Scenari del mondo post-virus: Cristiano Bottone e la Transizione

Quale società ci aspetta quando torneremo ad uscire di casa? Una società del controllo e della sorveglianza oppure una società della collaborazione e della solidarietà? Sarà più ecologica o torneremo a fare gli stessi errori del passato? Quali carte abbiamo in mano come individui, comunità e genere umano, per orientare il corso degli eventi? Ne parliamo con Cristiano Bottone del Movimento della Transizione.Quasi la metà degli esseri umani che abitano il pianeta ha smesso da settimane di uscire di casa. Le relazioni sociali tradizionali sono ridotte ai minimi termini e le persone scoprono forme creative per soddisfare la sete di socialità. Molte cose stanno cambiando: la nostra psiche, il modo di pensare e di relazionarci, la nostra economia. Cadono alcuni tabù, si sfatano molti luoghi comuni, si fanno più grosse le crepe nel sistema. Intanto là fuori, la natura torna a fiorire con velocità impressionante, persino dove sembrava spacciata. Stiamo vivendo, come umanità, il cambiamento più profondo da molti decenni a questa parte. E lo stiamo vivendo da spettatori.  Quale società ci aspetta quando torneremo ad uscire di casa? Una società del controllo e della sorveglianza oppure una società della collaborazione e della solidarietà? Sarà più ecologica o torneremo a fare gli stessi errori del passato? Quali carte abbiamo in mano come individui, comunità e genere umano, per orientare il corso degli eventi? Per capirci qualcosa ci siamo rivolti a chi di cambiamento si occupa da molti anni. Cristiano Bottone, testa (cuore e mani) del movimento della Transizione in Italia.

Cristiano Bottone

L’inquinamento sta calando in molte zone del mondo per via dell’interruzione di molte attività umane e la natura riprende i suoi spazi. Quali insegnamenti possiamo trarre nell’osservare questo fenomeno? 

Questa è una conseguenza utile di un evento drammatico, conferma ancora una volta il peso dell’impatto umano all’interno degli ecosistemi. In verità non è che vi fosse tanto da scoprire, ma a volte toccare con mano può aiutare anche i meno attenti: mai visto un cielo così terso in Pianura Padana, tanto per fare un esempio. Sembra confermare inoltre la capacità di una parte della biosfera di riprendersi velocemente una volta terminate le pressioni negative. La vita reagisce e rifiorisce in fretta, evolve, lo avevamo visto in mare, laddove sono stati istituiti parchi marini protetti, o in zone forzatamente abbandonate come Chernobyl.  Speriamo di non sprecare questa occasione e che l’umanità prenda nota. C’è poi l’aspetto più prettamente scientifico, molti dati relativi alle emissioni in atmosfera sono frutto di modelli ed elaborazioni statistiche, mentre ora si possono misurare certi effetti in modo diretto. Questo significa che avremo molte più informazioni reali e consapevolezza. Già si sta discutendo, ad esempio, delle varie componenti inquinanti del bacino padano e alla luce di questo grande “esperimento” forse alcune dei modelli in uso saranno da rivedere. Non sopravvalutiamo invece gli effetti di questa breve pausa sul processo relativo al surriscaldamento globale è probabile che alla fine risultino irrilevanti se torneremo a fare tutto come prima.

Molte cose cambieranno. Alcuni pensano che in questa crisi si celi l’opportunità di mettere in atto una rapida transizione ecologica. Secondo altri invece molti dei fondi immaginati per il green deal potrebbero essere reindirizzati verso una ripresa economica tradizionale. Cosa ne pensi? C’è uno scenario che ritieni più probabile?

Ormai da parecchi anni cerco di pensare sistemico e nel farlo si impara una cosa: inutile cercare di fare previsioni. Ci sono delle tendenze generali che rimangono chiare: gli umani sono tanti, le risorse sempre più scarse e mal distribuite, non abbiamo sistemi di governo dei gruppi, dei popoli, degli stati, che si stiano rivelando efficaci. Facile immaginare scenari piuttosto negativi in queste condizioni. L’intero sistema economico è modellato sull’idea di crescita e si scontra evidentemente con l’atteggiamento impietoso dei sistemi fisici in cui siamo immersi. Quando una risorsa fisica finisce è finita, non si può discutere con lei e trovare un accordo. Se la CO2 in atmosfera renderà la terra inabitabile alle forme di vita che la popolano oggi – e ci siamo quasi – se continueremo a fare finta di non capire che la crisi del 2008 ha profonde radici energetiche, se non comprenderemo che il collasso degli ecosistemi porterà via anche noi… beh non sarà finita bene. Poco utile quindi chiederci quale scenario sia più probabile, più interessante, forse, chiederci per quale altro possibile scenario dovremmo lavorare impiegando tutte risorse rimaste.

Bene, chiediamocelo allora. Possiamo fare qualcosa per sfruttare al meglio le opportunità di cambiamento che si celano in questa drammatica situazione?

Assolutamente sì. Un evento così traumatico e che colpisce contemporaneamente tutto il mondo è davvero (non in modo retorico) una incredibile occasione. Mostra in tempi rapidissimi, purtroppo in modo crudele, la fragilità dei nostri sistemi, l’inconsistenza di molte delle “storie” che regolano le nostre vite. Pensiamo alle mascherine, giusto per fare un esempio: non basta tutto il denaro del mondo a comprare mascherine che non esistono. Così come non si possono impiegare medici che non ci sono. Dove la nostra fantasia incontra gli atomi, la realtà diventa palese. Migliaia di aziende falliranno, mentre altre fallite rinascono, l’immensa macchina del superfluo di cui ci circondiamo è stata messa alla corda in un attimo e fa spazio a dimensioni produttive di maggior buon senso, pensiamo ai laboratori di moda che ora cuciono camici e mascherine. E così via.

Anche il mondo della finanza è in subbuglio…

Interessante vedere le banche centrali reagire nei primi giorni al solo scopo di mantenere lo status quo per poi passare allo “stamperemo tutto il denaro necessario”. Possono farlo? Sì il denaro non esiste, come dice Harari – ma non è certo il primo -, è “solo” la storia di maggior successo inventata dall’umanità. Da questo all’idea del reddito universale il passo non è tanto lungo e potrebbe essere ampiamente facilitato da una situazione come questa. È una condizione interessante e porta con sé l’idea che la riconversione industriale ecologica non può più essere fermata dalla storia delle persone che “sennò perdono il lavoro”: quel lavoro magari sì, ma con un reddito universale il salario no. E se la sopravvivenza è garantita, allora si può imparare altro e magari mettersi a produrre in modo sostenibile cose utili e di lunga durata eliminando tante produzioni totalmente superflue ed effimere.

Quali altri aspetti hai visto emergere?

L’egoismo degli stati che sequestrano i presidi sanitari perché non passino il confine mette in luce il problema delle produzioni locali, della mancanza di resilienza nei sistemi vitali. Forse così il concetto di bio-regione, in un futuro ormai non tanto lontano, potrebbe essere più interessante e protettivo di quello di Nazione. Questo è interessante. Ora l’inadeguatezza della classe dirigente appare più nitida e anche quella degli strumenti a nostra disposizione per selezionarla. Questo è interessante, che non sia ora di occuparsi davvero di profonde riforme della nostra inadeguata democrazia rappresentativa?

C’è spazio per cambiare e cambiare in fretta. Certo si può cambiare in meglio, ma anche in peggio. La tentazione di irrigidire autoritarismi e culti della personalità è ancor più presente e probabilmente già in corso in vari angoli del mondo. Ma si apre potente anche uno spazio per soluzioni davvero differenti da quelle viste e riviste fin qui. Penso all’introduzione di una moneta complementare globale come quella immaginata da Bernard Lietaer e chiamata “Terra”, ancorata a un paniere di commodities invece che alle nostre fantasie o a schemi di compensazione tra stati come il protocollo Bancor (solo per fare degli esempi). A nuovi modelli di gestione democratica che cambino radicalmente la qualità delle decisioni prese ricorrendo in modo ragionato a meccanismi di democrazia deliberativa e alle forme più avanzate della sociocrazia (sempre per fare esempi praticabili da subito). A nuovi modelli di organizzazione sociale, forme di impresa, e tanto altro.

Siamo pronti a cogliere l’occasione? 

Ecco questo non lo so, un’enorme percentuale della popolazione rimane passiva. La maggior parte dei movimenti, degli attivismi e dei sistemi politici ed economici che conosco sono molto lontani dal raccontare nuove storie. Utilizzano approcci profondamente figli di questo sistema e faticano ad esplorare dinamiche realmente alternative. Questo vale per quelli che tentano di conservare a tutti i costi quello che c’è e per quelli che vorrebbero cambiarlo, ma sembrano non accorgersi di lavorare solo una versione differente dello stesso racconto. Vedere come in Italia si sia potuto immaginare di emendare la fiacchezza dell’attuale democrazia rappresentativa con “uno vale uno” fa capire con quale atteggiamento disinformato e naive si affrontano queste cose. Da poco ho partecipato ad un lungo workshop a Bruxelles e uno dei partecipanti era un giornalista che si occupa di evoluzione democratica. Il suo sgomento riguardava appunto il fatto che questo tema sembra non interessare a nessuno, c’è una specie di analfabetismo nascosto che riguarda questa materia e un costante ricorrere alle poche cose note o all’inseguire l’ultima moda per ritinteggiare la facciata di un palazzo che rimane vecchio e non più adeguato ai tempi. È una cosa che fa riflettere e che oggi, con un’opportunità come questa che ci investe, potrebbe impedirci alcuni passaggi evolutivi che potrebbero farci uscire dalla crisi “coronavirus” in un mondo ricco di nuove potenzialità. Come sempre accade nella vita, tocca a noi cogliere le opportunità. C’è tutto quello che serve per farlo tranne, forse, la nostra convinzione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/04/scenari-mondo-post-virus-cristiano-bottone-transizione/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un’alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare.

Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un’alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare.

«L’obiettivo evolutivo di tutte le forme viventi è la propria riproduzione, per colonizzare l’ambiente di vita, obiettivo che entra in relazione, talora conflittuale, con lo stesso obiettivo riproduttivo di tutti gli altri organismi – spiega Tamino – da queste relazioni si sviluppano gli equilibri che caratterizzano gli ecosistemi e che pongono limiti alla crescita delle popolazioni e dei consumi di ciascuna specie. In ecologia si parla di carrying capacity (o capacità di carico) per spiegare che, sulla base delle caratteristiche di un ecosistema, gli individui di una popolazione non possono superare i limiti imposti dalle risorse disponibili. Un classico esempio per spiegare questo fenomeno è quello della relazione tra preda e predatore: alla crescita del numero di predatori corrisponde una diminuzione significativa del numero delle prede, che innesca – per scarsità di cibo – un conseguente calo anche dei predatori».

«Nel caso della popolazione umana si utilizzano concetti simili a quelli di carrying capacity ma con terminologie e metodi di valutazione un po’ diversi – prosegue Tamino – Si parla di “impronta ecologica”, cioè la misura del territorio in ettari necessario per produrre ciò che un uomo o una popolazione consumano. Questa analisi facilita il confronto tra regioni, rivelando l’impatto ecologico delle diverse strutture sociali e tecnologiche e dei diversi livelli di reddito. Così l’impronta media di ogni residente delle città ricche degli USA o dell’Europa è enormemente superiore a quella di un agricoltore di un paese non industrializzato, per cui sul pianeta un solo statunitense “pesa” più di 10 afgani».

«L’Overshoot Day è, invece, il giorno in cui il consumo di risorse naturali da parte dell’umanità inizia a superare la produzione che la Terra è in grado di mettere a disposizione per quell’anno: nel 2019 questo giorno è stato il 29 luglio. Dunque in circa sette mesi, abbiamo usato una quantità di prodotti naturali pari a quella che il pianeta rigenera in un anno. Il nostro deficit ecologico, pari a cinque mesi, provoca da una parte l’esaurimento delle risorse biologiche (pesci, alberi ecc.), e, dall’altra, l’accumulo di rifiuti e inquinamento, responsabile anche dell’effetto serra. Le attività umane stanno, dunque, cambiando l’ambiente del nostro pianeta in modo profondo e in alcuni casi irreversibile. Stiamo dunque superando, anzi abbiamo già superato i limiti delle capacità del pianeta di sostenere la popolazione umana e mettiamo a rischio la sopravvivenza di molte altre specie. L’attuale sistema produttivo industriale ed agricolo sta gravemente compromettendo anche la biodiversità del pianeta. Molte specie di animali e di piante sono ridotte a pochissimi esemplari e, quindi, in pericolo o, addirittura, in via di estinzione».

Tamino spiega ancora: «Le dimensioni e i consumi delle popolazioni umane sono variati moltissimo nel corso dei millenni, ma ogni volta che le risorse disponibili diventavano insufficienti, le popolazioni venivano ridimensionate, attraverso sistemi di autoregolazione. Fino a 12 mila anni fa la popolazione umana di raccoglitori e cacciatori, già presente in tutto il pianeta, per motivi di sostenibilità, cioè disponibilità di cibo, non superava probabilmente 1-2 milioni di abitanti, dato che ogni tribù doveva avere un ampio territorio di raccolta e di caccia e quel cibo costituiva il limite alla crescita. Si trattava di un sistema ben autoregolato e in equilibrio con il proprio ambiente; in qualche modo le società di allora potevano essere felici, perché utilizzavano quanto la natura offriva loro, senza un lavoro che occupava tutto il tempo di vita e quindi con tempi adeguati per le relazioni e per il riposo, come il mitico periodo dell’Eden».

«In seguito, in varie zone del pianeta, come nella mezzaluna fertile, in medio oriente, un importante cambiamento climatico, con riscaldamento globale, diffusione di animali e piante nelle regioni in cui il clima divenne più caldo e umido, favorì la cosiddetta rivoluzione neolitica, cioè l’agricoltura e l’allevamento. In tal modo i limiti della crescita demografica cambiarono perché, seminando piante e allevando animali, sullo stesso territorio si potevano sfamare fino a 1000 persone anziché 40-50, portando la popolazione ben oltre la dimensione di un paio di milioni. Tuttavia quando l’annata dava raccolti scarsi o quando la popolazione cresceva troppo, non restava altra via che la migrazione verso nuove terre da coltivare. Così pian piano questa nuova cultura si estese, a partire dall’Anatolia, a tutta l’Europa e, partendo da altre zone, a gran parte dell’Asia e parte dell’Africa. In tal modo la popolazione mondiale arrivò prima a decine, poi a centinaia di milioni di abitanti, già alcuni secoli avanti Cristo. Si stima che nell’Impero Romano, tra il 300 ed il 400 d.C., vivessero tra 60 e 120 milioni di abitanti; ma tale popolazione fu duramente colpita dalla cosiddetta Peste di Giustiniano, che portò a decine di milioni di decessi. In pratica quando, in base alle caratteristiche ambientali, climatiche, politiche e tecnologiche (capacità di produrre cibo), si superava il limite demografico per quel territorio, intervenivano fattori ambientali e sociali che riportavano la popolazione sotto il limite. Analogamente tra il ‘300 e il ‘600 scoppiarono varie epidemie, associate a carestie e guerre, come la peste decritta dal Manzoni ne “I promessi sposi”, e la popolazione europea subì periodiche drastiche riduzioni».

«Anche l’emigrazione ha costituito un elemento equilibratore dell’incremento demografico – prosegue il docente – La popolazione europea ha trovato, dopo la scoperta dell’America, nuove terre da coltivare, spazi da abitare, ricchezze da sfruttare, sottraendoli ai nativi che, oltre a essere massacrati, venivano debilitati da epidemie di malattie portate dai conquistatori. Oltre alle epidemie di peste già ricordate, nel corso della storia umana, anche recente, si sono succedute molte altre epidemie/pandemie, alcune collegate a guerre e carestie».

«Come abbiamo visto, epidemie e pandemie sono uno dei possibili meccanismi di controllo delle popolazioni, insieme a carestie, guerre e migrazioni: quanto più si superano i limiti della disponibilità di risorse del territorio, quanto più si altera l’ambiente di vita, tanto più facilmente uno o tutti insieme questi meccanismi entrano in funzione – dice ancora Tamino – La crescita della popolazione umana fino a più di 7 miliardi di abitanti, è stata resa possibile dalla Rivoluzione Industriale, che ha utilizzato enormi quantità di energia di origine fossile per attività impensabili in precedenza, non solo nell’industria, ma anche in agricoltura, con la cosiddetta Rivoluzione Verde. Tuttavia il cibo ottenuto potrebbe sfamare anche più di 7 miliardi di persone se venisse equamente distribuito e prodotto in modo sostenibile, ma una iniqua utilizzazione delle risorse, una crescente disparità tra pochi ricchi e molti poveri, una riduzione delle terre coltivabili a causa della cementificazione, la perdita di fertilità dovuta alle monocolture gestite chimicamente, l’inquinamento ambientale, l’alterazione del clima, danno origine a frequenti casi di carestie e di malnutrizione in ampie fasce della popolazione, soprattutto al sud del mondo».

«A partire dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un’economia lineare su un Pianeta il cui sistema produttivo funziona in modo ciclico. La conseguenza è una continua crescita dell’inquinamento e un cambiamento climatico sempre più minaccioso per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. Tutto ciò comporta la morte prematura di molti milioni di persone, ma anche un incremento di malattie cronico-degenerative, con conseguente indebolimento di tutta la popolazione, che risulta meno idonea a difendersi da altre malattie come quelle infettive. I cambiamenti climatici e la riduzione delle foreste con l’alterazione degli habitat di molte specie animali mettono sempre più facilmente a contatto animali selvatici con esseri umani, un contatto ancora più stretto quando questi animali vengono catturati per essere venduti in mercati affollati, rendendo più facile il salto di specie per i loro patogeni (si pensi al virus di ebola). Inoltre gli allevamenti, in particolare di polli e suini, con concentrazioni di molti capi in spazi ridotti, alimentati con mangimi contenenti antibiotici, favoriscono una forte pressione selettiva sui loro virus e batteri, che mutano velocemente verso ceppi e tipi più aggressivi anche verso la specie umana, come è avvenuto per l’influenza aviaria e suina. Un ulteriore contributo alla diffusione di agenti patogeni è dato poi dalla globalizzazione, che, grazie al frenetico trasferimento in ogni parte del pianeta di persone e merci, favorisce il passaggio da epidemie a pandemie».

La pandemia da Covid-19

«Dunque la nuova pandemia del virus Covid-19 era prevedibile e ampiamente prevista, se non proprio nei termini e nei tempi precisi, sicuramente come evento probabile – sostiene il docente – Già nel 1972, nel rapporto del MIT per il Club di Roma, dal titolo “I limiti dello sviluppo” si affermava che se la popolazione mondiale continuava a crescere al ritmo di quegli anni, la crescente richiesta di alimenti avrebbe impoverito la fertilità dei suoli, la crescente produzione di merci avrebbe fatto crescere l’inquinamento dell’ambiente, l’impoverimento delle riserve di risorse naturali (acqua, foreste, minerali, fonti di energia) avrebbe provocato conflitti per la loro conquista; malattie, epidemie, fame, conflitti avrebbero frenato la crescita della popolazione».

«Vi è poi il libro “Spillover” di David Quammen; egli stesso spiega in una recente intervista: “Nel 2012, quando il libro è stato pubblicato, ho previsto che si sarebbe verificata una pandemia causata da 1) un nuovo virus 2) con molta probabilità un coronavirus, perché i coronavirus si evolvono e si adattano rapidamente, 3) sarebbe stato trasmesso da un animale 4) verosimilmente un pipistrello 5) in una situazione in cui gli esseri umani entrano in stretto contatto con gli animali selvatici, come un mercato di animali vivi, 6) in un luogo come la Cina. Non ho previsto tutto questo perché sono una specie di veggente, ma perché ho ascoltato le parole di diversi esperti che avevano descritto fattori simili.”».

Come evitare pandemie future

«Il Covid-19 è una reazione (tra le altre) allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta e quindi per prevenire nuovi eventi simili dobbiamo ridurre le alterazioni dell’ambiente, come la perdita di biodiversità, l’alterazione degli habitat e i cambiamenti climatici, favorendo processi produttivi industriali ed agricoli basati sull’economia circolare, sostenibili, con ricorso a fonti energetiche rinnovabili – sostiene Tamino – Già pochi mesi di blocco dei movimenti delle persone e di parziale riduzione di attività produttive hanno portato a un netto miglioramento della qualità dell’aria sia in Cina che in Italia (soprattutto nel Veneto): questo dato va colto non come futura necessità di impedire la circolazione delle persone e delle merci o di non produrre beni necessari, bensì di ripensare i trasporti e le produzioni industriali ed agricole, in particolare ridurre gli allevamenti animali: attualmente vi sono nel mondo 1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di suini, oltre 1,5 miliardi di ovini e caprini e circa 50 miliardi di volatili. La massa degli animali allevati è ben maggiore di quella di tutti gli esseri umani, con enormi sprechi di cibo, forte inquinamento e forte aumento di virus e batteri che possono fare il salto di specie. Inoltre l’abuso in zootecnia di antibiotici è responsabile anche dell’aumento di batteri resistenti agli antibiotici, vanificando uno degli strumenti a nostra difesa da queste infezioni. Oltre a nuove pandemie virali, il futuro potrebbe riservarci una diffusione pandemica di nuovi batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico».

Fonte: ilcambiamento.it

La Sardegna piena di sole e vento strangolata dai combustibili fossili

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone, poi si va anche a utilizzare il gas.

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone e le si difende strenuamente contro ogni logica, contro ogni buon senso. Ma come: ci sono vento e sole a morire e invece si utilizza uno dei combustibili fossili più inquinanti? Pura follia. E alla fine dell’era del carbone dopo aver appestato l’isola e i suoi abitanti, arriveranno finalmente le rinnovabili, visto che sono tecnologie che esistono da decenni e viste le potenzialità dell’isola. 

Invece no, ecco il gas e un progetto di metanodotto che costerà circa due miliardi di euro così da passare dalla padella del carbone alla brace del gas. Questo mentre tutti gli abitanti della Sardegna fino all’ultimo, potrebbero essere resi autonomi per la produzione elettrica e termica senza dover pagare nemmeno un euro di bolletta. Basterebbe investire i miliardi che vengono regalati alle solite lobby dei fossili per rendere la Sardegna autonoma e i propri cittadini liberi completamente da balzelli, bollette varie, dalla dipendenza di un combustibile fossile importato da chissà dove ma anche da gigantesche e inutili infrastrutture . Non c’è un solo motivo razionale e sensato a favore della scelta scellerata del gas e invece tutti i motivi a favore delle fonti rinnovabili.

La Sardegna è la Ferrari delle rinnovabili ma preferisce andare in giro con il triciclo del gas.  E in questa partita ci sono in gioco due cordate una peggiore dell’altra, da una parte il gas e dall’altra un elettrodotto che si vorrebbe fare partendo dalla Sicilia.  O forse si vuole fare un elettrodotto per esportare l’energia elettrica che la Sardegna produrrà per alimentarci l’Italia? Sarebbe bello, peccato che per i nostri esperti di energia una azione del genere sarebbe fantascienza perchè sono fermi all’età della pietra e dei fossili.  E così le imprese, la regione, il sindacato tutti a braccetto per dimostrare che le parole a favore dell’ambiente sono solo balle sulla pelle e il portafoglio della gente. Fra tutti spicca come sempre purtroppo il sindacato, che in teoria dovrebbe difendere i lavoratori e l’occupazione e invece fa esattamente l’opposto e si batte per il metanodotto. Ma basterebbe un bambino di tre anni che facesse i calcoli di quante persone lavorerebbero alle varie filiere delle rinnovabili: i numeri farebbero impallidire i pochi che in confronto sarebbero occupati nel settore del gas. Quindi, visto che ragionamenti del genere sono lampanti e sono proprio a vantaggio dei lavoratori, della salute, dell’ambiente e aumentano l’occupazione, significa che gli interessi in gioco sono ben altri che nulla hanno a che vedere con l’occupazione o con la difesa dei lavoratori. Una capillare diffusione e installazione di fonti rinnovabili innescherebbe un meccanismo occupazionale locale fantastico che surclasserebbe la miseria dell’occupazione derivante dall’impiego del gas  e si potrebbe anche creare una produzione di sole e vento Made in Sardegna. Ma il paradosso maggiore è forse quello dei sardi, così come degli italiani, più ci sono alternative, più è evidente in che direzione bisogna andare è più si fa esattamente l’opposto e ci si spara sui piedi, si vota chi condanna la propria terra alla miseria, all’inquinamento, alla dipendenza, in una spirale autolesionista che nessuno psicologo può spiegare tanto è incredibile. Dovrebbero esserci mobilitazioni oceaniche, proteste, proposte e attuazione di piani alternativi, invece nulla, si accetteranno i metanodotti, gli elettrodotti mentre sole e vento continueranno a baciare l’isola in barba all’intelligenza, alla logica, al buon senso, all’evidenza. Il perché non si vuole la Sardegna, così come l’Italia, libera dai combustibili fossili è presto detto: se tutti sono indipendenti e si autoproducono la loro energia chi ci guadagna? I cittadini stessi. Quindi non si può fare, è escluso, non è permesso, devono continuare a guadagnarci le grandi multinazionali e i loro vari maggiordomi. Per quello servono i metanodotti, gli elettrodotti, le centrali, perché dobbiamo rimanere dipendenti e pagare sempre e comunque, alla faccia delle energie rinnovabili, dell’economia, dell’occupazione e dell’ambiente.

Fonte: ilcambiamento.it

Lunga vita alle nostre Alpi!

È completamente cambiato il volto delle Alpi e ciò a causa dell’intervento umano invasivo e spesso privo di rispetto per l’ambiente, la biodiversità e il territorio. Dobbiamo dire basta, dobbiamo esigere che i beni comuni naturali siano preservati senza riserve.

Lunga vita alle nostre Alpi!

Se è vero che il cambiamento positivo si vede dalle piccole iniziative sia personali che istituzionali, le nostre montagne sono l’esempio lampante di come tale cambiamento sia lontano dall’essere realizzato. La nostra catena madre, le Alpi, che è stata per secoli un crogiolo di tradizioni, culture, popoli in armonia con la natura e che è stata il miraggio di centinaia di alpinisti dall’800 in poi, si è trasformata in molti casi in modo irreversibile. Intere vallate sono state percorse da strade di grande comunicazione che sono utilizzate ogni anno da milioni di mezzi (nel 2017 sono transitati dal Brennero 2.200.000 veicoli).  Prati e pascoli hanno ceduto il posto ad alberghi e piste di sci (nella sola Val Gardena si trovano oltre 175 chilometri di piste per lo sci da discesa e oltre 17 000 posti  letto in oltre 1000 strutture ricettive); i ghiacciai, che abbagliavano lasciando senza fiato il visitatore dei primi del ‘900, sono ridotti a lingue grigiastre di ghiaccio sporco in continua e veloce diminuzione. Cosa è successo dunque alle Alpi, ed in misura minore ai nostri Appennini? Hanno conosciuto il progresso ed suoi temibili effetti.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI

La temperatura cresce costantemente. Durante l’estate del 2019 si sono registrate temperature eccezionali (lo zero termico è arrivato ad essere sopra i 5000 metri a Giugno), un fenomeno sempre più frequente sull’arco alpino e che provoca lo scioglimento delle nevi perenni e dei ghiacciai, l’aumento di frane per dilatazione termica delle rocce, la diminuzione di specie botaniche nivali che tendono a spostarsi sempre più in alto, riducendo  così (fino a scomparire)  il proprio habitat originario. Le conseguenze sul mondo delle piante possono sembrare marginali, ma in realtà si riverberano su tutta la catena alimentare, arrivando a destabilizzare specie animali come lo stambecco. I cambiamenti climatici sono particolarmente insidiosi e distruttivi proprio negli ambienti estremi come le aree glaciali della zona mediterranea, dove i loro effetti intervengono in ecosistemi fragili ma di enorme importanza, sia per le ricadute ambientali che economiche (dell’acqua che scende dalle cime alpine si giovano oltre 20 milioni di persone nella sola Italia). Se guardiamo ai ghiacciai come serbatoi d’acqua potabile, il 10% delle nevi perenni della Lombardia sono andati persi negli ultimi 12 anni!

L’INQUINAMENTO

Se pensiamo di andare a respirare aria pulita scordiamoci le Alpi. L’inquinamento, dovuto all’enorme numero di mezzi che percorrono o attraversano il territorio montuoso, rimane intrappolato in vallate strette dove spesso si accumula, fino a raggiungere valori impensabili.  Il biossido di azoto, il PM10 ed il benzene registrano spesso valori allarmanti e sono prodotti sia dal traffico automobilistico che dai riscaldamenti di ex villaggi trasformati in città d’alta quota. L’aria risulta irrespirabile e tossica in località come Bormio, Cortina, Moena, dove si sforano più volte le soglie consentite.   A Courmayeur sono stati registrati 59 mcg (microgrammi) al metro cubo di PM10, quando il limite indicato dall’OMS sarebbe intorno ai 40 mcg. Come se non bastasse, uno studio pubblicato nel 2014 sulla rivista scientifica Environmental Science and Pollution Research dimostra che” le Alpi formano una trappola geografica e meteorologica per inquinanti atmosferici, inclusi composti organici volatili e semi volatili emessi nelle pianure circostanti” (P. Schreder et al.)

Ulteriori analisi ci portano ad osservare come la catena montuosa sia un vero e proprio “cancello europeo” per le merci. Ogni anno transitano intorno alle 180 milioni di tonnellate di merci sia su camion che su treno. Ma se la Svizzera è virtuosa con oltre il 67% delle merci su rotaia, Austria e Francia crollano miseramente con gli autoarticolati a dominare indiscussi, rispettivamente il 68% e il 90% delle merci trasportate. Una immane e continua colonna che produce inquinamento giorno e notte e che vede l’Italia come principale paese di passaggio, provenienza o partenza delle merci anche a causa della posizione strategica nel Mediterraneo.     

Se migliaia di camion e centinaia di migliaia di auto lasciano il loro fumoso ricordo, non vanno meglio i pesticidi che si accumulano nel suolo, nelle acque e perfino sugli altissimi ghiacciai. Le vette tirolesi e trentine ne sono un esempio importante. La produzione massiccia ed industrializzata di mele ed altra frutta è un motore potentissimo di inquinamento. I pesticidi usati nelle vallate alpine così come in pianura sono trasportati in alta quota dove tendono a stabilizzarsi sui ghiacciai ed i nevai. Uno studio pubblicato su Environmental  Pollution nel 2019 da C. Rizzi et al., dimostra  come l’insetticida Chloropyrifos sia presente in tutti i ghiacciai ed i torrenti da essi generati. Un’altra sostanza rinvenuta  è il pericoloso erbicida Terbuthylazine. Va da sé che le acque sono inquinate e gli organismi fragili che le abitano si trovano a rischio, così come la salute dell’uomo e la filiera agricola che in alta montagna è prevalentemente biologica.

IL TURISMO

Le Alpi sono da sempre luogo di fascino e bellezza che ha attirato turisti e villeggianti da ogni parte del mondo. Proprio per questo l’ecosistema alpino sta collassando. La smania di vedere o meglio consumare un luogo, unita alla creazione di uno  sport di massa, ha trasformato vallate intere in distese di cemento  con negozi e ristoranti a perdita d’occhio. Le foreste hanno ceduto il posto alle piste di sci, le sorgenti si sono prosciugate per consentire a piscine e spa di funzionare o per la neve artificiale che deve sempre e comunque garantire il divertimento a migliaia di ottusi inconsapevoli, che scorrazzano su migliaia di chilometri di piste ed impianti di risalita. Qualche numero è doveroso: le centinaia di chilometri quadrati di piste innevate artificialmente sulle nostre amate montagne richiedono, da sole, ogni anno, 95 milioni di metri cubi di acqua (ogni metro cubo sono 1000 litri) e 607 Gwh di energia, pari a quella usata da una città di un milione di abitanti per 8 anni consecutivi. Tutto questo comporta emissioni di CO2 di parecchi milioni di tonnellate, oltre alla scomparsa di molti habitat (solo l’11% delle specie erbacee riesce a sopravvivere sulle piste).    Per rifornire di acqua, necessaria alla neve artificiale, si creano laghi artificiali come fossero aiuole per i fiori. Nella  sola area di Trento ce ne sono già 26 e il progetto di un ulteriore lago sul Monte Bondone ha sollevato dubbi e proteste.

Sciare spensierati su piste artificiali oggi è, oltre che insulso, particolarmente deleterio per l’ambiente. Richiedere la realizzazione delle Olimpiadi invernali a Cortina è stato un atto criminale per un progetto che andrà a vantaggio solo dei soliti speculatori e delle grandi imprese del turismo, distruggendo natura e paesaggio. Se però il cambiamento epocale avverrà e apriremo gli occhi, di tale progetto rimarranno solo le macerie e le spese . Perché, se vogliamo salvare le nostre montagne ed il nostro pianeta, non ci sarà più spazio per tutto ciò. Le vette rimarranno oltre noi e dunque lunga vita alle nostre Alpi! 

Fonte: ilcambiamento.it

PFAS: l’inquinamento che minaccia tutta Europa

Non c’è solo il Veneto, non c’è solo in Nord Italia: l’inquinamento da PFAS minaccia tutta l’Europa. Lo dicono i dato del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS”.

PFAS: l'inquinamento che minaccia tutta Europa

Non ci sono solo il Veneto e le altre regioni del nord e centro Italia a essere minacciate dall’inquinamento da PFAS. Anche l’intera Europa è esposta a questo rischio di contaminazione, situazione che rivela una pervasività veramente preocupante di queste sostanze così dannose per la salute. Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Rischi chimici emergenti in Europa – PFAS” presenta una panoramica dei rischi noti e potenziali per la salute umana e l’ambiente in Europa causati da sostanze alchiliche perfluorifluorurate (PFAS). Queste sostanze chimiche estremamente persistenti e artificiali sono utilizzate in una varietà di prodotti di consumo e sistemi industriali perché hanno proprietà che risultano particolarmente utili all’industria; vengono usate per esempio per aumentare la repellenza all’olio e all’acqua, ridurre la tensione superficiale o resistere a temperature e prodotti chimici elevati. Attualmente esistono oltre 4.700 diversi PFAS che, a causa della loro estrema persistenza, si accumulano nell’organismo delle persone e nell’ambiente. Sebbene manchino la mappatura e il monitoraggio sistematici di siti potenzialmente inquinati in Europa, le attività di monitoraggio nazionali hanno rilevato PFAS nell’ambiente in tutta Europa e la produzione e l’uso di PFAS hanno anche portato alla contaminazione delle forniture di acqua potabile in diversi paesi europei. Il biomonitoraggio umano ha anche rilevato una serie di PFAS nel sangue dei cittadini europei. Il rapporto dell’EEA avverte che, a causa dell’elevato numero di PFAS, è un compito difficile e dispendioso in termini di tempo valutare e gestire i rischi per queste sostanze individualmente, il che può portare a un inquinamento diffuso e irreversibile.

I costi per la società dovuti a danni alla salute umana e alle bonifiche in Europa sono stati stimati in decine di miliardi di euro all’anno.

Le persone sono principalmente esposte al PFAS attraverso acqua potabile, imballaggi per alimenti e alimenti, polvere, creme e cosmetici, tessuti rivestiti in PFAS o altri prodotti di consumo.

Occorrono dunque serie misure e azioni per sanare questa situazione, limiti chiari di legge e sanzioni, bonifiche e prevenzione.

Fonte: ilcambiamento.it

Altro che microplastica, la microgomma degli pneumatici è ovunque

Dai social media ai quotidiani, fino agli oceani e alle nostre tavole. La microplastica è ormai dappertutto, ricercata dal grande pubblico e studiata dall’intera comunità scientifica che cerca di analizzarne le quantità e valutarne l’impatto negativo che ha sull’ambiente e sulla nostra salute. Basti pensare che secondo un recente studio ne arriva solamente sulle nostre tavole un quantitativo enorme: stando alle stime, infatti, alla settimana ingeriamo (beviamo e mangiamo) in media un quantitativo di microplastica pari al peso di una carta di credito

Tuttavia, potrà sembrarvi bizzarro, la quantità di microplastica presente nell’ambiente è relativamente “piccola” rispetto a un altro polimero che inquina l’aria e acqua, e quindi anche nostro organismo: la microgomma. A lanciare l’allarme sono i ricercatori dell’Empa svizzero (Swiss federal laboratories for materials science and technology), secondo i quali queste micro particelle, provenienti dall’usura di oggetti composti da questo materiale, come gli pneumatici, negli ultimi 30 anni (1988-2018) si sono accumulate fino a raggiungere oggi una quantità pari a circa 200mila tonnellate. Una cifra davvero impressionante, raccontano i ricercatori, che è stata tuttavia spesso oscurata proprio dai dibattiti sulla microplastica. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Environmental Pollution.

La principali fonti della microgomma

Dallo studio, i ricercatori sono riusciti a identificare la causa principale di questo enorme accumulo: sono le gomme delle automobili e dei camion. “Abbiamo quantificato l’abrasione dei pneumatici, ma anche l’usura dei materiali gommosi presenti nelle aree verdi artificiali come i campi di erba sintetica”, spiega Bernd Nowack, autore dello studio, precisando che l’abrasione dei pneumatici è responsabile del 97% delle particelle rilasciate nell’ambiente. Secondo le analisi, inoltre, è emerso che quasi i tre quarti delle particelle di microgomma rimangono sulla strada nei primi cinque metri, il 5% nei terreni circostanti e quasi il 20% nei corpi idrici.

L’impatto sull’ambiente e sull’uomo

Una parte della microgomma, spiegano i ricercatori, viene prima trasportata per via aerea nei primi cinque metri a sinistra e a destra della strada, poi depositata e parzialmente spazzata via. Sebbene non si sappia ancora con precisione quali siano gli effetti che la microgomma ha sull’ambiente e sulla nostra salute, alcuni dati provenienti da studi precedenti suggeriscono tuttavia che l’impatto sugli esseri umani sembra essere piuttosto basso. “La percentuale di abrasione degli pneumatici nelle polveri sottili inalate è bassa anche nelle aree particolarmente trafficate”, spiega Christoph Hüglin, tra i ricercatori coinvolti nello studio.

I ricercatori sottolineano, tuttavia, che la microplastica e la microgomma non sono affatto la stessa cosa. “Queste sono particelle diverse che difficilmente possono essere paragonate tra loro”, afferma Nowack. E ci sono anche enormi differenze di quantità: secondo i calcoli del nuovo studio, infatti, solo il 7% delle microparticelle a base di polimeri rilasciate nell’ambiente proviene dalla plastica, mentre ben il 93% dall’abrasione dei pneumatici. “La quantità di microgomma nell’ambiente è davvero enorme e quindi estremamente rilevante”, conclude l’autore.

Fonte: Environmental Pollution

Paesi sostenibili a zero emissioni: sarà mai possibile?/2

L’obiettivo fattibile della decarbonizzazione di interi Paesi entro la metà del secolo è la tesi centrale del rapporto appena pubblicato dalla Rete per le soluzioni sullo sviluppo sostenibile. Prosegue qui l’articolo di cui ieri abbiamo pubblicato la prima parte.

Cosa si può e deve fare?

Le raccomandazioni che scaturiscono dal rapporto vengono qui di seguito sintetizzate, relativamente ai quattro settori indagati: elettrico, industriale, trasporti ed edifici.

SETTORE ELETTRICO

Il settore elettrico sta già subendo un processo di decarbonizzazione in diversi Paesi del mondo. La tradizionale organizzazione centralizzata sta affrontando un passaggio di paradigma verso la generazione distribuita e rinnovabile. Questo nuovo modello è strettamente legato all’attuazione di reti intelligenti, in cui gli utenti finali agiscono come prosumers (produttori e al contempo consumatori di energia), fornendo alla rete l’eccesso di energia prodotta dai propri impianti distribuiti. Le tecnologie digitali saranno al centro di questa rivoluzione, sviluppando il potenziale dei diversi modelli di business come gli aggregatori virtuali e il trading energetico. Le tecnologie di oggi a supporto di questa transizione possono essere classificate in quattro gruppi principali:

(1) le fonti di energia a basse emissioni di carbonio (eolico on e offshore, solare fotovoltaico e a concentrazione, energia idroelettrica, biomassa, nucleare e geotermica);

(2) le soluzioni di accumulo di elettricità a breve e lungo termine;

(3) altre opzioni flessibili come le interconnessioni di rete, le sinergie di settore, le risposte all’offerta (bacini idro, bioenergia) e la gestione della domanda;

(4) la cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio con le varianti di carbonio da bio-energia e sua cattura diretta dall’aria (ma valgono qui più o meno gli stessi ragionamenti fatti per l’energia nucleare).

Per il nucleare menzionato nel primo gruppo è necessario ricordare che non vi sono esempi positivi da cui prendere spunto. La sacrosanta inaccettabilità sociale e gli alti costi ne limitano, e continueranno a farlo in futuro, per fortuna, la diffusione. La gestione delle scorie radioattive è un problema enorme che ci ricordiamo soltanto in occasione di incidenti o di trasferimenti da un sito all’altro. Immaginiamo se al posto degli attuali circa 500 reattori nucleari (tra quelli attivi e in costruzione) ne avessimo centinaia di migliaia in tutto il mondo: scorie ma anche “disponibilità” di uranio saranno la scintilla per nuove guerre, esattamente come quelle che stiamo vivendo oggi per le fonti fossili. Anche i “potenziali” miglioramenti ipotizzati nella generazione nucleare (sia della fissione di quarta generazione o della fusione) sono delle pie illusioni. Perché continuare quindi a pensare di investire miliardi di soldi pubblici quando, a non voler ostinatamente prendere in considerazione gli alti impatti ambientali e sociali dell’attuazione di questa tecnologia, anche la convenienza economica non c’é. Queste tecnologie si troverebbero poi a competere contro il calo dei costi delle opzioni rinnovabili che si basano, principalmente, sulle soluzioni fotovoltaiche ed eoliche unite ai sistemi di stoccaggio. E quindi, torniamo al punto principale: conviene imbarcarci su tale strada o non sarebbe meglio indirizzare fin da subito tutte le risorse (poche) disponibili verso quei settori che già adesso risultano competitivi, quali l’eolico e il solare? La risposta apparirebbe scontata.

Analogamente, tra le tecnologie al momento non ancora competitive, come lo stoccaggio di elettricità e la cattura del carbonio, si dovrebbe puntare esclusivamente su quelle che ci potranno sostenere dall’affrancamento dalla rete elettrica nazionale. Lo sviluppo delle comunità energetiche passa proprio dalla possibilità che avremo di immagazzinare e scambiare localmente l’energia prodotta da impianti rinnovabili in loco. Per quanto riguarda la cattura del carbonio, lascerei fare a chi è più esperto di noi: la natura, da sempre gli ecosistemi agro-forestali svolgono questa funzione e non c’è ragione di intromettersi. Ritengo poi un controsenso pensare di investire risorse su tecnologie che “catturino” la CO2 dall’aria invece che risolvere il problema all’origine e cioè fare in modo che tutti i processi diventino ad emissioni zero.

In definitiva, con le criticità sopra evidenziate, si concorda che l’obiettivo di decarbonizzazione totale richiederà una combinazione di più tecnologie. A seconda delle condizioni locali, il mix di opzioni disponibili varierà da paese a paese e quindi non ci sarà una soluzione unica per tutti. Tra le fonti fossili, giusto il gas può svolgere un ruolo cruciale durante il periodo di transizione verso una totale decarbonizzazione. Quanto questo periodo di transizione debba durare, e quindi il ruolo che deve assumere tale fonte fossile è una scelta che i decisori politici devono prendere, magari mostrando coraggio ad anticiparne i tempi di riduzione, puntando fortemente sullo sviluppo industriale basato sulle fonti rinnovabili.

SETTORE INDUSTRIALE

L’industria pesante emette gran parte delle emissioni globali di gas serra e a livello mondiale ha consumato più della metà (55%) di tutta l’energia erogata nel 2018. Nel settore industriale, l’industria chimica è uno dei maggiori utenti (12% del consumo globale di energia industriale). I tre settori ad alta intensità energetica considerati nel rapporto sono: il cemento, il ferro e l’acciaio e i prodotti petrolchimici (materie plastiche, solventi, prodotti chimici industriali) che contribuiscono ciascuno ad emissioni di diverso tipo (diretto, termico; diretto, chimico e indiretto). Le emissioni da questi settori industriali richiedono soluzioni che vanno al di là dell’elettrificazione degli input energetici. Per ridurre tali emissioni, si dovranno sostituire gli input energetici basati sui combustibili fossili con elettricità a basse o zero emissioni, unitamente ad una migliore integrazione con l’energia termica e l’efficienza energetica. La decarbonizzazione completa di interi settori industriali richiede un approccio multidimensionale e sono tre le aree d’azione identificate:

· ridurre la domanda di prodotti e servizi ad alta intensità di carbonio;

· migliorare l’efficienza energetica negli attuali processi produttivi;

· attuare tecnologie di decarbonizzazione in tutti i settori, che a loro volta possono essere suddivise nei quattro percorsi di decarbonizzazione dal lato dell’offerta (elettrificazione; utilizzo della biomassa; utilizzo dell’idrogeno e combustibili sintetici; utilizzo della tecnologia della cattura del carbonio).

Come già messo in evidenza, chi scrive sostiene pienamente i primi due punti e solo in parte il terzo. Nei settori più energivori, lo stesso rapporto indica alcune opzioni già praticabili. Per il cemento: ottimizzazione del progetto edilizio, riutilizzo del calcestruzzo, sostituzione dei materiali; per il ferro e l’acciaio: ottimizzazione del riciclaggio dei rottami, progettazione del prodotto, uso più intenso dei prodotti; per il petrolchimico: riciclaggio chimico e meccanico, cambiamento del comportamento sulla domanda/utilizzo di plastica, utilizzo di materie prime rinnovabili, progettazione ecocompatibile dei prodotti per consentire un migliore riciclaggio. Per questi settori, i miglioramenti dell’efficienza energetica dovrebbero andare di pari passo con l’efficienza dei materiali stessi e la riduzione della domanda. Azioni queste che dovrebbero essere sostenute attraverso adeguati incentivi.

SETTORE TRASPORTI

Il settore dei trasporti è la spina dorsale di qualsiasi sistema produttivo. Consentire la mobilità di persone e merci significa collegare persone e nazioni favorendo scambi economici e culturali con conseguente sviluppo sociale. La complessità del settore richiede l’attuazione di un mix diversificato di soluzioni di decarbonizzazione all’interno di ciascuno dei suoi quattro segmenti principali: strade, ferrovie, aviazione e navigazione. I percorsi di decarbonizzazione efficaci nei trasporti dovrebbero basarsi principalmente su alcune soluzioni tecnologiche e, soprattutto, su strategie di riduzione della domanda e di trasferimento modale. Inoltre, diversi vettori energetici avranno un ruolo strategico nella decarbonizzazione del settore: l’utilizzo diretto dell’elettricità (tramite batterie o ferrovie elettrificate e sistemi stradali elettrici), più che, come già messo in evidenza, dell’idrogeno e dei carburanti sintetici o della biomassa (concorrenza con la produzione alimentare; deforestazione o perdita di biodiversità, e anche concorrenza con le industrie che attualmente usano la biomassa per prodotti o utilizzi di maggior valore).

SETTORE EDIFICI

Gli edifici rappresentano circa il 36% del consumo finale globale di energia e il 39% delle emissioni globali di gas serra. L’obiettivo della decarbonizzazione totale nel settore degli edifici include la costruzione di nuovi edifici e distretti con zero o quasi zero consumo di energia da combustibili fossili e il rinnovamento totale di edifici esistenti con gli stessi standard di zero emissioni nette di carbonio. Gli attuali tassi di rinnovamento degli edifici si attestano sull’1% annuo circa del patrimonio edilizio esistente, ma per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio entro il 2050 sarà necessario innalzare tale tasso di rinnovo portandolo al di sopra del 3%. Importante ricordare che le emissioni di CO2 risultanti dall’uso di materiali negli edifici rappresentano quasi un terzo delle emissioni connesse all’edilizia: l’industria delle costruzioni deve cambiare radicalmente la propria struttura produttiva per ridurre la propria intensità energetica.

In generale, utilizzando una combinazione di tecnologie e processi già disponibili, edifici e distretti a zero emissioni nette di carbonio possono essere realizzati già oggi (e in effetti ci sono già degli esempi in tutto il mondo), secondo la seguente strategia suggerita dal rapporto:

· massimizzare innanzitutto l’efficienza energetica degli edifici, principalmente attraverso soluzioni passive e a basse emissioni di carbonio;

· adottare sistemi ad alta efficienza e strategie avanzate di controllo e gestione che eliminino le soluzioni inefficienti ed incoraggino sistemi a basse emissioni di carbonio quali le pompe di calore e il teleriscaldamento;

· massimizzare la produzione e l’autoconsumo di energia rinnovabile in loco o nelle vicinanze elettrificando al contempo il settore degli edifici per coprire completamente, o anche superare, la domanda totale di energia di ciascun edificio con il minimo scambio di energia con la rete, stimolando così la gestione, lo stoccaggio e lo scambio di energia a livello distrettuale e promuovendo il concetto di comunità energetica.

Le aree in cui intervenire in questo settore includono, tra le altre, le politiche e i sussidi per favorire, in via prioritaria, il retrofit di edifici esistenti; la realizzazione, con il coinvolgimento attivo del settore industriale, di involucri edilizi ad alta efficienza a costi negativi per il ciclo di vita; una strategia che sposti la domanda verso soluzioni ad alta efficienza integrate con l’obiettivo zero emissioni nette; la promozione di tecnologie per il raffreddamento e riscaldamento distrettuale da rinnovabile; la rimozione degli ostacoli per consentire un pieno autoconsumo e, infine, la promozione di idonei strumenti per la formazione e l’informazione.

E in Italia …

Anche qui, stimolato dalla lettura del rapporto Roadmap to 2050: a Manual for Nations to Decarbonize by Mid-Century della Rete per le soluzioni sullo sviluppo sostenibile e della Fondazione Eni Enrico Mattei, mi pongo alcune domande. Cosa aspettiamo a mettere in pratica queste indicazioni nel nostro Paese? C’è l’ENI, una delle aziende più grandi con oltre 30.000 dipendenti e 77 miliardi di euro di fatturato nel 2018 (ottavo gruppo petrolifero mondiale) di cui lo Stato italiano possiede una quota azionaria superiore al 30%, detenendo quindi un controllo effettivo della società (normato anche attraverso la cosiddetta golden share), che potrebbe giocare un ruolo strategico nella transizione verso un’Italia a zero emissioni. Utopia? Non credo, si tratta di lungimiranza. Questa azienda, come tutte quelle che lavorano nel mondo delle fossili, devono porsi il problema, ben prima che l’ultima goccia di petrolio verrà estratta e non cercare di abbindolare i consumatori con pubblicità distorte al limite del ridicolo. Visto che uno dei due soggetti autori del rapporto è la Fondazione Eni Enrico Mattei, non credo sia difficile che le indicazioni che ne scaturiscono, magari con una rivisitazione su alcune criticità che abbiamo cercato di mettere in evidenza in questo articolo, arrivino a chi di dovere. Ovviamente, deve essere il Governo nazionale ad indicare la strada all’ENI (in attesa di un management lungimirante e con meno scandali sulle spalle), così come a tutte quelle aziende il cui utilizzo dell’energia è una componente essenziale del proprio sviluppo. Gli annunci ascoltati in questi giorni sulla “svolta verde” della prossima Legge di Bilancio ci lasciano ben sperare. Per decidere che le principali aziende energetiche italiane entro il 2050 diventino leader nel mondo sulle energie rinnovabili e non più sulle fonti fossili ci vuole coraggio, ci vuole un Governo coraggioso ma consapevole che si possa fare. Non in tre anni, in trenta. Se l’Italia vuole veramente diventare un paese a zero emissioni entro il 2050 deve iniziare subito con indicazioni precise verso il settore industriale. Indicazioni che si possono dare con politiche chiare e una “visione” lungimirante che possa accelerare il processo di transizione verso una società a zero emissioni. Questa visione al momento ancora non c’è e come già detto più volte: quanto indicato all’interno del redigendo Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) non è compatibile con l’obiettivo della decarbonizzazione del nostro Paese al 2050.

Fonte: .ilcambiamento.it

L’Unesco premia l’inquinamento e la chimica delle colline venete

Brindano i produttori di Prosecco del Veneto dopo il riconoscimento dell’Unesco a patrimonio dell’umanità per le colline di Valdobbiadene e Conegliano. Ma brindano e festeggiano molto meno la popolazione e l’ambiente, che subiscono ogni giorno l’inquinamento dato dall’uso massiccio dei pesticidi.

L’Unesco premia l’inquinamento e la chimica delle colline venete

L’Unesco ha assegnato il prestigioso riconoscimento di “patrimonio dell’umanità” a uno dei luoghi con la maggiore concentrazione di veleni usati in agricoltura come è la zona, famosa per il Prosecco, delle colline di Valdobbiadene e Conegliano. Il Veneto è un’altra di quelle regioni dove si fanno esperimenti sulle cavie umane che vengono riempite di veleni, poiché sono all’ordine del giorno gli inquinamenti di tutti i tipi e l’agricoltura convenzionale è uno dei maggiori responsabili. Però, vuoi mettere essere ricchi e produttivi che soddisfazione dà. Chi se ne frega di cancri, malattie a non finire; bisogna lavorare come pazzi, produrre, accumulare gli sghei e non si può e non ci si deve fermare di fronte a nulla.

Brindano i produttori di vini che con il premio dell’Unesco vedranno aumentare i loro già stratosferici profitti grazie a uno dei prodotti a più alto consumo di pesticidi e con un numero di trattamenti tra i più frequenti e invasivi. Un bombardamento di pesticidi che nelle zone premiate dall’Unesco è più del doppio rispetto alla media. Non bastano gli sbancamenti e la modifica del paesaggio, la distruzione di prati e siepi, non basta l’inaridimento dei suoli, la contaminazione di falde, acque e dei campi limitrofi, l’uccisione di insetti tra cui le api, l’inquinamento per adulti e bambini che si barricano in casa durante le frequenti irrorazioni che avvengono ovunque dato che ogni centimetro quadrato è stato colonizzato dalle vite. Niente ferma la stupidità umana, il tutto per coltivare una pianta che occupa enormi spazi e ne fa una delle monoculture più nocive dal punto di vista ambientale.  Vista la situazione a cui stiamo andando incontro, la monocultura si rivela un danno in più per una agricoltura già ora in grosse difficoltà. Con i cambiamenti climatici, con l’inaridimento e l’impoverimento dei suoli, si avranno produzioni agricole sempre minori soprattutto dei sistemi tradizionali. Sarà quindi inevitabile passare dalla monocultura alla pluricoltura, coltivando in grandissima parte piante e alberi che sfamano la gente. Chissà cosa ci faranno con tutti quei vigneti quando le crisi si faranno più gravi e le persone affamate non avranno abbastanza da mangiare. A quel punto i grandi capitalisti, che vengono ora glorificati per le loro magnifiche gesta che fanno risplendere il nome del vini veneti nel mondo, potranno arrotolare i loro soldi e provare a mangiarli per vedere se ce la fanno a sfamarsi, oppure potranno attingere alle loro produzioni di vini con i quali ubriacarsi a profusione e proporre anche alla popolazione di farlo, per distrarsi dalla fame. E come la principessa Maria Antonietta che disse “Se il popolo non ha pane, che mangi le brioche”, i nostri capi d’industria potranno dire al popolo: “Se non avete da mangiare, ubriacatevi che così vi passa tutto”.

Prima che sia troppo tardi, si riduca drasticamente la produzione vinicola, si converta tutto al biologico e al posto della vite si coltivino innumerevoli varietà agricole e frutteti in una combinazione di foresta commestibile così da ridare vita ad animali e persone, oltre che assorbire CO2. Non è più il tempo di ubriacarsi, è il tempo di prendere in mano la situazione e rendere il Veneto non l’odierna fabbrica  di veleni ma una terra fiorente e che preservi la vera ricchezza, quella della natura, non quella degli sghei.

Fonte:ilcambiamento.it

PFAS, storia di una contaminazione a catena

Di inquinamento da PFAS in Veneto si è iniziato a parlare nel 2013, quando è scoppiata quell’emergenza che ha ora oltrepassato I confini della “zona rossa” ed è stata dichiarata nazionale. Eppure sappiamo oggi che il più grave inquinamento delle acque della storia italiana ha avuto origine anni prima a causa di una pericolosa gestione del territorio che ha determinato negli anni contaminazioni e reazioni a catena. Tra queste la mobilitazione di mamme, cittadini e associazioni che lottano nel tentativo di limitare le conseguenze ambientali e sanitario di questo “veleno invisibile”. Eppure, oggi più che mai, la via d’uscita da questo disastro appare lontana. I PFAS sono composti chimici industriali utilizzati per rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. Sono usati nella produzione di molti oggetti di uso quotidiano come padelle di teflon, carta da forno sbiancata, packaging per fast food, abbigliamento reso impermeabile o isolante e lubrificanti. Da almeno 60 anni queste sostanze si diffondono e avvelenano le falde acquifere, acque superficiali e acquedotti del Veneto occidentale ma ormai sono diffusi nel fiume Po e quindi anche nel mare Adriatico. L’Ispra ha stimato per il solo danno ambientale 136,8 milioni di euro. Per il secondo anno il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza da contaminazione delle falde idriche di Verona, Vicenza e Padova. Man mano che la regione Veneto aggiorna i dati, aumentano i comuni contaminati oltre a quelli già presenti nella zona “rossa” attorno a Trissino dove ha sede l’incriminata azienda Miteni Spa. A sempre più persone vengono riscontrati valori elevati nel sangue di PFAS e si allargano gli screening anche alla popolazione pediatrica. Queste sostanze rappresentano un grave pericolo sia per la salute umana che per l’ambiente, sono catalogate nelle liste internazionali di sostanze estremamente preoccupanti (SVHC) perché tossiche, persistenti e bio-accumulabili cioè il nostro corpo le integra e le accumula; esse sono particolarmente subdole perché inodori, incolori e insapori.

La gestione del caso Miteni

La Miteni Spa, un’azienda chimica specializzata in produzione di intermedi fluorurati per agrochimica, farmaceutica e chimica fine, dal 1977 ha scaricato sostanze altamente tossiche nei corsi d’acqua ma l’inquinamento da tali sostanze è stato constatato solo nel 2013. Questo evento ha portato alla luce un intero sistema di pericolosa gestione del territorio. Il 20 marzo di quest’anno i carabinieri del NOA (Nucleo Operativo Ecologico) in 270 pagine certificano, con 13 rinvii a giudizio tra i dirigenti aziendali, che la Provincia di Vicenza ha nascosto l’inquinamento per 13 anni: “C’è stata la volontà di non far emergere la situazione, colpevole anche l’Agenzia Ambientale regionale, l’organo di controllo, Arpav”.  

L’attività industriale

Le attività industriali che usano questi prodotti sono quelle per la lavorazione delle pelli, del tessile, le cartiere e le produzioni con inchiostri e tinture. Le industrie rilasciano questi composti come fanghi, scarichi e contaminanti del suolo. Ma sono soprattutto le concerie le industrie incriminate. L’ltalia rappresenta il 66% della produzione conciaria europea, il Veneto il 52% della produzione italiana del settore. Ne consegue che la sola industria della pelle del Veneto consuma ogni anno, secondo i dati dell’agenzia europea ECHA che disciplina l’uso delle sostanze chimiche, circa 160 tonnellate di sostanze che rilasciano PFOA e che non sono mai state oggetto di analisi negli scarichi industriali perché precursori dei PFAS. A questi vanno ad aggiungersi 30 tonnellate di PFOA e sali di PFOA puri o utilizzati in miscele vendute in Europa. In Italia la chiusura delle indagini preliminari della procura di Vicenza sull’azienda Miteni ha sollevato gravi responsabilità di Istituzioni Pubbliche ed enti di controllo per il più grave inquinamento delle acque della storia italiana con interessamento, per ora, di 350 mila persone e più di 90.000 abitanti da sottoporre a controllo clinico. Già dal 2010 la Provincia di Vicenza era a conoscenza dell’incremento della contaminazione da PFAS dovuta alla Miteni e così l’Arpav Veneto, l’organo di controllo.

La diffusione dei PFAS si sarebbe potuta arginare 10 anni fa. 

Eppure la regione Veneto si è inserita nel fallimento della Miteni per essere risarcita di 4,8 milioni di euro. Inoltre il Ministero delle politiche economiche ha messo a disposizione fondi al Commissario Delegato, Nicola Dell’Acqua, per una quota complessiva di 56,8 milioni con il compito di iniziare, e portare avanti, gli interventi urgenti. Ulteriori 80 milioni saranno stanziati dal Ministero dopo un un Accordo di programma da sottoscrivere con la Regione Veneto. Quindi l’onere della bonifica è a carico dello Stato ma gestita dalla Regione.

Contaminazioni a catena

L’acqua è la base di ogni forma di vita e si distribuisce in ogni parte dell’ecosistema. Oltre che nei rubinetti dell’acqua potabile i PFAS sono entrati nella catena alimentare, nell’agricoltura, negli allevamenti e nella pesca. Infatti l’acqua è responsabile solo per il 20% della contaminazione, il restante 80% è dovuto agli inquinanti presenti nella catena alimentare e nell’aria (EFSA, 2017). Nessuna iniziativa, fino ad ora, è stata adottata nei confronti dell’origine alimentare della contaminazione. Infatti le Istituzioni hanno diffuso segnali rassicuranti basandosi su parametri dose/giornaliera vecchi di 10 anni quando ancora gli studi sull’impatto della contaminazione erano appena cominciati. Mentre in America già molte persone sono state risarcite per avvelenamento da PFAS, in Italia si attendono le prove causa-effetto non bastando il “probabile collegamento” che già emerge dagli studi epidemiologici. Dagli studi del Prof. Carlo Foresta dell’Università di Padova, endocrinologo e andrologo si prospetta una crescita esponenziale di infertilità nelle future generazioni, soprattutto maschile. Infatti i PFAS, interferenti endocrini, per la loro natura chimica si sostituiscono all’ormone testosterone nei tessuti dove questo dovrebbe agire. Questo determina grave insufficienza del sistema riproduttivo ma anche problematiche ormonali a lungo termine.

I valori guida di riferimento

Leggiamo dal documento/inchiesta pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land che la pubblicazione dei nuovi valori guida per la salute umana indicati dall’EFSA(organo di controllo europeo) è per ora stata sospesa per la pressione delle lobbies chimiche sulle Istituzioni Europee. Ma sono state pubblicate dalla rivista del Sindacato veterinari di medicina pubblica del Veneto: per PFOS e PFOA sono rispettivamente di 13 ng/kg e 6 ng/kg peso corporeo per settimana. Emergerebbe una enorme discrepanza con i dati di riferimento della regione attualmente in atto per le valutazioni: in totale un litro d’acqua, definita potabile, può contenere fino a 390 ng di PFAS. Ad esempio un bambino di 10kg supererebbe la soglia giornaliera solo bevendo un litro di acqua. Su tali parametri sono basati anche i pochi monitoraggi dell’istituto Superiore di Sanità sugli alimenti vegetali e animali. Questo è uno dei punti chiave che necessita di misure urgenti poiché nessuno è in grado di stimare l’entità delle contaminazioni e il nesso dose/rischio per la salute sia degli abitanti della zona sia di quelli delle altre regioni dove i prodotti vengono distribuiti. Per ora la regione Veneto ha emesso un’ordinanza che vieta fino al 30 giugno il consumo del pesce pescato proveniente dalle aree dove sono state riscontrate positività analitiche per i PFAS. Ma non c’è nessun controllo, non emerge la capacità di gestire la situazione neanche di saperla valutare.

Campi del Veneto visti dall’aereo

Le economie di zona

Storicamente la ricchezza della Regione deriva proprio dall’opera di regimentazione delle acque attraverso le bonifiche delle paludi che permisero ad una delle zone più povere d’Italia il grandioso sviluppo economico prima agricolo e poi industriale. Dagli anni ’60 lo sviluppo industriale di questo territorio ha avuto una forte connotazione chimica. Gli impianti di Marghera della Monsanto e della Sicedison hanno posto le basi per diventare uno dei più importanti poli per la produzione di materie plastiche in Europa. Poi si insediò la Rimar, che in seguito diventa appunto Miteni, costruita sulla seconda falda acquifera più grande d’Europa, grande come il Lago di Garda. La zona di Arzignano rappresenta il più grande polo europeo della concia che scarica nella zona migliaia di tonnellate di rifiuti tossici arrivando ormai alla nona discarica e con nessun intervento da parte delle autorità di controllo. Reflui conciari e reflui della Miteni viaggiano vicini, vengono diluiti con acqua pulita, paradossalmente definita “vivificazione”, ma non filtrati dai PFAS. Infatti gli impianti di depurazione continuano a non limitare il problema poiché non sono in grado di filtrarli ed eliminarli. I PFAS continuano a scorrere abbondantemente lungo la pianura e ad accumularsi, sono fatti proprio per non degradarsi. Questa stessa zona è toccata anche da una grande opera in costruzione: la superstrada Pedemontana. Corre proprio lungo la fascia di ricarica della falda acquifera di buona parte della pianura padana, è costruita “in trincea” cioè diversi metri al di sotto del livello campagna. Così in alcuni tratti si vedono i muri, appena costruiti, percolare liquami tossici. Inoltre subisce continuamente crolli e rattoppi incontrando anche discariche industriali abusive e zone instabili. Non sembra che la politica di sviluppo della regione segua una progettazione organica tra le varie problematiche né che ci sia un’adeguata analisi idrogeologica. Sicuramente si continua a seguire un modello di sviluppo che non protegge territorio e salute. Non si riscontra neanche il vantaggio economico poiché la Pedemontana negli anni ha quadruplicato i costi che nessuna banca ha voluto finanziare e quindi la Regione ha chiesto l’intervento dell’Anas cioè dello Stato. Per ora il costo ammonta a 12 miliardi.

L’altra faccia del Veneto

Già dal 2014 diverse associazioni attive sul territorio si sono riunite nel coordinamento Acqua libera da PFAS che ha cercato di sensibilizzare cittadini, enti pubblici e di controllo e ha chiesto per anni di indagare quale fosse il reale impatto sull’ambiente e sulla salute. Ora che iniziano maggiori controlli sulle acque e nel sangue degli abitanti i dati sono allarmanti e ancora molto sottostimati. 

Il movimento No PFAS è stato il motore che ha rotto un sistema di omertà e dolo ma anche di inadeguatezza e immobilismo tra Istituzioni e forti interessi economici. I partecipanti hanno subito 5 avvisi di garanzia per aver spinto alle indagini e dubitato delle rassicurazioni. Chiedono “Zero PFAS” per uscire dalle contrattazione dei cosiddetti “limiti accettabili” che sono la mediazione possibile per poter continuare a produrre. Nessuna opera di bonifica, che comunque non è neanche all’orizzonte, può funzionare se prima non si bloccano le sorgenti dell’inquinamento. Chiedono analisi e dati, di poter effettuare esami del sangue per controllare il proprio stato di contaminazione. Non possono effettuarli né gratuitamente né pagando il ticket e nemmeno privatamente poiché non sono analisi comuni. I cittadini sono pertanto privati di una forma di controllo della propria salute che rimane nelle mani di chi fa i monitoraggi ufficiali. Nella mancanza totale di informazioni si è costituita la Redazione di PFASLand che rappresenta l’Organo di informazione dei gruppi-comitati-associazioni NO PFAS della Regione del Veneto che raccoglie le più importanti realtà maturate in questi anni: Mamme No PFAS, Angry Animals dei Centri Sociali, Greenpeace, Legambiente, ISDE, Medicina Democratica, CiLLSA, associazione di Arzignano, Coordinamento Acqua Bene Comune di Vicenza e Verona, Rete Gas Vicentina, gruppi territoriali NO PFAS indipendenti, in continua nascita.

Grazie al Comitato scientifico della Redazione PFASLand il 12 aprile è nata la prima mappa digitale navigabile sulla contaminazione da PFAS, dove ogni cittadino potrà verificare quanto inquinati siano il pozzo, la risorgiva, il fiume, le acque in prossimità della propria casa, del proprio orto, le stesse acque con cui si irrigano i campi e si allevano gli animali, per arrivare poi in forma di alimenti non solo sul proprio piatto, ma anche su quello degli altri. Uno strumento popolare, un bene comune ma complesso, basato sui dati aggregati ArpaV, usando software liberi come QGIS. Dal documento pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land precedentemente citato leggiamo: “Per la bonifica di un territorio così grande, dei bacini fluviali, delle colture, per l’aiuto ai produttori danneggiati dall’inquinamento e il risanamento totale delle loro aziende, per la mano d’opera occorrente e gli strumenti, il personale medico e le strutture sanitarie, c’è bisogno di grandissime risorse economiche di cui la Regione non dispone. Sarà necessario un piano di solidarietà nazionale, coordinato dai ministeri competenti, per garantire un budget inimmaginabile ma necessario. 

Confligge con tale bisogno la logica perversa con la quale tutte le forze politiche del Veneto si sono accodate alla richiesta di Zaia che esclude ogni tipo di solidarietà nazionale nei confronti di chi produce meno o amministra male. Però non puoi chiedere aiuto agli altri se neghi il senso della solidarietà nazionale che è alla base di un paese democratico i cui governanti sappiano guardare un tantino più in là del proprio naso… Ricordo da bambino i camion pieni di vestiti e coperte che partivano, salutati dalla folla, da una Sicilia poverissima in aiuto degli alluvionati del Polesine”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/pfas-storia-contaminazione-catena/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Plastic Radar: come segnalare da WhatsApp la plastica nelle acque

Greenpeace ha riattivato Plastic Radar, l’applicazione per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie del mare. Novità di questa edizione la possibilità di segnalare i rifiuti in plastica anche nei nostri fiumi e laghi. Greenpeace ha riattivato Plastic Radar il servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica che inquinano spiagge, mari e fondali e che, a partire dall’edizione di quest’anno, include anche l’inquinamento da plastica nei nostri fiumi e laghi. Partecipare è semplice, basta avere un telefono cellulare su cui sia installata l’applicazione WhatsApp e, una volta ritrovato un rifiuto di plastica in mare, spiaggia, in fiumi o laghi, segnalarlo al numero di Greenpeace +39 342 3711267 tramite l’applicazione. Per effettuare una segnalazione è necessario inviare a Plastic Radar una foto in cui sia ben riconoscibile il tipo di rifiuto/oggetto e, se possibile, anche il marchio dell’azienda produttrice, insieme alle coordinate geografiche del luogo dove è stato individuato il rifiuto. La chatbot di Plastic Radar porrà successivamente delle domande per reperire le informazioni necessarie per registrare e validare la segnalazione. I dati saranno disponibili in forma aggregata – nell’arco di 24-48 ore – sul sito. Greenpeace invita tutti i partecipanti a raccogliere i rifiuti, differenziarli e depositarli negli appositi contenitori una volta effettuata la segnalazione.

“Nella nostra recente spedizione di ricerca e documentazione “MAYDAY SOS Plastica” nel Tirreno abbiamo verificato che i nostri mari e le nostre spiagge sono soffocate dalla plastica. Tra i punti più contaminati la foce del Sarno, a conferma che i fiumi sono una delle principali vie di ingresso dei rifiuti in mare. Per questo raccogliamo anche segnalazioni relative alla presenza di rifiuti in plastica lungo fiumi e laghi”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Chiediamo una mano a tutti: insieme possiamo denunciare cosa sta succedendo e accendere i riflettori su una delle emergenze ambientali più gravi dei nostri tempi”. 

Attraverso il sito Plastic Radar sarà possibile scoprire quali sono le tipologie di imballaggi più comuni che inquinano mari, spiagge, fiumi e laghi, a quali categorie merceologiche appartengono e quali sono le aziende che dipendono maggiormente dalla plastica monouso nell’offerta dei propri prodotti.  

“L’iniziativa lanciata l’anno scorso ha avuto un enorme successo con oltre 6.800 segnalazioni valide e ci ha aiutato a far luce sui rifiuti in plastica più presenti nei mari italiani. La maggior parte erano prodotti usa e getta, in primis bottiglie di plastica, e appartenenti a marchi ben noti come San Benedetto, Coca Cola e Nestlè. Le grandi aziende continuano a immettere sul mercato enormi quantitativi di plastica usa e getta non assumendosi alcuna responsabilità circa il suo corretto riciclo e recupero. Se vogliamo veramente fermare l’inquinamento da plastica nei nostri mari è necessario che le grandi aziende avviino immediatamente programmi per ridurre drasticamente il ricorso all’utilizzo di imballaggi e contenitori in plastica usa e getta” , conclude Ungherese.

 Delle quasi 6.800 segnalazioni valide ricevute nell’estate 2018, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, ovvero oggetti progettati per un utilizzo che va da pochi secondi ad alcuni minuti, e in gran parte rappresentati da bottiglie per l’acqua minerale e bevande (25 per cento); a seguire, nell’ordine: confezioni per alimenti (circa il 10 per cento), frammenti (6 per cento), sacchetti di plastica (4 per cento), bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento) e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento).  

Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione, sottoscritta da più di un milione di persone in tutto il mondo, in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso

Leggi il report “Plastic Radar 2018

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2019/07/greenpeace-rilancia-plastic-radar-per-segnalare-plastica-nostre-acque/