Il “Giardino Sostenibile”, la mostra-mercato all’Orto Botanico di Torino

Per il primo anno, l’Orto Botanico di Torino ha ospitato per un’intera giornata la mostra-mercato dal nome “Il Giardino Sostenibile”, evento pensato ed organizzato con l’obiettivo di divulgare e condividere buone pratiche nell’ambito del giardinaggio, delle coltivazioni e dell’agricoltura sinergica, con una forte attenzione nei confronti degli impatti ambientali, della progettazione e della riduzione del dispendio energetico in giardino.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino

L’iniziativa Il giardino sostenibile è stata pensata e realizzata all’interno dell’Orto Botanico, luogo legato alla divulgazione, alla ricerca scientifica e alla conoscenza della cultura botanica e della sua conservazione.
Per l’intera giornata di sabato 7 aprile, l’Orto Botanico ha ospitato diversi espositori attivi nel campo della sostenibilità, col fine di raccontare le rispettive e differenti esperienze e dando vita a momenti di interazione, confronto e diffusione di conoscenze. Ormai è chiaro come il tema della sostenibilità si relazioni con una molteplicità di contesti, tra cui quello dell’agricoltura ma anche del giardinaggio, della costruzione del paesaggio e del verde urbano. Come definito per la prima volta dal rapporto Bruntland nel 1987, “lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”, generando una forte attenzione al mantenimento delle risorse, alla tutela e all’equilibrio ambientale, economico e sociale. In relazione a tale aspetto, l’evento ha riunito alcuni espositori appartenenti a realtà diverse che condividono una visione ed una metodologia di lavoro comune, strettamente connessa al tema del sostenibile.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522276

Tra i vari ospiti era presente l’Erbaio della Gorra, attività vivaistica che si occupa di coltivare, fornire consulenze progettuali e realizzare giardini di erbacee perenni e graminacee ornamentali, con un gusto strettamente legato ad un’idea di giardino spontaneo e dinamico, in continuità con l’ambiente circostante. Ha poi partecipato l’attività di produzione artigianale di cippato dal nome Ramaglie, fondata da Marta Mariani e Luca Cappuzzo, che hanno precedentemente intrapreso un percorso all’insegna del giardinaggio sostenibile. Appassionati di botanica, hanno saputo combinare le rispettive preparazioni in due ambiti differenti ma complementari, quali quello dell’architettura e quello del giardinaggio, dando vita ad una conoscenza della tematica a 360 gradi. In base alla loro esperienza, la produzione di cippato e lo studio dei suoi utilizzi in giardino ed in terrazzo si basa sull’insegnamento di chi prima di loro si è appassionato a questa tecnica, come ne è esempio l’esperienza del giardiniere francese Jacky Dupety, da cui le loro pratiche prendono spunto. Il cippato nello specifico rappresenta una risorsa attualmente valorizzata e maggiormente richiesta sul mercato rispetto al passato e possiede molteplici qualità tra cui la capacità di garantire un forte risparmio di energia, rappresentando una riserva idrica che protegge dalla siccità, da stress termici e dall’erosione. Il cippato è inoltre un biocombustibile a basso costo dalla resa elevata, prodotto da arbusti coltivati senza pesticidi né concimi chimici e collabora alla ricostruzione dell’ecosistema del suolo.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522467.jpg

All’evento era poi presente Maiac, azienda che si pone come centro completo per la distribuzione di tutto ciò che attiene al giardinaggio, sia familiare, sia professionale, affiancando alla vendita delle macchine da giardino, quella di nuovi prodotti come concimi, sementi, vasi e prodotti per l’irrigazione per giardini ed orti. L’azienda ripone un’attenzione particolare al tema dell’agricoltura biologica e dell’irrigazione, e più nello specifico del risparmio idrico. In relazione a quest’ultimo, tramite l’irrigazione a goccia, si ottengono diversi vantaggi tra cui una buona efficienza ed una maggior semplicità nell’utilizzo rispetto ad altri sistemi di irrigazione, poiché distribuisce l’acqua in prossimità delle radici, con una frequenza di emissione e quantità di acqua più adatte alla coltivazione.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522344

L’evento ha visto come protagonista anche Orto al quadrato, progetto nato circa un anno fa, a partire dalla volontà e dall’entusiasmo di un gruppo di studenti della facoltà di Scienze Naturali dell’Università degli Studi di Torino, che riunisce ed accoglie ragazzi e ragazze da diverse facoltà e che si occupa attivamente di agricoltura sinergica.
Obiettivo del progetto è quello di dare vita, all’interno dello stesso Orto Botanico, ad un orto sinergico e ad un orto biologico tradizionale, realizzando un lavoro congiunto che permetta di sperimentare e mettere a confronto le due diverse pratiche di coltivazione.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522412

In particolare, l’agricoltura sinergica si caratterizza per l’attenzione a sfruttare le dinamiche naturali del suolo, coltivando la terra proprio come se fosse un bosco. Tale pratica si basa su alcuni principi quali mantenere e rispettare la terra, partendo dal presupposto che quest’ultima è in grado di rigenerarsi da sé grazie alla penetrazione ed alla ramificazione delle radici ed alla presenza di microrganismi, insetti o lombrichi. Fondamentale è poi assicurare il mantenimento della fertilità senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici o concimi organici, così come garantire la pacciamatura, ovvero la protezione “naturale” del suolo tramite paglia, foglie e scarti vegetali, creando humus naturale che mantenga la temperatura e l’umidità. La componente sinergica si basa nel complesso sull’equilibrio e la collaborazione tra animali, piante ed altri organismi viventi, assicurando un vero e proprio ecosistema spontaneo.

L’agricoltura biologica si focalizza poi sul benessere del suolo, delle piante, degli animali, degli esseri umani e del pianeta come un insieme unico ed indivisibile, attraverso il rispetto dei cicli ecologici viventi. Importante in tale ottica è garantire un impatto ambientale minimo, una stagionalità dei prodotti nel rispetto dei cicli naturali, una filiera corta al km 0, un’assenza di sostanze chimiche ed una rotazione delle colture che eviti lo sfruttamento intensivo.
Nel complesso, accanto all’orto, gli studenti hanno realizzato la spirale delle erbe, una struttura tipica in permacultura che unisce diverse erbe aromatiche in un piccolo spazio. L’orto sinergico e quello biologico tradizionale sono attualmente in fase di realizzazione e sperimentazione, grazie alla cura e alla dedizione degli studenti che sono riusciti a creare un ambiente dinamico e vivace, di scambio e crescita collettiva.

In definitiva, la mostra-mercato del “Giardino Sostenibile” ha dato la possibilità di dare vita ad un primo ed iniziale momento di condivisione e confronto su una tematica che ha al giorno d’oggi più che mai bisogno di essere conosciuta, compresa e vissuta, con l’augurio di rinnovarsi ed ampliarsi in future edizioni.

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Didascalia: Il giardino sostenibile Torino 2018

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L’orto sul tetto: l’esperienza di OrtiAlti a Torino

“Farm your rooftop. Enjoy sharing!” è il motto dell’associazione di promozione ed innovazione sociale dal nome OrtiAlti, che ha come visione ed obiettivo l’utilizzo e la trasformazione dei tetti piani dei palazzi in Torino e la loro riconversione in nuovi spazi di rigenerazione urbana, quali luoghi di socialità collettiva e di produzione alimentare.

Emanuela Saporito ed Elena Carmagnani sono due giovani architetti che, nel loro studio di Via Goito 14, situato nel quartiere di San Salvario, lavorano con intraprendenza e passione nell’ottica di ripensare nuove, sostenibili e partecipative progettualità per la città, di cui gli OrtiAlti si rivelano essere un esempio rappresentativo. A conoscere tale realtà più approfonditamente, ci si accorge subito come questi siano ben più che semplici orti urbani. Si potrebbero definire catalizzatori di idee ed esperienze innovative: sono innanzitutto esperimenti di rigenerazione urbana, sono spazi collettivi aperti alla comunità, sono aree di produzione alimentare e di ritorno alla natura. Gli OrtiAlti si inseriscono in un nuovo modo di vivere lo spazio pubblico, più aperto ed inclusivo, proprio come ci racconta Emanuela.

Parlaci di come è nata l’associazione OrtiAlti e di cosa si occupa.

Orti Alti nasce ufficialmente come associazione nel 2015, però è un progetto che esiste dal 2013 a partire da una collaborazione tra me ed Elena Carmagnani. Io ed Elena abbiamo due approcci all’architettura differenti ma complementari: lei ha una precedente preparazione sui temi della progettazione sostenibile e paesaggistica, mentre io mi sono occupata sin dalla tesi di laurea, di processi partecipativi applicati alla trasformazione della città, così come dell’impatto sociale delle trasformazioni spaziali.

Nel complesso il progetto nasce dall’idea di individuare e sperimentare delle soluzioni smart per la rigenerazione degli spazi urbani che tengano insieme più aspetti, quali quello ambientale, sociale ed economico. Elena, insieme ai suoi colleghi, aveva realizzato nel 2010 un orto sopra al tetto dell’ufficio, che aveva avuto moltissimo successo. A partire da questo prototipo, abbiamo provato a immaginare in che modo queste realizzazione potessero essere diffuse sul tessuto urbano e, se inserite in una rete di gestione di tipo collaborativo, potessero rappresentare delle micro agopunture urbane capaci di innescare processi in città potenzialmente ad alto impatto.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190321

Nel 2015 si costituisce l’associazione che ha come scopo la divulgazione culturale di questa visione, tentando di costruire un progetto di impresa sociale tramite la volontà di lavorare su progetti sperimentali che possano aggregare interessi ed attori urbani differenti, apportando effetti e benefici sulla cittadinanza.
Sempre nello stesso anno, abbiamo vinto il premio WE-Women for Expo, bandito da fondazione Expo Milano nell’ambito, appunto, di Expo Milano 2015. Quel premio per noi è stato molto importante perchè ci ha dato la visibilità e le risorse per poter lavorare sul primo progetto pilota, l’OrtoAlto delle Fonderie Ozanam.
Perché gli orti urbani?

Abbiamo deciso di approfondire il tema del verde pensile per diverse ragioni. Innanzitutto, è una tecnologia che ha ottimi benefici dal punto di vista ambientale ed energetico. Inoltre, ci interessava molto il tema dell’uso comunitario legato al recupero degli spazi, come ne sono esempio i tetti piani che ad oggi sono costruiti ma inutilizzati e che consumano porzioni di suolo. D’altra parte, reputiamo molto significativo il tema della produzione del cibo, che ha una doppia valenza: da un lato simbolica, poiché è un veicolo comunicativo e relazionale molto potente e che permette alle persone di aggregarsi con facilità, dall’altro, perchè la produzione ha a che fare con la possibilità di autosostentarsi e di pensare in un’ottica di consumo diretto ed a km 0, oltre che con l’educazione alimentare e l’educazione alla salute.

Quali progetti state portando avanti a Torino?

Un primo progetto di sperimentazione è l’OrtoAlto Ozanam, in Via Foligno. L’orto si trova sopra un ristorante, quindi parte della produzione alimentare è destinata ad esso, mentre la restante parte viene ridistribuita ai volontari che si prendono cura dello spazio. La dimensione partecipativa è sia nella cura diretta che nell’animazione: il luogo è diventato nel tempo uno spazio condiviso e di socialità per tutto il quartiere, in quanto utilizzato per attività aperte al pubblico e l’anno scorso abbiamo intrapreso dei laboratori per i bambini sul tema dell’orticoltura urbana ed attività artistiche legate alla sostenibilità ambientale. Un’altra dimensione esplorata è poi quella relativa all’inserimento lavorativo, in quanto siamo riusciti ad attivare una borsa di lavoro per due ragazzi migranti richiedenti asilo e recentemente uno di questi è divenuto l’apicultore ufficiale delle Fonderie Ozanam. Un secondo progetto è l’Orto Fai da Noi, realizzato insieme a Leroy Merlin ed adiacente al negozio stesso in corso Giulio Cesare. Il progetto nasce su un’area di circa 1600 mq di loro competenza e totalmente inutilizzata. Ad oggi lo spazio è stato trasformato in un orto di comunità affidato a 20 famiglie del quartiere, che si occupano della progettazione degli orti e della loro cura.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190417

Un altro progetto attualmente attivo è Or-TO, realizzato in collaborazione con Eataly Torino e allestito sul piazzale di fronte al negozio del Lingotto. Il progetto nasce con la volontà di agire su uno spazio pubblico che non funziona in modo efficace perché, pur essendo un piazzale di passaggio, di fatto non è né un luogo di incontro, né di sosta, nè uno spazio di interazione sociale. L’inserimento di tale progetto, gestito da abitanti delle case popolari adiacenti ed utilizzato come spazio per le scuole presenti in sua prossimità, ha cambiato completamente la vita e l’uso del piazzale, tanto che da intervento temporaneo, di fatto si è trasformato in un intervento mobile che si modifica e si rinnova ad ogni stagione.
L’aspetto partecipativo e di empowerment è nato col progetto: sin dall’inizio abbiamo parlato con alcune associazioni del quartiere e coi cittadini per decidere con loro se l’intervento poteva rispondere alle loro esigenze e successivamente abbiamo deciso insieme in che modo si sarebbe potuto gestire lo spazio.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190219

Qual è il ruolo del cittadino all’interno di tale progettualità partecipata?

Il cittadino di fatto è il protagonista: se non esiste una comunità di cura, questi luoghi non hanno senso di esistere. Le piante in particolar modo richiedono una cura continuativa e quindi il rapporto col cittadino è coevolutivo: esiste uno se esiste l’altro. Ciascun orto, nello specifico, ha la sua comunità di cura: in un contesto condominiale, ad esempio, è più facile immaginare che siano gli abitanti di quel condominio che se ne occupano, mentre nel caso di edifici pubblici, para-pubblici o spazi privati, si ha una maggior varietà di soggetti. C’è una tradizione di Community Gardening antichissima che si sviluppa in particolare negli Stati Uniti negli anni ’70, proprio in un momento di grande partecipazione politica e popolare, con un’anima di attivismo e coinvolgimento totale e diretto dei cittadini nel prendersi cura di uno spazio urbano.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190552

Come vorreste trasformare l’identità della città tramite questa pratica?

L’OrtoAlto è funzionale ad una trasformazione dei tetti piani in spazi verdi produttivi ed è capace di agire direttamente sulla città: cambia il punto di vista del paesaggio urbano, ma cambia anche dal punto di vista del metabolismo urbano, della capacità del sistema di essere un grado di autogestire e autoregolare la produzione ed il consumo delle risorse. Ovviamente si tratta di interventi minimi, però nel loro essere minimi sono prototipo di un modello di vita e di uso della città diverso, che cerca di trovare un equilibrio tra consumo e produzione e che si immagina una comunità di abitanti più solidale e collaborativa.

Foto copertina
Didascalia: OrtoAlto Torino

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I cittadini “misurano” quanto i parchi urbani fanno bene alle città

Un’associazione romana, insieme ai cittadini, sta studiando l’ecosistema di un parco urbano per capire e “misurare” l’impatto positivo che ha sulla salute della popolazione e dell’ambiente. Un modello che potrebbe essere riprodotto anche altrove e che può darci l’esatta dimensione di quanto sono indispensabili i parchi nelle città.9758-10536

Il Parco Regionale Urbano di Aguzzano, con una superficie di circa 60 ettari, si trova nella periferia nord est di Roma, compreso tra i quartieri di Rebibbia, Casal de’ Pazzi, S. Basilio e Podere Rosa, tra le vie Tiburtina e Nomentana. L’Associazione Casale Podere Rosa è impegnata da alcuni mesi in un’indagine conoscitiva del parco, per studiare i “servizi ecosistemici” che l’area verde rende alla cittadinanza. Si tratta di un progetto di ricerca scientifica svolto insieme a un gruppo di dieci cittadini volontari del quartiere opportunamente formati e coordinati dall’associazione ed è, pertanto, una tipica attività di “citizen science” svolta in un’area – il parco di Aguzzano – molto amata dalla cittadinanza.

Quante tonnellate annue di inquinanti atmosferici la copertura vegetale del parco riesce a trattenere? Quante affezioni respiratorie e malattie letali il nostro parco ci evita ogni anno? Quante spese sanitarie ci fa risparmiare? Lo studio che l’Associazione Casale Podere Rosa sta svolgendo, aiuterà a capirlo.

Incontriamo Stefano Petrella, coordinatore scientifico del progetto

Come si svolge la vostra ricerca?

Abbiamo suddiviso la superficie del parco di Aguzzano in due sottozone: una zona prevalentemente alberata e una prevalentemente occupata da prato e piccole coltivazioni e in queste zone abbiamo stabilito in maniera random 119 aree di campionamento della vegetazione, ciascuna di circa 300 mq. Per svolgere questa parte preliminare abbiamo utilizzato un software GIS open source, gratuito e disponibile per tutti (QGIS). Nelle aree individuate abbiamo effettuato il censimento di tutti gli alberi e arbusti presenti. Per gli alberi in particolare abbiamo registrato la specie e misurato con una procedura standard l’altezza, la circonferenza del tronco, l’area di insidenza (ampiezza della proiezione a terra della chioma), le coordinate geografiche di ciascun albero all’interno dell’area di campionamento e il loro stato di salute. Tutti questi dati una volta ultimate le analisi forniranno i principali parametri per definire la struttura dell’ecosistema, l’indice di superficie fogliare (LAI – Leaf Area Index) e tutte le altre variabili necessarie a caratterizzare i servizi ecosistemici resi dalla foresta urbana di Aguzzano. I valori delle concentrazioni degli inquinanti atmosferici sono stati acquisiti tramite le stazioni di monitoraggio di ARPA Lazio mentre i valori delle precipitazioni sono stati acquisiti tramite ARSIAL. Le analisi vengono effettuate tramite il software ad accesso libero i-Tree Eco che utilizza il modello matematico UFORE (Urban Forest Effects) sviluppato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

L’obiettivo della ricerca è quello di valutare l’importanza del parco nella riduzione dell’inquinamento atmosferico locale e fornire un indice di rimozione di O3, PM2,5, CO, NO2 e SO2 da parte delle diverse tipologie di piante (conifere, latifoglie sempreverdi e latifoglie decidue). Intendiamo inoltre produrre una stima, almeno orientativa, del valore economico di questi servizi ecosistemici. In definitiva intendiamo dimostrare che un’importante forma di valorizzazione del territorio consiste nella tutela e gestione dei parchi e delle foreste urbane, perché questo produce benefici di lunga durata per l’intera comunità.

Qual è la situazione attuale nelle nostre città? E con quali conseguenze sulla salute e sull’ambiente?

Attualmente la metà della popolazione mondiale vive nelle metropoli e nelle città mediograndi. L’ONU stima che entro il 2050 oltre 6 miliardi di persone saranno concentrate nelle megalopoli del mondo e ciò genererà problemi di gestione, riduzione dei servizi, abbassamento della qualità della vita, tensioni sociali e gravi emergenze ambientali. Ma già oggi l’inquinamento atmosferico nelle grandi città è un killer silenzioso. L’OMS ha valutato che nel 2012 le polveri sottili e ultrasottili generate dai riscaldamenti domestici e dal traffico veicolare e l’ozono troposferico (quello col quale entriamo in contatto) hanno causato almeno sette milioni di decessi nel mondo – soprattutto bambini e anziani – scatenando malattie cardiovascolari, respiratorie e tumori. La copertura vegetale è in grado di rimuovere grandi quantità di inquinanti atmosferici e di polveri sottili e di migliorare sensibilmente la qualità dell’aria e la salute dei cittadini.

Che cosa sono le foreste urbane?

La FAO definisce “urban forest” l’insieme delle aree verdi urbane e peri-urbane, comprese le aree boscate di parchi, giardini e ville storiche, le alberature stradali, il verde condominiale, alberi e cespugli delle superfici abbandonate in via di ri-naturalizzazione. Le foreste urbane costituiscono le infrastrutture verdi che collegano le città con le campagne circostanti e rivestono pertanto l’importante ruolo di corridoi ecologici.

Che cosa sono i servizi ecosistemici? Quali sono i loro effetti sulla città, sulle persone e gli animali?

Gli “Ecosystem Services”  sono i benefici che gli ecosistemi naturali e seminaturali rendono alle comunità locali. I servizi ecosistemici associati alle foreste urbane – a patto che queste siano manutenute e ben gestite – sono numerosi. Oltre alle funzioni di tipo sociale e ricreativo, meno note ma altrettanto importanti sono la mitigazione dell’effetto “isola di calore” delle grandi città, l’isolamento termico a beneficio degli edifici prossimi alle aree verdi con conseguente riduzione delle spese di riscaldamento e raffrescamento, l’isolamento acustico, l’assorbimento delle acque meteoriche e la decongestione delle reti fognarie, la fitodepurazione delle acque superficiali, l’effetto barriera contro gli eventi atmosferici anomali, la protezione del suolo dai fenomeni di inaridimento ed erosione, la conservazione della biodiversità animale e vegetale e l’abbattimento dei principali inquinanti atmosferici, quali ozono, monossido di carbonio, polveri sottili, biossido di azoto e biossido di zolfo.

Come avviene la riduzione dell’inquinamento atmosferico da parte delle foreste urbane?

Le foglie interagiscono con gli inquinanti atmosferici in tre modi principali: fase solida (gli inquinanti penetrano attraverso gli stomi delle foglie e reagiscono con i tessuti fogliari); fase gassosa (le piante emettono numerosi composti chimici organici volatili che reagiscono con gli inquinanti); fase liquida (gli inquinanti entrano in soluzione con pioggia, neve o rugiada e successivamente reagiscono con i componenti delle cellule vegetali). Tutti questi processi sono influenzati dalla specifica concentrazione degli inquinanti, dalla radiazione solare, dalla velocità del vento, dalla struttura e dalla composizione vegetale delle foreste urbane.

Perché avete deciso di attivarvi, cosa vi ha spinto?

La nostra associazione da più di venti anni svolge attività di tutela e valorizzazione del parco (il Casale Podere Rosa si trova proprio a poche centinaia di metri dal parco). Tra le altre cose abbiamo svolto numerose attività di didattica ambientale con le scuole del territorio, censimenti della fauna e della flora, abbiamo creato un grande orto urbano – l’Orto Giardino di Aguzzano – oggi autogestito dai cittadini, tutt’ora teniamo in vita un frutteto didattico di varietà frutticole del Lazio a rischio di erosione genetica e siamo pertanto inseriti nella Rete di Conservazione e Sicurezza istituita dall’ARSIAL. Inoltre in passato abbiamo dato vita al Centro di Cultura Ecologica, che aveva tra i suoi scopi l’approfondimento delle conoscenze sul parco e la diffusione della cultura ecologica, e alla Biblioteca “Fabrizio Giovenale”, biblioteca tematica ad indirizzo scientifico e ambientale che oggi prosegue la sua attività come Biblioteca Passepatout del Casale Podere Rosa.

Qual è la storia del parco e quali sono le sue condizioni?

Si tratta di un lembo di campagna romana divenuto parco nel 1989 dopo strenue battaglie dei cittadini. Attualmente fa parte delle aree protette gestite dall’ente regionale Roma Natura (in rete sono disponibili numerose informazioni sul parco, la sua origine e la sua storia). Risente, come molte altre aree protette della città, di una cronica assenza di interventi di gestione, manutenzione e sorveglianza e presenta pertanto i tipici problemi di incuria (vandalismi, incendi, microdiscariche abusive con presenza di amianto, ecc). Tuttavia nel corso dei nostri censimenti abbiamo potuto constatare anche aspetti decisamente positivi quali un’area di rinnovamento spontaneo di vegetazione ripariale in un settore scarsamente frequentato e interessanti presenze faunistiche.

Qual è il ruolo del parco nel territorio in cui si inserisce?

Dal punto di vista sociale il parco è vissuto come un grande polmone verde, essenziale per migliorare la qualità della vita in quartieri densamente popolati e congestionati. Il fatto di essere costituito principalmente da vaste aree aperte di prato (63% dell’intera superficie) lo rende facilmente fruibile in condizioni di sicurezza da tutte le tipologie di cittadini. La nostra ricerca dimostrerà che oltre alle funzioni ricreative ed estetiche (peraltro importantissime per la comunità residente), il parco produce anche servizi ecosistemici altrettanto importanti per il benessere psicofisico. Dal punto di vista ecologico il parco di Aguzzano contribuisce ad una sorta di corridoio biologico che collega la campagna romana della Marcigliana a nord, con la città, attraverso l’Aniene, il Tevere, Villa Ada, Villa Glori e Villa Borghese.

Chi ha elaborato i risultati e che cosa evidenziano?

Siamo ancora in fase di elaborazione e di questo ci occupiamo essenzialmente in due persone che hanno competenze scientifiche, un po’ più di tempo e hanno dedicato più ore all’apprendimento del software i-Tree. I primi dati, scorporati però da un’analisi di contesto più ampia, ci dicono che la vegetazione di Aguzzano rimuove ogni anno oltre 2 tonnellate di inquinanti atmosferici e produce oltre 163 tonnellate di ossigeno. Inoltre trattiene nei tessuti vegetali 1,2 tonnellate di carbonio e ne sequestra ogni anno circa 70. Anche le precipitazioni atmosferiche assorbite dalla superficie del parco che andranno a ricaricare la falda acquifera (invece di allagare le strade, caricarsi al suolo di inquinanti e finire in fogna) sono interessanti: si tratta di 3.700 m3 di acqua ogni anno.

Chi ha finanziato il progetto e quali sono i costi?

Il progetto è interamente ideato, autoprodotto e autofinanziato dall’Ass. Casale Podere Rosa. Questo, che per noi può essere anche un vanto, vuol dire però che la pubblica amministrazione è ancora una volta indifferente alle proposte che vengono dalla società civile. E tuttavia, le analisi che contiamo di concludere entro la primavera 2018 e descrivere attraverso un report pubblico, saranno indirizzate, oltre che all’informazione e alla sensibilizzazione della cittadinanza, anche a verificare la volontà degli amministratori pubblici di recepire i problemi e assumersi le proprie responsabilità. Infatti la corretta gestione delle aree verdi, così come la valutazione dei servizi ecosistemici sono obiettivi chiave della strategia 2020 dell’Unione Europea. Per quanto riguarda i costi, sono difficilmente quantificabili. Zero euro per i software, perché QGIS e i-Tree sono liberi. Per i censimenti ci siamo mossi soprattutto a piedi e in bicicletta, essendo tutti i rilevatori residenti in zona, quindi i costi di spostamento sono stati trascurabili; per i materiali abbiamo utilizzato quelli già in nostro possesso (calibri e metro forestale a nastro). Abbiamo speso qualche decina di euro per le fotocopie delle schede di rilevamento. La voce però più impegnativa è il tempo di lavoro (addestramento sul software, censimenti, elaborazione dati, consultazione della letteratura scientifica, scrittura del report). Tutta questa parte è fatta completamente a titolo volontario e ciascuno di noi ha utilizzato il proprio tempo libero. Abbiamo presentato una richiesta di finanziamento (bando otto per mille della chiesa valdese) per realizzare una seconda fase, di approfondimento, del progetto, che se verrà accolta ci consentirà di acquisire una strumentazione un po’ più efficiente e di pagarci qualche ora di lavoro. Ma questo, in caso, sarà per il futuro.

Qual è la durata complessiva del progetto?

Il progetto è iniziato a giugno 2017 e terminerà, salvo imprevisti, a maggio-giugno 2018 con la presentazione del report conclusivo. Quindi, diciamo 12 mesi.

Per chi volesse saperne di più, info: Stefano Petrella 3498176498 info@centrodiculturaecologica.it

QUI il sito web

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Le “Foreste Sacre” nell’Atlante dei Cammini d’Italia

Sono ben sette gli itinerari che partono, arrivano o attraversano le Foreste Sacre del Casentino. Sentieri storici, religiosi, vie verdi che l’Atlante Digitale dei Cammini d’Italia mappa per promuovere un turismo lento e culturale.foreste-sacre-e-atlante-digitale-cammini-italia

Si chiama Cammini d’Italia, il sito web realizzato dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo che mappa i 41 cammini, storici, naturalistici, culturali e religiosi, che attraversano il nostro Paese. Vie verdi, casi nella storia, che promuovono una nuova dimensione turistica nell’offerta del turismo lento italiano.

“L’Emilia Romagna e la Toscana-riporta il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi– spiccano per il numero di cammini inseriti. Ma è il proprio il territorio del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi che ha la maggior concentrazione di percorsi con 7 itinerari, di cui 3 dedicati a San Francesco con la Verna come punto di arrivo o partenza e gli altri 4 che attraversano il Parco per lunghi tratti. Un ottavo cammino, il Cammino di San Romualdo, è attualmente in fase di realizzazione.”

“La tematica religiosa della maggior parte di questi cammini giustifica l’appellativo di “Foreste Sacre” spesso attribuito al Parco delle Foreste Casentinesi, e che ci ricorda un altro importante percorso a tappe che attraversa il territorio dell’area protetta: il Sentiero delle Foreste Sacre che si articola in sette tappe, da Lago di Ponte di Tredozio a La Verna, sette giorni in cui raramente si incontrano automobili e centri abitati, ma si attraversa il verde manto delle Foreste Casentinesi, con la possibilità di visitarne i luoghi più suggestivi.”foreste-sacre-e-atlante-digitale-cammini-italia-1515571937

Il nostro appennino rappresenta un vero è proprio snodo: a La Verna passando per Badia Prataglia e Camaldoli giunge il Cammino di Sant’Antonio che ripercorre partendo da Padova alcuni dei luoghi più importanti della vita del Santo; sempre da La Verna parte il più noto Cammino di Francesco e arriva il cammino, sempre a Francesco dedicato, che attraversa la Valmarecchia come nel suo viaggio da Rimini e La Verna nel 1213. Da qui passa Il Cammino di Assisi che nasce dall’unione di piccoli pellegrinaggi vecchi di secoli uniti in un unico grande percorso che pone al centro le figure di Sant’Antonio e di San Francesco in un unico grande tragitto che da Dovadola si snoda sino ad Assisi.
In ricordo del primo vescovo di Sarsina, il Cammino di San Vicinio è invece un viaggio che si snoda interamente nel crinale tosco-romagnolo: dalla Valle del Savio, alla Valle del Rubicone e al Montefeltro, in un percorso circolare che termina nello stesso luogo dove inizia. Di interesse storico e religioso è la Via Romea Germanica che attraversa Germania, Austria, per arrivare, passando per la ValleSanta, Chitignano e Subbiano, a Roma. E c’è poi il Cammino di Dante: un grande anello che attraversa la Romagna e il Casentino, scendendo a valle per percorrere i luoghi dove Dante visse in esilio e scrisse la Divina Commedia.

Foto copertina
Didascalia: Sul passo Serra lungo la via Romea
Autore: Parco Nazionale Foreste Casentinesi

Fonte: http://casentino.checambia.org/articolo/foreste-sacre-e-atlante-digitale-cammini-italia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Chicza…

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Un brand che ti fa sentire bene con te stesso. L’Etica, le Persone e l’Ambiente prima del… business.

Beati i primi…!!!

Aprire una nuova via ha sempre un sapore speciale, serve coraggio, orgoglio, si corrono grandi rischi, ma se l’intuizione è giusta e ci si muove con determinazione, con cautela ed elasticità mentale, i vantaggi possono essere enormi… anche per chi seguiranno la via già aperta dopo di noi. Nell’ultracentenaria storia dei chewing-gum il mercato è cambiato molto; certo i chewing-gum si sono evoluti, il progresso e i desideri dei Consumatori hanno prodotto nuove richieste, soddisfatte con nuovi gusti e nuove funzionalità più o meno salutari. Ma la sostanza di cui è composto il chewing-gum oggi non è più la stessa, oggi è Inquinante.

In questo mondo intriso di Polimeri del petrolio utilizzati come gomma base, biossidi come coloranti, edulcoranti chimici come dolcificanti, l’unico forte scossone arriva dal Messico dove i Chicleros Messicani, silenziosi, coraggiosi e umili, hanno avuto l’idea semplice ma geniale: riportare in auge il chicle Maya (Gomma 100% naturale) creando dalla A alla Z il loro chewing-gum con il brand … Chicza.

Nei primi mesi del 2009 i Chicleros parteciparono alla loro prima fiera del biologico, a Londra, dove ottennero il primo premio. Di seguito in soli 6 anni e mezzo Chicza ha ricevuto ben 24 tra premi e riconoscimenti in Italia e all’estero.

Lo Staff di Ecolbio s.r.l. Azienda di Ostia,  applica la stessa filosofia, la stessa passione e umiltà dei Chicleros, distribuendo il chewing-gum Chicza in tutta Italia, Malta, Svizzera italiana a macchia di leopardo. E proprio in considerazione degli ottimi risultati ottenuti, il Consorzio Chicleros Messicano ha voluto premiare la Ecolbio s.r.l, concedendo l’esclusiva per il Portogallo e l’Albania, gratificazione che Ecolbio s.r.l. ha accettato con orgoglio.

Molta strada è stata percorsa da quando abbiamo ricevuto il primo sconfortante diniego, una frase che ha segnato il nostro cammino rendendoci più forti, più caparbi, più incisivi:

“ Un chewing-gum interessante… ma non prenderà mai piede; le multinazionali saranno sempre più forti”.

Invece non è stato così, in brevissimo tempo quella che sembrava un’utopia è diventata una realtà.

La Ecolbio s.r.l. azienda tutta italiana è riuscita a trovare valori aggiunti a Chicza, già certificata Biologica e biodegradabile al 100% ( con queste due particolari ed uniche caratteristiche era stata immessa nel mercato dai Chicleros nel 2009 ) l’azienda Italiana ha avuto alcune importanti intuizioni, applicando del resto la “nostra fantasia tutta italiana” rinvenendo nel prodotto attraverso la certificazione, le importanti peculiarità del Senza Glutine, del Senza Lattosio, del Vegan, del Kosher, intuendo e certificando che Chicza è adatta anche a pazienti nefropatici, peculiarità che hanno attirato le simpatie di altri segmenti di Consumatori. La simpatia, l’affetto e la fiducia del mercato rappresentano per noi continui stimoli per il futuro che si preannuncia ricco di altre sfide e nuovi gusti, stimoli che creano un impegno al fine di offrire sempre un prodotto sano, unico nel suo genere, sempre al passo con i tempi, aumentando nel contempo la produzione, la commercializzazione e la logistica senza rinunciare mai alla Qualità, al Rispetto per l’Ambiente e al Rispetto per le Consumatrici e per i Consumatori, da noi considerati tutti paradigmi imprescindibili, pilastri della nostro pensiero e delle nostre azioni. Mai potremo avvelenare l’Ambiente o nuocere alla Salute dei consumatori!!! Mai abbasseremo la Qualità per il vile dio denaro!!!

Chicza, il “magico” chewing-gum, che continuerà a restituire bellissimi sogni, continuerà a proteggere l’Ambiente e la Salute dei consumatori, continuerà ad alimentare il sorriso dei bambini e delle Donne Chicleros. Ci auguriamo che Chicza possa continuare ad essere un prodotto “messaggero” di positività e di sogni, sogni che rimangono l’unica cosa che nessuno potrà mai portarci via, in una società che tutto prende e poco o niente restituisce. Si, è vero, ci sentiamo tutti un po’ stanchi e sfiduciati per il futuro lavorativo, per il futuro sociale, per il futuro ambientale, ma non dobbiamo cedere e dobbiamo essere sempre positivi come Chicza.

Chicza vuole essere una fonte di ottimismo e gioia per tutti, Chicza è positiva…

 

“E’ nelle crisi che emerge il meglio di ognuno di noi,

perché senza crisi tutti i venti sono lievi brezze“.

Albert Einstein

 

Speriamo che questa citazione di Einstein possa diventare anche nostra.

Chicza, anche se non può compiacere tutti (per il gusto o per la sua durata, per la consistenza o altro, come del resto tutti gli altri prodotti in commercio) vuole comunque essere costantemente fonte di gioia, di forza e di ottimismo, per un mondo migliore e per… ognuno di noi; vi sembra uno sforzo o un’emozione da poco?

Quindi, come spesso accade in tutte le belle storie, Chicza, in Italia è partita cauta, ha inciampato come un bimbo, per poi rialzarsi e accelerare, senza esitazioni. Chicza si è fatta conoscere, Chicza ci ha messo il cuore, Chicza si è fatta apprezzare,  si è fatta… amare, è decollata provando a stimolare la pseudo-concorrenza a non inquinare l’Ambiente, rimanendo con l’animo ingenuo di un bimbo:

“Il chewing-gum biodegradabile è la soluzione del futuro” l’Ambiente e la tutela della Salute lo esigono!!!

Fonte: http://chicza.it/

 

Legge di Bilancio, le novità per il Trasporto Pubblico Locale e l’ambiente

Nel testo definitivo della Legge di Bilancio tornano le detrazioni fiscali per gli abbonamenti ai mezzi pubblici di trasporto.http _media.ecoblog.it_8_87a_legge-di-bilancio-le-novita-per-il-trasporto-pubblico-locale-e-lambiente

 

Con un limite di 250 euro di importo, nel testo definitivo della Legge di Bilancio per il 2018 tornano le detrazioni fiscali per gli abbonamenti ai mezzi di trasporto pubblico locale (TPL). I pendolari che faranno l’abbonamento ad autobus, metropolitane o altri mezzi del TPL potranno detrarre il 19% dei costi di abbonamento fino a un massimo di 250 euro l’anno. La detrazione è valida anche per i datori di lavoro che pagano le spese di trasporto ai propri dipendenti e riguarda sia il trasporto regionale che quello interregionale. Ci sono anche altre novità, nella stessa manovra, in favore dell’ambiente. Come l’ecobonus per gli infissi, il piano per gli invasi idrici, il fondo per la bonifica dei rifiuti radioattivi e le detrazioni sulle assicurazioni contro le calamità naturali. L’ecobunus per la ristrutturazione a fini energetici è confermato ma cambia: resta uguale al 65% per i pannelli solari termici, pompe di calore e cappotti termici per gli edifici, mentre scende al 50% per interventi ritenuti meno efficaci come la sostituzione degli infissi, le schermature solari e gli impianti di riscaldamento con caldaia a condensazione. Il piano straordinario per gli invasi idrici prevede un fondo di 50 milioni di euro, da spendere tra il 2018 e il 2020, per interventi finalizzati ad aumentare l’efficienza degli invasi. Questo per limitare i danni della siccità registrati la scorsa estate. Per la bonifica dei rifiuti radioattivi viene istituito un fondo gestito dal Ministero dell’Ambiente. La dotazione è pari a 5 milioni l’anno dal 2018 al 2020. Serviranno a bonificare i “siti con presenza di rifiuti radioattivi prodotti da interventi di bonifica di installazioni industriali contaminate da sostanze radioattive a seguito di fusione accidentale di sorgenti radioattive o per il rinvenimento di sorgenti orfane che comportano pericoli rilevanti per la pubblica incolumità“.

Per quanto riguarda le assicurazioni contro le calamità naturali per gli edifici a scopo abitativo, infine, sarà possibile detrarre il premio pagato ma solo per le polizze che verranno stipulate dopo l’entrata in vigore della legge.

Fonte: ecoblog.it

La Cina punta a usare il bioetanolo su scala nazionale entro il 2020

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Il piano, riporta l’agenzia Nuova Cina, è stato svelato in una fase in cui il Paese spinge sull’utilizzo di un eco-carburante rinnovabile, valido e rispettoso dell’ambiente. La Cina vuole espandere l’uso su scala nazionale di bioetanolo come carburante entro il 2020: è l’obiettivo annunciato oggi dalla National Development and Reform Commission and National Energy Administration. Il piano, riporta l’agenzia Nuova Cina, è stato svelato in una fase in cui il Paese spinge sull’utilizzo di “un eco-carburante rinnovabile, valido e rispettoso dell’ambiente”.

Il bioetanolo si ottiene attraverso la fermentazione di biomasse, ovvero di prodotti agricoli ricchi di zucchero (glucidi) quali i cereali, le colture zuccherine, gli amidacei e le vinacce. “Si tratta di un’alternativa ideale ai carburanti fossili”, ha spiegato un funzionario dell’amministrazione. In particolare la Cina userà il bioetanolo E10, che come spiega Rinnovabili.it è una delle tante miscele di carburante – E5, E7, E10, E20, E85, E95 – nate in questi anni dall’aggiunta di alcol etilico (la cui percentuale in volume è indicata dal numero nel nome) alla benzina. Oltre 40 Paesi e regioni consumano 600 milioni di tonnellate circa di bioetanolo ogni anno, corrispondenti al 60% dei consumi annuali di carburanti. La Cina è terzo produttore mondiale di bioetanolo e usa 2,6 milioni di tonnellate annue, mentre il carburante mescolato a etanolo vale un quinto dei consumi. Le benzine arricchite di etanolo sono una realtà in diversi Paesi, adottate in alcuni casi con pretesti ecologici visto le minori emissioni, in altri per meri motivi economici. L’uso di questo combustibile in Cina è iniziato molto più tardi rispetto a paesi come il Brasile o gli Stati Uniti, oggi i maggiori fornitori e consumatori di bioetanolo. Nonostante ciò ha superato in poco tempo l’Unione Europea, conquistando il terzo posto sul podio mondiale: oggi il gigante asiatico ne produce oltre 7 milioni di litri, consumandone però meno della metà, in una quota più bassa dell’1 per cento sul consumo nazionale totale di carburante. Per accrescere il settore, il Paese sarebbe disposto a imporre a livello provinciale dei quantitativi minimi di biocarburanti da aggiungere al combustibile per trasporti.

