Le piante dimenticate tutelano la biodiversità: la storia dell’azienda agricola Il tubero

Il tubero è un’azienda agricola spezzina che tutela la biodiversità, adottando tecniche di agricoltura ecocompatibile, e riscopre piante insolite e varietà antiche, creando piccole colture di nicchia. L’obiettivo è creare un mercato consapevole in modo da aumentare l’offerta e la qualità dei prodotti agricoli. La biodiversità è la varietà di animali, piante, funghi e microorganismi che costituiscono il pianeta. Molteplici specie che, grazie alla loro stretta connessione, creano un equilibrio essenziale per la vita sulla Terra. Secondo Andrea Pedrini, fondatore dell’azienda agricola ll HYPERLINK “https://www.italiachecambia.org/mappa/liguria/tubero/” tubero, le coltivazioni rispettose dell’ambiente sono fondamentali per conservare la biodiversità. «Sono sempre stato affascinato dalla biodiversità e dalla sua conservazione, — spiega Andrea — così è nata la voglia di far scoprire alle persone che un pomodoro non è solo rosso, così come il mais non è solo giallo! Anzi, fino a metà del secolo scorso c’era una grande varietà di biodiversità che oggi è quasi andata persa».

Le uova che raccoglie Andrea sono tutte di colore diverso perché le galline appartengono a razze diverse. Mi racconta come il mais, storicamente coltivato nella pianura padana con oltre cinquecento specie diverse, venne ridotto, dopo la seconda guerra mondiale, a poche varietà di multinazionali straniere, bisognose di grandi quantità di fertilizzanti, pesticidi e irrigazioni continue. Queste specie, definite ad “alto rendimento”, nella seconda metà del secolo scorso soppiantarono l’importante patrimonio genetico che si coltivava fino a quel momento. Una grande perdita di biodiversità. La sua è un’agricoltura naturale, il più possibile “pulita”, priva di sostanze chimiche. Per mantenere e ristabilire l’equilibrio ambientale, Andrea applica ai suoi campi la rotazione delle coltivazioni, in modo da non impoverire il suolo, studia metodi d’irrigazione che ottimizzino l’acqua ed esegue solo concimazioni organiche. In più, incentiva tecniche di lotta biologica: utilizza macerati naturali come insetticidi e, in caso di parassiti come gli afidi, per esempio, inserisce delle coccinelle, innocue per le piante, di cui non si nutrono, ma letali per alcuni insetti.

Le bietole arcobaleno
Questo è il motivo per cui talvolta le sue produzioni possono essere quantitativamente limitate, ma è forse l’equo rovescio della medaglia per avere ortaggi dal sapore genuino che rallegrano la tavola e incuriosiscono i bambini. Aumentare sempre di più l’offerta e la qualità dei prodotti agricoli sul mercato è uno dei prossimi obiettivi dell’azienda agricola. «Bisogna sensibilizzare i consumatori sul concetto di biodiversità, educandoli verso un’alimentazione più sana e consapevole: prestare attenzione alla provenienza, alla stagionalità e alla territorialità dei prodotti sono le basi fondamentali per riscoprire tutte quelle varietà che sono state abbandonate negli anni».

Il mais arcobaleno, varietà antichissima coltivata sin dai tempi degli indiani d’America
«Siamo ciò mangiamo – conclude – e bisogna avere rispetto del nostro corpo. Penso che ci sia un modo diverso di fare agricoltura, rispetto alle grandi coltivazioni». Un modo più rispettoso di noi e dell’ambiente.
Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/piante-dimenticate-tutela-biodiversita-azienda-agricola-iltubero/?utm_source=newsletter

La Permacultura Umana, un approccio sistemico all’evoluzione personale e sociale

In una visione sistemica ed ecologica, una relazione diversa con la terra richiede una diversa relazione con le persone. È il presupposto da cui prende vita la Permacultura umana che comprende metodi e tecniche di progettazione utilizzabili sia in ambito personale che collettivo. In Italia sta per arrivare una scuola dedicata a questo approccio: un percorso per imparare a prendersi cura delle persone, dei gruppi, delle comunità, partendo dalla cura di sé e prendendo ispirazione dai sistemi naturali. Stiamo vivendo in un periodo molto particolare della storia e della cultura umana. Negli ultimi secoli ed in particolare negli ultimi decenni, la nostra civiltà è stata in grado di raggiungere risultati straordinari dal punto di vista tecnologico e materiale. Eppure ci sono tanti segnali, sempre più evidenti, che qualcosa non sta andando per il verso giusto. L’ultimo è stato quello dell’epidemia di Covid-19, che ha messo in ginocchio il sistema sanitario di tanti paesi e sta provocando enormi problemi economici a milioni di persone in tutto il mondo. In realtà questa epidemia è solo uno dei “nodi” che stanno venendo al pettine e nemmeno il più grave: l’aumento di insoddisfazione e di infelicità nelle persone dei paesi industrializzati (come testimonia il crescente utilizzo di psicofarmaci e di sostanze stupefacenti), gli effetti drammatici del cambiamento climatico, l’erosione delle risorse energetiche e minerarie, la perdita di biodiversità, l’inquinamento pervasivo in ogni angolo del Pianeta, l’economia condannata a crescere all’infinito per non crollare, e l’elenco potrebbe continuare. Ma c’è una buona notizia: la maggior parte di questi problemi sono il frutto della nostra cultura, delle nostre convinzioni e, di conseguenza, delle nostre scelte e delle nostre azioni. Siamo ancora immersi in una cultura che tende a dividere in compartimenti stagni tutti gli ambiti e le discipline, che privilegia un approccio riduzionista nell’analisi dei problemi, che ricerca soluzioni lineari e veloci. Fortunatamente tanti germogli di una nuova cultura sistemica ed ecologica si stanno già sviluppando in parallelo al crollo delle certezze della nostra società consumistica, riduzionista ed iper-tecnologica.

Uno dei germogli più rigogliosi e promettenti è quello della Permacultura. Nata negli anni ‘70 grazie al lavoro pionieristico di Bill Mollison e di David Holmgren, si è diffusa in tutto il mondo grazie al suo approccio che integra sistemi di progettazione e di gestione di insediamenti umani in un modo efficace e sostenibile. Lo scopo della Permacultura non è quello di sfruttare al massimo la terra grazie a mezzi meccanici ed a prodotti chimici, ma quello di imitare la natura, creando ecosistemi che producano cibo in abbondanza e che siano al tempo stesso sostenibili e resilienti. Fin dal principio i pionieri di questo approccio si sono resi conto che avere una relazione diversa con la terra, richiede anche una relazione diversa con le persone. Per questo tra le etiche fondamentali della Permacultura non c’è solo la “Cura della Terra”, ma anche la “Cura delle persone” e l’”Equa condivisione delle risorse”.

La Permacultura Umana esplora si focalizza proprio sulla Cura delle persone e nasce dalla consapevolezza che, in un approccio sistemico ed ecologico come questo, la separazione tra esseri umani e natura, che è implicita nella nostra cultura, tende a dissolversi e ci porta verso un’evoluzione integrale del nostro modo di vivere personale e sociale.

Uno dei primi ad applicare i Principi della permacultura in ambito sociale è stato Rob Hopkins, quando ha ideato il modello delle “Transition Towns” (Città di Transizione) per rendere più resilienti le nostre comunità locali di fronte ai grandi problemi globali del Picco del petrolio e del Cambiamento climatico. Le pioniere della Permacultura Umana sono soprattutto delle donne. Looby Macnamara, Robin Clayfield e Starhawk hanno traslato i principi appresi dal contatto con gli ecosistemi naturali e li hanno applicati con coraggio nell’ambito delle relazioni umane. Il libro più significativo in questo campo è “People & Permaculture” di Looby Macnamara, dove l’autrice ha delineato la meravigliosa cornice sistemica della Permacultura Umana in cui si inseriscono metodi e tecniche di progettazione utilizzabili sia in ambito personale che collettivo. Uno degli aspetti più innovativi ed appassionanti della Permacultura Umana, consiste nell’integrazione di aspetti che nella nostra cultura spesso teniamo separati: la crescita personale e il contatto con la natura, l’evoluzione personale e quella sociale, i modelli di comportamento umano e quelli degli ecosistemi naturali. Questa integrazione è una sorta di meta-messaggio che ha un effetto sul nostro modo di pensare, di sentire e sulla percezione delle relazioni con i diversi contesti della vita ancora prima di utilizzare metodi di progettazione.Fino ad ora in Italia la Cura delle persone utilizzando i Principi della Permacultura non aveva avuto molto spazio, ma adesso questo vuoto è stato colmato dalla nascita della Scuola di Permacultura Umana. Una scuola nata dalla collaborazione fra l’Associazione Culturale Albero della Vita e Permacultura e Transizione, che in settembre 2020 comincerà le sue attività con il primo “Corso Annuale Online di permacultura personale e sociale”. Un’iniziativa che ci auguriamo possa rendere ancora più ricco l’ecosistema del cambiamento culturale italiano.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/permacultura-umana-approccio-sistemico-evoluzione-personale-sociale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Slow Food: “Sosteniamo la ristorazione di qualità ed i produttori buoni, puliti e giusti”

In una ‘lettera’ della rete dei cuochi dell’Alleanza – uno dei progetti di Slow Food – viene messo in luce il lavoro quotidiano di contadini, allevatori, viticoltori e artigiani, spiegando come si sia acutizzata l’emergenza economica di queste categorie di lavoratori durante la pandemia. L’associazione lancia così un appello – indirizzato alla classe politica nazionale – che può essere firmato da chiunque. È possibile un futuro basato sulla cura dei territori, sui saperi delle comunità e sul piacere della condivisione? Ora è più difficile dare una risposta affermativa. Partendo dalle prospettive iniziali, infatti, il nuovo appello della ‘rete dei cuochi dell’Alleanza’, evidenzia una serie di criticità che coinvolgono gli stessi cuochi, contadini, pescatori e pastori. Sì, perché la stabilità economica di queste categorie di lavoratori, a fronte dell’emergenza Coronavirus, è messa in crisi. E se questa tipologia di professionisti non riceverà un aiuto concreto dal governo, le piccole realtà si troveranno in seria difficoltà. Così, i cuochi dell’alleanza, uno dei più importanti progetti di Slow Food, ha scritto un appello a sostegno della “ristorazione di qualità e dei produttori buoni, puliti e giusti”. L’iniziativa, intitolata Ripartiamo dalla terra, vuole porre sotto i riflettori il lavoro di contadini, allevatori, casari, viticoltori e artigiani che “producono con passione e rispetto per la terra e per i loro animali”. Non solo: nel documento viene richiesto alla classe politica nazionale di estendere il credito di imposta, già previsto per alcune spese legate all’emergenza Covid-19, agli acquisti di prodotti agricoli e di artigianato alimentare di piccola scala legato a filiere locali “in una misura pari almeno al 20%, da aumentare al 30% nel caso in cui tali aziende pratichino un’agricoltura biologica, biodinamica, o siano localizzate in aree marginali, disagiate e di particolare valore ambientale del nostro Paese”.

La lettera, nello specifico, è indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, al Comitato di esperti in materia economica e sociale, al Ministro delle Economie e delle Finanze Roberto Gualtieri, al Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Teresa Bellanova e agli Assessori Regionali alla Cultura, al Turismo, al Commercio, alle Attività Produttive e all’Agricoltura. L’Alleanza Slow Food dei Cuochi, per far sentire la propria voce ai nostri politici, chiede quindi aiuto agli Italiani invitandoli a firmare la lettera. Come? Compilando l’apposito modulo “fornendo alcune informazioni – viene sottolineato nella nota dell’associazione – che ci permetteranno di rendere ancora più forte questo appello”. Invito che estendiamo a tutte i soggetti interessati piemontesi.

Vi proponiamo, di seguito, lo scritto integrale:

«Facciamo parte dell’Alleanza Slow Food dei Cuochi e gestiamo più di 540 locali in tutta Italia: siamo cuochi di osterie e di ristoranti, di food-truck e di rifugi alpini, siamo pizzaioli e insegnanti di scuole alberghiere. Con questo appello ci facciamo portavoce anche di altri colleghi ristoratori, molti dei quali raccontati nella guida Slow Food Osterie d’Italia, e di migliaia di agricoltori, allevatori, artigiani. Prendiamo la parola a nome di tutti, perché anche se oggi siamo noi i più fragili, sentiamo l’energia e la passione necessarie per ripartire e avvertiamo la forza che deriva dall’essere parte della rete di comunità solidali di Slow Food. Grazie alla nostra cucina abbiamo diffuso conoscenza, bellezza, piacere. Abbiamo raccontato territori e culture locali. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il lavoro quotidiano di contadini, allevatori, casari, viticoltori e artigiani che producono con passione e rispetto per la terra e per i loro animali. Questi produttori traggono buona parte del loro reddito dalla relazione con ristoratori come noi, che sanno rispettare i loro ritmi, riconoscere il giusto prezzo ai loro prodotti e garantire sviluppo e opportunità economiche a territori spesso difficili.

Ogni giorno, servendo un buon piatto e prendendoci cura dei nostri commensali, abbiamo educato alla qualità, a un’alimentazione sana e alla convivialità, formando cittadini più consapevoli. Molti di noi, nelle settimane scorse, hanno cucinato per i più fragili e bisognosi, e siamo pronti a farlo ancora in futuro, perché crediamo nel valore della solidarietà.

Oggi siamo in crisi, e con noi lo sono i nostri produttori, una parte dei quali faticava già prima a reggere la concorrenza dell’agroindustria e le logiche del mercato e della distribuzione. La parte migliore dell’agricoltura di questo Paese dipende infatti fortemente dalla ristorazione di qualità. Crediamo che l’immagine di questo Paese sia legata alla sopravvivenza di queste aziende e di chi, proponendo i loro prodotti, li rappresenta al meglio. Gravano sulle nostre spalle non solo i destini dei nostri collaboratori, ma anche il futuro di migliaia di piccole aziende agricole che dipendono dai nostri ordinativi.

Abbiamo deciso di scrivere questo appello perché pensiamo che le difficoltà dovute alla pandemia possano dare a questo Paese il coraggio della necessità e dell’urgenza; la forza di trasformare un’emergenza in una grande occasione per il settore dell’agricoltura, dell’accoglienza e della ristorazione italiana. I veri nemici da combattere nel post pandemia saranno ancora la perdita di biodiversità, l’erosione del territorio, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, l’impoverimento della fertilità nei nostri terreni, la cementificazione, l’abbandono delle aree rurali e dei piccoli borghi, lo spreco alimentare, lo sfruttamento del lavoro, l’indifferenza per chi produce con attenzione alle ragioni e ai tempi della natura e l’individualismo, che fa prevalere l’io sul senso di comunità.
La ristorazione troppe volte ha assecondato un mercato che ha rincorso il prezzo più basso e stroncato l’agricoltura di prossimità, approvvigionandosi di prodotti ottenuti grazie alla chimica, alle monocolture, facendo viaggiare derrate alimentari migliaia di chilometri. Se vogliamo porre le basi di un futuro diverso dobbiamo cambiare prospettiva.

Le Istituzioni possono fare molto, sviluppando iniziative che sostengano chi genera economie e benessere per tutta la comunità e non solo per la propria impresa. Per chi acquista prodotti di agricoltori, allevatori e artigiani del proprio territorio. Chiediamo quindi di estendere il credito di imposta, già previsto per alcune spese legate all’emergenza Covid-19, agli acquisti di prodotti agricoli e di artigianato alimentare di piccola scala legato a filiere locali (dove per locale si intende la dimensione regionale), in una misura pari almeno al 20%, da aumentare al 30% nel caso in cui tali aziende pratichino un’agricoltura biologica, biodinamica, o siano localizzate in aree marginali, disagiate e di particolare valore ambientale del nostro Paese.

Un provvedimento come questo rappresenterebbe una grande occasione, economica, sociale e culturale: permetterebbe di innalzare il livello dell’offerta gastronomica italiana, garantendo una maggiore qualità, e al tempo stesso sosterrebbe e rilancerebbe le piccole e medie aziende agricole locali e il turismo rurale, che vive essenzialmente di paesaggi agrari. Infine, aiuterebbe i ristoratori ad affrontare mesi e forse anni difficili. Per evitare che troppe attività non riaprano, servono anche misure immediate, ovviamente, e per questo ci associamo alle richieste delle associazioni di settore: risorse a fondo perduto per le imprese in base alle perdite di fatturato, moratoria sugli affitti per compensare il periodo di chiusura e il periodo di ripartenza, cancellazione di imposte anche locali come quelle per l’affitto di suolo pubblico fino alla fine del periodo di crisi, sospensione del pagamento delle utenze, prolungamento degli ammortizzatori sociali fino alla fine della pandemia e sgravi contributivi per chi manterrà i livelli occupazionali. Serve un piano di riapertura con modalità certe per permettere a tutte le imprese di operare in sicurezza. È importante che sia concessa ovunque la possibilità di lavorare per asporto e contare su spazi all’aperto più ampi nel periodo di convivenza con il virus».

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Biodiversità e filiera agroalimentare, le nuove strategie dell’Unione Europea

Sono state ufficialmente lanciate la “Farm to Fork” e la “Strategia Europea per la Biodiversità al 2030”, che rappresentano un potenziale fattore di cambiamento per le politiche dell’Unione Europea in materia di natura e cibo e nella filiera agroalimentare. Un obiettivo da raggiungere attraverso una serie di azioni concrete come la riduzione dei prodotti chimici nell’agricoltura, la salvaguardia del 30% del territorio e dei mari, una sensibilizzazione sociale sulle criticità della produzione e del consumo eccessivo di carne (soprattutto in caso di allevamenti intensivi) e latticini. La pandemia ha portato con sé una scia di drammaticità che tuttora imperversa sul mondo intero. Ma il passato e l’attuale periodo di emergenza sanitaria, a molti, ha fatto comprendere ancora di più quanto sia stretto il rapporto fra uomo e natura. Anche in quest’ottica, la Commissione Europea si è adoperata per attuare delle politiche volte alla salvaguardia dell’ambiente: la prima mossa è stata la pubblicazione di una specifica tabella di marcia che impronterà l’azione politica dell’UE nei prossimi 10 anni in materia di biodiversità e di filiera agro-alimentare nell’ambito dell’European Green Deal. Come riportato in una nota del WWF, infatti, sono state lanciate il 20 maggio scorso la Strategia europea Farm to Fork (sulla filiera agroalimentare) e la Strategia Europea per la Biodiversità al 2030. Entrambe rappresentano un potenziale fattore di cambiamento per le politiche dell’Unione Europea in materia di natura e cibo e si articolano attraverso una serie di obiettivi e interventi virtuosi, come la riduzione dei prodotti chimici nell’agricoltura.

Gli obiettivi e le tempistiche

Uno dei primi passi che la Commissione Europea farà sarà quello di presentare il prossimo anno gli obiettivi vincolanti per il ripristino della natura dell’UE e di mirare alla salvaguardia del 30% del territorio e dei mari. Le operazioni in questione – che dovrebbero ultimarsi simbolicamente entro il 2030, come l’Agenda delle Nazioni Unite – sono sono alcune di quelle della Strategia per la biodiversità: «Il ripristino degli ecosistemi naturali – specifica il WWF – non solo contribuirà a risolvere la perdita di biodiversità, ma anche ad affrontare la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e permetterà di creare società ed economie resilienti». Per mettere in pratica una progettualità di interventi che rispetti le tempistiche è naturalmente fondamentale un investimento: «I 20 miliardi di euro all’anno da spendere per la natura menzionati nella strategia – specifica la più grande organizzazione mondiale dedicata alla conservazione della natura – devono essere destinati ad azioni finalmente concrete».

Le strategie

La strategia Biodiversità 2030 e la Strategia europea Farm to Fork (sulla filiera agroalimentare) dovranno viaggiare sullo stesso binario e quindi dovranno essere portate avanti insieme. Per quale ragione? Perché l’agricoltura è la principale causa di perdita di biodiversità in Europa. «I nuovi obiettivi, concreti e misurabili, per le filiere agricolo-alimentari – precisa il WWF – dovranno essere recepiti dagli stati membri all’interno dei propri piani nazionali per la PAC post 2020». L’organizzazione mondiale dedicata alla conservazione della natura evidenzia anche una criticità, ovvero come la Farm to Fork non affronti opportunamente le criticità della produzione e del consumo eccessivo di carne e di latticini. In pratica, così non si cambia davvero il comportamento dei consumatori e la transizione dall’allevamento intensivo di animali, nonostante il WWF, insieme ad altre ONG e a molti eurodeputati, avesse posto sotto i riflettori questa problematica che riguarda la salute dell’uomo e gli animali. Nessuna apparente falla, invece, sull’annuncio di una normativa comunitaria – da definirsi nel 2021 – nella quale si vieta che prodotti associati alla deforestazione globale vengano immessi nei mercati dell’UE.

I commenti di Ester Asin e Andreas Baumüller

«La Commissione Europea – ha affermato Ester Asin, Direttore dell’Ufficio Policy del WWF in Europa – ha dimostrato di essere pronta ad imparare dalla crisi sanitaria, proponendo azioni che possono trasformare in un rapporto sano il nostro rapporto malato con la natura. Questo atteggiamento lungimirante deve essere confermato e ulteriormente rafforzato nel Recovery Plan (RP) europeo. Chiediamo che il 50% del RP sia dedicato alla spesa per il clima e l’ambiente al fine di ricostruire economie e società più forti e resilienti». Alle sue parole hanno fatto eco quelle di Andreas Baumüller, responsabile delle risorse naturali per l’Ufficio Policy Europeo del WWF: «La prossima sfida per Ursula Von der Leyen sarà quella di creare in un vero e proprio Green Deal europeo, sostenuto dagli Stati membri e pienamente attuato».

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un’alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare.

Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un’alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare.

«L’obiettivo evolutivo di tutte le forme viventi è la propria riproduzione, per colonizzare l’ambiente di vita, obiettivo che entra in relazione, talora conflittuale, con lo stesso obiettivo riproduttivo di tutti gli altri organismi – spiega Tamino – da queste relazioni si sviluppano gli equilibri che caratterizzano gli ecosistemi e che pongono limiti alla crescita delle popolazioni e dei consumi di ciascuna specie. In ecologia si parla di carrying capacity (o capacità di carico) per spiegare che, sulla base delle caratteristiche di un ecosistema, gli individui di una popolazione non possono superare i limiti imposti dalle risorse disponibili. Un classico esempio per spiegare questo fenomeno è quello della relazione tra preda e predatore: alla crescita del numero di predatori corrisponde una diminuzione significativa del numero delle prede, che innesca – per scarsità di cibo – un conseguente calo anche dei predatori».

«Nel caso della popolazione umana si utilizzano concetti simili a quelli di carrying capacity ma con terminologie e metodi di valutazione un po’ diversi – prosegue Tamino – Si parla di “impronta ecologica”, cioè la misura del territorio in ettari necessario per produrre ciò che un uomo o una popolazione consumano. Questa analisi facilita il confronto tra regioni, rivelando l’impatto ecologico delle diverse strutture sociali e tecnologiche e dei diversi livelli di reddito. Così l’impronta media di ogni residente delle città ricche degli USA o dell’Europa è enormemente superiore a quella di un agricoltore di un paese non industrializzato, per cui sul pianeta un solo statunitense “pesa” più di 10 afgani».

«L’Overshoot Day è, invece, il giorno in cui il consumo di risorse naturali da parte dell’umanità inizia a superare la produzione che la Terra è in grado di mettere a disposizione per quell’anno: nel 2019 questo giorno è stato il 29 luglio. Dunque in circa sette mesi, abbiamo usato una quantità di prodotti naturali pari a quella che il pianeta rigenera in un anno. Il nostro deficit ecologico, pari a cinque mesi, provoca da una parte l’esaurimento delle risorse biologiche (pesci, alberi ecc.), e, dall’altra, l’accumulo di rifiuti e inquinamento, responsabile anche dell’effetto serra. Le attività umane stanno, dunque, cambiando l’ambiente del nostro pianeta in modo profondo e in alcuni casi irreversibile. Stiamo dunque superando, anzi abbiamo già superato i limiti delle capacità del pianeta di sostenere la popolazione umana e mettiamo a rischio la sopravvivenza di molte altre specie. L’attuale sistema produttivo industriale ed agricolo sta gravemente compromettendo anche la biodiversità del pianeta. Molte specie di animali e di piante sono ridotte a pochissimi esemplari e, quindi, in pericolo o, addirittura, in via di estinzione».

Tamino spiega ancora: «Le dimensioni e i consumi delle popolazioni umane sono variati moltissimo nel corso dei millenni, ma ogni volta che le risorse disponibili diventavano insufficienti, le popolazioni venivano ridimensionate, attraverso sistemi di autoregolazione. Fino a 12 mila anni fa la popolazione umana di raccoglitori e cacciatori, già presente in tutto il pianeta, per motivi di sostenibilità, cioè disponibilità di cibo, non superava probabilmente 1-2 milioni di abitanti, dato che ogni tribù doveva avere un ampio territorio di raccolta e di caccia e quel cibo costituiva il limite alla crescita. Si trattava di un sistema ben autoregolato e in equilibrio con il proprio ambiente; in qualche modo le società di allora potevano essere felici, perché utilizzavano quanto la natura offriva loro, senza un lavoro che occupava tutto il tempo di vita e quindi con tempi adeguati per le relazioni e per il riposo, come il mitico periodo dell’Eden».

«In seguito, in varie zone del pianeta, come nella mezzaluna fertile, in medio oriente, un importante cambiamento climatico, con riscaldamento globale, diffusione di animali e piante nelle regioni in cui il clima divenne più caldo e umido, favorì la cosiddetta rivoluzione neolitica, cioè l’agricoltura e l’allevamento. In tal modo i limiti della crescita demografica cambiarono perché, seminando piante e allevando animali, sullo stesso territorio si potevano sfamare fino a 1000 persone anziché 40-50, portando la popolazione ben oltre la dimensione di un paio di milioni. Tuttavia quando l’annata dava raccolti scarsi o quando la popolazione cresceva troppo, non restava altra via che la migrazione verso nuove terre da coltivare. Così pian piano questa nuova cultura si estese, a partire dall’Anatolia, a tutta l’Europa e, partendo da altre zone, a gran parte dell’Asia e parte dell’Africa. In tal modo la popolazione mondiale arrivò prima a decine, poi a centinaia di milioni di abitanti, già alcuni secoli avanti Cristo. Si stima che nell’Impero Romano, tra il 300 ed il 400 d.C., vivessero tra 60 e 120 milioni di abitanti; ma tale popolazione fu duramente colpita dalla cosiddetta Peste di Giustiniano, che portò a decine di milioni di decessi. In pratica quando, in base alle caratteristiche ambientali, climatiche, politiche e tecnologiche (capacità di produrre cibo), si superava il limite demografico per quel territorio, intervenivano fattori ambientali e sociali che riportavano la popolazione sotto il limite. Analogamente tra il ‘300 e il ‘600 scoppiarono varie epidemie, associate a carestie e guerre, come la peste decritta dal Manzoni ne “I promessi sposi”, e la popolazione europea subì periodiche drastiche riduzioni».

«Anche l’emigrazione ha costituito un elemento equilibratore dell’incremento demografico – prosegue il docente – La popolazione europea ha trovato, dopo la scoperta dell’America, nuove terre da coltivare, spazi da abitare, ricchezze da sfruttare, sottraendoli ai nativi che, oltre a essere massacrati, venivano debilitati da epidemie di malattie portate dai conquistatori. Oltre alle epidemie di peste già ricordate, nel corso della storia umana, anche recente, si sono succedute molte altre epidemie/pandemie, alcune collegate a guerre e carestie».

«Come abbiamo visto, epidemie e pandemie sono uno dei possibili meccanismi di controllo delle popolazioni, insieme a carestie, guerre e migrazioni: quanto più si superano i limiti della disponibilità di risorse del territorio, quanto più si altera l’ambiente di vita, tanto più facilmente uno o tutti insieme questi meccanismi entrano in funzione – dice ancora Tamino – La crescita della popolazione umana fino a più di 7 miliardi di abitanti, è stata resa possibile dalla Rivoluzione Industriale, che ha utilizzato enormi quantità di energia di origine fossile per attività impensabili in precedenza, non solo nell’industria, ma anche in agricoltura, con la cosiddetta Rivoluzione Verde. Tuttavia il cibo ottenuto potrebbe sfamare anche più di 7 miliardi di persone se venisse equamente distribuito e prodotto in modo sostenibile, ma una iniqua utilizzazione delle risorse, una crescente disparità tra pochi ricchi e molti poveri, una riduzione delle terre coltivabili a causa della cementificazione, la perdita di fertilità dovuta alle monocolture gestite chimicamente, l’inquinamento ambientale, l’alterazione del clima, danno origine a frequenti casi di carestie e di malnutrizione in ampie fasce della popolazione, soprattutto al sud del mondo».

«A partire dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un’economia lineare su un Pianeta il cui sistema produttivo funziona in modo ciclico. La conseguenza è una continua crescita dell’inquinamento e un cambiamento climatico sempre più minaccioso per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. Tutto ciò comporta la morte prematura di molti milioni di persone, ma anche un incremento di malattie cronico-degenerative, con conseguente indebolimento di tutta la popolazione, che risulta meno idonea a difendersi da altre malattie come quelle infettive. I cambiamenti climatici e la riduzione delle foreste con l’alterazione degli habitat di molte specie animali mettono sempre più facilmente a contatto animali selvatici con esseri umani, un contatto ancora più stretto quando questi animali vengono catturati per essere venduti in mercati affollati, rendendo più facile il salto di specie per i loro patogeni (si pensi al virus di ebola). Inoltre gli allevamenti, in particolare di polli e suini, con concentrazioni di molti capi in spazi ridotti, alimentati con mangimi contenenti antibiotici, favoriscono una forte pressione selettiva sui loro virus e batteri, che mutano velocemente verso ceppi e tipi più aggressivi anche verso la specie umana, come è avvenuto per l’influenza aviaria e suina. Un ulteriore contributo alla diffusione di agenti patogeni è dato poi dalla globalizzazione, che, grazie al frenetico trasferimento in ogni parte del pianeta di persone e merci, favorisce il passaggio da epidemie a pandemie».

La pandemia da Covid-19

«Dunque la nuova pandemia del virus Covid-19 era prevedibile e ampiamente prevista, se non proprio nei termini e nei tempi precisi, sicuramente come evento probabile – sostiene il docente – Già nel 1972, nel rapporto del MIT per il Club di Roma, dal titolo “I limiti dello sviluppo” si affermava che se la popolazione mondiale continuava a crescere al ritmo di quegli anni, la crescente richiesta di alimenti avrebbe impoverito la fertilità dei suoli, la crescente produzione di merci avrebbe fatto crescere l’inquinamento dell’ambiente, l’impoverimento delle riserve di risorse naturali (acqua, foreste, minerali, fonti di energia) avrebbe provocato conflitti per la loro conquista; malattie, epidemie, fame, conflitti avrebbero frenato la crescita della popolazione».

«Vi è poi il libro “Spillover” di David Quammen; egli stesso spiega in una recente intervista: “Nel 2012, quando il libro è stato pubblicato, ho previsto che si sarebbe verificata una pandemia causata da 1) un nuovo virus 2) con molta probabilità un coronavirus, perché i coronavirus si evolvono e si adattano rapidamente, 3) sarebbe stato trasmesso da un animale 4) verosimilmente un pipistrello 5) in una situazione in cui gli esseri umani entrano in stretto contatto con gli animali selvatici, come un mercato di animali vivi, 6) in un luogo come la Cina. Non ho previsto tutto questo perché sono una specie di veggente, ma perché ho ascoltato le parole di diversi esperti che avevano descritto fattori simili.”».

Come evitare pandemie future

«Il Covid-19 è una reazione (tra le altre) allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta e quindi per prevenire nuovi eventi simili dobbiamo ridurre le alterazioni dell’ambiente, come la perdita di biodiversità, l’alterazione degli habitat e i cambiamenti climatici, favorendo processi produttivi industriali ed agricoli basati sull’economia circolare, sostenibili, con ricorso a fonti energetiche rinnovabili – sostiene Tamino – Già pochi mesi di blocco dei movimenti delle persone e di parziale riduzione di attività produttive hanno portato a un netto miglioramento della qualità dell’aria sia in Cina che in Italia (soprattutto nel Veneto): questo dato va colto non come futura necessità di impedire la circolazione delle persone e delle merci o di non produrre beni necessari, bensì di ripensare i trasporti e le produzioni industriali ed agricole, in particolare ridurre gli allevamenti animali: attualmente vi sono nel mondo 1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di suini, oltre 1,5 miliardi di ovini e caprini e circa 50 miliardi di volatili. La massa degli animali allevati è ben maggiore di quella di tutti gli esseri umani, con enormi sprechi di cibo, forte inquinamento e forte aumento di virus e batteri che possono fare il salto di specie. Inoltre l’abuso in zootecnia di antibiotici è responsabile anche dell’aumento di batteri resistenti agli antibiotici, vanificando uno degli strumenti a nostra difesa da queste infezioni. Oltre a nuove pandemie virali, il futuro potrebbe riservarci una diffusione pandemica di nuovi batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico».

Fonte: ilcambiamento.it

Alimentazione ed energia: il Made in Italy è la soluzione

Da oltre trent’anni (appena!) affermo che il Paese del sole non può che puntare sulle fonti energetiche rinnovabili, con il necessario compendio di risparmio energetico e uso razionale dell’energia, altrimenti in un mondo di sprechi le rinnovabili da sole servono a ben poco. Se ci fossimo mossi trent’anni fa, ora le cose sarebbero molto diverse.

Da oltre trent’anni (appena!) affermo che il Paese del sole non può che puntare sulle fonti energetiche rinnovabili, con il necessario compendio di risparmio energetico e uso razionale dell’energia, altrimenti in un mondo di sprechi le rinnovabili da sole servono a ben poco. Cosa dicevano gli esperti trent’anni fa? Che l’apporto delle energie rinnovabili in Italia era risibile e non erano nemmeno da considerare alternative perché non lo erano affatto, al massimo potevano essere una graziosa cornicetta al quadro ben delineato dei combustibili fossili sempre e comunque. Ma del resto anche un ragazzino delle medie o forse anche di quinta elementare guardando una piantina nazionale di insolazione media annua o della ventosità, visto che siamo un paese pieno di costa e di monti, poteva facilmente capire le potenzialità enormi delle energie rinnovabili. Così come era altrettanto ovvio che i combustibili fossili erano una fonte esauribile. Ma a quanto pare i nostri esperti non avevano conoscenza nemmeno delle basi, del due più due che fa quattro. O forse le conoscevano e le conoscono ma hanno ben altri interessi da servire che quelli delle energie rinnovabili, dell’ambiente e di conseguenza della salute delle persone. Ora grazie a questi esperti, rigorosamente dotati di lauree prestigiose e master, messi a capo anche dei grandi gruppi energetici nazionali e grazie a una politica cieca, sorda e muta, l’Italia al 2020 (!!) è ancora dipendente dall’estero energeticamente per oltre il 75%, e con pervicace e masochista ostinazione si continua ad andare in quella direzione.

Si vedano a questo proposito, fra le innumerevoli follie, le trivellazioni in cerca di petrolio, il metanodotto TAP in Puglia, la metanizzazione della Sardegna e gli oltre 18 miliardi di euro che ogni anno lo Stato regala in modi diversi alle aziende di combustibili fossili. E sono quegli stessi esperti e quella stessa politica che poi si lamentano se c’è, ad esempio, la disoccupazione, quando sono le loro azioni che la determinano. E gli stessi esperti e gli stessi politici che grazie a scelte suicide hanno costruito un paese fortemente dipendente soprattutto nei due aspetti principali che determinano l’esistenza di tutti noi che sono l’energia e l’alimentazione. Cosa sarebbe successo se trenta o quarant’anni fa, invece di non fare nulla fino ad oggi, sottolineo nulla, confermato dalla dipendenza che ancora abbiamo, si fosse puntato decisamente alle energie rinnovabili e all’abbattimento di tutti gli sprechi energetici? Avremmo ora una filiera italiana sviluppata in innumerevoli settori, milioni di posti di lavoro certi, stabili, con un senso sociale e ambientale. Anche solo con la diffusione a tappeto delle tecnologie solari termiche applicate alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio italiano, avevamo e avremmo da lavorare per i prossimi cento anni. E che dire degli enormi risparmi di soldi per le tasche dei cittadini italiani e per quelle pubbliche che si sarebbero avuti con questi interventi? E che dire della salute e delle centinaia di migliaia di morti evitati a causa dell’inquinamento di ogni tipo che li determina ?

Niente di tutto questo è stato fatto e così il paese del sole si è visto arrivare, in tutti questi anni, tecnologie per le energie rinnovabili e il contenimento energetico anche dai paesi del nord Europa, che il sole a malapena sanno cosa sia ma che in maniera seria, intelligente e lungimirante hanno puntato su questi settori. Ci lamentiamo ora con la Germania brutta e cattiva ma le abbiamo comprato questo mondo e quell’altro di tecnologie solari, che solo a dirlo viene da ridere o da piangere, quando saremmo dovuti essere noi a vendergliele, altro che vendergli vestiti alla moda o le Ferrari. Infatti chi al mondo può sviluppare questo tipo di tecnologie e lavoro se non il Paese del sole? Ma queste sono considerazioni così ovvie, così semplici e solari appunto, che forse proprio per questo non entrano nei mega cervelli dei nostri mega esperti.

C’è chi potrebbe obiettare che i cinesi, grazie al regime di schiavitù lavorativa che hanno, avrebbero abbattuto i costi e quindi potuto venderci anche quel tipo di tecnologia, come in parte è avvenuto in maniera recente; ma a questi si può tranquillamente rispondere che tutti i soldi e le agevolazioni date ai fossili si sarebbero potute dare alle rinnovabili e così il “sistema Italia” avrebbe retto anche all’invasione dei prodotti cinesi. Oltre al fatto che realizzare campagne di informazione e sensibilizzazione per utilizzare il Made in Italy avrebbe fatto scegliere con cognizione di causa i prodotti italiani piuttosto che quelli arrivati da chissà dove e fatti chissà come. Inoltre partendo molto prima dei cinesi in quei campi, avremmo avuto vantaggi enormi. Per non parlare poi di tutto il personale tecnico e non, che avrebbe il compito di diffondere ovunque le buone pratiche e la consapevolezza presso la popolazione e tutta la conseguente formazione da fare in ogni luogo per divulgare come risparmiare energia e interagire con le fonti rinnovabili. Lavori e prassi normali e diffuse che sarebbero dovute diventare tante e usuali come le pizzerie e inserirsi nella mentalità e quotidianità così come si conosce a memoria la formazione delle propria squadra di calcio o le canzoni del proprio cantante preferito. E visto che ci si lamenta pure dell’Europa, cosa sarebbe successo se l’Italia fosse stata fortemente indipendente nei fatti, non nelle chiacchiere e nelle sparate dei finti sovranisti, per gli elementi base dell’esistenza? Avrebbe significato che ciò che faceva o fa l’Europa ci sarebbe interessato fino ad un certo punto, forti della nostra vera e sola sovranità che è quella nei fatti, perché è assolutamente ridicolo fare i sovranisti se poi si è totalmente dipendenti da tutto e tutti, che si chiamino Europa, Cina, Giappone, Russia o Stati Uniti. Sarà il caso ora finalmente di rivedere radicalmente la questione? Sarà il caso di puntare decisamente ad una filiera italiana di energie rinnovabili e tecnologie per il risparmio energetico? Si trasferiscano in questi settori i soldi che vengono regalati ai combustibili fossili, si taglino le innumerevoli spese inutili e dannose come ad esempio quelle per gli aerei militari da combattimento F35 e si vada diretti in questa direzione senza se e senza ma. Abbiamo tutto, conoscenze, tecnologia, competenze, persone, non ci manca nulla, se non la volontà politica o la volontà tout court, perché anche senza la politica si può andare risolutamente in quella direzione coinvolgendo la società civile, le imprese lungimiranti e la finanza etica. Poi anche la politica seguirà, tanto è sempre l’ultima a reagire (se mai lo farà).

E veniamo ora all’alimentazione. Per cosa è conosciuta l’Italia nel mondo? Per il cibo e non potrebbe essere altrimenti visto che ogni più piccolo paesino, borgo, città che sia, ha le sue specialità e cultura alimentare, cibo di qualità sopraffina frutto di attenzione e cura secolare per uno dei motivi di maggiore piacere nella vita e per il quale siamo invidiati da tutto il mondo. E una cultura di questo tipo da cosa è stata favorita? Anche dalla posizione geoclimatica meravigliosa dell’Italia dove praticamente è possibile coltivare una varietà di alimenti incredibile, considerate anche tutte quelle coltivazioni antiche e particolari che sono state trascurate e dimenticate e che possono essere facilmente riprese. Mangiamo due o tre tipi di mele quando ne esistono centinaia. Ma in una tale situazione da paradiso terreste dell’alimentazione abbiamo trascurato le nostre ricchezze e varietà alimentari e siamo riusciti a farci colonizzare da cibo spazzatura che arriva da paesi che non sanno nemmeno lontanamente cosa sia una cultura dell’alimentazione. Vengono prodotti e venduti cibi imbottiti di sostanze chimiche e veleni assortiti che sono un attentato quotidiano alla nostra salute. Bombardati da pubblicità dementi ci fanno credere che prodotti industriali pieni di robaccia che arriva da mezzo mondo e packaging ci facciano tanto bene e siano pure naturali. Viste quindi le nostre immense risorse e potenzialità, perché non dirigersi verso la massima sovranità alimentare possibile, recuperando ogni centimetro coltivabile, facendo rifiorire la nostra eccezionale agricoltura da nord a sud, coltivando di tutto e proteggendo con sacralità la biodiversità che tra l’altro è quella che ci aiuta ad avere ottime difese immunitarie?

Non si può fare? E’ troppo difficile? Assolutamente no, basta puntare decisamente su questi due ambiti di forte indipendenza alimentare ed energetica così come si è fatto per altri ambiti che non solo ci hanno regalato pericolosissima dipendenza ma ci hanno determinato spese, prodotto inquinamento e danneggiato la salute. In alternativa potete sempre staccare uno sportello della vostra automobile, magari proprio della tanto decantata Fiat, orgoglio nazionale che di nazionale non ha praticamente più nulla e provare a mangiarlo. Magari sarà un po’ indigesto ma sai che scorpacciata….

Fonte: ilcambiamento.it

Nel Barese la fattoria custode della biodiversità

Si chiama “I racconti del Carrubo” ed è una fattoria nel Barese che punta a diventare “custode della biodiversità”. Anima e motore del progetto è Debora Abatangelo, poco più che quarantenne, con un amore innato per natura e animali.

Nel Barese la fattoria custode della biodiversità

Si chiama “I racconti del Carrubo” ed è una fattoria nel Barese che punta a diventare “custode della biodiversità”. Anima e motore del progetto è Debora Abatangelo, poco più che quarantenne, con un amore innato per natura e animali.

Vi raccontiamo la sua storia.

Debora, qual è la tua storia personale e come mai hai deciso di mettere in piedi il progetto di realizzazione di una fattoria biosostenibile?

«Sono cresciuta con un amore innato per la natura e gli animali. Ho collaborato per anni all’attività di famiglia, un negozio di oggettistica e arredamento, ma in seguito alla nascita di mio figlio, mossa da una passione ormai non più contenibile, ho deciso di cambiare vita, iniziando a tracciare il mio vero percorso. Dal 2012 al 2016 sono stata presidente e volontaria della locale sezione dell’associazione Lega nazionale per la Difesa del cane e ho iniziato a frequentare diversi corsi di formazione nel settore agroalimentare e pet, diventando Refree di Zooantropologia Didattica (2013), Operatore per attività ludico ricreative con gli Asini (2018), Operatore esperto nell’etologia delle relazioni con animali (2019). Nel 2017 la svolta decisiva, nella volontà di dare un’ identità precisa al percorso appena intrapreso da coltivatore diretto seguo lo Short Master “Recupero, caratterizzazione e mantenimento della biodiversità delle colture orticole pugliesi” organizzato da BiodiverSO (UniBA), da cui nasce l’idea di creare la nostra fattoria custode di biodiversità, “I racconti del Carrubo”.
Nel 2019 divenuta Operatore agricolo per filiere innovative: canapa, piante aromatiche ed officinali, decido di inserire in azienda la coltivazione di piante aromatiche, per dar corpo ad una linea di trasformazione dedicata (confetture, miele, cosmetici, ecc)».

In che zona hai realizzato la fattoria, dove hai scelto la location e perchè?

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«I nostri terreni si trovano nell’agro di Mola di Bari (BA), in contrada Brenca, nel Poggio delle Antiche Ville, nel cuore dell’ incantevole Puglia. Abbiamo fortemente voluto rimanere fedeli al nostro territorio, e cercar d’essere tra i promotori del grande amore per questa terra. Il “Poggio di Mola di Bari” è un territorio rurale sollevato sul primo gradone murgiano (150 metri sul livello del mare) caratterizzato dall’esistenza di vestigia antropiche uniche nel loro genere: decine di ville e “casine” sette-ottocentesche e del primo Novecento. Qui il clima è salubre grazie anche alla presenza di un’antica pineta e vi è ricchezza di fauna e flora tipiche (volpi, falchetti, upupa, ecc)».

A che punto sei del progetto; chi ti ha aiutato finora e quale aiuto cerchi?

«Dopo anni di preparazione (acquistati i terreni e studiato il progetto), ho finalmente ottenuto il permesso di costruire e il cantiere è stato appena inaugurato, contando di realizzare la struttura entro quest’anno. Io e mio marito abbiamo investito tutti i nostri risparmi, richiesto un prestito, e oggi creato una raccolta sul portale di crowdfunding “Produzioni dal basso” (qui per contribuire)  per poter realizzare un piccolo laboratorio di trasformazione e lanciare la nostra linea di prodotti naturali».

È l’obiettivo finale? Come ti immagini ciò che vorresto realizzare?

«L’intento de “I Racconti del Carrubo” è avviare una piccola farm biologica custode di biodiversità con annessa struttura ricettiva. La volontà è stata da sempre quella di edificare tutto con profilo ecosostenibile e biosostenibile, dunque la struttura della Masseria sarà di paglia e legno, verranno autocostruite delle murature di tamponamento in terra e paglia ed intonacato in terra cruda, pannelli solari, impianto fotovoltaico, automezzi elettrici, ecc. Tutto questo grazie alle competenze del mio compagno dall’animo verde Fabio, titolare di una piccola impresa edile, ed alla collaborazione dell’entusiasta “archigiano” Michele De Vanna esperto di edilizia biosostenibile».

Cosa accadrà nella tua fattoria del prossimo futuro? Produzione, attività di sensibilizzazione, o cos’altro?

«La mission 100% Green consentirà, in partnership con diverse associazioni locali (verde meraviglia, asfa puglia, retake, ecc), di spaziare dai percorsi didattici con i bambini delle scuole a quelli dedicati ai ragazzi disabili, all’organizzazione di convegni, workshop, laboratori, rassegne e manifestazioni culturali volti alla promozione del territorio, dell’artigianato locale, della lettura, dell’enogastronomia locale, alla fornitura di servizi nel campo del turismo e della valorizzazione dei beni culturali e delle risorse ambientali… L’auspicio è riuscire a realizzare un laboratorio di trasformazione e lanciare la nostra linea di prodotti in parallelo alla realizzazione dei manufatti, così da aprire sin da subito le porte al nostro eco mondo».

Link utili

https://www.facebook.com/archigianomichele/https://www.facebook.com/ImpresaEdileFabioDiciolla/https://www.facebook.com/filodipaglia/https://www.facebook.com/Verde-Meraviglia-124637768225786/https://www.facebook.com/retakemoladibari/

fonte: ilcambiamento.it

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un’apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile.

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un'apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile di zone incontaminate poichè da settembre a oggi sono bruciati 8,4 milioni di ettari in tutta l’Australia, una superficie pari a quella dell’Austria. E laddove il fuoco non è riuscito a ucciderli gli animali, verranno abbattuti migliaia di cammelli per impedire loro di abbeverarsi alle riserve di acqua rimaste. Nelle fiamme che non accennano a placarsi, a oggi sono morte 25 persone e sono bruciate almeno 2 mila case. Il fumo degli incendi è visibile fino in America Latina dove una nube ha coperto il cielo in Cile e Argentina. E in Nuova Zelanda le nevi e i ghiacciai si sono coperti di cenere, aumentando con ciò l’assorbimento del calore dai raggi solari che non vengono riflessi a sufficienza e quindi aggravando ancora di più la situazione. Purtroppo ancora una volta ci tocca registrare di avere tristemente ragione: non solo si verifica quello che noi disperatamente diciamo da sempre ma ciò accade in maniera ancora più disastrosa di quello che ci si attendeva. Eppure c’è ancora chi taccia gli ambientalisti di essere catastrofisti, esagerati ed estremisti. Andatelo a dire in Australia, enorme girone dantesco in preda alle fiamme che l’uomo non sa più come affrontare. Quello stesso piccolo, arrogante distruttore e completamente folle uomo che crede che con la sua tecnologia risolverà qualsiasi problema. Dov’è in Australia la fantastica tecnologia che tutto può? Come mai tutta la mirabolante intelligenza artificiale unita, che ci dovrebbe mandare pure su Marte, non è in grado di fare niente, nemmeno di salvarci sulla terra? Come mai tutte le techno corporation informatiche che ci inondano di prodotti strabilianti, facendo stratosferici profitti, non risolvono il problema con le loro bacchette magiche tecnologiche in grado di farci credere dai nostri scintillanti cellulari che ormai possiamo qualsiasi cosa? Dove sono gli Elon Musk, gli eredi del mitico Steve Jobs dello “Stay hungry, stay foolish” che tanti uomini e donne rampanti affascina, dove è il re Mida Zuckerberg con le sue montagne di miliardi. Perché non risolvono il problema? Sarà perché a prescindere da quello che si racconta su questi personaggi edulcorandoli, non hanno altro obiettivo che il profitto. E quando non c’è altro che quello, la natura, la sopravvivenza umana è l’ultima delle preoccupazioni, anzi è la vittima sacrificale. E così nemmeno gli Dei tecnologici possono fare nulla e un intero continente è in fiamme alimentate da temperature che hanno sfiorato i 50 gradi, conseguenza diretta dei cambiamenti climatici.

Ma chi sono i responsabili di questa apocalisse? I governanti australiani ma anche chi li ha votati in un impeto suicida e ovviamente i media che sono in gran parte in mano al multimiliardario Rupert Murdoch, australiano anch’esso e convinto negazionista.  E perché negano i cambiamenti climatici? Perché l’Australia è il primo esportatore mondiale di carbone e gas e fra i maggiori produttori di emissioni climalteranti pro capite. Quindi venendo anche in questo caso prima di tutto il profitto,  la vita degli esseri viventi è solo un incidente di percorso, da mandare in fumo appunto. E mentre c’è chi fa profitti, il paese brucia, muoiono persone, animali, piante in una tragedia che in maniera perversa alimenterà ancora di più i cambiamenti climatici ed eventi del genere, così come avviene ormai da anni anche in California, patria tra l’altro dei famosi Dei tecnologici informatici di cui sopra. Tutto questo in un paese come l’Australia che anche solo con la tecnologia solare applicata ovunque potrebbe alimentarci mezzo mondo e dare lavoro a milioni di persone; altro che carbone e gas! Quello stesso gas che è ancora il perno del Piano energetico nazionale del Paese del sole ovvero l’Italia e mica vorremmo essere più intelligenti degli australiani e puntare sul solare, per carità, non sia mai… Ancora una volta si conferma la profonda stupidità dell’uomo che si autodistrugge da solo portandosi dietro tutto e tutti, nonostante abbia a portata di mano le soluzioni per risolvere ogni  problema.  Chissà di cosa avranno bisogno ancora gli australiani e gli umani in genere per capire che si stanno scavando la fossa. A quanto pare non serve nulla, nemmeno la famosa pedagogia delle catastrofi di Latouchiana memoria, perché è di sicuro più importante seguire il gossip sui giornali di Murduch piuttosto che preoccuparsi della propria sopravvivenza e quella dei propri cari. E alle prossime elezioni, gli australiani voteranno pervicacemente gli stessi? Fino allo sterminio finale? Molto probabile.

Oggi l’Australia, domani il mondo intero, sarà il caso di darci una mossa?  Chissà? Ma aspettiamo ancora un po’, facciamo qualche altra inutile conferenza sul clima, discutiamo ancora con i negazionisti pagati dalle multinazionali dei fossili, accapigliamoci fra i partiti per ridicole questioni, tanto c’è tempo, andiamo avanti tranquillamente, non sta succedendo nulla di serio.

Fonte: ilcambiamento.it

Biorfarm, l’adozione di alberi che fa incontrare contadini e consumatori

Due giovani neolaureati hanno creato una piattaforma online capace di creare un contatto diretto tra contadini e consumatori offrendo a questi ultimi la possibilità di adottare un albero per poi coglierne, o ricevere a casa, i frutti. Biorfarm vuole così rispondere da una parte alle esigenze dei piccoli produttori, spesso in difficoltà economica, e dall’altra a quelle delle persone che vogliono riscoprire il rapporto con la natura e conoscere ciò che portano in tavola. Oltre ai GAS – gruppi di acquisto solidale – e alle Food Coop si sta affermando un altro modo per dare dignità al lavoro dei contadini e garantirsi sulla tavola cibo di qualità: Biorfarm. La start-up a vocazione etica rende infatti possibile, attraverso una piattaforma, adottare un albero e coglierne i frutti o, in alternativa, farseli spedire a casa. Ci sono gli immancabili agrumi (arance, limoni, clementine e cedri, bergamotto e lime), mele, pere, pesche e ciliegie, fichi d’india e melograni. Olive da cui ricavarne del buon olio. Ma anche mandorle e castagne, mango e avocado e tanti altri frutti.

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L’adozione è semplice: sulla piattaforma sono disponibili numerosi alberi da frutto. Scelta la varietà preferita ci ritroviamo di fronte ad una simulazione del campo del contadino: siamo così chiamati a decidere, fra gli alberi disponibili, la collocazione ed il nome che vogliamo assegnare al “nostro” albero. Fin dall’inizio verremo informati della storia del contadino, della sua attività e dell’albero e continueremo a ricevere aggiornamenti fin quando i frutti non saranno maturi. Il piccolo produttore, a quel punto, avviserà che la frutta è pronta e ogni utente potrà decidere se partecipare alle giornate di raccolta o farsi arrivare i frutti a casa nelle seguenti 48-72 ore. È forse inutile dire che – diversamente da quanto accade nei supermercati – non saranno disponibili le ciliege a gennaio: è la natura e chi se ne prende cura, ovvero l’agricoltore, a decidere i tempi di vendita.

«Noi vogliamo che le persone possano riscoprire il rapporto con la natura e che cosa si nasconde dietro a ciò che portiamo sulle nostre tavole – ci ha detto Giuseppe, uno dei fondatori – ma anche far sì che i piccoli agricoltori, che sono i protettori della biodiversità, non scompaiano».

L’idea che ha dato origine a Biorfarm è nata nel 2015, a Roma, quando Osvaldo De Falco si è presentato a casa dell’amico Giuseppe Cannavale. Osvaldo è figlio di agricoltori che coltivano arance e clementine, e il padre – all’epoca – non riusciva più a sostenere la propria attività. Quella del padre di Osvaldo non è una storia isolata: ai piccoli produttori vengono corrisposti compensi troppo bassi, che coprono a malapena i costi di produzione e si stima che ogni anno 25 mila piccoli produttori abbandonino le campagne.

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Osvaldo De Falco e Giuseppe Cannavale, fondatori di Biorfarm

Se da una parte la presenza di numerosi intermediari fra i contadini e i consumatori non consente un equo compenso a coloro che si dedicano ad attività agricole, dall’altra le persone si ritrovano spesso di fronte a prodotti di bassa qualità – la frutta, per esempio, rimane stoccata per più di cinque settimane prima di arrivare esposta nei negozi e nei supermercati. Le informazioni disponibili sull’origine di ciò che portiamo a casa, inoltre, sono scarse, limitandosi a indicare il paese e i prezzi – soprattutto del biologico – sono spesso elevati. Individuato che il problema del padre di Osvaldo riguardava molti contadini e che si rifletteva anche sui consumatori finali, i due – allora neolaureati – hanno dato vita ad una piattaforma capace di far incontrare in modo più diretto i contadini e i consumatori. «All’inizio ci occupavamo di Biorfarm nei fine settimana” – ci ha raccontato Giuseppe – perché il resto del tempo lavoravamo». Poi, a metà del 2016, arriva un primo riconoscimento pubblico: Google individua Biorfarm e la premia come eccellenza digitale dell’anno. Giuseppe e Osvaldo, pur intravedendo per la prima volta la possibilità di consolidare ed espandere il proprio progetto, non potevano ancora permettersi di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi allo sviluppo di Biorfarm. Il tutto cambia a novembre dello stesso anno quando l’acceleratore di start-up H-Farm seleziona Biorfarm fra ben 500 progetti provenienti da tutto il mondo. Con un finanziamento e sei mesi di vitto e alloggio offerti da H-Farm, Giuseppe e Osvaldo hanno per la prima volta la possibilità di dedicarsi al proprio progetto a tempo pieno.

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Forti di questo primo sostegno e della campagna di crowdfunding del 2017 – Biorfarm ad oggi ha più di 15 mila alberi in adozione e dal 2016 ha spedito più di 150 tonnellate di frutta. Gli oltre 10 mila clienti di Biorfarm, attraverso la propria scelta, hanno sostenuto l’ambiente – perché la filiera è più corta e le produzioni sono biologiche – e l’economia dei piccoli produttori, che con Biorfarm prendono in media dal 50 al 100% in più rispetto ai tradizionali canali di vendita.

«Noi non abbiamo da soli la forza di fare una battaglia alla grande distribuzione – ha osservato Giuseppe – ma la coscienza dei consumatori sta cambiando».Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/biorfarm-adozione-alberi-fa-incontrare-contadini-consumatori/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le aree post industriali di Torino diventano oasi per le farfalle

Chi ha detto che la città non può essere più colorata, naturale e vivibile per persone e animali? Torino ha accettato questa scommessa con il progetto “Farfalle in ToUr”. Si tratta di un’idea collettiva che unisce Università, Asl e cooperative sociali per permettere il ritorno delle farfalle in città attraverso la riconversione di aree postindustriali in infrastrutture verdi, grazie al protagonismo di persone fragili che diventano promotrici e divulgatrici ambientali. Una città a misura di farfalle, che riportano colore dove prima c’erano soltanto cemento e fabbricati industriali. Nelle aree urbane i fiori e le piante di cui questi insetti si nutrono scarseggiano a causa dell’inquinamento e della cementificazione che soffocano le nostre città. Per ovviare a questa triste realtà nasce “Farfalle in ToUr” (Torino Urbana), un progetto scientifico finalizzato a realizzare dei corridoi biologici all’interno dei quartieri per creare piccole oasi che consentano alle farfalle di diffondersi, impollinare e ripopolare le aree verdi. In che modo? Facendo sì che la biodiversità diventi un mezzo di inclusione sociale. Saranno infatti utenti con disabilità psichica, assistiti da educatori e ricercatori dell’Università di Torino, a prendersi cura di questi spazi, permettendo il ripopolamento di lepidotteri, ovvero farfalle e api, e la riqualificazione delle aree urbane.

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Il progetto nasce nel 2014 dalla collaborazione tra diversi soggetti pronti a cooperare per il medesimo obiettivo: ASL (Centro di Salute Mentale), Dipartimento di Scienze della vita e Biologia dei sistemi dell’Università di Torino, insieme alle cooperative sociali Il Margine e la Rondine. Insomma, un’alleanza strategica per dare vita ad una rete di conoscenze nella quale ogni realtà possa mettere in campo le proprie competenze partendo dal presupposto del “fare insieme”.

Attraverso questo progetto gli utenti diventano veri e propri «“esperti cittadini” nell’allevamento dei bruchi e nell’individuazione delle piante più adatte per facilitare il passaggio delle farfalle» proprio come si legge sul sito. «E saranno sempre loro a farsi carico di divulgare il valore della biodiversità in altre realtà del territorio: scuole, case di accoglienza per nuclei fragili, strutture sanitarie, strutture di accoglienza per rifugiati, feste di quartiere».

Così come questi insetti sono soggetti ad una magica trasformazione da bruco a farfalla, il progetto è pensato per far sì che coloro che soffrono di disturbi psichici possano evolvere da una condizione di marginalità ad una situazione di protagonismo. In questo modo divengono elemento centrale di un progetto collettivo che coinvolge la comunità, si fanno promotori di un messaggio scientifico e ambientale, intraprendono di un percorso che permette loro di migliorare la propria condizione psicofisica.

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Farfalle in ToUr però non finisce qui. Dal 2018 entra a far parte di un più ampio progetto europeo dal nome “ProGIreg – Productive Green Infrastructure for Post-industrial Urban Regeneration” della Commissione Europea, che sostiene iniziative indirizzate alla rigenerazione sociale, economica ed ecologica, il cui obiettivo è la riconversione di aree postindustriali in infrastrutture verdi, attraverso sperimentazioni che prevedono nuove soluzioni innovative basate sulla natura e sul coinvolgimento di cittadini e associazioni del territorio. Tra i vari obiettivi il progetto prevede la coltivazione di piante nutrici proprie di ciascuna specie di farfalle affinchè queste possano crescere e riprodursi, l’effettuazione di un monitoraggio per confrontarne l’aumento con dati futuri, la segnalazione di nuove specie come testimoniato dalla “mappa degli avvistamenti” che rileva la presenza delle farfalle nel tessuto urbano e anche l’informazione, attraverso incontri che coinvolgano gli abitanti per confrontarsi su tematiche legate all’ambiente.

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«Le farfalle necessitano del loro nutrimento per tornare ed incontrarsi, il prendersi cura di loro è il nutrimento relazionale per uscire dalla solitudine e riscoprire il piacere di fare insieme. Realizzare delle oasi verdi nei servizi di salute mentale e non solo, con la partecipazione dei soggetti pubblici e del privato sociale, permetterà di creare nei quartieri luoghi in cui incontrarsi e tessere nuovi rapporti. Occuparsi delle farfalle significa anche prendersi cura della propria dimora, del proprio territorio e dell’ambiente».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/aree-post-industriali-torino-diventano-oasi-farfalle/?utm_source=newsletter&utm_medium=email