Thomas Torelli: “Vuoi un altro mondo? Choose Love!”

Un altro mondo, Pachamama, Choose Love. Sono alcuni dei documentari autoprodotti e autodistribuiti del regista Thomas Torelli. I suoi film si muovono tra ricerca del bello, visione ecologica, ricerca spirituale, fisica quantistica. L’obiettivo? Rendere visibile la bellezza del mondo e mostrare che possiamo scegliere il nostro destino. Io e Paolo siamo appena rientrati dal viaggio in Calabria quando, in una caldissima mattinata romana, incontriamo Thomas Torelli nel suo studio vicino alla stazione Trastevere. Prima dell’incontro sono un po’ emozionato. Conosco i suoi documentari e sento da anni parlare di lui ma non ci siamo mai visti di persona. Una volta accomodati e montata la telecamera, l’emozione passa e inizia la chiacchierata. È strano ascoltarlo, perché quando parla del suo lavoro – per molti aspetti – mi sembra di sentire raccontare Italia che Cambia! Nel video qui sotto potete ascoltare la sua storia e scoprire la poetica che lo ha guidato nei sui film degli ultimi anni, da Un altro mondo a Choose Love.

La svolta arriva nel 2011, dopo la morte del padre. Come spesso accade, da una separazione o da un dolore nasce la voglia di un cambiamento. «Così è nato Un altro Mondo – racconta Torelli – un film che ha racchiuso la mia teoria di vita. Era il modo migliore di entrare anima e corpo in questo nuovo percorso. Da qui ho deciso di occuparmi di soluzioni e non di problemi. Oggi le persone conoscono le cose solo da determinati punti di vista. È difficile trovarne altri, se sei preso dall’ipnosi collettiva e non ti fai domande, non vedi che il mondo è molto più vasto». 

Un altro mondo è un film che cerca di raccontare come scienze apparentemente diverse tra loro parlino la stessa lingua o abbiano lo stesso obiettivo, il senso di unione. I film successivi hanno continuato ad approfondire le tematiche di quel film ma in maniera verticale: ogni film una tematica. 

Pachamama è un film che racconta i popoli nativi e la loro visione, il loro concetto di tempo, di noi. Pachamama significa madre terra, e il film vuole sensibilizzare il pubblico sull’importanza della creazione della carta dei diritti della terra, che riconoscere il nostro pianeta come entità viva e quindi difendibile giuridicamente. 

Food Relovution approfondisce l’impatto del nostro cibo sul mondo, approfondendo come ciò che mangiamo può avere una forte influenza sul pianeta, sul benessere della società. È stato anche l’inizio di una rivoluzione alimentare personale. 

Choose love parte da un invito: smettila di avere ragione! Il film “porta a riflettere sul fatto che il nostro punto di vista è determinato dalla nostra scuola, dai nostri genitori, dal quartiere in cui siamo nati, dai nostri amici e che l’altra persona ha un’influenza diversa e quindi un punto di vista diverso sulle cose. Il 90% dei conflitti del mondo è data da questioni di principio… Inoltre questo film è stato anche influenzato dall’incontro di Torelli con Daniel Lumera e dal suo lavoro sul perdono. La scienza dimostra che la nostra salute è influenzata dal nostro stato d’animo, dal modo in cui interagiamo con gli altri, dal nostro modo di affrontare la vita. Ed ecco Choose Love.

Thomas Torelli presenta Choose Love

Un altro mondo, oltre ad avviare il percorso cinematografico appena descritto, è stato una svolta anche da un punto di vista distributivo: il film, infatti, è stato distribuito in maniera autonoma. «L’idea di autodistribuirmi – racconta Thomas – è stata dettata da due fattori: da un lato alcuni miei film precedenti non erano stati pagati da distributori ed editori; dall’altro – molto più importante – mi ero reso conto che c’era una discrepanza tra il modello di distribuzione tradizionale e il vero interesse delle persone. Ero e sono convinto che le persone stiano vivendo un grande momento di risveglio e siano pronte ad affrontare certe tematiche. E se questo era vero, pensavo sarebbe stato vero che se avessi reso il pubblico protagonista della possibile vita del film forse avrebbe avuto un’aurea diversa. È stata una scommessa vinta! Abbiamo dato il film a chiunque lo volesse distribuire; le persone andavano a bussare ai cinema del paese, ai centri culturali, al centro yoga, ai festival… insomma tutti modi che esistono per portare il film e così facendo Un altro mondo è diventato uno dei film più distribuiti di Italia. Parliamo di oltre 500 proiezioni, in 5 anni. A quel punto abbiamo capito che il nostro pubblico, che era diventato protagonista della distribuzione, poteva esserlo anche della produzione! Ed ecco che i nostri film sono stati prodotti grazie a campagne di crowfunding che hanno avuto un successo crescente.
In questi cinque anni di infinita tournée una delle cose che più spesso mi capitava era di trovare persone che mi domandassero: “Thomas, come faccio a rimanere con questo senso di benessere che mi è venuto guardando il film

Non avevo molte risposte, non sapevo come permettere loro di vedere film analoghi. Mi ero reso conto che c’era un totale distaccamento tra ciò che il pubblico chiedeva e ciò che i mass media offrivano e offrono. Pensa che nessuna televisione ha voluto mandare in onda qualcuno dei nostri documentari. E non succede solo a noi. Partecipo a molti festival e vedo documentari stupendi di cui non esiste nemmeno in DVD. Da qui è nata l’idea della televisione!». 

Si chiama UAM TV, acronimo di Un Altro Mondo TV, è una web tv indipendente che si pone l’obiettivo di diffondere documentari, notizie e vari contenuti che propongano modelli culturali e sociali che documentino quella parte di società che si attiva nel proporre un cambiamento costruttivo. Abbiamo trattato l’argomento in un articolo e in un video precedenti. Quello che accomuna il lavoro cinematografico di Torelli, con questa nuova televisione e con la proposta informativa di Italia che Cambia è senz’altro la ricerca della bellezza. «La bruttezza influenza la vita delle persone – conclude Thomas – le convince che il mondo è un posto brutto. Se tu ti focalizzi su un problema questo si amplifica; ma se il problema diventa un modo per trovare nuove soluzioni, metterti in gioco, tutto cambia! Si può essere felici se si vuole, con piccole scelte quotidiane. Proviamo a mostrare il bello che c’è! Il cinema può aiutare in questo percorso». 

Intervista: Daniel Tarozzi

Riprese e montaggio: Paolo Cignini Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/thomas-torelli-vuoi-un-altro-mondo-choose-love-io-faccio-cosi-258/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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La Yogurta, una casa laboratorio dove tutto è possibile

Una fucina di idee fertili, un luogo di cui prendersi cura, uno spazio dove esprimere la creatività collettiva e risolvere i conflitti. Era l’estate del 2017 quando con il montaggio della yurta ha preso forma e anima il progetto “La Yogurta”, una casa laboratorio aperta alla comunità a pochi chilometri da Roma che ospita seminari, workshop e formazioni residenziali. Siamo andati a trovare e abbiamo intervistato la fondatrice Irene Ausiello. Ci troviamo a pochi chilometri da Roma, vicino al Lago di Bracciano, nel piccolo Borgo di Quadroni, una terra circondata da boschi di cerri alle spalle del Monte Calvario che, da più di 400 anni è luogo spirituale e dimora dei Padri Carmelitani Scalzi. Mi trovo con Irene Ausiello in una piccola abitazione nata dal recupero di un casaletto in pietra che, da qualche anno, sta cambiando pelle e identità. Infatti, da poco più di due anni è atterrato nel terreno un “disco volante” che, come per magia, ha trasformato questo luogo in un “terreno fertile per i sogni nel cassetto” dove la yurta (nome comune di cosa) o più conosciuta come la Yogurta (nome comune di persona) è il cuore pulsante, il salotto condominiale, un nido per progetti da covare, un vulcano di idee, uno spazio capace di accogliere e dare voce a tutte le emozioni.

Come è arrivata qui, in quella che da dieci anni è casa tua, la yurta?

Per tanti anni ho frequentato luoghi magici di formazione: Panta Rei, la Casa Laboratorio il Cerquosino e Casa Cenci. In questi luoghi ho vissuto esperienze intense di scambio e crescita con le persone ed i luoghi. Nell’autunno del 2016, durante un seminario della scuola di Arte del Processo, ho sentito nascere dentro di me il desiderio di trasformare il luogo che mi ospita in uno spazio collettivo, dove poter rivivere quella magia. L’estate del 2017 questo desiderio ha trovato una sua concretezza nell’arrivo e nel montaggio della yurta e in un battesimo di visi e canti, prima insieme al Gruppo Creativo della scuola di Arte del Processo e poi insieme agli amici arrivati da tutta Italia per la festa di inaugurazione. La yurta ha dunque iniziato a respirare, ha iniziato ad avere un nome, ma la sua identità aveva bisogno di una storia e di un tempo. 

Perché si chiama Yogurta?

All’inizio avevo pensato ad un nome: “La luna nera”, ma lo sentivo così pesante; quando mi hanno suggerito “ La Yogurta” mi è subito piaciuto: era leggero, rimandava all’idea dei fermenti dello yogurt, della loro vitalità e capacità di far lievitare, come la pasta madre. 

A luglio la Yogurta avrà due anni. Come si è delineata la sua storia e la sua identità in questo tempo?
Fra un corso e l’altro, negli anni, ho continuato a chiedermi “che cos’è la Yogurta?”. C’è stato un episodio in particolare, un anno fa, in cui questa domanda mi è arrivata con grande forza, insieme ad un mal di denti che ha coinvolto proprio quel dente che la dentosofia associa agli stati d’animo legati ai grandi progetti. Sotto l’effetto dell’antidolorifico mi sono arrivate delle immagini che rispondevano alla mia domanda, le ho fermate su di un foglio che custodisco nella yurta.

In quello stesso giorno mi sono posta anche un’altra domanda: “Ma io da piccola ho mai avuto la possibilità di sdraiarmi su un prato, di sentirmi leggera?”. Ho quindi iniziato a pensare alla Yogurta come ad uno spazio per i bambini, per tornare bambini. Non faccio altro che gironzolare nel terreno pensando a come trasformare ogni angolo in uno spazio in cui esprimere una parte di sé: un luogo per avventurarsi, uno per sognare burattini e marionette, la casa sull’albero come rifugio, la falegnameria per familiarizzare con il legno, il giardino delle aromatiche per stimolare l’olfatto. 

So che la Yogurta ha ospitato un gran numero di corsi e attività. Ce ne vuoi accennare qualcuno?

Innanzitutto mi piace riconoscere che tante persone hanno lasciato qui un’impronta e la loro energia, che, chi passerà da qui, potrà ancora osservare e respirare. Fra tutte, quella di Saviana Parodi, che, con il suo sguardo aperto da permacultrice, mi ha dato molti suggerimenti su come curare il terreno per ottimizzare le energie in entrata e in uscita. Per fare solo un esempio, prima tagliavo tutto il prato, lei ha osservato e mi ha detto “Non siamo mica mucche che vanno al pascolo. Dovresti fare dei sentieri, e il resto lo lasci crescere, così hai la rugiada e le erbe spontanee”. Poi ci sono stati i laboratori teatrali di Ilaria Drago, un’artista a tutto tondo. Durante il laboratorio, nei momenti di improvvisazione, si ferma su un gesto, un suono, uno sguardo non intenzionale, non previsto, di verità e bellezza, e ti porta ad indagarlo e ad amplificarlo per scoprire che storia vuole raccontare.  

Francesco Prota, con i suoi incontri sull’Astromanzia Quantistica e sulla Tensegrità, ci ha dato accesso e ha nutrito i sogni notturni e diurni. Un altro grande contributo sono stati i corsi sull’Economia del Dono e sull’Agricoltura Sociale tenuti da Francesco Bernabei, alchimista del 21esimo secolo, capace di trasformare le leggi giuridiche – che spesso percepiamo come limiti e costrizioni – in appigli per una scalata avventurosa verso mete inesplorate. Tantissimi sarebbero i racconti da fare sui workshop di CanyaViva, le lezioni di Yurtango, ci sarà forse un’altra occasione, mi piace per ora ringraziare tutti coloro che hanno creduto e sostenuto questo progetto, da vicino e da lontano.

So che provieni da un percorso di formazione sulla facilitazione dei processi partecipativi che hai portato avanti attraverso l’APS CantieriComuni ed il Teatro dell’Oppresso e ora la tua esperienza come studentessa nella scuola di Arte del Processo. Mi incuriosisce sapere come questo tuo bagaglio è entrato nella Yogurta?
Nel 2017, a ridosso della legge Lorenzin, ho portato avanti insieme ai Genitori “No Obbligo Lazio” e alla compagnia T.I.T.U.R. Teatro Instabile della Tuscia Romana, un percorso laboratoriale sulla tematica dei vaccini, il cui frutto è stato uno spettacolo di teatro forum intitolato “Vaccipiano”. In quel periodo molti genitori si incontravano per trovare soluzioni concrete a un disagio reale. In questi incontri, a cui ho partecipato, non c’era spazio per le emozioni, così abbiamo deciso di aprire noi quello spazio mettendo in scena non storie reali ma incubi e sogni notturni. Grazie ad uno sguardo che proviene dai miei studi presso la scuola di Arte del Processo, abbiamo scardinato alcune regole del Teatro dell’Oppresso. Abbiamo permesso al pubblico, durante il forum, che prevede delle sostituzioni di alcuni personaggi in scena per trovare strategie di risoluzioni alla problematica portata, di riconoscersi non solo nell’oppresso, ma anche nell’oppressore. È stato un lavoro che mi ha molto toccata, e del quale mi piacerebbe creare una memoria scritta da condividere. Nel percorso laboratoriale “Mi trasformo” ho cercato di restituire un po’ di libertà nel modo in cui ci raccontiamo a noi stessi, attingendo agli strumenti di processwork e giocando a rimodellare le nostre narrazioni attraverso il suono, il movimento, le immagini e il sentire. Dall’estate scorsa sono nati i “Wild Camp”, campi avventura per bambini dai cinque ai dieci anni e per le loro famiglie. Questo è il momento dell’anno che attendo con più gioia, in questi giorni diamo libero sfogo alla fantasia e alla creatività; il terreno si trasforma in un laboratorio a cielo aperto, la yurta ospita i nostri sonni e i nostri sogni che, come ha osservato un bambino al risveglio, “non sono più solo nostri perché durante la notte hanno ballato con quelli degli altri”.

Foto di Guido Parola

Quali sono i prossimi progetti della Yogurta? Quali sono gli orizzonti futuri?

A breve partirà un GAS per sostenere un progetto nascente di Orto Sociale e Fattoria Didattica, “Fortebraccio”, all’interno del progetto “Collina dei venti” che darà asilo ad un centro di seconda accoglienza per donne vittime di violenza. L’ultima luna piena ha accolto la prima Tenda Rossa, un cerchio di donne che nasce dal desiderio di condividere la magia del femminile. Quest’estate avremo il terzo incontro del Gruppo Creativo, nato spontaneamente tra gli studenti della Scuola di Arte del Processo, e per il primo anno ospiteremo anche studenti di altre scuole europee, a partire da quelle spagnole. Da qui anche i desiderio di supportare la Scuola nel divulgare questo meraviglioso approccio che è il processwork organizzando seminari, laboratori e processi di gruppo. Per il futuro sono aperta a quello che verrà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/yogurta-casa-laboratorio-tutto-possibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Roma, i rifiuti e noi

Partendo dall’emergenza rifiuti, che è da tempo una costante per Roma e altre città, Mariella Lancia riflette sul nostro modo di gestire anche le nostre scorie interiori, oltre a quelle materiali. In che modo potremmo prevenire l’impatto distruttivo di eventi esterni cominciando a guardarci dentro e a trasformare noi stessi?

Ciclicamente un popolo, una parte del mondo, un gruppo o anche solo un individuo si fan e “manifestatore” di un male dell’umanità. È come se per un misterioso atto sacrificale qualcuno si facesse carico di una carenza, di una incapacità che viene posta sotto una lente di ingrandimento in modo che attraverso lo choc che questo evento provoca – soprattutto oggi attraverso l’esposizione mediatica – si possa prendere coscienza di qualcosa di cui tutti, seppure in gradi diversi, siamo portatori. E cominciamo a interrogarci, a cercare soluzioni e forse ad apprendere qualche lezione. I piromani inceneriscono boschi e pinete. Adolescenti annoiati ammazzano di botte un ignaro pensionato. Una nave vaga nel Mediterraneo per 17 giorni col suo penoso carico di migranti senza che un solo porto le dia il permesso di attraccare. Crollano ponti. Allora ci si agita, si va in piazza a protestare, si condanna, si aprono inchieste, si fanno in fretta e furia nuove leggi. Raramente ci si ferma a riflettere su di noi, su che cosa questi eventi rispecchino di noi stessi, come individui e come gruppo umano.

Prendiamo l’ “emergenza spazzatura”. Quale può essere la lezione dei rifiuti? A me pare che questa “emergenza rifiuti” che ricorrentemente affiora e mette in crisi, ci parli della nostra incapacità di gestire non solo le scorie materiali (di questo stanno parlando tutti), ma anche quelle psichiche. Della nostra poca dimestichezza, per esempio, con stati mentali che consideriamo negativi e di cui vogliamo liberarci al più presto: come la sofferenza, l’incertezza, la frustrazione, la tristezza, la noia, la paura, la rabbia. Oppure con situazioni difficili come fallimenti, errori, conflitti. Della nostra incompetenza nell’analizzare questi stati e questi eventi, per vedere quanto c’è di utilizzabile (per conoscerci meglio, per la nostra crescita interiore, per produrre pensiero, poesia, arte, condivisione…) e quanto di questa materia prima possa, quindi, essere estratto e trasformato. Ci siamo costruiti delle sane discariche per le nostre emozioni disturbanti? O le scarichiamo fuori dalla nostra porta, sul primo malcapitato passante? Abbiamo delle strutture per trasformarle in fertilizzanti e in energie alternative? O le lasciamo accumulare a casaccio, fino a esserne sopraffatti, a volte fino ad esplodere, con effetti distruttivi su noi stessi e sugli altri?  Sentiamo ad esempio cosa dice Gandhi, nella sua autobiografia, a proposito della rabbia: “Ho imparato la lezione suprema di non sopprimere la mia rabbia, ma di conservarla e come il calore conservato si tramuta in energia così la rabbia conservata e controllata si tramuta in un potere che può cambiare il mondo”.

Può darsi che per diventare abili nella trasformazione delle energie fisiche occorra iniziare imparando a trasformare le energie emotive e mentali. Che ne direste di avviare riflessioni simili anche su altri “eventi specchio” come quelli prima elencati ? Di che cosa potrebbero essere il “correlativo oggettivo” gli incendi dolosi, le “morti bianche”, l’emergenza migranti, le risse dei tifosi, i crolli di ponti e di edifici.? In che modo potremmo prevenire o almeno diminuire l’impatto distruttivo di eventi come questi cominciando a guardarci dentro e a trasformare noi stessi? Anche questo può essere l’Italia che cambia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/roma-rifiuti-e-noi/

Una comunità agricola nella capitale: nasce la prima CSA di Roma

Ispirata ad Arvaia, è nata “Semi di comunità”, la prima CSA romana. Si tratta di una forma di organizzazione pensata per produrre e distribuire prodotti agricoli in modo nuovo e collaborativo e, al contempo, tessere relazioni umane basate sulla condivisione e le buone pratiche di sostenibilità. Anche a Roma… si può!

“Il cibo può essere una dimensione attraverso la quale possiamo trovare delle connessioni. La ricerca di buon cibo locale può diventare parte della costruzione della comunità. Tra le città europee Roma possiede i più ampi spazi dedicati al verde e dove c’è verde può nascere buon cibo. Insieme agli agricoltori si possono creare luoghi per la rigenerazione dell’economia, della democrazia, della conoscenza e della nostra libertà”. 

Mentre ascolto il racconto di Saverio e Alice sulla nascita della prima CSA romana, mi tornano alla mente le parole pronunciate da Vandana Shiva mentre parlavamo di sovranità alimentare in uno dei tanti orti/giardini inaspettati della capitale. Il tema della terra, dell’agricoltura, solidale e sostenibile, della provenienza del cibo che mangiamo, della sua produzione, e conseguentemente della nostra salute, è un tema centrale nel cambiamento di paradigma. Ad esso si legano strettamente molti temi, compreso quello, meno scontato, del tessere relazioni e ricreare comunità. Un aspetto ben chiaro a questa neonata CSA che non a caso si chiama Semi di Comunità e in seno a due comunità è stata ideata, ponendo come base del progetto “la creazione di una comunità agricola di persone e competenze”.

Ma che cosa è una CSA?

Il termine CSA significa Comunità che Supporta l’Agricoltura ed è una particolare forma di organizzazione, in cui la comunità dei soci è legata da un reciproco impegno di collaborazione. Tutti i soci prendono insieme le decisioni sulle scelte aziendali, sostengono la produzione e si distribuiscono cibo fresco, sano e prodotto nel rispetto dell’ambiente. Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da tra tutti soci. In Italia la prima CSA è stata quella di Arvaia, fondata nel 2013, una delle storie che abbiamo raccontato e da cui Semi di Comunità ha tratto ispirazione e sostegno. 

“I semi di questo progetto risalgono a un anno e mezzo fa. Io sono arrivato quando si era da poco costituito un gruppo incubatore di idee – racconta Saverio Inti Carrara, uno dei soci lavoratori della CSA – Tutto è partito da due comunità che fanno parte dell’associazione nazionale MCF “Mondo di Comunità e Famiglia”, quella di Casale Vecchio, a Prima Porta, dove ci sono anche i campi che coltiviamo, e l’altra in zona Bufalotta, La collina del Barbagianni. In questo gruppo lavoravamo su varie idee e buone pratiche da poter trasferire anche nel mondo del lavoro e che avessero come base la solidarietà, l’etica, l’uguaglianza. Ho fatto studi artistici ma a 23 anni ho deciso di dedicarmi all’azienda familiare, un’azienda agricola biologica nel bergamasco. Per 5 anni mi sono occupato del frutteto, dell’orto, facendo di tutto, dalla potatura alle consegne ed ho poi continuato a lavorare e sperimentare anche una volta approdato a Roma”. 

Un’esperienza che ha fatto ben comprendere a Saverio come in agricoltura ci siano pochi margini economici. “Poi un giorno ho ricevuto una mail in cui si parlava di Arvaia e sono partito, sono andato a trovarli , ho riportato l’idea che avevo trovato al gruppo ed abbiamo deciso di intraprendere la strada della CSA. Due soci di Arvaia sono poi venuti da noi per due giorni e abbiamo allargato la condivisione dell’idea, coinvolgendo attraverso il passaparola tra le persone che ruotano intorno a queste due comunità. Ed è stato tutto molto veloce, il 23 gennaio di quest’anno abbiamo costituito la cooperativa. C’erano già circa cinquanta persone interessate e volevamo tenere alto questo interesse partendo con la produzione dalla primavera. A livello pratico, i lavori sui campi sono iniziati a metà marzo. Abbiamo autocostruito insieme ai soci quattro serre, seminato 10000 piante, sistemato il vivaio, pulito i campi che abbiamo in affitto dalla comunità in via del Prato della Corte 1602/a, all´interno del Parco di Veio. Ci sono 2 ettari e mezzo di terreno coltivabile e altrettanto di bosco e sono campi già certificati biologici”.

Come funziona la CSA

A raccontare come funziona la CSA è Alice Bognetti, l’altra attuale socia lavoratrice, che è arrivata a settembre a cavallo della prima assemblea pubblica in cui si cominciava a proporre il progetto già delineato. “All’interno della CSA ci sono diversi tipi di socio. C’è il “socio semplice” che aderisce alla cooperativa attraverso un contributo di 100€ al capitale sociale, e che, come tutti gli altri può partecipare alla fattoria didattica, alle giornate conviviali e di scambi di sapere, e alla produzione, contribuendo volontariamente con qualche giornata di lavoro durante l’anno. Ci sono poi i soci sovventori e prestatori, che con nostro grande stupore sono arrivati sin da subito, che fanno donazioni a fondo perduto o prestiti alla cooperativa. E ci sono i soci lavoratori che garantiscono il raccolto, stilano un piano delle colture e sottopongono il bilancio dei costi a tutti i soci per l’approvazione. Secondo il nostro piano ideale dovrebbero essere una persona a tempo pieno e due part time ma attualmente c’è una persona full time e un partime diviso tra due soci lavoratori. Infine i soci fruitori a cui spetta settimanalmente una parte dei prodotti coltivati”.  

“Un punto cardine della CSA è l’asta delle quote – prosegue Saverio – Prima dell’asta viene condivisa con i soci la proposta di piano economico annuale che comprende tutti i costi previsti e, in base a questo, si calcola il costo di una quota ideale, facendo una divisione per il numero di soci fruitori. Se ad esempio si prevedono 80000€ di costi e abbiamo 100 soci, la quota ideale sarebbe 800€ a testa, questo significa che se ognuno mettesse 800€ il progetto sarebbe sostenibile e si potrebbe partire con la produzione.

L’asta però è uno strumento che serve anche per garantire l’accesso alla CSA alle fasce meno abbienti, quindi durante l’asta si concorda un valore minimo, inferiore alla quota ideale, e uno massimo, superiore alla quota ideale, e ogni socio scrive la cifra che può dare. A questo punto si calcola il totale raggiunto e, se ad esempio mancano 2000€ per raggiungere le previsioni di spesa, si propone di dividerli fra tutti i soci fruitori. Nel caso di 100 soci sarebbero 20€ a testa in più. Quest’anno però non è stato possibile perché sapevamo già che non avevamo i numeri per farlo, la quota ideale sarebbe stata altissima e abbiamo quindi stabilito una quota fissa di 800€ scommettendo che il progetto che si allargasse. Oggi i soci sono arrivati a 100 e a 40 le quote per quanto riguarda i soci fruitori. Considerando che si possono acquisire anche mezze quote, sono circa 60 i soci fruitori. Ma per essere sostenibili abbiamo bisogno di arrivare almeno a 50 quote. Anche se dalla seconda metà maggio inizieremo la distribuzione, continueremo la campagna per l’acquisizione di nuovi soci”. 

Le quote, che si possono pagare in due rate entro la fine di giugno, garantiscono 5/6 chili di verdura a settimana per le quote intere, e ¾ chili per le mezze quote, per 48 settimane l’anno, escludendo quindi il mese di agosto durante il quale le porte dell’azienda rimangono aperte a chi vuole prendere li prodotti in autonomia.

Semi di comunità ha già anche un piano per la distribuzione che conta sette punti della città: il primo direttamente in azienda, uno presso la comunità de La collina del Barbagianni, presso un vivaio in zona Monteverde, a Capena e in due parrocchie a Piramide e Nomentana e a Testa di Lepre. 

“L’intento della CSA è sì distribuire il prodotto ma anche creare rapporti umani, comunità, per fare questo ci siamo di nuovo ispirati ad Arvaia anche per la distribuzione. Dall’azienda partono delle cassette monovarietari e nei punti di distribuzione c’è una bilancia e una bacheca con la lista delle persone e le quantità di prodotti per tipologia che ognuno può prendere in autonomia e in fiducia. E poi c’è una cassetta per gli scambi. Ciò che eventualmente avanza viene lasciato a chi ci ospita per la distribuzione. Da statuto la nostra idea è quella di una cooperativa a impatto zero, che si basa sul riuso e sul minor spreco di cibo, di materie e non solo. E questa sarà una delle nostre sfide”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/comunita-agricola-capitale-nasce-prima-csa-roma/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vale la Pena: la birra artigianale fatta dai detenuti

Evita le recidive, offre nuove opportunità di vita e lavorative ai detenuti, favorisce l’avvio di progetti imprenditoriali virtuosi. L’economia carceraria, in altre parole, fa bene a tutti. È quanto dimostra la onlus “Semi di Libertà” da cui hanno preso vita la società e l’omonimo pub “Vale la Pena” che tramite la produzione e la vendita di birra artigianale promuovono la formazione e l’occupazione dei detenuti. Paolo Strano ha per lungo tempo fatto il fisioterapista nel servizio sanitario italiano ma, quando si trasferisce all’ospedale Regina Margherita di Trastevere e quindi, al carcere di Regina Coeli, per curare i detenuti, la sua vita cambia radicalmente. Lascia definitivamente il lavoro e nel gennaio del 2013 fonda la Onlus Semi di libertà, perché, conoscendo il mondo del carcere, decide che contrastare le recidive dei detenuti e realizzare progetti che offrano loro opportunità di lavoro e di nuova vita, deve diventare la sua nuova professione. Semi di libertà inizia l’attività a marzo 2014, con la prima attività formativa e nel settembre 2014 è prodotta la prima birra “Vale la Pena”.

La capacità produttiva attuale è di trenta mila litri l’anno, il nuovo obiettivo è di produrne almeno sessanta mila litri ed è per questo che stanno realizzando un nuovo birrificio, tutto loro, e che nel giro di un anno sarà completato. Oggi la Onlus, oltre che continuare la sua mission con la formazione dei detenuti, nella produzione di birra, supporta lo sviluppo d’idee imprenditoriali, nel campo dell’economia carceraria. A breve, infatti, nascerà una sartoria.

Semi di Libertà? Ne Vale la Pena!

Paolo, con gli altri fisioterapisti che lavorano con lui a Regina Coeli cofondatori della Onlus, decide che il settore della birra artigianale debba essere il settore economico su cui puntare, è un settore in continua crescita e, grazie al finanziamento ricevuto dal Ministero di Grazia e Giustizia e dal Ministero della Pubblica Istruzione, costruiscono un impianto di birra artigianale presso l’Istituto Agrario Emilio Sereni. Iniziano così la formazione di detenuti in articolo 21, dell’ordinamento penitenziario che offre l’opportunità di essere inseriti in un percorso lavorativo, durante la detenzione in carcere o ai domiciliari per favorire la piena realizzazione del reinserimento nella società, a fine pena, con una professione e un lavoro. Dal 2014 a oggi hanno formato sedici detenuti e l’avvio successivo della società profit, con fini sociali “Vale la Pena” insieme a due nuovi soci, un avvocato ed un commerciante, e l’apertura del pub, omonimo, in Via Eurialo 22, vicino alla metro Furio Camillo, permette loro di aggiungere un nuovo importante tassello al progetto: la possibilità di assumere i detenuti che formano. Il pub è stato inaugurato nel mese di ottobre del 2018 e già conta due dipendenti, la birra prodotta è venduta presso altri locali romani, ma il principale rivenditore è Eataly.

I taglieri di formaggi e salumi sono creativamente assemblati da Mirco, 43 anni, detenuto in semi libertà. Tutte le mattine, alle 8,30, esce dal carcere di Rebibbia, alle 16,30 raggiunge il suo posto di lavoro in Via Eurialo, dove lavora con un contratto a tempo indeterminato, e alle 23,30 rientra nella sua cella. Mirco sta scontando gli ultimi mesi di una condanna di quattordici anni per rapina, ha soggiornato in quasi tutti i carceri del Lazio e molti altri del sud Italia, durante la sua permanenza nel carcere di Velletri, mentre guarda la tv, s’imbatte in un servizio giornalistico in cui viene presentano il progetto di Paolo Strano. In quel momento capisce che è la sua unica possibilità per cambiare vita: lo contatta, frequenta il corso per imparare a produrre la birra e oggi lavora nel pub. Mi confessa, mentre sorseggio una fresca bionda, che se non avesse avuto l’opportunità di lavorare nel pub Vale la pena, uscito dal carcere, avrebbe ripreso la sua solita vita, l’unica che abbia mai conosciuto, fino ad ora. Il pub Vale la Pena è un piccolo locale arredato con molti riferimenti alla struttura carceraria: chi viene a bersi una birra viene informato del progetto, alcuni girano i tacchi e vanno via (molti meno di quanto s’immaginava), gli altri rimangono e “sposano” il progetto. I prodotti venduti nel pub provengono da diversi istituti penitenziari italiani: i formaggi di “Cibo agricolo libero” di Rebibbia femminile, il “Caffè galeotto” di Rebibbia maschile, i taralli del carcere di Trani, i biscottini di “Cotti in flagranza” dal carcere Malaspina di Palermo, le creme e i croccanti di “Sprigioniamo sapori” dal carcere di Ragusa e la pasta dal carcere dell’Ucciardone di Palermo.

L’economia carceraria fa bene a tutti

Paolo è inarrestabile, nel suo racconto e nella sua nuova vita da imprenditore. Dopo “Semi di Libertà” e “Vale la Pena” aggiunge un altro pezzetto alla sua storia e fonda anche “Economia Carceraria”, una nuova srl con fini sociali: commercializzare i prodotti delle carceri italiane. Un’idea che nasce dalla realizzazione del Festival nazionale dell’economia carceraria, a Roma, nel 2018, e che ha avuto l’ambizione di censire e dare visibilità alle tante realtà produttive carcerarie. Il lavoro di scouting ne porta al festival ben quaranta, ma è un lavoro non esaustivo, Paolo è certo che almeno il doppio siano le realtà e che è molto difficile fare un censimento completo, perché invisibili, non presenti sul web e scarsamente valorizzate. Se parliamo di produzioni, quasi tutte le carceri hanno avviato attività produttive, tra le più svariate, ma l’amministrazione carceraria non è abilitata a vendere i prodotti, questo fa sì che, se da un lato, sono progetti che danno l’opportunità di professionalizzare il detenuto, dall’altra, non creano occasioni di lavoro concrete. Addirittura, si assiste al paradosso che nelle carceri dove si realizzano orti con produzione di verdura, frutta, oli, di ottima qualità e bio, le mense non possono utilizzarli perché la fornitura delle stesse è affidata ad appalti esterni. Le produzioni sono tante e ormai presenti in tutte le case circondariali, ma la loro commercializzazione è ancora tutta da pensare. A questo vuole proprio pensare “Economia carceraria” e cioè, diventare strumento per la massima diffusione della conoscenza e vendita dai tanti prodotti al fine di creare posti di lavoro.

Il costo sociale della recidiva

La recidiva è un problema sociale non solo di chi vive il carcere, ma anche per la società tutta. Recidiva dei reati significa tanti reati in più e tanti costi per tutti. Le statistiche datate 2007 fornite dal DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) parlano del 68% di recidiva tra chi sconta la pena solo in carcere e di solo il 2% di chi è inserito in progetti produttivi. A oggi si sa solo che una detenzione ha un costo di circa euro 3.700 al mese per singolo detenuto (costo elaborato dal DAP) e l’80% è dato dai costi di personale (polizia penitenziaria). Un costo mai valutato, ma che s’immagina facilmente quanto possa essere elevato è, ad esempio, quello determinato dai due o tre gradi di giudizio. Appare evidente, dunque, che investire su questi progetti comporta un risparmio economico alla comunità intera. Il sogno di Paolo è quindi quello di far diventare i loro progetti una buona pratica per attivare altri imprenditori o aspiranti tali, a fare la loro stessa scelta: inventare un business che abbia un valore sociale.

Chi sostiene l’economia carceraria?

Le produzioni dei penitenziari del nord Italia ricevono sostegno concreto allo sviluppo del progetto, direttamente dalle Istituzioni, è ad esempio il caso di Torino, dove è stato aperto un negozio di economia carceraria, in Via Milano, in un locale donato a titolo gratuito dal Comune e ristrutturato dalla Fondazione San Paolo. A Milano c’è il consorzio “Vialedeimille”, luogo d’incontro con il territorio e di formazione delle persone detenute, nato su iniziativa dell’Assessorato alle Politiche del Lavoro del Comune di Milano, fondato da cinque cooperative sociali che lavorano negli istituti San Vittore, Opera e Bollate. Da Roma in giù è tutto più difficile e le iniziative istituzionali, a favore dello sviluppo di questi progetti, sono assenti. 

Gabriella Stramaccioni da circa un anno e mezzo è garante delle persone private della libertà per Roma capitale, si occupa dei detenuti e di organizzare le attività in loro favore: dalla prenotazione di una visita medica alla produzione di un documento. Roma ha l’istituto femminile più grande d’Europa, con circa 350 detenute, ha quattro istituti maschili, un istituto minorile, il più grande d’Italia, il Cie (centro di permanenza ed espulsione). Una popolazione di circa dieci mila perone, compresi i detenuti ai domiciliari, inseriti in sistemi alternativi alla detenzione e i sottoposti a lavori sociali. Nel carcere di Regina Coeli sono presenti 175 nazionalità differenti. Il progetto che Gabriella intende promuove e sviluppare è quello di aumentare le misure alternative al carcere, la formazione e il lavoro. Anche secondo lei, infatti, l’economia carceraria è un importante strumento per far conoscere il carcere fuori e per pensare e realizzare progetti conreti di sviluppo e d’inserimento nella società. Il carcere di Rebibbia ha un’azienda agricola, in cui lavorano quindici detenute, con una ricca produzione di prodotti da orto e un allevamento di conigli; è stato creato un forno che produce pane venduto all’esterno e nel nuovo complesso c’è una torrefazione che impiega dieci detenuti. È auspicabile che le iniziative private e il supporto concreto delle istituzioni possano incontrarsi in progetti di economia carceraria di cui godere tutti, indistintamente.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/vale-la-pena-birra-artigianale-fatta-detenuti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Lucia Cuffaro: “L’autoproduzione? La mia via per la felicità”

Attivista e presidente del Movimento per la Decrescita Felice, Lucia Cuffaro è da anni appassionata al mondo dell’autoproduzione, come scelta consapevole per un benessere fatto di semplicità. Autoproduce praticamente tutto e attraverso i suoi libri, un blog ed una rubrica in tv spiega agli altri come creare da soli ciò che serve. Ha lavorato tanti anni in Rai ed è sempre stata appassionata di ambiente, spreco, rifiuti, autoproduzione. Poi ad un certo punto lascia il lavoro a Report e inizia la sua vera vita: quella dell’attivista, impegnata all’interno del Movimento di Decrescita Felice di cui oggi è presidente e sui temi del riutilizzo e della decrescita felice. È Lucia Cuffaro, che parla dell’autoproduzione come del suo personale percorso di felicità, iniziato quando era bambina: “Credo sia iniziato quando i miei genitori, per potermi istruire ad uno stile di vita sobrio ed ecologico, mi comprarono una Barbie in costume da bagno, la più semplice di tutte”, ride Lucia. “Così ho iniziato a inventare abitini per la mia Barbie e a riutilizzare tutti i materiali possibili”.

Quando Lucia faceva ancora le elementari, forse non immaginava che la sua (auto)produzione di vestiti per la Barbie fosse già un segno di ciò che sarebbe successo. Ma così è stato. Da quando è piccola, infatti, tutta un’altra serie di fattori si è aggiunta a cementare il suo interesse iniziale e a farlo diventare passione: si è trasferita con la sua famiglia vicino Malagrotta, conoscendo così cosa significhi vivere vicino ad una discarica; ha frequentato l’Università del Saper fare del Movimento per la Decrescita Felice sotto consiglio di un amico; è venuta a contatto con realtà come la Città dell’Utopia a Roma che le hanno permesso di portare avanti questo percorso. Oggi Lucia autoproduce tutto: dal detersivo per la casa alle tinte per i capelli alla crema per il viso. È contenta di poter dire che non distingue più fra lavoro e attivismo: “Il lavoro non poteva essere un lavoro che mi portasse a casa lo stipendio e basta; io avevo bisogno di altro”, spiega Lucia, parlando di come fosse strano – agli occhi degli altri – la sua (volontaria) dimissione da “Mamma Rai”. “Ho lavorato con la Città dell’Utopia e man mano è arrivato il percorso con la decrescita felice: un attivismo sempre più presente, un appassionarsi in modo folle all’autoproduzione, al creare con le mani cose semplici che fanno bene a me, ai miei vicini, alla natura, che creano circolazione del denaro nel modo giusto che valorizza le piccole aziende. Poi mi sono presa un anno sabbatico, mi sono data all’associazionismo e mi sono impegnata anche per il mio quartiere a Malagrotta”.

Da sette anni gestisce una rubrica televisiva su Rai1 che parla di decrescita felice. Proprio come a dire che tutto è circolare e ogni cosa si rimette al posto giusto nel momento giusto. “C’è un interesse sempre crescente legato al tema dell’autoproduzione e questo purtroppo lo si deve alle malattie che derivano dai prodotti per il corpo, per la casa e dagli alimenti che si trovano in commercio. Sta crescendo la consapevolezza che forse dobbiamo tornare alla semplicità”. Anche la comunicazione di ciò che si fa, di un mondo diverso, è possibile, soprattutto perché “la decrescita felice è un concetto di buon senso ma dirompente, ribelle, che da molti è ancora ostacolato”. 

Se adesso il suo impegno è legato principalmente al mondo dell’autoproduzione, non per questo Lucia si ferma qua: “Il prossimo obiettivo è quello di lavorare sempre di più per aumentare il mio tempo liberato. Sembra un controsenso, ma è questo: in realtà a me piace semplicemente fare attivismo e voglio che questa sia la parte predominante della mia vita: stare a contatto con persone che portano progetti legati a questo mi rende felice”. E alla tematica del riutilizzo e dell’autoproduzione aggiungere quella degli animali: “Sono tendenzialmente vegana, ma mi rende felice riuscire a mangiare solo cibo vivo e che non viene da tortura, per cui vorrei trovare il modo di comunicare questa mia felicità. Spesso chi parla di animalismo e veganismo lo fa in modo molto aggressivo, ma io penso che non possa essere quello il modo giusto di comunicare”.

E non è un caso che partecipi ogni anno a Scirarindi, il Festival indipendente Benessere, Buon Vivere e Sostenibilità in Sardegna, dove l’“l’energia è diversa, è quella di persone che partecipano e contribuiscono al cambiamento”. Qui si vede l’Italia che cambia, che per Lucia non è altro che “l’insieme dei progetti che creano bellezza sul territorio” e che, creando una propria personale “impalcatura di felicità”, contribuiscono al bene comune.

Intervista e realizzazione video: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/lucia-cuffaro-autoproduzione-via-felicita-meme-16/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

I cibi fermentati di Carlo Nesler: la rinascita di una pratica antica

La CibOfficina Microbiotica è la sede dell’attività di Carlo Nesler, uno dei maggiori esperti in Italia sui cibi fermentati. Lo abbiamo incontrato a Viterbo e ci ha parlato della sua storia, dell’attività della CibOfficina e della filiera legata alle materie prime selezionate, oltre che alla sua attività di formatore che lo porta a lavorare a stretto contatto con molti importanti chef. Con un occhio di riguardo anche alla salute. Capita anche a voi di sorridere di fronte ai nostri sogni infantili riguardo il lavoro? In tanti abbiamo desiderato ad occhi aperti di fare l’astronauta, immersi nello spazio a capo di una missione eroica, alla scoperta di nuovi pianeti. Tornando sul pianeta Terra, con i piedi ben piantati, ci ritroviamo a fare i conti con la realtà e a svolgere lavori ben diversi da quelli immaginati. Non è però il caso di Carlo Nesler e della sua Cibofficina Microbiotica: lo incontriamo nella cucina del suo casale in campagna, a Castel d’Asso alle porte di Viterbo, impegnatissimo nella trasformazione di alcuni legumi in cibi fermentati. Non poteva esserci legame migliore tra essere umano e fermento: mentre lo intervistiamo è sempre in movimento e, prima di premere il tasto “rec.” sulla videocamera, ci racconta delle sue numerose esperienze nel teatro, nell’edilizia, nella ristorazione, nella traduzione, nella falegnameria, nell’insegnamento e nella formazione.

“Io sono un autodidatta e ho iniziato a fermentare fin dall’adolescenza, quando ho scoperto il mondo delle bevande alcoliche. Con il passare degli anni la mia curiosità è cresciuta – ci racconta Carlo – e dopo aver imparato a fare la birra, il vino e dei distillati sono passato a sperimentare la fermentazione con i primi cibi, come yogurt e crauti.” 

L’incontro con la Permacultura e Saviana Parodi toglie poi a Carlo ogni dubbio sul fatto che la fermentazione sarà il fulcro della sua vita: “Nel corso degli anni ho sperimentato questa attività a livello privato, finché ad un certo punto ho fatto un corso di Permacultura con Saviana dove, tra le tante cose, si parlava di cibi fermentati: questo è stato uno stimolo ad approfondire ancora di più, fino ad arrivare a fare formazione costante anche ad alti livelli. Ed alla CibOfficina, dove sono andato oltre ai cibi tradizionali fermentati”. 

La CibOfficina Microbiotica

La CibOfficina Microbiotica è l’azienda agricola di Carlo Nesler e produce cibi trasformati attraverso la fermentazione. I cibi fermentati prodotti sono, tra gli altri, miso, shoyu, kimchi, crauti di rapa e di cavolo cappuccio e vari tipi di verdure, ma c’è anche la kombucha, una specie di tè dolce (che assaggiamo e gradiamo). I prodotti fermentati non sono pastorizzati, mantengono intatte le proprietà organolettiche ed allo stesso tempo non hanno bisogno di un consumo veloce perché stabilizzati. Oltre ad essere un luogo di sperimentazione culinaria, la CibOfficina è un luogo di incontro, scambi e soprattutto di formazione per chi vuole cimentarsi nel mondo della fermentazione.

Carlo, bolzanino di origine, non ha scelto a caso Viterbo nel 2016 per aprire la sua attività, perché la provenienza e la qualità delle materie prime che utilizza sono di fondamentale importanza nel suo lavoro: “Ho deciso di venire in Tuscia perché cercavo un ambiente socio-agricolo funzionante. Le prime volte che sono venuto qua, ho notato che molti giovani e meno giovani stavano cercando di fare agricoltura in un modo nuovo, più rispettosa dei principi organico-rigenerativi. Per me una cosa fondamentale è che ciascuno di noi riacquisti il contatto diretto con chi produce il cibo, rispettando parametri ben precisi”. In base a ciò Nesler ha creato una rete di una decina di produttori che coltivano con metodi naturali le materie prime, come vari tipi di legumi, farro, orzo e alcune varietà di grani antichi, creando una filiera corta che cerca di coinvolgere anche i suoi acquirenti. “È in questo modo che riusciamo a dare un servizio vero al cittadino, perché con i produttori ci controlliamo a vicenda e contribuisco, con la mia attività, a far conoscere l’agricoltura di qualità tra gli abitanti di questo territorio e anche oltre”. I prodotti della CibOfficina Microbiotica si possono trovare e ordinare direttamente sul sito internet, ma ci sono anche alcuni punti vendita che li commercializzano, soprattutto in Nord e Centro Italia. Oltre a questi canali, i prodotti vengono venduti direttamente ad alcuni chef importanti, che partecipano anche all’attività di formazione svolta da Nesler.

L’attività di formazione

Prima di aprire la CibOfficina, Carlo è stato molto attivo nell‘attività di formazione e divulgazione del mondo dei cibi fermentati e delle pratiche necessarie per produrli. Attività che prosegue ancora oggi: “Ci sono vari ambiti in cui faccio formazione: da una parte lavoro con persone che vengono da me perché vogliono imparare ad autoprodursi dei cibi fermentati, vivi, probiotici. Poi c’è tutto il mondo della cucina e degli chef, che hanno capito l’importanza di questi cibi sia dal punto di vista organolettico che gustativo, e si rivolgono a me sia per la formazione che per l’acquisto dei miei prodotti. Poi ci sono persone che sono interessate dal punto di vista della salute, medici e nutrizionisti che vogliono arricchire la loro dieta con questi cibi e quindi mi chiedono di insegnarglielo”. 

I risultati dal punto di vista formativo sono notevoli: oltre che a tenere i corsi nella CibOfficina, Nesler organizza diverse attività formative in giro per l’Italia e per l’Europa.  Per quanto riguarda la divulgazione, ricordiamo che Carlo è anche il traduttore per l’Italia di uno dei più importanti volumi sulla fermentazione: “Il mondo della fermentazione. Il sapore, le qualità nutrizionali e la produzione di cibi vivi fermentati” di Sandor Katz, per Slow Food Editore.

L’importanza dei cibi fermentati

I cibi fermentati sono cibi che hanno subito una trasformazione microbica, cioè sono alimenti che dopo alcuni specifici procedimenti vengono resi più digeribili e assimilabili, denaturati inoltre di alcune tossine, grazie all’attività microbica.  

Questi cibi, oltre ad essere più nutrienti e più facili da digerire, sono anche ricchi essi stessi di microbi chiamati probiotici: sono probiotici quei cibi che contengono dei microbi in grado di oltrepassare la barriera dello stomaco, per andare a sopravvivere all’interno del nostro intestino, arricchendo quella che una volta si chiamava microflorabatterica e che oggi invece chiamiamo microbiota. I cibi fermentati hanno raggiunto negli ultimi anni una notorietà importante. A primo impatto sembra che ciò dipenda dall’aumentato interesse di molti chef stellati come Ivan Milani, Antonio Ziantoni e Anthony Genovese per questo tipo di prodotti, ma in realtà anche il mondo della medicina da tempo guarda con interesse al mondo dei cibi fermentati: “L’interesse per i cibi fermentati è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni – conclude Carlo – qualche anno fa nessuno sapeva di cosa parlassi e mi sentivo molto solo. Da alcuni anni a questa parte, esiste un maggiore interesse da parte del mondo scientifico, attraverso alcune ricerche basate sull’esame del microbioma umano, che tende a mettere in relazione alcuni problemi di salute con delle disfunzioni di questo microbioma. Tanti medici hanno riconosciuto che l’utilizzo nella nostra dieta di questi cibi vivi, non pastorizzati, permette di migliorare la salute del nostro microbiota, evitando l’utilizzo di farmaci. Ciò ha fatto aumentare la consapevolezza nei confronti dei microbi cosiddetti ‘buoni’, rispetto alla fobia dei microbi in generale che c’è stata fino a poco tempo fa”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/cibi-fermentati-carlo-nesler-rinascita-pratica-antica-io-faccio-cosi-236/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Navdanya International: l’attivismo mondiale di Vandana Shiva che parte dall’Italia

È il ramo internazionale di Navdanya, l’associazione di Vandana Shiva in India, ed ha la sua stessa mission: sostenere le lotte per la transizione verso sistemi di produzione del cibo più sani per le persone e per il pianeta. Abbiamo intervistato Ruchi Shroff, direttrice di Navdanya International, che è stata fondata e ha sede a Roma. Sono in tanti a conoscere Vandana Shiva, scienziata, saggista e ambientalista indiana che da quasi 40 anni si batte per la difesa della sovranità alimentare, della biodiversità e dei diritti dei piccoli agricoltori in tutto il mondo. Alcuni conoscono l’associazione Navdanya  (letteralmente “nove semi”), il braccio operativo di Vandana Shiva in India. Ma sono certamente di meno quelli che sanno che Navdanya International – il ramo internazionale di Navdanya, che dell’associazione originaria condivide la missione – è stata fondata (nel 2011) e ha sede a Roma.

Intervistata da Italia che Cambia, Ruchi Shroff, che di Navdanya International è la direttrice, ci ha parlato delle tante attività della ONLUS, presente in maniera diretta o indiretta (ossia attraverso partnership), in più di 30 diversi Paesi: dalle campagne mondiali di sensibilizzazione alla promozione dell’agroecologia, dall’appoggio alle battaglie locali dei contadini alla formazione, fino alle pubblicazioni e all’organizzazione di incontri pubblici, attraverso i quali esperti di varie discipline vengono a contatto e lavorano insieme per trovare soluzioni alle tante crisi che le attività umane stanno generando sul pianeta e che sono tutte correlate fra loro e con i nostri sistemi di produzione, distribuzione e consumo del cibo. Quello della sensibilizzazione sul collegamento fra le crisi che viviamo – cambiamento climatico, perdita di biodiversità, diffusione di diverse malattie, deforestazione, degrado del suolo, inquinamento delle acque – e fra esse e i nostri stili alimentari, è una delle attività fondamentali dell’associazione. “Siamo tutti abituati a vedere queste crisi in maniera disgiunta; ecco perché noi lavoriamo per mostrarne le connessioni. Sia lavorando direttamente con la terra, sia nelle attività di sensibilizzazione, la nostra strategia è quella di creare reti per affrontare i problemi in maniera sistemica”, ci ribadisce più volte, perché “non riusciremo a risolvere le crisi se non facciamo rete fra i diversi attori che se ne occupano”. Non a caso, fra i membri di Navdanya, oltre a contadini, seed-saver e attivisti, ci sono agronomi, ricercatori e altri tecnici.

E i risultati di questo lavoro, sebbene non siano mai troppi, non mancano di arrivare. “Nonostante negli ultimi anni ci sono state convergenze e fusioni di lobby per aumentare il loro potere”, continua Ruchi, “si respira dappertutto una maggiore attenzione da parte delle istituzioni. In India, per esempio, lo stato del Sikkim sta praticando la transizione al 100% verso il biologico. Un risultato inimmaginabile fino a pochi anni fa”. In Italia, che Ruchi considera culla della biodiversità, Navdanya lavora molto con i mercati contadini e, in generale, con l’agricoltura naturale. “Questo tipo di agricoltura è la soluzione più logica per rimediare alle crisi ambientali e anche per rigenerare le economie locali”, sottolinea. Molto forti sono, nel nostro Paese, le partnership di Navdanya con le comunità locali per progetti di conservazione della biodiversità e per l’organizzazione di eventi destinati alla sensibilizzazione e allo scambio di conoscenze. Un lavoro che, insieme a quello di altri soggetti con una missione simile, ha già dato diversi frutti in termini di consapevolezza dei consumatori italiani. In futuro, l’idea di Ruchi è quella di replicare anche in Italia la fattoria-laboratorio sperimentale attivata e gestita in India direttamente da Navdanya, attraverso la quale i contadini locali vengono formati all’agroecologia e alla conservazione, selezione, scambio e coltivazione di semi di varietà diverse di una stessa specie vegetale.

Vandana Shiva a Firenze

Navdanya International si finanzia talvolta attraverso contributi di enti pubblici europei, e soprattutto con donazioni da parte di privati, sia fondazioni che persone singole. Chiunque volesse contribuire al lavoro di Ruchi e degli altri attivisti impegnati a divulgare nel mondo il messaggio di Vandana Shiva, contribuendo così a sostenere i piccoli agricoltori e a diffondere la cultura del cibo locale basata sulla biodiversità e sul rispetto della natura, può farlo con una donazione attraverso il sito web della ONLUS.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/navdanya-international-attivismo-mondiale-di-vandana-shiva-io-faccio-cosi-233/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Be Kind: “Vi raccontiamo la bellezza delle diversità”

Essere diversi non costituisce un limite alla felicità ma, al contrario, può rappresentare un valore aggiunto ed un’opportunità di trasformazione positiva. Lo testimoniano Sabrina Paravicini, attrice e scrittrice, e suo figlio Nino Monteleone, tredicenne con diagnosi di autismo, che insieme hanno dato vita al progetto e al documentario “Be Kind”, un viaggio gentile nel mondo della diversità.

“Un giorno mia mamma mi ha proposto di fare un progetto per il cinema e io ho accettato!”. Con queste parole Nino, che ha tredici anni appena compiuti, inizia a parlarci di Be Kind, un film autoprodotto che racconta con gentilezza il mondo delle diversità attraverso varie interviste che il ragazzino, in cappotto e cravatta rossa, rivolge con delicatezza, ironia e spontaneità a persone “rare”. Perché, come dice Nino, “essere diversi è come un elefante con la proboscide corta, una rarità”.

Il film rappresenta la tappa di un viaggio familiare iniziato dieci anni fa, un percorso che ha portato Nino Monteleone, al quale all’età di due anni e mezzo è stato diagnosticato l’autismo, e la sua famiglia a trasformare una situazione difficile e potenzialmente tragica in una opportunità ed una coraggiosa avventura.

“Dopo la diagnosi abbiamo vissuto un momento di rabbia e profonda sofferenza. In seguito, con coraggio, abbiamo reagito, dando a Nino tempo e totale fiducia. Non ho affrontato la diversità di mio figlio come un problema ma piuttosto come una ricchezza. Tutto ciò ha portato Nino a fare dei progressi che i neuropsichiatri hanno definito eccezionali: ha risolto i suoi problemi relazionali, acquisito autonomia e imparato a leggere e scrivere, ha scritto anche dei romanzi, ad oggi cinque! Adesso il suo viene considerato un autismo ad altissimo funzionamento, molto vicino alla Sindrome di Asperger”, ci racconta l’attrice e scrittrice Sabrina Paravicini, mamma di Nino e regista di “Be Kind, un viaggio gentile nel mondo della diversità”.

“Ho pensato di raccontare tutto questo non in modo biografico ma attraverso lo sguardo e le persone che avevamo incontrato, persone che hanno fatto della diversità un valore aggiunto. Volevo che Nino percepisse l’importanza dell’autonomia e comprendesse che essere diversi non è un limite. In questo viaggio, infatti, abbiamo incontrato molte persone che ‘sulla carta’ o per l’idea comune che si ha del disabile fisico o psichico potevano non avere autonomia e invece la hanno raggiunta eccome. Volevo mostrare, in particolare a Nino, che tutti siamo diversi, tutti siamo unici e quindi, in qualche modo, tutti siamo uguali”.SELFI-SET-1024x768

La realizzazione di “Be Kind” ha rappresentato per Nino un’avventura avvincente, lo si percepisce dall’entusiasmo con cui ci racconta le storie delle persone che ha incontrato. “Valerio, un judoka esperto e non vedente, Giulia, che ha una fidanzata omosessuale, Sara, un’attrice musulmana che si è tolta il velo, Jonis, un compositore afroitaliano, Gianluca, l’inventore di un’app pensata per ridurre i problemi comunicativi delle persone che hanno avuto una lesione cerebrale, Laura, che dipinge con la bocca perché non ha l’uso delle mani”.

Nino ha intervistato anche l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana andata nello spazio, l’attore Fortunato Cerlino, che aiuta un giovane attore con autismo a preparare la scena madre di Robert De Niro in Taxi Driver, e il giornalista Roberto Saviano, che vive sotto scorta. “Con Saviano ho parlato delle chiavi della felicità, partendo dalla teoria del filosofo Epicuro. Gli ho spiegato come essere felice”, racconta Nino ricordando quell’incontro. “Perché Nino è una persona felice – sottolinea Sabrina – ed è proprio questo che volevo far capire attraverso il documentario”.

La felicità, infatti, è uno dei concetti principali di questo film. “In Be Kind si vede la felicità delle persone che hanno trovato una chiave di lettura della propria vita e hanno fatto della diversità un punto di forza. Tutte le persone che si raccontano nel film sono partite da una situazione che era in qualche modo senza speranza ma tramite la volontà e un’attitudine a cercare la felicità hanno dato una svolta alla loro esistenza. Chi ha fatto della propria diversità una forza ha una vita molto felice. Nino parla molto di felicità e io lavoro tantissimo affinché lui sia una persona felice, una persona con una solida autostima ed una grande gioia di vivere. E questi, ho notato, sono elementi comuni alle persone che abbiamo incontrato”.ìbe-kind-2

Nel film il tema della felicità va di pari passo con la gentilezza. “Il titolo ‘Be Kind’ nasce dal fatto che io e Nino siamo delle persone gentili. Nino in particolare è gentilissimo, come lo sono anche le persone che abbiamo incontrato in questo viaggio. Soprattutto, però, l’obiettivo di Be Kind è legato alla gentilezza: desideriamo infatti creare una rete di gentilezza intorno alla diversità”.

“La gentilezza – continua Sabrina – viene spesso scambiata per debolezza ma al contrario è qualcosa di molto potente. Non ha a che fare con la compassione, è un’indole ma anche un atto coraggioso e una scelta cosciente che può portare a grandi risultati, ad esempio nella risoluzione di un conflitto”.

“Vorrei – afferma Sabrina – che Be Kind diventasse un’etichetta di gentilezza, qualcosa che possa fare da catalizzatore per le persone e diffondere messaggi positivi, in questo periodo storico in particolare. A differenza di quello che spesso emerge dai media, io sono convinta che la maggior parte delle persone sia perbene, sebbene ci siano episodi negativi che giustamente vengono denunciati e malgrado i cattivi esempi di chi dovrebbe rappresentarci. In passato la situazione era peggiore ma se ne parlava meno. Pensiamo ad esempio alla scuola che una volta era molto meno inclusiva di oggi. Il problema è che la gentilezza, come le belle notizie, non fa notizia! Ma la gentilezza, ne sono convinta, trionferà. Le cose cambiano, bisogna avere fiducia e dare tanta fiducia ai propri figli”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-230-be-kind-bellezza-diversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Civita di Bagnoregio: la rinascita ecologica della “città che muore”

Diventare il primo comune plastic free d’Italia ed un esempio di pratiche virtuose. È questa l’ambizione di Civita di Bagnoregio, suggestivo borgo della provincia di Viterbo noto come “la città che muore”. Promotori della rinascita ecologica di questo piccolissimo comune, oggi meta di tantissimi turisti, sono il sindaco Francesco Bigiotti e l’artista scozzese James P. Graham, impegnato per l’abolizione della plastica. Sembrava destinata a scomparire e invece Civita di Bagnoregio, meglio nota coma la città che muore, è esplosa come fenomeno turistico internazionale, manifestando un’inarrestabile vitalità. La piccola frazione di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, conta una decina di abitanti e un giro di 800 mila visitatori che, ogni anno, attraversano il ponte pedonale (unico accesso al borgo) per addentrarsi tra viuzze e case medioevali sospese sullo sperone di roccia tufacea. Un delicato mix di equilibri che l’attuale amministrazione sembra intenzionata a gestire anche in chiave ecosostenibile. E infatti all’interno di questa vetrina mondiale del Belpaese è in cantiere un progetto ambizioso: diventare ufficialmente il primo comune plastic free d’Italia.32247370_1509994992459292_7519074841379471360_n

“Faremo guerra alla plastica – ci anticipa il sindaco Francesco Bigiotti –. Definirsi sensibili all’ambiente non basta, vogliamo continuare a mettere in campo iniziative concrete che possano cambiare in meglio il territorio. Soprattutto siamo disposti a mettere sul piatto incentivi economici. Un comune come Bagnoregio che vive grazie ai turisti, il cui impatto è centinaia di volte superiore a quello popolazione locale, ha il dovere di dare il buon esempio e di farsi portavoce di un nuovo approccio verso l’ecosistema” .

Il primo step sarà l’introduzione di piatti, posate e bicchieri biodegradabili durante le sagre e gli eventi promossi dal Comune. “In secondo luogo vogliamo sensibilizzare e coinvolgere i commercianti della zona affinché abbraccino pratiche virtuose. Certo, bisognerà misurarsi con la grande distribuzione ma sono certo che con il sostegno del Comune non sarà impossibile immaginare che bar, ristoranti e negozi facciano scelte alternative nel rispetto dell’ambiente”. Pugno duro anche contro l’abitudine di buttare a terra le cicche di sigarette: “Distribuiremo posaceneri tascabili a chiunque ce ne faccia richiesta e faremo multe di 65 euro ai trasgressori”.

Sbandierare una politica plastic free in uno dei borghi più belli d’Italia significa, in definitiva, fare da cassa di risonanza in momento in cui, su più fronti, sembra esserci spazio per un salto di qualità. E infatti l’annuncio di Civita di Bagnoregio, che aspira a diventare patrimonio Unesco, coincide curiosamente con la proposta dell’Unione Europea di tassare gli imballaggi in plastica non riciclabile.25994555_2011527972221475_7477668211298483926_n

Tra i promotori della svolta sostenibile di Civita di Bagnoregio troviamo lo scozzese James P. Graham, artista di professione e referente in Italia di A Plastic Planet, il movimento a cui si deve l’apertura ad Amsterdam di Ekoplaza, il primo supermercato balzato all’attenzione dei media mondiali per aver abolito totalmente la plastica. “A livello globale – spiega – l’obiettivo del movimento è azzerare la produzione della plastica. Altro tema su cui ci battiamo è la corretta informazione. Per esempio diamo per scontato che tutta la plastica sia riciclabile e invece non è così. In Inghilterra se ne incomincia a parlare, in Italia c’è ancora molto lavoro da fare. In compenso gli italiani hanno un grande vantaggio: su buona parte della popolazione il background contadino è ancora presente e questo permette di avere una straordinaria una vicinanza con il linguaggio della natura”.

Lo sa bene James, che ha lasciato Londra per vivere nella quiete della campagna laziale. Nel suo studio, a pochi chilometri di Bagnoregio, ci mostra gli involucri bio-compostabili di alcuni prodotti acquistati da Ekoplaza: “Le alternative ci sono e non sono così difficili da adottare come si pensa. Forse non tutti sanno che anche in Italia esistono diverse aziende all’avanguardia che offrono soluzioni di imballaggio sostenibili. Novamont, per esempio, produce il mater-bi, una famiglia di bioplastiche biodegradabili e compostabili. Per far luce sulla filiera alternativa alla plastica, gli attivisti italiani di A Plastic Planet hanno preparato una presentazione dettagliata da sottoporre all’amministrazione e ai commercianti di Bagnoregio”.IMG-20180430-WA0000

James P. Graham e Satish Kumar (Credits @He Longxiang)

In attesa che il progetto “plastic free” venga preso in carico dal Comune, si pensa a un tavolo di riflessione di più ampio respiro: a luglio, infatti, James ospiterà a Bagnoregio Satish Kumar, fondatore dello Schumacher College, centro internazionale di studi ecologici, ed ex editor della rivista inglese Resurgence/Ecologist. “Oltre che intimo amico, Kumar è una fonte di ispirazione. Siamo stati di recente in Cina, invitati dall’University of Forestry and Agriculture della Provincia del Fujian. Con grande sorpresa abbiamo appreso che la Cina ha intenzione di diventare la più grande civiltà ecologica del mondo, un piano a cui il governo sta lavorando dal 2007. Una sfida non facile ma che ci dimostra che i tempi sono ormai maturi per ripensare lo sfruttamento delle risorse del pianeta”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/civita-di-bagnoregio-rinascita-ecologica-citta-che-muore/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni