Giornata Mondiale dell’Ambiente: Greenpeace lancia il Plastic Radar

Il tema di quest’anno della Giornata Mondiale dell’Ambiente è l’inquinamento da plastica, soprattutto in mare. Ecco una iniziativa Greenpeace per combatterlo.http _media.ecoblog.it_5_5d3_giornata-mondiale-ambiente-plastica-green-peace

Si svolge oggi la Giornata Mondiale per l’Ambiente promossa dall’ONU e il tema che la caratterizza quest’anno è la lotta all’inquinamento da plastica nei mari e sulla terra ferma. Le stime parlano chiaro: ogni anno finiscono in mare almeno 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Per la stragrande maggioranza si tratta di imballaggi monouso, o uso e getta se preferite, derivanti dal consumo di acqua e bibite in bottiglia di plastica o fustini di detersivi liquidi. Greenpeace non perde occasione per dichiarare che i principali responsabili di questo inquinamento sono Coca-Cola, Unilever, Nestlé e Procter&Gamble: “È necessario che i governi e le grandi multinazionali riconoscano che il riciclo non è la soluzione del problema – spiega Graham Forbes, responsabile della campagna plastica di Greenpeace – Bisogna fermare l’inquinamento da plastica prima che sia troppo tardi. In tutto il mondo, migliaia di persone si battono quotidianamente contro l’inquinamento da plastica, ma questa crisi ambientale necessita di interventi urgenti e azioni concrete per ridurre la produzione e il consumo di plastica monouso”.

Secondo l’associazione ambientalista la soluzione non sta nella raccolta differenziata e nel riciclo, ma nella non produzione dei rifiuti: alcuni imballaggi in plastica sono del tutto evitabili e il consumo di acqua minerale e bibite zuccherate (che tra l’altro, queste ultime, fanno anche male alla salute) deve essere nettamente ridotto.

Nel frattempo Greenpeace Italia ha lanciato l’iniziativa Plastic Radar: se trovi un rifiuto plastico in spiaggia puoi fotografarlo, attivando la geolocalizzazione, e inviarlo all’associazione che raggrupperà le segnalazioni raccolte per stilare una mappa dell’inquinamento delle coste italiane. Il tutto funziona tramite WhatsApp, quindi l’operazione è alla portata di tutti. L’importante, spiega Greenpeace, è che si veda il simbolo che identifica il tipo di plastica, la marca del prodotto imballato in plastica, e che sia attivata la localizzazione GPS. Greenpeace insiste sul fatto che si fotografi la marca: “Negli ultimi mesi, McDonald’s, Starbucks, Procter & Gamble, Nestlé, Coca-Cola, Pepsi e Unilever hanno pubblicato piani volontari relativi all’inquinamento da plastica, ma nessuna delle aziende ha adottato interventi drastici per ridurre la produzione di imballaggi monouso“.

Una mappa contenente l’indicazione di chi ha prodotto il rifiuto non fa altro che mettere nero su bianco chi sta inquinando le nostre coste e i nostri mari.

Fonte: ecoblog.it

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Addio plastica monouso? La nuova direttiva europea contro l’usa e getta

Addio a cotton fioc, posate, piatti e cannucce di plastica monouso. È quanto prevede una delle misure presentate dalla Commissione europea nell’ambito della strategia per ridurre l’inquinamento da plastica. Greenpeace e Legambiente accolgono favorevolmente la nuova proposta ma chiedono misure più ambiziose e obiettivi attuabili nel breve periodo.

Entro il 2025 gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, per esempio con sistemi di cauzione-deposito. Questa – insieme al divieto di vendita di stoviglie, cannucce, agitatori per bevande, bastoncini di cotone per le orecchie e bastoncini per palloncini in plastica – è una delle misure più ambiziose presentate oggi dalla Commissione europea, nel quadro della strategia Ue per ridurre i rifiuti plastici.plastica-monouso

Secondo il progetto di direttiva, inoltre, i contenitori per bevande in plastica saranno consentiti soltanto se i tappi e i coperchi restano attaccati al contenitore. Per i contenitori per alimenti e tazze per bevande in plastica, gli Stati membri dovranno fissare obiettivi nazionali di riduzione. I produttori saranno poi chiamati a coprire i costi di gestione dei rifiuti per prodotti come i mozziconi di sigaretta, palloncini e attrezzi da pesca in plastica. Altri prodotti come gli assorbenti igienici e le salviette umidificate dovranno avere un’etichetta chiara e standardizzata che indica il loro impatto negativo sull’ambiente. Bene l’impegno della Commissione europea su plastica monouso ma servono misure più ambiziose.  Greenpeace, insieme alla coalizione ReThink Plastic Alliance, accoglie favorevolmente la nuova proposta di direttiva della Commissione Europea sulla plastica usa e getta e la considera un primo passo, importante e positivo, verso la riduzione degli imballaggi e dei contenitori in plastica monouso. La proposta prevede, tra i vari provvedimenti, il bando per cannucce, piatti e posate di plastica usa e getta e l’incremento del riciclo delle bottiglie.

“Se vogliamo invertire la rotta – commenta Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia – è fondamentale eliminare al più presto tutti quegli oggetti per i quali sono già disponibili alternative sostenibili. La proposta della Commissione Ue è un buon passo avanti ma è necessario avere più coraggio e ambizione: chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di definire obiettivi precisi sulla riduzione della produzione e immissione sul mercato di imballaggi monouso. La proposta, altrimenti, è inefficace e non sufficiente per affrontare il grave inquinamento da plastica dei nostri mari”.garbage-1255244_960_720

Sulla direttiva Ue sulla riduzione dell’inquinamento da plastica usa e getta si è espressa anche Legambiente. “Il progetto di direttiva sulla riduzione dell’inquinamento da plastica presentato oggi dalla Commissione europea è un primo e fondamentale passo per contrastare il marine litter, una delle due più gravi emergenze ambientali globali insieme ai cambiamenti climatici, e più in generale per ridurre gli impatti che l’uso non responsabile di questo materiale causa all’ambiente. Non tutte le misure previste però affrontano alla radice i problemi veri. Mancano ad esempio norme sui bicchieri di plastica usa e getta e sull’eliminazione di sostanze tossiche. L’assenza di obiettivi specifici di riduzione per gli Stati membri, inoltre, rischia di essere controproducente. Per questo chiediamo al Parlamento e al Consiglio di mettere in atto obiettivi concreti e attuabili nel breve periodo per andare oltre la plastica monouso e per alimentare sempre di più il modello di economia circolare europeo con la gestione dei rifiuti plastici”.

Così Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, commenta le nuove norme proposte dalla Commissione europea per i prodotti di plastica monouso e per gli attrezzi da pesca perduti e abbandonati che ora passeranno ora al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio.

“Su questo tema l’Italia può vantare una indiscussa leadership normativa, essendo stata la prima a mettere al bando gli shopper di plastica, i cotton fioc non biodegradabili e le microplastiche nei cosmetici – prosegue Ciafani-.  È importante ora che tutta Europa faccia fronte comune, promuovendo le misure previste anche a tutti gli altri Paesi del Mediterraneo. Chiediamo al Parlamento europeo e ai ministri dell’UE, che nei prossimi mesi discuteranno di queste norme, di mettere in atto obiettivi ancora più stringenti, prevedendo una revisione intermedia non dopo sei ma tre anni dall’entrata in vigore in modo da garantire una sua applicazione più efficace”.inquinamento-plastica

Nella direttiva europea, sottolinea Legambiente, va inoltre prevista una norma anche sulle bottiglie di plastica. Oltre la responsabilità dei produttori e l’obiettivo di raccogliere entro il 2025 il 90% delle bottiglie in Pet, la direttiva deve spingere sull’uso delle acque del rubinetto più controllate, sane e meno inquinanti di quelle in bottiglia. Secondo l’ultimo rapporto Beach Litter di Legambiente, solo sulle spiagge italiane il 31% dei rifiuti censiti è stato creato per essere gettato immediatamente o poco dopo il suo utilizzo. Parliamo di imballaggi di alimenti, carte dei dolciumi, bastoncini per la pulizia delle orecchie, assorbenti igienici, barattoli e latte alimentari, mozziconi di sigaretta. I rifiuti plastici usa e getta sono stati rinvenuti nel 95% delle spiagge monitorate, a dimostrazione della gravità del problema.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/addio-plastica-monouso-nuova-direttiva-europea-contro-usa-e-getta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’esempio delle donne messicane: sposano gli alberi per combattere il disboscamento

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Il problema del disboscamento in Messico è una questione annosa, che desta molta preoccupazione. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, un gruppo di attivisti di Oaxaca ha deciso di intraprendere un’iniziativa all’apparenza strana: celebrare dei matrimoni tra persone e alberi.

Ecco cos’è successo a San Jacinto Amilpas.

Combattere il disboscamento con creatività

«Sposare un albero è un modo per protestare, per dire che dobbiamo smettere di sterminare la Madre Terra ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo».

Queste parole sono state pronunciate da Dolores Leycigi, una delle attiviste che a febbraio scorso ha deciso di sposare un albero per combattere il disboscamento. E Dolores non è la sola. Nello stato di Oaxaca, ben 30 attivisti ambientali si sono legati in matrimonio ad altrettanti alberi. L’evento, che prende il nome di Marry a Tree, è volto a sensibilizzare l’opinione pubblica contro il disboscamento illegale e la deforestazione nello stato di Oaxaca. Non è la prima volta che in Messico un uomo si lega a un albero. È tuttavia la prima volta che accade un evento di gruppo del genere.

La cerimonia

La cerimonia è stata celebrata da Richard Torres, attore e ambientalista peruviano che nel 2014 aveva già sposato un albero a Bogotà, in Colombia, nel tentativo di incoraggiare i ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia di piantare alberi invece di incitare alla guerra.

In Messico, la cerimonia a cui le spose hanno partecipato con tanto di vestito matrimoniale, si è svolta nel municipio di San Jacinto Amilpas, parte della grande area metropolitana della città di Oaxaca.

«Siamo riuniti per compiere questo grande atto di amore eterno, consacrazione e impegno con gli alberi», ha affermato Torres durante la cerimonia, pensata per sensibilizzare e mettere in guardia le persone contro la crisi ecologica nel paese. Alla fine della cerimonia, i partecipanti hanno anche piantato 16 alberi.

Disboscamento e crisi ambientale in Messico

I matrimoni non sono ovviamente vincolanti da un punto di vista legale, ma sembrano essere un ottimo modo per attirare l’attenzione pubblica su un tema importantissimo in Messico.

«La pratica di trasportare e vendere illegalmente legname ha avuto un impatto ambientale devastante in Messico ed è ritenuta la causa di un aumento della siccità», osserva l’ Huffington Post . E in effetti, il disboscamento illegale sta infliggendo un duro colpo alle foreste messicane. In parte anche a causa del commercio illegale di legname.

Una crisi ambientale che rischia di diventare irreversibile.Secondo Torres, parte della colpa sarebbe della classe politica e degli interessi economici in ballo. La protezione dell’ambiente dovrebbe essere uno dei principali impegni della classe politica “perché sono stati scelti dal popolo”, ha detto Torres, che guida il gruppo di difesa ambientale Corazones Verdes (Green Hearts).

Fonte: ambientebio.it

Smog, emergenza cronica in tutto il nord: Torino è la città più inquinata d’Europa

Spetta a Torino il triste primato di città più inquinata d’Italia e d’Europa, al terzo posto Alessandria. La situazione è critica per ben sei capoluoghi piemontesi su otto. Sono questi alcuni dei preoccupanti dati emersi da “Mal’Aria 2018”, il rapporto di Legambiente sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane. “Non servono misure sporadiche, occorre ripartire da un diverso modo di pianificare gli interventi nelle aree urbane”.

In Italia l’emergenza smog è sempre più cronica e a guidare la classifica nazionale è Torino, con il record negativo di 112 giorni di livelli di inquinamento atmosferico illegali. Nel 2017 in ben 6 capoluoghi piemontesi su 8 è stato superato, almeno in una stazione ufficiale di monitoraggio di tipo urbano, il limite annuale di 35 giorni per le polveri sottili con una media giornaliera superiore a 50 microgrammi/metro cubo. Sono questi alcuni dati emersi da Mal’Aria 2018 – “L’Europa chiama, l’Italia risponde?”, il rapporto sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane di Legambiente. Dal report emerge che nel 2017 in ben 39 capoluoghi di provincia italiani è stato superato il limite. Le prime posizioni della classifica sono tutte appannaggio delle città del nord (Frosinone è la prima del Centro/Sud, al nono posto), a causa delle condizioni climatiche che hanno riacutizzato l’emergenza nelle città dell’area del bacino padano.emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa-1517339711

Ben cinque su 39 capoluoghi hanno oltrepassato addirittura la soglia di 100 giorni di smog oltre i limiti: Torino (stazione Grassi) guida la classifica con il record negativo di 112 giorni di livelli di inquinamento atmosferico illegali; Cremona (Fatebenefratelli) con 105; Alessandria (D’Annunzio) con 103; Padova (Mandria) con 102 e Pavia (Minerva) con 101 giorni. Ci sono andate molto vicine anche Asti (Baussano) con 98 giorni e Milano (Senato) con le sue 97 giornate oltre il limite. Seguono Venezia (Tagliamento) 94; Frosinone (Scalo) 93; Lodi (Vignati) e Vicenza (Italia) con 90.

Il dossier Mal’Aria 2018 contiene anche il focus “Che aria tira in città: il confronto con i dati europei” dal quale emerge che le principali città italiane sono tra le più critiche a livello europeo per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico, secondo i dati elaborati da Legambiente a partire dall’ultimo report del 2016 dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Legambiente ha confrontato le medie annuali di PM10 di 20 grandi città di Italia, Spagna, Germania, Francia, e Regno Unito (dati 2013). I valori peggiori si registrano proprio a Torino e negli anni successivi al 2013 la situazione delle città italiane non è migliorata.

“Come ribadiamo da anni non servono misure sporadiche, ma è urgente mettere in atto interventi strutturali e azioni ad hoc sia a livello nazionale che locale – ha spiegato Stefano Ciafani, direttore generale Legambiente –. Una sfida che la prossima legislatura deve assolutamente affrontare. Gli innumerevoli protocolli e accordi non devono riguardare solo le regioni padane, ma tutte le regioni e le città coinvolte da questa emergenza. Occorre ripartire da un diverso modo di pianificare gli interventi nelle aree urbane, con investimenti nella mobilità collettiva, partendo da quella per i pendolari, nella riconversione sostenibile dell’autotrazione e dell’industria, nella riqualificazione edilizia, nel riscaldamento coi sistemi innovativi e nel verde urbano”.emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa-1517339695

I dati riferiti da Legambiente confermano i risultati del monitoraggio effettuato da Greenpeace nei pressi di dieci scuole dell’infanzia e primarie di Torino. La situazione riscontrata nelle scuole torinesi, all’orario della prima campana, è stata la peggiore emersa dai monitoraggi fatti dall’associazione ambientalista nelle quattro città italiane maggiormente interessate dalla concentrazione di biossido di azoto. Classificato tra le “sostanze certamente cancerogene”, il biossido di azoto negli ambienti urbani proviene per il 70-80% dal settore dei trasporti, e in massima parte dai diesel. I suoi effetti patogeni sono principalmente a carico delle vie respiratorie, del sistema sanguigno, delle funzioni cardiache. È inoltre particolarmente nocivo sui bambini causando infezioni alle vie respiratorie, asma, polmoniti, ritardo nello sviluppo del sistema nervoso e dei processi cognitivi.

Greenpeace afferma: “C’è un solo modo per abbattere le concentrazioni di biossidi di azoto nelle grandi città: limitare progressivamente la circolazione dei diesel, fino a vietarla nei prossimi anni”.

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Chi inquina, paga? I danni sanitari e ambientali delle attività economiche in Italia: quanto costa l’inquinamento alla collettività (e chi lo paga)

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Il documento redatto dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica lascia intravedere la possibilità che si può rilanciare “l’economia con l’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite” .

Nel nuovo documento dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica Chi inquina, paga? i costi esterni ambientali generati da ciascun settore dell’economia nazionale sono confrontati con l’ammontare complessivo delle imposte ambientali pagate dal settore (accise sui prodotti energetici, imposte sui veicoli, tasse sul rumore e altre imposte su inquinamento e risorse naturali) e, a seguire, anche con l’ammontare delle agevolazioni fiscali e di altri sussidi dannosi per l’ambiente che vanno a beneficio dello stesso settore, allo scopo di formulare un’ipotesi complessiva di riforma della fiscalità ambientale.388824_2

Una riforma che potrebbe essere completata dall’introduzione graduale di imposte speciali su specifici inquinanti e sull’estrazione di risorse naturali scarse, opportunamente calcolate con un’attività sistematica e regolamentata di misura dei costi esterni sanitari e ambientali associati a tali fattori d’impatto. Questa nuova prospettiva potrebbe agevolare l’attesa riduzione delle tasse sul reddito del fattore lavoro, migliorando l’equità e la trasparenza del sistema fiscale nazionale. Rappresenta, dopo il Catalogo dei sussidi dannosi per l’ambiente, un ulteriore passo verso una proposta per una fiscalità più ecologica per l’Italia. Accise sui prodotti energetici, imposte sui veicoli, tasse sul rumore o su inquinamento e risorse naturali: le tasse ambientali pagate dai residenti in Italia hanno assicurato, nel 2013, un gettito di 53,1 miliardi di euro. Ma è possibile quantificare anche i costi ambientali sopportati dalla collettività, cioè i danni per l’inquinamento prodotto da famiglie e imprese?388824_3

Un primo conto – limitato per il momento alle sole emissioni in atmosfera e al rumore dei trasporti – ha visto le famiglie produrre, nel 2013, danni sanitari e ambientali per 16,6 miliardi, seguite dall’industria (13,9 miliardi) e dall’agricoltura (10,9). Esiste però un forte squilibrio tra chi inquina e chi paga: nel 2013 le famiglie hanno pagato il 70% in più rispetto ai danni creati, le imprese il 26% in meno. Il record degli sconti, 93%, va all’agricoltura. Ci sono margini per una riforma della fiscalità ambientale all’insegna di maggiore equità e trasparenza? Il dossier propone un nuovo approccio per applicare meglio il principio Chi inquina paga, tenendo conto non solo delle tasse ambientali ma anche dei sussidi dannosi per l’ambiente.

Se accompagnata dalla parallela riduzione dell’imposizione fiscale sui redditi da lavoro, – si legge tra le osservazioni fatte dall’ufficio Valutazione del Senato – la riforma della fiscalità ambientale potrebbe avvenire senza incidere sulla pressione fiscale complessiva. Inoltre, essa consentirebbe di finanziare anche un piano di interventi green (infrastrutturali e di sostegno alla green economy) che coniughi gli obiettivi di rilancio dell’economia con l’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.”

Ai seguenti link il Focus e il Dossier realizzato dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica

 

Fonte: Senato della Repubblica e Arpa Piemonte

Microplastiche: l’inquinamento coinvolge anche i laghi. L’indagine di Legambiente ed Enea

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Sei i laghi campionati nel 2017, in tutti rinvenute microparticelle di plastica. I laghi di Como e quello Maggiore sono quelli in cui è stata trovata la maggiore densità media di particelle al chilometro quadrato: rispettivamente 157mila e 123mila

Il problema del marine litter e delle microplastiche in acqua non riguarda solo mari e oceani, che rischiano di diventare zuppe di plastica, ma anche i bacini lacustri e fiumi. A confermare la presenza di questo fenomeno nelle acque interne, i dati di Legambiente che, nel corso della sua campagna itinerante Goletta dei Laghi 2017, ha realizzato per il secondo anno consecutivo, in collaborazione con ENEA, un campionamento ad hoc sulle microplastiche, con dimensione inferiore ai 5 millimetri, presenti nei laghi monitorando sei bacini: Iseo, Maggiore, Garda, Trasimeno, e per la prima volta Como e Bracciano, per un totale di quasi 50 chilometri percorsi dalla manta, la rete utilizzata per i vari campionamenti. Allo stesso tempo, per la prima volta, sono stati campionati anche alcuni corsi fluviali immissari ed emissari, a monte e a valle degli impianti di trattamento delle acque presenti: il fiume Oglio per l’Iseo, in entrata e in uscita dal lago, l’Adda per il Lago di Como, il Sarca in entrata nella parte trentina del Garda e il Mincio come emissario, visto che le particelle di plastica sono trasportate il più delle volte da corsi d’acqua e dagli scarichi. Dalla ricerca di Legambiente ed ENEA, l’unica a livello nazionale di questo tipo, emerge che, nei sei laghi monitorati sono state rinvenute microparticelle di plastica. Tra i bacini lacustri che presentano più microparticelle ci sono quello di Como e il lago Maggiore. Il primo con una densità media di 157mila particelle per chilometro quadrato, nella parte settentrionale, e con un picco di oltre 500mila particelle nel secondo transetto collocato più a nord, in corrispondenza del restringimento tra Dervio (Lc) e Santa Maria Rezzonico (Co). Il lago Maggiore presenta una densità media di 123mila particelle per chilometro quadrato, con un picco di oltre 560mila particelle in corrispondenza della foce del fiume Tresa, tra Luino e Germignaga (Va), sul quale insiste il depuratore e campionato successivamente ad un evento temporalesco, che potrebbe aver aumentato l’apporto degli scarichi e quindi di particelle dal fiume. Non se la passano bene neanche quello di Bracciano e di Iseo. Il primo, fortemente colpito quest’estate dalla siccità e dell’eccessiva captazione che hanno creato condizioni ambientali critiche, nei dieci transetti campionati dai tecnici di Goletta dei Laghi presenta una media di 117mila particelle per chilometro quadrato. Il secondo, quello di Iseo, una media 63 mila particelle. Valori medi più bassi invece per il lago di Garda – quasi 10mila particelle per chilometro quadrato – e per il Trasimeno con 7.914 particelle su chilometro quadrato. Per i vari campionamenti, i tecnici di Goletta dei laghi hanno utilizzato una rete tipo “manta” costruita appositamente per navigare nello strato superficiale della colonna d’acqua e per filtrare grandi volumi, trattenendo il materiale d’interesse. La Manta – costituita da una bocca rettangolare metallica da cui si diparte il cono di rete e un bicchiere raccoglitore finale; e due ali metalliche vuote, esterne alla bocca, che la mantengono in galleggiamento sulla superficie – è stata trainata lungo rotte prestabilite per 20 minuti, percorsi ad una velocità media di 2,5 nodi. In tutti i campioni analizzati sono state trovate microplastiche: un dato per Legambiente inconfutabile sulla diffusione di questa contaminazione in ambiente lacustre, nonostante le diversità di ogni lago.

“Le microplastiche – dichiara Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – sono ormai sempre più presenti negli ecosistemi marini e terrestri, si tratta di un inquinamento di difficile quantificazione e impossibile da rimuovere totalmente. Con la Goletta dei laghi e grazie alla collaborazione con Enea, abbiamo realizzato il primo studio a livello nazionale sull’inquinamento da microplastiche nei fiumi e nei laghi, uno strumento fondamentale per capire e conoscere la portata del fenomeno. Le cause sono per lo più alla cattiva gestione dei rifiuti a monte e l’apporto che deriva dagli scarichi degli impianti di depurazione e da quelli che ancora oggi finiscono nei fiumi e nei laghi senza trattamento alcuno”.

Per fronteggiare questo problema e ridurre gli impatti, aggiunge Zampetti: “servono politiche di buona gestione su tutto il bacino idrografico, attività di sensibilizzazione e azioni efficaci di prevenzione. A questo riguardo ben venga l’approvazione arrivata ieri degli emendamenti, a prima firma di Ermete Realacci, che prevedono la messa al bando dal 2019 dei cotton fioc non biodegradabili e non compostabili e lo stop dal 2020 all’uso delle microplastiche nei cosmetici. Una bella notizia per l’ambiente e la conferma della leadership dell’Italia nel contrastare il marine litter che soffoca mari, fiumi e laghi anche nel nostro Paese. Infine è prioritario che il monitoraggio delle microplastiche sia inserito tra le attività istituzionali di controllo ambientale previste dalle norme sulla qualità dei corpi idrici, come fatto per il mare e le spiagge, considerando le microplastiche come indicatore per la definizione dello stato di salute delle acque interne”.

Per quanto riguarda i corsi fluviali immissari ed emissari dei bacini, Legambiente ricorda che i fiumi attraversano ampie porzioni di territorio e sono nastri trasportatori di ciò che ricevono, soprattutto in termini di rifiuti legati spesso ad una malagestione a livello urbano o portati dal dilavamento delle acque meteoriche, e legati al problema della maladepurazione. Per questo Goletta dei Laghi 2017 ha voluto allargare il fronte della ricerca campionando, prima e dopo gli impianti di depurazione, i corsi fluviali. In particolare per l’Iseo è stato esaminato il fiume Oglio in entrata e in uscita, per quello di Como il fiume Adda, per il Garda il Sarca in entrata nella parte trentina e il Mincio come emissario. La differenza tra i campioni prelevati a valle e a monte dei depuratori può arrivare fino all’80% di particelle per metro cubo, come nel caso dell’Oglio e del Mincio. Nel fiume Oglio, come affluente del lago di Iseo, è stato rilevato un incremento di particelle a valle dell’impianto di depurazione pari all’81%. Nell’Oglio emissario, la differenza tra la media delle particelle per metro cubo a monte e a valle del depuratore, mostra un incremento del 13%. Per l’Adda, come affluente del lago di Como, l’incremento del numero di particelle a valle del depuratore risulta pari al 62%, mentre, nell’Adda emissario del lago di Como l’incremento del numero di particelle ogni metro cubo è pari al 58%. Per il fiume Sarca, affluente del Garda nella parte trentina, la situazione vede un incremento del numero di particelle ogni metro cubo di acqua pari al 74%; l’incremento di particelle registrate nel Mincio prima e dopo due impianti di trattamento delle acque è pari all’80%. Nei vari campionamenti fluviali, la manta è stata calata da ponti, a centro fiume, permettendo il filtraggio dell’acqua per un tempo standard di 20 minuti. Durante ogni campionamento sono stati registrati i dati della stazione e le condizioni climatiche e ambientali, utili dall’interpretazione dei risultati.

“I risultati sulla densità e composizione delle microplastiche campionate nel corso della passata edizione di Goletta dei Laghi di Legambiente – dichiara Maria Sighicelli, ricercatrice ENEA – hanno evidenziato un’importante presenza di microparticelle nei laghi italiani. In particolare, i transetti vicini a input fluviali e ristringimenti sono quelli più ricchi di plastica. I dati analizzati relativi ai campionamenti eseguiti nella campagna 2017 confermano una forte eterogeneità tra i transetti, sicuramente fisiologica, legata alla dinamica del fenomeno e in particolare a fattori naturali e antropici, che concorrono alla diffusione delle particelle nelle acque superficiali. Ad esempio, oltre 500 mila particelle per chilometro quadrato nel lago Maggiore, sono state registrate nel transetto in prossimità della foce del fiume Tresa a valle del depuratore”.

“Dai dati ottenuti sulla presenza di microplastiche negli immissari ed emissari dei laghi subalpini – spiega Loris Pietrelli, ricercatore ENEA – è evidente la stretta correlazione fra numero di microplastiche e presenza di impianti di depurazione delle acque reflue urbane. Sarebbe pertanto opportuno migliorare i processi di depurazione e contemporaneamente aggiornare la normativa. Ad esempio, qual è il numero di microfibre per metro cubo ammissibile per lo scarico in acque superficiali?”

Infine uno sguardo anche ai macrorifiuti e alle attività di citizen science. Oltre al campionamento delle microplastiche dei laghi, Goletta dei laghi ha attivato una campagna di citizen science per il monitoraggio dei rifiuti presenti sulle spiagge sulle sponde dei bacini lacustri. Nel 90 % dei siti campionati è stata registrata la presenza di plastica, molto spesso frammenti di piccole dimensioni dovuti in larga parte ai rifiuti urbani, che a causa di una non corretta gestione da parte delle amministrazioni oltre all’abbandono, arrivano sulle sponde o direttamente in acqua e lì si degradano in frammenti sempre più piccoli. A questo si aggiunge un inefficace servizio di depurazione dei reflui urbani che contribuisce al fenomeno della diffusione di rifiuti. Tra tutti i cotton fioc, che sono stato oggetto di una campagna specifica di Legambiente #norifiutinelwc.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Inquinamento e danni alla salute: “Evitiamo di sottovalutare il problema”

L’inquinamento dell’aria è causa di patologie acute e croniche e ad essere maggiormente a rischio sono bambini, anziani e donne in gravidanza. È quanto denunciano ISDE Italia e la Sezione Provinciale ISDE Torino. Respirare aria contenente elevate concentrazioni di polveri sottili, come da tempo succede agli abitanti della pianura Padana, provoca patologie acute e croniche. È quanto afferma la Sezione Isde di Torino, anche in relazione all’articolo comparso il 19/10/2017 su La Stampa dal titolo “Allarme smog a Torino, ma l’esperto frena: ‘Non esageriamo, le sigarette fanno molto peggio’”.air-pollution1

Si legge nel comunicato stampa a cura di Sede nazionale ISDE Italia e Sezione Provinciale ISDE Torino “Il raffronto, tra i danni causati dal vizio del fumo e i rischi conseguenti ad una esposizione forzosa ad aria inquinata, è improprio e fuorviante perché nel primo caso si tratta di una scelta individuale che ricade su chi la compie, nel secondo caso, viceversa, i rischi ricadono sull’insieme della collettività, comprese le sue frangie più suscettibili quali bambini, donne in gravidanza, anziani. Un simile approccio è, a nostro avviso, molto pericoloso, perché può influenzare negativamente sia le scelte cautelative individuali che, soprattutto, quelle dei decisori politici volte a migliorare la qualità dell’aria, scelte che appaiono sempre più necessarie ed urgenti, visto che – come emerge anche dal rapporto “Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease”, pubblicato nel 2016, la Pianura Padana è una delle zone più inquinate d’Europa. È ormai ampiamente documentato che a breve termine (qualche giorno) per ogni incremento di 10 mg/m3 di PM10 si hanno eccessi di mortalità per cause respiratorie e per cause cardio-polmonari ed eccessi di ricoveri per cause cardiache e respiratorie. Secondo quanto emerso da recenti studi non sembra trattarsi di un’anticipazione di eventi che sarebbero comunque accaduti, ma di un effetto netto di mortalità che sarebbe stata evitata se i livelli dell’inquinante fossero stati inferiori. Ancora più consistenti i rischi per la salute conseguenti all’esposizione a particolato fine dato che, per ogni incremento di 10 µg/m3 di PM 2.5 –si registra a lungo termine un incremento del rischio di morte del 6% per ogni causa, del 12% per malattie cardiovascolari e del 14% per cancro del polmone.random-pollution-facts

Nel 2013 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato l’inquinamento atmosferico (outdoor air pollution) come cancerogeno per polmone e vescica, ricordando che l’esposizione a polveri sottili (PM 2,5) ha causato nel mondo 3,2 milioni di morti premature nell’anno 2010 (prevalentemente per patologie cardiovascolari) e circa 223.000 morti per tumore del polmone.  Nell’ultimo Report “ Air quality in Europe” 2017 si stima che in 41 paesi europei si siano registrate per soli 3 inquinanti (PM2,5, NO2, O3) nel 2014 ben 520.400 decessi prematuri e che, solo in Italia, essi ammontino ad oltre 90.000. È inoltre documentato da tutti gli studi svolti a livello nazionale e internazionale che la cattiva qualità dell’aria si associa anche ad aumentato rischio di mortalità infantile, abortività spontanea, nascite pre termine, aumento dei disturbi dello spettro autistico, diabete, Alzheimer, brocopneumopatie e asma, solo per citare le patologie di maggior rilievo.  È parimenti necessario far rilevare come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la European Respiratory Society, raccomandino limiti più restrittivi sia per il PM10 che per il PM2,5, considerando non cautelativi per la salute pubblica quelli attualmente previsti dalla normativa vigente. Solo una maggior consapevolezza delle conseguenze che un ambiente inquinato ha sulla salute di tutti noi, unita alla ricerca e al riconoscimento delle molteplici fonti emissive, può far sì, tramite la lungimiranza dei decisori politici, che siano messe in atto delle misure strutturali efficaci (con tempi medio-lunghi di attuazione). Una riduzione dell’inquinamento atmosferico contribuirebbe altresì ad arrestare i cambiamenti climatici in atto che, come è noto, a loro volta aggravano il problema dell’inquinamento e sono ulteriore causa di danni incalcolabili alla salute umana”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/inquinamento-danni-salute-evitiamo-sottovalutare-problema/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

«In assoluto silenzio, arriva una nuova centrale Edison a Marghera»

«Alla Centrale Edison di Marghera Levante si stanno approntando lavori enormi, di cui nessuno in città ha mai discusso né saputo nulla». È la denuncia che arriva nella lettera aperta che Michele Boato, Franco Rigosi e Carlo Giacomini, per Ecoistituto del Veneto e Medicina Democratica, hanno inviato al Comune di Venezia, alla Giunta regionale del Veneto e al ministero dell’ambiente.9700-10475

«Si tratta della costruzione di un nuovo gruppo a Turbogas da 775 Mega Watt, con l’eliminazione di 2 turbogas vecchi e con il terzo tenuto in “riserva fredda”, cioè fermo e fatto funzionare solo in caso di manutenzione del nuovo – si legge nella lettera aperta – La potenza prodotta non cambia di molto (da 740 a 775 MWe di potenza netta),  ma la nuova la macchina sarà migliore, per cui le NOx emesse dovrebbero ridursi del 20 % rispetto alle attuali, si dovrebbe usare il 15 % di acqua in meno, e ridurre la CO2 emessa (ma non è chiaro di quanto). Inoltre, il rendimento dovrebbe passare dal 50 al 61,5 %. Dal punto di vista tecnico, quindi, nulla da dire. Ma dal punto di vista gestionale e politico sì : scopriamo per vie traverse che in commissione VIA nazionale stanno discutendo un progetto Edison per Marghera, di cui la città è del tutto all’oscuro. Come mai nessuno parla di una nuova centrale che rimarrà a Marghera per i prossimi 30 anni e oltre? Una centrale che continua l’attuale scelta di produzione elettrica a Marghera ? Quando è stata presentata al pubblico e dove, come tassativamente previsto dalla legge sulla Valutazione di Impatto Ambientale? La nuova centrale migliora gli standard emissivi; ma ci va bene continuare ad averla?».

«Non è il caso che le autorità locali chiedano di porre almeno due prescrizioni alla centrale, se approvata e cioè:
1. Subordinare il suo funzionamento al rispetto dei limiti dell’aria urbana: se si superano i limiti ammissibili, come succede ora in inverno, la centrale deve fermarsi.

  1. Imporre ai 47.200 mc/ora acque calde scaricate in laguna un utilizzo per teleriscaldamento, acquacultura, serre, o altro, da far gestire dalla Edison stessa, come una minima compensazione dell’impatto ambientale provocato dall’impianto».

Per contattare Michele Boato QUI

Fonte: ilcambiamento.it

Chi scommette ancora sul carbone?

Le compagnie assicurative sembrano fare un passo indietro dal business del carbone, incriminato numero tra i combustibili fossili per livelli di inquinamento. È proprio così? E chi invece deciderà di continuare a scommetterci?9701-10476

Le miniere e le centrali a carbone in Nord Boemia provocano da decenni danni ambientali molto pesanti, minando l’ecosistema della regione e la salute di chi la abita. Eppure la compagnia di Stato Ceca CEZ non intende rinunciare a questo business che non fa altro che esacerbare gli effetti dei cambiamenti climatici. L’italiana Generali è tra i soci di minoranza di CEZ.

Video realizzato da Fosco d’Amelio, Mario e Stefano Martone di Audioimage e prodotto da Re:Common

Ma il nuovo rapporto della coalizione di Ong e associazioni della società civile internazionale Unfriend Coal segnala come 15 tra le principali compagnie assicurative del pianeta nell’ultimo anno abbiano deciso di disinvestire dai progetti per l’estrazione del carbone per un importo pari a 20 miliardi di dollari. Un numero crescente di società del comparto assicurativo sta rinunciando a entrare nel business delle nuove centrali o miniere a carbone, considerato il più inquinante dei combustibili fossili. “Insuring Coal no more”, questo il titolo del rapporto, permette di scoprire, per esempio, che la svizzera Zurich ha smesso di offrire assicurazioni a compagnie il cui business dipende per almeno il 50% dal carbone, mentre Swiss Re e Lloyd’s hanno espresso l’intenzione di presentare nei prossimi mesi delle nuove politiche improntate su principi più “ambientalisti”.

La francese Axa nel 2015 aveva rinunciato a 500 milioni di dollari di asset carboniferi. Un impegno confermato nel 2016.

Anche l’italiana Generali non riceve giudizi lusinghieri nel rapporto di Unfriend Coal. Nel 2016 la compagnia triestina ha investito almeno 33,8 milioni di dollari nella PGE, Polska Grupa Energetyczna (PGE), che produce l’85% della propria energia dal carbone, incluso un 30 per cento dalla lignite, il carbone di più bassa qualità e più inquinante, estratto in buona parte dalle miniere di Bełchatów e di Turów. Quest’ultima è direttamente assicurata da Generali. La più importante società assicuratrice italiana è presente anche in Repubblica Ceca, dove detiene azioni per 14,5 milioni di dollari della CEZ

Fonte: ilcambiamento.it

CO2 ai livelli più alti degli ultimi 800mila anni

I livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. È quanto riferisce Greenpeace sottolineando la necessità di una leadership forte e condivisa sul clima al meeting delle Nazioni Unite che si terrà a Bonn il mese prossimo.

“Nel giro di appena due giorni abbiamo visto come i livelli di anidride carbonica siano schizzati a livelli record nel 2016 e come i governi di tutto il mondo non stiano rispettando le promesse fatte a Parigi” dichiara Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Non c’è più tempo da perdere. Uragani, alluvioni e siccità non potranno che aumentare se i governi che si riuniranno a Bonn non decideranno di tenere i combustibili fossili sotto terra. Possiamo ancora raggiungere l’obiettivo di contenere a 1,5°C il riscaldamento globale se tutti si impegnano”.Immagine4

Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale i livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. Oggi un rapporto delle Nazioni Unite dice che gli impegni assunti attualmente dai governi sono sufficienti a raggiungere solo un terzo della riduzione delle emissioni prevista al 2030 dall’Accordo di Parigi.
“Un rapporto pubblicato da Lancet conferma inoltre le peggiori preoccupazioni sull’impatto sanitario dei cambiamenti climatici. Una ragione in più per mettere in atto politiche coerenti con l’Accordo di Parigi. L’Italia e l’Europa facciano la prima mossa alzando coerentemente gli obiettivi, inadeguati alla sfida, sia in Europa che nella Strategia Energetica Nazionale” commenta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/co2-livelli-piu-alti-ultimi-800mila-anni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni