Una specie che si autodistrugge in nome di una “scienza” distorta non è intelligente

Il libro “Cibo e salute”, che vede tra gli autori anche Vandana Shiva e Franco Berrino, edito dalla casa editrice Terra Nuova, è un libro completo per quello che riguarda dati e possibili soluzioni circa l’impatto che ha l’agricoltura industriale sul pianeta e sulla salute delle persone.

Il libro “Cibo e salute”, che vede tra gli autori anche Vandana Shiva e Franco Berrino, edito dalla casa editrice Terra Nuova, è un libro completo per quello che riguarda dati e possibili soluzioni circa l’impatto che ha l’agricoltura industriale sul pianeta e sulla salute delle persone. Con documentazioni precise, studi e esperienze pratiche si dimostra l’assoluta insostenibilità e pericolosità di un sistema come quello dell’agrobusiness che non ha altro scopo che fare soldi attraverso il cibo, scopo da raggiungere con ogni mezzo. Da un simile obiettivo  la qualità dello stesso cibo e le conseguenze sulla terra non possono che essere devastanti per persone e ambiente. Ed in tempi di pandemie vere o presunte, è interessante notare come la stessa OMS definisce le malattie non trasmissibili come la nuova epidemia globale

Ma diamo alcuni dati ed esempi tratti dal libro che rendono bene la situazione.

Cibo, malattie e agroindustria

«Come dicevano gli antichi Veda: “In questa manciata di terra c’è il tuo futuro. Prenditene cura ed essa ti sosterrà e ti darà cibo, vesti, riparo e bellezza. Distruggila ed essa ti distruggerà”».

«L’industria agrochimica e l’agrobusiness, l’industria del cibo spazzatura e quella farmaceutica ottengono grandi profitti, mentre la natura, le nazioni e le popolazioni diventano sempre più deboli e malate».

«Quando tutto il sistema dell’agroindustria assume una posizione di dominio, cominciano a diffondersi su larga scala malattie croniche  legate all’alimentazione. I nativi americani chiamano questo fenomeno powaqqatsi “un essere, uno stile di vita, che consuma le forze viventi a proprio vantaggio esclusivo”».

«Il cibo che si ottiene usando sostanze chimiche rovina la salute in tre modi. Prima di tutto, contribuisce alla fame e alla malnutrizione perché si concentra su poche materie prime, gran parte delle quali è destinata a diventare biocarburante e mangime per animali. E’ ciò che accade al 90% del mais e della soia, che non va ad alimentare gli esseri umani. Solo il 30% del cibo che mangiamo proviene  dalle grandi aziende agricole industriali. Il 70% proviene da piccole fattorie che usano solo il 20% della terra agricola. In secondo luogo, poiché l’agricoltura industriale produce monoculture uniformi e omogenee, contribuisce alla diffusione delle malattie correlate alla carenza di nutrienti vitali e variati nella nostra dieta».

«Il terzo punto riguarda le sostanze chimiche usate in agricoltura, che penetrano nel nostro cibo e contribuiscono all’insorgere di malattie come il cancro. Sono state create per uccidere e continuano ad uccidere».

«Le malattie non trasmissibili causano il 70% dei decessi a livello mondiale, per un totale di 40 milioni di morti all’anno, di cui circa 15 milioni di età inferiore ai 70 anni. Le principali malattie non trasmissibili  comprendono le malattie cardiovascolari, il diabete, i tumori e le malattie respiratorie croniche . Gran parte delle malattie non trasmissibili  sono legate alla dieta e causate da fattori biologici di rischio quali:pressione sanguigna, zucchero nel sangue, lipidi nel sangue e grasso corporeo, aterosclerosi dei vasi sanguigni, trombosi».

«In Italia ci sono 365 mila diagnosi di tumori in Italia in anno, esclusi quelli della pelle. 1000 al giorno».

«La stessa manciata di multinazionali vende sia le sostanze agrochimiche tossiche per l’agricoltura industriale, che compromettono la salute, sia i prodotti farmaceutici pensati con lo stesso paradigma per somministrarli alle persone che si ammalano».

Pesticidi

«Un cittadino medio ha in corpo dalle 300 alle 500 sostanze chimiche in più rispetto a 50 anni fa».

«In particolare, il cervello in via di sviluppo è estremamente sensibile e i pesticidi sono tra le cause più importanti di quella che si può definire una “pandemia silenziosa”».

«L’ammasso di animali, spesso provenienti da varie parti del mondo per ricostruire la scorta delle stalle, può creare una bomba ecologica considerando che i virus  di cui sono portatori, modificati dalle molecole chimiche presenti nei vari medicinali, possono dar vita, attraverso ignote ricombinazioni, a imprevedibili e devastanti epidemie».

«Il paradigma industriale agricolo, ancora oggi dominante e radicato nell’ideologia meccanicistica e riduzionista, non è in grado di affrontare l’attuale crisi sanitaria che ha contribuito a creare, poiché occuparsi dei legami fra cibo e salute è inconciliabile con i suoi principi essenziali».

Agroindustria e ambiente

«Quasi il 50% dei gas di serra è prodotto dall’agricoltura industriale e globalizzata».

«Globalmente l’agricoltura industriale è responsabile per il 75% della distruzione ecologica della biodiversità, terra e acqua, e contribuisce al 50% delle emissioni di gas di serra che causano inquinamento atmosferico e caos climatico. Quasi il 75% delle malattie croniche non trasmissibili è correlato al cibo».

Distruzione di cultura e biodiversità

«La sostituzione e lo sterminio delle cultura va a braccetto con lo sterminio e l’estinzione della biodiversità delle piante. Le specie sono spinte all’estinzione una velocità 100 – 1000 volte superiore al normale».

«In agricoltura il 93% della biodiversità vegetale è scomparsa. Le piante come gli esseri umani, sono manipolate violentemente per il profitto dell’1% degli uomini».

«Il 75% della diversità genetica è scomparso in soli cento anni. Dalle diecimila specie originarie, oggi si è arrivati a coltivarne poco più di 150 e la stragrande maggioranza del genere umano si ciba di non più di dodici specie di piante».

«Nel 2016 il mercato mondiale di semi, con un giro di affari di miliardi di dollari, risultava per il 55% nelle mani di cinque grandi multinazionali, in confronto al 10% del 1985, alcune delle quali controllano contemporaneamente una altro mercato multimiliardario, cioè quello dei pesticidi (erbicidi, insetticidi e anticrittogamici)».

«A causa del sistema produttivo industriale, le colture dal dopoguerra ad oggi, hanno perso il 25/70% delle loro sostanze nutritive».

Chi sono i veri scienziati

«Un agricoltore conosce i suoi semi, la sua terra, i suoi prodotti, gli aniamli, gli alberi, le stagioni, la comunità.  E’ quindi uno scienziato».

«In realtà, tutta l’agricoltura  tradizionale e la selezione delle sementi poggiano sul sapere dei contadini. Il sistema industriale ha da offrire solo veleni all’agricoltura».

«Una nonna, una madre, una ragazza che sanno come trasformare il cibo proveniente dai nostri campi in un pasto delizioso e nutriente sono scienziate dell’alimentazione. Un medico ayurvedico è uno scienziato, così come lo sono i popoli indigeni  e le donne. Incarnano il sapere interattivo e dinamico. Il loro sapere è la capacità di vivere nell’unità, sapendo che siamo uno. Gli insegnamenti di un universo interconnesso, vibrante  e abbondante, si ritrovano nelle culture indigene, oltre che in tutti gli insegnamenti spirituali».

L’agricoltura biologica conviene a tutti

«I redditi netti degli agricoltori che praticano l’agricoltura biologica aumentano ulteriormente perché è eliminato, evitato e risparmiato l’uso di apporti esterni costosi, come semi , fertilizzanti, pesticidi e irrigazione intensiva. Se consideriamo il beneficio netto per la società, oltre al reddito degli agricoltori, l’agricoltura biologica si dimostra ancora di molto superiore all’agricoltura convenzionale».

Chi sfama davvero il mondo

«L’agricoltura industriale, nonostante l’ingente consumo di risorse, non è in grado di garantire la sicurezza alimentare dei popoli. Al contrario la maggior parte del cibo che mangiamo è ancora prodotta da piccoli e medi agricoltori, mentre la stragrande maggioranza delle colture provenienti dal settore industriale, come mais e soia, è utilizzata principalmente come mangime per gli animali o per produrre biocarburanti».

«La pretesa che l’agricoltura industriale sia necessaria a risolvere il problema della fame nel mondo è totalmente priva di fondamento, oltre che smentita nei fatti».

«I piccoli agricoltori sono in proporzione più produttivi delle grandi aziende industriali: pur avendo a disposizione solo il 25% della terra arabile, riescono a fornire il 70% del cibo a livello mondiale».

«La presunta  maggiore produttività dell’agricoltura industriale richiede una quantità di input dieci volte superiori in termini di energia rispetto a quanto produca successivamente in termini di alimenti. Il sistema agricolo industriale ha dunque una produttività negativa, e non potrebbe sostenersi senza le enormi sovvenzioni pubbliche».

Il cibo chimico non conviene

«Si sostiene spesso che i prodotti alimentari abbiano il vantaggio di essere “economici”. I costi di produzione, trasformazione e distribuzione sono in realtà molto elevati e la convenienza è solo apparente. Questa impressione di convenienza è ottenuta artificialmente sopratutto grazie a ingenti sussidi pubblici, all’esternalizzazione dei costi sociali, ambientali e sanitari, e attraverso la manipolazione dei mercati».

«L’industria rifiuta sistematicamente di assumersi le responsabilità dei danni causati dalla malnutrizione, dai pesticidi e dalle malattie croniche».

Chi paga i danni

«I cittadini di tutto il mondo stanno pagando di tasca loro miliardi di sovvenzioni che si trasformano in profitti per le stesse società che causano l’aumento delle malattie attraverso la produzione di cibo tossico e vuoto dal punto di vista nutrizionale. Con questo sistema i redditi delle piccole e medie aziende agricole crollano, i profitti dell’industria aumentano e la qualità del cibo crolla. Lo scopo del sistema attuale non è quindi quello di garantire una adeguata nutrizione e il benessere umano, ma quello di massimizzare i profitti di Big Food».

La transizione necessaria

«Una transizione verso un sistema alimentare sano richiede un cambiamento di paradigma, da una scienza riduzionista a una scienza dei sistemi. Richiede un cambiamento dell’agricoltura industriale ad alta intensità chimica all’agricoltura biologica ad alta intensità ecologica. Necessitiamo tutti di un passaggio dalle economie estrattive  a quelle circolari e di solidarietà, da un’economia riduzionista basata sui prezzi a una vera contabilità dei costi. Occorre abbandonare le regole inique del libero scambio, basate su rivendicazioni non scientifiche, per passare ad un commercio equo, basato su di una economia democratica. E’ necessario fermare e regolare la macchina del potere delle multinazionali dell’agroindustria che realizza i suoi straordinari profitti speculando sul bisogno essenziale dell’alimentazione per affermare invece il diritto ad un cibo per tutti gli abitanti del pianeta, che sia sano per le persone e la natura».

Fonte: ilcambiamento.it

Matteo e Chiara: giovanissimi e con il sogno di un’azienda agricola biodinamica

Matteo e Chiara, giovanissimi ma con un sogno che stanno già realizzando: un’azienda agricola biodinamica rispettosa dell’ambiente e della salute. Una scelta meditata e consapevole. In bocca al lupo!

È un piccolo paradiso terrestre in collina, a Badia Calavena, dove ci sono galline di razze ormai introvabili, asinelli, una sessantina di arnie, parcelle di grani antichi, alberi da frutto, un orto con vegetali di cui altrove si sono persi sapori e profumi. E a contrada Trettene, poco sopra l’abitato di Sant’Andrea ci sono anche loro, Matteo Caloi, 19 anni e la sua fidanzata Chiara appena maggiorenne, ma entrambi con un sogno che stanno realizzando: avviare un’azienda agricola biologica e biodinamica, rispettosa dell’ambiente, del lavoro di uomini e animali e del giusto habitat delle piante. Non è un colpo di testa di un giovane appena diplomato che si immagina imprenditore: Matteo ha frequentato l’Istituto tecnico agrario Stefani Bentegodi di Buttapietra e ora è al secondo anno di un corso post diploma di specializzazione in agricoltura biologica e biodinamica. I tecnici di Avepa, l’agenzia regionale che controlla le domande per i bandi del Piano di sviluppo rurale ammessi a contributo, sono usciti a verificare la sua richiesta di partecipazione e gli hanno fatto i complimenti, sorpresi di trovare in un giovanissimo tanta passione e altrettanta competenza. Chiara, pur arrivando dalla città e con un diploma di parrucchiera che sta mettendo a frutto con un tirocinio in un salone dove si usano solo preparati vegetali per la cura dei cappelli, è stata trascinata dall’entusiasmo di Matteo e oggi è lei che cura il pollaio, con la razza antica della Cucca Veneta, una gallina che pareva estinta, ma di cui i due sono riusciti a recuperare qualche esemplare. I grani antichi sono una specialità che Matteo coltiva in parcelle fin dal tempo della scuola media; ora ha ben una ventina di varietà e l’obiettivo è fare una miscuglio di grani che sia un piatto ricco per le loro galline: più l’alimentazione sarà buona, più le uova saranno uniche. Dietro casa c’è l’orto, anche questo con varietà rare e 700 metri quadrati coltivati a zafferano. Dei 7mila metri quadrati di proprietà, a cui si aggiungono circa due ettari in affitto, ha predisposto le zone per le piante da frutto antiche che si è innestato, quelle per il pascolo e quelle per la fienagione. Ci sono infatti tre asinelli che forniscono ottimo concime e in un angolo del podere è allestito il cumulo per il compostaggio. «Devo un grazie ai miei genitori che mi hanno allevato fin da piccolo con questa attenzione per la natura e orientato a un sistema di coltivazione biologico – ha raccontato Matteo a Vittorio Zambaldo de L’Arena  – non riesco a vedere per me altra strada diversa da questa», dice. Chiara lo guarda e sorride, ma non si sente affatto spaesata: «Vengo dalla città ma mi trovo benissimo. Anche i miei genitori condividono questa scelta che diventerà anche scelta di vita: vogliamo essere indipendenti in tutto con le nostre produzioni e il nostro lavoro», conclude.
Fonte: ilcambiamento.it

Le 200 organizzazioni di Coalizione Clima: «Ecco il modello di sviluppo che vogliamo»

“Per uscire davvero dalle emergenze…” è il documento-appello a firma della Coalizione Clima, la rete nazionale composta da oltre 200 organizzazioni, ambientaliste, sindacali, del terzo settore, di impresa, movimenti studenteschi e tanti singoli cittadini. Che propongono un modello di sviluppo molto diversi da quello attuale.

“Per uscire davvero dalle emergenze…” è il documento-appello a firma della Coalizione Clima, la rete nazionale composta da oltre 200 organizzazioni, ambientaliste, sindacali, del terzo settore, di impresa, movimenti studenteschi e tanti singoli cittadini. Che propongono un modello di sviluppo molto diversi da quello attuale.

Ecco il documento nei suoi punti salienti.

«Le preoccupazioni per l’emergenza climatica, sulla quale si è costituita la Coalizione Clima, sonooggi amplificate da quella sulla pandemia da COVID-19, estesa a livello globale, che èindubbiamente legata alla sottovalutazione dell’impatto delle attività umane sulla natura e sull’ambiente. Il riscaldamento climatico, ben più dirompente e distruttivo della pandemia che il mondo sta vivendo, non trarrà molto beneficio dalla momentanea flessione delle emissioni di gas serra; al contrario la situazione potrebbe essere peggiorata da eventuali rinvii o rallentamenti dell’azione per azzerare le medesime emissioni. Rilancio economico e decarbonizzazione devono diventare sinonimi, se non vogliamo perdere un’occasione unica e finanziamenti ingenti che non saranno di nuovo disponibili a breve. Per questo la Coalizione Clima si sta interrogando, nelle sue diverse componenti, ritenendo che oggi più che mai occorra perseguire con decisione la progressiva riconversione del modello disviluppo, che non abbia unicamente a riferimento i parametri economici e il Prodotto Interno Lordo, quanto piuttosto, le questioni della salute e della sicurezza; dei diritti e del contrasto alle diseguaglianze, nella società e nel lavoro; dell’uso razionale ed efficiente delle risorse naturali. A maggior ragione torna oggi di grande attualità, il concetto di “Giusta Transizione”, che non si limita a misure occupazionali sulla decarbonizzazione (ovvero la rinuncia all’utilizzo di tutti i combustibili fossili, non solo delcarbone) ma allarga la visione, per attivare un processo di radicale cambiamento del modello di sviluppo, verso un modello economico che tenga conto di tutti i traguardi di crescita sostenibile fissati dalle Nazioni Unite (SDGs)».

«Gli obiettivi generali dovranno essere coerenti anche con quelli dell’accordo di Parigisul clima(2015), e lo slittamento della COP26 al 2021 non deve essere un motivo per rinviare la revisione degli NDC (i contributi dei singoli paesi al raggiungimento degli obiettivi). A questo proposito l’Italia – che ha tutti gli interessi a difendere obiettivi ambiziosi – deve adoperarsi a livello europeo per promuovere l’innalzamento del target di riduzione delle emissioni come minimo al 55% al 2030, provvedendo nel contempo alla revisione in senso più ambizioso del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) e dei suoi obiettivi, anche in vista del ruolo che avrà il nostro Paese come co-organizzatore della COP26, dove sarà fondamentale essere ambiziosi e chiari sui percorsi e le strade da seguire. Le attuali misure che il Governo sta mettendo in atto – e quelle attese da interventi Europei –mettono indubbiamente in campo una mole significativa di risorse; la questione è che le stesse siano orientate verso un progetto e una strategia coerente e lungimirante, e non siano semplicemente rivolte a far fronte alle esigenze più immediate. Gli impegni del Green Deal europeo e italiano devono misurarsi con questa necessaria strategia».

«Così come indica anche la comunicazione della Commissione Europea sul fondo di recupero da 750 miliardi di Euro, per rafforzare la competitività, la resilienza e il ruolo dell’Unione Europea a livello globale, occorre che tutti gli investimenti siano orientati ad accelerare la transizione ecologica e digitale e a costruire una società più equa e resiliente. L’emergenza, nella quale siamo immersi, fa già intravedere dei cambiamenti necessari – in alcuni casi già accennati – nei modi di produrre, di lavorare, di consumare, di muoversi. Per questo, oltre al ruolo fondamentale dei decisori politici, delle Istituzioni pubbliche, delle aziende pubbliche e private, serve assicurare una vera partecipazione democratica. È necessario dotarsi di una Strategia e di un piano per recuperare e riqualificare le aree inquinate e inutilizzate che sono disseminate nel Paese, consentendo di liberare e risanare ingenti spazi privi di destinazione d’uso e creare i presupposti per una loro riconversione. La transizione ecologica sarà possibile solo se superiamo l’attuale separazione e frammentazione degli interventi e i divari territoriali, mettendo in campo idee nuove e una diversa visione d’insieme delle politiche. Va affrontato in modo sinergico e nuovo il tema della rigenerazione delle periferie,legando assieme obiettivi ambientali sociali e occupazionali».

«Devono essere superati i ritardi negli interventi di messa in sicurezza del territorio e vanno affrontate con urgenza e determinazione le questioni legate al rischio idrogeologico e sismico che caratterizzano gran parte del nostro Paese. La particolarità della coalizione Clima, composta da tante e diverse organizzazioni (ambientali,sociali, sindacali, imprenditoriali, del volontariato, ecc.) è quella di coinvolgere competenze e conoscenze specifiche che, a partire dai diversi settori, possono mettere in evidenza possibili soluzioni, ma anche concrete criticità, dalle quali cercare di trarre sintesi condivise, per proposte comuni. Indichiamo qui di seguito solo alcuni dei punti, sui quali individuiamo l’emergenza dell’azione»

GIUSTA TRANSIZIONE

È necessaria e urgente l’attivazione di processi divisione strategica e programmazione integrata, che favoriscano la transizione verso l’economia del futuro, e non la crisi permanente attraverso misure che rafforzino i problemi attuali. Va anche assicurata la partecipazione democratica a tali processi per garantire il raggiungimento di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile, compreso quello della piena occupazione di qualità, con il pieno coinvolgimento di Enti Locali [su questo fronte l’associazione Paea da anni sostiene e segue le amministrazioni nella programmazione della riconversione ecosostenibile], parti sociali, comunità e società civile. Il Governo deve sostenere la riconversione delle imprese e creare, al contempo, opportunità di riqualificazione e il rilancio produttivo ed occupazionale in aree che rischiano di subire una forte crisi sociale e occupazionale. Sarà necessario convogliare risorse per la riconversione industriale di queste aree, prevedendo investimenti ingenti nelle fonti rinnovabili, nell’accumulo di energia, negli impianti per la chiusura del ciclo dei materiali.

PRODUZIONE DI ENERGIA ED EFFICIENZA ENERGETICA

Accelerare gli investimenti per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili, puntando sui nuovi modelli energetici (comunità rinnovabili ed autoconsumo collettivo) e confermando il phase out del carbone al 2025, è un’azione necessaria per ridurre le emissioni climalteranti. È ugualmente urgente promuovere la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente, anche prorogando i recenti provvedimenti sulle detrazioni fiscali al 110% e rendendo strutturale la cessione del credito alle banche, al fine di ottimizzare la riduzione dei consumi e delle emissioni e di rimettere in moto alcuni settori produttivi, portando un beneficio economico ai cittadini, anche delle fasce più povere, che potranno effettuare gli interventi senza, o con un ridotto, esborso di denaro.

SUSSIDI AMBIENTALMENTE DANNOSI

Devono essere gradualmente eliminati e/o rimodulati entro il 2025: in Italia, come documenta il terzo catalogo del Ministero dell’Ambiente -su una stima totale di 19,7 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi nel 2018 – 17,7 miliardi sono sussidi alle fonti fossili. Per tale fine sarà necessario che questa operazione venga fatta accompagnando i settori produttivi con misure di attenuazione di impatto sociale e di riallocazione delle risorse recuperate che, tendenzialmente, dovranno essere ripartite attraverso un mix di misure che, da una parte aiutino le fasce meno abbienti della popolazione, dall’altra sostengano interventi e attività virtuose, investimenti pubblici in ricerca, sviluppo e infrastrutture per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. L’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi deve essere accompagnata da una riforma fiscale di tipo ambientale che orienti le produzioni e i consumi verso la riconversione ecologica e la sostenibilità e da una forte riduzione delle spese militari da convogliare nella riconversione ecologica.

FILIERA AGRO-ALIMENTARE

L’emergenza ha reso evidente a tutti il ruolo primario dell’agricoltura, troppo spesso, a torto, considerata la cenerentola del mercato delle commodites. Servono strumenti per dare dignità al settore, con politiche di giusti prezzi per i produttori e politiche di sostegno per la riduzione dell’impatto sulle emissioni e sui suoli, nonché per la garanzia di qualità per i consumatori. Servono tutele e dignità per i lavoratori, inclusa la lotta al caporalato. In questa fase, e non solo, si sono sviluppate interessanti esperienze di distribuzione di prodotti a km zero, che andrebbero rafforzate per il futuro, per i consumi dei cittadini, tenendo presente anche la possibilità di sviluppo per mense scolastiche e aziendali. Respingiamo le proposte che prevedono per le mense scolastiche la possibilità di somministrare il pasto all’interno di lunch box in polipropilene, con pasti confezionati ore prima che escludono la possibilità di nutrire i bambini con alimenti freschi. Oltre al problema dei rifiuti e dello spreco che sarebbe generato da questo sistema, verrebbe svilito il ruolo e il diritto educativo e nutrizionale del momento mensa, gettando al vento anni di consapevolezza e di misure migliorative del servizio che erano state introdotte dai nuovi criteri ambientali e nutraceutici, aprendo invece la porta a produzioni industriali che spesso utilizzano prodotti da agricoltura e allevamenti intensivi, conservanti, ecc.

MOBILITÀ

Oggi sono necessari e urgenti interventi radicali per la mobilità: rafforzamento del trasporto pubblico locale con nuove flotte elettriche o idrogeno verde; innovazioni per la mobilità privata, sempre elettrica; mezzi condivisi; sviluppo della micro-mobilità nelle città; sviluppo di tecnologie sostenibili, ecc. In questa direzione è necessario dare sostegno alle Amministrazioni impegnate nel ridisegnare gli spazi della mobilità a favore di mezzi sostenibili come TPL, biciclette, micro-mobilità e mezzi elettrici in sharing. In questo periodo, la “scoperta” dello smart working ha consentito di ridurre notevolmente gli spostamenti, ma ha anche evidenziato limiti, quali la mancanza di socialità e il “diritto alla disconnessione” (per evitare un tempo di lavoro senza limiti). Lo smart working non può quindi considerarsi la chiave per la riduzione della mobilità, anche se può senz’altro aiutare, se applicato correttamente.

ECONOMIA CIRCOLARE (E CICLO DEI RIFIUTI)

Non ci sono dubbi sulla necessità di favorire un modello di sviluppo basato sull’economia circolare, attraverso la diffusione della raccolta differenziata, la tariffazione puntuale, la costruzione di impianti di nuovi impianti di riciclo e per la riparazione dei prodotti, sia per i rifiuti urbani che per quelli speciali, per ridurre l’uso di risorse ed energia, riducendo a pochi punti percentuali, rispetto al totale, il conferimento alle discariche e agli inceneritori. L’emergenza COVID-19 ha generato un’ampia varietà di rifiuti, come mascherine, guanti, tute e altri materiali monouso utilizzati dagli operatori sanitari, che vanno all’incenerimento, a cui si aggiungono i dispositivi monouso impiegati dai cittadini. È necessario, nel limite del possibile, ridurre l’uso dei materiali monouso e promuovere l’utilizzo di materiali riutilizzabili. 

DIGITAL DIVIDE

Il distanziamento sociale ha reso ancora più evidente la necessità di dotarsi di un piano organico ed adeguato per la connettività tale da garantire, su tutto il territorio nazionale incluse le aree rurali e montane, pari accessibilità alla rete per tutti i cittadini. La digitalizzazione va attuata, però, in modo da minimizzare gli impatti ambientali e sociali e tutelando la salute.Siamo contrari, pertanto, a revisioni dei limiti delle emissioni radiomagnetiche.

COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO E INTERNAZIONALIZZAZIONE

Il contrasto al cambiamento climatico è un’azione collettiva globale a cui l’Italia deve contribuire. Purtroppo il suo impegno internazionale, in termini di aiuto pubblico allo sviluppo e come impegno di sistema, si è ridotto negli ultimi anni. Risulta quindi necessario rilanciare la cooperazione partecipando di più al finanziamento del Fondo Verde, collaborando con i paesi partner per la realizzazione di piani di adattamento che riducano l’esposizione ai rischi delle popolazioni impoverite e vulnerabili, attivando tutti gli attori del sistema della cooperazione sulla base di criteri trasparenti di contributoallo sviluppo sostenibile. Allo stesso modo, i finanziamenti pubblici all’internazionalizzazione economica devono aderire sostanzialmente ai criteri ESG (Environmental, Social and Governance) e promuovere un cambiamento dei modelli di produzione nelle catene di fornitura e del commercio, in chiave di sostenibilità ambientale e sociale. Il governo italiano dovrebbe lavorare con l’Unione Europea per rendere vincolanti gli impegni sullo sviluppo sostenibile e la tutela dei diritti umani e del lavoro, promuovendo una valutazione d’impatto dei trattati in essere e in negoziato alla luce della fase post-pandemica, e assumere di conseguenza un maggiore impegno nel negoziato delle Nazioni Unite per un trattato vincolante su impresa e diritti umani, così come a livello europeo per un nuovo regolamento di due diligence che copra i diversi settori economici in modo da garantire la loro sostenibilità.

SCUOLA, UNIVERSITÀ E RICERCA

Centrale dovrà essere il ruolo di Scuola, Università e Ricerca per una Giusta Transizione. La pandemia ha dimostrato come il divario Nord –Sud e i continui tagli degli ultimi 25 anni al sistema di welfare e al sistema dell’istruzione pubblica, abbiano recato danni irreparabili, acuiti dalla falsa convinzione che la Didattica a Distanza avrebbe potuto essere un’alternativa per uscire dalla crisi. L’istruzione è innanzitutto relazione e non può essere sostituita dalla digitalizzazione. La pandemia ha messo il dito nella piaga dei tagli, degli organici insufficienti, delle classi pollaio, della mancata sicurezza degli edifici scolastici, dell’aziendalizzazione della scuola, ridotta a fattore di produzione con la “Buona Scuola” e non più finalizzata alla crescita sociale dei cittadini. Analogo discorso va fatto per le Università, afflitte da tagli pesantissimi degli ultimi decenni, sempre più orientate alla promozione delle eccellenze piuttosto che alla diffusione orizzontale dei saperi, all’incremento dei laureati (troppo pochi) e al rafforzamento del patrimonio di ricercatori (troppo basso rispetto alle medie degli altri paesi europei, ma che si fa apprezzare a livello internazionale). Infine, mai come in questa crisi, è parso evidente il ruolo che la ricerca di base e la ricerca orientata alla giusta transizione possono giocare per la realizzazione di una società più giusta, per una vera economia circolare, per la salvaguardia del nostro Pianeta. La scienza non ha dubbi ormai sulle ricadute delle attività umane sui cambiamenti climatici e sull’urgenza di un cambio di paradigma per un nuovo modello di sviluppo eco-sostenibile. Per tutto ciò è imprescindibile una revisione a tutto tondo del ruolo pubblico, che sia in grado di tornare a governare processi tanto ambiziosi per cui occorrono risorse adeguate

Fonte: ilcambiamento.it

Nel borgo di montagna arriva una “scuola ispirazionale” per combattere lo spopolamento

Dall’1 al 6 Settembre a Sant’Anna Valdieri avrà luogo la terza edizione della ormai ben rodata Inspirational Travel School, figlia di una agenzia nata anni fa, l’Inspirational Travel Company. Una scuola per imparare e progettare un nuovo turismo, dove vicinanza, prossimità, conforto, desiderio di (ri)partenza si fanno capisaldi di una esperienza diversa, più intima e interiore. Circa un anno fa ha preso vita l’Inspirational Travel School; si tratta di una vera e propria scuola dove si parla principalmente della psicologia del viaggio, di come quest’ultimo possa essere visto non solo come luogo fisico, il posto in cui passare qualche giornata, ma anche e soprattutto come luogo interiore, capace di ispirare un diverso stile di vita. Dall’1 al 6 Settembre si terrà presso Sant’Anna Valdieri, un piccolo borgo di montagna a rischio spopolamento in provincia di Cuneo, la terza edizione, organizzata dalla bolognese Silvia Salmeri, 34 anni, fondatrice di Inspirational Travel Company, l’agenzia che ha dato vita al turismo ispirazionale.

«Si tratta di una realtà nata ben 6 anni fa che si occupa dell’organizzazione viaggi attraverso il brand del nostro tour operator, Destinazione Umana, e della realizzazione di corsi di formazione per aspiranti consulenti di viaggio che vogliono unire nozioni di psicologia alla parte d’organizzazione del viaggio. Inoltre, realizziamo progetti di comunicazione per operatori del mondo del turismo che desiderano promuoversi in questa nicchia. Abbiamo ideato il concetto di turismo ispirazionale, per cui abbiamo spostato il focus dalla meta alla persona e nello specifico all’ispirazione che essa stessa sta cercando da un determinato viaggio».

Ci racconta in questo modo Silvia di cosa, in generale, si occupa l’Inspirational Travel Company, un piccolo mondo, ma nemmeno troppo piccolo, fatto di luoghi da scoprire, non solo a livello spaziale ma in special modo a livello interiore, grazie a un’organizzazione che punta e investe soprattutto nell’individuo come fulcro di una esperienza che non vuole esaurirsi nella mera vacanza di qualche giorno in cui spengere del tutto mente e spirito, anche grazie ai cosiddetti Inspirational Travel Designer, consulenti di viaggio che disegnano l’esperienza psicologicamente più giusta per il loro cliente. È ormai da diversi anni che si sta intensificando un problema ormai da troppo tempo presente nel nostro territorio, si tratta dello spopolamento di aree lontane dai grandi centri urbani, zone rurali, piccoli borghi; un’emergenza che richiede di essere fermata al più presto, terribilmente attuale e difficile da far cambiare rotta. Una minaccia per quella parte d’Italia che fa vivere le vecchie tradizioni e che si adopera per valorizzare un patrimonio che sta andando perduto. Piano piano, l’abbandono sempre più spinto di queste terre, ci sta facendo dimenticare tesori paesaggistici e artistici, per nulla valorizzati da un turismo di massa che impiega mezzi e denaro in mete blasonate e ‘scacciapensieri’.

«Nella nostra Inspirational Travel School cerchiamo di trovare soluzioni innovative contro lo spopolamento dei borghi e la perdita di identità dei piccoli centri a carattere rurale. Una scuola di formazione di marketing territoriale itinerante per esplorare il mondo del turismo ispirazionale e le sue opportunità di creazione di valore, soprattutto in aree interne e a rischio spopolamento. L’ Inspirational Travel School è pensata per consulenti e operatori del settore turistico e culturale, proprietari di strutture ricettive e in generale per chiunque voglia attrarre nuove energie sul proprio territorio per fermarne lo spopolamento e dare vita a progetti di rinascita».

Una scuola che cerca di arricchire un mondo, quello del turismo, attraverso una complessa varietà di competenze e un’ottica rivolta maggiormente all’importanza dell’ambiente e del territorio, con una grande inclinazione verso il singolo e le esigenze interne, più riflessive che lo muovono. Le prime due edizioni dell’Inspirational Travel School si sono tenute in Calabria, ora, con la terza, ci si è voluti spostare per raggiungere quella parte del Piemonte caratterizzato da borghi a rischio spopolamento. Questa terza edizione avrà luogo a Sant’Anna Valdieri, luogo che è stato rianimato anche grazie alla presenza e all’opera di sette donne imprenditrici che hanno deciso di spostarsi e vivere in quella zona e nella quale hanno aperto e avviato attività come ostelli, rifugi, case vacanza, bar, ristoranti. Si tratta di una settimana, forma residenziale, caratterizzata da un programma formativo nel quale la mattina ci saranno professionisti che andranno a portare delle testimonianze complete in questo ambito, spunti che gli studenti potranno applicare nei loro territori, e nel pomeriggio ci sarà il tempo per fare delle escursioni sul territorio al fine di conoscerlo meglio.

«Durante il lockdown non abbiamo potuto organizzare viaggi ma ci siamo adattati nel campo dell’insegnamento, grazie ai corsi non più in sede ma per via telematica. Adesso siamo ripartiti e, a differenza di altri tour operator, non dobbiamo reinventarci; questo rappresenta un forte vantaggio competitivo in questo periodo: ci concentriamo nei viaggi per piccoli gruppi in mete decisamente non affollate perché fuori dai circuiti del turismo di massa, sempre molto a contatto con la natura e, inoltre, coltiviamo un forte aspetto introspettivo, cosa di cui dopo quello che è successo se ne sente di più il bisogno. Siamo stati quindi in grado di riprenderci probabilmente meglio rispetto ad altri».

Un’azienda che è riuscita a raccogliere, anche in un tempo difficile come questo, i suoi frutti, grazie a idee vincenti e a una base costituita da un ideale rivolto all’altro e all’ambiente; un’offerta che punta non sulla quantità ma nella qualità di un viaggio, e specifichiamo ‘viaggio’ e non ‘meta’, che si fa via, strada, nella quale apprendere qualcosa su di sé, nella scoperta di luoghi in via di spopolamento che tanto hanno da offrire a chi desidera scoprirli. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/nel-borgo-di-montagna-arriva-una-scuola-ispirazionale-per-combattere-lo-spopolamento/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

“Noi piantiamo alberi e ci prendiamo cura della comunità”: la rete di attivisti del litorale laziale

Piantare alberi è un modo per prendersi cura dell’ambiente, ma anche della comunità e soprattutto delle nuove generazioni. Ne è convinto l’instancabile attivista Rosario Sasso che a fa parte di una rete di volontari e associazioni che sul litorale laziale promuovono la piantumazione di nuovi alberi nei giardini pubblici, ma anche l’educazione ambientale, la giustizia sociale, la lotta contro la cementificazione e i rifiuti che invadono strade e spiagge. Rosario Sasso, I have a dream. È questo l’appello più che mai esplicito del referente, a Ladispoli (RM), di Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori, associazione ambientalista che opera per la salvaguardia dell’ambiente e la piantumazione di nuovi alberi. Grazie a lui nella cittadina marittima è stata ripresa la manifestazione nota come la Marcia degli Alberi, che per molti anni si svolgeva solo a Roma e Taranto. Ormai, grazie all’impegno di Rosario e altri volontari, Ladispoli è giunta alla V° edizione. Un piccolo gruppo di attivisti ci attende nel parco giochi di via Firenze, dove lo scorso anno si è conclusa la Marcia. «L’impegno per l’ambiente non è mai troppo», ci accoglie Rosario, a cui fa eco tutto il gruppo. Una piacevole passeggiata tra i giovani alberelli è solo un assaggio dello spirito della manifestazione e dei fitofori, cioè i portatori di alberi, che con gli zaini colmi di piantine da interrare, guidano i partecipanti per le strade della cittadina. Durante l’ultima edizione, sono state messe a dimora decine di piante, soprattutto lecci, carrubi, roverelle, ulivi, sughere, corbezzolo, mirto, alloro, ed è stata realizzata un’area di aromatiche ed una di alberi da frutto.

Portavoce di Salviamo il Paesaggio e fitoforo zelante, Rosario Sasso è l’emblema di un attivismo instancabile a favore del verde pubblico. Insieme a molti altri volontari, s’impegna a mettere in atto iniziative ambientali, dedicate soprattutto alla piantumazione di nuovi alberi nei giardini pubblici, ma anche all’educazione ambientale, la giustizia sociale, la lotta contro la cementificazione e i rifiuti che invadono strade e spiagge.

«La Marcia è un’importante rappresentazione simbolica della Foresta che cammina», ci spiega Rosario. Di professione è un banchiere prossimo alla pensione, che da quasi vent’anni ha lasciato Roma con la famiglia per trasferirsi a Ladispoli dove, finalmente, ha potuto cambiare il suo stile di vita. Appena giunto sul litorale è entrato a far parte della rete territoriale di associazioni e singoli cittadini che si prodigano per la salvaguardia del verde urbano e per la lotta contro l’inquinamento ambientale. «Piantare alberi è un modo per prendersi cura dell’ambiente, ma anche della comunità e soprattutto delle nuove generazioni».

Il gruppo di Salviamo il paesaggio non è solo ad agire, ma è affiancato da numerose associazioni locali tra cui Scuolambiente, Libera contro le Mafie, Fare Verde, Humanitas, Lipu, VerdeMarino, Comitato Rifiuti Zero Ladispoli, Natura per tutti onlus e molte altre. Nonostante le diverse estrazioni, tutte hanno come obiettivo comune: lo sviluppo sostenibile del territorio, la lotta contro l’abusivismo, il consumo del suolo, il dissesto idrologico, l’inquinamento, la criminalità organizzata e la cementificazione selvaggia.

«C’è bisogno di un’azione costante e variegata che faccia da deterrente affinché le aree pubbliche restino verdi. Per questo portiamo avanti con costanza e impegno le nostre azioni, nonostante spesso sorgano difficoltà soprattutto con le istituzioni», ci spiega Rosario, mentre ci mettiamo comodi ai tavolini di un bar poco distante dal parco. «Noi non ci scoraggiamo certo! E non abbiamo alcun interesse politico, né ci immischiamo nelle controversie», replica Alessia Morici di Salviamo il Paesaggio Litorale Roma nord. «Abbiamo solo tanta voglia di fare qualcosa per migliorare l’ambiente. Lo facciamo per noi stessi, per i nostri figli e per l’intera comunità. Se cresce la coscienza ambientalista, infatti, nascono nuove generazioni di cittadini che hanno a cuore il patrimonio naturale in cui vivono», le fa eco Settimo Tidona di Scuolambiente. È incredibile come tutti i volontari siano coinvolti contemporaneamente in più di un’associazione e portino avanti moltissime iniziative. Tra le principali svolte degli ultimi anni, ci raccontano la nuova proposta: Adotta e cresci una quercia, grazie alla quale vengono date in adozione gratuita piccole piantine con l’impegno di curarle per 2/3 anni per poi metterle a dimora. Un’altra è Territorio Bene comune, dialogo aperto con il comune locale per discutere le proposte di legge volte a contenere il consumo del suolo. Un altro argomento in costante aggiornamento è nato dalla proposta comunale del 2011 denominata Sbilanciamoci con il verde nella quale le istituzioni esortavano i cittadini a intervenire nel Bilancio Partecipativo. Un gruppo di loro, denominatisi Verde Marino ha elaborato una proposta per gestire la piccola area verde di Piazza Odelscalchi con un progetto autofinanziato ricco di attività ambientali, progetti di bioedilizia e manifestazioni ludiche. Anche l’anno successivo hanno proposto un progetto simile, detto Il verde in comune per coinvolgere la società civile nella manutenzione delle aree verdi favorendo la socializzazione ed il coinvolgimento di tutti. In ultimo, la proposta di prendersi cura del giardino di viale Mediterraneo, area dedicata ad Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore”, simbolo della salvaguardia del mare e dell’ambiente, coinvolto in un attentato criminale che gli ha costato la vita nel settembre del 2010 ad Acciaroli. Proprio lì, ha preso avvio l’ultima Marcia degli alberi, alla presenza del fratello di Vassallo, commosso da tanta solidarietà e attivismo civico. Nei sogni di tutti, questa e molte altre aree verdi dovrebbero diventare uno spazio pubblico autogestito, sempre pieno di bambini e adulti di ogni età e provenienza.

Il gruppo potrebbe continuare a parlarci delle moltissime iniziative e idee fautrici di un cambiamento lento ma costante che, da Ladispoli, coinvolge l’intero litorale laziale. A interrompere i racconti è l’arrivo di Marina Cozzi, insegnante e presidente del Comitato Rifiuti Zero. «Anche la battaglia contro i rifiuti è un altro dei nostri impegni costanti. Dobbiamo usufruire delle risorse con parsimonia e rispetto e soprattutto rimboschire quanti più spazi pubblici possibile, sottraendoli alla cementificazione dilagante!», esordisce facendo eco alle parole degli altri volontari. Anche lei, come il resto del gruppo, si dice profondamente legata alla salvaguardia degli alberi e a ogni genere di iniziativa che coinvolga e sensibilizzi quante più persone possibili, soprattutto giovani e istituzioni locali in merito alla tutela dell’ambiente. È evidente dunque quanto l’obiettivo comune di questi e di tutti gli altri volontari locali, sia la diffusione capillare di una sensibilità ecologica rinnovata e la diffusione di una cultura della sostenibilità non solo a Ladispoli, ma in tutto il litorale laziale.

«È un fatto imprescindibile che ci riguarda come esseri umani. Essere volontari ci rende solo più uniti nei nostri intenti. Tuttavia non ne abbiamo mai abbastanza! Il lavoro di squadra è la chiave per la riuscita di ogni iniziativa!», conclude Rosario. Le sue parole commuovono anche noi che non possiamo esimerci dall’intonare lo slogan di questi formidabili attivisti del cambiamento ripetendo a gran voce: «Noi piantiamo alberi!».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/piantiamo-alberi-rete-attivisti-litorale-laziale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Sostenibilità: un bando di 15 milioni per la cooperazione degli enti territoriali

L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) ha aperto un bando per finanziare attività di partenariato territoriale: l’iniziativa è tesa a contribuire al raggiungimento dei 17 SDGs delle Nazioni Unite nell’ambito di uno sviluppo economico, ambientale e sociale. Favorire le azioni degli Enti territoriali, soprattutto in partenariato, dirette a contribuire al concreto raggiungimento, nei territori, degli obiettivi previsti dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: è questo l’obiettivo del nuovo bando Promozione dei Partenariati Territoriali e implementazione territoriale dell’Agenda 2030 dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. All’iniziativa dell’AICS possono partecipare le Regioni e gli Enti territoriali nazionali che propongono azioni dirette volte al raggiungimento due obiettivi generali. Il primo è dedicato a contribuire allo sviluppo dei Paesi partner (Obiettivo 1), operando a sostegno della capacità di governo delle istituzioni locali, rimuovendo gli ostacoli che impediscono – a livello territoriale – i processi di sviluppo sostenibile; un percorso che è anche teso a promuovere lo sviluppo di servizi del territorio, socio-sanitari, anagrafici, educativi, di formazione professionale, che garantiscano un accesso inclusivo soprattutto per le donne, i minori, i giovani, gli anziani e le persone con disabilità.

https://www.italiachecambia.org/wp-content/uploads/2020/03/Bando-1024x681.jpg
Winding Road through a City Park

Foto tratta da Freepik

L’altro macro obiettivo prevede di contribuire alla promozione di uno sviluppo urbano/territoriale sostenibile e resiliente (Obiettivo 2), attraverso l’implementazione di misure di adattamento ai cambiamenti climatici in ambiente urbano,  con la riduzione degli effetti dell’inquinamento nelle città e/o in territori più ampi. Tutto senza dimenticare di sostenere l’aumento dell’efficienza dei servizi di pubblica utilità che possano impattare positivamente sull’ambiente. “Per entrambi gli Obiettivi Generali – si legge nel bando dell’AICS – sarà importante il trasferimento, da parte degli enti territoriali italiani, di esperienze e migliori pratiche sviluppate dagli stessi”.

Le proposte di progetto dovranno essere inviate via email – con l’opportuna documentazione – entro il 25 marzo 2020 all’indirizzo PEC bando.rel@pec.aics.gov.it. Il bando intende quindi favorire il coinvolgimento e valorizzare il ruolo di enti locali e soggetti no profit, presenti nel territorio di riferimento dell’Ente proponente; i beneficiari, a questo proposito, accederanno al fondo di 15 milioni di euro e potranno richiedere un contributo non superiore all’80% del costo totale dell’iniziativa.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

La plastica che uccide

La plastica è ormai una minaccia serissima e onnipresente per l’ambiente e per la salute umana. Milioni di tonnellate di plastica si sono riversati come una marea sulle terre e sui mari, sono finite negli inceneritori, nelle discariche, sui bordi delle strade, nei fiumi, sulle chiome degli alberi. È ora di dire basta.

La plastica che uccide

LA MINACCIA

La plastica è ormai una minaccia serissima e onnipresente per l’ambiente e per la salute umana. Inquina le acque e la terra, mette a rischio lo sviluppo dei feti e dei neonati, è responsabile di malattie gravi, copre aree immense di oceano uccidendo tutti gli esseri viventi che vi si trovano; viene portata sulle coste dalle correnti, trasformandole in estese discariche e causando la morte degli uccelli marini che vi nidificano.

IL PROFITTO

La plastica è stata un grande affare per l’industria petrolifera e per quella chimica, veri potentati economici globali, e come tutti i grandi affari, ha continuato a crescere, sostenuta dalla pubblicità, dall’organizzarsi del commercio e sopratutto della grande distribuzione in funzione del suo uso, dalle leggi fatte ad hoc per eliminare la concorrenza di altri materiali un tempo usati nella trasformazione e confezione degli alimenti, come la terracotta, il giunco, il legno. Sostenuta anche dal suo bassissimo prezzo, che è possibile solo perché le grandi industrie petrolchimiche sono sovvenzionate dagli stati.https://www.riusa.eu/it/notizie/2018-sovvenzioni-plastica.html

Il prezzo dunque lo pagano tutti i cittadini, con le loro tasse e con la mancanza di servizi pubblici, mentre i soldi statali vengono ancora una volta dirottati nelle tasche della grande industria. Il basso prezzo della plastica e gli alti profitti delle aziende che producono la plastica “grezza”, e qui parliamo di multinazionali dall’enorme potere economico e, di conseguenza, politico, come Chevron, Dupont, Exxon, hanno creato il disastro. La plastica ha sostituito carta, vetro, spago, corda, legno, stoffa, ceramica, metallo.

IL DISASTRO

Milioni di tonnellate di plastica in forma di bottiglie, piatti, bicchieri, borse della spesa, sacchetti, contenitori per il cibo, pannolini per i bambini, siringhe, polistirolo per imbottire i pacchi, pennarelli e biro usaegetta si sono riversati come una marea sulle terre e sui mari, sono finite negli inceneritori, nelle discariche, sui bordi delle strade, nei fiumi, sulle chiome degli alberi. Nelle acque del solo mare Mediterraneo finiscono ogni anno 570.000 tonnellate di plastica (570 milioni di chili di plastica).  Una ricerca scientifica ha appurato che nei terreni contaminati da plastica muoiono anche i lombrichi, questo vuol dire che il suolo, oltre che tossico, diviene sterile. Forse bisognerebbe cominciare a ricordare che è la terra che ci dà il cibo. E’ la terra che dà da vivere a tutti, ricchi e poveri, bianchi e neri, uomini e donne. La stiamo distruggendo con ogni tipo di inquinamento e con il cambiamento climatico per far crescere un’economia di morte. Mangeremo il petrolio? La plastica? I soldi?

LA MALATTIA

Infine, la plastica è arrivata nel nostro sangue e nei nostri organi. E’ stato calcolato che nell’arco di una settimana ingeriamo circa 5 grammi di plastica, due etti e mezzo all’anno, e i cibi più contaminati sono il pesce e le acque minerali.  Le plastiche sono composte da un miscuglio di sostanze chimiche, e di molte non conosciamo la tossicità. Ma bastano quelle che conosciamo per capire che il danno alla salute è inquantificabile e spaventoso.

1. Alcune sostanze di cui è composta la plastica inducono tossicità generale (cioè intossicano tutto l’organismo);

2. altre danneggiano il sistema immunitario;

3. gli ftalati, presenti in molti tipi di plastica (tutti i contenitori in PET, le bottiglie di acqua minerale e bibite, le pellicole per alimenti, i contenitori in plastica per scaldare nel forno a microonde, ecc.), danneggiano il sistema endocrino, cioè le ghiandole ormonali. Quindi possono provocare infertilità, tumori al seno e all’utero, malformazioni dell’apparato genitale nei neonati, danni al fegato. Non è finita, gli ftalati assunti da una donna durante la gravidanza e l’allattamento possono danneggiare il cervello del bambino, le sue capacità cognitive e neurologiche.

E infatti, gli ftalati sono stati proibiti nei giocattoli per bambini… ma non nei contenitori di cibo!!!

Le plastiche, queste sostanze derivate dal petrolio, estranee alla vita e alla biologia, le mangiamo, le beviamo, le respiriamo, ci fanno ammalare e inquinano tutto il pianeta. E il motivo principale di tanto disastro e’ l’interesse economico delle grandi industrie petrolchimiche, che condizionano politiche e leggi. E’ ora di rifiutare tutta la plastica, e in particolare imballaggi e confezioni, e’ ora di protestare contro chi ce la propina, di “disturbare” commercianti e sopratutto grande distribuzione con i nostri reclami, individuali o collettivi. E’ ora di evitare la plastica come la peste, perche’ sta facendo come la peste danni epocali e, peggio della peste, oltre a danneggiarci ora, contamina le fonti della vita e il futuro dei nostri figli.

Fonte: ilcambiamento.it

Altro che microplastica, la microgomma degli pneumatici è ovunque

Dai social media ai quotidiani, fino agli oceani e alle nostre tavole. La microplastica è ormai dappertutto, ricercata dal grande pubblico e studiata dall’intera comunità scientifica che cerca di analizzarne le quantità e valutarne l’impatto negativo che ha sull’ambiente e sulla nostra salute. Basti pensare che secondo un recente studio ne arriva solamente sulle nostre tavole un quantitativo enorme: stando alle stime, infatti, alla settimana ingeriamo (beviamo e mangiamo) in media un quantitativo di microplastica pari al peso di una carta di credito

Tuttavia, potrà sembrarvi bizzarro, la quantità di microplastica presente nell’ambiente è relativamente “piccola” rispetto a un altro polimero che inquina l’aria e acqua, e quindi anche nostro organismo: la microgomma. A lanciare l’allarme sono i ricercatori dell’Empa svizzero (Swiss federal laboratories for materials science and technology), secondo i quali queste micro particelle, provenienti dall’usura di oggetti composti da questo materiale, come gli pneumatici, negli ultimi 30 anni (1988-2018) si sono accumulate fino a raggiungere oggi una quantità pari a circa 200mila tonnellate. Una cifra davvero impressionante, raccontano i ricercatori, che è stata tuttavia spesso oscurata proprio dai dibattiti sulla microplastica. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Environmental Pollution.

La principali fonti della microgomma

Dallo studio, i ricercatori sono riusciti a identificare la causa principale di questo enorme accumulo: sono le gomme delle automobili e dei camion. “Abbiamo quantificato l’abrasione dei pneumatici, ma anche l’usura dei materiali gommosi presenti nelle aree verdi artificiali come i campi di erba sintetica”, spiega Bernd Nowack, autore dello studio, precisando che l’abrasione dei pneumatici è responsabile del 97% delle particelle rilasciate nell’ambiente. Secondo le analisi, inoltre, è emerso che quasi i tre quarti delle particelle di microgomma rimangono sulla strada nei primi cinque metri, il 5% nei terreni circostanti e quasi il 20% nei corpi idrici.

L’impatto sull’ambiente e sull’uomo

Una parte della microgomma, spiegano i ricercatori, viene prima trasportata per via aerea nei primi cinque metri a sinistra e a destra della strada, poi depositata e parzialmente spazzata via. Sebbene non si sappia ancora con precisione quali siano gli effetti che la microgomma ha sull’ambiente e sulla nostra salute, alcuni dati provenienti da studi precedenti suggeriscono tuttavia che l’impatto sugli esseri umani sembra essere piuttosto basso. “La percentuale di abrasione degli pneumatici nelle polveri sottili inalate è bassa anche nelle aree particolarmente trafficate”, spiega Christoph Hüglin, tra i ricercatori coinvolti nello studio.

I ricercatori sottolineano, tuttavia, che la microplastica e la microgomma non sono affatto la stessa cosa. “Queste sono particelle diverse che difficilmente possono essere paragonate tra loro”, afferma Nowack. E ci sono anche enormi differenze di quantità: secondo i calcoli del nuovo studio, infatti, solo il 7% delle microparticelle a base di polimeri rilasciate nell’ambiente proviene dalla plastica, mentre ben il 93% dall’abrasione dei pneumatici. “La quantità di microgomma nell’ambiente è davvero enorme e quindi estremamente rilevante”, conclude l’autore.

Fonte: Environmental Pollution

Deforestazione Made in Italy: il legame nascosto tra le eccellenze italiane ed il saccheggio dell’Amazzonia

Esiste un rapporto diretto tra le eccellenze del Made in Italy e la deforestazione tropicale, dai più percepita come un fenomeno remoto. È quanto svela il documentario Deforestazione Made in Italy, un lavoro d’inchiesta frutto di due anni di indagini, viaggi e ricerche tra Italia, Europa e Brasile. Le borse di pelle. I salumi e i formaggi DOP e IGP. I mobili di legno pregiato. Ma anche ettari di terra battuta, solcati da decine e decine di camion, che trasportano materie prime lasciando la devastazione nel cuore di una foresta tropicale. Sono le due facce della stessa medaglia, le eccellenze del Made in Italy: prodotti della tradizione, che rendono l’Italia famosa in tutto il mondo ma che sono legati a doppio filo con la deforestazione tropicale.

deforestazione

È questo il racconto di Deforestazione Made in Italy, il documentario d’inchiesta di Francesco De Augustinis, giornalista freelance, che ci accompagna in un lungo viaggio fino al Brasile, nella foresta Amazzonica, e da lì ci riporta indietro seguendo le rotte che portano nel nostro Paese il legname illegale, la carne di manzo, la pelle, la soia, fino in Europa e all’Italia delle eccellenze. Ne viene fuori uno scenario desolante e sorprendente. In Pará, nel cuore della foresta Amazzonica, gli alberi hanno lasciato spazio a una grande distesa di terra rossastra, attraversata da una strada a due corsie piena di tir, carichi di materie prime. Da qui partono i tronchi tagliati illegalmente nella foresta, e tutte le altre commodity responsabili della distruzione di questa regione. Un fenomeno di drammatica attualità: negli ultimi mesi il tasso di deforestazione tropicale in Brasile ha registrato ripetuti record (738 km quadrati a maggio 2019, 932 km quadrati a giugno, 2.115 km quadrati a luglio). L’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, uscito pochi giorni fa, ha avvisato che la difesa delle foreste è una priorità assoluta per contrastare l’emergenza climatica.

Francesco De Augustinis, il giornalista freelance autore del documentario

Francesco De Augustinis, il giornalista freelance autore del documentario

“La deforestazione tropicale – dice l’autore del documentario – è uno dei principali responsabili dell’emergenza che sta vivendo il nostro pianeta, per l’aumento delle temperature e la drammatica perdita della biodiversità. Ma allo stesso tempo viene percepita come un fenomeno remoto, che non dipende da noi. Questo film racconta il legame solido tra l’Europa e l’Italia delle eccellenze con la deforestazione tropicale, in particolare in Sud America. Un passaggio importante, per capire cosa non va del nostro modo di produrre e consumare, e iniziare a progettare un futuro che si basi su presupposti diversi”. 

Il film Deforestazione Made in Italy è nato da un crowdfunding iniziato nel 2017. È stato presentato per la prima volta in Italia il 15 agosto al Clorofilla Film Festival, nel Parco della Maremma (Grosseto) e adesso è in giro per l’Italia tra festival e eventi privati ed è a disposizione gratuitamente (anche per proiezioni pubbliche), scrivendo ai contatti che si trovano sul sito. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/deforestazione-made-in-italy-il-legame-eccellenze-italiane-saccheggio-amazzonia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nextdoor: scendiamo in campo per la pulizia dei nostri quartieri!

Nextdoor, la prima e più utilizzata app per vicini di casa, celebra l’iniziativa Puliamo il Mondo di Legambiente attraverso una call to action ai propri vicini per sensibilizzare verso le tematiche ambientali. Nextdoor è l’app di quartiere privata e gratuita disponibile su Web, iOS e Android. Su Nextdoor i vicini possono creare community private dove conoscersi, fare domande e scambiarsi consigli e informazioni. Dal suo arrivo in Italia a settembre 2018, oltre 2100 quartieri italiani hanno già iniziato a utilizzare l’app per migliorare la qualità della vita locale

Sono oltre 830 i membri Nextdoor che hanno concretizzato l’interesse a partecipare all’iniziativa entrando in contatto con referenti locali o richiedendo materiali e informazioni per partecipare ad attività nelle vicinanze dei propri quartieri. Ed è proprio con questa iniziativa che verranno liberati dai rifiuti e dall’incuria i parchi, i giardini, le strade e le piazze di molte città italiane. Sempre più dati testimoniano una crescente attenzione verso tematiche legate alla sostenibilità e verso scelte più responsabili nei confronti dell’ambiente all’interno della propria comunità. Secondo una ricerca condotta da Research Now su un campione di oltre mille rispondenti, infatti, quando si parla di vita di quartiere tra gli aspetti che considerano più importanti gli italiani annoverano oltre a tranquillità e sicurezza (90%) aspetti legati alla sostenibilità (76%): nello specifico, il 42% ha a cuore la manutenzione e la cura di parchi, strade e marciapiedi mentre il 34% si preoccupa di inquinamento o altri problemi legati all’ambiente.  

“Organizzare attività rivolte al rispetto dell’ambiente e alla cura del proprio quartiere può essere molto importante per creare una forte comunità locale” afferma Amedeo Galano, Head of Community di Nextdoor per l’Italia. “Notiamo con entusiasmo che su Nextdoor le persone amano scambiarsi idee per migliorare il proprio quartiere, anche grazie a piccole azioni quotidiane che fanno la differenza. Sempre più utenti mostrano di avere desideri in termini di sostenibilità e sono convinto che Nextdoor sia e possa continuare a essere una risorsa preziosa per raggiungere questi obiettivi”. 

Preoccuparsi dell’ambiente e della pulizia del proprio quartiere, così come delle strade nelle immediate vicinanze della propria abitazione, non è pertanto qualcosa di occasionale, ma in costante crescita tanto che durante l’anno sono state proposte o organizzate da più di 400 persone attività o comitati di pulizia di quartiere.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/09/nextdoor-pulizia-quartieri/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni