Una piattaforma per fare rete: cambiare dentro per ridurre l’impatto fuori

Una “rete di valore aperto” per promuovere progetti, eventi e buone pratiche volti alla riduzione dell’impronta ecologica individuale in Friuli-Venezia Giulia. Abbiamo intervistato Francesco, che dopo un’esperienza da cervello in fuga in giro per il mondo, è rientrato in Italia per raccontare e diffondere la filosofia Zero Waste attraverso una comunità virtuale territoriale. Zero Waste FVG è una piattaforma indipendente e no profit basata su tecnologie Open Source il cui scopo è la diffusione della filosofia zero sprechi in Friuli-Venezia Giulia. A parlarcene è Francesco Marino, giovane laureato in Tecnologie Web e Multimediali che abbiamo intervistato a Udine, dove è tornato a vivere da quando, nel novembre del 2018, è rientrato da sei anni di vita all’estero.

Era il 2012, infatti, quando Francesco ha iniziato a viaggiare grazie a degli stage post-laurea, diventando successivamente un digital nomad e allungando la lunga lista di cervelli in fuga del nostro paese. In questo periodo, passato tra Norvegia, Hong Kong, Filippine e soprattutto Spagna, la sua consapevolezza ambientale è cresciuta moltissimo, “di pari passo con un profondo cambiamento interiore, che è l’unica spinta che può davvero portare le persone a sognare ed agire per un mondo migliore”. 

Durante la sua permanenza in Asia, in particolare nelle Filippine, ha potuto toccare con mano gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento su vasta scala. Sicché, dopo un percorso di crescita personale iniziato con lo yoga e durato quattro anni, ha deciso di rimboccarsi le maniche e – prima ancora di rientrare in Italia da Barcellona, ultima tappa della sua esperienza all’estero – ha deciso di fondare prima un gruppo e una pagina Facebook, e poi di aprire il sito www.zerowastefvg.it.

La piattaforma è pensata come un servizio “contenitore”, co-progettato e co-gestito da tutti i membri della comunità che lo utilizzano (più di 1000 nel gruppo Facebook), con l’obiettivo di diventare un bene comune dei cittadini. “Si tratta di un luogo virtuale nel quale chiedere, suggerire, realizzare sondaggi, far nascere collaborazioni tra cittadini, siano essi consumatori, produttori, negozianti, riparatori, comunicatori”, chiarisce Francesco, che sottolinea come il progetto sia su base volontaria per tutti, totalmente orizzontale ed aperto al supporto di chiunque voglia dare una mano. Sul sito è presente una mappa collaborativa, che dà visibilità ai “punti di interesse etici” che già esistono sul territorio regionale e che vuole essere uno stimolo per tutti a lanciare nuovi progetti e attività in questa direzione. Inoltre è presente un calendario degli eventi che vengono organizzati sul territorio e vari gruppi Telegram per gestire attività specifiche (social, giornate ecologiche, riciclo creativo, ecc.).  

Pur non essendo collegato a nessuna delle varie reti internazionali Zero Waste, il progetto di Francesco condivide con esse i valori che ne sono alla base e che possono essere riassunti nei seguenti principi:

– Rifiutare (prevenzione/minimalismo);

– Ridurre (prevenzione/decrescita);

– Riutilizzare (prolungamento della vita dei prodotti);

– Riciclare (recupero della materia);

– Compostare (recupero dell’energia).

Francesco tiene molto a sottolineare come, più che uno stile di vita, Zero Waste sia soprattutto una filosofia. “Se qualcuno mi chiede cosa deve fare per vivere una vita a minor impatto ambientale, io gli rispondo che prima di tutto deve ascoltarsi”, ci dice. Un segno che il cambiamento non si basa tanto (o non soltanto) sulle azioni, pur dettate dal buon senso, ma soprattutto da un lavoro interiore. “Vivere una vita Zero Waste significa anzitutto liberarsi mentalmente del superfluo, a cominciare dal giudizio verso il percorso degli altri”.  

E a ben pensarci è solo così che possiamo accettare con maggior tolleranza chi, per i motivi più disparati – a cominciare dalle possibilità di accesso alle informazioni – non ha (ancora) aderito a un cambiamento strutturale. Aumentando le possibilità di aprire qualche ulteriore varco nella cultura dominante, invece di costruire altri muri.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/vita-senza-sprechi-tornato-in-italia-eliminare-rifiuti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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CiòCheVale: l’associazione che riscopre la forza del proprio territorio

Sostenibilità, etica e solidarietà sono i principi cardine alla base della visione di Ciò che Vale, associazione di promozione sociale che, sui territori della collina torinese, sta scommettendo da anni sulla valorizzazione dei luoghi e delle piccole comunità che li abitano, attraverso la riscoperta delle tradizioni e dei saperi locali e la creazione di forme di aggregazione sociale basata su buone pratiche e stili di vita sostenibili.

Casa. La casa è quel luogo familiare, dove ritorniamo al termine della nostra lunga giornata. Casa è dove sono le nostre radici, i luoghi dove siamo cresciuti, dove viviamo, oppure dove abitano i ricordi felici. Il territorio è casa, la casa di tutta la comunità che lo abita e che da esso trae la sua forza. L’Associazione CiòCheVale nasce quattro anni fa dall’idea di Alberto Guggino, incoraggiata dalla voglia di cambiamento e dall’amore per la propria “casa”, cioè il territorio e le persone che lo abitano. Insieme a Pietro Liotta cresce, anno dopo anno, con forza e tenacia per dare vita e spazio alle voci, ai pensieri, ai sogni di chi in questo territorio vive tutti i giorni. Alberto e Pietro non sono soltanto i protagonisti della bella storia che vi stiamo per raccontare. Rappresentano la forza di un territorio che ogni giorno viene riscoperto, il coraggio di chi non vuole aspettare per dare vita al cambiamento, il motore di una rivoluzione che sta trasformando i luoghi e le consapevolezze collettive.

Parlare con Alberto e Pietro è ogni volta di grande ispirazione. Sarà la loro energia, l’entusiasmo contagioso che li contraddistingue e che li ha portati, sui comuni della collina torinese, a dare vita ad un progetto virtuoso per la riscoperta dei luoghi e delle comunità. Sono proprio i comuni della collina torinese gli scenari di una trasformazione avviata da tempo ed il cui tema chiave è la valorizzazione: “Valorizzazione del patrimonio non solo artistico, architettonico e ambientale, che ovviamente sono una parte saliente, ma soprattutto delle tradizioni e dei saperi locali” mi racconta Pietro. Tutti i progetti portati avanti dall’associazione si basano sulla riscoperta del territorio attraverso stili di vita sostenibili quali l’autoproduzione alimentare, la permacultura, la riscoperta dei grani antichi e la valorizzazione della filiera del pane. Una promozione che parla di riscoperta dei luoghi ma soprattutto delle loro tipicità: “in campo agricolo sono presenti attività e coltivazioni che necessitano di essere valorizzate, se no il rischio è che si perdano. Oppure ci sono forme di artigianato locale che andrebbero sviluppate, supportate ed aiutate”.

Alla loro visione si aggiunge la sensibilizzazione a modelli abitativi alternativi come la casa passiva, ovvero un’abitazione autosufficiente a livello energetico o la promozione dell’ecoturismo, come ne è esempio l’albergo diffuso, attraverso il quale dare vita ad una modalità di accoglienza familiare che offre la possibilità di affittare la propria stanza o casa a persone che non hanno la forza o la capacità di inserirsi nei circuiti turistici.

Pistaaa – La Blue Way Piemontese” è uno dei progetti attualmente in atto che intende realizzare tutto ciò, attraverso la realizzazione di un percorso ciclabile che collegherà 21 paesi della collina torinese per un totale di 90 Km utilizzando sentieri e strade bianche, congiungendo tratti di pista ciclabile già esistenti e creando nuovi collegamenti. Si tratta di un progetto che guarda in grande e capace di generare effetti positivi sugli stili di vita e sull’imprenditoria locale. “La pista ciclabile è un obiettivo ma anche lo strumento attraverso il quale cerchiamo di ampliare il concetto di valorizzazione: promuovere le tradizioni, lo sviluppo dell’enogastronomia locale, la diffusione dei sistemi di agricoltura tradizionale, dei saperi degli artigiani del luogo attraverso un turismo lento e di prossimità che permetta di godere appieno delle bellezze che il territorio sa offrire”.

Ma come dare vita ad una vera valorizzazione? Come mi racconta Pietro, è fondamentale fare rete. “Interconnettere e mettere in comunicazione le piccole attività economiche dislocate sul territorio, ma non solo. Creare rete anche tra le varie associazioni ed enti locali in modo che siano capaci di parlare una lingua comune e soprattutto creare sinergie forti tra i comuni. Singolarmente i comuni sono in grado di portare avanti i loro progetti ma lavorare insieme facilita il percorso e dà maggiore forza e peso all’identità del territorio stesso”.

Nei comuni della collina torinese tutto ciò sta diventando realtà. Attraverso i progetti portati avanti da “CiòCheVale” sta avvenendo una crescente e graduale trasformazione collettiva. Adesso, dopo anni di attività sul territorio, l’associazione ha inaugurato la sua nuova sede. Nel comune di Chieri, in via Marconi, vuole rappresentare un punto di riferimento per la comunità, un luogo aperto a tutti in cui creare inclusione sociale e che sarà il trampolino di lancio dei tanti progetti futuri. Già a partire da ora le attività avviate sono numerose: presso la nuova sede ha trovato spazio la recente iniziativa dell”Accademia del Dialogo, che vuole essere uno spazio nascente di confronto, scambio e conoscenze, ovvero un ciclo di incontri che, stimolati ogni volta da un relatore diverso, sono capaci di creare momenti di riflessione e proposte per nuovi progetti collettivi, dando vita ad un vero e proprio laboratorio di pensiero. Si tratta, nello specifico, di uno spazio che mira alla valorizzazione dei saperi messi a disposizione delle comunità locali: “Per ogni area abbiamo previsto 6-7 incontri da realizzare tra il 2019/2020 con un programma intenso.  Gli incontri verteranno su quattro aree: “Andiamo incontro al futuro” come riporta una citazione di Don Luigi Ciotti ed in cui si rifletterà sul tema del cambiamento; “Regola d’arte” in cui daremo spazio al tema dell’arte a partire dalla partecipazione sociale; “Abitare sostenibile” in cui ci confronteremo su forme abitative che si basano sul rispetto dell’ambiente e della sostenibilità quali costruzioni in paglia ed in legno, bioarchitettura o sull’utilizzo della canapa ed infine “Ripartiamo dal cibo” con incontri e riflessioni incentrate sul nostro benessere connesso alla salute del pianeta.

Nella sede dell’associazione Alberto e Pietro hanno in programma di dare vita ad uno spazio anche per i più giovani: “il nostro obiettivo, attraverso lo Spazio Giovani, è coinvolgere i giovani permettendo loro di condividere le proprie competenze e mettere a disposizione i propri talenti” sostiene Pietro. “Credo che oggi dare spazio ai giovani e alle loro iniziative sia fondamentale. La loro forza è potente, talmente potente e fresca che noi adulti non possiamo non darle spazio. Io e Alberto crediamo fortemente nei giovani perchè danno energia, entusiasmo, ci aiutano a crescere”.

Come raccontano tutti i progetti descritti, CiòCheVale rappresenta un esempio virtuoso, un modello di vita e di legame con il proprio territorio che ci dimostra che insieme tutto è possibile. Rappresenta un simbolo di speranza per il futuro, capace di generare l’attivazione delle comunità e nuove reti sul territorio legate da un denominatore comune: il senso di identità. Pietro mi spiega cosa significa per lui l’orgoglio di comunità, che si rispecchia nei vari progetti portati avanti: “per me il senso di comunità è dare la possibilità a delle persone che hanno dei talenti e delle potenzialità di essere conosciuti e di condividerle con altri, mettendo al servizio degli altri le proprie capacità e creando reti di scambio e conoscenze”.

Foto copertina
Didascalia: Valorizzazione territoriale
Autore: Ciò che Vale
Licenza: Pagina fb Ciò che Vale

Fonte: piemonte.checambia.org

Un erasmus per imparare il futuro: Italia e Germania si incontrano

Grazie ad un progetto di interscambio che ha unito Inwole e Italia che Cambia abbiamo avuto la possibilità di vivere, come organizzatori e formatori, una settimana di condivisione con un gruppo di tedeschi giunti dalla Germania per conoscere e sperimentare l’Italia in cambiamento verso un futuro più sostenibile. Sostenibilità, educazione, connessione, rete. Sono questi gli elementi chiave dell’incontro residenziale che si è tenuto dal 22 al 28 aprile tra Firenze, Umbria e Bologna. L’occasione un progetto Erasmus+ per attività di mobilità per l’educazione degli adulti dal titolo “Lernen für die die Zukunft” (“Imparare per il futuro”) che ha unito due realtà già connesse: Inwole e Italia che Cambia.

Il gruppo a Panta rei, sul lago Trasimeno, dove ha trascorso tre giorni di lavoro e condivisione

Questo progetto di interscambio tra attori e formatori del cambiamento, italiani e tedeschi, ha infatti già forti radici. Luca Asperius, tra i fondatori di Italia che Cambia e responsabile dei nostri portali territoriali, berlinese d’adozione da quasi 10 anni, ha realizzato insieme ad Alexandre Schütze e Hannes Gerlof, due portali sul modello di quello italiano già attivo in Piemonte, uno dedicato a Berlino e uno dedicato alla regione del Brandeburgo.  

“La collaborazione con Inwole è ormai attiva e ben strutturata da diversi anni, da quando è stato lanciato il portale regionale Brandenburg im Wandel – racconta Luca – In particolare poi insieme a loro abbiamo avuto la possibilità di presentare nel 2017 qui in Germania alcune storie del cambiamento italiano, sottotitolando in tedesco alcuni dei video di Italia che Cambia, e di presentare Italia Che Cambia insieme a Daniel e Andrea. La cooperazione nel progetto Erasmus+ è stata quindi un’evoluzione naturale della collaborazione”. 

Inwole è un’associazione molto attiva a Potsdam (Brandeburgo). Le principali aree su cui si muove il progetto sono la formazione, il lavoro creativo e artigianale, l’economia solidale, la mobilità, l’educazione alla sostenibilità, i progetti antirazzisti e di cooperazione internazionale, così come progetti di integrazione. Tra i membri dell’associazione ci sono molti abitanti del progetto di cohousing Projekthaus, dove ha sede l’associazione e vengono svolte la maggior parte delle attività, negli spazi e nei laboratori della struttura, un luogo per l’implementazione pratica delle alternative sociali in cui iniziare a rendere possibile la convivenza sociale e una società di solidarietà.

A Perugia, guardando gli orti sinergici

Un laboratorio di sperimentazione proprio come lo è stato per tutti noi anche questa prima esperienza insieme in Italia, in cui mi sono trovata insieme ad Andrea Degl’Innocenti e Luca Asperius nel doppio ruolo di organizzatrice e formatrice. È sempre una grande ricchezza il confronto, la condivisione di strumenti, la convivenza, soprattutto in un gruppo così eterogeneo per età, con persone afferenti a progetti ed ambiti di interesse diversi, con aspettative differenti. Parte del cammino sta nel sintonizzarsi, nel riscoprire gli elementi di coesione sui quali convergere e nel mettersi in gioco nella diversità. 

“In generale sono molto contento, soprattutto in virtù del fatto che era la prima volta che organizzavamo un corso-viaggio del genere (anche se a livello italiano abbiamo comunque accumulato una discreta esperienza con i nostri corsi) – continua Luca – È stata sicuramente un’esperienza molto intensa, anche impegnativa dal punto di vista della logistica e dell’organizzazione e per quanto mi riguarda personalmente dell’interpretazione, essendo io l’unico o quasi del gruppo a parlare sia italiano che tedesco. Anche i feedback dei partecipanti sono stati molto positivi, in particolare riguardo alle uscite didattiche che abbiamo potuto organizzare con i progetti della nostra rete”. 

Oltre a tre giorni intensivi di lavoro insieme a Panta Rei, sul lago Trasimeno, i 15 partecipanti tedeschi hanno avuto infatti l’opportunità di incontrare alcuni progetti nelle città che abbiamo attraversato, dai quali trarre ispirazione e spunti per il lavoro che abbiamo portato avanti nei vari gruppi di lavoro.

Antonio di Giovanni presenta Funghi espresso (Firenze)

E proprio da questi incontri sono forse arrivate anche per noi le sorprese più interessanti. “Tra le tante cose forse quella che mi ha colpito di più è stata l’accoglienza e la disponibilità da parte dei progetti italiani che abbiamo scelto di visitare, segno anche del grande lavoro che stiamo portando avanti come Italia Che Cambia anche dal punto di vista delle relazioni umane”, prosegue Luca. “Anche se eravamo noi a condurli alla scoperta di città, progetti e persone, sono io per primo ad aver scoperto nuove cose o nuovi aspetti di storie che conoscevo già e che avevamo raccontato su Italia che Cambia”, aggiunge Andrea. C’è sempre un fattore di scoperta possibile e su questo si è giocato tanto di questo primo incontro intensivo che ripeteremo, forti di ciò che ci ha entusiasmato e di ciò che sarebbe potuto andare meglio, a fine settembre. Intanto abbiamo tessuto relazioni, approfondito progetti, acquisito nuovi strumenti e competenze, e gettato le basi concrete di uno scambio più forte tra la Germania e l’Italia in Cambiamento (ma questo lo scoprirete presto…).

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/erasmus-per-imparare-futuro-italia-germania-si-incontrano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“Too Good To Go”, l’app che combatte lo spreco alimentare

“Troppo buono per essere buttato” è il cibo invenduto di ristoranti, bar, panifici, hotel, supermercati e altre attività di ristorazione che, con la nuova iniziativa “Too Good To Go”, giunta a Milano e ora anche a Torino, verrà messo in vendita a prezzi ribassati tramite l’utilizzo di una applicazione, coinvolgendo sempre più persone alla lotta contro gli sprechi alimentari.

Vetrine piene di prelibatezze, abbondanza di alimenti di ogni forma e colore tra i banchi del supermercato, specialità dei ristoranti che aspettano solo di essere gustate. Tanto, troppo cibo appetitoso e pronto per essere consumato che ha un solo problema: è rimasto invenduto e andrà incontro ad un unico, triste destino… finire nell’umido. Negli ultimi anni, anche a fronte di una maggior sensibilità ad una filosofia anti-spreco, le soluzioni per salvaguardare il cibo sono aumentate in modo significativo, attraverso pratiche virtuose che coinvolgono sempre più soggetti.
A Torino è recentemente arrivata Too Good To Go, l’iniziativa che consente alle attività di ristorazione di recuperare il cibo fresco invenduto, permettendo allo stesso tempo ai consumatori, tramite l’utilizzo di un’applicazione, di ordinare il proprio pasto a prezzi ribassati. Quali sono i reali costi dello spreco del cibo? Iniziamo dal fatto che, a scala globale, ogni anno circa un terzo degli alimenti viene sprecato. Per quanto riguarda il caso italiano, come riportato sul sito di Too Good To Go, ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di alimenti viene gettato via: “Sono 20 tonnellate per minuto, 317 kg ogni secondo… che corrisponde allo stesso peso di 190 Titanic! Non è assurdo? Questo spreco aumenta ogni giorno e in termini di spesa corrisponde a €17 miliardi l’anno. Sono circa €700 l’anno spesi da ogni famiglia per acquistare del cibo che infine finisce nella spazzatura”.

Too Good To Go rappresenta, in questi termini, un movimento anti-spreco che, nato in Danimarca, è giunto fino in Italia e parte dall’affermazione di Chad Frischmann, esperto del cambiamento climatico, il quale sostiene che ridurre gli sprechi alimentari sia una delle azioni più importanti che possiamo fare per contrastare il riscaldamento globale.
In Italia la missione del progetto si basa quindi sulla volontà di creare la più ampia rete anti-spreco che faciliti un trasformazione collettiva a partire dal cibo, per generare un cambiamento positivo nella società.

“Il cibo viene continuamente sprecato durante l’intero processo che lo porta dalle fattorie alle nostre tavole. Non sono solo gli alimenti in sé che vanno sprecati, lo sono anche tutte le risorse necessarie per produrli, dall’acqua, alla terra, al lavoro delle persone. Se sprecato, il cibo ha un effetto dannoso sull’ambiente in quanto è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra” si legge sul sito.

Ma come funziona Too Good To Go?

Accedere al servizio è facile: le attività di ristorazione iscritte all’applicazione metteranno in vendita le cosiddette “Magic Box”, ovvero delle “confezioni magiche” al cui interno si possono trovare prodotti freschi a prezzi ribassati, tra i 2 e i 6 euro. I consumatori, geolocalizzandosi ed individuando i locali inclusi nella rete, potranno quindi ordinare e acquistare online il prodotto, ritirandolo nel negozio interessato. Il cibo proviene ad esempio da bar che hanno cucinato troppi prodotti freschi che non possono essere conservati, oppure da ristoranti che non hanno venduto tutti i piatti che hanno preparato. La particolarità dell’iniziativa è che il consumatore scoprirà il cibo che ha acquistato soltanto nel momento in cui ritirerà la Magic Box. Attraverso il progetto si vogliono incoraggiare i clienti a portare da casa i propri contenitori, col fine di limitare l’uso di imballaggi ed inoltre ogni Magic Box acquistata permetterà di evitare l’emissione di 2 kg di Co2.

Il progetto “Too Good to Go” rappresenta una soluzione “win-win-win” che si basa sulla strategia del “vincere assieme” ed in cui tutti gli attori coinvolti traggono benefici cooperando per un medesimo scopo. Combattere lo spreco rappresenta in questi termini un vantaggio per tutti: per le attività di ristorazione, che in questo modo potranno ridurre le eccedenze alimentari ed espanderanno la propria clientela; per i consumatori, che potranno avere a disposizione pasti freschi e a costi ribassati; per il pianeta, attraverso piccoli cambiamenti nelle nostre azioni quotidiane che possono realmente fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Lotta allo spreco alimentare
Autore: Too Good To Go
Licenza: Sito Ufficiale Too Good To Go

Fonte: http://piemonte.checambia.org/

Plastica nello stomaco del capodoglio spiaggiato: “L’SOS disperato del mare”

Nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa a Cefalù, in Sicilia, è stata trovata molta plastica. “Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano”. Lo afferma Greenpeace pronta a salpare insieme a The Blue Dream Project per monitorare lo stato di salute dei nostri mari. A pochi giorni dalla partenza di una spedizione di ricerca, monitoraggio, documentazione e sensibilizzazione sullo stato dei nostri mari, organizzata insieme a The Blue Dream Project, Greenpeace diffonde le immagini di quanto è stato ritrovato nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa sulle coste della Sicilia.

«Quello che è stato trovato due giorni fa sulla spiaggia di Cefalù era un giovane capodoglio di circa sette anni appena. Come si può vedere dalle immagini che diffondiamo, nel suo stomaco è stata trovata molta plastica. Le indagini sono appena iniziate e non sappiamo ancora se sia morto per questo, ma non possiamo certo far finta che non stia succedendo nulla», dichiara Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace Italia.  

«Sono ben cinque i capodogli spiaggiati negli ultimi cinque mesi sulle coste italiane. Nello stomaco della femmina gravida ritrovata a marzo in Sardegna sono stati trovati addirittura 22 kg di plastica. Il mare ci sta inviando un grido di allarme, un SOS disperato. Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano».

Greenpeace e The Blue Dream Project monitoreranno per tre settimane i livelli di inquinamento da plastica in mare, in particolare nel Mar Tirreno Centrale. Una spedizione di ricerca che si concluderà in Toscana l’8 giugno, in occasione della Giornata mondiale degli oceani. In occasione della conferenza stampa di presentazione del tour, che si terrà martedì 21 maggio alle ore 11 presso la Sala conferenze Lega Navale di Ostia, i ricercatori del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padova, centro di riferimento per le autopsie sui grandi cetacei spiaggiati lungo le coste italiane, presenteranno un report preliminare sullo spiaggiamento dei cetacei in Italia, con un focus proprio sui capodogli e la plastica. 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/plastica-stomaco-capodoglio-spiaggiato-sos-disperato-mare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Banca Etica elegge la sua prima presidente donna

Con la nomina di Anna Fasano, Banca Etica festeggia la sua prima presidente donna eletta dai soci e le socie che hanno salutato con un lungo applauso il presidente uscente Ugo Biggeri che ha guidato l’istituto di credito negli ultimi 9 anni, traghettandolo nel passaggio da start-up a realtà consolidata e riconosciuta del panorama della finanza etica in Europa e nel mondo. I soci e le socie di Banca Etica riuniti qualche giorno fa in assemblea hanno rinnovato il Consiglio di Amministrazione, approvato il bilancio e deliberato un aumento del sovrapprezzo delle azioni.

“Banca Etica ha appena festeggiato i suoi primi 20 anni: è una vera soddisfazione aver chiuso anche lo scorso anno un bilancio in utile e che – nonostante le difficili condizioni di mercato – evidenzia il grande impegno per aumentare costantemente il credito alle persone, alle imprese e alle organizzazioni attive nell’economia civile, solidale e sostenibile in Italia e in Spagna. Significativo il voto dei nostri soci che in una mozione hanno chiesto alla banca di continuare l’impegno al fianco delle organizzazioni che si occupano di salvataggio, tutela dei diritti e integrazione sociale e lavorativa dei migranti”, ha detto il presidente uscente Ugo Biggeri. Quello che si è chiuso nel 2018 è stato un bilancio che ha registrato un utile di 3.287.703 euro. Nel dettaglio gli altri numeri parlano di impieghi lordi che hanno toccato quota 931 milioni di euro (+10,7% sul 2017); la raccolta diretta ammonta a 1.549 milioni (+12,9% rispetto al 2017); la raccolta indiretta è a quota 670 milioni (+5,2% sul 2017). Sono in n calo i crediti deteriorati (NPL), passando dal 7% al 6% del totale impieghi, e in calo anche le sofferenze nette, che scendono allo 0,81%. La patrimonializzazione, infine, è solida con il Cet 1 al 12,24% (dal 12,15%). I soci e le socie di Banca Etica erano chiamati a votare per il rinnovo delle cariche sociali. Il nuovo Consiglio d’amministrazione, eletto con un sistema che prevede la possibilità di scegliere tra due liste e un nominativo da un elenco di candidati indipendenti, è così composto: Anna Fasano (presidente), Andrea Baranes, Andrea Di Stefano, Marina Galati, Raffaele Izzo, Adriana Lamberto Floristan, Giacinto Palladino, Pedro Sasia, Aldo Soldi, Marco Carlizzi, Elisa Bacciotti, Arola Farré Torras, Lino Sbraccia.

Il nuovo Consiglio d’Amministrazione di Banca Etica

Con la nomina di Anna Fasano, Banca Etica festeggia la sua prima presidente donna. Anna Fasano ha 44 anni ed è friulana: componente del CdA di Banca Etica dal 2010; dal 2016 ricopre il ruolo di Vicepresidente. Laureata in Economia Bancaria appassionata di Finanza Etica, economia sociale e organizzazioni del Terzo Settore è attualmente impegnata in diverse operazioni di housing sociale. L’assemblea ha salutato con un lungo e commosso applauso il presidente uscente Ugo Biggeri che ha guidato Banca Etica negli ultimi 9 anni, traghettandola nel passaggio da start-up a realtà consolidata e riconosciuta del panorama della finanza etica in Europa e nel mondo. In questi nove anni – mentre il Paese fronteggiava la recessione e il credit crunch e le altre banche si concentravano su riduzione dei costi e gestione dei crediti deteriorati  – i prestiti erogati da Banca Etica sono cresciuti con incrementi annui a due cifre, complessivamente del 112%, ed i collaboratori sono aumentati del +72%. Un exploit di cui anche le istituzioni si sono accorte approvando – nel 2016 – la prima legge che riconosce la specificità della finanza etica in Italia (purtroppo ancora inattuata). Nei mesi scorsi il CdA di Banca Etica ha deliberato di adottare una metodologia di valutazione del valore delle azioni basata sul Free Cash Flow to Equity Model (FCFE), riconsiderato con stima dell’Excess Capital, in base alla quale effettuare una periodica valutazione del valore delle azioni della Banca, in corrispondenza delle scadenze del ciclo di pianificazione industriale. Tenendo conto di quanto risultato dalla “prima adozione” di tale metodologia e delle ulteriori considerazioni prudenziali in ordine alla stabilità del valore delle azioni della Banca nel medio termine, alla continuità con le scelte operate in precedenza e alla sostenibilità degli impatti patrimoniali, il Consiglio di Amministrazione ha proposto all’Assemblea dei Soci – che ha approvato – di incrementare il sovrapprezzo di Euro 1,50 per azione (+2,6% rispetto al precedente prezzo unitario complessivo per azione) e, quindi, di fissarlo complessivamente in Euro 6,50 per ogni azione emessa (+12,3% l’incremento del valore di sovrapprezzo rispetto al valore nominale dell’azione) e di stabilire, inoltre, che la Banca riacquisti le azioni proprie al prezzo corrispondente al valore nominale maggiorato del sovrapprezzo così come determinato dall’Assemblea dei Soci. All’assemblea hanno partecipato e votato in totale circa 5.300 soci; sono state circa 1.770 le persone che hanno scelto di partecipare online.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/banca-etica-elegge-prima-presidente-donna/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Basta microplastiche nelle nostre acque! Da Biella una petizione per salvare il pianeta

Una filiera tessile sostenibile e consumatori consapevoli: sulla piattaforma online Change.org è stata lanciata una petizione mirata all’approvazione, in Italia, di una legge volta alla protezione dei mari della penisola. L’iniziativa, partita da due imprenditori della città laniera, conta attualmente oltre 14mila firmatari.

“Attiviamoci affinché in Italia venga approvata una legge a protezione dei nostri mari, che darebbe un forte impulso economico alla nostra filiera tessile, notoriamente legata alla produzione di capi in fibre naturali come il cotone, la lana e la seta e che quindi crei nuovi posti di lavoro”: è questo quanto si legge nella petizione Basta microplastiche nelle nostre acque, lanciata su Change.org da Giovanni Schneider, amministratore delegato del Gruppo Schneider (e della Pettinatura di Verrone). Cambiare il mondo a partire dagli abiti che indossiamo e dalla produzione, quindi, innestando una sensibilizzazione sociale sui temi ambientali e sugli strumenti che possano ovviare alle problematiche green. Una delle via per contrastare, ad esempio, l’inquinamento dei mari passa dall’acquisto e dalla produzione di capi non sintetici: a questo proposito, nella petizione, viene spiegato come la plastica arrivi negli oceani anche attraverso le lavatrici, in quanto i vestiti composti da tessuti sintetici rilasciano nei cestelli centinaia di migliaia di microfibre plastiche.
In ogni lavaggio, quindi, si fa un potenziale danno ai mari, con le particelle inquinanti che passano dalle fogne ai corsi d’acqua nostrani. Il danno, come intuibile, è all’intero ecosistema, salute dell’uomo compresa. La plastica, infatti, viene ingerita da molti organismi e animali marini, entrando così anche nella catena alimentare.

In quest’ottica, segnali concreti sono arrivati dall’America: in California è in dirittura d’arrivo la legge che renderà obbligatoria l’etichettatura dei capi d’abbigliamento che contengono oltre il 50% di fibre sintetiche; lo Stato di New York ha presentato il disegno di legge AB 1549 (se approvato entrerà in vigore a gennaio 2021) che prevede come nessuna persona, azienda o associazione possa vendere in negozio alcun capo di abbigliamento – scarpe e cappelli esclusi – realizzato con tessuto composto per più del 50% di materiale sintetico senza un’apposita etichetta informativa. Il disegno di legge in questione, come si legge nella petizione, fornisce anche una chiara definizione di microfibra plastica, ovvero ‘una piccola particella sintetica di forma fibrosa, lunga meno di cinque millimetri, che viene rilasciata nell’acqua attraverso il normale lavaggio di tessuti in materiale sintetico’.
Oltre alle istruzioni previste per la cura del capo, l’etichetta – in forma di cartellino o adesivo – dovrà riportare ben in vista, a beneficio del consumatore, delle informazioni di carattere divulgativo sui possibili danni dati dal lavaggio in lavatrice, consigliando quello manuale. Elena Schneider, che insieme al fratello sostiene la petizione, è intervenuta ai nostri microfoni e ha messo in luce la battaglia pro-ambiente intrapresa con “Basta microplastiche nelle nostre acque”: “Come in California e a New York – esordisce – il nostro obiettivo è che venga approvata una legge a riguardo anche in Italia. Per questo vogliamo dare più risonanza possibile alla petizione, che attualmente conta oltre 14mila firmatari. Quando i numeri saranno ancor più elevati, la rivolgeremo a Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.  Con la petizione vogliamo anche sensibilizzare il consumatore a guardare l’etichetta dei vestiti, non soltanto per vederne la composizione (spesso sintetica), ma per capire come trattare il capo di abbigliamento nel lavaggio”.

Per limitare l’impatto ambientale, informazione e consapevolezza viaggiano verso la sostenibilità su binari paralleli e trovano la stazione di partenza proprio a Biella, città laniera per antonomasia. Un segnale forte, arrivato dalla provincia piemontese che ha il tessile nel suo DNA, in una tradizione nel segno della continuità. Elena e Giovanni, che hanno lanciato la petizione, sono entrambi imprenditori biellesi impegnati nell’azienda tessile di famiglia. Le loro ragioni non sono solo di natura ‘territoriale’, ma sono principalmente legate a topic come ambiente e sostenibilità, ai quali l’imprenditrice è sempre stata sensibile. “Mio fratello e io – argomenta – siamo sempre stati toccati da questi temi. Io, ad esempio, ho lavorato con Slow Food e la nostra azienda, già undici anni fa, partecipò a Terra Madre – Salone del Gusto presentando un manifesto per le fibre naturali, firmato da Petrini nel 2008. Carlìn è stato il mio mentore e ho anche scritto la mia tesi di laurea su Slow Food”.

Il legame tra Elena Schneider e Petrini non finisce qui: “Ho sentito – racconta – per la prima volta da lui il termine co-produttore, in sostituzione a quello di consumatore. Si farebbero dei passi avanti se si ragionasse in termine di co-produzione invece che di consumo.

Come le etichette che informano sugli ingredienti degli alimenti, anche quelle nei vestiti avrebbero la funzione di far comprendere l’impatto ambientale e sociale che ha un determinato capo di abbigliamento. Non bisogna far finta che il problema non ci tocchi: siamo tutti co-produttori di ciò che mangiamo e vestiamo. La tracciabilità e la relativa attenzione – conclude – non devono esserci solo sul cibo, ma vanno rivolte anche ai vestiti; bisogna andare al di là della griffe e capire cosa c’è dietro a un marchio. La consapevolezza è fondamentale: estetica ed etica possono coesistere”.

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Fonte: piemonte.checambia.org

I pesticidi e l’agrochimica uccidono la biodiversità in Europa

In Europa si consumano 400.000 tonnellate di pesticidi all’anno e l’Italia è al terzo posto tra gli Stati della UE per consumo di sostanze chimiche in agricoltura. L’unico modo per preservare la biodiversità è dire basta all’utilizzo di chimica tossica.

In Europa si consumano 400.000 tonnellate di pesticidi all’anno e l’Italia è al terzo posto tra gli Stati della UE per consumo di sostanze chimiche in agricoltura. I residui di queste sostanze si concentrano nell’ambiente e nei nostri piatti: il 67% delle acque superficiali, il 33% delle acque sotterranee, il 66% della frutta e il 40% degli ortaggi che mangiamo risultano contaminati!

I rischi per l’ambiente e la biodiversità sono molteplici e ancora non del tutto conosciuti, mentre molti studi hanno ormai accertato conseguenze per la salute umana dall’esposizione “cronica” ai pesticidi, ovvero l’esposizione a dosi piccole e prolungate nel tempo, spesso con interazione di diversi principi attivi, rilevando un aumento dell’incidenza di vari tipi di tumori (cerebrali, alla mammella, al pancreas, ai testicoli, al polmone, sarcomi, leucemie, linfomi non Hodgkin e mielosi) e di malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer. L’inquinamento da pesticidi degli alimenti è un problema sempre più concreto, che – oltre ai lavoratori direttamente esposti e a chi vive accanto ai campi trattati – colpisce soprattutto i più piccoli. Alcune sostanze possono infatti arrivare al feto attraversando la placenta mentre i lattanti assorbono fitofarmaci attraverso il latte materno.

I pesticidi e l’agrochimica sono la più importante causa di perdita di biodiversità in Europa, producono inquinamento, perdità di produttività agricola sul lungo periodo e mettono in crisi gli ecosistemi producendo squilibri e fragilità. La moria delle api e di tutti gli insetti impollinatori, da cui dipendiamo per mantenere la produzione agricola, sono la dimostrazione evidente di un sistema fallito che è necessario cambiare. 

Per questo motivo il WWF ha organizzato in tutta Italia una mobilitazione STOP PESTICIDI che ha avuto una risposta importante in Italia e in particolar modo in Toscana, dove si è organizzata una marcia nei territori del Chianti, storicamente agricoli e come tali soggetti ai problemi dell’agrochimica.

La marcia, che ha visto tra i promotori anche ISDE, CAI Siena, Legambiente Siena, Biodistretto di San Gimignano e Biodistretto del Chianti, ha avuto un successo oltre le aspettative con decine di associazioni aderenti e centinaia di partecipanti che hanno sfidato temporali e pioggia battente per portare il loro messaggio di cambiamento.

Molti i giovani ed anche i bambini che hanno partecipato affiancando i più anziani in un percorso di oltre 9 chilometri che ha toccato i paesi di Radda e Gaiole, comuni patrocinanti. Tra i partecipanti molti attivisti e dirigenti del WWF locale, tra cui Valeria Rugi cui abbiamo chiesto perchè si sia scelto proprio il Chianti e questa data per la mobilitazione. La vicepresidentessa del WWF Siena risponde così: «La mobilitazione è rivolta ai ministri delle politiche agricole, dell’ambiente e della salute che dovranno a breve approvare il PAN (Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei fitofarmaci) e alle regioni che dovranno attuarlo nei loro territori e che poco hanno fatto fino ad ora. Il Chianti rappresenta al contempo un esempio del problema, con i vigneti diserbati e l’utilizzo massiccio di prodotti chimici, ed una soluzione dato che ci sono molte aziende che si sono dedicate con passione e convinzione al biologico; circa il 30 % del territorio è ormai bio». 

Alla marcia ha partecipato anche Mariarita Signorini presidentessa di  Italia Nostra nazionale che ha dichiarato: «La transizione al biologico è già iniziata: la superficie a biologico in Toscana supera il 18% del totale regionale. Purtroppo la crescita dal 2015 si è però arrestata, a differenza che in altre regioni dove il bio continua a crescere. Colpa della politica regionale che favorisce l’agricoltura integrata, che usa pesticidi chimici. Basta dire che autorizza l’uso di pesticidi perfino nelle aree di salvaguardia dei pozzi ad uso idropotabile!».

Gli obiettivi che la marcia ha rivendicato per il nuovo PAN sono:

– Raggiungere almeno il 40% della superficie agricola nazionale a biologico entro il 2030 utilizzando meglio i finanziamenti europei per l’agricoltura.

– Ridurre i rischi per i residenti nelle aree rurali e gli agricoltori fissando distanze minime di sicurezza dalle abitazioni e dalle coltivazioni biologiche per difenderle dal rischio di una possibile contaminazione accidentale.

– Nei siti Natura 2000 e nelle altre aree naturali protette deve essere vietato l’utilizzo di pesticidi pericolosi per gli habitat e le specie selvatiche, con misure di conservazione della biodiversità regolamentari vincolanti.

– Adottare tecniche biologiche per la manutenzione delle aree non agricole (rete viaria, ferroviaria) con particolare attenzione al verde pubblico e agli spazi utilizzati dalla popolazione residente nelle città.

– Prevedere il divieto totale del glifosato in Italia entro il 2022, escludendo qualsiasi ipotesi di rinnovo dell’autorizzazione concessa per cinque anni dall’Unione Europea il 27 novembre 2017.

– Definire criteri più rigorosi per la concessione delle deroghe per l’utilizzo di pesticidi di norma vietati a causa della loro pericolosità per la salute umana e per gli ecosistemi.

«La manifestazione si è conclusa trasmettendo grande energia e una sfida – hanno detto gli organizzatori – non è che l’inizio; la lotta andrà avanti fino a quando non saranno ottenuti i risultati sperati».

Fonte: ilcambiamento.it

Destinazioni biker friendly in Europa con Volagratis.com: ciclovie e percorsi per un viaggio green

Sul sito di Volagratis.com tutti gli spunti e le idee per viaggiare su due ruote in giro per l’Europa.

Con la bella stagione è arrivato il momento di tirare fuori la bicicletta, per un viaggio attivo e vissuto nel rispetto dell’ambiente. In occasione del World Bicycle Day del 3 giugno, Volagratis.com ha selezionato 9 destinazioni europee “biker friendly”, perfette per essere scoperte in sella alle due ruote. Nove viaggi all’aria aperta, dal Nord Europa all’Italia, tra natura, storia ed enogastronomia, che permettono di scoprire il continente da un altro punto di vista: quello delle due ruote.

Catalogna. La Catalogna non è solo mare o città piene di vita come Barcellona,  ma anche un vero paradiso per gli amanti delle due ruote grazie ai suoi oltre 27.000 percorsi ciclabili. Quasi tutti presentano una leggera pendenza e corrono lungo le colline e le montagne della comunità autonoma spagnola, mostrando le sue meraviglie naturali, pedalata dopo pedalata. I tragitti si dividono in tre categorie principali: quelli adatti alle bici da strada, quelli per chi viaggia in sella di una Mountain bike e infine per chi predilige le più classiche City Bike. Tra i percorsi più interessanti ci sono il PirineXus, che abbraccia il territorio di Girona, detta “La città dei quattro fiumi” e nota per le influenze romane, arabe ed ebree dell’architettura, e la Ruta Transpirenaica, che parte dall’Oceano Atlantico e dai Paesi Baschi e raggiunge il Mediterraneo affiancando i Pirenei e il confine settentrionale del Paese. 

Ciclabile del Danubio (Germania). La Ciclabile del Danubio segue il secondo fiume più lungo d’Europa dalla sorgente, a Donaueschingen, nel Baden-Württemberg tedesco, fino alla sua foce, Patrimonio Unesco dal 1991. Per farlo attraversa ben otto Paesi: Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria e Romania, dove si getta nel Mar Nero. Nato seguendo un’antica strada romana, il percorso incrocia edifici storici, come castelli e monasteri, città e capitali – tra cui Ratisbona e Budapest – e meraviglie naturali. Il tutto permettendo ai ciclisti di scoprire una parte importante del continente sia dal punto di vista storico-culturale che naturalistico, tanto meglio se durante la bella stagione, quando i paesaggi si tingono di verde. La ciclabile, adatta a tutti i tipi i livelli di allenamento, fa parte dell’ampio circuito EuroVelo, un gruppo di itinerari ciclistici che in totale superano i 45.000 chilometri e attraversano capillarmente l’intero continente. 

France Loire Valley Bike and Wine (Francia). Unire storia, sport ed enogastronomia: con le Routes des vins Val de Loire, nel cuore della Francia, è possibile. Le Strade dei Vini della Valle della Loira (questo il loro nome in italiano) sono un gruppo di percorsi di oltre 800 chilometri che attraversano una delle più ricche regioni francesi, nota per i suoi castelli da favola e per i vini eccellenti. Le ciclovie, che non richiedono un particolare allenamento per essere percorse, si estendono da Chalonnes-sur-Loire a Sully-sur-Loire e affiancano vigneti e palazzi d’epoca all’interno di un territorio che è Patrimonio Unesco dal 2000. Gli itinerari possibili sono tantissimi e permettono realmente di scoprire l’intera zona a 360 gradi. Dalla Loira Centrale all’Atlantico, le strade seguono il corso del fiume diramandosi dalle sue sponde per addentrarsi nel territorio regalando non solo lunghe pedalate, ma anche visite a cantine, dimore storiche e città eleganti, come Nantes e Tours, due tappe da non perdere lungo il percorso. 

The Camel Trail Cycle Route, Cornovaglia (Regno Unito). La Camel Trail è un viaggio nel tempo a bordo di una bicicletta, perché segue le antiche e ormai abbandonate ferrovie che un tempo servivano il sud ovest del Regno Unito. Lontana dal traffico e dal turismo di massa, la ciclovia solca la Cornovaglia da Bodmin a Padstow, passando per Wadebidge, e, prima di arrivare alla foce del fiume Camel, che le dà il nome, attraversa la brughiera e alcuni dei paesaggi più tipici della campagna inglese. Lungo il percorso si possono trovare paesini dove il tempo sembra essersi fermato: vale la pena sostare durante il viaggio in un cottage, tradizionale abitazione rurale inglese. L’intero percorso è lungo poco meno di 30 chilometri ed è adatto a tutta la famiglia e a tutti i livelli di allenamento. L’Alta Via dei Monti Liguri (Italia). La Liguria, non è solo una deliziosa meta estiva per moltissimi ma regala bellezze naturalistiche e un meraviglioso entroterra. Per chi è un po’ più allenato e vuole provare l’esperienza della mountain bike l’Alta Via dei Monti Liguri è una perfetta soluzione per mettersi alla prova. Un percorso divisibile in 18 tappe e che si snoda per 440 km da Ventimiglia a Ceparana, attraversando l’intera regione e regalando uno scenario da sogno, immerso nella natura, tra Appennini e mare. 

Amsterdamse Bos (Olanda). L’Amsterdamse Bos è un grande parco di circa 10 chilometri quadrati che si trova a sud della capitale, tra il comune di Amsterdam e quello di Amstelveen. Al suo interno ci sono sentieri, aree ristoro e tantissime ciclabili che permettono di scoprirlo in sella alle due ruote, nel vero spirito dei Paesi Bassi. Uno dei percorsi più importanti per i ciclisti parte addirittura dalla stazione centrale di Amsterdam, affianca l’Amstel River e poi, seguendo un tracciato quasi circolare, torna al punto di partenza. Il tutto sfiorando palazzi e luoghi storici, mercati e i famosi canali della città. Il percorso ciclabile è interamente in piano, perfetto sia per gli esperti che per i poco allenati, ed è adatto a tutta la famiglia non solo per la facilità del tragitto, ma anche per le numerose attività che mette a disposizione, dalla visita allo zoo a quella alle fattorie. Un vero e proprio polmone verde pronto per essere attraversato in sella a una bicicletta. 

Connemara National Park (Irlanda). Il Connemara National Park è uno dei più importanti d’Irlanda e si trova nell’ovest del Paese, all’interno della Contea di Galway e affacciato sull’Atlantico. È uno dei luoghi più autentici e selvaggi dell’Isola Verde, un’area che invita al viaggio on the road sia in auto che in bicicletta. Proprio per chi vuole scoprirlo sulle due ruote, esistono tantissimi percorsi attrezzati, diversi non solo nella lunghezza, ma anche nei panorami che offrono e nelle attrazioni che si possono scoprire lungo il tragitto. Il Ballyconneely and Roundstone Loop, per esempio, è un tragitto lungo 40 chilometri e permette di vedere da vicino luoghi storici come il sito del disastroso atterraggio del primo volo transatlantico o uno dei più antichi villaggi irlandesi di pescatori. Lo Sky Road Loop, invece, è lungo solo 16 chilometri e, da un’altezza privilegiata, si affaccia sull’Oceano e sulle isole di Inishturk e permette di ammirare da vicino le rovine del castello di Clifden. Ogni viaggiatore non deve far altro che scegliere e partire. 

Elbe River bike path (Germania). L’Elbaradweg è uno dei percorsi ciclabili più apprezzati di tutta la Germania. Pedalando lungo i suoi 1300 chilometri si incontrano non solo tanta natura, ma anche paesini da fiaba e importanti tesori culturali nazionali. Dalla foce alla sorgente del fiume Elba, il percorso è diviso idealmente in quattro parti: dall’estuario alla città di Amburgo, da lì a Magdeburg, da Magdeburg a Dresda per poi raggiungere il luogo nel quale il fiume vede la luce in Repubblica Ceca. Lungo tutto il percorso, il paesaggio cambia continuamente ed è composto sia da paesini affacciati sul Mare del Nord sia da cittadine dal gusto barocco. Tra mappe, punti di ristoro dove trascorrere la notte e attività per bambini, il tragitto è adatto a tutta la famiglia e a ogni tipo di esperienza. Un tracciato che si addentra nel cuore dell’Europa seguendo uno dei suoi fiumi più importanti.

Baltic Sea Route (Danimarca). La Danimarca è uno dei Paesi biker friendly per eccellenza a livello europeo, non c’è quindi da stupirsi per il grande numero di piste ciclabili che attraversano lo Stato in lungo e in largo. Una di queste è la Baltic Sea Route, che, come dice il nome, si concentra sulla costa affacciata sul Mar Baltico. Vincitrice del premio “Ciclovia dell’anno” nel 2019, questo percorso attraversa lo Jutland del Sud dando la possibilità a ciclisti e viaggiatori di scoprire alcuni tra i paesaggi più spettacolari della Danimarca. Vallate, colline, foreste, letti di antichi ghiacciai: un vero paradiso per gli amanti della natura. Ci sono oltre 3000 chilometri di percorsi che permettono ai ciclisti di scoprire non solo il paesaggio e la natura incontaminata danese, ma anche la storia e l’enogastronomia.

Connemara National Park (Irlanda)

A proposito di Volagratis.com

Lanciato in Italia nel 2004, Volagratis.com è stato il pioniere dei motori di ricerca per voli. Oggi il sito propone un’ampia offerta integrata che comprende voli da compagnie aeree tradizionali e low cost, pacchetti vacanze, hotel, crociere, noleggio auto e molti altri prodotti e servizi legati ai viaggi. I clienti possono cercare, confrontare e prenotare rapidamente le migliori offerte, per utilizzare al meglio il proprio budget. Volagratis.com è parte del gruppo lastminute.com, una travel company con l’obiettivo di ispirare e arricchire la vita dei propri clienti, leader nel settore dei viaggi online e del tempo libero a livello mondiale. Il gruppo opera attraverso un portafoglio di brand noti come lastminute.com, Volagratis, Rumbo, weg.de, Bravofly, Jetcost e Hotelscan.

Chi ha stravoglia di partire, volagratis.

Maggiori informazioni: www.volagratis.com

Fonte: agenziapressplay.it

I contadini indiani vincono la battaglia con la PepsiCo sulle patate brevettate

Vittoria per i contadini del Gujarat: la PepsiCo ha deciso di ritirare le richieste di risarcimento nei confronti di nove contadini indiani, accusati di avere coltivato, senza permesso, varietà di patate registrate o brevettate dalla multinazionale.

Vittoria per i contadini del Gujarat: la PepsiCo ha deciso di ritirare le richieste di risarcimento nei confronti di nove contadini indiani, accusati di avere coltivato, senza permesso, varietà di patate registrate o brevettate dalla multinazionale. Lo ha reso noto un portavoce del gigante globale dell’alimentazione. La PepsiCo, che usa quel tipo di patate per le chips vendute sul mercato indiano col marchio Lays, ha accettato di addivenire a un accordo dopo l’intervento del governo del Gujarat, che si è schierato con gli agricoltori e ha affermato che rivestirà un ruolo di controllo. La soluzione è stata salutata dalle associazioni dei coltivatori con grande soddisfazione, perché rappresenta un successo: “in questo modo” dicono gli attivisti “si è evitato un pericoloso precedente che avrebbe minacciato i contadini di tutta l’India”.

A fine aprile era uscita la notizia che la multinazionale aveva fatto causa ai contadini indiani chiedendo un risarcimento che li avrebbe messi in ginocchio, ma la sollevazione a difesa degli agricoltori ha sortito per loro effetti positivi. Quella in questione è la varietà di patata detta FC5, che ha un livello di umidità inferiore alla patata media. Ciò la rende particolarmente adatta a essere impiegate per preparare snack, quelli che Pepsi imbusta sotto il nome Lay’s. La PepsiCo aveva chiesto 125mila euro a ciascun agricoltore accusandoli di aver violato il diritto di copyright. L’azione della compagnia, avevano denunciato gli attivisti è “contro la sovranità alimentare” e la “sovranità delle nazioni”, come aveva detto Kapil Shah del gruppo Jatan, impegnato nella difesa degli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it