione concreta di tutela e cittadinanza attiva.

Il team di #SOStenibilmente riunito a Torino

L’autorevolezza dei soggetti istituzionali coinvolti e la notevole esperienza dei professionisti che hanno progettato il “kit” garantisce la massima qualità didattica e scientifica del progetto. In tutto il Paese l’attivismo e il protagonismo dei giovani sui temi ambientali sta vivendo un momento decisamente fertile. I ragazzi hanno voglia di agire e di essere protagonisti del loro futuro. Educare allo Sviluppo Sostenibile risulta di importanza cruciale per innescare cambiamenti negli stili di vita di ciascuno, e per costruire una cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sui principi della sostenibilità. L’urgenza è quella di supportare i Docenti nella costruzione di un nuovo sistema di valori, promuovendo cambiamenti nel nostro modo di pensare e nelle nostre azioni quotidiane, tenendo presente l’età degli studenti. Per questo i kit sono differenziati in tre tipologie:

– scuole primarie: ci si concentra sulle abitudini domestiche, tentando così di innescare processi di imitazione delle nuove prassi ecologiche anche all’interno delle famiglie dei giovani studenti;

– scuole secondarie di primo grado: maggiore attenzione alla tutela ambientale all’interno del microcosmo scolastico e nel quartiere;

– scuole secondarie di secondo grado: prevale la componente di attivazione civica con l’analisi dei problemi e delle risorse dei territori, e l’organizzazione di eventi in grado di coinvolgere volontari, imprese, amministratori pubblici e il mondo dei mass media.

Ciascun kit conterrà:

– una guida per gli insegnanti (che potranno beneficiare anche di specifici moduli di formazione);

– una serie di giochi, personalizzati a seconda delle tre fasce d’età coinvolte, che tuttavia in questa fase preferiamo non svelare;
– accanto ai supporti ludici, vengono forniti dettagliati input per la realizzazione del prodotto finale che verrà presentato il 5 giugno 2020 nella giornata conclusiva. 

I kit saranno disponibili a partire da settembre 2019. I kit verranno distribuiti fino ad esaurimento delle copie disponibili!
Per informazioni: www.cifaong.it/sostenibilmente.pdf, facebook: @SOStenibilmente, oppure scriveteci a SOStenibilmente@cifaong.it.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/sostenibilmente-innovativo-progetto-di-educazione-ambientale-scuole/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Le microplastiche sono anche nell’aria che respiriamo

Le microplastiche non stanno solo soffocando i mari e gli oceani; possono anche viaggiare nell’aria percorrendo molti chilometri e raggiungere zone ritenute incontaminate, lontane da centri urbani e industriali

I rifiuti in plastica sono oggi uno dei problemi più urgenti a livello mondiale, una delle principali sfide ambientali, in particolare per la presenza di microplastiche nei mari di tutto il mondo. A eccezione di Parigi e della città cinese di Dongguan, dove sono state svolte ricerche sulla ricaduta atmosferica delle microplastiche, a oggi non ci sono molti dati sulla presenza o sul trasporto di tali particelle in aria.

Uno studio, condotto dalle Università di Strathclyde in Scozia e di Orléans e Tolosa in Francia e da EcoLab di Tolosa durante l’inverno 2017-2018, va a colmare proprio questo deficit, studiando la deposizione di microplastiche atmosferiche in una zona montuosa remota, incontaminata e scarsamente abitata. Il sito di studio si trova più precisamente presso la stazione meteorologica di Bernadouze, a 1.425 m sul livello del mare, sui Pirenei francesi. La zona è scarsamente popolata, priva di attività industriali e commerciali ed è principalmente utilizzata per attività ricreative (escursionismo, sci, educazione ambientale e ricerca scientifica). La zona residenziale più vicina (540 abitanti) è il villaggio di Vicdessos, 6 km a sud-est, e la città di medie dimensioni più vicina (Foix, 9.720 abitanti) si trova a 25 km a nord-est. Tolosa, l’unica grande città della regione, dista 120 km.

In questo sito di studio erano state ritrovate microplastiche sia nei corsi d’acqua che sul suolo; i ricercatori hanno quindi voluto capire quale fosse la fonte di tali ritrovamenti, andando a ricercare tali particelle anche in aria. Sfruttando l’attrezzatura di misurazione già presente presso la stazione meteorologica di Bernadouze, gli scienziati hanno analizzato i campioni d’aria, raccolti in cinque mesi, che rappresentano la deposizione atmosferica, umida e secca. I processi di deposizione comprendono infatti le “deposizioni umide” che avvengono attraverso le precipitazioni atmosferiche (pioggia, neve, nebbia) e le “deposizioni secche” che avvengono per azione della sedimentazione gravitazionale.

Sono stati dunque ritrovati frammenti di microplastiche, fibre e film in tutti i campioni di deposizione atmosferica raccolti. Il conteggio dei campioni è stato normalizzato per rappresentare la deposizione atmosferica giornaliera in quanto le limitazioni di accesso al sito hanno portato a tempi di monitoraggio incoerenti nei diversi mesi di studio. La media giornaliera di microplastiche ritrovate ogni metro quadrato è di 365, numeri che si possono paragonare alle deposizioni atmosferiche di megaplastiche delle zone più urbanizzate. Il conteggio medio giornaliero parla di di 249 frammenti, 73 film e 44 fibre per m2. La lunghezza predominante delle fibre di plastica trovate nei campioni è tra i 100 e i 300 μm; i frammenti per la maggior parte sono ≤ a 50 μm.

Il tipo di plastica trovata nei campioni è prevalentemente il polistirolo (PS 41% dei campioni), seguito da vicino da polietilene (PE 32%) e poi da polipropilene (PP 18%), tutti utilizzati in molti articoli monouso e in materiale di imballaggio (borse e contenitori per alimenti). I dati raccolti nel corso della ricerca suggeriscono che pioggia, neve, velocità e direzione del vento potrebbero essere stati i fattori determinanti per la deposizione di microplastiche in questo sito. Proprio il vento potrebbe essere stato il “motivo” del trasporto delle microplastiche da un luogo all’altro; un’analisi della traiettoria e della direzione della massa d’aria ha rilevato infatti come queste plastiche abbiano “viaggiato” in aria fino a 95 km di distanza. L’area di origine delle microplastiche ritrovate si estenderebbe cioè fino a 95 km dal sito, raggiungendo diverse città. I dati raccolti non possono dimostrare il trasporto di tali particelle sul lungo raggio; tuttavia i risultati dello studio suggeriscono che le fonti di emissione devono essere almeno regionali (> 100 km), data la densità della popolazione all’interno di questa area e l’assenza di depositi di plastica di grandi dimensioni. Lo studio ha quindi dimostrato come le microplastiche, trasportate dal vento, possono raggiungere e colpire aree remote, scarsamente abitate, dove non ci si aspetterebbe di trovare della plastica, almeno non in tali quantità. Gli autori dello studio raccomandano di effettuare ulteriori monitoraggi ed analisi per comprendere meglio l’influenza delle precipitazioni sulla deposizione di microplastiche in aria e l’impatto della traiettoria del vento sulla quantità e composizione della ricaduta atmosferica di tali particelle.

Fonte: ilcambiamento.it

Celocelo Food, la rete di esercizi commerciali che dona il cibo a chi ne ha bisogno

Celocelo Food è il nuovo progetto di recupero delle eccedenze alimentari che sta partendo a Torino, costruendo una rete di esercizi commerciali sensibili ai temi della responsabilità sociale e ambientale. Il progetto è realizzato dall’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario e da Equovento Onlus e rappresenta l’ultima novità del già attivo progetto Celo Celo.

Recuperare i prodotti alimentari in eccedenza dagli esercizi commerciali locali e distribuirli a persone e famiglie in difficoltà economica, attraverso l’utilizzo di una applicazione digitale. Si chiama Celocelo Food il progetto ambizioso partito proprio in queste settimane a Torino, che va ad arricchire la missione di Celo Celo, progetto che, sul territorio, mette in contatto chi opera nel sociale con chi ha qualcosa da regalare. Si tratta di una piattaforma che si basa su una rete locale di enti no profit che rende possibile l’incrocio della domanda/offerta di beni e servizi di prima necessità, favorendo la donazione e il trasporto di beni materiali a persone e famiglie in difficoltà economica. Non solo indumenti, accessori, elettrodomestici o arredamenti inutilizzati: da ora sarà possibile recuperare anche il cibo. Si tratta di prodotti perfettamente conservati e consumabili, che rischierebbero di diventare rifiuto e che vengono ridistribuiti presso strutture locali, riducendo al minimo l’impegno e i costi di natura logistica quali quelli legati allo stoccaggio, all’immagazzinamento e alla distribuzione centralizzata.

“Celocelo Food punta a costruire una rete di esercizi commerciali sensibili ai temi della responsabilità sociale e ambientale, dar loro visibilità, facilitare le donazioni di eccedenze, intercettare e coordinare cittadini attivi che abbiano voglia e motivazione di dedicare un po’ del loro tempo libero a queste attività” si legge sul sito.

Ma come funziona?

Tutti i sabati, a chiusura, i volontari e gli operatori di CeloCelo passeranno nei negozi con i materiali necessari per la raccolta delle eccedenze invendute e degli alimenti cucinati. Questi verranno portati agli operatori accreditati che gestiscono persone e famiglie in difficoltà. La donazione permetterà di accedere a sgravi fiscali, garantendo quindi vantaggi non solo a chi riceve ma anche a chi dona. Al progetto possono partecipare tutti, anche coloro che non hanno un negozio: confrontandosi con i propri negozianti di fiducia è infatti possibile comperare e donare gli alimenti che verranno distribuiti a chi ne ha più bisogno. Il progetto è realizzato dall’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus e da Equovento onlus, due realtà specializzate nel recupero e redistribuzione delle eccedenze. E’ inoltre sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, in collaborazione con le Officine Informatica Libera e la cooperativa sociale Stranaidea, che si occupa di integrazione sociale e di sostegno alla cittadinanza attiva, intervenendo a favore di persone senza fissa dimora e gestendo alcuni dormitori sul territorio e case di prima accoglienza.

Saranno in particolare due i circuiti specifici di recupero e redistribuzione di alimenti freschi e secchi: “un circuito di recupero coinvolgerà piccoli esercizi commerciali nell’area di San Salvario e dei quartieri limitrofi; un altro circuito, che partirà in un secondo momento, coinvolgerà la grande distribuzione, utilizzando un meccanismo di prenotazione dei prodotti alimentari recuperati” si legge sul sito. Gli obiettivi del progetto sono molteplici, con grandi benefici per tutti: recuperare prodotti alimentari buoni garantendone la perfetta conservazione e ridistribuirli in maniera mirata a chi ne ha davvero bisogno. Ma anche sensibilizzare gli operatori commerciali ad entrare in una rete di solidarietà e welfare locale e sollecitare i consumatori a orientare le proprie scelte di acquisto presso esercizi commerciali responsabili, oppure attivare volontari che possano farsi carico, nel tempo, delle attività di recupero e redistribuzione.

Sono diverse le realtà del quartiere che già collaborano col progetto, quali Verdessenza Ecobottega, Tomato Backpackers Hotel o Panacea.

Celocelo Food è attualmente alla ricerca di operatori commerciali grandi e piccoli che vogliano aderire al progetto, in un impegno collettivo capace di fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Celocelo Food
Autore: Verdessenza Ecobottega
Licenza: Pagina fb Verdessenza Ecobottega

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/celocelofood-rete-esercizi-commerciali-dona-cibo-chi-ne-ha-bisogno/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni