Deindustrializzare e rallentare: che sia questa la strada?

Un terzo delle emissioni di gas serra è “incomprimibile”, dice uno studio pubblicato sulla rivista Science. Quindi, ci vogliono dire che ce lo dobbiamo tenere? Nemmeno per sogno, messaggio inaccettabile. Sia una spinta in più per cambiare paradigma.9864-10651

La conclusione alla quale sono giunti gli esperti nell’articolo pubblicato dalla rivista Science suona un po’ come un’ovvietà per chi è ormai convinto che non si andrà da nessuna parte se ci si ostina a non voler mettere in discussione un’economia basata sulla produzione industriale, sul “libero inquinamento” e sulla tendenza a favorire i grandi gruppi e la grande industria. Come scrive l’Agenzia Ansa, secondo quanto riportato sullo studio di Science, «per diversi settori produttivi, che insieme producono il 27% delle emissioni di gas serra, non ci sono soluzioni praticabili per diminuire l’impatto ambientale». L’articolo è firmato da oltre 30 esperti pubblicato da Science, che cita tra gli altri i trasporti aerei e la produzione di acciaio e cemento. Il 6% delle emissioni globali, ricorda l’articolo, è dovuto al trasporto aereo e a quello terrestre a lungo raggio, il 9% alla produzione di cemento e acciaio e il 12% alle centrali elettriche ‘accoppiate’ a quelle ad energia rinnovabile che aumentano o diminuiscono la propria attività per compensare cali di vento o nelle ore notturne. Per tutti questi settori, notano gli esperti, le soluzioni per ridurre le emissioni proposte finora, come i biocarburanti per gli aerei o i dispositivi di stoccaggio della CO2, sono troppo costosi per diventare competitivi.

“Se vogliamo essere ambiziosi nel rispettare gli obiettivi sul clima – spiega Steven Davis dell’Università della California, uno degli autori – dobbiamo occuparci di questi settori subito. Abbiamo bisogno di molta più innovazione, ricerca e di un maggiore coordinamento per rendere queste fonti più pulite”.

Ma può essere questa la strada? Mantenere il tasso di industrializzazione e frenesia attuale riconvertendo questo mondo energivoro che oggi “inghiotte” fonti fossili in un mondo altrettanto energivoro che consuma altrettanta energia ma da fonti rinnovabili a costi altissimi. Può mai essere sostenibile o plausibile un tale paradigma?

Non è forse invece utile, forse addirittura indispensabile, oggi pensare a un radicale cambio di paradigma, a una deindustrializzazione e a un rallentamento dei ritmi frenetici della società e quindi a un ridimensionamento drastico dei consumi di energia e materie prime, quali che siano le fonti? In un mondo ipoteticamente a basso consumo e meno ossessionatamente industrializzato, rimarrebbe forse ben poco di “emissioni incomprimibili”. La resistenza al cambiamento può essere dettata dalla classica obiezione: ma così si perdono i posti di lavoro, come ci si guadagnerà lo stipendio? All’industrializzazione selvaggia si può sostituire un modello comunque che valorizzi il lavoro dei singoli, ma inserito in un “ecosistema sociale” più sostenibile e meno inquinante.

 

Fonte: ilcambiamento.it

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Spreco di cibo, Fondazione Barilla: ‘in Italia buttiamo 145kg di cibo pro-capite anno, come 1.500 piatti di pasta o 1.000 mele’

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A livello globale, il cibo sprecato ogni anno vale 750 miliardi euro, quasi due volte il PIL italiano. Secondo il Food Sustainability Index, Francia, Germania e Spagna sono i Paesi in cui si spreca meno cibo.

750 miliardi di euro l’anno, ovvero la metà del PIL italiano nel 2017. A tanto ammonta il valore economico del cibo buttato e sprecato ogni anno nel mondo. Parliamo di circa 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti che vengono gettate prima di arrivare sulla nostra tavola. Eppure, basterebbe un quarto di quello stesso cibo per sfamare gli oltre 815 milioni di persone che soffrono la fame. Ma lo spreco di cibo non è solo un problema sociale: non tutti sanno che il gas metano prodotto dal cibo che finisce in discarica è 21 volte più dannoso della CO2. Tuttavia, riducendo lo spreco di cibo nei soli Stati Uniti del 20% in 10 anni si otterrebbe una riduzione delle emissioni di gas serra annuali di 18 milioni di tonnellate. Nella battaglia globale contro lo spreco alimentare, Francia, Germania e Spagna sono i Paesi che, con le loro politiche responsabili, rappresentano delle best practice. Indonesia, Libano ed Emirati Arabi sono quelli che, invece, devono compiere i passi più importanti. Questa la fotografia scattata, in occasione della Giornata Nazionale di Prevenzione allo Spreco Alimentare, che ricorre il prossimo 5 febbraio, dal Food Sustainability Index, indice creato da Fondazione Barilla e The Economist Intelligence Unit, che analizza 34 Paesi in base alla sostenibilità del loro sistema alimentare.

