Lucia Cuffaro: “L’autoproduzione? La mia via per la felicità”

Attivista e presidente del Movimento per la Decrescita Felice, Lucia Cuffaro è da anni appassionata al mondo dell’autoproduzione, come scelta consapevole per un benessere fatto di semplicità. Autoproduce praticamente tutto e attraverso i suoi libri, un blog ed una rubrica in tv spiega agli altri come creare da soli ciò che serve. Ha lavorato tanti anni in Rai ed è sempre stata appassionata di ambiente, spreco, rifiuti, autoproduzione. Poi ad un certo punto lascia il lavoro a Report e inizia la sua vera vita: quella dell’attivista, impegnata all’interno del Movimento di Decrescita Felice di cui oggi è presidente e sui temi del riutilizzo e della decrescita felice. È Lucia Cuffaro, che parla dell’autoproduzione come del suo personale percorso di felicità, iniziato quando era bambina: “Credo sia iniziato quando i miei genitori, per potermi istruire ad uno stile di vita sobrio ed ecologico, mi comprarono una Barbie in costume da bagno, la più semplice di tutte”, ride Lucia. “Così ho iniziato a inventare abitini per la mia Barbie e a riutilizzare tutti i materiali possibili”.

Quando Lucia faceva ancora le elementari, forse non immaginava che la sua (auto)produzione di vestiti per la Barbie fosse già un segno di ciò che sarebbe successo. Ma così è stato. Da quando è piccola, infatti, tutta un’altra serie di fattori si è aggiunta a cementare il suo interesse iniziale e a farlo diventare passione: si è trasferita con la sua famiglia vicino Malagrotta, conoscendo così cosa significhi vivere vicino ad una discarica; ha frequentato l’Università del Saper fare del Movimento per la Decrescita Felice sotto consiglio di un amico; è venuta a contatto con realtà come la Città dell’Utopia a Roma che le hanno permesso di portare avanti questo percorso. Oggi Lucia autoproduce tutto: dal detersivo per la casa alle tinte per i capelli alla crema per il viso. È contenta di poter dire che non distingue più fra lavoro e attivismo: “Il lavoro non poteva essere un lavoro che mi portasse a casa lo stipendio e basta; io avevo bisogno di altro”, spiega Lucia, parlando di come fosse strano – agli occhi degli altri – la sua (volontaria) dimissione da “Mamma Rai”. “Ho lavorato con la Città dell’Utopia e man mano è arrivato il percorso con la decrescita felice: un attivismo sempre più presente, un appassionarsi in modo folle all’autoproduzione, al creare con le mani cose semplici che fanno bene a me, ai miei vicini, alla natura, che creano circolazione del denaro nel modo giusto che valorizza le piccole aziende. Poi mi sono presa un anno sabbatico, mi sono data all’associazionismo e mi sono impegnata anche per il mio quartiere a Malagrotta”.

Da sette anni gestisce una rubrica televisiva su Rai1 che parla di decrescita felice. Proprio come a dire che tutto è circolare e ogni cosa si rimette al posto giusto nel momento giusto. “C’è un interesse sempre crescente legato al tema dell’autoproduzione e questo purtroppo lo si deve alle malattie che derivano dai prodotti per il corpo, per la casa e dagli alimenti che si trovano in commercio. Sta crescendo la consapevolezza che forse dobbiamo tornare alla semplicità”. Anche la comunicazione di ciò che si fa, di un mondo diverso, è possibile, soprattutto perché “la decrescita felice è un concetto di buon senso ma dirompente, ribelle, che da molti è ancora ostacolato”. 

Se adesso il suo impegno è legato principalmente al mondo dell’autoproduzione, non per questo Lucia si ferma qua: “Il prossimo obiettivo è quello di lavorare sempre di più per aumentare il mio tempo liberato. Sembra un controsenso, ma è questo: in realtà a me piace semplicemente fare attivismo e voglio che questa sia la parte predominante della mia vita: stare a contatto con persone che portano progetti legati a questo mi rende felice”. E alla tematica del riutilizzo e dell’autoproduzione aggiungere quella degli animali: “Sono tendenzialmente vegana, ma mi rende felice riuscire a mangiare solo cibo vivo e che non viene da tortura, per cui vorrei trovare il modo di comunicare questa mia felicità. Spesso chi parla di animalismo e veganismo lo fa in modo molto aggressivo, ma io penso che non possa essere quello il modo giusto di comunicare”.

E non è un caso che partecipi ogni anno a Scirarindi, il Festival indipendente Benessere, Buon Vivere e Sostenibilità in Sardegna, dove l’“l’energia è diversa, è quella di persone che partecipano e contribuiscono al cambiamento”. Qui si vede l’Italia che cambia, che per Lucia non è altro che “l’insieme dei progetti che creano bellezza sul territorio” e che, creando una propria personale “impalcatura di felicità”, contribuiscono al bene comune.

Intervista e realizzazione video: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/lucia-cuffaro-autoproduzione-via-felicita-meme-16/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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I cibi fermentati di Carlo Nesler: la rinascita di una pratica antica

La CibOfficina Microbiotica è la sede dell’attività di Carlo Nesler, uno dei maggiori esperti in Italia sui cibi fermentati. Lo abbiamo incontrato a Viterbo e ci ha parlato della sua storia, dell’attività della CibOfficina e della filiera legata alle materie prime selezionate, oltre che alla sua attività di formatore che lo porta a lavorare a stretto contatto con molti importanti chef. Con un occhio di riguardo anche alla salute. Capita anche a voi di sorridere di fronte ai nostri sogni infantili riguardo il lavoro? In tanti abbiamo desiderato ad occhi aperti di fare l’astronauta, immersi nello spazio a capo di una missione eroica, alla scoperta di nuovi pianeti. Tornando sul pianeta Terra, con i piedi ben piantati, ci ritroviamo a fare i conti con la realtà e a svolgere lavori ben diversi da quelli immaginati. Non è però il caso di Carlo Nesler e della sua Cibofficina Microbiotica: lo incontriamo nella cucina del suo casale in campagna, a Castel d’Asso alle porte di Viterbo, impegnatissimo nella trasformazione di alcuni legumi in cibi fermentati. Non poteva esserci legame migliore tra essere umano e fermento: mentre lo intervistiamo è sempre in movimento e, prima di premere il tasto “rec.” sulla videocamera, ci racconta delle sue numerose esperienze nel teatro, nell’edilizia, nella ristorazione, nella traduzione, nella falegnameria, nell’insegnamento e nella formazione.

“Io sono un autodidatta e ho iniziato a fermentare fin dall’adolescenza, quando ho scoperto il mondo delle bevande alcoliche. Con il passare degli anni la mia curiosità è cresciuta – ci racconta Carlo – e dopo aver imparato a fare la birra, il vino e dei distillati sono passato a sperimentare la fermentazione con i primi cibi, come yogurt e crauti.” 

L’incontro con la Permacultura e Saviana Parodi toglie poi a Carlo ogni dubbio sul fatto che la fermentazione sarà il fulcro della sua vita: “Nel corso degli anni ho sperimentato questa attività a livello privato, finché ad un certo punto ho fatto un corso di Permacultura con Saviana dove, tra le tante cose, si parlava di cibi fermentati: questo è stato uno stimolo ad approfondire ancora di più, fino ad arrivare a fare formazione costante anche ad alti livelli. Ed alla CibOfficina, dove sono andato oltre ai cibi tradizionali fermentati”. 

La CibOfficina Microbiotica

La CibOfficina Microbiotica è l’azienda agricola di Carlo Nesler e produce cibi trasformati attraverso la fermentazione. I cibi fermentati prodotti sono, tra gli altri, miso, shoyu, kimchi, crauti di rapa e di cavolo cappuccio e vari tipi di verdure, ma c’è anche la kombucha, una specie di tè dolce (che assaggiamo e gradiamo). I prodotti fermentati non sono pastorizzati, mantengono intatte le proprietà organolettiche ed allo stesso tempo non hanno bisogno di un consumo veloce perché stabilizzati. Oltre ad essere un luogo di sperimentazione culinaria, la CibOfficina è un luogo di incontro, scambi e soprattutto di formazione per chi vuole cimentarsi nel mondo della fermentazione.

Carlo, bolzanino di origine, non ha scelto a caso Viterbo nel 2016 per aprire la sua attività, perché la provenienza e la qualità delle materie prime che utilizza sono di fondamentale importanza nel suo lavoro: “Ho deciso di venire in Tuscia perché cercavo un ambiente socio-agricolo funzionante. Le prime volte che sono venuto qua, ho notato che molti giovani e meno giovani stavano cercando di fare agricoltura in un modo nuovo, più rispettosa dei principi organico-rigenerativi. Per me una cosa fondamentale è che ciascuno di noi riacquisti il contatto diretto con chi produce il cibo, rispettando parametri ben precisi”. In base a ciò Nesler ha creato una rete di una decina di produttori che coltivano con metodi naturali le materie prime, come vari tipi di legumi, farro, orzo e alcune varietà di grani antichi, creando una filiera corta che cerca di coinvolgere anche i suoi acquirenti. “È in questo modo che riusciamo a dare un servizio vero al cittadino, perché con i produttori ci controlliamo a vicenda e contribuisco, con la mia attività, a far conoscere l’agricoltura di qualità tra gli abitanti di questo territorio e anche oltre”. I prodotti della CibOfficina Microbiotica si possono trovare e ordinare direttamente sul sito internet, ma ci sono anche alcuni punti vendita che li commercializzano, soprattutto in Nord e Centro Italia. Oltre a questi canali, i prodotti vengono venduti direttamente ad alcuni chef importanti, che partecipano anche all’attività di formazione svolta da Nesler.

L’attività di formazione

Prima di aprire la CibOfficina, Carlo è stato molto attivo nell‘attività di formazione e divulgazione del mondo dei cibi fermentati e delle pratiche necessarie per produrli. Attività che prosegue ancora oggi: “Ci sono vari ambiti in cui faccio formazione: da una parte lavoro con persone che vengono da me perché vogliono imparare ad autoprodursi dei cibi fermentati, vivi, probiotici. Poi c’è tutto il mondo della cucina e degli chef, che hanno capito l’importanza di questi cibi sia dal punto di vista organolettico che gustativo, e si rivolgono a me sia per la formazione che per l’acquisto dei miei prodotti. Poi ci sono persone che sono interessate dal punto di vista della salute, medici e nutrizionisti che vogliono arricchire la loro dieta con questi cibi e quindi mi chiedono di insegnarglielo”. 

I risultati dal punto di vista formativo sono notevoli: oltre che a tenere i corsi nella CibOfficina, Nesler organizza diverse attività formative in giro per l’Italia e per l’Europa.  Per quanto riguarda la divulgazione, ricordiamo che Carlo è anche il traduttore per l’Italia di uno dei più importanti volumi sulla fermentazione: “Il mondo della fermentazione. Il sapore, le qualità nutrizionali e la produzione di cibi vivi fermentati” di Sandor Katz, per Slow Food Editore.

L’importanza dei cibi fermentati

I cibi fermentati sono cibi che hanno subito una trasformazione microbica, cioè sono alimenti che dopo alcuni specifici procedimenti vengono resi più digeribili e assimilabili, denaturati inoltre di alcune tossine, grazie all’attività microbica.  

Questi cibi, oltre ad essere più nutrienti e più facili da digerire, sono anche ricchi essi stessi di microbi chiamati probiotici: sono probiotici quei cibi che contengono dei microbi in grado di oltrepassare la barriera dello stomaco, per andare a sopravvivere all’interno del nostro intestino, arricchendo quella che una volta si chiamava microflorabatterica e che oggi invece chiamiamo microbiota. I cibi fermentati hanno raggiunto negli ultimi anni una notorietà importante. A primo impatto sembra che ciò dipenda dall’aumentato interesse di molti chef stellati come Ivan Milani, Antonio Ziantoni e Anthony Genovese per questo tipo di prodotti, ma in realtà anche il mondo della medicina da tempo guarda con interesse al mondo dei cibi fermentati: “L’interesse per i cibi fermentati è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni – conclude Carlo – qualche anno fa nessuno sapeva di cosa parlassi e mi sentivo molto solo. Da alcuni anni a questa parte, esiste un maggiore interesse da parte del mondo scientifico, attraverso alcune ricerche basate sull’esame del microbioma umano, che tende a mettere in relazione alcuni problemi di salute con delle disfunzioni di questo microbioma. Tanti medici hanno riconosciuto che l’utilizzo nella nostra dieta di questi cibi vivi, non pastorizzati, permette di migliorare la salute del nostro microbiota, evitando l’utilizzo di farmaci. Ciò ha fatto aumentare la consapevolezza nei confronti dei microbi cosiddetti ‘buoni’, rispetto alla fobia dei microbi in generale che c’è stata fino a poco tempo fa”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/cibi-fermentati-carlo-nesler-rinascita-pratica-antica-io-faccio-cosi-236/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Navdanya International: l’attivismo mondiale di Vandana Shiva che parte dall’Italia

È il ramo internazionale di Navdanya, l’associazione di Vandana Shiva in India, ed ha la sua stessa mission: sostenere le lotte per la transizione verso sistemi di produzione del cibo più sani per le persone e per il pianeta. Abbiamo intervistato Ruchi Shroff, direttrice di Navdanya International, che è stata fondata e ha sede a Roma. Sono in tanti a conoscere Vandana Shiva, scienziata, saggista e ambientalista indiana che da quasi 40 anni si batte per la difesa della sovranità alimentare, della biodiversità e dei diritti dei piccoli agricoltori in tutto il mondo. Alcuni conoscono l’associazione Navdanya  (letteralmente “nove semi”), il braccio operativo di Vandana Shiva in India. Ma sono certamente di meno quelli che sanno che Navdanya International – il ramo internazionale di Navdanya, che dell’associazione originaria condivide la missione – è stata fondata (nel 2011) e ha sede a Roma.

Intervistata da Italia che Cambia, Ruchi Shroff, che di Navdanya International è la direttrice, ci ha parlato delle tante attività della ONLUS, presente in maniera diretta o indiretta (ossia attraverso partnership), in più di 30 diversi Paesi: dalle campagne mondiali di sensibilizzazione alla promozione dell’agroecologia, dall’appoggio alle battaglie locali dei contadini alla formazione, fino alle pubblicazioni e all’organizzazione di incontri pubblici, attraverso i quali esperti di varie discipline vengono a contatto e lavorano insieme per trovare soluzioni alle tante crisi che le attività umane stanno generando sul pianeta e che sono tutte correlate fra loro e con i nostri sistemi di produzione, distribuzione e consumo del cibo. Quello della sensibilizzazione sul collegamento fra le crisi che viviamo – cambiamento climatico, perdita di biodiversità, diffusione di diverse malattie, deforestazione, degrado del suolo, inquinamento delle acque – e fra esse e i nostri stili alimentari, è una delle attività fondamentali dell’associazione. “Siamo tutti abituati a vedere queste crisi in maniera disgiunta; ecco perché noi lavoriamo per mostrarne le connessioni. Sia lavorando direttamente con la terra, sia nelle attività di sensibilizzazione, la nostra strategia è quella di creare reti per affrontare i problemi in maniera sistemica”, ci ribadisce più volte, perché “non riusciremo a risolvere le crisi se non facciamo rete fra i diversi attori che se ne occupano”. Non a caso, fra i membri di Navdanya, oltre a contadini, seed-saver e attivisti, ci sono agronomi, ricercatori e altri tecnici.

E i risultati di questo lavoro, sebbene non siano mai troppi, non mancano di arrivare. “Nonostante negli ultimi anni ci sono state convergenze e fusioni di lobby per aumentare il loro potere”, continua Ruchi, “si respira dappertutto una maggiore attenzione da parte delle istituzioni. In India, per esempio, lo stato del Sikkim sta praticando la transizione al 100% verso il biologico. Un risultato inimmaginabile fino a pochi anni fa”. In Italia, che Ruchi considera culla della biodiversità, Navdanya lavora molto con i mercati contadini e, in generale, con l’agricoltura naturale. “Questo tipo di agricoltura è la soluzione più logica per rimediare alle crisi ambientali e anche per rigenerare le economie locali”, sottolinea. Molto forti sono, nel nostro Paese, le partnership di Navdanya con le comunità locali per progetti di conservazione della biodiversità e per l’organizzazione di eventi destinati alla sensibilizzazione e allo scambio di conoscenze. Un lavoro che, insieme a quello di altri soggetti con una missione simile, ha già dato diversi frutti in termini di consapevolezza dei consumatori italiani. In futuro, l’idea di Ruchi è quella di replicare anche in Italia la fattoria-laboratorio sperimentale attivata e gestita in India direttamente da Navdanya, attraverso la quale i contadini locali vengono formati all’agroecologia e alla conservazione, selezione, scambio e coltivazione di semi di varietà diverse di una stessa specie vegetale.

Vandana Shiva a Firenze

Navdanya International si finanzia talvolta attraverso contributi di enti pubblici europei, e soprattutto con donazioni da parte di privati, sia fondazioni che persone singole. Chiunque volesse contribuire al lavoro di Ruchi e degli altri attivisti impegnati a divulgare nel mondo il messaggio di Vandana Shiva, contribuendo così a sostenere i piccoli agricoltori e a diffondere la cultura del cibo locale basata sulla biodiversità e sul rispetto della natura, può farlo con una donazione attraverso il sito web della ONLUS.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/navdanya-international-attivismo-mondiale-di-vandana-shiva-io-faccio-cosi-233/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Be Kind: “Vi raccontiamo la bellezza delle diversità”

Essere diversi non costituisce un limite alla felicità ma, al contrario, può rappresentare un valore aggiunto ed un’opportunità di trasformazione positiva. Lo testimoniano Sabrina Paravicini, attrice e scrittrice, e suo figlio Nino Monteleone, tredicenne con diagnosi di autismo, che insieme hanno dato vita al progetto e al documentario “Be Kind”, un viaggio gentile nel mondo della diversità.

“Un giorno mia mamma mi ha proposto di fare un progetto per il cinema e io ho accettato!”. Con queste parole Nino, che ha tredici anni appena compiuti, inizia a parlarci di Be Kind, un film autoprodotto che racconta con gentilezza il mondo delle diversità attraverso varie interviste che il ragazzino, in cappotto e cravatta rossa, rivolge con delicatezza, ironia e spontaneità a persone “rare”. Perché, come dice Nino, “essere diversi è come un elefante con la proboscide corta, una rarità”.

Il film rappresenta la tappa di un viaggio familiare iniziato dieci anni fa, un percorso che ha portato Nino Monteleone, al quale all’età di due anni e mezzo è stato diagnosticato l’autismo, e la sua famiglia a trasformare una situazione difficile e potenzialmente tragica in una opportunità ed una coraggiosa avventura.

“Dopo la diagnosi abbiamo vissuto un momento di rabbia e profonda sofferenza. In seguito, con coraggio, abbiamo reagito, dando a Nino tempo e totale fiducia. Non ho affrontato la diversità di mio figlio come un problema ma piuttosto come una ricchezza. Tutto ciò ha portato Nino a fare dei progressi che i neuropsichiatri hanno definito eccezionali: ha risolto i suoi problemi relazionali, acquisito autonomia e imparato a leggere e scrivere, ha scritto anche dei romanzi, ad oggi cinque! Adesso il suo viene considerato un autismo ad altissimo funzionamento, molto vicino alla Sindrome di Asperger”, ci racconta l’attrice e scrittrice Sabrina Paravicini, mamma di Nino e regista di “Be Kind, un viaggio gentile nel mondo della diversità”.

“Ho pensato di raccontare tutto questo non in modo biografico ma attraverso lo sguardo e le persone che avevamo incontrato, persone che hanno fatto della diversità un valore aggiunto. Volevo che Nino percepisse l’importanza dell’autonomia e comprendesse che essere diversi non è un limite. In questo viaggio, infatti, abbiamo incontrato molte persone che ‘sulla carta’ o per l’idea comune che si ha del disabile fisico o psichico potevano non avere autonomia e invece la hanno raggiunta eccome. Volevo mostrare, in particolare a Nino, che tutti siamo diversi, tutti siamo unici e quindi, in qualche modo, tutti siamo uguali”.SELFI-SET-1024x768

La realizzazione di “Be Kind” ha rappresentato per Nino un’avventura avvincente, lo si percepisce dall’entusiasmo con cui ci racconta le storie delle persone che ha incontrato. “Valerio, un judoka esperto e non vedente, Giulia, che ha una fidanzata omosessuale, Sara, un’attrice musulmana che si è tolta il velo, Jonis, un compositore afroitaliano, Gianluca, l’inventore di un’app pensata per ridurre i problemi comunicativi delle persone che hanno avuto una lesione cerebrale, Laura, che dipinge con la bocca perché non ha l’uso delle mani”.

Nino ha intervistato anche l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana andata nello spazio, l’attore Fortunato Cerlino, che aiuta un giovane attore con autismo a preparare la scena madre di Robert De Niro in Taxi Driver, e il giornalista Roberto Saviano, che vive sotto scorta. “Con Saviano ho parlato delle chiavi della felicità, partendo dalla teoria del filosofo Epicuro. Gli ho spiegato come essere felice”, racconta Nino ricordando quell’incontro. “Perché Nino è una persona felice – sottolinea Sabrina – ed è proprio questo che volevo far capire attraverso il documentario”.

La felicità, infatti, è uno dei concetti principali di questo film. “In Be Kind si vede la felicità delle persone che hanno trovato una chiave di lettura della propria vita e hanno fatto della diversità un punto di forza. Tutte le persone che si raccontano nel film sono partite da una situazione che era in qualche modo senza speranza ma tramite la volontà e un’attitudine a cercare la felicità hanno dato una svolta alla loro esistenza. Chi ha fatto della propria diversità una forza ha una vita molto felice. Nino parla molto di felicità e io lavoro tantissimo affinché lui sia una persona felice, una persona con una solida autostima ed una grande gioia di vivere. E questi, ho notato, sono elementi comuni alle persone che abbiamo incontrato”.ìbe-kind-2

Nel film il tema della felicità va di pari passo con la gentilezza. “Il titolo ‘Be Kind’ nasce dal fatto che io e Nino siamo delle persone gentili. Nino in particolare è gentilissimo, come lo sono anche le persone che abbiamo incontrato in questo viaggio. Soprattutto, però, l’obiettivo di Be Kind è legato alla gentilezza: desideriamo infatti creare una rete di gentilezza intorno alla diversità”.

“La gentilezza – continua Sabrina – viene spesso scambiata per debolezza ma al contrario è qualcosa di molto potente. Non ha a che fare con la compassione, è un’indole ma anche un atto coraggioso e una scelta cosciente che può portare a grandi risultati, ad esempio nella risoluzione di un conflitto”.

“Vorrei – afferma Sabrina – che Be Kind diventasse un’etichetta di gentilezza, qualcosa che possa fare da catalizzatore per le persone e diffondere messaggi positivi, in questo periodo storico in particolare. A differenza di quello che spesso emerge dai media, io sono convinta che la maggior parte delle persone sia perbene, sebbene ci siano episodi negativi che giustamente vengono denunciati e malgrado i cattivi esempi di chi dovrebbe rappresentarci. In passato la situazione era peggiore ma se ne parlava meno. Pensiamo ad esempio alla scuola che una volta era molto meno inclusiva di oggi. Il problema è che la gentilezza, come le belle notizie, non fa notizia! Ma la gentilezza, ne sono convinta, trionferà. Le cose cambiano, bisogna avere fiducia e dare tanta fiducia ai propri figli”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-230-be-kind-bellezza-diversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Civita di Bagnoregio: la rinascita ecologica della “città che muore”

Diventare il primo comune plastic free d’Italia ed un esempio di pratiche virtuose. È questa l’ambizione di Civita di Bagnoregio, suggestivo borgo della provincia di Viterbo noto come “la città che muore”. Promotori della rinascita ecologica di questo piccolissimo comune, oggi meta di tantissimi turisti, sono il sindaco Francesco Bigiotti e l’artista scozzese James P. Graham, impegnato per l’abolizione della plastica. Sembrava destinata a scomparire e invece Civita di Bagnoregio, meglio nota coma la città che muore, è esplosa come fenomeno turistico internazionale, manifestando un’inarrestabile vitalità. La piccola frazione di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, conta una decina di abitanti e un giro di 800 mila visitatori che, ogni anno, attraversano il ponte pedonale (unico accesso al borgo) per addentrarsi tra viuzze e case medioevali sospese sullo sperone di roccia tufacea. Un delicato mix di equilibri che l’attuale amministrazione sembra intenzionata a gestire anche in chiave ecosostenibile. E infatti all’interno di questa vetrina mondiale del Belpaese è in cantiere un progetto ambizioso: diventare ufficialmente il primo comune plastic free d’Italia.32247370_1509994992459292_7519074841379471360_n

“Faremo guerra alla plastica – ci anticipa il sindaco Francesco Bigiotti –. Definirsi sensibili all’ambiente non basta, vogliamo continuare a mettere in campo iniziative concrete che possano cambiare in meglio il territorio. Soprattutto siamo disposti a mettere sul piatto incentivi economici. Un comune come Bagnoregio che vive grazie ai turisti, il cui impatto è centinaia di volte superiore a quello popolazione locale, ha il dovere di dare il buon esempio e di farsi portavoce di un nuovo approccio verso l’ecosistema” .

Il primo step sarà l’introduzione di piatti, posate e bicchieri biodegradabili durante le sagre e gli eventi promossi dal Comune. “In secondo luogo vogliamo sensibilizzare e coinvolgere i commercianti della zona affinché abbraccino pratiche virtuose. Certo, bisognerà misurarsi con la grande distribuzione ma sono certo che con il sostegno del Comune non sarà impossibile immaginare che bar, ristoranti e negozi facciano scelte alternative nel rispetto dell’ambiente”. Pugno duro anche contro l’abitudine di buttare a terra le cicche di sigarette: “Distribuiremo posaceneri tascabili a chiunque ce ne faccia richiesta e faremo multe di 65 euro ai trasgressori”.

Sbandierare una politica plastic free in uno dei borghi più belli d’Italia significa, in definitiva, fare da cassa di risonanza in momento in cui, su più fronti, sembra esserci spazio per un salto di qualità. E infatti l’annuncio di Civita di Bagnoregio, che aspira a diventare patrimonio Unesco, coincide curiosamente con la proposta dell’Unione Europea di tassare gli imballaggi in plastica non riciclabile.25994555_2011527972221475_7477668211298483926_n

Tra i promotori della svolta sostenibile di Civita di Bagnoregio troviamo lo scozzese James P. Graham, artista di professione e referente in Italia di A Plastic Planet, il movimento a cui si deve l’apertura ad Amsterdam di Ekoplaza, il primo supermercato balzato all’attenzione dei media mondiali per aver abolito totalmente la plastica. “A livello globale – spiega – l’obiettivo del movimento è azzerare la produzione della plastica. Altro tema su cui ci battiamo è la corretta informazione. Per esempio diamo per scontato che tutta la plastica sia riciclabile e invece non è così. In Inghilterra se ne incomincia a parlare, in Italia c’è ancora molto lavoro da fare. In compenso gli italiani hanno un grande vantaggio: su buona parte della popolazione il background contadino è ancora presente e questo permette di avere una straordinaria una vicinanza con il linguaggio della natura”.

Lo sa bene James, che ha lasciato Londra per vivere nella quiete della campagna laziale. Nel suo studio, a pochi chilometri di Bagnoregio, ci mostra gli involucri bio-compostabili di alcuni prodotti acquistati da Ekoplaza: “Le alternative ci sono e non sono così difficili da adottare come si pensa. Forse non tutti sanno che anche in Italia esistono diverse aziende all’avanguardia che offrono soluzioni di imballaggio sostenibili. Novamont, per esempio, produce il mater-bi, una famiglia di bioplastiche biodegradabili e compostabili. Per far luce sulla filiera alternativa alla plastica, gli attivisti italiani di A Plastic Planet hanno preparato una presentazione dettagliata da sottoporre all’amministrazione e ai commercianti di Bagnoregio”.IMG-20180430-WA0000

James P. Graham e Satish Kumar (Credits @He Longxiang)

In attesa che il progetto “plastic free” venga preso in carico dal Comune, si pensa a un tavolo di riflessione di più ampio respiro: a luglio, infatti, James ospiterà a Bagnoregio Satish Kumar, fondatore dello Schumacher College, centro internazionale di studi ecologici, ed ex editor della rivista inglese Resurgence/Ecologist. “Oltre che intimo amico, Kumar è una fonte di ispirazione. Siamo stati di recente in Cina, invitati dall’University of Forestry and Agriculture della Provincia del Fujian. Con grande sorpresa abbiamo appreso che la Cina ha intenzione di diventare la più grande civiltà ecologica del mondo, un piano a cui il governo sta lavorando dal 2007. Una sfida non facile ma che ci dimostra che i tempi sono ormai maturi per ripensare lo sfruttamento delle risorse del pianeta”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/civita-di-bagnoregio-rinascita-ecologica-citta-che-muore/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Dentro una riserva naturale nasce una scuola libertaria

Si chiama “Albero della Tuscia” ed è rivolta ai bambini dai 3 ai 10 anni la prima scuola libertaria dell’Alto Lazio che sta per aprire all’interno di una riserva naturale a Farnese, in provincia di Viterbo. Aule a cielo aperto, niente premi e punizioni, né compiti a casa. I bambini come soggetti in grado di prendere decisioni competenti. Questo e molto altro sarà “Albero della Tuscia”, scuola che aprirà a febbraio 2018 dentro e fuori il casale a impatto zero del laboratorio didattico della Riserva naturale Selva del Lamone, con il patrocinio del Comune di Farnese e la collaborazione della Riserva. Grazie a uno speciale scuolabus – “che sarà la prima aula della giornata e non solo mezzo di trasporto”, sottolinea Anna Cacciamani, coordinatrice didattica – saranno coperti tutti i territori limitrofi, con punti di raccolta anche a Pitigliano, Acquapendente, Bolsena, Montefiascone. Previste in partenza due fasce d’età: 3-6 e 6-10. La scuola sarà aperta tutto l’anno scolastico dalle 8.30 alle 16.30 dei giorni feriali.anna_cacciamani

Anna Cacciamani, coordinatrice della scuola

Il progetto educativo prende avvio dall’esperienza di Anna Cacciamani e Alessio Tacchetti, genitori di quattro figli e fondatori dell’asilo ad approccio libertario Nati Oggi, convenzionato con il Comune di Roma. Anna ci racconta cosa lei intende per “scuola”: «Si parte dall’osservazione di ogni specifico bambino pensato nella sua complessità psichico-emotivo-corporea. Gli educatori hanno il ruolo di facilitatori di processi di apprendimento autonomo, spontaneo, esperienziale… attraverso il gioco e a fianco di maestra natura. Si sperimenta la democrazia partecipativa in ogni ambito della vita scolastica: in cerchio assembleare i bambini decidono come, quando, che cosa, dove e con chi imparare. L’ambiente che li circonda, sia naturale che al coperto, è ricco di stimoli e i bambini possono liberamente creare il proprio percorso, supportati dagli adulti, ove da loro richiesto».

Nel pieno rispetto dell’ecosistema, anche il piano alimentare è biologico, locale, di stagione e il più possibile autoprodotto.

La pagina Facebook dell’evento e quella della scuola.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/dentro-riserva-naturale-nasce-scuola-libertaria/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Amianto, allarme mesotelioma pleurico in Lazio

Il Registro regionale dei mesoteliomi maligni del Lazio del dipartimento di Epidemiologia del Sistema sanitario regionale ha registrato 1042 casi di mesotelioma maligno fra il 2001 e il 2014. Oltre mille casi di mesotelioma pleurico dal 2001 al 2014, molti comuni con un’incidenza della malattia notevolmente superiore alla media e, secondo le stime più recenti, un milione di tonnellate di materiale da rimuovere in siti da bonificare. La Regione Lazio prende atto che la questione amianto è una delle priorità del proprio sistema sanitario regionale e pensa a una nuova legge regionale e a un monitoraggio aereo con droni per individuare le coperture sulle quali intervenire. È Cristiana Avenali, già dirigente di Legambiente e ora consigliera regionale Pd, a proporre una legge che affronti “in maniera concreta e sistemica i problemi legati all’esposizione all’amianto” e sopperisca ai ritardi. Il Registro regionale dei mesoteliomi maligni del Lazio del dipartimento di Epidemiologia del Sistema sanitario regionale ha registrato 1042 casi di mesotelioma maligno, con il 70% di casi fra gli uomini e il 30% fra le donne, con una prevalenza della fascia d’età 65/74 anni. In alcuni comuni il tasso di incidenza (ovverosia il numero di persone malate ogni 100.000 abitanti) è particolarmente elevato: Campagnano di Roma (TI 6,6), Rignano Flaminio (TI 5,9), Sezze (TI 5,6), Capena e Colleferro (TI 5,5), Pomezia (TI 5,2), Gaeta (TI 5,1), Civitavecchia (TI 4,7), Frascati (TI 4,2). Nella capitale il TI è di 2,8 fra gli uomini e di 1 fra le donne. Il Centro Regionale amianto ha analizzato il 12% del territorio fino a oggi e la stima della presenza complessiva di materiale contenente l’asbesto è quantificata in un milione di tonnellate. Verosimilmente potrebbe trattarsi di una stima per difetto visto il ritardo dei monitoraggi. L’abbattimento del vecchio Velodromo capitolino, la bonifica della sede Rai di viale Mazzini e l’asbesto nelle tubature dell’acquedotto di Roma Nord sono i tre casi più rilevanti di inquinamento da amianto emersi negli ultimi anni, ma si è ancora molto lontani da una giusta definizione dei confini del problema. Fra le proposte di Avenali anche quella di un nucleo amianto che coordini le azioni e recuperi le risorse necessarie per finanziarle.55803120-586x390

Fonte:  Repubblica

© Foto Getty Images

Roma multata dalla UE per la gestione dei rifiuti

Per l’unione europea parte dei rifiuti ancora non viene sottoposta ad un trattamento idoneo sia a Roma che nel Lazio e sotto accusa è in particolare la frazione organica per cui non esiste una rete integrata ed adeguata di impianti di gestione380662

Mercoledì 15 ottobre, la notizia della sentenza della Sesta Sezione della Corte Europea che condanna la capitale per “inadempimento di uno Stato sul piano di gestione, realizzazione di una rete adeguata e integrata di impianti di smaltimento, obbligo di istituire un trattamento dei rifiuti che assicuri il miglior risultato per la salute umana e la protezione dell’ambiente”.  Chiudere Malagrotta quindi non è bastato. Parte dei rifiuti ancora non viene sottoposta ad un trattamento idoneo sia a Roma che nel Lazio e sotto accusa è in particolare la frazione organica per cui non esiste una rete integrata ed adeguata di impianti di gestione. Sulla questione si è espressa anche Legambiente che chiede di guardare al futuro: “È arrivata anche la bocciatura dell’Europa a palesare il pessimo stato in cui versa la gestione dei rifiuti della nostra regione – ha dichiarato Roberto Scacchi Presidente di Legambiente Lazio – e a dimostrare che senza differenziata e impianti per trattare l’organico a Roma e nel Lazio non si va da nessuna parte. Dopo Malagrotta, serve andare oltre“. Nonostante le difficoltà, dei progressi sono stati fatti e il sindaco di Roma, Ignazio Marino, tiene a sottolineare che la chiusura della grande discarica ha segnato comunque una svolta, anche agli occhi della Comunità Europea. “I rilievi mossi dalla Corte europea al nostro Paese per l’inadeguatezza del trattamento dei rifiuti in alcune discariche del Lazio fino al 2012, confermano una volta di più che la nostra decisione di chiudere, dopo ben 50 anni, Malagrotta abbia segnato una vera e propria svolta per il rientro nella legalità del ciclo dei rifiuti e per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini” ha dichiarato in una nota il sindaco Marino. “Voglio inoltre ricordare che non ricorrendo più alla discarica Malagrotta è stato possibile chiudere la procedura di infrazione e Roma, dunque, oggi può di nuovo accedere ai fondi strutturali europei”.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Smog, Bruxelles apre una nuova procedura d’infrazione contro 19 zone d’Italia

L’Italia torna nel mirino dell’Ue per il mancato rispetto della normativa sulla qualità dell’aria. Le aree colpite vanno da Nord a Sud e interessano dieci Regioni italiane: Veneto, Lombardia, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Sicilia, Molise, Campania e Umbria. Le autorità italiane devono rispondere, fornendo chiarimenti, entro fine ottobre380456

L’Italia torna nel mirino dell’Ue per il mancato rispetto della normativa sulla qualità dell’aria: una nuova procedura d’infrazione avviata dalla Commissione europea accusa diciannove zone e agglomerati di mettere in pericolo la salute dei cittadini con livelli di smog troppo elevati. Le aree colpite vanno da Nord a Sud e interessano dieci Regioni italiane: Veneto, Lombardia, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Sicilia, Molise, Campania e Umbria.
La procedura d’infrazione è stata aperta lo scorso luglio con l’invio di una lettera di messa in mora a cui le autorità italiane devono rispondere, fornendo chiarimenti, entro fine ottobre. Se la risposta non dovesse essere ritenuta soddisfacente, la Commissione europea potrà passare alla seconda fase della procedura attraverso un parere motivato in cui inviterà l’Italia a mettersi in regola al più presto con le norme sulla qualità dell’aria. Non è la prima volta che l’Italia viene bacchettata da Bruxelles per la violazione della legislazione che dal 2005 impone livelli massimi di concentrazione delle polveri sottili. Una precedente procedura d’infrazione si era conclusa nel 2012 con una condanna della Corte di giustizia che confermava il mancato rispetto nel 2006 e nel 2007 dei limiti di PM10 in 55 zone. A pochi anni di distanza, l’esame dei valori di polveri sottili ha mostrato che in 13 di queste 55 aeree i valori massimi sono stati continuamente superati anche nel periodo 2008-2012. Per questo motivo la Commissione europea ha deciso di avviare una nuova procedura d’infrazione che, oltre alle 13 aree già identificate nella precedente indagine, coinvolge sei nuove zone e agglomerati. L’Italia non è il solo Paese a non ancora aver attuato pienamente le norme sulla qualità dell’aria, non rispettate complessivamente da 17 Stati membri dell’Ue.  Negli ultimi cinque anni il rispetto della legislazione sulle polveri sottili è stato fra le priorità del commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, e il nuovo commissario designato Karmenu Vella ha promesso battaglia sullo stesso fronte. “La qualità dell’aria è un problema ancora molto grave e con effetti negativi sulla salute, sull’ambiente e sull’economia”, ha affermato oggi il politico maltese durante un’audizione davanti agli eurodeputati. “Conto di agire velocemente su questo”, ha aggiunto Vella, impegnandosi a non permettere “standard diversi” fra i Paesi Ue, perché tutti i cittadini hanno diritto “allo stesso livello di tutela”.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Troppo arsenico nelle acque del Lazio: l’Ue “boccia” l’Italia

Le deroghe concesse dalla Commissione Europea erano vincolate a richieste che sono state disattese e che hanno portato all’apertura di una procedura di infrazione. C’è troppo arsenico nelle acque italiane, ina maniera specifica in quelle del Lazio. La Commissione Ue ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per la contaminazione dell’acqua da arsenico e fluoro, una situazione che continua a non essere risolta nonostante la concessione di tre deroghe di tre anni ciascuna. I valori limite previsti dalla direttiva Ue sulle acque potabili non vengono rispettati in 37 zone. L’Italia, come tutti i Paesi dell’Unione europea, ha l’obbligo di controllare e testare. La Commissione Ue ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per la contaminazione dell’acqua da arsenico e fluoro, in particolare nel Lazio, ancora irrisolto nonostante la concessione di tre deroghe di tre anni ciascuna. I valori limite previsti dalla direttiva Ue sull’acqua potabile non sono ancora rispettati in 37 zone. L’Italia, come tutti i Paesi Ue, ha l’obbligo di controllare l’acqua destinata al consumo umano, in base a 48 parametri microbiologici e chimici e indicatori. Nel caso vengano riscontrati nell’acqua livelli elevati di arsenico o di altri inquinanti, gli Stati membri possono derogare per un periodo limitato di tempo ai valori limite fissati dalla direttiva, purché ciò non presenti un potenziale pericolo per la salute umana e l’approvvigionamento delle acque destinate al consumo umano nella zona interessata non possa essere mantenuto in nessun altro modo. Negli ultimi anni l’emergenza arsenico in Lazio ha creato notevoli disagi, con i casi limite di comuni che hanno dovuto fare ricorso alle autobotti. L’Italia ha già usufruito del numero massimo di deroghe consentito dalla normativa Ue. Bruxelles aveva richiesto che fosse assicurato l’approvvigionamento di acqua salubre destinata al consumo da parte dei neonati e dei bambini fino all’età di tre anni. Inoltre, deroghe erano subordinate poi al fatto che l’Italia fornisse agli utenti informazioni adeguate su come ridurre i rischi associati al consumo dell’acqua potabile in questione e in particolare dei rischi associati al consumo di acqua da parte dei bambini. Infine, l’Italia avrebbe dovuto attuare un piano di azioni correttive e informare la Commissione in merito ai progressi compiuti. A un anno dalla scadenza della terza deroga la direttiva continua a essere violata e in 37 zone di approvvigionamento di acqua del Lazio i valori limite di arsenico e fluoro non sono rispettati. E in conseguenza di questo fatto, come vi avevamo preannunciato alcuni giorni fa su Ecoblog, Bruxelles ha fatto partire la procedura di infrazione con l’invio di una lettera di costituzione in mora.rubinetto

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images