Diserbante glifosato, vittoria degli attivisti: anche la Lorenzin dice no

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Più di un milione di firme raccolte e la pressione delle associazioni ambientaliste hanno compiuto il ‘miracolo’. A pochi giorni dal voto europeo sul rinnovo dell’autorizzazione al diserbante glifosato, arriva finalmente il secco no del governo italiano. Messa alle strette da Greenpeace, il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha dovuto confermare il diniego già espresso da qualche tempo dal suo collega di governo, Maurizio Martina, con delega alle Politiche Agricole.

Diserbante glifosato: il pressing di Greenpeace sulla Lorenzin

L’associazione Greenpeace, tra i più autorevoli membri della Coalizione #StopGlifosato, è impegnata da tempo in un forte pressing nei confronti dei membri del governo Gentiloni che decideranno la posizione italiana in sede europea sulla questione glifosato. Il ministro Martina si dice da sempre contrario al rinnovo dell’autorizzazione. Una posizione ribadita a inizio mese, con un tweet:

“No al rinnovo dell’autorizzazione europea per il Glifosate. Italia leader agricoltura sostenibile #StopGlifosato”.

Restavano però dei dubbi. Perché, sul tema, la posizione ufficiale del governo italiano doveva essere ribadita anche dai ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, e dell’ambiente, Gian Luca Galletti.

Già a luglio, Greenpeace chiedevaal Governo italiano di respingere al mittente” la proposta “inaccettabile” di un rinnovo dell’autorizzazione all’uso in Europa del diserbante glifosato.

«Al di là dei dubbi sugli impatti sanitari per l’uomo, che comunque permangono, gli effetti avversi del glifosato sull’ambiente sono ormai chiaramente documentati», spiegava Federica Ferrario responsabile per la campagna Agricoltura Sostenibile della ong. Dopo una protesta insolita davanti alla sede del dicastero della Salute (gli attivisti hanno proposto alla Lorenzin un simbolico “aperitivo al glifosato”) il ministro ha confermato la posizione di Martina:

«Non è un mistero, l’Italia vota no: noi abbiamo già votato due volte no, perché dovremmo votare sì questa volta? – ha ribadito la Lorenzin – Noi abbiamo risposto ufficialmente a tutti i canali, informatevi. Non dovete venire qui, dovete andare in Unione Europea: andate dai tedeschi, dai finlandesi, dagli svedesi, dagli spagnoli, dai greci, dai portoghesi – ha aggiunto – perché il no è sempre stata la nostra posizione».

Parole a cui ha risposto la stessa Ferrario:

«Finalmente la posizione del Governo italiano è chiara e inequivocabile: siamo molto soddisfatti».

Diserbante glifosato: dopo il rinvio, voto atteso per il 25 ottobre

La risposta del governo italiano arriva a pochi giorni dal voto in sede europea. Il Paff, il comitato Ue per i fitofarmaci, avrebbe dovuto decidere sulla questione durante le riunioni convocate per il 5 e il 6 ottobre. Ma il voto non è stato nemmeno inserito nell’ordine del giorno. Ora la decisione definitiva è attesa per il 25 ottobre. Periodo in cui le associazioni ambientaliste proseguiranno il proprio pressing. Sono state 1,3 milioni le firme raccolte in Europa dalla Coalizione #StopGlifosato per ostacolare il rinnovo dell’autorizzazione al diserbante nell’Ue. Un’autorizzazione che scadrà alla fine di questo 2017 e che rischia di essere rinnovata per ulteriori 10 anni se gli Stati membri non opporranno il proprio no. Francia e Italia hanno ribadito il parere contrario in più occasioni, ma un voto pesante a favore del diserbante potrebbe arrivare dalla Germania. Greenpeace ci tiene a ribadire che “nessuno può affermare che il glifosato sia sicuro”. L’ong ha anche chiesto di istituire una commissione d’inchiesta per verificare se Monsanto – produttrice del RoundUp che contiene nella formulazione il diserbante glifosato – o altri produttori abbiano influenzato in qualche modo le valutazioni sulla sicurezza dell’erbicida.

Insomma, la battaglia non è ancora finita.

Fonte: ambientebio.it

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Più emissioni di anidride carbonica e meno energia rinnovabile, è questa la via italiana per uscire dalla crisi

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Aumento dei consumi di energia (+1,6%) e delle emissioni di anidride carbonica (+1,9%) nei primi sei mesi del 2017. Gas verso i massimi nel mix energetico (38%) con un record di importazioni (92% del gas consumato). È quanto evidenzia l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano di Enea. La ripresa dell’economia italiana si riflette sullo scenario energetico nazionale con l’aumento (+1,6%) dei consumi finali di energia nei primi sei mesi del 2017; questa crescita, tuttavia, ha prodotto anche un aumento delle emissioni di anidride carbonica (+1,9%) con il conseguente rallentamento del percorso di decarbonizzazione. A evidenziarlo è l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano curata dall’ENEA, che individua tra le cause dell’aumento delle emissioni fattori di natura congiunturale come la ridotta piovosità che ha fortemente ridimensionato il contributo dell’idroelettrico.388332_2

Per l’intero comparto delle rinnovabili, l’Analisi rileva per il secondo trimestre una diminuzione del 7%, con il risultato che a fine 2017, per la prima volta dopo diversi anni, la quota nel mix energetico di queste fonti potrebbe fermare la sua crescita. Dall’Analisi emerge anche un ulteriore calo dei combustibili solidi (-9%) e del petrolio (-1%) e un nuovo significativo incremento sia dei consumi (+11% rispetto allo stesso periodo 2016) che delle importazioni di gas naturale (+10% nel primo semestre 2017). Questo aumento, insieme alla costante e strutturale diminuzione della produzione nazionale, fa sì che a fine anno la nostra dipendenza dal gas estero potrebbe superare il 92%, un nuovo record, con un ritorno ai massimi storici del peso del gas sull’energia primaria totale (38%).388332_3

