La lunga storia d’amore della dottoressa Sylvia Earle con la Natura

“La vita è un miracolo. Io sono un miracolo. Tutti lo sono. L’esistenza è qualcosa di cui godere come un dono, qualsiasi cosa accada”landscape-1490191018-searle-16bh-0332-v2gallerylederetouched

La dottoressa Sylvia Earle – oceanografa 82enne definita Sua Profondità – ha vissuto sott’acqua 10 volte in momenti diversi, ha scoperto centinaia di nuove specie, molte delle quali denominate in suo onore. Immersa in questa visione romantica, la sua vita è una missione: ricordare al mondo che gli oceani vanno preservati e protetti. In collaborazione con Rolex esploriamo il viaggio della dottoressa Earle, in parallelo con le esperienze di altre donne eccezionali come lei

Incontriamo la dottoressa Sylvia Earle

“Il miracolo dell’esistenza consiste nel fatto che in tutto l’universo, la Terra è la nostra casa. Possiamo andare al di fuori della sua atmosfera, tanti l’hanno fatto, ma non sette miliardi di persone. Dobbiamo riappacificarci con la vita sulla Terra e con l’idea di proteggere i suoi sistemi naturali.”1490191215-02-sylvia-earle-per-rolex

L’amore per la natura nell’infanzia

“Mia madre accoglieva uccelli, rane e scoiattoli feriti e li rimetteva in salute e li liberava. Ho pensato di voler fare la veterinaria, o qualcosa legato a piante e animali. Desideravo essere un’ambientalista prima che fosse coniata la parola per descriverlo.”

Coltivare uno spirito avventuroso

“I miei genitori incoraggiavano la mia curiosità. Andava bene che corressi e giocassi nei boschi o sul fiume. Avevo la certezza che ci sarebbero stati per sempre e non mi sarebbe mai accaduto nulla. Se ne sono andati tanti anni fa, ma sono ancora qui.”

In questo video, la dottoressa Earle racconta la magia di trovarsi a centinaia di metri sott’acqua e l’importanza del preservare i nostri oceani attraverso iniziative come Hope Spots.

Essere parte della storia

“sono stata intervistata da “Life” per un servizio su vivere sott’acqua. Disi che  non c’era niente  che non potessimo fare anche noi donne,ad eccezione del farci crescere la barba. I muscoli c’entrano,ma l’aspetto eccezionale dell’essere umano è la capacità di risolvere problemi: puoi usare i muscoli del tuo cervello.

La scoperta costante

“Osservare la diversità della vita e ogni essere vivente è un miracolo. La vita è un miracolo. Io sono un miracolo. Tutti lo sono. La nostra esistenza è qualcosa di cui godere come un dono, qualsiasi cosa accada. Finché si è vivi, c’è un motivo per sperare e per essere felici.”

Testimone dell’evoluzione della figura femminile

“E’ un piacere speciale vedere una giovane donna diventare ingegnere e farsi rispettare, a testa alta, dagli uomini,vedere donne lavorare come capitani di vascello,capo-scienziate nelle spedizioni, e osservare persone che non stanno li a pensare” Oddio, lo sta facendo una donna!”

Il nostro ruolo per l’ambiente

“Siamo le creature più addomesticate di tutte, ma le creature selvagge che plasmano il modo in cui il mondo funziona sono in pericolo. Se lo sono loro, lo siamo noi. Abbiamo questo dono speciale: poter progettare come sarà il mondo tra 15, 500, 5000 anni.”

L’urgenza di proteggere la terra

“Solo ora stiamo iniziando a comprendere la connessione tra la nostra esistenza e il mondo naturale. Il nostro impatto sul mondo naturale minaccia la nostra esistenza. Se ami respirare, se ami avere dell’acqua dal cielo, se vuoi che la temperatura rimanga costante, non puoi non avere cura del mondo naturale”

Coinvolgere tutti in questa missione

“Candida i luoghi che ami per essere protetti come Hope Spot recandoti da Mission Blue. Chiedi ai tuoi capi di proteggere la natura. Istruisciti! Usa il tuo talento! Ognuno può fare la differenza!”

Fonte: http://www.elle.it/lifestyle/news/g1416024/la-lunga-storia-d-amore-della-dottoressa-sylvia-earle-con-la-natura/?slide=10

Un viaggio in bici per raccontare Altri Mondi

Un viaggio in bicicletta dal sud al nord del Paese, uno spettacolo itinerante per raccontare altri punti di vista sul pianeta che viviamo, un tour alimentato dall’energia del sole, del vento, dell’uomo. Tutto questo è il progetto “Altri Mondi Bike Tour” di cui Italia che Cambia è mediapartner. Tra pochi mesi una banda di artisti ciclisti girerà l’Italia presentando, ad ogni tappa del viaggio, uno spettacolo itinerante per raccontare ad un pubblico trasversale altri punti di vista su chi abita con noi la Terra e su chi potrebbe vivere in altri pianeti. “Altri Mondi Bike Tour”, promosso dall’associazione teatrale SemiVolanti e da Mobile Green Power, nasce da un’idea di Valerio Gatto Bonanni, che abbiamo intervistato e ci ha parlato di questo progetto “ad alta utopia”.unnamed5

Che cos’è Altri Mondi Bike Tour?

Un viaggio in bicicletta, previsto per quest’estate, portando in giro uno spettacolo che racconta altri punti di vista su animali, piante e universo. Uno spettacolo divertente, educativo, che relativizza l’idea – dominante ma sbagliata – del predominio dell’uomo sul pianeta. Ma è anche una modalità innovativa e ad emissioni zero per portare in giro un’idea. Presenteremo lo spettacolo nei luoghi dei conflitti ambientali, ma anche nelle città virtuose impegnate per affermare buone pratiche ambientali. Ad ogni tappa del viaggio ci sarà uno spettacolo: per cinque giorni alla settimana pedaleremo durante la giornata e la sera faremo lo spettacolo. Poi ci sposteremo da una regione all’altra a bordo di un camper che ci seguirà e sarà la nostra ammiraglia!

Da dove nasce l’idea di questo viaggio?

L’idea nasce dal desiderio di coniugare, in un unico progetto, le mie passioni: il teatro, la bicicletta ed il mio interesse verso le piante, gli animali, l’universo e altri modelli di sviluppo possibili.unnamed-23

Quanto durerà il viaggio e chi ne prenderà parte?

Partiremo la prima settimana di giugno e il viaggio si concluderà a fine luglio. Otto settimane, quindi, in cui gireremo otto regioni. In viaggio con me ci saranno altri due attori, un tecnico e probabilmente la persona che sta realizzando le biciclette su cui viaggeremo. Chiunque voglia pedalare con noi è comunque il benvenuto.

Il vostro tour sarà alimentato completamente da energia pulita. Puoi spiegarci meglio?

Stiamo collaborando con Mobile Green Power, una realtà che da sempre lavora su sostenibilità ambientale e prodotti tecnologici per lo spettacolo dal vivo (sono gli inventori del palco a pedali e del palco a pannelli fotovoltaici). Quando ho presentato loro il progetto del nostro viaggio è nata l’idea di realizzare la Energy cargo bike, ovvero una sorta di carrello che si attacca alla bici e produce energia fotovoltaica, eolica e dinamica; energia che noi usiamo poi per le luci ed il suono del nostro spettacolo. Vorremmo realizzare questo prototipo grazie ai fondi che raccoglieremo con la nostra campagna di crowdfunding. Il contributo dal basso ci permetterà di rendere realtà questo progetto.eco-bike-light_75u9Xqq

Perché avete dato a questo bike tour il nome “Altri mondi”?

“Altri mondi” si riferisce sia ad altri punti di vista su animali e piante, quindi su chi abita la Terra, sia alle ipotesi di vita su altri pianeti. Soffermarci sull’esistenza di questi “altri mondi” è utile per relativizzare la nostra presunta centralità sulla Terra e sull’universo e può forse darci quella giusta umiltà che ci permetterebbe di vivere più sereni e con meno arroganza. Nel nostro spettacolo racconteremo quindi della vita sulla Terra, delle strategie di sopravvivenza, dell’organizzazione sociale e dell’intelligenza delle piante, degli insetti, degli animali e delle ipotesi di vita su altri pianeti. Dai 15 sensi delle piante, alle incredibili personalità delle specie animali più o meno comuni, dalla scimmia nuda di Desmond Morris alla recente scoperta delle sette terre che orbitano attorno ad una stella nana. Racconteremo insomma il diverso da noi e parleremo di altre possibilità di vita. “Altri mondi”, inoltre, fa riferimento ai modelli umani di sviluppo alternativi a quello oggi dominante che è estrattivo, distruttivo e accumulatorio. È giusto far sapere che esistono altre possibilità di convivenza tra umani e con le altre specie. Ci sono altri modi di rapportarsi all’ambiente, stare bene ed essere addirittura felici!bic

In che modo si può sostenere il progetto?

È partita da pochissimi giorni la nostra campagna di Crowdfunding, lanciata sulla piattaforma Produzioni dal Basso. I fondi raccolti ci aiuteranno a coprire i costi di produzione (prove attori, lavoro dei tecnici, regia), la comunicazione dell’evento e della campagna, i materiali (costumi, scenografie, tecnica), la progettazione e lo sviluppo dell’Energy Cargo Bike.

Illustrazioni di Guido Bertorelli

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/viaggio-in-bici-raccontare-altri-mondi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ma qual è l’impatto della vita degli italiani sull’ambiente?

Ma qual è l’impronta ecologica dell’Italia? Ci aiuta il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il nostro stile di vita richiede 4,6 ettari di terra fertile a testa.9513-10270

L’indicatore “impronta ecologica”, introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel libro Our Ecological Footprint del 1996, aiuta ad individuare il consumo di risorse (l’emissione di anidride carbonica, per esempio, o l’agricoltura intensiva) rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle; i valori dell’impronta si esprimono in ettari globali.

Per il calcolo dell’impronta ecologica si utilizzano sei categorie principali di terreno:

  • superficie necessaria per assorbire l’anidride carbonica prodotta dall’utilizzo di combustibili fossili;
  • superficie arabile utilizzata per la produzione di alimenti ed altri beni;
  • superficie destinata all’allevamento;
  • superficie destinata alla produzione di legname;
  • superficie edificata;
  • superficie marina dedicata alla crescita di risorse per la pesca.

Da numerosi studi effettuati emerge ormai che l’impronta ecologica a livello mondiale è maggiore della capacità bioproduttiva mondiale e che quindi in futuro avremo meno materie prime per i nostri consumi.impronta-italia

Secondo ad esempio uno studio pubblicato su Environmental Science & Policy, a fine dicembre 2016, relativo a 19 città costiere del Mediterraneo (tra cui Venezia, Genova, Roma, Napoli e Palermo), sono quasi 60 anni che la regione mediterranea consuma più risorse naturali di quanto l’ecosistema sia in grado di rigenerare.

A livello personale o di comunità, è possibile calcolare la propria impronta per cercare di renderla più sostenibile; a questo proposito, ricordiamo ad esempio il tool del WWF o quello messo a punto dal Global Footprint Network.

Ma per comprendere cosa sia l’impronta ecologica e capire di conseguenza come sia possibile ridurla, anche nelle nostre azioni quotidiane, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, nel 2016, ha realizzato un agevole ed utile dossier intitolato “L’impronta maldistribuita”: si tratta di quindici infografiche che ridescrivono la geografia mondiale in base alla superficie di terra “produttiva” necessaria a garantire il nostro stile di vita. Tra gli argomenti raccontati e rappresentati tramite infografica troviamo:

  • base biologica della nostra esistenza: il bilancio CO2
  • overshoot day: quando oltrepassiamo la biocapacità del pianeta
  • l’impronta degli italiani: superiore di due volte e mezza a quella sostenibile
  • i pianeti dell’eccesso: se tutti avessero il tenore di vita di chi vive in eccesso
  • miglioriamo la nostra impronta: suggerimenti per ridurre l’impronta

fonte: ilcambiamento.it

L’industria della carta divora una delle ultime grandi foreste del pianeta

Una delle più grandi distese di verde della Taiga russa sta scomparendo a causa del disboscamento dell’industria della carta. E in Brasile la foresta non conosce sorte migliore: sempre meno protetta.9510-10266

«Numerose società produttrici di carta e derivati sono collegate ad aziende che stanno distruggendo una delle ultime e più grandi foreste vergini d’Europa, nella Taiga russa»: a denunciarlo è il rapporto “Eye on the Taiga”, diffuso da Greenpeace International.