Fsi, Italia quarta nella lotta allo spreco. ogni anno gettiamo 145kg di cibo pro-capite

Secondo il Food Sustainability Index, l’Italia – col suo 4° posto – sta ottenendo importanti riscontri nella lotta allo spreco alimentare. Il merito è delle politiche messe in campo per ridurre gli sprechi a livello industriale, come avvenuto con la Legge Gadda che, semplificando le procedure per le donazioni degli alimenti invenduti e puntando al recupero di cibo da donare alle persone più povere del nostro Paese, ha fatto da volano per il miglioramento generale del nostro Paese. I dati dell’Index evidenziano che in Italia è stata la filiera alimentare a compiere i maggiori passi in avanti in questa battaglia: confrontando l’indice del 2016 con quello del 2017, infatti, alla voce “Cibo sprecato (% della produzione alimentare totale del Paese)” – riferito alla filiera alimentare e non al consumo domestico – si è passati dal 3,58% del cibo gettato rispetto a quello prodotto, al 2,3% del 2017. Performance che ha permesso di superare Paesi come Germania e Giappone sul fronte dello spreco. Eppure, molto c’è ancora da fare nella lotta allo “spreco domestico”: sono circa 145 i kg di cibo pro capite che gli italiani gettano ogni anno nella spazzatura. Una vera e propria enormità, un po’ come dire 1.000 mele piccole (da 150g ognuna) o 1.500 piatti di pasta (da 1hg circa) o poco meno di 750 confezioni di legumi in barattolo (considerando quelli da 200g), molto più di quanto potrebbe consumare in media in 1 anno una famiglia di 3 persone. “Il Food Sustainability Index si conferma strumento utile per stimolare il dibattito e aiutare studiosi e decisori politici a capire dove intervenire per risolvere i paradossi del sistema alimentare”, ha dichiarato Luca Virginio, Vice Presidente di BCFN. “Pensando all’Italia, se gli interventi messi in atto hanno permesso a industria e grande distribuzione di compiere passi importanti per migliorare la situazione dello spreco alimentare, a noi cittadini resta ancora un ruolo cruciale. Se pensiamo che oggi in Europa circa il 42% di quello che compriamo finisce nella spazzatura perché andato a male o scaduto prima di essere consumato, è facile capire che serva un cambiamento culturale. La Fondazione BCFN mette in campo molteplici iniziative che vanno in questa direzione, non ultima una dedicata ai più piccoli: con Gunter Pauli, padre della blue economy, abbiamo creato un libro didattico di fiabe4 che possa far capire come per fare del bene al Pianeta sia necessario partire dalle nostre scelte quotidiane”, ha concluso Virginio.

I consigli di Bcfn per una spesa a “zero spreco”

Secondo la FAO, nel mondo, il 45% di frutta e verdura viene sprecato. Lo spreco avviene sia a livello industriale, a causa di fattori climatici e ambientali non favorevoli e di surplus produttivi; sia a livello domestico, perché – spesso – compriamo troppo o non conserviamo bene i cibi. In Italia la frutta e gli ortaggi gettati via nei punti vendita comportano lo spreco di più di 73 milioni di metri cubi d’acqua (quella usata per produrli), ovvero 36,5 miliardi di bottiglie da 2 litri. Ecco quindi che per ridurre gli sprechi domestici, la Fondazione BCFN lancia una serie di suggerimenti utili:

  1. Fai una spesa ragionata: prima di comprare, controlla cosa serve davvero, fai una lista – e attieniti ad essa – e ricorda che sprecare cibo vuol dire buttare via dei soldi
  2. Quando cucini, fai attenzione alle quantità e cucina solo ciò che puoi consumare
  3. Fai attenzione all’etichetta: guarda sempre quando scadono i cibi
  4. Quando riponi i prodotti in frigorifero, metti i cibi a breve scadenza davanti e riponi in freezer i cibi che non puoi mangiare a breve
  5. Ricette contro lo spreco: non buttare via avanzi e scarti alimentari, possono dare vita a nuovi piatti creativi
  6. Prodotti freschi e di stagione: privilegia l’acquisto dal produttore
  7. Hai comprato troppo cibo? Condividilo con i tuoi vicini di casa o invita degli amici per mangiare insieme
  8. Al ristorante: se ti avanza del cibo chiedi di portare a casa gli avanzi in un pacchetto
  9. “Da consumare preferibilmente entro il…” vuol dire che gli alimenti risultano ancora idonei al consumo anche successivamente al giorno indicato. Verifica bene prima di buttarli
  10. Fidati del tuo naso: prima di buttare un alimento annusa, guarda e, se l’aspetto è buono, assaggia

Bcfn yes!: il concorso che premia i giovani ricercatori

Il 5 febbraio è anche la data scelta da Fondazione BCFN per lanciare “BCFN YES!” (Young Earth Solutions) la competizione internazionale per ricercatori under 35, lanciata con l’obiettivo di premiare i migliori progetti su “cibo e sostenibilità”. Giovani dottorandi e ricercatori post-doc potranno presentare i loro progetti di ricerca che trovano soluzioni per rendere maggiormente sostenibile uno o più temi del sistema agro-alimentare, in termini di aspetti ambientali, sociali, sanitari e/o economici. In palio fino a tre borse di ricerca del valore di 20.000 euro per i migliori progetti. BCFN vuole sostenere studi che sono innovativi, hanno una promessa di grande impatto, e sono in grado di soddisfare le esigenze di ricerca globali. Le aree di particolare interesse sono: sistemi alimentari sostenibili e salutari, agricoltura sostenibile e sicurezza alimentare. Può partecipare chi ha concluso o ha un dottorato in corso, con una età massima di 35 anni al 28 novembre 2018. Le proposte devono essere presentate online attraverso il sito web BCFN entro il 14 giugno 2018 alle 11:59 CEST.

Food Sustainability Media Award: un premio per raccontare i paradossi del cibo

Ma la sfida ai paradossi del sistema alimentare (fame vs obesitàcibo vs carburantespreco vs fame) si gioca su più livelli. Al FSI si affianca il Food Sustainability Media Award, iniziativa di BCFN e Fondazione Thomson Reuters che premia chi propone soluzioni concrete per rendere più sostenibili le nostre scelte in fatto di cibo. Il premio, rivolto a giornalisti, blogger, freelance e talenti emergenti, si divide in due categorie: giornalismo scritto e multimedia (video – corti e animazioni – audio e foto). Per ogni categoria, verranno premiati un lavoro inedito e uno già pubblicato che vinceranno rispettivamente 10.000 euro un corso di media training sulla sostenibilità alimentare organizzato dalla Fondazione Thomson Reuters. I lavori inediti vincitori verranno anche pubblicati sui siti della TRF e di BCFN, oltre a essere distribuiti attraverso l’agenzia di stampa Reuters che conta circa 1 miliardo di lettori. Tutti i lavori finalisti saranno candidati al “Best of the web” e scelti direttamente dal pubblico. Si possono presentare i lavori dal 15 gennaio al 31 maggio 2018 iscrivendosi al contest sul sito del Food Sustainability Media Award.

Foto via The Gleaners

Fonte: Barilla Center for Food & Nutrition

 

Gas serra, il Parlamento Ue approva per ogni stato membro gli impegni di riduzione emissioni fino al 2030

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Il testo, approvato con 534 sì, 88 no e 56 astensioni, impegna l’Italia a ridurre del 33% per il 2030, rispetto ai valori del 2005, le sue emissioni nei settori non coperti dal sistema ETS, ossia agricoltura, trasporti, edilizia e rifiuti

Il Parlamento Ue ha approvato oggi il rapporto che fissa in maniera obbligatoria gli obiettivi di riduzione di gas effetto serra per ogni Stato Membro da qui al 2030. Il testo declina per Paese e per i settori economici non inclusi nel sistema di quote di CO2 gli impegni presi dalla Ue con la firma dell’accordo di Parigi. Prima del voto si è tenuto nella plenaria e con la presenza di Hila Heine, presidente delle Isole Marshall, un dibattito sulla decisione del presidente Usa Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’intesa sul clima. Il testo, approvato con 534 sì, 88 no e 56 astensioni, impegna l’Italia a ridurre del 33% per il 2030, rispetto ai valori del 2005, le sue emissioni nei settori non coperti dal sistema ETS, ossia agricoltura, trasporti, edilizia e rifiuti. Questi settori coprono circa il 60% delle emissioni totali della Ue. La Ue è complessivamente chiamata a tagliare le sue emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990. Secondo il testo approvato a Strasburgo, ogni Stato membro dovrà seguire un percorso di riduzione delle emissioni calcolato a partire dal 2018, anziché dal 2020, come proposto dalla Commissione Ue. L’obiettivo della modifica è quello di evitare un aumento delle emissioni nei primi anni o un rinvio delle riduzioni. Inoltre, per garantire un impegno a lungo termine, gli eurodeputati hanno fissato per il 2050 un obiettivo di taglio dell’80%, rispetto ai livelli del 2005. Per aiutare i 28 a raggiungere i loro obiettivi, il regolamento consente loro di “prendere in prestito” fino al 10% dell’indennità dell’anno successivo, riducendo così quella dell’anno in corso. Gli Stati che hanno un Pil inferiore alla media Ue e che attueranno le misure necessarie prima del 2020 potranno inoltre godere di una maggiore flessibilità nell’implementazione della parte successiva del programma di riduzione. Non appena il Consiglio Ue avrà espresso la propria posizione (è prevista una discussione tra i ministri dell’ambiente il 19 giugno a Lussemburgo), inizieranno i negoziati informali con il Parlamento per la definizione della posizione finale Ue.

Fonte: ecodallecitta.it

L’ultima follia: meno cibo per fare spazio ai biocarburanti

Lo studio lo ha pubblicato Science e ci spiega come i governi stiano prendendo in considerazione la diminuzione della produzione e quindi del consumo di cibo per ridurre i gas serra. Ma attenzione: una tale china si rivela “indispensabile” per poter continuare invece a garantire la produzione di biocarburanti, cioè vegetali da bruciare, coltivandoli su terre sottratte alle colture alimentari. Insomma: per poter continuare a produrre biocarburanti, bisogna che tutto il mondo abbia meno da mangiare.biocarburanti_cibo_terra

Su Science i ricercatori di Princeton hanno spiegato che riducendo la quantità di cibo che le persone e gli animali mangiano, si ridurrà la quantità di anidride carbonica che espirano o eliminano come rifiuto. Quindi, la conclusione è: più che l’efficientamento dei carburanti o dei combustibili, sarà la riduzione del cibo disponibile a permettere la diminuzione delle emissioni di anidride carbonica. Questo almeno quanto i modelli governativi sostengono, quei modelli sui quali si formulano poi politiche e si prendono decisioni. Per i governi è quindi più utile che tutto il mondo abbia meno da mangiare, piuttosto che sottrarre terreni alla produzione di vegetali dai quali ricavare materie prime per la combustione.«Senza la riduzione del consumo di cibo, tutti i modelli utilizzati continueranno ad attestare che i biocarburanti generano più emissioni della benzina» ha detto Timothy Searchinger, primo firmatario del rapporto e ricercatore alla Woodrow Wilson School of Public and International Affairs and the Program in Science, Technology, and Environmental Policy dell’Università di Princeton. I co-autori sono Robert Edwards e Declan Mulligan del Joint Research Center della Commissione Europea; Ralph Heimlich (Agricultural Conservation Economics); Richard Plevin dell’Università della California-Davis.  Non sarebbe più logico, dunque, smettere di produrre biocarburanti, continuare a ricavare cibo dalla terra e scegliere la strada delle energie veramente rinnovabili e sostenibili? Ma è probabile che ci sia un manipolo di potenti che ha troppo da perdere; meglio che muoia di fame chi già non ha nulla? Lo studio ha preso in esame tre modelli, americani ed europei, e ha concluso che che tutti e tre attestano come le coltivazioni alimentari eliminate per far posto ai biocarburanti non siano state ripristinate da nessun’altra parte. Dal 20 al 50% delle calorie nette che la produzione di etanolo si è “rubato” non sono state ripristinate, non è stato piantato nulla altrove. Il risultato? Meno cibo disponibile; quando il cibo diminuisce, i prezzi aumentano e a farne le spese sono soprattutto i poveri del mondo. Ma andiamo a vedere cosa si scopre sulla fantomatica “sostenibilità” dei biocarburanti. Le automobili che vanno ad etanolo emettono meno anidride carbonica, ma questo aspetto positivo è completamente vanificato dal fatto che per produrre etanolo dai cereali occorre energia che solitamente proviene da fonti ad alto tasso di emissione di gas serra. I modelli di studio della Environmental Protection Agency e del California Air Resources Board indicano come l’etanolo ricavato dai cereali produca emissioni lievemente inferiori rispetto alla benzina, ma questa minima riduzione si porta dietro la riduzione della produzione alimentare. Il modello della Commissione Europea stima una riduzione maggiore di emissioni, ma solo perché prevede contemporaneamente la riduzione della quantità e della qualità del cibo consumato, ottenuta attraverso la sostituzione dei cereali con oli e vegetali. «Senza questa riduzione forzata nella qualità e quantità del cibo, il modello europeo stima che l’etanolo ricavato dal grano genera il 46% di emissioni in più rispetto alla benzina e l’etanolo ricavato dal mais addirittura il 68% in più», hanno detto i ricercatori. Il rapporto raccomanda a chi formula tali modelli di rendere i risultati più trasparenti in modo che chi assume decisioni politiche possa valutare se effettivamente intraprendere la strada della riduzione del cibo disponibile per ridurre i gas serra anziché agire su altri fronti.

Si ringrazia l’Università di Princeton sui cui materiali è basata l’informazione.

L’articolo di Science cui si fa riferimento è:

  1. Searchinger, R. Edwards, D. Mulligan, R. Heimlich, R. Plevin. Do biofuel policies seek to cut emissions by cutting food?Science, 2015

 

Fonte: ilcambiamento.it

Le rinnovabili guidano la diminuzione delle emissioni di gas serra in Europa

Pubblicato dalla European Envoiroment Agency il Rapporto sulle Energie Rinnovabili 2015, il rapporto si riferisce ai dati reali sulla produzione di energia da fonti rinnovabili nel 2013 e l’Europa è in anticipo sulla tabella di marcia381964

L’energia eolica, solare, a biomassa e le altre tecnologie di produzione di energia da fonti rinnovabili sono cresciute in tutto il 2013. E i nuovi dati dell’European Environment Agency dimostrano che sono state il motore nella riduzione delle emissioni di gas serra in Europa, come già anticipato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile con una una stima delle emissioni nazionali di gas serra del 2014. Dal 2005, senza l’impiego delle energie rinnovabili, i gas serra sarebbero potuti crescere del 7% rispetto alle emissioni effettive, stando al rapporto i combustibili più sostituiti sono stati il carbone e il gas naturale, rispettivamente con un consumo evitato del 13% e del 7%.
Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’EEA ha dichiarato: “L’energia rinnovabile sta rapidamente diventando una delle grandi storie di successo in Europa e possiamo andare ancora oltre. Se sosteniamo l’innovazione, questo settore potrebbe diventare il più importante motore dell’economia europea. Abbattendo le emissioni e creando nuovi posti di lavoro”. Le energie rinnovabili, le politiche e le misure volte a limitare le emissioni e il miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni, secondo il rapporto, non sono state l’unico fattore che ha permesso una riduzione delle emissioni in Europa. Infatti altri fattori come la modifica di alcuni fattori economici dovuti alla crisi economica e l’uso di carburanti meno inquinanti hanno contribuito alla diminuzione delle emissioni. A livello comunitario, la quota di energie rinnovabili è aumentata del 15% alla fine del 2013, migliorando la stima fatta dalla direttiva europea che fissava al 12% l’obiettivo per il 2013, e quindi l’Europa è in anticipo sulla tabella di marcia che fissa al 20% l’obiettivo nel 2020 e al 27% nel 2030. In Svezia, Lettonia, Finlandia e Austria le energie rinnovabili rappresentano più di un terzo del consumo energetico effettivo, mentre Italia. Spagna e Grecia sono in piena sintonia con la media europea del 15%, invece Malta, Lussemburgo, Olanda e Regno Unito hanno una percentuale inferiore al 5%. Carbone, petrolio, gas e gli altri combustibili fossili costituiscono ancora i tre quarti del consumo energetico europeo e sono i principali responsabili dei cambiamenti climatici. Per l’Europa raggiungere gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione, le fonti energetiche dovrebbero aumentare tra il 55% e il 75% del consumo finale di energia entro la metà del secolo, stando alla European Commission’s Energy Roadmap 2050 e stando al rapporto pubblicato dall’ European Envoiroment Agency siamo sulla buona strada.

Fonte: ecodallecitta.it

Germania, per la prima volta le rinnovabili sono la principale fonte di elettricità

Carbone e lignite hanno ancora un ruolo centrale ma nel mix elettrico tedesco la prima fonte sono diventate le energie rinnovabili, arrivate quasi al 26% della produzione elettrica lorda. Calano anche le emissioni381517

Anche la Germania, ovvero la principale economia europea, si avvia decisa verso la transizione energetica. Secondo i dati dell’industria elettrica tedesca, Bdew, le energie rinnovabili sono infatti diventate la prima fonte di generazione elettrica del paese, arrivando a coprire il 25,8% del mix elettrico. La generazione da lignite, carbon fossile altamente inquinante, che rappresenta la seconda fonte, ha registrato invece un calo del 3% e quella da carbone, le terza, quasi del 10%. Va comunque sottolineato che la lignite è ancora al 25,6% e che se la si sommasse al 18% del carbone non si potrebbe neppure azzardare il confronto. Tuttavia è indubbio che le fonti più inquinanti inizino a perdere terreno, come confermato anche dalle emissioni di gas serra che nel 2014, dopo 3 anni di aumento, sono calate di circa il 5%, riportando la Germania ai livelli del 2009. Nel dettaglio le rinnovabili hanno raggiunto la produzione record di 157,4 TWh, il 3,3% in più rispetto ai 152,4 TWh del 2013, con l’eolico che ha prodotto 52,4 TWh (+1,3%), le biomasse 42,8 TWh (+4%), il fotovoltaico 35,2 TWh (+13,5%) e l’idroelettrico 20,8 TWh (-9,5%). A questi dati si aggiungono quelli diffusi a fine 2014 da Agora Energiewende. Il think-tank berlinese stima che le emissioni totali della Germania nel 2014 siano scese del 5% rispetto al 2013, con metà del risparmio imputabile ai cambiamenti avvenuti nel settore elettrico.
L’Energiewende, la svolta tedesca verso le fonti pulite, inizia quindi a raccogliere i primi risultati significativi. L’obiettivo è quello di arrivare a generare fino al 60 per cento di  energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2035. Un cambiamento che va di pari passo con l’abbandono del nucleare che sarà definitivamente superato attraverso la chiusura delle ultime centrali nel 2022.  Comunque altre nazioni, tra le quali Italia e Spagna sono più avanti. Nei primi sei mesi del 2014, in Italia, le fonti rinnovabili (con oltre 59 TWh) hanno coperto il 38,6% della domanda e il 44,7% della produzione totale (includendo circa 6-6,5 TWh da biomasse contabilizzati nel termoelettrico).

 

Fonte: ecodallecitta.it

L’Italia del Riciclo: aumentano imprese e occupazione, 34 miliardi di fatturato

L’Italia dei rifiuti genera più occupazione e aziende in crescita: negli ultimi 5 anni le imprese del settore della gestione della spazzatura sono aumentate del 10%, di queste il 94% fanno attività di recupero, ed i posti di lavoro registrano un incremento del 13%, mentre il fatturato del recupero dei rifiuti sfiora i 34 miliardi381264

