La plastica che uccide

La plastica è ormai una minaccia serissima e onnipresente per l’ambiente e per la salute umana. Milioni di tonnellate di plastica si sono riversati come una marea sulle terre e sui mari, sono finite negli inceneritori, nelle discariche, sui bordi delle strade, nei fiumi, sulle chiome degli alberi. È ora di dire basta.

La plastica che uccide

LA MINACCIA

La plastica è ormai una minaccia serissima e onnipresente per l’ambiente e per la salute umana. Inquina le acque e la terra, mette a rischio lo sviluppo dei feti e dei neonati, è responsabile di malattie gravi, copre aree immense di oceano uccidendo tutti gli esseri viventi che vi si trovano; viene portata sulle coste dalle correnti, trasformandole in estese discariche e causando la morte degli uccelli marini che vi nidificano.

IL PROFITTO

La plastica è stata un grande affare per l’industria petrolifera e per quella chimica, veri potentati economici globali, e come tutti i grandi affari, ha continuato a crescere, sostenuta dalla pubblicità, dall’organizzarsi del commercio e sopratutto della grande distribuzione in funzione del suo uso, dalle leggi fatte ad hoc per eliminare la concorrenza di altri materiali un tempo usati nella trasformazione e confezione degli alimenti, come la terracotta, il giunco, il legno. Sostenuta anche dal suo bassissimo prezzo, che è possibile solo perché le grandi industrie petrolchimiche sono sovvenzionate dagli stati.https://www.riusa.eu/it/notizie/2018-sovvenzioni-plastica.html

Il prezzo dunque lo pagano tutti i cittadini, con le loro tasse e con la mancanza di servizi pubblici, mentre i soldi statali vengono ancora una volta dirottati nelle tasche della grande industria. Il basso prezzo della plastica e gli alti profitti delle aziende che producono la plastica “grezza”, e qui parliamo di multinazionali dall’enorme potere economico e, di conseguenza, politico, come Chevron, Dupont, Exxon, hanno creato il disastro. La plastica ha sostituito carta, vetro, spago, corda, legno, stoffa, ceramica, metallo.

IL DISASTRO

Milioni di tonnellate di plastica in forma di bottiglie, piatti, bicchieri, borse della spesa, sacchetti, contenitori per il cibo, pannolini per i bambini, siringhe, polistirolo per imbottire i pacchi, pennarelli e biro usaegetta si sono riversati come una marea sulle terre e sui mari, sono finite negli inceneritori, nelle discariche, sui bordi delle strade, nei fiumi, sulle chiome degli alberi. Nelle acque del solo mare Mediterraneo finiscono ogni anno 570.000 tonnellate di plastica (570 milioni di chili di plastica).  Una ricerca scientifica ha appurato che nei terreni contaminati da plastica muoiono anche i lombrichi, questo vuol dire che il suolo, oltre che tossico, diviene sterile. Forse bisognerebbe cominciare a ricordare che è la terra che ci dà il cibo. E’ la terra che dà da vivere a tutti, ricchi e poveri, bianchi e neri, uomini e donne. La stiamo distruggendo con ogni tipo di inquinamento e con il cambiamento climatico per far crescere un’economia di morte. Mangeremo il petrolio? La plastica? I soldi?

LA MALATTIA

Infine, la plastica è arrivata nel nostro sangue e nei nostri organi. E’ stato calcolato che nell’arco di una settimana ingeriamo circa 5 grammi di plastica, due etti e mezzo all’anno, e i cibi più contaminati sono il pesce e le acque minerali.  Le plastiche sono composte da un miscuglio di sostanze chimiche, e di molte non conosciamo la tossicità. Ma bastano quelle che conosciamo per capire che il danno alla salute è inquantificabile e spaventoso.

1. Alcune sostanze di cui è composta la plastica inducono tossicità generale (cioè intossicano tutto l’organismo);

2. altre danneggiano il sistema immunitario;

3. gli ftalati, presenti in molti tipi di plastica (tutti i contenitori in PET, le bottiglie di acqua minerale e bibite, le pellicole per alimenti, i contenitori in plastica per scaldare nel forno a microonde, ecc.), danneggiano il sistema endocrino, cioè le ghiandole ormonali. Quindi possono provocare infertilità, tumori al seno e all’utero, malformazioni dell’apparato genitale nei neonati, danni al fegato. Non è finita, gli ftalati assunti da una donna durante la gravidanza e l’allattamento possono danneggiare il cervello del bambino, le sue capacità cognitive e neurologiche.

E infatti, gli ftalati sono stati proibiti nei giocattoli per bambini… ma non nei contenitori di cibo!!!

Le plastiche, queste sostanze derivate dal petrolio, estranee alla vita e alla biologia, le mangiamo, le beviamo, le respiriamo, ci fanno ammalare e inquinano tutto il pianeta. E il motivo principale di tanto disastro e’ l’interesse economico delle grandi industrie petrolchimiche, che condizionano politiche e leggi. E’ ora di rifiutare tutta la plastica, e in particolare imballaggi e confezioni, e’ ora di protestare contro chi ce la propina, di “disturbare” commercianti e sopratutto grande distribuzione con i nostri reclami, individuali o collettivi. E’ ora di evitare la plastica come la peste, perche’ sta facendo come la peste danni epocali e, peggio della peste, oltre a danneggiarci ora, contamina le fonti della vita e il futuro dei nostri figli.

Fonte: ilcambiamento.it

Altro che microplastica, la microgomma degli pneumatici è ovunque

Dai social media ai quotidiani, fino agli oceani e alle nostre tavole. La microplastica è ormai dappertutto, ricercata dal grande pubblico e studiata dall’intera comunità scientifica che cerca di analizzarne le quantità e valutarne l’impatto negativo che ha sull’ambiente e sulla nostra salute. Basti pensare che secondo un recente studio ne arriva solamente sulle nostre tavole un quantitativo enorme: stando alle stime, infatti, alla settimana ingeriamo (beviamo e mangiamo) in media un quantitativo di microplastica pari al peso di una carta di credito

Tuttavia, potrà sembrarvi bizzarro, la quantità di microplastica presente nell’ambiente è relativamente “piccola” rispetto a un altro polimero che inquina l’aria e acqua, e quindi anche nostro organismo: la microgomma. A lanciare l’allarme sono i ricercatori dell’Empa svizzero (Swiss federal laboratories for materials science and technology), secondo i quali queste micro particelle, provenienti dall’usura di oggetti composti da questo materiale, come gli pneumatici, negli ultimi 30 anni (1988-2018) si sono accumulate fino a raggiungere oggi una quantità pari a circa 200mila tonnellate. Una cifra davvero impressionante, raccontano i ricercatori, che è stata tuttavia spesso oscurata proprio dai dibattiti sulla microplastica. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Environmental Pollution.

La principali fonti della microgomma

Dallo studio, i ricercatori sono riusciti a identificare la causa principale di questo enorme accumulo: sono le gomme delle automobili e dei camion. “Abbiamo quantificato l’abrasione dei pneumatici, ma anche l’usura dei materiali gommosi presenti nelle aree verdi artificiali come i campi di erba sintetica”, spiega Bernd Nowack, autore dello studio, precisando che l’abrasione dei pneumatici è responsabile del 97% delle particelle rilasciate nell’ambiente. Secondo le analisi, inoltre, è emerso che quasi i tre quarti delle particelle di microgomma rimangono sulla strada nei primi cinque metri, il 5% nei terreni circostanti e quasi il 20% nei corpi idrici.

L’impatto sull’ambiente e sull’uomo

Una parte della microgomma, spiegano i ricercatori, viene prima trasportata per via aerea nei primi cinque metri a sinistra e a destra della strada, poi depositata e parzialmente spazzata via. Sebbene non si sappia ancora con precisione quali siano gli effetti che la microgomma ha sull’ambiente e sulla nostra salute, alcuni dati provenienti da studi precedenti suggeriscono tuttavia che l’impatto sugli esseri umani sembra essere piuttosto basso. “La percentuale di abrasione degli pneumatici nelle polveri sottili inalate è bassa anche nelle aree particolarmente trafficate”, spiega Christoph Hüglin, tra i ricercatori coinvolti nello studio.

I ricercatori sottolineano, tuttavia, che la microplastica e la microgomma non sono affatto la stessa cosa. “Queste sono particelle diverse che difficilmente possono essere paragonate tra loro”, afferma Nowack. E ci sono anche enormi differenze di quantità: secondo i calcoli del nuovo studio, infatti, solo il 7% delle microparticelle a base di polimeri rilasciate nell’ambiente proviene dalla plastica, mentre ben il 93% dall’abrasione dei pneumatici. “La quantità di microgomma nell’ambiente è davvero enorme e quindi estremamente rilevante”, conclude l’autore.

Fonte: Environmental Pollution

Deforestazione Made in Italy: il legame nascosto tra le eccellenze italiane ed il saccheggio dell’Amazzonia

Esiste un rapporto diretto tra le eccellenze del Made in Italy e la deforestazione tropicale, dai più percepita come un fenomeno remoto. È quanto svela il documentario Deforestazione Made in Italy, un lavoro d’inchiesta frutto di due anni di indagini, viaggi e ricerche tra Italia, Europa e Brasile. Le borse di pelle. I salumi e i formaggi DOP e IGP. I mobili di legno pregiato. Ma anche ettari di terra battuta, solcati da decine e decine di camion, che trasportano materie prime lasciando la devastazione nel cuore di una foresta tropicale. Sono le due facce della stessa medaglia, le eccellenze del Made in Italy: prodotti della tradizione, che rendono l’Italia famosa in tutto il mondo ma che sono legati a doppio filo con la deforestazione tropicale.

deforestazione

È questo il racconto di Deforestazione Made in Italy, il documentario d’inchiesta di Francesco De Augustinis, giornalista freelance, che ci accompagna in un lungo viaggio fino al Brasile, nella foresta Amazzonica, e da lì ci riporta indietro seguendo le rotte che portano nel nostro Paese il legname illegale, la carne di manzo, la pelle, la soia, fino in Europa e all’Italia delle eccellenze. Ne viene fuori uno scenario desolante e sorprendente. In Pará, nel cuore della foresta Amazzonica, gli alberi hanno lasciato spazio a una grande distesa di terra rossastra, attraversata da una strada a due corsie piena di tir, carichi di materie prime. Da qui partono i tronchi tagliati illegalmente nella foresta, e tutte le altre commodity responsabili della distruzione di questa regione. Un fenomeno di drammatica attualità: negli ultimi mesi il tasso di deforestazione tropicale in Brasile ha registrato ripetuti record (738 km quadrati a maggio 2019, 932 km quadrati a giugno, 2.115 km quadrati a luglio). L’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, uscito pochi giorni fa, ha avvisato che la difesa delle foreste è una priorità assoluta per contrastare l’emergenza climatica.

Francesco De Augustinis, il giornalista freelance autore del documentario

Francesco De Augustinis, il giornalista freelance autore del documentario

“La deforestazione tropicale – dice l’autore del documentario – è uno dei principali responsabili dell’emergenza che sta vivendo il nostro pianeta, per l’aumento delle temperature e la drammatica perdita della biodiversità. Ma allo stesso tempo viene percepita come un fenomeno remoto, che non dipende da noi. Questo film racconta il legame solido tra l’Europa e l’Italia delle eccellenze con la deforestazione tropicale, in particolare in Sud America. Un passaggio importante, per capire cosa non va del nostro modo di produrre e consumare, e iniziare a progettare un futuro che si basi su presupposti diversi”. 

Il film Deforestazione Made in Italy è nato da un crowdfunding iniziato nel 2017. È stato presentato per la prima volta in Italia il 15 agosto al Clorofilla Film Festival, nel Parco della Maremma (Grosseto) e adesso è in giro per l’Italia tra festival e eventi privati ed è a disposizione gratuitamente (anche per proiezioni pubbliche), scrivendo ai contatti che si trovano sul sito. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/deforestazione-made-in-italy-il-legame-eccellenze-italiane-saccheggio-amazzonia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nextdoor: scendiamo in campo per la pulizia dei nostri quartieri!

Nextdoor, la prima e più utilizzata app per vicini di casa, celebra l’iniziativa Puliamo il Mondo di Legambiente attraverso una call to action ai propri vicini per sensibilizzare verso le tematiche ambientali. Nextdoor è l’app di quartiere privata e gratuita disponibile su Web, iOS e Android. Su Nextdoor i vicini possono creare community private dove conoscersi, fare domande e scambiarsi consigli e informazioni. Dal suo arrivo in Italia a settembre 2018, oltre 2100 quartieri italiani hanno già iniziato a utilizzare l’app per migliorare la qualità della vita locale

Sono oltre 830 i membri Nextdoor che hanno concretizzato l’interesse a partecipare all’iniziativa entrando in contatto con referenti locali o richiedendo materiali e informazioni per partecipare ad attività nelle vicinanze dei propri quartieri. Ed è proprio con questa iniziativa che verranno liberati dai rifiuti e dall’incuria i parchi, i giardini, le strade e le piazze di molte città italiane. Sempre più dati testimoniano una crescente attenzione verso tematiche legate alla sostenibilità e verso scelte più responsabili nei confronti dell’ambiente all’interno della propria comunità. Secondo una ricerca condotta da Research Now su un campione di oltre mille rispondenti, infatti, quando si parla di vita di quartiere tra gli aspetti che considerano più importanti gli italiani annoverano oltre a tranquillità e sicurezza (90%) aspetti legati alla sostenibilità (76%): nello specifico, il 42% ha a cuore la manutenzione e la cura di parchi, strade e marciapiedi mentre il 34% si preoccupa di inquinamento o altri problemi legati all’ambiente.  

“Organizzare attività rivolte al rispetto dell’ambiente e alla cura del proprio quartiere può essere molto importante per creare una forte comunità locale” afferma Amedeo Galano, Head of Community di Nextdoor per l’Italia. “Notiamo con entusiasmo che su Nextdoor le persone amano scambiarsi idee per migliorare il proprio quartiere, anche grazie a piccole azioni quotidiane che fanno la differenza. Sempre più utenti mostrano di avere desideri in termini di sostenibilità e sono convinto che Nextdoor sia e possa continuare a essere una risorsa preziosa per raggiungere questi obiettivi”. 

Preoccuparsi dell’ambiente e della pulizia del proprio quartiere, così come delle strade nelle immediate vicinanze della propria abitazione, non è pertanto qualcosa di occasionale, ma in costante crescita tanto che durante l’anno sono state proposte o organizzate da più di 400 persone attività o comitati di pulizia di quartiere.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/09/nextdoor-pulizia-quartieri/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Imprese oltre la crisi anche grazie alla green economy e all’economia circolare

La bellezza e la cura dell’ambiente sono il miglior marketing che possiamo avere per il nostro territorio, per le nostre aziende

“Investire in questi modelli, per un territorio, è fondamentale, va a beneficio dell’ambiente ed è un’opportunità per le imprese: il miglior marketing per attrarre nuove imprese e per aiutare le imprese ad essere ancora più competitive”.

“La bellezza e la cura dell’ambiente sono il miglior marketing che possiamo avere per il nostro territorio, per le nostre aziende. Lo sapevano già i cittadini senesi che intorno al 1300 fecero mettere per iscritto nella loro Costituzione che il buon governo deve avere a cuore massimamente la bellezza della città. E scommettere sulla qualità, sempre. La scommessa sulla quantità in Italia non paga, ce ne sono di esempi. Per cui di certo la competitività di un territorio e delle sue imprese sta massimamente in tre fattori, tutti fondamentali: bellezza, ambiente e qualità”.

Ne abbiamo parlato con Elisa Poggiali, ingegnere con esperienza di lavoro sia nel pubblico che nel privato, sia nella progettazione che nella consulenza ed un filo conduttore ricorrente: l’ambiente, l’economia e le loro relazioni. Dal 2017 è tra le 100 esperte nazionali nei Settori STEM (Scienza Tecnologia Ingegneria e Matematica) raccolte in un database: 100eperte.it. Un progetto a cura dell’Osservatorio di Pavia e dell’associazione Gi.U.Li.A., in collaborazione con la Fondazione Bracco e con il supporto della RAI Radiotelevisione italiana, volto a dare voce ad esperte, nelle materie di loro competenza, attraverso i media. Scrive di tecnologie e soluzioni per l’ambiente e di modelli di green economy ed economia circolare per riviste specializzate.

Le imprese, che ha conosciuto o che ha intervistato, che hanno investito in green economy ed economia circolare, specie laddove sostenute dalle associazioni e delle pubbliche amministrazioni, si può dire che sono uscite dalla crisi: hanno visto aumentare export o hanno sviluppato più innovazione e, trainato da questi trend, è cresciuto il loro fatturato.

Quali sono gli obiettivi della green economy e dell’economia circolare?

In generale riguardano l’efficienza energetica, la riduzione degli inquinanti immessi e della CO2 prodotta, l’uso di fonti rinnovabili, la riduzione rifiuti attraverso il principio delle tre R (Riciclo/Riuso/Recupero) e la riprogettazione a monte dei prodotti, in un sistema ciclico (da qui il termine circolare) verso il progressivo azzeramento degli scarti. L’economia circolare è un sottoambito della green economy: la creazione di un sistema ciclico di processo dove per tutti gli scarti ottenuti si è trovato il modo di: riciclare o recuperare o riusare. E laddove ciò non è possibile, si agisce sulla ri-ideazione e riprogettazione: dei materiali componenti (riciclati, riciclabili, recuperati, recuperabili), delle migliori soluzioni per rendere un oggetto/prodotto scomponibile (per il successivo riciclagio/recupero), anche grazie ai più avanzati sistemi di automazione.

Come si capisce bene, i risparmi ottenuti, sono davvero importanti. A tal punto da diventare un fattore di competitività rispetto a chi non ha investito in questi modelli.

Dall’ambiente come costo e limite, all’ambiente come opportunità di crescita…

La tutela dell’ambiente e delle risorse, dal 1992 con la prima importante Conferenza ONU sull’Ambiente, il Summit ONU di Rio de Janeiro che definisce lo sviluppo sostenibile e fin dai primi trattati sottoscritti dai Paesi del mondo, non sono più visti come un obbligo, un limite, un adempimento da assolvere e basta, ma diventano – in questi quasi 30 anni – sempre più un’opportunità per le imprese.

Un modo funzionale per superare le crisi, come già sapevano e facevano in passato gli imprenditori dei distretti, per citarne due, del tessile di Prato e del cartario di Lucca. L’utilizzo degli scarti come materia “prima seconda”, gli stracci e la carta usata, era già praticato dalle imprese che sapevano quanto fosse importante, specie per un Paese povero di risorse come l’Italia, poter reperire materie prime a basso costo.

Quali sono i dati della Green economy italiana?

Che la green economy sia un’opportunità per le aziende lo confermano i dati: già 385.000 sono le aziende che in Italia hanno scommesso sulla green economy per superare la crisi. 1/4 delle imprese italiane del manifatturiero. 110 mld € di valore, il 13% dell’economia nazionale.

Imprese che, nel 2017, hanno avuto visto aumentare l’export rispetto a chi non ha investito in green (34% contro 29%), che hanno sviluppato di innovazione (il doppio delle imprese che hanno investito rispetto a quelle che non hanno investito). E trainato da export e innovazione, che hanno visto aumentare il fatturato (32% contro 24%).

C’è poi il primato dell’Italia per il biologico (export) e il primato in Europa per l’Italia come recupero di materia prima secondaria (terza la Germania). Altro dato significativo: la green economy e l’economia circolare producono occupazione: 3 milioni di green jobs, il 13% degli occupati. Nel 2018 nella green economy si registrano 474.000 nuovi occupati e, cosa ancora più importante, si tratta di dati in crescita.

Questi valori provengono del Rapporto GreenItaly di Unioncamere e Fondazione Symbola (2018), ma ce ne sono altri che, con altri parametri valutati, ci rappresentano lo stesso quadro: una fetta importante di economia e di lavoro che cresce, e l’Italia che su questo ha anche un peso in Europa.

La green economy conviene anche perché ce lo dice il marketing

La green economy conviene perché si risparmia e rende le aziende più competitive, ma la green economy conviene anche perché si aumentano le fette di mercato e ce lo dice il marketing. Tanti sono i settori in cui i consumatori – sempre più attenti e consapevoli – cercano prodotti che hanno basso impatto sull’ambiente e sicuri per la salute, e che scelgono aziende che hanno questo atteggiamento “responsabile” (verso l’ambiente e verso i lavoratori). Pensiamo ad aziende della cosmetica, del tessile, alle imprese agricole e agroalimentari: tutti settori dove questa attenzione è massima e sempre crescente, ma non solo.

Una ricerca, generica per quanto riguarda i prodotti, della Ipsos Italia, ma recente (maggio 2019) ci dice che secondo il 77% degli italiani le aziende dovrebbero ridurre le emissioni e gli impatti ambientali, per il 50% degli italiani dovrebbero essere attente alle condizioni di lavoro dei propri dipendenti e per il 37% si dovrebbero migliorare la qualità dei propri prodotti/servizi a beneficio dei consumatori.

Quali sono i settori dove la green economy ha preso maggiormente piede?

Dall’agricolo, all’agroalimentare, all’edilizia e poi l’arredo, i rivestimenti, l’automotive, il tessile, la cosmetica, il chimico. Le aziende più circolari, più green, sono già distribuite in tanti settori, ma le applicazioni di green economy ed economia circolare sono quanto mai necessarie proprio dove si hanno gli impatti maggiori, in termine di inquinamento prodotto e di scarti da smaltire. Che sono anche i settori dove il consumatore più chiede attenzioni e accorgimenti, sia nei prodotti che nei processi. Per entrambi questi motivi anche dove più conviene all’impresa.

Faccio qualche esempio. Nell’edilizia, una start up fiorentina ha messo a punto un nuovo sistema di costruzione, tutto circolare: una filiera di produzione dei mattoni che parte dalla demolizione dell’edificio esistente e attua il recupero in loco e diretto dei materiali grazie a una pressa ad alta compressione, che dai mattoni recuperati “rigenera” nuovi mattoni. Nell’arredo: molte le aziende che producono mobili di design, realizzate con materiali riciclabili e oggetti monomaterici o facilmente disassemblabili, in modo da agevolarne il riciclo al 100%. Con una qualità dei materiali e con una bellezza dei prodotti che contribuiscono ad allungarne la vita, rendendo più efficiente l’uso della materia e dell’energia impiegate.

E poi, nei rivestimenti: tutto (o quasi) si ricicla diventando altra materia, senza sacrificare estetica, qualità e funzionalità. Aziende che producono pavimenti e rivestimenti continui a base d’acqua, atossici e certificati, materiali eco-compatibili, di riciclo e completamente riciclabili come inerti.

E ancora, nella cosmesi, produzioni che utilizzano scarti agroalimentari come materia prima, ricchi di antiossidanti, leviganti, idratanti, al pari o più di materie prime vergini. E nella moda: tessuti e coloranti, sempre più naturali, sempre più frequentemente ricavati dagli scarti agricoli.

Un interessante progetto in corso riguarda anche più settori: l’automotive, il ferroviario e la nautica. Si chiama REVYTA e il nome sta per riciclo vetroresina camper nautica e ferroviario. È partito nel 2018 in Toscana, a Livorno e molti sono i partner di progetto: le aziende coinvolte in questi tre settori nei distretti regionali presenti, le aziende chimiche, i centri di ricerca e poli tecnologici. Gli obiettivi riguardano l’automazione avanzata per il disassemblaggio dei prodotti a fine vita e il riciclo o recupero della vetroresina, finora di difficile attuazione ma che potrebbe evitare ingenti costi di smaltimento e di materia prima e impatti significativi dal punto di vista ambientale.

Ogni anno in Europa sono prodotte 800.000 tonnellate di vetroresina, di queste, 100.000 ton in Italia con un trend in continua crescita, anche perchè le applicazioni del materiale sono svariate e riguardano anche ulteriori settori come l’edile, l’arredo urbano, l’elettrico. Il 90% di questa vetroresina è ad oggi destinato alla discarica, per cui sistemi di riciclo e recupero validi sono di indubbio e significativo vantaggio dal punto di vista dell’ambiente. Ma anche per i costi evitati: la resina vergine ha un prezzo che va dai 1.500 ai 6000 euro alla tonnellata; utilizzare resina riciclata che abbia le stesse caratteristiche meccaniche e funzionali della vergine può offrire risparmi importanti a tanti settori. Il progetto sta raccogliendo i primi risultati, sono in corso di valutazione questi processi e taluni prototipi. L’aspetto essenziale è che il recupero o riciclo avvenga senza aggravio ambientale, ovvero senza l’utilizzo di sostanze pericolose, con basso livello di emissioni e altri impatti prodotti. In modo che il bilancio ambientale sia effettivamente positivo.

Tecnologie, innovazione e salvaguardia dell’ambiente, che davvero vanno a beneficio di tutti.

Fonte: https://www.peopleforplanet.it/imprese-oltre-la-crisi-anche-grazie-alla-green-economy-e-alleconomia-circolare/

#SOStenibilmente: al via un innovativo progetto di educazione ambientale per le scuole

Supportare i docenti delle scuole elementari, medie e superiori nella promozione di cambiamenti nelle azioni quotidiane e negli stili di vita di ciascuno, per costruire una cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sui principi della sostenibilità. Italia che Cambia partecipa al progetto #SOStenibilmente promosso dal Centro Internazionale per l’Infanzia e la Famiglia (CIFA Onlus) e finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Italia che Cambia partecipa al progetto #SOStenibilmente che prenderà il via a settembre ed è riservato a studenti e studentesse delle scuole elementari, medie e superiori, che potranno aderire su base volontaria e gratuitamente, alla luce del cofinanziamento dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Il progetto mira al rafforzamento del protagonismo giovanile in campo ambientale attraverso percorsi didattici di educazione allo sviluppo sostenibile e attivazioni giovanili. Alle circa 500 classi in tutta Italia che ne faranno richiesta per prime, saranno spediti dei kit didattici/scientifici elaborati da un team di esperti di cui fa parte anche Italia che Cambia ed è coordinato da Legambiente, che consentiranno agli Insegnanti di guidare i propri studenti per tutto l’anno scolastico 2019/20 dalla mera consapevolezza dei problemi ambientali globali, a forme di mobilitazione e di azione concreta di tutela e cittadinanza attiva.

Il team di #SOStenibilmente riunito a Torino

L’autorevolezza dei soggetti istituzionali coinvolti e la notevole esperienza dei professionisti che hanno progettato il “kit” garantisce la massima qualità didattica e scientifica del progetto. In tutto il Paese l’attivismo e il protagonismo dei giovani sui temi ambientali sta vivendo un momento decisamente fertile. I ragazzi hanno voglia di agire e di essere protagonisti del loro futuro. Educare allo Sviluppo Sostenibile risulta di importanza cruciale per innescare cambiamenti negli stili di vita di ciascuno, e per costruire una cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sui principi della sostenibilità. L’urgenza è quella di supportare i Docenti nella costruzione di un nuovo sistema di valori, promuovendo cambiamenti nel nostro modo di pensare e nelle nostre azioni quotidiane, tenendo presente l’età degli studenti. Per questo i kit sono differenziati in tre tipologie:

– scuole primarie: ci si concentra sulle abitudini domestiche, tentando così di innescare processi di imitazione delle nuove prassi ecologiche anche all’interno delle famiglie dei giovani studenti;

– scuole secondarie di primo grado: maggiore attenzione alla tutela ambientale all’interno del microcosmo scolastico e nel quartiere;

– scuole secondarie di secondo grado: prevale la componente di attivazione civica con l’analisi dei problemi e delle risorse dei territori, e l’organizzazione di eventi in grado di coinvolgere volontari, imprese, amministratori pubblici e il mondo dei mass media.

Ciascun kit conterrà:

– una guida per gli insegnanti (che potranno beneficiare anche di specifici moduli di formazione);

– una serie di giochi, personalizzati a seconda delle tre fasce d’età coinvolte, che tuttavia in questa fase preferiamo non svelare;
– accanto ai supporti ludici, vengono forniti dettagliati input per la realizzazione del prodotto finale che verrà presentato il 5 giugno 2020 nella giornata conclusiva. 

I kit saranno disponibili a partire da settembre 2019. I kit verranno distribuiti fino ad esaurimento delle copie disponibili!
Per informazioni: www.cifaong.it/sostenibilmente.pdf, facebook: @SOStenibilmente, oppure scriveteci a SOStenibilmente@cifaong.it.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/sostenibilmente-innovativo-progetto-di-educazione-ambientale-scuole/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Insostenibile moda: le fibre sintetiche che fanno male all’ambiente

L’industria della moda ha un impatto pesantissimo sull’ambiente e le fibre sintetiche sono tra i maggiori responsabili. Riescono a passare attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue e si diffondono nell’ambiente.

In una scena del film “Quel che resta del giorno”, diretto da James Ivory, interpretato da Antony Hopkins e ambientato in una grande residenza di campagna inglese negli anni ’30 del Novecento, due distinti (ma evidentemente poco aggiornati) signori inglesi si interrogano incuriositi su un personaggio che di lì a poco li avrebbe raggiunti, un giovane milionario americano che ha fatto fortuna nel Nuovo Mondo. Uno dei distinti signori dice all’altro: “Pare che abbia un’industria di sintetici” e aggiunge incuriosito: “Ma cosa saranno, poi, questi sintetici”?

Certo a quell’epoca l’industria dei tessuti sintetici era appena agli inizi, un’avventura della chimica e dell’industria degna del progresso del Nuovo Mondo, ma ancora pressoché sconosciuta in Europa. Oggi, però, a circa un secolo da quei tempi, tutti conosciamo bene i tessuti sintetici e anzi, molto probabilmente, non riusciremmo neanche più a immaginarcelo il mondo (Nuovo o Vecchio che sia) senza queste fibre che ormai ci circondano in tutte le forme, di tutte le consistenze e di tutti i colori. Eppure è proprio quello che forse dovremmo cominciare a fare: pensare a un mondo libero dalle fibre sintetiche. Sempre se abbiamo veramente a cuore l’ambiente e se abbiamo letto una recentissima ricerca pubblicata su Nature Scientific Reports, che ci sorprenderà con i suoi risultati. Perché, a quanto pare, la principale fonte di inquinamento da microplastiche degli oceani è dovuta proprio al lavaggio dei capi d’abbigliamento in fibra sintetica. Già nel 2018 le Nazioni Unite, attraverso l’UNEP, il proprio programma ambientale, avevano lanciato l’allarme sul pericolo rappresentato dal peso che la frenesia dell’industria della moda esercita sull’ambiente a livello globale e non solo per quanto riguarda le risorse utilizzate per produrre i capi d’abbigliamento, ma anche per i rifiuti che questo settore produce. Giusto per capire le dimensioni del problema, basti ricordare che l’industria della moda produce il 20% delle acque reflue di tutto il mondo e il 10% delle emissioni globali di anidride carbonica: più di tutti i voli internazionali e le spedizioni marittime. Le tinture tessili, poi, sono la seconda più grande fonte d’inquinamento delle acque a livello mondiale, dal momento che per creare un solo paio di jeans occorrono circa 7.500 litri d’acqua. Senza contare tutta l’energia necessaria all’industria tessile e l’inquinamento atmosferico derivante dalla sua produzione. E senza dimenticare, poi, i rifiuti prodotti: sempre secondo l’UNEP, ogni secondo (!) l’equivalente di un intero camion della spazzatura di tessuti, finisce in discarica o viene bruciato.

Su questa base, l’UNEP prevede che, se questa situazione non cambierà, entro il 2050 l’industria della moda sarà responsabile di un quarto del bilancio mondiale di emissioni di CO2. Infine, c’è la questione dei lavaggi: gli abiti infatti non inquinano solo quando devono essere prodotti o smaltiti, cioè all’inizio e alla fine della loro esistenza, ma anche durante tutto la loro vita utile, perché il solo fatto di lavarli fa sì che ogni anno venga rilasciata una gran quantità di microfibre negli oceani. È proprio quest’ultima la questione che è stata affrontata da un team di ricercatori dell’Istituto per i polimeri compositi e biomateriali del CNR di Pozzuoli (NA), Francesca De Falco, Emilia Di Pace, Mariacristina Cocca e Maurizio Avella, autori dello studio pubblicato il 29 aprile sulla rivista Nature Scientific Reports intitolato “Il contributo dei processi di lavaggio degli abiti sintetici all’inquinamento da microplastiche”.

Le finalità di questo studio erano tanto semplici quanto importanti. Partendo dal fatto che il lavaggio dei tessuti sintetici è stato ritenuto la principale fonte di inquinamento da microplastiche primarie negli oceani – ovvero le plastiche direttamente rilasciate nell’ambiente sotto forma di piccole particelle di dimensioni inferiori ai 5 mm – i ricercatori hanno voluto quantificare l’effettivo contributo dei processi di lavaggio degli indumenti sintetici a questo problema ambientale. In secondo luogo hanno voluto capire in che modo le caratteristiche dei tessuti influenzavano il rilascio delle microfibre. Per rendere il test quanto più realistico possibile, hanno eseguito le prove di lavaggio su indumenti commerciali, usando una lavatrice per uso domestico. Dopo i lavaggi le acque di scarico sono state raccolte e fatte passare attraverso speciali filtri con diversa porosità. In questo modo sono state determinate con precisione quantità e dimensioni delle microfibre, mentre il rilascio è stato è stato analizzato anche in relazione alla natura e alle caratteristiche degli indumenti lavati.

I risultati hanno mostrato che la quantità di microfibre rilasciate durante il lavaggio varia da 124 a 308 mg/kg di tessuto lavato, in base al tipo di indumento. È una quantità che corrisponde a un numero di microfibre compreso tra 640.000 e 1.500.000. Il team, poi, ha riscontrato che alcune specifiche caratteristiche del tessuto (come il tipo di fibre che costituiscono i fili e la loro torsione) hanno influenzato il rilascio delle microfibre durante il lavaggio e ha anche scoperto che una gran quantità di microfibre di natura cellulosica è stata rilasciata da vestiti realizzati con una miscela di poliestere e cellulosa. Altre importanti indicazioni, infine, sono state ricavate sulle dimensioni delle microfibre, grazie alla scoperta che la frazione più abbondante di esse è risultata essere trattenuta da filtri con dimensioni dei pori di 60 μm, con fibre che presentavano una lunghezza media di 360-660 μm e un diametro medio di 12-16 μm. In altre parole, i ricercatori hanno ottenuto utili indicazioni anche sulle dimensioni delle fibre che riescono a passare attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue, finendo per rappresentare una minaccia per gli organismi marini.
Ma come e perché avviene il rilascio delle microfibre? Essenzialmente il distacco delle microplastiche dagli abiti sintetici è dovuto agli stress chimici e meccanici subiti dai tessuti durante il processo di lavaggio in lavatrice, che porta al rilascio delle microfibre le quali, grazie alle loro ridotte dimensioni, riescono a passare parzialmente indisturbate attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue, finendo direttamente in mare. Al momento la questione se questi impianti siano in grado (e in che misura) di trattenere queste particelle è ancora aperta e dibattuta. Quel che è certo, però, è che una gran quantità di microfibre è stata trovata in uscita da almeno 8 impianti di trattamento nella baia di San Francisco e altri studi hanno individuato la presenza di microplastiche simili allo sbocco di impianti in Svezia, Australia e Finlandia, indipendentemente da quella che era l’efficienza degli impianti o dal grado di avanzamento dei trattamenti.
Il riscontro di questi dati e i risultati dello studio suggeriscono, dunque, che proprio gli impianti di trattamento, grazie alla gran quantità di acque lavorate, potrebbero configurarsi come le porte attraverso le quali le microplastiche raggiungono i mari. D’altra parte la presenza di microplastiche negli ecosistemi marini è già ampiamente documentata, mentre microfibre sono state ritrovate sulle spiagge di tutto il mondo, nelle acque dell’Oceano Pacifico, del Mare del Nord, dell’Oceano Atlantico e persino dell’Artico e nei sedimenti di acque profonde. Sulle conseguenze di questo fenomeno per la catena alimentare gli studi sono ancora insufficienti per trarre conclusioni certe ma, per quanto riguarda i possibili effetti sulla fauna marina, si ipotizza che le microfibre di Polietilene tereftalato (il classico PET delle bottiglie d’acqua minerale) ingerite dalla Daphnia magna, una diffusa specie di crostaceo che compone lo zooplancton, potrebbero causarne un aumento della mortalità con ripercussioni negative sulle specie che se ne cibano. Fibre tessili, poi, sono state individuate già alcuni anni fa anche in pesci e molluschi in vendita per il consumo umano, nei mercati di Makassar, in Indonesia, e della California negli USA. La cosa, in effetti, non dovrebbe stupire dato che recenti stime valutano che gli indumenti sintetici contribuiscano per circa il 35% al rilascio negli oceani delle microplastiche primarie di tutto il mondo, facendone, di fatto, la principale fonte di questo inquinante. Questo dato, a sua volta, è conseguenza del fatto che le fibre sintetiche rappresentano circa il 60% di tutte le fibre consumate ogni anno dall’industria dell’abbigliamento, che ammontano a quasi 70 milioni di tonnellate. Dunque ogni anno l’industria della ‘fast fashion’, cioè della moda rapida e del guardaroba (basato in gran parte sui tessuti sintetici) che deve essere cambiato e rinnovato velocemente, produce indumenti per circa 42 milioni di tonnellate di fibre sintetiche. Questi capi d’abbigliamento, poi, vengono lavati da circa 840 milioni di lavatrici domestiche che, ogni anno, consumano quasi 20 chilometri cubi d’acqua e 100 miliardi di chilowattora di energia. È un ritmo troppo alto, un peso troppo gravoso da sostenere, prima di tutto per l’ambiente, ma anche per molti lavoratori del settore (spesso residenti in Paesi del Terzo Mondo) sottoposti a orari e condizioni di lavoro massacranti e paghe da fame, per mantenere bassi e competitivi i prezzi dei capi d’abbigliamento. È per contrastare questo stato di cose che lo scorso 10 luglio, durante il Forum sullo Sviluppo Sostenibile di New York, le Nazioni Unite hanno lanciato l’Alleanza per la moda sostenibile, cui hanno aderito già 10 organizzazioni. Lo scopo è incoraggiare il settore privato, i governi e le organizzazioni non governative a creare una spinta, a livello di settore, per ridurre l’impatto sociale, economico e ambientale della moda trasformandola, invece, in un driver per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Insomma, forse è arrivato il momento di cambiare abitudini, piuttosto che abiti.

Romualdo Gianoli

Laureato in ingegneria elettronica, master in Comunicazione e Divulgazione Scientifica, si occupo di giornalismo scientifico e comunicazione della scienza. Collabora con la rivista Micron, QUI la biografia completa.

Fonte: ilcambiamento.it

I servizi ecosistemici delle foreste UE

Le foreste coprono il 40% del territorio europeo e forniscono una moltitudine di servizi ecosistemici: contribuiscono sia alla salute dell’ambiente sia al benessere umano.

L’UE contiene circa il 5% delle foreste mondiali, il 60% delle quali è di proprietà privata. Negli ultimi 60 anni le foreste europee si sono espanse continuamente e ora occupano circa 160 milioni di ettari.

Fonte: classeuractiv.it

Basta microplastiche nelle nostre acque! Da Biella una petizione per salvare il pianeta

Una filiera tessile sostenibile e consumatori consapevoli: sulla piattaforma online Change.org è stata lanciata una petizione mirata all’approvazione, in Italia, di una legge volta alla protezione dei mari della penisola. L’iniziativa, partita da due imprenditori della città laniera, conta attualmente oltre 14mila firmatari.

“Attiviamoci affinché in Italia venga approvata una legge a protezione dei nostri mari, che darebbe un forte impulso economico alla nostra filiera tessile, notoriamente legata alla produzione di capi in fibre naturali come il cotone, la lana e la seta e che quindi crei nuovi posti di lavoro”: è questo quanto si legge nella petizione Basta microplastiche nelle nostre acque, lanciata su Change.org da Giovanni Schneider, amministratore delegato del Gruppo Schneider (e della Pettinatura di Verrone). Cambiare il mondo a partire dagli abiti che indossiamo e dalla produzione, quindi, innestando una sensibilizzazione sociale sui temi ambientali e sugli strumenti che possano ovviare alle problematiche green. Una delle via per contrastare, ad esempio, l’inquinamento dei mari passa dall’acquisto e dalla produzione di capi non sintetici: a questo proposito, nella petizione, viene spiegato come la plastica arrivi negli oceani anche attraverso le lavatrici, in quanto i vestiti composti da tessuti sintetici rilasciano nei cestelli centinaia di migliaia di microfibre plastiche.
In ogni lavaggio, quindi, si fa un potenziale danno ai mari, con le particelle inquinanti che passano dalle fogne ai corsi d’acqua nostrani. Il danno, come intuibile, è all’intero ecosistema, salute dell’uomo compresa. La plastica, infatti, viene ingerita da molti organismi e animali marini, entrando così anche nella catena alimentare.

In quest’ottica, segnali concreti sono arrivati dall’America: in California è in dirittura d’arrivo la legge che renderà obbligatoria l’etichettatura dei capi d’abbigliamento che contengono oltre il 50% di fibre sintetiche; lo Stato di New York ha presentato il disegno di legge AB 1549 (se approvato entrerà in vigore a gennaio 2021) che prevede come nessuna persona, azienda o associazione possa vendere in negozio alcun capo di abbigliamento – scarpe e cappelli esclusi – realizzato con tessuto composto per più del 50% di materiale sintetico senza un’apposita etichetta informativa. Il disegno di legge in questione, come si legge nella petizione, fornisce anche una chiara definizione di microfibra plastica, ovvero ‘una piccola particella sintetica di forma fibrosa, lunga meno di cinque millimetri, che viene rilasciata nell’acqua attraverso il normale lavaggio di tessuti in materiale sintetico’.
Oltre alle istruzioni previste per la cura del capo, l’etichetta – in forma di cartellino o adesivo – dovrà riportare ben in vista, a beneficio del consumatore, delle informazioni di carattere divulgativo sui possibili danni dati dal lavaggio in lavatrice, consigliando quello manuale. Elena Schneider, che insieme al fratello sostiene la petizione, è intervenuta ai nostri microfoni e ha messo in luce la battaglia pro-ambiente intrapresa con “Basta microplastiche nelle nostre acque”: “Come in California e a New York – esordisce – il nostro obiettivo è che venga approvata una legge a riguardo anche in Italia. Per questo vogliamo dare più risonanza possibile alla petizione, che attualmente conta oltre 14mila firmatari. Quando i numeri saranno ancor più elevati, la rivolgeremo a Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.  Con la petizione vogliamo anche sensibilizzare il consumatore a guardare l’etichetta dei vestiti, non soltanto per vederne la composizione (spesso sintetica), ma per capire come trattare il capo di abbigliamento nel lavaggio”.

Per limitare l’impatto ambientale, informazione e consapevolezza viaggiano verso la sostenibilità su binari paralleli e trovano la stazione di partenza proprio a Biella, città laniera per antonomasia. Un segnale forte, arrivato dalla provincia piemontese che ha il tessile nel suo DNA, in una tradizione nel segno della continuità. Elena e Giovanni, che hanno lanciato la petizione, sono entrambi imprenditori biellesi impegnati nell’azienda tessile di famiglia. Le loro ragioni non sono solo di natura ‘territoriale’, ma sono principalmente legate a topic come ambiente e sostenibilità, ai quali l’imprenditrice è sempre stata sensibile. “Mio fratello e io – argomenta – siamo sempre stati toccati da questi temi. Io, ad esempio, ho lavorato con Slow Food e la nostra azienda, già undici anni fa, partecipò a Terra Madre – Salone del Gusto presentando un manifesto per le fibre naturali, firmato da Petrini nel 2008. Carlìn è stato il mio mentore e ho anche scritto la mia tesi di laurea su Slow Food”.

Il legame tra Elena Schneider e Petrini non finisce qui: “Ho sentito – racconta – per la prima volta da lui il termine co-produttore, in sostituzione a quello di consumatore. Si farebbero dei passi avanti se si ragionasse in termine di co-produzione invece che di consumo.

Come le etichette che informano sugli ingredienti degli alimenti, anche quelle nei vestiti avrebbero la funzione di far comprendere l’impatto ambientale e sociale che ha un determinato capo di abbigliamento. Non bisogna far finta che il problema non ci tocchi: siamo tutti co-produttori di ciò che mangiamo e vestiamo. La tracciabilità e la relativa attenzione – conclude – non devono esserci solo sul cibo, ma vanno rivolte anche ai vestiti; bisogna andare al di là della griffe e capire cosa c’è dietro a un marchio. La consapevolezza è fondamentale: estetica ed etica possono coesistere”.

Foto copertina
Didascalia: Plastica e Microplastica
Autore: Freepik
Licenza: CCO Creative Commons

Fonte: piemonte.checambia.org

Il Tribunale della UE: l’Efsa renda pubblici gli studi sul glifosato

Il Tribunale dell’Unione Europea ha annullato le decisioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che negavano l’accesso agli studi di tossicità e cancerogenicità del glifosato. Ora quegli studi devono essere resi pubblici.

Il glifosato è uno degli erbicidi più utilizzati a livello mondiale per il controllo delle erbe infestanti in agricoltura, orticultura, silvicultura e manutenzione del verde urbano. Nel marzo del 2015 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) lo ha catalogato come “probabile cancerogeno per gli umani”. Ad aprile 2015 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) è stata incaricata dalla Commissione Europea di prendere in considerazione le conclusioni dello Iarc ed effettuare una revisione nell’ambito del processo legale di rinnovo dell’autorizzazione dell’uso del glifosate in Europa. Contrariamente al rapporto Iarc, le ricerche di Efsa sono arrivate alla conclusione che è “improbabile che il glifosato possa costituire un pericolo cancerogeno per gli esseri umani”. I risultati opposti delle due valutazioni hanno generato, nei mesi seguenti, un duro dibattito tra esponenti delle due Agenzie circa la metodologia applicata nella determinazione della possibile cancerogenicità dell’erbicida. Sebbene le conclusioni dell’Efsa avrebbero permesso il rinnovo quindicennale della licenza per il glifosate da parte della Commissione Europea, a marzo 2016 il Comitato permanente su piante, animali, cibi e mangimi (Paff) non ha proceduto a tale rinnovo a causa dell’opposizione di alcuni paesi, tra cui l’Italia. Nell’aprile 2016 il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione non vincolante che esortava, tra l’altro, la Commissione a rinnovare l’autorizzazione al commercio del glifosato per sette anni invece di quindici e limitatamente all’uso professionale. In ambito UE è stato quindi varato il Regolamento 1313/2016 che prevede misure di limitazione nell’uso di formulati a base di glifosato, ripreso in Italia dal Decreto 9 agosto 2016 che proibisce l’utilizzo dell’erbicida in luoghi di interesse pubblico (parchi, giardini, ecc) e ne vieta totalmente l’impiego per fini non agronomici. Nel frattempo l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) nel marzo 2017 ha confermato la classificazione del glifosato come sostanza che può causare seri danni agli occhi, tossica per l’ambiente acquatico con effetti a lungo termine. In questo quadro di valutazioni anche contrastanti, un cittadino ed alcuni eurodeputati, appellandosi alle disposizioni della Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni in materia ambientale, hanno fatto richiesta di accesso all’Efsa relativamente agli studi sulla tossicità e cancerogenicità del glifosate alla base delle sue valutazioni; tali studi, mai pubblicati, sono ritenuti infatti fondamentali per determinare la dose giornaliera ammissibile di glifosate, oltre a contenere risultati e analisi sulla cancerogenicità della sostanza attiva.

L’Efsa ha però negato l’accesso a tali studi perché, ha spiegato:

. la divulgazione di tali informazioni avrebbe danneggiato gli interessi commerciali e finanziari delle imprese autrici degli studi stessi,

. non esisterebbe, secondo Efsa, alcun interesse pubblico prevalente alla divulgazione di questo genere di informazioni
. gli studi non avrebbero fornito informazioni relative alle emissioni nell’ambiente, ai sensi della Convenzione di Aarhus

. l’accesso a tali studi non sarebbe servito per una valutazione scientifica dei rischi relativi al glifosate.
I ricorrenti si sono dunque rivolti al Tribunale dell’Unione europea per chiedere l’annullamento del rigetto. E il Tribunale ha dato torto all’Efsa, annullando la sua decisione di negare l’accesso agli studi effettuati.

Ha dunque stabilito che l’Efsa debba rendere pubblici tali studi in quanto “l’interesse del pubblico ad accedere alle informazioni sulle emissioni nell’ambiente è non solo quello di sapere che cosa è, o prevedibilmente sarà, rilasciato nell’ambiente, ma anche di comprendere il modo in cui l’ambiente rischia di essere danneggiato dalle emissioni in questione”. Per i giudici europei, infatti, il pubblico è tenuto ad essere informato sui rischi ambientali legati alla diffusione del glifosate. Gli studi di cui è stato chiesto l’accesso, per il Tribunale UE conterrebbero a tutti gli effetti informazioni “[riguardanti] emissioni nell’ambiente” ai sensi della Convenzione di Aarhus e l’Efsa non avrebbe quindi dovuto negarne la divulgazione.

Per il Tribunale l’interesse pubblico è dunque superiore a quello delle aziende (e meno male…), trattandosi di una sostanza che, nel suo utilizzo normale, è destinata ad essere rilasciata nell’ambiente, i suoi impatti prevedibili non sono solamente teorici, visto che i residui sono presenti nel cibo, nelle piante e nelle acque, ma reali; il pubblico deve accedere non solo alle informazioni sulle dispersioni ma anche a quelle sulle conseguenze a medio e lungo termine sull’ambiente, per esempio sugli organismi che non sono target primari della sostanza.

Fonte: ilcambiamento.it