Viaggiare è un bisogno profondo che ci lega alla Natura

Ispirazione, scoperta interiore, riconnessione con l’ambiente naturale, fascino dell’esotico e valorizzazione del territorio in cui viviamo. Sono questi i cardini dell’esperienza di viaggio che ci racconta in questa intervista Luca Vivan, travel blogger e Inspirational Travel Designer. Nomade atipico, perennemente in bilico fra il fascino di loghi lontani e la magia delle montagne friulane, sua terra d’origine, seguendo il filo rosso di un nuovo approccio al viaggio e alla scoperta: «Il viaggio deve diventare sempre più centrato sull’individuo, che va ascoltato e compreso, per indirizzarlo sul sentiero che gli appartiene davvero». Con Luca Vivan, Inspirational Travel Designer e curatore di un blog che parla di turismo ed ecologia, abbiamo provato a capire come e perché sta cambiando il modo di viaggiare. vivan2

Secondo te come deve essere un viaggio per offrire un’ispirazione?

Ogni viaggio può essere fonte di ispirazione, anche la semplice passeggiata nel parco dietro casa. Il punto non è secondo me la destinazione da raggiungere ma il modo in cui noi affrontiamo il viaggio. Siamo abituati ad aspettarci sempre qualcosa dagli altri, a credere che se incontreremo una persona che consideriamo migliore di noi, diventeremo migliori a nostra volta. Forse noi siamo già migliori, dobbiamo solo darci l’opportunità di far emergere chi siamo veramente. Dietro un viaggio che ha lo scopo di offrirci un’ispirazione ci siamo sempre noi e la nostra maggiore o minore apertura. Il bello dei viaggi ispirazionali non sta più nella delega della nostra felicità a una struttura, un pacchetto turistico o una meta, quanto nella nostra capacità di metterci in cammino e trovare la strada che fa per noi.

Come sta cambiando il modo di viaggiare secondo te?

Come specie stiamo lentamente comprendendo che abbiamo dei bisogni profondi, quello di stare bene assieme ai nostri simili, quello di riconnetterci alla nostra natura profonda e a quella che ci circonda, quello di capire cosa vogliamo fare nella nostra vita. Il marketing evoluto sa bene che dietro l’ultimo modello di smartphone non c’è solo il bisogno di avere più memoria o una macchina fotografica migliore, ma che ogni acquisto importante si collega a dei bisogni che spesso noi stessi fatichiamo a riconoscere. Un viaggio in solitaria attorno al mondo o un trekking sulle Dolomiti rispondono ad esempio al nostro bisogno di crescita personale o a quello di scaricare le tensioni accumulate e di ricaricarci. Continuare a vendere letti, piatti da mangiare ed escursioni di gruppo tutte uguali anche se fatte in Brasile o in Norvegia, non ha più senso. Il viaggio deve diventare sempre più centrato sull’individuo, che va ascoltato e compreso, per indirizzarlo sul sentiero che gli appartiene davvero. Inutile aggiungere che tra i bisogni ormai diventati primari, c’è quello di sentirsi di nuovo legati intimamente alla terra. Per secoli abbiamo creduto che ciò che era fuori di noi fosse costituito di oggetti da manipolare a nostro piacimento, senza grosse conseguenze, se non in termini puramente economici. Ora sempre più viaggiatori vogliono tornare a sentirsi di nuovo a casa nel pianeta Terra, agendo in modo consapevole, rispettando l’ambiente e chi in esso vive, esseri umani, animali e piante.vivan3

Spesso si immagina il viaggio “che cambia la vita” come un’avventura in luoghi esotici e lontani… Forse stiamo sottovalutando il territorio in cui viviamo?

Il viaggio ha qualcosa di magico: spostandoci fisicamente, cambiando paesaggi, climi e culture costringiamo anche la nostra psiche a mutare. Viene quindi naturale pensare che andando qualche mese dall’altra parte del mondo la pressione al cambiamento sarà maggiore rispetto a un viaggio dietro casa. Per me è stato così, andando in Brasile, in Australia o in Asia. Questi viaggi sono stati una rottura con alcuni miei schemi di comportamento ma poi, il vero cambiamento è avvenuto e avviene tutt’ora qui, una volta tornato in Friuli. Dopo aver attraversato gli Oceani mi sono reso conto che anche i monti che vedo aprendo la finestra possono donare molto. Tante intuizioni mi sono venute camminando nel bosco dietro casa e su questo non penso di essere un pioniere. Credo che non possiamo essere veramente abitanti del mondo (la parola cittadini va superata) se non cominciamo a dare valore a ciò che esiste attorno a noi e di cui in qualche modo siamo custodi. Altrimenti, il viaggio rischia di diventare solo l’ennesima forma di consumo e di fuga da noi stessi. Inutile anche pensare di attrarre viaggiatori nei nostri territori, seguendo il ritornello “in Italia potremmo vivere solo di turismo”, se non abbiamo un vincolo profondo di rispetto con il terreno dove poggiano le nostre radici.

Raccontaci com’è andato il Ciucoraduno, di cui sei fra i promotori.

Il Ciuco Raduno è una grande festa, che si può riassumere nell’espressione “semplicità delle cose complesse”. È un evento che va raccontato nei piccoli momenti: un asinaro che spiega come toccare l’asino a un bambino timido, i cui occhi poi si riempiono di gioia; il primo compleanno di una ciuchina di nome Fata, festeggiato da tanti bambini con i cappelli con le orecchie a forma di asino; un migliaio di persone che se ne stanno all’aria aperta rilassandosi in compagnia. La semplicità di questi esempi può avere un effetto dirompente in un mondo in cui crediamo che bisogna avere molte cose per essere felici. Il Ciuco Raduno ha avuto il grande pregio di portare tutti noi, organizzatori o visitatori, con i piedi per terra, per godere delle piccole cose, come può essere l’affetto che può dare un asino, che in verità, quando le osserviamo bene, sono sempre grandi. Devo ringraziare la Compagnia degli Asinelli e la gestione del Parco Rurale di San Floriano, per l’opportunità che ha dato a noi tutti, di vivere una parte del territorio del Friuli in modo sostenibile, sostenibile soprattutto per le nostre menti e per i nostri cuori.vivan1

Hai seguito il corso di Inspirational Travel Designer proposto dai nostri amici di Destinazione Umana: come mai hai deciso di farlo e quali sono i tuoi obiettivi?

A molti appaio spesso come una persona molto razionale ma dietro questa corazza c’è un animo sensibile, che quando trova ciò che fa vibrare le sue corde si infiamma di entusiasmo. Seguo Destinazione Umana da quando è nata, perché i suoi valori sono in piena risonanza con i miei. Entrambi infatti parliamo di un modo di viaggiare consapevole negli stili di vita e nell’approccio. Seguire il loro primo corso per diventare Inspirational Travel Designer mi è parso quindi una naturale conseguenza, per portare il mio lavoro di blogger che parla di viaggi a un livello superiore, per passare dalla teoria alla pratica. Insieme a Destinazione Umana voglio legare i bisogni di crescita personale di un numero sempre più grande di persone con gli stimoli che offrono i territori, voglio in un certo senso unire l’interno con l’esterno. Per questo sto organizzando una serie di seminari sull’uso della voce, sulle simbologie sempre attuali delle fiabe o dell’Antico Egitto tra le montagne del Friuli e del Veneto, collaborando con strutture ricettive che hanno una filosofia affine alla mia e confidando nella capacità della natura di alleggerire il cammino di ogni giorno. Sono solo agli inizi ma sono convinto che questo nuovo percorso mi porterà lontano.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/viaggiare-bisogno-profondo-natura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Monsanto è colpevole di crimini contro l’umanità e l’ambiente

Il “Tribunale Monsanto” ha emesso la sua sentenza contro la multinazionale americana che è stata dichiarata colpevole di crimini contro l’umanità e l’ambiente. Lo scorso 18 aprile il Tribunale Monsanto ha reso noto il suo parere legale nei confronti dell’azienda multinazionale più contestata al mondo, dopo aver analizzato per 6 mesi (1) le testimonianze di oltre 30 testimoni, tra esperti del settore agrario, avvocati e vittime dei danni causati dalle attività del colosso dell’agrochimica e della biotecnologia. Il Tribunale Internazionale Monsanto, tenuto da 5 giudici d’eccezione, è un “Tribunale d’Opinione”, fortemente voluto dalla società civile per chiarire una volta per tutte le obbligazioni legali di molte delle condotte dell’azienda multinazionale omonima.monsanto_tribunal_0_0

Le domande fondamentali che sono state poste e sulle quali la società civile ha chiesto il parere consultivo dei giudici del Tribunale erano sei. La prima domanda era legata al diritto ad un ambiente sano, in altre parole si è chiesto ai giudici se la Monsanto, attraverso le sue attività abbia agito in conformità con il diritto ad un ambiente sicuro, pulito, salutare e sostenibile; in seguito ci si è interrogati sul diritto al cibo, un diritto fondamentale che si realizza quando ogni uomo, donna e bambino ha fisicamente ed economicamente accesso a cibo adeguato al suo sostentamento; altra questione analizzata era il diritto alla salute, strettamente legato ai due diritti precedenti; altro tema sul quale il Tribunale ha espresso il suo parere era relativo alla libertà necessaria per la ricerca scientifica; in seguito si sono anche presi in considerazione eventuali complicità della Monsanto su crimini di guerra; ultimo aspetto, ma non certo meno importante dei precedenti: si è voluto indagare circa la possibilità che le attività della Multinazionale possano costituire un crimine di ecocidio.

Per ognuno dei capi d’imputazione l’Azienda Monsanto è stata giudicata colpevole.

Per quanto riguarda il diritto ad un ambiente sano, così come riconosciuto per la prima volta nel 1972 durante una conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente tenutasi a Stoccolma, le attività dell’azienda risultano aver pregiudicato la salute umana e animale, il suolo e le piante e la biodiversità. In particolare a seguito dell’esposizione dell’ambiente e degli esseri viventi al glifosato, ingrediente principale del suo erbicida più diffuso: il Roundup; ma anche con le sementi OGM brevettate dall’azienda e con i PCB. Per gli stessi motivi riportati qua sopra sono stati altresì violati il diritto al cibo e alla salute, entrambi riconosciuti dall’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Riguardo l’indispensabile necessità di garantire una ricerca scientifica libera, così come richiesto dall’articolo 15 della Convenzione internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali e dall’articolo 19 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite, la Monsanto è stata giudicata colpevole di screditare le ricerche scientifiche indipendenti, diffondere false ricerche scientifiche, fare pressioni e persino corrompere governi e ufficiali pubblici, distribuire prodotti dannosi ancora prima di ottenere gli opportuni permessi, intimidire e minacciare di querelare le parti che cercano di informare i consumatori della presenza di prodotti Monsanto nel cibo che acquistano. Per quanto concerne invece la complicità nei crimini di guerra, come evidenziato nell’articolo 8 dello Statuto di Roma del 1998 della Corte Penale Internazionale, la multinazionale è da ritenersi responsabile in quanto tra il 1960 e il 1973 l’esercito americano utilizzò Agente Arancio per distruggere l’habitat dei Vietcong durante la Guerra del Vietnam.Monsanto_1

“I giudici concludono inoltre dichiarando che, nonostante lo sviluppo di molti strumenti per la protezione dell’ambiente, resta un divario tra gli impegni e la realtà della protezione ambientale. Il diritto internazionale sostengono che dovrebbe essere migliorato per una più efficace protezione dell’ambiente includendo il crimine di ecocidio, al quale le corti potrebbero far riferimento anche nel caso dei crimini di cui sopra commessi dalla Monsanto. Il Tribunale ribadisce che le imprese multinazionali dovrebbero essere riconosciute come attori responsabili e dovrebbero quindi essere sottoposte alla competenza della Corte penale internazionale in caso di violazione dei diritti fondamentali. Il Tribunale chiaramente identifica e denuncia una grave disparità tra i diritti delle multinazionali e dei loro obblighi. Pertanto, il parere consultivo incoraggia gli organi autorevoli a proteggere l’efficacia dei diritti umani internazionali e del diritto ambientale contro la condotta delle multinazionali. Le conclusioni molto chiare saranno di interesse sia per i critici di Monsanto e per l’agricoltura industriale, sia per gli azionisti delle società chimiche e soprattutto Bayer. La reputazione di Monsanto – e Bayer in caso di fusione – non migliorerà esattamente con queste conclusioni da parte dei giudici del Tribunale. Il parere consultivo è un segnale forte per coloro che sono coinvolti nel diritto internazionale, ma anche per le vittime di prodotti chimici tossici e della potenza delle grandi corporazioni. Il tribunale ha creato legami e condiviso informazioni importanti tra avvocati e organizzazioni che rappresentano le vittime. Pertanto è probabile che le conclusioni porteranno a più responsabilità nei confronti di Monsanto e simili. Questo rispecchierà il costo reale della produzione e influenzerà il valore delle quotazioni nel lungo periodo. Le aziende che causano danni alla salute, al cibo e all’ambiente dovrebbero e saranno ritenute responsabili delle loro azioni” (2).

Per una lettura completa dell’opinione consultiva del Tribunale Monsanto leggi qui 

  1. L’udienza si è tenuta a L’Aia, tra il 16 e il 18 ottobre dello scorso anno.
  2. http://www.monsanto-tribunal.org/main.php?obj_id=965946583: traduzione dall’inglese di Veronica Tarozzi

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2017/05/monsanto-colpevole-crimini-contro-umanita-ambiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Camminare a piedi: benefici per la salute e per l’ambiente

Muoversi a piedi fa bene alla salute e all’ambiente. Ma quanto si deve camminare per avere dei benefici?camminare-a-piedi-benefici

Dalle grandi e trafficate metropoli ai piccoli paesi di provincia la mobilità, oggi, sta cambiando faccia. Sempre più persone, per scelta o per necessità rinunciano ai mezzi di locomozione privati e pubblici per i propri spostamenti quotidiani. E scelgono di camminare a piedi. Ancora più persone, però, fanno questa scelta in modo parziale. Cioè rinunciando ai mezzi solo per brevi tratti di strada, ma più volte al giorno. In entrambi i casi i vantaggi si vedono in breve tempo e chi fa questa scelta difficilmente torna indietro.

Camminare a piedi: i benefici per la salute

Camminare a piedi fa bene, molto bene. Il primo beneficio che noterete sarà una diversa percezione delle distanze: se siete sedentari due chilometri di strada, nella vostra mente, saranno una discreta distanza ma se siete dei camminatori due chilometri saranno più o meno una ventina di minuti di passeggiata di buon passo. Camminare a piedi aiuta poi il cuore e il sistema cardio-circolatorio a restare in forma, specialmente se parliamo di camminata veloce. Per muovere le gambe deve cuore pompare più sangue, i polmoni devono fornire più ossigeno, i muscoli devono attivarsi. Sembra la cosa più banale del mondo ma, altrettanto banalmente, molte persone fanno finta di non capire questi benefici della camminata sulla salute. Camminare a piedi fa dimagrire, a parità di calorie mangiate ogni giorno. Quante calorie si consumano camminando? Onestamente poche: un uomo adulto che sceglie di camminare un’ora al giorno consuma tra le 300 e le 400 calorie in più rispetto a un sedentario, in base al proprio peso corporeo. Ma questo basta per riattivare il metabolismo e iniziare a dimagrire.

Camminare dopo mangiato, poi, aiuta molto a digerire e ad evitare la sonnolenza post pranzo dovuta all’afflusso dei nutrienti nel sangue dopo il pasto.

Camminare a piedi: i benefici per l’ambiente

Anche i benefici per l’ambiente del camminare a piedi sono ampiamente sottovalutati, sebbene siano del tutto scontati. Ogni metro fatto a piedi (o in bicicletta o altro mezzo a “propulsione umana”) è un metro non percorso con un mezzo che consuma carburante o elettricità (in caso si utilizzi la metro o il tram). Con conseguente riduzione di emissioni di CO2.

Se la vostra distanza casa-lavoro è uguale o superiore ai quattro o cinque chilometri, siamo onesti, andare a piedi è dura. Non solo per la distanza, ma anche per i tempi di percorrenza. Non possiamo camminare quattro ore al giorno per andare e tornare da lavoro. Ma se abitiamo ad un paio di chilometri dall’ufficio, dal negozio, dalla fabbrica allora si può fare. E spesso i tempi di percorrenza si equivalgono: pensate a quanto tempo perdete a cercare parcheggio o ad aspettare autobus, metro, tram. E se quei due o tre chilometri sono molto trafficati potete star certi che, per percorrerli in auto, consumerete un bel po’ di carburante rilasciando in atmosfera anidride carbonica, particolato, polveri fini e una infinità di altre sostanze dannose per l’ambiente. Camminare a piedi, poi, è una scelta di civiltà ed un esempio per gli altri che, vedendo voi che andate a piedi, capiranno una cosa: si può fare.

Quanti passi al giorno

La prima domanda da farsi, prima di scegliere di camminare a piedi, è quella relativa alle distanze da percorrere sulle proprie gambe quotidianamente. C’è chi dice che bastano 5.000 passi al giorno per avere grandi benefici, c’è chi dice che servono 10.000 passi al giorno. Chi ha ragione?

Entrambi: se non siete abituati a muovervi a piedi, infatti, cinquemila passi al giorno sono già un bel traguardo. Una volta raggiunto stabilmente tale traguardo non tarderà molto prima che vediate sul vostro fisico, sul vostro umore e sul vostro modo di affrontare la giornata notevoli cambiamenti. Quando i cinquemila passi saranno per voi la norma passare a diecimila non sarà facilissimo, ma sarà il vostro traguardo successivo che vi porterà ad ulteriori vantaggi.

Come misurare i passi

Per contare i propri passi ci sono principalmente due metodi: o vi affidate all’elettronica o ve li calcolate da soli in base alle distanze percorse. Entrambi i metodi, va precisato, hanno margini di errore anche grandi da accettare. Se scegliete la “soluzione smart” le opzioni più diffuse sono due: le app contapassi per smartphone e gli smartwatch con funzioni per lo sport. Di app per contare i passi ce ne sono ormai decine e, sempre più spesso, i cellulari di gamma media e alta ne integrano già una preinstallata. Il consiglio, in questo caso, è di usare quella: una app di terze parti va ben tarata e non offre sempre la stessa affidabilità sugli smartphone di tutte le marche. Dovete trovare quella adatta al vostro, facendo più tentativi. Con gli smartwatch, invece, tutto è più semplice perché il contapassi è una delle funzioni base di questi apparecchi. Il consiglio, se è questa la vostra scelta, è di fare riferimento alla guida ai migliori smartwatch per lo sport del 2017 su Gadgetblog. Se invece volete calcolare da soli i vostri passi non vi resta altro che misurare la distanza percorsa con ogni vostro passo. Il consiglio è di prendere una misura fissa e sicura, come cinque o dieci metri, e contare quanti passi fate per percorrerla a piedi. A questo punto dividete la distanza che siete certi di aver percorso a piedi in un giorno (ad esempio casa-lavoro e ritorno) per la distanza percorsa con ogni singolo passo.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

PFAS in Veneto: l’inquinamento è sotto controllo?

L’acqua potabile di molti comuni del Veneto risulta inquinata da PFAS, composti chimici altamente pericolosi per l’uomo e per l’ambiente. Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere di individuare e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS e di abbassare i livelli consentiti per queste sostanze. Da diversi anni l’acqua potabile di molti comuni veneti è inquinata da PFAS, composti PerFluoroAlchilici, un gruppo di sostanze chimiche di sintesi estremamente pericolose per l’uomo e per l’ambiente e presenti in molti prodotti di uso comune (pentole antiaderenti, indumenti e tessuti impermeabili-idrorepellenti, anti-macchia e ignifughi, pelletteria, carte alimentari oleate e carta forno, contenitori in plastica per alimenti e bevande, pesticidi, insetticidi e detersivi, solo per citarne alcuni). Da qualche settimana Greenpeace Italia ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di individuare e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS e di abbassare i livelli consentiti per queste sostanze nell’acqua potabile allineandoli con quelli in vigore in altri paesi europei “perché salute e ambiente vengono prima del profitto”.Pfas3

Foto Greenpeace Italia

A marzo 2017 Greenpeace Italia ha rilevato la presenza di PFAS negli scarichi di diverse industrie locali, ma il problema è noto sin dal 2013 in seguito alla pubblicazione di uno studio del CNR-Consiglio Nazionale delle Ricerche che ha appurato la contaminazione da PFAS nei corsi d’acqua (in particolare nel torrente Agno) e nelle falde acquifere di una vasta area compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova (in tutto una sessantina di comuni) e abitata da oltre 350.000 persone. Tuttavia la Regione Veneto – denuncia Greenpeace Italia – invece di bloccare le fonti di inquinamento e la distribuzione di acqua potabile alla popolazione, ha deciso di alzare i limiti dei livelli di PFAS nelle acque destinate al consumo umano. I livelli di PFAS consentiti in Veneto sono stati innalzati più volte negli ultimi anni e, oggi, sono tra i più alti al mondo (530 ng/l in Veneto contro 100 ng/l della Germania e 70 ng/l degli USA). Tra il 2013 e il 2016 anche ARPAV-Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto ha rilevato la contaminazione da PFAS ed ha individuato una delle principali fonti di inquinamento nel depuratore di Trissino (provincia di Vicenza), nel quale confluiscono gli scarichi di un’azienda chimica locale. Ma, come evidenzia Greenpeace Italia nel suo report di marzo 2017 intitolato “PFAS in Veneto: inquinamento sotto controllo?”, la contaminazione è correlata anche alla presenza ultradecennale in provincia di Vicenza dei distretti tessile di Valdagno e conciario di Arzignano, entrambi vicini al torrente Agno.  Nel 2015 in Veneto, così come in altre aree del mondo interessate dall’utilizzo di PFAS (Greenpeace cita ad esempio di Stati Uniti, Cina e Olanda) queste molecole artificiali non sono state riscontrate solo nell’acqua, ma anche nel sangue degli abitanti e in alcuni alimenti come uova, pesci, fegato bovino e verdura.Rubinetto3

