L’Oasi di Camilla, dove gli animali possono trovare nuova vitaanimali

L’Oasi di Camilla è un luogo dove animali fuggiti da allevamenti intensivi o animali domestici abbandonati possono trovare una seconda casa in cui poter vivere, fuggendo ad un destino beffardo. La sua fondatrice Orietta ci ha raccontato com’è nata questa realtà e quali progetti ha in serbo per il futuro. Animali fuggiti da allevamenti intensivi, adottati seguendo mode temporanee che poi passano o ancora tenuti in famiglia ma poi, a causa di cambiamenti, abbandonati alla prima occasione. Sono tanti i bipedi e i quadrupedi in cerca di una casa sicura dove poter vivere e fuggire a un destino beffardo. Era il 2011 quando Orietta Fraguglia fondò L’Oasi di Camilla, con l’obiettivo di salvare questi animali e dare una casa e amore a tutti coloro che ne avevano bisogno.

LA STORIA DI ORIETTA

L’associazione prende il nome proprio dalla cagnolina di Orietta, Camilla, la prima di molti altri che sono poi seguiti. Come lei stessa mi racconta, sin da piccola nutriva grande amore ed empatia per ogni forma di vita: «Credo che la mia prima parola sia stata “animali”, invece che mamma. Da quando ho ricordi, infatti, sono sempre stata bene in compagnia di ogni forma di vita che incontrassi. Passavo il mio tempo libero da piccola a salvare formiche e insetti in generale». 

Orietta mi spiega che i suoi genitori non hanno mai voluto animali in casa, ma fortunatamente i nonni avevano una abitazione in campagna, sul lago del Brugneto, dove da bambina passava molto tempo. Lì Orietta ha potuto conoscere da vicino molti animali diversi, anche se la maggior parte era poi destinata a essere mangiata e questo era motivo di sofferenza per lei. Crescendo poi, grazie ad alcuni cani, e in particolare a Romeo, ha conosciuto il mondo del randagismo e dell’abbandono. Successivamente, anche quello dei macelli, degli allevamenti intensivi e del mercato degli animali di piccola taglia, come conigli e tartarughe. Pensando che, essendo piccoli, siano meno impegnativi rispetto a un cane o un gatto, spesso vengono abbandonati poco dopo. «In quel periodo iniziavo a entrare in contatto con animali che avevano bisogno di un luogo dove stare – ricorda –, per poi trovare una nuova famiglia». Orietta inizia così a cercare una sede dove poter realizzare il suo progetto, chiedendo aiuto ai comuni vicino a Genova, dove viveva. 

LA CASA NEL BOSCO

L’unica amministrazione pubblica ad avere risposto al suo appello è stata quella di Voltri, che ha messo a disposizione un terreno inutilizzato. Dopo una pulizia dello spazio, però, Orietta si è presto resa conto che al suo interno vi era un edificio a rischio crollo. Nel frattempo gli animali salvati da abbandono o da macelli aumentavano sempre più. E dopo altri terreni e capannoni di passaggio, finalmente la nostra intervistata incontra una signora anziana che possedeva una casa in mezzo a un bosco all’interno del parco del Belbo, a Millesimo (SV), con un grande terreno intorno. La proprietaria era alla ricerca di qualcuno che affittase la sua casa e si prendesse cura dei trenta gatti che vivevano con lei prima che si spostasse, a causa dell’età, in una situazione più congeniale. «Mi è sembrava la soluzione ideale! Ora vivo in questa cascina insieme a mio figlio venticinquenne, che mi aiuta a prendermi cura degli animali salvati, i quali, in attesa di essere adottati, vivono tutti insieme, seppur ognuno con il suo spazio. Abbiamo cani, gatti, capre, oche, galline». 

In alcuni casi sono stati abbandonati, in altri rischiavano di esserlo (come animali di signore anziane che non potevano più prendersi cura di loro) o ancora sono stati recuperati perché a “rischio pentola”. Nel progetto della proprietaria della cascina c’era anche l’idea di creare un piccolo B&B e Orietta ha intenzione, dopo la ristrutturazione, di provare a realizzare questo sogno per poter avere entrate aggiuntive che aiutino a sostenere tutti gli animali in attesa di adozione.

Quando le chiedo se il figlio Fabio possiede il suo stesso amore per gli animali, Orietta mi risponde: «Li adora! Vive in simbiosi con uno dei cani che abbiamo salvato. Ha ereditato la stessa empatia che ho da sempre io. Ognuno ha un proprio percorso da fare verso la propria evoluzione interiore, che porta ad accettare e amare (quindi proteggere e prendersi cura) delle forme di vita intorno a noi, indipendentemente dalla loro natura e forma».

IL FUTURO DELL’OASI

Quando chiedo, poi, a Oretta come vede il futuro per lei e il suo progetto, non esita: «In questi anni la mia visione di ciò che volevo realizzare si è evoluta sempre di più: ho iniziato da piccoli animali e ho ampliato, sino a non darmi limiti. Spero che questo luogo diventi presto un bellissimo villaggio solidale ed ecosostenibile, abitato da tanti abitanti di specie diverse, ognuno con la propria storia e le proprie specificità. Voglio che quest’oasi diventi strumento per tante persone di cambiare in meglio questo mondo e il nostro modo di porci verso esso. Sono convinta che ognuno di noi può essere una goccia di un oceano portatore di un cambiamento».

COME AIUTARE L’OASI DI CAMILLA

I costi per mantenere gli animali e continuare ad ampliare l’oasi sono significativi: per questo Orietta ha aperto a tutti la possibilità di contribuire al progetto. Chi volesse sostenerlo può partecipare alle raccolte di cibo che spesso vengono organizzate o con donazioni di cibo dirette o supporti economici oppure con il 5×1000. Ma non solo. I volontari sono alla ricerca di famiglie che temporaneamente si prendano cura di animali che per diversi motivi hanno problemi a vivere con altri, o perché non sono mai stati abituati o perché non ancora operati e quindi a rischio riproduzione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/oasi-di-camilla-animali-nuova-vita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Povertà e ambiente, uno stretto legame che va affrontato seriamente

Come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il pianeta? La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Quindi, che fare? Dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo.

Sistemando alcuni appunti ho ritrovato un post scritto 5 anni fa da Jason Clay, vice-presidente del WWF internazionale, e allora pubblicato su “The Huffington Post”. Sembra, purtroppo, scritto oggi, visto che il tema trattato non ha trovato ancora una soluzione. Il tema è quello di come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il nostro pianeta. Se vogliamo cercare di salvaguardare veramente il nostro pianeta, è necessario domandarsi seriamente dove e come produciamo il nostro cibo.

La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Inoltre, essa contribuisce da una parte all’esacerbarsi dell’emergenza sui cambiamenti climatici e, dall’altra, ne viene profondamente affetta. La crescita della popolazione non aiuta e i 7,4 miliardi di abitanti sulla terra nel 2016 sono diventati oggi 7,9: 500 milioni di persone in più in 5 anni. Il consumo delle risorse terrestri avviene, già da diversi anni, ad un ritmo considerato non rinnovabile e, quindi, non sostenibile. Secondo il WWF, le dimensioni delle popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili sono drasticamente diminuite (-68%) dal 1970 e uno specifico indice (Living Planet Index) sintetizza lo stato della biodiversità globale, segnalando lo stato di salute del nostro pianeta. Questo indice, pubblicato per la prima volta nel 1998, registra oggi un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati, un crollo di più della metà in meno di 50 anni. Al momento, con lo stile di vita degli italiani, servirebbero 2,6 pianeti come la Terra per soddisfare i bisogni di tutti. Prima o poi, le conseguenze di questa emergenza toccheranno tutti, se non corriamo ai ripari fin da subito. La sempre crescente domanda di alcuni alimenti è causa di deforestazione, violazione dei diritti umani, inquinamento delle acque, conversione di habitat, per non parlare delle attività illegali. Nelle prossime tre decadi, la popolazione mondiale toccherà la cifra di 10 miliardi e l’impatto potrebbe essere devastante. Ma non dimentichiamo che già oggi questo impatto è, per una buona fetta della popolazione mondiale, insostenibile. Il consumo pro-capite di proteine animali, così come di frutta e vegetali aumenterà drammaticamente e si dovrà scontrare con la disponibilità del territorio utilizzabile per le coltivazioni; territorio che non può essere considerato illimitato.Sono ormai diversi anni che a livello internazionale si discute sul legame tra biodiversità e produzione alimentare e si arriva sempre a dichiarare che dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo. Ogni caloria che consumiamo, proveniente sia da alimenti freschi che dal cibo spazzatura, ha un costo che non è solo economico. La produzione alimentare è la principale causa del radicale cambiamento degli habitat, inclusa la deforestazione, la perdita di biodiversità e, a seconda della fonte, la prima o la seconda causa delle emissioni di gas serra. E’ inoltre il principale utilizzatore di prodotti chimici e acqua dolce. La produzione di cibo utilizza il doppio di acqua di tutte le altre attività umane messe insieme. E quindi sorge spontanea la domanda: è possibile sfamare tutti continuando con questi ritmi e mantenere in salute il pianeta?

Negli ultimi 10 anni, in particolare, la sostenibilità alimentare è diventata un fattore di marketing e questo non va bene, non è l’approccio giusto. La sostenibilità va considerata dall’inizio, fin dalla produzione delle materie prime. Tutti i principali attori in gioco, in ogni settore agro-industriale, devono attivarsi per fare in modo che le proprie materie prime siano prodotte in modo sostenibile, oltre che legalmente. La produttività per ogni raccolto agricolo può differire di un fattore cento e anche all’interno di una stessa area alcuni produttori possono risultare 10 volte più efficienti dei loro vicini. E’ necessario quindi sostenere i più poveri e coloro che non ce la fanno, piuttosto che incaponirsi ad incrementare la resa agricola inondando il terreno di veleni. Ma questa è una visione che potremmo definire “olistica”, ancora troppo lontana da come va il mondo oggi. Però è chiaro che ognuno di noi deve fare il possibile per far capire a chi ci è più vicino quali sono gli impatti delle proprie azioni: non è tollerabile che oltre il 30% dell’equivalente in calorie prodotte (tonnellate e tonnellate di cibo…) venga scartato e quindi non immesso sul mercato. Questa è la fotografia che ci accompagna ormai da tempo: persone che muoiono di fame e altre che muoiono per gli effetti di un’alimentazione eccessiva, oltre che sbilanciata. Sono oltre 800 milioni le persone che non hanno abbastanza da mangiare ed è paradossale che la maggior parte di esse vivano su terreni agricoli. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Istat, nel 2020 le persone in povertà assoluta sono state un milione in più rispetto all’anno precedente, per un totale di 5,7 milioni. Quelle a rischio povertà rischiano un’esplosione e già nel 2019 erano più del 20% della popolazione italiana. Di recente, il centro studi Unimpresa ha fatto riferimento a oltre 10 milioni di persone. Il numero dei lavoratori poveri è aumentato in molti paesi europei e, nello specifico, del 28% in Italia. Rispetto a un anno fa il tasso di occupazione è più basso di 2,2 punti percentuali e quello di disoccupazione più alto di 0,5 punti. La Caritas ce lo ricorda puntualmente: nelle grandi città, la povertà è ormai una prospettiva, anzi una dimensione, che aggredisce fasce sociali sempre più ampie. Anche nella Capitale, il 18% dei residenti è a rischio povertà, il 10% va in crisi per spese fisse o improvvise e il 7% vive in condizioni di grave deprivazione abitativa. Quindi, in definitiva, è evidente che per una parte della popolazione esiste un problema di accesso al cibo. Questa ineguaglianza dovrebbe far vergognare ognuno di noi, cittadini occidentali che ci sentiamo sempre più oberati dai problemi ma che, ancora in gran parte, abbiamo spesso la pancia troppo piena.

Fonte: ilcambiamento.it

Case in canapa e calce per un abitare davvero sostenibile

È possibile costruire rispettando la natura? Come si può creare armonia tra attività umane e ambiente naturale? Messapia Style, Emilio e i suoi collaboratori cercano di darci una risposta diffondendo teoria e pratica di un modello di edilizia naturale fondato sull’utilizzo di materiali ecologici, tradizionali e anche economici: canapa e calce. Oggi più che mai l’ambiente ha bisogno di aiuto. L’emergenza climatica sta diventando un problema sempre più rilevante e la necessità di promuovere in ogni campo l’eco-sostenibilità è uno degli obiettivi cardine del ventunesimo secolo. Anche l’edilizia può svolgere un ruolo significativo in questo ambito, cercando di non arrecare danno a ciò che ci circonda. Ed è proprio qui che entra in gioco Messapia Style, una realtà salentina pioniera in Italia dell’edilizia naturale per la realizzazione di case in canapa e calce.

«Nel 2015 ho deciso di costruire per me e mia moglie questa abitazione a Supersano, nella quale tuttora viviamo, con l’uso di materiali ecosostenibili», racconta l’imprenditore bioedile Emilio Sanapo, fondatore dell’azienda. «Ho voluto sperimentare su di me per primo questo sistema innovativo fondato sull’uso della calce/canapa. Il mio obiettivo è proprio quello di non rimanere una goccia nel mare, ma di portare quante più persone possibile a seguire il mio esempio. Se tutti ci impegnassimo sarebbe un vero e proprio toccasana per l’ambiente, anche perché la canapa è un materiale rinnovabile e biodegradabile, cresce in cento giorni e con un ettaro si può costruire una casa».

Emilio Sanapo

L’intento di Emilio e dei suoi collaboratori è quello di promuovere un modo di vivere salutare attraverso la costruzione e la ristrutturazione delle abitazioni facendo uso di materiali naturali che non siano nocivi all’ambiente. La natura è infatti capace di fornirci tutti i mezzi necessari per realizzare case ed edifici che possano durare nel tempo e che siano in grado di fare del bene tanto all’uomo quanto alla natura stessa. In tutto ciò la canapa riveste un ruolo di primaria importanza. Si tratta di una pianta erbacea a ciclo annuale dalla quale si ricavano semi e fibre. Lo stelo legnoso invece contiene una buona quantità di silice e questo la rende resistente al fuoco e alla decomposizione. La miscela che viene utilizzata per la bioedilizia si realizza impastando con acqua la canapa, la calce idrata (un legante) e un eccipiente naturale che ha la funzione di far indurire quest’ultima in un tempo adeguato.

I materiali edili a base di canapa e calce presentano numerose proprietà, positive sia per l’uomo che per l’ambiente. Innanzitutto, le pareti costituite da questi elementi permettono di gestire in maniera naturale l’umidità, che viene mantenuta a un livello stabile intorno al 50-60%. Inoltre, si tratta di materiali isolanti che permettono di creare una barriera contro il calore, isolando sia dal freddo invernale sia dal caldo estivo. Questi fattori garantiscono costi di climatizzazione particolarmente bassi, per quanto riguarda sia i consumi energetici che la manutenzione degli impianti. La miscela di calce e canapa è del tutto traspirante ed esente da condense e muffe poiché, assorbendo la CO2, si viene a creare un clima interno all’abitazione salubre che tende all’alcalino. Inoltre, essa costituisce un materiale da costruzione ideale sia per il basso consumo di energia, sia per il bassissimo inquinamento in fase di produzione, di installazione e a fine vita. È, infine, un prodotto molto durevole nel tempo, a differenza dei materiali da costruzione sintetici che iniziano a presentare fenomeni di degrado dopo pochi anni. Emilio e i suoi collaboratori lavorano principalmente in Puglia, ma piano piano stanno esportando la filosofia della bioedilizia in tutta Italia, per insegnare a imprese o a persone normalissime come auto-costruirsi e costruire per altri abitazioni in calce/canapa. «Si tratta però – ci spiega Emilio – di una tecnica che solo parzialmente siamo riusciti a diffondere. Un grosso ostacolo è quello culturale: si è poco propensi a mettersi in gioco e a imparare nuovi modi di costruire anche se, nolenti o dolenti, saremo costretti a reinventarci, perché è l’ambiente a imporcelo. La mia speranza è che a livello politico qualcosa si possa muovere, per favorire innanzitutto lo sviluppo di questo tipo di materiali e penalizzare quelli derivanti dal petrolio e, soprattutto, per agevolare la filiera della bioedilizia, costruendo degli impianti di trasformazione della canapa».

I mattoni, i blocchetti in laterizio e il calcestruzzo utilizzati nelle costruzioni moderne vengono prodotti da impianti industriali che emettono grandi quantità di CO2, inquinanti per l’atmosfera. Per giunta, il cemento stesso contiene molto spesso alcune sostanze che sono tossiche sia per i lavoratori che per gli abitanti delle abitazioni. Messapia Style, Emilio e tutti i collaboratori di questa azienda si battono ormai da anni per cambiare la situazione attuale e per far fronte alle problematiche ambientali e della salute del singolo. Passo dopo passo, stanno diffondendo il loro ideale di edilizia naturale in calce/canapa, mettendosi al servizio dell’ambiente e dimostrando che anche una goccia d’acqua può far sentire la propria presenza in un mare, soprattutto se questa goccia ne ispira molte altre al cambiamento.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/case-in-canapa-e-calce-abitare-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Povertà e ambiente, uno stretto legame che va affrontato seriamente

Come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il pianeta? La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Quindi, che fare? Dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo.

Sistemando alcuni appunti ho ritrovato un post scritto 5 anni fa da Jason Clay, vice-presidente del WWF internazionale, e allora pubblicato su “The Huffington Post”. Sembra, purtroppo, scritto oggi, visto che il tema trattato non ha trovato ancora una soluzione. Il tema è quello di come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il nostro pianeta. Se vogliamo cercare di salvaguardare veramente il nostro pianeta, è necessario domandarsi seriamente dove e come produciamo il nostro cibo.

La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Inoltre, essa contribuisce da una parte all’esacerbarsi dell’emergenza sui cambiamenti climatici e, dall’altra, ne viene profondamente affetta. La crescita della popolazione non aiuta e i 7,4 miliardi di abitanti sulla terra nel 2016 sono diventati oggi 7,9: 500 milioni di persone in più in 5 anni. Il consumo delle risorse terrestri avviene, già da diversi anni, ad un ritmo considerato non rinnovabile e, quindi, non sostenibile. Secondo il WWF, le dimensioni delle popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili sono drasticamente diminuite (-68%) dal 1970 e uno specifico indice (Living Planet Index) sintetizza lo stato della biodiversità globale, segnalando lo stato di salute del nostro pianeta. Questo indice, pubblicato per la prima volta nel 1998, registra oggi un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati, un crollo di più della metà in meno di 50 anni. Al momento, con lo stile di vita degli italiani, servirebbero 2,6 pianeti come la Terra per soddisfare i bisogni di tutti. Prima o poi, le conseguenze di questa emergenza toccheranno tutti, se non corriamo ai ripari fin da subito. La sempre crescente domanda di alcuni alimenti è causa di deforestazione, violazione dei diritti umani, inquinamento delle acque, conversione di habitat, per non parlare delle attività illegali. Nelle prossime tre decadi, la popolazione mondiale toccherà la cifra di 10 miliardi e l’impatto potrebbe essere devastante. Ma non dimentichiamo che già oggi questo impatto è, per una buona fetta della popolazione mondiale, insostenibile. Il consumo pro-capite di proteine animali, così come di frutta e vegetali aumenterà drammaticamente e si dovrà scontrare con la disponibilità del territorio utilizzabile per le coltivazioni; territorio che non può essere considerato illimitato. Sono ormai diversi anni che a livello internazionale si discute sul legame tra biodiversità e produzione alimentare e si arriva sempre a dichiarare che dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo. Ogni caloria che consumiamo, proveniente sia da alimenti freschi che dal cibo spazzatura, ha un costo che non è solo economico. La produzione alimentare è la principale causa del radicale cambiamento degli habitat, inclusa la deforestazione, la perdita di biodiversità e, a seconda della fonte, la prima o la seconda causa delle emissioni di gas serra. E’ inoltre il principale utilizzatore di prodotti chimici e acqua dolce. La produzione di cibo utilizza il doppio di acqua di tutte le altre attività umane messe insieme. E quindi sorge spontanea la domanda: è possibile sfamare tutti continuando con questi ritmi e mantenere in salute il pianeta?

Negli ultimi 10 anni, in particolare, la sostenibilità alimentare è diventata un fattore di marketing e questo non va bene, non è l’approccio giusto. La sostenibilità va considerata dall’inizio, fin dalla produzione delle materie prime. Tutti i principali attori in gioco, in ogni settore agro-industriale, devono attivarsi per fare in modo che le proprie materie prime siano prodotte in modo sostenibile, oltre che legalmente. La produttività per ogni raccolto agricolo può differire di un fattore cento e anche all’interno di una stessa area alcuni produttori possono risultare 10 volte più efficienti dei loro vicini. E’ necessario quindi sostenere i più poveri e coloro che non ce la fanno, piuttosto che incaponirsi ad incrementare la resa agricola inondando il terreno di veleni. Ma questa è una visione che potremmo definire “olistica”, ancora troppo lontana da come va il mondo oggi. Però è chiaro che ognuno di noi deve fare il possibile per far capire a chi ci è più vicino quali sono gli impatti delle proprie azioni: non è tollerabile che oltre il 30% dell’equivalente in calorie prodotte (tonnellate e tonnellate di cibo…) venga scartato e quindi non immesso sul mercato. Questa è la fotografia che ci accompagna ormai da tempo: persone che muoiono di fame e altre che muoiono per gli effetti di un’alimentazione eccessiva, oltre che sbilanciata. Sono oltre 800 milioni le persone che non hanno abbastanza da mangiare ed è paradossale che la maggior parte di esse vivano su terreni agricoli. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Istat, nel 2020 le persone in povertà assoluta sono state un milione in più rispetto all’anno precedente, per un totale di 5,7 milioni. Quelle a rischio povertà rischiano un’esplosione e già nel 2019 erano più del 20% della popolazione italiana. Di recente, il centro studi Unimpresa ha fatto riferimento a oltre 10 milioni di persone. Il numero dei lavoratori poveri è aumentato in molti paesi europei e, nello specifico, del 28% in Italia. Rispetto a un anno fa il tasso di occupazione è più basso di 2,2 punti percentuali e quello di disoccupazione più alto di 0,5 punti. La Caritas ce lo ricorda puntualmente: nelle grandi città, la povertà è ormai una prospettiva, anzi una dimensione, che aggredisce fasce sociali sempre più ampie. Anche nella Capitale, il 18% dei residenti è a rischio povertà, il 10% va in crisi per spese fisse o improvvise e il 7% vive in condizioni di grave deprivazione abitativa. Quindi, in definitiva, è evidente che per una parte della popolazione esiste un problema di accesso al cibo. Questa ineguaglianza dovrebbe far vergognare ognuno di noi, cittadini occidentali che ci sentiamo sempre più oberati dai problemi ma che, ancora in gran parte, abbiamo spesso la pancia troppo piena.

Fonte: ilcambiamento.it

L’unico passaporto verde che ci vuole è quello di chi rispetta l’ambiente

L’Unione Europea ha pensato di istituire un passaporto vaccinale chiamandolo in maniera beffarda pure verde. Meglio chiamarlo “nero”, visto che di verde non ha proprio nulla. E intanto l’europarlamento dice sì alla procedura d’urgenza per fare in fretta.

L’Unione Europea ha pensato di istituire un passaporto vaccinale per il covid chiamandolo in maniera beffarda pure verde. A un atto del genere, contrario a qualsiasi logica e libertà personale, si dà il colore che peggio si sposa con le non politiche ambientali dell’Europa. Quello vaccinale lo chiamino passaporto nero visto che di verde l’Europa non sta facendo praticamente nulla per salvarci dalla catastrofe ambientale. Anche solo valutando la questione di per sé, un passaporto vaccinale, in una situazione nella quale non si sa nemmeno se i vari vaccini danno immunità, è assurdo e senza alcun senso. Senza considerare poi i rischi e le incognite su efficacia e sicurezza che stanno prepotentemente emergendo con le somministrazioni a tappeto. E ieri i deputati del Parlamento europeo hanno deciso di accelerare il voto della Commissione Europea votando in plenaria per utilizzare la procedura d’urgenza. Il processo accelerato riduce il ruolo delle Commissioni parlamentari competenti, nonché dei singoli deputati, eliminando la necessità di una relazione e riducendo il tutto a un dibattito orale.

Quindi, vogliono andare veloci riducendo al minimo eventuali opposizioni.

Gli estensori del passaporto vaccinale affermano che è tutto finalizzato alla tutela della nostra salute, proprio quella salute che è all’ultimo posto nelle preoccupazioni dei legislatori europei. Le recenti vicende politiche ambientali e agricole lo hanno dimostrato chiaramente: gli unici interessi che vengono tutelati non sono certo quelli della salute bensì quelli delle grandi lobby industriali e finanziarie di ogni tipo che impongono i loro voleri proprio contro la salute. Stranamente però l’Unione Europea, così come il nostro governo, “protegge” la nostra salute solo dal Covid, per tutto il resto no.

Facciamo solo alcuni esempi che rendono chiaro come l’idea di un passaporto vaccinale nulla abbia a che vedere con la protezione della nostra salute.

L’Unione Europea per proteggere la nostra salute ha disposto la chiusura di tutti gli allevamenti intensivi, autentiche  bombe ecologiche e sanitarie oltre che luoghi di indicibile sofferenza? No.

Tra l’altro se i legislatori europei fossero davvero interessati al contrasto della diffusione di malattie o virus, è risaputo che gli allevamenti intensivi sono il migliore focolaio per questi aspetti ma stranamente e inspiegabilmente vengono tenuti aperti. Per non parlare delle migliaia di morti che fanno le malattie cardiovascolari per l’eccessiva assunzione di carne. Forse che alcuni virus e malattie siano più meritevoli di essere combattute rispetto ad altri?

L’Unione Europea ha disposto il divieto immediato dell’uso di qualsiasi pesticida, erbicida e concime chimico in agricoltura, veri attentati alla nostra salute, e quindi di conseguenza supportando, incentivando e autorizzando solo sistemi di l’agricoltura biologica? No.

Eppure i morti derivanti dai cancri che si hanno attraverso le assunzioni di cibo pieni di schifezze che contaminano aria, acqua e terra, sono migliaia ogni anno in Europa. Sono forse morti di serie zeta che quindi non contano nelle classifica degli interventi per tutelare la salute?

L’Unione Europea ha messo al bando il consumo di sigarette, responsabili di migliaia di morti ogni anno? No. Anche questo è un caso molto strano perché sono sotto gli occhi di tutti, scritti e fotografati anche sui pacchetti di sigarette, i tragici effetti di questa carneficina. Come mai non si tutela la salute di queste persone con interventi risolutivi ed efficaci? Morti di serie zeta anche questi?

L’Unione Europea ha predisposto rigidissime restrizioni del consumo di alcool responsabile di un flagello sanitario e sociale dalle proporzioni devastanti? No. Forse perché non si tratta di morti e malati di covid?

L’Unione Europea ha predisposto l’immediata chiusura di tutte le pericolosissime centrali nucleari potenziali bombe a orologeria e produttrici di scorie radioattive, veri e propri attentati alla salute con rischi enormi per milioni di cittadini non solo attuali ma per centinaia di generazioni a venire? Niente è stato fatto in questa direzione per proteggere la salute dei cittadini europei, probabilmente perché non trattandosi di covid, sono problemi inesistenti.

L’Unione Europea ha predisposto la chiusura di tutte le fabbriche inquinanti che producono migliaia di morti l’anno attraverso le loro emissioni di ogni tipo, inquinando acqua, aria e terra? No. Forse perchè l’unico nemico da combattere è il covid?

L’Unione Europea ha predisposto il divieto di costruzione di veicoli a motore alimentati da combustibili fossili che provocano migliaia di morti sia per le loro emissioni, sia per la loro pericolosità intrinseca viste le velocità pazzesche che raggiungono? No. Forse perché pure questi morti sono di serie zeta rispetto a quelli di serie a del covid? Anzi addirittura dopo gli scandali delle stesse aziende che truccavano i dati sulle emissioni dei loro motori, hanno potuto tranquillamente continuare ad agire. Dramma e beffa insieme ma tanto a noi interessa solo il covid. L’Unione Europea ha predisposto l’obbligo di ridurre drasticamente la produzione di merci superflue con spreco di energia e preziose risorse producendo inquinamento e per le restanti merci, obbligare immediatamente i produttori che tutte siano durature, riparabili facilmente o riciclabili in ogni loro parte, così da ridurre la minimo la produzione di rifiuti che stanno inquinando l’intero pianeta con conseguenza catastrofiche per la nostra salute? No. Probabilmente perchè non si tratta di argomenti riguardanti il covid.

E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Quando tutto questo e molto altro in questa direzione sarà fatto, allora crederemo che questo o quel provvedimento per il covid sia adottato veramente per la tutela della nostra salute. Fino a quel giorno non sarà credibile alcuna azione a difesa esclusivamente di interessi di potenti lobby e tesa alla restrizione delle libertà come esercizio del potere. Il tutto mascherato da falsa tutela della nostra salute.

Fonte: ilcambiamento.it

A quando i lockdown e i DPCM per tutelare l’ambiente, quindi la nostra salute?

Ma se i cambiamenti climatici e l’emergenza ecologica fanno molti più morti del coronavirus, a quando allora i lockdown e i DPCM per salvare il genere umano che rischia di non sopravvivere al disastro del Pianeta? Rischiamo una previsione: mai.

Non entriamo nel merito se siano giustificate o meno le pesantissime restrizioni della libertà a cui siamo costretti ormai da un anno ma, anche ammettendo che lo siano, se tanto ci dà tanto, visto che a livello ambientale il pericolo è molto più grande del coronavirus e le conseguenti vittime sono molte di più, da chi dice di proteggere la nostra salute ci aspetteremmo un “lockdown ambientale” e DPCM con misure rigidissime e capillari perchè in gioco c’è la sopravvivenza dell’intero genere umano. E invece niente di questo accade. Circa la catastrofe ambientale nessuna misura drastica è stata presa, niente è stato chiesto di fare ai cittadini, figuriamoci imporglielo come oggi si impongono mascherine, gel, coprifuochi, chiusure, distanziamenti, con tanto di pesanti multe e nonostante ci siano sempre più perplessità che tutte queste misure abbiano una reale efficacia. E pensare che invece per salvare l’ambiente e conseguenti vite umane, le misure che dovrebbero essere prese sarebbero di immediata e indubbia efficacia.

Ci si chiede allora: ma della salvaguardia di quale salute e di quali vite si sta parlando? Perchè per proteggere alcune vite si agisce e per altre no? Ma come può essere possibile questa incredibile e macroscopica disparità?  E se fosse vero che tutte queste misure sono necessarie per proteggere la nostra salute, allora non si capisce come mai, ad esempio, gli allevamenti intensivi, autentiche bombe ecologiche e sanitarie produttrici di sofferenza e cibo malsano, non vengano chiusi all’istante. Se si agisse così si tutelerebbe la salute di persone e animali ma ciò paradossalmente non sembra essere affatto un obiettivo di chi ci dice che sta facendo di tutto per la nostra salute e questo la dice lunga sulla sua credibilità. Una ulteriore prova della “inspiegabile” situazione di disparità in cui si adottano due pesi e mille misure ce la dà una voce ufficiale come quella del neo ministro per la transizione ecologica Cingolani (quindi non certo un “complottista”) in un suo articolo scritto recentemente per il quotidiano la Repubblicadove cita dati da ecatombe ed emergenza gravissima.

«…il riscaldamento climatico è causa di siccità, con un impatto enorme sulla fauna e l’agricoltura; lo scioglimento dei ghiacciai diminuisce le risorse di acqua dolce mentre l’innalzamento del livello dei mari porta all’erosione delle coste. I continui scambi di calore tra una terra surriscaldata e la stratosfera, più fredda, generano eventi metereologici estremi, come tifoni e nevicate improvvise, che devastano i territori. Se si eccettuano i terremoti, dal 1980 ad oggi il numero di eventi naturali catastrofici è aumentato in maniera costante di anno in anno; ciò ha causato la perdita di 400.000 vite umane e la spesa di più di un trilione di dollari, pari all’1,6% del PIL mondiale». 

«E mentre la terra si riscalda, peggiora anche la qualità dell’aria che respiriamo, con un impatto sulla salute di Sapiens e sul suo ecosistema. L’emissione di particolati carboniosi (Black Carbon), idrofluorocarburi e metano, inquina l’atmosfera e provoca il rilascio di sostanze tossiche, con gravi conseguenze sociali ed epidemiologiche. Ogni anno, l’inquinamento dell’aria causa tra i sei e i sette milioni di decessi nel mondo».

E questo senza contare i milioni di morti che si hanno per l’inquinamento di terra, cibo e acqua, laddove i cibi che mangiamo e l’acqua che beviamo sono pieni di ogni tipo di inquinante che determina malattie letali.

Dove sono i lockdown, dove sono i dpcm, dove sono le imposizioni drastiche immediate, necessarie per far fronte a questa immane catastrofe? Spieghino politici, esperti, task force varie, che tanto sembrano prodigarsi per la nostra salute, perché niente si fa in questa direzione, ma proprio niente, nemmeno lontanamente paragonabile a quello che si è fatto e che si continua a fare per il Covid. Ci spieghino il perché, ci spieghino come si fa a non vedere l’ovvio, ci spieghino perché non agiscono con la stessa solerzia, la stessa sicumera, la stessa drammaticità come quando ci snocciolano quotidianamente le cifre dei morti di serie A, cioè quelli da Covid, gli unici che per loro contano. Perchè per gli altri morti non si fanno bollettini quotidiani, aperture di telegiornali, articoli e servizi a non finire, speciali di ogni tipo, reportage chilometrici, ecc. ? Chi invoca lockdown a tutto spiano, alimentando un terrore mediatico martellante, ci chiediamo perché non faccia lo stesso per una situazione molto più grave come quella ambientale. Finché non avremo risposte o interventi in questo senso, non potremmo che continuare a dare credibilità zero per chi divide salute e morti di serie A e salute e morti di serie Zeta. E il perché lo faccia, speriamo che venga a galla presto, prima che la catastrofe ambientale si aggravi diventando ancora più irrefrenabile visto che continuiamo a non fare nulla preoccupandoci di tutt’altro. E intanto in pochi giorni a febbraio siamo passati da temperature sottozero a temperature quasi estive, ma come disse il comandante del Titanic: andiamo avanti tranquillamente…..

Fonte: ilcambiamento.it

“Rischiano di sparire i temi caldi dell’ecologia”

Un commento di Paolo Hutter su come è stata presentata e accolta la Transizione Ecologica che dovrebbe essere un pilastro del nuovo governo Draghi

Strane o finalmente normali che siano, le coincidenze politiche hanno dato in questi giorni una visibilità incredibile all’ambiente, o meglio alle parole dell’ambiente. Provo a tornare a scrivere qualcosa anche io, alzando un attimo la testa dai Progetti Salvacibo e simili in cui sono immerso. Le parole che ho sentito più forti in questi giorni, il sapore percepito di questa “transizione ecologica” è un po’ tanto tecnocratico per i miei gusti. E non mi riferisco tanto alle esperienze di robotica o tecnoscienza del neo ministro Cingolani, non mi riferisco neanche al discorso di Draghi, ma mi riferisco ai pronunciamenti delle principali associazioni ambientaliste. Ho sentito il dibattito de La Nuova Ecologia di martedì 16 febbraio e sono rimasto spiazzato. Quasi tutta l’enfasi, l’ aspettativa, è puntata sulle rinnovabili, e poi sugli impianti da aprire per il riciclo e il compostaggio. Quasi come una appendice indipendente viene ricordata la biodiversità. Capisco che di fronte ai miliardi del Recovery Fund, e alle scelte da fare, i sentimenti di sobrietà monastica non servano. Posso anche capire che papa Francesco lo lasciamo citare a Draghi perché dal banchiere suona più inaspettato, da Greenpeace non serve. Ma sembra (per un attimo?) che siano stati dimenticati non dico i richiami alla necessità di ridurre i consumi superflui, ma persino i riferimenti al risparmio energetico e ai criteri di efficienza e sufficienza.

Certo, è comprensibile che in questo momento si concentri l’attenzione sul conflitto tra fonti rinnovabili e combustibili fossili, è comprensibile che si punti su solare ed eolico per contrastare la presunta efficienza del gas. Ma non si può irridere chi vuole difendere il paesaggio e più in generale non credo si possa pensare di fare una vera transizione ecologica solo coi temi freddi dei Gigawatt elettrici senza i temi caldi di una economia circolare solidale e antispreco.

Fonte: ecodallecitta.it

Laudato, sì; ovvero qualche frase in memoria di un bosco

Il bosco di Fiesole non c’è più. Tagliato; spariti carpini, cerri e roverelle. E i tagli dei boschi in Italia non si fermano, impoverendo i territori e impattando pesantemente sull’ambiente.

Fin da bambino sono stato un amante dei boschi. Più sono fitti e antichi, più sono vasti e silenziosi, maggiore è il mio interesse e la mia curiosità. Durante la mia infanzia, grazie alle vaste esplorazione del mondo selvatico, avevo imparato a conoscere palmo a palmo un grande e vecchio bosco non distante dalla mia abitazione. Sotto la volta degli alberi si accumulavano grandi ammassi di foglie e il buio creato dalle chiome impediva la crescita di arbusti ed erbe, fatta eccezione per alcuni ellebori e, di tanto in tanto, qualche pianta di primula. Mi fermavo spesso ad osservare il fusto slanciato dei grandi carpini neri un tempo usati per fare il carbone e diventati ormai vecchi ed altissimi. In ampi tratti le piante prevalenti erano querce della specie Quercus cerris, riconoscibili per le venature rosate all’interno della corteccia, assai rugosa, che permetteva ai molti licheni e muschi di crescere rigogliosi. Ma la magnificenza del bosco spettava a delle grandissime roverelle vecchie di oltre 100 anni, che allungavano rami scuri e contorti, accogliendo così i nidi di colombacci e poiane, rigogoli e ghiandaie. Ricordo nitidamente l’emozione che provai un pomeriggio di inizio luglio, quando scoprii tra le chiome una famiglia di sparvieri i cui tre piccoli avevano da poco spiccato il volo e chiamavano insistentemente i genitori, saltellando e svolazzando da un ramo all’altro. Fu invece una mattina d’autunno che, esplorando un ripido pendio ricoperto da carpini, mentre seguivo una pista di animali, mi imbattei in un “villaggio” di istrici. Numerose tane collegate tra loro da gallerie si aprivano di fronte a me. Le aperture, pulite diligentemente dalle foglie, mi mostravano che il luogo non era abbandonato e presto ne ebbi la conferma. Mentre ero accovacciato al fianco di una possente roverella ricoperta di muschio e piccole felci dal verde brillante, fui testimone di una rapida sbirciata: uno degli istrici fece capolino dalla tana appena il tempo di vedermi e si rituffò nell’oscurità profumata di humus. Il bosco costellò gli anni della mia infanzia  e oltre di scoperte e sorprese, dagli incontri con i cinghiali all’inaspettata visione di una martora in corsa su un tronco abbattuto, alla scoperta di grandi e curiosi talli di un raro lichene, la Lobaria pulmonaria, importante indicatore di biodiversità che si trova nei boschi antichi e in buona salute.

Oggi quel bosco non c’è più, quel bosco che appartiene alla curia di Fiesole è stato tagliato in modo increscioso. Annientati i carpini e i cerri, sparite le maestose roverelle. Al loro posto sono stati lasciati i più piccoli e fragili alberi, cresciuti per ultimi e con scarsa luce, dunque alti e sottili ed esposti al rischio di crollo a causa del vento , perché ormai soli e senza ripari. Il suolo un tempo ricco di foglie e humus sul quale crescevano funghi in abbondanza ora è ricoperto di ginestre e graminacee, segno inequivocabile di grande squilibrio, a causa del quale ci vorranno decenni prima della ricrescita di un bosco degno di chiamarsi tale. Non volano più gli sparvieri e ha fatto la sua comparsa la robinia, albero alloctono e molto invasivo. Ceppi morti o moribondi spuntano qua e la dall’erba ricordando il passato glorioso di un bosco ormai perso. Niente più nidi per sparvieri, picchi, uccelli notturni; niente più tane per istrici e martore; niente più cibo e riparo per centinaia di animali e specie vegetali che solo in boschi vetusti possono trovare il loro habitat. Perché? Che fine hanno fatto i possenti alberi che ospitavano rigogoli e martore? Semplice: sono stati bruciati in qualche centrale a biomasse delle molte sparse in Toscana. Giusto per completare il quadro, il bosco tagliato si trova in un Sito di Interesse Comunitario, costituito per valorizzare e proteggere numerose specie e il paesaggio unico, costituto proprio dai boschi e i campi del territorio chiantigiano. I terreni della Curia Fiesolana sono tanti e i boschi che ne fanno parte continuano a venire ancora tagliati. Per questo occorre farsi sentire e per questo occorre ancora indignarsi. Qualche dato a livello regionale e nazionale è d’obbligo per far capire quanto in realtà gli ecosistemi forestali siano in grave pericolo e quanto la fame di biomasse possa trasformare ecosistemi pregiati in lande desolate: prendendo ad esempio la “verde e naturale” Toscana, ogni anno vengono tagliati molte migliaia di ettari di territorio (18 000 ettari nel solo 2016) sia di boschi privati che di boschi pubblici (ma se sono pubblici non dovrebbe essere un patrimonio di tutti?). La maggiore percentuale dei tagli interessa boschi “governati” a ceduo, proprio come quello della curia di Fiesole (8 500 ettari di cedui in boschi privati nel solo 2016 ma il dato è in crescita) e, aprite bene le orecchie, il 19% di questi ricadeva in territorio sottoposto a tutela (tutela di che cosa? Degli interessi economici?), esattamente come il bosco appena descritto. A livello italiano le superfici di boschi tagliati sono sull’ordine delle centinaia di migliaia di ettari e se a questi si aggiungono gli oltre 100 000 ettari di bosco inceneriti dagli incendi ogni anno, il dato di perdita di biodiversità e boschi è davvero impressionante. Dunque, come mai si parla sempre più spesso di un aumento dei boschi in Italia? Semplice, perché viene considerata la superficie dei boschi tagliati come se i boschi ci fossero ancora, quando in realtà ci vorranno almeno 20-30 anni nel migliore dei casi e quando vengono rispettate le regole legislative del taglio, per poter definire il luogo di nuovo un bosco. Tali regole però, benché siano ormai molto permissive, il più delle volte non vengono nemmeno rispettate: le imprese dei “tagliatori” contano sul fatto che i controlli sono rarissimi e le sanzioni pecuniarie così basse che, comunque, tagliare più alberi di quelli consentiti è in ogni caso redditizio.

Dunque il nostro paese è davvero “ricco di boschi poveri “ e il trend non accenna a diminuire. Mentre incombe su di noi la crisi climatica ed ecologica, nonostante la possibilità di approcci selviculturali nettamente differenti, si persegue la distruzione sistematica. Dunque Laudato si’ chi protegge i boschi, chi li tutela davvero, chi preferisce al denaro una vecchia roverella, chi al profitto preferisce il lavoro meticoloso e la cura del Creato.

Fonte: ilcambiamento.it

Unione Europea: “La crescita economica distrugge la salute dell’uomo e dell’ambiente”

L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha pubblicato un documento in cui sostiene che lo sviluppo economico non è possibile se non pagando un caro prezzo in termini di sostenibilità ambientale. Vediamo i dettagli di questo documento davvero fondamentale, poiché per la prima volta un organo istituzionale si è ufficialmente schierato contro il dogma della crescita.

 “La crescita economica è strettamente legata all’aumento della produzione, dei consumi e dello sfruttamento delle risorse e ha effetti deleteri sull’ambiente e sulla salute umana”. Comincia così, senza mezze misure, il documento recentemente pubblicato dalla EEA – Agenzia Europea per l’Ambiente, dal titolo “Crescita senza crescita economica”.

Questo ente è un’agenzia creata dell’Unione Europea allo scopo di fornire informazioni indipendenti e qualificate sull’ambiente. Si tratta dunque di un organo ufficiale ed è estremamente significativo che, per la prima volta nella storia recente, un’istituzione di questo tipo si sia apertamente schierata contro il paradigma della crescita economica a tutti i costi, dettagliando la propria posizione rispetto a un ampio spettro di tematiche e prospettive che riguardano il mito delle sviluppo sostenibile.

“È improbabile che un duraturo e deciso disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni e dagli impatti ambientali possa essere raggiunto su scala globale; pertanto le società devono ridefinire cosa si intende per crescita e progresso e aggiornare la loro idea di sostenibilità globale”, prosegue l’EEA nell’introduzione del documento. Oggi l’antropizzazione è del tutto insostenibile e questo non è possibile. Urge un cambiamento. A questo scopo, l’Agenzia chiama in causa per prime le organizzazioni non governative – termine utilizzato in senso lato e inclusivo, che comprende dunque anche movimenti più informali –, alle quali attribuisce il merito di aver già delineato policies e progetti capaci di trasformare la società rendendola più sostenibile. Queste idee sono raccolte nella pubblicazione “Narrativa per il cambiamento”, sempre a cura dell’EEA. Questo documento è solo uno dei tasselli impiegati negli anni per costruire “Crescita senza crescita economica”, risultato di un lavoro di raccolta di dati e di contributi iniziato nel 2017 che ha tempestivamente visto la luce in questi giorni, al culmine di un’epoca in cui, giunta a un incrocio, l’umanità si appresta a fare scelte che con tutta probabilità determineranno il suo futuro. Analizziamo dunque uno per uno quelli che sono stati definiti i cinque “messaggi chiave” che costituiscono la struttura portante della pubblicazione.

La sede dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, a Copenaghen

La Grande Accelerazione

Con questo termine si intende il periodo che, a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, ha registrato una crescita senza precedenti accelerando su scala globale il cambiamento ambientale – ma anche socio-economico – generato dall’uomo. Questa crescita esponenziale non si è affatto esaurita ma è in atto ancora adesso. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, la Grande Accelerazione si è verificata, si sta verificando e continuerà a verificarsi anche in termini di perdita di biodiversità, cambiamenti climatici, inquinamento e consumo del capitale naturale ed è strettamente legata alle attività e alla crescita economiche.

Disaccoppiamento

Come già rilevato da diversi studi, non è mai successo in passato che la crescita economica sia stata disaccoppiata dallo sfruttamento delle risorse naturali e dall’aumento della pressione sugli ecosistemi ed è improbabile che ciò avvenga in futuro. Infatti è stato rilevato che, nonostante le principali politiche europee si siano sempre basate sul disaccoppiamento come soluzione per continuare a crescere economicamente limitando l’impatto ambientale, mancano totalmente le evidenze che tale disaccoppiamento sia stato efficacemente attuato. Le statistiche mostrano in modo inequivocabile che le curve di crescita di emissioni globali, impronta ecologica e prodotto interno lordo hanno un andamento quasi identico, eccetto forse le emissioni che dagli anni novanta, pur continuando a crescere, hanno leggermente rallentato il ritmo. A questo proposito, è interessante osservare che, se fino agli duemila il consumo delle risorse naturali era dovuto principalmente al boom demografico, con il nuovo millennio la responsabilità si è spostata sull’innalzamento del livello dello stile di vita della classe media.

La crescita di gas serra, impronta ecologica e PIL globale nel periodo 1970-2018

Decrescita, post-crescita, crescita verde ed economia della ciambella

Come detto in apertura, “Crescita senza Crescita economica” attinge a piene mani da teorie e movimenti che già da anni propongono modelli alternativi a quello attuale. Nello specifico nel ne vengono individuati quattro che, a parere dell’EEA, meglio assolvono il compito di indicare nuove strade per ripensare la crescita e il progresso. Vediamole brevemente grazie alle definizioni proposte da alcuni autori.

  • Decrescita: un termine generico per movimenti più radicali di natura accademica, politica e sociale che enfatizzano la necessità di ridurre la produzione e il consumo e individuare obiettivi differenti dalla crescita economica (Demaria et al., 2013).
  • Post-crescita: agnostica rispetto alla crescita, questa scuola di pensiero di concentra sul bisogno di disaccoppiare il benessere dalla crescita economica (Wiedmann et al., 2020).
  • Crescita verde: è basata sul pensiero ecomodernista che ripone le proprie speranze nel progresso scientifico e tecnologico diretto verso la sostenibilità. In altre parole, “crescita verde vuol dire favorire la crescita e lo sviluppo economici assicurandosi al tempo stesso che il capitale naturale continui a fornire le risorse e i servizi ambientali su cui si fonda il nostro benessere” (OECD, 2011).
  • Economia della ciambella: combina l’attenzione dei legittimi bisogni dell’attuale popolazione umana con la necessità di una trasformazione per un futuro sostenibile (Raworth, 2017).

Il Green Deal europeo

Dimostrando coraggio politico e determinazione, l’ Agenzia Europea per l’Ambiente si schiera apertamente contro la sua cugina Commissione Europea e il suo Green Deal, accusandolo – come abbiamo visto – di puntare tutto su un disaccoppiamento mai effettivamente realizzato e, probabilmente, irrealizzabile.

“Cosa potremmo mai ottenere in termini di progresso umano – si domandano gli autori di “Crescita senza crescita economica” – se il Green Deal europeo è stato implementato con l’obiettivo specifico di spingere cittadini, comunità e imprese a creare pratiche sociali innovative con un impatto ambientale modesto o nullo e finalizzate invece alla crescita sociale e personale?”.

Un cambiamento culturale

La crescita è culturalmente, politicamente e istituzionalmente radicata. Per questo è necessario che un cambiamento reale e duraturo abbatta – in maniera democratica – tutta una serie di barriere innalzate dalla cultura della crescita. Questa dichiarazione, pur assolutamente condivisibile, è abbastanza generica, ma rafforzata da suggestioni assai significative. L’EEA chiama infatti in causa le comunità di diversa natura che popolano l’Europa e il mondo, che vivono secondo principi di sostenibilità e responsabilità ambientale e che possono rappresentare fonti d’ispirazione cruciali. Comunità meno materialiste, meno consumiste, in cerca di uno stile di vita sobrio e differente rispetto a quello imposto dalla cultura di massa. Vengono citati movimenti di ispirazione religiosa – gli Amish e i Quaccheri –, ma anche il mondo degli ecovillaggi, tutte esperienze che hanno messo realmente in pratica ciò che la decrescita e le altre correnti di pensiero teorizzano.

“Crescita senza crescita economica” è dunque un lavoro molto prezioso. Non solo perché è un collage di soluzioni di grande valore intrinseco, suggerimenti utili e linee guida su cui costruire un nuovo modello su scala globale, ma anche perché ci dice che anche ai piani alti qualcuno si sta realmente chiedendo, senza secondi fini e obiettivi non dichiarati, “cosa possiamo fare per ridurre il nostro impatto e salvare il pianete su cui viviamo e che stiamo distruggendo?”.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/unione-europea-crescita-economica-distrugge-salute-uomo-ambiente/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Una specie che si autodistrugge in nome di una “scienza” distorta non è intelligente

Il libro “Cibo e salute”, che vede tra gli autori anche Vandana Shiva e Franco Berrino, edito dalla casa editrice Terra Nuova, è un libro completo per quello che riguarda dati e possibili soluzioni circa l’impatto che ha l’agricoltura industriale sul pianeta e sulla salute delle persone.

Il libro “Cibo e salute”, che vede tra gli autori anche Vandana Shiva e Franco Berrino, edito dalla casa editrice Terra Nuova, è un libro completo per quello che riguarda dati e possibili soluzioni circa l’impatto che ha l’agricoltura industriale sul pianeta e sulla salute delle persone. Con documentazioni precise, studi e esperienze pratiche si dimostra l’assoluta insostenibilità e pericolosità di un sistema come quello dell’agrobusiness che non ha altro scopo che fare soldi attraverso il cibo, scopo da raggiungere con ogni mezzo. Da un simile obiettivo  la qualità dello stesso cibo e le conseguenze sulla terra non possono che essere devastanti per persone e ambiente. Ed in tempi di pandemie vere o presunte, è interessante notare come la stessa OMS definisce le malattie non trasmissibili come la nuova epidemia globale

Ma diamo alcuni dati ed esempi tratti dal libro che rendono bene la situazione.

Cibo, malattie e agroindustria

«Come dicevano gli antichi Veda: “In questa manciata di terra c’è il tuo futuro. Prenditene cura ed essa ti sosterrà e ti darà cibo, vesti, riparo e bellezza. Distruggila ed essa ti distruggerà”».

«L’industria agrochimica e l’agrobusiness, l’industria del cibo spazzatura e quella farmaceutica ottengono grandi profitti, mentre la natura, le nazioni e le popolazioni diventano sempre più deboli e malate».

«Quando tutto il sistema dell’agroindustria assume una posizione di dominio, cominciano a diffondersi su larga scala malattie croniche  legate all’alimentazione. I nativi americani chiamano questo fenomeno powaqqatsi “un essere, uno stile di vita, che consuma le forze viventi a proprio vantaggio esclusivo”».

«Il cibo che si ottiene usando sostanze chimiche rovina la salute in tre modi. Prima di tutto, contribuisce alla fame e alla malnutrizione perché si concentra su poche materie prime, gran parte delle quali è destinata a diventare biocarburante e mangime per animali. E’ ciò che accade al 90% del mais e della soia, che non va ad alimentare gli esseri umani. Solo il 30% del cibo che mangiamo proviene  dalle grandi aziende agricole industriali. Il 70% proviene da piccole fattorie che usano solo il 20% della terra agricola. In secondo luogo, poiché l’agricoltura industriale produce monoculture uniformi e omogenee, contribuisce alla diffusione delle malattie correlate alla carenza di nutrienti vitali e variati nella nostra dieta».

«Il terzo punto riguarda le sostanze chimiche usate in agricoltura, che penetrano nel nostro cibo e contribuiscono all’insorgere di malattie come il cancro. Sono state create per uccidere e continuano ad uccidere».

«Le malattie non trasmissibili causano il 70% dei decessi a livello mondiale, per un totale di 40 milioni di morti all’anno, di cui circa 15 milioni di età inferiore ai 70 anni. Le principali malattie non trasmissibili  comprendono le malattie cardiovascolari, il diabete, i tumori e le malattie respiratorie croniche . Gran parte delle malattie non trasmissibili  sono legate alla dieta e causate da fattori biologici di rischio quali:pressione sanguigna, zucchero nel sangue, lipidi nel sangue e grasso corporeo, aterosclerosi dei vasi sanguigni, trombosi».

«In Italia ci sono 365 mila diagnosi di tumori in Italia in anno, esclusi quelli della pelle. 1000 al giorno».

«La stessa manciata di multinazionali vende sia le sostanze agrochimiche tossiche per l’agricoltura industriale, che compromettono la salute, sia i prodotti farmaceutici pensati con lo stesso paradigma per somministrarli alle persone che si ammalano».

Pesticidi

«Un cittadino medio ha in corpo dalle 300 alle 500 sostanze chimiche in più rispetto a 50 anni fa».

«In particolare, il cervello in via di sviluppo è estremamente sensibile e i pesticidi sono tra le cause più importanti di quella che si può definire una “pandemia silenziosa”».

«L’ammasso di animali, spesso provenienti da varie parti del mondo per ricostruire la scorta delle stalle, può creare una bomba ecologica considerando che i virus  di cui sono portatori, modificati dalle molecole chimiche presenti nei vari medicinali, possono dar vita, attraverso ignote ricombinazioni, a imprevedibili e devastanti epidemie».

«Il paradigma industriale agricolo, ancora oggi dominante e radicato nell’ideologia meccanicistica e riduzionista, non è in grado di affrontare l’attuale crisi sanitaria che ha contribuito a creare, poiché occuparsi dei legami fra cibo e salute è inconciliabile con i suoi principi essenziali».

Agroindustria e ambiente

«Quasi il 50% dei gas di serra è prodotto dall’agricoltura industriale e globalizzata».

«Globalmente l’agricoltura industriale è responsabile per il 75% della distruzione ecologica della biodiversità, terra e acqua, e contribuisce al 50% delle emissioni di gas di serra che causano inquinamento atmosferico e caos climatico. Quasi il 75% delle malattie croniche non trasmissibili è correlato al cibo».

Distruzione di cultura e biodiversità

«La sostituzione e lo sterminio delle cultura va a braccetto con lo sterminio e l’estinzione della biodiversità delle piante. Le specie sono spinte all’estinzione una velocità 100 – 1000 volte superiore al normale».

«In agricoltura il 93% della biodiversità vegetale è scomparsa. Le piante come gli esseri umani, sono manipolate violentemente per il profitto dell’1% degli uomini».

«Il 75% della diversità genetica è scomparso in soli cento anni. Dalle diecimila specie originarie, oggi si è arrivati a coltivarne poco più di 150 e la stragrande maggioranza del genere umano si ciba di non più di dodici specie di piante».

«Nel 2016 il mercato mondiale di semi, con un giro di affari di miliardi di dollari, risultava per il 55% nelle mani di cinque grandi multinazionali, in confronto al 10% del 1985, alcune delle quali controllano contemporaneamente una altro mercato multimiliardario, cioè quello dei pesticidi (erbicidi, insetticidi e anticrittogamici)».

«A causa del sistema produttivo industriale, le colture dal dopoguerra ad oggi, hanno perso il 25/70% delle loro sostanze nutritive».

Chi sono i veri scienziati

«Un agricoltore conosce i suoi semi, la sua terra, i suoi prodotti, gli aniamli, gli alberi, le stagioni, la comunità.  E’ quindi uno scienziato».

«In realtà, tutta l’agricoltura  tradizionale e la selezione delle sementi poggiano sul sapere dei contadini. Il sistema industriale ha da offrire solo veleni all’agricoltura».

«Una nonna, una madre, una ragazza che sanno come trasformare il cibo proveniente dai nostri campi in un pasto delizioso e nutriente sono scienziate dell’alimentazione. Un medico ayurvedico è uno scienziato, così come lo sono i popoli indigeni  e le donne. Incarnano il sapere interattivo e dinamico. Il loro sapere è la capacità di vivere nell’unità, sapendo che siamo uno. Gli insegnamenti di un universo interconnesso, vibrante  e abbondante, si ritrovano nelle culture indigene, oltre che in tutti gli insegnamenti spirituali».

L’agricoltura biologica conviene a tutti

«I redditi netti degli agricoltori che praticano l’agricoltura biologica aumentano ulteriormente perché è eliminato, evitato e risparmiato l’uso di apporti esterni costosi, come semi , fertilizzanti, pesticidi e irrigazione intensiva. Se consideriamo il beneficio netto per la società, oltre al reddito degli agricoltori, l’agricoltura biologica si dimostra ancora di molto superiore all’agricoltura convenzionale».

Chi sfama davvero il mondo

«L’agricoltura industriale, nonostante l’ingente consumo di risorse, non è in grado di garantire la sicurezza alimentare dei popoli. Al contrario la maggior parte del cibo che mangiamo è ancora prodotta da piccoli e medi agricoltori, mentre la stragrande maggioranza delle colture provenienti dal settore industriale, come mais e soia, è utilizzata principalmente come mangime per gli animali o per produrre biocarburanti».

«La pretesa che l’agricoltura industriale sia necessaria a risolvere il problema della fame nel mondo è totalmente priva di fondamento, oltre che smentita nei fatti».

«I piccoli agricoltori sono in proporzione più produttivi delle grandi aziende industriali: pur avendo a disposizione solo il 25% della terra arabile, riescono a fornire il 70% del cibo a livello mondiale».

«La presunta  maggiore produttività dell’agricoltura industriale richiede una quantità di input dieci volte superiori in termini di energia rispetto a quanto produca successivamente in termini di alimenti. Il sistema agricolo industriale ha dunque una produttività negativa, e non potrebbe sostenersi senza le enormi sovvenzioni pubbliche».

Il cibo chimico non conviene

«Si sostiene spesso che i prodotti alimentari abbiano il vantaggio di essere “economici”. I costi di produzione, trasformazione e distribuzione sono in realtà molto elevati e la convenienza è solo apparente. Questa impressione di convenienza è ottenuta artificialmente sopratutto grazie a ingenti sussidi pubblici, all’esternalizzazione dei costi sociali, ambientali e sanitari, e attraverso la manipolazione dei mercati».

«L’industria rifiuta sistematicamente di assumersi le responsabilità dei danni causati dalla malnutrizione, dai pesticidi e dalle malattie croniche».

Chi paga i danni

«I cittadini di tutto il mondo stanno pagando di tasca loro miliardi di sovvenzioni che si trasformano in profitti per le stesse società che causano l’aumento delle malattie attraverso la produzione di cibo tossico e vuoto dal punto di vista nutrizionale. Con questo sistema i redditi delle piccole e medie aziende agricole crollano, i profitti dell’industria aumentano e la qualità del cibo crolla. Lo scopo del sistema attuale non è quindi quello di garantire una adeguata nutrizione e il benessere umano, ma quello di massimizzare i profitti di Big Food».

La transizione necessaria

«Una transizione verso un sistema alimentare sano richiede un cambiamento di paradigma, da una scienza riduzionista a una scienza dei sistemi. Richiede un cambiamento dell’agricoltura industriale ad alta intensità chimica all’agricoltura biologica ad alta intensità ecologica. Necessitiamo tutti di un passaggio dalle economie estrattive  a quelle circolari e di solidarietà, da un’economia riduzionista basata sui prezzi a una vera contabilità dei costi. Occorre abbandonare le regole inique del libero scambio, basate su rivendicazioni non scientifiche, per passare ad un commercio equo, basato su di una economia democratica. E’ necessario fermare e regolare la macchina del potere delle multinazionali dell’agroindustria che realizza i suoi straordinari profitti speculando sul bisogno essenziale dell’alimentazione per affermare invece il diritto ad un cibo per tutti gli abitanti del pianeta, che sia sano per le persone e la natura».

Fonte: ilcambiamento.it