Le “pandemie” dimenticate causate da inquinamento e stili di vita malsani

Stili di vita inappropriati e cause ambientali sono alla base di due grandi “pandemie” che affliggono oggi la popolazione mondiale: infiammazione cronica e disequilibro immunitario. Alcuni esperti provano ad analizzarne motivazioni e possibili soluzioni attraverso un approccio integrato in questo evento online organizzato da LUMEN aps – ente capofila della Rete Europea SALUS, di cui fa parte anche Italia Che Cambia – di cui vi riportiamo le principali conclusioni. Stili di vita sani e sostenibilità ambientale sono fondamentali per la salute dei cittadini europei. Lo sottolinea l’on. Eleonora Evi inaugurando la serie di interventi previsti dal convegno virtuale “Infiammazione sistemica cronica e sistema immunitario”, svoltosi sul canale YouTube di Lumen, partner di Italia Che Cambia nella rete europea SALUS. La crisi sanitaria attuale ha radici profonde ed è figlia di uno sviluppo che non ha tenuto conto della salute degli esseri umani, degli animali e dell’ambiente. Per risolvere questa crisi ed evitarne altre in futuro, l’Unione Europea ha il compito di guidare un’azione attraverso strategie di promozione della salute, di ripristino ecologico e di sostenibilità ambientale. L’onorevole auspica che l’attenzione dei cittadini europei su tali tematiche rimanga alta e che essi siano da stimolo per i rappresentanti politici, anche grazie a iniziative come InfoSALUS che, con un approccio integrato, divulgano una cultura della salute trasversale.

Il dott. Lorenzo Del Moro inizia il suo intervento illustrando la relazione esistente tra stato infiammatorio cronico, disequilibrio immunitario e patologie croniche – aterosclerosi, cancro, diabete, demenze, solo per citarne alcune. Lo stato infiammatorio cronico, spiega il dott. Del Moro, è una condizione subdola che nel tempo aumenta molto il rischio di sviluppare le sopracitate patologie, vere “pandemie” del nostro secolo. Infiammazione cronica e disequilibro immunitario sono due facce della stessa medaglia e alla loro base troviamo medesime cause: stili di vita inappropriati e cause ambientali. L’alterazione del sistema immunitario che oggi colpisce sempre più persone è visibile dall’incapacità a relazionarci con sostanze ed esseri con cui abbiamo convissuto pacificamente per migliaia di anni: acari, pollini, peli di animale, molti alimenti, virus e batteri. Circostanza nefasta la difficoltà di relazione menzionata, da non sottovalutare, che apre due strade: la prima, dovuta ad un sistema immunitario troppo reattivo, porta allergie e malattie autoimmuni; la seconda, causata da un sistema immunitario scarsamente reattivo, genera un aumento della mortalità da infezioni e da tumori. A seguire la naturopata Milena Simeoni presenta una concezione innovativa che coniuga scienza e filosofia. La relatrice parla di infiammazione allargando la prospettiva: essa, comunemente percepita come manifestazione da sopprimere, in realtà da un lato è lo strumento per la guarigione e dall’altro, se cronica, diventa la radice di molte patologie. In Naturopatia ciò che fa la differenza è la Vis Medicatrix Naturae (forza vitale insita in ognuno di noi).

Simeoni offre una visione fuori dal coro, mostrando studi che mettono in relazione l’infiammazione sistemica con la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), parametro che indica il fenomeno fisiologico di variazione dell’intervallo di tempo (millisecondi) tra un battito e l’altro. Quando questo intervallo di tempo è variabile, l’HRV è elevata mentre quando è rigido, l’HRV è bassa. Metaforicamente potremmo dire che la variabilità della frequenza cardiaca è una “finestra” sull’attività del Sistema Nervoso Autonomo (SNA) e, nello specifico, sulla relazione tra sistema ortosimpatico (lotta e fuga) e parasimpatico (ripristino dell’omeostasi). In altre parole, l’individuo resiliente ha un buon equilibrio tra sistema nervoso parasimpatico e ortosimpatico, un HRV alta e un’infiammazione sistemica bassa. Viceversa, l’individuo “stressato” ha una maggiore attività dell’ortosimpatico e, di conseguenza, un HRV bassa e un’infiammazione sistemica più elevata. Ciò significa che adattabilità, capacità di utilizzare le esperienze al meglio e sano stile di vita, sono sinonimi di buona salute e di un cuore che, all’occorrenza, sa “cambiare marcia”. Nella direzione inversa, irritabilità, incapacità di utilizzare al meglio le esperienze e malsani stili di vita, sono sinonimi di cronicità e di un cuore che fatica a “cambiare marcia” quando serve. L’HRV alta è stata anche associata alla longevità sana mentre l’HRV bassa alla presenza di patologie cronico degenerative (come ipertensione, obesità, depressione, sindrome metabolica, dislipidemie, diabete), conseguenti ad una maggiore infiammazione sistemica. Simeoni conclude ribadendo che la resistenza agli stressor, come il sano stile di vita (movimento, alimentazione, meditazione e relazioni), genera salute al SNA e sostiene l’efficienza del sistema immunitario.

Interviene di seguito il dott. Giuseppe Miserotti, medico esperto in tematiche ambientali, che parla di tossici ambientali legati al metabolismo umano. Composti, questi, che vengono assunti per ingestione – i pesticidi ad esempio – o per inalazione – come idrocarburi policiclici aromatici e polveri sottili – e che giorno dopo giorno, anche a piccole dosi, producono effetti metabolici rilevanti mediati dall’infiammazione. Come non parlare di sostanze tossiche legate all’inquinamento dell’aria, noi che viviamo in una delle 5/6 zone più inquinate del mondo. Uno studio dell’università di Chicago ha rilevato una perdita di un anno e mezzo di vita in Pianura Padana proprio per il livello di PM2,5. Niente di nuovo, quando già nel 2016 Lancet sosteneva un’emergenza per la salute dovuta allo smog: in quell’anno nel nostro paese ci furono 45.600 decessi prematuri che ci posero al primo posto in Europa e all’undicesimo nel mondo per esposizione alle PM2,5. A farne le spese sono soprattutto da bambini, neonati, donne in gravidanza e anziani. Non solo problemi e difficoltà, le soluzioni ci sono, sono più abbordabili di quanto pensiamo ma ci impongono un cambio di stile di vita: attenzione all’ambiente, recupero della dieta mediterranea, sentimenti di solidarietà e vicinanza sono alcune soluzioni che ognuno di noi può attuare subito.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/pandemie-dimenticate-inquinamento-stili-di-vita-malsani/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

A quando i lockdown e i DPCM per tutelare l’ambiente, quindi la nostra salute?

Ma se i cambiamenti climatici e l’emergenza ecologica fanno molti più morti del coronavirus, a quando allora i lockdown e i DPCM per salvare il genere umano che rischia di non sopravvivere al disastro del Pianeta? Rischiamo una previsione: mai.

Non entriamo nel merito se siano giustificate o meno le pesantissime restrizioni della libertà a cui siamo costretti ormai da un anno ma, anche ammettendo che lo siano, se tanto ci dà tanto, visto che a livello ambientale il pericolo è molto più grande del coronavirus e le conseguenti vittime sono molte di più, da chi dice di proteggere la nostra salute ci aspetteremmo un “lockdown ambientale” e DPCM con misure rigidissime e capillari perchè in gioco c’è la sopravvivenza dell’intero genere umano. E invece niente di questo accade. Circa la catastrofe ambientale nessuna misura drastica è stata presa, niente è stato chiesto di fare ai cittadini, figuriamoci imporglielo come oggi si impongono mascherine, gel, coprifuochi, chiusure, distanziamenti, con tanto di pesanti multe e nonostante ci siano sempre più perplessità che tutte queste misure abbiano una reale efficacia. E pensare che invece per salvare l’ambiente e conseguenti vite umane, le misure che dovrebbero essere prese sarebbero di immediata e indubbia efficacia.

Ci si chiede allora: ma della salvaguardia di quale salute e di quali vite si sta parlando? Perchè per proteggere alcune vite si agisce e per altre no? Ma come può essere possibile questa incredibile e macroscopica disparità?  E se fosse vero che tutte queste misure sono necessarie per proteggere la nostra salute, allora non si capisce come mai, ad esempio, gli allevamenti intensivi, autentiche bombe ecologiche e sanitarie produttrici di sofferenza e cibo malsano, non vengano chiusi all’istante. Se si agisse così si tutelerebbe la salute di persone e animali ma ciò paradossalmente non sembra essere affatto un obiettivo di chi ci dice che sta facendo di tutto per la nostra salute e questo la dice lunga sulla sua credibilità. Una ulteriore prova della “inspiegabile” situazione di disparità in cui si adottano due pesi e mille misure ce la dà una voce ufficiale come quella del neo ministro per la transizione ecologica Cingolani (quindi non certo un “complottista”) in un suo articolo scritto recentemente per il quotidiano la Repubblicadove cita dati da ecatombe ed emergenza gravissima.

«…il riscaldamento climatico è causa di siccità, con un impatto enorme sulla fauna e l’agricoltura; lo scioglimento dei ghiacciai diminuisce le risorse di acqua dolce mentre l’innalzamento del livello dei mari porta all’erosione delle coste. I continui scambi di calore tra una terra surriscaldata e la stratosfera, più fredda, generano eventi metereologici estremi, come tifoni e nevicate improvvise, che devastano i territori. Se si eccettuano i terremoti, dal 1980 ad oggi il numero di eventi naturali catastrofici è aumentato in maniera costante di anno in anno; ciò ha causato la perdita di 400.000 vite umane e la spesa di più di un trilione di dollari, pari all’1,6% del PIL mondiale». 

«E mentre la terra si riscalda, peggiora anche la qualità dell’aria che respiriamo, con un impatto sulla salute di Sapiens e sul suo ecosistema. L’emissione di particolati carboniosi (Black Carbon), idrofluorocarburi e metano, inquina l’atmosfera e provoca il rilascio di sostanze tossiche, con gravi conseguenze sociali ed epidemiologiche. Ogni anno, l’inquinamento dell’aria causa tra i sei e i sette milioni di decessi nel mondo».

E questo senza contare i milioni di morti che si hanno per l’inquinamento di terra, cibo e acqua, laddove i cibi che mangiamo e l’acqua che beviamo sono pieni di ogni tipo di inquinante che determina malattie letali.

Dove sono i lockdown, dove sono i dpcm, dove sono le imposizioni drastiche immediate, necessarie per far fronte a questa immane catastrofe? Spieghino politici, esperti, task force varie, che tanto sembrano prodigarsi per la nostra salute, perché niente si fa in questa direzione, ma proprio niente, nemmeno lontanamente paragonabile a quello che si è fatto e che si continua a fare per il Covid. Ci spieghino il perché, ci spieghino come si fa a non vedere l’ovvio, ci spieghino perché non agiscono con la stessa solerzia, la stessa sicumera, la stessa drammaticità come quando ci snocciolano quotidianamente le cifre dei morti di serie A, cioè quelli da Covid, gli unici che per loro contano. Perchè per gli altri morti non si fanno bollettini quotidiani, aperture di telegiornali, articoli e servizi a non finire, speciali di ogni tipo, reportage chilometrici, ecc. ? Chi invoca lockdown a tutto spiano, alimentando un terrore mediatico martellante, ci chiediamo perché non faccia lo stesso per una situazione molto più grave come quella ambientale. Finché non avremo risposte o interventi in questo senso, non potremmo che continuare a dare credibilità zero per chi divide salute e morti di serie A e salute e morti di serie Zeta. E il perché lo faccia, speriamo che venga a galla presto, prima che la catastrofe ambientale si aggravi diventando ancora più irrefrenabile visto che continuiamo a non fare nulla preoccupandoci di tutt’altro. E intanto in pochi giorni a febbraio siamo passati da temperature sottozero a temperature quasi estive, ma come disse il comandante del Titanic: andiamo avanti tranquillamente…..

Fonte: ilcambiamento.it

Fukushima, il Giappone scaricherà in mare oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva

Il Giappone scaricherà in mare oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva dalla centrale nucleare di Fukushima. Lo scrive Manlio Dinucci su Il Manifesto e ne riportiamo l’articolo, di estrema importanza benché l’attenzione ormai non si focalizzi che sul Covid.

Qui l’articolo di Manlio Dinucci comparso su Il Manifesto.

Non è Covid, per cui la notizia è passata quasi inosservata: il Giappone scaricherà in mare oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva dalla centrale nucleare di Fukushima. Il catastrofico incidente di Fukushima fu innescato dallo tsunami che, l’11 marzo 2011, investì la costa nord-orientale del Giappone, sommergendo la centrale e provocando la fusione dei noccioli di tre reattori nucleari. La centrale era stata costruita sulla costa appena 4 metri sul livello del mare, con dighe frangiflutti alte 5 metri, in una zona soggetta a tsunami con onde alte 10-15 metri. Per di più vi erano state gravi mancanze nel controllo degli impianti da parte della Tepco, la società privata di gestione della centrale: al momento dello tsunami, i dispositivi di sicurezza non erano entrati in funzione. Per raffreddare il combustibile fuso, è stata per anni pompata acqua attraverso i reattori. L’acqua, divenuta radioattiva, è stata stoccata all’interno della centrale in oltre mille grandi serbatoi, accumulandone 1,23 milioni di tonnellate. La Tepco sta costruendo altri serbatoi, ma a metà del 2022 anch’essi saranno pieni. Dovendo continuare a pompare acqua nei reattori fusi, la Tepco, in accordo col governo, ha deciso di scaricare in mare quella finora accumulata, dopo averla filtrata per renderla meno radioattiva (non si sa però in quale misura) con un processo che durerà 30 anni. Vi sono inoltre i fanghi radioattivi accumulatisi nei filtri dell’impianto di decontaminazione, stoccati in migliaia di container, ed enormi quantità di suolo e altri materiali radioattivi.

Come ha ammesso la stessa Tepco, particolarmente grave è la fusione avvenuta nel reattore 3 caricato con Mox, un misto di ossidi di uranio e plutonio, molto più instabile e radioattivo. Il Mox per questo e altri reattori giapponesi è stato prodotto in Francia, utilizzando scorie nucleari inviate dal Giappone. Greenpeace ha denunciato i pericoli derivanti dal trasporto di questo combustibile al plutonio per decine di migliaia di chilometri. Ha denunciato inoltre che il Mox favorisce la proliferazione delle armi nucleari, poiché se ne può estrarre più facilmente plutonio e, nel ciclo di sfruttamento dell’uranio, non esiste una netta linea di demarcazione tra uso civile e uso militare del materiale fissile. Si sono accumulate finora nel mondo (secondo stime del 2015) circa 240 tonnellate di plutonio per uso militare diretto e 2.400 tonnellate per uso civile, con cui si possono però produrre armi nucleari, più circa 1.400 tonnellate di uranio altamente arricchito per uso militare. Basterebbero poche centinaia di chilogrammi di plutonio a provocare il cancro ai polmoni ai 7,7 miliardi di abitanti del pianeta, e il plutonio resta letale per un periodo corrispondente a quasi diecimila generazioni umane.

Si è così accumulato un potenziale distruttivo in grado, per la prima volta nella storia, di far scomparire la specie umana dalla faccia della Terra. I bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki; le oltre 2.000 esplosioni nucleari sperimentali nell’atmosfera, in mare e sottoterra; la fabbricazione di testate nucleari con una potenza equivalente a oltre un milione di bombe di Hiroshima; i numerosi incidenti con armi nucleari e quelli ad impianti nucleari civili e militari, tutto questo ha provocato una contaminazione radioattiva che ha colpito centinaia di milioni di persone. Una parte dei circa 10 milioni annui di morti per cancro nel mondo – documentati dall’Oms – è attribuibile agli effetti a lungo termine delle radiazioni. In dieci mesi, sempre secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, il Covid-19 ha provocato nel mondo circa 1,2 milioni di morti. Pericolo da non sottovalutare, ma che non giustifica il fatto che i mass media, in particolare quelli televisivi, non abbiano informato che oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva sarà scaricata in mare dalla centrale nucleare di Fukushima, col risultato che, entrando nella catena alimentare, farà ulteriormente aumentare le morti per cancro.

Fonte: ilcambiamento.it

L’Onu afferma che l’umanità si sta suicidando ma… ci si preoccupa per la cena di Natale

Mentre l’Organizzazione Metereologica Mondiale, agenzia dell’Onu, ci dice che ci stiamo suicidando con la nostra inazione nei confronti dei cambiamenti climatici, governo e politici sono impegnati solo a disquisire sulle proibizioni di Natale…

Decenni di gossip, di intrattenimento nazional popolare, di siderali stupidaggini hanno riempito miliardi di ore di palinsesti televisivi, miliardi di pagine di giornali virtuali e non, occupando le giornate degli italiani. E con il coronavirus si è registrata l’apoteosi, un evento sul quale la quantità di assurdità ha raggiunto picchi mai toccati nella storia.

In questi giorni abbiamo l’ennesima conferma “dell’altissimo livello di dibattito su argomenti di vitale importanza”: sono in corso infatti frenetiche consultazioni per garantire la cena di Natale almeno con i parenti più stretti. Forse anche il cane o il gatto verranno fatti sloggiare dalle abitazioni, perché secondo le stime degli esperti potrebbero in qualche modo essere conteggiati come elementi viventi in più e quindi pericolosissimi per i potenziali contagi. Ovviamente per gli animali sfrattati che vagheranno per la città verranno predisposte apposite autocertificazioni in caso di controlli…

Qualche esperto, con immancabili titoli accademici, ha anche proposto di far mangiare uno in una stanza, uno in un’altra stanza, uno in bagno e se non ci sono abbastanza stanze, qualcuno si sacrificherà sul terrazzo; in mancanza di terrazzo, in cantina, in mancanza di cantina, in garage; in mancanza di tutto questo, la cuccia del cane, che nel frattempo sarà stato fatto sloggiare per i motivi di cui sopra. I più moderni e progrediti, cioè i fan dell’intelligenza artificiale, hanno proposto di passare il Natale in maniera virtuale, ovvero ci si collega sui vari schermi e si mangia ognuno da solo ma in fondo in compagnia. Tra l’altro questo anticiperebbe quello che sicuramente succederà nei prossimi anni dove non ci sarà più bisogno di alcun contatto fisico, si farà tutto in remoto; che problema c’è?

Insomma questi sì che sono temi fondamentali, e in effetti tutto l’emiciclo parlamentare e le maggiori menti del paese sono prese da uno sforzo congiunto affinché il sacro Natale in famiglia sia in qualche modo garantito. Quindi consultazioni fitte, dibattiti, riunioni, esperti, dotti, medici e sapienti, tutti intorno al capezzale per parlare, giudicare, valutare, provvedere e trovare dei rimedi per salvare il Santo Natale. Importante però è che nessuno si preoccupi minimamente di ciò che, oltre a noi che lo diciamo da anni, pure le fonti ufficiali ONU ormai affermano con allarme: l’umanità si sta suicidando accelerando la catastrofe climatica. Da sottolineare che in questo caso, pur trattandosi di informazioni ufficiali e scientifiche, non contano nulla; difatti praticamente sono state ignorate dal gossip mediatico e politico. Probabilmente questa è un tipo di scienza che non produce molti interessi economici, quindi non esiste. E questo comportamento è assai strano per chi da mesi dice di occuparsi della nostra salute, dato che le tragedie a cui andiamo incontro sono tali al cui confronto il coronavirus, o chi per lui, impallidiranno.

Comunque sia, abbiamo capito assai bene che i problemi ambientali, quindi la nostra sopravvivenza, non esistono, perché non sono nella hit parade delle preoccupazioni. Primo posto, leader indiscusso, il coronavirus, poi il Grande Fratello VIP e tutto il resto a seguire.

Ma cosa vuoi che ci importi a noi dell’ambiente, degli alberi, dei cambiamenti climatici, roba per ambientalisti rompiscatole che ci vogliono fare ritornare alle carrozze a cavallo!  La soluzione del resto è semplice: contro la catastrofe ambientale ci vaccineremo tutti. I vaccini infatti risolvono qualsiasi problema è risaputo, sono la salvezza del mondo, lo dicono alla televisione, quindi è vero, senza ombra di dubbio. E chi lo contesta, che lo si metta al rogo sulla pubblica piazza per dare l’esempio a tutti. Attendiamo con ansia quindi l’arrivo di un vaccino contro la follia criminale umana, anche se riteniamo sia una lotta impari. Come sarà festeggiato il Natale davvero importa poco di fronte al dramma climatico a cui andiamo incontro, ma ovviamente, anche in quel caso, si dirà che è colpa dei “complottisti”, degli anti moderni, degli anti scientifici, dei marziani, dei venusiani ma nostra di sicuro no. Ringraziamo quindi politici e media per averci aperto gli occhi sulle vere problematiche e brindiamo al Santo Natale!

Fonte: ilcambiamento.it

ANIASA, nuovo progetto di sviluppo per una mobilità sostenibile e condivisa

Uno degli obiettivi principali annunciati dall’associazione afferente a Confindustria è quello di supportare “l’ineluttabile transizione dalla proprietà all’uso dei veicoli che nel nostro Paese ha già portato 1 vettura su 4 ad essere immatricolata a noleggio”

Supportare l’ineluttabile transizione dalla proprietà all’uso dei veicoli che nel nostro Paese ha già portato 1 vettura su 4 ad essere immatricolata a noleggio. Consolidare il ruolo di interlocutore di riferimento nel dibattito nazionale sulla mobilità – anche quella post COVID – e nelle strategie messe in campo dal Governo per gestire in modo efficace i fondi del Recovery Fund che dovranno guidare il nostro Paese verso una mobilità più sostenibile, smart e sicura. Intercettare in anticipo i cambiamenti in atto e svolgere un’efficace azione di sensibilizzazione sulle tematiche strategiche della mobilità cittadina, turistica e aziendale. Sono questi i principali obiettivi alla base del nuovo progetto di sviluppo di ANIASA, l’Associazione che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità, implementato con il supporto strategico del partner di respiro internazionale The European House Ambrosetti (1° Think Tank in Italia e tra i primi 10 in Europa), che accompagnerà l’Associazione anche nei prossimi due anni in un percorso di trasformazione.

“In Italia il settore della mobilità nel suo complesso”, osserva Massimiliano Archiapatti, Presidente di ANIASA, “sta vivendo una fase di rapida evoluzione, destinata a stravolgere il nostro modo di muoverci e di spostare le merci: le formule di pay-per-use mobility nel 2019 hanno toccato la quota record del 25% dell’immatricolato e oltre 1 mln di veicoli circolanti. L’avvento della pandemia sta accelerando questo cambiamento. Abbiamo davanti a noi un’occasione irripetibile per rendere la mobilità italiana più sostenibile, smart e sicura, anche grazie alle risorse del Recovery Fund. Il noleggio è oggi un asset strategico per le politiche di sostenibilità ed economia circolare, con il suo parco veicoli a emissioni ridotte e con la capacità di immettere costantemente sul mercato dell’usato veicoli a fine noleggio di ultima generazione, in grado di sostituire quelli più inquinanti. Il nostro settore può e deve essere protagonista di questa rivoluzione che presenta diverse sfide: l’impatto ambientale, la connettività, la crescente urbanizzazione (con i connessi problemi di congestionamento, parcheggio, inquinamento), i nuovi paradigmi di consumo sempre più proiettati

all’uso del veicolo, l’integrazione con la micromobilità cittadina”.

“Per fronteggiarle in maniera efficace”, aggiunge Archiapatti, “abbiamo deciso di avviare un percorso di evoluzione con l’obiettivo di rispondere in modo ancora più puntuale allo sviluppo del mercato, con particolare attenzione alle nuove generazioni, ai loro stili di vita e alle loro modalità di consumo, totalmente differenti da quelle conosciute finora. Siamo all’inizio di un tragitto che ci proietterà al centro dei nuovi scenari di mobilità”. A conferma dell’avvio di questo percorso è stata attivata ufficialmente la sezione Digital Automotive che si aggiunge alle altre presenti in Associazione (noleggio a lungo e breve termine, car sharing, servizi automobilistici); un segmento di cui già oggi fanno parte tutti i principali player nazionali e internazionali del settore.

Fonte: ecodallecitta.it

La città del futuro o sarà in salute o non sarà

Prendendo spunto dai segnali lanciati dalla pandemia e dal conseguente lockdown, Paolo Piacentini riflette sui possibili modelli di città del futuro. La necessità è riappropriarsi degli spazi togliendoli al cemento e alle auto, non solo per abbattere i livelli mortali di inquinamento, ma anche per offrire alle persone nuovi luoghi di socialità.

 “L’emergenza di agenti patogeni zoonotici è correlata al deterioramento dell’ambiente e alle interazioni tra uomo e animali nel sistema alimentare”. È l’Agenzia Europea per l’Ambiente a dirlo. Che facciamo dunque? Le diamo credito o no? È arrivata l’ora di smettere di mettere la testa sotto il cuscino e continuare a far finta di nulla. Non si muore di solo covid, anzi, si muore soprattutto di inquinamento in un ambiente insalubre dove, per di più, il virus ha maggiori possibilità di sviluppo e diffusione. Non è certo la prima volta che l’Agenzia Europea per l’Ambiente ci fornisce questi dati, ma non c’è nulla da fare, le priorità sembrano essere sempre altre.

È dimostrato che gli spazi verdi in città aiutano a mitigare le temperature e ad abbattere gli inquinanti. È dimostrato che le città senz’auto sono più salubri, ma la salute di un agglomerato urbano si costruisce creando una condizione di benessere diffuso che va dalle periferie più degradate fino al centro. Il compito più nobile della politica, oggi più che mai, dovrebbe essere quello di costruire benessere psico-fisico e sociale, attento anche alle persone e alla comunità. Una città che vive la salute come dimensione pubblica vede i cittadini partecipi nella cura quotidiana degli spazi collettivi che le istituzioni devono impegnarsi a riconsegnare come bene comune.

Spazi collettivi generatori di salute urbana sono i giardini, i parchi, gli spazi ciclabili. Deve essere garantita la fruizione pedonale dei luoghi, la prossimità dei servizi alla persona. Una città che si libera dal dominio dell’auto privata, che si fa prossima alle persone, che riorganizza e amplifica gli spazi verdi è una città che costruisce la sua salubrità. Una città solidale è una città che non crea distanze sociali ma che cresce in una nuova dimensione comunitaria legata a uno stato di benessere che non esclude la malattia, ma la confina nell’ineluttabile finitezza e fragilità della condizione umana.

Una città in salute è anche quella che rimette al centro lo spazio pubblico e costringe in un angolo una finta rigenerazione urbana padroneggiata dalla speculazione privata. Quello che sta accadendo a Roma in questi giorni, con l’ennesimo minacciato sfratto a Scup Sportculturapopolare, rientra in un modello economico che intacca la salute pubblica. Un centro sociale che diventa punto di riferimento per un intero quartiere, che organizza spazi di socialità popolare, che porta in città cibo pulito e a chilometro zero, che assiste persone disabili, determina benessere diffuso.

La salute, come ci ricorda l’OMS, è uno stato di benessere psico-fisico generale che va dalla persona alla comunità. Se la politica decide di sposare un patto per la salute tra istituzioni e cittadini, l’atto che ne consegue è la costruzione di un nuovo modello di città in cui lo spazio pubblico diffuso viene rimesso al centro.

La città delle persone e per le persone dovrebbe essere la grande rivoluzione del futuro. Bisogna avere tanto coraggio per contrastare un potere economico e finanziario che va in direzione opposta, ma che con il covid ha mostrato – a chi ha occhi per vedere – le sue enormi contraddizioni. Questa è la grande sfida di cui mi sento parte con passione, tutto il resto rischia di essere noia e le città moriranno.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/citta-del-futuro-in-salute/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Gli abitanti delle valli contro l’insostenibile inquinamento nell’entroterra ligure

Gli abitanti delle valli Neva e Pennavaire fanno i conti da anni con tre cave presenti in zona, che stanno deturpando l’ambiente circostante e creando emissioni maleodoranti. Un comitato cittadino, costituitosi per tutelare il diritto alla salute degli abitanti, è protagonista di una vicenda giudiziaria dal triste epilogo. Sulle prime alture di Albenga (SV) sorgono due valli ricche di suggestivi itinerari storici e paesaggistici: parliamo delle valli Neva e Pennavaire, che prendono il nome dai rispettivi torrenti che le attraversano. Una ricca e selvatica vegetazione garantisce a turisti e abitanti percorsi immersi in diverse tonalità di verde, falesie d’arrampicata e sentieri escursionistici.

Alcuni dei paesini che sorgono sulle rive di questi torrenti, però, convivono da anni con cave di estrazione che li costringono a fare i conti con le emissioni dovute alla lavorazione di bitume e alla produzione di asfalti e calcestruzzo, che generano esalazioni maleodoranti, danneggiando la quotidianità di chi vive nella zone adiacenti i siti. A pagarne il caro prezzo è anche lo sviluppo del turismo che, vista la conformazione del territorio, è soprattutto di tipo naturalistico.
Non solo: gli abitanti delle valli negli ultimi due anni, probabilmente a seguito dell’aumento della produzione degli impianti, hanno iniziato a registrare un numero crescente di casi di nausee, cefalee, epifore (occhi che lacrimano), dolori e bruciori di gola. E a soffrirne, come spesso accade, sono soprattutto bambini e anziani.

Le cave

Le cave sotto accusa della popolazione locale e del comitato cittadino Val Neva e Val Pennavaire sono tre:
– cava Isola, gestita dalla ditta ICOSE spa, sita nel comune di Zuccarello (SV);

– cava Salita Lampada di Cave Martinetto srl, sita anch’essa nel comune di Zuccarello (SV), al confine con il territorio di Cisano sul Neva (SV);

– cava Pennavaire, nel comune di Castelbianco (SV). Quest’ultima, momentaneamente chiusa, verrà riaperta in quanto ha ottenuto, attraverso il nuovo Piano Cave Regionale (PTRAC), l’autorizzazione per un nuovo ampliamento.

La collocazione delle strutture estrattive peggiora ulteriormente il contenimento delle esalazioni, in quanto sono posizionate molto vicino alle abitazioni: in particolar modo le prime due si trovano a meno di cinquanta metri in linea d’aria dai rispettivi centri abitati. Inoltre, nelle immediate vicinanze di questi impianti si trovano le frazioni Conscente e Martinetto del comune di Cisano sul Neva (SV): località che a causa dei venti subiscono la maggior parte dei disagi provocati dalle esalazioni. All’inquinamento dei siti estrattivi si aggiunge anche quello prodotto dai continui spostamenti dei camion, i quali trasportano i materiali lavorati da una cava all’altra, peggiorando così ancor di più la qualità dell’aria.

L’escalation
«Le conseguenze sulla presenza delle cave nelle due valli, – racconta il comitato val Neva e Pennavaire – presenti da diversi decenni, hanno subito un peggioramento con l’avvento della meccanizzazione: le leggi erano ancora poco stringenti e i due torrenti che danno il nome alle valli hanno subito spesso riversamenti di scarti. I corsi d’acqua si sono così nel tempo svuotati dei loro abitanti naturali e l’agricoltura ha subito un forte contraccolpo».
Gli stabilimenti aggiungono nel tempo alla sola attività estrattiva anche la lavorazione di bitume e la produzione di asfalti e calcestruzzo. Il cambiamento tangibile alla popolazione avviene però nell’estate 2018 quando le esalazioni maleodoranti provenienti dai due impianti aperti, che sino ad allora si presentavano con una cadenza periodica, divengono quasi costanti. Nel 2019 la ditta ICOSE Spa presenta in Regione un progetto per la realizzazione di un nuovo impianto per gli asfalti, in sostituzione dell’attuale, che prevede uno stabilimento alto 32 metri di colore blu con una potenzialità raddoppiata a quella attuale ed una conseguente capacità emissiva.

Nasce il Comitato

Ed è proprio a seguito delle non reazioni della Regione che un gruppo di abitanti dei comuni limitrofi agli stabilimenti ha deciso di creare un comitato a salvaguardia della salute dei concittadini. Dopo aver studiato e analizzato la documentazione accessibile, a luglio dello scorso anno, hanno deciso di presentare un esposto alla Procura di Savona, firmato da oltre 600 persone tra abitanti e frequentatori del territorio. All’esposto fa seguito, nel settembre dello stesso anno, anche un ricorso al TAR Liguria dove si sottolineano le incongruenze del nuovo impianto e si richiede un’analisi approfondita. Il ricorso viene firmato da 46 persone direttamente coinvolte e due associazioni: WWF e Verdi V.A.S. La sentenza del TAR respinge le istanze, permettendo così alla società che gestisce l’impianto di continuare nel progetto di ampliamento e riattivazione.  Il comitato è stato inoltre condannato a pagare 2.000€ per ogni controparte. Un epilogo sconfortante per un comitato nato con il solo scopo di difendere la salute pubblica. Eppure la Provincia di Savona aveva riconosciuto, attraverso l’Autorizzazione Unica Ambientale 2019, l’esistenza di problematiche ambientali, tanto da ordinare modifiche ad uno degli impianti.

Il PTRAC

Dei tre impianti si parla anche nel recente PTRAC (Piano Territoriale delle Attività di Cava), approvato con validità ventennale attraverso la Deliberazione del Consiglio Regionale n. 16 del 29 febbraio 2000, divenuto poi effettivo in consiglio regionale a giugno 2020. Il documento suggerisce alle due realtà estrattive attualmente attive, come esito istruttorio, “l’ampliamento areale per coltivazione congiunta con cava Isola”, ovvero l’accorpamento in un unico soggetto. La strategia proposta sarebbe a garanzia degli attuali posti di lavoro (80). La Regione, inoltre, suggerisce la realizzazione di un tunnel sotterraneo che metta in collegamento le due realtà, così da ridurre i tempi di trasporto del materiale e l’inquinamento conseguente. In questo nuovo Piano si prevede, come accennato in precedenza, un ampliamento estrattivo pari a circa 5 milioni di m3 di materiale. L’area adiacente di proprietà di cava Salita Lampada è già pronta e le sorti del territorio sembrano essere già segnate.

L‘investimento a discapito di salute e ambiente

«Oggi – scrive il comitato Val Neva Val Pennavaire – è il profitto a fare da padrone. Macchinari sempre più sofisticati “mangiano” la montagna in tempi brevissimi e i moderni Piani Cava si avvalgono delle “modifiche al Piano”, così ecco spuntare crateri quando le pareti hanno terminato il loro compito. Oppure da cavatori ci si trasforma in produttori di asfalti, in modo da rimarcare anche con la “puzza” chi detta le condizioni di “benessere” nel nostro territorio.
Con la compiacenza delle istituzioni a tutti i livelli, ecco sorgere mausolei in cemento armato, capannoni e manufatti industriali in aree di vincolo dove i cittadini “normali” sono diffidati dal modificare anche solo una finestra della loro abitazione. Si sceglie di convogliare il traffico pesante di centinaia di camion al giorno in un paesino, alla confluenza delle due valli, strutturato ancora come ai tempi dei carri, e costringere gli abitanti di esso a usare la massima attenzione prima di affrontare l’uscio di casa. Per finire, si è concesso altro territorio da cavare, senza considerare che stiamo parlando di qualcosa che non si può ricreare: queste ferite resteranno nella memoria delle generazioni future, così come noi le abbiamo ereditate dai nostri nonni prima e dai nostri padri poi. Il futuro del nostro territorio è facile da immaginare: rimarrà tutto come sempre, nonostante le “belle” parole, rilasciate dai fautori di questo Piano, tanto di moda in questo momento. A sentirli pare quasi di ascoltare Greta Thunberg, con la differenza che, come la pandemia ci ha appena insegnato, non ci sarà più concesso altro tempo se non si invertirà la rotta da questo tipo di sviluppo».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/insostenibile-puzza-entroterra-ligure/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Mari e laghi: inquinamento, plastica e mala-depurazione. L’analisi impietosa di Goletta Verde

Nei nostri mari e coste un punto su tre è inquinato; per i laghi un punto campionato su quattro è risultato fuori dai limiti di legge. E dilaga la plastica usa e getta. I dati di “Goletta verde” di Legambiente.

Il mare

Un totale di 259 punti campionati lungo le coste italiane, in 18 regioni, e il risultato è che un punto ogni 3 è fuori legge. Criticità maggiori riscontrate sul versante tirrenico, a ridosso delle foci di fiumi, rii e canali che, sfociando in mare, portano con sé cariche batteriche a volte molto elevate. Situazione preoccupante in diverse regioni del sud come Campania, Calabria e Sicilia, ma anche nel Centro Italia, in particolare nel Lazio. Sul banco degli imputati, come sempre, c’è la ‘mala depurazione’, una delle principali opere incompiute del nostro Paese per la quale l’Ue ci ha già condannati a pagare 25 milioni di euro, cui se ne aggiungono 30 ogni semestre di ritardo nella messa a norma. E’ quanto emerge dai risultati di Goletta Verde, la campagna di monitoraggio di Legambiente che indaga parametri microbiologici (Enterococchi intestinali, Escherichia coli): vengono considerati ‘inquinati’ i campioni in cui almeno uno dei due parametri supera il valore limite previsto dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia; ‘fortemente inquinati’ se almeno uno dei due parametri viene superato per più del doppio del valore normativo. Negli ultimi 3 anni di ricerche in mare (dal 2017 al 2019) su 1.756 km monitorati, la campagna di Legambiente ‘Goletta Verde’ ha contato 111 rifiuti per ogni km di mare e almeno 1 rifiuto su 3 è usa e getta di plastica, per lo più imballaggi, buste, cassette di polistirolo e bottiglie. La situazione non migliora sulle spiagge dove a destare più preoccupazione è la plastica che costituisce l’83% di rifiuti trovati e, in particolare, l’usa e getta: sulle spiagge italiane almeno il 42% dei rifiuti trovati è plastica monouso, se ne trovano 3 per ogni metro di sabbia. 

I laghi

Sono 28 i laghi italiani monitorati in 11 regioni e il risultato è che 1 punto campionato su 4 è risultato oltre i limiti di legge. Colpa, anche in questo caso come per il mare, della mala depurazione, il principale nemico delle acque interne. Nel lago Maggiore la metà dei prelievi (50% di 12) è fuori legge: 2 inquinati, 4 fortemente inquinati. Tutti oltre i limiti i tre prelievi effettuati nel lago Ceresio (Lombardia), ma anche il lago di Como non se la cava bene visto che la metà esatta dei 10 prelievi effettuati è risultata fuori legge (2 inquinati e tre fortemente inquinati). Ma ci sono anche le buone notizie come, nel Lazio, il lago di Bracciano in cui nessuno dei 4 prelievi effettuati ha sforato, così come Albano e Sabaudia; il lago di Santa Croce in Veneto (0% oltre i limiti) o il lago Matese in Campania (0%). Su 102 prelievi per le analisi microbiologiche, è stato giudicato fuori legge il 28% (8 inquinati e 20 fortemente inquinati). In totale sono 53 i campioni prelevati in foce, 49 quelli prelevati a lago. Dei campioni giudicati oltre i limiti, l’82% è stato prelevato in foce a canali, fiumi o torrenti. Dei 102 punti oggetto di analisi, 37 corrispondono a porzioni di laghi definiti balneabili dalle autorità competenti; 8 di questi sono risultati con cariche batteriche oltre i limiti di legge (di questi 3 giudicati Inquinati e 5 sono fortemente Inquinati). I laghi al centro dell’edizione 2020 sono stati: in Piemonte i laghi d’Orta, Viverone, Avigliana e Maggiore, nella sua sponda piemontese; in Lombardia la sponda corrispondente del Maggiore, il Ceresio, il lago di Como, d’Iseo e la sponda occidentale del Garda; in Veneto, l’altra metà del Garda (la cui parte più settentrionale ricade nella provincia autonoma di Trento) e il lago Santa Croce. Nel centro Italia in Umbria sono stati campionati Trasimeno e Piediluco, nel Lazio i laghi di Bolsena, Bracciano, Vico, Canterno, Albano, Fondi, Sabaudia e Fogliano. In Campania i laghi Patria e Matese, in Molise il lago di Occhito, in Puglia il lago di Varano, in Calabria i laghi Arvo e Cecita e in Sicilia i laghi Soprano, Pergusa e Prizzi. Goletta dei laghi 2020 è stata realizzata anche grazie al sostegno dei partner principali: Conou, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati, e Novamont.

Fonte: ilcambiamento.it

Rapporto Amnesty e di tre Ong accusa Shell di inquinamento Nigeria

A distanza di quasi 10 anni da quando la Shell, insieme ad altre compagnie petrolifere, fu sollecitata a bonificare le aree inquinate in Nigeria, queste attività sono iniziate solo sull’11% dei territori coinvolti. È questa l’accusa lanciata da Amnesty International, Friends of the Earth Europe, Environmental Rights Action e Milieudefensie.

A distanza di quasi 10 anni da quando la Shell, insieme ad altre compagnie petrolifere, fu sollecitata a bonificare le aree inquinate nella zona del Delta del fiume Niger, in Nigeria, queste attività sono iniziate solo sull’11% dei territori coinvolti, mentre gli altri risultano ancora pesantemente contaminati. È questa l’accusa lanciata da Amnesty International, Friends of the Earth Europe, Environmental Rights Action e Milieudefensie.

Nel 2011 il Programma delle nazioni Unite per lo sviluppo (Unep) diffuse in rapporto sul devastante inquinamento prodotto dalle compagnie petrolifere nell’Ogoniland, raccomandando azioni urgenti di bonifica. Le quattro Ong rivelano che le “misure di emergenza” proposte dall’Unep non sono state attuate e che il progetto di bonifica da un miliardo di dollari lanciato dal governo della Nigeria nel 2016 si è rivelato inefficace.

“Nel corso di mezzo secolo – è la denuncia- le estrazioni di petrolio e di gas hanno causato la contaminazione continua e massiccia delle acque e dei terreni delle comunità ogoni. L’altrettanto continua e sistematica mancanza d’azione delle compagnie petrolifere ha lasciato centinaia di migliaia di persone a contatto con malattie e a lottare ogni giorno per avere accesso all’acqua potabile e a qualcosa di cui vivere. Nel frattempo, sono venuti alla luce numerosi conflitti d’interesse che coinvolgono la Shell rispetto all’operato dell’agenzia locale per la bonifica (Hyprep) e al governo nigeriano”.

Ecco le principali conclusioni del rapporto delle quattro Ong:

– i lavori di bonifica sono stati avviati solo sull’11 per cento dei territori inquinati identificati dall’Unep e solo su un altro cinque per cento sono in fase di avvio; nessuno di questi territori è stato completamente bonificato;

– le azioni descritte dall’Unep come “misure di emergenza”, riguardanti l’accesso all’acqua potabile e la protezione dalle malattie, non sono state svolte adeguatamente; intere comunità non hanno ancora accesso a forniture di acqua potabile;

– non è stato svolto alcun monitoraggio sulla salute e sull’ambiente dei territori inquinati;

– non c’è stata alcuna rendicontazione pubblica su come i 31 milioni di dollari forniti dal 2018 siano stati spesi;

– 11 delle 16 imprese messe sotto contratto per la bonifica non hanno dichiarato pubblicamente alcuna competenza nei rimedi all’inquinamento da petrolio e ai problemi collegati;

– Hyprep è al centro di numerosi conflitti d’interesse e Shell continua a far parte degli organismi di bonifica, essendo riuscita persino a piazzare propri rappresentanti all’interno di Hyprep.

Le quattro Ong, nel ribadire la necessità di una rapida bonifica, chiedono in particolare:

– che il governo nigeriano garantisca alla popolazione dell’Ogoniland i diritti fondamentali, tra cui quello ad avere accesso a forniture di acqua potabile; elabori e attui una strategia che affronti le cause di fondo dell’inquinamento, coinvolgendo pienamente le comunità locali; rafforzi i poteri dell’Hyprep e assicuri la sua indipendenza e trasparenza, escludendo ogni coinvolgimento di Shell nella supervisione e nella partecipazione alle strutture dirigenziali e renda pubbliche tutte le informazioni sui progetti di bonifica e sulla loro esecuzione; – che Shell fornisca risarcimenti adeguati a tutte le comunità che hanno subito le conseguenze della mancata o ritardata bonifica delle fuoriuscite di petrolio; metta fuori uso tutti gli oleodotti obsoleti e danneggiati; s’impegni a finanziare la bonifica dell’Ogoniland e delle altre aree del Delta del fiume Niger fino a quando questa bonifica non sarà terminata;

– che i governi europei in cui hanno sede legale le compagnie petrolifere che operano nel Delta del fiume Niger facciano un significativo passo avanti dando priorità, rispetto agli interessi delle compagnie, alla bonifica dell’Ogoniland e delle altre aree del Delta del fiume Niger; aumentino le pressioni e il sostegno nei confronti del governo nigeriano affinché siano effettivamente attuate le raccomandazioni dell’Unep, vi sia un monitoraggio indipendente sulle attività delle compagnie petrolifere e siano forniti rimedi giudiziari alle comunità colpite; istituiscano una rigida normativa internazionale sulla responsabilità per i danni causati all’estero, come ad esempio una legislazione dell’Unione europea che renda obbligatoria la due diligence nel campo dei diritti umani o un Trattato vincolante delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani. Nel 2020 Shell sta affrontando una serie di giudizi avviati nel 2019 nei tribunali europei circa il suo operato in Nigeria.

Fonte: AskaNews

Scenari del mondo post-virus: Cristiano Bottone e la Transizione

Quale società ci aspetta quando torneremo ad uscire di casa? Una società del controllo e della sorveglianza oppure una società della collaborazione e della solidarietà? Sarà più ecologica o torneremo a fare gli stessi errori del passato? Quali carte abbiamo in mano come individui, comunità e genere umano, per orientare il corso degli eventi? Ne parliamo con Cristiano Bottone del Movimento della Transizione.Quasi la metà degli esseri umani che abitano il pianeta ha smesso da settimane di uscire di casa. Le relazioni sociali tradizionali sono ridotte ai minimi termini e le persone scoprono forme creative per soddisfare la sete di socialità. Molte cose stanno cambiando: la nostra psiche, il modo di pensare e di relazionarci, la nostra economia. Cadono alcuni tabù, si sfatano molti luoghi comuni, si fanno più grosse le crepe nel sistema. Intanto là fuori, la natura torna a fiorire con velocità impressionante, persino dove sembrava spacciata. Stiamo vivendo, come umanità, il cambiamento più profondo da molti decenni a questa parte. E lo stiamo vivendo da spettatori.  Quale società ci aspetta quando torneremo ad uscire di casa? Una società del controllo e della sorveglianza oppure una società della collaborazione e della solidarietà? Sarà più ecologica o torneremo a fare gli stessi errori del passato? Quali carte abbiamo in mano come individui, comunità e genere umano, per orientare il corso degli eventi? Per capirci qualcosa ci siamo rivolti a chi di cambiamento si occupa da molti anni. Cristiano Bottone, testa (cuore e mani) del movimento della Transizione in Italia.

Cristiano Bottone

L’inquinamento sta calando in molte zone del mondo per via dell’interruzione di molte attività umane e la natura riprende i suoi spazi. Quali insegnamenti possiamo trarre nell’osservare questo fenomeno? 

Questa è una conseguenza utile di un evento drammatico, conferma ancora una volta il peso dell’impatto umano all’interno degli ecosistemi. In verità non è che vi fosse tanto da scoprire, ma a volte toccare con mano può aiutare anche i meno attenti: mai visto un cielo così terso in Pianura Padana, tanto per fare un esempio. Sembra confermare inoltre la capacità di una parte della biosfera di riprendersi velocemente una volta terminate le pressioni negative. La vita reagisce e rifiorisce in fretta, evolve, lo avevamo visto in mare, laddove sono stati istituiti parchi marini protetti, o in zone forzatamente abbandonate come Chernobyl.  Speriamo di non sprecare questa occasione e che l’umanità prenda nota. C’è poi l’aspetto più prettamente scientifico, molti dati relativi alle emissioni in atmosfera sono frutto di modelli ed elaborazioni statistiche, mentre ora si possono misurare certi effetti in modo diretto. Questo significa che avremo molte più informazioni reali e consapevolezza. Già si sta discutendo, ad esempio, delle varie componenti inquinanti del bacino padano e alla luce di questo grande “esperimento” forse alcune dei modelli in uso saranno da rivedere. Non sopravvalutiamo invece gli effetti di questa breve pausa sul processo relativo al surriscaldamento globale è probabile che alla fine risultino irrilevanti se torneremo a fare tutto come prima.

Molte cose cambieranno. Alcuni pensano che in questa crisi si celi l’opportunità di mettere in atto una rapida transizione ecologica. Secondo altri invece molti dei fondi immaginati per il green deal potrebbero essere reindirizzati verso una ripresa economica tradizionale. Cosa ne pensi? C’è uno scenario che ritieni più probabile?

Ormai da parecchi anni cerco di pensare sistemico e nel farlo si impara una cosa: inutile cercare di fare previsioni. Ci sono delle tendenze generali che rimangono chiare: gli umani sono tanti, le risorse sempre più scarse e mal distribuite, non abbiamo sistemi di governo dei gruppi, dei popoli, degli stati, che si stiano rivelando efficaci. Facile immaginare scenari piuttosto negativi in queste condizioni. L’intero sistema economico è modellato sull’idea di crescita e si scontra evidentemente con l’atteggiamento impietoso dei sistemi fisici in cui siamo immersi. Quando una risorsa fisica finisce è finita, non si può discutere con lei e trovare un accordo. Se la CO2 in atmosfera renderà la terra inabitabile alle forme di vita che la popolano oggi – e ci siamo quasi – se continueremo a fare finta di non capire che la crisi del 2008 ha profonde radici energetiche, se non comprenderemo che il collasso degli ecosistemi porterà via anche noi… beh non sarà finita bene. Poco utile quindi chiederci quale scenario sia più probabile, più interessante, forse, chiederci per quale altro possibile scenario dovremmo lavorare impiegando tutte risorse rimaste.

Bene, chiediamocelo allora. Possiamo fare qualcosa per sfruttare al meglio le opportunità di cambiamento che si celano in questa drammatica situazione?

Assolutamente sì. Un evento così traumatico e che colpisce contemporaneamente tutto il mondo è davvero (non in modo retorico) una incredibile occasione. Mostra in tempi rapidissimi, purtroppo in modo crudele, la fragilità dei nostri sistemi, l’inconsistenza di molte delle “storie” che regolano le nostre vite. Pensiamo alle mascherine, giusto per fare un esempio: non basta tutto il denaro del mondo a comprare mascherine che non esistono. Così come non si possono impiegare medici che non ci sono. Dove la nostra fantasia incontra gli atomi, la realtà diventa palese. Migliaia di aziende falliranno, mentre altre fallite rinascono, l’immensa macchina del superfluo di cui ci circondiamo è stata messa alla corda in un attimo e fa spazio a dimensioni produttive di maggior buon senso, pensiamo ai laboratori di moda che ora cuciono camici e mascherine. E così via.

Anche il mondo della finanza è in subbuglio…

Interessante vedere le banche centrali reagire nei primi giorni al solo scopo di mantenere lo status quo per poi passare allo “stamperemo tutto il denaro necessario”. Possono farlo? Sì il denaro non esiste, come dice Harari – ma non è certo il primo -, è “solo” la storia di maggior successo inventata dall’umanità. Da questo all’idea del reddito universale il passo non è tanto lungo e potrebbe essere ampiamente facilitato da una situazione come questa. È una condizione interessante e porta con sé l’idea che la riconversione industriale ecologica non può più essere fermata dalla storia delle persone che “sennò perdono il lavoro”: quel lavoro magari sì, ma con un reddito universale il salario no. E se la sopravvivenza è garantita, allora si può imparare altro e magari mettersi a produrre in modo sostenibile cose utili e di lunga durata eliminando tante produzioni totalmente superflue ed effimere.

Quali altri aspetti hai visto emergere?

L’egoismo degli stati che sequestrano i presidi sanitari perché non passino il confine mette in luce il problema delle produzioni locali, della mancanza di resilienza nei sistemi vitali. Forse così il concetto di bio-regione, in un futuro ormai non tanto lontano, potrebbe essere più interessante e protettivo di quello di Nazione. Questo è interessante. Ora l’inadeguatezza della classe dirigente appare più nitida e anche quella degli strumenti a nostra disposizione per selezionarla. Questo è interessante, che non sia ora di occuparsi davvero di profonde riforme della nostra inadeguata democrazia rappresentativa?

C’è spazio per cambiare e cambiare in fretta. Certo si può cambiare in meglio, ma anche in peggio. La tentazione di irrigidire autoritarismi e culti della personalità è ancor più presente e probabilmente già in corso in vari angoli del mondo. Ma si apre potente anche uno spazio per soluzioni davvero differenti da quelle viste e riviste fin qui. Penso all’introduzione di una moneta complementare globale come quella immaginata da Bernard Lietaer e chiamata “Terra”, ancorata a un paniere di commodities invece che alle nostre fantasie o a schemi di compensazione tra stati come il protocollo Bancor (solo per fare degli esempi). A nuovi modelli di gestione democratica che cambino radicalmente la qualità delle decisioni prese ricorrendo in modo ragionato a meccanismi di democrazia deliberativa e alle forme più avanzate della sociocrazia (sempre per fare esempi praticabili da subito). A nuovi modelli di organizzazione sociale, forme di impresa, e tanto altro.

Siamo pronti a cogliere l’occasione? 

Ecco questo non lo so, un’enorme percentuale della popolazione rimane passiva. La maggior parte dei movimenti, degli attivismi e dei sistemi politici ed economici che conosco sono molto lontani dal raccontare nuove storie. Utilizzano approcci profondamente figli di questo sistema e faticano ad esplorare dinamiche realmente alternative. Questo vale per quelli che tentano di conservare a tutti i costi quello che c’è e per quelli che vorrebbero cambiarlo, ma sembrano non accorgersi di lavorare solo una versione differente dello stesso racconto. Vedere come in Italia si sia potuto immaginare di emendare la fiacchezza dell’attuale democrazia rappresentativa con “uno vale uno” fa capire con quale atteggiamento disinformato e naive si affrontano queste cose. Da poco ho partecipato ad un lungo workshop a Bruxelles e uno dei partecipanti era un giornalista che si occupa di evoluzione democratica. Il suo sgomento riguardava appunto il fatto che questo tema sembra non interessare a nessuno, c’è una specie di analfabetismo nascosto che riguarda questa materia e un costante ricorrere alle poche cose note o all’inseguire l’ultima moda per ritinteggiare la facciata di un palazzo che rimane vecchio e non più adeguato ai tempi. È una cosa che fa riflettere e che oggi, con un’opportunità come questa che ci investe, potrebbe impedirci alcuni passaggi evolutivi che potrebbero farci uscire dalla crisi “coronavirus” in un mondo ricco di nuove potenzialità. Come sempre accade nella vita, tocca a noi cogliere le opportunità. C’è tutto quello che serve per farlo tranne, forse, la nostra convinzione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/04/scenari-mondo-post-virus-cristiano-bottone-transizione/?utm_source=newsletter&utm_medium=email