Nel maggio del 2015 la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità hanno lanciato un programma di monitoraggio biologico su oltre 600 persone residenti in 14 comuni veneti al fine di valutarne il grado di esposizione tramite l’analisi di campioni di sangue. I risultati preliminari hanno mostrato che, in alcune delle popolazioni venete più esposte, le concentrazioni di PFOA (Acido PerFluoroOttanoico, uno dei molti tipi di PFAS) sono fino a 20 volte più alte rispetto alle popolazioni italiane non esposte a questa contaminazione. I PFAS sono considerati “inquinanti persistenti globali” e l’esposizione ad altre concentrazioni è stata correlata dalla comunità scientifica internazionale a gravi effetti sulla salute umana e sull’ambiente. Sono interferenti endocrini, sostanze che vanno ad interferire nei processi primari di sviluppo dell’organismo umano, cioè vanno a “disturbare” la normale comunicazione tra cellule e ormoni, in particolare con gli ormoni che regolano la riproduzione. Inoltre, sono correlati all’insorgenza di tumori ai testicoli e ai reni, possono causare colesterolo alto, ipertensione, alterazione dei livelli del glucosio, patologie della tiroide e, una volta entrati nel corpo umano attraverso la catena alimentare o l’acqua, hanno ciclo di emivita pari a 25 anni (cioè permangono nel sangue umano per 25 anni prima di essere eliminati dai reni). “Da un punto di vista medico, le popolazioni esposte ai PFAS, in particolare quelle che vivono nelle vicinanze degli impianti produttivi, possono considerarsi a rischio”, ha dichiarato il dottor Vincenzo Cordiano, ematologo e presidente di ISDE Vicenza (Associazione Medici per l’Ambiente-ISDE Italia). I PFAS, ha spiegato il dott. Cordiano, sono molecole artificiali che resistono fino a 400°C e per i quali non esiste ancora alcuna metodica di degradazione, né naturale né chimica. Perciò tendono ad accumularsi nell’ambiente, nell’acqua e nell’aria (attraverso gli insetticidi che si disperdono nel pulviscolo atmosferico) e da qui, attraverso la catena alimentare e la respirazione, nel sangue e nei tessuti di animali e uomini. Inoltre, interferendo con la funzione degli ormoni sessuali sono importanti anche per la conservazione delle specie animali e della biodiversità.Pfas1

Foto Greenpeace Italia

“La contaminazione minaccia seriamente le popolazioni esposte”, ha sottolineato Giuseppe Ungherese, campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Secondo quanto dichiarato da Greenpeace Italia e confermato da Acque Veronesi – la società che gestisce l’erogazione dell’acqua potabile nella città di Verona – a marzo 2017 è stato superato il livello consentito di PFOS nell’acqua potabile di un pozzo dell’acquedotto che serve la città veneta. “Il PFOS (Perfluoro Ottan Sulfonato) è una delle sostanze più pericolose del gruppo dei PFAS, tanto da essere l’unico composto regolamentato a livello internazionale. Il PFOS è un noto interferente endocrino che può accumularsi nel fegato, nei reni e nel cervello umano” ha dichiarato Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Questo superamento conferma quanto la situazione in Veneto sia gravissima e che le misure adottate finora dalle autorità regionali non sono adeguate per fermare l’inquinamento da PFAS. Eventi di questo tipo ci dicono che si è ben lungi dall’avere il controllo delle fonti e dell’entità della contaminazione e, per questo, ribadiamo alla Regione la necessità di un monitoraggio degli scarichi il più ampio possibile. Solo così saranno tutelati in modo adeguato l’ambiente e la salute dei cittadini”. Per tutti questi motivi Greenpeace Italia ha deciso di lanciare la petizione online in cui chiede alla Regione Veneto di fermare gli scarichi di PFAS nelle aree contaminate, adeguare i limiti di sicurezza per la presenza di PFAS nell’acqua potabile ai valori restrittivi adottati da altri Paesi Europei, censire gli scarichi e individuare tutti i responsabili dell’inquinamento da PFAS: “la salute e la sicurezza dei cittadini viene prima del profitto delle industrie”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/pfas-veneto-inquinamento-sotto-controllo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Tutto pronto per “Fare i conti con l’Ambiente” 2017! Grande apertura il 17 maggio

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La dimensione “formativa” del “Festival” di Ravenna è cresciuta negli anni, ed attualmente son ben tre le Scuole di Alta Formazione ospitate dall’evento: Rifiuti, Bonifiche e Sistemi Idrici. Si parlerà di economia circolare, startup, sviluppo sostenibile, offrendo il meglio delle Buone Pratiche Internazionali.  “Fare i conti con l’ambiente” scalda i motori e si prepara alla grande apertura del 17 maggio. Il 2017 è anche l’anno del decennale, per una delle manifestazioni “green” più originali del panorama italiano, con un format che miscela informazione, ricerca, contenuti scientifici, cultura e formazione. La dimensione “formativa” del “Festival” di Ravenna è cresciuta negli anni, ed attualmente son ben tre le Scuole di Alta Formazione ospitate dall’evento: Rifiuti, Bonifiche e Sistemi Idrici. Solidarietà, innovazione, nuove tecnologie, arte e scienza: tre giorni ad alta intensità in cui sono previsti 5 main conference, 25 workshop, 2 LabMeeting, 18 eventi ospitati (tra cui le scuole di formazione), 10 eventi culturali.

Si parlerà di economia circolare, startup, sviluppo sostenibile, offrendo il meglio delle Buone Pratiche Internazionali.

Grande spazio sarà previsto sulle tematiche connesse alla mobilità sostenibile con la presentazione di due progetti europei.

Verrà presentato il progetto europeo “RePlaCe Belt” relativo allo studio della modalità di gestione della plastica non da imballaggio che solitamente viene conferita come rifiuto secco non riciclabile o erroneamente all’interno della frazione di imballaggi in plastica (in collaborazione con ETRA ): anche qui tecnologie e soluzioni di frontiera in tema di riciclo.

Sarà presente, come è ormai di consueto, il giornalista del Corriere della Sera Umberto Torelli per una conferenza sul tema – “Startup” il nuovo modo di fare impresa tra opportunità e illusioni per giovani, organizzata in collaborazione con il Rotary Club Ravenna Galla Placidia.

All’interno di Labeinternational, il momento di approfondimento internazionale sulle Best practice & innovation in waste, water management and circular economy, gli esperti italiani incontrano esperti stranieri provenienti da diversi paesi, tra cui Nepal, India e Algeria. Notevole anche il programma degli eventi culturali, con le performance di Emergenze Creative 2017 e l’esposizione di mosaici contemporanei a tema ambientale (in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna) e le iniziative del multiCentro di Sostenibilità Ambientale (CEAS) Ravenna – Agenda 21 in fase di preparazione. Ravenna2017 riconquista il 17 maggio anche “la piazza”, e non si tratta di quella del Popolo ma di quella antistante il meraviglioso Palazzo Rasponi (sede della segreteria organizzativa e di molte iniziative) ove sarà organizzata un’esposizione di modelli elettrici a cura del Multicentro CEAS RA21 (Altra importante anteprima sarà la presentazione il 18 maggio della nuovissima Tesla S85, al top della mobilità elettrica (Piazzetta Serra).

“Essere qua dopo dieci anni evidenzia come rimane sempre alto il bisogno e la necessità di riflessione a livello nazionale sulle tematiche tecniche e di scenario del comparto rifiuti, acqua ed energia – affermano Giovanni Montresori e Mario Sunseri, Direttori della Manifestazione – La forza è nel carattere “open content” e nella sua caratterizzazione di evento organizzato dal basso da una comunità di professionisti, aziende, enti, giornalisti e gente comune che ha creduto da subito al progetto. Gli approfondimenti tematici sono infatti sviluppati da e in collaborazione con reti esterne (associazioni, enti ed aziende), con il contributo del mondo delle università, dei ricercatori, dell’impresa, dei mass-media e del no-profit dedicati sia al mondo tecnico amministrativo sia ai cittadini. Importante ricordare anche il focus formativo, Fare i conti con l’ambiente ospita la quinta edizione del Corso Residenziale di Alta Formazione sulla Bonifica dei siti contaminati; la terza edizione della Scuola di Alta Formazione sulla Gestione dei Rifiuti; e l’esordio della Scuola di Alta Formazione sulla Gestione dei Sistemi Idrici”.

Il programma completo delle 60 iniziative con la Guida all’Evento è disponibile sul sito www.ravenna2017.it

Fonte: ecodallecitta.it

La lunga storia d’amore della dottoressa Sylvia Earle con la Natura

“La vita è un miracolo. Io sono un miracolo. Tutti lo sono. L’esistenza è qualcosa di cui godere come un dono, qualsiasi cosa accada”landscape-1490191018-searle-16bh-0332-v2gallerylederetouched

La dottoressa Sylvia Earle – oceanografa 82enne definita Sua Profondità – ha vissuto sott’acqua 10 volte in momenti diversi, ha scoperto centinaia di nuove specie, molte delle quali denominate in suo onore. Immersa in questa visione romantica, la sua vita è una missione: ricordare al mondo che gli oceani vanno preservati e protetti. In collaborazione con Rolex esploriamo il viaggio della dottoressa Earle, in parallelo con le esperienze di altre donne eccezionali come lei

Incontriamo la dottoressa Sylvia Earle

“Il miracolo dell’esistenza consiste nel fatto che in tutto l’universo, la Terra è la nostra casa. Possiamo andare al di fuori della sua atmosfera, tanti l’hanno fatto, ma non sette miliardi di persone. Dobbiamo riappacificarci con la vita sulla Terra e con l’idea di proteggere i suoi sistemi naturali.”1490191215-02-sylvia-earle-per-rolex

L’amore per la natura nell’infanzia

“Mia madre accoglieva uccelli, rane e scoiattoli feriti e li rimetteva in salute e li liberava. Ho pensato di voler fare la veterinaria, o qualcosa legato a piante e animali. Desideravo essere un’ambientalista prima che fosse coniata la parola per descriverlo.”

Coltivare uno spirito avventuroso

“I miei genitori incoraggiavano la mia curiosità. Andava bene che corressi e giocassi nei boschi o sul fiume. Avevo la certezza che ci sarebbero stati per sempre e non mi sarebbe mai accaduto nulla. Se ne sono andati tanti anni fa, ma sono ancora qui.”

In questo video, la dottoressa Earle racconta la magia di trovarsi a centinaia di metri sott’acqua e l’importanza del preservare i nostri oceani attraverso iniziative come Hope Spots.

Essere parte della storia

“sono stata intervistata da “Life” per un servizio su vivere sott’acqua. Disi che  non c’era niente  che non potessimo fare anche noi donne,ad eccezione del farci crescere la barba. I muscoli c’entrano,ma l’aspetto eccezionale dell’essere umano è la capacità di risolvere problemi: puoi usare i muscoli del tuo cervello.

La scoperta costante

“Osservare la diversità della vita e ogni essere vivente è un miracolo. La vita è un miracolo. Io sono un miracolo. Tutti lo sono. La nostra esistenza è qualcosa di cui godere come un dono, qualsiasi cosa accada. Finché si è vivi, c’è un motivo per sperare e per essere felici.”

Testimone dell’evoluzione della figura femminile

“E’ un piacere speciale vedere una giovane donna diventare ingegnere e farsi rispettare, a testa alta, dagli uomini,vedere donne lavorare come capitani di vascello,capo-scienziate nelle spedizioni, e osservare persone che non stanno li a pensare” Oddio, lo sta facendo una donna!”

Il nostro ruolo per l’ambiente

“Siamo le creature più addomesticate di tutte, ma le creature selvagge che plasmano il modo in cui il mondo funziona sono in pericolo. Se lo sono loro, lo siamo noi. Abbiamo questo dono speciale: poter progettare come sarà il mondo tra 15, 500, 5000 anni.”

L’urgenza di proteggere la terra

“Solo ora stiamo iniziando a comprendere la connessione tra la nostra esistenza e il mondo naturale. Il nostro impatto sul mondo naturale minaccia la nostra esistenza. Se ami respirare, se ami avere dell’acqua dal cielo, se vuoi che la temperatura rimanga costante, non puoi non avere cura del mondo naturale”

Coinvolgere tutti in questa missione

“Candida i luoghi che ami per essere protetti come Hope Spot recandoti da Mission Blue. Chiedi ai tuoi capi di proteggere la natura. Istruisciti! Usa il tuo talento! Ognuno può fare la differenza!”

Fonte: http://www.elle.it/lifestyle/news/g1416024/la-lunga-storia-d-amore-della-dottoressa-sylvia-earle-con-la-natura/?slide=10

Un viaggio in bici per raccontare Altri Mondi

Un viaggio in bicicletta dal sud al nord del Paese, uno spettacolo itinerante per raccontare altri punti di vista sul pianeta che viviamo, un tour alimentato dall’energia del sole, del vento, dell’uomo. Tutto questo è il progetto “Altri Mondi Bike Tour” di cui Italia che Cambia è mediapartner. Tra pochi mesi una banda di artisti ciclisti girerà l’Italia presentando, ad ogni tappa del viaggio, uno spettacolo itinerante per raccontare ad un pubblico trasversale altri punti di vista su chi abita con noi la Terra e su chi potrebbe vivere in altri pianeti. “Altri Mondi Bike Tour”, promosso dall’associazione teatrale SemiVolanti e da Mobile Green Power, nasce da un’idea di Valerio Gatto Bonanni, che abbiamo intervistato e ci ha parlato di questo progetto “ad alta utopia”.unnamed5

Che cos’è Altri Mondi Bike Tour?

Un viaggio in bicicletta, previsto per quest’estate, portando in giro uno spettacolo che racconta altri punti di vista su animali, piante e universo. Uno spettacolo divertente, educativo, che relativizza l’idea – dominante ma sbagliata – del predominio dell’uomo sul pianeta. Ma è anche una modalità innovativa e ad emissioni zero per portare in giro un’idea. Presenteremo lo spettacolo nei luoghi dei conflitti ambientali, ma anche nelle città virtuose impegnate per affermare buone pratiche ambientali. Ad ogni tappa del viaggio ci sarà uno spettacolo: per cinque giorni alla settimana pedaleremo durante la giornata e la sera faremo lo spettacolo. Poi ci sposteremo da una regione all’altra a bordo di un camper che ci seguirà e sarà la nostra ammiraglia!

