«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

L’appello delle deputate del Gruppo Misto in Parlamento Sara Cunial e Silvia Benedetti: «Basta demandare all’Unione Europea, la competenza è nazionale. Dunque, si prendano misure drastiche».

«Abbiamo portato all’attenzione del ministro Centinaio l’annosa questione della moria di api che sta avvenendo in diverse parti d’Italia in seguito a un uso massiccio e scriteriato di pesticidi estremamente dannosi al loro habitat e alla loro vita, come per esempio il caso del Mesurol in Friuli per cui è stata aperta un’indagine o ancora i neonicotinoidi già banditi in diversi stati membri ma purtroppo ancora utilizzati in Italia». Ad affermarlo sono le deputate del gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti, che tornano sulla questione di cui, dopo un grande allarme qualche tempo fa, ora si tende a parlare sempre meno.

«Sebbene vi sia consapevolezza della strategicità del settore e dei gravi danni causati da alcune molecole agli ecosistemi e agli insetti impollinatori, ancora una volta si demanda a importanti decisioni all’Unione Europea, quando la competenza su queste disposizione è nazionale, come indicato nella normativa comunitaria e come altre nazioni, più lungimiranti e attente alla vita e alla salute ci insegnano».

«È bene ricordare che nelle campagne italiane ci sono milioni di alveari curati da oltre 45.000 apicoltori – continuano le deputate – miliardi di euro derivano dalla sola attività di impollinazione alle coltivazioni a cui si aggiunge il profitto di 22.000 tonnellate annue di produzione di miele. Un trend in continua crescita che dà lavoro a sempre più persone, soprattutto giovani e soprattutto al sud, e che fa dell’Italia un’avanguardia delle pratiche e tecnologie in questo frangente nonché uno dei principali produttori di miele d’eccellenza. Ma soprattutto è bene sottolineare che senza api perderemmo gran parte della nostra biodiversità, l’accesso a ingenti tipologie di cibo, la vita stessa è a rischio senza il loro lavoro – proseguono – Avremmo bisogno di azioni concrete e urgenti per favorire politiche agricole sostenibili e idonee a proteggere questo cruciale settore, purtroppo troppo spesso messo in crisi da pratiche scriteriate e anacronistiche – spiegano le deputate –  Ci chiediamo dove siano i paladini dell’occupazione, dell’innovazione, del Made in Italy e dei nostri prodotti di qualità. Ma soprattutto ci chiediamo dove siano tutti coloro che dovrebbero mettere la tutela delle persone e dell’ambiente al primo posto e fare del principio di precauzione il faro della loro azione politica. Confidiamo che in Italia quanto in Europa si mantenga ciò che è stato promesso e di ciò che moltissimi apicoltori, agricoltori e cittadini chiedono».

Fonte: ilcambiamento.it

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Lorna, la tredicenne che salva le api

Lorna è una giovanissima apicoltrice irlandese che nel suo tempo libero lavora in un apiario e si dedica alla cura e alla salvaguardia delle api. Nel 2015 ha ottenuto la licenza e nel 2016 ha vinto un premio per la conservazione di una specie autoctona. Come in molte altre parti del mondo, anche in Irlanda le api sono in forte declino. Proprio qui vive Lorna, una giovane apicoltrice di 13 anni che con il suo lavoro cerca di proteggere la popolazione delle api. Si occupa di apicoltura da cinque anni e passa gran parte del suo tempo libero a lavorare in un apiario nella zona a sud di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord. Lo scorso luglio è anche andata in Slovacchia per incontrare altri giovani apicoltori.

“Non so esattamente perché faccia tutto questo – racconta Lorna –, forse semplicemente perché amo le api e l’apicoltura. Fondamentalmente perché vedo questi animali morire ogni giorno e voglio fare qualcosa per aiutarli”.  

“Nella giornata tipo – continua Lorna – devo iniziare appena sorge il sole o comunque appena mi è possibile. Vado all’apiario, controllo tutti gli alveari e mi assicuro che abbiano cibo a sufficienza e non abbiano bisogno di nulla. Le attività da fare cambiano molto a seconda che sia inverno o estate”. 

Lorna è stata punta solo una volta, un giorno che aveva dimenticato il suo cappello protettivo. “Sono davvero bellissime. Non so perché la gente quando pensa a un’ape abbia il costante timore di essere punta. Se lo fanno non è per colpire te, semplicemente fa parte della loro natura”. 

“Se non ci fossero le api non avremmo neanche gran parte delle verdure, della frutta, del cibo che mangiamo ogni giorno perché mancherebbe la loro fondamentale funzione di impollinazione. Ma a parte questo per me sono davvero stupende”. 

La tredicenne irlandese è una presenza fissa presso l’associazione di apicoltori di Belfast sin da quando era un bambina, dove ha accumulato in fretta l’esperienza e le conoscenze necessarie per crescere una colonia e mantenerla in salute. La sua famiglia e i suoi amici sono fieri di lei e anche lei stessa è stata molto orgogliosa di essere stata la più giovane apicoltrice ad aver ricevuto il brevetto, ottenuto nel 2015 con volti altissimi. Lorna ha ricevuto il premio Duncan Saunders Memorial Trophy per il duro lavoro svolto per la conservazione dell’ape nera irlandese, una specie locale.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/lorna-tredicenne-salva-api/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Massimo Angelini, il filosofo della terra che ha reso libero lo scambio dei semi –

Filosofo della terra e della parola, Massimo Angelini ha incentrato gran parte delle sue attività sul mondo agricolo e sulla riscoperta della cultura contadina. Un’attenzione ed una passione che hanno portato a risultati straordinari, come una storica legge sullo scambio dei semi e la nascita di una Rete che oggi riunisce ben 40 associazioni impegnate per la custodia della biodiversità. Un essere umano, quando non si arrende, può davvero cambiare il mondo. Pacificamente.

Massimo Angelini… Massimo Angelini è una persona talmente speciale che non basta una storia per raccontarla e infatti abbiamo deciso di dedicargliene due. Massimo Angelini è un uomo che ha talmente tante cose da dire che l’ho dovuto intervistare tre volte prima di scrivere questo articolo. Massimo Angelini è un attore del cambiamento talmente poliedrico che è praticamente impossibile definirlo. Ma ci proverò lo stesso.

Partiamo dalla fine, ovvero dal nostro ultimo incontro: novembre 2018, Cagliari – Scirarindi. Io e il collega e amico Paolo Cignini lo intervistiamo nella hall del B&B in cui siamo ospitati. Massimo parla a bassa voce, come di sua consuetudine, eppure tu ti sforzi di non perdere nemmeno una parola quando lo ascolti perché ti rendi presto conto che nessuna sua parola è utilizzata a caso. E infatti Massimo si descrive come un “filosofo della terra e della parola”. E continua: “È difficile definirsi… siamo abituati a darci un’etichetta quando invece siamo diamanti e abbiamo moltissime sfaccettature ed è molto bello farle rilucere tutte quante anche se queste non comunicano tra di loro se non attraverso di noi”. 