«La Taiga russa è parte dell’ecosistema della Grande Foresta del Nord, che si estende per 16 milioni di chilometri quadrati dall’Alaska alla Russia, passando per il Canada e la Scandinavia – spiegano da Greenpeace International – La Grande Foresta del Nord rappresenta un terzo delle foreste rimaste sulla Terra ed è il secondo più grande ecosistema terrestre del mondo, dopo le foreste tropicali. Circa il 60 per cento della Grande Foresta del Nord (950 milioni di ettari) si trova proprio in Russia, dove però le blande leggi forestali permettono la frammentazione o la radicale trasformazione delle foreste, spingendo le aziende del settore del legno e della carta a spostare la loro attenzione verso le foreste vergini o Paesaggi Forestali Intatti, come vengono definiti scientificamente. Ad esempio la regione russa di Arcangelo, che si estende per 31 milioni di ettari, è vista dall’industria del legno e della carta come una “miniera di legname”. In particolare, fanno parte di questa regione gli 835 mila ettari del Paesaggio Forestale Intatto conosciuto come Foresta Dvinsky, divenuti ormai il fulcro di un acuto conflitto tra gli interessi di conservazione forestale e le mire del settore del legname e della carta. Fra il 2000 e il 2015 la Foresta Dvinsky ha perso oltre 300 mila ettari di Paesaggi Forestali Intatti, mettendo a rischio l’habitat di una delle ultime popolazioni di renne selvatiche, già in via d’estinzione».

«Per quanto la foresta boreale russa possa sembrare lontana, sono state le aziende europee, statunitensi e australiane a far crescere a dismisura la domanda di prodotti provenienti da quest’area», afferma Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. «Arkhangelsk Pulp & Paper Mill (APPM), che commercia principalmente cellulosa e carta, è una delle società che sta ostacolando la protezione ufficiale della Foresta Dvinsky. Tra i clienti di APPM troviamo l’azienda italiana Fornaroli Carta SpA, e Kiev Cardboard and Paper Mill – con sede in Ucraina, ma controllata dall’austriaca Pulp Mill Holding GmbH – che vende i propri prodotti a famosi marchi come McDonald, PepsiCo, Nestlé, Unilever, Mondelez e Auchan».

Greenpeace ha scritto alle società citate nel rapporto e ha chiesto loro di unirsi agli sforzi per salvare la Foresta Dvinsky e tutte le altre preziose foreste vergini della Grande Foresta del Nord.

«La distruzione della Foresta Dvinsky e degli altri Paesaggi Forestali Intatti della regione di Arcangelo si fermerebbe se venisse interrotto il flusso di prodotti derivati da questa deforestazione verso i mercati internazionali, compresa l’Unione europea e l’Italia», continua Borghi. «È dovere di queste aziende fermare la distruzione di una delle ultime foreste vergini d’Europa e preservare aree forestali intatte che non hanno eguali in Europa in termini di dimensioni e biodiversità», conclude Borghi.

Leggi il report “Eye on the Taiga”.

Ma anche in Brasile la foresta sta scomparendo, giorno dopo giorno.

Nonostante in Amazzonia la deforestazione sia aumentata del 75 per cento tra il 2012 e il 2015, il governo brasiliano starebbe pensando di ridurre la protezione di alcune aree intatte della foresta. Greenpeace è andata sul posto per documentare cosa si rischia di perdere.

«Il governo Temer starebbe infatti per presentare al Congresso Nazionale una proposta per ridurre le Conservation Units – un potente strumento contro la distruzione delle foreste. Si prevede di cancellarne una e ridurre la superficie di altre quattro del 40 per cento – spiegano sempre dall’associazione ambientalista – In una sola mossa si potrebbe togliere la protezione a un’area grande sei volte l’area metropolitana di Londra: circa un milione di ettari di foresta. La protezione di queste aree è vista come un ostacolo agli investimenti. Se questa ipotesi dovesse diventare realtà, si consegnerebbe alla distruzione un patrimonio inestimabile di biodiversità. Per questo Greenpeace ha sorvolato la foresta nello stato di Amazonas, per mostrare quanto si perderebbe se questi piani dovessero diventare realtà e qual è lo stato di salute di queste aree».

«Riducendo le Conservation Units, il presidente del Brasile, Michel Temer, incoraggerebbe chi distrugge la foresta e tradirebbe chi ha lavorato per preservarla», spiega Cristiane Mazzetti, della campagna Amazzonia di Greenpeace Brasile. «Ridurre queste aree protette in un momento in cui la deforestazione è tornata a salire vuol dire proporre l’opposto di quanto serve ora al Brasile per contrastare la distruzione delle foreste. Ora più che mai, è importante fare pressione sul governo per fermare questa proposta e tornare a ridurre la deforestazione».

«Lo stato di Amazonas ospita la più grande area continua di Foresta Amazzonica e ancora molte aree di foresta intatta. Se queste dovessero essere distrutte, molti benefici ambientali per il Pianeta andrebbero perduti. Nel solo 2016 la deforestazione nello Stato di Amazonas è cresciuta del 54 per cento rispetto all’anno precedente». Le immagini catturate per Greenpeace dal fotografo Daniel Beltra mostrano ampie zone di foresta in pericolo, con evidenze della presenza di attività umane, come l’estrazione di oro e presenza di strade. Intorno al confine delle Conservation Units, sono inoltre visibili anche tracce di recente deforestazione e alcune aree bruciate da poco, probabilmente per lasciare spazio a nuove aziende agricole o all’industria del legno.

«La creazione delle Conservation Units è stata una mossa vincente, che tra il 2005 e il 2012 ha contribuito a ridurre il tasso di deforestazione. Con questa proposta invece il governo potrebbe dare luce verde alla deforestazione selvaggia», conclude Mazzetti.

Fonte: ilcambiamento.it

Auto a gasolio: noi soffochiamo e i “decisori” prendono tempo

Giovanni Peronato, dell’associazione di medici e operatori sanitari “No Grazie Pago Io”, propone un’accurata disamina dell’impatto delle auto a gasolio sull’ambiente e sulla salute e una denuncia dell’immobilismo dei governi.9511-10267

«Grazie all’intuito dell’anestesista John Snow, il colpevole era stato alla fine scoperto; era stata la pompa d’acqua di Broad Street a spargere il colera per Londra, migliaia di persone erano morte, ma non ci fu sanzione, e passata l’epidemia la pompa riprese a funzionare. Robin Russel-Jones, di Help Rescue the Planet, una no-profit che opera sensibilizzando i cittadini sui cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico, prende a paragone le vicende della Londra di metà ‘800 per descrivere l’inerzia dei governi nei confronti dei motori diesel. Il titolo dell’articolo apparso su BMJ è già un proclama di guerra: dirty diesel.(1)

Oggi si sa che i motori a gasolio sono il maggiore responsabile dell’inquinamento ambientale da traffico nelle nostre città. Il colpevole è stato individuato, ma le azioni conseguenti stentano ad arrivare. Alla fine del secolo scorso (meno di vent’anni fa) in Gran Bretagna non più del 10% del parco macchine montava un motore diesel, mentre oggi, come del resto in Europa, il gasolio predomina. In Italia, ad esempio, questo tipo di automobile rappresentava nel 2015 più del 55% delle nuove immatricolazioni, cresciute l’anno dopo ancora del 17%. Questa ascesa è stata favorita in parte dagli allettanti prezzi del carburante (solo inizialmente, oggi non più), ma soprattutto dalla migliore performance del motore. Più efficienza, si sosteneva (qualcuno sostiene ancora oggi) uguale meno inquinamento. In effetti un motore diesel ha un rendimento relativamente elevato pari al 25-30% (il resto è dissipato nell’ambiente come calore e fumi di scarico). Emette il 15-20% di meno di CO2 per Km percorso rispetto ad un motore a benzina, che oltretutto ha un rendimento minore, attorno al 15-20%. Ma il prezzo da pagare è una emissione di NO2 4-5 volte sopra i limiti europei e un inquinamento da polveri sottili (residui carboniosi, che poi contribuiscono più della CO2, a parità di massa, al riscaldamento globale). Ma non basta. Nel settembre 2015 si è scoperta negli USA la presenza di una modifica illegale operata da Volkswagen attraverso software che alterano i test ufficiali di emissione degli scarichi. Questo ha permesso (sembra dal 2008) di vendere auto con emissioni fino a 40 (quaranta) volte i limiti ammessi dalle leggi federali. Scuse ufficiali al governo e ai consumatori, perdita di immagine e patteggiamento per 15.3 miliardi di dollari. Non c’è da stare tranquilli. Bosch, il produttore del software incriminato, fornisce attualmente tecnologia e centraline a gran parte delle case automobilistiche. È notizia di questi giorni che l’EPA (U.S. Environmental Protection Agency) avrebbe aperto un contenzioso anche con FCA e che in Francia il colosso Renault trema per lo stesso motivo: alterazione dei dati di emissione. Andando a leggere quanto rivelato dalla stampa sembra che il motore diesel abbia una curiosa peculiarità. Presenta emissioni contenute se testato dalla ditta produttrice, a temperatura e umidità costanti su un banco di laboratorio; si comporta ben diversamente se controllato su strada, magari da tecnici indipendenti e in condizioni atmosferiche avverse. Buono in laboratorio, cattivo nella vita reale, un poco come alcuni farmaci che funzionano benissimo negli RCT super controllati e super randomizzati, ma poi si rivelano meno efficienti nella vita reale. D’altra parte, si controbatte, il controllo su banco con metodica standardizzata è il solo metodo che permette il confronto fra i vari motori. In agosto 2016, raccolti i dati della commissione di inchiesta voluta dal governo francese a seguito del dieselgate americano, la stessa ministra dell’ambiente Segolène Royal concludeva in modo sibillino che “non è stato provato l’uso di dispositivi illegali, ma questo non esclude la possibilità…” Alcuni membri della commissione indipendente avrebbero poi raccontato al Financial Times che alcuni dati dei test su 86 modelli circolanti di varie case produttrici sarebbero stati omessi, in particolare quelli della Renault Captur, se non altro per non evidenziare il palese conflitto di interessi del governo francese controllore e controllato, come primo azionista del gruppo Renault- Nissan. Gli stessi investigatori francesi avrebbero rilevato un software denominato Trap (trappola) che cattura i NOx durante i test su banco e ne libera invece una quantità fino a 10 volte superiore durante la circolazione su strada.(2)

In Europa sarebbe difficile un dieselgate come in USA, con multe di alcuni miliardi di dollari. Qui da noi, infatti, secondo l’Ong T&E (Transport & Environment), una volta testati i motori dalle singole ditte produttrici e forniti i dati di emissione, non ci sarebbe virtualmente possibilità che un controllo su strada ne contesti la performance. Capita talora che il test e l’approvazione vengano effettuate dalla stessa organizzazione. Su questo punto la legislazione europea è carente, manca la possibilità concreta di richiamare un veicolo inquinante e farlo modificare dal produttore. Così la FIAT 500X, pur se omologata in classe euro6, avrebbe emissioni di ossido d’azoto quindici volte sopra la norma. Sempre secondo una indagine pubblicata nel settembre 2016 da T&E su 230 modelli europei, risulta che 4 su 5 auto euro5 (immatricolazioni 2014/15) sarebbero fuori legge per emissioni di NOx tre volte la norma (180g/1,000km), come anche 2/3 di euro6 immatricolate nel 2016 (limite 80 g/1.000km). In Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia circola ben il 69% dei 50 modelli euro6 più inquinanti.(3) Il presidente dei costruttori francesi di automobili Christian Peugeot ha dichiarato recentemente a Le Monde che quella automobilistica è un’industria sporca e che i nuovi diesel rispettosi degli standard attuali non potranno essere pronti prima del 2020.(4)

Abbiamo visto i dati sconfortanti delle emissioni di ossidi di azoto (NOx) e se a questi sommiamo il CO (da inevitabile cattiva combustione) e le polveri sottili (ottimo veicolo per assorbire una marea di elementi inquinanti e veicolarli fino agli alveoli polmonari), i risultati sulla nostra salute non possono essere che disastrosi. L’inquinamento dell’aria ha comportato in Gran Bretagna una mortalità prematura annua seconda solo all’uso del tabacco, con 29mila casi attribuiti al particolato e 23mila agli ossidi di azoto. Gli stessi agenti inquinanti, secondo il Collegio del pediatri inglesi, hanno prodotto 40mila decessi infantili in più all’anno.(1) Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, l’Italia nel 2012 ha avuto il record di decessi prematuri per inquinamento, 84.400 su un totale di 491mila a livello Ue.(5)

Tra gli inquinanti emessi dalla combustione (riscaldamento, automobili) ci sono anche i PAH (idrocarburi aromatici policiclici), dei quali il più noto è il cancerogeno benzopirene. Nel 2015 l’88% della popolazione urbana europea è stata esposta a livelli superiori ai limiti suggeriti dall’OMS. In Veneto, la regione di chi scrive, l’ARPA ha rilevato l’esposizione a benzopirene tramite il monitoraggio su 18 stazioni di campionamento di PM10. Nel 2015 i valori soglia sono stati superati nel 72% dei casi.

Alla conferenza internazionale sul clima di Parigi, nel dicembre 2016, i sindaci di Mexico City, Madrid ed Atene, unitamente a quello di Parigi stessa, hanno annunciato il bando dei motori diesel nelle loro città entro il 2025. Sarà vero?(6) Può essere un timido inizio, come i 9 bus a celle di idrogeno che circolano a Londra, contro i 9300 a gasolio.(1)

Ma non ci sarà soluzione al problema finché il diesel continuerà a circolare nelle città. A tutt’oggi non sembrano esistere scelte radicalmente alternative proposte dall’industria automobilistica, se non il palliativo dei motori ibridi, meno inquinanti ma meno efficienti. Quelli elettrici e ibridi plug-in scontano al momento costi non competitivi, oltre a limiti notevoli su autonomia e punti di rifornimento. Il motore a cellule di idrogeno sembra ancora fantascienza. È difficile che l’industria automobilistica investa cifre consistenti nella ricerca (magari gli enormi profitti ottenuti dalla vendita dei motori diesel), ma potrebbe farlo se indotta da norme sempre più restrittive che stentano ad arrivare. Per ora dunque la pompa di Broad Street rimane aperta».

Per chi è interessato alle tematiche ambientali, si segnala che su ogni numero delle Pagine Elettroniche di Quaderni ACP  è presente almeno un articolo su questi argomenti.

  1. Robin Russel-Jones. Dirty Diesel. BMJ 2016;355:i6726
  2. http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-08-23/dieselgate-renault-ue-chiede-governo-francese-dati-

test-86-modelli-auto-205007.shtml?uuid=AD8D398

  1. https://www.transportenvironment.org/publications/dieselgate-who-what-how
  2. http://www.lemonde.fr/automobile/article/2017/01/13/renault-fiat-chrysler-et-les-autres-6-questions-sur-la-nouvelle- saison-du-dieselgate_5062368_1654940.html
  3. http://www.lastampa.it/2015/11/30/italia/cronache/in-italia-il-record-europeo-di-morti-per-inquinamento- bsgdSfGmEL1FUvwOqtuc1N/pagina.html
  4. http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/inquinamento/2016/12/02/sindaci-4-metropoli-via-diesel-da-centro-citta- entro-2025_eab0286b-7f1f-4cce-8828-b01f05cf0b2f.html

Fonte: ilcambiamento.it

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Ecco le banche che finanziano la violazione dei diritti umani e delle norme ambientali

La campagna “Non con i miei soldi” punta il dito contro le banche che continuano a finanziare la violazione dei diritti umani e delle norme ambientali. A stigmatizzare il fenomeno è anche il rapporto “Dirty profits” di Facing Finance.9499-10239

Per il quinto anno consecutivo Facing Finance ha pubblicato un report sulle violazioni delle norme e degli standard ambientali e sociali ad opera di multinazionali, evidenziando come troppo spesso le banche, così come i loro clienti, beneficiano dalla violazione dei diritti umani, dallo sfruttamento e dalla distruzione dell’ambiente e dalla corruzione associata a queste aziende. A stigmatizzare il fenomeno è anche la campagna “Non con i miei soldi”, che da anni fa informazione critica sulla finanza italiana e internazionale. «La dimensione delle transazioni finanziarie, secondo Facing Finance, supera i 52 miliardi di euro – spiega Claudia Vago di “Non con i miei soldi” – Il report “Dirty Profits” (Profitti sporchi) conferma, secondo il direttore di Facing Finance Thomas Küchenmeister, che l’autoregolamentazione di banche e aziende, fatta a porte chiuse, è largamente insufficiente e non permette di assicurare il rispetto dei diritti umani, dell’ambiente e degli standard anti corruzione. Il report è stato redatto con la collaborazione di importanti organizzazioni internazionali, come Transparency International, Greenpeace e Human Rights Watch. Dodici autori di otto diversi paesi hanno documentato decine di casi di violazione di diritti umani, corruzione, sfruttamento e distruzione dell’ambiente, compresi contributi ai cambiamenti climatici). Sono state analizzate quattordici aziende multinazionali, tra cui Bayer, VolksWagen, BP e Hewlett Packard Enterprise Co., e cinque tra le principali banche europee (Deutsche Bank, UBS, ING, BNP Paribas e HSBC). I servizi finanziari forniti dalle cinque banche alle quattordici aziende sono analizzati nel dettaglio nel report. Le cinque banche detengono azioni e obbligazioni delle aziende analizzate per un totale di 5,8 miliardi di euro. Deutsche Bank, UBS, ING, BNP Paribas e HSBC hanno fornito alle aziende considerate capitali per 46,9 miliardi di euro tra il gennaio 2013 e l’agosto 2016, attraverso la sottoscrizione di azioni, obbligazioni e la fornitura di prestiti. Questi prestiti sono spesso forniti per “generici scopi aziendali”, senza richiedere alcun genere di sostenibilità alle operazioni aziendali. Dal report emerge che queste banche hanno continuato a fornire prestiti consistenti a VolksWagen anche dopo la scoperta dello scandalo delle emissioni. Un atto inaccettabile, secondo Jan Schultz di Facing Finance». «Il 64% delle aziende analizzate ha uno o più casi documentati di coinvolgimento nella distruzione dell’ambiente e del clima. Per il 42% sono stati documentati casi di corruzione nelle loro operazioni e il 57% è coinvolto in violazioni dei diritti umani. Il fatto che otto delle quattordici aziende siano firmatarie dell’UN Global Compact, che specifica una serie di standard ambientali e sociali minimi, evidentemente non impedisce questi comportamenti. Per Lesly Burdock, editor di Dirty Profits 5, questo report punta a fare pressione per ottenere una migliore regolamentazione sulla sostenibilità e trasparenza dell’industria finanziaria. In particolare in un momento in cui affrontiamo una preoccupante deregolamentazione, anche del settore finanziario, negli Stati Uniti».

Fonte: ilcambiamento.it

Ambiente, salute e sostenibilità entrano a scuola

Una scuola con menù vegetariano/vegano e una grande attenzione al rispetto dell’ambiente. Esiste ed è alle porte di Roma, si chiama La tribù del sole. Scopritela con noi.9477-10218

Alle porte di Roma, immersa  nel parco del Veio, nasce la scuola Tribù del Sole, basata sulla pedagogia steineriana, sul metodo montessoriano, sullo stile libertario e sull’outdoor education. Questa scuola, in Decrescita felice, ha scelto di adottare un menù vegetariano tendente al vegano, e di compiere scelte in un’ottica di rispetto per l’ambiente e per gli esseri che lo popolano. Cercano di autoprodurre il più possibile, dai dolci, al pane, alla pizza, ma anche estratti, germogli, erbe officinali, erbe aromatiche e quanto il loro piccolo orto sinergico può offrirgli. A parlare della Tribù del Sole è la  giovanissima co-fondatrice della scuola, Giada Prata.

Perché avete scelto di adottare per tutti un menù vegetariano tendente al vegano?

Sia io che Paola Rusconi, la co-fondatrice della scuola, che le  maestre che collaborano, siamo molto sensibili all’argomento sia in termini di salute che etici. Da quando la scuola è iniziata  siamo entrati in contatto con le abitudini alimentari delle famiglie e ci ha fatto riflettere come, proponendo in mesa  piatti con prodotti animali, ci fosse un sovraccarico di proteine animali nell’arco della giornata. Così dopo il confronto con il nostro pediatra e alcuni nutrizionisti abbiamo deciso adottare un menù vegetariano tendente  al vegano. Questa scelta è stata accolta con un grande entusiasmo, aiutando talvolta alcune famiglie a fare un percorso di consapevolezza, forti del fatto anche che questa scelta alimentare  ha portato a cambiamenti positivi ed evidenti nei bimbi stessi. Questa scelta comporta la libertà di gestire le proteine animali nelle modalità che ogni famiglia senza creare un sovraccarico. Allo stesso tempo sarà un’occasione per i genitori per mettersi in discussione, per informarsi e perché no, magari fare scelte più consapevoli.

Che altre motivazioni ti hanno spinto a fare questa scelta?

Le motivazioni che ci hanno portato a compiere questa scelta sono dovute al fatto che noi educhiamo al rispetto alla vita, di ogni essere vivente. Il fatto di mangiare degli animali portava ad una sorta di ipocrisia pedagogica in quello che noi stavamo conducendo perché noi dicevamo al bimbo , qualora se ne presentasse l’occasione, di accompagnare  qualsiasi insetto lui trovasse fuori dalla finestra con gentilezze e senza fargli del male. Servendogli poi mucca o  pesce nel piatto, questi nostri insegnamenti crollavano come un enorme castello di carta.  Alcuni bimbi hanno coscienza che ciò che hanno nel piatto è un animale, altri lo negano. Lo negano perché il mondo dei grandi fondamentalmente dice tante bugie perciò loro vivono in una sorta di realtà quasi parallela per cui c’è una negazione del fatto che ciò che hanno nel piatto è un essere vivente . E’ una menzogna chiaramente, vivono nella menzogna.  Io credo che si debba vivere nella verità qualsiasi essa sia e poi dopo rispettare qualsiasi tipo di scelta che venga  fatta in relazione a quella verità. Perché ci sono bimbi che dicono che gli animali non si dovrebbero mai mangiare, altri che dato che sono solo animali si possono mangiare. Per me ogni loro scelta è una scelta da rispettare.

Sulla scia di questa scelta etica quali attività fate?

Cerchiamo di autoprodurre il più possibile, coinvolgendo i bimbi nelle nostre autoproduzioni. Facciamo un ottimo gelato con il latte di mandorla, lievitati e snack senza olio di palma, germogli e dolci. Da noi sono bandite le visite in fattorie, delfinari, zoo o circhi, dove gli animali sono relegati e imprigionati. Preferiamo ammirare la natura, e gli animali in libertà, nelle nostre passeggiate nel parco naturale del Sorbo. Inoltre, gli avanzi della nostra mensa, nella misura in cui questo è possibile, li portiamo agli animali abbandonati.

Che attività fate basate sul rispetto dell’ambiente?

Al di là delle singole attività il nostro intero fare educativo è volto e permeato dall’idea del  rispetto di tutto ciò che ci circonda, delle creature che lo popolano, degli esseri umani nelle loro varie diversità e animali. Questo nostro sentire viene  dalla pedagogia Waldorf che propone a livello educativo una continua interazione dell’uomo con il mondo animale, vegetale , minerale e che gli dà l’idea di come egli sia intessuto in un sistema e che non sia da solo nel mondo. Un’altra attività per noi importate sono le passeggiate nella natura, che noi chiamiamo anche passeggiate ecologiche dove mettiamo il focus sull’intruso che troviamo nell’ambiente che può essere un rifiuto come una cartaccia, un tappo. E  in più di una circostanza i bimbi hanno dimostrato un disappunto nel trovare inquinamento lungo la strada. Inoltre  leggiamo fiabe dedicate alla tematica ambientale. Sapendo che la fiaba è un incredibile mezzo di comunicazione all’interno della relazione educativa,  la usiamo anche come strumento . Talvolta le  fiabe  si trasformano in laboratorio teatrale.

In che modo gestite il riciclo e gli sprechi?

Gran parte dei nostri lavori sono fatti con materiale di riciclo, non solo riciclando il materiale all’interno della scuola ma chiediamo ai genitori di recuperare oggetti e materiali che altrimenti andrebbero gettati.  Questo dà  l’idea ai bimbi che una cosa non debba morire ma che possa dare vita a nuove cose egualmente belle e funzionali , attività che tra l’altro sviluppano la loro creatività. Limitiamo al massimo l’uso della plastica, nulla di usa e getta e utilizziamo per quanto possiamo materiali biodegradabili.  Propositi per l’anno prossimo è organizzare un gruppo di acquisto per acquistare pannolini biodegradabili. Inoltre facciamo compost con i cibo e utilizziamo detersivi con marchio vegan ok.

In base a quale criteri scegliete le aziende che orbitano attorno a voi?

Le scegliamo in base a principi etici: un’azienda che collabora con noi deve avere un codice etico molto chiaro e sviluppato. Sono per lo più piccole realtà come piccole aziende agricole o piccoli artigiani, quasi sempre a km zero. Questo è molto importante per avere un minore impatto ambientale e dare maggior impulso all’economia locale. Noi crediamo nella decrescita felice. Quindi all’interno dei nostri mercatini cerchiamo di chiamare tutti i piccoli produttori locali

Che insegnamenti volete trasmettere ai bimbi?

Noi crediamo nella decrescita felice, e pensiamo che l’attuale sistema di continua crescita non stia portando a uno stile di vita migliore, anzi. Crediamo nell’autodeterminazione e nel fatto che questo mondo fatto di delega, alimentare, medica, pedagogica non possa più funzionare perché purtroppo abbiamo subito un degenero in termini di non qualità in tutto ciò che abbiamo: cibo, medicina ed educazione dei nostri figli. Quindi quello che noi vogliamo trasmettere ai nostri bambini è la consapevolezza che un nuovo paradigma di vita è possibile e auspicabile  se ognuno di loro mette il suo contributo affinché ciò avvenga . E’ finita secondo noi l’era della sterilità, l’era di prodotti fatti in serie con materie prime scadenti e fatto con poco cuore. Si sta riscoprendo un mondo fatto di persone che amano quello che fanno dal produrlo al proporlo agli altri. Quello che noi auspichiamo è anche che si passi da una visione egocentrica, di un uomo che spadroneggia nella natura e che succhia risorse come se avesse un pianeta di scorta, a una visione ecocentrica, dove l’uomo è al cento di un sistema ed è portatore come essere umano, quindi senziente e pensante e volitivo,  di una grandissima responsabilità nei confronti di tutto ciò che lo circonda.

Fonte: ilcambiamento.it

 

La bolletta online, il risparmio per l’ambiente e come richiederla

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Pagare le bollette online o leggere il proprio estratto conto tramite internet contribuisce a salvare l’ambiente, oltre ad eliminare le spese d’invio a carico dei consumatori. Uno studio americano della PayItGreen Alliance per l’Epa (l’ente per la protezione ambientale Usa) lo ha quantificato: ogni famiglia può salvare fino a 7 metri quadri di foresta all’anno se effettua dei pagamenti online e abbandona la vecchia bolletta di carta. Secondo lo studio americano in media ogni famiglia statunitense riceve circa 19 bollette e comunicati bancari cartacei ed esegue circa 7 pagamenti con l’utilizzo di carta ogni mese. Abbandonando i sistemi tradizionali si potrebbero risparmiare 3 kg di carta all’anno, senza produrre la stessa quantità d’emissioni di 250 km percorsi in auto e salvando circa 0.08 alberi. Inoltre si risparmierebbero circa 20 litri di carburante delle spedizioni e 280 litri d’acqua. “Ogni piccolo contributo può avere impatti a livello aggregato” è una frase antica quanto semplice ed efficace: l’invito è rivolto a tutti i titolari di conti correnti e contratti di utenze. Contattate l’azienda fornitrice del servizio e richiedete espressamente la consultazione delle bollette e degli estratti conto online. A fine anno il risparmio per voi sarà certo, mentre per l’ambiente sarà assicurato soltanto se sarà almeno il 10% della popolazione (americana) a cambiare abitudini. Che dite contribuiamo a quel 10%?

Bolletta online: come chiederla

 

Per ricevere la bolletta online si può consultare il sito del Servizio Elettrico Nazionale.

Naturalmente si possono contattare le singole aziende come:
Enel
Eni
Infostrada
Tim
Iren
Vodafone
Fastweb

Naturalmente la buona abitudine di ricevere la bolletta online potrebbe essere associata anche a quella di pagare online in modo da ridurre a zero la stampa dei documenti cartacei. In molti casi anche questo è un modo per risparmiare sulla bolletta.

Fonte:  La Stampa

Il Parlamento Ue approva il CETA: a rischio salute, ambiente e democrazia

Un grave rischio per la democrazia, l’ambiente e la salute dei cittadini a tutto vantaggio degli interessi delle multinazionali. È altamente preoccupante lo scenario che si prospetta in seguito al via libera al CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada appena approvato dal Parlamento Ue. Con 408 voti a favore e 254 contrari, il Parlamento Europeo ha deciso di ratificare il CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada. Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) dovrà essere ora ratificato dal parlamento di ciascuno stato membro, ma nelle sue parti fondamentali entrerà in vigore già da aprile. Secondo i favorevoli, l’approvazione del CETA rappresenta una risposta a Donald Trump, che ha espresso la volontà di congelare il TTIP, accordo fra Ue e Usa per abbattere i dazi doganali e uniformare i regolamenti dei due continenti con lo scopo di creare la più ampia area di libero scambio mai esistita. Il TTIP, che il nuovo presidente americano vuole congelare, ed il CETA, che ha appena avuto il via libera, sono due di una serie di trattati internazionali fortemente contestati poiché minano molte delle norme che tutelano i cittadini su alcune tematiche di fondamentale importanza, in primis nel settore agroalimentare.ceta-belgium

La protesta a Strasburgo

Molte le voci di protesta che si sono levate contro l’approvazione del trattato tra Ue e Canada, prime fra tutte quelle di movimenti, cittadini, sindacati e agricoltori che hanno esposto a Stasburgo frutta locale nelle cassette e striscioni all’ingresso del Parlamento per denunciare i rischi che questo accordo comporta per le produzioni locali europee.

“Un grande regalo alle grandi lobby industriali che nell’alimentare puntano all’omologazione e al livellamento verso il basso della qualità”. È quanto afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel commentare l’impatto dell’approvazione da parte dell’Europarlamento del Ceta. “Nei trattati – sottolinea Moncalvo – va riservata all’agroalimentare una specificità che tuteli la distintività della produzione e possa garantire la tutela della salute, la protezione dell’ambiente e della libertà di scelta dei consumatori”.

“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, dichiara Federica Ferrario di Greenpeace Italia.
“L’obiettivo principale del CETA – continua Greenpeace – non è solo l’eliminazione delle barriere tariffarie, ma soprattutto la rimozione di ogni ostacolo al commercio e agli investimenti dovuto a norme differenti vigenti in Canada e in Europa. Questa operazione rischia di trasformarsi in un attacco diretto verso gli standard di protezione per persone, diritti e ambiente”.image

Secondo uno studio indipendente al quale fa riferimento Greenpeace, inoltre, l’entrata in vigore del CETA causerebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea e, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, con l’adozione di questo trattato, nel lungo periodo in Europa si registrerebbe una irrisoria crescita economica.

“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori”.

Con l’applicazione provvisoria del CETA, sottolineano i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia, cadranno tariffe e quote su una vasta linea di beni e servizi commerciati tra i due blocchi, con prospettive negative per le piccole e medie imprese, i diritti del lavoro, la sicurezza alimentare, l’ambiente e i servizi pubblici.

“La campagna italiana chiede che dopo la giornata di oggi, il Parlamento italiano smetta di tenere il commercio internazionale fuori dai propri radar e metta all’ordine del giorno il dossier CETA, aprendo una consultazione con la società civile per venire a conoscenza dei gravi rischi che corrono l’economia del Paese, l’occupazione e la stessa architettura democratica”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/parlamento-ue-approva-ceta-rischio-salute-ambiente-democrazia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Rapporto Ispra: ambiente fanalino di coda in Italia

Biodiversità minacciata, aumento della temperatura media, inquinato il 60% di fiumi e laghi, aumentano consumo di suolo e siti contaminati, raccolta differenziata dei rifiuti ferma al 47%. È l’impietoso ritratto del nostro paese che si ricava dal quattrodicesimo rapporto annuale sull’ambiente dell’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, appena reso pubblico.9433-10171

L’edizione 2016 ha introdotto anche il raffronto tra l’Italia e un contesto europeo in costante evoluzione per quanto concerne i nuovi indirizzi delle politiche ambientali e delle metodologie di reporting.

Ma vediamo voce per voce qual è la situazione italiana.

Biodiversità

Resta alto il livello di minaccia per vertebrati, piante vascolari, briofite e licheni, in crescita  l’introduzione di specie alloctone. Aumentano le Zone di Protezione Speciale (ZPS) e Siti di Interesse Comunitario (SIC), invariato il numero delle aree protette terrestri e marine e delle zone umide.

Clima

Aumenta la temperatura media, ma diminuiscono le emissioni totali di gas serra. L’aumento della temperatura media registrato negli ultimi trent’anni nel nostro Paese è stato quasi sempre superiore a quello medio globale rilevato sulla terraferma. Il 2015 in Italia è stato l’anno più caldo dal 1961. L’anomalia della temperatura media (+1,58 °C) è stata superiore a quella globale (+1,23 °C) e rappresenta il ventiquattresimo valore annuale positivo consecutivo. Gli scarti rispetto ai valori normali sono stati particolarmente marcati nel mese di luglio e negli ultimi due mesi dell’anno, quando il clima mite ha accompagnato un lungo periodo di tempo stabile e secco su quasi tutto il territorio nazionale. Nuovi record di temperatura sono stati registrati soprattutto nelle regioni settentrionali e nelle stazioni in quota dell’arco alpino

Inquinamento atmosferico

La situazione della qualità dell’aria permane critica. L’Italia con il bacino padano  rappresenta una delle aree di maggior criticità a livello europeo.

Qualità acque interne

Lo stato di qualità dei fiumi (16 regioni e due province autonome, per un totale di 2.440 corpi idrici e 35.144,5 km monitorati) risulta in uno stato ecologico da “elevato” a “buono” per il 40% e inferiore al buono per il 60%. Lo stato di qualità dei laghi (10 regioni e 2 province autonome per un totale di 139 corpi idrici) presenta una classe di qualità tra elevato e buono  per il 35%, inferiore a buono per il restante 65%. Lo stato chimico delle acque sotterranee, su 4.023 stazioni di monitoraggio il 69,2%  ricade in classe “buono”, mentre il restante 30,8% in classe “scarso”.

Mare e coste

Negli ultimi decenni i litorali italiani presentano significative evoluzioni geomorfologiche dovute ai  processi naturali all’intervento dell’uomo. Situazioni di elevata criticità si evidenziano per i distretti del Po, dell’Appennino Settentrionale, per la Campania [Distretto Appennino Meridionale] e la Puglia [Distretto Appennino Meridionale] con più del 50% (esattamente il 50% per il distretto del Po) dei corpi idrici marino costieri in stato chimico “non buono.

Il suolo

Il consumo di suolo in Italia non accenna a diminuire, si è passati dal 2,7% di suolo consumato negli anni ’50, al 7% nel 2014 (stima). In media più di 7 m al secondo. Al 2014 sono stati consumati irreversibilmente circa 21.000 km (stima) i valori percentuali più elevati di suolo consumato si registrano nel Nord, in particolare nel Nord-Ovest (2014). A livello provinciale, la percentuale più alta di suolo consumato, rispetto al territorio amministrativo, si osserva per la provincia di Monza Brianza con quasi il 35%. Tra i comuni il valore più alto di suolo sigillato (85%) è stato rilevato per il comune di Casavatore (NA)

Rifiuti

La produzione nazionale dei rifiuti urbani è in lieve diminuzione. La raccolta differenziata si attesta al 42,3% della produzione totale dei rifiuti urbani, crescita ancora non sufficiente a raggiungere l’obiettivo previsto per il 2012 (65%). Aumento dei tassi di preparazione per il riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti urbani, ma ancora non viene raggiunto l’obiettivo fissato dalla normativa.

Agenti fisici

Rimane costante l’attenzione dei cittadini verso la problematica dei campi elettromagnetici. Gran parte della popolazione italiana è esposta a livelli di rumore, diurni e notturni, considerati importanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La principale fonte di rumore è costituita dal traffico stradale

Radioattività ambientale

Il Radon rappresenta, in assenza di incidenti nucleari rilevanti, la principale fonte di esposizione alla radioattività. Nel Lazio e nella Lombardia si evidenzia un’elevata concentrazione di Radon (Rn-222)

Problematiche idrogeologiche e sismiche

Nel 2014 eventi alluvionali di rilievo hanno provocato morti e ingenti danni economici.

Numerosi gli eventi franosi tanto al Nord quanto al Sud. Eventi sismici di rilievo si sono verificati nelle Alpi Cozie e nello Ionio. L’indice di fagliazione superficiale in aree urbane segnala un progressivo peggioramento della situazione dovuto all’avanzare dell’urbanizzazione anche in aree prossime a faglie capaci.

Pericolosità di origine antropogenica

Aumenta il numero di siti contaminati oggetto di intervento e di quelli bonificati. Sono oltre un migliaio gli stabilimenti a rischio di incidente industriale rilevante. Il numero degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante presenti in Italia è 1.104. Circa un quarto è concentrato in Lombardia e che regioni con elevata presenza di industrie a rischio sono anche: Veneto, Piemonte e Emilia-Romagna (tutte al Nord e rispettivamente il 10%, il 9% e l’8% ciascuno).

QUI per leggere il Rapporto integrale

Fonte: ilcambiamento.it