Da dove nasce l’idea di questo viaggio?

L’idea nasce dal desiderio di coniugare, in un unico progetto, le mie passioni: il teatro, la bicicletta ed il mio interesse verso le piante, gli animali, l’universo e altri modelli di sviluppo possibili.unnamed-23

Quanto durerà il viaggio e chi ne prenderà parte?

Partiremo la prima settimana di giugno e il viaggio si concluderà a fine luglio. Otto settimane, quindi, in cui gireremo otto regioni. In viaggio con me ci saranno altri due attori, un tecnico e probabilmente la persona che sta realizzando le biciclette su cui viaggeremo. Chiunque voglia pedalare con noi è comunque il benvenuto.

Il vostro tour sarà alimentato completamente da energia pulita. Puoi spiegarci meglio?

Stiamo collaborando con Mobile Green Power, una realtà che da sempre lavora su sostenibilità ambientale e prodotti tecnologici per lo spettacolo dal vivo (sono gli inventori del palco a pedali e del palco a pannelli fotovoltaici). Quando ho presentato loro il progetto del nostro viaggio è nata l’idea di realizzare la Energy cargo bike, ovvero una sorta di carrello che si attacca alla bici e produce energia fotovoltaica, eolica e dinamica; energia che noi usiamo poi per le luci ed il suono del nostro spettacolo. Vorremmo realizzare questo prototipo grazie ai fondi che raccoglieremo con la nostra campagna di crowdfunding. Il contributo dal basso ci permetterà di rendere realtà questo progetto.eco-bike-light_75u9Xqq

Perché avete dato a questo bike tour il nome “Altri mondi”?

“Altri mondi” si riferisce sia ad altri punti di vista su animali e piante, quindi su chi abita la Terra, sia alle ipotesi di vita su altri pianeti. Soffermarci sull’esistenza di questi “altri mondi” è utile per relativizzare la nostra presunta centralità sulla Terra e sull’universo e può forse darci quella giusta umiltà che ci permetterebbe di vivere più sereni e con meno arroganza. Nel nostro spettacolo racconteremo quindi della vita sulla Terra, delle strategie di sopravvivenza, dell’organizzazione sociale e dell’intelligenza delle piante, degli insetti, degli animali e delle ipotesi di vita su altri pianeti. Dai 15 sensi delle piante, alle incredibili personalità delle specie animali più o meno comuni, dalla scimmia nuda di Desmond Morris alla recente scoperta delle sette terre che orbitano attorno ad una stella nana. Racconteremo insomma il diverso da noi e parleremo di altre possibilità di vita. “Altri mondi”, inoltre, fa riferimento ai modelli umani di sviluppo alternativi a quello oggi dominante che è estrattivo, distruttivo e accumulatorio. È giusto far sapere che esistono altre possibilità di convivenza tra umani e con le altre specie. Ci sono altri modi di rapportarsi all’ambiente, stare bene ed essere addirittura felici!bic

In che modo si può sostenere il progetto?

È partita da pochissimi giorni la nostra campagna di Crowdfunding, lanciata sulla piattaforma Produzioni dal Basso. I fondi raccolti ci aiuteranno a coprire i costi di produzione (prove attori, lavoro dei tecnici, regia), la comunicazione dell’evento e della campagna, i materiali (costumi, scenografie, tecnica), la progettazione e lo sviluppo dell’Energy Cargo Bike.

Illustrazioni di Guido Bertorelli

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/viaggio-in-bici-raccontare-altri-mondi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ma qual è l’impatto della vita degli italiani sull’ambiente?

Ma qual è l’impronta ecologica dell’Italia? Ci aiuta il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il nostro stile di vita richiede 4,6 ettari di terra fertile a testa.9513-10270

L’indicatore “impronta ecologica”, introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel libro Our Ecological Footprint del 1996, aiuta ad individuare il consumo di risorse (l’emissione di anidride carbonica, per esempio, o l’agricoltura intensiva) rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle; i valori dell’impronta si esprimono in ettari globali.

Per il calcolo dell’impronta ecologica si utilizzano sei categorie principali di terreno:

  • superficie necessaria per assorbire l’anidride carbonica prodotta dall’utilizzo di combustibili fossili;
  • superficie arabile utilizzata per la produzione di alimenti ed altri beni;
  • superficie destinata all’allevamento;
  • superficie destinata alla produzione di legname;
  • superficie edificata;
  • superficie marina dedicata alla crescita di risorse per la pesca.

Da numerosi studi effettuati emerge ormai che l’impronta ecologica a livello mondiale è maggiore della capacità bioproduttiva mondiale e che quindi in futuro avremo meno materie prime per i nostri consumi.impronta-italia

Secondo ad esempio uno studio pubblicato su Environmental Science & Policy, a fine dicembre 2016, relativo a 19 città costiere del Mediterraneo (tra cui Venezia, Genova, Roma, Napoli e Palermo), sono quasi 60 anni che la regione mediterranea consuma più risorse naturali di quanto l’ecosistema sia in grado di rigenerare.

A livello personale o di comunità, è possibile calcolare la propria impronta per cercare di renderla più sostenibile; a questo proposito, ricordiamo ad esempio il tool del WWF o quello messo a punto dal Global Footprint Network.

Ma per comprendere cosa sia l’impronta ecologica e capire di conseguenza come sia possibile ridurla, anche nelle nostre azioni quotidiane, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, nel 2016, ha realizzato un agevole ed utile dossier intitolato “L’impronta maldistribuita”: si tratta di quindici infografiche che ridescrivono la geografia mondiale in base alla superficie di terra “produttiva” necessaria a garantire il nostro stile di vita. Tra gli argomenti raccontati e rappresentati tramite infografica troviamo:

  • base biologica della nostra esistenza: il bilancio CO2
  • overshoot day: quando oltrepassiamo la biocapacità del pianeta
  • l’impronta degli italiani: superiore di due volte e mezza a quella sostenibile
  • i pianeti dell’eccesso: se tutti avessero il tenore di vita di chi vive in eccesso
  • miglioriamo la nostra impronta: suggerimenti per ridurre l’impronta

fonte: ilcambiamento.it

L’industria della carta divora una delle ultime grandi foreste del pianeta

Una delle più grandi distese di verde della Taiga russa sta scomparendo a causa del disboscamento dell’industria della carta. E in Brasile la foresta non conosce sorte migliore: sempre meno protetta.9510-10266

«Numerose società produttrici di carta e derivati sono collegate ad aziende che stanno distruggendo una delle ultime e più grandi foreste vergini d’Europa, nella Taiga russa»: a denunciarlo è il rapporto “Eye on the Taiga”, diffuso da Greenpeace International.

«La Taiga russa è parte dell’ecosistema della Grande Foresta del Nord, che si estende per 16 milioni di chilometri quadrati dall’Alaska alla Russia, passando per il Canada e la Scandinavia – spiegano da Greenpeace International – La Grande Foresta del Nord rappresenta un terzo delle foreste rimaste sulla Terra ed è il secondo più grande ecosistema terrestre del mondo, dopo le foreste tropicali. Circa il 60 per cento della Grande Foresta del Nord (950 milioni di ettari) si trova proprio in Russia, dove però le blande leggi forestali permettono la frammentazione o la radicale trasformazione delle foreste, spingendo le aziende del settore del legno e della carta a spostare la loro attenzione verso le foreste vergini o Paesaggi Forestali Intatti, come vengono definiti scientificamente. Ad esempio la regione russa di Arcangelo, che si estende per 31 milioni di ettari, è vista dall’industria del legno e della carta come una “miniera di legname”. In particolare, fanno parte di questa regione gli 835 mila ettari del Paesaggio Forestale Intatto conosciuto come Foresta Dvinsky, divenuti ormai il fulcro di un acuto conflitto tra gli interessi di conservazione forestale e le mire del settore del legname e della carta. Fra il 2000 e il 2015 la Foresta Dvinsky ha perso oltre 300 mila ettari di Paesaggi Forestali Intatti, mettendo a rischio l’habitat di una delle ultime popolazioni di renne selvatiche, già in via d’estinzione».

«Per quanto la foresta boreale russa possa sembrare lontana, sono state le aziende europee, statunitensi e australiane a far crescere a dismisura la domanda di prodotti provenienti da quest’area», afferma Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. «Arkhangelsk Pulp & Paper Mill (APPM), che commercia principalmente cellulosa e carta, è una delle società che sta ostacolando la protezione ufficiale della Foresta Dvinsky. Tra i clienti di APPM troviamo l’azienda italiana Fornaroli Carta SpA, e Kiev Cardboard and Paper Mill – con sede in Ucraina, ma controllata dall’austriaca Pulp Mill Holding GmbH – che vende i propri prodotti a famosi marchi come McDonald, PepsiCo, Nestlé, Unilever, Mondelez e Auchan».

Greenpeace ha scritto alle società citate nel rapporto e ha chiesto loro di unirsi agli sforzi per salvare la Foresta Dvinsky e tutte le altre preziose foreste vergini della Grande Foresta del Nord.

«La distruzione della Foresta Dvinsky e degli altri Paesaggi Forestali Intatti della regione di Arcangelo si fermerebbe se venisse interrotto il flusso di prodotti derivati da questa deforestazione verso i mercati internazionali, compresa l’Unione europea e l’Italia», continua Borghi. «È dovere di queste aziende fermare la distruzione di una delle ultime foreste vergini d’Europa e preservare aree forestali intatte che non hanno eguali in Europa in termini di dimensioni e biodiversità», conclude Borghi.

Leggi il report “Eye on the Taiga”.

Ma anche in Brasile la foresta sta scomparendo, giorno dopo giorno.

Nonostante in Amazzonia la deforestazione sia aumentata del 75 per cento tra il 2012 e il 2015, il governo brasiliano starebbe pensando di ridurre la protezione di alcune aree intatte della foresta. Greenpeace è andata sul posto per documentare cosa si rischia di perdere.

«Il governo Temer starebbe infatti per presentare al Congresso Nazionale una proposta per ridurre le Conservation Units – un potente strumento contro la distruzione delle foreste. Si prevede di cancellarne una e ridurre la superficie di altre quattro del 40 per cento – spiegano sempre dall’associazione ambientalista – In una sola mossa si potrebbe togliere la protezione a un’area grande sei volte l’area metropolitana di Londra: circa un milione di ettari di foresta. La protezione di queste aree è vista come un ostacolo agli investimenti. Se questa ipotesi dovesse diventare realtà, si consegnerebbe alla distruzione un patrimonio inestimabile di biodiversità. Per questo Greenpeace ha sorvolato la foresta nello stato di Amazonas, per mostrare quanto si perderebbe se questi piani dovessero diventare realtà e qual è lo stato di salute di queste aree».

«Riducendo le Conservation Units, il presidente del Brasile, Michel Temer, incoraggerebbe chi distrugge la foresta e tradirebbe chi ha lavorato per preservarla», spiega Cristiane Mazzetti, della campagna Amazzonia di Greenpeace Brasile. «Ridurre queste aree protette in un momento in cui la deforestazione è tornata a salire vuol dire proporre l’opposto di quanto serve ora al Brasile per contrastare la distruzione delle foreste. Ora più che mai, è importante fare pressione sul governo per fermare questa proposta e tornare a ridurre la deforestazione».

«Lo stato di Amazonas ospita la più grande area continua di Foresta Amazzonica e ancora molte aree di foresta intatta. Se queste dovessero essere distrutte, molti benefici ambientali per il Pianeta andrebbero perduti. Nel solo 2016 la deforestazione nello Stato di Amazonas è cresciuta del 54 per cento rispetto all’anno precedente». Le immagini catturate per Greenpeace dal fotografo Daniel Beltra mostrano ampie zone di foresta in pericolo, con evidenze della presenza di attività umane, come l’estrazione di oro e presenza di strade. Intorno al confine delle Conservation Units, sono inoltre visibili anche tracce di recente deforestazione e alcune aree bruciate da poco, probabilmente per lasciare spazio a nuove aziende agricole o all’industria del legno.

«La creazione delle Conservation Units è stata una mossa vincente, che tra il 2005 e il 2012 ha contribuito a ridurre il tasso di deforestazione. Con questa proposta invece il governo potrebbe dare luce verde alla deforestazione selvaggia», conclude Mazzetti.

Fonte: ilcambiamento.it

Auto a gasolio: noi soffochiamo e i “decisori” prendono tempo

Giovanni Peronato, dell’associazione di medici e operatori sanitari “No Grazie Pago Io”, propone un’accurata disamina dell’impatto delle auto a gasolio sull’ambiente e sulla salute e una denuncia dell’immobilismo dei governi.9511-10267

«Grazie all’intuito dell’anestesista John Snow, il colpevole era stato alla fine scoperto; era stata la pompa d’acqua di Broad Street a spargere il colera per Londra, migliaia di persone erano morte, ma non ci fu sanzione, e passata l’epidemia la pompa riprese a funzionare. Robin Russel-Jones, di Help Rescue the Planet, una no-profit che opera sensibilizzando i cittadini sui cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico, prende a paragone le vicende della Londra di metà ‘800 per descrivere l’inerzia dei governi nei confronti dei motori diesel. Il titolo dell’articolo apparso su BMJ è già un proclama di guerra: dirty diesel.(1)

Oggi si sa che i motori a gasolio sono il maggiore responsabile dell’inquinamento ambientale da traffico nelle nostre città. Il colpevole è stato individuato, ma le azioni conseguenti stentano ad arrivare. Alla fine del secolo scorso (meno di vent’anni fa) in Gran Bretagna non più del 10% del parco macchine montava un motore diesel, mentre oggi, come del resto in Europa, il gasolio predomina. In Italia, ad esempio, questo tipo di automobile rappresentava nel 2015 più del 55% delle nuove immatricolazioni, cresciute l’anno dopo ancora del 17%. Questa ascesa è stata favorita in parte dagli allettanti prezzi del carburante (solo inizialmente, oggi non più), ma soprattutto dalla migliore performance del motore. Più efficienza, si sosteneva (qualcuno sostiene ancora oggi) uguale meno inquinamento. In effetti un motore diesel ha un rendimento relativamente elevato pari al 25-30% (il resto è dissipato nell’ambiente come calore e fumi di scarico). Emette il 15-20% di meno di CO2 per Km percorso rispetto ad un motore a benzina, che oltretutto ha un rendimento minore, attorno al 15-20%. Ma il prezzo da pagare è una emissione di NO2 4-5 volte sopra i limiti europei e un inquinamento da polveri sottili (residui carboniosi, che poi contribuiscono più della CO2, a parità di massa, al riscaldamento globale). Ma non basta. Nel settembre 2015 si è scoperta negli USA la presenza di una modifica illegale operata da Volkswagen attraverso software che alterano i test ufficiali di emissione degli scarichi. Questo ha permesso (sembra dal 2008) di vendere auto con emissioni fino a 40 (quaranta) volte i limiti ammessi dalle leggi federali. Scuse ufficiali al governo e ai consumatori, perdita di immagine e patteggiamento per 15.3 miliardi di dollari. Non c’è da stare tranquilli. Bosch, il produttore del software incriminato, fornisce attualmente tecnologia e centraline a gran parte delle case automobilistiche. È notizia di questi giorni che l’EPA (U.S. Environmental Protection Agency) avrebbe aperto un contenzioso anche con FCA e che in Francia il colosso Renault trema per lo stesso motivo: alterazione dei dati di emissione. Andando a leggere quanto rivelato dalla stampa sembra che il motore diesel abbia una curiosa peculiarità. Presenta emissioni contenute se testato dalla ditta produttrice, a temperatura e umidità costanti su un banco di laboratorio; si comporta ben diversamente se controllato su strada, magari da tecnici indipendenti e in condizioni atmosferiche avverse. Buono in laboratorio, cattivo nella vita reale, un poco come alcuni farmaci che funzionano benissimo negli RCT super controllati e super randomizzati, ma poi si rivelano meno efficienti nella vita reale. D’altra parte, si controbatte, il controllo su banco con metodica standardizzata è il solo metodo che permette il confronto fra i vari motori. In agosto 2016, raccolti i dati della commissione di inchiesta voluta dal governo francese a seguito del dieselgate americano, la stessa ministra dell’ambiente Segolène Royal concludeva in modo sibillino che “non è stato provato l’uso di dispositivi illegali, ma questo non esclude la possibilità…” Alcuni membri della commissione indipendente avrebbero poi raccontato al Financial Times che alcuni dati dei test su 86 modelli circolanti di varie case produttrici sarebbero stati omessi, in particolare quelli della Renault Captur, se non altro per non evidenziare il palese conflitto di interessi del governo francese controllore e controllato, come primo azionista del gruppo Renault- Nissan. Gli stessi investigatori francesi avrebbero rilevato un software denominato Trap (trappola) che cattura i NOx durante i test su banco e ne libera invece una quantità fino a 10 volte superiore durante la circolazione su strada.(2)

In Europa sarebbe difficile un dieselgate come in USA, con multe di alcuni miliardi di dollari. Qui da noi, infatti, secondo l’Ong T&E (Transport & Environment), una volta testati i motori dalle singole ditte produttrici e forniti i dati di emissione, non ci sarebbe virtualmente possibilità che un controllo su strada ne contesti la performance. Capita talora che il test e l’approvazione vengano effettuate dalla stessa organizzazione. Su questo punto la legislazione europea è carente, manca la possibilità concreta di richiamare un veicolo inquinante e farlo modificare dal produttore. Così la FIAT 500X, pur se omologata in classe euro6, avrebbe emissioni di ossido d’azoto quindici volte sopra la norma. Sempre secondo una indagine pubblicata nel settembre 2016 da T&E su 230 modelli europei, risulta che 4 su 5 auto euro5 (immatricolazioni 2014/15) sarebbero fuori legge per emissioni di NOx tre volte la norma (180g/1,000km), come anche 2/3 di euro6 immatricolate nel 2016 (limite 80 g/1.000km). In Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia circola ben il 69% dei 50 modelli euro6 più inquinanti.(3) Il presidente dei costruttori francesi di automobili Christian Peugeot ha dichiarato recentemente a Le Monde che quella automobilistica è un’industria sporca e che i nuovi diesel rispettosi degli standard attuali non potranno essere pronti prima del 2020.(4)

Abbiamo visto i dati sconfortanti delle emissioni di ossidi di azoto (NOx) e se a questi sommiamo il CO (da inevitabile cattiva combustione) e le polveri sottili (ottimo veicolo per assorbire una marea di elementi inquinanti e veicolarli fino agli alveoli polmonari), i risultati sulla nostra salute non possono essere che disastrosi. L’inquinamento dell’aria ha comportato in Gran Bretagna una mortalità prematura annua seconda solo all’uso del tabacco, con 29mila casi attribuiti al particolato e 23mila agli ossidi di azoto. Gli stessi agenti inquinanti, secondo il Collegio del pediatri inglesi, hanno prodotto 40mila decessi infantili in più all’anno.(1) Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, l’Italia nel 2012 ha avuto il record di decessi prematuri per inquinamento, 84.400 su un totale di 491mila a livello Ue.(5)

Tra gli inquinanti emessi dalla combustione (riscaldamento, automobili) ci sono anche i PAH (idrocarburi aromatici policiclici), dei quali il più noto è il cancerogeno benzopirene. Nel 2015 l’88% della popolazione urbana europea è stata esposta a livelli superiori ai limiti suggeriti dall’OMS. In Veneto, la regione di chi scrive, l’ARPA ha rilevato l’esposizione a benzopirene tramite il monitoraggio su 18 stazioni di campionamento di PM10. Nel 2015 i valori soglia sono stati superati nel 72% dei casi.

Alla conferenza internazionale sul clima di Parigi, nel dicembre 2016, i sindaci di Mexico City, Madrid ed Atene, unitamente a quello di Parigi stessa, hanno annunciato il bando dei motori diesel nelle loro città entro il 2025. Sarà vero?(6) Può essere un timido inizio, come i 9 bus a celle di idrogeno che circolano a Londra, contro i 9300 a gasolio.(1)

Ma non ci sarà soluzione al problema finché il diesel continuerà a circolare nelle città. A tutt’oggi non sembrano esistere scelte radicalmente alternative proposte dall’industria automobilistica, se non il palliativo dei motori ibridi, meno inquinanti ma meno efficienti. Quelli elettrici e ibridi plug-in scontano al momento costi non competitivi, oltre a limiti notevoli su autonomia e punti di rifornimento. Il motore a cellule di idrogeno sembra ancora fantascienza. È difficile che l’industria automobilistica investa cifre consistenti nella ricerca (magari gli enormi profitti ottenuti dalla vendita dei motori diesel), ma potrebbe farlo se indotta da norme sempre più restrittive che stentano ad arrivare. Per ora dunque la pompa di Broad Street rimane aperta».

Per chi è interessato alle tematiche ambientali, si segnala che su ogni numero delle Pagine Elettroniche di Quaderni ACP  è presente almeno un articolo su questi argomenti.

  1. Robin Russel-Jones. Dirty Diesel. BMJ 2016;355:i6726
  2. http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-08-23/dieselgate-renault-ue-chiede-governo-francese-dati-

test-86-modelli-auto-205007.shtml?uuid=AD8D398

  1. https://www.transportenvironment.org/publications/dieselgate-who-what-how
  2. http://www.lemonde.fr/automobile/article/2017/01/13/renault-fiat-chrysler-et-les-autres-6-questions-sur-la-nouvelle- saison-du-dieselgate_5062368_1654940.html
  3. http://www.lastampa.it/2015/11/30/italia/cronache/in-italia-il-record-europeo-di-morti-per-inquinamento- bsgdSfGmEL1FUvwOqtuc1N/pagina.html
  4. http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/inquinamento/2016/12/02/sindaci-4-metropoli-via-diesel-da-centro-citta- entro-2025_eab0286b-7f1f-4cce-8828-b01f05cf0b2f.html

Fonte: ilcambiamento.it

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