Permacultura, rigenerazione e una food forest: la nuova vita di Chris e Mario in Calabria

Due giovani, uno svizzero e uno spagnolo, hanno unito i loro cammini in un percorso comune che li ha portati a Badolato, in Calabria. Qui hanno lanciato un progetto in permacultura che punta alla rigenerazione del suolo e alla creazione di un modello incentrato sulla condivisione, sulla sostenibilità e sull’autosufficienza.

CatanzaroCalabria – È difficile riassumere in poche righe la ricchezza trasmessa da Chris e Mario, due giovani europei interessati alla permacultura che hanno deciso di cambiare vita e portare avanti il loro progetto di rigenerazione del suolo a Badolato, un paesino di circa 3000 abitanti sulle pendici della costa ionica in Calabria. «Non abbiamo ancora molto da far vedere, il nostro progetto è soltanto all’inizio», mi avevano detto prima che li incontrassi. Eppure non mi ero lasciata fermare da queste parole. Già tante volte mi ero chiesta come mai uno svizzero (Chris) e uno spagnolo (Mario) dovrebbero decidere di venire a vivere qui in Calabria, in un piccolo paese, e intuivo la complessità di questa scelta. Così, ancora una volta, decido di macinare qualche chilometro per andare a trovarli. Il casolare in cui vivono Chris e Mario è nella campagna badolatese, a metà fra la montagna e il mare. È un’oasi di verde, azzurro e tante sfumature di giallo, molto intense in un periodo caldo come l’agosto 2021.

Il loro progetto è frutto di tanti anni di viaggio e cambiamento interiore: Chris ha lavorato per molto tempo nel mondo del cinema e Mario in quello del marketing, prima di decidere che questo tipo di vita non faceva per loro. Inizia una fase di ricerca legata al mondo della permacultura e a un tipo di vita che fosse in connessione con loro stessi, con gli altri e con la natura. Durante questa fase, i loro cammini si sono incrociati nel 2016 in Portogallo in occasione di un corso e i due hanno capito di essere destinati a rimanere connessi nel tempo, anche se si trovano in diverse parti d’Europa.

«Cercavo un posto in cui applicare i principi di permacultura che stavo studiando e costruire un progetto di vita, finché non sono arrivato qui a Badolato nel 2018 perché la mia ex ragazza partecipava a un progetto di home school e ho visto tutta la ricchezza e la biodiversità di questa terra», racconta Chris, che coinvolge anche Mario in questa possibilità. La ricchezza della terra, il calore degli abitanti del paese, la possibilità di una vita più sana e a contatto con la natura e la bellezza del borgo li convincono a compiere il passo definitivo: nel marzo 2020 si trasferiscono così in un casolare che decidono di acquistare con i loro risparmi. E così cominciano i lavori, che mirano in primo luogo a rigenerare il suolo e la terra. È questo il punto focale del loro impegno, nella convinzione che «non esistono terreni poveri, ma piuttosto una mancanza di vita nel suolo». Si dedicano molto allo studio del terreno e istituiscono il primo laboratorio di vita del suolo in Calabria, grazie al quale possono valutare gli ecosistemi presenti nel terreno (così come nei compost e negli stagni) e quindi anche la loro capacità di dare vita.

«Nel corso delle mie ricerche mi chiedevo quale fosse l’elemento che fa davvero la differenza nella vita e alla fine mi sono detto: è il suolo, la terra. Perché quando la terra è in salute, anche l’essere umano che ci vive sta bene», racconta Mario.

In connessione a questo studio, iniziano a lavorare alla creazione di compost, proprio nell’ottica di nutrire la terra e darle la capacità – a lungo andare – di riprendersi le sostanze vitali che anni di agricoltura convenzionale le hanno tolto. Tramite un processo di compostaggio a caldo creano compost solido biologicamente attivo, composto di tre parti (letame, materiale carbonioso e materiale ricco azoto come le foglie verdi) ed estremamente nutriente per il terreno. Inoltre, utilizzano il compost solido per creare compost liquido per due scopi: in un caso lo utilizzano così com’è per irrigare in modo più nutriente il terreno; in altri lo mescolano con delle sostante nutrienti al fine di creare il “té di compost”, cioè un fungicida completamente naturale che può poi essere spruzzato su alberi e piante, formando una patina protettiva. La rigenerazione del suolo è quindi il filo conduttore di ogni lavoro e nel futuro Chris e Mario sognano di costruire un impianto di compostaggio per lavorare meglio e con quantità più grandi. Ma già ci sono i primi frutti di questo impegno, dal momento che nel giro di un anno e mezzo sono riusciti a ripristinare un piccolo orto (la cui terra non era più fertile) e a gestire l’uliveto, producendo olio. L’attenzione per il suolo poi, si ritrova anche in altri progetti già in campo, sempre ispirati alla permacultura: uno di questi, ad esempio, è il bosco alimentare, che si trova in un piccolo avvallamento del terreno e che, mi spiegano, è «una piantagione diversificata di piante commestibili che cerca di imitare gli ecosistemi e i modelli trovati in natura». Annone, arance, pesche, bergamotti sono solo alcuni dei frutti che crescono in questo piccolo giardino dell’Eden che, una volta stabile, sarà resistente in modo naturale e a sua volta nutrimento per la terra che lo ospita.

«Il nostro obiettivo nel lungo termine è costruire una comunità in questo spazio», spiega Chris. «Qui ognuno porta un pezzetto, che però è in sincronia con il tutto». Anche chi viene per un breve periodo: in questo anno e mezzo, infatti, già molte persone sono passate di qui, grazie alla piattaforma workaway o anche semplicemente tramite il passaparola.

E così nel corso del tempo Chris, Mario e gli altri volontari hanno attrezzato l’area in modo da poter accogliere diverse persone: c’è un’area camping, dove ci sono docce fatte con canne di bambù, un’area comune e una compost toilet, come a rimarcare il concetto che non siamo separati dalla terra su cui poggiamo i piedi ma che, anzi, contribuiamo noi stessi a sostenerla, come insegna la permacultura. Sempre grazie ai volontari, sono riusciti a costruire due cisterne che raccolgono l’acqua piovana: questo garantisce un’autosufficienza di circa sei mesi all’anno.

Possiamo quindi affermare che quella che vi abbiamo appena raccontato non è affatto la storia di chi decide di scappare dal mondo perché è brutto e cattivo e quindi isolarsi, ma è anzi quella che celebra chi ha voglia di cercare la bellezza che già c’è e condividerla con altre persone. Per questo Mario e Chris hanno continuato a ripetermi fino all’ultimo che «ci sono ancora tante cose da fare», perché di certo non tutto si è concluso con la loro sistemazione a Badolato. «Sentiamo che stiamo crescendo molto e che c’è un processo che segue tanti impulsi diversi, è parte di un percorso», aggiunge Chris e conlcude: «Siamo ancora in viaggio».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/09/permacultura-calabria/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La biofilia e l’educazione in Natura negli spazi educativi all’aperto

Il gioco e la Natura sono elementi fondamentali per l’apprendimento, consentono una crescita esperienziale, al giusto ritmo e lo sviluppo di un sapere intuitivo. Come possiamo dunque progettare uno spazio all’aperto che sostenga i processi di apprendimento spontanei dei bambini?

La biofilia (E.O. Wilson, 2002) può essere definita come la capacità umana di connettersi emotivamente con l’Altro vivo. Questo consente di sentirsi, e quindi di essere, parte di quella vita che percepiamo dentro e fuori di noi. Come ogni abilità emotiva, può essere nutrita o annichilita. L’agire educativo può cogliere ispirazione dalla natura in infinite forme e possiamo scegliere di introdurci a questa prospettiva considerando la Natura maestra nel senso tangibile dei ritmi che ci propone con il susseguirsi delle sue fasi in lento e continuo mutamento (J. Young, 1997 in C. Mancini 2020 educatori esperienziali in Natura).

La visione sull’apprendimento che propongo mette al centro l’esperienza, quello spazio in cui può manifestarsi ed attuarsi un tipo di intelligenza ampia nella quale pensiero, azione ed emozioni interagiscono e crescono come tutt’uno (K. Hahn, H.J. Pestalozzi). Diventa essenziale imparare a mettersi in ascolto, prima ancora di imparare il linguaggio della natura; risvegliare in sé le capacità percettive sensoriali e di attenzione, fino ad affinare una capacità di contatto con la natura che fa emergere una sapienza non razionale ma intuitiva, quella che risiede nel selvatico. Da adulti può risultare difficile lasciarsi andare alla propria biofilia, per chi vive una vita urbana e prevalentemente domestica è comune percepire il bosco, o altri luoghi selvatici, come un ambiente difficilmente accessibile in quanto separato dalla propria quotidianità; riconoscere la rilevanza della natura e la sua bellezza può non essere sufficiente per intraprendere un percorso che porti a conoscerla da vicino.

Il gioco come promotore della crescita umana

Nell’infanzia, il gioco è fondamentale per la sperimentazione e l’attivazione della maggior parte dei processi di apprendimento; in questo senso si può dire che giocare è il “mestiere” di ogni bambino. Per questo, gli adulti dovrebbero rivolgere attenzione e gratitudine verso ogni atto di gioco espresso in loro presenza. Le parole giocare e imparare sono profondamente intrecciate nel mondo quotidiano degli umani giovani. Il compito dell’adulto può essere quello di facilitare la cornice, la situazione, e di fornire gli stimoli alle forme di gioco adatte alla fase evolutiva in atto; in questo modo possiamo ammirare la natura umana fare il resto.

Crescere significa agire nell’ambiente e questo richiede occasioni di espressione e libertà di movimento. Se forniti di materiali e circondati da ambienti avvincenti e ricchi di occasioni, le persone che possono seguire la loro attenzione scelgono e inventano giochi naturalmente adatti ai propri bisogni emotivi ed evolutivi. L’apprendimento esperienziale (D. Kolb, 2001) valorizza gli aspetti spontanei e autentici di ogni individuo e gruppo ispirandosi alle modalità di apprendimento che esprimiamo nelle prime fasi della nostra vita (J.Piaget, 1966, L.Vygotsky, 1997): prima ci sono i sensi e il movimento, l’impulso ad agire, poi la voglia di capire e dare un nome alle cose, poi il bisogno di unire e distinguere per scegliere chi essere e come agire nel mondo. Nel nostro caso, la determinazione del nostro agire pedagogico. 

Come progettare uno spazio all’aperto 

All’esterno è importante il tipo di ambiente che offriamo e per sostenere i processi di apprendimento spontanei dei bambini, l’ambiente naturale è l’ideale. Possiamo pensare uno spazio ad oggi antropizzato, cementificato e riempito di giochi di plastica rendendolo così più addomesticato in una versione più organica, con forme ondeggianti, fenologie vegetative variegate e, particolarmente importante, una gestione dell’impatto umano diversificata da tenuto a curato a salvaguardato a “quasi selvatico”. La natura si allea prontamente con i bambini, la loro curiosità e la loro voglia di fare e di muoversi. Progettiamo in futuro ambienti verdi in cui i protagonisti siano gli elementi naturali e che possano avere spazi per incontrare i bambini: l’erba – bassa, alta, a mezza misura- fiori, piante da frutto piccole o più grandi, terra, sabbia, acqua, giochi di luci e ombre, cunette, zone da lancio e zone da corsa. Ci possono essere aree diverse, delimitate da piccole siepi, ciascuno con elementi naturali che si presentano in modo diverso (luce, ombra, spazi piccoli e intimi, spazi aperti, orto, punti di prospettiva e rifugio.).

Ogni elemento naturale e il modo in cui si presenta, richiama e risveglia le percezioni sensoriali dei bambini, creando sodalizi esperienziali che sono la base dell’apprendimento: profumi, percorsi da fare a piedi nudi, superfici diverse, sapori, forme, suoni. Importante è anche permettere l’azione con le mani, raccogliere, impastare, provare, costruire, trasportare, travasare. Ci possono essere piccoli habitat ricreati da noi basandoci sulle conoscenze dell’ecologia applicata. Possiamo puntare l’attenzione agli ecotoni, i margini e gli habitat che li compongono come ad esempio un gradiente ecologico dal prato libero e curato al ruscello artificiale o anche dal fiume di pietre alla zona di foresta di bambù o dalla zona di savana con erbe spontanee di ogni tipo, in diversi cicli di vita insieme verso una zona di arbusti da frutto qua e là.

Piaget parla di pensiero senso motorio alla base dello sviluppo dell’essere umano: in outdoor il pensiero senso motorio si sviluppa a tutto tondo, mettendo delle basi solidissime al pensiero formale. Lo spazio all’aperto consente anche lo sviluppo dell’attenzione e della capacità di connessione ad essa legata: uno spazio ricreato al naturale offre ampie vedute così come infiniti dettagli, consentendo un esercizio insostituibile di passaggio dal particolare al generale che è un vero allenamento dell’attenzione. Solo stando in natura si può imparare a stare in natura: i pericoli che secondo gli adulti ci sono fuori, sono una minaccia solo per i bambini che non sono abituati a stare fuori, che non si sono confrontati con l’ambiente naturale, che non lo conoscono, che non hanno potuto svilupparvi delle abilità di movimento e connessione. La natura consente anche un equilibrato sviluppo emotivo: le onde emozionali possono propagarsi liberamente all’esterno, evitano di essere pressate interiormente. La vitalità del bambino trova spazio di espressione, così non si accumula tensione. I bambini che possono stare all’aperto regolarmente, sono più sereni e quieti. Anche le diverse condizioni atmosferiche aiutano in questo senso, perché assorbono le energie dei bambini, cavalcano e valorizzano il loro stupore, invogliano il coinvolgimento e l’azione collaborativa. Vivere fuori stimola l’interazione con gli altri, e genera legami profondi di relazione, fra adulti, fra bambini, e fra adulti e bambini. È consigliabile quindi uscire con qualsiasi tempo atmosferico conoscendo la differenza tra meteo pericoloso e non per sperimentare senza timori l’outdoor in tutte le sue forme.

Per saperne di più puoi iscriverti al corso Il giardino dolcemente accidentato – Come progettare uno spazio educativo all’aperto organizzato da Nature Rock.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/biofilia-educazione-in-natura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

1000 Metri: Un hotel abbandonato rivive per far ripartire la montagna

1000 metri è un sogno ad alta quota e un progetto per ridare vita a un borgo a cavallo tra mare e montagna. A Caprauna (CN), Loris Tisci ha ristrutturato un vecchio albergo abbandonato per trasformarlo in un progetto che accoglie famiglie, turisti e viaggiatori di passaggio, per mostrare loro tutta la bellezza e la tranquillità di questi luoghi immersi tra monti, boschi e nuove possibilità abitative.

Cuneo – Non possiamo dire che quest’anno e mezzo non sia stato difficile: un periodo scandito tra un “prima” e un “dopo”, per molti una sorta di bolla dove chiusure e limitazioni hanno messo in crisi il naturale scorrere del tempo. Ma oggi vi raccontiamo una storia che va controcorrente e che, in questo periodo di grandi interrogativi, ha cercato con impegno e determinazione di guardare sempre avanti per creare qualcosa di nuovo. È la storia di Loris Tisci e del suo progetto 1000 Metri che a Caprauna – piccolo paese di montagna dell’entroterra ligure ma ancora in territorio piemontese – sta contribuendo a rendere la sua borgata un luogo sempre più vivo e attrattivo.

Per spiegarvela bene, però, dobbiamo fare qualche passo indietro e trasportarci al 2017, in quel “prima” che ci sembra così lontano. In quell’anno un gruppo di artisti e professionisti avviò in questi luoghi montani il primo progetto di ripopolamento: il sogno era rendere Caprauna, all’epoca sempre più spopolata, un centro nuovamente vitale. Così, Luca Andrea Marazzini e Vittoria Bortolazzo, con pochi soldi in tasca, acquistarono dei vecchi ruderi per farne prima di tutto un luogo in cui vivere e poi uno spazio dove promuovere il recupero, coltivare terreni incolti e trasformare, insieme ad amici e volontari, questo borgo semiabbandonato tra i monti in un’isola unica e felice: l’Isola di Capraunica.

Poco dopo si unisce a loro anche Loris Tisci, che qualche anno fa ha deciso di comprare casa in questo piccolo paese diventando nuovo residente, con sua moglie e la sua bimba Sofia. Come l’amico Luca Marazzini in questo sogno ci ha sempre creduto e così ha deciso di recuperare un vecchio hotel, abbandonato da più di dieci anni, per trasformarlo in un nuovo progetto di accoglienza e invitare le persone a visitare questo piccolo pezzo di mondo dove la felicità è di casa. Come ci racconta, «negli anni ho sentito il bisogno di avviare un’attività che potesse rendere possibile la nostra vita qui. C’era una struttura che ci aveva colpito da parecchio tempo, un vecchio albergo che si chiamava “I Cacciatori”, ormai in stato di abbandono. Con l’avvento del Covid ci siamo attivati per prenderlo in gestione e iniziare questo nuovo progetto».

Così Loris si è rimboccato le maniche, ha partecipato e vinto un bando del Gal orientato alle nuove imprese nell’ambito del turismo, dando l’avvio ufficiale alla sua avventura, sempre appoggiato e sostenuto dall’associazione dell’Isola di Capraunica, da sempre compagna speciale in questo percorso.  Lo ha chiamato 1000 Metri, proprio come l’altitudine in cui si trova la piccola borgata Ruora che lo ospita.

«Il nostro paese conta 90 abitanti e negli ultimi anni sono state una ventina le persone che sono venute a vivere qua. Questo ovviamente ha anche creato un bisogno di servizi nuovi e diversificati dai pochi, pochissimi, che sono presenti ad oggi a Caprauna». Non solo turisti: 1000 metri vuole diventare un servizio dedicato prima di tutto al territorio, alle persone che qua vivono. Un’attività sociale, giovane e versatile dove tutti, grandi e piccoli, possono trovare il loro posto all’interno del progetto. La struttura ospita il bar e il ristorante/pizzeria, oltre agli appartamenti in affitto, ovvero case vacanze con cucina, camere e bagno dove poter passare giorni e settimane immersi tra boschi, torrenti e natura incontaminata. «Abbiamo messo a disposizione quattro appartamenti e un’intera struttura con giardino per le attività all’aperto. Il progetto ospiterà a breve una ciclofficina dedicata ai numerosi ciclisti che percorrono i sentieri turistici di queste terre per i loro itinerari e che qui potranno fare riparazioni e manutenzione della bicicletta. Abbiamo in programma di organizzare piccoli eventi culturali e artistici, attività di benessere come yoga e mindfulness, momenti dedicati alla musica come concerti e dj set, ma anche attività per i più piccoli come laboratori per bambini o un parco giochi attivo durante l’estate».

Loris si considera un “tuttofare” e grazie al suo lavoro manuale materiali di scarto e vecchi mobili abbandonati sono rinati e sono stati trasformati in tavoli, sedie e altri arredi. Poco comprato e molto ristrutturato. Tutto questo durante il passato inverno, quando, bloccato in casa e immerso nella pandemia, Loris ha fatto una scommessa con se stesso e si è dedicato a costruire, nella difficoltà, il suo pezzetto di futuro.

«Non è stato facile portare avanti le attività lavorative in quest’anno e mezzo ma far partire qualcosa di nuovo è per me un segno di speranza. Cerchiamo di offrire servizi nuovi e più comodità per chi vive nella borgata, dando alle famiglie la possibilità di tornare a vivere in questi luoghi. In fin dei conti, lo abbiamo visto già l’estate scorsa: nonostante fosse tutto bloccato, il numero di persone che passava di qua era progressivo in aumento, sintomo che le persone sentono sempre di più il bisogno di un posto dove stare a contatto con la natura».

1000 metri è un progetto appena nato ma è già animato da diverse persone che credono nel suo futuro. Ad esempio un giovane ragazzo del paese che è giunto a Caprauna durante l’inverno e che non se ne è più andato via. Così, grazie all’apertura dell’attività, è stato possibile per lui avere qui un lavoro garantito». O ancora: un gruppo di giovani ragazzi che avevano voglia di avvicinarsi a una vita rurale e di lanciarsi in un nuovo progetto turistico, lontano dalla dimensione dei ristoranti di riviera tipicamente liguri o dei grandi resort non troppo distanti da questi luoghi. Una vita di montagna, lenta e scandita dai ritmi della natura. Questo è 1000 metri ed è un sogno appena nato di cui siamo sicuri, torneremo presto a raccontarvi.

Buon inizio!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/1000-metri-hotel-montagna/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Case in canapa e calce per un abitare davvero sostenibile

È possibile costruire rispettando la natura? Come si può creare armonia tra attività umane e ambiente naturale? Messapia Style, Emilio e i suoi collaboratori cercano di darci una risposta diffondendo teoria e pratica di un modello di edilizia naturale fondato sull’utilizzo di materiali ecologici, tradizionali e anche economici: canapa e calce. Oggi più che mai l’ambiente ha bisogno di aiuto. L’emergenza climatica sta diventando un problema sempre più rilevante e la necessità di promuovere in ogni campo l’eco-sostenibilità è uno degli obiettivi cardine del ventunesimo secolo. Anche l’edilizia può svolgere un ruolo significativo in questo ambito, cercando di non arrecare danno a ciò che ci circonda. Ed è proprio qui che entra in gioco Messapia Style, una realtà salentina pioniera in Italia dell’edilizia naturale per la realizzazione di case in canapa e calce.

«Nel 2015 ho deciso di costruire per me e mia moglie questa abitazione a Supersano, nella quale tuttora viviamo, con l’uso di materiali ecosostenibili», racconta l’imprenditore bioedile Emilio Sanapo, fondatore dell’azienda. «Ho voluto sperimentare su di me per primo questo sistema innovativo fondato sull’uso della calce/canapa. Il mio obiettivo è proprio quello di non rimanere una goccia nel mare, ma di portare quante più persone possibile a seguire il mio esempio. Se tutti ci impegnassimo sarebbe un vero e proprio toccasana per l’ambiente, anche perché la canapa è un materiale rinnovabile e biodegradabile, cresce in cento giorni e con un ettaro si può costruire una casa».

Emilio Sanapo

L’intento di Emilio e dei suoi collaboratori è quello di promuovere un modo di vivere salutare attraverso la costruzione e la ristrutturazione delle abitazioni facendo uso di materiali naturali che non siano nocivi all’ambiente. La natura è infatti capace di fornirci tutti i mezzi necessari per realizzare case ed edifici che possano durare nel tempo e che siano in grado di fare del bene tanto all’uomo quanto alla natura stessa. In tutto ciò la canapa riveste un ruolo di primaria importanza. Si tratta di una pianta erbacea a ciclo annuale dalla quale si ricavano semi e fibre. Lo stelo legnoso invece contiene una buona quantità di silice e questo la rende resistente al fuoco e alla decomposizione. La miscela che viene utilizzata per la bioedilizia si realizza impastando con acqua la canapa, la calce idrata (un legante) e un eccipiente naturale che ha la funzione di far indurire quest’ultima in un tempo adeguato.

I materiali edili a base di canapa e calce presentano numerose proprietà, positive sia per l’uomo che per l’ambiente. Innanzitutto, le pareti costituite da questi elementi permettono di gestire in maniera naturale l’umidità, che viene mantenuta a un livello stabile intorno al 50-60%. Inoltre, si tratta di materiali isolanti che permettono di creare una barriera contro il calore, isolando sia dal freddo invernale sia dal caldo estivo. Questi fattori garantiscono costi di climatizzazione particolarmente bassi, per quanto riguarda sia i consumi energetici che la manutenzione degli impianti. La miscela di calce e canapa è del tutto traspirante ed esente da condense e muffe poiché, assorbendo la CO2, si viene a creare un clima interno all’abitazione salubre che tende all’alcalino. Inoltre, essa costituisce un materiale da costruzione ideale sia per il basso consumo di energia, sia per il bassissimo inquinamento in fase di produzione, di installazione e a fine vita. È, infine, un prodotto molto durevole nel tempo, a differenza dei materiali da costruzione sintetici che iniziano a presentare fenomeni di degrado dopo pochi anni. Emilio e i suoi collaboratori lavorano principalmente in Puglia, ma piano piano stanno esportando la filosofia della bioedilizia in tutta Italia, per insegnare a imprese o a persone normalissime come auto-costruirsi e costruire per altri abitazioni in calce/canapa. «Si tratta però – ci spiega Emilio – di una tecnica che solo parzialmente siamo riusciti a diffondere. Un grosso ostacolo è quello culturale: si è poco propensi a mettersi in gioco e a imparare nuovi modi di costruire anche se, nolenti o dolenti, saremo costretti a reinventarci, perché è l’ambiente a imporcelo. La mia speranza è che a livello politico qualcosa si possa muovere, per favorire innanzitutto lo sviluppo di questo tipo di materiali e penalizzare quelli derivanti dal petrolio e, soprattutto, per agevolare la filiera della bioedilizia, costruendo degli impianti di trasformazione della canapa».

I mattoni, i blocchetti in laterizio e il calcestruzzo utilizzati nelle costruzioni moderne vengono prodotti da impianti industriali che emettono grandi quantità di CO2, inquinanti per l’atmosfera. Per giunta, il cemento stesso contiene molto spesso alcune sostanze che sono tossiche sia per i lavoratori che per gli abitanti delle abitazioni. Messapia Style, Emilio e tutti i collaboratori di questa azienda si battono ormai da anni per cambiare la situazione attuale e per far fronte alle problematiche ambientali e della salute del singolo. Passo dopo passo, stanno diffondendo il loro ideale di edilizia naturale in calce/canapa, mettendosi al servizio dell’ambiente e dimostrando che anche una goccia d’acqua può far sentire la propria presenza in un mare, soprattutto se questa goccia ne ispira molte altre al cambiamento.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/case-in-canapa-e-calce-abitare-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Dall’ufficio di una multinazionale al frutteto: la storia di Elisabetta e Corrado

A Cecima, al confine tra Lombardia e Piemonte, Corrado ed Elisabetta sono riusciti a realizzare un importante progetto di vita: gestire un bed&breakfast, coltivare l’orto e prendersi cura dei loro alberi da frutto. Dopo anni di lavoro a Milano, hanno scelto di lasciare la città per ritrovare un contatto diretto e autentico con la natura. Non esiste il momento perfetto per cambiare vita, ma a volte è essenziale trovare il coraggio per farlo. Corrado e Elisabetta avevano un sogno nel cassetto: allontanarsi dalla città e vivere assecondando i ritmi della natura. A maggio dell’anno scorso, quando tutti uscivamo incerti e frastornati dal primo lungo lockdown, forse guardando il mondo per la prima volta con occhi nuovi e non più dalla prospettiva angusta di una finestra, per loro due è stato l’incredibile inizio di una nuova avventura. Solo pochi mesi prima, intorno a febbraio, si erano innamorati di un’antica casa di pietra con il fienile annesso e già ristrutturato, ideale per ospitare un bed and breakfast. «Quando è la cosa giusta, tutto sembra incastrarsi alla perfezione», mi racconta Corrado, mentre continua a innaffiare il giardino che circonda la casa, prima che faccia buio. Se c’è una cosa che ha imparato da quando si sono trasferiti a Cecima, è che la campagna richiede tanta cura e dedizione: «La luce del giorno segna il ritmo, finché c’è luce si può continuare a lavorare».

Dopo essere stato diversi anni responsabile per l’Italia di una multinazionale svedese, proprio nel momento in cui la vita sembrava non riservare più grandi stravolgimenti e inversioni di rotta, Corrado ha deciso di abbandonare il suo lavoro e cercare insieme a Elisabetta di vivere in modo più autentico, lontani dal frastuono cittadino. «Eravamo stanchi dei ritmi forsennati della città. In campagna si lavora molto, eppure siamo più felici», mi racconta Corrado. Non è sempre stato facile prendere delle decisioni e cimentarsi in qualcosa di completamente nuovo. Il loro progetto è stato costellato anche di inevitabili errori, su cui hanno saputo farsi una bella risata e imparare qualcosa in più. L’antico fienile oggi ospita due monolocali e due bilocali per accogliere i clienti del B&B, che spesso finiscono per diventare amici, complice la calorosa accoglienza dei padroni di casa. Arredati e dotati di ogni comfort, è possibile trascorrervi periodi anche più lunghi, nell’ottica di una nuova forma di turismo a passo lento. Il Velo di Maya – questo è il nome che hanno scelto per la loro nuova casa – è un luogo incantevole in cui rifugiarsi. Il paesaggio collinare degrada dolcemente verso valle e regala ogni giorno uno spettacolo unico.

Corrado e Elisabetta hanno in progetto di dedicare questo spazio a varie attività, come seminari, trattamenti olistici, eventi, presentazioni di libri. Purtroppo la situazione che ci troviamo a vivere ha interrotto molte delle iniziative in programma, ma Il Velo di Maya continua a essere un luogo di pace in cui trascorrere un week-end di relax o più giorni, anche per lavorare da remoto senza rinunciare al contatto con la natura. Il giardino, di circa quattromila metri quadrati, inizia a regalare i suoi preziosi frutti. Sono stati messi a dimora peschi, albicocchi, peri, aceri rossi. Vi erano già dei noccioli, dei noci e dei ciliegi. «Il nostro obiettivo – prosegue Corrado – è renderci autosufficienti dal punto di vista alimentare, riuscendo a produrre nel nostro orto il necessario per vivere». Il terreno a loro disposizione è alquanto scosceso: dei terrazzamenti sono stati creati per ospitare l’orto, da accudire secondo i principi della permacultura, tenendo conto dei ritmi stagionali delle piante coltivate.

In questo luogo è facile ritrovare sé stessi, immersi nella pace dell’oltrepò pavese, con i suoi paesaggi mozzafiato. Si può visitare il centro storico di Cecima, con il suo dedalo di vicoli realizzati con i ciottoli del torrente Staffora, o dedicarsi a varie attività, come le escursioni a piedi, in mountain bike e a cavallo. Non lontano ci sono l’osservatorio astronomico di Cà del Monte e le terme di Rivanazzano. Oltre «l’illusione del velo di Maya in cui siamo costantemente immersi», Elisabetta e Corrado non smettono di ricercare la purezza di una nuova vita a contatto con la natura. La bellezza del paesaggio li ricambia ogni giorno per il coraggio con cui hanno intrapreso questa nuova avventura, oltre a far innamorare i fortunati ospiti di questa oasi di pace.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/ufficio-multinazionale-frutteto-elisabetta-corrado/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Camminata meditativa: benefici e perché praticarla

La camminata meditativa consente di riequilibrare l’armonia tra mente, corpo e respiro. Ecco come praticarla e i suoi benefici.

(Foto Pexels)

La camminata meditativa è una tecnica meditativa dai grandi benefici. Si tratta di una pratica di meditazione in movimento che sincronizza mente, corpo e respiro. Essa si focalizza sul ritmo del battito cardiaco attraverso il quale decidere pause e movimenti. Si tratta di una pratica che garantisce grande consapevolezza dei movimenti e dello spazio circostante. Esistono tanti tipi di cammini, religiosi, sportivi, meditativi. Il primo ad usare questa tipologia di camminata è stato Thich Nhat Hanh, un monaco buddista. Il suo ideale di “percorso meditativo” si basava su uno stretto contatto con la natura dal fine terapeutico.

La camminata meditativa e i suoi benefici

I benefici della camminata meditativa sono molteplici. Trattandosi di una meditazione, questa agisce direttamente sulla nostra mente diminuendo tensione e stress. Focalizzandosi sul respiro e sul movimento, si riducono i livelli di cortisolo nel sangue e, di conseguenza, si stimolano le molecole del buon umore come la serotonina.

(Foto Pexels)

Benché meditativa, è pur sempre una camminata e comporta dei benefici anche a livello fisico. Questa pratica infatti favorisce il processo di termoregolazione corporea, rafforza il sistema muscolare e immunitario prevenendo influenze e raffreddori.

Step 1, respira e concentrati sui movimenti

Prima di iniziare è bene focalizzarsi sul proprio respiro assumendo una posizione rilassata, ma statica. Successivamente, nella postura più comoda possibile, iniziare a camminare a ritmo lento facendo attenzione alla pressione dei piedi sul terreno. Iniziare a prendere consapevolezza del proprio respiro, del movimento di camminata e di tutte le sensazioni corporee relative ad esso.

(Foto Pexels)

Step 2, focalizzati sul movimento

La funzione della camminata meditativa è quella di incanalare tutta l’attenzione sui movimenti degli arti inferiori, dalle gambe, alle caviglie fino ai talloni. Concentrarsi sul movimento del tallone e della pianta del piede, cercando di non farsi distrare da eventuali rumori esterni. In questo modo si riuscirà ad alleviare gradualmente la tensione dal basso verso l’alto.

Step 3, lascia andare il negativo e abbandonati alle sensazioni

Lo scopo della camminata meditativa è anche quello di assumere consapevolezza delle emozioni percepite lungo tutto il percorso, siano esse positive o negative. Una volta raggiunto un equilibrio tra la propria interiorità e lo spazio circostante, il cammino potrà dirsi compiuto alla perfezione.

Sophia Melfi

Fonte: inran.it

Eleonora, la raccoglitrice di erbe: “La Natura ci parla, ascoltiamola!”

Le erbe selvatiche sono uno dei linguaggi attraverso cui la Natura comunica con gli esseri umani: ascoltarla è fondamentale, non solo per vivere in maniera più sobria e consapevole, ma anche per stare meglio con noi stessi. Ne è convinta Eleonora, appassionata di studio, raccolta e lavorazione di erbe e molto attiva nella diffusione di uno stile di vita legato alla Terra e ai suoi frutti. Eleonora Matarrese, classe 1976, è una raccoglitrice esperta di piante selvatiche, amante dell’etnobotanica, della natura e delle tradizioni, cuoca, traduttrice specializzata in Filologia Germanica, autrice e frizzante divulgatrice di buone pratiche. Nel 2014, a Monza, ha aperto il primo laboratorio gastronomico italiano di cibo selvatico, Pikniq, ora trasferito a Valganna (VA), mentre nel 2018 ha pubblicato “La Cuoca Selvatica. Storie e ricette per portare la natura in tavola”, edito da Bompiani. Incuriositi dalla sua storia ricca e colorita, l’abbiamo intervistata ed ecco che cosa ci ha raccontato.

Come ti sei avvicinata al riconoscimento e alla raccolta delle piante selvatiche?

Alla base di tutto c’è la tradizione del luogo in cui sono nata: io sono pugliese e in Puglia, ancora oggi, si raccoglie. Non è raro, per esempio, che le signore, soprattutto quelle anziane, mettano fuori dalla porta di casa una sedia di paglia con le erbe raccolte per venderle. Da quando avevo due anni mia nonna mi portava in giro con sé – fra campi, boschi, anche al mare – e raccoglievamo, non perché fossimo povere, ma perché così era normale. Era un’abitudine, come respirare. Facendo un conto, oggi posso dire che mi ha insegnato a riconoscere e a raccogliere circa 36 specie. Poi ho frequentato il corso di Botanica alla Facoltà di Agraria e ho sempre studiato e cucinato le piante che riconoscevo, prima in Puglia e poi, dopo gli studi, in Lombardia, dove mi sono trasferita da circa sedici anni.

Le erbe selvatiche sono uno dei linguaggi attraverso cui la Natura comunica con gli esseri umani: ascoltarla è fondamentale, non solo per vivere in maniera più sobria e consapevole, ma anche per stare meglio con noi stessi. Ne è convinta Eleonora, appassionata di studio, raccolta e lavorazione di erbe e molto attiva nella diffusione di uno stile di vita legato alla Terra e ai suoi frutti. Eleonora Matarrese, classe 1976, è una raccoglitrice esperta di piante selvatiche, amante dell’etnobotanica, della natura e delle tradizioni, cuoca, traduttrice specializzata in Filologia Germanica, autrice e frizzante divulgatrice di buone pratiche. Nel 2014, a Monza, ha aperto il primo laboratorio gastronomico italiano di cibo selvatico, Pikniq, ora trasferito a Valganna (VA), mentre nel 2018 ha pubblicato “La Cuoca Selvatica. Storie e ricette per portare la natura in tavola”, edito da Bompiani. Incuriositi dalla sua storia ricca e colorita, l’abbiamo intervistata ed ecco che cosa ci ha raccontato.

So che alla fine hai lasciato Agraria e ti sei Laureata in Lingue e Letterature Straniere.

Sì. Uno dice che non c’entra niente… e invece no! Specializzarmi in Filologia Germanica, per esempio, mi ha aperto la possibilità di tradurre manoscritti come il Lacnunga, una raccolta di metodi di cura pagani del decimo secolo che contiene al suo interno incantesimi, ricette con erbe curative, ma anche di cucina. Quindi, in questo senso, ho proseguito il mio percorso e ricordo che ancor prima di aprire La Cucina del Bosco – il blog da cui poi è nato tutto – avevo aperto un altro blog che si chiamava Wunderkammern, che è il nome di quegli armadi delle meraviglie di moda nel Cinquecento, pieni di tutte le cose che gli esploratori trovavano nei loro viaggi, con cui intendevo condividere e mostrare ad altri le mie scoperte sull’etnobotanica, quindi sull’uso delle erbe da parte degli antichi.

Che cosa ti ha portata a lasciare il tuo lavoro da traduttrice e ad aprire Pikniq, il primo laboratorio gastronomico italiano di cibo selvatico?

Mentre lavoravo come dipendente non vedevo l’ora di tornare a casa per occuparmi dell’orto, di raccogliere, trasformare e cucinare le piante trovate. Un desiderio, questo, che negli anni si è fatto via via più impellente. Quando poi è emersa la crisi economica e le aziende hanno cominciato a licenziare: in quel momento ho iniziato a pensare di andarmene e di aprire con la liquidazione un’attività in linea con le mie passioni. Lo slancio finale me lo ha dato un articolo in cui uno chef presentava il manifesto della cucina nordica, in cui era scritto: “In Scandinavia raccogliamo le erbe spontanee come facevano i nostri avi, quindi la nostra cucina è praticamente a metro zero”. Mi ricordo che mi colpì molto vedere presentata come una moda quella che per me era una conoscenza tradizionale, diffusa in Puglia ma anche in Calabria, in Sicilia, Piemonte, Veneto, Friuli… Mi sono detta: “Se hanno sentito il bisogno di farne un manifesto e poi un articolo vuol dire che le persone stanno dimenticando da dove veniamo”. Così mi sono licenziata, con l’intenzione di condividere quel patrimonio di conoscenze e di gusti che avevo ereditato e ampliato nel corso di decenni.

Quali sono state le tappe del tuo progetto?

L’idea iniziale è stata quella di far entrare sapori e cibi selvatici nelle case delle persone. Così, a Monza, ho aperto il mio laboratorio di trasformazioni alimentari con take away e consegne a domicilio. Era un periodo in cui stavano nascendo anche molti GAS e altri circuiti, come L’Alveare che dice sì, che hanno reso tutto più semplice. Poi tre anni fa mi sono trasferita in provincia di Lecco, dove oltre al laboratorio ho aperto anche un bed&breakfast e un home restaurant. Infine, dall’estate scorsa, sono in Valganna, in provincia di Varese. Qui ho tre ettari di terreno e questo mi permette di fare tutto ciò che ho sempre voluto. Ho un orto che non è un orto, perché non zappo e uso tutto ciò che mi offre la terra. Coltivo, raccolgo, trasformo diverse specie, cucino e continuo a ospitare come b&b. La casa in cui vivo è una dimora storica in stile liberty costruita nel 1896 e perfettamente conservata, anche negli arredi, quindi chi ci viene è catapultato oltre che nella natura anche in un’atmosfera di inizio Novecento.

Come ti sei reinventata con l’arrivo della pandemia?

Mentre ho continuato con l’asporto e, quando possibile, con l’ospitalità, mi sono inventata anche le cosiddette “Wild Box”, delle cassettine che spedisco in Italia e in tutta Europa tramite corriere. Al loro interno metto dieci specie spontanee che cambiano circa ogni dieci giorni seguendo la micro-stagionalità della natura e i trasformati che preparo. Oggi, per esempio, ho finito di fare l’aceto, ma propongo anche la “soda” di Rosa canina e nelle versioni Gourmet e Deluxe metto anche “vino” di fiori, “pane” di ghiande e altri prodotti particolari. Ognuna di queste cose è accompagnata da un foglietto su cui sono riportate le spiegazioni di uso e conservazione e c’è un’area riservata del sito alla quale chi acquista le Wild Box può accedere e trovare, oltre alle schede e alle storie di specie e prodotti, ricette e consigli di trasformazione. Un’idea, questa, che è stata accolta con grande curiosità e interesse. Quando questo caos passerà intendo riaprire il ristorante, ma soprattutto ricominciare a fare i corsi e a trasmettere conoscenze.

Perché secondo te è importante recuperare e conservare questo tipo di conoscenze?

Da una parte c’è la bellezza del non avere tutto pronto e inscatolato. Poi c’è un discorso di sapori, di nutrienti della pianta. Io faccio spesso l’esempio del farinello, che si trova facilmente in natura e ha otto volte più ferro dello spinacio normale. Senza parlare del fatto che lo spinacio che troviamo nei supermercati probabilmente di nutrienti non ne ha neanche più, perché è stato coltivato in serra, con pesticidi, perché magari è un ibrido F1 e tutto ciò che resta di lui è cellulosa, acqua e… chissà cos’altro! Infine c’è l’aspetto ambientale ed economico. Si criticano tanto gli allevamenti intensivi, ma non si parla delle coltivazioni intensive. La monocoltura viene fatta passare per una cosa normale, mentre invece non lo è, perché degrada il paesaggio e rovina il terreno. Sfruttamento ambientale, quindi, ma anche economico dei contadini che vengono spesso presi per il collo. Ciò che paghiamo come clienti, infatti, finisce perlopiù ai grandi distributori, ai supermercati, e viene usato per la pubblicità e per l’inscatolamento. Si aggiunge così inquinamento all’inquinamento, problema su problema.

Qual è un consiglio che daresti a chi ha voglia di un’Italia che Cambia?

Di osservare di più il mondo che ci circonda, di buttare l’occhio fuori dalla finestra, passeggiare, guardare in terra e in alto. Novembre, per esempio, è solitamente un mese “morto”. Uno può pensare che la natura stia andando a riposo, che non ci siano le erbe. Però se tu cammini nel bosco e guardi, osservi, per terra puoi vedere dei frutti. La natura ti sta dando un segnale: anche quando sembra tutto perduto e morto, in realtà c’è vita e c’è nutrimento. E anche adesso: Covid, chiusura, poi al primo raggio di sole vai nel campo e trovi germogli di pungitopo, di vitalba, piante che di per sé sono tossiche, ma quei germogli si possono raccogliere e sono ricchi di ferro e vitamine. Non si tratta solo di riconoscere per nutrirsi. Se si impara di nuovo a osservare si vedrà che se la calendula chiude i petali sta per venire un temporale. Quando l’acetosella chiude le foglie sta per fare freddo. Quindi osservate, perché quest’empatia ci aiuta anche con gli altri e ci fa stare meglio con noi stessi.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/eleonora-raccoglitrice-erbe-la-natura-ci-parla-ascoltiamola/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

I suoni della natura per una salute migliore: lo studio

I suoni prodotti dalla natura aiutano ad avere una salute migliore: è ciò che è emerso da uno studio americano da poco pubblicato.

(Foto Pixabay)

Uno studio americano condotto dai ricercatori di tre università americane ha lavorato per dieci anni sulla teoria che i suoni della natura migliorino la salute. Lo studio è stato svolto dalla Michigan State University, dalla Colorado State University e dalla Carleton University in collaborazione con il Servizio Nazionale dei Parchi americano. I dati sono stati raccolti da varie parti del mondo e hanno aiutato gli studiosi a decretare che i rumori della natura non hanno soltanto un effetto rilassante.

Gli effetti dei suoni naturali sulla salute

Lo studio pubblicato dalla rivista Pnas afferma che i suoni della natura hanno proprietà benefiche sulla salute. Dopo aver raccolto delle registrazioni audio da più di cento diversi parchi americani gli studiosi hanno fatto ascoltare agli studenti i suoni della natura. I partecipanti all’esperimento hanno riscontrato vari benefici dall’ascolto come riduzione del dolore e dello stress, un umore migliore e migliori capacità cognitive.

(Foto Pixabay)

Gli studiosi sono riusciti ad individuare alcuni suoni naturali che agiscono su aree specifiche della salute. Ad esempio il rumore dell’acqua aumenta le emozioni positive e il benessere generale mentre il canto degli uccellini riduce e aiuta a combattere lo stress.

Perché è importante ascoltare i suoni della natura

I ricercatori dello studio raccomandano di trascorrere con regolarità del tempo in mezzo alla natura per trarre beneficio dai suoni che essa produce. Stare all’aria aperta è importante soprattutto per la crescita sana dei bambini. Venendo da una situazione molto particolare che è quella dei lockdown gli studiosi sottolineano il peso che ha sulla salute il trovare del tempo da trascorrere in mezzo alla natura.

(Foto Pixabay)

Stare chiusi in casa ha conseguenze che si manifestano sul nostro corpo ed è quindi importante trascorrere del tempo all’aperto. Le attività che si possono fare sono moltissime e i diversi luoghi naturali offrono un numeroso assortimento di suoni unici. Anche per rispondere al bisogno delle persone di passare del tempo in mezzo alla natura sono in aumento in tutto il mondo attività turistiche e ricreative concentrate su di essa. Le passeggiate sonore sono dei percorsi organizzati da esperti mirati all’ascolto della natura. Ai partecipanti è richiesto silenzio per ascoltare al meglio i suoni naturali e apprezzare l’ambiente che li circonda.

Fonte: inran.it

Thar do Ling: permacultura e consapevolezza come scelta di vita

Qualche anno fa una coppia di siciliani ha sentito l’esigenza di rimodulare la propria vita per renderla più consapevole, più sostenibile, più lenta. Da questo bisogno è nato il centro Thar do Ling, ispirato ai principi della permacultura con uno sguardo rivolto alla spiritualità tibetana. Il centro è stata una delle tappe del nostro tour nella Sicilia Che Cambia. Partiamo da Tusa e ci dirigiamo verso Montelepre attraversando le Madonie orientali, evitando le autostrade e imbattendoci in un percorso un po’ tortuoso, ma godendoci il paesaggio e scoprendo piccoli paesini fin a quel momento sconosciuti. Siamo in provincia di Palermo, precisamente a Sagana, nel comune di Montelepre, in una splendida valle nel bacino del fiume Nocella. Dopo un piacevole viaggio giungiamo a Thar do Ling, una nuova tappa del viaggio nella Sicilia Che Cambia. Ad accoglierci suoi fondatori, Simona Trecarichi e Danilo Colomela. Appena arrivati, mentre i figli di Simona e Danilo sono attratti dai miei cani che scorrazzano in cerca di palle con cui giocare, ci concediamo un tè per conoscerci meglio a telecamere spente. Simona e Danilo ci raccontano la loro storia e le scelte di vita che hanno portato alla nascita del centro Thar do Ling, dedicato allo sviluppo della consapevolezza.

Qualche anno fa una coppia di siciliani ha sentito l’esigenza di rimodulare la propria vita per renderla più consapevole, più sostenibile, più lenta. Da questo bisogno è nato il centro Thar do Ling, ispirato ai principi della permacultura con uno sguardo rivolto alla spiritualità tibetana. Il centro è stata una delle tappe del nostro tour nella Sicilia Che Cambia. Partiamo da Tusa e ci dirigiamo verso Montelepre attraversando le Madonie orientali, evitando le autostrade e imbattendoci in un percorso un po’ tortuoso, ma godendoci il paesaggio e scoprendo piccoli paesini fin a quel momento sconosciuti. Siamo in provincia di Palermo, precisamente a Sagana, nel comune di Montelepre, in una splendida valle nel bacino del fiume Nocella. Dopo un piacevole viaggio giungiamo a Thar do Ling, una nuova tappa del viaggio nella Sicilia Che Cambia. Ad accoglierci suoi fondatori, Simona Trecarichi e Danilo Colomela. Appena arrivati, mentre i figli di Simona e Danilo sono attratti dai miei cani che scorrazzano in cerca di palle con cui giocare, ci concediamo un tè per conoscerci meglio a telecamere spente. Simona e Danilo ci raccontano la loro storia e le scelte di vita che hanno portato alla nascita del centro Thar do Ling, dedicato allo sviluppo della consapevolezza.

L’idea comincia a maturare nel 2005, originata dal desiderio di creare un luogo in cui poter vivere a contatto con la natura e praticare un modello di vita ecocompatibile, basato su uno stile di vita semplice e lontano dai consumi eccessivi. «La prima attività è stata quella di recuperare attraverso la bioedilizia un immobile che stava andando in malora», racconta Simona. In un primo momento i due fondatori hanno mantenuto il loro lavoro a Palermo, ma col tempo, anche attraverso la conoscenza della permacultura, hanno deciso di creare un’associazione di promozione sociale e divulgare quanto appreso.

«Da un posto da mantenere è diventato un posto che ci mantiene», prosegue Simona. Durante tutto l’anno, infatti, vengono proposti corsi, seminari, workshop, cantieri didattici, campi per ragazzi e famiglie, attività educative per le scuole, ritiri di meditazione e pratica spirituale. Le caratteristiche principali dello stile di vita di Simona e Danilo sono parte integrante della loro offerta formativa, in particolare l’alimentazione vegetariana e, quando possibile, locale e biologica, l’attenzione alla riduzione dei rifiuti – i prodotti usa e getta non sono utilizzati –, l’uso di detersivi ecologici acquistati alla spina, la compostiera per gli avanzi della cucina, l’uso di un sistema di riscaldamento a biomassa per evitare sprechi e preservare la salubrità dell’ambiente e tanto altro. Durante la visita al Centro Thar do Ling sono rimasto particolarmente affascinato dalle arnie, alcune delle quali vengono costruite da Danilo che, oltre a produrre del miele buonissimo – penso il migliore che abbia mai provato –, organizza sia al Centro che presso altre strutture corsi di apicoltura naturale.

L’idea comincia a maturare nel 2005, originata dal desiderio di creare un luogo in cui poter vivere a contatto con la natura e praticare un modello di vita ecocompatibile, basato su uno stile di vita semplice e lontano dai consumi eccessivi. «La prima attività è stata quella di recuperare attraverso la bioedilizia un immobile che stava andando in malora», racconta Simona. In un primo momento i due fondatori hanno mantenuto il loro lavoro a Palermo, ma col tempo, anche attraverso la conoscenza della permacultura, hanno deciso di creare un’associazione di promozione sociale e divulgare quanto appreso.

«Da un posto da mantenere è diventato un posto che ci mantiene», prosegue Simona. Durante tutto l’anno, infatti, vengono proposti corsi, seminari, workshop, cantieri didattici, campi per ragazzi e famiglie, attività educative per le scuole, ritiri di meditazione e pratica spirituale. Le caratteristiche principali dello stile di vita di Simona e Danilo sono parte integrante della loro offerta formativa, in particolare l’alimentazione vegetariana e, quando possibile, locale e biologica, l’attenzione alla riduzione dei rifiuti – i prodotti usa e getta non sono utilizzati –, l’uso di detersivi ecologici acquistati alla spina, la compostiera per gli avanzi della cucina, l’uso di un sistema di riscaldamento a biomassa per evitare sprechi e preservare la salubrità dell’ambiente e tanto altro. Durante la visita al Centro Thar do Ling sono rimasto particolarmente affascinato dalle arnie, alcune delle quali vengono costruite da Danilo che, oltre a produrre del miele buonissimo – penso il migliore che abbia mai provato –, organizza sia al Centro che presso altre strutture corsi di apicoltura naturale.

Tra i progetti futuri, Danilo ci racconta la volontà di creare dei tour esperienziali per i quali sta predisponendo un piano di interpretazione ambientale – una branca dell’educazione ambientale – che permetterà ai visitatori attraverso la traduzione di un codice, quello della natura, di approfondire i valori del luogo e il contesto circostante. Un’altra possibilità che offre il centro Thar do Ling è quella del woofing per chi voglia fare esperienza di vita rurale e immergersi nelle varie attività proposte in un clima conviviale. Infine, un’ultima curiosità legata al nome. Thar dö Ling in tibetano significa “Terra di chi aspira alla grande pace”; Centro per lo sviluppo della consapevolezza invece è una dicitura che legata a una riflessione: «Pensiamo che tutti i problemi del nostro Pianeta – concludono Simona e Danilo – possano essere risolti solo se abbiamo la consapevolezza che il primo passo da fare deve essere il nostro. Per saper muovere i passi bisogna allenarsi. Il Centro Thar dö Ling vuole essere la palestra!».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/thar-do-ling-permacultura-consapevolezza-scelta-di-vita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Corazoncitos: la scuola outdoor dove si impara facendo.

Corazoncitos è un progetto educativo creato da alcune famiglie homeschoolers nell’imperiese che desideravano un luogo didattico immerso nel verde per i propri figli. Missione compiuta! Oggi otto bambini possono crescere a contatto con la Natura e imparando da essa. Immaginate un’aula, una lavagna con i gessetti, i banchi, la cattedra e una grande finestra, quella da cui si sbirciavano le nuvole e le stagioni cambiare. Ora eliminate tutto, anche i muri: visualizzate un luogo in cui l’aula è la natura e dove si impara facendo. L’aggancio di ogni materia alla natura è la base fondante di Corazoncitos, scuola parentale in natura, in cui l’ambiente esterno è la risorsa principale della formazione stessa. Rispetto a una scuola tradizionale, qui è il contesto a fornire gli stimoli per la gestione quotidiana della didattica. «Ogni volta che ci approcciamo a una materia, – racconta Valentina, l’educatrice – ci chiediamo cosa la natura ci può dare rispetto a quel particolare argomento». Per questo non mancano passeggiate ed esplorazioni, oltre all’orto didattico e alla cura delle galline.

La giornata tipo? «Ogni mattina, per prima cosa, i bambini si siedono in cerchio e si salutano – spiega Rosy Masuzzo, co-fondatrice del progetto –, raccolgono l’erba per le galline e poi scendono a vedere se nell’orto didattico c’è qualcosa di maturo per fare merenda tutti insieme. Dopodiché ci si dedica all’apprendimento: per esempio, l’altro giorno con il maestro Elio hanno imparato le misurazioni delle forme geometriche come quadrato e rettangolo». Proprio nell’orto.

«Mettere al centro le famiglie che desiderano incoraggiare una scelta di vita educativa diversa per i propri figli è il pilastro su cui si fonda l’intero progetto educativo». I protagonisti dell’esperienza comune sono proprio le famiglie che accompagnano il bambino in queste nuove esperienze, alimentando il senso di appartenenza collettivo.

Il primo anno scolastico dei “piccoli cuori” è iniziato a settembre 2020, all’interno dei terreni dell’azienda agricola Rolè. Il gruppo è eterogeneo ed è formato da otto bambini. La composizione diagonale e l’intersezione stessa di diverse fasce d’età che si compenetrano rende l’attività ancora più stimolante, perché i singoli partecipanti, dalla scuola primaria fino alla secondaria di primo grado, collaborano in sincrono e cooperano, proprio come gli ingranaggi di un unico macchinario. Essere educatori in questo tipo di progetti significa sposarne in toto la filosofia: «Dedicarmi alla loro educazione, portare ogni mattina la gioia di vivere, il piacere della condivisione e aiutarli a interiorizzare la compassione per me è un privilegio, perché io cresco con loro». Questo approccio educativo, interamente basato sull’ascolto, testimonia che sentendo davvero i bambini, i loro bisogni e sentimenti, è possibile seminare in ognuno di loro fiducia e amore.

«Il vero obiettivo – rivelano Rosy e Valentina – è che tutti i bambini qui crescano come persone». E in questi primi mesi tutti i piccoli “alunni” stanno innegabilmente traendo un enorme beneficio da questa convivenza con la natura, soprattutto sotto l’aspetto relazionale, non solo didattico, perché imparano ogni giorno a vivere insieme.

“Troverai più cose nei boschi che nei libri. Gli alberi e i sassi ti insegneranno cose che nessun uomo ti potrà dire”. Bernardo di Chiaravalle

Per approfondire, ascolta l’intervista integrale a Rosy e Valentina qui. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/corazoncitos-scuola-outdoor/?utm_source=newsletter&utm_medium=email