Questi fattori hanno determinato un nuovo peggioramento dell’indice ISPRED che misura l’andamento di sicurezza, prezzi e decarbonizzazione nel nostro Paese. Se nel primo trimestre 2017 abbiamo rilevato un calo dell’indice del 10% su base annua, ora siamo a -17%, con -4% rispetto al trimestre precedente”, spiega Francesco Gracceva l’esperto ENEA che ha coordinato l’Analisi. “Il nuovo peggioramento è legato in particolare all’aumento delle emissioni, il terzo consecutivo dopo il +5% del IV trimestre 2016 e il +2,5% del I trimestre 2017. In questo scenario gli obiettivi europei di riduzione dei gas serra al 2020 restano comunque a portata di mano, ma il cambiamento della traiettoria di decarbonizzazione a partire dal 2015 rende più problematico il raggiungimento degli obiettivi al 2030”, conclude Gracceva.

Nello specifico, l’indice ISPRED segnala un peggioramento sul lato sicurezza sia degli indicatori del sistema elettrico che del gas, in uno scenario che negli ultimi anni ha visto riemergere alcune fragilità del passato. Sul lato prezzi, l’Indice evidenzia un peggioramento del 14% per effetto principalmente del prezzo del gasolio che, seppur in discesa, risulta il più caro dell’intera Ue (“primato negativo” in condominio con la Svezia e legato alla diminuzione della fiscalità in altri Paesi membri). Allo stesso tempo, aumentano i prezzi dell’energia elettrica per le piccole imprese (+1,3% del II trimestre con una stima di +3,7% nel III trimestre 2017) e del gas per le piccole utenze (+9% nel I semestre).

L’Analisi Trimestrale completa è disponibile qui

Fonte: Enea

Oxford, dal 2020 in centro solo veicoli elettrici. Ed entro il 2035 in tutta la città

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Il piano delle celebre cittadina universitaria inglese prevede l’introduzione del divieto totale di circolazione di mezzi a benzina o diesel (senza distinzioni fra vetture private, taxi o bus) in una zona centrale limitata a sei strade entro il 2020 e nell’intero territorio cittadino entro il 2035. Solo veicoli elettrici, tutti gli altri fermi. Oxford punta a diventare la prima città britannica capace di raggiungere l’obiettivo delle ‘zero emissioni’. Lo riporta la stampa del Regno Unito, dando notizia dell’approvazione di un piano da parte delle istituzioni municipali del celebre centro universitario inglese in cui risiedono circa 150 mila persone. Il piano della città prevede l’introduzione del divieto totale di circolazione di mezzi a benzina o diesel (senza distinzioni fra vetture private, taxi o bus) in una zona centrale limitata a sei strade entro il 2020 e nell’intero territorio cittadino entro il 2035. Il municipio è già riuscito a ottenere un primo finanziamento da 500.000 sterline dal governo nazionale per realizzare decine di punti di ricarica per taxi elettrici e altri 800.000 per automobili private elettriche. Prevede inoltre da subito l’introduzione di tariffe di parcheggio scontate per chi guida vetture a elettricità. Il consigliere John Tanner ha dichiarato: “L’inquinamento atmosferico tossico nel centro della città danneggia la salute dei residenti. È necessario cambiare urgentemente passo; la zona a emissioni zero è quello che ci permette di farlo. Ognuno deve dare il proprio contributo, dal governo nazionale alle autorità locali, alle imprese e ai residenti, per porre fine a questa emergenza sanitaria pubblica”.

L’assessore della contea di Oxfordshire, Yvonne Constance ha aggiunto: “Sentiremo tutti coloro che usano il centro città, imprese, compagnie di autobus e taxi, residenti locali … ma abbiamo impostato il lavoro e siamo ambiziosi.”

 

Fonte: ecodallecitta.it

Boschi vivi: un cimitero naturale per la salvaguardia del paesaggio

Boschi Vivi è una cooperativa e un progetto di economia circolare: si tratta dell’unico servizio di interramento delle ceneri che opera in area boschiva in Italia e che reinveste i propri utili in progetti di salvaguardia dei boschi e dei paesaggi. Nata nel marzo 2016, Boschi Vivi si pone inoltre l’obiettivo di rendere il bosco prescelto per l’interramento un luogo partecipato, organizzando all’interno attività ludiche e ricreative e rivoluzionando di fatto il sistema dei servizi cimiteriali.

Non vorremmo mai parlarne. Anzi, non ci pensiamo e se lo facciamo dobbiamo spesso superare una sensazione di vuoto e di disagio abbastanza spiccato. Ma come diceva lo scrittore argentino Jorge Louis Borges, “la morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare”. Perché non provare a renderlo un avvenimento che possa migliorare le condizioni di chi rimane? A questo interrogativo prova a dare una risposta e una soluzione la Cooperativa Boschi Vivi, nata nel marzo 2016 e formata da quattro soci: Anselma Lovens,  Camilla Novelli, Riccardo Prosperi e Giacomo Marchiori.

Si tratta dell’unico servizio di interramento delle ceneri che opera in area boschiva e reinveste in progetti di cura dei boschi. Tramite l’acquisizione o la presa in gestione di un’area boschiva da Enti sia pubblici che privati, Boschi Vivi provvede a restituirla alla comunità, con la rigenerazione dell’area in oggetto, sia per quanto riguarda il recupero ambientale e vegetazionale sia per il miglioramento della fruibilità. L’area dove viene attuato il servizio viene monitorata e gestita nel tempo e l’accesso è libero per tutti.

Perché il recupero dei boschi?

