Dall’ufficio di una multinazionale al frutteto: la storia di Elisabetta e Corrado

A Cecima, al confine tra Lombardia e Piemonte, Corrado ed Elisabetta sono riusciti a realizzare un importante progetto di vita: gestire un bed&breakfast, coltivare l’orto e prendersi cura dei loro alberi da frutto. Dopo anni di lavoro a Milano, hanno scelto di lasciare la città per ritrovare un contatto diretto e autentico con la natura. Non esiste il momento perfetto per cambiare vita, ma a volte è essenziale trovare il coraggio per farlo. Corrado e Elisabetta avevano un sogno nel cassetto: allontanarsi dalla città e vivere assecondando i ritmi della natura. A maggio dell’anno scorso, quando tutti uscivamo incerti e frastornati dal primo lungo lockdown, forse guardando il mondo per la prima volta con occhi nuovi e non più dalla prospettiva angusta di una finestra, per loro due è stato l’incredibile inizio di una nuova avventura. Solo pochi mesi prima, intorno a febbraio, si erano innamorati di un’antica casa di pietra con il fienile annesso e già ristrutturato, ideale per ospitare un bed and breakfast. «Quando è la cosa giusta, tutto sembra incastrarsi alla perfezione», mi racconta Corrado, mentre continua a innaffiare il giardino che circonda la casa, prima che faccia buio. Se c’è una cosa che ha imparato da quando si sono trasferiti a Cecima, è che la campagna richiede tanta cura e dedizione: «La luce del giorno segna il ritmo, finché c’è luce si può continuare a lavorare».

Dopo essere stato diversi anni responsabile per l’Italia di una multinazionale svedese, proprio nel momento in cui la vita sembrava non riservare più grandi stravolgimenti e inversioni di rotta, Corrado ha deciso di abbandonare il suo lavoro e cercare insieme a Elisabetta di vivere in modo più autentico, lontani dal frastuono cittadino. «Eravamo stanchi dei ritmi forsennati della città. In campagna si lavora molto, eppure siamo più felici», mi racconta Corrado. Non è sempre stato facile prendere delle decisioni e cimentarsi in qualcosa di completamente nuovo. Il loro progetto è stato costellato anche di inevitabili errori, su cui hanno saputo farsi una bella risata e imparare qualcosa in più. L’antico fienile oggi ospita due monolocali e due bilocali per accogliere i clienti del B&B, che spesso finiscono per diventare amici, complice la calorosa accoglienza dei padroni di casa. Arredati e dotati di ogni comfort, è possibile trascorrervi periodi anche più lunghi, nell’ottica di una nuova forma di turismo a passo lento. Il Velo di Maya – questo è il nome che hanno scelto per la loro nuova casa – è un luogo incantevole in cui rifugiarsi. Il paesaggio collinare degrada dolcemente verso valle e regala ogni giorno uno spettacolo unico.

Corrado e Elisabetta hanno in progetto di dedicare questo spazio a varie attività, come seminari, trattamenti olistici, eventi, presentazioni di libri. Purtroppo la situazione che ci troviamo a vivere ha interrotto molte delle iniziative in programma, ma Il Velo di Maya continua a essere un luogo di pace in cui trascorrere un week-end di relax o più giorni, anche per lavorare da remoto senza rinunciare al contatto con la natura. Il giardino, di circa quattromila metri quadrati, inizia a regalare i suoi preziosi frutti. Sono stati messi a dimora peschi, albicocchi, peri, aceri rossi. Vi erano già dei noccioli, dei noci e dei ciliegi. «Il nostro obiettivo – prosegue Corrado – è renderci autosufficienti dal punto di vista alimentare, riuscendo a produrre nel nostro orto il necessario per vivere». Il terreno a loro disposizione è alquanto scosceso: dei terrazzamenti sono stati creati per ospitare l’orto, da accudire secondo i principi della permacultura, tenendo conto dei ritmi stagionali delle piante coltivate.

In questo luogo è facile ritrovare sé stessi, immersi nella pace dell’oltrepò pavese, con i suoi paesaggi mozzafiato. Si può visitare il centro storico di Cecima, con il suo dedalo di vicoli realizzati con i ciottoli del torrente Staffora, o dedicarsi a varie attività, come le escursioni a piedi, in mountain bike e a cavallo. Non lontano ci sono l’osservatorio astronomico di Cà del Monte e le terme di Rivanazzano. Oltre «l’illusione del velo di Maya in cui siamo costantemente immersi», Elisabetta e Corrado non smettono di ricercare la purezza di una nuova vita a contatto con la natura. La bellezza del paesaggio li ricambia ogni giorno per il coraggio con cui hanno intrapreso questa nuova avventura, oltre a far innamorare i fortunati ospiti di questa oasi di pace.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/ufficio-multinazionale-frutteto-elisabetta-corrado/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Orto Capovolto: a Palermo al posto del degrado nascono orti urbani

Dal 2015 a oggi sono più di cento i progetti compiuti nelle scuole e circa venti gli interventi di orti urbani realizzati per riqualificare spazi abbandonati di Palermo. Nata dall’idea di una donna architetto e di un educatore ambientale, Orto Capovolto sta cambiando il volto del capoluogo siciliano e diffondendo consapevolezza fra i suoi abitanti. In questo periodo così opaco e scarso di emozioni belle, assembrate e colorate, in cui ogni cosa sembra perdere di senso e il significato delle azioni a volte è senza significante, la vita di prima del covid sembra un sogno lontano. Eppure Palermo prima della pandemia era un fiorire di iniziative, di tran tran di turisti e guide che urlavano “follow me” in giro tra i monumenti, di artigiani che aprivano botteghe, di startup geniali che nascevano, di comunità operose che valorizzavano il bene comune. La “città tutta porto” – questo vuol dire Palermo – era in continuo fermento.

In questo contesto pulsante di nuove energie e vibrante di emozioni, nasce Orto Capovolto, “la cooperativa sociale che vuole valorizzare il volto della città attraverso il verde commestibile” – questa la definizione che danno di loro stessi sul sito web del progetto. Ed era bello girare un angolo e stupirsi di trovarsi di fronte a cassoni pieni di terra con tanti ortaggi e fiori dentro. Succedeva spesso, in particolare durante Manifesta 12, la biennale di arte contemporanea che ha messo a soqquadro Palermo; c’era un progetto tutto curato da Orto Capovolto chiamato “Palermo, la città tutta orto”, dove gli orti urbani sono stati disseminati per il centro storico e non solo.

Ma come nasce l’idea di Orto Capovolto e con quali finalità? Ha origine dall’incontro di un architetto – Angelica – e un educatore ambientale – Giorgio –, che insieme immaginano una città più verde. Nel 2013 Angelica propone a un cliente di realizzare un orto sul tetto della sua casa e così inizia ad appassionarsi all’agricoltura urbana. Giorgio è convinto che solo partendo dalle nuove generazioni si può immaginare un futuro più sostenibile. Decidono quindi di aprire una startup – correva l’anno 2015 – con l’obiettivo di creare un orto diffuso a Palermo, per occuparsi tanto di progettazione e realizzazione di orti urbani, quanto di educazione ambientale e alimentare nelle scuole e non solo.

In questo contesto pulsante di nuove energie e vibrante di emozioni, nasce Orto Capovolto, “la cooperativa sociale che vuole valorizzare il volto della città attraverso il verde commestibile” – questa la definizione che danno di loro stessi sul sito web del progetto. Ed era bello girare un angolo e stupirsi di trovarsi di fronte a cassoni pieni di terra con tanti ortaggi e fiori dentro. Succedeva spesso, in particolare durante Manifesta 12, la biennale di arte contemporanea che ha messo a soqquadro Palermo; c’era un progetto tutto curato da Orto Capovolto chiamato “Palermo, la città tutta orto”, dove gli orti urbani sono stati disseminati per il centro storico e non solo.

Ma come nasce l’idea di Orto Capovolto e con quali finalità? Ha origine dall’incontro di un architetto – Angelica – e un educatore ambientale – Giorgio –, che insieme immaginano una città più verde. Nel 2013 Angelica propone a un cliente di realizzare un orto sul tetto della sua casa e così inizia ad appassionarsi all’agricoltura urbana. Giorgio è convinto che solo partendo dalle nuove generazioni si può immaginare un futuro più sostenibile. Decidono quindi di aprire una startup – correva l’anno 2015 – con l’obiettivo di creare un orto diffuso a Palermo, per occuparsi tanto di progettazione e realizzazione di orti urbani, quanto di educazione ambientale e alimentare nelle scuole e non solo.

«Coltivare un orto in città non significa solo produrre la propria cena senza pesticidi», spiega Angelica Agnello. «Significa anche e soprattutto, imparare l’importanza della biodiversità, la stagionalità dei prodotti e concetti chiave come il chilometro zero, la filiera corta e l’importanza di tutti gli elementi naturali».

La cosa che i fondatori di Orto Capovolto ritengono più importante sono i progetti di riqualificazione urbana, che sono realizzati sempre in partnership con altre realtà, come associazioni e comitati di quartiere. Attraverso questi progetti cercano di coinvolgere un target che sia il più ampio possibile, principio che cozza con la pandemia e infatti da circa un anno questo filone di attività è fermo. Ma di certo il covid non può fermare l’immaginazione: «In questo momento – spiega Angelica – abbiamo sospeso quasi del tutto le attività; manteniamo pochi progetti, come quello in partenza al Malaspina, (il carcere minorile di Palermo, ndr) dal titolo “Le buone erbe”. La maggior parte delle nostre iniziative era con i bambini. Abbiamo deciso di rimanere quasi del tutto fermi aspettando tempi migliori perché i laboratori erano dentro ludoteche o scuole. Sono in stand-by anche i progetti di riqualificazione urbana, che generalmente partono in primavera. Ma la grande bellezza è il coinvolgimento di tanta gente, cosa che per adesso è impensabile. Facciamo l’indispensabile e aspettiamo l’anno prossimo». Va molto bene però la linea di design di Orto Capovolto, prodotti legati al giardinaggio come grembiuli da orto o le bombe di semi.

«Coltivare un orto in città non significa solo produrre la propria cena senza pesticidi», spiega Angelica Agnello. «Significa anche e soprattutto, imparare l’importanza della biodiversità, la stagionalità dei prodotti e concetti chiave come il chilometro zero, la filiera corta e l’importanza di tutti gli elementi naturali».

La cosa che i fondatori di Orto Capovolto ritengono più importante sono i progetti di riqualificazione urbana, che sono realizzati sempre in partnership con altre realtà, come associazioni e comitati di quartiere. Attraverso questi progetti cercano di coinvolgere un target che sia il più ampio possibile, principio che cozza con la pandemia e infatti da circa un anno questo filone di attività è fermo. Ma di certo il covid non può fermare l’immaginazione: «In questo momento – spiega Angelica – abbiamo sospeso quasi del tutto le attività; manteniamo pochi progetti, come quello in partenza al Malaspina, (il carcere minorile di Palermo, ndr) dal titolo “Le buone erbe”. La maggior parte delle nostre iniziative era con i bambini. Abbiamo deciso di rimanere quasi del tutto fermi aspettando tempi migliori perché i laboratori erano dentro ludoteche o scuole. Sono in stand-by anche i progetti di riqualificazione urbana, che generalmente partono in primavera. Ma la grande bellezza è il coinvolgimento di tanta gente, cosa che per adesso è impensabile. Facciamo l’indispensabile e aspettiamo l’anno prossimo». Va molto bene però la linea di design di Orto Capovolto, prodotti legati al giardinaggio come grembiuli da orto o le bombe di semi.

Una delle azioni che più sono rimaste impresse nella memoria della città è sicuramente l’intervento su Salita Raffadali, che per un periodo è stata chiusa al traffico, colorata e addobbata con alberi, fiori e ortaggi. Un intervento di riqualificazione che ha avuto una eco nazionale, ma che adesso rappresenta una grandissima delusione per Orto Capovolto e anche per Sos Ballarò, il comitato di quartiere: «È stato un intervento che sarebbe dovuto durare solo quattro settimane – aggiunge Angelica –, poi è piaciuto a tutti e si era deciso di farlo diventare permanente, ma non è stato così, l’amministrazione è scomparsa e la strada è tornata carrabile. Molto spesso i giardini che riqualifichiamo vengono abbandonati, per questo è importante fare innamorare i residenti del progetto».

Un intervento molto positivo è stato invece quello fatto alla Kalsa, in vicolo del Pallone: «Qui gli abitanti si sono messi davvero in gioco e hanno continuato a interagire con il giardino aggiungendo dettagli, come la statua di una madonnina; anche la vicina chiesa se ne prende cura, ha anche celebrato delle messe lì, all’aperto».

«Quello che ci manca di più è lavorare con i bambini», conclude Angelica. «Una cosa che vogliamo assolutamente fare appena torneremo alla vita di prima è mappare le aree urbane di Palermo non destinate a ospitare strutture e infrastrutture e che quindi possano essere dei luoghi di aggregazione dove far nascere delle aree verde e dei giardini condivisi».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/orto-capovolto-palermo-degrado-orti-urbani/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Porta Pazienza: la pizza solidale, etica e antimafia è più buona

A Bologna c’è una pizzeria davvero speciale, che ha trasformato questo classico della cucina napoletana in uno strumento per aiutare categorie fragili, creare inclusione sociale, favorire chi si batte per la legalità e diffondere cultura e consapevolezza. Oggi vi portiamo a pranzo da Porta Pazienza – Primi, Secondi e Ultimi. Nella tradizione sociale napoletana è ancora viva l’abitudine, in parecchi bar e locali della città partenopea, di donare un caffè a beneficio di chi non se lo può permettere. “E perché non una pizza?”, si sono chiesti i gestori di Porta Pazienza, pizzeria bolognese che non è solo un ristorante, ma anche un progetto sociale per la realizzazione di un mondo più etico ed inclusivo per tutti

All’interno del locale, oltre a una vastissima scelta di gustosissimi piatti che raccontano la tradizione napoletana, si possono assaporare diverse portate speciali: la solidarietà, scegliendo una pizza da lasciare a chi altrimenti non se la potrebbe permettere; la lotta alle mafie, grazie alla scelta di materie prime che provengono da fornitori che lavorano utilizzando beni e terreni confiscati alla criminalità organizzata, selezionati e scelti con cura dallo staff per la preparazione dei piatti che arricchiscono il menù; l’inclusione lavorativa, che ha il sorriso di ragazzi e ragazze che, tra un servizio al tavolo e un turno in cucina, possono tracciare una strada per la propria vita e per la propria indipendenza, crescendo professionalmente anche attraverso il lavoro di squadra.

A Bologna c’è una pizzeria davvero speciale, che ha trasformato questo classico della cucina napoletana in uno strumento per aiutare categorie fragili, creare inclusione sociale, favorire chi si batte per la legalità e diffondere cultura e consapevolezza. Oggi vi portiamo a pranzo da Porta Pazienza – Primi, Secondi e Ultimi. Nella tradizione sociale napoletana è ancora viva l’abitudine, in parecchi bar e locali della città partenopea, di donare un caffè a beneficio di chi non se lo può permettere. “E perché non una pizza?”, si sono chiesti i gestori di Porta Pazienza, pizzeria bolognese che non è solo un ristorante, ma anche un progetto sociale per la realizzazione di un mondo più etico ed inclusivo per tutti

All’interno del locale, oltre a una vastissima scelta di gustosissimi piatti che raccontano la tradizione napoletana, si possono assaporare diverse portate speciali: la solidarietà, scegliendo una pizza da lasciare a chi altrimenti non se la potrebbe permettere; la lotta alle mafie, grazie alla scelta di materie prime che provengono da fornitori che lavorano utilizzando beni e terreni confiscati alla criminalità organizzata, selezionati e scelti con cura dallo staff per la preparazione dei piatti che arricchiscono il menù; l’inclusione lavorativa, che ha il sorriso di ragazzi e ragazze che, tra un servizio al tavolo e un turno in cucina, possono tracciare una strada per la propria vita e per la propria indipendenza, crescendo professionalmente anche attraverso il lavoro di squadra.

All’interno della grande famiglia di Porta Pazienza, i ragazzi e le ragazze che lavorano e collaborano in questo nobile progetto trovano la giusta valorizzazione. Prima delle loro disabilità sono persone che, all’interno di questo contesto, trovano la serenità e il coraggio di far nascere dalle diverse difficoltà di ognuno qualcosa di importante e prezioso, non solo per loro stessi ma anche per la comunità che li circonda.

Michele Ammendola, responsabile del progetto ci racconta la loro storia.

Dal 2013 i nostri contenuti sono gratuiti grazie ai nostri lettori che ogni giorno sostengono il nostro lavoro. Non vogliamo far pagare i protagonisti delle nostre storie e i progetti che mappiamo. Vogliamo che tutti possano trovare ispirazione nei nostri articoli e attivarsi per il cambiamento.

Com’è iniziata la vostra avventura?

Siamo La Formica Cooperativa Sociale e siamo nati a marzo del 2017. A Bologna, al quartiere Pilastro – una zona periferica con diverse criticità – ci troviamo all’interno del Circolo La Fattoria, dove gestiamo il progetto sociale Porta Pazienza – Primi, Secondi e Ultimi.

Ci raccontate meglio la vostra mission?

La nostra storia comincia con l’apertura della pizzeria La Fattoria di Masaniello. Il progetto viene gestito dalla Cooperativa Sociale La Formica, che si occupa dell’inserimento lavorativo di persone fragili e categorie protette. Nel giugno del 2020, il progetto cambia nome in Porta Pazienza, mantenendosi ben saldo nei suoi valori: passione, inclusione e solidarietà. Porta Pazienza è molto più di una pizzeria: è un progetto sociale, un luogo unico in cui l’attività ristorativa si trasforma in una gustosa occasione per dimostrare che un modello di consumo critico, etico e consapevole è possibile.

