Cosa sappiamo del “colossale” quantitativo d’acqua che fuoriesce dai cantieri del TAV?

In Val Susa i lavori delle trivelle per la realizzazione del TAV stanno causando significative perdite di acqua, come testimoniato dai dati diffusi dal Comitato acqua pubblica di Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Ma cosa significano i valori di queste fuoriuscite in termini quantitativi? E quali potrebbero essere gli effetti dello spreco a medio-lungo termine?

Torino – In questi giorni i media riportano con frequenza notizie sulla siccità in Piemonte. Non è la prima volta e certo non sarà l’ultima. Anzi, gli effetti del cambiamento climatico porranno con sempre maggiore urgenza il tema della carenza d’acqua e della disomogenea distribuzione delle precipitazioni nel corso dell’anno. Questa situazione, ad esempio, potrà causare inevitabili impatti sulla popolazione, con rischio di razionamento della distribuzione in alcune zone e problemi per l’irrigazione delle colture agricole. In questo contesto, nel cuore delle montagne della Valsusa e della Maurienne (in Francia) si verifica da anni uno spreco d’acqua definito “colossale”. Infatti, i lavori per la realizzazione del cunicolo esplorativo del TAV Torino-Lione, lungo 7 chilometri, dal 2013 causano fuoriuscite d’acqua provenienti dalle falde intercettate dalle trivelle. La denuncia di questo spreco impattante arriva dal Comitato acqua pubblica di Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua che hanno elaborato alcuni dati forniti da Telt – Tunnel Euralpin Lyon Turin sas, ovvero la società italo-francese che ha lo scopo di progettare, realizzare e gestire la sezione transfrontaliera della linea ferroviaria Torino-Lione, parte del corridoio delle reti ferroviarie europee TEN-T.

Foto tratta da TELT

COSA CI RACCONTANO I DATI

I dati forniti dalla società e successivamente rielaborati sono stati misurati in corrispondenza del cunicolo esplorativo del Tav presso La Maddalena di Chiomonte, in data 3 dicembre 2021. In questo tratto i lavori hanno avuto avvio a gennaio 2013 e sono terminati a febbraio 2017, per un tunnel della lunghezza totale di 7 chilometri. Durante i lavori del TAV, secondo i dati rielaborati dal Comitato Acqua Pubblica e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, sono avvenute almeno 245 venute d’acqua (che corrispondono alle fuoriuscite di una limitata quantità d’acqua) con una portata media di 102,6 litri al secondo, che su base annua equivarrebbe al fabbisogno di una comunità di 40.000 persone.

Oltre a questi dati sono state riportate anche alcune stime che, se si dimostrassero veritiere, testimonierebbero un enorme spreco di acqua nel tempo: se in futuro venisse completato il progetto del tunnel di base della linea ad alta velocità Torino-Lione che corrisponde a un’intera galleria di 57 chilometri, ovvero oltre 8 volte la lunghezza del cunicolo esplorativo, si prevede al termine dello scavo la fuoriuscita ogni anno di un volume d’acqua pari a 24.590.500 mc e corrispondente al fabbisogno idrico annuo di 300.000 persone. Ma non è finita qua. Considerata la doppia canna prevista dal progetto, il dato potrebbe raddoppiare, arrivando a corrispondere al fabbisogno annuo di ben 600.000 persone.

Foto tratta da TELT

L’INGENTE SPRECO DI ACQUA

Come afferma il Comitato provinciale Acqua Pubblica Torino, parte del Forum Italiano dei movimenti per l’acqua «è sconcertante che questi “effetti collaterali” siano stati previsti in fase progettuale e approvati dalle autorità competenti. Evidentemente sono stati considerati irrilevanti rispetto agli ipotetici e ampiamente discutibili benefici (per chi?) derivanti dalla realizzazione della “Grande Opera”».

Forse Telt intende prendere alla lettera il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2022 che si celebrerà il 22 marzo prossimo, ovvero “acque sotterranee – rendere visibile l’invisibile”, ma nella sostanza si sottrae l’acqua al suo ciclo naturale, rischiando così di compromettere interi ecosistemi.

Si prevede al termine dello scavo la fuoriuscita ogni anno di un volume d’acqua pari a 24.590.500 mc e corrispondente al fabbisogno idrico annuo di 300.000 persone

Analoghe sottrazioni si verificano anche sul versante francese, dove i tunnel di servizio sono tre e asciugano le Alpi dal 2010. Considerando che nel complesso questi dati riguardano gallerie secondarie e che sono di limitato chilometraggio e profondità, è ragionevole prevedere che lo scavo dei due tunnel principali – ciascuno dei quali è lungo 57 chilometri e che raggiungerà maggiori profondità – potrà causare perdite d’acqua decisamente più rilevanti. Un altro aspetto importante da considerare è che l’acqua che esce dalle viscere della montagna ha una temperatura superiore a quella dei corpi idrici superficialied è potenzialmente contaminata dai lavori di cantiere, pertanto non può essere immessa nell’ambiente senza essere prima raffreddata e purificata.

Foto tratta da Comitato Acqua Pubblica di Torino

«È sconcertante la distanza tra i dichiarati intenti dei vari organi di governo, locali e nazionale, volti al contrasto del cambiamento climatico e alla tutela delle risorse ambientali, e le azioni concrete che spesso, come in questo caso, vanno nella direzione opposta (nel PNRR il TAV è considerata opera prioritaria)», sostengono le associazioni. E aggiungono che «è sconcertante che finora ciò sia avvenuto nella più totale indifferenza. Si dovrà attendere che i rubinetti restino a secco prima che la nostra classe dirigente inizi ad agire seriamente, scevra da pregiudizi ideologici e senza la pressione di interessi economici, per la tutela del bene comune acqua?».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2022/03/acqua-cantieri-tav/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’Asino e la Luna: cambiare vita nel segno della permacultura.

Una psicoterapeuta e una militare dell’aeronautica si incontrano a un corso di facilitazione e scoprono di avere entrambe cambiato vita per lo stesso sogno e con gli stessi strumenti. E allora decidono di fondare un luogo che possa ispirare altre anime in transizione a svoltare e ritrovarsi. La storia di Manuela e Denia e del loro centro esperienziale in permacultura a Cerveteri, la fiaba dell’asino e della luna.

RomaLazio – «Abbiamo conosciuto tante persone che volevano cambiare vita e che non sapevano da dove iniziare. E allora abbiamo fondato un centro esperienziale per fargli toccare con mano alcune fra le opzioni più interessanti». C’erano una volta (e ci sono ancora) Manuela e Denia, le due facce della Luna, l’energia femminile. Attorno a loro gironzola Silvio, il loro asino, forza fisica e semplicità maschile. Il luogo, così incantato da fungere da perfetto scenario per una moderna fiaba senza antagonisti, ha un nome non casuale: L’Asino e la Luna.

IL CAMBIO VITA

Eh sì, loro di cambio vita se ne intendono. Prendete Manuela Bocchino, per esempio. Originaria di Cerveteri, sulla costa a nord di Roma. Nel 2005 si arruola in aeronautica militare e si trasferisce a Milano. A poco a poco, la città finisce per starle sempre più stretta. E così, a partire dall’esigenza di alimentarsi in maniera più sana, incontra lo yoga, la meditazione, la ricerca della spiritualità, la riduzione dei bisogni, con tutto quel che ne consegue.

Non è una sorpresa se nel 2015 – pur non mollando il lavoro – sceglie di trasferirsi in natura, «per evolvere, rallentare, cambiare», dice. E così torna nella sua terra e compra 4 ettari tra mare e bosco, con sopra una casa, una vigna dismessa e qualche quercia spelacchiata. Il suo sogno? Un castello chiamato ecovillaggio. E adesso prendete Denia Franco. Toscana che più non si può, ha sempre condotto a Firenze «una vita normale: la famiglia, gli amici, lo studio, l’università». Nel 2016 si accorge che manca qualcosa, che si sente in gabbia. «Non volevo più vivere per lavorare, il lavoro doveva diventare solo uno strumento per vivere secondo i miei desideri».

E così traccia una bella riga e tira le somme. Nel senso letterale del termine. Gli addendi: cura delle persone, più cura degli animali (è una psicoterapeuta che lavora anche con i cavalli), più desiderio di armonia con la natura. Totale: downshifting, pure lei, e ritorno all’essenziale. Senza mollare il lavoro, pure lei, ma senza soccombere ad esso. Il suo sogno? Un castello chiamato ecovillaggio.

Ebbene, cosa accade quando due persone con lo stesso sogno nel cassetto si incontrano al momento giusto? Nella vita normale ci provano, vero, avete indovinato. Ma nelle fiabe? Ecco, nelle fiabe non solo ci provano. Nelle fiabe riescono. È il 2017. Manuela vive da due anni sul suo terreno a Cerveteri, ma il suo progetto non decolla, i contrasti imperano e la sua comunità è ancora nella sfera di cristallo.

La permacultura è come una valigetta degli strumenti: quando impari a usarla poi resta con te e da lì puoi estrarre lo strumento che ti serve di volta in volta, approfondendone l’uso con il tempo

Denia ci è già passata. Il suo gruppetto si è appena sciolto, definitivamente, e lei si è iscritta a un corso di facilitazione per evitare di cadere nelle stesse trappole in futuro. A quel corso di facilitazione incontra Manuela, che ci è arrivata per lo stesso motivo. La domanda di Manuela sorge spontanea: «Mi aiuti a risollevare il mio gruppo?».

Non penserete mica che siamo arrivati alla fine della storia? Un po’ di pazienza. Persino nelle più brevi fiabe per bambini la principessa dev’essere rinchiusa nella torre prima che qualcuno – o qualcuna – accorra a liberarla. Qui succede che, nonostante l’intervento di Denia, il gruppo di Manuela non si risolleva. Anzi, si scioglie. Restano loro due, da sole. Vengono entrambe da un radicale cambio vita che ha salvato solo il loro lavoro, desiderano entrambe il contatto con la natura, hanno lo stesso sogno comunitario e la stessa ferita ancora aperta.

Insomma, anche stavolta due più due fa quattro. E così Manuela e Denia decidono di sperimentarsi insieme. Prima un mese, poi altri due, poi ulteriori tre. I periodi di prova vanno bene, ognuno meglio di quello precedente. La comunità, sebbene meno numerosa di quella che avevano immaginato da sole, è nata; insieme a un senso di famiglia elettiva che entrambe mai avevano provato prima. Cosa manca ancora, direte voi? Semplice. La pozione magica.

LA PERMACULTURA

Nel 2017, poco prima di conoscere l’altra metà della Luna, Manuela scopre la permacultura. Un altro mondo le appare improvvisamente all’orizzonte, al punto che riesce finalmente a ipotizzare la possibilità di coltivare il suo terreno senza aver ancora sviluppato alcuna competenza in campo agricolo. L’altra metà della Luna, dal canto suo, aveva cominciato ad avvicinarsi alla permacultura da qualche anno; e più l’approfondiva, più scopriva che quella poteva essere una cornice di riferimento su cui impostare persino il quotidiano. È Denia stessa a raccontare che la permacultura «mi risuonava perché era composta da elementi che ho sempre sentito dentro, sebbene separati l’uno dall’altro». Per cui, quando li ha trovati integrati tutti insieme in quella che poi ha iniziato a considerare come una vera e propria filosofia di vita, ha capito che aveva ormai imboccato la sua strada: «Era ciò che sentivo e che non riuscivo a esprimere a parole».

Manuela e Denia hanno dunque trovato nella permacultura la loro pozione magica, ossia la visione comune che hanno scelto di usare come intento per riprogettare il terreno di Manuela, che dal 2019 hanno deciso di chiamare “centro esperienziale”, basandolo sulle tre etiche della Permacultura: cura della Terra come fosse un organismo, cura della propria specie e condivisione. Nel video che trovate in questo articolo, le due protagoniste raccontano cos’è oggi L’Asino e la Luna e cosa si immaginano potrà essere in futuro.

«Il centro è “esperienziale” perché la permacultura è come una valigetta degli strumenti: quando impari a usarla poi resta con te e da lì puoi estrarre lo strumento che ti serve di volta in volta, approfondendone l’uso con il tempo», spiegano. Una valigetta che contiene anche uno specchio fatato. «A volte quando ci si forma in qualcosa ci si estrania e si finisce sul tecnicismo», continua Denia. «Invece con la permacultura questo non accade, perché il suo approccio, che tende alla massima integrazione possibile, conserva dentro di sé gli strumenti per evitarlo».

E ora, come in tutte le fiabe che si rispettino, è il momento dei doni, ossia dei meritati premi che gli eroi o le eroine ricevono per le loro peripezie. Manuela stila una lunga e ricca lista: «Sono gli ottimi rapporti con i contadini e gli allevatori della zona e la rete di telecomunicazioni Noinet, che ci ha sponsorizzato nella realizzazione della nostra food forest».

E ancora, «sono le reti di cui facciamo parte, in particolare la RIVE e l’Accademia Italiana di Permacultura, che ci ha dato persino l’onore di ospitare un’assemblea plenaria nazionale; sono gli altri eventi che abbiamo ospitato e che ospiteremo; sono i tanti volontari pronti ad aiutarci in ogni iniziativa; sono gli alberi che abbiamo seminato in questi anni e che presto inizieranno a produrre frutti».

Cosa manca ancora, dunque? Ah, la morale. Beh, per quella vi toccherà cliccare sulla loro intervista video e ascoltare le parole finali di Denia. Perché la luna, in fondo, non è poi così lontana: montare su un asino per raggiungerla lentamente, passo dopo passo, possono farlo tutti. E tutte. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2022/03/lasino-e-la-luna-permacultura-2/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

WWF su emergenza climatica, guerra e sicurezza alimentare: 10 domande e risposte per sfatare i falsi miti

Sono state pubblicate in vista della Campagna Food4 Future, per dimostrare come il nostro futuro e quello del Pianeta dipendano in gran parte dalle scelte che facciamo a tavola e da un sistema alimentare sostenibile

Per anticipare il lancio della Campagna Food4Future, che mostra come il nostro futuro e quello del Pianeta dipendano in gran parte dalle scelte che facciamo a tavola e da un sistema alimentare sostenibile, il WWF pubblica 10 domande – e risposte – per sfatare i falsi miti sulla sicurezza alimentare e capire come creare un sistema alimentare resiliente ed equo anche in situazioni di crisi. Le conseguenze della guerra in Ucraina, infatti, ci ricordano quanto sia fragile la sicurezza alimentare, basata su modelli di produzione agricoli intensivi. Per affrontare l’attuale crisi dei mercati in molti – fra cui diversi politici – hanno chiesto di aumentare le produzioni cancellando o indebolendo le attuali misure ambientali della Politica Agricola Comune e del Green Deal europeo. L’abolizione del divieto dell’uso di pesticidi in aree di interesse ecologico e l’utilizzo dei terreni a riposo – meno produttivi dal punto di vista agricolo ma essenziali per la conservazione della biodiversità – sono solo alcune di queste richieste irrazionali e controproducenti. La verità è che la produzione alimentare globale è sufficiente per sfamare la popolazione mondiale, ma è mal utilizzata. I veri rischi alla sicurezza alimentare nel nostro Paese non derivano dal conflitto in corso in Ucraina, ma dalle bolle speculative che condizionano produzioni e mercati a partire dalle crisi finanziarie del 2008 e 2011. A questo si aggiungono le gravi conseguenze della crisi climatica, che già pesa in maniera significativa sui sistemi agricoli per effetto di siccità e aumento dei fenomeni meteorologici estremi, che – nel medio e lungo periodo- avrà effetti sempre più gravi sulla produzione delle colture strategiche. 

Le conseguenze della crisi in Ucraina in Italia

La guerra in Ucraina ha messo in crisi il sistema agroalimentare italiano? È da questa domanda che il WWF parte per spiegare che gli effetti della crisi collegata alla guerra sui sistemi agroalimentari in Italia sono limitati solo ad alcune materie prime importate dall’est dell’Europa, in particolare mais e olio di girasole. E che l’unico settore che avrà delle ripercussioni dirette è quello zootecnico, grande consumatore di mais: in UE il 70% delle materie prime per i mangimi degli animali (fra cui mais) è infatti di origine extra UE. Su una possibile carenza di grano, invece, rispondiamo con i dati: le aziende agroalimentari italiane importano dall’Ucraina il 5% del proprio fabbisogno, che può essere soddisfatto dalla produzione europea di frumento che supera attualmente la domanda interna degli Stati membri dell’Unione. L’aumento del costo del grano, duro e tenero, è in atto da ben prima del conflitto in Ucraina ed è causato da una parte dalle speculazioni finanziarie e dall’altra dalla riduzione delle produzioni in Canada, conseguenza della grave siccità che ha colpito il nord America nella stagione 2020-21. Nel 2022 eventuali carenze di grano o altri cereali in Italia potrebbero essere generate dalla grave siccità che sta colpendo il nostro Paese e che avrà ripercussioni sul raccolto di quest’estate. Questo solo è uno di quelli che saranno i più violenti impatti del cambiamento climatico sulle produzioni agricole (basti pensare che, per esempio, la scorsa estate il comparto frutticolo italiano ha avuto una perdita media complessiva del 27%). A strumentalizzare la crisi legata alla guerra sono le lobby dell’agricoltura convenzionale, che mirano a fare pressione sui decisori politici per cancellare o ridimensionare le norme ambientali della nuova Politica Agricola Comune (PAC) e gli obiettivi delle due Strategie UE del Green Deal, “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, come l’obbligo delle rotazioni delle colture e quello di destinare alla conservazione della natura almeno il 4% delle superfici utilizzate per i seminativi. L’agricoltura, infatti, dipende dai servizi ecosistemici, che a loro volta dipendono dalla presenza di natura.

Fra le soluzioni che possono garantire più sicurezza al comparto alimentare c’è sicuramente la scelta di consumare meno carne e prodotti di origine animale, che consentirebbe di ridimensionare il comparto della zootecnia intensiva (oggi il 70% della superficie agricola utilizzata in Europa è dedicata a materie prime destinate ai mangimi per la zootecnia intensiva) a favore di una produzione animale più estensiva. Intensificare le produzioni non aumenterà la sicurezza alimentare, mentre soluzioni si trovano nell’agroecologia, pratica che attraverso il rafforzamento della vitalità degli ecosistemi nelle zone rurali, una rinaturalizzazione delle campagne, una migliore integrazione di zootecnia e agricoltura e una riduzione degli input chimici in campo e l’utilizzo di filiere corte – dove c’è relazione diretta fra agricoltori e consumatori-, consente di creare sistemi produttivi integrati e resilienti, contribuisce a regimi alimentari sani, sostenibili, equi, accessibili, diversificati, stagionali e culturalmente appropriati.

È evidente che sistemi agroalimentari locali a filiera corta non sarebbero in grado di soddisfare completamente i fabbisogni alimentari di un Paese con milioni di abitanti, in particolare quando esiste una forte concentrazione della popolazione nelle città lontane dalle aree agricole. Per questo serve cercare il giusto equilibrio tra produzioni locali, diversificate e filiere agroindustriali sostenibili, creando relazioni con reti diffuse di produttori a livello nazionale ed europeo, riducendo la dipendenza dalle importazioni da Paesi extra UE e fissando criteri di sostenibilità ambientale, sociale ed economica nella produzione delle materie prime.  Secondo il WWF, purtroppo il governo italiano non sta promuovendo una vera transizione ecologica della nostra agricoltura, ma sta piuttosto accogliendo le richieste delle associazioni agricole e zootecniche e dei grandi gruppi industriali dell’agrochimica. L’atteggiamento del governo italiano nei confronti della riforma della PAC è sempre stato ostile al cambiamento dei sistemi di produzione, tutelando gli interessi economici acquisiti nel tempo dalle grandi aziende. Questa posizione conservatrice è stata confermata con la redazione di un Piano Strategico Nazionale (PSN) della PAC post 2022 non adeguato alla transizione ecologica della nostra agricoltura. Una visione miope e poco lungimirante del futuro della nostra agricoltura che indica chiaramente una scarsa percezione dei rischi connessi alle crisi ambientali globali. Unica nota positiva della politica agricola del nostro governo è l’investimento sull’agricoltura biologica con un obiettivo al 2030 superiore rispetto alla media europea del 25%, indicato dalle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”. 

Fonte: ecodallecitta.it

Calanchi del Marchesato: fra le dune di Pasolini salvate da una discarica

Nell’area interna di Cutro (Crotone) esiste una vasta distesa di calanchi che è stata salvata due anni fa da un progetto di discarica. Adesso c’è un’associazione – Calanchi del Marchesato – che la valorizza e tutela.

CrotoneCalabria – «Questa strada è quella che due anni fa facemmo assieme ad Alessia quando venimmo a conoscenza del progetto di una discarica in questo posto». A parlare è Domenico Colosimo, presidente dell’associazione Calanchi del Marchesato, mentre ci incamminiamo su una strada interna e ci lasciamo alle spalle le ultime case di Cutro, paese in provincia di Crotone. Stiamo andando verso una distesa di calanchi, in un’area dove l’erosione delle acque sul terreno argilloso ha agito per milioni di anni creando un paesaggio lunare. Sono famosi quelli della Basilicata, meno conosciuti quelli calabresi, in particolare quelli dove mi trovo in questo momento. «Non avevamo ben chiaro cosa ci fosse qui – continua Domenico – ma quando arrivammo vedemmo uno spettacolo di cui non eravamo assolutamente a conoscenza».

Neanche io, mi dico mentre faccio correre lo sguardo a destra e a sinistra. Le dune si susseguono una dopo l’altra illuminate da qualche raggio di sole sparso e neanche il vento di fine inverno sembra riuscire a scuoterle. Stanno lì, a parlarti con la loro storia di milioni di anni. Sono i luoghi che Pasolini scelse per alcune scene del suo film “Il Vangelo secondo Matteo”, definendo questa parte della Calabria “più palestinese della Palestina”.

Comprendo subito la spinta di tutte quelle persone che, mi spiega Domenico, decidono di mobilitarsi per impedire la costruzione della discarica. Il progetto della discarica era nato nel 2018 all’interno dell’ATO di Crotone (Ambito Territoriale Ottimale, ovvero territori su cui sono organizzati servizi pubblici integrati), che si occupava della gestione dei rifiuti, ed era legato all’amministrazione di Roccabernarda, un comune limitrofo a quello di Cutro, e che in parte comprende anche i calanchi e la porzione di terra dove si sarebbe dovuta allocare la discarica. «Un’idea assurda, anche pensando al fatto che a pochi chilometri da qui c’è già una delle discariche più grandi del Sud, quella della Sovreco», che si trova a Crotone, a pochi chilometri da Cutro. Così un gruppo di cittadini, provenienti anche dall’associazionismo, inizia a riunirsi per capire come impedire quel progetto: «Iniziammo a parlare di tutto questo con dei gruppi di persone sensibili a questioni legate al territorio e decidemmo di lottare per preservare questo luogo con un’idea propositiva, invece che di contrapposizione». In breve tempo, il movimento riesce ad avereun’interlocuzione anche con le istituzioni coinvolte nel progetto di discarica, in particolare l’amministrazione di Roccabernarda, paese a 20 chilometri da Cutro, che si dimostra sensibile sul tema.

I calanchi del Marchesato non godono di alcun riconoscimento ufficiale, anche se l’associazione mira a realizzare un Parco

Ed è proprio grazie a queste riunioni partecipate e alla mobilitazione dal basso se il pericolo di una discarica in quei luoghi viene scongiurato e i calanchi del Marchesato iniziano a diventare un luogo da vivere. C’era già chi li conosceva, ma effettivamente mancava una consapevolezza del territorio sull’importanza di questo patrimonio naturalistico, storico e paesaggistico. Così il movimento diventa un’associazione di promozione sociale e inizia ad approfondire la storia di questo posto, solcato dalle vie che fino a pochi decenni fa erano usate per collegare l’interno crotonese con la costa. Ne traccia i sentieri e dà vita a iniziative volte a farlo conoscere e a tutelarlo, come giornate di raccolta dei rifiuti organizzate con scolaresche ed escursioni, eventi culturali.

Al momento, i calanchi del Marchesato non godono di alcun riconoscimento ufficiale, anche se l’associazione mira a realizzare un Parco dei Calanchi del Marchesato e sta già lavorando in questa direzione con l’Università della Calabria, consapevole che maggiore riconoscimento significhi anche tutela da progetti invasivi e distruttivi per il territorio.

Nel frattempo, il prossimo passo è dietro l’angolo: il 9 aprile l’associazione promuoverà una passeggiata fra i calanchi, con musica, reading e teatro a tema Pasolini. Lo scrittore era passato nei primi anni ‘60 da questi luoghi nel corso di un suo viaggio lungo tutte le coste italiane e, una volta arrivato sul litorale di Cutro, aveva deciso di girare verso l’interno. E alla vista dei calanchi aveva detto: «Il posto che più mi impressiona di tutto il viaggio: sembrano dune immaginate da Kafka».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2022/03/calanchi-del-marchesato-discarica/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Nuovo record CO2: nel 2021 + 6% di emissioni globali, il livello più alto mai raggiunto nella storia

Lo comunica l’IEA nel suo ultimo rapporto, in cui spiega che Il balzo è dovuto all’eccessivo affidamento al carbone. Il massimo storico è dovuto all’accelerazione dell’economia a causa del Covid-19 che si attesta a 36,3 miliardi di tonnellate, più che compensando il declino indotto dalla pandemia nell’anno precedente. Il balzo è dovuto all’eccessivo affidamento al carbone

Secondo una nuova analisi dell’IEA, nel 2021 il balzo economico dovuto alla pandemia ha accelerato le emissioni globali di anidride carbonica dovute all’energia portandole al suo massimo storico di 36,3 miliardi di tonnellate, con un aumento del 6%. L’accelerazione è dovuta al maggiore affidamento al carbone per alimentare tale crescita. L’IEA nel suo rapporto Global Energy Review: CO2 Emissions in 2021 ribadisce che l’aumento delle emissioni di oltre 2 miliardi di tonnellate è stato il più grande nella storia in termini assoluti, più che compensando il declino indotto dalla pandemia dell’anno precedente. La ripresa della domanda di energia nel 2021 è stata aggravata dalle condizioni meteorologiche e del mercato energetico avverse, in particolare dai picchi dei prezzi del gas naturale, che hanno portato a una maggiore combustione di carbone nonostante la produzione di energia rinnovabile abbia registrato la sua più grande crescita di sempre. I dati sulle emissioni globali di CO2 e sulla domanda di energia si basano sull’analisi dettagliata dell’IEA regione per regione e combustibile per combustibile, attingendo agli ultimi dati ufficiali nazionali e ai dati energetici, economici e meteorologici pubblicamente disponibili. Insieme alle stime delle emissioni di metano pubblicate dall’IEA il mese scorso e alle stime delle emissioni di protossido di azoto e di CO2 legate al “flaring”, la nuova analisi mostra che le emissioni complessive di gas serra dall’energia sono salite al livello più alto mai raggiunto nel 2021.

I numeri chiariscono che la ripresa economica globale dalla crisi del Covid-19 non è stata la ripresa sostenibile che il direttore esecutivo dell’IEA Fatih Birol ha chiesto durante le prime fasi della pandemia nel 2020. Il mondo ora deve garantire che il rimbalzo globale delle emissioni nel 2021 è stato un evento unico e che una transizione energetica accelerata contribuisce alla sicurezza energetica globale e alla riduzione dei prezzi dell’energia per i consumatori.

Il carbone ha rappresentato oltre il 40% della crescita complessiva delle emissioni globali di CO2 nel 2021, raggiungendo il massimo storico di 15,3 miliardi di tonnellate. Le emissioni di CO2 del gas naturale sono rimbalzate ben al di sopra dei livelli del 2019 a 7,5 miliardi di tonnellate. Con 10,7 miliardi di tonnellate, le emissioni di CO2 del petrolio sono rimaste significativamente al di sotto dei livelli pre-pandemia a causa della limitata ripresa dell’attività di trasporto globale nel 2021, principalmente nel settore dell’aviazione.

Nonostante il rimbalzo dell’uso del carbone, le fonti di energia rinnovabile e l’energia nucleare hanno fornito una quota maggiore della produzione globale di elettricità rispetto al carbone nel 2021. La generazione da fonti rinnovabili ha raggiunto il massimo storico, superando gli 8.000 terawattora (TWh) nel 2021, registrando 500 TWh al di sopra del livello del 2020. La produzione di energia eolica e solare fotovoltaica è aumentata rispettivamente di 270 TWh e 170 TWh, mentre la produzione idroelettrica è diminuita a causa degli effetti della siccità, in particolare negli Stati Uniti e in Brasile.

L’uso del carbone per la produzione di elettricità nel 2021 è stato intensificato dai prezzi record del gas naturale. I costi di esercizio delle centrali a carbone esistenti negli Stati Uniti e in molti sistemi energetici europei sono stati considerevolmente inferiori a quelli delle centrali a gas per la maggior parte del 2021.

Il passaggio da gas a carbone ha spinto le emissioni globali di CO2 dalla produzione di elettricità di ben oltre 100 milioni di tonnellate, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, dove la concorrenza tra centrali elettriche a gas e a carbone è più serrata.

Il rimbalzo delle emissioni globali di CO2 al di sopra dei livelli pre-pandemia è stato in gran parte trainato dalla Cina, dove sono aumentate di 750 milioni di tonnellate tra il 2019 e il 2021. La Cina è stata l’unica grande economia a registrare una crescita economica sia nel 2020 che nel 2021. L’aumento delle emissioni in questi due anni in Cina hanno più che compensato il calo aggregato nel resto del mondo nello stesso periodo. Nel 2021, le emissioni di CO2 della Cina sono aumentate di oltre 11,9 miliardi di tonnellate, rappresentando il 33% del totale globale.

L’aumento delle emissioni della Cina è il risultato in gran parte di un forte aumento della domanda di elettricità che dipendeva fortemente dall’energia a carbone. Con una rapida crescita del PIL e un’ulteriore elettrificazione dei servizi energetici, la domanda di elettricità in Cina è cresciuta del 10% nel 2021, più velocemente della crescita economica dell’8,4%. Questo aumento della domanda di quasi 700 TWh è stato il più grande mai registrato in Cina. Con la crescita della domanda che supera l’aumento dell’offerta da fonti a basse emissioni, il carbone è stato utilizzato per soddisfare più della metà dell’aumento della domanda di elettricità. Ciò nonostante il paese abbia visto anche il suo più grande aumento mai registrato nella produzione di energia rinnovabile nel 2021.

Le emissioni di CO2 in India sono fortemente rimbalzate nel 2021 per superare i livelli del 2019, trainate dalla crescita dell’uso del carbone per la produzione di elettricità. La produzione a carbone ha raggiunto il massimo storico in India, balzando del 13% al di sopra del livello del 2020. Ciò è in parte dovuto al fatto che la crescita delle energie rinnovabili è rallentata fino a un terzo del tasso medio registrato nei cinque anni precedenti.

La produzione economica globale nelle economie avanzate è tornata ai livelli pre-pandemia nel 2021ma le emissioni di CO2 sono aumentate in modo meno marcato, segnalando una traiettoria più permanente di declino strutturale. Le emissioni di CO2 negli Stati Uniti nel 2021 sono state del 4% inferiori al livello del 2019. Nell’Unione Europea erano inferiori del 2,4%. In Giappone, le emissioni sono diminuite del 3,7% nel 2020 e sono rimbalzate di meno dell’1% nel 2021. Su base pro capite, le emissioni di CO2 nelle economie avanzate sono scese in media a 8,2 tonnellate e sono ora al di sotto della media di 8,4 tonnellate in Cina, sebbene permangano ampie differenze tra le economie avanzate.

Fonte: ecodallecitta.it

Commissione Ue: una proposta per il diritto all’informazione su durabilità e riparabilità dei prodotti

Previsto l’aggiornamento della direttiva sui diritti dei consumatori per renderli consapevoli della transizione verde nei propri acquisti. La proposta boccia l’informazione ingannevole e promuove prodotti con un ciclo di vita più lungo

foto Cashify

Arriva una proposta dalla Commissione europea per aggiornare la direttiva sui diritti dei consumatori e responsabilizzarli nella transizione verde. Con le nuove indicazioni, i consumatori potranno compiere scelte d’acquisto consapevoli e rispettose dell’ambiente e avranno il diritto di conoscere la durata prevista di un prodotto e come questo può essere riparato, laddove possibile. Inoltre le norme rafforzeranno la tutela dei consumatori da dichiarazioni ambientali inattendibili o false in quanto vietano il “greenwashing” e le pratiche ingannevoli sulla durabilità di un prodotto.

  • Durabilità: i consumatori devono essere informati della durabilità garantita dei prodotti. Se il produttore di un bene di consumo offre una garanzia commerciale di durabilità superiore a due anni, il venditore deve informarne il consumatore. Per i beni che consumano energia il venditore deve informare i consumatori anche quando il produttore non fornisce informazioni sull’esistenza di una garanzia commerciale di durabilità.
  • Riparazioni e aggiornamenti: il venditore deve fornire informazioni sulle riparazioni, come l’indice di riparabilità (se applicabile), o altre informazioni sulla riparazione messe a disposizione dal produttore, come la disponibilità di pezzi di ricambio o un manuale di riparazione. Per i dispositivi intelligenti e i contenuti e servizi digitali il consumatore deve essere informato anche in merito agli aggiornamenti del software forniti dal produttore.

I produttori e i venditori decideranno il modo più appropriato per fornire tali informazioni al consumatore, sia esso sull’imballaggio o nella descrizione del prodotto sul sito web. In ogni caso tali informazioni devono essere fornite prima dell’acquisto e in modo chiaro e comprensibile.

Divieto di greenwashing e obsolescenza programmata

La Commissione propone diverse modifiche della direttiva sulle pratiche commerciali sleali. Anzitutto la proposta amplia l’elenco delle caratteristiche del prodotto in merito alle quali il professionista non può ingannare il consumatore per includere l’impatto ambientale o sociale, la durabilità e la riparabilità. Aggiunge inoltre nuove pratiche considerate ingannevoli in base a una valutazione delle circostanze del caso, come la formulazione di una dichiarazione ambientale relativa alle prestazioni ambientali future senza includere impegni e obiettivi chiari, oggettivi e verificabili e senza un sistema di monitoraggio indipendente.

Infine modifica la direttiva sulle pratiche commerciali sleali aggiungendo nuove pratiche all’attuale elenco di pratiche commerciali sleali vietate, la cosiddetta “lista nera”. Le nuove pratiche comprenderanno, tra l’altro:

  • omettere di informare i consumatori dell’esistenza di una caratteristica introdotta nel bene per limitarne la durabilità, come ad esempio un software che interrompe o degrada la funzionalità del bene dopo un determinato periodo di tempo;
  • formulare dichiarazioni ambientali generiche o vaghe laddove l’eccellenza delle prestazioni ambientali del prodotto o del professionista non sia dimostrabile. Esempi di dichiarazioni ambientali generiche sono “rispettoso dell’ambiente”, “eco” o “verde”, che suggeriscono o danno erroneamente l’impressione di un’eccellenza delle prestazioni ambientali;
  • formulare una dichiarazione ambientale concernente il prodotto nel suo complesso quando in realtà riguarda soltanto un determinato aspetto;
  • esibire un marchio di sostenibilità avente carattere volontario che non è basato su un sistema di verifica da parte di terzi o stabilito dalle autorità pubbliche;
  • omettere di informare che il bene dispone di una funzionalità limitata quando si utilizzano materiali di consumo, pezzi di ricambio o accessori non forniti dal produttore originale.

Le modifiche mirano a offrire certezza del diritto per i professionisti, ma anche ad agevolare l’applicazione delle norme nei casi relativi al greenwashing e all’obsolescenza precoce dei prodotti. Peraltro la garanzia che le dichiarazioni ambientali sono eque permetterà ai consumatori di scegliere prodotti che siano effettivamente migliori per l’ambiente rispetto ai propri concorrenti. Sarà così incoraggiata la concorrenza spingendo verso prodotti più ecosostenibili, con conseguente riduzione dell’impatto negativo sull’ambiente.

Prossime tappe

Le proposte della Commissione saranno ora discusse dal Consiglio e dal Parlamento europeo. Una volta adottate e recepite nella legislazione nazionale degli Stati membri, garantiranno ai consumatori il diritto a rimedi in caso di violazioni, anche attraverso la procedura di ricorso collettivo di cui alla direttiva relativa alle azioni rappresentative.

Contesto

La revisione della normativa era stata annunciata nella nuova agenda dei consumatori e nel piano d’azione per l’economia circolare, con l’obiettivo di sostenere i cambiamenti del comportamento dei consumatori necessari per conseguire gli obiettivi climatici e ambientali del Green Deal europeo. Per elaborare la proposta, la Commissione ha consultato oltre 12.000 consumatori nonché imprese, esperti in materia di consumatori e autorità nazionali. Una delle maggiori criticità per la transizione verde sollevata nell’indagine riguarda soprattutto la verifica dell’attendibilità delle dichiarazioni ambientali sui prodotti. Inoltre, circa la metà delle risposte ha indicato la disponibilità a pagare un extra per un prodotto che duri più a lungo senza dover subire riparazioni.

Le ricerche dimostrano che i consumatori si trovano di fronte a pratiche commerciali sleali che impediscono loro attivamente di compiere scelte sostenibili. L’obsolescenza precoce dei beni, le dichiarazioni ambientali ingannevoli (“greenwashing”), i marchi di sostenibilità o gli strumenti di informazione sulla sostenibilità non trasparenti e non credibili sono pratiche comuni. La proposta rientra nel più ampio obiettivo della Commissione europea di fare dell’Unione il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. La proposta sarà integrata da altre iniziative, tra cui l’iniziativa sui prodotti sostenibili (anch’essa adottata il 30 marzo) e le prossime iniziative volte a dimostrare la veridicità delle dichiarazioni di ecocompatibilità e sul diritto alla riparazione (per cui è aperta una consultazione pubblica fino al 5 aprile 2022). L’imminente iniziativa sul diritto alla riparazione si concentrerà sulla promozione della riparazione dei beni dopo l’acquisto, mentre l’iniziativa odierna sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde impone l’obbligo di fornire informazioni sulla riparabilità prima dell’acquisto e tutela dalle pratiche sleali legate all’obsolescenza precoce. Il 23 febbraio 2022 la Commissione europea ha adottato la proposta sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità, che stabilisce norme chiare ed equilibrate affinché le imprese rispettino i diritti umani e l’ambiente e tengano una condotta sostenibile e responsabile. Parallelamente la Commissione si adopera per sostenere le imprese attraverso la transizione verde, anche con iniziative di carattere volontario come l’impegno per un consumo sostenibile.

Fonte: ecodallecitta.it

Sadhguru a Roma: “Senza un suolo sano non c’è sopravvivenza”

Sabato scorso il tour attraverso Europa e Asia del leader ambientalista indiano Sadhguru si è fermato a Roma. Supportato da personaggi del mondo della musica e dello spettacolo, il guru ha lanciato con forza il messaggio su cui si fonda Conscious Planet, il progetto da lui stesso creato: «In questo momento l’aspetto più importante della conservazione della natura è il suolo». La nostra inviata Brunella Bonetti ci racconta com’è andata.

RomaLazio – C’è grande trepidazione nell’aria. Fermento. Centinaia di persone nel piazzale ovale antistante l’Auditorium in attesa di Sadhguru, il guru indiano fondatore di Conscious Planet, il movimento che si batte per la salvaguardia del suolo. Lui viaggia in moto, in solitaria. Sta attraversando 27 paesi in 100 giorni riunendo esperti, leader e persone di tutto il mondo per affrontare una crisi imminente. Piove tutto il giorno su Roma. Poi smette e, all’improvviso, esce il sole, proprio quando ha inizio l’evento gratuito che ha come ospite d’onore Sadhguru, il cui messaggio viene cantato da artisti come Malika Ayane, Elisa, Noemi, Brunori Sas, Giovanni Caccamo e personaggi tra cui Fabio Volo. «In tutto il mondo – dicono –, il degrado del suolo sta raggiungendo livelli che minacciano la produzione di cibo, la stabilità del clima e la vita stessa di questo Pianeta».

Sadhguru ha iniziato il suo viaggio di 30.000 chilometri attraverso l’Europa e l’Asia, per accelerare gli interventi di politiche per la protezione del suolo, sostenuto da leader mondiali, celebrità e istituzioni di rilievo. Ed oggi è a Roma, accompagnato da grandi artisti, pronti a testimoniare il cambiamento attraverso canzoni e performance a sfondo e tema naturale. Sulle note di Cambiamento, il guru ci ricorda che «le Nazioni Unite affermano che tra sessant’anni non avremo più terreno coltivabile. Il 52% dei suoli agricoli del mondo sono degradati e, a questo ritmo, una disastrosa crisi alimentare globale sarà inevitabile nel prossimo futuro».

«La verità è che cambiare fa paura e che non sappiamo rinunciare a quelle quattro o cinque cose a cui non si crede neanche più», suona Brunori Sas, vate della situazione presente. Tuttavia è ancora possibile produrre un cambiamento in senso positivo e sostenibile. Poi canta Elisa, partner dell’ONU, in partenza per un tour all’insegna e a sostegno della sostenibilità ambientale.

Se non fermiamo il degrado del suolo, il Pianeta non sarà più un luogo favorevole alla vita degli esseri umani

Sadhguru non è il solito guru. Non porta il turbante ma occhiali da sole, maglietta dai colori sgargianti e gira in moto con un sorriso contagioso e accogliente, proprio come la terra che si batte per difendere. A dialogare con lui, sale sul palco Manoj Juneja, direttore esecutivo e capo finanziere del World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite.

Juneja spiega l’importanza di tutelare il suolo, oggi più che mai, per la salvaguardia della biodiversità e della nostra stessa esistenza. Poi ringrazia il guru per la sua missione e per l’importante messaggio che porta in giro per il mondo a milioni di persone: «Save soil. Let’s un make it happen!».

Quando sale sul palco Sadhguru è una standing ovation: occhiali da sole e lunga barba, bianca, come la scoppola che porta in testa «Namastè», saluta emozionato. Poi intona un mantra che fa vibrare tutti i presenti, uniti in un canto per la terra. «È importante capire che senza un suolo sano non c’è sopravvivenza. Non c’è vita. Dobbiamo agire subito per le future generazioni, per garantire loro un futuro più sostenibile».

Possiamo fare molto nel nostro quotidiano per andare nella giusta direzione, come «renderci conto, innanzitutto, dei disastri e dei danni che stiamo arrecando alla terra e poi compiere piccole ma efficaci azioni in senso opposto, come piantare alberi. Milioni di alberi. Ci aspetta un lungo percorso, tante battaglie e milioni di persone sono da mobilitare». Ma tutto ciò è possibile, fa capire il guru con la sua stessa presenza e con il suo incredibile viaggio: «Si può sognare. Fate in modo che i vostri sogni diventino realtà».

«Avrò cura di te», recita la canzone di Battiato. E lo stesso dovremmo fare noi per la nostra Madre Terra: averne cura. Lo fanno già il Dalai Lama, il cantautore Maluma, l’attore Omar Sy, la direttrice della FAO Maria Helena, il pilota automobilistico Nico Rosberg, il giocatore di football Tom Brady, il DJ Pete Tong e decine di altro sostenitori di Conscious Planet, che mira ad attivare il sostegno di oltre 3,5 miliardi di persone e a promuovere un cambiamento nelle politiche di tutte le nazioni democratiche per la rivitalizzazione del suolo aumentando il suo contenuto organico.

Sadguru lo fa già e offre l’opportunità di unirsi a un movimento che ha proprio questo come scopo. «In questo momento l’aspetto più importante della conservazione della natura è il suolo. Se non fermiamo il degrado del suolo, il Pianeta non sarà più un luogo favorevole alla vita degli esseri umani». Il cambiamento è possibile. Facciamolo accadere!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2022/04/sadhguru-roma-suolo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Crisi energetica e dipendenza dal gas russo, Legambiente e Kyoto Club: “Intervenire prima di tutto sul settore civile”

Pubblicato il nuovo studio Elemens “Dal Gas alle rinnovabili. Scenari e benefici economici dalladecarbonizzazione dei sistemi di riscaldamento degli edifici” elaborato per Legambiente e Kyoto Club in cui si fa un’analisi sugli effetti che interventi di questo tipo potrebbero e avere su un breve periodo (al 2025) e al 2030 con interventi sul patrimonio edilizio a partire dalle case più energivore (Classe G) e sostituendo i sistemi di riscaldamento domestico a gas con le pompe di calore

Efficientamento del parco edilizio ed elettrificazione dei consumi per il riscaldamento domestico sono per Legambiente e Kyoto Club un combinato perfetto per ridurre i consumi di gas, e quindi anche la dipendenza da quello russo, per diminuire le emissioni climalteranti migliorando la qualità dell’aria e per alleggerire il costo della bolletta. Se il nostro Paese percorresse contemporaneamente queste due strade, riqualificando ogni anno il 3% del patrimonio edilizio, come prevede la nuova strategia europea Renovation Wave, portandolo da una performance media di consumo di energia finale termica di 136 kWh/m2/anno (media attuale tra residenziale e civile) a circa 50 kWh/m2/anno ed elettrificando i consumi per il riscaldamento domestico puntando sulle pompe di calore, ecco che i consumi di gas si potrebbero ridurre nel giro di tre anni, ossia al 2025, di oltre 5,4 miliardi di metri cubi all’anno per arrivare al 2030 a ben 12 miliardi di metri cubi, pari al 41% delle importazioni dalla Russia e arrivando ad avere un risparmio di emissioni di gas climalteranti pari a 22 milioni di tonnellate di C02 oltre che a un risparmio in bollette per le famiglie. Inoltre, la riduzione del consumo di gas comporterebbe un ulteriore beneficio, legato alla riduzione degli incidenti che ogni anno avvengono legati al suo consumo. Solo nel 2019, sono stati 270 eventi con 35 decessi.

È quanto emerge in sintesi dal nuovo studio Elemens “Dal Gas alle rinnovabili. Scenari e benefici economici dalla decarbonizzazionedei sistemi di riscaldamento degli edifici” elaborato per Legambiente e Kyoto Club in cui si fa un’analisi sugli effetti che interventi di questo tipo potrebbero e avere su un breve periodo (al 2025) e al 2030 con interventi sul patrimonio edilizio a partire dalle case più energivore (Classe G) e sostituendo i sistemi di riscaldamento domestico a gas con le pompe di calore. In Italia i consumi civili valgono 32 miliardi di metri cubi ogni anno, il 43% di quelli nazionali e contribuiscono in maniera significativa a inquinare le città e a surriscaldare il Pianeta. Nella nostra Penisola sono 17,5 milioni (su circa 26 milioni) le abitazioni che utilizzano caldaie a gas per il riscaldamento. Per questi motivi, Legambiente e Kyoto Club chiedono di rendere più efficaci le politiche di incentivo per le riqualificazioni edilizie visto che, secondo Enea, la riduzione nel 2020 è stata di appena 0,3 miliardi di metri cubi di gas a fronte di 27 miliardi di euro di detrazioni fiscali.

“L’attuale crisi energetica – dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – ha messo in evidenza la fragilità di un sistema energetico largamente basato sulle importazioni di fonti fossili e in particolare di gas. In tutto ciò in Italia continuiamo a incentivare il gas, unico paese al mondo che regala caldaie a metano spendendo miliardi di euro ogni anno, una follia che stiamo pagando a caro prezzo. Tutti i paesi europei e le città stanno cambiando rotta, anche l’Italia ha tutto l’interesse a scegliere questa strada eliminando da subito il rimborso del 110% delle spese per le caldaie a gas, perché l’obiettivo è liberarsi dalle fossili e sostituire questi impianti con pompe di calore, come ha appena deciso di fare la Francia. E nelle nuove case, che sono già a standard Nzeb, vietare l’utilizzo del gas già dal prossimo anno. Possiamo raggiungere risultati ambiziosi – continua Zanchini – scegliendo come priorità gli edifici più energivori e premiando chi più riduce i consumi, e aiutando chi oggi sta più soffrendo la crisi con interventi negli edifici di edilizia residenziale pubblica e dove vivono le famiglie in condizioni di povertà energetica. In questo modo in pochi anni possiamo ottenere un risultato superiore alla costruzione di un nuovo gasdotto ma con benefici in termini di lavoro in Italia e riduzione delle bollette per le famiglie che possono arrivare all’80%”.

“Dall’utilizzo dei combustibili fossili nel settore del riscaldamento e raffrescamento deriva il 12% delle emissioni totali di CO2 equivalenti in UE. Inoltre, il 28% del consumo energetico annuale in Europa è derivante dalle fonti fossili. Questo dimostra quanto sia ancora urgente agire per una decarbonizzazione degli impianti di riscaldamento, che è l’obiettivo della campagna di Kyoto Club e Legambiente. Oggi, grazie alla presentazione del Rapporto a cura di Elemens, la riflessione è focalizzata su questo tema. Abbiamo le tecnologie per sostituire le caldaie a gas con pompe di calore e rinnovabili: ci sono tutti i presupposti per fissare al 2025 la data di stop di installazione di sistemi di riscaldamento ‘fossili’”, commenta Clementina Taliento dell’Ufficio stampa e comunicazione di Kyoto Club.

Proposte Legambiente e Kyoto ClubIn questo contesto, Legambiente e Kyoto Club rilanciano una serie di proposte per accelerare questo processo di decarbonizzazione a partire dallo stop ai sussidi ambientalmente dannosi. Seguita da altre azioni: riformare l’econobus (passare da incentivi legati alle tecnologie al premiare interventi integrati che riducano i fabbisogni energetici degli edifici attraverso i più efficaci interventi di coibentazione, sostituzione di impianti e reti, inserimento di tecnologie per l’autoproduzione da fonti rinnovabili); prevedere nell’arco di tre anni la progressiva eliminazione delle agevolazioni IVA e accise su gas, senza dimenticare la progressiva decarbonizzazione dei sistemi di riscaldamento degli edifici con l’eliminazione degli incentivi per l’installazione delle caldaie a gas (2023 esclusione dal superbonus 110%, 2026 esclusione dalla detrazione del 50%) e divieto di installazione nei nuovi interventi edilizi (2024) e nelle ristrutturazioni degli interi edifici (2027) nella prospettiva di elettrificazione e diffusione di pompe di calore integrate con fonti rinnovabili.

Esempi esteri: Dall’Irlanda alla Francia e al Belgio, nello studio di Elemens vengono citati anche alcuni esempi di politiche adottateall’estero da cui il nostro Paese potrebbe ispirarsi. Si va dall’Irlanda dove nel febbraio del 2020 è stato approvato un pacchetto per supportare il miglioramento delle classi energetiche degli edifici, con l’obiettivo di riqualificare energeticamente 500.000 case con classe energetica pari ad almeno la classe B2. Il supporto economico consiste nell’erogazione in conto capitale di un incentivo fino al 50% della spesa sostenuta per effettuare gli interventi, in particolare con attenzione alle persone che soffrono di povertà energetica è prevista l’intera copertura dell’intervento. Inoltre, gli interventi che possono avere un impatto maggiore nella riduzione del consumo energetico possono potenzialmente accedere ad un incentivo pari anche fino all’80% della spesa. Il piano prevede una spesa di 8 miliardi di € al 2030.

Altro esempio è rappresentato dalla Francia, che in seguito alla crisi energetica indotta dalla situazione geopolitica, ha deciso di portare a 9.000 € l’incentivo a supporto dell’installazione di pompe di calore In Belgio, il Climate Plan della regione delle Fiandre mira a rendere obbligatorio entro il 2023 la riqualificazione energetica degli edifici acquistati almeno fino alla classe D: questo intervento deve essere effettuato dall’acquirente entro i 5 anni successivi all’acquisto. Inoltre, per i nuovi edifici sarà proibito avere un riscaldamento a gas – se non in conformazione ibrida con pompa di calore – e entro il 2026 diventerà proibita anche la connessione alla rete del gas. Questo piano è sostenuto da agevolazioni fiscali e sussidi nei confronti delle pompe di calore e degli impianti ibridi.

Il caso Sardegna: Tornando in Italia, gli occhi sono tutti puntati sulla Sardegna che potrebbe diventare uno dei laboratori della transizione energetica. Come viene ricordato nello studio, la Sardegna è ad oggi l’unica regione italiana non ancora metanizzata tramite la rete nazionale. Questa condizione deve essere sfruttata come un’opportunità per sperimentare gli effetti delle politiche di elettrificazione, mettendo in abbinamento l’efficientamento degli edifici con una massiva penetrazione della generazione e autoproduzione da rinnovabili, sistemi di accumulo. La Sardegna può puntare ad essere la prima isola green del mediterraneo, puntando su efficienza e rinnovabili, riqualificazione edilizia. L’attenzione posta al tema è confermata dagli esiti del Capacity Market, che vedono come maggiori vincitori in Sardegna gli accumuli elettrici, i quali sono in grado di fornire oggi i medesimi servizi delle centrali fossili.

Fonte: ecodallecitta.it

Con la pandemia le ecomafie e i reati ambientali sono cresciuti? Ecco cosa ci dicono i dati

Gli ecoreati non conoscono crisi, dallo smaltimento illegale alle agromafie ai delitti ambientali: dal Rapporto Ecomafia 2021, condotto da Legambiente Piemonte in collaborazione con Libera Piemonte, emerge che tutti i settori dell’illecito ambientale sono in crescita. Il Piemonte si attesta al 9° posto in Italia con oltre 1.326 reati nel 2020 e al 5° per quanto riguarda l’illegalità nel ciclo di rifiuti.

«Va scongiurato in ogni modo il rischio di infiltrazioni ecomafiose nei cantieri del PNRR, opere che servono alla transizione ecologica del Paese». Sono queste le Parole di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, che a inizio febbraio ha presentato il Rapporto Ecomafia 2021 insieme a Libera Piemonte, per informare e riportare dati aggiornati sulla diffusione delle ecomafie nelle regioni italiane.

Nonostante le drammatiche conseguenze della pandemia Covid-19, i reati ambientali scoperti nel 2020 in Italia hanno toccato quota 34.867 (+ 0,6% rispetto al 2019): in numeri parliamo di oltre 95 reati al giorno, 4 ogni ora. Come ha spiegato Giorgio Prino, Presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, «la pandemia non ha fermatole attività illegali. In questo periodo le Ecomafie hanno fatto un lavoro “eccezionale”, senza fermarsi. Nel 2020 sono diminuiti del 17% i controlli, eppure sono aumentati del 12% i crimini e del 14% gli arresti per ecoreati».

SCONGIURARE IL RISCHIO DI INFILTRAZIONI MAFIOSE NEI CANTIERI DEL PNRR

Il fatto chenemmeno l’emergenza pandemica sia riuscita a fermare o a far calare l’incidenza delle pratiche delinquenziali è per Legambiente un dato estremamente allarmante. La preoccupazione è rivolta ai soggetti che beneficeranno dei fondi del PNRR e che saranno chiamati a eseguire le opere finanziate. Parliamo, ad esempio, dei cantieri per la realizzazione di opere ferroviarie e portuali, impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e di riciclo dei rifiuti, depuratori, interventi di rigenerazione urbana, infrastrutture digitali, ovvero le opere coinvolte nella transizione ecologica del Paese. Per quanto riguarda i dati, «un elemento di preoccupazione è rappresentato dalla crescita dei reati ambientali accertati nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) che corrisponde, per il 2020, al 46,6% del totale nazionale. Il Piemonte si colloca al nono posto nella classifica generale nazionale e al quinto per quanto riguarda l’illegalità nel ciclo di rifiuti».

INSERIRE L’INCENDIO BOSCHIVO E LE AGROMAFIE TRA I DELITTI AMBIENTALI

Dal 1994 Legambiente lavora sul tema degli Ecoreati. Come ha raccontato Stefano Ciafani, «ci abbiamo messo 21 anni a ottenere la legge sugli Ecoreati, legge di cui ancora oggi sottolineiamo la bontà e l’importanza». Come afferma, ora è fondamentale un deciso cambio di passo che porti a completare il sistema normativo inserendo i delitti ambientali e di incendio boschivo tra i reati per cui è possibile, vista la loro particolare gravità e complessità, prorogare i termini di improcedibilità previsti dalla riforma della giustizia, approvata dal Parlamento.

Con Libera condividiamo la volontà di lanciare un segnale forte su come andranno utilizzati i fondi del PNRR

Andrebbe anche aggiornato il Codice penale «inserendo tra i delitti anche le agromafie, il traffico di opere d’arte e di reperti archeologici e il racket degli animali». Risulta poi fondamentale alzare il livello qualitativo dei controlli pubblici ambientali in tutta Italia, a partire dal Centro-Sud. «Servono nuove risorse finalizzate all’aumento del personale per le valutazioni, le ispezioni e all’acquisto della strumentazione innovativa per effettuare i monitoraggi».

LA CRIMINALITÀ DEL CICLO DEI RIFIUTI

Nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: a guidare la classifica per numero di reati è la Campania, seguita a grande distanza dalla Puglia e dal Lazio (che con 770 reati sale al terzo posto di questa classifica, scavalcando la Calabria). In Italia quasi 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti sono finiti sotto sequestro (la stima tiene conto soltanto dei numeri disponibili che contano 27 inchieste), corrispondenti a una colonna di 95.000 tir lunga 1.293 chilometri, poco più della distanza tra Palermo e Bologna.

I DATI PIEMONTESI

Nella classifica dell’attività operativa (in applicazione della l.68/2015 sui reati ambientali) il Piemonte si classifica al quinto posto. La corruzione ambientale è lo strumento principale usato dalle mafie per legarsi al mondo economico, oltre che a quello istituzionale, raggiungendo obiettivi di lungo periodo e garantendosi affari illimitati. Nell’ultimo anno il Piemonte si classifica ottavo (con 14 inchieste che corrispondono al 3,6% sul totale nazionale). Nel 2020, nella classifica regionale dell’illegalità del ciclo dei rifiuti, il Piemonte si aggiudica la quinta posizione (in classifica con 569 reati accertati, il 6,8% del totale nazionale). La classifica degli incendi negli impianti di trattamento, smaltimento e recupero dei rifiuti conferma anche in questo caso la quinta posizione del Piemonte a livello nazionale (con 101 incendi in corrispondenza degli impianti) mentre nella classifica regionale degli incendi dolosi, colposi e generici il Piemonte si trova al decimo posto (con un totale di 142 reati).

I FANGHI DI DEPURAZIONE CHE AVVELENANO L’AGRICOLTURA

I fanghi di depurazione rimangono uno dei tasti dolenti della gestione dei rifiuti, che molte volte attiva percorsi ecocriminali. Una delle inchieste più importanti è quella che ha riguardato una parte della provincia di Brescia, rivolta ai fanghi prodotti dall’azienda Wte che si sono rivelati contaminati da metalli pesanti, idrocarburi e altre sostanze inquinanti e che sono stati scaricati senza adeguati trattamenti nei campi agricoli di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna.

IL BUCO NERO DELLE CAVE ILLEGALI

Secondo Legambiente, risale agli ultimi mesi del 2020 una vicenda avvenuta in Piemonte e più precisamente a Romagnano, in provincia di Novara, lungo le sponde del fiume Sesia. In quest’occasione i Carabinieri forestali hanno messo i sigilli a una cava abusiva di materiale litoide e di sabbie che veniva riempita di fanghi. Come emerge, «il proprietario di un impianto di frantumazione di terre e rocce da scavo presente accanto alla cava è stato denunciato per gestione di rifiuti e attività estrattiva non consentita».

IL CAPORALATO NELL’ASTIGIANO

Un’operazione di particolare interesse per quel che riguarda le filiere illecite dell’agroalimentare ha riguardato il Piemonte e in particolare l’area dell’astigiano. «Nel Nord più economicamente sviluppato, con un’agricoltura specializzata e vicina alle grandi vie commerciali europee, venivano praticate forme particolarmente gravi di caporalato e sfruttamento della relativa manodopera».

La manodopera è nella maggior parte dei casi di origine straniera e originaria di paesi come Nigeria, Gambia, Senegal e Mali. «Nello specifico, alcuni criminali sfruttavano braccianti agricoli immigrati, durante la vendemmia nel Monferrato, pagandoli 3 € l’ora e facendoli lavorare fino a dieci ore ininterrotte al giorno, tutti i giorni del mese».

Tutti questi e molti altri dati sono disponibili nel Rapporto Ecomafia 2021 di Legambiente e Libera Piemonte.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2022/03/ecomafie-reati-ambientali-dati/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Cicloattivisti e ambientalisti sul decreto caro-bollette: “Gli 8 miliardi per automotive siano destinati a transizione verso mobilità a zero emissioni”

Le associazioni denunciano l’impostazione automobile-centrica e dipendente dai combustibili fossili del governo Draghi, quanto mai inappropriata anche alla luce della crisi ucraina e chiedono di dare priorità alle alternative per il settore dei trasporti

Le 22 organizzazioni del Coordinamento Associazioni e Movimenti Cicloattivisti e Ambientalisti dicono no a quella che definiscono l’impostazione “automobile-centrica e dipendente dai combustibili fossili del governo Draghi” e chiedono che gli 8 miliardi per automotive siano destinati a transizione verso mobilità a zero emissioni. Il riferimento è all’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri dello scorso 18 febbraio del decreto-legge c.d. “Caro-bollette”, all’interno del quale si prevede lo stanziamento di un miliardo di euro all’anno fino al 2030 a sostegno del settore automotive. L’impostazione del Governo è stata definita dai firmatari “quanto mai inappropriata anche alla luce della crisi  ucraina”.

In risposta a quello che rischia di essere “l’ennesimo atto di greenwashing da parte del governo Draghi e dei ministri Giorgetti e Cingolani”, le associazioni ambientaliste e i movimenti per la mobilità attiva e sostenibile dichiarano quanto segue:

“Ancora una volta i ministri Giorgetti e Cingolani dimostrano di non avere ben chiaro quali dovrebbero essere le priorità dell’Italia in tema di trasporti e transizione ecologica.
L’Italia, firmataria dell’accordo di Parigi e co-host dell’ultima conferenza sul clima, non sta facendo abbastanza per ridurre rapidamente le emissioni di gas effetto serra. I fondi del PNRR per la transizione ecologica sono pochi e male allocati.  Il decreto caro-bollette risponde all’aumento dei prezzi del gas non riducendo, ma incrementando la dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili, proprio nel momento in cui questa dipendenza ci rende geopoliticamente vulnerabili, come evidenziato dall’indisponibilità dell’Italia a sanzionare la Russia tagliando le importazioni di gas. La stessa logica sottende le misure relative al settore dei trasporti incluse nel decreto legge.  Gli 8 miliardi di euro stanziati dal decreto caro-bollette equivalgono al totale dei fondi destinati nel PNRR al settore della mobilità sostenibile: secondo un’analisi di Kyoto Club e Transport & Environment, sarebbero state necessarie risorse cinque volte maggiori. Se ci fossero ulteriori risorse da investire sui trasporti dovrebbero essere prioritariamente destinate a una profonda e rapida decarbonizzazione del settore, promuovendo modalità di trasporto che ci allontanino progressivamente dalla centralità dell’automobile e del motore endotermico: ciclabilità, pedonalità, trasporto pubblico elettrico locale su gomma e rotaia, sharing mobility elettrica.
Malgrado gli alti livelli di congestione, l’aria avvelenata delle nostre città e il budget di CO2 sforato da tempo, continuiamo a parlare di incentivi per le auto endotermiche. Il ministro Giorgetti ha dichiarato che il MISE vorrebbe far accedere agli eco-incentivi anche le auto fino a 135gCO2/km: questo vuol dire destinare i soldi dei contribuenti a tecnologie obsolete e inquinanti come le “mild hybrid” e le auto a diesel e a benzina. Se si vuole discutere seriamente di “riconversione e riqualificazione” del comparto automotive, e soprattutto di transizione ecologica, il governo italiano deve invece: 
– Aumentare in modo sostanziale gli investimenti in infrastrutture e politiche per la mobilità attiva (bici, piedi) e condivisa (TPL, sharing mobility), prima ancora di intervenire sul comparto automotive.
– Fissare come obiettivo quello di abbattere in modo rapido il tasso di motorizzazione (almeno dimezzandolo nel medio termine), accompagnando l’industria italiana verso una mobilità adatta al 21° secolo e che risponda all’emergenza climatica e a quella dell’inquinamento dell’aria.
– Destinare le risorse ora pensate per gli eco-incentivi a sostenere invece lo shift modale nelle città italiane: il governo potrebbe istituire un fondo presso il MITE o il MIMS al quale le amministrazioni comunali e regionali possano accedere per finanziare programmi di riduzione del tasso di motorizzazione. Ad esempio, incentivando chi, rottamando un’auto inquinante, la sostituisce con altro mezzo di trasporto sostenibile (cargo bike, e-bike) o accetta in cambio un pacchetto di abbonamenti pluriennali al trasporto pubblico e ai servizi di sharing per il proprio nucleo familiare.”  

I firmatari del Coordinamento Associazioni e Movimenti Cicloattivisti e Ambientalisti sono (in ordine alfabetico): Bike4City Aps; Bikeitalia.it; Bike to school Asd; Ciclostile – ciclofficina popolare del Centro Sociale Bruno di Trento; Cittadini per l’aria onlus; Clean Cities Campaign; Consulta della Mobilità Ciclistica e Moderazione del Traffico di Torino; Consulta sicurezza stradale, mobilità dolce, sostenibilità di Roma Capitale; Ecoborgo Campidoglio Aps Torino; FIAB Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta; Fondazione Michele Scarponi Onlus; Genitori AntiSmog; Greenpeace Italia; hub.MAT APS; Kyoto Club; Legambici APS, Milano; Legambiente; Massa Marmocchi – In bici a scuola Milano; Milano Bicycle Coalition ASD; Rete Vivinstrada; Salvaiciclisti-Bologna APS; Salvaiciclisti Roma – Sic Roma Aps ETS.      

Fonte: ecodallecitta.it