Case in canapa e calce per un abitare davvero sostenibile

È possibile costruire rispettando la natura? Come si può creare armonia tra attività umane e ambiente naturale? Messapia Style, Emilio e i suoi collaboratori cercano di darci una risposta diffondendo teoria e pratica di un modello di edilizia naturale fondato sull’utilizzo di materiali ecologici, tradizionali e anche economici: canapa e calce. Oggi più che mai l’ambiente ha bisogno di aiuto. L’emergenza climatica sta diventando un problema sempre più rilevante e la necessità di promuovere in ogni campo l’eco-sostenibilità è uno degli obiettivi cardine del ventunesimo secolo. Anche l’edilizia può svolgere un ruolo significativo in questo ambito, cercando di non arrecare danno a ciò che ci circonda. Ed è proprio qui che entra in gioco Messapia Style, una realtà salentina pioniera in Italia dell’edilizia naturale per la realizzazione di case in canapa e calce.

«Nel 2015 ho deciso di costruire per me e mia moglie questa abitazione a Supersano, nella quale tuttora viviamo, con l’uso di materiali ecosostenibili», racconta l’imprenditore bioedile Emilio Sanapo, fondatore dell’azienda. «Ho voluto sperimentare su di me per primo questo sistema innovativo fondato sull’uso della calce/canapa. Il mio obiettivo è proprio quello di non rimanere una goccia nel mare, ma di portare quante più persone possibile a seguire il mio esempio. Se tutti ci impegnassimo sarebbe un vero e proprio toccasana per l’ambiente, anche perché la canapa è un materiale rinnovabile e biodegradabile, cresce in cento giorni e con un ettaro si può costruire una casa».

Emilio Sanapo

L’intento di Emilio e dei suoi collaboratori è quello di promuovere un modo di vivere salutare attraverso la costruzione e la ristrutturazione delle abitazioni facendo uso di materiali naturali che non siano nocivi all’ambiente. La natura è infatti capace di fornirci tutti i mezzi necessari per realizzare case ed edifici che possano durare nel tempo e che siano in grado di fare del bene tanto all’uomo quanto alla natura stessa. In tutto ciò la canapa riveste un ruolo di primaria importanza. Si tratta di una pianta erbacea a ciclo annuale dalla quale si ricavano semi e fibre. Lo stelo legnoso invece contiene una buona quantità di silice e questo la rende resistente al fuoco e alla decomposizione. La miscela che viene utilizzata per la bioedilizia si realizza impastando con acqua la canapa, la calce idrata (un legante) e un eccipiente naturale che ha la funzione di far indurire quest’ultima in un tempo adeguato.

I materiali edili a base di canapa e calce presentano numerose proprietà, positive sia per l’uomo che per l’ambiente. Innanzitutto, le pareti costituite da questi elementi permettono di gestire in maniera naturale l’umidità, che viene mantenuta a un livello stabile intorno al 50-60%. Inoltre, si tratta di materiali isolanti che permettono di creare una barriera contro il calore, isolando sia dal freddo invernale sia dal caldo estivo. Questi fattori garantiscono costi di climatizzazione particolarmente bassi, per quanto riguarda sia i consumi energetici che la manutenzione degli impianti. La miscela di calce e canapa è del tutto traspirante ed esente da condense e muffe poiché, assorbendo la CO2, si viene a creare un clima interno all’abitazione salubre che tende all’alcalino. Inoltre, essa costituisce un materiale da costruzione ideale sia per il basso consumo di energia, sia per il bassissimo inquinamento in fase di produzione, di installazione e a fine vita. È, infine, un prodotto molto durevole nel tempo, a differenza dei materiali da costruzione sintetici che iniziano a presentare fenomeni di degrado dopo pochi anni. Emilio e i suoi collaboratori lavorano principalmente in Puglia, ma piano piano stanno esportando la filosofia della bioedilizia in tutta Italia, per insegnare a imprese o a persone normalissime come auto-costruirsi e costruire per altri abitazioni in calce/canapa. «Si tratta però – ci spiega Emilio – di una tecnica che solo parzialmente siamo riusciti a diffondere. Un grosso ostacolo è quello culturale: si è poco propensi a mettersi in gioco e a imparare nuovi modi di costruire anche se, nolenti o dolenti, saremo costretti a reinventarci, perché è l’ambiente a imporcelo. La mia speranza è che a livello politico qualcosa si possa muovere, per favorire innanzitutto lo sviluppo di questo tipo di materiali e penalizzare quelli derivanti dal petrolio e, soprattutto, per agevolare la filiera della bioedilizia, costruendo degli impianti di trasformazione della canapa».

I mattoni, i blocchetti in laterizio e il calcestruzzo utilizzati nelle costruzioni moderne vengono prodotti da impianti industriali che emettono grandi quantità di CO2, inquinanti per l’atmosfera. Per giunta, il cemento stesso contiene molto spesso alcune sostanze che sono tossiche sia per i lavoratori che per gli abitanti delle abitazioni. Messapia Style, Emilio e tutti i collaboratori di questa azienda si battono ormai da anni per cambiare la situazione attuale e per far fronte alle problematiche ambientali e della salute del singolo. Passo dopo passo, stanno diffondendo il loro ideale di edilizia naturale in calce/canapa, mettendosi al servizio dell’ambiente e dimostrando che anche una goccia d’acqua può far sentire la propria presenza in un mare, soprattutto se questa goccia ne ispira molte altre al cambiamento.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/case-in-canapa-e-calce-abitare-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Dall’ufficio di una multinazionale al frutteto: la storia di Elisabetta e Corrado

A Cecima, al confine tra Lombardia e Piemonte, Corrado ed Elisabetta sono riusciti a realizzare un importante progetto di vita: gestire un bed&breakfast, coltivare l’orto e prendersi cura dei loro alberi da frutto. Dopo anni di lavoro a Milano, hanno scelto di lasciare la città per ritrovare un contatto diretto e autentico con la natura. Non esiste il momento perfetto per cambiare vita, ma a volte è essenziale trovare il coraggio per farlo. Corrado e Elisabetta avevano un sogno nel cassetto: allontanarsi dalla città e vivere assecondando i ritmi della natura. A maggio dell’anno scorso, quando tutti uscivamo incerti e frastornati dal primo lungo lockdown, forse guardando il mondo per la prima volta con occhi nuovi e non più dalla prospettiva angusta di una finestra, per loro due è stato l’incredibile inizio di una nuova avventura. Solo pochi mesi prima, intorno a febbraio, si erano innamorati di un’antica casa di pietra con il fienile annesso e già ristrutturato, ideale per ospitare un bed and breakfast. «Quando è la cosa giusta, tutto sembra incastrarsi alla perfezione», mi racconta Corrado, mentre continua a innaffiare il giardino che circonda la casa, prima che faccia buio. Se c’è una cosa che ha imparato da quando si sono trasferiti a Cecima, è che la campagna richiede tanta cura e dedizione: «La luce del giorno segna il ritmo, finché c’è luce si può continuare a lavorare».

Dopo essere stato diversi anni responsabile per l’Italia di una multinazionale svedese, proprio nel momento in cui la vita sembrava non riservare più grandi stravolgimenti e inversioni di rotta, Corrado ha deciso di abbandonare il suo lavoro e cercare insieme a Elisabetta di vivere in modo più autentico, lontani dal frastuono cittadino. «Eravamo stanchi dei ritmi forsennati della città. In campagna si lavora molto, eppure siamo più felici», mi racconta Corrado. Non è sempre stato facile prendere delle decisioni e cimentarsi in qualcosa di completamente nuovo. Il loro progetto è stato costellato anche di inevitabili errori, su cui hanno saputo farsi una bella risata e imparare qualcosa in più. L’antico fienile oggi ospita due monolocali e due bilocali per accogliere i clienti del B&B, che spesso finiscono per diventare amici, complice la calorosa accoglienza dei padroni di casa. Arredati e dotati di ogni comfort, è possibile trascorrervi periodi anche più lunghi, nell’ottica di una nuova forma di turismo a passo lento. Il Velo di Maya – questo è il nome che hanno scelto per la loro nuova casa – è un luogo incantevole in cui rifugiarsi. Il paesaggio collinare degrada dolcemente verso valle e regala ogni giorno uno spettacolo unico.

Corrado e Elisabetta hanno in progetto di dedicare questo spazio a varie attività, come seminari, trattamenti olistici, eventi, presentazioni di libri. Purtroppo la situazione che ci troviamo a vivere ha interrotto molte delle iniziative in programma, ma Il Velo di Maya continua a essere un luogo di pace in cui trascorrere un week-end di relax o più giorni, anche per lavorare da remoto senza rinunciare al contatto con la natura. Il giardino, di circa quattromila metri quadrati, inizia a regalare i suoi preziosi frutti. Sono stati messi a dimora peschi, albicocchi, peri, aceri rossi. Vi erano già dei noccioli, dei noci e dei ciliegi. «Il nostro obiettivo – prosegue Corrado – è renderci autosufficienti dal punto di vista alimentare, riuscendo a produrre nel nostro orto il necessario per vivere». Il terreno a loro disposizione è alquanto scosceso: dei terrazzamenti sono stati creati per ospitare l’orto, da accudire secondo i principi della permacultura, tenendo conto dei ritmi stagionali delle piante coltivate.

In questo luogo è facile ritrovare sé stessi, immersi nella pace dell’oltrepò pavese, con i suoi paesaggi mozzafiato. Si può visitare il centro storico di Cecima, con il suo dedalo di vicoli realizzati con i ciottoli del torrente Staffora, o dedicarsi a varie attività, come le escursioni a piedi, in mountain bike e a cavallo. Non lontano ci sono l’osservatorio astronomico di Cà del Monte e le terme di Rivanazzano. Oltre «l’illusione del velo di Maya in cui siamo costantemente immersi», Elisabetta e Corrado non smettono di ricercare la purezza di una nuova vita a contatto con la natura. La bellezza del paesaggio li ricambia ogni giorno per il coraggio con cui hanno intrapreso questa nuova avventura, oltre a far innamorare i fortunati ospiti di questa oasi di pace.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/ufficio-multinazionale-frutteto-elisabetta-corrado/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Camminata meditativa: benefici e perché praticarla

La camminata meditativa consente di riequilibrare l’armonia tra mente, corpo e respiro. Ecco come praticarla e i suoi benefici.

(Foto Pexels)

La camminata meditativa è una tecnica meditativa dai grandi benefici. Si tratta di una pratica di meditazione in movimento che sincronizza mente, corpo e respiro. Essa si focalizza sul ritmo del battito cardiaco attraverso il quale decidere pause e movimenti. Si tratta di una pratica che garantisce grande consapevolezza dei movimenti e dello spazio circostante. Esistono tanti tipi di cammini, religiosi, sportivi, meditativi. Il primo ad usare questa tipologia di camminata è stato Thich Nhat Hanh, un monaco buddista. Il suo ideale di “percorso meditativo” si basava su uno stretto contatto con la natura dal fine terapeutico.

La camminata meditativa e i suoi benefici

I benefici della camminata meditativa sono molteplici. Trattandosi di una meditazione, questa agisce direttamente sulla nostra mente diminuendo tensione e stress. Focalizzandosi sul respiro e sul movimento, si riducono i livelli di cortisolo nel sangue e, di conseguenza, si stimolano le molecole del buon umore come la serotonina.

(Foto Pexels)

Benché meditativa, è pur sempre una camminata e comporta dei benefici anche a livello fisico. Questa pratica infatti favorisce il processo di termoregolazione corporea, rafforza il sistema muscolare e immunitario prevenendo influenze e raffreddori.

Step 1, respira e concentrati sui movimenti

Prima di iniziare è bene focalizzarsi sul proprio respiro assumendo una posizione rilassata, ma statica. Successivamente, nella postura più comoda possibile, iniziare a camminare a ritmo lento facendo attenzione alla pressione dei piedi sul terreno. Iniziare a prendere consapevolezza del proprio respiro, del movimento di camminata e di tutte le sensazioni corporee relative ad esso.

(Foto Pexels)

Step 2, focalizzati sul movimento

La funzione della camminata meditativa è quella di incanalare tutta l’attenzione sui movimenti degli arti inferiori, dalle gambe, alle caviglie fino ai talloni. Concentrarsi sul movimento del tallone e della pianta del piede, cercando di non farsi distrare da eventuali rumori esterni. In questo modo si riuscirà ad alleviare gradualmente la tensione dal basso verso l’alto.

Step 3, lascia andare il negativo e abbandonati alle sensazioni

Lo scopo della camminata meditativa è anche quello di assumere consapevolezza delle emozioni percepite lungo tutto il percorso, siano esse positive o negative. Una volta raggiunto un equilibrio tra la propria interiorità e lo spazio circostante, il cammino potrà dirsi compiuto alla perfezione.

Sophia Melfi

Fonte: inran.it

Eleonora, la raccoglitrice di erbe: “La Natura ci parla, ascoltiamola!”

Le erbe selvatiche sono uno dei linguaggi attraverso cui la Natura comunica con gli esseri umani: ascoltarla è fondamentale, non solo per vivere in maniera più sobria e consapevole, ma anche per stare meglio con noi stessi. Ne è convinta Eleonora, appassionata di studio, raccolta e lavorazione di erbe e molto attiva nella diffusione di uno stile di vita legato alla Terra e ai suoi frutti. Eleonora Matarrese, classe 1976, è una raccoglitrice esperta di piante selvatiche, amante dell’etnobotanica, della natura e delle tradizioni, cuoca, traduttrice specializzata in Filologia Germanica, autrice e frizzante divulgatrice di buone pratiche. Nel 2014, a Monza, ha aperto il primo laboratorio gastronomico italiano di cibo selvatico, Pikniq, ora trasferito a Valganna (VA), mentre nel 2018 ha pubblicato “La Cuoca Selvatica. Storie e ricette per portare la natura in tavola”, edito da Bompiani. Incuriositi dalla sua storia ricca e colorita, l’abbiamo intervistata ed ecco che cosa ci ha raccontato.

Come ti sei avvicinata al riconoscimento e alla raccolta delle piante selvatiche?

Alla base di tutto c’è la tradizione del luogo in cui sono nata: io sono pugliese e in Puglia, ancora oggi, si raccoglie. Non è raro, per esempio, che le signore, soprattutto quelle anziane, mettano fuori dalla porta di casa una sedia di paglia con le erbe raccolte per venderle. Da quando avevo due anni mia nonna mi portava in giro con sé – fra campi, boschi, anche al mare – e raccoglievamo, non perché fossimo povere, ma perché così era normale. Era un’abitudine, come respirare. Facendo un conto, oggi posso dire che mi ha insegnato a riconoscere e a raccogliere circa 36 specie. Poi ho frequentato il corso di Botanica alla Facoltà di Agraria e ho sempre studiato e cucinato le piante che riconoscevo, prima in Puglia e poi, dopo gli studi, in Lombardia, dove mi sono trasferita da circa sedici anni.

Le erbe selvatiche sono uno dei linguaggi attraverso cui la Natura comunica con gli esseri umani: ascoltarla è fondamentale, non solo per vivere in maniera più sobria e consapevole, ma anche per stare meglio con noi stessi. Ne è convinta Eleonora, appassionata di studio, raccolta e lavorazione di erbe e molto attiva nella diffusione di uno stile di vita legato alla Terra e ai suoi frutti. Eleonora Matarrese, classe 1976, è una raccoglitrice esperta di piante selvatiche, amante dell’etnobotanica, della natura e delle tradizioni, cuoca, traduttrice specializzata in Filologia Germanica, autrice e frizzante divulgatrice di buone pratiche. Nel 2014, a Monza, ha aperto il primo laboratorio gastronomico italiano di cibo selvatico, Pikniq, ora trasferito a Valganna (VA), mentre nel 2018 ha pubblicato “La Cuoca Selvatica. Storie e ricette per portare la natura in tavola”, edito da Bompiani. Incuriositi dalla sua storia ricca e colorita, l’abbiamo intervistata ed ecco che cosa ci ha raccontato.

So che alla fine hai lasciato Agraria e ti sei Laureata in Lingue e Letterature Straniere.

Sì. Uno dice che non c’entra niente… e invece no! Specializzarmi in Filologia Germanica, per esempio, mi ha aperto la possibilità di tradurre manoscritti come il Lacnunga, una raccolta di metodi di cura pagani del decimo secolo che contiene al suo interno incantesimi, ricette con erbe curative, ma anche di cucina. Quindi, in questo senso, ho proseguito il mio percorso e ricordo che ancor prima di aprire La Cucina del Bosco – il blog da cui poi è nato tutto – avevo aperto un altro blog che si chiamava Wunderkammern, che è il nome di quegli armadi delle meraviglie di moda nel Cinquecento, pieni di tutte le cose che gli esploratori trovavano nei loro viaggi, con cui intendevo condividere e mostrare ad altri le mie scoperte sull’etnobotanica, quindi sull’uso delle erbe da parte degli antichi.

Che cosa ti ha portata a lasciare il tuo lavoro da traduttrice e ad aprire Pikniq, il primo laboratorio gastronomico italiano di cibo selvatico?

Mentre lavoravo come dipendente non vedevo l’ora di tornare a casa per occuparmi dell’orto, di raccogliere, trasformare e cucinare le piante trovate. Un desiderio, questo, che negli anni si è fatto via via più impellente. Quando poi è emersa la crisi economica e le aziende hanno cominciato a licenziare: in quel momento ho iniziato a pensare di andarmene e di aprire con la liquidazione un’attività in linea con le mie passioni. Lo slancio finale me lo ha dato un articolo in cui uno chef presentava il manifesto della cucina nordica, in cui era scritto: “In Scandinavia raccogliamo le erbe spontanee come facevano i nostri avi, quindi la nostra cucina è praticamente a metro zero”. Mi ricordo che mi colpì molto vedere presentata come una moda quella che per me era una conoscenza tradizionale, diffusa in Puglia ma anche in Calabria, in Sicilia, Piemonte, Veneto, Friuli… Mi sono detta: “Se hanno sentito il bisogno di farne un manifesto e poi un articolo vuol dire che le persone stanno dimenticando da dove veniamo”. Così mi sono licenziata, con l’intenzione di condividere quel patrimonio di conoscenze e di gusti che avevo ereditato e ampliato nel corso di decenni.

Quali sono state le tappe del tuo progetto?

L’idea iniziale è stata quella di far entrare sapori e cibi selvatici nelle case delle persone. Così, a Monza, ho aperto il mio laboratorio di trasformazioni alimentari con take away e consegne a domicilio. Era un periodo in cui stavano nascendo anche molti GAS e altri circuiti, come L’Alveare che dice sì, che hanno reso tutto più semplice. Poi tre anni fa mi sono trasferita in provincia di Lecco, dove oltre al laboratorio ho aperto anche un bed&breakfast e un home restaurant. Infine, dall’estate scorsa, sono in Valganna, in provincia di Varese. Qui ho tre ettari di terreno e questo mi permette di fare tutto ciò che ho sempre voluto. Ho un orto che non è un orto, perché non zappo e uso tutto ciò che mi offre la terra. Coltivo, raccolgo, trasformo diverse specie, cucino e continuo a ospitare come b&b. La casa in cui vivo è una dimora storica in stile liberty costruita nel 1896 e perfettamente conservata, anche negli arredi, quindi chi ci viene è catapultato oltre che nella natura anche in un’atmosfera di inizio Novecento.

Come ti sei reinventata con l’arrivo della pandemia?

Mentre ho continuato con l’asporto e, quando possibile, con l’ospitalità, mi sono inventata anche le cosiddette “Wild Box”, delle cassettine che spedisco in Italia e in tutta Europa tramite corriere. Al loro interno metto dieci specie spontanee che cambiano circa ogni dieci giorni seguendo la micro-stagionalità della natura e i trasformati che preparo. Oggi, per esempio, ho finito di fare l’aceto, ma propongo anche la “soda” di Rosa canina e nelle versioni Gourmet e Deluxe metto anche “vino” di fiori, “pane” di ghiande e altri prodotti particolari. Ognuna di queste cose è accompagnata da un foglietto su cui sono riportate le spiegazioni di uso e conservazione e c’è un’area riservata del sito alla quale chi acquista le Wild Box può accedere e trovare, oltre alle schede e alle storie di specie e prodotti, ricette e consigli di trasformazione. Un’idea, questa, che è stata accolta con grande curiosità e interesse. Quando questo caos passerà intendo riaprire il ristorante, ma soprattutto ricominciare a fare i corsi e a trasmettere conoscenze.

Perché secondo te è importante recuperare e conservare questo tipo di conoscenze?

Da una parte c’è la bellezza del non avere tutto pronto e inscatolato. Poi c’è un discorso di sapori, di nutrienti della pianta. Io faccio spesso l’esempio del farinello, che si trova facilmente in natura e ha otto volte più ferro dello spinacio normale. Senza parlare del fatto che lo spinacio che troviamo nei supermercati probabilmente di nutrienti non ne ha neanche più, perché è stato coltivato in serra, con pesticidi, perché magari è un ibrido F1 e tutto ciò che resta di lui è cellulosa, acqua e… chissà cos’altro! Infine c’è l’aspetto ambientale ed economico. Si criticano tanto gli allevamenti intensivi, ma non si parla delle coltivazioni intensive. La monocoltura viene fatta passare per una cosa normale, mentre invece non lo è, perché degrada il paesaggio e rovina il terreno. Sfruttamento ambientale, quindi, ma anche economico dei contadini che vengono spesso presi per il collo. Ciò che paghiamo come clienti, infatti, finisce perlopiù ai grandi distributori, ai supermercati, e viene usato per la pubblicità e per l’inscatolamento. Si aggiunge così inquinamento all’inquinamento, problema su problema.

Qual è un consiglio che daresti a chi ha voglia di un’Italia che Cambia?

Di osservare di più il mondo che ci circonda, di buttare l’occhio fuori dalla finestra, passeggiare, guardare in terra e in alto. Novembre, per esempio, è solitamente un mese “morto”. Uno può pensare che la natura stia andando a riposo, che non ci siano le erbe. Però se tu cammini nel bosco e guardi, osservi, per terra puoi vedere dei frutti. La natura ti sta dando un segnale: anche quando sembra tutto perduto e morto, in realtà c’è vita e c’è nutrimento. E anche adesso: Covid, chiusura, poi al primo raggio di sole vai nel campo e trovi germogli di pungitopo, di vitalba, piante che di per sé sono tossiche, ma quei germogli si possono raccogliere e sono ricchi di ferro e vitamine. Non si tratta solo di riconoscere per nutrirsi. Se si impara di nuovo a osservare si vedrà che se la calendula chiude i petali sta per venire un temporale. Quando l’acetosella chiude le foglie sta per fare freddo. Quindi osservate, perché quest’empatia ci aiuta anche con gli altri e ci fa stare meglio con noi stessi.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/eleonora-raccoglitrice-erbe-la-natura-ci-parla-ascoltiamola/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

I suoni della natura per una salute migliore: lo studio

I suoni prodotti dalla natura aiutano ad avere una salute migliore: è ciò che è emerso da uno studio americano da poco pubblicato.

(Foto Pixabay)

Uno studio americano condotto dai ricercatori di tre università americane ha lavorato per dieci anni sulla teoria che i suoni della natura migliorino la salute. Lo studio è stato svolto dalla Michigan State University, dalla Colorado State University e dalla Carleton University in collaborazione con il Servizio Nazionale dei Parchi americano. I dati sono stati raccolti da varie parti del mondo e hanno aiutato gli studiosi a decretare che i rumori della natura non hanno soltanto un effetto rilassante.

Gli effetti dei suoni naturali sulla salute

Lo studio pubblicato dalla rivista Pnas afferma che i suoni della natura hanno proprietà benefiche sulla salute. Dopo aver raccolto delle registrazioni audio da più di cento diversi parchi americani gli studiosi hanno fatto ascoltare agli studenti i suoni della natura. I partecipanti all’esperimento hanno riscontrato vari benefici dall’ascolto come riduzione del dolore e dello stress, un umore migliore e migliori capacità cognitive.

(Foto Pixabay)

Gli studiosi sono riusciti ad individuare alcuni suoni naturali che agiscono su aree specifiche della salute. Ad esempio il rumore dell’acqua aumenta le emozioni positive e il benessere generale mentre il canto degli uccellini riduce e aiuta a combattere lo stress.

Perché è importante ascoltare i suoni della natura

I ricercatori dello studio raccomandano di trascorrere con regolarità del tempo in mezzo alla natura per trarre beneficio dai suoni che essa produce. Stare all’aria aperta è importante soprattutto per la crescita sana dei bambini. Venendo da una situazione molto particolare che è quella dei lockdown gli studiosi sottolineano il peso che ha sulla salute il trovare del tempo da trascorrere in mezzo alla natura.

(Foto Pixabay)

Stare chiusi in casa ha conseguenze che si manifestano sul nostro corpo ed è quindi importante trascorrere del tempo all’aperto. Le attività che si possono fare sono moltissime e i diversi luoghi naturali offrono un numeroso assortimento di suoni unici. Anche per rispondere al bisogno delle persone di passare del tempo in mezzo alla natura sono in aumento in tutto il mondo attività turistiche e ricreative concentrate su di essa. Le passeggiate sonore sono dei percorsi organizzati da esperti mirati all’ascolto della natura. Ai partecipanti è richiesto silenzio per ascoltare al meglio i suoni naturali e apprezzare l’ambiente che li circonda.

Fonte: inran.it

Thar do Ling: permacultura e consapevolezza come scelta di vita

Qualche anno fa una coppia di siciliani ha sentito l’esigenza di rimodulare la propria vita per renderla più consapevole, più sostenibile, più lenta. Da questo bisogno è nato il centro Thar do Ling, ispirato ai principi della permacultura con uno sguardo rivolto alla spiritualità tibetana. Il centro è stata una delle tappe del nostro tour nella Sicilia Che Cambia. Partiamo da Tusa e ci dirigiamo verso Montelepre attraversando le Madonie orientali, evitando le autostrade e imbattendoci in un percorso un po’ tortuoso, ma godendoci il paesaggio e scoprendo piccoli paesini fin a quel momento sconosciuti. Siamo in provincia di Palermo, precisamente a Sagana, nel comune di Montelepre, in una splendida valle nel bacino del fiume Nocella. Dopo un piacevole viaggio giungiamo a Thar do Ling, una nuova tappa del viaggio nella Sicilia Che Cambia. Ad accoglierci suoi fondatori, Simona Trecarichi e Danilo Colomela. Appena arrivati, mentre i figli di Simona e Danilo sono attratti dai miei cani che scorrazzano in cerca di palle con cui giocare, ci concediamo un tè per conoscerci meglio a telecamere spente. Simona e Danilo ci raccontano la loro storia e le scelte di vita che hanno portato alla nascita del centro Thar do Ling, dedicato allo sviluppo della consapevolezza.

Qualche anno fa una coppia di siciliani ha sentito l’esigenza di rimodulare la propria vita per renderla più consapevole, più sostenibile, più lenta. Da questo bisogno è nato il centro Thar do Ling, ispirato ai principi della permacultura con uno sguardo rivolto alla spiritualità tibetana. Il centro è stata una delle tappe del nostro tour nella Sicilia Che Cambia. Partiamo da Tusa e ci dirigiamo verso Montelepre attraversando le Madonie orientali, evitando le autostrade e imbattendoci in un percorso un po’ tortuoso, ma godendoci il paesaggio e scoprendo piccoli paesini fin a quel momento sconosciuti. Siamo in provincia di Palermo, precisamente a Sagana, nel comune di Montelepre, in una splendida valle nel bacino del fiume Nocella. Dopo un piacevole viaggio giungiamo a Thar do Ling, una nuova tappa del viaggio nella Sicilia Che Cambia. Ad accoglierci suoi fondatori, Simona Trecarichi e Danilo Colomela. Appena arrivati, mentre i figli di Simona e Danilo sono attratti dai miei cani che scorrazzano in cerca di palle con cui giocare, ci concediamo un tè per conoscerci meglio a telecamere spente. Simona e Danilo ci raccontano la loro storia e le scelte di vita che hanno portato alla nascita del centro Thar do Ling, dedicato allo sviluppo della consapevolezza.

L’idea comincia a maturare nel 2005, originata dal desiderio di creare un luogo in cui poter vivere a contatto con la natura e praticare un modello di vita ecocompatibile, basato su uno stile di vita semplice e lontano dai consumi eccessivi. «La prima attività è stata quella di recuperare attraverso la bioedilizia un immobile che stava andando in malora», racconta Simona. In un primo momento i due fondatori hanno mantenuto il loro lavoro a Palermo, ma col tempo, anche attraverso la conoscenza della permacultura, hanno deciso di creare un’associazione di promozione sociale e divulgare quanto appreso.

«Da un posto da mantenere è diventato un posto che ci mantiene», prosegue Simona. Durante tutto l’anno, infatti, vengono proposti corsi, seminari, workshop, cantieri didattici, campi per ragazzi e famiglie, attività educative per le scuole, ritiri di meditazione e pratica spirituale. Le caratteristiche principali dello stile di vita di Simona e Danilo sono parte integrante della loro offerta formativa, in particolare l’alimentazione vegetariana e, quando possibile, locale e biologica, l’attenzione alla riduzione dei rifiuti – i prodotti usa e getta non sono utilizzati –, l’uso di detersivi ecologici acquistati alla spina, la compostiera per gli avanzi della cucina, l’uso di un sistema di riscaldamento a biomassa per evitare sprechi e preservare la salubrità dell’ambiente e tanto altro. Durante la visita al Centro Thar do Ling sono rimasto particolarmente affascinato dalle arnie, alcune delle quali vengono costruite da Danilo che, oltre a produrre del miele buonissimo – penso il migliore che abbia mai provato –, organizza sia al Centro che presso altre strutture corsi di apicoltura naturale.

L’idea comincia a maturare nel 2005, originata dal desiderio di creare un luogo in cui poter vivere a contatto con la natura e praticare un modello di vita ecocompatibile, basato su uno stile di vita semplice e lontano dai consumi eccessivi. «La prima attività è stata quella di recuperare attraverso la bioedilizia un immobile che stava andando in malora», racconta Simona. In un primo momento i due fondatori hanno mantenuto il loro lavoro a Palermo, ma col tempo, anche attraverso la conoscenza della permacultura, hanno deciso di creare un’associazione di promozione sociale e divulgare quanto appreso.

«Da un posto da mantenere è diventato un posto che ci mantiene», prosegue Simona. Durante tutto l’anno, infatti, vengono proposti corsi, seminari, workshop, cantieri didattici, campi per ragazzi e famiglie, attività educative per le scuole, ritiri di meditazione e pratica spirituale. Le caratteristiche principali dello stile di vita di Simona e Danilo sono parte integrante della loro offerta formativa, in particolare l’alimentazione vegetariana e, quando possibile, locale e biologica, l’attenzione alla riduzione dei rifiuti – i prodotti usa e getta non sono utilizzati –, l’uso di detersivi ecologici acquistati alla spina, la compostiera per gli avanzi della cucina, l’uso di un sistema di riscaldamento a biomassa per evitare sprechi e preservare la salubrità dell’ambiente e tanto altro. Durante la visita al Centro Thar do Ling sono rimasto particolarmente affascinato dalle arnie, alcune delle quali vengono costruite da Danilo che, oltre a produrre del miele buonissimo – penso il migliore che abbia mai provato –, organizza sia al Centro che presso altre strutture corsi di apicoltura naturale.

Tra i progetti futuri, Danilo ci racconta la volontà di creare dei tour esperienziali per i quali sta predisponendo un piano di interpretazione ambientale – una branca dell’educazione ambientale – che permetterà ai visitatori attraverso la traduzione di un codice, quello della natura, di approfondire i valori del luogo e il contesto circostante. Un’altra possibilità che offre il centro Thar do Ling è quella del woofing per chi voglia fare esperienza di vita rurale e immergersi nelle varie attività proposte in un clima conviviale. Infine, un’ultima curiosità legata al nome. Thar dö Ling in tibetano significa “Terra di chi aspira alla grande pace”; Centro per lo sviluppo della consapevolezza invece è una dicitura che legata a una riflessione: «Pensiamo che tutti i problemi del nostro Pianeta – concludono Simona e Danilo – possano essere risolti solo se abbiamo la consapevolezza che il primo passo da fare deve essere il nostro. Per saper muovere i passi bisogna allenarsi. Il Centro Thar dö Ling vuole essere la palestra!».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/thar-do-ling-permacultura-consapevolezza-scelta-di-vita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Corazoncitos: la scuola outdoor dove si impara facendo.

Corazoncitos è un progetto educativo creato da alcune famiglie homeschoolers nell’imperiese che desideravano un luogo didattico immerso nel verde per i propri figli. Missione compiuta! Oggi otto bambini possono crescere a contatto con la Natura e imparando da essa. Immaginate un’aula, una lavagna con i gessetti, i banchi, la cattedra e una grande finestra, quella da cui si sbirciavano le nuvole e le stagioni cambiare. Ora eliminate tutto, anche i muri: visualizzate un luogo in cui l’aula è la natura e dove si impara facendo. L’aggancio di ogni materia alla natura è la base fondante di Corazoncitos, scuola parentale in natura, in cui l’ambiente esterno è la risorsa principale della formazione stessa. Rispetto a una scuola tradizionale, qui è il contesto a fornire gli stimoli per la gestione quotidiana della didattica. «Ogni volta che ci approcciamo a una materia, – racconta Valentina, l’educatrice – ci chiediamo cosa la natura ci può dare rispetto a quel particolare argomento». Per questo non mancano passeggiate ed esplorazioni, oltre all’orto didattico e alla cura delle galline.

La giornata tipo? «Ogni mattina, per prima cosa, i bambini si siedono in cerchio e si salutano – spiega Rosy Masuzzo, co-fondatrice del progetto –, raccolgono l’erba per le galline e poi scendono a vedere se nell’orto didattico c’è qualcosa di maturo per fare merenda tutti insieme. Dopodiché ci si dedica all’apprendimento: per esempio, l’altro giorno con il maestro Elio hanno imparato le misurazioni delle forme geometriche come quadrato e rettangolo». Proprio nell’orto.

«Mettere al centro le famiglie che desiderano incoraggiare una scelta di vita educativa diversa per i propri figli è il pilastro su cui si fonda l’intero progetto educativo». I protagonisti dell’esperienza comune sono proprio le famiglie che accompagnano il bambino in queste nuove esperienze, alimentando il senso di appartenenza collettivo.

Il primo anno scolastico dei “piccoli cuori” è iniziato a settembre 2020, all’interno dei terreni dell’azienda agricola Rolè. Il gruppo è eterogeneo ed è formato da otto bambini. La composizione diagonale e l’intersezione stessa di diverse fasce d’età che si compenetrano rende l’attività ancora più stimolante, perché i singoli partecipanti, dalla scuola primaria fino alla secondaria di primo grado, collaborano in sincrono e cooperano, proprio come gli ingranaggi di un unico macchinario. Essere educatori in questo tipo di progetti significa sposarne in toto la filosofia: «Dedicarmi alla loro educazione, portare ogni mattina la gioia di vivere, il piacere della condivisione e aiutarli a interiorizzare la compassione per me è un privilegio, perché io cresco con loro». Questo approccio educativo, interamente basato sull’ascolto, testimonia che sentendo davvero i bambini, i loro bisogni e sentimenti, è possibile seminare in ognuno di loro fiducia e amore.

«Il vero obiettivo – rivelano Rosy e Valentina – è che tutti i bambini qui crescano come persone». E in questi primi mesi tutti i piccoli “alunni” stanno innegabilmente traendo un enorme beneficio da questa convivenza con la natura, soprattutto sotto l’aspetto relazionale, non solo didattico, perché imparano ogni giorno a vivere insieme.

“Troverai più cose nei boschi che nei libri. Gli alberi e i sassi ti insegneranno cose che nessun uomo ti potrà dire”. Bernardo di Chiaravalle

Per approfondire, ascolta l’intervista integrale a Rosy e Valentina qui. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/corazoncitos-scuola-outdoor/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Stefania e Andrea: “Costruiamo una casa su misura per noi e le nostre api”

Alchimilla Apicoltura è l’azienda agricola di Stefania Conte e Andrea Peretti, una giovane coppia che vive a Mathi, in provincia di Torino, e che qui ha deciso di autocostruire la casa dei propri sogni e di condividerla con le loro api, dedicandosi all’apicoltura e alla produzione di mieli naturali e locali. Arriva un momento, nella vita, in cui i sogni non possono più rimanere chiusi nel cassetto a prendere polvere e in cui è necessario un po’ di coraggio per dare loro la forma giusta. Spesso sono proprio questi momenti, costellati da punti interrogativi e tante incertezze, ad anticipare i cambiamenti più belli della nostra vita. Solo che ancora non lo sappiamo! Momenti in cui rischiare è la sola scelta possibile per creare il nostro futuro. La storia di oggi parla di una giovane coppia, qualche ape e un sogno grande come una casa… fatta con legno e paglia. È la storia di Stefania Conte e Andrea Peretti che dopo la laurea si sono trovati a un bivio, come sovente succede a molti giovani: rimanere in Italia facendo i conti con un futuro incerto o avventurarsi all’estero, alla ricerca di maggiori sicurezze economiche.

«Subito dopo una laurea in lingue ho cercato lavoro nell’ambito dell’organizzazione di eventi culturali ma purtroppo sono entrata nel mondo del lavoro in un momento di crisi, trovando soltanto lavori saltuari. Andrea, il mio compagno, si è laureato in architettura con una tesi in ambito edilizio sul tema dell’autocostruzione attraverso l’impiego della paglia. Nello studio in cui lavorava, però, passava molte ore seduto al computer e la vita da ufficio non era ciò che desiderava. Pian piano ci siamo resi conto che insieme potevamo creare qualcosa di diverso. Abbiamo voluto farlo, non fuggendo ma rimanendo, poiché sentivamo forte l’esigenza di dare speranza al nostro territorio, anche a scapito delle certezze economiche».

Così Andrea e Stefania hanno deciso di reinventarsi e avvicinarsi al mondo agricolo, per sperimentare una vita a misura dei loro sogni, dove il contatto con la natura, il lavoro manuale e le mille sfumature dei colori delle stagioni li facessero sentire a casa. Così la scelta è stata quella di vivere nelle valli di Lanzo, in provincia di Torino.

«In quel periodo cercavamo una casa che avesse un terreno da poter coltivare ma non abbiamo trovato nulla che facesse al caso nostro». La speranza però è l’ultima a morire e i nostri protagonisti si sono lanciati in un’impresa coraggiosa e quasi impossibile: costruire da soli la casa dei loro sogni! Una casa a basso costo e a basso impatto, coibentata con isolanti naturali come la paglia. Una casa realizzata a quattro mani, mettendo in pratica le loro conoscenze nell’ambito di bioedilizia e facendosi aiutare da qualche amico. Negli anni, grazie all’aiuto di un amico che allevava le api, si sono appassionati all’apicoltura e hanno deciso di dare vita alla loro azienda agricola che hanno chiamato Alchimilla Apicoltura, dove producono miele artigianalmente con metodi naturali, senza l’utilizzo di trattamenti chimici. Qui, insieme alle loro api, alternandosi tra la pianura e la montagna, producono miele di acacia, millefiori, tiglio, tarassaco, rododendro e castagno. Nella loro accogliente casa ospitano chiunque abbia voglia di conoscere da vicino il magico mondo delle api: organizzano ogni anno un corso di apicoltura insieme ad ATA – Associazione Tutela Ambiente di Ciriè e hanno fondato il progetto “Adotta un alveare”, che prevede un’esperienza in apiario e la consegna di qualche vasetto di miele.

«Non è facile vivere di sola apicoltura. Negli ultimi anni abbiamo visto che si riesce a produrre sempre meno miele a causa di diversi fattori ambientali, del cambiamento climatico e dell’inquinamento. Noi ci sentiamo fortunati perchè viviamo in una zona dove non ci sono coltivazioni intensive e le api stanno bene. Si tratta di una zona molto ambita poiché, spostando le arnie anche di poco, si possono raggiungere altitudini con fioriture diverse. Una volta costruita la casa abbiamo smesso di fare tutto il resto e ci siamo dedicati solo all’apicoltura. Questa è la nostra idea di vita tranquilla e naturale: prenderci cura delle api, seguire personalmente gli alveari, occuparci della parte di laboratorio e della vendita».

All’inizio Stefania alternava il lavoro in modo da avere il tempo di seguire la creazione della casa e Andrea, con la sua voglia di mettersi in gioco, ha dimostrato che tutto ciò che ha studiato sui libri poteva essere trasformato in una realtà fatta a loro misura.

«Le fatiche sono state tantissime e l’autocostruzione è un progetto molto più impegnativo di quanto i libri ti raccontano. Ci sono stati momenti difficili dove la stanchezza prendeva il sopravvento e per anni abbiamo lavorato alla costruzione della casa nei ritagli di tempo, sacrificando molto del nostro tempo libero. Ma sono proprio i progetti più faticosi quelli che ti formano e ti fanno crescere. Dall’inizio della nostra avventura siamo cambiati molto e sappiamo che ogni fatica ne è valsa la pena, proprio perché questa era la vita che volevamo». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/stefania-andrea-costruiamo-casa-misura-noi-nostre-api/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Ritrovare il contatto con la natura per vivere bene e in salute

Sono ormai noti i benefici che la vicinanza ad un ambiente naturale comporta per la nostra salute, intesa come stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale. Recuperare il contatto con la natura attraverso la promozione di pratiche come le immersioni forestali, proposte in Italia da A.I.Me.F., è dunque fondamentale per vivere bene.

 “Finché c’è salute, c’è speranza” e “finché c’è natura, c’è vita”. Così potrebbero essere riletti i fondamenti della nostra esistenza di esseri umani. Specie in questo periodo, in cui la salute di tutti è tanto a rischio ed è tanto legata alle sorti dell’ambiente. Ma cos’è la salute e quali fattori la promuovono? Il concetto di Promozione della Salute è stato teorizzato in varie epoche storiche, fino ad una codifica avvenuta nel 1986 ad opera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità attraverso la Carta di Ottawa che ne fa una forma di impegno ed un obiettivo di ogni Società Civile. Nel testo, la  Salute viene definita come “il processo che consente alle persone di esercitare un maggior controllo sulla propria salute e di migliorarla”.
A che punto siamo, oggi, rispetto a questo obiettivo? È sempre più evidente che sia necessario un radicale cambio di paradigma, che avverrà forse quando inizieremo a diventare pienamente e  individualmente responsabili della nostra salute. In che modo? In primis rilanciando l’intrinseca capacità di adattamento e le risposte del nostro sistema immunitario, unica vera salvaguardia per la promozione della salute. Oltre a questo, è ormai nota a tutti l’importanza della nutrizione, della giusta idratazione, del movimento, della meditazione, del riposo e della lotta ai numerosissimi fattori stressogeni. Tutto ciò, ha un potenziale enorme di promozione della salute individuale. Accreditati studi internazionali hanno effettuato stime quantitative dell’impatto di alcuni fattori sulla longevità e la salute delle comunità. Tra questi, viene sottolineata l’incidenza dei servizi sanitari, gli stili di vita e i fattori genetici ereditari. Ma, ciò che più ci interessa mettere in evidenza, è l’importanza delle condizioni ambientali sulla salute, a cui si vorrebbe un’incidenza 20-30% (1).

Dunque, concentrare l’attenzione e le risorse sul rapporto tra salute e natura è oggi più che mai necessario se si vuole intraprendere un percorso di responsabilizzazione verso la propria salute, e quella delle persone che ci circondano.

Quali pratiche possono favorire tale rapporto, tra l’altro ancestrale e fondamentale? Molte le risposte. Una, in particolare, si caratterizza per il suo carattere innovativo ed inaspettato. Si tratta della Medicina Forestale (Forest Therapy), una scienza proveniente dall’Asia e diffusa ormai  in tutto il mondo, che sta dimostrando quanto possa essere efficace il potere terapeutico della Natura. Negli  anni ’80, il medico immunologo giapponese Qing Li e il medico ed amministratore forestale Yoshifumi Miyazaki hanno dimostrato che il semplice avvicinamento alla natura e agli alberi sia enormemente efficace nel promuovere la salute e potenziare il sistema immunitario. Le loro ricerche hanno evidenziato gli effetti calmanti, drenanti, miorilassanti, antinfiammatori, antidolorifici, antitumorali, antibatterici, antivirali e molto altro, i quali si attivano nell’organismo a seguito dell’inalazione delle sostanze volatili diffuse spontaneamente e continuamente dalle piante attraverso le foglie, la corteccia, i fiori e anche le radici. Queste sostanze, identificate a migliaia e ad oggi classificate in circa 3000 tipologie, sono definite B-VOC: Composti Organici Volatili di origine Biogenica. Sono proprio i BVOC che rendono l’ambiente forestale tanto salutare e benefico per la salute dell’ecosistema, essendo, per esempio, l’alfabeto attraverso cui gli esseri vegetali comunicano. E per noi esseri umani? A cosa si deve tanto beneficio? Per capirlo, basta guardare ai nostri antenati che si sono evoluti dentro le foreste respirando e assorbendo gli stessi B-VOC che curavano le malattie delle piante. Proprio allora è nata la prima forma di fitoterapia, branca antichissima della medicina su cui si basa oltre il 90% dei farmaci esistenti. La buona notizia è che ancora oggi, noi uomini, presunti civilizzati, conserviamo sulla nostra pelle i recettori giusti, di membrana e intracellulari, per interagire ed assorbire queste molecole volatili.

Ma, andiamo un po’ più a fondo della pratica di Forest Therapy, che niente ha a che fare con la magia o la superstizione. Tutt’altro : è scienza, ricerca ed esperienza. In Giappone, infatti, la Medicina Forestale è oggi prescritta regolarmente dai medici che raccomandano a molti pazienti lo Shinrin-yoku, traducibile con Bagno nel Bosco o Immersione Forestale, al fine di recuperare il benessere fisico e psichico mediante il lento e consapevole inoltrarsi in una foresta trascorrendo del tempo immersi nella natura a diretto contatto con gli alberi. Se opportunamente mediata da facilitatori preparati, e testata con appositi apparecchi medici, tale esperienza ha un effetto benefico per le difese immunitarie e antitumorali, per la funzionalità dei sistemi cardiovascolare, broncopolmonare, metabolico e muscolo scheletrico, oltre a combattere lo stress, di cui è cronicamente affetta la nostra società globale. Cosa prescrivere, allora, come miglior farmaco, se non la natura?! E, viceversa, come non prendersi cura di quella patologia che deriva dalla sua mancanza?! A tal proposito, il giornalista e autore Richard Louv (2), nel 2005 ha coniato il termine “Sindrome da Deficit di Natura”. Con questo concetto si riassumono tutti quei disturbi, dal diabete, all’ipertensione, la depressione, l’ansia, il deficit di memoria e le malattie neurodegenerative, riscontrati soprattutto nei cittadini abituati oggi a trascorre oltre il 95% del proprio tempo al chiuso e sotto continui stimoli di stress. Questo Deficit di Natura ci fa ammalare più facilmente facendoci divenire fragili e più soggetti all’attacco di agenti patogeni. Per fortuna, oggi, molti medici in tutto il mondo, e in piccola parte anche in Italia, stanno iniziando a fare riferimento a questa patologia prescrivendo come cura, il semplice ed economico contatto con la natura, oltre ad uno stile dai ritmi più lenti e consapevoli. In poche parole, più naturali! Ecco, allora che pratiche come i bagni di Bosco, lo Shinrin yoku, e le immersioni forestali, diventano un vero e proprio Atto Terapeutico, efficace ad ogni età e in tutte le circostanze.

Anche in Italia, dal 2018, grazie all’A.I.Me.F.,  l’Associazione Italiana di Medicina Forestale, hanno iniziato ad operare sul campo esperti facilitatori di Forest Therapy e stanno sorgendo dei Forest Bathing Center, ovvero dei luoghi qualificati e certificato dove svolgere le attività di Medicina Forestale (3). In questi luoghi, sparsi per tutta Italia, grazie all’A.I.Me.F.. è scientificamente provato che il contatto con la natura abbia un effetto benefico nella promozione della salute individuale.
Ma quanto tempo bisogna trascorrere in natura, in particolare accanto agli alberi? La medicina forestale, raccomanda almeno 4-6 ore a settimana, in ogni stagione. Ovviamente, maggiore è il tempo trascorso in foresta, in un bosco o un parco urbano, maggiori saranno i benefici a vantaggio del sistema immunitario, l’aumento delle capacità di adattamento e la promozione dei meccanismi di autoguarigione. Tuttavia, è possibile mantenere attivi gli effetti salutari della forest therapy trascorrendo anche solo 30-40 minuti ogni giorno in quei luoghi. Quindi l’invito è di favorire sempre più il processo di riavvicinamento alla natura. In fondo, come esulta il motto dell’A.I.Me.F.: “La natura siamo noi!”.

Note:

  1. Influenzano salute e longevità soltanto per il 10-15%, mentre gli stili di vita contribuiscono per il 40-50%, e i fattori genetici ereditari per un altro 20-30% (Canciani L., Struzzo P.L., 2011. La Promozione della Salute, capitolo in Gasbarrini Cricelli: Trattato di Medicina Interna. Verducci Editore, Roma)
  2. Richard Louv. Last Child in the Woods: Saving Our Children from Nature-Deficit Disorder 2005
  3. Zavarella P., Sigismundi G., Dell’Aquila L., MANIFESTO della Medicina Forestale. Edizioni A.I.R.O.P. 2019.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/ritrovare-contatto-natura-per-vivere-bene-in-salute/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Milano, food policy: oltre 100 orti didattici nelle scuole, pubblicate le linee guida per crearli

Anche in vista della riapertura di questo particolare anno scolastico, che richiede l’individuazione di progetti all’aperto, sono state pubblicate dal Comune di Milano le “Linee Guida per gli orti didattici nelle scuole milanesi”

La realizzazione di un orto scolastico è tra le opportunità formative più efficaci e coinvolgenti per bambini e ragazzi. Già oggi sono 107 quelli attivi nelle scuole comunali e statali di Milano: 62 nelle Scuole dell’Infanzia e 20 nei Nidi, 12 in Istituti comprensivi, 9 in Scuole Primarie, 2 in Scuole secondarie di I grado e 2 in Scuole dell’Infanzia statali. Tra gli orti didattici realizzati nelle scuole del Comune di Milano, 36 sono stati creati e vengono gestiti con il supporto di professionisti, 26 con l’aiuto di volontari e 20 sono completamente ‘fai-da-te’.  Proprio partendo da queste esperienze e con l’obiettivo di educare al valore della natura e del cibo fin da piccoli e garantire attività costruttive all’aperto – a maggior ragione in vista della riapertura di questo particolare anno scolastico, che richiede l’individuazione di progetti all’aperto per fronteggiare l’emergenza Covid-19 – sono state pubblicate dal Comune di Milano le “Linee Guida per gli orti didattici nelle scuole milanesi”: www.foodpolicymilano.org/wp-content/uploads/2020/02/Linee-Guida-Orti-Didattici.pdf.

All’interno vengono spiegati tutti gli aspetti più pratici. Dai costi (intorno ai mille euro, se ci si avvale dell’aiuto di professionisti) alle possibili fonti di finanziamento, dalle fasi della realizzazione del progetto (definizione delle opzioni tecniche, presentazione agli uffici, acquisto del materiale, formazione, preparazione del terreno, semina, raccolta e produzione) alle diverse tipologie (dall’orto a pieno campo a quello nei cassoni, dalla serra al frutteto), fino alle tante esperienze di successo da cui prendere spunto: ‘MiColtivo’ di Fondazione Riccardo Catella, ‘Scuola nell’orto’ dell’Istituto Rinnovata Pizzigoni, il metodo montessoriano dell’Istituto Riccardo Massa, gli orti di via Padova di Legambiente Lombardia, quelli delle associazioni Quei dei Tredesin e Nonni amici, della Scuola Rinascita, ‘Orto in condotta’ di Slow Food e quelli a pieno campo del Rotary Club San Siro. L’idea alla base della realizzazione dell’orto didattico è che diventi uno stimolo per l’apprendimento attivo. Per questo il progetto deve mettere insieme diverse materie, come scienze, matematica, educazione civica, geografia, letteratura e arte. La realizzazione permetterà a bambini e ragazzi di sviluppare competenze sociali, di rafforzare il lavoro di gruppo e la responsabilità individuale, di favorire dialogo e scambio intergenerazionale e fornirà, soprattutto ai più grandi, elementi per valutare la sostenibilità nel tempo di un’iniziativa e gli aspetti imprenditoriali ad essa legati. Ultimo, ma non meno importante in una città che vuole ripensare anche ai suoi tempi, è che la realizzazione di un orto può insegnare il valore dell’attesa dei tempi della natura

Lo scorso autunno, la Food Policy del Comune di Milano, insieme agli assessorati al Verde, all’Educazione ed Edilizia scolastica e alla Direzione Quartieri, aveva lanciato l’idea di un vademecum sugli orti didattici traendo spunto dalle esperienze virtuose di insegnanti, educatori e addetti ai lavori di tante scuole della città. Da qui sono nate le linee guida, promosse insieme alla Fondazione Cariplo, nell’ambito delle azioni attuative della Food Policy di Milano, e realizzate con il supporto del centro di ricerca Està – Economia e Sostenibilità: saranno distribuite alle scuole in autunno, dopo la riapertura.

Fonte: ecodallecitta.it