Un’industria della green economy, quella della gestione dei rifiuti, è cresciuta negli ultimi 5 anni: sono aumentati il numero di addetti (+13%) e di aziende (+10%), il 94% delle quali svolge attività di recupero. E’ questa la fotografia scattata dal rapporto ‘L’Italia del riciclo’ 2014, promosso e realizzato da Fise Unire (l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile.
Secondo il report resta preponderante il numero delle piccole impreseaumentano le società di capitali e cala il peso delle ditte individuali. Nonostante “l’impatto della crisi dei mercati internazionali e dei consumi, l’incertezza del quadro normativo e l’inadeguatezza dei mercati di sbocco delle materie riciclate”, continua a crescere il riciclo degli imballaggi (più 1% nel 2013 rispetto all’anno precedente) che sostiene settori industriali (siderurgia, mobili, carta, vetro) strategici per il nostro Paese. Oltre il 68% dei nostri imballaggi viene avviato a riciclo, con un miglioramento delle performance delle filiere alluminio, carta, legno, plastica e vetro. E – spiega lo studio – sarebbero “notevoli i margini di ulteriore sviluppo con un quadro normativo più chiaro e omogeneo”. Secondo il rapporto “il valore aggiunto generato in totale ammonta a circa 8 miliardi di euro”, cioè “oltre mezzo punto di Pil”. Le imprese che in Italia fanno attività di recupero dei rifiuti sono in tutto oltre 9000, soprattutto micro-aziende con meno di 10 addetti. La crescita sia delle imprese che del numero di occupati – viene spiegato – “a fronte di un andamento generale negativo per il manifatturiero, si può considerare una manifestazione concreta del processo di transizione verso la green economy”. Il riciclo degli imballaggi cresce dell’1%: 7,6 milioni di tonnellate contro le 7,5 del 2012. L’incremento c’è in tutte le filiere con punte d’eccellenza nel tasso di riciclo, per esempio, di carta (86%), acciaio (74%) e vetro (65%).
Risultati altalenanti registrano le altre filiere. In particolare sono in calo i materiali ottenuti da bonifica e demolizione di veicoli fuori uso e la raccolta pro-capite media nazionale di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. C’è molto spazio di miglioramento per la raccolta dei tessili. “Proprio in considerazione delle dimensioni di queste imprese – evidenzia Anselmo Calò, presidente di Unire – le profonde carenze ed inefficienze che affliggono il settore, a livello soprattutto normativo ed amministrativo, sono ancora più difficili da sopportare”. Per Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “il riciclo dei rifiuti in Italia potrebbe crescere con norme più chiare”, tra cui un decreto ministeriale per la classificazione dei rifiuti. Infine è “indispensabile scoraggiare il ricorso allo smaltimento in discarica”.

Corretta gestione rifiuti,risparmio 600 mld e meno gas serra 

Un ulteriore risparmio di 600 miliardi di euro e una riduzione delle emissioni di gas serra tra il 2 e il 4%. Questa la stima – riportata dal rapporto di Fise Unire e Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ‘L’Italia del riciclo’ 2014 – che la ricetta sulla ‘prevenzione dei rifiuti’ potrebbe portare a livello nazionale ed europeo guardando alle prospettive di crescita per il settore del riciclaggio. Secondo il report “il conseguimento dei nuovi obiettivi in materia di rifiuti creerebbe circa 600.000 nuovi posti di lavoro, rendendo l’Europa più competitiva e riducendo la domanda di risorse scarse e costose”. Le misure proposte, che consentirebbero peraltro di ridurre l’impatto ambientale, prevedono “il riciclaggio del 70% dei rifiuti urbani e dell’80% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030 e, a partire dal 2025, il divieto di collocare in discarica i rifiuti riciclabili”.

Fonte: ecodallecitta.it

Gas serra, record globale nel 2013. I nuovi dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale

Lo scorso anno, la quantità di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto un nuovo livello record, spinta da un’impennata dei livelli di anidride carbonica. Lo confermano i dati annuali della World meteorological organization

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Lo avevano detto, nei mesi scorsi, anche l’IPCC e la National oceanic and atmospheric administration. L’ennesima conferma arriva ora dall’Organizzazione meteorologica mondiale, che nel suo Greenhouse gas bulletin annuale ha ribadito che «la quantità di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto un nuovo livello record nel 2013, spinta da un’impennata dei livelli di anidride carbonica». Lo scorso anno, in particolare, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha raggiunto a un livello «pari al 142% rispetto all’era preindustriale (il 1750), mentre metano e ossidi d’azoto sono stati rispettivamente al 253% e al 121%». Inoltre, il tenore di anidride carbonica è cresciuto molto più tra il 2012 e il 2013 che in ogni altro anno dal 1984 a oggi. Oltre all’aumento costante delle emissioni globali, la causa potrebbe essere in un ridotto assorbimento della CO2 atmosferica da parte della biosfera.  Quale che sia la causa, comunque, i meteorologi avvertono che il pericolo per gli equilibri climatici mondiali è serissimo, sottolineando la «ancor maggiore urgenza nella necessità di un’azione internazionale concertata contro mutamenti climatici potenzialmente devastanti e che stanno accelerando». Tornando ai dati, il bollettino annuale della World meteorological organization rivela che tra il 1990 e il 2013 si è registrato un incremento del 34% nel cosiddetto “forcing radiativo” (il cambiamento nella radiazione netta media alla sommità della troposfera causato da un cambiamento della radiazione solare o infrarossa, ndr), ovvero l’effetto di riscaldamento sul nostro clima – a causa di gas serra come anidride carbonica, metano e ossidi d’azoto.  Agli attuali tassi di incremento, la concentrazione atmosferica media della CO2 potrebbe superare la soglia “simbolica” delle 400 Parti per milione – indicata dagli scienziati come il limite da non oltrepassare per contenere l’aumento globale di temperatura entro i due gradi Centigradi – già tra il 2015 e il 2016. Il tempo stringe davvero.

Leggi il comunicato WMO (in inglese)

Scarica il Greenhouse gas bulletin della WMO

 

Fonte: ecodallecitta.it

Auto, lo sporco segreto del potente gas serra HFC 134a usato per il condizionamento

Auto elettriche dell’America sono migliori per l’ambiente , ma condividono un piccolo sporco segreto .

Il super gas serra HFC 134a usato per impianti refrigeranti delle autovetture e deleterio per il clima è decisamente ancora troppo presente negli Usa e in Europa. Ma la Ue rispetto agli Stati Uniti ha fatto un passo avanti avendolo bandito per i veicoli di nuova costruzione a iniziare proprio dal 2014 con un processo che si dovrà concludere entro il 2017. Questo gas è così potente nel suo effetto serra che quando è disperso nell’atmosfera intrappola 1400 volte in più il calore rispetto all’anidride carbonica su un orizzonte temporale di circa 100 anni e la metà delle attuali emissioni di HFC provengono dalle perdite ai sistemi di condizionamento dell’oltre miliardo di autovetture circolanti sulle strade del Pianeta. I HFC o fluorocarburi sono gas usati per la refrigerazione e presenti anche nei frigoriferi, condizionatori o impianti antincendio. Se da un lato i CFC, HCFC e HFC ci hanno agevolato la vita sotto altri aspetti ce la stanno complicando. Infatti quando rilasciati in atmosfera vanno a interagire con lo strato di Ozono distruggendolo. I HFC in Italia rappresentano il 50% delle potenziali emissioni climalteranti e per ora siamo in grado di raccoglierne appena 4 grammi all’anno per abitante. Negli Usa così come in Europa per le case automobilistiche che hanno puntato verso la mobilità sostenibile arriva una verità scomoda: anche i veicoli che sono propagandati a emissioni zero hanno una bomboletta piccola con una sostanza chimica che contribuisce in maniera significativa al riscaldamento del clima. Negli Usa già un certo numero di Chevrolet, Buick, GMC e Cadillac utilizzano un refrigerante alternativo chiamato HFO 1234yf. Ma tra 16 modelli di auto elettriche presenti sulle strade americane solo due degli ultimi modelli Chevy e Honda Fit hanno abbandonato l’ HFC 134a. La risposta in genere data dalla case automobilistiche è che lo switch a un nuovi sistema richiede troppi investimenti.

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Ma come siamo arrivati a usare così massicciamente gli HFC? Con il protocollo di Montreal sottoscritto nel 1987 si iniziarono a azzerare le sostanze nocive per lo strato di ozono e l’ HFC 134a fu stato scelto come la migliore alternativa del momento per sostituire i CFC dannosi. Il risultato oggi è che la maggior parte del miliardo di auto sulle strade di tutto il mondo utilizzano il refrigerante HFC 134a che sta esacerbando il problema del riscaldamento globale. Il presidente Obama è intervenuto in merito cercando e portando a casa un accordo con la Cina per eliminare gradualmente la produzione di questi gas. Sebbene l’ HFC 134a e altri tipi di idrofluorocarburi hanno contribuito a meno dell’uno per cento del riscaldamento globale, secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Atmospheric Chemistry and Physics, ma l’uso di questi gas dannosi è in ascesa e le emissioni da HFC crescono a un tasso del 10 al 15 per cento all’anno. Se fuori controllo i soli HFC potrebbero aggiungere fino a 0,5 gradi Celsius di aumento della temperatura media globale entro la fine del secolo, circa un quarto di aumento dei 2 gradi Celsius entro cui le nazioni si sono impegnate a contenere all’interno di accordi internazionali. Il gas scelto come alternativa al HFC 134a è l’ HFO 1234yf sviluppato dalle americane Honeywell e DuPont chiamato semplicemente anche YF e che intrappola calore quanto l’anidride carbonica ma in Europa sebbene sia stato imposto di passare a questo gas sulle nuove autovetture a partire da quest’anno e fino al 2017 per completare il processo c’è grande resistenza da parte delle case automobilistiche in Europa volendo mantenere i HFC. Infatti l’ YF non è stato accettato da Daimler che ha spiegato che il gas era altamente infiammabile. Ma HFO 1234yf ha superato i test industriali EPA e proprio una settimana fa uno studio europeo della Commission’s Joint Research Centre (JRC) ha dimostrato che l’FY non è pericoloso per le autovetture. La battaglia legale però aperta tra Daimler e la Commissione europea per l’uso continuato da parte della casa automobilistica tedesca in alcuni suoi modelli del gas refrigerante R134a bandito dalla UE. Ha detto Antonio Tajani Commissario europeo all’Industria:

Stiamo aprendo una procedura contro la Germania . Questa non è una decisione definitiva da parte della Commissione.

Il che vuol dire che la Germania ha due mesi per rispondere. Il governo tedesco sta sostenendo Mercedes- Benz e la disputa potrebbe infine finire davanti alla Corte di giustizia europea , con la possibilità di pesanti multe e il richiamo di circa 130.000 Mercedes tra Benz Classe A, Classe B, CLA e SL poiché la Direttiva UE 2006/40/CE vieta l’uso di R134a in modelli omologati per la vendita dopo il dicembre 2010. I veicoli certificati in precedenza, o loro derivati​​, hanno tempo fino al 2017 per conformarsi. Volkswagen invece ha annunciato di preferire la CO2 sebbene costi di più. La CO2 è un refrigerante di classe A1 ossia di minima tossicità e non infiammabile. la sua classe di impatto sul riscaldamento globale (GWO) è 1 ed è anche uno dei gas refrigeranti con il minosr impatto sul clima tra quelli conosciuti. Ha una elevata capacità di raffreddamento ed è disponibile in tutto il mondo a basso costo. Il suo nome tra i refrigeranti è R744 tuttavia per far funzionare i sistemi con questo gas è necessaria una pressione da 5 a 10 volte superiore rispetto ai sistemi R134a, che richiede lo sviluppo di tubi, compressori e altri componenti. Questo solleva questioni di costo, circa il 30% in più nonché di durata. Inoltre, una perdita di CO2 nell’abitacolo pone questioni in merito alla sicurezza. In Italia a occuparsi della questione è Legambiente che proprio qualche giorno fa ha presentato la campagna “Rinfreschiamoci senza riscaldare il pianeta” in collaborazione con Hudson Technologies Europe. In particolare a essere posti sotto attenzione sono gli elettrodomestici che li contendono e in Italia il recupero degli HFC è stato di media di 4,4 grammi/abitante nettamente inferiore alla raccolta conseguita da Inghilterra o Germania che portano a casa rispettivamente 23,6 e 23,2 grammi per abitante. Un problema strettamente connesso all’uso dei gas refrigeranti è rappresentato dalla loro raccolta e smaltimento. Spiega Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente:

In Italia nel 2012 le stime indicano che lo stock di gas refrigeranti ammonti a circa 100 mila tonnellate, per un potenziale effetto serra di 250 milioni di tonnellate equivalenti, il 50% circa del totale delle emissioni di gas serra annuali a livello nazionale. Per i soli HFC, negli ultimi dieci anni, rispetto a una diminuzione generale delle emissioni di gas serra del 9%, l’aumento nel nostro paese è addirittura del 341%. Questi dati richiamano con forza l’importanza di una corretta gestione dei fluorocarburi e dello sviluppo dei nuovi refrigeranti naturali per vincere la sfida dei cambiamenti climatici. Una considerazione finale però mi preme farla nella battaglia dei gas refrigeranti per auto: ma il finestrino abbassato non basta più a rinfrescare l’abitacolo?

Fonte:  Inside climate, The truth about cars, Greencar congress

 

Colorado, norme più severe per le perdite di metano da fracking

Per la prima volta viene definita una regolamentazione pubblica del settore, che ridurrà inquinamento e emissioni di gas serra

Il Colorado, primo negli USA, sta per approvare una legge che regolamenterà in modo più stringente le perdite di metano legate all’estrazione dello shale gas. Le lobby del petrolio hanno cercato inutilmente di contrastare queste norme che imporranno controlli più severi e standard più alti per ridurre l’inquinamento ed evitare perdite di gas nel sistema. Secondo il Governatore democratico dello Stato, l’effetto delle nuove norme sarà equivalente a rimuovere tutte le auto dalle strade. Le aziende del settore propagandano il metano ottenuto con il fracking come un’alternativa più ecologica del carbone, dal momento che 1 kWh prodotto dalla combustione del gas produce il 40% in meno di emissioni di CO2; tuttavia, poichè il metano ha un global warming potential pari a 34 volte quello della CO2 su un arco di 100 anni, le perdite di gas di fatto vanificano i vantaggi rispetto al carbone.Anti-Fracking Protest March

Il problema è serio, perchè si stima che in tutti gli USA le emissioni di metano siano dal 50 al70% in più di quelle dichiarate, mentre lo stato più frakerato dell’Unione, il North Dakota, perde il 30% del suo metano in operazioni di venting e flaring. La regolamentazione del Colorado, che impone di ridurre le perdite del 95%, può rappresentare dal punto di vista politico la fine del laissez-faire per l’industria petrolifera e il ritorno all’iniziativa pubblica. Quattro città dello Stato si sono espresse contro il fracking sul proprio territorio, preoccupate per il consumo di acqua  e l’impatto ambientale, che si è già manifestato durante il fenomenale alluvione dello scorso settembre, che ha allagato centinaia di pozzi da fracking e vasche di raccolta dei fanghi di trivellazione, contaminando le acque superficiali e di falda su un’area molto vasta.

 

Fonte: ecoblog