Fonte: ecodallecitta.it

Mozziconi e ceneri da barbecue: impariamo da Copenaghen

Chi l’ha fatta, durante questa estate che volge al termine, la guerra ai mozziconi e alle ceneri dei barbecue sulle spiagge? Non l’Italia (benché le spiagge siano il nostro punto di forza!), ma la Danimarca, per la precisione Copenaghen. Proviamo a imparare!9641-10413

Non l’Italia, paese di spiagge e coste, bensì la Danimarca. A dichiarare guerra a mozziconi e ceneri di barbecue abbandonati in spiaggia è stata la città di Copenaghen che, durante gli scorsi mesi estivi, ha predisposto misure per migliorare la gestione di questa tipologia di rifiuto. L’abbandono di mozziconi di sigaretta, si sa, ha un impatto ambientale da non sottovalutare e per decomporsi il mozzicone impiega da sei mesi a una dozzina di anni, a seconda delle condizioni ambientali e a seconda del tipo di sigaretta, con o senza filtro. Questi rifiuti, se gettati nello scarico dello sciacquone o nelle caditoie delle fognature, possono essere causa di intasamenti e guasti in tubature e pompe, tanto che, come misura di prevenzione all’ingresso degli impianti di depurazione, sono installate apposite griglie a cui è affidato il compito di trattenere mozziconi e altri oggetti di analoga consistenza solida. A Copenaghen hanno pensato di affrontare questo problema distribuendo contenitori di forma conica, ad uso personale ma in condivisione, dove gettare i mozziconi di sigarette invece di buttarli per strada o ancora peggio sulla sabbia o addirittura in mare. Un’altra iniziativa è stata rivolta alla gestione dei rifiuti quali i barbecue usa e getta, molto usati in estate per le grigliate in spiaggia. Quando gli utilizzatori terminano, di solito resta il problema di dove gettare questo particolare rifiuto. È stata quindi avviata una specifica filiera di raccolta, predisponendo dei contenitori appositi dove buttare il barbecue non più utilizzabile. Queste iniziative mostrano come la capitale danese sia particolarmente sensibile ad una buona e corretta gestione dei rifiuti, approcciando il tema anche con riferimento alla stagionalità  e ai maggiori flussi turistici. Copenhagen è tra le 11 città che partecipano al progetto Urban Waste, che mette in comune le buone pratiche in tema di gestione dei rifiuti, insieme a Firenze (IT) , Nice (FR), Lisbon (PT), Siracusa (IT), Kavala (GR), Santander (ES), Nicosia (CY), Ponta Delgada (PT), Dubrovnik – Neretva county (HR) e Tenerife (ES).

Fonte: ilcambiamento.it

In Italia gli habitat ecologicamente intatti saranno presto un ricordo

È il Wwf a sottolinearlo nel suo rapporto “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori”: nel nostro paese gli habitat ecologicamente intatti sono in costante riduzione. E i suoli vengono costantemente erosi in fertilità e “resilienza”.9638-10410

Il nuovo rapporto del Wwf si intitola “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori” e i dati che emergono non lasciano molti dubbi. La presidente del WWF Italia Donatella Bianchi sottolinea: “Nel nostro paese gli habitat ecologicamente intatti sono in costante riduzione, solo l’11% dei fiumi alpini si salva da interventi artificiali e dallo sfruttamento; solo il 30% delle coste è rimasto nel suo stato naturale mentre il 50% risulta compromesso; l’80% delle dune è scomparso. Il suolo, risorsa non rinnovabile e bene comune, svolge funzioni vitali per l’ecosistema, la resilienza dei sistemi naturali, la produzione alimentare, la conservazione delle risorse idriche, lo stoccaggio del carbonio: contenere il consumo di suolo è fondamentale per limitare il rischio idrogeologico, garantire la resilienza dei sistemi naturali e favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici. È quindi indispensabile stabilire per legge quali siano le soglie da non superare”.

Dal report del WWF emerge che la quota di territorio italiano completamente artificializzato, sia per l’espansione urbana che per le infrastrutture, sale dal 7% al 10%. Molto diffuso anche lo sprinkling, ovvero la polverizzazione dell’edificato, a bassa densità, che favorisce necessariamente una mobilità su gomma; il nostro paese, infatti, è ai primi posti in Europa per motorizzazione privata, con 608 veicoli per 1000 abitanti. Dal secondo dopoguerra a oggi, si è avuta in Italia una repentina riduzione delle superfici agricole pari a più di 10 milioni di ettari, a causa dei mutamenti socioeconomici legati in particolare allo sviluppo della urbanizzazione. Solo negli ultimi 10 anni nel nostro Paese sono stati persi circa 1,5 milioni ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) che oggi ammonta complessivamente a 12.885.000 ettari.

Il report WWF avanza proposte per le Green cities, per migliorare la pianificazione urbana, recuperare le aree dismesse e contaminate, diffondere i giardini condivisi e gli orti urbani, ridurre i consumi energetici delle aree edificate e promuovere la mobilità dolce (pedonale e ciclabile). Il primo luogo, il WWF chiede ai Comuni di adottare il bilancio del consumo di suolo per contenere il consumo di suolo attraverso meccanismi dinamici di controllo e governo delle trasformazioni in atto basate sul riuso di spazi ed edifici, su strumenti perequativi, di scambio di crediti, di incentivazione, di fiscalità e di sanzione che sono stati descritti in una proposta di legge depositata in Parlamento. Al momento il disegno di legge su “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” è stato approvato alla Camera dei Deputati ed è all’attenzione del Senato. Inoltre, sempre nell’ottica di ridurre la perdita di suolo e contenere il consumo di energia e le emissioni di gas serra nelle aree urbane, il WWF suggerisce di realizzare insediamenti a tendenziale autosufficienza energetica, con impronta energetica vicino allo zero o addirittura negativa, che favoriscano lo sviluppo di politiche integrate di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici, contrastando la crescita della superficie urbanizzata pro capite e la dispersione insediativa e limitando la dispersione termica e i consumi di energia. Utili sono anche i giardini e orti condivisi, che consentono di recuperare territori dismessi, marginali o anche contaminati, si tratta di iniziative di impegno civico in campo ambientale e sociale delle comunità. I cittadini avviano percorsi di sostenibilità nelle città per la riqualificazione delle aree verdi, che permettono di reimmettere in un’economia circolare il valore del suolo e dei servizi ecosistemici da esso garantito. Nel rapporto si suggerisce anche di favorire la mobilità dolce, sostenibile, partendo dalla progettazione delle strade, che devono diventare uno spazio più equo, che favorisca la convivenza tra diversi mezzi di trasporto (senza dimenticare i pedoni) come accade in molte importanti città europee (Copenaghen, Berna, Basilea, Trondheim, ecc.).

Fonte: ilcambiamento.it

 

Viaggiare è un bisogno profondo che ci lega alla Natura

Ispirazione, scoperta interiore, riconnessione con l’ambiente naturale, fascino dell’esotico e valorizzazione del territorio in cui viviamo. Sono questi i cardini dell’esperienza di viaggio che ci racconta in questa intervista Luca Vivan, travel blogger e Inspirational Travel Designer. Nomade atipico, perennemente in bilico fra il fascino di loghi lontani e la magia delle montagne friulane, sua terra d’origine, seguendo il filo rosso di un nuovo approccio al viaggio e alla scoperta: «Il viaggio deve diventare sempre più centrato sull’individuo, che va ascoltato e compreso, per indirizzarlo sul sentiero che gli appartiene davvero». Con Luca Vivan, Inspirational Travel Designer e curatore di un blog che parla di turismo ed ecologia, abbiamo provato a capire come e perché sta cambiando il modo di viaggiare. vivan2

Secondo te come deve essere un viaggio per offrire un’ispirazione?

Ogni viaggio può essere fonte di ispirazione, anche la semplice passeggiata nel parco dietro casa. Il punto non è secondo me la destinazione da raggiungere ma il modo in cui noi affrontiamo il viaggio. Siamo abituati ad aspettarci sempre qualcosa dagli altri, a credere che se incontreremo una persona che consideriamo migliore di noi, diventeremo migliori a nostra volta. Forse noi siamo già migliori, dobbiamo solo darci l’opportunità di far emergere chi siamo veramente. Dietro un viaggio che ha lo scopo di offrirci un’ispirazione ci siamo sempre noi e la nostra maggiore o minore apertura. Il bello dei viaggi ispirazionali non sta più nella delega della nostra felicità a una struttura, un pacchetto turistico o una meta, quanto nella nostra capacità di metterci in cammino e trovare la strada che fa per noi.

Come sta cambiando il modo di viaggiare secondo te?

Come specie stiamo lentamente comprendendo che abbiamo dei bisogni profondi, quello di stare bene assieme ai nostri simili, quello di riconnetterci alla nostra natura profonda e a quella che ci circonda, quello di capire cosa vogliamo fare nella nostra vita. Il marketing evoluto sa bene che dietro l’ultimo modello di smartphone non c’è solo il bisogno di avere più memoria o una macchina fotografica migliore, ma che ogni acquisto importante si collega a dei bisogni che spesso noi stessi fatichiamo a riconoscere. Un viaggio in solitaria attorno al mondo o un trekking sulle Dolomiti rispondono ad esempio al nostro bisogno di crescita personale o a quello di scaricare le tensioni accumulate e di ricaricarci. Continuare a vendere letti, piatti da mangiare ed escursioni di gruppo tutte uguali anche se fatte in Brasile o in Norvegia, non ha più senso. Il viaggio deve diventare sempre più centrato sull’individuo, che va ascoltato e compreso, per indirizzarlo sul sentiero che gli appartiene davvero. Inutile aggiungere che tra i bisogni ormai diventati primari, c’è quello di sentirsi di nuovo legati intimamente alla terra. Per secoli abbiamo creduto che ciò che era fuori di noi fosse costituito di oggetti da manipolare a nostro piacimento, senza grosse conseguenze, se non in termini puramente economici. Ora sempre più viaggiatori vogliono tornare a sentirsi di nuovo a casa nel pianeta Terra, agendo in modo consapevole, rispettando l’ambiente e chi in esso vive, esseri umani, animali e piante.vivan3

Spesso si immagina il viaggio “che cambia la vita” come un’avventura in luoghi esotici e lontani… Forse stiamo sottovalutando il territorio in cui viviamo?

Il viaggio ha qualcosa di magico: spostandoci fisicamente, cambiando paesaggi, climi e culture costringiamo anche la nostra psiche a mutare. Viene quindi naturale pensare che andando qualche mese dall’altra parte del mondo la pressione al cambiamento sarà maggiore rispetto a un viaggio dietro casa. Per me è stato così, andando in Brasile, in Australia o in Asia. Questi viaggi sono stati una rottura con alcuni miei schemi di comportamento ma poi, il vero cambiamento è avvenuto e avviene tutt’ora qui, una volta tornato in Friuli. Dopo aver attraversato gli Oceani mi sono reso conto che anche i monti che vedo aprendo la finestra possono donare molto. Tante intuizioni mi sono venute camminando nel bosco dietro casa e su questo non penso di essere un pioniere. Credo che non possiamo essere veramente abitanti del mondo (la parola cittadini va superata) se non cominciamo a dare valore a ciò che esiste attorno a noi e di cui in qualche modo siamo custodi. Altrimenti, il viaggio rischia di diventare solo l’ennesima forma di consumo e di fuga da noi stessi. Inutile anche pensare di attrarre viaggiatori nei nostri territori, seguendo il ritornello “in Italia potremmo vivere solo di turismo”, se non abbiamo un vincolo profondo di rispetto con il terreno dove poggiano le nostre radici.

Raccontaci com’è andato il Ciucoraduno, di cui sei fra i promotori.

Il Ciuco Raduno è una grande festa, che si può riassumere nell’espressione “semplicità delle cose complesse”. È un evento che va raccontato nei piccoli momenti: un asinaro che spiega come toccare l’asino a un bambino timido, i cui occhi poi si riempiono di gioia; il primo compleanno di una ciuchina di nome Fata, festeggiato da tanti bambini con i cappelli con le orecchie a forma di asino; un migliaio di persone che se ne stanno all’aria aperta rilassandosi in compagnia. La semplicità di questi esempi può avere un effetto dirompente in un mondo in cui crediamo che bisogna avere molte cose per essere felici. Il Ciuco Raduno ha avuto il grande pregio di portare tutti noi, organizzatori o visitatori, con i piedi per terra, per godere delle piccole cose, come può essere l’affetto che può dare un asino, che in verità, quando le osserviamo bene, sono sempre grandi. Devo ringraziare la Compagnia degli Asinelli e la gestione del Parco Rurale di San Floriano, per l’opportunità che ha dato a noi tutti, di vivere una parte del territorio del Friuli in modo sostenibile, sostenibile soprattutto per le nostre menti e per i nostri cuori.vivan1

Hai seguito il corso di Inspirational Travel Designer proposto dai nostri amici di Destinazione Umana: come mai hai deciso di farlo e quali sono i tuoi obiettivi?

A molti appaio spesso come una persona molto razionale ma dietro questa corazza c’è un animo sensibile, che quando trova ciò che fa vibrare le sue corde si infiamma di entusiasmo. Seguo Destinazione Umana da quando è nata, perché i suoi valori sono in piena risonanza con i miei. Entrambi infatti parliamo di un modo di viaggiare consapevole negli stili di vita e nell’approccio. Seguire il loro primo corso per diventare Inspirational Travel Designer mi è parso quindi una naturale conseguenza, per portare il mio lavoro di blogger che parla di viaggi a un livello superiore, per passare dalla teoria alla pratica. Insieme a Destinazione Umana voglio legare i bisogni di crescita personale di un numero sempre più grande di persone con gli stimoli che offrono i territori, voglio in un certo senso unire l’interno con l’esterno. Per questo sto organizzando una serie di seminari sull’uso della voce, sulle simbologie sempre attuali delle fiabe o dell’Antico Egitto tra le montagne del Friuli e del Veneto, collaborando con strutture ricettive che hanno una filosofia affine alla mia e confidando nella capacità della natura di alleggerire il cammino di ogni giorno. Sono solo agli inizi ma sono convinto che questo nuovo percorso mi porterà lontano.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/viaggiare-bisogno-profondo-natura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni