L’Unesco premia l’inquinamento e la chimica delle colline venete

Brindano i produttori di Prosecco del Veneto dopo il riconoscimento dell’Unesco a patrimonio dell’umanità per le colline di Valdobbiadene e Conegliano. Ma brindano e festeggiano molto meno la popolazione e l’ambiente, che subiscono ogni giorno l’inquinamento dato dall’uso massiccio dei pesticidi.

L’Unesco premia l’inquinamento e la chimica delle colline venete

L’Unesco ha assegnato il prestigioso riconoscimento di “patrimonio dell’umanità” a uno dei luoghi con la maggiore concentrazione di veleni usati in agricoltura come è la zona, famosa per il Prosecco, delle colline di Valdobbiadene e Conegliano. Il Veneto è un’altra di quelle regioni dove si fanno esperimenti sulle cavie umane che vengono riempite di veleni, poiché sono all’ordine del giorno gli inquinamenti di tutti i tipi e l’agricoltura convenzionale è uno dei maggiori responsabili. Però, vuoi mettere essere ricchi e produttivi che soddisfazione dà. Chi se ne frega di cancri, malattie a non finire; bisogna lavorare come pazzi, produrre, accumulare gli sghei e non si può e non ci si deve fermare di fronte a nulla.

Brindano i produttori di vini che con il premio dell’Unesco vedranno aumentare i loro già stratosferici profitti grazie a uno dei prodotti a più alto consumo di pesticidi e con un numero di trattamenti tra i più frequenti e invasivi. Un bombardamento di pesticidi che nelle zone premiate dall’Unesco è più del doppio rispetto alla media. Non bastano gli sbancamenti e la modifica del paesaggio, la distruzione di prati e siepi, non basta l’inaridimento dei suoli, la contaminazione di falde, acque e dei campi limitrofi, l’uccisione di insetti tra cui le api, l’inquinamento per adulti e bambini che si barricano in casa durante le frequenti irrorazioni che avvengono ovunque dato che ogni centimetro quadrato è stato colonizzato dalle vite. Niente ferma la stupidità umana, il tutto per coltivare una pianta che occupa enormi spazi e ne fa una delle monoculture più nocive dal punto di vista ambientale.  Vista la situazione a cui stiamo andando incontro, la monocultura si rivela un danno in più per una agricoltura già ora in grosse difficoltà. Con i cambiamenti climatici, con l’inaridimento e l’impoverimento dei suoli, si avranno produzioni agricole sempre minori soprattutto dei sistemi tradizionali. Sarà quindi inevitabile passare dalla monocultura alla pluricoltura, coltivando in grandissima parte piante e alberi che sfamano la gente. Chissà cosa ci faranno con tutti quei vigneti quando le crisi si faranno più gravi e le persone affamate non avranno abbastanza da mangiare. A quel punto i grandi capitalisti, che vengono ora glorificati per le loro magnifiche gesta che fanno risplendere il nome del vini veneti nel mondo, potranno arrotolare i loro soldi e provare a mangiarli per vedere se ce la fanno a sfamarsi, oppure potranno attingere alle loro produzioni di vini con i quali ubriacarsi a profusione e proporre anche alla popolazione di farlo, per distrarsi dalla fame. E come la principessa Maria Antonietta che disse “Se il popolo non ha pane, che mangi le brioche”, i nostri capi d’industria potranno dire al popolo: “Se non avete da mangiare, ubriacatevi che così vi passa tutto”.

Prima che sia troppo tardi, si riduca drasticamente la produzione vinicola, si converta tutto al biologico e al posto della vite si coltivino innumerevoli varietà agricole e frutteti in una combinazione di foresta commestibile così da ridare vita ad animali e persone, oltre che assorbire CO2. Non è più il tempo di ubriacarsi, è il tempo di prendere in mano la situazione e rendere il Veneto non l’odierna fabbrica  di veleni ma una terra fiorente e che preservi la vera ricchezza, quella della natura, non quella degli sghei.

Fonte:ilcambiamento.it

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Il “Modello Pinzano”: il restauro del paesaggio attraverso un’economia locale autosostenibile

Da Pinzano sul Tagliamento un modello per salvare il paesaggio della collina e montagna friulana che mette al centro la partecipazione attiva, le sinergie territoriali e un gregge di capre giardiniere. È nella stretta di Pinzano, nella Media Valle del Tagliamento, che l’alveo dell’omonimo fiume si restringe al minimo, mantenendo comunque un’ampiezza di circa 150 metri. Questo fiume e le terre che lo circondano, rappresentano un’ecosistema complesso, ricco e di grande interesse paesaggistico e naturalistico. Qui l’opera dell’uomo è sempre stata poco invasiva, dal dopoguerra a oggi, quasi nulla. Questo ha fatto sì che il paesaggio mutasse profondamente nel tempo. Nel comune di Pinzano al Tagliamento, le sponde del fiume un tempo erano circondante da prati, ma l’assenza di cura e l’abbandono delle pratiche agricole, hanno dato spazio alla crescita di vegetazione spontanea che ha reso difficile e pericolosa la fruizione di questi spazi e l’accesso alle zone di interesse culturale inserite in questo contesto.

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Per preservare i valori paesaggistici, la sicurezza del territorio e valorizzare ambiti di interesse storico e naturalistico, l’amministrazione comunale ha dato il via lo scorso anno, con il progetto “Riprendiamoci il paesaggio”, ad un percorso per il “restauro del paesaggio attraverso un’economia locale autosostenibile”, stimolata anche dal lavoro dell’architetto Andrea Bernava, già curatore della “Carta del paesaggio” di Pinzano. Gli obiettivi di quello che abbiamo ribattezzato “Modello Pinzano”, sono quelli di creare un’economia locale auto-sostenibile coinvolgendo anche le aziende agricole e zootecniche che operano sul territorio – ci racconta Emiliano De Biasio, vicesindaco di Pinzano al Tagliamento e tra gli ideatori del progetto – Abbiamo presentato il progetto a febbraio dello scorso anno, dando il via alla creazione di una filiera corta virtuosa individuando un’azienda locale che si occupasse della manutenzione di quattro dei principali siti di interesse del Comune di Pinzano al Tagliamento: il colle del Castello di Pinzano, il Col Pion con il Sacrario Germanico, l’area della confluenza tra i corsi d’acqua Arzino e Tagliamento in località Pontaiba e il parco del Mulino di Borgo Ampiano». 

Il “Modello Pinzano”, che si pone quindi come obiettivo il ripristino del paesaggio della collina e montagna friulana, ha ottenuto i fondi necessari per l’avviamento del progetto dalla regione e si è concretizzato attraverso vari strumenti programmatici e finanziari:  L.R. 10/2010 per il “Recupero dei terreni incolti” e il PSR FGV 2014-2020. Un modello che ha previsto anche la partecipazione attiva di tutti gli attori del territorio grazie anche ad un laboratorio di microprogettazione extraurbana realizzato grazie al volontariato locale, perché l’obiettivo finale non è solo quello di ripristinare il paesaggio naturale, ma anche di rendere accessibili attraverso il disboscamento e il mantenimento di questi terreni di proprietà comunale, luoghi di interesse storico culturale e di promuovere un turismo lento e responsabile.

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  «Dopo l’iniziale fase di riconversione, con rimozione del bosco di neo formazione – continua De Biasio – ci troviamo ora nella fase del mantenimento a cui seguirà quella del restauro paesaggistico. Si tratta di un progetto sperimentale che ha destato molta curiosità per la sua attenzione non solo alla fase del taglio, ma alla progettazione e al successivo mantenimento. Abbiamo infatti individuato un’azienda agricola locale, Capramica, che si occuperà con le sue capre, corrispondendo un canone d’affitto al Comune, di garantire la conservazione delle aree recuperate per i prossimi cinque anni. L’utilizzo della capra è finalizzato in questa fase non tanto al mantenimento delle zone prative, quanto all’eliminazione della vegetazione invasiva (rovi, arbusti infestanti alloctoni, ecc.). L’animale è stato riconosciuto come il più efficace nell’assolvere questo compito. In tal senso particolarmente importante ed emblematica è stata la salita al colle del castello di Pinzano delle prime settanta capre nelle scorse settimane, che attraverso un pascolo confinato manterranno il colle impedendo la ricrescita della vegetazione spontanea. Nel prossimo periodo verrà monitorato il loro comportamento e l’efficacia in termini di risposta al compito. Questo comporterà l’eventuale implemento o riduzione dei capi ed andrà a definire il tempo di permanenza al colle delle capre, che poi si sposteranno sul vicino Col Pion seguendo l’Anello CAI 822. L’arrivo delle caprette al colle non impedisce il fatto di poterlo visitare, anzi vuole essere un incentivo a questo. Richiederà solo qualche piccolo accorgimento in più, a partire dall’attenzione nel chiudere il cancello alle proprie spalle, così come nell’usare il buonsenso nel rapportarsi a loro. Il tempo di permanenza sarà contingentato e in base al comportamento che terranno gli animali metteremo in campo gli accorgimenti necessari al fine di rendere piacevole la permanenza del visitatore. Il progetto nasce anche per dare supporto e merito all’importante sforzo del volontariato locale nel mantenere e valorizzare le aree di interesse e l’Anello di Pinzano e che con questa compagine sociale intende definire e proseguire azioni concertate, al fine di migliorare la fruibilità dei luoghi».

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/modello-pinzano-restauro-paesaggio-attraverso-economia-locale-autosostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La “crescita verde” è una contraddizione in termini: è impossibile

Le lobby del profitto, del business, i cavalieri del capitalismo sfrenato non si arrendono nemmeno di fronte alla constatazione che la crescita infinita è impossibile. E si inventano la “crescita verde”, che di verde e di “green” non ha proprio nulla.

I malati del profitto, del business, coloro per i quali il denaro è l’alfa e l’omega della vita, le inventano tutte pur di glorificare la sacra trinità: Denaro, PIL e Crescita. Visto che molti si stanno  accorgendo in maniera sempre più chiara che la crescita è un cancro che significa esclusivamente la devastazione del mondo rendendolo una discarica dove le persone sono cavie per le malattie prodotte dal cancro, si cerca in ogni modo di indorare la pillola per continuare imperterriti a guadagnare e fare il proprio comodo. Si sprecano quindi gli ossimori, le contraddizioni in termini e si parla indifferentemente di economia circolare e crescita oppure addirittura di crescita verde, che sono la negazione l’una dell’altra. Ricordiamo infatti, soprattutto a beneficio di coloro che hanno studiato nelle prestigiose università di economia e quindi sono inconsapevoli delle basi stesse dell’economia, che la crescita presuppone uno sfruttamento infinito di persone e risorse naturali per produrre profitto. Le persone possono essere sfruttate all’infinito, basta metterle in grado di comprare i gadget giusti; ma la natura e le risorse non possono essere sfruttate infinitamente, perché sono finite, per ovvi motivi. Infatti degli squilibrati stanno pensando di colonizzare Marte perché la terra la stiamo già esaurendo. Come se ciò non bastasse, la crescita produce una quantità di rifiuti che nessuna capacità di riciclo potrà mai ridurre considerevolmente. Capacità di riciclo che non si può spingere più di tanto perchè altrimenti la crescita avrebbe una contrazione, stessa cosa che avverrebbe con l’economia circolare se si applicasse in tutti i settori. Quindi non solo gli apostoli della crescita non vogliono che si ricicli o si riusi granchè, ma la terra non è in grado di assorbire la immensa massa di rifiuti che viene prodotta. Infatti mari, fiumi e terre sono ormai delle discariche. Se ne deduce in maniera ovvia, senza bisogno forse nemmeno della quinta elementare, che una crescita verde è semplicemente impossibile poichè le due cose assieme fanno a pugni.  La crescita per sua natura non ha nulla di green, perché sfrutta tutto come risorsa o come pattumiera. Ci possono essere una prosperità verde, un futuro verde, magari anche una economia verde se si intende l’accezione etimologica di economia che è la cura della casa, ma è inutile arrampicarsi sugli specchi, fare capriole, giravolte, salti mortali all’indietro, doppi e tripli, non si può barare: la crescita verde è impossibile. Per giustificarla e quindi apparire paladini dell’ambiente, ci si daranno riverniciatine green come fanno i maggiori inquinatori del pianeta a iniziare ad esempio dall’ENI che ci bombarda con campagne pubblicitarie, ma sotto la patina il risultato è sempre lo stesso: devastazione della natura e guerra alla salute delle persone. Questi cantori della crescita verde o meno verde non si fermeranno da soli, non possono per loro natura, quindi vanno fermati; va tolto loro qualsiasi potere, qualsiasi appoggio, con un’obiezione di coscienza sistematica. Allo stesso tempo, occorre costruire luoghi, società, progetti, lavori, formazione, educazione che non abbiano la crescita e il dio denaro come faro, bensì la qualità della vita, il benessere, una vita dignitosa per tutti e la salvaguardia della nostra casa cioè l’ambiente in cui viviamo. Allora sì che avrà senso parlare dell’unica crescita accettabile e sensata che è quella dei valori e della ricchezza personale intesa come spirituale.

Fonte: ilcambiamento.it

Clima, a rischio anche le specie comuni

I cambiamenti climatici accelerano e la fauna non riesce ad adattarsi. A rischiare l’estinzione non sono solo animali esotici o lontano da noi, ma anche specie più comuni. Vi proponiamo la documentata analisi di Francesca Buoninconti, collaboratrice della rivista Micron.

Il clima cambia troppo velocemente e gli animali non riescono a tenere il passo. Non stiamo parlando delle specie che già sappiamo essere a rischio di estinzione, ma di quelle molto comuni e abbondanti, e perciò insospettabili. Così il capriolo (Capreolus capreolus), la gazza (Pica pica) o la cinciallegra (Parus major) potrebbero essere spazzati via dalla faccia della Terra proprio a causa dei cambiamenti climatici. A lanciare l’allarme stavolta non è l’ennesimo studio singolo, ma una meta-analisi di oltre 10.000 paper scientifici appena pubblicata sulla rivista Nature Communications e redatta da un team internazionale di 64 ricercatori. Per studiare la capacità di “adattarsi” al clima il team ha tenuto conto di due fattori: la morfologia e la fenologia delle specie. La morfologia, è risaputo, varia in relazione al clima e alla latitudine, dalle dimensioni corporee, alla lunghezza degli arti, fino allo spessore del derma o di una pelliccia. Mentre la fenologia di una specie è l’insieme dei fenomeni e delle diverse fasi che si succedono nell’arco di una vita: la nascita, la riproduzione, l’involo per gli uccelli, il letargo o le migrazioni. E dunque, per reagire al cambiamento climatico le specie animali hanno mostrato differenze nella morfologia? O cambiamenti nella fenologia? Si sono riprodotte prima o hanno modificato i tempi di migrazione? Proprio per rispondere a queste domande il gruppo di scienziati guidato da Viktoriia Radchuk, Alexandre Courtiol e Stephanie Kramer-Schadt del Leibniz-Institut für Zoo-und Wildtierforschung (IZW) di Berlino ha esaminato oltre 10.000 studi, trovando però dati completi e soddisfacenti per dare una risposta definitiva solo per 17 specie. Tutte terrestri o volatrici. Più in dettaglio? Quasi tutti uccelli e il capriolo. Per altre 1400 circa ci sono solo dati parziali. E purtroppo i risultati della meta-analisi sono decisamente preoccupanti per due motivi. Il primo è che gli animali rispondono al cambiamento climatico modificando più che altro la loro fenologia. Nelle regioni temperate, per esempio, l’aumento delle temperature è correlato con l’anticipazione di alcuni eventi biologici. Ma tali risposte adattative – affermano gli autori – sono generalmente insufficienti per far fronte alla rapida impennata delle temperature e talvolta vanno persino nella direzione sbagliata. Un esempio? I citelli della Columbia (Urocitellus columbianus), scoiattoli di terra nordamericani, ritardano il loro risveglio dal letargo, mentre invece dovrebbero anticiparlo. Così facendo non riescono a cogliere la primavera in anticipo per via dei cambiamenti climatici. Gli uccelli, invece, provano a deporre prima le uova o a migrare più in fretta riducendo la durata delle soste durante il percorso. Così facendo, però, rendono il lungo viaggio ancora più rischioso e arrivano – se arrivano – debilitati. Dall’analisi, quindi, è emerso che il riscaldamento globale non ha influenzato in modo sistematico i tratti morfologici di queste specie, come dimensioni e massa corporea, ma solo la tempistica degli eventi biologici, come la riproduzione e la migrazione, che avvengono in anticipo rispetto al passato. Nonostante l’impegno, però, i cambiamenti messi in atto dagli animali per star dietro al climate change stanno avvenendo troppo lentamente. E tra chi ne risentirà nell’immediato futuro ci sono anche specie oggi molto comuni, come la cinciallegra, il capriolo, la gazza, e persino la balia nera (Ficedula hypoleuca), la “regina delle faggete vetuste”. Specie di norma considerate abbastanza “brave” nel rispondere ai cambiamenti climatici. «Questo suggerisce che le specie potrebbero rimanere nel loro habitat, purché cambino abbastanza velocemente da far fronte ai cambiamenti climatici» spiega uno degli autori dello studio, Steven Beissinger dell’università della California – Berkeley. Però «è improbabile che ciò avvenga perché anche le popolazioni che mostrano un cambiamento adattativo lo fanno a un ritmo che non garantisce la loro sopravvivenza» gli fa eco Alexandre Courtiol. Certo è che, come dichiara il team, «restano ancora da analizzare le risposte adattative di specie rare o in via di estinzione. Ma temiamo che le previsioni sulla persistenza delle popolazioni di tali specie siano ancora più pessimistiche», spiega Stephanie Kramer-Schadt. Infatti, il prossimo passo sarà quello di estendere l’analisi anche ad altre specie per mettere a punto modelli di previsione. Nel frattempo, come dicevamo sopra, questa meta-analisi preoccupa però per un secondo motivo. Dal lavoro, infatti, emergono una serie di criticità che riguardano più da vicino la scienza e gli scienziati: c’è un “gap”, un “buco”, nella nostra capacità di fare previsioni a lungo termine sul destino che stiamo imprimendo agli altri abitanti del pianeta. Un gap che va colmato. Innanzitutto, la maggior parte dei 10.000 studi esaminati si riferisce a specie che popolano l’emisfero settentrionale (quello più studiato dall’alba dei tempi, in particolare l’Europa) e tutte le misurazioni vengono fatte nel periodo primaverile. È su questo e sull’anticipo della primavera che si concentrano la maggior parte delle ricerche. Inoltre, nonostante il numero enorme di paper scientifici presi in considerazione, sin da subito i ricercatori hanno capito che non tutti i taxa avevano ricevuto la stessa attenzione e che nella stragrande maggioranza dei casi non c’erano dati sufficienti. Le oltre 10.000 pubblicazioni sono infatti relative a 4.835 studi sul campo che, però, hanno analizzato solo 1.413 specie terrestri o volatrici, presenti in 23 paesi. E solo 71 ricerche hanno raccolto dati sufficienti per poter stabilire definitivamente che tipo di risposta adattativa abbiano gli animali al climate change. Purtroppo queste 71 studi riguardano solo 17 specie, quelle su citate, diffuse in soli 13 paesi. Per lo più uccelli «perché i dati completi su altri gruppi erano scarsi» come spiegano gli autori. E non c’è da stupirsi: gli uccelli detengono il primato per il numero di studi scientifici pubblicati in tutto il mondo. Bisogna quindi rimboccarsi le maniche e dare spazio alle specie – e alle loro “armi di sopravvivenza” – di cui sappiamo meno.  La speranza del team, infatti, è che questa analisi e i dataset messi insieme considerando 10.000 pubblicazioni diverse, «stimolino la ricerca sulla resilienza delle popolazioni animali di fronte al cambiamento climatico globale e contribuiscano a migliorare il quadro predittivo per poter intraprendere azioni di gestione e conservazione della fauna più efficaci e in tempi più rapidi» conclude Viktoriia Radchuk.

Chi è Francesca Buoninconti

Dopo la laurea in Scienze Naturali e il Master “La scienza nella pratica giornalistica” all’Università La Sapienza di Roma, ha lavorato alla Città della Scienza prima come redattrice per il Centro Studi con Pietro Greco e poi per il nuovo museo sul corpo umano Corporea. Per il festival di Scienza Futuro Remoto si è occupata delle grandi conferenze. Ha scritto di scienza per Radio Kiss Kiss e oggi collabora con Radio 3 e diverse testate come Il Tascabile, repubblica.it e la rivista Micron.

Fonte: ilcambiamento.it

Stop usa e getta, il futuro è adesso!

Zero Waste Italia, Movimento per la Decrescita Felice e Italia Che Cambia lanciano la campagna permanente #stopusaegetta. L’invito a partecipare è esteso ad associazioni, imprese, istituzioni e singoli cittadini. Il futuro è adesso!

Che bello non avere il pensiero di dover mettere piatti, posate e bicchieri in lavastoviglie a fine pasto o addirittura doverli lavare a mano! Che comodità andare al supermercato e trovare la frutta già tagliata, riposta in comode confezioni. E sicuramente è più semplice bere l’acqua in bottiglia, che è più pratica di quella del rubinetto. Ma ti sei mai chiesto dove finiscono bicchieri, posate, piattini, contenitori, confezioni, bottigliette e gli altri numerosissimi oggetti che nella tua vita usi una sola volta e poi butti via? Sai qual è la loro destinazione finale? Sei tu! Già, proprio tu!

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Ogni settimana nel tuo stomaco finiscono 5 grammi di plastica. Nei tuoi escrementi si trovano pezzi di plastica, fino a 20 frammenti per ogni 10 grammi di feci. Ogni settimana, insieme all’acqua che bevi, ingerisci 1769 particelle di plastica.  

E non è tutto! La plastica e altri materiali monouso stanno distruggendo il Pianeta. Ogni anno finiscono negli oceani 8 milioni di tonnellate di plastica.

La direttiva europea 904 prevede il bando della plastica monouso a partire dal 2021. È troppo tardi: dobbiamo agire oggi! Non aspettare che l’industria si adegui e ti proponga soluzioni “sostenibili”. Probabilmente non lo farà mai. L’unico in grado di cambiare veramente le cose sei tu! È ora di dire BASTA alla cultura dell’usa e getta! Le risorse del pianeta che ci ospita sono finite, non possiamo continuare a sfruttarle pretendendo che non finiscano mai.  

Il Movimento per la Decrescita Felice, Zero Waste e Italia Che Cambia lanciano la campagna permanente #stopusaegetta, per bandire una volta per tutte – e non solo per una settimana! – tutte le confezioni e i dispositivi monouso.

Proporremo approfondimenti per mettere in guardia il grande pubblico sui danni che l’usa-e-getta sta provocando all’ecosistema e indicheremo le alternative virtuose che ciascuno può adottare nella vita di tutti i giorni.  

Anche tu puoi fare la tua parte seguendo i nostri suggerimenti e aiutandoci a far circolare questo messaggio. 

Non aspettare il 2021, il futuro è adesso!

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/stop-usa-e-getta-il-futuro-e-adesso/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Da Roma al piccolo paese di Civita: “Riabitare i borghi è possibile”

Stefania Emmanuele ci racconta la sua scelta di vita, che l’ha portata a ritornare nel piccolo paese dove è cresciuta e dove ha ideato e lanciato un progetto di tutela e rivitalizzazione dei borghi italiani.

«A un certo punto la vita a Roma era diventata bulimica e il tempo, quel prezioso indicatore della felicità interna lorda, si era ridotto in una corsa continua alla produttività e al lavoro senza sosta, in cui le relazioni, quelle vere, si erano dileguate». Stefania ha vissuto per anni nella Capitale, fino a che non ha deciso di tornare a Civita, piccolo borgo calabrese dove ha passato la sua infanzia. Una scelta di vita, ma non solo: qui ha lanciato il progetto di tutela dei paesi Borgo Slow e ha aperto il b&b Il Comignolo di Sofia.  

Stefania è anche una delle relatrici della Summer School sul Turismo Ispirazionale in Calabria. Le chiediamo di parlarcene, partendo però dalla sua storia personale, così intimamente legata con l’ambiente del borgo.

Veduta di Civita

Veduta di Civita

Come sei arrivata – o meglio, ritornata – a Civita?

Fino all’età di 18 anni non ho vissuto a Civita, ma in una cittadina a 14 chilometri di distanza e poi ho vissuto a Roma per dodici anni dove ho studiato grafica pubblicitaria e mi sono laureata in Sociologia. Civita è il paese dei miei nonni paterni, è il luogo in cui mio padre ha insegnato per molti anni, dove ha realizzato un Museo etnico e una rivista italo-albanese che nel 2020 compie cinquant’anni di attività. Civita era il paese della domenica a pranzo dai nonni col caminetto acceso, del pane e olio abbrustolito sul fuoco, delle giornate estive trascorse lungo campagne e dirupi a smontare muretti a secco per trovare il tesoro, delle prime pedalate in bicicletta lungo le salite ripide per poter conquistare l’ebrezza della discesa con le gambe in aria, delle fughe di nascosto al torrente Raganello per fare il bagno, cosa che per i bambini del posto ha sempre rappresentato un divieto assoluto. A un certo punto la vita a Roma era diventata bulimica e il tempo, quel prezioso indicatore della felicità interna lorda, si era ridotto in una corsa continua alla produttività e al lavoro senza sosta, in cui le relazioni, quelle vere, si erano dileguate. Così, senza troppe riflessioni, in un afoso giorno di giugno ho comunicato in famiglia la mia decisione di tornare definitivamente a casa, ma nella casa in cui avevano vissuto i miei nonni, a Civita. Ho noleggiato un furgone caricando 12 anni di vita e mi sono messa in viaggio verso una terra che dovevo e volevo riconoscere.

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Ora vivo a Civita con mia figlia Sofia da quindici anni; anche la mia famiglia si è trasferita qui e posso dire che in nessun altro luogo ho viaggiato così tanto con la testa. Appena arrivata, ed era il 2002, dopo un anno sono stata catapultata in un’avventura amministrativa per rappresentare le quote rosa, unica donna in una compagine fatta totalmente di uomini che non sapevano che dietro quell’aspetto da ragazzina c’erano tante fervide energie da mettere in gioco. Contemporaneamente decido di frequentare un master triennale che mi forniva competenze nella mediazione e nella gestione del patrimonio culturale in Europa, così la mia missione politica diventa un percorso formativo in cui applicare quello che stavo imparando del marketing culturale e della valorizzazione del territorio. Da quell’esperienza durata cinque anni ho imparato ciò che non è politica e, soprattutto, ciò che dovrebbe essere la politica al servizio del bene comune. Ho impiegato le mie energie affinché Civita potesse avere gli strumenti per iniziare un percorso responsabile verso l’accoglienza turistica che oggi è il suo fiore all’occhiello e rappresenta l’economia per tanti giovani, soprattutto donne, che sono tornati a vivere qui. Anche io ho fatto della mia casa un bed and breakfast e dal 2008 accolgo viaggiatori provenienti da tutto il mondo. Questa attività è la mia finestra sul mondo e mi abilità al cosmopolitismo, alle relazioni e, soprattutto, all’umanità, ingrediente fondamentale per sentirsi a casa ovunque e far sentire a casa tutti coloro che accolgo. Oggi conosco il mio villaggio e il suo territorio nelle sue intime pieghe, è la mia palestra e la mia farmacia ed offro l’ esperienza del mio stile di vita ai viaggiatori traendo piccole gioie e lo stimolo a realizzare idee e progetti. Credo che se tutti i paesi si percepissero come rifugi d’aria piuttosto che come limite e periferia, forse riusciremmo con questo poco a fare grandi cose, a farci ispirare e a restare aperti.

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Quali sono i pilastri su cui si fonda il “modello dei borghi”?

I pilastri su cui tutti i paesi e i borghi dovrebbero ricostruire un futuro possibile sono senza dubbio l’agricoltura naturale e la cucina popolare, il recupero conservativo e il riutilizzo delle case e degli edifici storici abbandonati, il turismo di comunità e l’innovazione sociale e tecnologica. Non si può pensare di vivere in questi paesi senza i servizi essenziali e una vita relazionale di qualità. L’unico modo per contrastare lo spopolamento è stimolare l’innovazione tecnologica e il turismo responsabile. Come dice il paesologo Franco Arminio, bisogna mettere insieme computer e pero selvatico, politica e poesia. Ci vuole anche molta immaginazione per vivere in un paese. Grazie alla tecnologia questi paesi possono diventare laboratori viventi di tradizioni e di accoglienza. Ma per favorire questo è necessario creare competenze sia nella comunità locale che in chi si occupa di turismo e di sviluppo locale. Conoscere il proprio territorio vuol dire viverlo senza rimanere incastrati nel suo stomaco, partire e tornare, viverlo per com’è e immaginarlo per come può diventare, aprirsi al mondo e portare mondo. Nella maggior parte dei casi la percezione dei paesi è di luoghi ai margini in cui si vive per sottrazione. Se non si cambia punto di vista rimarranno solo le nuvole e il vento a farci compagnia, anche se in alcuni casi può essere un privilegio. 

Il percorso di rinascita di Civita è stato drammaticamente segnato dalla tragedia dell’agosto 2018, in cui sono morti dieci escursionisti. Come ha reagito la comunità a quell’evento?

Nulla arriva per caso. Già qualche anno prima alcuni di noi erano allarmati per la fruizione selvaggia delle gole del Raganello. Un luogo oggettivamente bello e insidioso che è sempre stato attraversato, anche se in maniera molto più soft ,e in cui nel 1959 l’ornitologo Gustav Kramer perse la vita durante l’osservazione di alcuni uccelli. Ma la trasmissione di una percezione errata del torrente ha attratto negli ultimi tre anni molti cercatori di adrenalina. E anche chi probabilmente cercava altro è rimasto vittima di questo approccio. Oggi la comunità è segnata dalla tragedia e come in molti casi accade si tende al fatalismo, come se la tragedia fosse stata causata dalla mano del diavolo. Ma l’inconsapevolezza e la mancata elaborazione del lutto potrebbe essere ancora più fatale bloccando la rigenerazione del tessuto sociale ed economico.  

L’imprevedibilità della natura è una componente genetica della natura stessa e i dispositivi di prevenzione in questi luoghi sono affidati alla memoria storica, ai saperi degli anziani e di coloro che con queste gole e i pericoli ci convivevano conducendo i pascoli e recandosi nelle proprie terre. È proprio a partire dalla memoria tramandata che oggi con l’Associazione Placco attiva da 35 anni, si è deciso di investire sull’antropologia applicata affidando questo delicatissimo lavoro di recupero della memoria storica all’archeo antropologa Anna Rizzo. Proprio in questi giorni sono in corso le interviste a pastori e anziani del paese per comprendere cosa ci è sfuggito di mano e riattualizzarlo attraverso momenti di animazione sociale e condivisione con il fine di fornire competenze alle nuove generazioni ed informazioni, percezioni e conoscenza ai visitatori. Ora abbiamo il compito di dare alla cultura la sua funzione civile e sociale di ricostruire il tessuto connettivo tra territorio, patrimonio e popolazione.

Ospitalità in case d'epoca

Ospitalità in case d’epoca

 Gli equilibri fra abitanti, amministratori e persone estranee alla comunità, che magari intendono insediarvisi, sono delicati. Come si fa a mantenerli?

È una sinergia necessaria quanto difficile. Gli abitanti e gli amministratori dovrebbero mettersi nei panni di chi visita il paese, viverlo dal di dentro e guardarlo da fuori senza autoreferenzialità e senso di inferiorità. Nutrire ambizioni più che invidia. Esaltare le vocazioni del paese e soprattutto dare ascolto ai ragazzi, a quello che vorrebbero realizzare perché senza di loro la comunità non può rigenerarsi e senza i viaggiatori si resta chiusi nella ripetitività e nelle false compensazioni. Il problema è chi è sempre stato nel paese e ci vive conficcato dentro, gli scoraggiatori militanti e i distributori di livore; essi rappresentano il vero ostacolo alla sinergia armoniosa e creativa tra abitanti, amministratori e cittadini temporanei. È una fortuna quando in un paese ci sono molte persone che gestiscono strutture ricettive e per traslazione si relazionano a tanti viaggiatori che condividono quell’esperienza; nel caso di Civita grazie ai tanti b&b, ma soprattutto alle tante persone che si occupano di accoglienza la gestione degli equilibri è più immediata poiché si entra sintomaticamente nel circuito in cui per alzare l’appeal del territorio e produrre benessere nel viaggiatore si lavora in maniera sinergica e integrata. Poi al di fuori del sistema turistico, la vita di tutti i giorni può essere molto diversa e meno esaltante. Ecco perché ora stiamo lavorando a rigenerare il tessuto sociale e culturale per riportare nella comunità l’orgoglio, la tenerezza e il senso di appartenenza. 

C’è un collegamento fra i segnali di corto circuito sociale e culturale che si percepiscono oggi e il fatto che più del 60% degli italiani vive in aree metropolitane?

Le città sono stracolme e sature, seppure in molte si stiano applicando i principi della smart city per migliorare la qualità della vita, c’è un gran numero di persone in Italia e all’estero che guarda ai paesi come a luoghi in cui ritrovare l’umanità. Quindi, ora anche i paesi dovranno attrezzarsi per diventare borghi smart in cui connettere i servizi socio assistenziali e sanitari, in cui innovare l’agricoltura che riporti nelle tavole e nel mondo i prodotti indentitari, grazie alle nuove tecnologie la tradizione può aprire nuovi scenari. E non nego che vedo tutto questo con moderato ottimismo. 

È possibile e auspicabile tornare ad abitare i borghi?

È possibile, ma c’è ancora molto lavoro da fare, anzitutto su se stessi e sul modo di viverli. Attraverso Borgo Slow voglio mettere in atto una piccola rivoluzione e dimostrare sulla mia pelle che è possibile e anche entusiasmante. Ci sto lavorando. 

Come valuti il progetto della Summer school?

È un progetto coraggioso e necessario che ha l’obiettivo di fornire competenze nella rigenerazione dei borghi, ma anche la possibilità di creare nuove reti e relazioni tra i partecipanti e chi si occupa di sviluppo locale con competenze diverse. Perché spesso è proprio l’isolamento umano e professionale ad immobilizzarci. Se io non avessi partecipato a diverse occasioni formative non avrei mai conosciuto Destinazione Umana e Inspirational travel company con cui oggi mi appresto a sviluppare altri aspetti pratici della community Borgo Slow di cui sono project manager. Investire su se stessi è il miglior investimento che si possa fare e questa è una di quelle occasioni.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/roma-civita-riabitare-borghi-e-possibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Sfusitalia: è nata la mappa dei negozi di prodotti sfusi

Dove sono i negozi di prodotti sfusi? Quanti ce ne sono in città? E cosa vendono? Da queste domande e per rispondere all’esigenza personale e condivisa da molti di fare con semplicità la spesa in modo più consapevole, è nata Sfusitalia, una mappa online creata dalla giovane romana Ottavia Belli. Con la crisi climatica che diventa sempre più evidente e l’inquinamento da plastica che assume dimensioni insostenibili, è quanto mai urgente la necessità di un cambiamento dei nostri stili di vita, che non può che passare da un ripensamento del nostro modo di fare la spesa quotidiana. Da dove iniziare, quindi? Ad esempio preferendo alla GDO la “piccola distribuzione disorganizzata” (come ha fatto da anni l’ “ex consumatrice perfetta” Elena Tioli) e limitando drasticamente gli imballaggi di prodotti alimentari e di uso domestico optando per l’acquisto di prodotti sfusi. In tutto il Paese è già presente una moltitudine di punti vendita che hanno scelto di seguire questa direzione e oggi individuare questi negozi è davvero semplice. Da un’esigenza personale della giovane romana Ottavia Belli è nata infattiSfusitalia, una mappa online dei negozi che vendono prodotti sfusi e alla spina. Per sapere come funziona e come ha preso vita questo strumento la abbiamo intervistata.

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Che cos’è Sfusitalia e come è nata l’idea?

Sfusitalia è il motore di ricerca di negozi che vendono prodotti sfusi, uno strumento per facilitare la ricerca e stimolare l’acquisto di beni privi di imballaggio. Una mappa on line e facilmente consultabile nata dalla mia difficoltà personale nel trovare un negozio sfuso vicino a me. Conclusa la triennale in Cooperazione Internazionale e Sviluppo a dicembre 2018 mi sono dedicata a questo progetto con il desiderio di contribuire – nel mio piccolo – al grande e apparentemente insormontabile problema dei rifiuti. L’idea è nata perché tutte le persone a cui racconto delle mie abitudini quotidiane mi pongono sempre le stesse domande: Dove sono questi negozi? Quanti ce ne sono in città? Cosa vendono? Non trovando un sito dedicato al solo tema dei prodotti sfusi, ho deciso di crearlo io. 

Come hai fatto questa mappatura?

La mappa è stata realizzata tramite le informazioni presenti online e la mia ricerca personale. Il giorno del lancio del sito erano presenti poco più di 150 negozi, oggi sono il doppio: abbiamo infatti appena raggiunto la quota di 300 negozi mappati! Ciò è stato possibile anche grazie alle segnalazioni dei cittadini che, tramite un apposito form del sito, hanno aggiunto i negozi alla mappa. Le informazioni vengono puntualmente controllate e verificate da Sfusitalia prima di essere visibili sul sfusitalia.it per poter dare un servizio preciso.

Come funziona?

Il sito è stato creato per essere più intuitivo e semplice possibile. Dopo aver inserito il proprio indirizzo nella casella di inserimento, la mappa individua il negozio più vicino nel raggio di uno, due, tre chilometri. Una volta localizzato, è possibile avere maggiori dettagli sulla tipologia di prodotti sfusi in vendita cliccando sull’icona che aprirà una finestra informativa: nome, indirizzo, sito internet e categoria dei prodotti sono le informazioni che possono essere trovate sulla scheda di ogni negozio. 

Quanto sono diffusi i negozi di prodotti alla spina a Roma e in Italia? 

Nelle grandi città come Roma, Torino e Milano vi è una maggior presenza di negozi di prodotti sfusi rispetto alle realtà più piccole. Roma ne conta più di 50, Torino circa 20 e Milano oltre 10. È possibile trovare gli sfusi anche in città meno dense come Lugano, Vicenza, Brescia, Rimini, l’Aquila, Matera, Reggio Calabria, Cagliari e tante altre. La cultura dello sfuso è decisamente più diffusa al nord e al centro rispetto alle regioni del sud Italia, credo sia un gap che si potrà colmare con l’educazione all’ambiente.

 Quali sono i prodotti che possiamo acquistare sfusi?

Con il desiderio di cercare, ormai è possibile comprare ogni tipologia di prodotto privo di imballaggio. Troviamo generi alimentari come pasta, farina e semi, saponi per la casa, per i pavimenti, per la lavatrice e la lavastoviglie, ma anche prodotti per il corpo come shampoo, balsamo, dentifricio e molto altro ancora. Sfusitalia.it mette in risalto i negozi dividendoli per categorie di prodotti in vendita al fine di assicurare una spesa sfusa completa, premiando allo stesso tempo anche chi vende solo una o due tipologie (spesso per la casa). Oltre ai negozi dediti principalmente agli sfusi, esistono anche attività come tabaccherie, farmacia, lavanderie che hanno deciso di vendere prodotti alla spina, generalmente prodotti per la casa o per la persona. In questo modo è stato possibile allargare in modo capillare la diffusione di prodotti alla spina.

Quali sono i vantaggi nell’acquistare prodotti sfusi?

I vantaggi dei prodotti sfusi sono ambientali, economici, sociali e soprattutto immediati. La maggior parte del cibo e dei prodotti che usiamo quotidianamente sono confezionati. L’insalata in busta o le zucchine nella vaschetta, costano fino a 10 volte il prodotto sfuso. Un litro di sapone per i pavimenti biodegradabile e sfuso viene circa 1 € mentre lo stesso prodotto comprato al supermercato costa quasi il 100% in più. Comprando questo tipo di prodotto si accresce la qualità, si risparmia il costo dell’imballaggio e si ha la possibilità di comprare esattamente la quantità necessaria evitando sprechi. Scegliendo di acquistare prodotti sfusi riduciamo drasticamente la quantità di rifiuti plastici prodotti e inevitabilmente miglioriamo il contesto sociale nel quale viviamo, pensate che bello scendere di casa e non sentire la puzza dei cassonetti! 

Credi che negli ultimi tempi ci sia una maggiore consapevolezza nei consumatori e attenzione verso alcuni valori (ambientali, sociali)?

Gli effetti dell’inquinamento si stanno facendo sentire nella quotidianità delle persone ed è quindi inevitabile che i cittadini inizino ad aprire gli occhi. È un po’ come una malattia: quando si sentono i sintomi si prova a rimediare ad anni di visite evitate. Oltre alle risposte politiche di cui abbiamo bisogno a livello globale e alle quali la maggior parte della gente invoca è arrivato il momento di contribuire con piccoli gesti quotidiani e penso che Sfusitalia.it sia la dimostrazione che per fare la differenza non servano gesti eclatanti. 

Vorrei riportarvi una poesia di Edward Everett Hale che ha ispirato questo mio percorso. 

“Io sono soltanto uno. 

Ma comunque sono uno. 

Non posso fare tutto, ma comunque posso fare qualcosa, e il fatto che non posso fare tutto non mi fermerà dal fare quel poco che posso fare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/sfusitalia-nata-mappa-negozi-prodotti-sfusi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La Tabacca: due donne si autocostruiscono il futuro tra permacultura e socialità

Vi proponiamo la storia di Giorgia e Francesca, due giovani donne che hanno riabitato una vecchia casa nell’entroterra ligure, ristrutturando l’abitazione e ridando vita al terreno agricolo, passo dopo passo e seguendo i principi della permacultura. La Tabacca è oggi un progetto ambientale e sociale e la dimostrazione di come si possa passare dalla teoria alla pratica rimboccandosi le maniche e avendo chiaro l’obiettivo da raggiungere. Il giorno in cui finalmente intervisto Giorgia Bocca e Francesca Bottero (dopo anni in cui ci ripromettiamo di incontrarci) è davvero fuori dal comune. Arrivo, infatti, con il mio camper a Voltri, nei pressi di Genova, e lì incontro una troupe della Rai, “capitanata” dalla giornalista Elisabetta Mirarchi. Sono venuti ad intervistarmi sul nostro lavoro con Italia che Cambia e contestualmente a seguirmi mentre intervisto Giorgia e Francesca. Lasciamo il mio camper e la macchina della RAI in un vicino parcheggio e saliamo su una piccola auto 4X4 con la quale è venuto a prenderci un volontario che collabora a La Tabacca. La strada per raggiungere la sede del nostro incontro, infatti, è impervia e impossibile da percorrere con mezzi ordinari. In effetti ci inerpichiamo su una stradina tipicamente ligure che ci porta a passare in pochi minuti dal mare a terre interne, premontane, selvatiche. Ed eccoci giunti a casa di Giorgia e Francesca. Dopo aver gustato tutti insieme un pranzo meraviglioso e aver visitato gli orti e la casa che si sono auto-ristrutturate in molti anni e secondo i criteri della bioedilizia, intervistiamo le due ragazze.

I primi passi

Francesca e Giorgia si sono conosciute molti anni fa e hanno lavorato entrambe per l’Associazione Terra! Onlus. Qui hanno incontrarono uno psichiatra di Torino che, inaspettatamente, decise di donar loro la sua casa e il suo terreno a patto che ci realizzassero un progetto sociale. Racconta Francesca: “È stato un percorso travagliato, perché lui non era mai venuto qua, e aveva a sua volta ereditato questo luogo da alcuni zii, ma in breve tempo siamo riuscite a risolvere i problemi di successione. Il primo gennaio 2011 siamo venute qui in perlustrazione per la prima volta. Abbiamo incontrato subito gli alberi che custodiscono questo luogo, che ti accompagnano lungo il sentiero. È spuntata questa casa in mezzo alla natura spoglia, completamente rustica; una casa che aveva l’imprinting della casa contadina di un tempo; sotto c’erano stalle e mangiatoie, cucina con vecchi manufatti, un vecchio forno di mattoni e una vecchia cucina fatta con un rufo. Questo era lo scenario: una casa immersa in un bosco, con un solo pezzo di terra coltivato. Non c’era una strada di accesso e tutta la casa era da ricostruire… ma il sogno era talmente grande che ci siamo messe subito in cammino per poterlo realizzare”. 

Il primo passo fu ricostruire il tetto. Per farlo, tagliarono 12 castagni del loro bosco e con essi costruirono le travi del nuovo tetto. “L’inizio è stato abbastanza turbolento – continua Giorgia – qui non ci conoscevano, eravamo come piantine infestanti che si stavano insediando in un luogo non loro. Abbiamo cercato sin da subito di creare rapporti con le famiglie del borgo, ma all’inizio è stato un po’ difficoltoso: siamo due donne, che volevano vivere di agricoltura in un bosco e che per di più si portavano dietro tutti questi giovani vestiti colorati che sapevano di spezie e curcuma… sembravamo una banda del ’68 e questo ha creato resistenza. Ma piano piano, le persone si sono abituate a vederci, a parlare con noi, i bambini hanno iniziato a curiosare, e oggi in molti ci vogliono bene. La signora Tina, ad esempio, ci prepara le focacce”.

La progettazione in permacultura

La ristrutturazione della casa e la coltivazione della terra sono state realizzate seguendo i principi della permacultura e le logiche della bioedilizia. La progettazione è stata realizzata su tutto: l’uso e riutilizo dei materiali, la luce e il design interno, i mobili antichi, il recupero delle acque di sorgente e la successiva fitodepurazione. Prima hanno sperimentato “nel piccolo” e poi replicato “nel grande”. Per questo ci sono voluti otto anni per ristrutturare l’abitazione e avviare l’azienda agricola. Questa è composta da sette ettari di bosco. Francesca si sta occupando personalmente del miglioramento boschivo così come in passato molti dei lavori di ristrutturazione sono stati eseguiti fisicamente con l’aiuto delle due donne. Qui, infatti, mancava fino a pochi mesi fa una strada di accesso. Giorgia e Francesca, quindi, hanno trasportato con la carriola i materiali dalla strada alla casa, attraversando il bosco, giorno dopo giorno e spesso con l’aiuto di amici e volontari. Lo stesso è avvenuto con bosco e parte agricola: Francesca ha lasciato la sua attività in Terra Onlus per avviare l’azienda agricola e realizzare potature e giardini. Racconta Francesca: “Nelle zone limitrofe a casa abbiamo già avviato un piccolo frutteto recuperando delle vecchie varietà di prugne che erano tipiche di questo luogo. Inoltre stiamo valorizzando piante autoctone, come la Mela Carla, tipica delle zone liguri, e abbiamo inserito altre varietà generose, per la futura autosufficienza delle galline. Coltiviamo anche alcuni grani antichi e facciamo orticultura”.

Le attività ambientali e sociali

Non è tutto. Accanto alle attività agricole, la Tabacca ospita percorsi di educazione ambientale ed è la sede di riferimento de La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni. Non meno importante, il filone sociale: “Crediamo – continua Giorgia – che nello scambio con le persone ci sia sempre un aumento di possibilità e una maggiore capacità di risolvere i problemi. Inizialmente abbiamo coinvolto la nostra prima rete sociale, costituita dalle persone amiche e da quelle collegate all’Associazione, per poi passare ad innescare processi di partecipazione con il territorio, con le famiglie vicine, facendo comunicazione, creando relazione, facendoci conoscere, coinvolgendo le persone e mettendo a disposizione quello che noi avevamo in competenze e risorse in termini di scambio. Questo ha soddisfatto i bisogni anche di altri. In questo momento storico, infatti, sempre più persone sentono il bisogno di luoghi di accettazione, senza giudizio. Partecipiamo e organizziamo eventi culturali, occasioni di divulgazione, campeggi. L’apporto dell’associazione Terra Onlus è fondamentale in questo processo e cambia completamente il nostro approccio, perché ci permette di fare formazione con obiettivi precisi da raggiungere”.  

Molte delle scelte portate avanti dalle due donne hanno anche un risvolto politico: l’idea, infatti, è quella di andare a influenzare il legislatore locale per rendere più semplici le soluzioni architettoniche e di servizio che loro stanno mettendo in pratica nella loro abitazione in modo che possano poi essere adottate anche da altri.

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Le radici

“Ho memoria delle mie fotografie da bambina – confida Francesca – venivo sempre ritratta mentre scavavo una buca per terra o in mezzo alle vigne o in un campo, e rivedendo quelle foto ho visto il mio desiderio di vivere in campagna, in modo semplice, a contatto con la natura, e forse questo è stato il regalo più bello di questi sette ettari di bosco”.  

“Il nome La Tabacca – continua Giorgia – deriva dal contrabbando del tabacco che – come ci hanno narrato gli anziani del posto – si svolgeva in queste terre. Già allora, una donna teneva le fila della famiglia e curava le piante. Il luogo viveva quindi una gestione molto matriarcale: i bambini venivano qui a giocare e c’era una forte integrazione. Noi ci sentiamo un prolungamento di questa famiglia”. 

Il futuro

“Io sono pronta per La Tabacca 2.0 – esclama Giorgia – a ottobre verremo finalmente a vivere qui e saremo pronte per valorizzare l’esterno soprattutto dal punto di vista dell’economia basata sul turismo culturale. Sogno una multifunzionalità dell’agricoltura legata all’accoglienza e al turismo. Stiamo già collaborando con una azienda agricola vicina, che è sempre di una donna, con cui faremo trasformazione del prodotto e quindi piano piano vorremo espandere il nostro modello nella valle. Vogliamo creare un modello replicabile che sia utile per tutti”. 

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi

Montaggio: Paolo Cignini

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ReCreo: recuperare casali abbandonati e restituirli ai cittadini

ReCreo è un progetto portato avanti da una rete di professionisti con l’obiettivo di mappare i casolari italiani e rimetterli a disposizione della comunità attraverso nuove forme di fruizione fondate sulla condivisione. Il nostro territorio è pieno di edifici rurali in stato di abbandono, dimenticati, coperti dalle erbacce, spesso diroccati, che aspettano solo di tornare in vita. Ma è anche pieno di persone che desiderano lasciare la città e recuperare il legame con il mondo contadino, magari riportando qualcuno di questi immobili alla sua antica funzionalità. ReCreo nasce proprio per unire queste due esigenze.

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Per capire meglio come funziona questo progetto, che dopo una fase preliminare sta entrando nel vivo, abbiamo intervistato i membri del team coordinati da Leonardo Porcelloni, co-founder insieme agli altri tre componenti di ReCreo e geografo con il compito di studiare l’abbandono nelle aree rurali e i fenomeni di ripopolamento delle aree interne. 

Qual è il percorso dei componenti del team di ReCreo? 

Il team è composto da quattro ragazzi esperti rispettivamente in relazioni internazionali e project management, ingegneria energetica, architettura e geografia. Si può quindi dire che sia piuttosto eterogeneo, ma tutti accomunati da un percorso universitario presso l’Università di Firenze dove queste discipline e l’esperienza personale ci hanno unito in un interesse per le risorse abbandonate dell’Italia rurale.

Il team di ReCreo. Da sinistra: Leo Cusseau, Shirin Amini, Leonardo Porcelloni e Federico Mazzelli

Cosa vi ha spinti a ideare e lanciare questo progetto? 

Una crescente domanda che trova poche offerte: studiando l’evidente tendenza di abbandono e spopolamento delle aree interne del territorio italiano e, allo stesso tempo, notando un rinnovato interesse per le strutture abbandonate, abbiamo pensato fosse più che logico far incontrare questi andamenti apparentemente contrastanti. Ma, soprattutto, abbiamo notato che sempre più persone sono alla ricerca di una vita fuori dal contesto urbano, che li riporti ad una dimensione meno frenetica e più a contatto con la natura.  Le prime idee di progetto hanno trovato un acceso interesse, prima tra i nostri conoscenti e dopo in un pubblico più esteso. Abbiamo dunque deciso di impegnarci in questo senso anche dal punto di vista professionale sfruttando al massimo le nostre competenze. 

In cosa consiste la prima fase di mappatura? Chi può partecipare ai lavori? 

La mappatura è il primo passo verso la realizzazione del progetto e chiunque sia interessato può parteciparvi. Questa fase permette di aggregare su una mappa online i dati sull’abbandono nell’Italia rurale: casali, terreni, boschi, coltivazioni, beni storico-culturali e di archeologia industriale. Allo stesso tempo, vogliamo coinvolgere i cittadini in questo processo di identificazione delle risorse abbandonate, per favorire la nascita di una comunità di persone, connesse fra di loro e attente a queste tematiche, che possono segnalare una propria risorsa inutilizzata o quelle abbandonate che conoscono. Questo database geografico sarà disponibile per chi è alla ricerca di una risorsa e vorrà gestirla, quindi rivitalizzarla.

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Potete descriverci i dettagli della seconda fase? 

In seguito all’individuazione della risorsa in abbandono, ci focalizziamo sul suo recupero funzionale e sul futuro modello gestionale. Il nostro progetto si incentra sul tipico casolare agricolo con terreno annesso, nel quale vediamo lo spazio ideale per implementare il nostro modello d’impresa: l’eCo-Living, uno spazio in cui è possibile vivere esperienze di coabitazione temporanea, di lavoro e formazione in condivisione con altre persone. È il luogo ideale per chi vuole sperimentare nuovi modelli dell’abitare sostenibile, per chi ha bisogno di un luogo diverso dall’ufficio per lavorare, ma anche per facilitare lo sviluppo di un turismo sensibile alla cultura locale. Tramite la nostra piattaforma, sarà possibile mettere in connessione persone o gruppi interessati al recupero e a sperimentare la nostra idea di gestione, permettendo così di creare una rete di rigenerazione rurale. 

Oggi esistono diversi progetti e percorsi individuali di ripopolamento dei borghi italiani. È un’inversione di tendenza rispetto all’abbandono? A cosa è dovuta secondo voi? 

Non si può negare un nuovo interesse che spinge soprattutto i più giovani a riappropriarsi di quegli spazi che da decine d’anni vengono abbandonati, in alcuni casi dimenticati, nelle aree interne della Penisola. Le esperienze, molto spesso temporanee, volte alla riscoperta di una vita a contatto con la natura, lenta e salubre, sono in crescita. C’è la volontà di riscoprire la terra, le tradizioni, i cibi antichi; ci sono le capacità per applicare tecniche innovative e più produttive in rispetto dell’ambiente. Le terre non più redditizie e quel senso di isolamento tornano a essere di grande valore, sia economico che culturale. Da un lato la società urbana produce conflitti e non soddisfa più le aspettative di tanti giovani, dall’altro lo sfruttamento qualitativo e ricercato delle aree rurali consente modelli di vita più sostenibili e remunerativi. Noi crediamo che sia in atto una tendenza, ma che sia necessario costruire reti fra le esperienze più avanzate.

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La condivisione può essere un’arma in più nella riabilitazione del patrimonio rurale italiano? In che modo? 

Il termine condivisione è la chiave di volta per sconfiggere il senso di isolamento, che non riguarda solo le aree rurali, ma è preponderante anche nelle città. Gli ambienti condivisi di lavoro, formazione e turismo sono in crescita; ne è una dimostrazione anche la nascita di molti ecovillaggi. Inoltre il moderno ridotto nucleo familiare non è più in grado di “riempire” quei colossali casolari rurali, una volta progettati per famiglie di circa venti individui; e lo stesso riguarda la gestione dei terreni. Perciò sono necessari nuovi modelli di condivisione d’uso e di proprietà. Tuttavia, è anche indispensabile reindirizzare le politiche nazionali a favore dei piccoli centri rurali, dove spesso mancano i servizi primari e i collegamenti restano carenti. Infatti, la maggior parte di questi processi di valorizzazione rurale sono casi bottom-up realizzati dalla determinazione di individui e piccole comunità, che appunto condividono obiettivi e risorse, in un contesto spesso non favorevole. 

Che contributo può dare chi legge questo articolo? 

Ai lettori diciamo che il contributo che possono offrire è a 360°. ReCreo si rivolge a chi ha a cuore il patrimonio rurale italiano, che è ricco di tradizioni, conoscenze, beni artistico-culturali, ricchezze naturali; una vera e propria icona del nostro paesaggio dove tutto è da riscoprire e salvaguardare. Anzitutto invitiamo i lettori ad accedere al nostro sito, scoprire la mappa e inserire le risorse abbandonate che incontrano nel loro percorso, per aumentare la conoscenza condivisa del nostro patrimonio rurale e offrire la possibilità di recuperare tali risorse a chi le vorrà gestire. Per chi ha una vena più letteraria, sempre dal nostro sito, potrà inviarci le storie inerenti ai luoghi abbandonati, così da poterle pubblicare e condividere. In secondo luogo, invitiamo tutti a seguirci e contattarci per collaborare con noi nell’ottica di una gestione di eColiving o per sperimentarne l’esperienza di coabitazione.  Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/recreo-recuperare-casali-abbandonati-restituirli-cittadini/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

A Biella arriva il plogging: l’attività che unisce lo sport alla raccolta dei rifiuti

A Biella un’iniziativa ambientale per pulire le strade e i sentieri attraverso il “plogging”, lo sport giunto in Italia e sempre più diffuso sui territori, che unisce esercizio fisico e raccolta di rifiuti. Una giornata di sensibilizzazione ed azione, attraverso la partecipazione attiva dei cittadini per un cambiamento responsabile e collettivo.

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Tutti uniti per cambiare il mondo: un gruppo eterogeneo di biellesi, per età e professionalità, si è ritrovato per innestare una sensibilizzazione sociale sul tema dell’emergenza ambientale. Supereroi moderni, il cui equipaggiamento non è composto da armi magiche o da strumenti futuristici, ma da guanti e sacchetti con un kit green. Nulla di sovrannaturale o mistico: solo la pratica e il desiderio di un cambiamento responsabile. L’antagonista da sconfiggere è l’inquinamento cittadino, frutto malato di un’epidemia di incuria e inciviltà, che si palesa sotto forma di mozziconi, cartacce, bottiglie di plastica e molti altri rifiuti abbandonati nelle strade o nelle aree verdi del centro.  Nonostante Biella sia una città molto pulita e curata da questo punto di vista, non c’è limite al miglioramento: lo dimostra il primo test di MappiAmo la città di verde, in una giornata tenutasi a giugno in cui i partecipanti raccolsero una trentina di sacchi colmi d’immondizia in zona Gorgomoro, a Biella, portati poi in discarica. Il mese di luglio ha visto andare in scena la seconda giornata dell’iniziativa. Nel dietro le quinte dell’evento figura Natural Boom (azienda che produce l’omonima bevanda in lattina – o meglio, mental drink – con ingredienti natuali), in collaborazione con Biella Colors’ School.

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Un contributo non solo simbolico, ma che, con un impegno mirato e comune, può diventare caso virtuoso per tutta la provincia e non. La pratica a cui i partecipanti si ispirano è quella del plogging: un’attività sportiva inventata in Svezia, caratterizzata dal binomio ambiente-sport; come intuibile, il nome di questa della pratica è un neologismo, combinazione delle parole svedesi plocka upp (raccogliere) e jogging. L’evento è stato caratterizzato da una camminata, durante la quale i partecipanti, divisi in gruppi, hanno raccolto in appositi sacchi i rifiuti trovati durante il passaggio, pulendo, così, il centro cittadino. Ai nostri microfoni è intervenuto Andrea Campagnolo, ideatore dell’iniziativa e di Natural Boom: “Le prime due giornate organizzate – spiega – sono test di preparazione in vista dell’evento clou che si terrà a settembre. Oltre a queste due occasioni aperte al pubblico, sono in programma altri appuntamenti con un target specifico, come i centri estivi. Per quanto concerne l’iniziativa di settembre, coinvolgerà in particolare le scuole, perché è fondamentale promuovere un processo educativo virtuoso su queste tematiche alle giovani generazioni. Saranno premiate, inoltre, le classi più meritivoli con borse di studio messe a disposizione dai nostri partner. A questo proposito, è molto significativa la collaborazione con Biella Colors’ School e il suo presidente Matteo Nalin: tutti i ragazzi di questa realtà hanno sposato il progetto con grande entusiasmo”.

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Come accennato, MappiAmo la città di verde sta crescendo ed è pronto a diventare un progetto di rete territoriale, ma senza porsi limiti o confini: “I test – continua l’ideatore di Natural Boom – sono a Biella per questioni logistiche, ma proporremo l’attività anche ad altre città. Per ora, la risposta locale è stata molto positiva. Speriamo, nel tempo, di ottenere sempre più borse di studio e di perfezionare l’organizzazione dell’attività”. Andrea Campagnolo conclude delineando le prospettive del suo progetto: “Selezioneremo, tramite skouty.com, una cinquantina di zone del biellese che necessitano di interventi di pulizia e che gli utenti potranno ‘prenotare’. La buona riuscita del progetto – argomenta – è fondamentale: siamo in un momento storico critico sul fronte ambientale. È il momento di prendersi per tutti per mano – bambini, ragazzi, adulti e anziani – e dare un segnale. L’idea che ho avuto è una scintilla, ma da sola non basta: per un cambiamento responsabile dobbiamo essere tutti uniti”.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte