La Sardegna piena di sole e vento strangolata dai combustibili fossili

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone, poi si va anche a utilizzare il gas.

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone e le si difende strenuamente contro ogni logica, contro ogni buon senso. Ma come: ci sono vento e sole a morire e invece si utilizza uno dei combustibili fossili più inquinanti? Pura follia. E alla fine dell’era del carbone dopo aver appestato l’isola e i suoi abitanti, arriveranno finalmente le rinnovabili, visto che sono tecnologie che esistono da decenni e viste le potenzialità dell’isola. 

Invece no, ecco il gas e un progetto di metanodotto che costerà circa due miliardi di euro così da passare dalla padella del carbone alla brace del gas. Questo mentre tutti gli abitanti della Sardegna fino all’ultimo, potrebbero essere resi autonomi per la produzione elettrica e termica senza dover pagare nemmeno un euro di bolletta. Basterebbe investire i miliardi che vengono regalati alle solite lobby dei fossili per rendere la Sardegna autonoma e i propri cittadini liberi completamente da balzelli, bollette varie, dalla dipendenza di un combustibile fossile importato da chissà dove ma anche da gigantesche e inutili infrastrutture . Non c’è un solo motivo razionale e sensato a favore della scelta scellerata del gas e invece tutti i motivi a favore delle fonti rinnovabili.

La Sardegna è la Ferrari delle rinnovabili ma preferisce andare in giro con il triciclo del gas.  E in questa partita ci sono in gioco due cordate una peggiore dell’altra, da una parte il gas e dall’altra un elettrodotto che si vorrebbe fare partendo dalla Sicilia.  O forse si vuole fare un elettrodotto per esportare l’energia elettrica che la Sardegna produrrà per alimentarci l’Italia? Sarebbe bello, peccato che per i nostri esperti di energia una azione del genere sarebbe fantascienza perchè sono fermi all’età della pietra e dei fossili.  E così le imprese, la regione, il sindacato tutti a braccetto per dimostrare che le parole a favore dell’ambiente sono solo balle sulla pelle e il portafoglio della gente. Fra tutti spicca come sempre purtroppo il sindacato, che in teoria dovrebbe difendere i lavoratori e l’occupazione e invece fa esattamente l’opposto e si batte per il metanodotto. Ma basterebbe un bambino di tre anni che facesse i calcoli di quante persone lavorerebbero alle varie filiere delle rinnovabili: i numeri farebbero impallidire i pochi che in confronto sarebbero occupati nel settore del gas. Quindi, visto che ragionamenti del genere sono lampanti e sono proprio a vantaggio dei lavoratori, della salute, dell’ambiente e aumentano l’occupazione, significa che gli interessi in gioco sono ben altri che nulla hanno a che vedere con l’occupazione o con la difesa dei lavoratori. Una capillare diffusione e installazione di fonti rinnovabili innescherebbe un meccanismo occupazionale locale fantastico che surclasserebbe la miseria dell’occupazione derivante dall’impiego del gas  e si potrebbe anche creare una produzione di sole e vento Made in Sardegna. Ma il paradosso maggiore è forse quello dei sardi, così come degli italiani, più ci sono alternative, più è evidente in che direzione bisogna andare è più si fa esattamente l’opposto e ci si spara sui piedi, si vota chi condanna la propria terra alla miseria, all’inquinamento, alla dipendenza, in una spirale autolesionista che nessuno psicologo può spiegare tanto è incredibile. Dovrebbero esserci mobilitazioni oceaniche, proteste, proposte e attuazione di piani alternativi, invece nulla, si accetteranno i metanodotti, gli elettrodotti mentre sole e vento continueranno a baciare l’isola in barba all’intelligenza, alla logica, al buon senso, all’evidenza. Il perché non si vuole la Sardegna, così come l’Italia, libera dai combustibili fossili è presto detto: se tutti sono indipendenti e si autoproducono la loro energia chi ci guadagna? I cittadini stessi. Quindi non si può fare, è escluso, non è permesso, devono continuare a guadagnarci le grandi multinazionali e i loro vari maggiordomi. Per quello servono i metanodotti, gli elettrodotti, le centrali, perché dobbiamo rimanere dipendenti e pagare sempre e comunque, alla faccia delle energie rinnovabili, dell’economia, dell’occupazione e dell’ambiente.

Fonte: ilcambiamento.it

Lunga vita alle nostre Alpi!

È completamente cambiato il volto delle Alpi e ciò a causa dell’intervento umano invasivo e spesso privo di rispetto per l’ambiente, la biodiversità e il territorio. Dobbiamo dire basta, dobbiamo esigere che i beni comuni naturali siano preservati senza riserve.

Lunga vita alle nostre Alpi!

Se è vero che il cambiamento positivo si vede dalle piccole iniziative sia personali che istituzionali, le nostre montagne sono l’esempio lampante di come tale cambiamento sia lontano dall’essere realizzato. La nostra catena madre, le Alpi, che è stata per secoli un crogiolo di tradizioni, culture, popoli in armonia con la natura e che è stata il miraggio di centinaia di alpinisti dall’800 in poi, si è trasformata in molti casi in modo irreversibile. Intere vallate sono state percorse da strade di grande comunicazione che sono utilizzate ogni anno da milioni di mezzi (nel 2017 sono transitati dal Brennero 2.200.000 veicoli).  Prati e pascoli hanno ceduto il posto ad alberghi e piste di sci (nella sola Val Gardena si trovano oltre 175 chilometri di piste per lo sci da discesa e oltre 17 000 posti  letto in oltre 1000 strutture ricettive); i ghiacciai, che abbagliavano lasciando senza fiato il visitatore dei primi del ‘900, sono ridotti a lingue grigiastre di ghiaccio sporco in continua e veloce diminuzione. Cosa è successo dunque alle Alpi, ed in misura minore ai nostri Appennini? Hanno conosciuto il progresso ed suoi temibili effetti.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI

La temperatura cresce costantemente. Durante l’estate del 2019 si sono registrate temperature eccezionali (lo zero termico è arrivato ad essere sopra i 5000 metri a Giugno), un fenomeno sempre più frequente sull’arco alpino e che provoca lo scioglimento delle nevi perenni e dei ghiacciai, l’aumento di frane per dilatazione termica delle rocce, la diminuzione di specie botaniche nivali che tendono a spostarsi sempre più in alto, riducendo  così (fino a scomparire)  il proprio habitat originario. Le conseguenze sul mondo delle piante possono sembrare marginali, ma in realtà si riverberano su tutta la catena alimentare, arrivando a destabilizzare specie animali come lo stambecco. I cambiamenti climatici sono particolarmente insidiosi e distruttivi proprio negli ambienti estremi come le aree glaciali della zona mediterranea, dove i loro effetti intervengono in ecosistemi fragili ma di enorme importanza, sia per le ricadute ambientali che economiche (dell’acqua che scende dalle cime alpine si giovano oltre 20 milioni di persone nella sola Italia). Se guardiamo ai ghiacciai come serbatoi d’acqua potabile, il 10% delle nevi perenni della Lombardia sono andati persi negli ultimi 12 anni!

L’INQUINAMENTO

Se pensiamo di andare a respirare aria pulita scordiamoci le Alpi. L’inquinamento, dovuto all’enorme numero di mezzi che percorrono o attraversano il territorio montuoso, rimane intrappolato in vallate strette dove spesso si accumula, fino a raggiungere valori impensabili.  Il biossido di azoto, il PM10 ed il benzene registrano spesso valori allarmanti e sono prodotti sia dal traffico automobilistico che dai riscaldamenti di ex villaggi trasformati in città d’alta quota. L’aria risulta irrespirabile e tossica in località come Bormio, Cortina, Moena, dove si sforano più volte le soglie consentite.   A Courmayeur sono stati registrati 59 mcg (microgrammi) al metro cubo di PM10, quando il limite indicato dall’OMS sarebbe intorno ai 40 mcg. Come se non bastasse, uno studio pubblicato nel 2014 sulla rivista scientifica Environmental Science and Pollution Research dimostra che” le Alpi formano una trappola geografica e meteorologica per inquinanti atmosferici, inclusi composti organici volatili e semi volatili emessi nelle pianure circostanti” (P. Schreder et al.)

Ulteriori analisi ci portano ad osservare come la catena montuosa sia un vero e proprio “cancello europeo” per le merci. Ogni anno transitano intorno alle 180 milioni di tonnellate di merci sia su camion che su treno. Ma se la Svizzera è virtuosa con oltre il 67% delle merci su rotaia, Austria e Francia crollano miseramente con gli autoarticolati a dominare indiscussi, rispettivamente il 68% e il 90% delle merci trasportate. Una immane e continua colonna che produce inquinamento giorno e notte e che vede l’Italia come principale paese di passaggio, provenienza o partenza delle merci anche a causa della posizione strategica nel Mediterraneo.     

Se migliaia di camion e centinaia di migliaia di auto lasciano il loro fumoso ricordo, non vanno meglio i pesticidi che si accumulano nel suolo, nelle acque e perfino sugli altissimi ghiacciai. Le vette tirolesi e trentine ne sono un esempio importante. La produzione massiccia ed industrializzata di mele ed altra frutta è un motore potentissimo di inquinamento. I pesticidi usati nelle vallate alpine così come in pianura sono trasportati in alta quota dove tendono a stabilizzarsi sui ghiacciai ed i nevai. Uno studio pubblicato su Environmental  Pollution nel 2019 da C. Rizzi et al., dimostra  come l’insetticida Chloropyrifos sia presente in tutti i ghiacciai ed i torrenti da essi generati. Un’altra sostanza rinvenuta  è il pericoloso erbicida Terbuthylazine. Va da sé che le acque sono inquinate e gli organismi fragili che le abitano si trovano a rischio, così come la salute dell’uomo e la filiera agricola che in alta montagna è prevalentemente biologica.

IL TURISMO

Le Alpi sono da sempre luogo di fascino e bellezza che ha attirato turisti e villeggianti da ogni parte del mondo. Proprio per questo l’ecosistema alpino sta collassando. La smania di vedere o meglio consumare un luogo, unita alla creazione di uno  sport di massa, ha trasformato vallate intere in distese di cemento  con negozi e ristoranti a perdita d’occhio. Le foreste hanno ceduto il posto alle piste di sci, le sorgenti si sono prosciugate per consentire a piscine e spa di funzionare o per la neve artificiale che deve sempre e comunque garantire il divertimento a migliaia di ottusi inconsapevoli, che scorrazzano su migliaia di chilometri di piste ed impianti di risalita. Qualche numero è doveroso: le centinaia di chilometri quadrati di piste innevate artificialmente sulle nostre amate montagne richiedono, da sole, ogni anno, 95 milioni di metri cubi di acqua (ogni metro cubo sono 1000 litri) e 607 Gwh di energia, pari a quella usata da una città di un milione di abitanti per 8 anni consecutivi. Tutto questo comporta emissioni di CO2 di parecchi milioni di tonnellate, oltre alla scomparsa di molti habitat (solo l’11% delle specie erbacee riesce a sopravvivere sulle piste).    Per rifornire di acqua, necessaria alla neve artificiale, si creano laghi artificiali come fossero aiuole per i fiori. Nella  sola area di Trento ce ne sono già 26 e il progetto di un ulteriore lago sul Monte Bondone ha sollevato dubbi e proteste.

Sciare spensierati su piste artificiali oggi è, oltre che insulso, particolarmente deleterio per l’ambiente. Richiedere la realizzazione delle Olimpiadi invernali a Cortina è stato un atto criminale per un progetto che andrà a vantaggio solo dei soliti speculatori e delle grandi imprese del turismo, distruggendo natura e paesaggio. Se però il cambiamento epocale avverrà e apriremo gli occhi, di tale progetto rimarranno solo le macerie e le spese . Perché, se vogliamo salvare le nostre montagne ed il nostro pianeta, non ci sarà più spazio per tutto ciò. Le vette rimarranno oltre noi e dunque lunga vita alle nostre Alpi! 

Fonte: ilcambiamento.it

PFAS: l’inquinamento che minaccia tutta Europa

Non c’è solo il Veneto, non c’è solo in Nord Italia: l’inquinamento da PFAS minaccia tutta l’Europa. Lo dicono i dato del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS”.

PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non ci sono solo il Veneto e le altre regioni del nord e centro Italia a essere minacciate dall’inquinamento da PFAS. Anche l’intera Europa è esposta a questo rischio di contaminazione, situazione che rivela una pervasività veramente preocupante di queste sostanze così dannose per la salute. Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS” presenta una panoramica dei rischi noti e potenziali per la salute umana e l’ambiente in Europa causati da sostanze alchiliche perfluorifluorurate (PFAS). Queste sostanze chimiche estremamente persistenti e artificiali sono utilizzate in una varietà di prodotti di consumo e sistemi industriali perché hanno proprietà che risultano particolarmente utili all’industria; vengono usate per esempio per aumentare la repellenza all’olio e all’acqua, ridurre la tensione superficiale o resistere a temperature e prodotti chimici elevati. Attualmente esistono oltre 4.700 diversi PFAS che, a causa della loro estrema persistenza, si accumulano nell’organismo delle persone e nell’ambiente. Sebbene manchino la mappatura e il monitoraggio sistematici di siti potenzialmente inquinati in Europa, le attività di monitoraggio nazionali hanno rilevato PFAS nell’ambiente in tutta Europa e la produzione e l’uso di PFAS hanno anche portato alla contaminazione delle forniture di acqua potabile in diversi paesi europei. Il biomonitoraggio umano ha anche rilevato una serie di PFAS nel sangue dei cittadini europei. Il rapporto dell’EEA avverte che, a causa dell’elevato numero di PFAS, è un compito difficile e dispendioso in termini di tempo valutare e gestire i rischi per queste sostanze individualmente, il che può portare a un inquinamento diffuso e irreversibile.

I costi per la società dovuti a danni alla salute umana e alle bonifiche in Europa sono stati stimati in decine di miliardi di euro all’anno.

Le persone sono principalmente esposte al PFAS attraverso acqua potabile, imballaggi per alimenti e alimenti, polvere, creme e cosmetici, tessuti rivestiti in PFAS o altri prodotti di consumo.

Occorrono dunque serie misure e azioni per sanare questa situazione, limiti chiari di legge e sanzioni, bonifiche e prevenzione.

Fonte: ilcambiamento.it

Altro che microplastica, la microgomma degli pneumatici è ovunque

Dai social media ai quotidiani, fino agli oceani e alle nostre tavole. La microplastica è ormai dappertutto, ricercata dal grande pubblico e studiata dall’intera comunità scientifica che cerca di analizzarne le quantità e valutarne l’impatto negativo che ha sull’ambiente e sulla nostra salute. Basti pensare che secondo un recente studio ne arriva solamente sulle nostre tavole un quantitativo enorme: stando alle stime, infatti, alla settimana ingeriamo (beviamo e mangiamo) in media un quantitativo di microplastica pari al peso di una carta di credito

Tuttavia, potrà sembrarvi bizzarro, la quantità di microplastica presente nell’ambiente è relativamente “piccola” rispetto a un altro polimero che inquina l’aria e acqua, e quindi anche nostro organismo: la microgomma. A lanciare l’allarme sono i ricercatori dell’Empa svizzero (Swiss federal laboratories for materials science and technology), secondo i quali queste micro particelle, provenienti dall’usura di oggetti composti da questo materiale, come gli pneumatici, negli ultimi 30 anni (1988-2018) si sono accumulate fino a raggiungere oggi una quantità pari a circa 200mila tonnellate. Una cifra davvero impressionante, raccontano i ricercatori, che è stata tuttavia spesso oscurata proprio dai dibattiti sulla microplastica. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Environmental Pollution.

La principali fonti della microgomma

Dallo studio, i ricercatori sono riusciti a identificare la causa principale di questo enorme accumulo: sono le gomme delle automobili e dei camion. “Abbiamo quantificato l’abrasione dei pneumatici, ma anche l’usura dei materiali gommosi presenti nelle aree verdi artificiali come i campi di erba sintetica”, spiega Bernd Nowack, autore dello studio, precisando che l’abrasione dei pneumatici è responsabile del 97% delle particelle rilasciate nell’ambiente. Secondo le analisi, inoltre, è emerso che quasi i tre quarti delle particelle di microgomma rimangono sulla strada nei primi cinque metri, il 5% nei terreni circostanti e quasi il 20% nei corpi idrici.

L’impatto sull’ambiente e sull’uomo

Una parte della microgomma, spiegano i ricercatori, viene prima trasportata per via aerea nei primi cinque metri a sinistra e a destra della strada, poi depositata e parzialmente spazzata via. Sebbene non si sappia ancora con precisione quali siano gli effetti che la microgomma ha sull’ambiente e sulla nostra salute, alcuni dati provenienti da studi precedenti suggeriscono tuttavia che l’impatto sugli esseri umani sembra essere piuttosto basso. “La percentuale di abrasione degli pneumatici nelle polveri sottili inalate è bassa anche nelle aree particolarmente trafficate”, spiega Christoph Hüglin, tra i ricercatori coinvolti nello studio.

I ricercatori sottolineano, tuttavia, che la microplastica e la microgomma non sono affatto la stessa cosa. “Queste sono particelle diverse che difficilmente possono essere paragonate tra loro”, afferma Nowack. E ci sono anche enormi differenze di quantità: secondo i calcoli del nuovo studio, infatti, solo il 7% delle microparticelle a base di polimeri rilasciate nell’ambiente proviene dalla plastica, mentre ben il 93% dall’abrasione dei pneumatici. “La quantità di microgomma nell’ambiente è davvero enorme e quindi estremamente rilevante”, conclude l’autore.

Fonte: Environmental Pollution

Paesi sostenibili a zero emissioni: sarà mai possibile?/2

L’obiettivo fattibile della decarbonizzazione di interi Paesi entro la metà del secolo è la tesi centrale del rapporto appena pubblicato dalla Rete per le soluzioni sullo sviluppo sostenibile. Prosegue qui l’articolo di cui ieri abbiamo pubblicato la prima parte.

Cosa si può e deve fare?

Le raccomandazioni che scaturiscono dal rapporto vengono qui di seguito sintetizzate, relativamente ai quattro settori indagati: elettrico, industriale, trasporti ed edifici.

SETTORE ELETTRICO

Il settore elettrico sta già subendo un processo di decarbonizzazione in diversi Paesi del mondo. La tradizionale organizzazione centralizzata sta affrontando un passaggio di paradigma verso la generazione distribuita e rinnovabile. Questo nuovo modello è strettamente legato all’attuazione di reti intelligenti, in cui gli utenti finali agiscono come prosumers (produttori e al contempo consumatori di energia), fornendo alla rete l’eccesso di energia prodotta dai propri impianti distribuiti. Le tecnologie digitali saranno al centro di questa rivoluzione, sviluppando il potenziale dei diversi modelli di business come gli aggregatori virtuali e il trading energetico. Le tecnologie di oggi a supporto di questa transizione possono essere classificate in quattro gruppi principali:

(1) le fonti di energia a basse emissioni di carbonio (eolico on e offshore, solare fotovoltaico e a concentrazione, energia idroelettrica, biomassa, nucleare e geotermica);

(2) le soluzioni di accumulo di elettricità a breve e lungo termine;

(3) altre opzioni flessibili come le interconnessioni di rete, le sinergie di settore, le risposte all’offerta (bacini idro, bioenergia) e la gestione della domanda;

(4) la cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio con le varianti di carbonio da bio-energia e sua cattura diretta dall’aria (ma valgono qui più o meno gli stessi ragionamenti fatti per l’energia nucleare).

Per il nucleare menzionato nel primo gruppo è necessario ricordare che non vi sono esempi positivi da cui prendere spunto. La sacrosanta inaccettabilità sociale e gli alti costi ne limitano, e continueranno a farlo in futuro, per fortuna, la diffusione. La gestione delle scorie radioattive è un problema enorme che ci ricordiamo soltanto in occasione di incidenti o di trasferimenti da un sito all’altro. Immaginiamo se al posto degli attuali circa 500 reattori nucleari (tra quelli attivi e in costruzione) ne avessimo centinaia di migliaia in tutto il mondo: scorie ma anche “disponibilità” di uranio saranno la scintilla per nuove guerre, esattamente come quelle che stiamo vivendo oggi per le fonti fossili. Anche i “potenziali” miglioramenti ipotizzati nella generazione nucleare (sia della fissione di quarta generazione o della fusione) sono delle pie illusioni. Perché continuare quindi a pensare di investire miliardi di soldi pubblici quando, a non voler ostinatamente prendere in considerazione gli alti impatti ambientali e sociali dell’attuazione di questa tecnologia, anche la convenienza economica non c’é. Queste tecnologie si troverebbero poi a competere contro il calo dei costi delle opzioni rinnovabili che si basano, principalmente, sulle soluzioni fotovoltaiche ed eoliche unite ai sistemi di stoccaggio. E quindi, torniamo al punto principale: conviene imbarcarci su tale strada o non sarebbe meglio indirizzare fin da subito tutte le risorse (poche) disponibili verso quei settori che già adesso risultano competitivi, quali l’eolico e il solare? La risposta apparirebbe scontata.

Analogamente, tra le tecnologie al momento non ancora competitive, come lo stoccaggio di elettricità e la cattura del carbonio, si dovrebbe puntare esclusivamente su quelle che ci potranno sostenere dall’affrancamento dalla rete elettrica nazionale. Lo sviluppo delle comunità energetiche passa proprio dalla possibilità che avremo di immagazzinare e scambiare localmente l’energia prodotta da impianti rinnovabili in loco. Per quanto riguarda la cattura del carbonio, lascerei fare a chi è più esperto di noi: la natura, da sempre gli ecosistemi agro-forestali svolgono questa funzione e non c’è ragione di intromettersi. Ritengo poi un controsenso pensare di investire risorse su tecnologie che “catturino” la CO2 dall’aria invece che risolvere il problema all’origine e cioè fare in modo che tutti i processi diventino ad emissioni zero.

In definitiva, con le criticità sopra evidenziate, si concorda che l’obiettivo di decarbonizzazione totale richiederà una combinazione di più tecnologie. A seconda delle condizioni locali, il mix di opzioni disponibili varierà da paese a paese e quindi non ci sarà una soluzione unica per tutti. Tra le fonti fossili, giusto il gas può svolgere un ruolo cruciale durante il periodo di transizione verso una totale decarbonizzazione. Quanto questo periodo di transizione debba durare, e quindi il ruolo che deve assumere tale fonte fossile è una scelta che i decisori politici devono prendere, magari mostrando coraggio ad anticiparne i tempi di riduzione, puntando fortemente sullo sviluppo industriale basato sulle fonti rinnovabili.

SETTORE INDUSTRIALE

L’industria pesante emette gran parte delle emissioni globali di gas serra e a livello mondiale ha consumato più della metà (55%) di tutta l’energia erogata nel 2018. Nel settore industriale, l’industria chimica è uno dei maggiori utenti (12% del consumo globale di energia industriale). I tre settori ad alta intensità energetica considerati nel rapporto sono: il cemento, il ferro e l’acciaio e i prodotti petrolchimici (materie plastiche, solventi, prodotti chimici industriali) che contribuiscono ciascuno ad emissioni di diverso tipo (diretto, termico; diretto, chimico e indiretto). Le emissioni da questi settori industriali richiedono soluzioni che vanno al di là dell’elettrificazione degli input energetici. Per ridurre tali emissioni, si dovranno sostituire gli input energetici basati sui combustibili fossili con elettricità a basse o zero emissioni, unitamente ad una migliore integrazione con l’energia termica e l’efficienza energetica. La decarbonizzazione completa di interi settori industriali richiede un approccio multidimensionale e sono tre le aree d’azione identificate:

· ridurre la domanda di prodotti e servizi ad alta intensità di carbonio;

· migliorare l’efficienza energetica negli attuali processi produttivi;

· attuare tecnologie di decarbonizzazione in tutti i settori, che a loro volta possono essere suddivise nei quattro percorsi di decarbonizzazione dal lato dell’offerta (elettrificazione; utilizzo della biomassa; utilizzo dell’idrogeno e combustibili sintetici; utilizzo della tecnologia della cattura del carbonio).

Come già messo in evidenza, chi scrive sostiene pienamente i primi due punti e solo in parte il terzo. Nei settori più energivori, lo stesso rapporto indica alcune opzioni già praticabili. Per il cemento: ottimizzazione del progetto edilizio, riutilizzo del calcestruzzo, sostituzione dei materiali; per il ferro e l’acciaio: ottimizzazione del riciclaggio dei rottami, progettazione del prodotto, uso più intenso dei prodotti; per il petrolchimico: riciclaggio chimico e meccanico, cambiamento del comportamento sulla domanda/utilizzo di plastica, utilizzo di materie prime rinnovabili, progettazione ecocompatibile dei prodotti per consentire un migliore riciclaggio. Per questi settori, i miglioramenti dell’efficienza energetica dovrebbero andare di pari passo con l’efficienza dei materiali stessi e la riduzione della domanda. Azioni queste che dovrebbero essere sostenute attraverso adeguati incentivi.

SETTORE TRASPORTI

Il settore dei trasporti è la spina dorsale di qualsiasi sistema produttivo. Consentire la mobilità di persone e merci significa collegare persone e nazioni favorendo scambi economici e culturali con conseguente sviluppo sociale. La complessità del settore richiede l’attuazione di un mix diversificato di soluzioni di decarbonizzazione all’interno di ciascuno dei suoi quattro segmenti principali: strade, ferrovie, aviazione e navigazione. I percorsi di decarbonizzazione efficaci nei trasporti dovrebbero basarsi principalmente su alcune soluzioni tecnologiche e, soprattutto, su strategie di riduzione della domanda e di trasferimento modale. Inoltre, diversi vettori energetici avranno un ruolo strategico nella decarbonizzazione del settore: l’utilizzo diretto dell’elettricità (tramite batterie o ferrovie elettrificate e sistemi stradali elettrici), più che, come già messo in evidenza, dell’idrogeno e dei carburanti sintetici o della biomassa (concorrenza con la produzione alimentare; deforestazione o perdita di biodiversità, e anche concorrenza con le industrie che attualmente usano la biomassa per prodotti o utilizzi di maggior valore).

SETTORE EDIFICI

Gli edifici rappresentano circa il 36% del consumo finale globale di energia e il 39% delle emissioni globali di gas serra. L’obiettivo della decarbonizzazione totale nel settore degli edifici include la costruzione di nuovi edifici e distretti con zero o quasi zero consumo di energia da combustibili fossili e il rinnovamento totale di edifici esistenti con gli stessi standard di zero emissioni nette di carbonio. Gli attuali tassi di rinnovamento degli edifici si attestano sull’1% annuo circa del patrimonio edilizio esistente, ma per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio entro il 2050 sarà necessario innalzare tale tasso di rinnovo portandolo al di sopra del 3%. Importante ricordare che le emissioni di CO2 risultanti dall’uso di materiali negli edifici rappresentano quasi un terzo delle emissioni connesse all’edilizia: l’industria delle costruzioni deve cambiare radicalmente la propria struttura produttiva per ridurre la propria intensità energetica.

In generale, utilizzando una combinazione di tecnologie e processi già disponibili, edifici e distretti a zero emissioni nette di carbonio possono essere realizzati già oggi (e in effetti ci sono già degli esempi in tutto il mondo), secondo la seguente strategia suggerita dal rapporto:

· massimizzare innanzitutto l’efficienza energetica degli edifici, principalmente attraverso soluzioni passive e a basse emissioni di carbonio;

· adottare sistemi ad alta efficienza e strategie avanzate di controllo e gestione che eliminino le soluzioni inefficienti ed incoraggino sistemi a basse emissioni di carbonio quali le pompe di calore e il teleriscaldamento;

· massimizzare la produzione e l’autoconsumo di energia rinnovabile in loco o nelle vicinanze elettrificando al contempo il settore degli edifici per coprire completamente, o anche superare, la domanda totale di energia di ciascun edificio con il minimo scambio di energia con la rete, stimolando così la gestione, lo stoccaggio e lo scambio di energia a livello distrettuale e promuovendo il concetto di comunità energetica.

Le aree in cui intervenire in questo settore includono, tra le altre, le politiche e i sussidi per favorire, in via prioritaria, il retrofit di edifici esistenti; la realizzazione, con il coinvolgimento attivo del settore industriale, di involucri edilizi ad alta efficienza a costi negativi per il ciclo di vita; una strategia che sposti la domanda verso soluzioni ad alta efficienza integrate con l’obiettivo zero emissioni nette; la promozione di tecnologie per il raffreddamento e riscaldamento distrettuale da rinnovabile; la rimozione degli ostacoli per consentire un pieno autoconsumo e, infine, la promozione di idonei strumenti per la formazione e l’informazione.

E in Italia …

Anche qui, stimolato dalla lettura del rapporto Roadmap to 2050: a Manual for Nations to Decarbonize by Mid-Century della Rete per le soluzioni sullo sviluppo sostenibile e della Fondazione Eni Enrico Mattei, mi pongo alcune domande. Cosa aspettiamo a mettere in pratica queste indicazioni nel nostro Paese? C’è l’ENI, una delle aziende più grandi con oltre 30.000 dipendenti e 77 miliardi di euro di fatturato nel 2018 (ottavo gruppo petrolifero mondiale) di cui lo Stato italiano possiede una quota azionaria superiore al 30%, detenendo quindi un controllo effettivo della società (normato anche attraverso la cosiddetta golden share), che potrebbe giocare un ruolo strategico nella transizione verso un’Italia a zero emissioni. Utopia? Non credo, si tratta di lungimiranza. Questa azienda, come tutte quelle che lavorano nel mondo delle fossili, devono porsi il problema, ben prima che l’ultima goccia di petrolio verrà estratta e non cercare di abbindolare i consumatori con pubblicità distorte al limite del ridicolo. Visto che uno dei due soggetti autori del rapporto è la Fondazione Eni Enrico Mattei, non credo sia difficile che le indicazioni che ne scaturiscono, magari con una rivisitazione su alcune criticità che abbiamo cercato di mettere in evidenza in questo articolo, arrivino a chi di dovere. Ovviamente, deve essere il Governo nazionale ad indicare la strada all’ENI (in attesa di un management lungimirante e con meno scandali sulle spalle), così come a tutte quelle aziende il cui utilizzo dell’energia è una componente essenziale del proprio sviluppo. Gli annunci ascoltati in questi giorni sulla “svolta verde” della prossima Legge di Bilancio ci lasciano ben sperare. Per decidere che le principali aziende energetiche italiane entro il 2050 diventino leader nel mondo sulle energie rinnovabili e non più sulle fonti fossili ci vuole coraggio, ci vuole un Governo coraggioso ma consapevole che si possa fare. Non in tre anni, in trenta. Se l’Italia vuole veramente diventare un paese a zero emissioni entro il 2050 deve iniziare subito con indicazioni precise verso il settore industriale. Indicazioni che si possono dare con politiche chiare e una “visione” lungimirante che possa accelerare il processo di transizione verso una società a zero emissioni. Questa visione al momento ancora non c’è e come già detto più volte: quanto indicato all’interno del redigendo Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) non è compatibile con l’obiettivo della decarbonizzazione del nostro Paese al 2050.

Fonte: .ilcambiamento.it

L’Unesco premia l’inquinamento e la chimica delle colline venete

Brindano i produttori di Prosecco del Veneto dopo il riconoscimento dell’Unesco a patrimonio dell’umanità per le colline di Valdobbiadene e Conegliano. Ma brindano e festeggiano molto meno la popolazione e l’ambiente, che subiscono ogni giorno l’inquinamento dato dall’uso massiccio dei pesticidi.

L’Unesco premia l’inquinamento e la chimica delle colline venete

L’Unesco ha assegnato il prestigioso riconoscimento di “patrimonio dell’umanità” a uno dei luoghi con la maggiore concentrazione di veleni usati in agricoltura come è la zona, famosa per il Prosecco, delle colline di Valdobbiadene e Conegliano. Il Veneto è un’altra di quelle regioni dove si fanno esperimenti sulle cavie umane che vengono riempite di veleni, poiché sono all’ordine del giorno gli inquinamenti di tutti i tipi e l’agricoltura convenzionale è uno dei maggiori responsabili. Però, vuoi mettere essere ricchi e produttivi che soddisfazione dà. Chi se ne frega di cancri, malattie a non finire; bisogna lavorare come pazzi, produrre, accumulare gli sghei e non si può e non ci si deve fermare di fronte a nulla.

Brindano i produttori di vini che con il premio dell’Unesco vedranno aumentare i loro già stratosferici profitti grazie a uno dei prodotti a più alto consumo di pesticidi e con un numero di trattamenti tra i più frequenti e invasivi. Un bombardamento di pesticidi che nelle zone premiate dall’Unesco è più del doppio rispetto alla media. Non bastano gli sbancamenti e la modifica del paesaggio, la distruzione di prati e siepi, non basta l’inaridimento dei suoli, la contaminazione di falde, acque e dei campi limitrofi, l’uccisione di insetti tra cui le api, l’inquinamento per adulti e bambini che si barricano in casa durante le frequenti irrorazioni che avvengono ovunque dato che ogni centimetro quadrato è stato colonizzato dalle vite. Niente ferma la stupidità umana, il tutto per coltivare una pianta che occupa enormi spazi e ne fa una delle monoculture più nocive dal punto di vista ambientale.  Vista la situazione a cui stiamo andando incontro, la monocultura si rivela un danno in più per una agricoltura già ora in grosse difficoltà. Con i cambiamenti climatici, con l’inaridimento e l’impoverimento dei suoli, si avranno produzioni agricole sempre minori soprattutto dei sistemi tradizionali. Sarà quindi inevitabile passare dalla monocultura alla pluricoltura, coltivando in grandissima parte piante e alberi che sfamano la gente. Chissà cosa ci faranno con tutti quei vigneti quando le crisi si faranno più gravi e le persone affamate non avranno abbastanza da mangiare. A quel punto i grandi capitalisti, che vengono ora glorificati per le loro magnifiche gesta che fanno risplendere il nome del vini veneti nel mondo, potranno arrotolare i loro soldi e provare a mangiarli per vedere se ce la fanno a sfamarsi, oppure potranno attingere alle loro produzioni di vini con i quali ubriacarsi a profusione e proporre anche alla popolazione di farlo, per distrarsi dalla fame. E come la principessa Maria Antonietta che disse “Se il popolo non ha pane, che mangi le brioche”, i nostri capi d’industria potranno dire al popolo: “Se non avete da mangiare, ubriacatevi che così vi passa tutto”.

Prima che sia troppo tardi, si riduca drasticamente la produzione vinicola, si converta tutto al biologico e al posto della vite si coltivino innumerevoli varietà agricole e frutteti in una combinazione di foresta commestibile così da ridare vita ad animali e persone, oltre che assorbire CO2. Non è più il tempo di ubriacarsi, è il tempo di prendere in mano la situazione e rendere il Veneto non l’odierna fabbrica  di veleni ma una terra fiorente e che preservi la vera ricchezza, quella della natura, non quella degli sghei.

Fonte:ilcambiamento.it

PFAS, storia di una contaminazione a catena

Di inquinamento da PFAS in Veneto si è iniziato a parlare nel 2013, quando è scoppiata quell’emergenza che ha ora oltrepassato I confini della “zona rossa” ed è stata dichiarata nazionale. Eppure sappiamo oggi che il più grave inquinamento delle acque della storia italiana ha avuto origine anni prima a causa di una pericolosa gestione del territorio che ha determinato negli anni contaminazioni e reazioni a catena. Tra queste la mobilitazione di mamme, cittadini e associazioni che lottano nel tentativo di limitare le conseguenze ambientali e sanitario di questo “veleno invisibile”. Eppure, oggi più che mai, la via d’uscita da questo disastro appare lontana. I PFAS sono composti chimici industriali utilizzati per rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. Sono usati nella produzione di molti oggetti di uso quotidiano come padelle di teflon, carta da forno sbiancata, packaging per fast food, abbigliamento reso impermeabile o isolante e lubrificanti. Da almeno 60 anni queste sostanze si diffondono e avvelenano le falde acquifere, acque superficiali e acquedotti del Veneto occidentale ma ormai sono diffusi nel fiume Po e quindi anche nel mare Adriatico. L’Ispra ha stimato per il solo danno ambientale 136,8 milioni di euro. Per il secondo anno il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza da contaminazione delle falde idriche di Verona, Vicenza e Padova. Man mano che la regione Veneto aggiorna i dati, aumentano i comuni contaminati oltre a quelli già presenti nella zona “rossa” attorno a Trissino dove ha sede l’incriminata azienda Miteni Spa. A sempre più persone vengono riscontrati valori elevati nel sangue di PFAS e si allargano gli screening anche alla popolazione pediatrica. Queste sostanze rappresentano un grave pericolo sia per la salute umana che per l’ambiente, sono catalogate nelle liste internazionali di sostanze estremamente preoccupanti (SVHC) perché tossiche, persistenti e bio-accumulabili cioè il nostro corpo le integra e le accumula; esse sono particolarmente subdole perché inodori, incolori e insapori.

La gestione del caso Miteni

La Miteni Spa, un’azienda chimica specializzata in produzione di intermedi fluorurati per agrochimica, farmaceutica e chimica fine, dal 1977 ha scaricato sostanze altamente tossiche nei corsi d’acqua ma l’inquinamento da tali sostanze è stato constatato solo nel 2013. Questo evento ha portato alla luce un intero sistema di pericolosa gestione del territorio. Il 20 marzo di quest’anno i carabinieri del NOA (Nucleo Operativo Ecologico) in 270 pagine certificano, con 13 rinvii a giudizio tra i dirigenti aziendali, che la Provincia di Vicenza ha nascosto l’inquinamento per 13 anni: “C’è stata la volontà di non far emergere la situazione, colpevole anche l’Agenzia Ambientale regionale, l’organo di controllo, Arpav”.  

L’attività industriale

Le attività industriali che usano questi prodotti sono quelle per la lavorazione delle pelli, del tessile, le cartiere e le produzioni con inchiostri e tinture. Le industrie rilasciano questi composti come fanghi, scarichi e contaminanti del suolo. Ma sono soprattutto le concerie le industrie incriminate. L’ltalia rappresenta il 66% della produzione conciaria europea, il Veneto il 52% della produzione italiana del settore. Ne consegue che la sola industria della pelle del Veneto consuma ogni anno, secondo i dati dell’agenzia europea ECHA che disciplina l’uso delle sostanze chimiche, circa 160 tonnellate di sostanze che rilasciano PFOA e che non sono mai state oggetto di analisi negli scarichi industriali perché precursori dei PFAS. A questi vanno ad aggiungersi 30 tonnellate di PFOA e sali di PFOA puri o utilizzati in miscele vendute in Europa. In Italia la chiusura delle indagini preliminari della procura di Vicenza sull’azienda Miteni ha sollevato gravi responsabilità di Istituzioni Pubbliche ed enti di controllo per il più grave inquinamento delle acque della storia italiana con interessamento, per ora, di 350 mila persone e più di 90.000 abitanti da sottoporre a controllo clinico. Già dal 2010 la Provincia di Vicenza era a conoscenza dell’incremento della contaminazione da PFAS dovuta alla Miteni e così l’Arpav Veneto, l’organo di controllo.

La diffusione dei PFAS si sarebbe potuta arginare 10 anni fa. 

Eppure la regione Veneto si è inserita nel fallimento della Miteni per essere risarcita di 4,8 milioni di euro. Inoltre il Ministero delle politiche economiche ha messo a disposizione fondi al Commissario Delegato, Nicola Dell’Acqua, per una quota complessiva di 56,8 milioni con il compito di iniziare, e portare avanti, gli interventi urgenti. Ulteriori 80 milioni saranno stanziati dal Ministero dopo un un Accordo di programma da sottoscrivere con la Regione Veneto. Quindi l’onere della bonifica è a carico dello Stato ma gestita dalla Regione.

Contaminazioni a catena

L’acqua è la base di ogni forma di vita e si distribuisce in ogni parte dell’ecosistema. Oltre che nei rubinetti dell’acqua potabile i PFAS sono entrati nella catena alimentare, nell’agricoltura, negli allevamenti e nella pesca. Infatti l’acqua è responsabile solo per il 20% della contaminazione, il restante 80% è dovuto agli inquinanti presenti nella catena alimentare e nell’aria (EFSA, 2017). Nessuna iniziativa, fino ad ora, è stata adottata nei confronti dell’origine alimentare della contaminazione. Infatti le Istituzioni hanno diffuso segnali rassicuranti basandosi su parametri dose/giornaliera vecchi di 10 anni quando ancora gli studi sull’impatto della contaminazione erano appena cominciati. Mentre in America già molte persone sono state risarcite per avvelenamento da PFAS, in Italia si attendono le prove causa-effetto non bastando il “probabile collegamento” che già emerge dagli studi epidemiologici. Dagli studi del Prof. Carlo Foresta dell’Università di Padova, endocrinologo e andrologo si prospetta una crescita esponenziale di infertilità nelle future generazioni, soprattutto maschile. Infatti i PFAS, interferenti endocrini, per la loro natura chimica si sostituiscono all’ormone testosterone nei tessuti dove questo dovrebbe agire. Questo determina grave insufficienza del sistema riproduttivo ma anche problematiche ormonali a lungo termine.

I valori guida di riferimento

Leggiamo dal documento/inchiesta pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land che la pubblicazione dei nuovi valori guida per la salute umana indicati dall’EFSA(organo di controllo europeo) è per ora stata sospesa per la pressione delle lobbies chimiche sulle Istituzioni Europee. Ma sono state pubblicate dalla rivista del Sindacato veterinari di medicina pubblica del Veneto: per PFOS e PFOA sono rispettivamente di 13 ng/kg e 6 ng/kg peso corporeo per settimana. Emergerebbe una enorme discrepanza con i dati di riferimento della regione attualmente in atto per le valutazioni: in totale un litro d’acqua, definita potabile, può contenere fino a 390 ng di PFAS. Ad esempio un bambino di 10kg supererebbe la soglia giornaliera solo bevendo un litro di acqua. Su tali parametri sono basati anche i pochi monitoraggi dell’istituto Superiore di Sanità sugli alimenti vegetali e animali. Questo è uno dei punti chiave che necessita di misure urgenti poiché nessuno è in grado di stimare l’entità delle contaminazioni e il nesso dose/rischio per la salute sia degli abitanti della zona sia di quelli delle altre regioni dove i prodotti vengono distribuiti. Per ora la regione Veneto ha emesso un’ordinanza che vieta fino al 30 giugno il consumo del pesce pescato proveniente dalle aree dove sono state riscontrate positività analitiche per i PFAS. Ma non c’è nessun controllo, non emerge la capacità di gestire la situazione neanche di saperla valutare.

Campi del Veneto visti dall’aereo

Le economie di zona

Storicamente la ricchezza della Regione deriva proprio dall’opera di regimentazione delle acque attraverso le bonifiche delle paludi che permisero ad una delle zone più povere d’Italia il grandioso sviluppo economico prima agricolo e poi industriale. Dagli anni ’60 lo sviluppo industriale di questo territorio ha avuto una forte connotazione chimica. Gli impianti di Marghera della Monsanto e della Sicedison hanno posto le basi per diventare uno dei più importanti poli per la produzione di materie plastiche in Europa. Poi si insediò la Rimar, che in seguito diventa appunto Miteni, costruita sulla seconda falda acquifera più grande d’Europa, grande come il Lago di Garda. La zona di Arzignano rappresenta il più grande polo europeo della concia che scarica nella zona migliaia di tonnellate di rifiuti tossici arrivando ormai alla nona discarica e con nessun intervento da parte delle autorità di controllo. Reflui conciari e reflui della Miteni viaggiano vicini, vengono diluiti con acqua pulita, paradossalmente definita “vivificazione”, ma non filtrati dai PFAS. Infatti gli impianti di depurazione continuano a non limitare il problema poiché non sono in grado di filtrarli ed eliminarli. I PFAS continuano a scorrere abbondantemente lungo la pianura e ad accumularsi, sono fatti proprio per non degradarsi. Questa stessa zona è toccata anche da una grande opera in costruzione: la superstrada Pedemontana. Corre proprio lungo la fascia di ricarica della falda acquifera di buona parte della pianura padana, è costruita “in trincea” cioè diversi metri al di sotto del livello campagna. Così in alcuni tratti si vedono i muri, appena costruiti, percolare liquami tossici. Inoltre subisce continuamente crolli e rattoppi incontrando anche discariche industriali abusive e zone instabili. Non sembra che la politica di sviluppo della regione segua una progettazione organica tra le varie problematiche né che ci sia un’adeguata analisi idrogeologica. Sicuramente si continua a seguire un modello di sviluppo che non protegge territorio e salute. Non si riscontra neanche il vantaggio economico poiché la Pedemontana negli anni ha quadruplicato i costi che nessuna banca ha voluto finanziare e quindi la Regione ha chiesto l’intervento dell’Anas cioè dello Stato. Per ora il costo ammonta a 12 miliardi.

L’altra faccia del Veneto

Già dal 2014 diverse associazioni attive sul territorio si sono riunite nel coordinamento Acqua libera da PFAS che ha cercato di sensibilizzare cittadini, enti pubblici e di controllo e ha chiesto per anni di indagare quale fosse il reale impatto sull’ambiente e sulla salute. Ora che iniziano maggiori controlli sulle acque e nel sangue degli abitanti i dati sono allarmanti e ancora molto sottostimati. 

Il movimento No PFAS è stato il motore che ha rotto un sistema di omertà e dolo ma anche di inadeguatezza e immobilismo tra Istituzioni e forti interessi economici. I partecipanti hanno subito 5 avvisi di garanzia per aver spinto alle indagini e dubitato delle rassicurazioni. Chiedono “Zero PFAS” per uscire dalle contrattazione dei cosiddetti “limiti accettabili” che sono la mediazione possibile per poter continuare a produrre. Nessuna opera di bonifica, che comunque non è neanche all’orizzonte, può funzionare se prima non si bloccano le sorgenti dell’inquinamento. Chiedono analisi e dati, di poter effettuare esami del sangue per controllare il proprio stato di contaminazione. Non possono effettuarli né gratuitamente né pagando il ticket e nemmeno privatamente poiché non sono analisi comuni. I cittadini sono pertanto privati di una forma di controllo della propria salute che rimane nelle mani di chi fa i monitoraggi ufficiali. Nella mancanza totale di informazioni si è costituita la Redazione di PFASLand che rappresenta l’Organo di informazione dei gruppi-comitati-associazioni NO PFAS della Regione del Veneto che raccoglie le più importanti realtà maturate in questi anni: Mamme No PFAS, Angry Animals dei Centri Sociali, Greenpeace, Legambiente, ISDE, Medicina Democratica, CiLLSA, associazione di Arzignano, Coordinamento Acqua Bene Comune di Vicenza e Verona, Rete Gas Vicentina, gruppi territoriali NO PFAS indipendenti, in continua nascita.

Grazie al Comitato scientifico della Redazione PFASLand il 12 aprile è nata la prima mappa digitale navigabile sulla contaminazione da PFAS, dove ogni cittadino potrà verificare quanto inquinati siano il pozzo, la risorgiva, il fiume, le acque in prossimità della propria casa, del proprio orto, le stesse acque con cui si irrigano i campi e si allevano gli animali, per arrivare poi in forma di alimenti non solo sul proprio piatto, ma anche su quello degli altri. Uno strumento popolare, un bene comune ma complesso, basato sui dati aggregati ArpaV, usando software liberi come QGIS. Dal documento pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land precedentemente citato leggiamo: “Per la bonifica di un territorio così grande, dei bacini fluviali, delle colture, per l’aiuto ai produttori danneggiati dall’inquinamento e il risanamento totale delle loro aziende, per la mano d’opera occorrente e gli strumenti, il personale medico e le strutture sanitarie, c’è bisogno di grandissime risorse economiche di cui la Regione non dispone. Sarà necessario un piano di solidarietà nazionale, coordinato dai ministeri competenti, per garantire un budget inimmaginabile ma necessario. 

Confligge con tale bisogno la logica perversa con la quale tutte le forze politiche del Veneto si sono accodate alla richiesta di Zaia che esclude ogni tipo di solidarietà nazionale nei confronti di chi produce meno o amministra male. Però non puoi chiedere aiuto agli altri se neghi il senso della solidarietà nazionale che è alla base di un paese democratico i cui governanti sappiano guardare un tantino più in là del proprio naso… Ricordo da bambino i camion pieni di vestiti e coperte che partivano, salutati dalla folla, da una Sicilia poverissima in aiuto degli alluvionati del Polesine”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/pfas-storia-contaminazione-catena/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Plastic Radar: come segnalare da WhatsApp la plastica nelle acque

Greenpeace ha riattivato Plastic Radar, l’applicazione per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie del mare. Novità di questa edizione la possibilità di segnalare i rifiuti in plastica anche nei nostri fiumi e laghi. Greenpeace ha riattivato Plastic Radar il servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica che inquinano spiagge, mari e fondali e che, a partire dall’edizione di quest’anno, include anche l’inquinamento da plastica nei nostri fiumi e laghi. Partecipare è semplice, basta avere un telefono cellulare su cui sia installata l’applicazione WhatsApp e, una volta ritrovato un rifiuto di plastica in mare, spiaggia, in fiumi o laghi, segnalarlo al numero di Greenpeace +39 342 3711267 tramite l’applicazione. Per effettuare una segnalazione è necessario inviare a Plastic Radar una foto in cui sia ben riconoscibile il tipo di rifiuto/oggetto e, se possibile, anche il marchio dell’azienda produttrice, insieme alle coordinate geografiche del luogo dove è stato individuato il rifiuto. La chatbot di Plastic Radar porrà successivamente delle domande per reperire le informazioni necessarie per registrare e validare la segnalazione. I dati saranno disponibili in forma aggregata – nell’arco di 24-48 ore – sul sito. Greenpeace invita tutti i partecipanti a raccogliere i rifiuti, differenziarli e depositarli negli appositi contenitori una volta effettuata la segnalazione.

“Nella nostra recente spedizione di ricerca e documentazione “MAYDAY SOS Plastica” nel Tirreno abbiamo verificato che i nostri mari e le nostre spiagge sono soffocate dalla plastica. Tra i punti più contaminati la foce del Sarno, a conferma che i fiumi sono una delle principali vie di ingresso dei rifiuti in mare. Per questo raccogliamo anche segnalazioni relative alla presenza di rifiuti in plastica lungo fiumi e laghi”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Chiediamo una mano a tutti: insieme possiamo denunciare cosa sta succedendo e accendere i riflettori su una delle emergenze ambientali più gravi dei nostri tempi”. 

Attraverso il sito Plastic Radar sarà possibile scoprire quali sono le tipologie di imballaggi più comuni che inquinano mari, spiagge, fiumi e laghi, a quali categorie merceologiche appartengono e quali sono le aziende che dipendono maggiormente dalla plastica monouso nell’offerta dei propri prodotti.  

“L’iniziativa lanciata l’anno scorso ha avuto un enorme successo con oltre 6.800 segnalazioni valide e ci ha aiutato a far luce sui rifiuti in plastica più presenti nei mari italiani. La maggior parte erano prodotti usa e getta, in primis bottiglie di plastica, e appartenenti a marchi ben noti come San Benedetto, Coca Cola e Nestlè. Le grandi aziende continuano a immettere sul mercato enormi quantitativi di plastica usa e getta non assumendosi alcuna responsabilità circa il suo corretto riciclo e recupero. Se vogliamo veramente fermare l’inquinamento da plastica nei nostri mari è necessario che le grandi aziende avviino immediatamente programmi per ridurre drasticamente il ricorso all’utilizzo di imballaggi e contenitori in plastica usa e getta” , conclude Ungherese.

 Delle quasi 6.800 segnalazioni valide ricevute nell’estate 2018, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, ovvero oggetti progettati per un utilizzo che va da pochi secondi ad alcuni minuti, e in gran parte rappresentati da bottiglie per l’acqua minerale e bevande (25 per cento); a seguire, nell’ordine: confezioni per alimenti (circa il 10 per cento), frammenti (6 per cento), sacchetti di plastica (4 per cento), bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento) e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento).  

Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione, sottoscritta da più di un milione di persone in tutto il mondo, in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso

Leggi il report “Plastic Radar 2018

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2019/07/greenpeace-rilancia-plastic-radar-per-segnalare-plastica-nostre-acque/

Plastica nello stomaco del capodoglio spiaggiato: “L’SOS disperato del mare”

Nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa a Cefalù, in Sicilia, è stata trovata molta plastica. “Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano”. Lo afferma Greenpeace pronta a salpare insieme a The Blue Dream Project per monitorare lo stato di salute dei nostri mari. A pochi giorni dalla partenza di una spedizione di ricerca, monitoraggio, documentazione e sensibilizzazione sullo stato dei nostri mari, organizzata insieme a The Blue Dream Project, Greenpeace diffonde le immagini di quanto è stato ritrovato nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa sulle coste della Sicilia.

«Quello che è stato trovato due giorni fa sulla spiaggia di Cefalù era un giovane capodoglio di circa sette anni appena. Come si può vedere dalle immagini che diffondiamo, nel suo stomaco è stata trovata molta plastica. Le indagini sono appena iniziate e non sappiamo ancora se sia morto per questo, ma non possiamo certo far finta che non stia succedendo nulla», dichiara Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace Italia.  

«Sono ben cinque i capodogli spiaggiati negli ultimi cinque mesi sulle coste italiane. Nello stomaco della femmina gravida ritrovata a marzo in Sardegna sono stati trovati addirittura 22 kg di plastica. Il mare ci sta inviando un grido di allarme, un SOS disperato. Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano».

Greenpeace e The Blue Dream Project monitoreranno per tre settimane i livelli di inquinamento da plastica in mare, in particolare nel Mar Tirreno Centrale. Una spedizione di ricerca che si concluderà in Toscana l’8 giugno, in occasione della Giornata mondiale degli oceani. In occasione della conferenza stampa di presentazione del tour, che si terrà martedì 21 maggio alle ore 11 presso la Sala conferenze Lega Navale di Ostia, i ricercatori del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padova, centro di riferimento per le autopsie sui grandi cetacei spiaggiati lungo le coste italiane, presenteranno un report preliminare sullo spiaggiamento dei cetacei in Italia, con un focus proprio sui capodogli e la plastica. 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/plastica-stomaco-capodoglio-spiaggiato-sos-disperato-mare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Chi ci vaccina contro l’inquinamento di aria, acqua e cibo?

Alle campagne esasperate che allarmano la popolazione contro potenziali epidemie e che obbligano alla vaccinazione di massa, non corrispondono campagne altrettanto convinte che contrastino i livelli paurosi di inquinamento raggiunti da aria, acqua e suolo e che causano migliaia di morti anche in Italia. Come mai?

Le campagne messe in atto dalle aziende farmaceutiche per obbligare tutti a vaccinarsi per qualsiasi cosa sono condotte per continuare a guadagnare enormi somme di denaro da aggiungere a introiti già inimmaginabili. Faticosamente e contro forze soverchianti, medici, esperti, volontari, genitori, persone che si informano attraverso una letteratura scientifica ormai vastissima, cercano di mettere in guardia sull’acclarata pericolosità dei vaccini e di rendere quantomeno libera la scelta fra vaccinarsi o meno.

Che ci sia del marcio dietro e che le campagne allarmistiche trovino eco nei media, spesso prezzolati dalla stesse potenti multinazionali dei farmaci, è confermato dal fatto che, quando ci sono casi di una o l’altra malattia che si presume siano derivanti da una non vaccinazione, vengono ingigantiti a dismisura e si urla contro i nemici della “scienza” che hanno l’ardire di pensare con la loro testa e vorrebbero semplicemente essere informati correttamente.

Scienza che, va ricordato, viene presa a Dio indiscusso solo quando serve gli interessi di chi deve fare profitti; se poi la stessa scienza va contro gli interessi di quei profitti, allora non è più scienza, non conta nulla e deve essere combattuta in tutti i modi.

Quindi, stranamente, sulle migliaia di morti che ci sono per l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei cibi non si alza nessun grido o campagna a tappeto, né di informazione, né di altro tipo. Altrettanto stranamente non scatta nessun “allarme epidemico” che invece dovrebbe esserci quando tante persone sono chiaramente a rischio e danneggiate. Ma se ci si preoccupa della salute, a maggior ragione ci si dovrebbe preoccupare di tante vite in pericolo. Quindi una domanda sorge spontanea: a quando i vaccini contro l’inquinamento che miete costantemente vittime a tutto spiano? Ovvio che non ci sarà né un vaccino, né una campagna mediatica nemmeno lontanissima parente della caccia alle streghe che si fa sui vaccini.

Eppure il problema anche solo numericamente è assai più grave. Ci sono 90 mila morti l’anno in Italia per inquinamento dell’aria, e altre migliaia di morti che si manifestano in cancri e avvelenamenti vari dovuti al cibo che mangiamo e all’acqua che utilizziamo. E se tanto mi dà tanto, ci dovrebbero essere titoli a caratteri cubitali e coperture mediatiche per mesi interi su queste immani tragedie che colpiscono così tanti italiani. Invece no, perché non ci sono lobby potentissime a difendere tutti questi morti e malati; anzi, accade esattamente il contrario: le lobby potentissime producono esse stesse inquinamento e quindi si fa poco e niente.

I morti, i lutti, la disperazione di chi perde un caro, devono avere tutte la stessa importanza. Quindi si cambi completamente paradigma, si investano soldi, si facciano campagne mediatiche, si informi capillarmente la cittadinanza, si puniscano i colpevoli di chi tutti i giorni ci ammazza con i propri veleni e gli si impedisca di continuare a seminare morte indisturbato, piuttosto che dare addosso a chi si ostina a non accettare la sola versione di chi ha soldi e potere.

Fonte: ilcambiamento.it