Deposito cauzionale, l’arma per sconfiggere plastica e monouso in Italia

Ove applicato, il deposito cauzionale per gli imballaggi monouso per bevande ha portato ottimi risultati. È per questo che una cordata di associazioni ha rivolto un appello ai ministeri competenti affinché anche l’Italia – secondo maggior inquinatore di plastica nel Mediterraneo – punti su questo sistema ricco di vantaggi per l’economia e per l’ambiente.

Al fine di accelerare la transizione verso un’economia circolare e facilitare il raggiungimento degli obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo, l’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi insieme a: A Sud Onlus, Altroconsumo, Greenpeace, Kyoto Club, LAV, Legambiente, Lipu-Bird Life Italia, Oxfam, Marevivo, Pro Natura, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, WWF e Zero Waste Italy, chiede l’introduzione di un efficiente sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi per bevande monouso in Italia.

Come sta avvenendo in molti Paesi europei, dal luglio scorso anche in Italia viene discussa l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale per gli imballaggi monouso per bevande (in plastica, alluminio e vetro). Il dibattito nasce dall’esigenza di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei imposti dal pacchetto economia circolare e in particolare dalla direttiva sulla plastica monouso – SUP, con lo scopo di ridurre la dispersione delle plastiche nell’ambiente e gli effetti dannosi correlati che colpiscono la biodiversità.

La direttiva SUP impone un tasso di raccolta del 90% per le bottiglie di plastica per bevande entro il 2029 (con un obiettivo di raccolta intermedio del 77% entro il 2025) e un minimo del 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 (30% dal 2030 in tutte le bottiglie in plastica per bevande). Questi obiettivi sono raggiungibili unicamente attraverso l’introduzione di un sistema di deposito cauzionale, unico modello di raccolta selettiva al mondo capace di raggiungere tassi di intercettazione e riciclo così elevati con benefici ambientali ed economici.

L’appello

Per questo motivo un fronte di quindici Organizzazioni no profit nazionali che condividono l’obiettivo di preservare la natura, combattere la dispersione dei rifiuti nell’ambiente e favorire la transizione ecologica si è unito per rivolgere un appello al Governo e alle istituzioni, all’industria e alla società civile per accelerare un processo decisionale che porti anche in Italia all’introduzione di un sistema cauzionale efficace ed efficiente.

Un fronte trasversale ai portatori di interesse si è già espresso a livello europeo a favore dei sistemi cauzionali. Organizzazioni come Natural Mineral Waters Europe (NMWE), UNESDA Soft Drinks Europe e Zero Waste Europe (ZWE) hanno recentemente sollecitato l’Unione Europea a riconoscere il ruolo chiave dei sistemi di deposito cauzionale nel facilitare la transizione verso un’economia circolare, richiedendo di inserire nella revisione della direttiva UE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio delle linee guida che contengano i “requisiti minimi” per lo sviluppo di sistemi di deposito cauzionali efficaci.

Come funziona un sistema di deposito cauzionale (deposit return systems – DRS)

L’interesse nei confronti di tali sistemi è cresciuto enormemente negli ultimi anni anche a livello globale: attualmente 291 milioni di persone al mondo hanno accesso a sistemi di deposito per il riciclo e questo numero aumenterà di altri 207 milioni entro la fine del 2023.

Il sistema di deposito massimizza la raccolta selettiva degli imballaggi per bevande incentivando la partecipazione dei consumatori attraverso il pagamento di una cauzione che viene aggiunta al prezzo di vendita del prodotto (in Europa solitamente tra i 10 ed i 25 centesimi di euro), la quale viene restituita nella sua totalità al momento del conferimento dell’imballaggio vuoto da parte del consumatore. I sistemi DRS sono attivi in dieci Paesi europei (Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Islanda, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) e raggiungono tassi di intercettazione e riciclo che superano il 90%. Ulteriori tredici Paesi si stanno accingendo ad introdurre il deposito nei prossimi quattro anni.

Perché l’Italia ha bisogno di un sistema di deposito cauzionale

Con i suoi quasi ottomila chilometri di coste l’Italia è, dopo l’Egitto e prima della Turchia, il maggior responsabile di sversamento di rifiuti plastici nel Mediterraneo. Un sistema di deposito cauzionale sugli imballaggi per bevande permetterebbe al paese di ridurre sensibilmente l’inquinamento ambientale, di raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei in materia di raccolta e riciclo prima citati, e di favorire il perseguimento di obiettivi di riuso per una reale transizione verso un’economia più circolare. Secondo un recente studio di Reloop Platformin Italia oltre 7 miliardi di contenitori per bevande sfuggono al riciclo ogni anno, uno spreco che potrebbe essere ridotto del 75-80% attraverso l’introduzione di un sistema di deposito efficiente. Inoltre, l’attuale sistema di raccolta differenziata del PET permette un’intercettazione solo del 58%, ben lontano dall’obiettivo del 90% imposto dalla direttiva SUP.

Nel decreto Semplificazioni del luglio 2021 è stato inserito uno specifico emendamento che apre all’introduzione di un sistema di deposito anche in Italia. Il Ministero della transizione ecologica in collaborazione con il Ministero dello sviluppo economico si trovano adesso a dover redigere i decreti attuativi per l’introduzione di tal sistema.

Auspichiamo dunque che i ministeri competenti nel definire le caratteristiche di un sistema di deposito nazionale vogliano ispirarsi alle esperienze europee di maggiore successo che vedono sistemi cauzionali di portata nazionale, obbligatori per i produttori di bevande e che coprono tutte le tipologie di bevande nelle diverse dimensioni commercializzate in bottiglie di plastica, vetro e lattine.

Trattasi di sistemi cauzionali regolati e gestiti da un ente no profit formato e finanziato dai produttori di bevande che opera in modo da raggiungere gli ambiziosi obiettivi di raccolta e riciclo stabiliti dal Governo organizzando un modello di raccolta conveniente e facilmente accessibile dai consumatori in cui l’importo della cauzione è un elemento chiave per raggiungere e mantenere tali obiettivi.

I vantaggi

I vantaggi dei sistemi di deposito in breve

  1. I sistemi di deposito cauzionale europei raggiungono tassi di raccolta degli imballaggi per bevande del 94%, contro una media del 47% nei paesi che non adottano tali sistemi.
  2. I sistemi DRS permettono il raggiungimento degli obiettivi di raccolta e di contenuto riciclato minimo previsti dalla direttiva SUP, favoriscono il raggiungimento di ulteriori obiettivi legati al riciclo degli imballaggi ed alla diminuzione di conferimento di rifiuti in discarica.
  3. Stimolando il consumatore a partecipare al processo di raccolta attraverso un incentivo monetario, trasformando il rifiuto in risorsa favorendo un cambio culturale nell’ottica di un’economia circolare. Inoltre, tali sistemi rappresentano una chiara applicazione del principio “chi inquina, paga”.
  4. I sistemi DRS riducono l’inquinamento e la dispersione di imballaggi nell’ambiente. In Germania, l’introduzione del sistema di deposito nel 2003 ha avuto un effetto positivo immediato sul fenomeno del littering: le bottiglie e le lattine sono scomparse dai parchi, dai luoghi pubblici e dalla natura praticamente da un giorno all’altro. Oggi, il 98,5% dei contenitori per bevande viene conferito nel modo corretto.
  5. I sistemi di deposito riducono i costi per le autorità locali, responsabili di dover rimuovere i rifiuti dispersi nell’ambiente, creando vantaggi socioeconomici per le comunità e per diverse industrie, tra cui quella del turismo e dello sport.
  6. Sondaggi europei dimostrano che i cittadini sono favorevoli all’introduzione di tali sistemi.
  7. I sistemi di deposito favoriscono il design sostenibile degli imballaggi, favorendo l’utilizzo di materiali più facilmente riciclabili e riusabili.
  8. I sistemi di deposito possono supportare la creazione e lo sviluppo di sistemi di vuoto a rendere volti al riutilizzo degli imballaggi. Un DRS finalizzato al riciclo, infatti, offre attraverso le sue infrastrutture di raccolta le condizioni per una maggiore immissione al consumo di contenitori ricaricabili per bevande in risposta a obiettivi di riuso definiti per legge.
  9. I sistemi forniscono l’approvvigionamento di materie prime seconde di alta qualità per l’industria del riciclo, favorendo processi virtuosi come il bottle-to-bottle anziché processi di downcycling.
  10. I sistemi di deposito sono finanziati dall’industria delle bevande in assolvimento della loro responsabilità estesa del produttore (EPR: Extended Producer Responsability) e non necessitano di alcun finanziamento pubblico.
  11. I sistemi di deposito riducono il consumo di materie prime con conseguente riduzione delle emissioni climalteranti.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/11/deposito-cauzionale-italia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Piante da interno: rendono l’ambiente più bello e l’aria più pulita

Le piante da interno possono essere un bel modo di arredare con stile e di avere un’aria più salubre: ecco le 10 varietà consigliate

illustrazione piante (pixabay)

Possono essere un modo di arredare un ambiente altrimenti spoglio e bianco: sono tante le piante che ben si addicono alle nostre case e sempre più, al contrario, le nostre case si addicono alle piante. E’ una moda che ha ormai formato il nostro gusto di arredare: ci piace da impazzire quel tocco quasi esotico tra la credenza e il divano. Ma, la funzione delle piante, non si può esaurire ad una mera considerazione estetica. La fotosintesi che esse svolgono naturalmente può aiutare a mantenere l’aria delle nostre case decisamente più salubre: assorbendo anidride e rilasciando ossigeno ci aiutano ad avere uno stile di vita più sano. Non tutte però vanno bene in ugual modo e noi siamo qui per questo: ecco quindi le dieci varietà di piante che vi consigliamo di accogliere in casa.

Ecco le dieci varietà di piante da  interno consigliate

piante grasse (pixabay)

  • Lo Spatifillo, o “Giglio della pace“: dai colori bianchi opposti a quelli intensi del verde delle foglie, è una piante non solo assai elegante e minimale ma possiede anche un’alta capacità di purificazione dell’aria. Consigliatissima
  • Azalea: questa piantina è decisamente un po’ più eccentrica: dal rosa sgargiante, richiede qualche attenzione in più. Vuole essere esposta in zone abbastanza luminose, con delle temperature miti. Annaffiatela evitando accuratamente i ristagni d’acqua.
  • Edera inglese: per un tocco un po’ jungle, vi consigliamo questa pianta rampicante: regolerà la quantità di anidride carbonica ma anche di umidità
  • Aloe Vera: famosa anche per le sue proprietà cosmetiche e per la pelle, è utile anche a questo fine. Mettetela in luogo illuminato, annaffiatela il giusto, e ricordate di fare un trapianto di vaso tra marzo e aprile.
  • Gelsomino: ha un impatto benefico anche sull’energia: è una pianta rigenerante non solo per l’aria, ma anche per noi: favorisce, ad esempio, la relazione tra le persone. Da esporre preferibilmente accanto ad una finestra.
  • Gerbera:  non solo per l’anidride carbonica. La gerbera assorbe ed elimina anche il quaranta percento delle polveri sottili presenti nei nostri appartamenti.
  • Sansevieria: vi basti pensare solo a questo; se ci fossero otto piante di questa specie potreste sopravvivere anche in un ambiente senza ricambio d’aria. Insomma: da tenere assolutamente in camera da letto.
  • Filodendro: sarà il vostro migliore amico se di piante non vi intendente troppo. Non richiede quasi nessuna cura specifica e rimuove anche gli elementi chimici presenti in casa come ad esempio la formaldeide.
  • Rosmarino: buono per l’aria, per il nostro apparato circolatorio e per il pollo arrosto che avete in forno. Ottimo!
  • Falangio: buffa pianta dagli sbuffi di verde, è ottima per rilasciare un alto quantitativo di ossigeno nelle nostre case, controllando la qualità dell’aria.

Fonte: inran.it

L’Oasi di Camilla, dove gli animali possono trovare nuova vitaanimali

L’Oasi di Camilla è un luogo dove animali fuggiti da allevamenti intensivi o animali domestici abbandonati possono trovare una seconda casa in cui poter vivere, fuggendo ad un destino beffardo. La sua fondatrice Orietta ci ha raccontato com’è nata questa realtà e quali progetti ha in serbo per il futuro. Animali fuggiti da allevamenti intensivi, adottati seguendo mode temporanee che poi passano o ancora tenuti in famiglia ma poi, a causa di cambiamenti, abbandonati alla prima occasione. Sono tanti i bipedi e i quadrupedi in cerca di una casa sicura dove poter vivere e fuggire a un destino beffardo. Era il 2011 quando Orietta Fraguglia fondò L’Oasi di Camilla, con l’obiettivo di salvare questi animali e dare una casa e amore a tutti coloro che ne avevano bisogno.

LA STORIA DI ORIETTA

L’associazione prende il nome proprio dalla cagnolina di Orietta, Camilla, la prima di molti altri che sono poi seguiti. Come lei stessa mi racconta, sin da piccola nutriva grande amore ed empatia per ogni forma di vita: «Credo che la mia prima parola sia stata “animali”, invece che mamma. Da quando ho ricordi, infatti, sono sempre stata bene in compagnia di ogni forma di vita che incontrassi. Passavo il mio tempo libero da piccola a salvare formiche e insetti in generale». 

Orietta mi spiega che i suoi genitori non hanno mai voluto animali in casa, ma fortunatamente i nonni avevano una abitazione in campagna, sul lago del Brugneto, dove da bambina passava molto tempo. Lì Orietta ha potuto conoscere da vicino molti animali diversi, anche se la maggior parte era poi destinata a essere mangiata e questo era motivo di sofferenza per lei. Crescendo poi, grazie ad alcuni cani, e in particolare a Romeo, ha conosciuto il mondo del randagismo e dell’abbandono. Successivamente, anche quello dei macelli, degli allevamenti intensivi e del mercato degli animali di piccola taglia, come conigli e tartarughe. Pensando che, essendo piccoli, siano meno impegnativi rispetto a un cane o un gatto, spesso vengono abbandonati poco dopo. «In quel periodo iniziavo a entrare in contatto con animali che avevano bisogno di un luogo dove stare – ricorda –, per poi trovare una nuova famiglia». Orietta inizia così a cercare una sede dove poter realizzare il suo progetto, chiedendo aiuto ai comuni vicino a Genova, dove viveva. 

LA CASA NEL BOSCO

L’unica amministrazione pubblica ad avere risposto al suo appello è stata quella di Voltri, che ha messo a disposizione un terreno inutilizzato. Dopo una pulizia dello spazio, però, Orietta si è presto resa conto che al suo interno vi era un edificio a rischio crollo. Nel frattempo gli animali salvati da abbandono o da macelli aumentavano sempre più. E dopo altri terreni e capannoni di passaggio, finalmente la nostra intervistata incontra una signora anziana che possedeva una casa in mezzo a un bosco all’interno del parco del Belbo, a Millesimo (SV), con un grande terreno intorno. La proprietaria era alla ricerca di qualcuno che affittase la sua casa e si prendesse cura dei trenta gatti che vivevano con lei prima che si spostasse, a causa dell’età, in una situazione più congeniale. «Mi è sembrava la soluzione ideale! Ora vivo in questa cascina insieme a mio figlio venticinquenne, che mi aiuta a prendermi cura degli animali salvati, i quali, in attesa di essere adottati, vivono tutti insieme, seppur ognuno con il suo spazio. Abbiamo cani, gatti, capre, oche, galline». 

In alcuni casi sono stati abbandonati, in altri rischiavano di esserlo (come animali di signore anziane che non potevano più prendersi cura di loro) o ancora sono stati recuperati perché a “rischio pentola”. Nel progetto della proprietaria della cascina c’era anche l’idea di creare un piccolo B&B e Orietta ha intenzione, dopo la ristrutturazione, di provare a realizzare questo sogno per poter avere entrate aggiuntive che aiutino a sostenere tutti gli animali in attesa di adozione.

Quando le chiedo se il figlio Fabio possiede il suo stesso amore per gli animali, Orietta mi risponde: «Li adora! Vive in simbiosi con uno dei cani che abbiamo salvato. Ha ereditato la stessa empatia che ho da sempre io. Ognuno ha un proprio percorso da fare verso la propria evoluzione interiore, che porta ad accettare e amare (quindi proteggere e prendersi cura) delle forme di vita intorno a noi, indipendentemente dalla loro natura e forma».

IL FUTURO DELL’OASI

Quando chiedo, poi, a Oretta come vede il futuro per lei e il suo progetto, non esita: «In questi anni la mia visione di ciò che volevo realizzare si è evoluta sempre di più: ho iniziato da piccoli animali e ho ampliato, sino a non darmi limiti. Spero che questo luogo diventi presto un bellissimo villaggio solidale ed ecosostenibile, abitato da tanti abitanti di specie diverse, ognuno con la propria storia e le proprie specificità. Voglio che quest’oasi diventi strumento per tante persone di cambiare in meglio questo mondo e il nostro modo di porci verso esso. Sono convinta che ognuno di noi può essere una goccia di un oceano portatore di un cambiamento».

COME AIUTARE L’OASI DI CAMILLA

I costi per mantenere gli animali e continuare ad ampliare l’oasi sono significativi: per questo Orietta ha aperto a tutti la possibilità di contribuire al progetto. Chi volesse sostenerlo può partecipare alle raccolte di cibo che spesso vengono organizzate o con donazioni di cibo dirette o supporti economici oppure con il 5×1000. Ma non solo. I volontari sono alla ricerca di famiglie che temporaneamente si prendano cura di animali che per diversi motivi hanno problemi a vivere con altri, o perché non sono mai stati abituati o perché non ancora operati e quindi a rischio riproduzione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/oasi-di-camilla-animali-nuova-vita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Povertà e ambiente, uno stretto legame che va affrontato seriamente

Come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il pianeta? La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Quindi, che fare? Dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo.

Sistemando alcuni appunti ho ritrovato un post scritto 5 anni fa da Jason Clay, vice-presidente del WWF internazionale, e allora pubblicato su “The Huffington Post”. Sembra, purtroppo, scritto oggi, visto che il tema trattato non ha trovato ancora una soluzione. Il tema è quello di come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il nostro pianeta. Se vogliamo cercare di salvaguardare veramente il nostro pianeta, è necessario domandarsi seriamente dove e come produciamo il nostro cibo.

La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Inoltre, essa contribuisce da una parte all’esacerbarsi dell’emergenza sui cambiamenti climatici e, dall’altra, ne viene profondamente affetta. La crescita della popolazione non aiuta e i 7,4 miliardi di abitanti sulla terra nel 2016 sono diventati oggi 7,9: 500 milioni di persone in più in 5 anni. Il consumo delle risorse terrestri avviene, già da diversi anni, ad un ritmo considerato non rinnovabile e, quindi, non sostenibile. Secondo il WWF, le dimensioni delle popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili sono drasticamente diminuite (-68%) dal 1970 e uno specifico indice (Living Planet Index) sintetizza lo stato della biodiversità globale, segnalando lo stato di salute del nostro pianeta. Questo indice, pubblicato per la prima volta nel 1998, registra oggi un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati, un crollo di più della metà in meno di 50 anni. Al momento, con lo stile di vita degli italiani, servirebbero 2,6 pianeti come la Terra per soddisfare i bisogni di tutti. Prima o poi, le conseguenze di questa emergenza toccheranno tutti, se non corriamo ai ripari fin da subito. La sempre crescente domanda di alcuni alimenti è causa di deforestazione, violazione dei diritti umani, inquinamento delle acque, conversione di habitat, per non parlare delle attività illegali. Nelle prossime tre decadi, la popolazione mondiale toccherà la cifra di 10 miliardi e l’impatto potrebbe essere devastante. Ma non dimentichiamo che già oggi questo impatto è, per una buona fetta della popolazione mondiale, insostenibile. Il consumo pro-capite di proteine animali, così come di frutta e vegetali aumenterà drammaticamente e si dovrà scontrare con la disponibilità del territorio utilizzabile per le coltivazioni; territorio che non può essere considerato illimitato.Sono ormai diversi anni che a livello internazionale si discute sul legame tra biodiversità e produzione alimentare e si arriva sempre a dichiarare che dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo. Ogni caloria che consumiamo, proveniente sia da alimenti freschi che dal cibo spazzatura, ha un costo che non è solo economico. La produzione alimentare è la principale causa del radicale cambiamento degli habitat, inclusa la deforestazione, la perdita di biodiversità e, a seconda della fonte, la prima o la seconda causa delle emissioni di gas serra. E’ inoltre il principale utilizzatore di prodotti chimici e acqua dolce. La produzione di cibo utilizza il doppio di acqua di tutte le altre attività umane messe insieme. E quindi sorge spontanea la domanda: è possibile sfamare tutti continuando con questi ritmi e mantenere in salute il pianeta?

Negli ultimi 10 anni, in particolare, la sostenibilità alimentare è diventata un fattore di marketing e questo non va bene, non è l’approccio giusto. La sostenibilità va considerata dall’inizio, fin dalla produzione delle materie prime. Tutti i principali attori in gioco, in ogni settore agro-industriale, devono attivarsi per fare in modo che le proprie materie prime siano prodotte in modo sostenibile, oltre che legalmente. La produttività per ogni raccolto agricolo può differire di un fattore cento e anche all’interno di una stessa area alcuni produttori possono risultare 10 volte più efficienti dei loro vicini. E’ necessario quindi sostenere i più poveri e coloro che non ce la fanno, piuttosto che incaponirsi ad incrementare la resa agricola inondando il terreno di veleni. Ma questa è una visione che potremmo definire “olistica”, ancora troppo lontana da come va il mondo oggi. Però è chiaro che ognuno di noi deve fare il possibile per far capire a chi ci è più vicino quali sono gli impatti delle proprie azioni: non è tollerabile che oltre il 30% dell’equivalente in calorie prodotte (tonnellate e tonnellate di cibo…) venga scartato e quindi non immesso sul mercato. Questa è la fotografia che ci accompagna ormai da tempo: persone che muoiono di fame e altre che muoiono per gli effetti di un’alimentazione eccessiva, oltre che sbilanciata. Sono oltre 800 milioni le persone che non hanno abbastanza da mangiare ed è paradossale che la maggior parte di esse vivano su terreni agricoli. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Istat, nel 2020 le persone in povertà assoluta sono state un milione in più rispetto all’anno precedente, per un totale di 5,7 milioni. Quelle a rischio povertà rischiano un’esplosione e già nel 2019 erano più del 20% della popolazione italiana. Di recente, il centro studi Unimpresa ha fatto riferimento a oltre 10 milioni di persone. Il numero dei lavoratori poveri è aumentato in molti paesi europei e, nello specifico, del 28% in Italia. Rispetto a un anno fa il tasso di occupazione è più basso di 2,2 punti percentuali e quello di disoccupazione più alto di 0,5 punti. La Caritas ce lo ricorda puntualmente: nelle grandi città, la povertà è ormai una prospettiva, anzi una dimensione, che aggredisce fasce sociali sempre più ampie. Anche nella Capitale, il 18% dei residenti è a rischio povertà, il 10% va in crisi per spese fisse o improvvise e il 7% vive in condizioni di grave deprivazione abitativa. Quindi, in definitiva, è evidente che per una parte della popolazione esiste un problema di accesso al cibo. Questa ineguaglianza dovrebbe far vergognare ognuno di noi, cittadini occidentali che ci sentiamo sempre più oberati dai problemi ma che, ancora in gran parte, abbiamo spesso la pancia troppo piena.

Fonte: ilcambiamento.it

Case in canapa e calce per un abitare davvero sostenibile

È possibile costruire rispettando la natura? Come si può creare armonia tra attività umane e ambiente naturale? Messapia Style, Emilio e i suoi collaboratori cercano di darci una risposta diffondendo teoria e pratica di un modello di edilizia naturale fondato sull’utilizzo di materiali ecologici, tradizionali e anche economici: canapa e calce. Oggi più che mai l’ambiente ha bisogno di aiuto. L’emergenza climatica sta diventando un problema sempre più rilevante e la necessità di promuovere in ogni campo l’eco-sostenibilità è uno degli obiettivi cardine del ventunesimo secolo. Anche l’edilizia può svolgere un ruolo significativo in questo ambito, cercando di non arrecare danno a ciò che ci circonda. Ed è proprio qui che entra in gioco Messapia Style, una realtà salentina pioniera in Italia dell’edilizia naturale per la realizzazione di case in canapa e calce.

«Nel 2015 ho deciso di costruire per me e mia moglie questa abitazione a Supersano, nella quale tuttora viviamo, con l’uso di materiali ecosostenibili», racconta l’imprenditore bioedile Emilio Sanapo, fondatore dell’azienda. «Ho voluto sperimentare su di me per primo questo sistema innovativo fondato sull’uso della calce/canapa. Il mio obiettivo è proprio quello di non rimanere una goccia nel mare, ma di portare quante più persone possibile a seguire il mio esempio. Se tutti ci impegnassimo sarebbe un vero e proprio toccasana per l’ambiente, anche perché la canapa è un materiale rinnovabile e biodegradabile, cresce in cento giorni e con un ettaro si può costruire una casa».

Emilio Sanapo

L’intento di Emilio e dei suoi collaboratori è quello di promuovere un modo di vivere salutare attraverso la costruzione e la ristrutturazione delle abitazioni facendo uso di materiali naturali che non siano nocivi all’ambiente. La natura è infatti capace di fornirci tutti i mezzi necessari per realizzare case ed edifici che possano durare nel tempo e che siano in grado di fare del bene tanto all’uomo quanto alla natura stessa. In tutto ciò la canapa riveste un ruolo di primaria importanza. Si tratta di una pianta erbacea a ciclo annuale dalla quale si ricavano semi e fibre. Lo stelo legnoso invece contiene una buona quantità di silice e questo la rende resistente al fuoco e alla decomposizione. La miscela che viene utilizzata per la bioedilizia si realizza impastando con acqua la canapa, la calce idrata (un legante) e un eccipiente naturale che ha la funzione di far indurire quest’ultima in un tempo adeguato.

I materiali edili a base di canapa e calce presentano numerose proprietà, positive sia per l’uomo che per l’ambiente. Innanzitutto, le pareti costituite da questi elementi permettono di gestire in maniera naturale l’umidità, che viene mantenuta a un livello stabile intorno al 50-60%. Inoltre, si tratta di materiali isolanti che permettono di creare una barriera contro il calore, isolando sia dal freddo invernale sia dal caldo estivo. Questi fattori garantiscono costi di climatizzazione particolarmente bassi, per quanto riguarda sia i consumi energetici che la manutenzione degli impianti. La miscela di calce e canapa è del tutto traspirante ed esente da condense e muffe poiché, assorbendo la CO2, si viene a creare un clima interno all’abitazione salubre che tende all’alcalino. Inoltre, essa costituisce un materiale da costruzione ideale sia per il basso consumo di energia, sia per il bassissimo inquinamento in fase di produzione, di installazione e a fine vita. È, infine, un prodotto molto durevole nel tempo, a differenza dei materiali da costruzione sintetici che iniziano a presentare fenomeni di degrado dopo pochi anni. Emilio e i suoi collaboratori lavorano principalmente in Puglia, ma piano piano stanno esportando la filosofia della bioedilizia in tutta Italia, per insegnare a imprese o a persone normalissime come auto-costruirsi e costruire per altri abitazioni in calce/canapa. «Si tratta però – ci spiega Emilio – di una tecnica che solo parzialmente siamo riusciti a diffondere. Un grosso ostacolo è quello culturale: si è poco propensi a mettersi in gioco e a imparare nuovi modi di costruire anche se, nolenti o dolenti, saremo costretti a reinventarci, perché è l’ambiente a imporcelo. La mia speranza è che a livello politico qualcosa si possa muovere, per favorire innanzitutto lo sviluppo di questo tipo di materiali e penalizzare quelli derivanti dal petrolio e, soprattutto, per agevolare la filiera della bioedilizia, costruendo degli impianti di trasformazione della canapa».

I mattoni, i blocchetti in laterizio e il calcestruzzo utilizzati nelle costruzioni moderne vengono prodotti da impianti industriali che emettono grandi quantità di CO2, inquinanti per l’atmosfera. Per giunta, il cemento stesso contiene molto spesso alcune sostanze che sono tossiche sia per i lavoratori che per gli abitanti delle abitazioni. Messapia Style, Emilio e tutti i collaboratori di questa azienda si battono ormai da anni per cambiare la situazione attuale e per far fronte alle problematiche ambientali e della salute del singolo. Passo dopo passo, stanno diffondendo il loro ideale di edilizia naturale in calce/canapa, mettendosi al servizio dell’ambiente e dimostrando che anche una goccia d’acqua può far sentire la propria presenza in un mare, soprattutto se questa goccia ne ispira molte altre al cambiamento.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/case-in-canapa-e-calce-abitare-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Povertà e ambiente, uno stretto legame che va affrontato seriamente

Come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il pianeta? La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Quindi, che fare? Dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo.

Sistemando alcuni appunti ho ritrovato un post scritto 5 anni fa da Jason Clay, vice-presidente del WWF internazionale, e allora pubblicato su “The Huffington Post”. Sembra, purtroppo, scritto oggi, visto che il tema trattato non ha trovato ancora una soluzione. Il tema è quello di come sfamare la popolazione mondiale preservando al contempo il nostro pianeta. Se vogliamo cercare di salvaguardare veramente il nostro pianeta, è necessario domandarsi seriamente dove e come produciamo il nostro cibo.

La produzione di cibo è l’attività umana che ha avuto il maggior impatto sul pianeta rispetto a qualsiasi altra. Inoltre, essa contribuisce da una parte all’esacerbarsi dell’emergenza sui cambiamenti climatici e, dall’altra, ne viene profondamente affetta. La crescita della popolazione non aiuta e i 7,4 miliardi di abitanti sulla terra nel 2016 sono diventati oggi 7,9: 500 milioni di persone in più in 5 anni. Il consumo delle risorse terrestri avviene, già da diversi anni, ad un ritmo considerato non rinnovabile e, quindi, non sostenibile. Secondo il WWF, le dimensioni delle popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili sono drasticamente diminuite (-68%) dal 1970 e uno specifico indice (Living Planet Index) sintetizza lo stato della biodiversità globale, segnalando lo stato di salute del nostro pianeta. Questo indice, pubblicato per la prima volta nel 1998, registra oggi un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati, un crollo di più della metà in meno di 50 anni. Al momento, con lo stile di vita degli italiani, servirebbero 2,6 pianeti come la Terra per soddisfare i bisogni di tutti. Prima o poi, le conseguenze di questa emergenza toccheranno tutti, se non corriamo ai ripari fin da subito. La sempre crescente domanda di alcuni alimenti è causa di deforestazione, violazione dei diritti umani, inquinamento delle acque, conversione di habitat, per non parlare delle attività illegali. Nelle prossime tre decadi, la popolazione mondiale toccherà la cifra di 10 miliardi e l’impatto potrebbe essere devastante. Ma non dimentichiamo che già oggi questo impatto è, per una buona fetta della popolazione mondiale, insostenibile. Il consumo pro-capite di proteine animali, così come di frutta e vegetali aumenterà drammaticamente e si dovrà scontrare con la disponibilità del territorio utilizzabile per le coltivazioni; territorio che non può essere considerato illimitato. Sono ormai diversi anni che a livello internazionale si discute sul legame tra biodiversità e produzione alimentare e si arriva sempre a dichiarare che dobbiamo cambiare i metodi con i quali produciamo il nostro cibo. Ogni caloria che consumiamo, proveniente sia da alimenti freschi che dal cibo spazzatura, ha un costo che non è solo economico. La produzione alimentare è la principale causa del radicale cambiamento degli habitat, inclusa la deforestazione, la perdita di biodiversità e, a seconda della fonte, la prima o la seconda causa delle emissioni di gas serra. E’ inoltre il principale utilizzatore di prodotti chimici e acqua dolce. La produzione di cibo utilizza il doppio di acqua di tutte le altre attività umane messe insieme. E quindi sorge spontanea la domanda: è possibile sfamare tutti continuando con questi ritmi e mantenere in salute il pianeta?

Negli ultimi 10 anni, in particolare, la sostenibilità alimentare è diventata un fattore di marketing e questo non va bene, non è l’approccio giusto. La sostenibilità va considerata dall’inizio, fin dalla produzione delle materie prime. Tutti i principali attori in gioco, in ogni settore agro-industriale, devono attivarsi per fare in modo che le proprie materie prime siano prodotte in modo sostenibile, oltre che legalmente. La produttività per ogni raccolto agricolo può differire di un fattore cento e anche all’interno di una stessa area alcuni produttori possono risultare 10 volte più efficienti dei loro vicini. E’ necessario quindi sostenere i più poveri e coloro che non ce la fanno, piuttosto che incaponirsi ad incrementare la resa agricola inondando il terreno di veleni. Ma questa è una visione che potremmo definire “olistica”, ancora troppo lontana da come va il mondo oggi. Però è chiaro che ognuno di noi deve fare il possibile per far capire a chi ci è più vicino quali sono gli impatti delle proprie azioni: non è tollerabile che oltre il 30% dell’equivalente in calorie prodotte (tonnellate e tonnellate di cibo…) venga scartato e quindi non immesso sul mercato. Questa è la fotografia che ci accompagna ormai da tempo: persone che muoiono di fame e altre che muoiono per gli effetti di un’alimentazione eccessiva, oltre che sbilanciata. Sono oltre 800 milioni le persone che non hanno abbastanza da mangiare ed è paradossale che la maggior parte di esse vivano su terreni agricoli. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Istat, nel 2020 le persone in povertà assoluta sono state un milione in più rispetto all’anno precedente, per un totale di 5,7 milioni. Quelle a rischio povertà rischiano un’esplosione e già nel 2019 erano più del 20% della popolazione italiana. Di recente, il centro studi Unimpresa ha fatto riferimento a oltre 10 milioni di persone. Il numero dei lavoratori poveri è aumentato in molti paesi europei e, nello specifico, del 28% in Italia. Rispetto a un anno fa il tasso di occupazione è più basso di 2,2 punti percentuali e quello di disoccupazione più alto di 0,5 punti. La Caritas ce lo ricorda puntualmente: nelle grandi città, la povertà è ormai una prospettiva, anzi una dimensione, che aggredisce fasce sociali sempre più ampie. Anche nella Capitale, il 18% dei residenti è a rischio povertà, il 10% va in crisi per spese fisse o improvvise e il 7% vive in condizioni di grave deprivazione abitativa. Quindi, in definitiva, è evidente che per una parte della popolazione esiste un problema di accesso al cibo. Questa ineguaglianza dovrebbe far vergognare ognuno di noi, cittadini occidentali che ci sentiamo sempre più oberati dai problemi ma che, ancora in gran parte, abbiamo spesso la pancia troppo piena.

Fonte: ilcambiamento.it

L’unico passaporto verde che ci vuole è quello di chi rispetta l’ambiente

L’Unione Europea ha pensato di istituire un passaporto vaccinale chiamandolo in maniera beffarda pure verde. Meglio chiamarlo “nero”, visto che di verde non ha proprio nulla. E intanto l’europarlamento dice sì alla procedura d’urgenza per fare in fretta.

L’Unione Europea ha pensato di istituire un passaporto vaccinale per il covid chiamandolo in maniera beffarda pure verde. A un atto del genere, contrario a qualsiasi logica e libertà personale, si dà il colore che peggio si sposa con le non politiche ambientali dell’Europa. Quello vaccinale lo chiamino passaporto nero visto che di verde l’Europa non sta facendo praticamente nulla per salvarci dalla catastrofe ambientale. Anche solo valutando la questione di per sé, un passaporto vaccinale, in una situazione nella quale non si sa nemmeno se i vari vaccini danno immunità, è assurdo e senza alcun senso. Senza considerare poi i rischi e le incognite su efficacia e sicurezza che stanno prepotentemente emergendo con le somministrazioni a tappeto. E ieri i deputati del Parlamento europeo hanno deciso di accelerare il voto della Commissione Europea votando in plenaria per utilizzare la procedura d’urgenza. Il processo accelerato riduce il ruolo delle Commissioni parlamentari competenti, nonché dei singoli deputati, eliminando la necessità di una relazione e riducendo il tutto a un dibattito orale.

Quindi, vogliono andare veloci riducendo al minimo eventuali opposizioni.

Gli estensori del passaporto vaccinale affermano che è tutto finalizzato alla tutela della nostra salute, proprio quella salute che è all’ultimo posto nelle preoccupazioni dei legislatori europei. Le recenti vicende politiche ambientali e agricole lo hanno dimostrato chiaramente: gli unici interessi che vengono tutelati non sono certo quelli della salute bensì quelli delle grandi lobby industriali e finanziarie di ogni tipo che impongono i loro voleri proprio contro la salute. Stranamente però l’Unione Europea, così come il nostro governo, “protegge” la nostra salute solo dal Covid, per tutto il resto no.

Facciamo solo alcuni esempi che rendono chiaro come l’idea di un passaporto vaccinale nulla abbia a che vedere con la protezione della nostra salute.

L’Unione Europea per proteggere la nostra salute ha disposto la chiusura di tutti gli allevamenti intensivi, autentiche  bombe ecologiche e sanitarie oltre che luoghi di indicibile sofferenza? No.

Tra l’altro se i legislatori europei fossero davvero interessati al contrasto della diffusione di malattie o virus, è risaputo che gli allevamenti intensivi sono il migliore focolaio per questi aspetti ma stranamente e inspiegabilmente vengono tenuti aperti. Per non parlare delle migliaia di morti che fanno le malattie cardiovascolari per l’eccessiva assunzione di carne. Forse che alcuni virus e malattie siano più meritevoli di essere combattute rispetto ad altri?

L’Unione Europea ha disposto il divieto immediato dell’uso di qualsiasi pesticida, erbicida e concime chimico in agricoltura, veri attentati alla nostra salute, e quindi di conseguenza supportando, incentivando e autorizzando solo sistemi di l’agricoltura biologica? No.

Eppure i morti derivanti dai cancri che si hanno attraverso le assunzioni di cibo pieni di schifezze che contaminano aria, acqua e terra, sono migliaia ogni anno in Europa. Sono forse morti di serie zeta che quindi non contano nelle classifica degli interventi per tutelare la salute?

L’Unione Europea ha messo al bando il consumo di sigarette, responsabili di migliaia di morti ogni anno? No. Anche questo è un caso molto strano perché sono sotto gli occhi di tutti, scritti e fotografati anche sui pacchetti di sigarette, i tragici effetti di questa carneficina. Come mai non si tutela la salute di queste persone con interventi risolutivi ed efficaci? Morti di serie zeta anche questi?

L’Unione Europea ha predisposto rigidissime restrizioni del consumo di alcool responsabile di un flagello sanitario e sociale dalle proporzioni devastanti? No. Forse perché non si tratta di morti e malati di covid?

L’Unione Europea ha predisposto l’immediata chiusura di tutte le pericolosissime centrali nucleari potenziali bombe a orologeria e produttrici di scorie radioattive, veri e propri attentati alla salute con rischi enormi per milioni di cittadini non solo attuali ma per centinaia di generazioni a venire? Niente è stato fatto in questa direzione per proteggere la salute dei cittadini europei, probabilmente perché non trattandosi di covid, sono problemi inesistenti.

L’Unione Europea ha predisposto la chiusura di tutte le fabbriche inquinanti che producono migliaia di morti l’anno attraverso le loro emissioni di ogni tipo, inquinando acqua, aria e terra? No. Forse perchè l’unico nemico da combattere è il covid?

L’Unione Europea ha predisposto il divieto di costruzione di veicoli a motore alimentati da combustibili fossili che provocano migliaia di morti sia per le loro emissioni, sia per la loro pericolosità intrinseca viste le velocità pazzesche che raggiungono? No. Forse perché pure questi morti sono di serie zeta rispetto a quelli di serie a del covid? Anzi addirittura dopo gli scandali delle stesse aziende che truccavano i dati sulle emissioni dei loro motori, hanno potuto tranquillamente continuare ad agire. Dramma e beffa insieme ma tanto a noi interessa solo il covid. L’Unione Europea ha predisposto l’obbligo di ridurre drasticamente la produzione di merci superflue con spreco di energia e preziose risorse producendo inquinamento e per le restanti merci, obbligare immediatamente i produttori che tutte siano durature, riparabili facilmente o riciclabili in ogni loro parte, così da ridurre la minimo la produzione di rifiuti che stanno inquinando l’intero pianeta con conseguenza catastrofiche per la nostra salute? No. Probabilmente perchè non si tratta di argomenti riguardanti il covid.

E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Quando tutto questo e molto altro in questa direzione sarà fatto, allora crederemo che questo o quel provvedimento per il covid sia adottato veramente per la tutela della nostra salute. Fino a quel giorno non sarà credibile alcuna azione a difesa esclusivamente di interessi di potenti lobby e tesa alla restrizione delle libertà come esercizio del potere. Il tutto mascherato da falsa tutela della nostra salute.

Fonte: ilcambiamento.it

A quando i lockdown e i DPCM per tutelare l’ambiente, quindi la nostra salute?

Ma se i cambiamenti climatici e l’emergenza ecologica fanno molti più morti del coronavirus, a quando allora i lockdown e i DPCM per salvare il genere umano che rischia di non sopravvivere al disastro del Pianeta? Rischiamo una previsione: mai.

Non entriamo nel merito se siano giustificate o meno le pesantissime restrizioni della libertà a cui siamo costretti ormai da un anno ma, anche ammettendo che lo siano, se tanto ci dà tanto, visto che a livello ambientale il pericolo è molto più grande del coronavirus e le conseguenti vittime sono molte di più, da chi dice di proteggere la nostra salute ci aspetteremmo un “lockdown ambientale” e DPCM con misure rigidissime e capillari perchè in gioco c’è la sopravvivenza dell’intero genere umano. E invece niente di questo accade. Circa la catastrofe ambientale nessuna misura drastica è stata presa, niente è stato chiesto di fare ai cittadini, figuriamoci imporglielo come oggi si impongono mascherine, gel, coprifuochi, chiusure, distanziamenti, con tanto di pesanti multe e nonostante ci siano sempre più perplessità che tutte queste misure abbiano una reale efficacia. E pensare che invece per salvare l’ambiente e conseguenti vite umane, le misure che dovrebbero essere prese sarebbero di immediata e indubbia efficacia.

Ci si chiede allora: ma della salvaguardia di quale salute e di quali vite si sta parlando? Perchè per proteggere alcune vite si agisce e per altre no? Ma come può essere possibile questa incredibile e macroscopica disparità?  E se fosse vero che tutte queste misure sono necessarie per proteggere la nostra salute, allora non si capisce come mai, ad esempio, gli allevamenti intensivi, autentiche bombe ecologiche e sanitarie produttrici di sofferenza e cibo malsano, non vengano chiusi all’istante. Se si agisse così si tutelerebbe la salute di persone e animali ma ciò paradossalmente non sembra essere affatto un obiettivo di chi ci dice che sta facendo di tutto per la nostra salute e questo la dice lunga sulla sua credibilità. Una ulteriore prova della “inspiegabile” situazione di disparità in cui si adottano due pesi e mille misure ce la dà una voce ufficiale come quella del neo ministro per la transizione ecologica Cingolani (quindi non certo un “complottista”) in un suo articolo scritto recentemente per il quotidiano la Repubblicadove cita dati da ecatombe ed emergenza gravissima.

«…il riscaldamento climatico è causa di siccità, con un impatto enorme sulla fauna e l’agricoltura; lo scioglimento dei ghiacciai diminuisce le risorse di acqua dolce mentre l’innalzamento del livello dei mari porta all’erosione delle coste. I continui scambi di calore tra una terra surriscaldata e la stratosfera, più fredda, generano eventi metereologici estremi, come tifoni e nevicate improvvise, che devastano i territori. Se si eccettuano i terremoti, dal 1980 ad oggi il numero di eventi naturali catastrofici è aumentato in maniera costante di anno in anno; ciò ha causato la perdita di 400.000 vite umane e la spesa di più di un trilione di dollari, pari all’1,6% del PIL mondiale». 

«E mentre la terra si riscalda, peggiora anche la qualità dell’aria che respiriamo, con un impatto sulla salute di Sapiens e sul suo ecosistema. L’emissione di particolati carboniosi (Black Carbon), idrofluorocarburi e metano, inquina l’atmosfera e provoca il rilascio di sostanze tossiche, con gravi conseguenze sociali ed epidemiologiche. Ogni anno, l’inquinamento dell’aria causa tra i sei e i sette milioni di decessi nel mondo».

E questo senza contare i milioni di morti che si hanno per l’inquinamento di terra, cibo e acqua, laddove i cibi che mangiamo e l’acqua che beviamo sono pieni di ogni tipo di inquinante che determina malattie letali.

Dove sono i lockdown, dove sono i dpcm, dove sono le imposizioni drastiche immediate, necessarie per far fronte a questa immane catastrofe? Spieghino politici, esperti, task force varie, che tanto sembrano prodigarsi per la nostra salute, perché niente si fa in questa direzione, ma proprio niente, nemmeno lontanamente paragonabile a quello che si è fatto e che si continua a fare per il Covid. Ci spieghino il perché, ci spieghino come si fa a non vedere l’ovvio, ci spieghino perché non agiscono con la stessa solerzia, la stessa sicumera, la stessa drammaticità come quando ci snocciolano quotidianamente le cifre dei morti di serie A, cioè quelli da Covid, gli unici che per loro contano. Perchè per gli altri morti non si fanno bollettini quotidiani, aperture di telegiornali, articoli e servizi a non finire, speciali di ogni tipo, reportage chilometrici, ecc. ? Chi invoca lockdown a tutto spiano, alimentando un terrore mediatico martellante, ci chiediamo perché non faccia lo stesso per una situazione molto più grave come quella ambientale. Finché non avremo risposte o interventi in questo senso, non potremmo che continuare a dare credibilità zero per chi divide salute e morti di serie A e salute e morti di serie Zeta. E il perché lo faccia, speriamo che venga a galla presto, prima che la catastrofe ambientale si aggravi diventando ancora più irrefrenabile visto che continuiamo a non fare nulla preoccupandoci di tutt’altro. E intanto in pochi giorni a febbraio siamo passati da temperature sottozero a temperature quasi estive, ma come disse il comandante del Titanic: andiamo avanti tranquillamente…..

Fonte: ilcambiamento.it

“Rischiano di sparire i temi caldi dell’ecologia”

Un commento di Paolo Hutter su come è stata presentata e accolta la Transizione Ecologica che dovrebbe essere un pilastro del nuovo governo Draghi

Strane o finalmente normali che siano, le coincidenze politiche hanno dato in questi giorni una visibilità incredibile all’ambiente, o meglio alle parole dell’ambiente. Provo a tornare a scrivere qualcosa anche io, alzando un attimo la testa dai Progetti Salvacibo e simili in cui sono immerso. Le parole che ho sentito più forti in questi giorni, il sapore percepito di questa “transizione ecologica” è un po’ tanto tecnocratico per i miei gusti. E non mi riferisco tanto alle esperienze di robotica o tecnoscienza del neo ministro Cingolani, non mi riferisco neanche al discorso di Draghi, ma mi riferisco ai pronunciamenti delle principali associazioni ambientaliste. Ho sentito il dibattito de La Nuova Ecologia di martedì 16 febbraio e sono rimasto spiazzato. Quasi tutta l’enfasi, l’ aspettativa, è puntata sulle rinnovabili, e poi sugli impianti da aprire per il riciclo e il compostaggio. Quasi come una appendice indipendente viene ricordata la biodiversità. Capisco che di fronte ai miliardi del Recovery Fund, e alle scelte da fare, i sentimenti di sobrietà monastica non servano. Posso anche capire che papa Francesco lo lasciamo citare a Draghi perché dal banchiere suona più inaspettato, da Greenpeace non serve. Ma sembra (per un attimo?) che siano stati dimenticati non dico i richiami alla necessità di ridurre i consumi superflui, ma persino i riferimenti al risparmio energetico e ai criteri di efficienza e sufficienza.

Certo, è comprensibile che in questo momento si concentri l’attenzione sul conflitto tra fonti rinnovabili e combustibili fossili, è comprensibile che si punti su solare ed eolico per contrastare la presunta efficienza del gas. Ma non si può irridere chi vuole difendere il paesaggio e più in generale non credo si possa pensare di fare una vera transizione ecologica solo coi temi freddi dei Gigawatt elettrici senza i temi caldi di una economia circolare solidale e antispreco.

Fonte: ecodallecitta.it

Laudato, sì; ovvero qualche frase in memoria di un bosco

Il bosco di Fiesole non c’è più. Tagliato; spariti carpini, cerri e roverelle. E i tagli dei boschi in Italia non si fermano, impoverendo i territori e impattando pesantemente sull’ambiente.

Fin da bambino sono stato un amante dei boschi. Più sono fitti e antichi, più sono vasti e silenziosi, maggiore è il mio interesse e la mia curiosità. Durante la mia infanzia, grazie alle vaste esplorazione del mondo selvatico, avevo imparato a conoscere palmo a palmo un grande e vecchio bosco non distante dalla mia abitazione. Sotto la volta degli alberi si accumulavano grandi ammassi di foglie e il buio creato dalle chiome impediva la crescita di arbusti ed erbe, fatta eccezione per alcuni ellebori e, di tanto in tanto, qualche pianta di primula. Mi fermavo spesso ad osservare il fusto slanciato dei grandi carpini neri un tempo usati per fare il carbone e diventati ormai vecchi ed altissimi. In ampi tratti le piante prevalenti erano querce della specie Quercus cerris, riconoscibili per le venature rosate all’interno della corteccia, assai rugosa, che permetteva ai molti licheni e muschi di crescere rigogliosi. Ma la magnificenza del bosco spettava a delle grandissime roverelle vecchie di oltre 100 anni, che allungavano rami scuri e contorti, accogliendo così i nidi di colombacci e poiane, rigogoli e ghiandaie. Ricordo nitidamente l’emozione che provai un pomeriggio di inizio luglio, quando scoprii tra le chiome una famiglia di sparvieri i cui tre piccoli avevano da poco spiccato il volo e chiamavano insistentemente i genitori, saltellando e svolazzando da un ramo all’altro. Fu invece una mattina d’autunno che, esplorando un ripido pendio ricoperto da carpini, mentre seguivo una pista di animali, mi imbattei in un “villaggio” di istrici. Numerose tane collegate tra loro da gallerie si aprivano di fronte a me. Le aperture, pulite diligentemente dalle foglie, mi mostravano che il luogo non era abbandonato e presto ne ebbi la conferma. Mentre ero accovacciato al fianco di una possente roverella ricoperta di muschio e piccole felci dal verde brillante, fui testimone di una rapida sbirciata: uno degli istrici fece capolino dalla tana appena il tempo di vedermi e si rituffò nell’oscurità profumata di humus. Il bosco costellò gli anni della mia infanzia  e oltre di scoperte e sorprese, dagli incontri con i cinghiali all’inaspettata visione di una martora in corsa su un tronco abbattuto, alla scoperta di grandi e curiosi talli di un raro lichene, la Lobaria pulmonaria, importante indicatore di biodiversità che si trova nei boschi antichi e in buona salute.

Oggi quel bosco non c’è più, quel bosco che appartiene alla curia di Fiesole è stato tagliato in modo increscioso. Annientati i carpini e i cerri, sparite le maestose roverelle. Al loro posto sono stati lasciati i più piccoli e fragili alberi, cresciuti per ultimi e con scarsa luce, dunque alti e sottili ed esposti al rischio di crollo a causa del vento , perché ormai soli e senza ripari. Il suolo un tempo ricco di foglie e humus sul quale crescevano funghi in abbondanza ora è ricoperto di ginestre e graminacee, segno inequivocabile di grande squilibrio, a causa del quale ci vorranno decenni prima della ricrescita di un bosco degno di chiamarsi tale. Non volano più gli sparvieri e ha fatto la sua comparsa la robinia, albero alloctono e molto invasivo. Ceppi morti o moribondi spuntano qua e la dall’erba ricordando il passato glorioso di un bosco ormai perso. Niente più nidi per sparvieri, picchi, uccelli notturni; niente più tane per istrici e martore; niente più cibo e riparo per centinaia di animali e specie vegetali che solo in boschi vetusti possono trovare il loro habitat. Perché? Che fine hanno fatto i possenti alberi che ospitavano rigogoli e martore? Semplice: sono stati bruciati in qualche centrale a biomasse delle molte sparse in Toscana. Giusto per completare il quadro, il bosco tagliato si trova in un Sito di Interesse Comunitario, costituito per valorizzare e proteggere numerose specie e il paesaggio unico, costituto proprio dai boschi e i campi del territorio chiantigiano. I terreni della Curia Fiesolana sono tanti e i boschi che ne fanno parte continuano a venire ancora tagliati. Per questo occorre farsi sentire e per questo occorre ancora indignarsi. Qualche dato a livello regionale e nazionale è d’obbligo per far capire quanto in realtà gli ecosistemi forestali siano in grave pericolo e quanto la fame di biomasse possa trasformare ecosistemi pregiati in lande desolate: prendendo ad esempio la “verde e naturale” Toscana, ogni anno vengono tagliati molte migliaia di ettari di territorio (18 000 ettari nel solo 2016) sia di boschi privati che di boschi pubblici (ma se sono pubblici non dovrebbe essere un patrimonio di tutti?). La maggiore percentuale dei tagli interessa boschi “governati” a ceduo, proprio come quello della curia di Fiesole (8 500 ettari di cedui in boschi privati nel solo 2016 ma il dato è in crescita) e, aprite bene le orecchie, il 19% di questi ricadeva in territorio sottoposto a tutela (tutela di che cosa? Degli interessi economici?), esattamente come il bosco appena descritto. A livello italiano le superfici di boschi tagliati sono sull’ordine delle centinaia di migliaia di ettari e se a questi si aggiungono gli oltre 100 000 ettari di bosco inceneriti dagli incendi ogni anno, il dato di perdita di biodiversità e boschi è davvero impressionante. Dunque, come mai si parla sempre più spesso di un aumento dei boschi in Italia? Semplice, perché viene considerata la superficie dei boschi tagliati come se i boschi ci fossero ancora, quando in realtà ci vorranno almeno 20-30 anni nel migliore dei casi e quando vengono rispettate le regole legislative del taglio, per poter definire il luogo di nuovo un bosco. Tali regole però, benché siano ormai molto permissive, il più delle volte non vengono nemmeno rispettate: le imprese dei “tagliatori” contano sul fatto che i controlli sono rarissimi e le sanzioni pecuniarie così basse che, comunque, tagliare più alberi di quelli consentiti è in ogni caso redditizio.

Dunque il nostro paese è davvero “ricco di boschi poveri “ e il trend non accenna a diminuire. Mentre incombe su di noi la crisi climatica ed ecologica, nonostante la possibilità di approcci selviculturali nettamente differenti, si persegue la distruzione sistematica. Dunque Laudato si’ chi protegge i boschi, chi li tutela davvero, chi preferisce al denaro una vecchia roverella, chi al profitto preferisce il lavoro meticoloso e la cura del Creato.

Fonte: ilcambiamento.it