L’Italia ritorni alla sua vocazione agricola e artigianale

Nel seguire l’impossibile coesistenza di un sistema della crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite, l’Italia ha stravolto la sua natura e vocazione. Le vere risposte sono artigianato, agricoltura e benessere vero.

Nel seguire l’impossibile coesistenza di un sistema della crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite, l’Italia ha stravolto la sua natura e vocazione. Scimmiottando i paesi anglosassoni si è pensato di competere sul piano della potenza industriale. Una gara che ci ha visto sempre rincorrere affannosamente anche per la mancanza di risorse interne di fonti fossili e ora per l’impossibilità di uscire economicamente vincitori da una competizione con paesi come la Cina. Inoltre una industrializzazione senza freni e scrupoli, ha il non indifferente contraccolpo della distruzione ambientale, quindi delle nostre risorse e ricchezze. L’Italia infatti è storicamente un paese a vocazione agricola e artigianale. La capacità di produrre con la nostra inventiva e le nostre mani si riflette anche nelle bellezze artistiche che ci sono sulla penisola in una innumerevole quantità. Non è certo un caso che l’Italia sia meta turistica ambita anche per le sue realizzazioni create da persone di una capacità artigianale eccezionale che erano lo specchio di una conoscenza diffusa nella popolazione. Che gli italiani siano ottimi artigiani dalla grande creatività è un fatto evidente. Inoltre la nostra ricchezza e varietà dal punto di vista agricolo e alimentare è testimoniata anche dal movimento Slow Food diffuso a livello internazionale. Dove se non in Italia una realtà con queste caratteristiche poteva nascere? Un paese dove cresce una varietà e qualità strepitosa di piante commestibili e alberi da frutto, dove in ogni angolo, anche il più remoto, c’è una specialità alimentare. Tutto questo è stato progressivamente messo in pericolo dalla massiccia e costante importazione di “cinafrusaglie” e di cibo spazzatura prodotto da paesi che hanno una cultura e ricchezza del cibo neanche lontanamente paragonabile a quella italiana. Cibo e altri prodotti realizzati con prezzi ambientali e umani altissimi e quindi conseguentemente con costi irrisori. Come si fa a competere con chi utilizza milioni di lavoratori super sfruttati e pagati miserie e non mette in nessun conto i disastri ambientali che provoca nella realizzazione delle merci?

Tentare di competere su piani che ci vedono sconfitti in partenza, non solo è illusorio ma assai poco intelligente e per nulla lungimirante. Non è certo correndo la corsa alla produzione illimitata di merci, per lo più superflue e dannose per l’ambiente, che faremo un servizio al nostro paese che invece deve necessariamente ritrovare la sua inclinazione, la sua natura che è il saper fare e il saper coltivare. Artigianato, agricoltura e benessere quindi sono la risposta, laddove il nostro “saperci godere la vita” ci è invidiato proprio da quei paesi anglosassoni e non, continuamente protesi alla performance, al segno più, mentre la loro vita si consuma in grafici e numeri. Anche noi però rischiamo di non saperci più godere la vita in questa impossibile rincorsa alla “performance” che con la nostra natura e saggezza mediterranea, hanno ben poco a che vedere.

E se si ritiene che ritrovare la via dell’artigianato e dell’agricoltura sia impossibile, anacronistico, utopico, si valuti se è più realistico proseguire a sfruttare tutte le risorse possibili e immaginabili, produrre quantità incalcolabili e ingestibili di rifiuti, competere con il mondo per vendere qualsiasi cosa, crescere in una corsa sfrenata verso il nulla e con ciò ottenere solo due risultati: una vita impazzita priva di senso e una natura distrutta dal nostro agire che ci porterà all’inevitabile suicidio collettivo. Quindi volenti o nolenti, anche a causa dell’esaurimento delle risorse e della catastrofe ambientale, bisognerà ritornare a quello che ci contraddistingue e in cui siamo grandi maestri: costruire una società a misura di persona il più possibile autosufficiente e con un forte tessuto artigianale ed agricolo. Agendo in questo modo si possono ridurre drasticamente le importazioni di merci superflue, spesso dannose e ambientalmente impattanti, considerato che tutto quello che arriva da lontano lascia una scia di inquinamento non indifferente. Cosa c’è poi di più bello che creare con le proprie mani o coltivare vedendo crescere e assaporare i propri alimenti? Si può in questa direzione calibrare e pianificare una industria utile e sostenibile, alimentata da fonti rinnovabili, per le quali, a differenza delle fonti fossili, abbiamo potenzialità enormi e che supporti i settori artigianale e agricolo biologico. L’Italia può ridiventare un giardino fiorito pieno di creatività, saggezza e prelibatezze, dove finalmente vivere e non competere, dove aiutarsi, cooperare e non farsi la guerra, tanto alla fine non ci sarà nessun vincitore e saremo tutti perdenti. Abbiamo il nostro paese che è già potenzialmente un paradiso terrestre, bisogna solo riscoprirlo e riscoprire i nostri talenti e le nostre capacità. Possiamo diventare un faro internazionale per un cambiamento epocale, sta a noi renderlo possibile.

Fonte: https://www.ilcambiamento.it/articoli/l-italia-ritorni-alla-sua-vocazione-agricola-e-artigianale?idn=113&idx=29812&idlink=7

La Casa del Giocattolo Solidale: riuso e condivisione per fare felici i bambini

Economia del dono, solidarietà e seconda vita per gli oggetti usati si fondono in un progetto di mutuo aiuto rivolto ai più piccoli e alle loro famiglie. Partendo dalla distribuzione di giocattoli di seconda mano, un’associazione di Varese ha costruito una rete di vicinanza e appoggio morale e concreto per i nuclei familiari con difficoltà economiche.

VareseLombardia – Durante il primo lockdown a Varese è nata la Casa del Giocattolo Solidale per promuovere il benessere e il sostegno dell’infanzia all’interno di famiglie con situazioni e realtà più delicate. Il motto del progetto é “dona un giocattolo, regala un sorriso!”.

Perché i giocattoli? Quanto sono importanti per i bambini? Si può crescere facendone a meno? Attraverso il gioco il bambino acquista maggiore fiducia nelle proprie capacità, prende coscienza del fatto che possiede delle abilità e delle caratteristiche. Attraverso il gioco i bambini imparano e crescono scoprendo piano piano il proprio corpo.

L’attività ludica è funzionale e proporzionale allo sviluppo sensoriale e motorio, aiuta i bambini a mantenersi attivi e reattivi influenzando anche la creatività, la consapevolezza, l’apprendimento e la capacità di risolvere e superare gli ostacoli. Il rapporto che si instaura tra genitori e figli durante il gioco è determinante, è un momento importante di socializzazione che permette di migliorare anche la qualità della loro comunicazione e della loro relazione.

Economia del dono, solidarietà e seconda vita per gli oggetti usati si fondono in un progetto di mutuo aiuto rivolto ai più piccoli e alle loro famiglie. Partendo dalla distribuzione di giocattoli di seconda mano, un’associazione di Varese ha costruito una rete di vicinanza e appoggio morale e concreto per i nuclei familiari con difficoltà economiche.

VareseLombardia – Durante il primo lockdown a Varese è nata la Casa del Giocattolo Solidale per promuovere il benessere e il sostegno dell’infanzia all’interno di famiglie con situazioni e realtà più delicate. Il motto del progetto é “dona un giocattolo, regala un sorriso!”.

Perché i giocattoli? Quanto sono importanti per i bambini? Si può crescere facendone a meno? Attraverso il gioco il bambino acquista maggiore fiducia nelle proprie capacità, prende coscienza del fatto che possiede delle abilità e delle caratteristiche. Attraverso il gioco i bambini imparano e crescono scoprendo piano piano il proprio corpo.

L’attività ludica è funzionale e proporzionale allo sviluppo sensoriale e motorio, aiuta i bambini a mantenersi attivi e reattivi influenzando anche la creatività, la consapevolezza, l’apprendimento e la capacità di risolvere e superare gli ostacoli. Il rapporto che si instaura tra genitori e figli durante il gioco è determinante, è un momento importante di socializzazione che permette di migliorare anche la qualità della loro comunicazione e della loro relazione.

A seguito dell’emergenza sanitaria causata dal Covid, in molte famiglie le difficoltà economiche sono aumentate e le poche risorse economiche a disposizione sono state comprensibilmente dirottate tutte verso i beni di prima necessità; il gioco è stato un po’ trascurato. Tutto questo ha rafforzato la missione per cui è nata l’associazione: donare un giocattolo, ma essere anche vicini ai bambini e alle loro famiglie nei momenti più delicati e importanti della vita.

Sono tante le organizzazioni che si occupano di beni di prima necessità; al contrario, sono poche le associazioni che si occupano del gioco e ancora meno le realtà che mettono a disposizione di bambini cresciuti in contesti complicati e difficili spazi accessibili gratuitamente senza nessun costo per la famiglia. L’associazione del Giocattolo Solidale di Varese infatti, è alla ricerca di un locale da trasformare in uno spazio di gioco dove le famiglie con più difficoltà possano aderire e partecipare ad attività ludiche e di laboratorio in maniera gratuita. «Sogniamo uno spazio dove tutti i bambini, anche se le loro famiglie non hanno risorse sufficienti, possano giocare spensierati». Un luogo dove poter festeggiare il compleanno o giocare in serenità. Al momento la Casa del Giocattolo Solidale aiuta oltre 200 bambini – il 26,4% di loro è in età prescolare, il 40,6% frequenta la scuola primaria, il 33% è adolescente – dando loro la possibilità di avere dei sogni, delle ambizioni e degli obiettivi. Oltre ai giocattoli, infatti, l‘associazione cerca di ridurre le distanze fornendo materiale scolastico a chi non ha la possibilità economica per acquistarlo autonomamente e infondendo un senso di comunità tra le persone e i luoghi, rafforzando ogni giorno i contati.

A seguito dell’emergenza sanitaria causata dal Covid, in molte famiglie le difficoltà economiche sono aumentate e le poche risorse economiche a disposizione sono state comprensibilmente dirottate tutte verso i beni di prima necessità; il gioco è stato un po’ trascurato. Tutto questo ha rafforzato la missione per cui è nata l’associazione: donare un giocattolo, ma essere anche vicini ai bambini e alle loro famiglie nei momenti più delicati e importanti della vita.

Sono tante le organizzazioni che si occupano di beni di prima necessità; al contrario, sono poche le associazioni che si occupano del gioco e ancora meno le realtà che mettono a disposizione di bambini cresciuti in contesti complicati e difficili spazi accessibili gratuitamente senza nessun costo per la famiglia. L’associazione del Giocattolo Solidale di Varese infatti, è alla ricerca di un locale da trasformare in uno spazio di gioco dove le famiglie con più difficoltà possano aderire e partecipare ad attività ludiche e di laboratorio in maniera gratuita. «Sogniamo uno spazio dove tutti i bambini, anche se le loro famiglie non hanno risorse sufficienti, possano giocare spensierati». Un luogo dove poter festeggiare il compleanno o giocare in serenità. Al momento la Casa del Giocattolo Solidale aiuta oltre 200 bambini – il 26,4% di loro è in età prescolare, il 40,6% frequenta la scuola primaria, il 33% è adolescente – dando loro la possibilità di avere dei sogni, delle ambizioni e degli obiettivi. Oltre ai giocattoli, infatti, l‘associazione cerca di ridurre le distanze fornendo materiale scolastico a chi non ha la possibilità economica per acquistarlo autonomamente e infondendo un senso di comunità tra le persone e i luoghi, rafforzando ogni giorno i contati.

La Casa del Giocattolo Solidale e Cuorieroi Per Bambini Eroi donano anche camerette e biciclette e grazie a “Un Sorriso per La Scuola”, progetto organizzato dall’associazione Pane di Sant’Antonio e La Casa del Giocattolo Solidale Varese, con il sostegno della Fondazione Comunitaria del Varesotto e il patrocinio del Comune di Varese, tanti bambini e adolescenti andranno a scuola il prossimo anno con uno zaino nuovo e tutto il materiale scolastico necessario.

Aiutare senza sprecare! La Casa del Giocattolo Solidale ridà spesso una nuova vita a tutti quegli oggetti che vengono abbandonati nei cassetti, ma che possono avere un altro tipo di uso per chi ne ha bisogno, evitando lo spreco e ogni tipo di consumismo. Uniti si è sempre più forti, soprattutto quando a guidare le azioni sono il cuore e la voglia di regalare un sorriso a chi è un po’ meno fortunato.

La condivisione è la vera risorsa per superare le disparità economiche e sociali. Le realtà come la Casa del Giocattolo Solidale di Varese ci raccontano di altri mondi e di altri valori che possono fare la differenza.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/casa-del-giocattolo-solidale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il Green Deal parte dalla Sicilia: approvata la legge sull’Agroecologia

La Sicilia è la prima in Europa a recepire gli obiettivi del Green Deal europeo. L’Assemblea Regionale ha infatti approvato il ddl con cui la regione si dota di una legge sull’Agroecologia, riconoscendo non solo questo sistema, ma anche prevedendo quella conversione capace di tutelare biodiversità e salute.

Sicilia – Il 21 luglio l’Assemblea Regionale ha approvato all’unanimità il ddl 533. La Sicilia adesso ha una Legge sull’Agroecologia: “Disposizioni In materia di agroecologia, di tutela della biodiversità e dei prodotti agricoli siciliani e di innovazione tecnologica in agricoltura”. 

È una legge che, per prima in Europa, recepisce, all’interno del Green Deal, gli obiettivi congiunti del Farm to Fork e della strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030; obiettivi che prevedono, tra gli altri, la riduzione del 50% dell’uso di biocidi e il rischio che rappresentano entro il 2030, la riduzione del 50% dell’uso dei pesticidi più pericolosi entro il 2030, la tutela e l’incremento della biodiversità naturale ed agricola e il miglioramento ed incremento della rete di zone protette.

Nel lungo dibattito in III Commissione all’ARS, sono emerse le indicazioni e i contributi da parte delle associazioni e delle reti che in questi anni hanno coniugato la difesa dell’ambiente e la valorizzazione delle aziende agricole locali, le associazioni di categoria, la ricerca universitaria e l’assistenza tecnica, le organizzazioni dei consumatori critici, le aziende agricole che hanno già iniziato buone pratiche e percorsi agroecologici e il tavolo istituzionale su Agroecologia e Colture Biologiche che ha tenuto conto del dibattitto che si sta affrontando a Bruxelles sulla nuova PAC. 

La Sicilia, prima in Italia per l’agricoltura biologica, oggi aggiunge un nuovo tassello: quello di vedere il riconoscimento del sistema agroecologico, un sistema in cui si integrano la produzione agricola in biologico, le pratiche a favore della tutela del territorio e della fertilità del suolo, della qualità dell’acqua, della gestione degli scarti, della valorizzazione e tutela della biodiversità, di tutta la filiera sostenibile dei consumi (farm to fork); la legge prevede inoltre attività di formazione e di educazione verso queste pratiche, perché sia attuato (principio di precauzione) il diritto alla salute e la certezza della sanità di ciò che mettiamo in tavola. 

Con l’entrata in vigore di questa legge si attuerà quella conversione agroecologica necessaria per la salvaguardia:

  • delle produzioni locali e del reddito degli agricoltori;
  • della biodiversità agricola e naturale;
  • per la riduzione dei prodotti di sintesi (quali insetticidi, diserbanti, ecc.) molto dannosi non solo per l’ecosistema ma anche per la salute dei cittadini. 

Per avviare questa conversione vengono adottate una serie di misure che, in sintesi, prevedono:

  • Incentivi e premialità, anche all’interno del prossimo PSR, per le aziende che introducono in azienda specie, varietà e razze autoctone;
  • il riconoscimento di “azienda agroecologica” con le relative regole;
  • una forte riduzione dell’uso dei biocidi tossici per tutti gli utilizzi in aree pubbliche;
  • corsi di aggiornamento per i nostri agricoltori;
  • un sistema di controlli e verifiche nelle importazioni e nelle produzioni; 
  • ed altre misure per agevolare la transizione agroecologica come indicato dalla Farm to Fork strategy (dal produttore al consumatore) dell’Unione Europea del maggio 2020.

Dopo questa approvazione, si continuerà a lavorare per costruire le norme attuative al decreto e per avviare il necessario processo di diffusione e conoscenza delle disposizioni legislative della legge (vedi indicazioni del Trattato di Lisbona) nel territorio dell’isola. Si hanno notizie che già a livello parlamentare, sulla scorta delle legge approvata, è in procinto di essere avviato l’iter per una legge, che avrà, per la sua valenza nazionale, l’opportunità di declinare incentivi ed agevolazioni fiscali per tutte le aziende che volessero intraprendere percorsi agroecologici.


Redatto da Nino Lo Bello – Fa’ la Cosa Giusta! Sicilia con il contributo di Guido Bissanti e Valentina Palmeri

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/green-deal-sicilia-agroecologia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Sea-ty e le reti fantasma: “Liberiamo i fondali dalle attrezzature da pesca abbandonate”

Sea-ty è un progetto che mira alla valorizzazione di un luogo di grande pregio naturalistico della riviera ligure di ponente, l’area marina della Secca di Santo Stefano al Mare, con la sua densa prateria di posidonia oceanica. Oggi il progetto ha fatto venire alla luce il problema delle reti fantasma, una delle più gravi minacce agli ecosistemi marini.

Imperia – Secondo l’Unione Europea, ogni anno vengono disperse 11.000 tonnellate di attrezzature da pesca e rilasciate in mare 640.000 reti, che si trasformano nelle cosiddette “reti fantasma”, una delle più consistenti minacce all’ecosistema marino e una delle fonti principali di inquinamento da plastica. Una volta disperse sul fondale, queste reti continuano a “pescare” passivamente intrappolando, ferendo e uccidendo migliaia di pesci, tartarughe e cetacei. In Liguria, grazie al progetto Sea-ty, si sta ridefinendo il legame tra il mare e la città, puntando l’attenzione sulla Secca di Santo Stefano al Mare, un’area completamente sommersa dall’utilizzo indiscriminato di queste reti. In particolare, ne sono state recuperate due, lunghe circa 200 metri: una di queste, sul fondale da oltre un anno, era completamente concrezionata da organismi, mentre la seconda rete, sott’acqua da meno tempo, ha inciso pesantemente sulla prateria di posidonia, estirpando diversi rizomi e foglie.

Reti fantasma è l’operazione dedicata al recupero delle reti da pesca abbandonate sui fondali marini che ha permesso finora di rimuovere oltre 7 tonnellate di reti su scala nazionale. La sensibilizzazione su questo tema, poco conosciuto, è l’obiettivo principale dell’operazione, che rientra nel progetto PlasticFreeGC della Guardia Costiera.

LA SECCA DI SANTO STEFANONON SOLO RETI

Tra i vari settori di intervento di Sea-ty c’è anche la diffusione della conoscenza sull’area di Santo Stefano. «Purtroppo la Secca di Santo Stefano è poco conosciuta, non solo dai turisti ma anche dai cittadini e dalle stesse amministrazioni locali – spiega la biologa marina Monica Previati –, ma è uno dei siti più interessanti nell’intero scenario ligure, soprattutto per l’elevata biodiversità. Questo si traduce nella presenza di ambienti estremamente delicati, caratterizzati da un’altissima vulnerabilità e che richiedono interventi di tutela e una corretta gestione: l’impatto umano sulla Secca è molto rilevante. Ci sono danni a carico di tanti organismi marini, dovuti sia all’impatto di attrezzi da pesca (palamiti, lenze abbandonate e reti), sia da inquinamento, spesso proveniente dai fiumi». 

Bottigliette, sacchetti in plastica, sostanze inquinanti, reti e ancoraggi non controllati possono soffocare e uccidere gorgonacei e spugne: «Si tratta di organismi a crescita lenta, che impiegano centinaia di anni per raggiungere le dimensioni che di media si osservano lungo le secche. Se la densità della popolazione di queste specie scende al di sotto di una certa soglia, si riduce drasticamente la possibilità di riportare la popolazione allo stadio iniziale. I danni antropici stanno portando a mutamenti importanti nella struttura della vita sui fondali, con conseguenze importanti sull’intero sistema ecologico». 

LA SENSIBILIZZAZIONE

Lo staff scientifico del progetto – oltre a realizzare foto, video e materiale divulgativo sulla Secca destinato a vari pubblici, dai diving center della zona fino alle scuole – porta avanti anche una serie di operazioni legate alla raccolta di dati sulla biodiversità dell’area sottomarina e sull’impatto antropico che subisce. 

«La raccolta delle reti è un importante momento di sensibilizzazione condiviso con gli operatori del settore e con il grande pubblico», sottolinea Franco Borgogno, di European Research Institute. I fotografi subacquei che hanno partecipato al recupero hanno scattato immagini che contribuiranno alla narrazione del pericolo sommerso e poco conosciuto delle reti, che mettono in pericolo un luogo ricco di biodiversità come la Secca di Santo Stefano. Il recupero delle reti si inserisce inoltre nel programma “Reti nella rete” di Reef Check Italia Onlus, associazione scientifica che si occupa della protezione e del recupero delle scogliere del Mediterraneo e delle aree coralline: un protocollo di segnalazione e studio di reti abbandonate che permette di dettagliare le zone maggiormente soggette all’impatto delle reti fantasma.

Reti fantasma

LE AZIONI PER L’ESTATE

Sea-ty è da pochissimo entrato nel team della app AWorld delle Nazioni Unite. Per tutta l’estate, fino al 30 settembre, si potrà costruire una comunità locale che si attiverà per recuperare una nuova rete fantasma. AWorld, l’App ufficiale delle Nazioni Unite a supporto della campagna contro il cambiamento climatico ActNow, ha lanciato una sfida concreta per il progetto Sea-ty. Oltre ai contenuti educativi, relativi all’impatto del cambiamento climatico sul mare e alla sua importanza in termini di biodiversità, AWorld, European Research Institute e Fondazione Compagnia di San Paolo chiedono alle rispettive community di impegnarsi a risparmiare 50 tonnellate di Co2 nei prossimi due mesi. Solo a obiettivo raggiunto, verrà recuperata un’altra rete fantasma!

In collaborazione con l’amministrazione comunale, in questi mesi Sea-ty supporterà anche l’installazione di una serie di pannelli informativi dedicati al ciclo della Posidonia, pianta presente in abbondanza nei pressi della Secca di Santo e alla quale sono dedicate azioni divulgative specifiche.

Per diventare un membro del team Sea-ty e partecipare alla challenge, bisogna iscriversi: https://aworld.org/join/team/seaty

Progetto a cura di European Research Instituterealizzato con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, nell’ambito della Missione Proteggere l’ambiente dell’Obiettivo Pianeta, in collaborazione con il Comune di Santo Stefano al Mare, l’associazione Reef Check Italia e l’associazione Informare.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/07/reti-fantasma-sea-ty/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Nasce il Badante agricolo di comunità che aiuta le persone anziane nella cura dell’orto

E se le persone anziane e i giovani migranti si incontrassero, per prendersi cura insieme di un pezzo di orto, scambiandosi aiuto e conoscenze? Da questa domanda nasce a Ivrea e Castellamonte il progetto “Badante agricolo di Comunità”, per far incontrare due mondi e due culture diverse per creare comunità.

Torino – Il progetto “Badante agricolo di Comunità” si propone di far incontrare in un’attività di utilità comune due mondi e due culture apparentemente lontane: quello dei giovani migranti richiedenti asilo in cerca di un ruolo attivo nel loro territorio di adozione e quello delle persone anziane residenti sul territorio che necessitano di essere aiutate nella gestione del proprio orto. Il progetto coinvolge due realtà attive a Ivrea e Castellamonte, nel torinese, che sono rispettivamente l’Orto della Palude e l’Orto-giardino sociale: in questi spazi si propone di favorire l’inclusione e una reale integrazione di persone migranti, mettendo in comunicazione il loro bisogno di trovare un ruolo attivo nella comunità di adozione e il bisogno delle persone anziane residenti, delle famiglie che non riescono a prendersi cura del proprio giardino o dei comuni con aree verdi pubbliche che possono essere gestite in compartecipazione con la comunità. Si tratta dunque di un progetto che è anche incontro intergenerazionale, tra due mondi e due culture differenti.

E se le persone anziane e i giovani migranti si incontrassero, per prendersi cura insieme di un pezzo di orto, scambiandosi aiuto e conoscenze? Da questa domanda nasce a Ivrea e Castellamonte il progetto “Badante agricolo di Comunità”, per far incontrare due mondi e due culture diverse per creare comunità.

Torino – Il progetto “Badante agricolo di Comunità” si propone di far incontrare in un’attività di utilità comune due mondi e due culture apparentemente lontane: quello dei giovani migranti richiedenti asilo in cerca di un ruolo attivo nel loro territorio di adozione e quello delle persone anziane residenti sul territorio che necessitano di essere aiutate nella gestione del proprio orto. Il progetto coinvolge due realtà attive a Ivrea e Castellamonte, nel torinese, che sono rispettivamente l’Orto della Palude e l’Orto-giardino sociale: in questi spazi si propone di favorire l’inclusione e una reale integrazione di persone migranti, mettendo in comunicazione il loro bisogno di trovare un ruolo attivo nella comunità di adozione e il bisogno delle persone anziane residenti, delle famiglie che non riescono a prendersi cura del proprio giardino o dei comuni con aree verdi pubbliche che possono essere gestite in compartecipazione con la comunità. Si tratta dunque di un progetto che è anche incontro intergenerazionale, tra due mondi e due culture differenti.

Così gli orti sociali e i giardini diventano lo spazio in cui si fa comunità, luogo di incontro e scambio tra nuovi cittadini e popolazione locale. Il progetto si inserisce infatti all’interno di pratiche virtuose che vedono centrali la riqualificazione delle zone verdi e degli orti sociali in città, con un’attenzione ai valori dell’inclusione sociale e dell’inserimento al lavoro dei più deboli ed emarginati.Il progetto coinvolge gli orti sociali di Castellamonte e di Ivrea, che in invitano i cittadini ad avvicinarsi al tema dell’agricoltura urbana non solo partecipando agli eventi promossi negli orti sociali, ma anche e soprattutto a rendersi disponibili ad accogliere un badante agricolo e coltivare l’orto insieme a lui, iniziando da alcuni mesi di prova. Se l’incontro e la collaborazione avranno esito positivo, sarà possibile continuare ad avvalersi dell’aiuto del badante agricolo, attivando per lui un libretto famiglia. Partecipando al progetto, i cittadini potranno anche trovare supporto e consigli per la coltivazione e la gestione del proprio giardino presso gli orti sociali. Nello specifico, il progetto prevede due fasi: nella prima, due gruppi di giovani migranti parteciperanno a un percorso di formazione in orticultura e manutenzione del giardino, presso i due orti. Nella seconda fase si raccoglieranno le richieste di anziani e famiglie dei due territori e i ragazzi saranno accompagnati, con la mediazione di un tutor, ad entrare nelle case e a iniziare il loro lavoro di “Badante Agricolo”. L’obiettivo è che le famiglie proseguano il rapporto con i ragazzi, anche dopo il termine del progetto, aprendo per loro un libretto di famiglia, in modo da avviare per loro una vera attività lavorativa e concorrere alla loro autonomia.

Così gli orti sociali e i giardini diventano lo spazio in cui si fa comunità, luogo di incontro e scambio tra nuovi cittadini e popolazione locale. Il progetto si inserisce infatti all’interno di pratiche virtuose che vedono centrali la riqualificazione delle zone verdi e degli orti sociali in città, con un’attenzione ai valori dell’inclusione sociale e dell’inserimento al lavoro dei più deboli ed emarginati.Il progetto coinvolge gli orti sociali di Castellamonte e di Ivrea, che in invitano i cittadini ad avvicinarsi al tema dell’agricoltura urbana non solo partecipando agli eventi promossi negli orti sociali, ma anche e soprattutto a rendersi disponibili ad accogliere un badante agricolo e coltivare l’orto insieme a lui, iniziando da alcuni mesi di prova. Se l’incontro e la collaborazione avranno esito positivo, sarà possibile continuare ad avvalersi dell’aiuto del badante agricolo, attivando per lui un libretto famiglia. Partecipando al progetto, i cittadini potranno anche trovare supporto e consigli per la coltivazione e la gestione del proprio giardino presso gli orti sociali. Nello specifico, il progetto prevede due fasi: nella prima, due gruppi di giovani migranti parteciperanno a un percorso di formazione in orticultura e manutenzione del giardino, presso i due orti. Nella seconda fase si raccoglieranno le richieste di anziani e famiglie dei due territori e i ragazzi saranno accompagnati, con la mediazione di un tutor, ad entrare nelle case e a iniziare il loro lavoro di “Badante Agricolo”. L’obiettivo è che le famiglie proseguano il rapporto con i ragazzi, anche dopo il termine del progetto, aprendo per loro un libretto di famiglia, in modo da avviare per loro una vera attività lavorativa e concorrere alla loro autonomia.

Il progetto è promosso con il sostegno del Global Fund for Community Foundations, la Fondazione di Comunità del Canavese, in collaborazione con Consorzi InReTEe, CISS 38, Associazione SE.MI ed ECOREDIA. Un esempio concreto di questa esperienza è il caso dell’Orto della Palude di Ivrea, che ha coinvolto otto ragazzi sotto la guida del formatore Gianpiero Gauna, che con lui  hanno iniziato la lavorazione del terreno e l’impostazione dell’orto. In questo spazio, in cui si organizzano progetti educativi e formativi nelle scuole per diffondere una cultura del rispetto e della sostenibilità ambientale, è stato recentemente sottoscritto un Patto, coinvolgendo il circolo Legambiente Dora Baltea e le Associazioni Ecoredia e Senza Confini, per la cura e la valorizzazione dell’area insieme al Comune di Ivrea.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/07/badante-agricolo-di-comunita-orto/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Altravia, da Torino a Savona un viaggio lento per scoprire terre inesplorate

AltraVia è un progetto che nasce dal basso, dalla scommessa di due amici, Giovanni Amerio e Dario Corradino: insieme hanno dato vita a un percorso che si può compiere sia a piedi che in bicicletta che percorre due regioni, il Piemonte e la Liguria. Il sogno è diventare, assieme a tanti altri meravigliosi cammini italiani, un modo per tornare a vivere e far vivere i territori e le persone che li abitano.

Savona – “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi orizzonti ma nell’avere nuovi occhi”, osservò Marcel Proust in un suo scritto. Da questa ispirazione e dalla scommessa di due amici nasce Altravia, un percorso che unisce Piemonte e Liguria, dove il cammino lento diventa il punto di arrivo e di partenza. Parliamo di Giovanni Amerio, che da sempre lavora in ambito sanitario, e Dario Corradino, giornalista. Compagni di avventure e viaggi che un giorno si sono chiesti: «Può esistere un altro modo di raggiungere il mar Ligure da un territorio di pianura come quello torinese?». Si badi bene. Come loro specificano, non un modo per forza migliore, ma diverso, altro. Così hanno materializzato il loro sognotracciare un’altra via. Una via che unisca, percorrendoli lentamente, territori eterogenei: grandi città e piccoli paesi, centri abitati e borghi sconosciuti, aree coltivate e rinomate a livello internazionale per le loro eccellenze e angoli di mondo selvaggi e impervi, poco noti persino a chi in quei luoghi ci abita da lunga data.

AltraVia è un progetto che nasce dal basso, dalla scommessa di due amici, Giovanni Amerio e Dario Corradino: insieme hanno dato vita a un percorso che si può compiere sia a piedi che in bicicletta che percorre due regioni, il Piemonte e la Liguria. Il sogno è diventare, assieme a tanti altri meravigliosi cammini italiani, un modo per tornare a vivere e far vivere i territori e le persone che li abitano.

Savona – “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi orizzonti ma nell’avere nuovi occhi”, osservò Marcel Proust in un suo scritto. Da questa ispirazione e dalla scommessa di due amici nasce Altravia, un percorso che unisce Piemonte e Liguria, dove il cammino lento diventa il punto di arrivo e di partenza. Parliamo di Giovanni Amerio, che da sempre lavora in ambito sanitario, e Dario Corradino, giornalista. Compagni di avventure e viaggi che un giorno si sono chiesti: «Può esistere un altro modo di raggiungere il mar Ligure da un territorio di pianura come quello torinese?». Si badi bene. Come loro specificano, non un modo per forza migliore, ma diverso, altro. Così hanno materializzato il loro sognotracciare un’altra via. Una via che unisca, percorrendoli lentamente, territori eterogenei: grandi città e piccoli paesi, centri abitati e borghi sconosciuti, aree coltivate e rinomate a livello internazionale per le loro eccellenze e angoli di mondo selvaggi e impervi, poco noti persino a chi in quei luoghi ci abita da lunga data.

Come scrivono, «il turismo lento, sia esso praticato a piedi o sulle due ruote, solitamente privilegia località alpine oppure percorsi attraverso territori poco popolati. Si potevano trovare strade e sentieri fruibili e interessanti, che conducessero a scoprire aspetti e volti nuovi, inaspettati e sorprendenti, di un territorio all’apparenza conosciuto, per andare da Torino a Savona?».

Altravia, a oggi, è un itinerario non ancora ufficiale, bensì un progetto in fase di realizzazione che sta seguendo tutte le procedure affinché possa a breve divenirlo. Come spiegano Giovanni e Dario, si tratta di un percorso «pensato incoscientemente prima della pandemia, testato durante con tutte le inevitabili difficoltà e, speriamo, goduto in pieno dopo».

Sono numerosi coloro che ne hanno già percorso il tracciato e che, in una sezione dedicata sul sito, hanno lasciato le loro foto e testimonianze, contribuendo a creare un viaggio fatto a più voci. Quello di Altravia è un percorso che nasce come atto di speranza: «Vogliamo pensare che saremo nuovamente liberi. È un atto di amore verso terre uniche, dal cuore grande. Un atto a favore di tanti che credono nel proprio lavoro e lo svolgono con passione, ma rischiano di non farcela più».

Come scrivono, «il turismo lento, sia esso praticato a piedi o sulle due ruote, solitamente privilegia località alpine oppure percorsi attraverso territori poco popolati. Si potevano trovare strade e sentieri fruibili e interessanti, che conducessero a scoprire aspetti e volti nuovi, inaspettati e sorprendenti, di un territorio all’apparenza conosciuto, per andare da Torino a Savona?».

Altravia, a oggi, è un itinerario non ancora ufficiale, bensì un progetto in fase di realizzazione che sta seguendo tutte le procedure affinché possa a breve divenirlo. Come spiegano Giovanni e Dario, si tratta di un percorso «pensato incoscientemente prima della pandemia, testato durante con tutte le inevitabili difficoltà e, speriamo, goduto in pieno dopo».

Sono numerosi coloro che ne hanno già percorso il tracciato e che, in una sezione dedicata sul sito, hanno lasciato le loro foto e testimonianze, contribuendo a creare un viaggio fatto a più voci. Quello di Altravia è un percorso che nasce come atto di speranza: «Vogliamo pensare che saremo nuovamente liberi. È un atto di amore verso terre uniche, dal cuore grande. Un atto a favore di tanti che credono nel proprio lavoro e lo svolgono con passione, ma rischiano di non farcela più».

Nel pensare il percorso, inizialmente, il sistema più rapido sarebbe stato quello di seguire il tracciato autostradale della A6, ovvero l’Autostrada dei Fiori, quella che collega Torino a Savona. Invece, almeno fino a Ceva, ma anche nel tratto successivo, Dario e Giovanni hanno optato per una scelta completamente diversa: allungando di due tappe il percorso ipoteticamente più breve. Così hanno tracciato un itinerario assolutamente inedito, privo di tratti in pianura, che attraversa la collina di Torino, il Monferrato, il Roero, le Langhe, per affrontare poi in tre tappe finali le Alpi Liguri, che alla fine divengono Appennino.

Il sentiero di Altravia è stato pensato per essere percorso a piedi e, con opportune varianti, in bicicletta. Attualmente sono in fase di allestimento punti di appoggio e servizi, sono disponibili servizi cartografici oltre a una parziale segnaletica e alla pubblicazione delle tracce GPS, da considerarsi per ora indicative. Ma non solo: Dario e Giovanni hanno anche realizzato una guida dedicata che permetterà di conoscere e immergersi ancora più profondamente nelle realtà locali. Il non dover seguire un percorso prestabilito ha poi permesso di creare tappe sostanzialmente omogenee in termini di percorrenza e ricercando, ove possibile, strade bianche o sentieri, molto sovente ombreggiati.

Nel pensare il percorso, inizialmente, il sistema più rapido sarebbe stato quello di seguire il tracciato autostradale della A6, ovvero l’Autostrada dei Fiori, quella che collega Torino a Savona. Invece, almeno fino a Ceva, ma anche nel tratto successivo, Dario e Giovanni hanno optato per una scelta completamente diversa: allungando di due tappe il percorso ipoteticamente più breve. Così hanno tracciato un itinerario assolutamente inedito, privo di tratti in pianura, che attraversa la collina di Torino, il Monferrato, il Roero, le Langhe, per affrontare poi in tre tappe finali le Alpi Liguri, che alla fine divengono Appennino.

Il sentiero di Altravia è stato pensato per essere percorso a piedi e, con opportune varianti, in bicicletta. Attualmente sono in fase di allestimento punti di appoggio e servizi, sono disponibili servizi cartografici oltre a una parziale segnaletica e alla pubblicazione delle tracce GPS, da considerarsi per ora indicative. Ma non solo: Dario e Giovanni hanno anche realizzato una guida dedicata che permetterà di conoscere e immergersi ancora più profondamente nelle realtà locali. Il non dover seguire un percorso prestabilito ha poi permesso di creare tappe sostanzialmente omogenee in termini di percorrenza e ricercando, ove possibile, strade bianche o sentieri, molto sovente ombreggiati.

Quello che Giovanni e Dario propongono è un viaggio fuori dagli schemi che percorrerà più di 200 chilometri tra Piemonte e Liguria, attraversando 4 province e 49 comuni. In Piemonte, lungo Altravia «transiteremo attraverso città come Torino, Alba, Savona, borghi storici come San Damiano d’Asti e Millesimo, territori patrimoni dell’Unesco come il Monferrato e le Langhe, eppure per molti tratti sembrerà di entrare in un’altra dimensione, fatta di luoghi e di tempi remoti, inghiottiti da un paesaggio e da una natura che ci sorprenderà, perfino se siamo originari o frequentatori di queste terre».

In un’alternarsi tra città e campagna, soste e partenze, si giungerà in Liguria. «Una Liguria dove attraverseremo torrenti dal sapore alpino e in certi periodi dell’anno potremo essere bloccati da una nevicata. Ogni tappa sarà profondamente diversa dalla precedente, ricca di sorprese e scoperte. Scopriremo il rifugio di una principessa e del suo innamorato, usciremo dal centro di una città di un milione di abitanti fermandoci a un solo semaforo, conosceremo la storia di una mongolfiera arrivata dall’America» . Così, passo dopo passo Altravia attraversa le Alpi per giungere agli Appennini e infine raggiunge il mare.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/altravia-torino-savona/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La biofilia e l’educazione in Natura negli spazi educativi all’aperto

Il gioco e la Natura sono elementi fondamentali per l’apprendimento, consentono una crescita esperienziale, al giusto ritmo e lo sviluppo di un sapere intuitivo. Come possiamo dunque progettare uno spazio all’aperto che sostenga i processi di apprendimento spontanei dei bambini?

La biofilia (E.O. Wilson, 2002) può essere definita come la capacità umana di connettersi emotivamente con l’Altro vivo. Questo consente di sentirsi, e quindi di essere, parte di quella vita che percepiamo dentro e fuori di noi. Come ogni abilità emotiva, può essere nutrita o annichilita. L’agire educativo può cogliere ispirazione dalla natura in infinite forme e possiamo scegliere di introdurci a questa prospettiva considerando la Natura maestra nel senso tangibile dei ritmi che ci propone con il susseguirsi delle sue fasi in lento e continuo mutamento (J. Young, 1997 in C. Mancini 2020 educatori esperienziali in Natura).

La visione sull’apprendimento che propongo mette al centro l’esperienza, quello spazio in cui può manifestarsi ed attuarsi un tipo di intelligenza ampia nella quale pensiero, azione ed emozioni interagiscono e crescono come tutt’uno (K. Hahn, H.J. Pestalozzi). Diventa essenziale imparare a mettersi in ascolto, prima ancora di imparare il linguaggio della natura; risvegliare in sé le capacità percettive sensoriali e di attenzione, fino ad affinare una capacità di contatto con la natura che fa emergere una sapienza non razionale ma intuitiva, quella che risiede nel selvatico. Da adulti può risultare difficile lasciarsi andare alla propria biofilia, per chi vive una vita urbana e prevalentemente domestica è comune percepire il bosco, o altri luoghi selvatici, come un ambiente difficilmente accessibile in quanto separato dalla propria quotidianità; riconoscere la rilevanza della natura e la sua bellezza può non essere sufficiente per intraprendere un percorso che porti a conoscerla da vicino.

Il gioco come promotore della crescita umana

Nell’infanzia, il gioco è fondamentale per la sperimentazione e l’attivazione della maggior parte dei processi di apprendimento; in questo senso si può dire che giocare è il “mestiere” di ogni bambino. Per questo, gli adulti dovrebbero rivolgere attenzione e gratitudine verso ogni atto di gioco espresso in loro presenza. Le parole giocare e imparare sono profondamente intrecciate nel mondo quotidiano degli umani giovani. Il compito dell’adulto può essere quello di facilitare la cornice, la situazione, e di fornire gli stimoli alle forme di gioco adatte alla fase evolutiva in atto; in questo modo possiamo ammirare la natura umana fare il resto.

Crescere significa agire nell’ambiente e questo richiede occasioni di espressione e libertà di movimento. Se forniti di materiali e circondati da ambienti avvincenti e ricchi di occasioni, le persone che possono seguire la loro attenzione scelgono e inventano giochi naturalmente adatti ai propri bisogni emotivi ed evolutivi. L’apprendimento esperienziale (D. Kolb, 2001) valorizza gli aspetti spontanei e autentici di ogni individuo e gruppo ispirandosi alle modalità di apprendimento che esprimiamo nelle prime fasi della nostra vita (J.Piaget, 1966, L.Vygotsky, 1997): prima ci sono i sensi e il movimento, l’impulso ad agire, poi la voglia di capire e dare un nome alle cose, poi il bisogno di unire e distinguere per scegliere chi essere e come agire nel mondo. Nel nostro caso, la determinazione del nostro agire pedagogico. 

Come progettare uno spazio all’aperto 

All’esterno è importante il tipo di ambiente che offriamo e per sostenere i processi di apprendimento spontanei dei bambini, l’ambiente naturale è l’ideale. Possiamo pensare uno spazio ad oggi antropizzato, cementificato e riempito di giochi di plastica rendendolo così più addomesticato in una versione più organica, con forme ondeggianti, fenologie vegetative variegate e, particolarmente importante, una gestione dell’impatto umano diversificata da tenuto a curato a salvaguardato a “quasi selvatico”. La natura si allea prontamente con i bambini, la loro curiosità e la loro voglia di fare e di muoversi. Progettiamo in futuro ambienti verdi in cui i protagonisti siano gli elementi naturali e che possano avere spazi per incontrare i bambini: l’erba – bassa, alta, a mezza misura- fiori, piante da frutto piccole o più grandi, terra, sabbia, acqua, giochi di luci e ombre, cunette, zone da lancio e zone da corsa. Ci possono essere aree diverse, delimitate da piccole siepi, ciascuno con elementi naturali che si presentano in modo diverso (luce, ombra, spazi piccoli e intimi, spazi aperti, orto, punti di prospettiva e rifugio.).

Ogni elemento naturale e il modo in cui si presenta, richiama e risveglia le percezioni sensoriali dei bambini, creando sodalizi esperienziali che sono la base dell’apprendimento: profumi, percorsi da fare a piedi nudi, superfici diverse, sapori, forme, suoni. Importante è anche permettere l’azione con le mani, raccogliere, impastare, provare, costruire, trasportare, travasare. Ci possono essere piccoli habitat ricreati da noi basandoci sulle conoscenze dell’ecologia applicata. Possiamo puntare l’attenzione agli ecotoni, i margini e gli habitat che li compongono come ad esempio un gradiente ecologico dal prato libero e curato al ruscello artificiale o anche dal fiume di pietre alla zona di foresta di bambù o dalla zona di savana con erbe spontanee di ogni tipo, in diversi cicli di vita insieme verso una zona di arbusti da frutto qua e là.

Piaget parla di pensiero senso motorio alla base dello sviluppo dell’essere umano: in outdoor il pensiero senso motorio si sviluppa a tutto tondo, mettendo delle basi solidissime al pensiero formale. Lo spazio all’aperto consente anche lo sviluppo dell’attenzione e della capacità di connessione ad essa legata: uno spazio ricreato al naturale offre ampie vedute così come infiniti dettagli, consentendo un esercizio insostituibile di passaggio dal particolare al generale che è un vero allenamento dell’attenzione. Solo stando in natura si può imparare a stare in natura: i pericoli che secondo gli adulti ci sono fuori, sono una minaccia solo per i bambini che non sono abituati a stare fuori, che non si sono confrontati con l’ambiente naturale, che non lo conoscono, che non hanno potuto svilupparvi delle abilità di movimento e connessione. La natura consente anche un equilibrato sviluppo emotivo: le onde emozionali possono propagarsi liberamente all’esterno, evitano di essere pressate interiormente. La vitalità del bambino trova spazio di espressione, così non si accumula tensione. I bambini che possono stare all’aperto regolarmente, sono più sereni e quieti. Anche le diverse condizioni atmosferiche aiutano in questo senso, perché assorbono le energie dei bambini, cavalcano e valorizzano il loro stupore, invogliano il coinvolgimento e l’azione collaborativa. Vivere fuori stimola l’interazione con gli altri, e genera legami profondi di relazione, fra adulti, fra bambini, e fra adulti e bambini. È consigliabile quindi uscire con qualsiasi tempo atmosferico conoscendo la differenza tra meteo pericoloso e non per sperimentare senza timori l’outdoor in tutte le sue forme.

Per saperne di più puoi iscriverti al corso Il giardino dolcemente accidentato – Come progettare uno spazio educativo all’aperto organizzato da Nature Rock.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/biofilia-educazione-in-natura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’apprendimento non va in vacanza: cronaca di un’estate da homeschooler

Non solo pensieri e programmi per l’anno che verrà, ma anche un vero e proprio flusso di apprendimento analogo a quello sperimentato durante l’anno, solo… un po’ diverso. Alessia Valmorbida, referente LAIF – Associazione Istruzione Famigliare per la Calabria, ci racconta come trascorrono il periodo estivo i genitori e i figli che fanno homeschooling.

Con l’arrivo del mese di giugno e la fine del periodo dell’accertamento, anche per la famiglia in Istruzione Parentale inizia l’estate! Ma non è una classica estate la nostra…

Il periodo finalmente permette e ti chiama a passare il più della giornata fuori casa e questo significa che ci sono paradossalmente ancora più stimoli, domande, curiosità che fanno sprizzare le menti di piccoli e grandi, ma anche dei vetusti. Allo stesso tempo però proprio i vetusti (i genitori) si ritrovano a pensare al prossimo anno scolastico, senza rendersi conto che è un ciclo continuo, senza inizio o fine, ma con una serie di passaggi. Per chi fa homeschooling la stagione estiva porta con sé una riflessione interiore consuntiva, che spesso esula dal momento di accertamento con la scuola. La mente del genitore homeschooler inizia a raccogliere tutte le opere e le attività da tempo immemore (settembre magari) e le osserva una per una: ricorda ogni istante e ogni conquista, iniziando a creare dentro di sé un racconto. “Quante cose vissute in questo periodo?! … Chi l’avrebbe mai detto? Mi sembrava di aver fatto nulla!”.

Parte di questo momento consuntivo inizia a marzo-aprile, quando si prepara il Progetto Didattico-Educativo (implementazione normativa del 2021), che presenterà in allegato alla richiesta di idoneità o accertamento presso una scuola statale o riconosciuta dal Ministero. A giugno quindi, scatta inevitabile il pensiero del prossimo anno. Avete vissuto insieme così tanti bei momenti che vi hanno nutrito, come famiglia e come individui, e ricordi ancora gli occhi brillanti di tua figlia mentre seguiva quell’attività, che ti iniziano a frullare in mente così tante idee, progetti e spunti… E ti ritrovi a passare gran parte dell’estate a progettare il prossimo anno, fra uno studio delle Indicazioni Nazionali e un approfondimento sulle 8 Competenze Europee. Spoiler: Solo una parte di questo lavoro ti servirà veramente il prossimo anno! Nel frattempo, loro – i tuoi figli – si godono le meritate vacanze. Un giorno si organizzano per andare all’avventura intorno a casa e tornano con penne, piume e bastoncini vari, magari iniziando a catalogarli. Altre volte ciondolano fra un divano e il letto perché fa così caldo che anche il sudore si rifiuta di muoversi, eppure le loro menti stanno compiendo viaggi mirabolanti senza che da fuori trapeli qualche cosa. Anche loro stanno facendo un consuntivo, ma non del periodo passato, bensì del loro presente. Vivere nel presente richiede questi momenti di “noia apparente” per poter ricontrollare tutte le connessioni che si sono create fra i vari ricordi, fra le emozioni e gli interessi. Questo porta all’organizzazione autonoma di: esperimenti con il ghiaccio, creazione di opere artistiche o strutture abitative improvvisate, ma anche di richieste di uscite semiorganizzate di varia natura.

Le famiglie che fanno homeschooling in Italia vivono l’estate in modo particolare agli occhi di molti, ma si rivela sempre essere una stagione importante. Per chi ancora non è in istruzione parentale, il periodo estivo rappresenta una ricerca continua: informazioni, esperienze, video, incontri… La decisione sembra cruciale perché chiama a sé una responsabilità che mai ci saremmo sognati di prendere: istruire in prima persona i nostri figli.

Quello che arrivi a capire nel primo anno di istruzione parentale, in cui hai vissuto la rincorsa di qualcosa che nemmeno tu riuscivi a identificare bene, è che sei perfettamente in grado di seguire questo percorso, anzi ti chiedi perché non l’hai fatto prima e ti riprometti che il prossimo anno sarà anche meglio. Come fare?

Ti sarai resa conto che in questo periodo – corto o lungo che sia stato – il vostro equilibrio, le vostre abitudini sono cambiate. È ciò che succede fisiologicamente a tutte le famiglie che fanno homeschooling: si inizia mettendo in pratica ciò che ci viene spontaneo (a volte è una trasposizione della “scuola a casa”), ma a un certo punto si sperimenta qualcosa di nuovo o si valuta di modificare qualcosa… L’equilibrio cambia di conseguenza e viene spontaneo farlo ancora, ancora e ancora. Dopo qualche mese, un anno o due, ci si guarda indietro e ci si stupisce del percorso fatto, esattamente come succede durante il consuntivo per il PDE (Progetto Didattico-Educativo).

Cos’è successo? Abbiamo attivato in noi un evoluzione. Probabilmente abbiamo iniziato con una lettura sommaria delle Indicazioni Nazionali, che ci hanno mostrato quale cornice poter creare per i nostri figli, all’interno della quale muoversi nel percorso di apprendimento. Sarà venuto spontaneo, nel testo, anche soffermarsi sui “Traguardi per lo sviluppo delle competenze” al termine del ciclo di studi di nostra figlia. Ultimo, ma non meno importante, anche se sempre meno importante, è stata di sicuro la lettura degli “Obiettivi di apprendimento” al termine del ciclo di studi in cui è nostra figlia; l’importanza di questo passo nel primo periodo in istruzione parentale ci ha aiutato a fare il salto di visione fra le vecchie discipline, sempre più obsolete, e la chiave di lettura, più moderna e sostenibile, delle 8 Competenze Europee. Questi passaggi non ci sono ancora molto chiari a volte, ma sentiamo che ci attirano, perchè rappresentano anche lo snodo attraverso cui si articola più agilmente il nostro apprendimento, la libertà di scelta sulle modalità e soprattutto l’obiettivo della personalizzazione del percorso.

Cosa può succedere quindi nel periodo estivo? In misura diversa e unica per ogni famiglia homeschooler, succederà che ogni componente si concentrerà su qualcosa: i bambini a godersi le belle giornate e l’energia dirompente, accumulando interessi, domande e risposte, che tireranno fuori quando uno stimolo esterno riattiverà quella connessione mnemonica o emotiva creata; i genitori a progettare l’anno scolastico a venire, tornando a studiare come forse avevano fatto nemmeno per l’università e attivando anche loro delle connessioni fra i ricordi ed i progetti futuri. Sarà proprio dall’incontro di tutte queste connessioni che si assisterà inconsapevolmente assieme alla nascita del nuovo equilibrio della famiglia, nel mese di settembre. Inevitabilmente succederà anche che durante un confronto con altri genitori, non necessariamente in istruzione parentale, la famiglia racconti di queste scoperte e dei progetti estivi, creando nel proprio interlocutore quella curiosità, quella scintilla o quella domanda interiore che porterà a nuove connessioni. È un frattale in tre dimensioni!

Ci si perde a raccontarla, figuriamoci a viverla per ogni singolo figlio! Eppure è ciò che, a grandi linee, succede nelle famiglie che hanno scelto l’homeschooling in Italia ed è solo uno dei risvolti di questa scelta. A questo vanno aggiunti anche gli stimoli sociali, culturali, enogastronomici, che in estate popolano le cittadine dove viviamo. L’apprendimento non va in vacanza!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/07/estate-da-homeschooler/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

1000 Metri: Un hotel abbandonato rivive per far ripartire la montagna

1000 metri è un sogno ad alta quota e un progetto per ridare vita a un borgo a cavallo tra mare e montagna. A Caprauna (CN), Loris Tisci ha ristrutturato un vecchio albergo abbandonato per trasformarlo in un progetto che accoglie famiglie, turisti e viaggiatori di passaggio, per mostrare loro tutta la bellezza e la tranquillità di questi luoghi immersi tra monti, boschi e nuove possibilità abitative.

Cuneo – Non possiamo dire che quest’anno e mezzo non sia stato difficile: un periodo scandito tra un “prima” e un “dopo”, per molti una sorta di bolla dove chiusure e limitazioni hanno messo in crisi il naturale scorrere del tempo. Ma oggi vi raccontiamo una storia che va controcorrente e che, in questo periodo di grandi interrogativi, ha cercato con impegno e determinazione di guardare sempre avanti per creare qualcosa di nuovo. È la storia di Loris Tisci e del suo progetto 1000 Metri che a Caprauna – piccolo paese di montagna dell’entroterra ligure ma ancora in territorio piemontese – sta contribuendo a rendere la sua borgata un luogo sempre più vivo e attrattivo.

Per spiegarvela bene, però, dobbiamo fare qualche passo indietro e trasportarci al 2017, in quel “prima” che ci sembra così lontano. In quell’anno un gruppo di artisti e professionisti avviò in questi luoghi montani il primo progetto di ripopolamento: il sogno era rendere Caprauna, all’epoca sempre più spopolata, un centro nuovamente vitale. Così, Luca Andrea Marazzini e Vittoria Bortolazzo, con pochi soldi in tasca, acquistarono dei vecchi ruderi per farne prima di tutto un luogo in cui vivere e poi uno spazio dove promuovere il recupero, coltivare terreni incolti e trasformare, insieme ad amici e volontari, questo borgo semiabbandonato tra i monti in un’isola unica e felice: l’Isola di Capraunica.

Poco dopo si unisce a loro anche Loris Tisci, che qualche anno fa ha deciso di comprare casa in questo piccolo paese diventando nuovo residente, con sua moglie e la sua bimba Sofia. Come l’amico Luca Marazzini in questo sogno ci ha sempre creduto e così ha deciso di recuperare un vecchio hotel, abbandonato da più di dieci anni, per trasformarlo in un nuovo progetto di accoglienza e invitare le persone a visitare questo piccolo pezzo di mondo dove la felicità è di casa. Come ci racconta, «negli anni ho sentito il bisogno di avviare un’attività che potesse rendere possibile la nostra vita qui. C’era una struttura che ci aveva colpito da parecchio tempo, un vecchio albergo che si chiamava “I Cacciatori”, ormai in stato di abbandono. Con l’avvento del Covid ci siamo attivati per prenderlo in gestione e iniziare questo nuovo progetto».

Così Loris si è rimboccato le maniche, ha partecipato e vinto un bando del Gal orientato alle nuove imprese nell’ambito del turismo, dando l’avvio ufficiale alla sua avventura, sempre appoggiato e sostenuto dall’associazione dell’Isola di Capraunica, da sempre compagna speciale in questo percorso.  Lo ha chiamato 1000 Metri, proprio come l’altitudine in cui si trova la piccola borgata Ruora che lo ospita.

«Il nostro paese conta 90 abitanti e negli ultimi anni sono state una ventina le persone che sono venute a vivere qua. Questo ovviamente ha anche creato un bisogno di servizi nuovi e diversificati dai pochi, pochissimi, che sono presenti ad oggi a Caprauna». Non solo turisti: 1000 metri vuole diventare un servizio dedicato prima di tutto al territorio, alle persone che qua vivono. Un’attività sociale, giovane e versatile dove tutti, grandi e piccoli, possono trovare il loro posto all’interno del progetto. La struttura ospita il bar e il ristorante/pizzeria, oltre agli appartamenti in affitto, ovvero case vacanze con cucina, camere e bagno dove poter passare giorni e settimane immersi tra boschi, torrenti e natura incontaminata. «Abbiamo messo a disposizione quattro appartamenti e un’intera struttura con giardino per le attività all’aperto. Il progetto ospiterà a breve una ciclofficina dedicata ai numerosi ciclisti che percorrono i sentieri turistici di queste terre per i loro itinerari e che qui potranno fare riparazioni e manutenzione della bicicletta. Abbiamo in programma di organizzare piccoli eventi culturali e artistici, attività di benessere come yoga e mindfulness, momenti dedicati alla musica come concerti e dj set, ma anche attività per i più piccoli come laboratori per bambini o un parco giochi attivo durante l’estate».

Loris si considera un “tuttofare” e grazie al suo lavoro manuale materiali di scarto e vecchi mobili abbandonati sono rinati e sono stati trasformati in tavoli, sedie e altri arredi. Poco comprato e molto ristrutturato. Tutto questo durante il passato inverno, quando, bloccato in casa e immerso nella pandemia, Loris ha fatto una scommessa con se stesso e si è dedicato a costruire, nella difficoltà, il suo pezzetto di futuro.

«Non è stato facile portare avanti le attività lavorative in quest’anno e mezzo ma far partire qualcosa di nuovo è per me un segno di speranza. Cerchiamo di offrire servizi nuovi e più comodità per chi vive nella borgata, dando alle famiglie la possibilità di tornare a vivere in questi luoghi. In fin dei conti, lo abbiamo visto già l’estate scorsa: nonostante fosse tutto bloccato, il numero di persone che passava di qua era progressivo in aumento, sintomo che le persone sentono sempre di più il bisogno di un posto dove stare a contatto con la natura».

1000 metri è un progetto appena nato ma è già animato da diverse persone che credono nel suo futuro. Ad esempio un giovane ragazzo del paese che è giunto a Caprauna durante l’inverno e che non se ne è più andato via. Così, grazie all’apertura dell’attività, è stato possibile per lui avere qui un lavoro garantito». O ancora: un gruppo di giovani ragazzi che avevano voglia di avvicinarsi a una vita rurale e di lanciarsi in un nuovo progetto turistico, lontano dalla dimensione dei ristoranti di riviera tipicamente liguri o dei grandi resort non troppo distanti da questi luoghi. Una vita di montagna, lenta e scandita dai ritmi della natura. Questo è 1000 metri ed è un sogno appena nato di cui siamo sicuri, torneremo presto a raccontarvi.

Buon inizio!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/1000-metri-hotel-montagna/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Palestra dei Fighters: le persone con disabilità da paralisi cerebrale infantile non sono più sole

Storie di vita che mescolano coraggio e sofferenza e che si scontrano spesso con una diffusa indifferenza dettata dall’ignoranza. Eppure da oggi questo non è più uno scenario ineluttabilmente familiare per i giovani colpiti da paralisi cerbale: Francesca Fedeli, Ashoka fellow e fondatrice di Fight The Stroke, si batte al loro fianco proponendo percorsi riabilitativi colmi di affetto, rispetto e comprensione ed economicamente alla portata di tutti.

 “Considera quello che hai come un dono e quello che ti manca come un’opportunità”.

Francesca Fedeli e Roberto D’Angelo sono i genitori di Mario. Dalla sua nascita, nel 2014, è iniziata anche l’avventura della Fondazione Fight The Stroke e della sua Palestra dei Fighters per supportare i giovani sopravvissuti all’ictus e con paralisi cerebrale infantile, proprio come loro figlio. Ma partiamo dal principio. FightTheStroke crede nella possibilità di regalare una vita dignitosa anche per chi ha sperimentato un trauma importante, nella condivisione di esperienze per dare supporto alle famiglie, nella cura individuale e personalizzata, nel ruolo della famiglia all’interno del percorso riabilitativo, nella cultura, nello sport e nel valore della tecnologia, come fattori abilitanti, nella diffusione della conoscenza in ambito medico-scientifico e nei principi di sostenibilità delle proprie attività.

Roberto e Francesca insieme a loro figlio Mario

La diagnosi precoce e le nuove tecniche riabilitative basate sull’applicazione della tecnologia alla medicina rappresentano solo alcune delle battaglie portate avanti da FightTheStroke. Tra i vari progetti in quest’ambito ricordiamo l’Applicazione per l’epilessia MirrorHR e la piattaforma di tele-riabilitazione Mirrorable. La fondazione partecipa attivamente alle conversazioni internazionali su innovazione scientifica e sociale e fa parte del Board of Directors dell’International Alliance for Pediatric Stroke. È stata inoltre selezionata come finalista a numerosi premi locali e internazionali, tra cui l’Eisenhower Fellowship per l’Innovazione, la prima Ashoka Fellowship, la Global Good Fund Fellowship italiana, entrando a far parte della più grande rete globale di imprenditori sociali. Nel 2017 ha sostenuto l’apertura del primo Centro Stroke per il neonato e il bambino, in collaborazione con l’Ospedale Gaslini di Genova.

Tra i progetti di FightTheStroke, la Palestra dei Fighters mi ha molto colpita. Un luogo virtuale e innovativo raggiungibile da chiunque che offre delle esperienze su più fronti a chi vive con una PCI (paralisi cerebrale infantile). Da giovane donna con PCI mi batto da sempre per fare capire che questa è una multi disabilità e che c’è bisogno di un supporto completo e non solo focalizzato su determinate difficoltà. Ma come risponde a questi dubbi il progetto di Francesca? «La Palestra dei Fighters – mi racconta lei – è la nostra iniziativa più recente, lanciata a metà dell’aprile 2020 sulla scorta dell’esperienza passata con le attività adattate per le persone con disabilità ed è stata subito accolta con grande interesse».

Francesca prosegue: «È un progetto destinato a persone di tutte le età e con disabilità permanenti o temporanee di tipo motorio, sensoriale o intellettivo-relazionale, ma abbiamo scoperto che molti lo utilizzano anche solo a scopo preventivo, per avere la possibilità di fare sport adattati da casa, con i migliori professionisti e a tariffe democratiche. La Palestra dei Fighters ha riunito in un unico ambiente online le professionalità più richieste nell’ambito delle attività motorie adattate – come il personal trainer per multisport, taekwondo, danza – e della cura e riabilitazione, come nel caso di fisioterapia, terapia occupazionale e musicoterapia».

Foto realizzata nell’ultima edizione del Fight Camp 2019 da Eleonora Rettori

Accedere alla palestra online da casa è facilissimo, basta un computer con una buona webcam e un collegamento di rete: una volta entrati nel sito e poi nella stanza virtuale del professionista scelto, si può decidere di prenotare una sessione gratuita di orientamento o una sessione a pagamento di 45 o 60 minuti, si sceglie la data più comoda a calendario e si completa la transazione online. A processo ultimato, si riceverà una mail di conferma con i dettagli utili per il collegamento online.

Idee per il futuro? «Ora siamo concentrati sulle attività della Palestra online – spiega Francesca – e con lo stesso team, tutto al femminile, stiamo cercando di organizzare la quarta edizione del FightCamp, un camp di attività intensive tra sport e riabilitazione. Poi c’è il nostro laboratorio online, Mirror-labs, che è una fucina di sviluppo di nuove idee a favore delle persone con Paralisi Cerebrale». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/palestra-dei-fighters-paralisi-cerebrale-infantile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email