All’interno della grande famiglia di Porta Pazienza, i ragazzi e le ragazze che lavorano e collaborano in questo nobile progetto trovano la giusta valorizzazione. Prima delle loro disabilità sono persone che, all’interno di questo contesto, trovano la serenità e il coraggio di far nascere dalle diverse difficoltà di ognuno qualcosa di importante e prezioso, non solo per loro stessi ma anche per la comunità che li circonda.

Michele Ammendola, responsabile del progetto ci racconta la loro storia.

Dal 2013 i nostri contenuti sono gratuiti grazie ai nostri lettori che ogni giorno sostengono il nostro lavoro. Non vogliamo far pagare i protagonisti delle nostre storie e i progetti che mappiamo. Vogliamo che tutti possano trovare ispirazione nei nostri articoli e attivarsi per il cambiamento.

Com’è iniziata la vostra avventura?

Siamo La Formica Cooperativa Sociale e siamo nati a marzo del 2017. A Bologna, al quartiere Pilastro – una zona periferica con diverse criticità – ci troviamo all’interno del Circolo La Fattoria, dove gestiamo il progetto sociale Porta Pazienza – Primi, Secondi e Ultimi.

Ci raccontate meglio la vostra mission?

La nostra storia comincia con l’apertura della pizzeria La Fattoria di Masaniello. Il progetto viene gestito dalla Cooperativa Sociale La Formica, che si occupa dell’inserimento lavorativo di persone fragili e categorie protette. Nel giugno del 2020, il progetto cambia nome in Porta Pazienza, mantenendosi ben saldo nei suoi valori: passione, inclusione e solidarietà. Porta Pazienza è molto più di una pizzeria: è un progetto sociale, un luogo unico in cui l’attività ristorativa si trasforma in una gustosa occasione per dimostrare che un modello di consumo critico, etico e consapevole è possibile.

Anche la lotta per la legalità ha un ruolo importante nella vostra attività.

Siamo da sempre in prima linea nel sostegno alle realtà che lavorano sui beni confiscati alle mafie, a quelle che denunciano il pizzo, a quelle che generano lavoro nei centri di detenzione e a quelle che propongono agricoltura sociale. Il nostro obiettivo è quello di contribuire a costruire una società aperta, inclusiva e solidale. La nostra ricetta è semplice: ci occupiamo di ridare dignità e forza alle persone più fragili e proponiamo un menù ricco di prodotti etici.

Quali sono i vostri “cavalli di battaglia”?

La pizza sospesa, che è un piccolo gesto per un grande sorriso; ma anche l’inclusione lavorativa di persone fragili, l’acqua bene comune e gratuita, i prodotti provenienti da beni confiscati alle mafie, dalle carceri, da realtà “no pizzo” e i corsi di formazione e i tirocini rivolti a persone da inserire nel mondo del lavoro. Siamo inoltre la sede operativa di progetti rivolti a bimbi autistici di Angsa Bologna. Per tre anni abbiamo ospitato tutti i sabati percorsi educativi per bimbi dai 3 ai 9 anni.

Anche la lotta per la legalità ha un ruolo importante nella vostra attività.

Siamo da sempre in prima linea nel sostegno alle realtà che lavorano sui beni confiscati alle mafie, a quelle che denunciano il pizzo, a quelle che generano lavoro nei centri di detenzione e a quelle che propongono agricoltura sociale. Il nostro obiettivo è quello di contribuire a costruire una società aperta, inclusiva e solidale. La nostra ricetta è semplice: ci occupiamo di ridare dignità e forza alle persone più fragili e proponiamo un menù ricco di prodotti etici.

Quali sono i vostri “cavalli di battaglia”?

La pizza sospesa, che è un piccolo gesto per un grande sorriso; ma anche l’inclusione lavorativa di persone fragili, l’acqua bene comune e gratuita, i prodotti provenienti da beni confiscati alle mafie, dalle carceri, da realtà “no pizzo” e i corsi di formazione e i tirocini rivolti a persone da inserire nel mondo del lavoro. Siamo inoltre la sede operativa di progetti rivolti a bimbi autistici di Angsa Bologna. Per tre anni abbiamo ospitato tutti i sabati percorsi educativi per bimbi dai 3 ai 9 anni.

Come avete affrontato/state affrontando il periodo difficile che stiamo vivendo? Avete trovato un modo per reinventarvi?

Dopo quasi un anno di inattività abbiamo la necessità di reinventarci per preservare il percorso collettivo fatto finora: abbiamo pertanto scelto la formula dell’on the road. Vogliamo acquistare un Food Truck per uscire dalla nostra pizzeria e continuare a svolgere la nostra attività anche sulle strade. Per riuscirci abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma IdeaGinger che si è conclusa con un successo incredibile e ci ha consentito di raccogliere il doppio dell’obbiettivo fissato. Abbiamo pensato di utilizzare questo strumento per riprodurre all’esterno il nostro modello economico.

Progetti per il futuro?

Per il futuro ci vediamo impegnati sempre di più nel proporre modelli alternativi. Ci immaginiamo di poter trasformare – grazie al food truck – qualunque parcheggio da spazio vuoto a luogo aperto e accogliente. Speriamo di poter continuare ad avere una visione trasversale e inclusiva del mondo. Noi non molleremo e ci metteremo tutta la passione che in questi anni ci ha accompagnato. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/porta-pazienza-pizza-solidale-etica-antimafia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Lungomare Canepa, dove il cemento ha tolto il mare alla gente

Il comitato Lungomare Canepa prende il nome proprio dal Lungomare che si trovava alle spalle della Lanterna. Oggi questo sodalizio vuole riqualificare il quartiere, valorizzare un territorio deturpato e soprattutto tutelare i residenti che un tempo si svegliavano con lo sciabordio delle onde sulla battigia e oggi devono convivere con un traffico costante a tutte le ore. La parola “lungomare” fa pensare a passeggiate in riva al mare, gelati in compagnia, serate a contemplare il tramonto. A Genova, fino a un secolo fa, poco distante dal centro, nella parte ovest della città, c’era un bellissimo borgo marinaro sulla cui riva i bambini sguazzavano, guardando la Lanterna. Chiudiamo gli occhi e proviamo a immaginarlo: ci ritroveremmo nelle orecchie gli schiamazzi di quei bambini, che la domenica si riunivano con i compagni di classe per un picnic sulla spiaggia, e le risate dei ragazzi al sole. Oggi, lungo quel litorale sabbioso tanto apprezzato sfrecciano auto, moto e mezzi pesanti. Un incubo da cui gli anziani sampierdarenesi più nostalgici sembrano non volersi svegliare. L’attuale Lungomare Canepa è la strada nata coprendo interamente la costa con il materiale della demolizione del colle di san Benigno, poco più in là, un progetto attuato a partire dal 1929 con l’intento di facilitare il collegamento tra il centro di Genova e Sampierdarena. Ma perché eliminare quella splendida spiaggia che ha dato il nome alla città (oggi quartiere) di San Pier d’Arena? Per il progresso, sotto forma di nuovo bacino portuale. Un’operazione tanto utile al porto di Genova, quanto deleteria per San Pier d’Arena, che da allora ha perso per sempre l’accesso al mare. Negli ultimi anni l’arteria stradale è stata ulteriormente potenziata, per sgravare il tratto di A10 più interconnesso con la città, trasferendo parte del traffico su una nuova infrastruttura che si affianca all’esistente. A quale costo?

Oggi esiste un Comitato, che prende il nome proprio da quel Lungomare alle spalle della Lanterna, che vuole riqualificare il quartiere e valorizzare un territorio con un grande potenziale. E soprattutto tutelare i cittadini residenti qui, che si affacciano ogni mattina sul costante traffico della nuova grande arteria del ponente, dove con un occhio si vedono i condomini e con l’altro veicoli incolonnati e asfalto rovente. Ho intervistato la presidente, Silvia Giardella, per farmi raccontare i loro progetti e se il quartiere ha una speranza di rivedere quell’arenile tanto amato. Ogni giorno parliamo di uno dei migliaia di progetti che costellano il nostro paese. Vorremmo raccontarne sempre di più, mappare tutte le realtà virtuose, e magari anche la tua, ma per farlo abbiamo bisogno che ognuno faccia la sua parte.lungomare canepa ridimens

Lungomare Canepa: com’era e com’è oggi

Come e perché è nato il Comitato Lungomare Canepa?

Il Comitato è nato nel 2018, quando l’avanzare dei lavori di realizzazione della nuova tangenziale – la “Gronda a mare” – sembrava contraddire palesemente le premesse di riqualificazione che i residenti avevano ricevuto e che avevano indotto altri genovesi a trasferirsi in Via Sampierdarena. La nuova strada è andata a occupare tutta la distanza tra gli edifici e il porto, fino a lambire i palazzi. Era chiaro che il progetto non concedeva alcuno spazio a una fascia di rispetto, a alberi e a spazi pubblici ricreativi. Le altre aree sarebbero diventate area di parcheggio: l’asfalto avrebbe dominato ovunque. Nessuna misura è stata prevista per la tutela della salute dei cittadini residenti per l’aumento dei tassi d’inquinamento, sia acustico che ambientale.

Cento anni fa Sampierdarena era un borgo marinaro e Lungomare Canepa era molto differente rispetto a oggi: quale pensi possa essere un compromesso per poter mantenere l’attività portuale e valorizzare questo territorio, così deturpato? 

Bisogna innanzitutto passare attraverso la risoluzione delle criticità esistenti ed è necessario che non ne vengano create di nuove. Questo percorso, a nostro avviso, comporta sicuramente la realizzazione di una fascia di rispetto che tuteli l’abitato dalle attività portuali e che restituisca, almeno in parte, il mare a Sampierdarena: Calata Concenter (Area Lanterna) e Foce del Polcevera sono i due possibili accessi al mare.

Lungomare Canepa: com’era e com’è oggi

Come e perché è nato il Comitato Lungomare Canepa?

Il Comitato è nato nel 2018, quando l’avanzare dei lavori di realizzazione della nuova tangenziale – la “Gronda a mare” – sembrava contraddire palesemente le premesse di riqualificazione che i residenti avevano ricevuto e che avevano indotto altri genovesi a trasferirsi in Via Sampierdarena. La nuova strada è andata a occupare tutta la distanza tra gli edifici e il porto, fino a lambire i palazzi. Era chiaro che il progetto non concedeva alcuno spazio a una fascia di rispetto, a alberi e a spazi pubblici ricreativi. Le altre aree sarebbero diventate area di parcheggio: l’asfalto avrebbe dominato ovunque. Nessuna misura è stata prevista per la tutela della salute dei cittadini residenti per l’aumento dei tassi d’inquinamento, sia acustico che ambientale.

Cento anni fa Sampierdarena era un borgo marinaro e Lungomare Canepa era molto differente rispetto a oggi: quale pensi possa essere un compromesso per poter mantenere l’attività portuale e valorizzare questo territorio, così deturpato? 

Bisogna innanzitutto passare attraverso la risoluzione delle criticità esistenti ed è necessario che non ne vengano create di nuove. Questo percorso, a nostro avviso, comporta sicuramente la realizzazione di una fascia di rispetto che tuteli l’abitato dalle attività portuali e che restituisca, almeno in parte, il mare a Sampierdarena: Calata Concenter (Area Lanterna) e Foce del Polcevera sono i due possibili accessi al mare.

Il Comitato Lungomare Canepa

Come stanno rispondendo le Istituzioni alle vostre proposte?

L’ascolto istituzionale c’è stato e c’è tuttora. Questo, secondo noi, è dovuto alla nostra spiccata attitudine alla propositività, derivante dallo studio accurato sia dei problemi che della documentazione. Anche nei frangenti più complicati e di maggiore attrito con chi proponeva le opere, siamo sempre riusciti a indicare possibili soluzioni. Tuttavia, confidiamo che questo ascolto sia seguito da un concreto miglioramento del territorio e questa è la sfida che poniamo alle Istituzioni con cui ci confrontiamo. La vicenda della tangenziale sarà uno tra i primi esempi di “concretizzazione ambientale”, poiché le nostre rimostranze sono state ufficialmente riconosciute come fondate ed è stata appurata la necessità di un intervento. Vediamo però anche segnali di un qualche attivismo istituzionale rispetto alla creazione di uno o più nuovi accessi al mare e ne saremo vigili guardiani.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Il futuro dell’azione del nostro Comitato è implicito nel presente, perché la vivibilità del territorio si potrà ottenere solo gettando oggi solide basi di studio e di azione per raccoglierne domani i frutti. Non possiamo però non notare che l’azione del nostro Comitato è accompagnata, anzi sospinta, da un crescente desiderio dei cittadini di partecipare e di incidere sulle scelte della vita pubblica. Manifestare la propria opinione sul territorio in cui si vive è moralmente e legittimamente dovuto. Convogliare positivamente questi “desiderata” è il compito faticoso ma gratificante che ci siamo dati. Gli scambi di informazioni, di esperienze, ma anche di umanità, sono la garanzia della nostra azione futura, che si manifesta con l’adesione dei giovanissimi diciottenni, finalmente, coinvolti e artefici del proprio futuro. Un particolare cenno va fatto alle sinergie collaborative che si stanno consolidando tra quartieri diversi: Cornigliano, Palmaro, Prà, San Teodoro, Di Negro, Campasso, Albaro (Via Piave), Nervi, San Martino, Albisola, Arenzano, Bolzaneto, Fegino e altri. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/05/lungomare-canepa-cemento-mare/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il libro che spiega a bimbi e bimbe come proteggere le api

É stato da poco pubblicato un nuovo libro per bambini, scritto dalla nostra collega Valentina D’Amora e illustrato da Licia Baldini. Il libro, intitolato “Chi è l’ape? Io”, vuole spiegare ai più piccoli l’importanza degli insetti impollinatori, insegnando alcune semplici azioni per proteggerli. Oggi vi parlo di un libro per bambin* molto speciale, appena pubblicato, che racconta il mondo prezioso che si nasconde dietro agli insetti impollinatori. “Chi è l’ape? Io” è il secondo di una collana curata da Valentina D’Amora insieme a Licia Baldini, che approfondiscono la vita e l’importanza per l’ecosistema di alcuni animali. Il primo, dedicato ai lupi, aveva tra i suoi obiettivi anche cambiare l’immagine stereotipata impressa dentro ognuno di noi, in particolare nei bambini attraverso alcune favole, in cui il lupo è un animale cattivo, di cui avere paura. 

PERCHÉ L’APE

Quando chiedo a Valentina perché ha scelto proprio l’ape come protagonista di questo loro secondo libro, mi spiega che «si parla tanto di questi esseri così unici, ma si fa ancora poco per proteggerli. E poi perché dovrebbe essere, anche egoisticamente parlando, tra le nostre priorità: un terzo del cibo che mettiamo in tavola cresce grazie agli insetti impollinatori e, tra questi, le api rivestono un ruolo centrale. Dunque cosa potrebbe accadere se le api sparissero?».

IL LIBRO

Mentre la gran parte dei mass media sceglie di non mostrare i meravigliosi cambiamenti in atto del nostro paese, noi abbiamo scelto di farlo con un’informazione diversa, autentica, che sia d’ispirazione per chi vuole veramente attivarsi per cambiare le cose. Per farlo abbiamo bisogno del tuo contributo. Attivati anche tu per cambiare l’immaginario!

Il testo, rivolto ai bambini e alle bambine dai quattro anni in su, accompagna i giovani lettori in un viaggio alla scoperta delle api: dalle diverse tipologie e ruoli alle motivazioni della loro morte, dall’età media alla spiegazione delle parti del loro corpo. Attraverso una carta d’identità, è possibile anche comprendere tutte le caratteristiche per distinguere le api dagli altri insetti. Tra le spiegazioni utili e interessanti, troviamo anche la differenza delle diverse “case”, a seconda che siano allevate da umani o libere in natura. Ma anche come fanno le api a comunicare tra loro, il loro processo di trasformazione da larve a insetti adulti… insomma, tante informazioni che permetteranno al bambino o bambina non solo di conoscere più da vicino questi insetti speciali, ma anche di empatizzare con loro, dopo aver scoperto quanto complesso e affascinante è il mondo visto con gli occhi di un’ape.

TUTTI POSSONO AIUTARLE

Ma sapere tutto ciò non basterà ad aiutare le nostre amiche api a sopravvivere. Ed è per questo che una parte nel libro spiega anche quali sono i pericoli che stanno minacciando la loro sopravvivenza, che cosa possiamo fare noi umani per aiutarli, come seminare bombe di semi. All’interno delle pagina un barcode rimanda ad alcuni video tutorial che insegnano a grandi e piccoli a come mettere in pratica le azioni proposte delle pagine per renderle ancora più realizzabili e semplici.

«Dopo aver capito chi sono e cosa fanno – spiega l’autrice –, possiamo essere parte attiva anche noi nell’aiutarle, creando ad esempio un giardino con le “piante salva api” o le bombe di semi o ancora costruendo una casetta in legno come albergo per gli amici insetti che vogliamo aiutare». 

LA SCELTA DELLE ILLUSTRAZIONI

Le illustrazioni del libro sono state curate dall’artista Licia Baldini, che da anni si occupa di realizzare immagini attraverso l’utilizzo esclusivamente di materiale di riciclo. Valentina mi racconta il loro primo incontro così: «Io e Licia ci siamo conosciute un anno e mezzo fa circa. Avevo visto alcune sue illustrazioni e le avevo trovate davvero speciali. Sono quindi andata a trovarla in Casentino, Toscana, dove vive, per capire come lavorare insieme. Da quel giorno sono nati parecchi progetti insieme e altrettanti ne seguiranno!». Licia per le sue creazioni utilizza i più svariati materiali: cartapesta, spago, semi, spezie, cartoncini e tutto ciò che la natura, a seconda del periodo dell’anno, può offrire.

SPAZIO AI LABORATORI E ALLE RICETTE

Essendo un libro rivolto anche ai più piccoli, all’interno sono state inserite anche idee per laboratori manuali da fare insieme con materiali di riciclo e qualche ricetta adatta a tutte le età, per preparare colazioni e merende super nutrienti utilizzando il miele.

LA BIOFILIA

Nel raccontarmi dei loro prossimi progetti, Valentina mi parla dei futuri protagonisti dei racconti e mi sorge una domanda banale, ma forse proprio per questo importante: perché parlare di animali? E lei, che si era posta la stessa domanda all’inizio del percorso editoriale con Licia, mi risponde senza esitare: «Perché sono questi i temi che più interessano ai bambini/e. Tutti noi abbiamo una biofilia innata e prova ne è che tutti i bimbi sono sin dalla nascita attratti da ciò che si muove. Abbiamo una normale tendenza e interesse verso la vita e la natura è di per sé un’infinita fonte di diversissime forme di vita».

Valentina mi racconta di come spesso, come educatrice ambientale e mamma, si è trovata, dopo aver spiegato come sono fatti alcuni animali, ad assistere al confronto da parte di bambini/e sulle differenze tra loro e gli animali in questione: zampe, occhi, ali, bocca. 

COLLABORAZIONI

«Ci teniamo a ringraziare ancora l’Università di Pisa, Gennaro Acampora, che oltre a essere apicoltore gestisce il The Honey Bar e ci ha suggerito le ricette inserite nel libro». Questa pubblicazione ha ricevuto anche il patrocinio da parte del Parco delle Foreste Casentinesi.

Siamo tutti parte dello stessa pianeta e l’uno dipendente dall’altro, e come insegnano le api vince chi coopera. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/libro-spiega-bimbi-bimbe-proteggere-api/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Effetti farfalla: vivere sani, ricchi e felici per salvare il mondo

Anche le azioni più piccole, quelle che consideriamo ininfluenti e insignificanti, hanno in realtà le potenzialità per cambiare il mondo. Questo principio si chiama “effetto farfalla” ed è ottimamente approfondito nel nuovo libro di Grammenos Mastrojeni, che spiega anche come applicarlo nella pratica per risolvere la crisi ambientale. Ci sono due convinzioni molto radicate – e fra loro collegate – quando parliamo di sostenibilità ambientale e crisi ecologica. La prima è che siamo piuttosto irrilevanti, come individui e piccoli gruppi, di fronte a problemi così enormi come i cambiamenti climatici, le estinzioni di massa, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua. La seconda è che la sostenibilità è una gran seccatura, fatta di rinunce e fatica. Il risultato combinato di queste due credenze è che spesso ci evitiamo la fatica di cambiare con un’alzata di spalle e un laconico “tanto cosa posso farci io?”

E se fosse vero il contrario? Se le nostre azioni fossero in grado di condizionare l’intero sistema ben oltre la nostra immaginazione e il raggiungimento della sostenibilità coincidesse con il punto di massima soddisfazione e felicità personale, salute e persino – sul lungo termine – successo economico? È l’ipotesi portata avanti da Grammenos Mastrojeni – diplomatico, professore universitario e saggista – nel suo nuovo libro “Effetti farfalla”, da poco uscito per Chiarelettere. Lo abbiamo contattato telefonicamente.

Grammenos Mastrojeni, diplomatico, professore universitario e saggista

Cosa sono questi effetti farfalla di cui parla?

L’effetto farfalla è uno dei capisaldi della teoria del caos, che dice che una mutazione anche infinitesimale nello stato iniziale di un sistema può portare alla mutazione dell’intero sistema. Di solito vengono evocati come origini imprevedibili delle catastrofi, ma il concetto è facilmente estendibile. La realtà è che noi apparteniamo a un sistema in equilibrio che, se assecondato, può amplificare moltissimo l’impatto di gesti di tutti i tipi. Inoltre oggi iniziamo a conoscere sufficientemente bene questo sistema complesso che è la Terra per prevedere, almeno in parte, in che direzione vanno questi effetti. E quindi possiamo scegliere di battere le ali nella direzione giusta. Insomma, siamo tutt’altro che irrilevanti come individui, piccoli gruppi, realtà locali: possiamo innescare delle catene di conseguenze che sono molto importanti.

Dal 2013 raccontiamo, mappiamo e mettiamo in rete chi si attiva per cambiare l’Italia, in una direzione di maggiore sostenibilità ed equità economica, sociale, ambientale e culturale. Lo facciamo grazie al contributo dei nostri lettori. Se ritieni che il nostro lavoro sia importante, aiutaci a costruire e diffondere un’informazione sempre più approfondita.

Nel libro descrive spesso il sistema in cui viviamo con l’aggettivo “coerente”. Cosa intende?

È il secondo concetto fondamentale del libro, dopo l’effetto farfalla. Siamo abituati a pensare che fra certi valori a cui teniamo ci sia sempre un trade-off, che uno si realizzi solo a scapito dell’altro. Ma se descriviamo il sistema come una correlazione dinamica fra ambiente, sviluppo, diritti umani e pace, scopriamo che quando facciamo qualcosa di buono in questi settori, si trasmette come una conseguenza costruttiva anche agli altri, autoamplificandosi. E che il solo “prezzo” da pagare nel cercare la sostenibilità in ogni settore è stare meglio noi e far stare meglio gli altri. Il vero benessere è strutturalmente sostenibile e lo è per una ragione scientifica: siccome noi ci siamo co-evoluti con questo sistema, è normale che il massimo del nostro stato psicologico e fisico si raggiunga in armonia con questo sistema.

Può fare un esempio?

Certo. Nel libro sono citati cinque settori che fanno parte della vita quotidiana, nei quali si possono mettere in moto questi effetti: il cibo, il trasporto, il vestiario, la nostra relazione coi rifiuti e l’impresa. Faccio l’esempio del cibo, che è il più classico. Se evito di comprare carne prodotta negli allevamenti intensivi faccio innanzitutto bene a me stesso e alla mia salute, perché mangerò meno carne, ma più locale e di migliore qualità. Quindi sto meglio, sono più sereno, più produttivo al lavoro e così via. Ma innesco anche tanti altri effetti. Ad esempio contribuisco ad abbassare le tasse. Sembrerà strano quel mercato che si vanta di vendere “un milione di hamburger al minuto” fa parte del meccanismo che crea un paradosso per cui, sebbene il pianeta fornisca già oggi calorie sufficienti a sfamare 10 miliardi di persone, esse sono distribuite in maniera talmente polarizzata che circa due miliardi di persone soffrono di patologie da ipernutrizione e altrettante soffrono la fame. Entrambe queste polarità creano dei costi enormi per i sistemi sociali e fiscali: le persone sovrappeso, con le malattie che ne conseguono, costano agli stati l’equivalente del Pil dell’Italia, mentre coloro che sono in condizione di povertà, fame e insicurezza costano ancora di più, perché danno il via a quelle catene di instabilità che poi bisogna gestire con costosissimi apparati politici e di sicurezza. In altre parole, se solo l’Occidente ricco decidesse di mangiare in maniera corretta tutelando la propria salute, avremo una diminuzione delle tasse di circa un terzo.

La doppia piramide alimentare e della sostenibilità elaborata dalla Barilla.

Decisamente coerente. Nel libro descrive anche la piramide alimentare, che cos’è? 

Già, la famosa piramide elaborata dalla Barilla. Si tratta di una doppia piramide esemplificativa del settore dell’alimentazione, ma che vale in realtà per tutti i settori. Ci mostra che la sostenibilità significa non rinunciare a nulla di ciò che ci fa bene, ci diverte e ci rende la vita più gioiosa. L’ambiente ammette anche il lusso. Quello a cui ci chiede di rinunciare è quel sovrappiù che ci fa male. Per dirla in termini tecnici, se vado oltre il punto più alto della mia curva di utilità marginale nel possesso e godimento di vari beni, mi faccio del male. Quindi il sistema mi chiede semplicemente di starmene sul punto più alto; così facendo libero risorse che a me farebbero male ma che per gli altri sono necessarie e pongo tutti quanti sul punto più alto. Ecco che una scelta di benessere personale diventa una scelta di sostenibilità, ma anche una scelta di equità, di giustizia e di pace. E queste sono solo alcune delle conseguenze: potrei continuare dicendo che se non autorizzo col mio portafoglio gli allevamenti industriali, non autorizzo nemmeno l’enorme catena di trasporti che c’è dietro, quindi il particolato e altre emissioni inquinanti. Non autorizzo le pozze di ammoniaca che ne derivano, né le catene dei mangimi che ci obbligano ad andare a coltivare in terre lontane, a bruciare l’Amazzonia o a togliere la sovranità alimentare alle popolazioni povere, di nuovo costringendo milioni di persone a migrare, con tutti i costi e l’insicurezza che ne deriva. 

In altre parole, viviamo in un sistema coerente, che premia la coerenza...

Esatto. E come per l’alimentazione, questa relazione “se fa bene a me fa bene anche all’ambiente” vale per tutti i settori. Anche quello in cui è meno intuitivo, cioè l’economia, che sta scoprendo che la sostenibilità non è una scocciatura che affossa la competitività, ma un’opportunità. L’effetto farfalla fa sì che un unico gesto mandi le sue conseguenze a pioggia su una miriade di settori. Se scegli la qualità al posto della quantità rivitalizzi il commercio e la produzione di prossimità, rivitalizzi le campagne, affranchi l’agricoltura dalla schiavitù dai grandi compratori internazionali – che a sua volta giustifica il caporalato –, contribuisci a redistribuire la popolazione fra le città sovraffollate e le campagne e montagne disabitate. E così via. 

Se è tutto così coerente, come siamo finiti a fare cose che vanno nella direzione opposta?

Direi che il motivo principale è la settorializzazione, l’idea che “business is business”, che tutto quello che faccio in una scatola rimanga lì dentro. Una convinzione miope che innesca catene di conseguenze che alla fine tornano indietro distruggendo il business stesso. La settorialità è un errore principalmente occidentale, che ha dato l’illusione di funzionare per un po’ di tempo, seppur a caro prezzo, tipo due guerre mondiali, e che di conseguenza è stato abbracciato anche dall’oriente che storicamente aveva un approccio più olistico. Oggi ci siamo accorti che il prezzo da pagare è troppo alto, e anche il mercato sta cambiando rapidamente rotta.  

Il suo è un approccio non ideologico, cosa non sempre si ritrova in chi parla di ecologia. Quali pensa che siano le conseguenze, al contrario, di un approccio ideologico?

Ci sarebbe moltissimo da dire su questo. Purtroppo siamo affezionati a una narrativa tradizionale dell’ecologia, che è disfunzionale. Che ci dice che c’è il popolo buono che è prigioniero di oscuri disegni, di collusioni fra governi e multinazionali. Una storia che ci piace, ma che è deresponsabilizzante. Nella politica, con tutti i suoi difetti, così come nel mercato con tutti i suoi difetti, alla fine il potere ce l’abbiamo noi, con il voto e con la domanda. È bene che iniziamo a pensare che le cose devono partire da noi. Fra l’altro, questa visione dualistica ha portato tanto le imprese quanto agli ambientalisti a pensare che ci sia una contrapposizione tra ambiente e sviluppo. Questa contraddizione, come abbiamo visto, non c’è nel sistema terra, le due cose sono sinergiche, ma spesso pensiamo di dover scegliere fra l’una o l’altro.

C’è un dibattito molto vivo sul tema della crescita economica e anche a livello istituzionale si inizia a far strada il sospetto che si debba andare oltre il paradigma della crescita. A questo proposito, qual è la sua opinione? 

Dal mio punto di vista la decrescita è un errore. L’economia verde porta alla crescita, non alla decrescita. Certo, è altrettanto sbagliato considerare la crescita solo con gli elementi inseriti nel Pil. Ma comunque, anche restando sul classico Pil, la transizione ecologica ci porta comunque una crescita economica. Intendo dire che puntando sulla qualità e sulla compatibilità territoriale di un prodotto, si scardina quel meccanismo che ha portato l’economia a stagnare e si fa ripartire anche la crescita economica, seppure in una direzione differente. 

Un’opinione piuttosto diversa rispetto a quelle che siamo abituati a ospitare su Italia che Cambia. Qual è a suo avviso questa direzione di crescita differente?

Oggi ci sono tante produzioni di larga scala massificate, che sono realizzate tramite l’automazione, ovvero con le macchine, o con la trasformazione degli esseri umani in macchine. Questo sistema dà l’illusione transitoria di grossi guadagni per qualcuno, ma in realtà uccide il mercato, perché concentra tutti i guadagni nelle mani di pochi, estromettendo gli altri. L’economia verde invece crea un prodotto calibrato su esigenze più fini, che sono quelle della persona e del territorio. Quindi richiede l’input di manodopera qualificata, dal sapere del genio universitario a quello dell’ultimo artigiano che sa fare i muretti a secco. Questo sapere, ovviamente, lo devi pagare. Il risultato è una redistribuzione del reddito e un mercato che differenzia la domanda: non più beni massificati, bottigliette di plastica che inquinano il pianeta, 50 maglioni all’anno quasi usa e getta, ma ad esempio di un unico maglione fatto come si deve, come le giacche di mio nonno che ancora posto addosso. É quello che sta succedendo in nord Europa: gli scandinavi possiedono poche cose, ma si permettono più ore di massaggi, un’assistenza come si deve agli anziani, asili e scuole che funzionano. Questo è un Pil che cresce, però lo fa senza avere impatto sulla natura. 

Oggi il mondo sembra molto più pronto e consapevole sulle tematiche ambientali. Eppure, al di là delle tendenze culturali ed economiche in atto, sembra che manchi la finalizzazione: non riusciamo a far calare le emissioni come vorremmo. Che ne pensa? 

La mia sensazione è che siamo nei minuti prima dell’inizio della gara alle olimpiadi. La gara sono quei 20 secondi di gloria in cui tutto succede, ma sono stati preceduti da anni di sforzi, allenamenti, fallimenti e così via. Quello che ho visto sono vent’anni di tentativi dei governi e della società civile di gestire i problemi ambientali. Poi però ho visto un cambio di paradigma, repentino, guidato dai mercati. È il mercato che inizia a volere questa benedetta salvezza. Paradossalmente la cosa che manca è l’inerzia del consumatore. Avremmo bisogno di far cambiare il mercato più velocemente nella direzione che vorrebbero le imprese. Ad ogni modo le cose si stanno muovendo, non siamo nell’utopia.

L’Italia che ruolo può avere in questo processo?

Ne parlo nelle due pagine finali del libro, che sono quelle a cui tengo di più. A mio avviso non c’è paese al mondo più vocato dell’Italia per fare questa operazione. Abbiamo veramente tutto, forse per salvare il mondo, sicuramente per fare soldi a palate. Oggi un posto come Copenaghen fa i miliardi vendendosi come modello di sostenibilità, ma nasce senza risorse per farlo. È una località poco favorevole, una palude spazzata dal vento. Se quello che ha fatto Copenaghen lo facessero Cremona o Siena, avremmo veramente un modello di sviluppo giusto, veloce, che arricchisce tutti quanti. E uso volutamente un termine brutto, “arricchisce”. Quello che voglio dire è che se non vogliamo cambiare il mondo perché i nostri figli hanno diritto a un pianeta vivibile, almeno facciamolo perché ci riempie le tasche di soldi.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/vivere-sani-ricchi-felici-salvare-mondo-effetti-farfalla/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Una legge per ecovillaggi, cohousing e comunità intenzionali

Una rete di associazioni ha presentato una proposta di legge per introdurre un testo che inquadri e sostenga dal punto di vista normativo forme di vita comunitaria oggi sempre più diffuse e importanti. Allo stato attuale infatti, le comunità intenzionali devono aggrapparsi ad appigli burocratici inadatti allo scopo, rinunciando spesso a interessanti possibilità di incidere positivamente sul territorio. In risposta a una società sempre più parcellizzata, nella quale dilagano solitudine e senso di impotenza rispetto alle grandi sfide dei nostri tempi – economiche, sociali e ambientali –, sono molte le persone che si stanno avvicinando all’esperienza delle Comunità Intenzionali, riconoscendone il valore e le potenzialità. Ecovillaggi e cohousing, dunque, ma anche condomini solidali e altre forme dell’abitare collaborativo, tutte accomunate dalla scelta di condividere gli spazi di vita e di progettarli insieme, ispirati da principi di solidarietà e sostenibilità – relazionale, sociale, economica e ambientale. Fino a oggi questi preziosi laboratori sociali sono nati, si sono moltiplicati e hanno prosperato pur senza un riconoscimento legale, attingendo a forme giuridiche spesso variegate e intrecciate fra di loro. Emblematico, fra i tanti, il caso dell’Ecovillaggio Lumen, dove l’essere comunità intenzionale è espresso in ben cinque forme organizzative, ognuna con un suo costo e una sua complessità.

«Abbiamo una cooperativa di lavoro per le attività lavorative comuni. Una cooperativa di abitazione per gestire gli immobili in proprietà indivisa. Un’associazione di promozione sociale per gestire le attività no profit e di utilità sociale. Poi un’associazione non riconosciuta per gestire la condivisione delle automobili. E, per non farci mancare niente, un condominio per la condivisione di bollette e altre spese comuni», ha spiegato Federico Palla, membro dell’Ecovillaggio Lumen. Costellazioni di forme giuridiche, queste, che se da una parte comportano uno sforzo da parte di chi vive o vorrebbe vivere in una comunità intenzionale, dall’altra possono generare confusione nelle Pubbliche Amministrazioni.

Per superare queste difficoltà, semplificando ma anche per aprire nuovi orizzonti all’esperienza delle Comunità Intenzionali in Italia, la Rete Italiana dei Villaggi Ecologici, la Rete Italiana Cohousing, Rete Europea SALUS, e CONACREIS, negli ultimi anni hanno elaborato una proposta di legge per il riconoscimento delle Comunità Intenzionali, che grazie all’iniziativa dei deputati Alberto Zolezzi, Federica Daga, Salvatore Micillo, Patrizia Terzoni e Stefano Vignaroli è stata depositata in Commissione Affari Costituzionali il 22 ottobre 2020. Dal 2013 raccontiamo, mappiamo e mettiamo in rete chi si attiva per cambiare l’Italia, in una direzione di maggiore sostenibilità ed equità economica, sociale, ambientale e culturale. Lo facciamo grazie al contributo dei nostri lettori. Se ritieni che il nostro lavoro sia importante, aiutaci a costruire e diffondere un’informazione sempre più approfondita. Fra i punti interessanti che emergono dalla proposta di legge c’è la possibilità per le Pubbliche Amministrazioni di concedere alle Comunità Intenzionali la disponibilità e l’uso di immobili e beni pubblici, come anche i beni confiscati alla mafia. «In Italia il patrimonio immobiliare abbandonato è vastissimo», ha spiegato Federico Palla. «Le assegnazioni, attualmente, già esistono per Associazioni, Cooperative Sociali, Fondazioni… Ora quest’opzione potrebbe aprirsi anche alle Comunità Intenzionali, che oltre a recuperare gli spazi sottraendoli all’abbandono potrebbero ravvivarli abitandoli e renderli disponibili alla comunità locale».

A questo si aggiunge la possibilità per le Comunità Intenzionali, ispirate a principi di ecoreversibilità e sostenibilità energetica e ambientale, di partecipare a procedimenti amministrativi di gestione e riciclo dei rifiuti prodotti e di riparazione. E siccome oneri e onori vanno insieme, la proposta di legge chiede in cambio alle Comunità Intenzionali che vorranno avvalersi di questa opzione di calcolare la propria impronta ecologica, in un’operazione di trasparenza.

Segue poi l’istituzione di un Osservatorio Nazionale sulle Comunità Intenzionali, presieduto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e composto anche da ANCI e ISPRA, chiamato a definire gli indicatori per la misurazione dell’impronta ambientale delle Comunità Intenzionali, a rappresentare gli interessi delle Comunità Intenzionali nei rapporti con gli organi istituzionali e a redigere un rapporto annuale sul fenomeno. «Sarebbe interessante, nel corso dei lavori, individuare anche i possibili legami fra le Comunità Intenzionali e le Comunità Energetiche che, detta semplice, sono gruppi di persone che decidono di condividere la produzione e il consumo di energia», ha aggiunto Federico Palla.

L’approvazione della proposta di legge per il riconoscimento delle Comunità Intenzionali potrebbe aprire una nuova stagione per coloro che già sperimentano da tempo l’abitare collaborativo, per chi vuole intraprendere per questo percorso, per la cittadinanza nel suo complesso e diventare un prezioso precedente anche per altri paesi europei. Il viaggio verso l’approvazione, tuttavia, è ancora lungo. «Attualmente la proposta di legge è depositata in Commissione Affari Costituzionali, dove inizia l’iter. Ma, depositata, è come se fosse in un cassetto. Il primo passo importante sarà la calendarizzazione – vale a dire la messa all’ordine del giorno – e la discussione della proposta per verificare se ci sono profili di incostituzionalità o problemi di incoerenza con altre leggi dello Stato».

«A questo seguiranno gli esami delle altre Commissioni interessate. Siccome la proposta di legge è molto ampia, perché l’esperienza delle Comunità Intenzionali riguarda tanti aspetti diversi della vita, le Commissioni a dover esaminare la proposta e a valutarla saranno sette, ognuna delle quali potrà intervenire con delle modifiche. Si tratta dunque di esame ampio e solo una volta concluso tutto l’iter la legge potrà essere votata, eventualmente approvata, e diventare infine legge dello Stato», ci ha spiegato Federico Palla. Le reti promotrici, per evitare che la proposta di legge per il riconoscimento delle Comunità Intenzionali resti “nel cassetto”, si stanno già mobilitando per chiedere supporto alla cittadinanza. Nei prossimi mesi, dunque, si susseguiranno eventi online di presentazione della proposta di legge, ai quali prenderanno parte i deputati promotori della legge e le realtà promotrici della proposta e con il sostegno di volontari verranno prodotti e diffusi materiali informativi per raccontare la proposta e le sue finalità. Chi volesse contribuire a dare forza alla proposta di legge sulle Comunità Intenzionali può esprimere il proprio sostegno firmando questa petizione, diffondendola o ancora scrivendo, in qualità di cittadini e/o di organizzazioni, a deputati e senatori mettendoli a conoscenza della proposta e stimolando il loro interesse. «Serve sensibilizzare le forze politiche, perché sono loro che potranno portare avanti l’iter», ha concluso Federico Palla.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/legge-ecovillaggi-cohousing-comunita-intenzionali/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Povertà e ambiente, uno stretto legame che va affrontato seriamente

Come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il pianeta? La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Quindi, che fare? Dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo.

Sistemando alcuni appunti ho ritrovato un post scritto 5 anni fa da Jason Clay, vice-presidente del WWF internazionale, e allora pubblicato su “The Huffington Post”. Sembra, purtroppo, scritto oggi, visto che il tema trattato non ha trovato ancora una soluzione. Il tema è quello di come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il nostro pianeta. Se vogliamo cercare di salvaguardare veramente il nostro pianeta, è necessario domandarsi seriamente dove e come produciamo il nostro cibo.

La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Inoltre, essa contribuisce da una parte all’esacerbarsi dell’emergenza sui cambiamenti climatici e, dall’altra, ne viene profondamente affetta. La crescita della popolazione non aiuta e i 7,4 miliardi di abitanti sulla terra nel 2016 sono diventati oggi 7,9: 500 milioni di persone in più in 5 anni. Il consumo delle risorse terrestri avviene, già da diversi anni, ad un ritmo considerato non rinnovabile e, quindi, non sostenibile. Secondo il WWF, le dimensioni delle popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili sono drasticamente diminuite (-68%) dal 1970 e uno specifico indice (Living Planet Index) sintetizza lo stato della biodiversità globale, segnalando lo stato di salute del nostro pianeta. Questo indice, pubblicato per la prima volta nel 1998, registra oggi un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati, un crollo di più della metà in meno di 50 anni. Al momento, con lo stile di vita degli italiani, servirebbero 2,6 pianeti come la Terra per soddisfare i bisogni di tutti. Prima o poi, le conseguenze di questa emergenza toccheranno tutti, se non corriamo ai ripari fin da subito. La sempre crescente domanda di alcuni alimenti è causa di deforestazione, violazione dei diritti umani, inquinamento delle acque, conversione di habitat, per non parlare delle attività illegali. Nelle prossime tre decadi, la popolazione mondiale toccherà la cifra di 10 miliardi e l’impatto potrebbe essere devastante. Ma non dimentichiamo che già oggi questo impatto è, per una buona fetta della popolazione mondiale, insostenibile. Il consumo pro-capite di proteine animali, così come di frutta e vegetali aumenterà drammaticamente e si dovrà scontrare con la disponibilità del territorio utilizzabile per le coltivazioni; territorio che non può essere considerato illimitato. Sono ormai diversi anni che a livello internazionale si discute sul legame tra biodiversità e produzione alimentare e si arriva sempre a dichiarare che dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo. Ogni caloria che consumiamo, proveniente sia da alimenti freschi che dal cibo spazzatura, ha un costo che non è solo economico. La produzione alimentare è la principale causa del radicale cambiamento degli habitat, inclusa la deforestazione, la perdita di biodiversità e, a seconda della fonte, la prima o la seconda causa delle emissioni di gas serra. E’ inoltre il principale utilizzatore di prodotti chimici e acqua dolce. La produzione di cibo utilizza il doppio di acqua di tutte le altre attività umane messe insieme. E quindi sorge spontanea la domanda: è possibile sfamare tutti continuando con questi ritmi e mantenere in salute il pianeta?

Negli ultimi 10 anni, in particolare, la sostenibilità alimentare è diventata un fattore di marketing e questo non va bene, non è l’approccio giusto. La sostenibilità va considerata dall’inizio, fin dalla produzione delle materie prime. Tutti i principali attori in gioco, in ogni settore agro-industriale, devono attivarsi per fare in modo che le proprie materie prime siano prodotte in modo sostenibile, oltre che legalmente. La produttività per ogni raccolto agricolo può differire di un fattore cento e anche all’interno di una stessa area alcuni produttori possono risultare 10 volte più efficienti dei loro vicini. E’ necessario quindi sostenere i più poveri e coloro che non ce la fanno, piuttosto che incaponirsi ad incrementare la resa agricola inondando il terreno di veleni. Ma questa è una visione che potremmo definire “olistica”, ancora troppo lontana da come va il mondo oggi. Però è chiaro che ognuno di noi deve fare il possibile per far capire a chi ci è più vicino quali sono gli impatti delle proprie azioni: non è tollerabile che oltre il 30% dell’equivalente in calorie prodotte (tonnellate e tonnellate di cibo…) venga scartato e quindi non immesso sul mercato. Questa è la fotografia che ci accompagna ormai da tempo: persone che muoiono di fame e altre che muoiono per gli effetti di un’alimentazione eccessiva, oltre che sbilanciata. Sono oltre 800 milioni le persone che non hanno abbastanza da mangiare ed è paradossale che la maggior parte di esse vivano su terreni agricoli. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Istat, nel 2020 le persone in povertà assoluta sono state un milione in più rispetto all’anno precedente, per un totale di 5,7 milioni. Quelle a rischio povertà rischiano un’esplosione e già nel 2019 erano più del 20% della popolazione italiana. Di recente, il centro studi Unimpresa ha fatto riferimento a oltre 10 milioni di persone. Il numero dei lavoratori poveri è aumentato in molti paesi europei e, nello specifico, del 28% in Italia. Rispetto a un anno fa il tasso di occupazione è più basso di 2,2 punti percentuali e quello di disoccupazione più alto di 0,5 punti. La Caritas ce lo ricorda puntualmente: nelle grandi città, la povertà è ormai una prospettiva, anzi una dimensione, che aggredisce fasce sociali sempre più ampie. Anche nella Capitale, il 18% dei residenti è a rischio povertà, il 10% va in crisi per spese fisse o improvvise e il 7% vive in condizioni di grave deprivazione abitativa. Quindi, in definitiva, è evidente che per una parte della popolazione esiste un problema di accesso al cibo. Questa ineguaglianza dovrebbe far vergognare ognuno di noi, cittadini occidentali che ci sentiamo sempre più oberati dai problemi ma che, ancora in gran parte, abbiamo spesso la pancia troppo piena.

Fonte: ilcambiamento.it

“Le voci della terra”: quando la musica contribuisce a salvare le api

Anche la musica può contribuire a salvare le api. E’ quello che sta provando a fare Max Casacci, musicista e produttore torinese dei Subsonica, con “The Queen. Le voci della terra”. Il brano è stato realizzato con suoni e rumori registrati negli ambienti naturali.

Anche la musica può contribuire a salvare le api. E’ quello che sta provando a fare Max Casacci, musicista e produttore torinese dei Subsonica, con The Queen. Le voci della terra. Il brano fa parte dell’album Earthphonia ed è stato realizzato senza strumenti musicali, ma servendosi esclusivamente dei suoni e dei rumori registrati negli ambienti naturali. Max Casacci continua così la sua opera sonora, senza strumenti musicali, in prima linea nella battaglia per l’ambiente e in difesa della Terra.

The Queen, in particolare, è stato realizzato per la parte melodica utilizzando i ronzii emessi dalle api e per la ritmica i rumori registrati durante lo svolgimento delle attività nelle arnie da parte degli apicoltori.  Protagonista è l’ape regina, il cui verso registrato viene trasformato in un oboe immaginario. 

The Queen  sostiene l’iniziativa europea #savebeesandfarmers, per salvare api e insetti impollinatori dall’estinzione. La campagna europea Salviamo api e agricoltori sostenuta da FederBio punta a raggiungere un milione di firme richieste dall’Ice affinché la Commissione europea sia costretta a prendere una posizione a riguardo. 

“È stato detto molto sull’importanza fondamentale delle api nei meccanismi della catena alimentare e sull’emergenza della scomparsa di molte varietà di insetti impollinatori”, ha affermato Max Casacci. “ Ma le cose che ho scoperto registrando i suoni dell’arnia riguardanti  la struttura monarchica dell’alveare  hanno davvero dell’incredibile. Con i ronzii delle api catturati vicino ai microfoni ho intonato una linea di basso, con quelli più diffusi dell’arnia ho ricavato clavicembali e ghironde”, ha aggiunto. 

Fonte: ilcambiamento.it

Emilia Romagna prima regione italiana a bandire le gabbie dagli allevamenti

Prima in Italia, la Regione Emilia Romagna ha approvato una risoluzione per vietare le gabbie negli allevamenti. Si tratta di un primo passo che, unendosi a una mobilitazione massiva generata grazie a una campagna a livello europeo, pone le basi per l’abbandono dell’insostenibile modello degli allevamenti intensivi.

«Buone notizie e non solo per animalisti ed ambientalisti! Oggi l’Emilia Romagna fa un primo importante passo verso la transizione graduale a modalità di allevamento senza gabbie. Grazie all’approvazione della risoluzione per abbandonare l’uso delle gabbie negli allevamenti, di cui sono prima firmataria, l’Emilia Romagna, prima in Italia, intraprende un percorso istituzionale per la tutela sia del benessere e della salute degli animali, e quindi anche dei consumatori, sia della reputazione delle nostre eccellenze alimentari sui mercati internazionali».

La consigliera regionale Silvia Zamboni comunica così l’approvazione della “Risoluzione per impegnare la Giunta regionale a promuovere politiche e strumenti a supporto della transizione del settore zootecnico ad allevamenti che non fanno uso delle gabbie e sono improntati al benessere animale”, un atto che darà il via all’iter per varare la prima legge in Italia che vieterà le gabbie negli allevamenti. Ad approvarla è la Commissione Permanente per le Politiche Economiche della Regione Emilia Romagna.

Si tratta di un primo, piccolo, ma importante passo per allontanarsi da un modello alimentare insostenibile per il Pianeta e per l’essere umano. Lungi dall’essere sufficiente, la rinuncia alle gabbie è comunque un passaggio necessario per ridiscutere il sistema degli allevamenti intensivi, che – specialmente nella pianura padana – provoca danni ambientali enormi, oltre all’incalcolabile sofferenza che causa agli animali prigionieri di queste strutture.

«È ormai riconosciuto che l’industrializzazione dei sistemi di allevamento intensivi costringe un alto numero di animali a vivere in spazi ristretti con ripercussioni negative sul loro benessere e la loro salute», prosegue la consigliera. «Oltre a comportare l’impiego massiccio di antibiotici, col rischio che poi si ritrovino nella carne destinata al consumo, queste condizioni di allevamento favoriscono la diffusione di virus e batteri che possono essere potenzialmente trasmissibili all’uomo (zoonosi) e all’origine di epidemie, come l’aviaria anni fa».

Questo provvedimento rappresenta un segnale incoraggiante che dà seguito a un’altra grande vittoria dei movimenti che si battono per il benessere degli animali, ovvero la consegna, lo scorso ottobre, delle firme raccolte grazie alla petizione End of the cage age, che in Italia è sostenuta da una ventina di associazioni e che ha raccolto nel giro di pochi mesi 1,4 milioni di firme di cittadini europei contrari agli allevamenti intensivi. La Commissione Europea è ora vincolata a pronunciarsi in merito alla richiesta e i prossimi mesi saranno cruciali per garantire che la domanda posta dall’iniziativa si trasformi in azione.


Un riferimento a questa mobilitazione su scala continentale compare anche nel testo della risoluzione regionale, che impegna la giunta “a proseguire le iniziative a supporto del benessere animale già intraprese e a promuovere azioni di sensibilizzazione ed educazione dei consumatori, favorendo quindi comportamenti consapevoli e sostenendo anche l’adesione degli allevatori agli obiettivi dell’Iniziativa dei cittadini europei”.

«Rendere più sostenibili ambientalmente e più etici i metodi di allevamento premia inoltre quegli allevatori che già oggi rispettano il benessere degli animali», conclude Silvia Zamboni. L’auspicio è che la transizione verso un modello alimentare in cui i cibi di origine animale diventino sempre meno diffusi prosegua senza sosta: è necessario che ciò avvenga perché il modo in cui mangiamo oggi è insostenibile non solo per il nostro organismo, ma anche per il Pianeta che ci ospita.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/05/emilia-romagna-bandire-gabbie-allevamenti/?utm_source=newsletter&utm_medium=email