ANIASA, nuovo progetto di sviluppo per una mobilità sostenibile e condivisa

Uno degli obiettivi principali annunciati dall’associazione afferente a Confindustria è quello di supportare “l’ineluttabile transizione dalla proprietà all’uso dei veicoli che nel nostro Paese ha già portato 1 vettura su 4 ad essere immatricolata a noleggio”

Supportare l’ineluttabile transizione dalla proprietà all’uso dei veicoli che nel nostro Paese ha già portato 1 vettura su 4 ad essere immatricolata a noleggio. Consolidare il ruolo di interlocutore di riferimento nel dibattito nazionale sulla mobilità – anche quella post COVID – e nelle strategie messe in campo dal Governo per gestire in modo efficace i fondi del Recovery Fund che dovranno guidare il nostro Paese verso una mobilità più sostenibile, smart e sicura. Intercettare in anticipo i cambiamenti in atto e svolgere un’efficace azione di sensibilizzazione sulle tematiche strategiche della mobilità cittadina, turistica e aziendale. Sono questi i principali obiettivi alla base del nuovo progetto di sviluppo di ANIASA, l’Associazione che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità, implementato con il supporto strategico del partner di respiro internazionale The European House Ambrosetti (1° Think Tank in Italia e tra i primi 10 in Europa), che accompagnerà l’Associazione anche nei prossimi due anni in un percorso di trasformazione.

“In Italia il settore della mobilità nel suo complesso”, osserva Massimiliano Archiapatti, Presidente di ANIASA, “sta vivendo una fase di rapida evoluzione, destinata a stravolgere il nostro modo di muoverci e di spostare le merci: le formule di pay-per-use mobility nel 2019 hanno toccato la quota record del 25% dell’immatricolato e oltre 1 mln di veicoli circolanti. L’avvento della pandemia sta accelerando questo cambiamento. Abbiamo davanti a noi un’occasione irripetibile per rendere la mobilità italiana più sostenibile, smart e sicura, anche grazie alle risorse del Recovery Fund. Il noleggio è oggi un asset strategico per le politiche di sostenibilità ed economia circolare, con il suo parco veicoli a emissioni ridotte e con la capacità di immettere costantemente sul mercato dell’usato veicoli a fine noleggio di ultima generazione, in grado di sostituire quelli più inquinanti. Il nostro settore può e deve essere protagonista di questa rivoluzione che presenta diverse sfide: l’impatto ambientale, la connettività, la crescente urbanizzazione (con i connessi problemi di congestionamento, parcheggio, inquinamento), i nuovi paradigmi di consumo sempre più proiettati

all’uso del veicolo, l’integrazione con la micromobilità cittadina”.

“Per fronteggiarle in maniera efficace”, aggiunge Archiapatti, “abbiamo deciso di avviare un percorso di evoluzione con l’obiettivo di rispondere in modo ancora più puntuale allo sviluppo del mercato, con particolare attenzione alle nuove generazioni, ai loro stili di vita e alle loro modalità di consumo, totalmente differenti da quelle conosciute finora. Siamo all’inizio di un tragitto che ci proietterà al centro dei nuovi scenari di mobilità”. A conferma dell’avvio di questo percorso è stata attivata ufficialmente la sezione Digital Automotive che si aggiunge alle altre presenti in Associazione (noleggio a lungo e breve termine, car sharing, servizi automobilistici); un segmento di cui già oggi fanno parte tutti i principali player nazionali e internazionali del settore.

Fonte: ecodallecitta.it

La città del futuro o sarà in salute o non sarà

Prendendo spunto dai segnali lanciati dalla pandemia e dal conseguente lockdown, Paolo Piacentini riflette sui possibili modelli di città del futuro. La necessità è riappropriarsi degli spazi togliendoli al cemento e alle auto, non solo per abbattere i livelli mortali di inquinamento, ma anche per offrire alle persone nuovi luoghi di socialità.

 “L’emergenza di agenti patogeni zoonotici è correlata al deterioramento dell’ambiente e alle interazioni tra uomo e animali nel sistema alimentare”. È l’Agenzia Europea per l’Ambiente a dirlo. Che facciamo dunque? Le diamo credito o no? È arrivata l’ora di smettere di mettere la testa sotto il cuscino e continuare a far finta di nulla. Non si muore di solo covid, anzi, si muore soprattutto di inquinamento in un ambiente insalubre dove, per di più, il virus ha maggiori possibilità di sviluppo e diffusione. Non è certo la prima volta che l’Agenzia Europea per l’Ambiente ci fornisce questi dati, ma non c’è nulla da fare, le priorità sembrano essere sempre altre.

È dimostrato che gli spazi verdi in città aiutano a mitigare le temperature e ad abbattere gli inquinanti. È dimostrato che le città senz’auto sono più salubri, ma la salute di un agglomerato urbano si costruisce creando una condizione di benessere diffuso che va dalle periferie più degradate fino al centro. Il compito più nobile della politica, oggi più che mai, dovrebbe essere quello di costruire benessere psico-fisico e sociale, attento anche alle persone e alla comunità. Una città che vive la salute come dimensione pubblica vede i cittadini partecipi nella cura quotidiana degli spazi collettivi che le istituzioni devono impegnarsi a riconsegnare come bene comune.

Spazi collettivi generatori di salute urbana sono i giardini, i parchi, gli spazi ciclabili. Deve essere garantita la fruizione pedonale dei luoghi, la prossimità dei servizi alla persona. Una città che si libera dal dominio dell’auto privata, che si fa prossima alle persone, che riorganizza e amplifica gli spazi verdi è una città che costruisce la sua salubrità. Una città solidale è una città che non crea distanze sociali ma che cresce in una nuova dimensione comunitaria legata a uno stato di benessere che non esclude la malattia, ma la confina nell’ineluttabile finitezza e fragilità della condizione umana.

Una città in salute è anche quella che rimette al centro lo spazio pubblico e costringe in un angolo una finta rigenerazione urbana padroneggiata dalla speculazione privata. Quello che sta accadendo a Roma in questi giorni, con l’ennesimo minacciato sfratto a Scup Sportculturapopolare, rientra in un modello economico che intacca la salute pubblica. Un centro sociale che diventa punto di riferimento per un intero quartiere, che organizza spazi di socialità popolare, che porta in città cibo pulito e a chilometro zero, che assiste persone disabili, determina benessere diffuso.

La salute, come ci ricorda l’OMS, è uno stato di benessere psico-fisico generale che va dalla persona alla comunità. Se la politica decide di sposare un patto per la salute tra istituzioni e cittadini, l’atto che ne consegue è la costruzione di un nuovo modello di città in cui lo spazio pubblico diffuso viene rimesso al centro.

La città delle persone e per le persone dovrebbe essere la grande rivoluzione del futuro. Bisogna avere tanto coraggio per contrastare un potere economico e finanziario che va in direzione opposta, ma che con il covid ha mostrato – a chi ha occhi per vedere – le sue enormi contraddizioni. Questa è la grande sfida di cui mi sento parte con passione, tutto il resto rischia di essere noia e le città moriranno.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/citta-del-futuro-in-salute/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Gli abitanti delle valli contro l’insostenibile inquinamento nell’entroterra ligure

Gli abitanti delle valli Neva e Pennavaire fanno i conti da anni con tre cave presenti in zona, che stanno deturpando l’ambiente circostante e creando emissioni maleodoranti. Un comitato cittadino, costituitosi per tutelare il diritto alla salute degli abitanti, è protagonista di una vicenda giudiziaria dal triste epilogo. Sulle prime alture di Albenga (SV) sorgono due valli ricche di suggestivi itinerari storici e paesaggistici: parliamo delle valli Neva e Pennavaire, che prendono il nome dai rispettivi torrenti che le attraversano. Una ricca e selvatica vegetazione garantisce a turisti e abitanti percorsi immersi in diverse tonalità di verde, falesie d’arrampicata e sentieri escursionistici.

Alcuni dei paesini che sorgono sulle rive di questi torrenti, però, convivono da anni con cave di estrazione che li costringono a fare i conti con le emissioni dovute alla lavorazione di bitume e alla produzione di asfalti e calcestruzzo, che generano esalazioni maleodoranti, danneggiando la quotidianità di chi vive nella zone adiacenti i siti. A pagarne il caro prezzo è anche lo sviluppo del turismo che, vista la conformazione del territorio, è soprattutto di tipo naturalistico.
Non solo: gli abitanti delle valli negli ultimi due anni, probabilmente a seguito dell’aumento della produzione degli impianti, hanno iniziato a registrare un numero crescente di casi di nausee, cefalee, epifore (occhi che lacrimano), dolori e bruciori di gola. E a soffrirne, come spesso accade, sono soprattutto bambini e anziani.

Le cave

Le cave sotto accusa della popolazione locale e del comitato cittadino Val Neva e Val Pennavaire sono tre:
– cava Isola, gestita dalla ditta ICOSE spa, sita nel comune di Zuccarello (SV);

– cava Salita Lampada di Cave Martinetto srl, sita anch’essa nel comune di Zuccarello (SV), al confine con il territorio di Cisano sul Neva (SV);

– cava Pennavaire, nel comune di Castelbianco (SV). Quest’ultima, momentaneamente chiusa, verrà riaperta in quanto ha ottenuto, attraverso il nuovo Piano Cave Regionale (PTRAC), l’autorizzazione per un nuovo ampliamento.

La collocazione delle strutture estrattive peggiora ulteriormente il contenimento delle esalazioni, in quanto sono posizionate molto vicino alle abitazioni: in particolar modo le prime due si trovano a meno di cinquanta metri in linea d’aria dai rispettivi centri abitati. Inoltre, nelle immediate vicinanze di questi impianti si trovano le frazioni Conscente e Martinetto del comune di Cisano sul Neva (SV): località che a causa dei venti subiscono la maggior parte dei disagi provocati dalle esalazioni. All’inquinamento dei siti estrattivi si aggiunge anche quello prodotto dai continui spostamenti dei camion, i quali trasportano i materiali lavorati da una cava all’altra, peggiorando così ancor di più la qualità dell’aria.

L’escalation
«Le conseguenze sulla presenza delle cave nelle due valli, – racconta il comitato val Neva e Pennavaire – presenti da diversi decenni, hanno subito un peggioramento con l’avvento della meccanizzazione: le leggi erano ancora poco stringenti e i due torrenti che danno il nome alle valli hanno subito spesso riversamenti di scarti. I corsi d’acqua si sono così nel tempo svuotati dei loro abitanti naturali e l’agricoltura ha subito un forte contraccolpo».
Gli stabilimenti aggiungono nel tempo alla sola attività estrattiva anche la lavorazione di bitume e la produzione di asfalti e calcestruzzo. Il cambiamento tangibile alla popolazione avviene però nell’estate 2018 quando le esalazioni maleodoranti provenienti dai due impianti aperti, che sino ad allora si presentavano con una cadenza periodica, divengono quasi costanti. Nel 2019 la ditta ICOSE Spa presenta in Regione un progetto per la realizzazione di un nuovo impianto per gli asfalti, in sostituzione dell’attuale, che prevede uno stabilimento alto 32 metri di colore blu con una potenzialità raddoppiata a quella attuale ed una conseguente capacità emissiva.

Nasce il Comitato

Ed è proprio a seguito delle non reazioni della Regione che un gruppo di abitanti dei comuni limitrofi agli stabilimenti ha deciso di creare un comitato a salvaguardia della salute dei concittadini. Dopo aver studiato e analizzato la documentazione accessibile, a luglio dello scorso anno, hanno deciso di presentare un esposto alla Procura di Savona, firmato da oltre 600 persone tra abitanti e frequentatori del territorio. All’esposto fa seguito, nel settembre dello stesso anno, anche un ricorso al TAR Liguria dove si sottolineano le incongruenze del nuovo impianto e si richiede un’analisi approfondita. Il ricorso viene firmato da 46 persone direttamente coinvolte e due associazioni: WWF e Verdi V.A.S. La sentenza del TAR respinge le istanze, permettendo così alla società che gestisce l’impianto di continuare nel progetto di ampliamento e riattivazione.  Il comitato è stato inoltre condannato a pagare 2.000€ per ogni controparte. Un epilogo sconfortante per un comitato nato con il solo scopo di difendere la salute pubblica. Eppure la Provincia di Savona aveva riconosciuto, attraverso l’Autorizzazione Unica Ambientale 2019, l’esistenza di problematiche ambientali, tanto da ordinare modifiche ad uno degli impianti.

Il PTRAC

Dei tre impianti si parla anche nel recente PTRAC (Piano Territoriale delle Attività di Cava), approvato con validità ventennale attraverso la Deliberazione del Consiglio Regionale n. 16 del 29 febbraio 2000, divenuto poi effettivo in consiglio regionale a giugno 2020. Il documento suggerisce alle due realtà estrattive attualmente attive, come esito istruttorio, “l’ampliamento areale per coltivazione congiunta con cava Isola”, ovvero l’accorpamento in un unico soggetto. La strategia proposta sarebbe a garanzia degli attuali posti di lavoro (80). La Regione, inoltre, suggerisce la realizzazione di un tunnel sotterraneo che metta in collegamento le due realtà, così da ridurre i tempi di trasporto del materiale e l’inquinamento conseguente. In questo nuovo Piano si prevede, come accennato in precedenza, un ampliamento estrattivo pari a circa 5 milioni di m3 di materiale. L’area adiacente di proprietà di cava Salita Lampada è già pronta e le sorti del territorio sembrano essere già segnate.

L‘investimento a discapito di salute e ambiente

«Oggi – scrive il comitato Val Neva Val Pennavaire – è il profitto a fare da padrone. Macchinari sempre più sofisticati “mangiano” la montagna in tempi brevissimi e i moderni Piani Cava si avvalgono delle “modifiche al Piano”, così ecco spuntare crateri quando le pareti hanno terminato il loro compito. Oppure da cavatori ci si trasforma in produttori di asfalti, in modo da rimarcare anche con la “puzza” chi detta le condizioni di “benessere” nel nostro territorio.
Con la compiacenza delle istituzioni a tutti i livelli, ecco sorgere mausolei in cemento armato, capannoni e manufatti industriali in aree di vincolo dove i cittadini “normali” sono diffidati dal modificare anche solo una finestra della loro abitazione. Si sceglie di convogliare il traffico pesante di centinaia di camion al giorno in un paesino, alla confluenza delle due valli, strutturato ancora come ai tempi dei carri, e costringere gli abitanti di esso a usare la massima attenzione prima di affrontare l’uscio di casa. Per finire, si è concesso altro territorio da cavare, senza considerare che stiamo parlando di qualcosa che non si può ricreare: queste ferite resteranno nella memoria delle generazioni future, così come noi le abbiamo ereditate dai nostri nonni prima e dai nostri padri poi. Il futuro del nostro territorio è facile da immaginare: rimarrà tutto come sempre, nonostante le “belle” parole, rilasciate dai fautori di questo Piano, tanto di moda in questo momento. A sentirli pare quasi di ascoltare Greta Thunberg, con la differenza che, come la pandemia ci ha appena insegnato, non ci sarà più concesso altro tempo se non si invertirà la rotta da questo tipo di sviluppo».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/insostenibile-puzza-entroterra-ligure/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Mari e laghi: inquinamento, plastica e mala-depurazione. L’analisi impietosa di Goletta Verde

Nei nostri mari e coste un punto su tre è inquinato; per i laghi un punto campionato su quattro è risultato fuori dai limiti di legge. E dilaga la plastica usa e getta. I dati di “Goletta verde” di Legambiente.

Il mare

Un totale di 259 punti campionati lungo le coste italiane, in 18 regioni, e il risultato è che un punto ogni 3 è fuori legge. Criticità maggiori riscontrate sul versante tirrenico, a ridosso delle foci di fiumi, rii e canali che, sfociando in mare, portano con sé cariche batteriche a volte molto elevate. Situazione preoccupante in diverse regioni del sud come Campania, Calabria e Sicilia, ma anche nel Centro Italia, in particolare nel Lazio. Sul banco degli imputati, come sempre, c’è la ‘mala depurazione’, una delle principali opere incompiute del nostro Paese per la quale l’Ue ci ha già condannati a pagare 25 milioni di euro, cui se ne aggiungono 30 ogni semestre di ritardo nella messa a norma. E’ quanto emerge dai risultati di Goletta Verde, la campagna di monitoraggio di Legambiente che indaga parametri microbiologici (Enterococchi intestinali, Escherichia coli): vengono considerati ‘inquinati’ i campioni in cui almeno uno dei due parametri supera il valore limite previsto dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia; ‘fortemente inquinati’ se almeno uno dei due parametri viene superato per più del doppio del valore normativo. Negli ultimi 3 anni di ricerche in mare (dal 2017 al 2019) su 1.756 km monitorati, la campagna di Legambiente ‘Goletta Verde’ ha contato 111 rifiuti per ogni km di mare e almeno 1 rifiuto su 3 è usa e getta di plastica, per lo più imballaggi, buste, cassette di polistirolo e bottiglie. La situazione non migliora sulle spiagge dove a destare più preoccupazione è la plastica che costituisce l’83% di rifiuti trovati e, in particolare, l’usa e getta: sulle spiagge italiane almeno il 42% dei rifiuti trovati è plastica monouso, se ne trovano 3 per ogni metro di sabbia. 

I laghi

Sono 28 i laghi italiani monitorati in 11 regioni e il risultato è che 1 punto campionato su 4 è risultato oltre i limiti di legge. Colpa, anche in questo caso come per il mare, della mala depurazione, il principale nemico delle acque interne. Nel lago Maggiore la metà dei prelievi (50% di 12) è fuori legge: 2 inquinati, 4 fortemente inquinati. Tutti oltre i limiti i tre prelievi effettuati nel lago Ceresio (Lombardia), ma anche il lago di Como non se la cava bene visto che la metà esatta dei 10 prelievi effettuati è risultata fuori legge (2 inquinati e tre fortemente inquinati). Ma ci sono anche le buone notizie come, nel Lazio, il lago di Bracciano in cui nessuno dei 4 prelievi effettuati ha sforato, così come Albano e Sabaudia; il lago di Santa Croce in Veneto (0% oltre i limiti) o il lago Matese in Campania (0%). Su 102 prelievi per le analisi microbiologiche, è stato giudicato fuori legge il 28% (8 inquinati e 20 fortemente inquinati). In totale sono 53 i campioni prelevati in foce, 49 quelli prelevati a lago. Dei campioni giudicati oltre i limiti, l’82% è stato prelevato in foce a canali, fiumi o torrenti. Dei 102 punti oggetto di analisi, 37 corrispondono a porzioni di laghi definiti balneabili dalle autorità competenti; 8 di questi sono risultati con cariche batteriche oltre i limiti di legge (di questi 3 giudicati Inquinati e 5 sono fortemente Inquinati). I laghi al centro dell’edizione 2020 sono stati: in Piemonte i laghi d’Orta, Viverone, Avigliana e Maggiore, nella sua sponda piemontese; in Lombardia la sponda corrispondente del Maggiore, il Ceresio, il lago di Como, d’Iseo e la sponda occidentale del Garda; in Veneto, l’altra metà del Garda (la cui parte più settentrionale ricade nella provincia autonoma di Trento) e il lago Santa Croce. Nel centro Italia in Umbria sono stati campionati Trasimeno e Piediluco, nel Lazio i laghi di Bolsena, Bracciano, Vico, Canterno, Albano, Fondi, Sabaudia e Fogliano. In Campania i laghi Patria e Matese, in Molise il lago di Occhito, in Puglia il lago di Varano, in Calabria i laghi Arvo e Cecita e in Sicilia i laghi Soprano, Pergusa e Prizzi. Goletta dei laghi 2020 è stata realizzata anche grazie al sostegno dei partner principali: Conou, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati, e Novamont.

Fonte: ilcambiamento.it

Rapporto Amnesty e di tre Ong accusa Shell di inquinamento Nigeria

A distanza di quasi 10 anni da quando la Shell, insieme ad altre compagnie petrolifere, fu sollecitata a bonificare le aree inquinate in Nigeria, queste attività sono iniziate solo sull’11% dei territori coinvolti. È questa l’accusa lanciata da Amnesty International, Friends of the Earth Europe, Environmental Rights Action e Milieudefensie.

A distanza di quasi 10 anni da quando la Shell, insieme ad altre compagnie petrolifere, fu sollecitata a bonificare le aree inquinate nella zona del Delta del fiume Niger, in Nigeria, queste attività sono iniziate solo sull’11% dei territori coinvolti, mentre gli altri risultano ancora pesantemente contaminati. È questa l’accusa lanciata da Amnesty International, Friends of the Earth Europe, Environmental Rights Action e Milieudefensie.

Nel 2011 il Programma delle nazioni Unite per lo sviluppo (Unep) diffuse in rapporto sul devastante inquinamento prodotto dalle compagnie petrolifere nell’Ogoniland, raccomandando azioni urgenti di bonifica. Le quattro Ong rivelano che le “misure di emergenza” proposte dall’Unep non sono state attuate e che il progetto di bonifica da un miliardo di dollari lanciato dal governo della Nigeria nel 2016 si è rivelato inefficace.

“Nel corso di mezzo secolo – è la denuncia- le estrazioni di petrolio e di gas hanno causato la contaminazione continua e massiccia delle acque e dei terreni delle comunità ogoni. L’altrettanto continua e sistematica mancanza d’azione delle compagnie petrolifere ha lasciato centinaia di migliaia di persone a contatto con malattie e a lottare ogni giorno per avere accesso all’acqua potabile e a qualcosa di cui vivere. Nel frattempo, sono venuti alla luce numerosi conflitti d’interesse che coinvolgono la Shell rispetto all’operato dell’agenzia locale per la bonifica (Hyprep) e al governo nigeriano”.

Ecco le principali conclusioni del rapporto delle quattro Ong:

– i lavori di bonifica sono stati avviati solo sull’11 per cento dei territori inquinati identificati dall’Unep e solo su un altro cinque per cento sono in fase di avvio; nessuno di questi territori è stato completamente bonificato;

– le azioni descritte dall’Unep come “misure di emergenza”, riguardanti l’accesso all’acqua potabile e la protezione dalle malattie, non sono state svolte adeguatamente; intere comunità non hanno ancora accesso a forniture di acqua potabile;

– non è stato svolto alcun monitoraggio sulla salute e sull’ambiente dei territori inquinati;

– non c’è stata alcuna rendicontazione pubblica su come i 31 milioni di dollari forniti dal 2018 siano stati spesi;

– 11 delle 16 imprese messe sotto contratto per la bonifica non hanno dichiarato pubblicamente alcuna competenza nei rimedi all’inquinamento da petrolio e ai problemi collegati;

– Hyprep è al centro di numerosi conflitti d’interesse e Shell continua a far parte degli organismi di bonifica, essendo riuscita persino a piazzare propri rappresentanti all’interno di Hyprep.

Le quattro Ong, nel ribadire la necessità di una rapida bonifica, chiedono in particolare:

– che il governo nigeriano garantisca alla popolazione dell’Ogoniland i diritti fondamentali, tra cui quello ad avere accesso a forniture di acqua potabile; elabori e attui una strategia che affronti le cause di fondo dell’inquinamento, coinvolgendo pienamente le comunità locali; rafforzi i poteri dell’Hyprep e assicuri la sua indipendenza e trasparenza, escludendo ogni coinvolgimento di Shell nella supervisione e nella partecipazione alle strutture dirigenziali e renda pubbliche tutte le informazioni sui progetti di bonifica e sulla loro esecuzione; – che Shell fornisca risarcimenti adeguati a tutte le comunità che hanno subito le conseguenze della mancata o ritardata bonifica delle fuoriuscite di petrolio; metta fuori uso tutti gli oleodotti obsoleti e danneggiati; s’impegni a finanziare la bonifica dell’Ogoniland e delle altre aree del Delta del fiume Niger fino a quando questa bonifica non sarà terminata;

– che i governi europei in cui hanno sede legale le compagnie petrolifere che operano nel Delta del fiume Niger facciano un significativo passo avanti dando priorità, rispetto agli interessi delle compagnie, alla bonifica dell’Ogoniland e delle altre aree del Delta del fiume Niger; aumentino le pressioni e il sostegno nei confronti del governo nigeriano affinché siano effettivamente attuate le raccomandazioni dell’Unep, vi sia un monitoraggio indipendente sulle attività delle compagnie petrolifere e siano forniti rimedi giudiziari alle comunità colpite; istituiscano una rigida normativa internazionale sulla responsabilità per i danni causati all’estero, come ad esempio una legislazione dell’Unione europea che renda obbligatoria la due diligence nel campo dei diritti umani o un Trattato vincolante delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani. Nel 2020 Shell sta affrontando una serie di giudizi avviati nel 2019 nei tribunali europei circa il suo operato in Nigeria.

Fonte: AskaNews

Scenari del mondo post-virus: Cristiano Bottone e la Transizione

Quale società ci aspetta quando torneremo ad uscire di casa? Una società del controllo e della sorveglianza oppure una società della collaborazione e della solidarietà? Sarà più ecologica o torneremo a fare gli stessi errori del passato? Quali carte abbiamo in mano come individui, comunità e genere umano, per orientare il corso degli eventi? Ne parliamo con Cristiano Bottone del Movimento della Transizione.Quasi la metà degli esseri umani che abitano il pianeta ha smesso da settimane di uscire di casa. Le relazioni sociali tradizionali sono ridotte ai minimi termini e le persone scoprono forme creative per soddisfare la sete di socialità. Molte cose stanno cambiando: la nostra psiche, il modo di pensare e di relazionarci, la nostra economia. Cadono alcuni tabù, si sfatano molti luoghi comuni, si fanno più grosse le crepe nel sistema. Intanto là fuori, la natura torna a fiorire con velocità impressionante, persino dove sembrava spacciata. Stiamo vivendo, come umanità, il cambiamento più profondo da molti decenni a questa parte. E lo stiamo vivendo da spettatori.  Quale società ci aspetta quando torneremo ad uscire di casa? Una società del controllo e della sorveglianza oppure una società della collaborazione e della solidarietà? Sarà più ecologica o torneremo a fare gli stessi errori del passato? Quali carte abbiamo in mano come individui, comunità e genere umano, per orientare il corso degli eventi? Per capirci qualcosa ci siamo rivolti a chi di cambiamento si occupa da molti anni. Cristiano Bottone, testa (cuore e mani) del movimento della Transizione in Italia.

Cristiano Bottone

L’inquinamento sta calando in molte zone del mondo per via dell’interruzione di molte attività umane e la natura riprende i suoi spazi. Quali insegnamenti possiamo trarre nell’osservare questo fenomeno? 

Questa è una conseguenza utile di un evento drammatico, conferma ancora una volta il peso dell’impatto umano all’interno degli ecosistemi. In verità non è che vi fosse tanto da scoprire, ma a volte toccare con mano può aiutare anche i meno attenti: mai visto un cielo così terso in Pianura Padana, tanto per fare un esempio. Sembra confermare inoltre la capacità di una parte della biosfera di riprendersi velocemente una volta terminate le pressioni negative. La vita reagisce e rifiorisce in fretta, evolve, lo avevamo visto in mare, laddove sono stati istituiti parchi marini protetti, o in zone forzatamente abbandonate come Chernobyl.  Speriamo di non sprecare questa occasione e che l’umanità prenda nota. C’è poi l’aspetto più prettamente scientifico, molti dati relativi alle emissioni in atmosfera sono frutto di modelli ed elaborazioni statistiche, mentre ora si possono misurare certi effetti in modo diretto. Questo significa che avremo molte più informazioni reali e consapevolezza. Già si sta discutendo, ad esempio, delle varie componenti inquinanti del bacino padano e alla luce di questo grande “esperimento” forse alcune dei modelli in uso saranno da rivedere. Non sopravvalutiamo invece gli effetti di questa breve pausa sul processo relativo al surriscaldamento globale è probabile che alla fine risultino irrilevanti se torneremo a fare tutto come prima.

Molte cose cambieranno. Alcuni pensano che in questa crisi si celi l’opportunità di mettere in atto una rapida transizione ecologica. Secondo altri invece molti dei fondi immaginati per il green deal potrebbero essere reindirizzati verso una ripresa economica tradizionale. Cosa ne pensi? C’è uno scenario che ritieni più probabile?

Ormai da parecchi anni cerco di pensare sistemico e nel farlo si impara una cosa: inutile cercare di fare previsioni. Ci sono delle tendenze generali che rimangono chiare: gli umani sono tanti, le risorse sempre più scarse e mal distribuite, non abbiamo sistemi di governo dei gruppi, dei popoli, degli stati, che si stiano rivelando efficaci. Facile immaginare scenari piuttosto negativi in queste condizioni. L’intero sistema economico è modellato sull’idea di crescita e si scontra evidentemente con l’atteggiamento impietoso dei sistemi fisici in cui siamo immersi. Quando una risorsa fisica finisce è finita, non si può discutere con lei e trovare un accordo. Se la CO2 in atmosfera renderà la terra inabitabile alle forme di vita che la popolano oggi – e ci siamo quasi – se continueremo a fare finta di non capire che la crisi del 2008 ha profonde radici energetiche, se non comprenderemo che il collasso degli ecosistemi porterà via anche noi… beh non sarà finita bene. Poco utile quindi chiederci quale scenario sia più probabile, più interessante, forse, chiederci per quale altro possibile scenario dovremmo lavorare impiegando tutte risorse rimaste.

Bene, chiediamocelo allora. Possiamo fare qualcosa per sfruttare al meglio le opportunità di cambiamento che si celano in questa drammatica situazione?

Assolutamente sì. Un evento così traumatico e che colpisce contemporaneamente tutto il mondo è davvero (non in modo retorico) una incredibile occasione. Mostra in tempi rapidissimi, purtroppo in modo crudele, la fragilità dei nostri sistemi, l’inconsistenza di molte delle “storie” che regolano le nostre vite. Pensiamo alle mascherine, giusto per fare un esempio: non basta tutto il denaro del mondo a comprare mascherine che non esistono. Così come non si possono impiegare medici che non ci sono. Dove la nostra fantasia incontra gli atomi, la realtà diventa palese. Migliaia di aziende falliranno, mentre altre fallite rinascono, l’immensa macchina del superfluo di cui ci circondiamo è stata messa alla corda in un attimo e fa spazio a dimensioni produttive di maggior buon senso, pensiamo ai laboratori di moda che ora cuciono camici e mascherine. E così via.

Anche il mondo della finanza è in subbuglio…

Interessante vedere le banche centrali reagire nei primi giorni al solo scopo di mantenere lo status quo per poi passare allo “stamperemo tutto il denaro necessario”. Possono farlo? Sì il denaro non esiste, come dice Harari – ma non è certo il primo -, è “solo” la storia di maggior successo inventata dall’umanità. Da questo all’idea del reddito universale il passo non è tanto lungo e potrebbe essere ampiamente facilitato da una situazione come questa. È una condizione interessante e porta con sé l’idea che la riconversione industriale ecologica non può più essere fermata dalla storia delle persone che “sennò perdono il lavoro”: quel lavoro magari sì, ma con un reddito universale il salario no. E se la sopravvivenza è garantita, allora si può imparare altro e magari mettersi a produrre in modo sostenibile cose utili e di lunga durata eliminando tante produzioni totalmente superflue ed effimere.

Quali altri aspetti hai visto emergere?

L’egoismo degli stati che sequestrano i presidi sanitari perché non passino il confine mette in luce il problema delle produzioni locali, della mancanza di resilienza nei sistemi vitali. Forse così il concetto di bio-regione, in un futuro ormai non tanto lontano, potrebbe essere più interessante e protettivo di quello di Nazione. Questo è interessante. Ora l’inadeguatezza della classe dirigente appare più nitida e anche quella degli strumenti a nostra disposizione per selezionarla. Questo è interessante, che non sia ora di occuparsi davvero di profonde riforme della nostra inadeguata democrazia rappresentativa?

C’è spazio per cambiare e cambiare in fretta. Certo si può cambiare in meglio, ma anche in peggio. La tentazione di irrigidire autoritarismi e culti della personalità è ancor più presente e probabilmente già in corso in vari angoli del mondo. Ma si apre potente anche uno spazio per soluzioni davvero differenti da quelle viste e riviste fin qui. Penso all’introduzione di una moneta complementare globale come quella immaginata da Bernard Lietaer e chiamata “Terra”, ancorata a un paniere di commodities invece che alle nostre fantasie o a schemi di compensazione tra stati come il protocollo Bancor (solo per fare degli esempi). A nuovi modelli di gestione democratica che cambino radicalmente la qualità delle decisioni prese ricorrendo in modo ragionato a meccanismi di democrazia deliberativa e alle forme più avanzate della sociocrazia (sempre per fare esempi praticabili da subito). A nuovi modelli di organizzazione sociale, forme di impresa, e tanto altro.

Siamo pronti a cogliere l’occasione? 

Ecco questo non lo so, un’enorme percentuale della popolazione rimane passiva. La maggior parte dei movimenti, degli attivismi e dei sistemi politici ed economici che conosco sono molto lontani dal raccontare nuove storie. Utilizzano approcci profondamente figli di questo sistema e faticano ad esplorare dinamiche realmente alternative. Questo vale per quelli che tentano di conservare a tutti i costi quello che c’è e per quelli che vorrebbero cambiarlo, ma sembrano non accorgersi di lavorare solo una versione differente dello stesso racconto. Vedere come in Italia si sia potuto immaginare di emendare la fiacchezza dell’attuale democrazia rappresentativa con “uno vale uno” fa capire con quale atteggiamento disinformato e naive si affrontano queste cose. Da poco ho partecipato ad un lungo workshop a Bruxelles e uno dei partecipanti era un giornalista che si occupa di evoluzione democratica. Il suo sgomento riguardava appunto il fatto che questo tema sembra non interessare a nessuno, c’è una specie di analfabetismo nascosto che riguarda questa materia e un costante ricorrere alle poche cose note o all’inseguire l’ultima moda per ritinteggiare la facciata di un palazzo che rimane vecchio e non più adeguato ai tempi. È una cosa che fa riflettere e che oggi, con un’opportunità come questa che ci investe, potrebbe impedirci alcuni passaggi evolutivi che potrebbero farci uscire dalla crisi “coronavirus” in un mondo ricco di nuove potenzialità. Come sempre accade nella vita, tocca a noi cogliere le opportunità. C’è tutto quello che serve per farlo tranne, forse, la nostra convinzione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/04/scenari-mondo-post-virus-cristiano-bottone-transizione/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un’alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare.

Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un’alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare.

«L’obiettivo evolutivo di tutte le forme viventi è la propria riproduzione, per colonizzare l’ambiente di vita, obiettivo che entra in relazione, talora conflittuale, con lo stesso obiettivo riproduttivo di tutti gli altri organismi – spiega Tamino – da queste relazioni si sviluppano gli equilibri che caratterizzano gli ecosistemi e che pongono limiti alla crescita delle popolazioni e dei consumi di ciascuna specie. In ecologia si parla di carrying capacity (o capacità di carico) per spiegare che, sulla base delle caratteristiche di un ecosistema, gli individui di una popolazione non possono superare i limiti imposti dalle risorse disponibili. Un classico esempio per spiegare questo fenomeno è quello della relazione tra preda e predatore: alla crescita del numero di predatori corrisponde una diminuzione significativa del numero delle prede, che innesca – per scarsità di cibo – un conseguente calo anche dei predatori».

«Nel caso della popolazione umana si utilizzano concetti simili a quelli di carrying capacity ma con terminologie e metodi di valutazione un po’ diversi – prosegue Tamino – Si parla di “impronta ecologica”, cioè la misura del territorio in ettari necessario per produrre ciò che un uomo o una popolazione consumano. Questa analisi facilita il confronto tra regioni, rivelando l’impatto ecologico delle diverse strutture sociali e tecnologiche e dei diversi livelli di reddito. Così l’impronta media di ogni residente delle città ricche degli USA o dell’Europa è enormemente superiore a quella di un agricoltore di un paese non industrializzato, per cui sul pianeta un solo statunitense “pesa” più di 10 afgani».

«L’Overshoot Day è, invece, il giorno in cui il consumo di risorse naturali da parte dell’umanità inizia a superare la produzione che la Terra è in grado di mettere a disposizione per quell’anno: nel 2019 questo giorno è stato il 29 luglio. Dunque in circa sette mesi, abbiamo usato una quantità di prodotti naturali pari a quella che il pianeta rigenera in un anno. Il nostro deficit ecologico, pari a cinque mesi, provoca da una parte l’esaurimento delle risorse biologiche (pesci, alberi ecc.), e, dall’altra, l’accumulo di rifiuti e inquinamento, responsabile anche dell’effetto serra. Le attività umane stanno, dunque, cambiando l’ambiente del nostro pianeta in modo profondo e in alcuni casi irreversibile. Stiamo dunque superando, anzi abbiamo già superato i limiti delle capacità del pianeta di sostenere la popolazione umana e mettiamo a rischio la sopravvivenza di molte altre specie. L’attuale sistema produttivo industriale ed agricolo sta gravemente compromettendo anche la biodiversità del pianeta. Molte specie di animali e di piante sono ridotte a pochissimi esemplari e, quindi, in pericolo o, addirittura, in via di estinzione».

Tamino spiega ancora: «Le dimensioni e i consumi delle popolazioni umane sono variati moltissimo nel corso dei millenni, ma ogni volta che le risorse disponibili diventavano insufficienti, le popolazioni venivano ridimensionate, attraverso sistemi di autoregolazione. Fino a 12 mila anni fa la popolazione umana di raccoglitori e cacciatori, già presente in tutto il pianeta, per motivi di sostenibilità, cioè disponibilità di cibo, non superava probabilmente 1-2 milioni di abitanti, dato che ogni tribù doveva avere un ampio territorio di raccolta e di caccia e quel cibo costituiva il limite alla crescita. Si trattava di un sistema ben autoregolato e in equilibrio con il proprio ambiente; in qualche modo le società di allora potevano essere felici, perché utilizzavano quanto la natura offriva loro, senza un lavoro che occupava tutto il tempo di vita e quindi con tempi adeguati per le relazioni e per il riposo, come il mitico periodo dell’Eden».

«In seguito, in varie zone del pianeta, come nella mezzaluna fertile, in medio oriente, un importante cambiamento climatico, con riscaldamento globale, diffusione di animali e piante nelle regioni in cui il clima divenne più caldo e umido, favorì la cosiddetta rivoluzione neolitica, cioè l’agricoltura e l’allevamento. In tal modo i limiti della crescita demografica cambiarono perché, seminando piante e allevando animali, sullo stesso territorio si potevano sfamare fino a 1000 persone anziché 40-50, portando la popolazione ben oltre la dimensione di un paio di milioni. Tuttavia quando l’annata dava raccolti scarsi o quando la popolazione cresceva troppo, non restava altra via che la migrazione verso nuove terre da coltivare. Così pian piano questa nuova cultura si estese, a partire dall’Anatolia, a tutta l’Europa e, partendo da altre zone, a gran parte dell’Asia e parte dell’Africa. In tal modo la popolazione mondiale arrivò prima a decine, poi a centinaia di milioni di abitanti, già alcuni secoli avanti Cristo. Si stima che nell’Impero Romano, tra il 300 ed il 400 d.C., vivessero tra 60 e 120 milioni di abitanti; ma tale popolazione fu duramente colpita dalla cosiddetta Peste di Giustiniano, che portò a decine di milioni di decessi. In pratica quando, in base alle caratteristiche ambientali, climatiche, politiche e tecnologiche (capacità di produrre cibo), si superava il limite demografico per quel territorio, intervenivano fattori ambientali e sociali che riportavano la popolazione sotto il limite. Analogamente tra il ‘300 e il ‘600 scoppiarono varie epidemie, associate a carestie e guerre, come la peste decritta dal Manzoni ne “I promessi sposi”, e la popolazione europea subì periodiche drastiche riduzioni».

«Anche l’emigrazione ha costituito un elemento equilibratore dell’incremento demografico – prosegue il docente – La popolazione europea ha trovato, dopo la scoperta dell’America, nuove terre da coltivare, spazi da abitare, ricchezze da sfruttare, sottraendoli ai nativi che, oltre a essere massacrati, venivano debilitati da epidemie di malattie portate dai conquistatori. Oltre alle epidemie di peste già ricordate, nel corso della storia umana, anche recente, si sono succedute molte altre epidemie/pandemie, alcune collegate a guerre e carestie».

«Come abbiamo visto, epidemie e pandemie sono uno dei possibili meccanismi di controllo delle popolazioni, insieme a carestie, guerre e migrazioni: quanto più si superano i limiti della disponibilità di risorse del territorio, quanto più si altera l’ambiente di vita, tanto più facilmente uno o tutti insieme questi meccanismi entrano in funzione – dice ancora Tamino – La crescita della popolazione umana fino a più di 7 miliardi di abitanti, è stata resa possibile dalla Rivoluzione Industriale, che ha utilizzato enormi quantità di energia di origine fossile per attività impensabili in precedenza, non solo nell’industria, ma anche in agricoltura, con la cosiddetta Rivoluzione Verde. Tuttavia il cibo ottenuto potrebbe sfamare anche più di 7 miliardi di persone se venisse equamente distribuito e prodotto in modo sostenibile, ma una iniqua utilizzazione delle risorse, una crescente disparità tra pochi ricchi e molti poveri, una riduzione delle terre coltivabili a causa della cementificazione, la perdita di fertilità dovuta alle monocolture gestite chimicamente, l’inquinamento ambientale, l’alterazione del clima, danno origine a frequenti casi di carestie e di malnutrizione in ampie fasce della popolazione, soprattutto al sud del mondo».

«A partire dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un’economia lineare su un Pianeta il cui sistema produttivo funziona in modo ciclico. La conseguenza è una continua crescita dell’inquinamento e un cambiamento climatico sempre più minaccioso per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. Tutto ciò comporta la morte prematura di molti milioni di persone, ma anche un incremento di malattie cronico-degenerative, con conseguente indebolimento di tutta la popolazione, che risulta meno idonea a difendersi da altre malattie come quelle infettive. I cambiamenti climatici e la riduzione delle foreste con l’alterazione degli habitat di molte specie animali mettono sempre più facilmente a contatto animali selvatici con esseri umani, un contatto ancora più stretto quando questi animali vengono catturati per essere venduti in mercati affollati, rendendo più facile il salto di specie per i loro patogeni (si pensi al virus di ebola). Inoltre gli allevamenti, in particolare di polli e suini, con concentrazioni di molti capi in spazi ridotti, alimentati con mangimi contenenti antibiotici, favoriscono una forte pressione selettiva sui loro virus e batteri, che mutano velocemente verso ceppi e tipi più aggressivi anche verso la specie umana, come è avvenuto per l’influenza aviaria e suina. Un ulteriore contributo alla diffusione di agenti patogeni è dato poi dalla globalizzazione, che, grazie al frenetico trasferimento in ogni parte del pianeta di persone e merci, favorisce il passaggio da epidemie a pandemie».

La pandemia da Covid-19

«Dunque la nuova pandemia del virus Covid-19 era prevedibile e ampiamente prevista, se non proprio nei termini e nei tempi precisi, sicuramente come evento probabile – sostiene il docente – Già nel 1972, nel rapporto del MIT per il Club di Roma, dal titolo “I limiti dello sviluppo” si affermava che se la popolazione mondiale continuava a crescere al ritmo di quegli anni, la crescente richiesta di alimenti avrebbe impoverito la fertilità dei suoli, la crescente produzione di merci avrebbe fatto crescere l’inquinamento dell’ambiente, l’impoverimento delle riserve di risorse naturali (acqua, foreste, minerali, fonti di energia) avrebbe provocato conflitti per la loro conquista; malattie, epidemie, fame, conflitti avrebbero frenato la crescita della popolazione».

«Vi è poi il libro “Spillover” di David Quammen; egli stesso spiega in una recente intervista: “Nel 2012, quando il libro è stato pubblicato, ho previsto che si sarebbe verificata una pandemia causata da 1) un nuovo virus 2) con molta probabilità un coronavirus, perché i coronavirus si evolvono e si adattano rapidamente, 3) sarebbe stato trasmesso da un animale 4) verosimilmente un pipistrello 5) in una situazione in cui gli esseri umani entrano in stretto contatto con gli animali selvatici, come un mercato di animali vivi, 6) in un luogo come la Cina. Non ho previsto tutto questo perché sono una specie di veggente, ma perché ho ascoltato le parole di diversi esperti che avevano descritto fattori simili.”».

Come evitare pandemie future

«Il Covid-19 è una reazione (tra le altre) allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta e quindi per prevenire nuovi eventi simili dobbiamo ridurre le alterazioni dell’ambiente, come la perdita di biodiversità, l’alterazione degli habitat e i cambiamenti climatici, favorendo processi produttivi industriali ed agricoli basati sull’economia circolare, sostenibili, con ricorso a fonti energetiche rinnovabili – sostiene Tamino – Già pochi mesi di blocco dei movimenti delle persone e di parziale riduzione di attività produttive hanno portato a un netto miglioramento della qualità dell’aria sia in Cina che in Italia (soprattutto nel Veneto): questo dato va colto non come futura necessità di impedire la circolazione delle persone e delle merci o di non produrre beni necessari, bensì di ripensare i trasporti e le produzioni industriali ed agricole, in particolare ridurre gli allevamenti animali: attualmente vi sono nel mondo 1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di suini, oltre 1,5 miliardi di ovini e caprini e circa 50 miliardi di volatili. La massa degli animali allevati è ben maggiore di quella di tutti gli esseri umani, con enormi sprechi di cibo, forte inquinamento e forte aumento di virus e batteri che possono fare il salto di specie. Inoltre l’abuso in zootecnia di antibiotici è responsabile anche dell’aumento di batteri resistenti agli antibiotici, vanificando uno degli strumenti a nostra difesa da queste infezioni. Oltre a nuove pandemie virali, il futuro potrebbe riservarci una diffusione pandemica di nuovi batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico».

Fonte: ilcambiamento.it

La Sardegna piena di sole e vento strangolata dai combustibili fossili

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone, poi si va anche a utilizzare il gas.

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone e le si difende strenuamente contro ogni logica, contro ogni buon senso. Ma come: ci sono vento e sole a morire e invece si utilizza uno dei combustibili fossili più inquinanti? Pura follia. E alla fine dell’era del carbone dopo aver appestato l’isola e i suoi abitanti, arriveranno finalmente le rinnovabili, visto che sono tecnologie che esistono da decenni e viste le potenzialità dell’isola. 

Invece no, ecco il gas e un progetto di metanodotto che costerà circa due miliardi di euro così da passare dalla padella del carbone alla brace del gas. Questo mentre tutti gli abitanti della Sardegna fino all’ultimo, potrebbero essere resi autonomi per la produzione elettrica e termica senza dover pagare nemmeno un euro di bolletta. Basterebbe investire i miliardi che vengono regalati alle solite lobby dei fossili per rendere la Sardegna autonoma e i propri cittadini liberi completamente da balzelli, bollette varie, dalla dipendenza di un combustibile fossile importato da chissà dove ma anche da gigantesche e inutili infrastrutture . Non c’è un solo motivo razionale e sensato a favore della scelta scellerata del gas e invece tutti i motivi a favore delle fonti rinnovabili.

La Sardegna è la Ferrari delle rinnovabili ma preferisce andare in giro con il triciclo del gas.  E in questa partita ci sono in gioco due cordate una peggiore dell’altra, da una parte il gas e dall’altra un elettrodotto che si vorrebbe fare partendo dalla Sicilia.  O forse si vuole fare un elettrodotto per esportare l’energia elettrica che la Sardegna produrrà per alimentarci l’Italia? Sarebbe bello, peccato che per i nostri esperti di energia una azione del genere sarebbe fantascienza perchè sono fermi all’età della pietra e dei fossili.  E così le imprese, la regione, il sindacato tutti a braccetto per dimostrare che le parole a favore dell’ambiente sono solo balle sulla pelle e il portafoglio della gente. Fra tutti spicca come sempre purtroppo il sindacato, che in teoria dovrebbe difendere i lavoratori e l’occupazione e invece fa esattamente l’opposto e si batte per il metanodotto. Ma basterebbe un bambino di tre anni che facesse i calcoli di quante persone lavorerebbero alle varie filiere delle rinnovabili: i numeri farebbero impallidire i pochi che in confronto sarebbero occupati nel settore del gas. Quindi, visto che ragionamenti del genere sono lampanti e sono proprio a vantaggio dei lavoratori, della salute, dell’ambiente e aumentano l’occupazione, significa che gli interessi in gioco sono ben altri che nulla hanno a che vedere con l’occupazione o con la difesa dei lavoratori. Una capillare diffusione e installazione di fonti rinnovabili innescherebbe un meccanismo occupazionale locale fantastico che surclasserebbe la miseria dell’occupazione derivante dall’impiego del gas  e si potrebbe anche creare una produzione di sole e vento Made in Sardegna. Ma il paradosso maggiore è forse quello dei sardi, così come degli italiani, più ci sono alternative, più è evidente in che direzione bisogna andare è più si fa esattamente l’opposto e ci si spara sui piedi, si vota chi condanna la propria terra alla miseria, all’inquinamento, alla dipendenza, in una spirale autolesionista che nessuno psicologo può spiegare tanto è incredibile. Dovrebbero esserci mobilitazioni oceaniche, proteste, proposte e attuazione di piani alternativi, invece nulla, si accetteranno i metanodotti, gli elettrodotti mentre sole e vento continueranno a baciare l’isola in barba all’intelligenza, alla logica, al buon senso, all’evidenza. Il perché non si vuole la Sardegna, così come l’Italia, libera dai combustibili fossili è presto detto: se tutti sono indipendenti e si autoproducono la loro energia chi ci guadagna? I cittadini stessi. Quindi non si può fare, è escluso, non è permesso, devono continuare a guadagnarci le grandi multinazionali e i loro vari maggiordomi. Per quello servono i metanodotti, gli elettrodotti, le centrali, perché dobbiamo rimanere dipendenti e pagare sempre e comunque, alla faccia delle energie rinnovabili, dell’economia, dell’occupazione e dell’ambiente.

Fonte: ilcambiamento.it

Lunga vita alle nostre Alpi!

È completamente cambiato il volto delle Alpi e ciò a causa dell’intervento umano invasivo e spesso privo di rispetto per l’ambiente, la biodiversità e il territorio. Dobbiamo dire basta, dobbiamo esigere che i beni comuni naturali siano preservati senza riserve.

Lunga vita alle nostre Alpi!

Se è vero che il cambiamento positivo si vede dalle piccole iniziative sia personali che istituzionali, le nostre montagne sono l’esempio lampante di come tale cambiamento sia lontano dall’essere realizzato. La nostra catena madre, le Alpi, che è stata per secoli un crogiolo di tradizioni, culture, popoli in armonia con la natura e che è stata il miraggio di centinaia di alpinisti dall’800 in poi, si è trasformata in molti casi in modo irreversibile. Intere vallate sono state percorse da strade di grande comunicazione che sono utilizzate ogni anno da milioni di mezzi (nel 2017 sono transitati dal Brennero 2.200.000 veicoli).  Prati e pascoli hanno ceduto il posto ad alberghi e piste di sci (nella sola Val Gardena si trovano oltre 175 chilometri di piste per lo sci da discesa e oltre 17 000 posti  letto in oltre 1000 strutture ricettive); i ghiacciai, che abbagliavano lasciando senza fiato il visitatore dei primi del ‘900, sono ridotti a lingue grigiastre di ghiaccio sporco in continua e veloce diminuzione. Cosa è successo dunque alle Alpi, ed in misura minore ai nostri Appennini? Hanno conosciuto il progresso ed suoi temibili effetti.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI

La temperatura cresce costantemente. Durante l’estate del 2019 si sono registrate temperature eccezionali (lo zero termico è arrivato ad essere sopra i 5000 metri a Giugno), un fenomeno sempre più frequente sull’arco alpino e che provoca lo scioglimento delle nevi perenni e dei ghiacciai, l’aumento di frane per dilatazione termica delle rocce, la diminuzione di specie botaniche nivali che tendono a spostarsi sempre più in alto, riducendo  così (fino a scomparire)  il proprio habitat originario. Le conseguenze sul mondo delle piante possono sembrare marginali, ma in realtà si riverberano su tutta la catena alimentare, arrivando a destabilizzare specie animali come lo stambecco. I cambiamenti climatici sono particolarmente insidiosi e distruttivi proprio negli ambienti estremi come le aree glaciali della zona mediterranea, dove i loro effetti intervengono in ecosistemi fragili ma di enorme importanza, sia per le ricadute ambientali che economiche (dell’acqua che scende dalle cime alpine si giovano oltre 20 milioni di persone nella sola Italia). Se guardiamo ai ghiacciai come serbatoi d’acqua potabile, il 10% delle nevi perenni della Lombardia sono andati persi negli ultimi 12 anni!

L’INQUINAMENTO

Se pensiamo di andare a respirare aria pulita scordiamoci le Alpi. L’inquinamento, dovuto all’enorme numero di mezzi che percorrono o attraversano il territorio montuoso, rimane intrappolato in vallate strette dove spesso si accumula, fino a raggiungere valori impensabili.  Il biossido di azoto, il PM10 ed il benzene registrano spesso valori allarmanti e sono prodotti sia dal traffico automobilistico che dai riscaldamenti di ex villaggi trasformati in città d’alta quota. L’aria risulta irrespirabile e tossica in località come Bormio, Cortina, Moena, dove si sforano più volte le soglie consentite.   A Courmayeur sono stati registrati 59 mcg (microgrammi) al metro cubo di PM10, quando il limite indicato dall’OMS sarebbe intorno ai 40 mcg. Come se non bastasse, uno studio pubblicato nel 2014 sulla rivista scientifica Environmental Science and Pollution Research dimostra che” le Alpi formano una trappola geografica e meteorologica per inquinanti atmosferici, inclusi composti organici volatili e semi volatili emessi nelle pianure circostanti” (P. Schreder et al.)

Ulteriori analisi ci portano ad osservare come la catena montuosa sia un vero e proprio “cancello europeo” per le merci. Ogni anno transitano intorno alle 180 milioni di tonnellate di merci sia su camion che su treno. Ma se la Svizzera è virtuosa con oltre il 67% delle merci su rotaia, Austria e Francia crollano miseramente con gli autoarticolati a dominare indiscussi, rispettivamente il 68% e il 90% delle merci trasportate. Una immane e continua colonna che produce inquinamento giorno e notte e che vede l’Italia come principale paese di passaggio, provenienza o partenza delle merci anche a causa della posizione strategica nel Mediterraneo.     

Se migliaia di camion e centinaia di migliaia di auto lasciano il loro fumoso ricordo, non vanno meglio i pesticidi che si accumulano nel suolo, nelle acque e perfino sugli altissimi ghiacciai. Le vette tirolesi e trentine ne sono un esempio importante. La produzione massiccia ed industrializzata di mele ed altra frutta è un motore potentissimo di inquinamento. I pesticidi usati nelle vallate alpine così come in pianura sono trasportati in alta quota dove tendono a stabilizzarsi sui ghiacciai ed i nevai. Uno studio pubblicato su Environmental  Pollution nel 2019 da C. Rizzi et al., dimostra  come l’insetticida Chloropyrifos sia presente in tutti i ghiacciai ed i torrenti da essi generati. Un’altra sostanza rinvenuta  è il pericoloso erbicida Terbuthylazine. Va da sé che le acque sono inquinate e gli organismi fragili che le abitano si trovano a rischio, così come la salute dell’uomo e la filiera agricola che in alta montagna è prevalentemente biologica.

IL TURISMO

Le Alpi sono da sempre luogo di fascino e bellezza che ha attirato turisti e villeggianti da ogni parte del mondo. Proprio per questo l’ecosistema alpino sta collassando. La smania di vedere o meglio consumare un luogo, unita alla creazione di uno  sport di massa, ha trasformato vallate intere in distese di cemento  con negozi e ristoranti a perdita d’occhio. Le foreste hanno ceduto il posto alle piste di sci, le sorgenti si sono prosciugate per consentire a piscine e spa di funzionare o per la neve artificiale che deve sempre e comunque garantire il divertimento a migliaia di ottusi inconsapevoli, che scorrazzano su migliaia di chilometri di piste ed impianti di risalita. Qualche numero è doveroso: le centinaia di chilometri quadrati di piste innevate artificialmente sulle nostre amate montagne richiedono, da sole, ogni anno, 95 milioni di metri cubi di acqua (ogni metro cubo sono 1000 litri) e 607 Gwh di energia, pari a quella usata da una città di un milione di abitanti per 8 anni consecutivi. Tutto questo comporta emissioni di CO2 di parecchi milioni di tonnellate, oltre alla scomparsa di molti habitat (solo l’11% delle specie erbacee riesce a sopravvivere sulle piste).    Per rifornire di acqua, necessaria alla neve artificiale, si creano laghi artificiali come fossero aiuole per i fiori. Nella  sola area di Trento ce ne sono già 26 e il progetto di un ulteriore lago sul Monte Bondone ha sollevato dubbi e proteste.

Sciare spensierati su piste artificiali oggi è, oltre che insulso, particolarmente deleterio per l’ambiente. Richiedere la realizzazione delle Olimpiadi invernali a Cortina è stato un atto criminale per un progetto che andrà a vantaggio solo dei soliti speculatori e delle grandi imprese del turismo, distruggendo natura e paesaggio. Se però il cambiamento epocale avverrà e apriremo gli occhi, di tale progetto rimarranno solo le macerie e le spese . Perché, se vogliamo salvare le nostre montagne ed il nostro pianeta, non ci sarà più spazio per tutto ciò. Le vette rimarranno oltre noi e dunque lunga vita alle nostre Alpi! 

Fonte: ilcambiamento.it

PFAS: l’inquinamento che minaccia tutta Europa

Non c’è solo il Veneto, non c’è solo in Nord Italia: l’inquinamento da PFAS minaccia tutta l’Europa. Lo dicono i dato del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS”.

PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non ci sono solo il Veneto e le altre regioni del nord e centro Italia a essere minacciate dall’inquinamento da PFAS. Anche l’intera Europa è esposta a questo rischio di contaminazione, situazione che rivela una pervasività veramente preocupante di queste sostanze così dannose per la salute. Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS” presenta una panoramica dei rischi noti e potenziali per la salute umana e l’ambiente in Europa causati da sostanze alchiliche perfluorifluorurate (PFAS). Queste sostanze chimiche estremamente persistenti e artificiali sono utilizzate in una varietà di prodotti di consumo e sistemi industriali perché hanno proprietà che risultano particolarmente utili all’industria; vengono usate per esempio per aumentare la repellenza all’olio e all’acqua, ridurre la tensione superficiale o resistere a temperature e prodotti chimici elevati. Attualmente esistono oltre 4.700 diversi PFAS che, a causa della loro estrema persistenza, si accumulano nell’organismo delle persone e nell’ambiente. Sebbene manchino la mappatura e il monitoraggio sistematici di siti potenzialmente inquinati in Europa, le attività di monitoraggio nazionali hanno rilevato PFAS nell’ambiente in tutta Europa e la produzione e l’uso di PFAS hanno anche portato alla contaminazione delle forniture di acqua potabile in diversi paesi europei. Il biomonitoraggio umano ha anche rilevato una serie di PFAS nel sangue dei cittadini europei. Il rapporto dell’EEA avverte che, a causa dell’elevato numero di PFAS, è un compito difficile e dispendioso in termini di tempo valutare e gestire i rischi per queste sostanze individualmente, il che può portare a un inquinamento diffuso e irreversibile.

I costi per la società dovuti a danni alla salute umana e alle bonifiche in Europa sono stati stimati in decine di miliardi di euro all’anno.

Le persone sono principalmente esposte al PFAS attraverso acqua potabile, imballaggi per alimenti e alimenti, polvere, creme e cosmetici, tessuti rivestiti in PFAS o altri prodotti di consumo.

Occorrono dunque serie misure e azioni per sanare questa situazione, limiti chiari di legge e sanzioni, bonifiche e prevenzione.

Fonte: ilcambiamento.it