E ha ragione. Tra una sfaccettatura e l’altra, Massimo – studioso di storia e filosofia – in questi anni ha (in ordine sparso e non cronologico) creato una casa editrice dedicata al mondo agricolo (Pentàgora), guidato la Rete Semi Rurali, curato il Bugiardino (il famoso almanacco rurale), cofondato il Mandillo dei semi e il Consorzio della Quarantina, ispirato la legge che oggi permette lo scambio di semi, nonché – ovviamente – scritto libri e tenuto decine di conferenze. Capite che tutto in un articolo o in un video non può stare, per cui oggi ci concentreremo sulle sue attività più legate al mondo agricolo e nella prossima puntata (che uscirà tra qualche settimana) approfondiremo la sua attività “culturale”, anche se mi rendo conto che è una decisione arbitraria e parziale. Sfaccettature. “Mi occupo da oltre trentacinque anni di studi legati al mondo rurale e alla cultura contadina – ci spiega Massimo – e da lì sono germinati tanti interessi: la mia attenzione verso le sementi, verso le biodifferenze (1), verso un’editoria attenta a questi mondi”.

Il consorzio della quarantina

“L’attenzione verso il mondo rurale mi ha portato a viaggiare per anni tra i contadini della montagna ligure e lì mi sono accorto (allora non si sapeva) che in passato i contadini si autoproducevano le sementi, mentre in quegli anni lo facevano solo i vecchi. Tra i ‘60 e gli ‘80, è come se si fosse saltata una generazione di conoscenze: i giovani questa autoproduzione non la facevano più”. 

“Andavo in giro – continua Angelini – e pur parlando in dialetto non venivo compreso dagli anziani. Non capivano come mai un ragazzo di 20 anni invece di uscire con la fidanzata andasse a chiedere dei semi: erano diffidenti e avevano ragione visto che i contadini sono sempre stati fregati da chi veniva dalla città. Dovevo quindi conquistarmi la loro fiducia. Inoltre non capivano l’interesse verso semi che loro stessi avevano abbandonato o in qualche modo dimenticato; li tenevano in qualche scantinato, ma erano fuori dall’orizzonte del loro sguardo. E quando una cosa è fuori dall’orizzonte dello sguardo presto tende ad uscire anche dalla memoria e dalla terra. Quindi mi ero organizzato! Usavo un’oretta per guadagnare la loro fiducia e una per fare domande ai contadini che piano piano ti parlavano della migrazione e della guerra. Ti offrivano il vino nel frattempo. Un vino che non era mai troppo buono, ma non potevi né dire che era buono (o eri percepito come ipocrita), né che era cattivo (perché risultavi maleducato). Così dicevo in genovese che ‘non era male’. E potevo andare avanti. Dopo vari tentativi, cominciavano ad aprirsi”. E con l’apertura arrivavano i racconti veri che spesso non seguivano logiche facili da comprendere per un ‘cittadino’.

“Ricordo ancora – ci confida Massimo – di un uomo nato nel secolo precedente che aveva tirato fuori un po’ di semini piccolini che teneva da più di 60 anni. Ovviamente pensai che fossero di qualche varietà speciale e lui invece mi spiegò che li teneva perché li aveva portati la moglie l’anno che si erano sposati, e ogni anno era come se rifacesse il matrimonio. 

Le sementi, infatti, le portavano le donne con il corredo”. 

Un aneddoto tra mille. E infatti Massimo ce ne racconta molti. Mentre parla traspare l’amore per queste genti e anche la gratitudine verso la loro ‘pazienza’. “Avevo voglia di restituire qualcosa a queste persone che mi avevano donato informazioni, tempo, emozioni. Non volevo agire secondo una sorta di ‘attività estrattiva’ nei loro confronti”. Da qui nasce l’idea del Consorzio della Quarantina (una particolare varietà di patate tipica di quelle zone). 

“Le patate sono una sorta di esperanto. Ognuno coltiva qualcosa di specifico, ma tutti coltivano le patate. Queste diventano un linguaggio comune a tutti. Ho quindi invitato una ventina di contadini della zona di Genova a non coltivare le patate ‘commerciali’ bensì qualche varietà locale. E così è nato il progetto del Consorzio. Una struttura associativa intorno a una varietà (e poi nel tempo di più) di patate, con lo scopo di creare un mercato protetto e dare la possibilità ai contadini di ottenere da queste varietà più reddito. Coltivando varietà specifiche, infatti, il mercato e il prezzo avremmo potuto stabilirli noi, uscendo da logiche subalterne insostenibili per un’agricoltura di montagna. Contestualmente si fermava l’abbandono di queste zone e i conseguenti danni che poi subisce anche chi abita in pianura!”.

La Rete Semi Rurali e una legge che cambia il mondo

Nel 1998 la comunità europea, con la direttiva 95, ha emesso le regole per riformare le leggi sementiere. E nel primo articolo veniva stabilito, tra le altre cose, che i semi si sarebbero potuti scambiare (anche gratuitamente) solo da soggetti iscritti ai registri sementieri nazionali. Questo comportava che le varietà non iscritte e che non rientravano nelle ‘caratteristiche di uniformità’, non potevano essere né vendute né regalate.  

“Il dono di una pannocchia o dei fagioli tipici diventava reato penale” – ci spiega Massimo. – Per questo nel 2000, insieme a Isabella Dalla Ragione, Oriana Porfiri e pochissime altre persone, abbiamo deciso di lanciare un coordinamento fra chi si occupava di questi argomenti per lavorare su una proposta di legge che permettesse all’Italia di andare in deroga rispetto a quella direttiva europea. Obiettivo raggiunto nel 2007 quando la proposta approda in Parlamento e diventa legge. Oggi, quindi, si possono scambiare le sementi purché esse ‘siano di varietà conservate da una famiglia nel corso delle generazioni’. 

Nel frattempo, e contestualmente, nasce la Rete Semi Rurali che si dà il compito di creare una sorta di coordinamento di secondo livello tra molte associazioni contadine. Massimo per un periodo è coordinatore nazionale. Oggi la rete è una struttura importante, che riunisce 40 associazioni, con uno staff di 10 persone che ci lavora a tempo pieno. La Rete – come spiega il sito – “sostiene, facilita, promuove il contatto, il dialogo, lo scambio e la condivisione di informazioni e iniziative tra quanti affermano i valori della biodiversità e dell’agricoltura contadina e si oppongono a ciò che genera erosione e perdita della diversità e all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e/o sulle colture geneticamente modificate”.

Il mandillo dei semi

In seguito all’uscita della direttiva 98/95, che di fatto vietava lo scambio o dono dei semi, era nata una giornata di libero scambio di semi autoprodotti, del tutto fuorilegge. Ovviamente tra gli ideatori troviamo Massimo.  “Lo abbiamo fatto nel 2000 come azione di resistenza, di obiezione di coscienza. Lo abbiamo chiamato Mandillo (che in genovese vuol dire fazzoletto, con cui si conservano frutto e funghi, è un po’ l’antenato del sacchetto di plastica). Abbiamo invitato anche i media comunicando loro che ci autodenunciavamo facendo qualcosa di vietato ma allo stesso tempo espressione di un diritto originario, legato alla sussistenza, che non poteva quindi essere limitato o disciplinato. La sussistenza viene prima di ogni norma”. L’evento fu subito un successo. Il Mandillo dei semi si è ripetuto anno dopo anno. In particolare dopo l’approvazione della legge del 2007 c’è stata ‘l’esplosione’ degli scambi che tutt’ora continua.

Ribellarsi alla bruttezza

Ancora una volta un uomo che non si arrende, unitosi ad altri uomini e donne pronti come lui ad attivarsi, ha dimostrato che il mondo si può cambiare eccome, partendo da un piccolo seme e arrivando ad approvare leggi in parlamento.  

“La mia idea – conclude Massimo – è che se non ci ribelliamo, in modo attivo e partecipato, alla bruttezza arriviamo ad un’anestesia che ci fa precipitare nel privato con soluzioni che ci chiudono dentro di noi. È fondamentale riflettere sulla bellezza, intesa come la definivano nel primo millennio i padri di lingua greca, ovvero espressione della luce, la luce che si rivela con i colori. È bello ciò che è vario, che esprime luce, così come fanno gli occhi di una persona. Se richiamiamo alla bellezza e alla luce abbiamo la speranza di ritrovare un mondo bello, di reagire in modo gentile a ciò che è brutto. Questo può portarci a risvegliarci all’esterno e alla politica”. 

Continua…. 

1. “Meglio utilizzare la parola biodifferenze che biodiversità”, ci spiega Massimo. La parola biodiversità, infatti, contiene diversità che viene da divergere. Quindi qualcosa che allontana i soggetti in questione. Meglio dire biodifferenza, che è un termine che indica invece ricchezza. 

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Riprese intervista e montaggio: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/massimo-angelini-filosofo-terra-reso-libero-scambio-semi-io-faccio-cosi-249/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

I pesticidi e l’agrochimica uccidono la biodiversità in Europa

In Europa si consumano 400.000 tonnellate di pesticidi all’anno e l’Italia è al terzo posto tra gli Stati della UE per consumo di sostanze chimiche in agricoltura. L’unico modo per preservare la biodiversità è dire basta all’utilizzo di chimica tossica.

In Europa si consumano 400.000 tonnellate di pesticidi all’anno e l’Italia è al terzo posto tra gli Stati della UE per consumo di sostanze chimiche in agricoltura. I residui di queste sostanze si concentrano nell’ambiente e nei nostri piatti: il 67% delle acque superficiali, il 33% delle acque sotterranee, il 66% della frutta e il 40% degli ortaggi che mangiamo risultano contaminati!

I rischi per l’ambiente e la biodiversità sono molteplici e ancora non del tutto conosciuti, mentre molti studi hanno ormai accertato conseguenze per la salute umana dall’esposizione “cronica” ai pesticidi, ovvero l’esposizione a dosi piccole e prolungate nel tempo, spesso con interazione di diversi principi attivi, rilevando un aumento dell’incidenza di vari tipi di tumori (cerebrali, alla mammella, al pancreas, ai testicoli, al polmone, sarcomi, leucemie, linfomi non Hodgkin e mielosi) e di malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer. L’inquinamento da pesticidi degli alimenti è un problema sempre più concreto, che – oltre ai lavoratori direttamente esposti e a chi vive accanto ai campi trattati – colpisce soprattutto i più piccoli. Alcune sostanze possono infatti arrivare al feto attraversando la placenta mentre i lattanti assorbono fitofarmaci attraverso il latte materno.

I pesticidi e l’agrochimica sono la più importante causa di perdita di biodiversità in Europa, producono inquinamento, perdità di produttività agricola sul lungo periodo e mettono in crisi gli ecosistemi producendo squilibri e fragilità. La moria delle api e di tutti gli insetti impollinatori, da cui dipendiamo per mantenere la produzione agricola, sono la dimostrazione evidente di un sistema fallito che è necessario cambiare. 

Per questo motivo il WWF ha organizzato in tutta Italia una mobilitazione STOP PESTICIDI che ha avuto una risposta importante in Italia e in particolar modo in Toscana, dove si è organizzata una marcia nei territori del Chianti, storicamente agricoli e come tali soggetti ai problemi dell’agrochimica.

La marcia, che ha visto tra i promotori anche ISDE, CAI Siena, Legambiente Siena, Biodistretto di San Gimignano e Biodistretto del Chianti, ha avuto un successo oltre le aspettative con decine di associazioni aderenti e centinaia di partecipanti che hanno sfidato temporali e pioggia battente per portare il loro messaggio di cambiamento.

Molti i giovani ed anche i bambini che hanno partecipato affiancando i più anziani in un percorso di oltre 9 chilometri che ha toccato i paesi di Radda e Gaiole, comuni patrocinanti. Tra i partecipanti molti attivisti e dirigenti del WWF locale, tra cui Valeria Rugi cui abbiamo chiesto perchè si sia scelto proprio il Chianti e questa data per la mobilitazione. La vicepresidentessa del WWF Siena risponde così: «La mobilitazione è rivolta ai ministri delle politiche agricole, dell’ambiente e della salute che dovranno a breve approvare il PAN (Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei fitofarmaci) e alle regioni che dovranno attuarlo nei loro territori e che poco hanno fatto fino ad ora. Il Chianti rappresenta al contempo un esempio del problema, con i vigneti diserbati e l’utilizzo massiccio di prodotti chimici, ed una soluzione dato che ci sono molte aziende che si sono dedicate con passione e convinzione al biologico; circa il 30 % del territorio è ormai bio». 

Alla marcia ha partecipato anche Mariarita Signorini presidentessa di  Italia Nostra nazionale che ha dichiarato: «La transizione al biologico è già iniziata: la superficie a biologico in Toscana supera il 18% del totale regionale. Purtroppo la crescita dal 2015 si è però arrestata, a differenza che in altre regioni dove il bio continua a crescere. Colpa della politica regionale che favorisce l’agricoltura integrata, che usa pesticidi chimici. Basta dire che autorizza l’uso di pesticidi perfino nelle aree di salvaguardia dei pozzi ad uso idropotabile!».

Gli obiettivi che la marcia ha rivendicato per il nuovo PAN sono:

– Raggiungere almeno il 40% della superficie agricola nazionale a biologico entro il 2030 utilizzando meglio i finanziamenti europei per l’agricoltura.

– Ridurre i rischi per i residenti nelle aree rurali e gli agricoltori fissando distanze minime di sicurezza dalle abitazioni e dalle coltivazioni biologiche per difenderle dal rischio di una possibile contaminazione accidentale.

– Nei siti Natura 2000 e nelle altre aree naturali protette deve essere vietato l’utilizzo di pesticidi pericolosi per gli habitat e le specie selvatiche, con misure di conservazione della biodiversità regolamentari vincolanti.

– Adottare tecniche biologiche per la manutenzione delle aree non agricole (rete viaria, ferroviaria) con particolare attenzione al verde pubblico e agli spazi utilizzati dalla popolazione residente nelle città.

– Prevedere il divieto totale del glifosato in Italia entro il 2022, escludendo qualsiasi ipotesi di rinnovo dell’autorizzazione concessa per cinque anni dall’Unione Europea il 27 novembre 2017.

– Definire criteri più rigorosi per la concessione delle deroghe per l’utilizzo di pesticidi di norma vietati a causa della loro pericolosità per la salute umana e per gli ecosistemi.

«La manifestazione si è conclusa trasmettendo grande energia e una sfida – hanno detto gli organizzatori – non è che l’inizio; la lotta andrà avanti fino a quando non saranno ottenuti i risultati sperati».

Fonte: ilcambiamento.it

Biodiversità: rischiamo il collasso del sistema alimentare

La Fao ha pubblicato il primo rapporto sullo Stato delle Biodiversità nel Mondo e i risultati non sono incoraggianti. Secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura siamo vicini al collasso dell’intero sistema di produzione alimentare.

“Arginare la perdita di biodiversità deve diventare una priorità nelle agende dei governi mondiali”. È quanto afferma Slow Food commentando il primo rapporto pubblicato dallo FAO sullo stato della biodiversità secondo cui siamo vicini al collasso dell’intero sistema di produzione alimentare. Il modello attuale di agricoltura, industriale ed estensivo, alla base dei nostri sistemi alimentari è al collasso, con gravi ripercussioni anche per la nostra salute. È questa la conclusione del rapporto Stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura che la Fao ha pubblicato illustrando prove preoccupanti rispetto al danno irreversibile e catastrofico sulla biodiversità del nostro pianeta, in particolare quella legata al cibo.

Tra le altre cose, il rapporto denuncia la riduzione nella diversità delle coltivazioni e delle razze da cui dipende la nostra alimentazione, la distruzione di habitat e terre destinate alle coltivazione e la gestione insostenibile delle risorse naturali.  

“Sono trent’anni che Slow Food denuncia questi pericoli e ogni tanto abbiamo avuto la sensazione di predicare nel vuoto. Oggi la situazione sta cambiando, ci pare che la gente sia più sensibile, ma forse non ci si rende conto della gravità del problema: un conto è una perdita, un conto è un collasso catastrofico. Dobbiamo sperare di essere ancora in tempo evitare questa estinzione di massa ma abbiamo bisogno dell’impegno di tutti, non solo della Fao e di Slow Food, ma di tutta la gente di buona volontà”, commenta Piero Sardo presidente della Fondazione Biodiversità Onlus.  

Da molto tempo Slow Food lavora insieme alla Fao per definire e sviluppare un modello migliore per i consumatori, per i produttori e per il pianeta. Inoltre, il presidente di Slow Food Carlo Petrini è da diversi anni ambasciatore speciale della Fao in Europa per Fame Zero.

“Non resta più molto tempo – commenta Slow Food – Abbiamo 10 anni per invertire lo stato attuale delle cose o si rischia un collasso totale e irreversibile. E questo cambio di rotta si può innescare unendo le conoscenze e le tecnologie moderne ai saperi tradizionali, ridefinendo il nostro approccio all’agricoltura e alla produzione di cibo, ponendo la tutela della biodiversità e l’ecologia al centro delle agende politiche. A ogni livello, dalle piccole produzioni fino ai governi, è necessario adottare regolamenti – come ad esempio le politiche agricole comunitarie in Europa – che proteggano la biodiversità alimentare e agricola. Non dobbiamo perdere le speranze che lo stato attuale possa cambiare. Il successo dei progetti di Slow Food ne è la prova. Dobbiamo agire insieme, e dobbiamo agire subito, per salvare il nostro cibo, per salvare il nostro pianeta, per salvarci”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/biodiversita-rischiamo-collasso-sistema-alimentare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Dal parapendio al butterflywatching, nuovi modi per scoprire la biodiversità

Oltrepò Outdoor Experience è un insieme di proposte di attività all’aria aperta sostenute dal progetto AttivAree con un minimo comune denominatore: scoprire in modo lento ed ecologico l’incredibile patrimonio di biodiversità che caratterizza l’Oltrepò Pavese. C’è chi preferisce scoprire il territorio immergendovisi, attraversandolo con il passo allenato del trail runner, respirando l’aria dei boschi e percorrendo i lunghi sentieri montani e collinari di questa fetta d’Italia tanto sconosciuta quanto affascinante.

A lui o lei è rivolto l’invito di Federico di Oltrepò Trail, associazione nata «per incentivare le persone a fruire del territorio in un modo un po’ inusuale: la corsa in montagna». Volete risparmiare fiato e godervi il paesaggio dell’Oltrepò ancora più lentamente? Niente paura! Oltre che di trail running, Federico è anche istruttore di nordic walking. Ma c’è anche chi la Natura preferisce ammirarla dall’alto. Proprio così: vi poterete librare a centinaia di metri d’altezza e sorvolare la campagna pavese come una poiana. Non un uccello a caso, visto che questo rapace è uno dei simboli dell’Oltrepò Pavese e dà anche il nome al locale club di parapendio. Il volo libero è un modo alternativo e certamente affascinante per visitare una delle culle della biodiversità europea. «Ho sempre tenuto molto a questo territorio – ci confida Lucia del club Le Poiane d’Oltrepò – e sono stata piacevolmente colpita dal progetto Oltrepò(Bio)diverso. Credo che quando si fanno delle azioni concrete valga davvero la pena seguirle e dare il proprio contributo».

Già, perché queste esperienze turistiche e sportive sono unite da due aspetti. Il primo, naturalmente, è che consentono di esplorare da nuove prospettive un territorio intrigante come quello dell’Oltrepò. La seconda è che sono sostenuti dal progetto Oltrepò(Bio)diverso, portato avanti da Fondazione Cariplo con il sostegno di numerose realtà locali nell’ambito del programma AttivAree, dedicato alla riscoperta e alla rivitalizzazione delle zone marginali del nostro paese. Ma torniamo alle outdoor experiences fra cui può scegliere chi vuole avventurarsi in Oltrepò. Non siete degli sportivi e preferite una passeggiata fra i filari sorseggiando un bicchiere di buon vino? Ancora una volta, questo è il posto giusto per voi! Giacomo, della cantina Torre degli Alberi, ci racconta un progetto che lega a doppio filo il turismo enologico con quello naturalistico: «ViNO – Vigneti e Natura in Oltrepò è volto a tutelare la biodiversità nei vigneti di questa zona. Ciò avviene in particolare attraverso il monitoraggio delle farfalle e di alcune specie di uccelli e la preservazione del loro habitat». Ma le vere regine dell’Oltrepò sono loro. Con ali delicate e variopinte volano da un fiore all’altro portando alta la bandiera della biodiversità, che qui si manifesta in maniera dirompente. L’Oltrepò è infatti la casa di più di 120 specie di farfalle, come ci ricorda Francesco Gatti, dell’associazione IOLAS.

«Il progetto Oltrepò(Bio)diverso, all’interno del programma AttivAree, ha individuato sei siti di particolare pregio nei quali il visitatore può apprezzare questa incredibile varietà grazie anche al supporto di pannelli informativi che lo accompagnano lungo i percorsi», spiega Francesco. Il butterflywatching infatti può essere davvero una risorsa importante nell’ambito dell’eco-turismo, alla portata di tutti e adatta a grandi e piccoli.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/parapendio-butterflywatching-scoprire-biodiversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cesare Grandi: Lo Chef che a Torino offre biodiversità e cultura gastronomica

La storia di un cuoco rinomato che sceglie di proteggere antichi sapori, biodiversità e salute. Promuovendo il consumo critico, avvicina i clienti e i bambini alle conoscenze antiche e alle potenzialità che la cultura gastronomica italiana non ha ancora espresso. Una storia di autonomia, sapore e creatività.

Cesare Grandi è un rinomato chef di Torino che propone una cultura gastronomica ricca di conoscenze diverse.
Cresciuto in una famiglia di medici illuminati, oncologi, immunologi esperti di fitoterapia e nutrizione, pensò di voler proseguire la sua attitudine familiare alla salute iscrivendosi alla facoltà di medicina. Scoprì soltanto in seguito di voler impiegare queste conoscenze, ricevute per “induzione” familiare, unendo la forte attenzione al tema della prevenzione delle malattie con la ricerca del gusto e dei sapori. Quindi diventa Chef e approfondisce i molteplici aspetti legati alla produzione e preparazione del cibo, insieme a quelli connessi alla cultura dei territori e all’impatto sull’ambiente. Ora Cesare è un cuoco rinomato ed il suo ristorante, La Limonaia Food as Culture, è considerato anche un punto di riferimento in cui vengono offerti cibo locale, genuino e legato ai saperi tradizionali, rielaborato con creatività e voglia di promuovere salute e ambiente.

Ho scelto di essere “piccolo“, autonomo, per poter garantire cibo artigianale distanziandomi dalla ristorazione dei grandi numeri, dei grandi spazi, dei marchi famosi e degli alimenti più industriali. Scelgo i miei fornitori, produttori, allevatori per poter differenziare l’offerta culinaria e promuovere chi protegge il territorio, chi usa metodi naturali”.

Le tradizioni culinarie delle diverse zone d’Italia, dal mare agli Appennini, dalle campagne alle Alpi, sono il nostro vero patrimonio, la nostra ricchezza e ce la riconoscono in tutto il mondo. Diffondere una cultura gastronomica varia e che racconti la biodiversità dei luoghi aiuta a creare identità e ricchezza del territorio, aiuta a custodire gli antichi saperi.”

Cesare investe molte energie nel diffondere conoscenze che integra tra quelle provenienti dai suoi studi gastronomici, dei saperi tradizionali locali e dall’imprinting familiare.  

“Il rapporto con i piccoli produttori mi spinge a far conoscere ai clienti la stagionalità dei prodotti, le scelte etiche della filiera, le storie della natura e di come anche oggi si possa scegliere la qualità alla quantità. Ad esempio, nei miei piatti, utilizzo piante e fiori spontanei potendo spiegare sia i loro effetti sull’organismo, sia l’apporto del metodo di preparazione che ho scelto: il sapore è il risultato che mi piace condividere.”

Da 4-5 anni Cesare ha attivato un progetto per i più piccoli, delle scuole elementari e medie: Assaggi.
“L’intento è accorciare la distanza dei bambini dalle materie prime che consumano. Anche se sui mass-media si parla moltissimo di cucina, le persone, e quindi anche i bambini hanno una conoscenza superficiale e spesso falsata degli alimenti ed un rapporto con l’alimentazione meno “nutriente” di quello che dovrebbe essere. Insegno il consumo critico giocando, una parte teorica e una sensoriale, attraverso fiabe ed esperienze dirette. Ad esempio in una classe c’era un bambino non vedente allora ho fatto bendare tutti i partecipanti e abbiamo lavorato sugli altri sensi, odorando, toccando e assaggiando. Mangiare è anche scoprire. Per raccogliere l’esperienza del progetto “Assaggi” è in lavorazione un libro sull’educazione alimentare nei bambini. Uno dei miei obiettivi è quello di collaborare con le mense scolastiche ma è veramente difficile, un po’ per i cavilli burocratici e un po’ perché cambiare abitudini in termini di qualità della conservazione, della gestione degli sprechi, delle trasformazione utili e pregiate delle rimanenze è faticoso. Ma la ristorazione nelle scuole potrebbe essere una vera opportunità di crescita sociale ed economica. L’Italia ha enormi potenzialità”.

Tra le altre cose Cesare produce grissini artigianali prodotti con il lievito madre della Limonaia che saranno messi in commercio con il packaging realizzato da Luciana Delle Donne di Made in Carcere.  Inoltre, in occasione dell’evento “La Joie de vivre” di Micol Ferrara, Cesare presenterà un nuovo menu dedicato alla Sicilia e annuncerà una serie di eventi che vedranno la collaborazione tra Cesare e Made in Carcere.

Lontano dalle massificazioni del gusto e dei circuiti economici della ristorazione dei grandi investimenti, Cesare unisce le sue passioni alle scelte etiche personali: attenzione, cura, pazienza e rispetto per poter vivere della propria creatività, offrendo sapori unici e cultura.

Foto copertina
Didascalia: Cesare Grandi
Autore: La Limonaia – Food as Culture
Licenza: La Limonaia – Food as Culture

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/cesare-grandi-chef-torino-offre-biodiversita-cultura-gastronomica/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Oltrepò Pavese: bellezza e biodiversità a ritmo lento

Fondazione Cariplo, Touring Club Italiano e diverse associazioni no profit del territorio uniscono le forze per far rinascere l’Oltrepò Pavese, area poco conosciuta ma dalle grandissime potenzialità, che raccoglie fra le sua valli Natura, cultura, tradizioni e un grande patrimonio enogastronomico.

«Queste noci sono più piccole di quelle che si trovano in giro, ma sono anche più saporite. Eppure nessuno le conosce. L’Oltrepò è così: una regione poco nota, che non ha una narrazione adeguata». L’esempio che ci fa il giornalista e scrittore Giorgio Boatti affondando la mano in un invitante cesto di noci è perfetto per spiegare il carattere di questa regione e inquadrare gli obiettivi del progetto “Oltrepo(Bio)diverso, la natura che accoglie”

Portato avanti da una ventina di enti no profit del territorio e sostenuto con forza da Fondazione Cariplo nell’ambito del programma di rivitalizzazione delle aree interne “AttivAree”, questo progetto ha lo scopo di recuperare le tradizioni e le eccellenze territoriali per porgerle a un turismo mutato nel corso del tempo.

Mutato perché alle incursioni mordi e fuggi dei milanesi che hanno caratterizzato i flussi turistici dei decenni scorsi si sta sostituendo una frequentazione diversa. Il turista ideale dell’Oltrepò non deve avere fretta, deve avere il piacere della lentezza, l’occhio allenato a cercare le piccole cose. In questa parte d’Italia si incontrano la zona climatica continentale e quella mediterranea e da questa mistura nasce grande fecondità. Ed è proprio sulla biodiversità e sul suo patrimonio naturale che l’Oltrepò Pavese ha puntato tutto nella sua sfida per la rinascita avviata attraverso il Progetto Oltrepò(Bio)diverso. In quest’area a elevato indice di biodiversità – dove sono state censite ben 122 specie di farfalle, più del 40% di quelle italiane e il doppio delle specie che volano in Gran Bretagna – è in corso un processo per la rinascita, che ha messo in campo molte azioni articolate su vari assi d’intervento. I risultati arrivano: ultimo solo in ordine di tempo, la nascita di una guida dedicata a marchio Touring Club Italiano

«È guida di non tante pagine, ma di grande densità di informazioni, all’interno della quale abbiamo cercato di raccontare il territorio mettendone in risalto gli aspetti più curiosi», racconta Gino Cervi, scrittore e coautore di “Oltrepò Pavese – L’appennino di Lombardia”. «È un po’ un invito al viaggio attraverso percorsi non convenzionali, storie legate a una cultura millenaria ma anche contemporanea». 

«L’Oltrepò Pavese ritratto in questa guida stupisce ed entusiasma, confermandosi meta di fascino per un turismo di prossimità che guarda alle città dietro l’angolo. Gli itinerari proposti sono ‘gite fuori porta’ che in un pugno di chilometri conducono in un mondo ricco di suggestioni, dove la natura con la sua immensa riserva di biodiversità domina e incanta», spiega Giuseppe Guzzetti, Presidente di Fondazione Cariplo, commentando l’iniziativa. «Questa pubblicazione è frutto di un più ampio processo di rinascita del territorio avviato grazie al Programma AttivAree di Fondazione Cariplo dedicato alle aree interne e rappresenta un’importante opportunità di rilancio per l’Oltrepò Pavese, che si afferma come sorprendente luogo di interesse turistico». 

Partendo dal titolo della guida, Giorgio Boatti approfondisce ulteriormente il senso del progetto: «L’appennino è una specie di sintesi dell’italianità: durevolezza e misura. E sfocia nella pianura padana proprio nell’Oltrepò Pavese. L’obiettivo della guida è rendere chi la legge consapevole di questo congiungimento fra pianura e appennino, ma anche quello di fare formazione sugli operatori del territorio». 

In quest’ottica va la Scuola di Narrazione Territoriale, nata all’interno del progetto, che ha l’obiettivo di creare una visione dell’identità e fare sì che gli abitanti la facciano propria. È una narrazione-mosaico che contiene i personaggi, i luoghi e le tradizioni. Attorno a essa si creano competenze e si uniscono delle professionalità.

Si guarda dunque anche agli aspetti più concreti, come testimonia un’altra iniziativa nata con il fine di valorizzare quest’area: con Open Innovation Center, si mira alla tutela e salvaguardia del patrimonio ambientale. Attraverso il coinvolgimento di tre Università (Pavia, Milano Piacenza e Genova) sono infatti partiti, programmi di sperimentazione e ricerca in campo agronomico finalizzati al recupero e valorizzazione di specie autoctone e iniziative di diffusione della conoscenza del patrimonio di biodiversità mirate allo sviluppo dell’ecoturismo. La sfida di Oltrepò(Bio)diverso è quindi quella di riabilitare questa zona dopo che è stata penalizzata dalla superficialità della frequentazione degli anni passati e dal progressivo spopolamento. Proprio in questa direzione va il concerto di iniziative che si intrecciano con un minimo comune denominatore: la volontà di valorizzare la grande biodiversità che si forma qui in ogni ambito. 

«L’Oltrepò ha una strana caratteristica», ci racconta in conclusione Giorgio Boatti. «È un saggio e sperimentato uomo che ha lo spirito innovativo dell’adolescente, che davanti alle sfide non si ritrae, pur ponderandole attentamente con estrema serietà. Qui hanno capito che il domani si costruisce oggi, quindi mi immagino un territorio che in futuro manterrà i suoi fondamentali – ambiente, natura, piccoli borghi, atmosfera rilassata –, ma non avrà paura dell’innovazione. Oggi è un territorio inclusivo e siamo in cammino per fare sì che lo sia anche nei prossimi anni». Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/oltrepo-pavese-bellezza-biodiversita-ritmo-lento/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Molino Ferrara: filiera chiusa, produzione artigianale e grani antichi

Si trova nel cuore della Sicilia un pastificio virtuoso gestito oggi da due fratelli che con il loro lavoro cercano di valorizzare il territorio siciliano e la sua ricca biodiversità. Situato a Caltanissetta, il Molino Ferrara può vantare una parte di produzione fatta con un molino a pietra e che lavora esclusivamente grani antichi. Il Molino Ferrara ha una storia che risale all’inizio del Novecento, quando in provincia di Caltanissetta una famiglia decideva di inaugurare un molino a pietra. Negli anni ‘70 questo molino – che nel frattempo ha subito modifiche – viene acquisito dalla famiglia Ferrara e oggi è gestito dai fratelli Alessandro e Carlo, che decidono di recuperare il molino a pietra, che era stato abbandonato, e di avviare una produzione artigianale di grani antichi (accanto alla classica produzione industriale del molino a cilindri).

«La passione ci ha spinto a recuperare il molino a pietra, che doveva essere alimentato. E come farlo se non con i grani antichi?», spiega Alessandro, uno dei responsabili dell’azienda. «Così abbiamo cercato chi ancora produceva o custodiva quella minima parte di grano antico e poco alla volta abbiamo convinto anche i nostri clienti, che producevano grano moderno convenzionale, a produrre grano antico, dando anche a loro un valore aggiunto ovviamente nel prezzo affinché fosse conveniente anche per loro».

È questo, infatti, uno degli elementi portanti che definisce il Molino Ferrara come un’azienda virtuosa: la filiera è chiusa, perché il Molino attinge direttamente dagli agricoltori senza intermediari. Le farine sono tante e di diversi tipi (fra i grani antichi ci sono la varietà senatore cappelli, la maiorca, il perciasacchi, il margherito e altre) e portano alla produzione sia di semole rimacinate per la panificazione che di “semola a spigolo vivo” per la produzione di pasta. Il prossimo obiettivo del Molino Ferrara è la «produzione di biscotti fatti con farina integrale di grani antichi molita a pietra».molino-ferrara-1

Questa parte di produzione segue dunque il ciclo della trasformazione del grano in farina proprio “come si faceva una volta”. Prima c’è lo stoccaggio, ovvero la prepulitura del grano; poi la parte della miscela delle varie varietà di grano che si andranno a lavorare; poi due puliture e l’effettiva lavorazione (macinazione) del grano, fino a raggiungere il prodotto finito.  Anche nell’utilizzo di grani convenzionali, però, c’è una forte attenzione alla qualità, sebbene il modo di lavorarli sia diverso: «Cerchiamo di scegliere i grani autoctoni, che hanno determinate caratteristiche che ci consentono un prodotto eccellente. Di solito noi lavoriamo il simeto, che è un grano che si produce qua in Sicilia e che ha un alto contenuto di glutine o l’arcangelo che è un altro grano autoctono».

Si tratta certo di una scelta virtuosa e di un mercato (quello della produzione artigianale) in forte crescita. «Da qualche anno a questa parte ci sono stati degli studi mirati per capire se effettivamente i prodotti fatti con la lavorazione artigianale come lo era una volta e soprattutto con la materia prima antica siano davvero nutraceutici e non soltanto nutrienti», spiega ancora Alessandro. Ma è stata anche una scelta coraggiosa: «Quando abbiamo iniziato questo percorso dei grani antichi diciamo che è stata inizialmente una scommessa perché l’abbiamo fatto inizialmente per passione e non per business e abbiamo potuto riscontrare che la vendita era più che altro rivolta al mercato estero o al nord Italia».molino-ferrara-2

Ma da quando, venti anni fa, i fratelli Ferrara hanno rinnovato il molino a pietra, qualcosa è cambiato, anche in quella parte di Sicilia prima restia ai cambiamenti. «Da un paio di anni a questa parte anche i nostri conterranei si sono sensibilizzati e siamo riusciti ad aumentare la vendita nel nostro territorio. Infatti questo è uno dei temi che io ho sempre cercato di mandare avanti: valorizzare il territorio ma soprattutto quello che ci offre il territorio perché la Sicilia è una delle regioni con la più alta biodiversità rispetto a tutte le altre regioni d’Italia».

Questa idea apre ad un dibattito più grande, che è quello dello sviluppo dell’economia attraverso un turismo alimentare. Una regione la si scopre anche attraverso il cibo e puntare su questo tipo di mercato potrebbe essere una scelta vincente anche per creare nuovi posti di lavoro: «Se noi avessimo un’organizzazione e una mentalità più aperta rispetto a quella che abbiamo avuto fino ad adesso potremmo sfruttare questi prodotti anche per un discorso economico e quindi creare posti di lavoro e sviluppare un turismo legato ai prodotti alimentari».

Nel frattempo l’azienda Molino Ferrara prosegue nel suo piccolo, con i due fratelli responsabili e altri otto collaboratori, innovandosi attraverso la tradizione e portando anche a piccoli cambiamenti nel territorio. Un’azienda portata avanti «grazie alla passione», che riconferma ancora una volta come le scelte fatte col cuore siano poi le migliori.

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/io-faccio-cosi-228-molino-ferrara-filiera-chiusa-produzione-artigianale-grani-antichi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cibo e ambiente: buone pratiche di sostenibilità

La rete Agricoltura Sociale Lombardia racconta con esempi concreti le sue iniziative di contrasto allo spreco, tutela ambientale, valorizzazione della biodiversità mantenendo intatto il prezioso ingrediente dell’inclusione lavorativa e sociale. Ecco alcune pratiche virtuose dai territori di Brescia, Varese e Cremona. Il cibo è un elemento imprescindibile per la nostra vita e rappresenta un argomento che traghetta con sé numerose riflessioni, destando al contempo importanti quesiti. Si è celebrata ieri 16 ottobre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, per ricordare la fondazione della FAO – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, avvenuta nel 1979, e soprattutto per sensibilizzare l’opinione pubblica su tutto ciò che riguarda il tema. A partire dal 1981 ogni 16 ottobre è stato presentato un focus tematico speciale correlato a quello protagonista, puntando l’attenzione su diversi argomenti cardine come la biodiversità, il contrasto alla povertà, il diritto al cibo e in particolare l’agricoltura. Quest’ultima ha rappresentato il tema più ricorrente e allo stesso tempo fondamentale nelle sue diverse declinazioni: ad esempio come chiave di volta per “spezzare il ciclo della povertà rurale” (edizione 2015) o come cartina tornasole dei cambiamenti climatici (edizione 2016). Il focus principe di questo 2018 ricorda che “Le azioni sono il nostro futuro. Un mondo Fame Zero entro il 2030 è possibile”. Per l’occasione la rete di Agricoltura Sociale Lombardia, impegnata in azioni di inclusione lavorativa e sociale di persone con svantaggio di vario tipo, dà voce ad alcuni esempi di realtà che fungono da testimonial virtuosi sul fronte delle tematiche al centro di questa giornata.

“La nostra rete regionale è formata da cooperative, aziende agricole ed enti che valorizzano la biodiversità e lavorano da tempo all’insegna della promozione di un’agricoltura sostenibile e rispettosa dell’ambiente oltre che sana per i consumatori – evidenzia Adriana Pagliarini, coordinatrice della rete Agricoltura Sociale Lombardia – Tutto questo coinvolgendo sempre l’aspetto dell’inclusione che rende protagoniste in questo processo virtuoso le persone con svantaggio che trovano riscatto e un’opportunità formativa oltre che professionale”.Agricoltura-sociale-Rigenera

Il progetto Rigenera

A Cremona nulla si spreca ma tutto si Rigenera

Un nome che è tutto un programma quello del progetto della Cooperativa Nazareth del territorio cremonese. Rigenera è, infatti, il titolo metaforico e allo stesso tempo concreto dell’esperienza di orticoltura sociale a favore dell’inclusione lavorativa e formativa di persone con svantaggio. Sul fronte del tema protagonista Rigenera si impegna su ben tre livelli tutti intrecciati inscindibilmente tra loro, come conferma la coordinatrice territoriale di rete Giusy Brignoli, anche referente della coop. “Il primo livello è quello dell’informazione – spiega –  Attraverso la newsletter settimanale di Rigenera diffondiamo tra i clienti e i lettori una cultura attenta agli stili di vita e a cosiddetto basso impatto ambientale. In queste ultime settimane stiamo, ad esempio, puntando molto sul l’importanza di valorizzare quelli che in cucina sono solitamente ritenuti degli scarti: le bucce, le foglie esterne della verdura, etc. Vengono così proposte alcune ricette sfiziose per invogliare chi legge a provare qualche nuovo e gustoso esperimento che oltre a far bene all’ambiente fa molto bene anche alla salute. È, infatti, risaputo che proprio in questi apparenti scarti sono in realtà contenute sostanze molto importanti per l’organismo, come vitamine e fibre. Inoltre questo tipo di azione anti spreco è un toccasana anche per il portafoglio: spesso non ci rendiamo conto che molte cose acquistate con la spesa vengono inutilmente buttate via quando invece potremmo utilizzare al meglio”. L’altro livello di impegno è quello rappresentato dalla filiera: “Grazie alla possibilità di trasformare i nostri prodotti agricoli all’interno del laboratorio allestito nell’ambito della casa circondariale di Cremona abbiamo ottenuto il traguardo di un bassissimo scarto di verdure. L’invenduto del giorno viene, infatti, ogni volta cucinato. Ciò che invece non è utilizzabile per la trasformazione viene trasportato nei campi agricoli per divenire concime per le nostre piante. Niente viene quindi sprecato”.Coltivazioni-progetto-Rigenera-Cremona

Coltivazioni del progetto Rigenera

Informazione, sensibilizzazione, laboratorio di trasformazione agroalimentare: dalle ricette anti-spreco alla salvaguardia del valore del cibo dal campo al piatto e poi ancora al campo perché tutto torna ad essere prezioso. Il progetto di Rigenera, i cui prodotti hanno ottenuto la certificazione biologica e ambientale, tocca una terza tappa fondamentale che coinvolge la rete di distribuzione territoriale. “Il nostro terzo livello è quello che chiamiamo di educazione – racconta la referente del progetto – Grazie a una serie di convenzioni che Nazareth ha stretto con alcuni supermercati del territorio fra cui Coop Lombardia, i nostri operatori del settore dei servizi educativi settimanalmente passano in questi punti vendita a ritirare alimenti in fase di scadenza per poi distribuirli nelle parrocchie e in alcuni istituti religiosi con l’aiuto dei ragazzi aventi svantaggio coinvolti nelle attività inclusive. Questo dimostra che con un semplice gesto di attenzione e recupero di ciò che è ancora buono e utilizzabile si può offrire un aiuto concreto senza che niente venga buttato”.

“Crediamo molto in tutto questo perché lo riteniamo ricco di valore economico e sociale – evidenzia Giusy Brignoli – La nostra missione quotidiana è quella di valorizzare persone con svantaggio come migranti, detenuti, soggetti con disturbi psichici che la società ritiene scarto e che invece per noi rappresentano una risorsa fondamentale, certi che possano dare al nostro territorio un esempio virtuoso replicabile da tutti”.Agricoltura-sociale-giovani-La-Monda.jpg

La cooperativa agricola biodinamica La Monda

A Varese “La Monda” coltiva l’ingrediente prezioso della biodinamica

Un percorso che si snoda tra le radici della tradizione e i germogli di aspirazioni che coltivano il rispetto per l’ambiente e il benessere dell’uomo. La storia della cooperativa agricola biodinamica “La Monda” del territorio di Varese è all’insegna di passato, presente e futuro. Il termine “monda” deriva dal famoso “mondare nel senso di trascegliere i bozzoli e ripulirli da ogni mondiglia”. A rappresentare la struttura fisica del progetto è la cascina omonima inserita in un’area di oltre 83.000 mq di terreno agricolo, di cui 35.000 mq di bosco misto con castagni. Gli edifici si estendono per 1.200 mq circa, ai quali si aggiungono strutture agricole e un importante punto vendita di prodotti biologici e biodinamici. Il tutto coinvolge anche l’orma di una figura emblematica come quella della studiosa Irene Cattaneo che nel 1996, per volontà testamentaria, lasciò la proprietà de “La Monda” alla Società Antroposofica in Italia, con l’auspicio della realizzazione di una piccola azienda biodinamica e di un progetto di attività antroposofica. Oggi “La Monda” riunisce così sia il progetto dell’Associazione “La Monda” onlus per la Pedagogia Curativa e Socioterapia Antroposofica sia la Società Agricola Biodinamica omonima, nata nel 2001, trasformandosi poi nel 2009 in cooperativa di tipo A e B che oltre a gestire la produzione si impegna per favorire l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, sviluppando al contempo servizi educativi di vario genere. Presenti anche l’attività di fattoria sociale e agrituristica. Al centro di tutto brilla l’impegno sul fronte ambientale attraverso la tutela di una produzione che segue i principi della biodinamica derivati da Rudolf Steiner, come spiega il coordinatore della coop Mauro Vaccari: “Agricoltura biodinamica: si tratta di due parole che implicano un modo di lavorare, osservare e vivere la terra. Una filosofia di vita per apprezzare tutta l’armonia di un campo coltivato, il succedersi delle stagioni e del tempo. Attraverso il metodo biodinamico l’agricoltura è in sintonia con la natura, con la terra e con gli uomini. La concimazione, la coltivazione e l’allevamento sono attuati con modalità che rispettano e promuovono la fertilità e la vitalità del terreno e allo stesso tempo le qualità tipiche delle specie vegetali e animali. Il profondo legame con la natura e il completo rispetto dei suoi ritmi portano, con l’agricoltura biodinamica, ad abolire l’utilizzo di fertilizzanti minerali sintetici e di pesticidi chimici e a gestire il terreno seguendo i cicli cosmici e lunari”.

“La Monda” da tempo sviluppa occasioni di formazione e riscatto rivolte a giovani e a persone con handicap: “Secondo la pedagogia curativa di Rudolf Steiner il lavoro è un elemento significativo della vita di ogni uomo: lavorando ci si identifica con l’attività che viene svolta per altre persone e questo porta al riconoscimento della propria dignità e autostima” conferma Mauro Vaccari.Progetto-Antica-Terra

“L’Antica Terra”

A Brescia si scoprono i tesori dell’Antica Terra con le erbe di Ildegarda e il grano monococco

Amore per l’ambiente e impegno sul fronte dell’inclusione lavorativa: la cooperativa sociale “L’Antica Terra”, guidata da Riccardo Geminati, nasce nel 2005 con questo obiettivo che diventa un faro di riferimento dell’intera attività quotidiana. L’attività di sviluppo culturale e ambientale della pianura bresciana si affianca a quella dell’agricoltura sociale coinvolgendo professionalmente persone con disabilità psichica assunte in alcuni casi anche a tempo indeterminato.

Il tema alimentare abbraccia l’intero processo lavorativo, dalla produzione alla sensibilizzazione culturale contemplando la cura più attenta in ogni sua fase. “L’Antica Terra” svolge, infatti, attività di coltivazione del grano monococco da cui vengono sia ricavate farine grazie all’utilizzo di un proprio mulino a pietra, sia realizzati prodotti alimentari come biscotti, pasta e snack salati. “Sin dall’inizio la principale attività della cooperativa è stata la coltivazione di questo frumento introdotto in coltura circa 10mila anni fa e considerato una delle specie fondatrici dell’agricoltura – racconta Olga Ciccone, coordinatrice della rete di Agricoltura Sociale Lombardia per il territorio bresciano e consigliera amministrativa della cooperativa – Questa coltivazione è adatta anche ai terreni più poveri, ha un’ottima capacità di adattamento e una straordinaria resistenza a malattie e parassiti. Non necessita di concimazioni né di abbondanti irrigazioni quindi la sua coltivazione è a ridotto impatto ambientale. Inoltre il rinnovato interesse per questa coltura è legato alla crescente sensibilità dell’opinione pubblica per le caratteristiche dietetico nutrizionali dei prodotti da esso derivati ed è giustificato dall’ottima composizione della sua farina”. Un grano che ha destato l’attenzione anche di Regione Lombardia che nel 2008 ha finanziato un progetto biennale intitolato MonICA (Monococco per l’Innovazione Cerealicola ed Alimentare) elaborato dalla cooperativa stessa e finalizzato allo studio delle potenzialità agronomiche, tecnologiche e nutrizionali di cinque varietà di questo tipo di grano. “Abbiamo affidato la parte scientifica del progetto al Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura, dipartimento di biologia e produzione vegetale in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche dell’Università degli Studi di Milano. La cooperativa produce all’anno circa 250 quintali di grano monococco coltivato su terreni di Ghedi e Gottolengo” spiega la referente. Il progetto ha visto la partecipazione di altre importanti realtà locali e la creazione di un vero e proprio marchio.Prodotti-Antica-Terra

Altro progetto cardine curato da “L’Antica Terra” è quello intitolato “Le Erbe di Ildegarda”, “ispirato alla figura di Santa Ildegarda di Bingen, nata nel 1098, monaca benedettina oltre che grande studiosa delle piante e delle loro proprietà curative: convinta che l’alimentazione fosse importante per l’equilibrio dell’individuo, elaborò un vero e proprio libro di ricette” racconta Olga Ciccone. Protagoniste sono alcune erbe commestibili del territorio, prodotti preziosi che in passato venivano consumati per le loro qualità nutritive e che ora sono al centro di questa iniziativa di recupero e valorizzazione che recentemente ha destato l’interesse del pubblico in occasione di un evento organizzato all’interno di Palazzo Cigola Martinoni a Cigole. Coinvolta per l’occasione anche l’esperta Elisa Gennari la quale ha messo a punto un moderno processo di preparazione che intreccia innovazione e zero impatto ambientale.

“Le erbe spontanee sono un patrimonio naturale che non necessita di particolari cure o interventi umani. Sono molto facili da coltivare e cosa hanno un bassissimo impatto ambientale – sottolinea Olga Ciccone – Per il 2019 abbiamo in progetto di iniziare una coltivazione diretta e controllata delle erbe in modo da garantirne la provenienza biologica da terreni non inquinati. L’obiettivo è di creare una filiera produttiva che abbia uno sbocco sul mercato come è avvenuto con il grano monococco. Inizialmente la produzione riguarderà quattro varietà di erbe: rosolaccio, tarassaco, luppolo e aglio ursino, scelte per le loro proprietà nutrizionali e per il legame con il territorio”.

“Credo fermamente che l’Italia debba e possa sostenere, in veste di apripista, una politica legata alla sostenibilità ambientale, all’alimentazione salutare e non da ultimo alla bontà dei prodotti – commenta a questo proposito Riccardo Geminati, presidente della cooperativa –  Una triade che è anche una sfida fatta di ricerca, storia e valorizzazione del locale, carte vincenti con le quali il nostro paese può mettersi in gioco nella società attuale a favore del gusto, del piacere del cibo, della salute e dell’economia stessa”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/cibo-ambiente-buone-pratiche-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni