Riciclo incentivante: da Nord a Sud i progetti che cambiano le abitudini degli italiani

Riciclare correttamente per risparmiare su tasse dei rifiuti e bollette o per ricevere buoni sconti e premi: sono ormai decine i progetti che in tutta la Penisola mettono al centro il riciclo incentivante per promuovere l’economia circolare grazie alla tecnologia avanzata degli eco-compattatori di Eurven.
Le regioni più virtuose si confermano quelle del Nord, ma cresce l’attenzione al riciclo anche tra gli abitanti del Centro e del Sud Italia.

 

 

 Non è un segreto che sempre più italiani abbiano un occhio attento al corretto smaltimento dei rifiuti, complice la diffusione della raccolta differenziata sul territorio nazionale, ma anche dell’arrivo di esperienze innovative e vantaggiose per l’utenza come i compattatori incentivanti di Eurven.
L’azienda veneta leader nel settore dei compattatori, infatti, da anni lavora perché su tutto il territorio nazionale si diffondano progetti in grado di rendere la raccolta differenziata un gesto non solo corretto per l’ambiente, ma anche vantaggioso per le tasche dei cittadini.
Collocati in scuole, fabbriche, ospedali, supermercati, stazioni, aeroporti, centri commerciali, comuni e piazze di tutta Italia, i sistemi di raccolta – incentivanti e non – sono in grado di raccogliere mediamente 1.000 bottiglie di plastica al giorno, per un totale di circa 27 milioni di bottiglie al mese.
Cash for trash: le municipalizzate italiane riducono le tasse sui rifiuti
Innovazione e riciclo sono le parole chiave di “Cash for Trash”, il progetto che, in collaborazione con l’app 2Pay e con le municipalizzate italiane, permette di ridurre la tassa sui rifiuti. I cittadini che conferiscono correttamente i rifiuti negli eco-compattatori possono accedere agli sconti offerti dall’associazione commercianti del territorio o dai supermercati e ottenere 1 centesimo per ogni pezzo consegnato sul proprio borsellino elettronico tramite 2Pay, l’app su smartphone che semplifica il processo di pagamento abbattendo i costi delle transazioni. L’importo maturato può essere speso nei negozi convenzionati, per pagare la bolletta dei rifiuti o essere inviato al proprio conto corrente. Il progetto ha preso il via con il supporto di Evergreen in Veneto, Toscana, Liguria, Campania ed Emilia Romagna.

A Nord i cittadini risparmiano sulla Tari
Le regioni più virtuose sono quelle del Nord, dove si concentra oltre il 60% dei riciclatori incentivanti targati Eurven. Apripista il Veneto con numerosi progetti attivi, tra cui “Equaazione – Tu ricicli, io ti pago” che ha preso il via nei comuni di Conegliano, Adria, Piove di Sacco e Monselice e che sarà attivato tra marzo e aprile anche a Vittorio Veneto, Oderzo, Soresina, Piadena e Lavarone. Il progetto permette ai cittadini più virtuosi di risparmiare sulle tasse, riconoscendo un centesimo per ogni bottiglia inserita e pagando la TARI annuale al cittadino che nel mese avrà riciclato di più. I centesimi accumulati con il riciclo vengono scalati direttamente dalla bolletta della luce. Da fine gennaio ad oggi sono stati circa 250.000 i conferimenti nei quattro comuni in cui è già attivo l’eco-compattatore.
Ottimi risultati anche a Este (PD), dove presso il Centro Commerciale Extense con il progetto “Riduci, Ricicla, Ricompensa” sono state recuperate in soli due mesi 41.380 bottiglie di plastica: il macchinario premia i clienti consegnando loro buoni sconto da spendere presso i negozi del Centro Commerciale, compreso l’ipermercato Interspar.
In provincia di Belluno spicca il progetto “Acquistare Riciclando Feltre” promosso dal comune di Feltre, dove è stato inaugurato un eco-compattatore per raccogliere bottiglie di plastica, lattine e scatolame in acciaio. Installato a metà gennaio 2017, ha da subito suscitato curiosità da parte dei cittadini: ad oggi sono oltre 24.000 i pezzi conferiti. I coupon ricevuti in cambio dei rifiuti possono essere spesi presso oltre cinquanta attività commerciali del luogo e i musei comunali: con due coupon si può avere un biglietto d’ingresso ridotto anziché intero.
Molto particolare il progetto del Politecnico di Torino: si tratta di un compattatore di bottiglie in PET basato sull’interazione, che si propone di studiare i comportamenti dell’utente finale per proporre nuovi servizi. A ogni bottiglia consegnata al BlueTotem corrisponde una risposta interattiva sul video touch: l’utente può esprimere desideri e pareri sui progetti per lo stesso Campus e visualizzare una mappa interattiva costantemente aggiornata con le reazioni di tutti gli utilizzatori e la rete dei soggetti coinvolti nel corretto riuso del PET.

Al Centro Italia i rifiuti si trasformano in acqua
Al Centro il Lazio è tra le regioni con più installazioni di eco-compattatori e progetti. Tra i più interessanti c’è il progetto “Greeny Ecopunti – La plastica si trasforma in acqua” di Genazzano (RM) che mostra come anche i rifiuti possano trasformarsi in un bene prezioso: conferendo le bottiglie di plastica nell’eco-compattatore, i cittadini  ricevono in cambio ecopunti da caricare su una card e da utilizzare per prelevare gratuitamente l’acqua presso la Casa dell’AcquaSi (Lorenzoni). In un mese, il macchinario ha raccolto oltre 15.000 bottiglie di plastica.
Anche in Umbria crescono le iniziative: a Gubbio è partito a febbraio 2017 “Ricompattiamoci” con il posizionamento di due ecocompattatori. Gli abitanti della città possono conferire le bottiglie di plastica nelle macchine, inserire il codice fiscale dell’intestatario della tassa sui rifiuti e ritirare l’eco-bonus. Lo scontrino può essere utilizzato presso le attività commerciali del territorio aderenti, consultabili sul sito www.ricompattiamoci.it, oppure per ottenere uno sconto sulla TARI di 5 euro ogni 300 conferimenti o di 10 euro ogni 600 conferimenti. In 28 giorni di attività ci sono stati 12.000 conferimenti ciascuna, per un totale di 24.000. I cittadini che si sono identificati attraverso tessera sanitaria sono stati 450 e 5 di loro hanno già superato la soglia  dei 200 conferimenti.
Ad Assisi (PG) invece sono le scuole a cogliere l’opportunità di fare educazione ambientale attraverso il riciclo incentivante: all’interno di due istituti comprensivi sono stati installati i RAEE box, punti di conferimento incentivanti che in cambio di vecchi dispositivi erogano sconti e bonus a studenti e cittadini.

Sud Italia: Molise e Basilicata premiano cittadini e commercianti
Riciclare e sostenere i piccoli esercenti locali è lo scopo di Mon€y4Trash, l’innovativo progetto lanciato a fine gennaio dal Comune molisano di Gambatesa: conferendo bottiglie in plastica PET e lattine, infatti, non soltanto i cittadini ricevono sconti da spendere presso i negozi aderenti, ma anche i commercianti hanno la possibilità di risparmiare concretamente. Conservando gli scontrini erogati dal macchinario incentivante, gli esercenti possono detrarre la somma accumulata dalla TARI annuale. I cittadini hanno dimostrato grande sensibilità nei confronti dell’iniziativa: in media, vengono raccolti 1.500 rifiuti al giorno, tra lattine e bottiglie di plastica
Anche a Latronico, in provincia di Potenza, il progetto “La banca del riciclo” premia sia cittadini che commercianti: per ogni bottiglia di plastica o lattina conferita, il macchinario eroga al cittadino virtuoso un Ecopunto del valore di 0,08 centesimi di euro. Conservando gli Ecopunti dei clienti e arrivando ad un ammontare di almeno 20 euro (oppure un qualsiasi importo ma solo dopo 4 mesi), i commercianti che aderiscono all’iniziativa potranno essere rimborsati monetariamente dell’intera somma presentando gli scontrini in Comune. Dal 21 febbraio ad oggi sono stati conferiti nel macchinario 5.270 imballi.
“Dal Nord al Sud, tutti questi progetti mostrano come in Italia il riciclo incentivante sia la formula vincente per promuovere l’economia circolare”, spiega Carlo Alberto Baesso, General Manager di Eurven. “Riciclare correttamente per risparmiare su tasse dei rifiuti e bollette o per ricevere buoni sconti e premi è sicuramente un incentivo che stimola i cittadini e che permette di avere ricadute positive su economia locale e ambiente”.

 

 

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Chi è Eurven

Eurven è leader nei sistemi a monte di raccolta differenziata, compattazione e riciclo rifiuti. Tra i suoi clienti Coca Cola, Ikea, San Benedetto, Despar, Conad, Coop, Pam, Panorama, Autogrill, Unes, Gardaland, Mirabilandia, Leroy Merlin e molti altri.

Maggiori informazioni su: www.eurven.com

 

 

Fonte: agenziapressplay.it

 

Maestri di Strada, educazione all’avanguardia al servizio degli ultimi

Educare i ragazzi senza uniformarli, cercando di fare emergere i loro talenti. È questo l’impegno dei Maestri di Strada che da anni operano in una delle zone più problematiche d’Italia, l’Idroscalo del Lido di Ostia, per contrastrare l’abbandono scolastico e offrire alle nuove generazioni l’opportunità di un futuro migliore. Il quartiere dell’Idroscalo del Lido di Ostia è una delle zone più problematiche d’Italia da molti punti di vista. Qui nel 1975 fu ucciso Pier Paolo Pasolini. Oggi ci vivono numerose famiglie povere e poverissime e i problemi di criminalità minorile, microcriminalità, penetrazione mafiosa pesano sulle teste dei ragazzi come macigni. Ragazzi e ragazze che spesso scelgono di abbandonare la scuola per seguire altre strade (non per nulla Ostia Lido è una delle zone con maggiore tasso di abbandono scolastico d’Italia). Proprio qui però operano i Maestri di strada dell’Associazione Manes  (la stessa delle elementari nel bosco e dell’asilo del mare) che operano assieme alla scuola pubblica Amendola Guttuso. I due maestri Pietro Caddeo e Lorenzo Taroni ogni giorno si occupano di portare a scuola i ragazzi più difficili ed educarli senza uniformarli, provando a far emergere i loro talenti. Le loro lezioni non sono quasi mai “frontali” ma passano dai laboratori di legno, elettronica, arte, dalle uscite per strada; tutto ciò serve a far scoprire ai ragazzi i loro talenti e dà ai maestri la possibilità di entrare in relazione con loro.

“Non possiamo pensare di prendere dei ragazzi cresciuti in un contesto difficile, alcuni con problematiche psicologiche di vario genere, e metterli seduti ad un banco per otto ore al giorno”, ci spiega il maestro Lorenzo. “Perché semplicemente non ci stanno. Sono altri i modi per trasmettere loro le cose: per esempio attraverso l’esperienza diretta, la sperimentazione.” “Ad esempio – aggiunge Pietro – adesso ci vedete seduti sul dipinto del teorema di Pitagora, mentre l’altro giorno abbiamo inventato una canzoncina per i numeri relativi”.

CAMBIA LA TUA SCUOLA! PARTECIPA ALLA CAMPAGNA!

I maestri utilizzano laboratori e uscite per spiegare le varie materie: con la falegnameria si realizzano forme geometriche, il laboratorio di elettronica è utile per apprendere la fisica e così via. Inoltre utilizzano i principi della pedagogia dei talenti, che mira a far emergere da ciascun individuo i talenti che possiede. “Ad esempio è importante capire – continua Lorenzo – quale intelligenza è più sviluppata nel ragazzo, visiva, musicale, eccetera e utilizzare quella per spiegargli le cose”.10388196_927788770647492_1463605522446222113_n

A volte succede anche che i ragazzi non si presentino a scuola per diversi giorni, ma i maestri di strada non si lasciano scoraggiare. Vanno a casa loro, ci parlano, conoscono le famiglie. E alla fine quasi sempre li convincono a tornare. Inoltre, oltre ad occuparsi dei casi segnalati dalla scuola, dai servizi sociali ed altre istituzioni, vanno nelle vie, nelle piazze, nei punti di aggregazione, per trovare i ragazzi, instaurare un rapporto con loro e cercare di sottrarli alla strada, dove hanno ottime probabilità di finire nei giri della malavita. Infine Maestri di Strada non termina con la fine della scuola. “Maestri di strada non si ferma all’esame da privatisti” ci dice Pietro. “Facciamo una consulenza a tutto campo, li mettiamo in contatto con le istituzioni, alla Asl, ai servizi sociali. Facciamo anche un doposcuola”.91FB9A75D6CF9D30BE502E80A1C9D071

Così facendo contribuiscono giorno dop0 giorno a migliorare il contesto in cui vivono. Come ci disse Danilo Casertano, fondatore dell’associazione Manes, qualche anno fa, “Siamo sempre portati a pensare che un brutto quartiere faccia una cattiva scuola. Ma se fosse vero il contrario? Se fosse una cattiva scuola a fare un brutto quartiere?”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/io-faccio-cosi-161-maestri-di-strada-educazione-avanguardia-servizio-ultimi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ora della Terra 2017, entro il 2020 Scania sarà indipendente dai combustibili fossili

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In occasione dell’Ora della Terra 2017 Scania ha annunciato il proprio principale obiettivo di sostenibilità energetica da raggiungere entro l’anno 2020: la piena indipendenza dalle fonti fossili per la produzione di energia. Già oggi il 79% dell’energia elettrica che Scania acquista o produce internamente deriva da fonti non fossili e sarebbe quindi significativa l’ulteriore riduzione delle emissioni di anidride carbonica; l’Italia, sostiene il colosso dei mezzi pesanti, è tra i prossimi Paesi pronti a passare all’energia elettrica senza combustibili fossili. “Scania, in primis, deve essere pioniera in questo cambiamento. Siamo altamente esigenti nei confronti dei nostri fornitori, chiedendo loro di aderire ai più alti standard ambientali e di implementare le più moderne e innovative tecnologie. Anche molti dei nostri clienti hanno obiettivi ambiziosi dal punto di vista ambientale”

ha evidenziato Anders Williamsson, Executive Vice President e Responsabile acquisti di Scania. L’impegno dell’azienda non attiene solamente ai propri siti di produzione ma include tutte le proprie operazioni, non ultime le centinaia di officine autorizzate sparse in tutto il mondo: in Scandinavia l’energia fornita a Scania proviene principalmente da centrali idroelettriche mentre in Francia e Polonia è maggiormente diffusa l’energia solare e eolica, e lo stesso accade nei paesi con mercati liberi di energia.

Fonte: ecoblog.it

L’Alveare che dice sì! Già 150 i gruppi in Italia per comprare sostenibile

I produttori incontrano i consumatori e si creano legami di fiducia e sostegno reciproco. E’ la filosofia dell’Alveare che dice sì, una rete di gruppi d’acquisto che si sta diffondendo in tutta Italia. Sono già 150 i gruppi formatisi.9522-10279

Oggi la Grande Distribuzione Organizzata, attraverso la quale abbiamo accesso a tutti o quasi tutti i prodotti che acquistiamo, non consente una connessione tra consumo e produzione. I produttori e i consumatori, in sostanza, sono come due rette parallele che non si incontrano mai. Perdere il contatto con chi produce il nostro cibo, vivere nell’ignoranza di dove sia stato prodotto e in quali condizioni etiche (dall’abuso perpetrato nei confronti della terra e degli animali, all’uso di sostanze chimiche non specificate, allo sfruttamento delle persone coinvolte nei processi di produzione) si ripercuote  negativamente ad ogni livello sulla nostra vita di persone e non solo di semplici consumatori o produttori. A risentirne, infatti, è la nostra salute, il nostro portafoglio, il nostro territorio, la nostra cultura e, non ultime, le nostre relazioni umane, il nostro benessere, la nostra “contentezza”.
L’Alveare che dice sì, attraverso la promozione di una filiera cortissima, vuole recuperare e reinventare un nuovo modo, etico, ecologico e giusto, di produrre e consumare cibo attraverso una vera e propria rete che agisce su base locale con l’obiettivo di realizzare un’economia sana, critica e consapevole. Attraverso quello che sembra un atto quasi distratto, spesso veloce e fatto senza attenzione come quello di fare la spesa è possibile, infatti, agendo localmente, contribuire alla lotta contro lo sfruttamento, i cambiamenti climatici, gli allevamenti intensivi, l’inquinamento di interi territori ed ecosistemi anche molto lontani da noi.

Abbiamo incontrato Paolo Nosenzo, responsabile Comunicazione e Marketing de L’Alveare che dice Sì! che ci spiega di cosa si tratta.

Quando è nato L’Alveare che dice sì!? E dove?

Il progetto è nato in Francia nel 2011, e fa parte del movimento europeo The Food Assembly. In seguito si è poi diffuso anche in UK, Belgio, Spagna, Germania e, da un annetto e mezzo, è arrivato anche in Italia!

Di chi è stata l’idea?

Il progetto è stato portato in Italia da Eugenio Sapora, che ora è il responsabile della rete italiana. Eugenio ha conosciuto il progetto in Francia e se ne è innamorato, e ha pensato (a ragione) che potesse funzionare anche nel nostro Paese.

Come funziona esattamente un Alveare? Ci può spiegare esattamente cosa succede e in che modo?

Il cliente si registra gratuitamente su www.alvearechedicesi.it e si iscrive all’Alveare più vicino (viene visualizzata una barra di ricerca in cui inserire il proprio indirizzo). A questo punto può già iniziare a fare la spesa, scegliendo da una gamma di prodotti locali; frutta, verdura, carne, formaggio, pane… (tutti nel raggio medio di 30-40 km di distanza dall’Alveare in questione). Convalidato e pagato l’ordine online (si può pagare anche con una semplice prepagata o con postepay), la spesa si va poi a ritirare nel luogo e nell’orario di quell’Alveare. Al momento del ritiro, i produttori da cui si ha ordinato saranno lì presenti per consegnare la spesa, farsi conoscere, e scambiare informazioni con i clienti, spesso facendo anche gustare i propri prodotti. In questo modo il cliente ha piena visibilità su chi ha prodotto il cibo che andrà a consumare. A sovrintendere l’organizzazione di ogni Alveare, c’è il Gestore, ovvero una persona che ha deciso di investire 7-8 ore settimanali del suo tempo per costruire una comunità nel proprio quartiere, contattando produttori e clienti, e organizzando le vendite tramite il sito ogni settimana, ottenendo in cambio una percentuale sul fatturato.

Qual è il vostro obiettivo?

I nostri obiettivi sono molteplici. In generale l’obiettivo sul lungo termine è fornire un’alternativa alla Grande Distribuzione Organizzata. Ma anche supportare i produttori locali, fornendo loro un’  ulteriore finestra dove proporre i loro prodotti; dare valore e il giusto prezzo al cibo che si deve produrre nel migliore dei modi; innescare un sistema di fiducia e di relazioni fra consumatori e produttori; stimolare e far rivivere luoghi urbani, ricreando un forte senso di comunità, visto che il momento del ritiro della spesa diventa poi un momento sociale di incontro e di festa, permettendo alle persone del quartiere di riunirsi una volta a settimana.

Che differenza c’è con i GAS tradizionali?

La differenza principale è che i GAS sono diretti a un pubblico di attivisti, ma purtroppo non tutti hanno il tempo e le risorse per iscriversi a un gruppo d’acquisto solidale, anche perchè semplicemente non riescono a trovare i contatti per entrare a farne parte. Con l’Alveare vogliamo rendere il tutto più accessibile. Con letteralmente 2 clic è possibile trovare quello più vicino e iscriversi, e con il terzo clic si può iniziare a fare la spesa! Inoltre, semplifica di molto la procedura di pagamento, visto che avviene tutto online.

Non significa un intermediario in più nella relazione produttore-consumatore? Se no, perché?

Nella nostra rete non c’è alcun intermediario: l’acquisto avviene direttamente, online, fra consumatore e produttore. Ed è il produttore, quando si iscrive (gratuitamente) alla nostra rete, a determinare il prezzo. Il produttore ha poi una commissione sulle vendite (10% per noi della piattaforma e 10% per il Gestore di Alveare), ma queste sono spese di servizio e per la manutenzione del sito, delle quali nessuna azienda può (purtroppo) fare a meno. Pur con questa commissione, al produttore va l’80% del fatturato, ovvero esattamente l’opposto di quello che ottiene vendendo alla Grande Distribuzione Organizzata.

Chi sono i consumatori che si rivolgono agli alveari?

Le tipologie di consumatori sono molteplici; ci rivolgiamo a chi non ha il tempo per fare la spesa al mercato, e compra online per poi venire semplicemente a ritirare la spesa in modo rapido dopo il lavoro, prima di tornare a casa. Ma anche a persone che hanno più tempo, e che vogliono sfruttare appieno l’opportunità di avere di fronte i produttori, per fare qualsiasi tipo di domanda gli venga in mente e soddisfare ogni curiosità sui prodotti che hanno acquistato. Molti utilizzano l’Alveare proprio per essere sicuri di quello che comprano e consumano, quindi ci rivolgiamo anche a chiunque stia cercando prodotti di qualità ma che siano verificabili, senza spendere una fortuna.

E i produttori?

Presso i nostri Alveari copriamo qualsiasi tipologia di prodotto alimentare. Ovviamente, cerchiamo di privilegiare i produttori di piccole/medie dimensioni, che non facciano vendita all’ingrosso

Quanti alveari esistono in Italia? In quali regioni? E in Europa?

Al momento ci sono più di 150 Alveari su tutta Italia, di cui una cinquantina sono attivi (è possibile acquistare prodotti ogni settimana), mentre il resto sono in costruzione, ovvero il Gestore sta ancora contattando produttori e clienti per poter aprire, e apriranno nei prossimi mesi. Le regioni con più Alveari sono Piemonte e Lombardia (essendo una startup torinese, siamo partiti a svilupparci dal Nord), ma la rete si sta sviluppando rapidamente e anche Emilia-Romagna, Lazio e Toscana hanno numerosi Alveari in apertura. In totale, gli Alveari attivi su tutta Europa sono quasi 1.000!

Quanti produttori e consumatori sono coinvolti?

In Italia abbiamo già più di 600 produttori iscritti alla nostra rete, e circa 24.000 membri iscritti ai nostri Alveari.

Che cosa significa essere responsabile di un alveare? Ci può parlare di questa nuova figura professionale?

Il Gestore di Alveare è una persona che decide di portare un Alveare nel proprio quartiere, per dare modo alla sua comunità di avere accesso diretto a prodotti locali, in modo comodo e accessibile. Per aprire un Alveare non è necessario alcun investimento, solo qualche ora settimanale (7-8, soprattutto nella fase di costruzione) per gestire il progetto. Il gestore si occupa quindi di trovare un luogo per la consegna dei prodotti (può essere un bar, un ristorante, un oratorio, una casa del quartiere…), contattare 4-5 produttori locali e farli iscrivere alla piattaforma (in modo che possano proporre i loro prodotti alla comunità) e far iscrivere membri alla pagina del proprio Alveare sul sito (anche qui, l’iscrizione è gratuita). Una volta aperto l’Alveare, il Gestore gestisce le vendite attraverso il sito, e sovrintende alle distribuzioni, per assicurarsi che tutti vengano a ritirare la spesa. In cambio, ha una percentuale sulle vendite settimanali. E’ un ruolo molto bello perchè ti dà modo di conoscere produttori locali e persone del proprio quartiere, diventando una sorta di leader della propria comunità alimentare.

Come si fa a diventare responsabile di alveare? Quanto si può guadagnare e quali sono i requisiti e le mansioni che svolge un responsabile? Deve cercare lui i produttori? Deve cercare lui e quindi pagare un affitto per il locale in cui avverranno le consegne? Può farlo anche a casa sua?

Per avviare la procedura basta compilare un questionario sulla pagina https://alvearechedicesi.it/it/join/as-host , per poi essere contattato dai membri del nostro team, che lo guideranno per tutto il percorso (non si è mai abbandonati a se stessi! Ogni gestore riceve costantemente supporto tecnico e morale dal proprio coordinatore). Il gestore di un Alveare medio guadagna sui 400-500 euro al mese, ma ci sono Gestori che hanno fatto dell’Alveare la propria professione principale, e si possono guadagnare cifre pari a quelle di un vero stipendio, dipende ovviamente dal tempo che ci si dedica. Maggiore è il tempo, maggiori saranno i guadagni. Deve cercare lui produttori, clienti e locale, ma non deve pagare nessun affitto; in genere i proprietari dei locali sono ben contenti di partecipare al progetto, anche perchè gli offre un modo comodo per avere accesso a prodotti locali, aumenti la visibilità del loro locale, e, ad esempio nel caso dei bar, avere 20-30 persone che per un’ora e mezza a settimana vengono nel tuo locale a ritirare la spesa, di solito permette di vendere qualche caffè o aperitivo in più. Sconsigliamo di fare un Alveare in casa propria poichè serve uno spazio abbastanza grande per accomodare le cassette e le borse con i prodotti (minimo 40 metri quadri, e dev’essere al piano terra), e inoltre bisogna considerare che il gestore dovrebbe essere disposto a far entrare una trentina di persone (clienti che spesso non conosce) dentro casa.

Da chi riceve il compenso il responsabile di Alveare? In che modo?

Il sito automaticamente preleva la percentuale del 10% dal fatturato del produttore, e lo manda al Gestore. Il produttore e il gestore ricevono comunque tutti i documenti del caso, scaricandoli direttamente dal sito.

Qual è il futuro degli Alveari?

Il nostro obiettivo è arrivare in ogni città d’Italia (idealmente anche in ogni quartiere), per fornire un’alternativa concreta alla GDO. Nell’anno passato siamo cresciuti molto, e questo è un ottimo segnale che ci fa ben sperare per il futuro del progetto in Italia!

Chi fosse interessato come cliente, produttore o gestore cosa deve fare?

Basta andare su www.alvearechedicesi.it per avere ulteriori informazioni, registrarsi gratuitamente e iscriversi come cliente, Produttore o Gestore. Inoltre siamo sempre raggiungibili alla mail assistenza@alvearechedicesi.it e ci trovate anche su Facebook, alla pagina www.facebook.com/LAlveareCheDiceSi

Fonte: ilcambiamento.it

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‘La città futura’, manifesto della green economy per l’architettura e l’urbanistica

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In Italia la V edizione degli Stati generali della green economy ha dedicato un gruppo di lavoro composto da docenti, imprese, enti di ricerca, associazioni ambientaliste all’elaborazione di un manifesto della green economy per l’architettura e l’urbanistica: “La Città Futura”

Una road map in sette tappe per portare a compimento la rivoluzione green nelle città italiane. Questo il cuore del ‘Manifesto della green economy per la città futura’, elaborato in preparazione degli Stati generali della green economy 2017 e presentato mercoledì 5 aprile a Roma, in occasione del meeting di primavera organizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Temi cardine del Manifesto sono lotta ai cambiamenti climatici, tutela del patrimonio naturale e culturale, rigenerazione urbana, riqualificazione della città e del patrimonio edilizio, benessere dei cittadini. A livello europeo e internazionale sono già molte le città che hanno avviato programmi e iniziative in direzione green. Ecco alcuni esempi: Copenhagen, nel 2009, ha fissato l’obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2025; Amburgo ha pianificato una rete ciclo-pedonale alla quale sarà riservata la circolazione nel 40% della città entro il 2035; negli Stati Uniti, nell’era Trump, 25 città riunite nel Sierra Club hanno adottato un programma per arrivare a consumare solo energia rinnovabile, puntando a raggiungere l’adesione complessiva di 100 città; il “Programme National de Rénovation Urbaine” della Francia che ha attivato la rigenerazione di 530 quartieri in tutta la Francia, con circa 4 milioni di abitanti, con un fondo economico, in partnership pubblica e privata, di oltre 40 miliardi.

In Italia nel 2016, la V edizione degli Stati generali della green economy ha dedicato un gruppo di lavoro – composto da oltre 60 esperti, tra cui docenti di oltre 20 Università italiane, imprese del settore edile, enti di ricerca, associazioni di imprese, associazioni ambientaliste – alla elaborazione di un manifesto della green economy per l’architettura e l’urbanistica: “La Città Futura”.

Il Manifesto –ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – vuole aprire un’interlocuzione con l’architettura e con l’urbanistica, come chiave per il rilancio del protagonismo delle città italiane. Tale interlocuzione, infatti, non solo arricchisce la cultura, la vision, le scelte e l’impostazione della progettazione architettonica e della pianificazione urbanistica, ma può diventare anche un traino formidabile per lo sviluppo di una green economy nelle città”.

Al Manifesto della green economy per la città futura hanno già aderito architetti di fama internazionale dai 5 continenti con le rispettive organizzazioni tra cui Richard MeierRichard RogersThomas HerzogKen Yeang, Albert Dubler in qualità di Presidente dell’International Union of Architects, Georgi Stoilov in qualità di Presidente dell’International Academy of Architecture, l’intera Fondazione di Architettura Australiana), autorevoli architetti italiani tra cui Paolo DesideriLuca ZeviFrancesca Sartogo, due dei principali sindacati Italiani con l’adesione di Susanna Camusso per la CGIL e Annamaria Furlan per la CISL, associazioni nazionali del settore quali l’ANCEFedercasa e ANIEM, le principali organizzazioni di imprese della green economy italiana componenti del Consiglio Nazionale della green economy, Enti e Istituti di ricerca e di urbanistica e architettura tra cui la Presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica Silvia Viviani e il Presidente dell’ENEA Federico Testa.

Il Manifesto è stato presentato e aperto alle adesioni in occasione del Meeting di Primavera, organizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile in preparazione degli Stati generali della Green Economy 2017. Il Meeting, aperto dagli interventi del Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e del Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile Edo Ronchi, ha visto la partecipazione di autorevoli relatori quali Thomas Herzog uno dei principali architetti bioclimatici a livello internazionale, il Presidente del Consiglio Nazionale dell’ANCI Enzo Bianco, il Prof. Fabrizio Tucci della Sapienza Università di Roma, la Presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni, il Direttore del CRESME Lorenzo Bellicini, il Vice Presidente di ANCE Filippo Delle Piane, il Vice Presidente di ANIEM Marco Razzetti, la Presidente di Politecnica e membro della Direzione nazionale di Legacoop Produzione&Servizi Francesca Federzoni e la Presidente del Dipartimento Progetto sostenibile ed efficienza energetica dell’Ordine degli Architetti di Roma e provincia Patrizia Colletta. Il Meeting è realizzato in collaborazione con il DiPSE (Dipartimento Progetto Sostenibile ed Efficienza Energetica) dell’ordine degli architetti di Roma e provincia.

 La road map in 7 tappe

  1. Puntare sulla green economy per affrontare le sfide delle città
  2. Affrontare la sfida climatica con misure di adattamento e di mitigazione centrate sulla riqualificazione bioclimatica ed energetica
  3. Fare della tutela del capitale naturale e della qualità ecologica dei sistemi urbani la chiave del rilancio di architettura e urbanistica
  4. Tutelare e incrementare il capitale culturale, la qualità e la bellezza delle città
  5. Promuovere la rigenerazione urbana e la riqualificazione del patrimonio esistente
  6.   Qualificare gli edifici pubblici con progetti innovativi e con la diffusione dell’approccio del ciclo di vita
  7. Progettare un futuro desiderabile per le città

Il Manifesto della green economy per la città futura è aperto all’adesione di tutti coloro che vogliano sostenere il movimento delle città italiane verso uno sviluppo sostenibile, a partire dal 5 aprile, è possibile sottoscriverlo accedendo al sito web: www.statigenerali.org/manifesto

 

Fonte: ecodallecitta.it

Ecovillaggi: il raduno europeo in Svezia

Ventunesimo raduno annuale della Rete Europea degli Ecovillaggi: l’appuntamento è dal 16 al 20 luglio 2017 in Svezia. L’evento richiama ogni anno centinaia e centinaia di famiglie che hanno fatto la scelta di vivere in comunità condivise.9537-10294

La sezione europea della Rete Globale degli Ecovillaggi ha organizzato la ventunesima edizione dell’annuale conferenza estiva. Il titolo dell’edizione 2017 è “Felicità Consapevole: Vivere il Futuro Oggi – Solidarietà, Resilienza e Speranza”; l’appuntamento è dal 16 al 20 luglio 2017 nell’ecovillaggio svedese di Ӓngsbacka. L’evento offre conferenze, mostre, laboratori e luoghi di incontro per ispirare ed essere ispirati. «In un’epoca di incertezze politiche ed ecologiche per il futuro – spiega Robert Hall, Presidente del Consiglio del GEN Europa – invito i cittadini a “venire e fare rete con tutti i fautori del cambiamento dal basso d’Europa. Unitevi a noi per imparare come accrescere la vostra felicità e al tempo stesso essere di aiuto all’umanità e al pianeta”.

La Rete Globale degli Ecovillaggi è un’associazione di ecovillaggi, o comunità intenzionali, che integrano olisticamente la sostenibilità ecologica, economica, sociale e culturale in modelli di vita rigenerativi. «La rete del GEN Europa connette, sostiene e diffonde l’operato degli ecovillaggi e delle comunità europee – spiega Genny Carraro, managing director del GEN –  I temi della conferenza di quest’anno, Solidarietà, Resilienza e Speranza, si intrecceranno tra di loro nei vari percorsi di conferenze, laboratori ed attività, legati insieme dai relatori che apriranno la conferenza: Charles Eisenstein e Helena Norberg-Hodge».

Charles Eisenstein si descrive come “attivista della decrescita” ed è autore acclamato a livello internazionale di “Sacred Economics” e “The More Beautiful World Our Hearts Know is Possible” , descritto da Publishers Weekly come “un libro rivoluzionario ed interattivo…che ispira il lettore a pensare fuori dall’ordinario”. E’ stato definito “una delle grandi menti più promettenti dei nostri tempi”.

Helena Norberg-Hodge è una pioniera del movimento della “Nuova Economia”, con il quale promuove un’economia del benessere personale, sociale ed ecologico da più di trent’anni. E’ autrice, regista e direttrice dell’organizzazione Local Futures (Futuri Locali), che promuove un cambiamento sistemico lontano dalla globalizzazione economica e verso la localizzazione. Nel 2011 ha prodotto e co-diretto il documentario pluripremiato “L’Economia della Felicità”.

«Ogni anno la conferenza estiva mostra l’ingegno delle comunità associate nell’Esposizione della Tecnologia Sostenibile degli Ecovillaggi, o E.S.T.Expo – prosegue Carraro – un laboratorio dimostrativo di tecnologie sostenibili quali forni solari, sistemi di riscaldamento a biomassa e depuratori d’acqua progettati da ecovillaggi europei. I partecipanti ai cinque giorni dell’evento saranno accolti in un contesto adatto a tutta la famiglia, dove avranno la possibilità di scegliere tra diverse attività in base ai propri interessi, alloggiare in campeggi gestiti con strutture all’aperto e usufruire di una ristorazione completamente vegetariana».

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Per informazioni generali: conference@gen-europe.org

La Rete Globale degli Ecovillaggi è stata fondata 20 anni fa e rappresenta più di 100 paesi in 5 continenti. GEN-Europa è una rete che connette, sostiene e diffonde l’operato di ecovillaggi e comunità europee. La rete offre consulenza e coordinamento per le comunità associate in tutta Europa e supporta progetti di interdipendenza, compreso un programma di scambi internazionali per giovani, un progetto di assistenza in casi di migrazione forzata sponsorizzato dalle comunità, e il sostegno a reti per il cambiamento climatico organizzate dal basso. GEN-Europa è rappresentata a Brussels tramite ECOLISE, la rete europea delle iniziative comunitarie sul cambiamento climatico e la sostenibilità, insieme ad altre reti intercontinentali; ricopre inoltre da 10 anni un ruolo consultivo all’ONU riguardo a temi educativi.

Ängsbacka
Ängsbacka, situata fuori Karlstad in Svezia, è un luogo di incontro vitale per tutti coloro che vogliono vivere una vita più consapevole, col cuore e prendendosi cura del proprio pianeta. Fin dal 1997 migliaia di persone sono state toccate dalla sua atmosfera calda, aperta ed amorevole, durante laboratori, festival e visite.
L’ecovillaggio di Ängsbacka è un membro a pieno titolo di GEN Europa a partire dal 2016.

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Fonte: ilcambiamento.it

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Energie rinnovabili: le 5 soluzioni energetiche contro i cambiamenti climatici

Scopri le 5 fonti delle energie rinnovabili attualmente usate per contrastare i cambiamenti climaticienergie-rinnovabili

Esistono cinque tipi di energie rinnovabili: l’energia solare, l’energia eolica, l’energia idraulica, la biomassa e la geotermica che attualmente costituiscono il mix di fonti usate per contrastare i cambiamenti climatici. Perché abbiamo così bisogno delle energie rinnovabili? Soffermandoci a guardare al nostro consumo sfrenato di energia da tutte le fonti: per la sopravvivenza dell’umanità nel medio termine, l’unica alternativa che abbiamo è quella di ricorrere all’uso massiccio di energie rinnovabili. La loro caratteristica comune è quella di produrre il meno possibile sostanze inquinanti e anche quella di combattere l’effetto serra. L’altro motore che ci spinge a pensare alle fonti rinnovabile è il cambiamento climatico che sembra provenire dalla nostra eccessiva produzione di gas ad effetto serra, principalmente dalla combustione di fonti fossili, il metano proveniente dalla digestione dei bovini e i gas provenienti da una serie di processi industriali. L’altro effetto che avremo andando nella stessa direzione sarà il miglioramento della qualità dell’aria: l’inquinamento adesso oscura il cielo e impedisce parzialmente il passaggio della luce, limitando il raggiungimento dell’energia solare.

Energia solare fotovoltaica o termica

L’energia solare è prodotta dai raggi del sole. C’è una distinzione da fare tra l’energia fotovoltaica e l’energia solare termica. La prima trasforma l’energia dei raggi solari in elettricità; la seconda trasforma questi stessi raggi solari in calore.

L’aria è all’origine dell’energia eolica

Gli antenati delle turbine eoliche sono i mulini a vento. Le turbine eoliche producono energia ed elettricità dal movimento delle masse d’aria. L’ Europa ha prodotto lo scorso anno 65.946 MW (+ 15%), di cui 3.404 in Francia (+ 38%), in base ai risultati del Consiglio Mondiale di energia eolica (Global Wind Energy Council, GWEC. Secondo l’Associazione europea dell’energia eolica (EWEA), l’Italia è il terzo produttore europeo Italia (3.736 MW), la Francia è il quarto più grande produttore europeo con 3.404 MW, con un incremento del 38%. La Francia viene subito dopo la Germania (23.903 MW) e la Spagna (16.754 MW). In totale, i paesi dell’Unione europea hanno prodotto 65 946 MW nel 2008, con un incremento del 15% in un anno.

Energie idroelettriche grazie alle correnti marine

L’energia idroelettrica è ottenuta direttamente dall’acqua, o da dighe, maree e correnti oceaniche, onde o dall’incontro tra acqua dolce e salata. Per rimanere rinnovabile, l’energia termica oceanica, che viene dalla differenza di temperatura tra l’acqua profonda e quella superficiale, deve a sua volta essere sfruttata con cautela, per evitare le interruzioni del flusso naturale dei mari.

La biomassa: energia dalla materia organica

L’energia da biomassa comprende il legno, biocarburanti (derivati ​​da piante come la colza o di barbabietola) o biogas. Questa energia viene prodotta mediante combustione o metabolizzazione di materiale organico. Oggi, la nostra principale fonte di energia sono i prodotti fossili incastonati nella crosta terrestre: essi rappresentano circa 300 a 400 mila anni di biomassa. Continuando le operazioni a questo ritmo, questo stock prezioso sarà andato perso in pochi decenni.

Trarre energia dal terreno, energia geotermica

L’energia geotermica è un’energia rinnovabile dall’estrazione dell’energia contenuta nel terreno. Può essere utilizzata per il riscaldamento, ma anche per la produzione di energia elettrica. Questa è una delle poche energie rinnovabili che non dipendono dalle condizioni atmosferiche. Bisogna far notare che per far sì che l’energia geotermica rimanga sostenibile, il ritmo con cui è estratto questo calore non deve superare la velocità alla quale quest’ultimo viaggia all’interno della Terra.

Quale energia rinnovabile è migliore: quale scegliere?

Oggi non possiamo rispondere a questa domanda perché non abbiamo abbastanza esperienza, e stiamo attualmente utilizzando una piccola percentuale di energie rinnovabili nel nostro consumo quotidiano, quindi la risposta piu’ prudente sarebbe dire che ci servirebbero tutte. L’energia solare per esempio è complementare con quella eolica; il fotovoltaico anche se più costoso, ha un funzionamento semplice ed è disponibile ovunque la maggior parte degli uomini vive anche se per limitatamente alle ore di irraggiamento solare o alla sua disponibilità. Non utilizzare le risorse di biomassa dei nostri rifiuti è ridicolo: anche se dobbiamo in ogni caso trattarli, spesso bruciandoli; sfruttare l’energia termica per migliorare la produzione di elettricità e di calore dovrebbe essere il senso comune per tutti noi. La gente sulle spiagge sono costantemente “disturbati” dal suono del mare: non pensare di sfruttare le onde come una risorsa energetica rinnovabile sarebbe incongruo. Per quanto riguarda l’energia eolica, l’interesse può completare solo il sole durante il giorno. L’Europa è diventata il più grande produttore di celle fotovoltaiche attraverso gli sforzi della Germania, che ha deciso alla fine del secolo scorso, di riscattare l’energia solare elettrica ad un prezzo che ha permesso la stabilità finanziaria dei produttori. Condizioni vantaggiose di rimborso di energia sono stati concessi anche ad altri produttori di energia “pulita” (eolica, biomasse), che ha permesso la nascita di nuove industrie che rappresentano oggi più di 100 mila posti di lavoro. La maggior parte degli altri paesi europei hanno seguito la Germania, in particolare la Spagna, che ha un clima piu’ mite e molto piu’ soleggiato rispetto ai suoi vicini del nord, che consente l’ammortamento più rapido e una maggiore redditività degli impianti. L’energia eolica sta anche procedendo ad alta velocità e già rappresenta una quota significativa della produzione di energia elettrica in Danimarca (> 20%) e Germania (> 10%). È un po’ più difficile da impiantare in aree popolate a causa del suo impatto visivo, ma ha il vantaggio di produrre molto più dell’impianto fotovoltaico.

Fonte:  Futura-sciences, Futura-sciences

Cotton fioc sostenibili, da Jhonson&Jhonson a Tesco una nuova battaglia tutta british contro il marine litter

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Entro la fine del 2017 dal mercato britannico spariranno i cotton fioc con bastoncini in plastica mentre la Francia dal 2018 ne vieterà la commercializzazione. Intanto la Jhonson&Jhonson ha smesso di produrli. Otto miliardi di euro all’anno è l’impatto economico mondiale del marine litter stimato nel rapporto 2016 Marine Litter Vital Graphics di Unep (United Nations environment programme) e Grid-Arendal. Su scala europea, invece, secondo uno studio commissionato ad Arcadis dall’Unione Europea, il marine litter costa 476,8 milioni di euro all’anno. Una cifra che prende in considerazione solo i settori di turismo e pesca perché non è possibile quantificare l’impatto su tutti i comparti dell’economia. In particolare, il costo totale stimato per la pulizia di tutte le spiagge dell’Unione Europea è pari a 411,75 milioni di euro, mentre l’impatto sul settore pesca è stimato intorno ai 61,7 milioni di euro. In pratica oltre al danno ambientale c’è anche quello economico.387300_2

In Italia, secondo i dati dell’indagine “Beach litter”, la campagna di Legambiente che ha monitorato a maggio 2016 ben 47 spiagge italiane coprendo un’area di 106.245 mq, a guidare la classifica dei rifiuti spiaggiati sono: pezzi di plastica e polistirolo (22,3%), cotton fioc (13,2%) e mozziconi di sigaretta (7,9%). In pratica il 76,3% degli oggetti trovati è fatto di plastica. Nell’ultimo periodo l’attenzione si sta focalizzando sui cotton fioc, e i primi in Europa a lanciare una vera e propria campagna sono stati gli scozzesi dell’associazione ambientalista Fidra nel 2013, con la campagna “The Cotton Bud Project. Take the pledge” nella quale si invitano i consumatori al corretto smaltimento del prodotto e all’acquisto di cotton fioc sostenibili, ovvero cotton fioc dove il classico bastoncino non sia fatto in plastica ma di materiali compostabili. Senza dimenticare che dal 2018 in Francia entrerà in vigore una legge che ne vieta la commercializzazione.  La campagna scozzese ha avuto un tale successo che, a distanza di poco più di tre anni, i principali attori della grande distribuzione che operano in Uk si sono impegnati a commercializzare entro la fine del 2017 solo cotton fioc sostenibili. I primi ad accettare la sfida sono stati Tesco e Sainsbury’s e poi via via tutti gli altri Morrisons, Asda, Aldi, Lidl, Superdrug, BootsUk e Mothercare.387300_3

A conti fatti si tratta di una vera e propria messa al bando dei cotton fioc tradizionali, che non ha lasciato indifferenti i produttori. Infatti da metà febbraio 2017 la multinazionale Johnson&Johnson ha smesso di produrre cotton fioc con bastoncini in plastica sostituendoli con quelli in carta.

Niamh Finan, Group Marketing Manager della Johnson&Johnson ha dichiarato: “Ci rendiamo conto che i nostri prodotti hanno un impatto ambientale, ed è per questo che stiamo lavorando duramente per migliorarci continuamente e diventare i campioni delle migliori pratiche nel campo della sostenibilità, in linea con i principi fondanti della nostra società”, gli fa eco la dottoressa Clare Cavers, responsabile della ricerca di Fidra che al Telegrafh dice: “Ci complimentiamo con Johnson & Johnson per aver guidato questo cambio nei materiali del prodotto, è una parte importante della soluzione al crescente problema di inquinamento da plastica nei nostri mari. Ma è anche necessario un cambio nel comportamento dei consumatori, per assicurarsi che le persone smaltiscano i rifiuti in maniera responsabile e gettino solo carta nello sciacquone.

Per Sue Kinsey, Senior Pollution Policy Officer del Marine Conservation Society: “La quantità di cotton fioc raccolti dai nostri addetti durante le azioni di pulizia della spiagge del Regno Unito sono raddoppiati dal 2012 quando la media era di 11-24 bastoncini ogni 100 metri di spiaggia. Quindi – continua la Kinsey – siamo lieti che Johnson & Johnson abbia ascoltato le preoccupazioni dei consumatori passando dalla plastica alla carta per i loro cotton fioc. Questo certamente diminuirà la quantità di plastica raggiungere i nostri mari. Tuttavia invitiamo tutti a ricordare un messaggio molto semplice, solo le 3P pipì, cacca e carta (in inglese pee poo e paper, nda) devono andare nel gabinetto, tutto il resto nella spazzatura”.

 

Foto di Clare Cavers

Fonte: ecodallecitta.it

 

Clima, WWF dà le pagelle sulle strategie di decarbonizzazione al 2050 dei Paesi UE. Per l’Italia un ‘non classificato’

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Sono undici gli stati membri dell’Unione Europea che hanno consegnato una strategia di riduzione delle emissioni al 2050, che la UE richiedeva entro il 2015. Tra questi Paesi non c’è l’Italia, un vero e proprio caso a sé. Sono undici gli stati membri dell’Unione Europea che hanno consegnato una strategia di riduzione delle emissioni al 2050, che la UE richiedeva entro il 2015. Tra questi Paesi non c’è l’Italia, un vero e proprio caso a sé. Le strategie presentate sono estremamente disomogenee in termini di qualità. Questi sono i risultati del progetto MaxiMiseR finanziato dal Programma LIFE-UE per l’European Policy Office del WWF. La strategia a lungo termine della Francia ha segnato la performance più alta nella classifica del WWF, con un punteggio superiore del 78%, seguita dal Regno Unito con il 71%. Il punteggio complessivo della Francia deriva dalle sue basse emissioni e dall’obiettivo di riduzione del 75% entro il 2050. All’altra estremità della scala, Cipro ha raggiunto solo il 25%, in parte perché ha presentato solo in bozza la sua strategia di riduzione.

L’Italia ha presentato come Strategia di Decarbonizzazione al 2050 la Strategia Energetica Nazionale al 2020, approvata nel 2013 di concerto dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministero dell’Ambiente, senza avallo né del Governo né del Parlamento; la SEN 2013 fu a suo tempo criticata dal WWF Italia proprio perché il termine strategia veniva usato per un documento con un orizzonte a brevissimo termine, di soli 8 anni. E’ vero che, proprio in seguito alle rimostranze del WWF e di altri, nella versione finale fu aggiunto un breve capitoletto sulle prospettive al 2050, ma il rapporto lo definisce più un “generico elenco di desideri che una strategia”.

Le strategie di decarbonizzazione per il 2050 e oltre sono la spina dorsale delle politiche climatiche dell’Unione europea: il fatto che manchino diverse vertebre, alcune delle quali determinanti, è preoccupante. Un a guida decisa e chiara da parte dell’Unione europea, buoni meccanismi di applicazione e analisi regolari, aiuterebbero gli Stati membri a ridurre le emissioni, garantendo nel contempo la prosperità e il benessere di tutti i cittadini europei”, ha commentato Imke Lübbeke, Responsabile Clima ed Energia dell’European Policy Office del WWF.

“Una buona strategia per ridurre le emissioni dovrebbe essere in linea con gli obiettivi climatici previsti dall’Accordo di Parigi: ossia dovrebbero essere una strategie applicabile, trasparente e sviluppata in collaborazione sia con le imprese che con la società civile”. Lo ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, che aggiunge: “L’Italia non ha ancora chiarezza di obiettivi e di percorso per il 2050, e questo peraltro impedisce l’adozione di politiche davvero conseguenti da subito. Quel ‘non classificato’ dovrebbe essere uno stimolo, per il Governo e il Parlamento, perché mettano da subito in campo una visione e una strategia di decarbonizzazione a lungo termine, in modo che questa informi poi i diversi strumenti di programmazione, a partire dalla Strategia Energetica Nazionale una cui prima bozza è annunciata a giorni. Gli investimenti hanno periodi di ammortamento lunghi, come si fa a investire oggi senza darsi contestualmente l’obiettivo di decarbonizzare al 2050? Si rischia, oltretutto, di buttar via (tanto) denaro”.

 

Qui il report completo

 

Fonte: ecodallecitta.it

Car Sharing, in Italia è in crescita: 1,8 milioni le auto condivise in 6 mesi

Sono ottime le notizie che arrivano dal mondo italiano del car sharing, grazie ai dati diffusi al convegno “Smart Mobility in Smart Cities” che si è svolto presso l’Università degli Studi di Milano (qui trovi qualche dettaglio in più): URBI, l’app che aggrega i principali sistemi di mobilità urbana e condivisa in Italia, ha scattato una fotografia piuttosto ottimistica della realtà italiana della condivisione dell’auto. 5.030 veicoli, 4.265.000 di prenotazioni, 1.800.000 ore di noleggio, circa 30.000.000 di km percorsi e una crescita del 35% negli ultimi sei mesi, un trend positivo costante per le città di Milano, Torino, Firenze e Roma: in tutti e quattro i capoluoghi infatti il numero di viaggi in car sharing ha avuto un tasso di crescita regolare giungendo, nel caso di Torino, a guadagnare addirittura 54 punti percentuali. Seguono Milano, con un aumento del 41%, Roma con il 20% e Firenze con il 10%. Nel complesso si può parlare di un aumento medio del 35%. I servizi posti sotto la lente di ingrandimento dello studio di URBI sono car2go, enjoy, Share‘n go, DriveNow e ZigZag (contano un totale in Italia 5.030 veicoli di cui 2.386 a Milano, 1.570 a Roma, 610 a Torino e 464 a Firenze), tutti in ascesa e in fase di implementazione delle flotte. I trend di crescita invece, sottolinea proprio URBI, sono diversi da città a città: se infatti nel caso di Milano (+49% di veicoli) e Roma (+23%), l’ingrandimento delle flotte degli ultimi mesi è stato senz’altro di incentivo per raggiungere un’utenza più ampia e garantire un servizio più capillare, le città di Torino e Firenze raccontano una storia differente.

“A Torino e Firenze, il numero di veicoli, invece di aumentare, è diminuito negli ultimi 6 mesi rispettivamente dell’8% e del 12%. Eppure questo non ha fermato i cittadini che sempre di più scelgono di usare i servizi di mobilità condivisa. […] Il fatto che Torino abbia avuto il maggior incremento di viaggi in car sharing in Italia dimostra che questi sistemi, anche in mancanza di grandi flotte, sono sempre più importanti nella vita quotidiana delle persone e che, anche grazie a URBI, sono sempre più alla portata di tutti”

ha dichiarato Emiliano Saurin, founder di URBI.unnamed-7

Secondo i dati diffusi da URBI l’utilizzatore medio dei sistemi di sharing mobility è maschio, ha tra i 25 e i 34 anni e il 75% degli utenti è uomo. Per quanto riguarda le età, il 34% ha tra i 24 e i 35 anni, mentre il 25% si colloca nella fascia di età 35-44 anni; il 15,5% ha 18-24 anni, il 15% tra i 45 e i 54 anni. Chiudono il 14% degli utenti di età compresa tra i 55 e i 64 anni e un 7% degli over 65. In media i noleggi durano circa 25 minuti in Italia e a Milano si registrano ogni giorno complessivamente 5.415 ore di noleggio, con una media di 2,7 ore di noleggio per ciascun veicolo. Seguono Roma, Torino e Firenze. I picchi di utilizzo si registrano sopratutto nelle giornate di venerdì e sabato mentre analizzando la media settimanale dell’uso del car sharing nella città di Milano, risulta che la fascia oraria in cui girano più vetture condivise è quella compresa tra le 18 e le 20, un trend piuttosto comune a tutte le città citate. Il car sharing insomma piace sempre di più e, in effetti, è sempre più difficile farne a meno: l’offerta sempre più ampia scoraggia anche chi, come molti, preferisce sempre e comunque usare il mezzo privato e promuove comportamenti più responsabili in materia di mobilità, spesso anche inconsapevolmente. Il che non è un male, e ci mancherebbe.

Foto | Google

Fonte: ecoblog.it