Mentre la formazione di Riccardo è di natura giurisprudenziale, le altre due socie e l’altro socio di Boschi Vivi hanno una formazione tendenzialmente forestale connessa alla tutela del paesaggio. Provengono dalla Liguria, regione teatro di una forte frammentazione della proprietà boschiva e che spesso viene abbandonata: “L’abbandono dei boschi in Liguria è un problema forte” ci racconta Anselma Lovens “e più dell’ottanta per cento dei boschi è di proprietà privata, ma è una proprietà molto frammentata e a volte anche inconsapevole: ci sono persone che ereditano boschi e nemmeno sanno di esserne i proprietari. Bisogna in realtà occuparsi dei boschi, perché per molto tempo questi ambienti sono stati antropizzati dall’uomo per diversi utilizzi, hanno bisogno di essere gestiti per evitare il rischio idrogeologico, di frane e di incendi e sono competenze che stanno venendo sempre più a mancare. Sono equilibri che, in caso di abbandono, sarebbero persi con conseguenze negative per tutti”.MG_8503.jpg

Come funziona il progetto: perché Boschi Vivi?

Parlare di “Boschi Vivi” rispetto a quello che stiamo trattando può suonare paradossale, ma di fatto questo progetto vuole ripensare anche il modo di utilizzo del nuovo cimitero naturale. La scelta di aderire al progetto di Boschi Vivi presuppone la volontà di cremazione e dispersione delle ceneri da parte della persona interessata. Chi vuole aderire “prenota una visita informativa nella quale una guida spiega come funziona il progetto, la persona sceglie così l’albero nei cui pressi, a suo tempo, verranno interrati i resti con una piccola targa commemorativa”, ci spiega Anselma “Siamo arrivati dunque con questa idea che mette a sistema una scelta che in realtà nella normativa è già inquadrata, noi ci occupiamo di tutto l’iter burocratico per renderla effettiva. La proposta, inoltre, è aperta anche per gli animali”. Le persone hanno a disposizione più opzioni, che variano a seconda della disponibilità economica: si va dall’albero di comunità, che rappresenta il prezzo più basso e consiste nell’essere dispersi insieme ad altre persone sotto un albero, a progetti più onerosi e personalizzati per famiglie o singoli. Si paga una sola volta, una tantum, e il diritto vale per novantanove anni dall’inizio del progetto. Nessuna lapide né fiori recisi: il bosco si presenterà in modo molto simile a come sarebbe in assenza dell’attività commemorativa: “Il bosco è già di per sé una scenografia naturale meravigliosa e rasserenante”.MG_8931.jpg

Il nome Boschi Vivi è sinonimo anche di un’altra volontà dei quattro soci: “L’idea nostra è mantenere il bosco vivo in tutti i sensi: abbiamo intenzione di organizzare all’interno corsi di yoga, letture, laboratori per i bambini”, ci racconta Giacomo Marchiori. “Abbiamo fatto dei questionari alle persone propedeutici alla nostra attività, dove è emerso un aspetto importante: anche chi non è interessato a farsi cremare o disperdere, comunque utilizzerebbe un bosco adattato a questa attività per poterci fare le sue attività quotidiane come passeggiare o ad esempio andare a funghi. Per questo progetto noi ci siamo ispirati ad alcune esperienze già attive da tempo nei paesi anglosassoni, in Germania, Austria e Svizzera, ma nessuno di questi finora ha la particolarità del fine del recupero e della tutela del paesaggio. Questo è dovuto al nostro background di pianificatori forestali, che ci ha fatto osservare la realtà italiana e il problema dell’abbandono dei nostri boschi. È un forte valore aggiunto del progetto, una possibile soluzione al problema e pensiamo che oggi l’Italia sia pronta per accoglierla”. Dopo aver vinto diversi bandi, il progetto è partito in un bosco divenuto di proprietà della Cooperativa, nel comune di Martina-Urbe in provincia di Savona. Per migliorare il recupero e il ripristino di alcune aree del bosco in questione, da martedì 9 ottobre Boschi Vivi ha dato vita ad una campagna di crowfunding  che scadrà tra circa un mese, allo scopo di sostenere le spese di riqualificazione del bosco stesso.MG_8969

“Il servizio cimiteriale è rimasto inalterato a livello di offerta dai periodi napoleonici”, conclude Anselma. “È un sistema cristallizzato e aveva bisogno di uno stimolo secondo noi votato all’innovazione. Abbiamo sentito un trasporto verso questa nuova consapevolezza che l’Italia sta avendo della necessità di tutela paesaggistica e ambientale e crediamo di poter porre le basi per creare rete e diffondere altri boschi vivi non solo in Liguria, ma in tutto il territorio italiano”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/io-faccio-cosi-185-boschi-vivi-cimitero-naturale-salvaguardia-paesaggio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vivere senza supermercato: così ho guadagnato tempo, salute e soldi

Ex consumista perfetta, ex insoddisfatta cronica, ex fumatrice, ex dipendente a tempo indeterminato. Ad un certo punto Elena Tioli ha detto basta e ha cambiato la sua vita, a partire dalla spesa. Dal 2015 non entra in un supermercato, ha acquisito una nuova consapevolezza legata ai consumi e ha guadagnato in salute, tempo e relazioni. Elena Tioli non entra in un supermercato da quasi 3 anni. Èpassata da normale consumatrice al consumo critico e consapevole. Le chiediamo quale percorso l’ha portata a questo drastico cambiamento. Lei ci spiega che in un periodo buio della propria vita, disoccupata da pochi mesi e il mutuo da pagare, si rese conto che senza lavoro non era in grado di avere alcun controllo sulla propria vita. Capì che non potendo modificare l’esterno doveva lavorare su di sé. Smise di fumare. “Ho speso soldi per anni per avvelenarmi. Ho lavorato ore e ore per potermi permettere di avvelenarmi. Come è possibile…”.io_spesa_ok-1170x824

Così la presa di coscienza del tempo investito nel lavoro per poter acquistare prodotti le ha fatto maturare la capacità di scelta sugli acquisti, dal cibo ai detersivi. Si era resa conto di aver sprecato tempo e denaro finanziando una economia dello sfruttamento di persone, comunità e dell’ambiente. Proprio la grande distribuzione con i suoi piccoli e grandi supermercati alimenta e sostiene le economie dello spreco, inquinanti e predatorie delle risorse ambientali, immettendo sul mercato prodotti scadenti, troppo trattati, eccessivamente zuccherati e industriali. Ma, soprattutto, la grande distribuzione troppo spesso alimenta filiere basate sullo sfruttamento dei lavoratori e sull’assenza dei diritti: “Quegli stessi diritti che rivendicavo per me stessa quotidianamente, attraverso i miei acquisti, li negavo ad altri lavoratori” ci racconta Elena che, a un certo punto della sua vita, proprio per non essere più complice di quel sistema, ha detto basta.

Attraverso i GAS (gruppi di acquisto solidale), negozi leggeri (si vende merce sfusa, senza imballaggio) e i mercati contadini, ora Elena spende molto meno e ha nettamente migliorato la qualità delle cose che acquista. “A pensarci bene, la cosa migliore che mi è capitata è stato la disoccupazione. In un momento di profonda crisi, non solo economica, ho preso in mano la mia vita, ho messo in discussione le mie abitudini e ho cercato di ripartire da me. Grazie a quel periodo nero sono cambiata radicalmente, sono cambiate le mie priorità e la mia idea di qualità della vita”.18813601_472396303100156_5342674205562101945_n

Domenica 15 Ottobre a Labico, cittadina dei Colli Prenestini, verrà presentato il libro di Elena Tioli: “Vivere senza Supermercato”. La presentazione è organizzata dai volontari del #nosprecoalimentare, in collaborazione con l’Associazione Labicocca di Labico. Il #nosprecoalimentare favorisce relazioni utili tra chi produce e le realtà in emergenza alimentare. Il #nosprecoalimentare recupera l’invenduto dal mercato contadino di Zagarolo e lo trasforma per poi destinarlo dove c’è bisogno, ad esempio, ai migranti del Baobab Experience. Inoltre, organizzando cene ed eventi solidali, i volontari raccolgono fondi per sostenere situazioni emergenziali, come ad esempio, le comunità colpite dal sisma del centro Italia. Tramite la sperimentazione dei buoni “spesa sospesa”, distribuiti ai collaboratori del progetto, si favorisce un’economia circolare virtuosa che incentiva gli acquisti dagli stessi produttori del mercato contadino di Zagarolo.  Tra le varie iniziative, la presentazione del libro: Vivere Senza Supermercato, “Perchè il mercato siamo noi” conclude Elena.

 

Foto tratte dal sito Vivere senza supermercato

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/vivere-senza-supermercato/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Dal bracciale che aiuta i non vedenti all’app che propone gli itinerari eco friendly: al Transport Hackathon premiati startup e progetti che migliorano il trasporto

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 In occasione del secondo Transport Hackathon promosso dall’Autorità di Regolazione dei Trasporti (ART) che si è svolto presso l’Incubatore I3P del Politecnico di Torino, sono state premiate le startup che hanno implementato i loro progetti per rendere più efficienti i servizi di trasporto odierno.
Ad aggiudicarsi la presenza allo Smart Mobility World sono le startup DEED con il wearable che consente di accedere a comunicazioni direttamente dalla banchina delle fermate, RiparAutOnline con l’app che mette in comunicazione i veicoli tramite alert, Take My Things con il network di consegna a domicilio a tutte le ore.
Tra i progetti digitali, premiati invece: Bike’nb, l’airbnb delle bici; SMARTO, che permette di comprare i biglietti con un’istantanea convalidazione direttamente sul mezzo; Green Premium, che propone un assistente di viaggio virtuale in grado di aiutare il guidatore durante il percorso proponendo l’itinerario più eco-friendly.

 

Un bracciale che permette di vidimare il biglietto e che consente ai non vedenti di ottenere informazioni sul trasporto pubblico; un’applicazione per comunicare ad altri automobilisti informazioni sul veicolo o sulle strade; un servizio di consegne a domicilio per mettere in contatto aziende e privati.
DEED, RiparAutOnline e Take My Things sono le tre startup che si sono aggiudicate la vittoria al Transport Hackathon, la maratona di 56 ore promossa dall’Autorità di Regolazione dei Trasporti (ART) che si è svolta dal 6 all’8 ottobre negli spazi dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. Nel corso dell’evento, le tre startup hanno presentato delle implementazioni a progetti già esistenti, cogliendo le opportunità offerte dalla tecnologia e dalla digitalizzazione per rinnovare e rendere più efficienti le infrastrutture esistenti ed i servizi di trasporto odierni, in ottica multimodale. Con la loro vittoria alla seconda edizione del Transport Hackathon, le tre startup si sono aggiudicate la possibilità di portare il proprio progetto allo Smart Mobility World (Torino, 10-11 ottobre 2017) con uno stand, un kit di visibilità e la partecipazione ad una Pitch session per presentare la propria idea di business ad una platea di investitori.
GET, il bracciale che aiuta i non vedenti
La startup DEED ha proposto per GET, lo smartbridge che fa accedere a telefonate, notifiche e suoni in maniera esclusiva direttamente dalla propria mano, un’implementazione pensata per migliorare l’accessibilità ai trasporti. Il bracciale permette di acquistare e validare il biglietto, o passare il proprio abbonamento direttamente al tornello con un semplice gesto. ll wearable, inoltre, consente di accedere a comunicazioni direttamente dalla banchina delle fermate, permettendo anche a ipovedenti, non vedenti e persone a mobilità ridotta, di ottenere informazioni sui passaggi e gli orari senza ricercare le scritte in braille.

RiparAutOnline, comunicare con altri veicoli attraverso una app
RiparAutOnline, la piattaforma digitale per richiedere direttamente online preventivi di riparazione per la propria auto, ha realizzato un’applicazione che consente di creare un proprio profilo personale inserendo la targa del veicolo e di comunicare a tutti gli utilizzatori informazioni che riguardano il veicolo stesso. Questi alert possono essere di tipo spot, (ad esempio per comunicare lavori, stradali, incidenti, situazioni di pericolo), continuativi (aree con limitazioni orarie) o di sicurezza. L’app può essere utilizzata dagli automobilisti, ma è rivolta anche alla pubblica amministrazione e alle forze dell’ordine.

Take My Things, consegne a domicilio ad ogni ora
Tra le startup che accedono allo Smart Mobility World c’è anche Take My Things, il network delle consegne a domicilio. Il servizio ha sviluppato la possibilità di mettere in contatto chiunque abbia necessità di spedire con tutte le aziende e i privati che si sono resi disponibili ad effettuare le consegne, facendo così da tramite tra le due parti e diventando un valido partner, ad ogni ora della giornata, ventiquattr’ore su ventiquattro per 365 giorni all’anno.

Premiati i migliori progetti digitali

Ad essere premiati durante il Transport Hackathon sono stati anche tre progetti che sono stati sviluppati durante la maratona stessa: una giuria dedicata ha infatti valutato i progetti digital più innovativi e in linea con le tematiche dell’hackathon, dalla green mobility allo smart payment.

Bike’nb, l’airbnb delle bici
Al primo posto si è classificato Bike’nb, l’airbnb di hub per bici che consente di mettere in contatto i pendolari che arrivano fino alla prima cintura della città, per far sì che possano spostarsi in centro città con la bici. Una volta arrivati a piedi, in bus o in auto nel posto in cui è situata in sicurezza la bici, è possibile recuperarla e muoversi più facilmente in area urbana, risparmiando tempo e soldi. Il progetto intende valorizzare le zone di periferia che in questo modo non rappresentano soltanto un luogo di passaggio, ma diventano aree in cui ci si può fermare. Il servizio pensato da Bike’nb prevede un canone mensile, comprensivo di assicurazione sul mezzo.

Comprare i biglietti dei mezzi pubblici con SMARTO
SMARTO, l’app che integra al biglietto fisico un sistema di pagamento online direttamente sui mezzi di trasporto pubblico, si è aggiudicato il secondo posto. Il progetto permette di comprare i biglietti sul mezzo, con un’istantanea convalidazione: viene creato un profilo personale per identificare le linee preferite, indicare i consumi effettivi sulle tratte e misurare l’efficienza del trasporto pubblico.

Green Premium, la mobilità è un gioco ecologico
Al terzo posto per i progetti digitali c’è Green Premium, l’applicazione che offre un assistente di viaggio virtuale in grado di aiutare il guidatore durante il percorso proponendo l’itinerario più eco-friendly, unendo l’esperienza della chatbot alla gamification, con l’obiettivo di diventare, mediante punti – foglia ottenuti dai percorsi, l’ambassador degli ecofriend. Ogni mese il vincitore con più punti otterrà un premio, quali bonus, sconti e incentivi da partner.3

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Chi è I3P

I3P è l’Incubatore d’imprese del Politecnico di Torino. È uno dei principali incubatori europei e sostiene startup fondate sia da ricercatori universitari che da imprenditori esterni.

Fondato nel 1999, è una società costituita da Politecnico di Torino, Città Metropolitana di Torino, Città di Torino, Camera di Commercio di Torino, Finpiemonte e Fondazione Torino Wireless.

Ad oggi ha favorito la nascita di 217 imprese, che hanno ottenuto capitale di rischio per circa 52 milioni di Euro e generato circa 1600 posti di lavoro e un giro d’affari di oltre 90 milioni di Euro nel 2016.

I3P offre alle startup spazi attrezzati, consulenza strategica e specialistica, e continue opportunità di contatto con investitori e clienti corporate.

In I3P possono accedere studenti, dottorandi, ricercatori, docenti del Politecnico di Torino o degli enti pubblici di ricerca, oltre che imprenditori o esterni interessati a sviluppare una startup innovativa con validata potenzialità di crescita. I settori di attività delle startup variano dall’ICT al Cleantech, dal Medtech all’Industrial, dall’Elettronica e automazione al digitale e in ambito Social Innovation.

Nel 2011, I3P ha lanciato TreataBit, un percorso di incubazione dedicato ai progetti digitali rivolti al mercato consumer, quali portali di e-commerce, siti di social network, applicazioni web e mobile. Ad oggi Treatabit ha supportato oltre 300 idee d’impresa, di cui 190 progetti sono online e 107 sono diventate impresa.

Promotore di importanti iniziative per il trasferimento tecnologico, l’incubazione e la crescita di impresa, l’attività di I3P si inquadra nelle strategie globali del territorio piemontese volte a sostenere la ricerca, l’innovazione tecnologica, l’innovazione sociale e la nuova imprenditoria.

Nel 2014 I3P si è classificato al 5° posto in Europa e al 15° al mondo nel ranking UBI Index (University Business Incubator) la classifica annuale degli incubatori universitari che ha preso in esame 300 incubatori di 67 paesi, valutandone l’attrattività e la creazione di valore per l’ecosistema e per i clienti.

 

Maggiori informazioni sul sito istituzionale: www.i3p.it

Fonte: agenziapressplay.it

Nasce una rete delle reti, ecosistema delle realtà del cambiamento italiane

Alcune realtà che si occupano da anni di fare rete sul territorio italiano hanno deciso di intraprendere un percorso condiviso. È nata così una rete delle reti: uno strumento al servizio del cambiamento verso un mondo sostenibile, equo, solidale e felice.Network optimization

Il 1 ottobre a Mira, in occasione dell’incontro nazionale dell’economia solidale, è stato dato annuncio ufficiale di un nuovo percorso condiviso. Alcune realtà che da anni si occupano in modo differente di fare rete sul territorio italiano (Associazione per la Decrescita, Economia del Bene Comune, Italia che Cambia, Movimento per la Decrescita Felice, Panta Rei, Rete italiana di Economia Solidale, Rete Italiana dei Villaggi Ecologici, Transition Italia) hanno deciso dopo alcuni incontri preliminari di intraprendere questo percorso.

Questo il comunicato ufficiale trasmesso in diretta streaming durante l’incontro:

“Muove i primi passi una rete delle reti che vuole essere uno strumento al servizio del cambiamento verso un mondo sostenibile, equo, solidale e felice.

Le seguenti associazioni/reti/movimenti che già si occupano di sostenibilità ambientale, economica e sociale:

 

– Associazione per la Decrescita

– Economia del Bene Comune

–  Italia che Cambia

– Movimento per la Decrescita Felice

– Panta Rei

– Rete italiana di Economia Solidale (RES Italia)

– Rete Italiana dei Villaggi Ecologici (RIVE)

– Transition Italia

 

Si sono riuniti su iniziativa di Italia che Cambia in data 1 Luglio 2017 a Panta Rei (Passignano sul Trasimeno). Dalla discussione, a partire da significative affinità, è emerso quanto sia oggi importante poter agire insieme per far fronte alla ATTUALE crisi sistemica e quindi essere capaci di rispondere in modo coordinato e unitario alla domanda di forte cambiamento che proviene dalla società. Abbiamo, di conseguenza, condiviso la necessità di avviare un percorso comune finalizzato alla creazione di un “ecosistema di soggetti” (in rete) che ci permetta, valorizzando le rispettive vocazioni e sensibilità, di creare sinergie, collaborazioni e poter così raggiungere insieme dei traguardi che sarebbero impensabili per le singole realtà.”

Terra Nuova è mediapartner della rete delle reti.

Italia che Cambia è orgogliosa di prendere parte a questo percorso collettivo e di mettersi a disposizione di ciò che ne emergerà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/nasce-rete-delle-reti-ecosistema-realta-cambiamento/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

eFM, progettare luoghi per far evolvere le organizzazioni

Progettare e gestire luoghi che siano funzionali a chi li abita con l’obiettivo di migliorare l’esperienza della persona nel posto o renderlo coerente con l’attività che vi si svolge all’interno. È questa la missione di eFM, società che lavora molto con le aziende ma anche con enti o strutture pubbliche come ospedali, scuole, spazi pubblici.  “Il gelato lo volete adesso o preferite dopo”, mi chiede Emiliano. Lo guardo sorridendo, pensando ad una battuta, ma con la coda dell’occhio noto che sulla destra, accanto all’ingresso, c’è effettivamente un piccolo banco del gelato con una decina di gusti e tanto di coni e coppette e di fronte, una sorta di piazzetta costellata di tavolini tondi con qualche persona seduta a parlare. Il mio stupore è dovuto al fatto che non ci troviamo in una piazzetta di Monti o Trastevere, bensì all’interno delle sede romana di Efm, in zona Laurentina, in un grosso edificio incastonato fra colossi come Deutsche Bank, Siemens, Dell, Zte.

Daniele Di Fausto ed Emiliano Boschetto, rispettivamente amministratore delegato e communication manager di eFM, ci accolgono in maniera calorosa ed informale, in linea con il clima generale che si respira all’interno della struttura. C’è una sensazione di coerenza fra il luogo, i suoi abitanti, le attività in corso. E mentre Daniele ed Emiliano raccontano la storia e la mission di Efm capisco che non è un caso. L’azienda infatti si occupa di progettare e gestire luoghi che siano funzionali alle persone che li abitano. Lavorano molto con le aziende ma anche con enti o strutture pubbliche come ospedali, scuole, spazi pubblici. L’obiettivo è quello di migliorare l’esperienza della persona nel luogo o, vista da un’altra prospettiva, rendere il luogo coerente con l’attività che vi si svolge all’interno. Per luogo non si intende solo lo spazio fisico, ma un intreccio spazio-temporale di relazioni, dinamiche, struttura aziendale e rapporti di potere. Perciò in questo processo hanno un ruolo centrale sia la tecnologia e l’innovazione digitale da un lato che le forme di governance dall’altro. Per questo motivo eFM investe moltissimo nello sviluppo di software, applicazioni e gestionali, ma a differenza di molte startup che operano nel mondo della digital innovation, lo fa con l’obiettivo di migliorare l’esperienza fisica e reale. In questa ottica la tecnologia non diventa un surrogato delle relazioni umane ma uno strumento che le può facilitare. “L’obiettivo per noi resta sempre l’incontro reale, la messa a terra delle relazioni virtuali”, ripetono varie volte sia Emiliano che Daniele durante l’intervista.13620044_10154314062247630_4442904363134510861_n

La nuova sede di LUISS ENLABS realizzata con il supporto di eFM

Occupandosi di relazioni, era inevitabile che Efm finisse per occuparsi anche del tipo di leadership che si instaura all’interno di un luogo. “In una società reticolare che cambia molto rapidamente abbiamo visto che le organizzazioni più orizzontali, caratterizzate da una leadership diffusa sono quelle che riescono ad adattarsi più velocemente alle mutate condizioni”.

Oltre a fare da consulente per altre aziende, negli anni eFM ha sempre sperimentato per prima su se stessa le ricette e le soluzioni che proponeva agli altri. Per cui adesso l’azienda stessa è il migliore biglietto da visita per promuovere le proprie attività.

Oltre alla piazzetta con tanto di gelataio, al suo interno c’è un’area ricreativa dove invitare amici, parenti o conoscenti. Le postazioni dei lavoratori non sono fisse e ognuno può prenotare la propria attraverso un’app aziendale. L’ufficio è disseminato di piante per ripulire l’aria e ogni postazione ha dei sensori che controllano l’umidità, la temperatura e svariati altri fattori per aumentare il comfort. Complessivamente lo spazio è progettato come un unico grande open-space, in cui gli uffici e le sale riunioni sono separati da grosse vetrate e la vista può spaziare praticamente ovunque.

Attraverso un’altra applicazione aziendale ogni lavoratore può rispondere quotidianamente ad una serie di domande che servono a valutare la sua soddisfazione e lo posizionano all’interno di un grafico che a partire da sette parametri valuta la relazione fra la giusta dose di stimoli e gli eccessivi carichi di stress. Tutti questi strumenti di cui si avvale Efm trovano la massima espressione se vengono applicati ad una visione di organizzazione diversa da quella tradizionale, mentre posso risultare persino pericolosi se inseriti in un contesto di impresa classica. Società come eFM si inseriscono in un filone di imprenditoria evoluta, collegato a modelli teorici come quello delle organizzazioni Teal. In questa nuova concezione l’organizzazione è spesso paragonata ad un organismo vivente, con una propria funzione ed un proprio scopo che possono evolvere nel tempo e al cui interno responsabilità, ruoli, potere sono distribuiti e consapevoli.21740281_10155729679937630_3232635869966175162_n

Un applicativo che monitora gli spostamenti o che valuta il livello di soddisfazione dei dipendenti potrebbe essere inteso come uno strumento di controllo all’interno di un’impresa tradizionale, mentre diventa uno strumento di empowerment e consapevolezza personale e aziendale in un’organizzazione evoluta. Anche per questo motivo Efm costruisce dei percorsi personalizzati e graduali per le aziende con cui lavora, guidandole – nella misura e nelle forme che esse scelgono – attraverso questa complessa transizione. Non esiste un termine prestabilito a questo processo evolutivo. Chissà se un giorno, mi viene da pensare mentre mi allontano, percorsi di questo genere condurranno alcune aziende persino a mettere in discussione l’utilità di quello che producono o a infrangere i tabù legati alla distribuzione degli utili?

Intervista: Andrea Degl’Innocenti
Riprese e montaggio: Paolo Cignini

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L’azienda friulana che ha abolito gli orari di lavoro

Duecento dipendenti, niente orari di lavoro fissi, nessun cartellino da timbrare. Succede in un’azienda friulana, in un piccolo comune non distante da Pordenone, che ha fatto dell’autogestione dei turni di lavoro e del senso di responsabilità dei lavoratori il suo marchio di fabbrica. Niente cartellino, né turni di lavoro gestiti dall’alto. In Friuli c’è un’azienda che lascia ai dipendenti la possibilità di organizzare autonomamente il proprio tempo in base alle diverse esigenze. Si tratta della Graphistudio di Arba, piccolo comune non distante da Pordenone, una ditta italiana che produce album fotografici per matrimoni inviando i propri prodotti anche all’estero. Oggi l’azienda può contare su decenni di esperienza nel settore e 200 dipendenti, di cui il 70% sono donne.Controllo-dei-badge-dei-lavoratori-le-novita-del-Job-Act

Tullio Tramontina, presidente e fondatore di questa realtà, ha raccontato a Repubblica come è nata l’idea di lasciare ai dipendenti l’autogestione dei turni, spiegando: “Lavoravo e questa cosa dell’orario, del cartellino, della sirena che suona mi ha sempre dato fastidio, è qualcosa che ti limita, sono catene. Quando ho fatto il mio percorso ho voluto farlo diverso. Non c’è stato un calcolo – aggiunge – è stato casuale, è partito tutto da lì, da quel fastidio. Se lavori libero, lavori meglio e dai di più. E si lavora più in team, gli obiettivi sono di tutti”.

L’unico reparto che è soggetto alla turnazione tradizionale è il settore amministrativo che, dovendosi relazionare con banche e uffici esterni, ha necessità di rispettare i classici orari da ufficio. Per tutti gli altri c’è l’autogestione. Ciò che conta è il rispetto delle scadenze e il senso di responsabilità nei confronti dell’azienda e dei propri colleghi. In questo modo gli obiettivi sono percepiti come obiettivi comuni e i dipendenti si sentono più stimolati nel raggiungerli, anche inventando, creando e proponendo nuove idee. Questa impostazione secondo Tramontina funziona, sia per i dipendenti sia per la produzione e la Graphistudio è considerata azienda leader del settore. Lasciando i giusti spazi di autonomia ci si sente liberi di mettere in gioco al meglio le proprie competenze. Ed è poi questo che, anche sul mercato, fa la differenza.

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Ansia e panico: quando il mio corpo mi chiese di cambiare vita

“Di giorno stringevo mani di politici e speculatori. Di sera contavo i soldi e nutrivo la lista degli oggetti da comprare per costruire la famiglia del Mulino Bianco. Ero fiero di me. La mia vita contribuiva ad aumentare il PIL. Poi, d’un tratto, l’ansia. Fortissima e costante. Era davvero quella la felicità?”.

Fortunatamente del costume dell’uomo felice mi sono spogliato da un pezzo. Mi spiego.

Ricordate il monologo finale di Trainspotting? Il lavoro, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd, l’apriscatole elettrico, il mutuo, la polizza vita, ecc. Ecco, io ci ero arrivato col più regolare dei percorsi: laurea col massimo dei voti, master, stage, primo contratto, rinnovo, rapida carriera. Project manager in ambito “sviluppo locale”: 2,5mila euro al mese più bonus, trasferte, buoni pasto e telefono aziendale. Di giorno stringevo mani di politici e speculatori senza scrupoli. Di sera contavo i soldi e nutrivo la lista degli oggetti da comprare per costruire quella che la mia compagna di allora chiamava – con sguardo sognante – “la famiglia del Mulino Bianco”. Di notte non avevo tempo di pensare ai progetti di devastazione ambientale legalizzata che contribuivo a finanziare col mio lavoro; la mattina dopo dovevo svegliarmi presto per stringere altre mani. Ero fiero di me. La mia vita contribuiva ad aumentare il PIL. Poi, d’un tratto, l’ansia. Fortissima e costante. Era davvero quella la felicità?Edvard-Munch-The-Scream-detail

Edvard Munch, L’Urlo

Ho resistito qualche anno. Come fai a mollare subito quando cresci col mito di Fonzie e degli eroi hollywoodiani? Poi il mio corpo lo ha fatto per me. Attacchi di panico, ipocondria, gastrite, insonnia. Uno dei tanti medici conosciuti nelle mie passeggiate serali (e seriali) al Pronto Soccorso mi disse, in napoletano: “lei non è malato; è solo nu poco filosofo”. La ricetta, secondo lui, era smettere di rimuginare all’ingranaggio di cui facevo parte, alle conseguenze di quel sistema globale fondato sulla rapina e la distruzione delle risorse chiamato sviluppo. “Fottitene! E pigliate ‘na pastiglia” (di ansiolitico). Ci ho pensato un po’ su. Poi ho stracciato la ricetta. All’inizio non è stato facile. Frase fatta, ma è la verità. Il mondo attorno a me indossava o ambiva a indossare lo stesso costume che mi ero tolto. Tutti credevano che mi sarei solo preso un anno sabbatico per tornare poi alla carriera più determinato di prima. Del resto “come fai a vivere senza lavorare?”. In effetti la risposta non ce l’avevo. Non ancora, almeno. Mi limitai a stringere la cinghia, scoprendo che potevo sopravvivere anche senza cambiare l’auto ogni due anni e che col couchsurfing potevo viaggiare (e aiutare altri viaggiatori) senza pagare alberghi. Qualcuno mi disse che stavo facendo Downshifting (letteralmente: scalare la marcia).

Non avendo il lavoro, ero tornato ad appropriarmi del mio tempo. Lo utilizzavo per scrivere racconti e sceneggiature su personaggi che ricercavano se stessi e il proprio ruolo nel mondo. Per scrivere mi documentavo. Fu così che mi capitò per le mani un libro di Maurizio Pallante: La decrescita felice. Dopo tre capitoli mi accorsi che mia madre, nei pranzi di famiglia, cucinava il doppio del necessario; e che, ogni volta che avevo sete, compravo spazzatura a forma di bottiglia con dentro mezzo litro d’acqua del rubinetto. La Decrescita mi fece scoprire che il lavoro – mito della società industriale per il quale si scrivono gli articoli iniziali delle costituzioni – può essere utile sì, ma anche dannoso, e che la crescita economica non è sempre positiva, come dicono al TG. Se cresce il consumo di ansiolitici o di incidenti d’auto sarà positivo per le case farmaceutiche e automobilistiche, ma non per noi e per l’ambiente. A chiarirmi che la critica allo sviluppo era una roba seria e che veniva da lontano, fu un vecchio video su Robert Kennedy, assassinato qualche mese dopo avere pronunciato un celebre discorso sull’inadeguatezza del PIL  come misura del benessere.

Nel frattempo avevo iniziato a lavorare qui e là su cose che mi interessavano: organizzazione di eventi, marketing per una casa editrice, sceneggiatura e regia. Guadagnavo molto di meno ma avevo tempo per viaggiare, leggere, cucinare, andare in bici. Avevo cambiato i miei valori di riferimento. Non potevo più vivere nello stesso mondo. E così lo lasciai. Vendetti la mia auto e partii per la Spagna per fare WWOOF. Da volontario in aziende di agricoltura naturale mi spiegarono che il sistema biologico perfetto, circolare e autorigenerante, è la foresta. Il sistema “permanente” per eccellenza. Per vivere meglio e “permanere” nel mondo l’uomo dovrebbe limitarsi a osservare la natura e progettare i propri insediamenti imitandola. Su una verde collina nel nord dell’Andalusia, la Permacultura aveva fatto capolino nella mia vita.Facendo-wwoofing-in-Andalusia

Facendo wwoofing in Andalusia

Tornato alla base, mi misi a navigare sul web alla ricerca di associazioni, imprese e progetti virtuosi ai quali offrire una mano. Ne trovai tanti. Addirittura realizzai che ci sono intere città che si stanno organizzando per affrontare la Transizione da un modello economico basato sulla disponibilità di petrolio e sulla logica di consumo delle risorse, a un nuovo modello sostenibile, basato sulle energie rinnovabili e caratterizzato da un alto livello di resilienza. Mi accorsi che nessuno di questi progetti virtuosi sarebbe nato se le persone che li avevano promossi non avessero deciso di spogliarsi del loro costume di scena, inseguendo una felicità diversa da quella, artefatta, somministrata a dosi massicce da pubblicità, disinformazione e brutti programmi televisivi. Le persone: ecco quello che mi mancava. Il tassello finale che nessun libro poteva fornirmi. Cominciai a incontrarne parecchie, specie dopo l’inizio della mia collaborazione con Italia che Cambia, che con la sua mappa aveva appena creato una rete di persone in cambiamento e iniziava a raccontare le loro storie. La grande sorpresa fu la scoperta che, per molte di costoro, la spia lampeggiante del malessere che le aveva portate al cambiamento aveva lo stesso, cupo colore della mia: gli attacchi di panico.18676341_10213148274451229_2009560568_o

“Progettare il cambiamento” all’ecovillaggio Tempo di Vivere

Il passo successivo è stato chiedermi quanta gente non abbia ancora il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort per trovare, insieme ad altri potenziali compagni di viaggio, un nuovo equilibrio. Quanta gente è possibile salvare da una sofferenza annunciata semplicemente dandogli la possibilità di incontrare un’alternativa di valori? È nato così “Progettare il Cambiamento”, il percorso formativo che ho ideato per Italia che Cambia.
Tre appuntamenti in diversi ecovillaggi con i massimi esponenti del Cambiamento italiano (fra cui Maurizio Pallante, che coi suoi libri aveva dato inizio a quello mio personale: quale onore lavorare al suo fianco!). E se credete che sia per puro caso che abbiamo inserito nel primo modulo, dal titolo “Il Pensiero del Cambiamento”, materie come Downshifting, Decrescita, Permacultura e Transizione… beh, rileggetevi questo articolo. Saranno una decina d’anni da quando mi sono spogliato del costume di scena. Ora non ho più niente addosso. Dell’uomo felice mi è rimasta la pelle.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/ansia-panico-corpo-chiese-cambiare-vita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni