Kalulu, prodotti locali e genuini alla portata di tutti

Rendere il consumo di prodotti locali e genuini un fenomeno “di massa” e non un lusso riservato a pochi fortunati. È questo l’obiettivo di Kalulu, il portale che promuove la filiera corta, aiuta i piccoli produttori a raggiungere nuovi clienti e abbatte l’inquinamento dovuto ai trasporti della grande distribuzione. Mangiare sano in città è possibile, Kalulu  è un modo per farlo. Il portale ha l’obiettivo di promuovere la filiera corta mettendo in contatto diretto chi produce e chi consuma, garantendo la vendita di prodotti di qualità a costi contenuti. Il progetto nasce da un’idea di Emanuel Sabene, poi il team si è ingrandito grazie alla collaborazione di Giorgio Scrocca e Domenico Angilletta che hanno contribuito a lanciare il servizio, fino ad arrivare alla piattaforma che è oggi, con oltre 400 aziende iscritte e 40 mila utenti.

Come funziona? Basta iscriversi indicando il proprio indirizzo di residenza, da quel momento Kalulu segnala via e-mail tutte le offerte in corso nei punti di consegna più vicini e all’utente non rimane che prenotare la propria spesa nel giorno e all’orario stabiliti.basket-of-veggies-jpg

Lo strano nome ha un significato ben preciso e richiama gli obiettivi del progetto, “Kalulu è il coniglio protagonista di una serie di favole africane” – racconta Emanuel – “in una di queste, Kalulu convince il re leone a seguire un’alimentazione più sana, a beneficio di tutti gli altri animali della foresta. Metaforicamente, è un po’ quello che cerchiamo di fare anche noi”. Per spiegare l’utilità di questa iniziativa è necessario fare una premessa. I prodotti che arrivano oggi sulle nostre tavole hanno percorso una media di 354 chilometri, consumato 123 litri di benzina e prodotto 948 grammi di emissioni per ogni chilo di merce.

“Noi vogliamo proporre un modello che renda il consumo dei prodotti locali un fenomeno di massa e non un lusso riservato a pochi fortunati” – spiega Emanuel – “crediamo che vendere un alimento fresco di giornata e a chilometro zero, possa essere competitivo con il prodotto della grande distribuzione”. E prosegue spiegando il grande paradosso che c’è alla base della GDO:  per fornire la massima scelta garantendo il profitto, si finisce con il privare i clienti della scelta. Puoi decidere se comprare un pomodoro san marzano o un pachino in qualsiasi momento dell’anno, ma non puoi decidere da dove viene.20160115-things-never-to-but-at-supermarket-

La logica del profitto porta sulle nostre tavole cibo che viene prodotto in luoghi lontani, sempre più spesso fuori dall’Italia se non addirittura fuori dal continente. Se il prezzo finale è ancora conveniente bisogna chiedersi a quale prezzo (fuor di scontrino) si rende possibile tutto questo. Cosa è successo nel luogo di produzione e durante il trasporto? Quante e quali risorse non rinnovabili sono state impiegate per spostarlo e conservarlo? Se nella grande distribuzione, per ogni euro di prodotto che acquistiamo, 80 centesimi vanno ai costi di trasporto, logistica e intermediazione, solo 20 centesimi sono destinati a garantire la qualità di quello che mangiamo. Troppo poco. Grazie a questa piattaforma invece, mangiare sano a un prezzo ragionevole può tornare a essere un diritto.

“Abbiamo calcolato che ad oggi i nostri utenti hanno contribuito per un taglio complessivo di 1500 tonnellate di CO2 passando dalla grande distribuzione alla vendita diretta” – conclude Emanuel – “un numero enorme che ci rende davvero orgogliosi del nostro lavoro. A noi piace pensare che per ogni cassetta che viene consegnata, compresa nel prezzo c’è un po’ di aria pulita da respirare tutti insieme”.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2017/05/kalulu-prodotti-locali-genuini-portata-di-tutti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

PFAS in Veneto: l’inquinamento è sotto controllo?

L’acqua potabile di molti comuni del Veneto risulta inquinata da PFAS, composti chimici altamente pericolosi per l’uomo e per l’ambiente. Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere di individuare e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS e di abbassare i livelli consentiti per queste sostanze. Da diversi anni l’acqua potabile di molti comuni veneti è inquinata da PFAS, composti PerFluoroAlchilici, un gruppo di sostanze chimiche di sintesi estremamente pericolose per l’uomo e per l’ambiente e presenti in molti prodotti di uso comune (pentole antiaderenti, indumenti e tessuti impermeabili-idrorepellenti, anti-macchia e ignifughi, pelletteria, carte alimentari oleate e carta forno, contenitori in plastica per alimenti e bevande, pesticidi, insetticidi e detersivi, solo per citarne alcuni). Da qualche settimana Greenpeace Italia ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di individuare e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS e di abbassare i livelli consentiti per queste sostanze nell’acqua potabile allineandoli con quelli in vigore in altri paesi europei “perché salute e ambiente vengono prima del profitto”.Pfas3

Foto Greenpeace Italia

A marzo 2017 Greenpeace Italia ha rilevato la presenza di PFAS negli scarichi di diverse industrie locali, ma il problema è noto sin dal 2013 in seguito alla pubblicazione di uno studio del CNR-Consiglio Nazionale delle Ricerche che ha appurato la contaminazione da PFAS nei corsi d’acqua (in particolare nel torrente Agno) e nelle falde acquifere di una vasta area compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova (in tutto una sessantina di comuni) e abitata da oltre 350.000 persone. Tuttavia la Regione Veneto – denuncia Greenpeace Italia – invece di bloccare le fonti di inquinamento e la distribuzione di acqua potabile alla popolazione, ha deciso di alzare i limiti dei livelli di PFAS nelle acque destinate al consumo umano. I livelli di PFAS consentiti in Veneto sono stati innalzati più volte negli ultimi anni e, oggi, sono tra i più alti al mondo (530 ng/l in Veneto contro 100 ng/l della Germania e 70 ng/l degli USA). Tra il 2013 e il 2016 anche ARPAV-Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto ha rilevato la contaminazione da PFAS ed ha individuato una delle principali fonti di inquinamento nel depuratore di Trissino (provincia di Vicenza), nel quale confluiscono gli scarichi di un’azienda chimica locale. Ma, come evidenzia Greenpeace Italia nel suo report di marzo 2017 intitolato “PFAS in Veneto: inquinamento sotto controllo?”, la contaminazione è correlata anche alla presenza ultradecennale in provincia di Vicenza dei distretti tessile di Valdagno e conciario di Arzignano, entrambi vicini al torrente Agno.  Nel 2015 in Veneto, così come in altre aree del mondo interessate dall’utilizzo di PFAS (Greenpeace cita ad esempio di Stati Uniti, Cina e Olanda) queste molecole artificiali non sono state riscontrate solo nell’acqua, ma anche nel sangue degli abitanti e in alcuni alimenti come uova, pesci, fegato bovino e verdura.Rubinetto3

Nel maggio del 2015 la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità hanno lanciato un programma di monitoraggio biologico su oltre 600 persone residenti in 14 comuni veneti al fine di valutarne il grado di esposizione tramite l’analisi di campioni di sangue. I risultati preliminari hanno mostrato che, in alcune delle popolazioni venete più esposte, le concentrazioni di PFOA (Acido PerFluoroOttanoico, uno dei molti tipi di PFAS) sono fino a 20 volte più alte rispetto alle popolazioni italiane non esposte a questa contaminazione. I PFAS sono considerati “inquinanti persistenti globali” e l’esposizione ad altre concentrazioni è stata correlata dalla comunità scientifica internazionale a gravi effetti sulla salute umana e sull’ambiente. Sono interferenti endocrini, sostanze che vanno ad interferire nei processi primari di sviluppo dell’organismo umano, cioè vanno a “disturbare” la normale comunicazione tra cellule e ormoni, in particolare con gli ormoni che regolano la riproduzione. Inoltre, sono correlati all’insorgenza di tumori ai testicoli e ai reni, possono causare colesterolo alto, ipertensione, alterazione dei livelli del glucosio, patologie della tiroide e, una volta entrati nel corpo umano attraverso la catena alimentare o l’acqua, hanno ciclo di emivita pari a 25 anni (cioè permangono nel sangue umano per 25 anni prima di essere eliminati dai reni). “Da un punto di vista medico, le popolazioni esposte ai PFAS, in particolare quelle che vivono nelle vicinanze degli impianti produttivi, possono considerarsi a rischio”, ha dichiarato il dottor Vincenzo Cordiano, ematologo e presidente di ISDE Vicenza (Associazione Medici per l’Ambiente-ISDE Italia). I PFAS, ha spiegato il dott. Cordiano, sono molecole artificiali che resistono fino a 400°C e per i quali non esiste ancora alcuna metodica di degradazione, né naturale né chimica. Perciò tendono ad accumularsi nell’ambiente, nell’acqua e nell’aria (attraverso gli insetticidi che si disperdono nel pulviscolo atmosferico) e da qui, attraverso la catena alimentare e la respirazione, nel sangue e nei tessuti di animali e uomini. Inoltre, interferendo con la funzione degli ormoni sessuali sono importanti anche per la conservazione delle specie animali e della biodiversità.Pfas1

Foto Greenpeace Italia

“La contaminazione minaccia seriamente le popolazioni esposte”, ha sottolineato Giuseppe Ungherese, campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Secondo quanto dichiarato da Greenpeace Italia e confermato da Acque Veronesi – la società che gestisce l’erogazione dell’acqua potabile nella città di Verona – a marzo 2017 è stato superato il livello consentito di PFOS nell’acqua potabile di un pozzo dell’acquedotto che serve la città veneta. “Il PFOS (Perfluoro Ottan Sulfonato) è una delle sostanze più pericolose del gruppo dei PFAS, tanto da essere l’unico composto regolamentato a livello internazionale. Il PFOS è un noto interferente endocrino che può accumularsi nel fegato, nei reni e nel cervello umano” ha dichiarato Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Questo superamento conferma quanto la situazione in Veneto sia gravissima e che le misure adottate finora dalle autorità regionali non sono adeguate per fermare l’inquinamento da PFAS. Eventi di questo tipo ci dicono che si è ben lungi dall’avere il controllo delle fonti e dell’entità della contaminazione e, per questo, ribadiamo alla Regione la necessità di un monitoraggio degli scarichi il più ampio possibile. Solo così saranno tutelati in modo adeguato l’ambiente e la salute dei cittadini”. Per tutti questi motivi Greenpeace Italia ha deciso di lanciare la petizione online in cui chiede alla Regione Veneto di fermare gli scarichi di PFAS nelle aree contaminate, adeguare i limiti di sicurezza per la presenza di PFAS nell’acqua potabile ai valori restrittivi adottati da altri Paesi Europei, censire gli scarichi e individuare tutti i responsabili dell’inquinamento da PFAS: “la salute e la sicurezza dei cittadini viene prima del profitto delle industrie”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/pfas-veneto-inquinamento-sotto-controllo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Giornata mondiale della Terra: a chi e a cosa serve?

Quest’anno la Giornata Mondiale della Terra, che si celebra il 22 aprile, è giunta alla sua 47ima edizione. È promossa dalle Nazioni Unite e lo scopo dichiarato è quello di sconfiggere il degrado ambientale. Ma in questi 47 anni quanti progressi sono stati fatti in questa direzione? Dateci il vostro parere.terra

Da 47 anni il 22 aprile si celebra la Giornata mondiale della Terra con iniziative simboliche ed estemporanee un po’ dappertutto. Quest’anno addirittura la Nasa si è inventata una iniziativa in occasione della Giornata: la possibilità di “adottare” un pezzetto del pianeta, in modo, ovviamente, del tutto simbolico. Per partecipare a “Adopt The Planet” bastano pochi secondi: basta digitare il proprio nome nel modulo e premere sul tasto verde. Uno dei 64mila posti disponibili del globo terracqueo verrà assegnato all’utente, che potrà visualizzarlo sulla mappa con tanto di coordinate e conoscerne anche le caratteristiche.

QUI tutte le iniziative organizzate in Italia per il 22 aprile

Ma quanti passi concreti, scelte efficaci e scomode, provvedimenti efficaci e definitivi sono stati adottati in questi 47 anni? Dai dati e dalle condizioni del pianeta, sembra chiaro che si è andati in tutt’altra direzione.

Sui trasporti che si fa? Ci stiamo soffocando e avremo aerosol al veleno per i prossimi 30 anni

Le grandi foreste? Le stiamo divorando

L’inquinamento? Fa già sei milioni di morti

La barriera corallina? Presto sarà solo un ricordo

L’Europa? Salva il carbone e affonda le rinnovabili

Eppure avremmo la soluzione già in tasca se lo si volesse.

Paolo Ermani (presidente dell’associazioe Paea), per esempio, lo ha scritto innumerevoli volte facendo alcuni semplici esempi:

Il futuro energetico è già qui

La (non) politica energetica italiana è alla canna del gas

Vivere basso, pensare alto: è tempo di scelte

Ma servono scelte radicali, scomode, che scombinano lo status quo, che toccano enormi interessi… quindi meglio celebrare una volta l’anno la Giornata mondiale della Terra e tornarsene ai propri affari gli altri 364 giorni.

fonte: ilcambiamento.it

 

Quanto “costa” l’inquinamento? Sei milioni di morti. Ed è solo l’inizio

Il recentissimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riassume i dati degli ultimi anni su inquinamento e suo impatto sulla salute e fornisce il dato dei morti prematuri a causa proprio dei contaminanti ai quali siamo espossti: 6 milioni. Eppure si continua a parlare a fare altro…9507-10262

L’inquinamento atmosferico – proveniente sia da sorgenti indoor che da fonti esterne – rappresenta il più grave rischio ambientale per la salute e, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel 2012 (che rappresenta il dato più recente disponibile per l’analisi appena pubblicata) risulta correlato alla morte prematura di oltre 6 milioni di persone. Quindi, proviamo a pensare a quante morti ci sono state e con quale possibile e plausibile trend in aumento dal 2012 ad oggi! Il rapporto dell’Oms si intitola “Evolution of WHO air quality guidelines: past, present and future” e riassume i principali documenti pubblicati a partire dagli anni Cinquanta, la loro evoluzione relativamente ai criteri di valutazione della qualità dell’aria e dell’impatto sulla salute umana, e che hanno portato allo sviluppo di una serie di linee giuda, sia per l’inquinamento dell’aria indoor sia outdoor. Il documento sottolinea l’evoluzione dell’evidence scientifica sugli effetti dell’inquinamento dell’aria sulla salute ed è uno strumento di supporto per i decisori nella definizione di strategie di gestione e controllo della qualità dell’aria. Vengono inoltre presentate le attività in corso e le direzioni future auspicate.

QUI il documento completo “Evolution of WHO air quality guidelines: past, present and future”

QUI il comunicato stampa sul sito dell’Oms.

Tra le vittime più colpite dall’inquinamento atmosferico ci sono senza dubbio i bambini. E a questo proposito è utile e interessante la visione del video messo a disposizione dall’associazione “Cittadini per l’aria” sulla conferenza che si è tenuta lo scorso 26 gennaio a Milano dal titolo “Salute e inquinamento atmosferico. Nuove evidenze sui danni allo sviluppo cognitivo dei bambini”, con presentazione di studi e ricerche, dati certi, nuove evidenze e immagini chiare che fanno luce sulle conseguenze, a livello fisico e mentale, dell’esposizione all’aria inquinata.

QUI per vedere il video della conferenza

Nel dicembre scorso, poi, è stato pubblicato il primo studio di coorte in Europa, svolto dall’Istituto Nazionale dei Tumori con il supporto di strumentazioni satellitari, che mette in relazione la mortalità per il tumore femminile con le concentrazioni di PM 2.5. La ricerca è stata effettuata su una coorte di 2.021 donne con  diagnosi di tumore al seno tra i 50 e i 69 anni, nel periodo compreso tra il 2003 e il 2009, e si è  basata su dati del Registro Tumori. “I risultati dello studio sono altamente rappresentativi in quanto basati su un Registro Tumori di popolazione capace di intercettare tutti i casi di neoplasia presenti su un territorio e su una popolazione di donne numericamente elevata (2021). Inoltre i risultati sono simili a quanto già osservato nello studio californiano e in quello cinese. Il nostro studio indica che il rischio di mortalità per tumore della mammella aumenta con l’esposizione al PM2.5. Anche se da un punto di vista scientifico
serviranno altre ricerche per una migliore definizione del percorso causale in oggetto, questi risultati aprono la strada a interventi rivolti al miglioramento della prognosi delle pazienti con tumore della mammella, basati sulla riduzione dell’esposizione a PM 2.5”. Hanno spiegato dall’Istituto.

Mancano forse le informazioni per rimboccarsi le maniche e cambiare radicalmente paradigma? No.

Fonte: ilcambiamento.it

Ecco le banche che finanziano la violazione dei diritti umani e delle norme ambientali

La campagna “Non con i miei soldi” punta il dito contro le banche che continuano a finanziare la violazione dei diritti umani e delle norme ambientali. A stigmatizzare il fenomeno è anche il rapporto “Dirty profits” di Facing Finance.9499-10239

Per il quinto anno consecutivo Facing Finance ha pubblicato un report sulle violazioni delle norme e degli standard ambientali e sociali ad opera di multinazionali, evidenziando come troppo spesso le banche, così come i loro clienti, beneficiano dalla violazione dei diritti umani, dallo sfruttamento e dalla distruzione dell’ambiente e dalla corruzione associata a queste aziende. A stigmatizzare il fenomeno è anche la campagna “Non con i miei soldi”, che da anni fa informazione critica sulla finanza italiana e internazionale. «La dimensione delle transazioni finanziarie, secondo Facing Finance, supera i 52 miliardi di euro – spiega Claudia Vago di “Non con i miei soldi” – Il report “Dirty Profits” (Profitti sporchi) conferma, secondo il direttore di Facing Finance Thomas Küchenmeister, che l’autoregolamentazione di banche e aziende, fatta a porte chiuse, è largamente insufficiente e non permette di assicurare il rispetto dei diritti umani, dell’ambiente e degli standard anti corruzione. Il report è stato redatto con la collaborazione di importanti organizzazioni internazionali, come Transparency International, Greenpeace e Human Rights Watch. Dodici autori di otto diversi paesi hanno documentato decine di casi di violazione di diritti umani, corruzione, sfruttamento e distruzione dell’ambiente, compresi contributi ai cambiamenti climatici). Sono state analizzate quattordici aziende multinazionali, tra cui Bayer, VolksWagen, BP e Hewlett Packard Enterprise Co., e cinque tra le principali banche europee (Deutsche Bank, UBS, ING, BNP Paribas e HSBC). I servizi finanziari forniti dalle cinque banche alle quattordici aziende sono analizzati nel dettaglio nel report. Le cinque banche detengono azioni e obbligazioni delle aziende analizzate per un totale di 5,8 miliardi di euro. Deutsche Bank, UBS, ING, BNP Paribas e HSBC hanno fornito alle aziende considerate capitali per 46,9 miliardi di euro tra il gennaio 2013 e l’agosto 2016, attraverso la sottoscrizione di azioni, obbligazioni e la fornitura di prestiti. Questi prestiti sono spesso forniti per “generici scopi aziendali”, senza richiedere alcun genere di sostenibilità alle operazioni aziendali. Dal report emerge che queste banche hanno continuato a fornire prestiti consistenti a VolksWagen anche dopo la scoperta dello scandalo delle emissioni. Un atto inaccettabile, secondo Jan Schultz di Facing Finance». «Il 64% delle aziende analizzate ha uno o più casi documentati di coinvolgimento nella distruzione dell’ambiente e del clima. Per il 42% sono stati documentati casi di corruzione nelle loro operazioni e il 57% è coinvolto in violazioni dei diritti umani. Il fatto che otto delle quattordici aziende siano firmatarie dell’UN Global Compact, che specifica una serie di standard ambientali e sociali minimi, evidentemente non impedisce questi comportamenti. Per Lesly Burdock, editor di Dirty Profits 5, questo report punta a fare pressione per ottenere una migliore regolamentazione sulla sostenibilità e trasparenza dell’industria finanziaria. In particolare in un momento in cui affrontiamo una preoccupante deregolamentazione, anche del settore finanziario, negli Stati Uniti».

Fonte: ilcambiamento.it

Cresce il rischio di demenza per chi vive entro 50 metri da una strada molto trafficata

Abitare a 50 metri da una arteria di grande traffico aumenta il rischio di demenza. Lo dice uno studio pubblicato su Lancet e condotto su 6,6 milioni di persone. Una conferma in più, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che l’inquinamento prodotto dall’uomo sta uccidendo… l’uomo.1

La demenza è più comune nelle persone che risiedono entro 50 metri dalle arterie di grande traffico rispetto a chi vive più lontano. Lo dice uno studio condotto su 6,6 milioni di persone e pubblicato su The Lancet. Malgrado ciò, lo studio conclude dicendo di non avere individuato correlazioni tra esposizione al traffico e morbo di Parkinson e sclerosi multipla. Lo studio osservazionale stima che 1 caso di demenza su 10 (7-11%) può essere attribuito alla vicinanza con le strade molto trafficate e che la correlazione è ancora più forte per chi vive entro i 50 metri di distanza dai tubi di scappamento.  Già precedenti ricerche avevano attestato che l’inquinamento atmosferico e il rumore del traffico potessero contribuire alla neurodegenerazione e uno studio aveva anche concluso che vivere vicino alle strade percorse dalle auto diminuiva le capacità cognitive. Ma lo studio su Lancet pare essere il primo nel suo genere, a correlare cioè il traffico intenso a malattie neurodegenerative importanti. I ricercatori hanno considerato tutto gli adulti tra i 20 e gli 85 anni che vivono in Ontario (Canada), circa 6,6 milioni di persone, per oltre un decennio dal 2001 al 2012. Hanno usato la localizzazione geografica per determinare quanto vivevano vicino alle strade e hanno analizzato le cartelle cliniche per vedere se avevano sviluppato demenza, morbo di Parkinson o sclerosi multipla. Quasi tutti i cittadini considerati (95%) vivevano entro un chilometro dalle arterie maggiori e metà viveva nel raggio di 200 metri. Durante il periodo dello studio, oltre 243.000 persone hanno sviluppato demenza, 31.500 Parkinson e 9.250 sclerosi multipla. Il rischio di sviluppare demenza è +7% in chi vive entro i 50 metri dalle strade trafficate, + 4% in chi vive tra i 50 e i 100 metri, +2% in chi vive tra i 101 e i 200 metri e non c’è aumento del rischio in chi vive oltre i 200 metri. I ricercatori hanno scoperto che anche l’esposizione a lungo termine ai due più comuni inquinanti (particolato fine e biossido di azoto) è associata a demenza  ma in questo caso agiscono anche altri co-fattori. Poiché si tratta di uno studio osservazionale, non è in grado di stabilire nessi di causa-effetto ma è stato comunque progettato per escludere tutta una serie di altri possibili fattori causali. Lo studio è stato finanziato da Health Canada ed è stato condotto da scienziati appartenenti ai seguenti enti: Public Health Ontario, Institute for Clinical Evaluative Sciences, University of Toronto, Carleton University, Dalhousie University, Oregon State University e Health Canada. Ma quando si riterranno sufficienti le ormai innumerevoli evidenze di questo legame tra inquinamento, malattia e morti e si inizierà a rimboccarsi veramente le maniche per agire?

Fonte: ilcambiamento.it

 

Rapporto Ispra: ambiente fanalino di coda in Italia

Biodiversità minacciata, aumento della temperatura media, inquinato il 60% di fiumi e laghi, aumentano consumo di suolo e siti contaminati, raccolta differenziata dei rifiuti ferma al 47%. È l’impietoso ritratto del nostro paese che si ricava dal quattrodicesimo rapporto annuale sull’ambiente dell’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, appena reso pubblico.9433-10171

L’edizione 2016 ha introdotto anche il raffronto tra l’Italia e un contesto europeo in costante evoluzione per quanto concerne i nuovi indirizzi delle politiche ambientali e delle metodologie di reporting.

Ma vediamo voce per voce qual è la situazione italiana.

Biodiversità

Resta alto il livello di minaccia per vertebrati, piante vascolari, briofite e licheni, in crescita  l’introduzione di specie alloctone. Aumentano le Zone di Protezione Speciale (ZPS) e Siti di Interesse Comunitario (SIC), invariato il numero delle aree protette terrestri e marine e delle zone umide.

Clima

Aumenta la temperatura media, ma diminuiscono le emissioni totali di gas serra. L’aumento della temperatura media registrato negli ultimi trent’anni nel nostro Paese è stato quasi sempre superiore a quello medio globale rilevato sulla terraferma. Il 2015 in Italia è stato l’anno più caldo dal 1961. L’anomalia della temperatura media (+1,58 °C) è stata superiore a quella globale (+1,23 °C) e rappresenta il ventiquattresimo valore annuale positivo consecutivo. Gli scarti rispetto ai valori normali sono stati particolarmente marcati nel mese di luglio e negli ultimi due mesi dell’anno, quando il clima mite ha accompagnato un lungo periodo di tempo stabile e secco su quasi tutto il territorio nazionale. Nuovi record di temperatura sono stati registrati soprattutto nelle regioni settentrionali e nelle stazioni in quota dell’arco alpino

Inquinamento atmosferico

La situazione della qualità dell’aria permane critica. L’Italia con il bacino padano  rappresenta una delle aree di maggior criticità a livello europeo.

Qualità acque interne

Lo stato di qualità dei fiumi (16 regioni e due province autonome, per un totale di 2.440 corpi idrici e 35.144,5 km monitorati) risulta in uno stato ecologico da “elevato” a “buono” per il 40% e inferiore al buono per il 60%. Lo stato di qualità dei laghi (10 regioni e 2 province autonome per un totale di 139 corpi idrici) presenta una classe di qualità tra elevato e buono  per il 35%, inferiore a buono per il restante 65%. Lo stato chimico delle acque sotterranee, su 4.023 stazioni di monitoraggio il 69,2%  ricade in classe “buono”, mentre il restante 30,8% in classe “scarso”.

Mare e coste

Negli ultimi decenni i litorali italiani presentano significative evoluzioni geomorfologiche dovute ai  processi naturali all’intervento dell’uomo. Situazioni di elevata criticità si evidenziano per i distretti del Po, dell’Appennino Settentrionale, per la Campania [Distretto Appennino Meridionale] e la Puglia [Distretto Appennino Meridionale] con più del 50% (esattamente il 50% per il distretto del Po) dei corpi idrici marino costieri in stato chimico “non buono.

Il suolo

Il consumo di suolo in Italia non accenna a diminuire, si è passati dal 2,7% di suolo consumato negli anni ’50, al 7% nel 2014 (stima). In media più di 7 m al secondo. Al 2014 sono stati consumati irreversibilmente circa 21.000 km (stima) i valori percentuali più elevati di suolo consumato si registrano nel Nord, in particolare nel Nord-Ovest (2014). A livello provinciale, la percentuale più alta di suolo consumato, rispetto al territorio amministrativo, si osserva per la provincia di Monza Brianza con quasi il 35%. Tra i comuni il valore più alto di suolo sigillato (85%) è stato rilevato per il comune di Casavatore (NA)

Rifiuti

La produzione nazionale dei rifiuti urbani è in lieve diminuzione. La raccolta differenziata si attesta al 42,3% della produzione totale dei rifiuti urbani, crescita ancora non sufficiente a raggiungere l’obiettivo previsto per il 2012 (65%). Aumento dei tassi di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti urbani, ma ancora non viene raggiunto l’obiettivo fissato dalla normativa.

Agenti fisici

Rimane costante l’attenzione dei cittadini verso la problematica dei campi elettromagnetici. Gran parte della popolazione italiana è esposta a livelli di rumore, diurni e notturni, considerati importanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La principale fonte di rumore è costituita dal traffico stradale

Radioattività ambientale

Il Radon rappresenta, in assenza di incidenti nucleari rilevanti, la principale fonte di esposizione alla radioattività. Nel Lazio e nella Lombardia si evidenzia un’elevata concentrazione di Radon (Rn-222)

Problematiche idrogeologiche e sismiche

Nel 2014 eventi alluvionali di rilievo hanno provocato morti e ingenti danni economici.

Numerosi gli eventi franosi tanto al Nord quanto al Sud. Eventi sismici di rilievo si sono verificati nelle Alpi Cozie e nello Ionio. L’indice di fagliazione superficiale in aree urbane segnala un progressivo peggioramento della situazione dovuto all’avanzare dell’urbanizzazione anche in aree prossime a faglie capaci.

Pericolosità di origine antropogenica

Aumenta il numero di siti contaminati oggetto di intervento e di quelli bonificati. Sono oltre un migliaio gli stabilimenti a rischio di incidente industriale rilevante. Il numero degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante presenti in Italia è 1.104. Circa un quarto è concentrato in Lombardia e che regioni con elevata presenza di industrie a rischio sono anche: Veneto, Piemonte e Emilia-Romagna (tutte al Nord e rispettivamente il 10%, il 9% e l’8% ciascuno).

QUI per leggere il Rapporto integrale

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Risparmio energetico: è suonata la sveglia

«Ancora una volta constatiamo che argomenti quali risparmio energetico, riduzione dell’inquinamento, vivere sano, costruire con materiali ecologici sono sempre più conosciute e richieste»: a parlare è Alessandro Cagnolati dell’associazione Paea (Progetti Alternativi per l’Energia e l’Ambiente), reduce da un’esperienza che ha permesso di toccare con mano quanto sia diffusa una nuova sensibilità.risparmio_energetico_

In occasione della diciassettesima Fiera di Montagna di Tione di Trento, gli organizzatori ci hanno invitato, come associazione Paea, a partecipare con la mostra AIP (Alternativa In Pratica) con l’intento di fornire ai visitatori una serie di informazioni utili e interessanti. La manifestazione, che offre una serie di stand con settori merceologici legati alla vita in montagna, come ad esempio gli spazzaneve “domestici”, quest’anno ha voluto ampliare la sua “offerta” con la mostra AIP.  Nei tre giorni della iniziativa abbiamo incontrato oltre ad una folta schiera di cittadini, anche quattro classi di studenti, due delle escuole elementari e due di un istituto per geometri. Mentre per le elementari ci siamo adattati ad usare un linguaggio semplice e “ludico” per trasmettere i concetti di risparmio energetio e salvaguardia dell’ambiente. Con i geometri abbiamo potuto confrontarci “alla pari” su tematiche quali i materiali da costruzione o gli impianti di riscaldamento.  Gli alunni più giovani hanno potuto “giocare” con l’ultima apparecchiatura arrivata alla AIP proprio in questa occasione, che dimostra l’efficienza energetica dell’illuminazione a LED. L’apparecchio dimostra come la stessa quantità di energia, immagazzinata in un “contenitore”, possa alimentare per un tempo molto differente una tradizionale lampadina a icandescenza oppure dei LED di pari luminosità. Come “contenitore” abbiamo utilizzato 4 condensatori elettrolitici, capaci di immagazzinare la corrente come fossero delle batterie. Come generatore di corrente abbiamo utilizzato una dinamo (recuperata da una lampada tascabile non più funzionante). Girando la manovella i ragazzi potevano caricare i condensatori fino allimite massimo di 12 Volts. Una volta caricati i condensatori, potevano scegliere se utilizzare tale energia per far accendere la lampadina o i LED (tre LED ad alta luminosità). L’esperimento dimostra che mentre i LED restano accesi per almeno 3 minuti a piena potenza e poi fino a 6 minuti a luminositàridotta, la durata di accensione della lampadina a filamento non supera i 9 secondi! I ragazzi hanno così compreso che utilizzare i LED corrisponde a risparmiare tanta energia senza rinunciare al beneficio di avere una buona illuminazione. Purtroppo i LED non hanno ancora il successo che meritano a causa del loro costo iniziale elevato (che comunque è in veloce discesa). Quello che la maggior parte delle persone non comprende è che non si tratta di un costo ma bensì di un “Investimento”. Mi spiego: mentre un costo è una spesa che non porta guadagno, un investimento è una spesa che ci fa guadagnare o risparmiare. Così per i LED bisogna comprendere il valore aggiunto dato da tre fattori principali: il consumo ridottissimo, la durata di vita e il beneficio “ambientale”. Ragioniamo e confrontiamo i LED con le lampadine fluorescenti o CFL (Compact Fluorescent Lamp, quelle chiamate a basso consumo, che ormai conosciamo benissimo), tralasciamo il confronto con le lampadine a filamento perchè ormai sono in via “d’estinzione”.

Una lampadina a LED consuma il 60% in meno di una lampadina CFL e dura circa 40.000 ore contro le 8.000 ore di una CFL. Una lampadina a LED costa tra i 7 e i 12 Euro, quelle fluorescenti circa 5 Euro. Se ipotizziamo un utilizzo di 5 ore al giorno i LED durano quasi 22 anni (40.000 / (5 * 365)), mentre le CFL circa 4 anni. Vuol dire che per avere la stessa durata in ore di un LED devo comprare 5 lampadine fluorescenti. Facendo “i conti della serva” mi ritrovo a spendere, per l’acquisto, 12 Euro per i LED e 25 Euro per le CFL. Se calcolo i consumi avrò ancora un bel risparmio. Ho detto che una lampadina a LED consuma il 60% in meno di una CFL. Se una lampadina CFL consuma 11 Watt, una a LED, di pari luminosità, ne consuma 5, in un anno, avremo un consumo rispettivamente di 20.075 Watt (11 * 5 * 365) ovvero 20 kWh (Chilowattore) e di 9.125 Watt (5 * 5 * 365) ovvero 9 kWh. I consumi in 22 anni saranno rispettivamente 440 kWh e 200 kWh. Andando a calcolare il costo dei consumi avremo (considerando un costo medio di 15 centesimi al kWh, senza considerare l’aumento del costo dell’energia che si avrà in 22 anni): per le CFL 440 * 15 = 6.600 = 66 Euro. Per i LED 200 * 15 = 3.000 = 30 Euro. Sommando i costi di aquisto e dei consumi per 22 anni, delle CFL e dei LED avremo: CFL = 25 + 66 = 91 Euro; LED 12 + 30 = 42 Euro. In termini di impatto ambientale in 22 anni getteremo 5 lampadine CFL contro una sola lampadina a LED! Inoltre, per chi ancora non ne fosse a conoscenza le lampadine CFL contengono vapori di mercurio, fortemente inquinanti e dannosi per la salute, se non smaltite nel modo corretto. Nei LED troviamo invece solo materiali come plastica, metalli, vetro e componenti elettronici.

Tabella comparativa costi/risparmiotabella1

Tabella comparativa delle lampadinetabella2

mostrascuola

Fonte: ilcambiamento.it

Rottamazione caldaie produrrebbe taglio smog e un miliardo di euro d’indotto

Il Forum Energia ha evidenziato l’impatto degli impianti termici sull’inquinamentoforum-energia

Interventi, anche limitati, sui sistemi di riscaldamento e condizionamento degli edifici nei soli 20 capoluoghi di Regione, ridurrebbero le emissioni complessive dell’Italia di una percentuale compresa tra il 10% e il 50% e determinerebbero ricadute positive sulle imprese italiane del settore sino a 1 miliardo di euro di volume d’affari. È quanto emerso al quarto Forum Energia, promosso da Engie, l’ex Gdf Suez, con la collaborazione di Anci, Ambrosetti e Politecnico di Milano. Olivier Jacquier, amministratore delegato di Engie Italia:

“Il riscaldamento inquina molto di più della mobilità. Vediamo che il payback di molti interventi, quando si tratta di cambiare la caldaia o installare una pompa di calore, è di sette-nove anni. A livello di cittadino sono troppi, non va a investire se ha un payback simile, ma a livello di Paese questo ha molto senso, perciò se aggiungiamo degli incentivi riducendo il payback a tre o quattro anni tutto questo ha molto senso”.

Un ruolo determinante spetta ai Comuni, come evidenziato da Enzo Bianco, presidente del consiglio nazionale Anci e sindaco di Catania:

“I Comuni sono pronti a fare la propria parte. Per farlo al meglio abbiamo bisogno di conoscere bene i dati, avere una visione, ma anche la possibilità in un sistema efficiente di tradurre in azioni operative i nostri orientamenti. Per fare questo chiediamo al governo di metterci in grado di avere quel patrimonio di professionalità che ci aiutino a varare regolamenti adeguati”.

Gli amministratori locali osservano come, per alcune fasce della popolazione, il credito d’imposta non sia sufficiente e chiedono di passare a strumenti automatici e di più facile acceso.

Fonte:  Askanews

Barriere di lana per pulire il mare inquinato

Geolana è la risposta dell’azienda sarda Edilzero all’inquinamento delle acque marine.perdita-oleodotto-california-refugio-beach-16

Sono le attività quotidiane come il turismo e la pesca a rappresentare il maggior pericolo per i nostri mari: l’inquinamento dovuto a questo tipo di attività e ai microsversamenti è triplo rispetto alle contaminazioni dovute agli incidenti a petroliere e piattaforme petrolifere. Una risposta a questa emergenza globale arriva da Geolana, prodotta da Edizero, un’azienda sarda che ha messo a punto una tecnologia geotessile in lana vergine di pecora in grado di ripulire i bacini idrici dagli idrocarburi. Questo speciale tessuto è stato studiato per essere un habitat ideale per i microrganismi che si nutrono degli idrocarburi sversati durante le operazioni portuali. Grazie a questa particolare tecnologia tessile, la lana lavorata a microcelle attira e concentra microcefali che assorbono con rapidità gli inquinanti presenti nell’acqua. Praticamente Geolana offre un habitat ottimale a organismi già presenti in natura che svolgono l’attività di depuratori naturali: con un chilo di Geolana è possibile decomporre fra i 7 e i 14 chilogrammi di idrocarburi, ma uno degli aspetti più interessanti è dato dal fatto che il prodotto può essere utilizzabile fino a cinque volte. Dopo l’incidente della Deepwater Horizon, Bp utilizzò solventi anti-petrolio molto più dannosi e tossici del greggio fuoriuscito, Geolana, invece, propone un alternativa naturale: da una parte c’è l’assorbimento degli idrocarburi, dall’altra la biodegradazione degli stessi.

Fonte:  Edizero