Boschi al macello: è saccheggio totale

Il mondo vegetale sta vivendo una fase di saccheggio totale, in Italia, in Europa e nel mondo. E chi sa che solo in Italia il 45% delle erosioni è dovuto proprio al taglio dei boschi? Eppure non solo non si fanno nulla per arginare il fenomeno, ma si permette alle cose di peggiorare.

Mentre il pianeta collassa per i cambiamenti climatici e una parte dell’umanità si mobilità per cercare di fermare, o se non altro rallentare, questo fenomeno umano, appare al contrario come lo sfruttamento economico sulle risorse naturali non conosca freni nè frontiere. A farne le spese sono proprio i nostri salvatori, gli organismi che per eccellenza offrono una delle soluzioni più rapide ed indolori ai cambiamenti climatici: gli alberi.

Il mondo vegetale sta vivendo una fase di saccheggio totale, le foreste sono bruciate dall’America Latina all’Africa per creare coltivazioni intensive di proprietà delle multinazionali, i cui prodotti sono poi consumati senza alcun ritegno o rimorso proprio da noi consumatori. In Russia e Canada grandi distese di foreste sono trasformate in carta e legna da ardere, le miniere radono al suolo colline e pianure. Lo sviluppo urbanistico sostituisce alle foreste dell’Asia palazzi, strade, parcheggi e centri commerciali ma anche in Europa si aprono sempre più vasti fronti di disboscamento, dalla Polonia ai Balcani dalla Germania alla Francia migliaia di tronchi crollano sotto i colpi mortali di motoseghe ed escavatori. Le foreste sono tra i principali serbatoi di carbonio del pianeta. Esse immagazzinano circa 289 gigatonnellate (Gt) di carbonio negli alberi e nella vegetazione. Il carbonio immagazzinato nella biomassa forestale, nel legno secco, nello strame messi insieme è maggiore di tutto il carbonio nell’atmosfera.  A livello globale, lo stock di carbonio nella biomassa forestale si stima che tra il 2000 ed il 2010 sia diminuito di circa 0.5 GT all’anno, principalmente a causa della riduzione del totale della superficie forestale (fonte FAO). In Italia viene sbandierato l’aumento della superficie boscata, con dichiarazioni di politici e amministratori che si dicono pronti a voler recuperare la superficie un tempo coltivata strizzando l’occhio alle agroindustrie e agli speculatore del legname, mentre dispensano sorrisi forzati e abbracci falsi per i movimenti ambientalisti che ora iniziano a far sentire la loro voce. Il fatto è che in gran parte del nostro territorio nazionale i boschi e le foreste sono visti e utilizzati quasi esclusivamente come risorsa economica. Se è vero che la superficie boscata è aumentata nel corso degli anni, è altrettanto vero che la qualità di tali ambienti lascia a desiderare. Ovunque, su Prealpi ed Appennini si praticano tagli cedui utilizzando macchinari enormi. Proprio recentemente è apparsa la reclame di una di queste mostruosità distruggi-vita che non lasciano in piedi un arbusto, alterano il suolo in modo devastante (occorrono parecchi decenni per rigenerare un solo compromesso dal passaggio di alcuni di questi mega trattori) riempiono l’aria di gas serra e procedono con velocità sempre maggiori nello sterminio della vegetazione. Il taglio ceduo poi lascia dietro di sé pochi e stenti alberi, leggi permissive e scarso controllo contribuiscono a produrre il resto del danno.

Fianchi interi di colline nel Chianti e nel Mugello, dalle Langhe alla Liguria sono compromessi, nessun castagno, quercia, carpino è al sicuro. Mentre la Regione Toscana dichiara l’emergenza climatica, fiumi rigogliosi di vegetazione riparia sono trasformati in deserti, leccete secolari e perfino territori demaniali protetti sono trasformati in biomasse che alimentano le tanto sdoganate centrali, che per funzionare divorano migliaia di metri cubi di legna in tutta la regione. in Italia i boschi che vengono sottoposti a tagli cedui sono il 43% del totale ma se guardiamo esclusivamente ai boschi di latifoglie, ovvero tutti i boschi tranne quelli di conifere il taglio ceduo è operato sul 70% della superficie. Si tratta di un dato apocalittico e basta pensare che dagli studi emerge come il 45% delle erosioni nel nostro paese è dovuto al taglio del bosco. Tutto ciò si traduce in due semplici parole: dissesto idrogeologico. Ovvero la possibilità concreta di alluvioni, smottamenti e frane. È curioso constatare che gli stessi tecnici e politici che spingono verso un maggiore sfruttamento boschivo, sono gli stessi che chiedono più soldi per opere di contrasto al dissesto idrogeologico e che spingono alla cementificazione e all’artificializzazione dei corsi d’acqua e dei versanti. Gli alberi che comunicano tra loro usando i funghi come ponte, gli alberi che sorreggono il suolo del nostre montagne e le sponde dei nostri fiumi, gli alberi che abbassano anche di 6°C la temperatura delle città durante l’estate, gli alberi che danno rifugio a centinaia di specie diverse, dagli insetti agli uccelli passando per rettili e mammiferi, gli alberi antichi che hanno vissuto dal tempo dei dei crociati potrebbero non sopravvivere ai crociati moderni, i predoni delle agromafie, delle multinazionali (che poi sono la stessa cosa). Le foreste potrebbero sparire a causa di scaltri o incompetenti politici per finire in qualche centrale elettrica a biomasse, nel pellet e nella legna delle pizzerie, nei camini. Per formare tutto questo ognuno di noi ha voce in capitolo, piantare nuovi alberi è un azione straordinaria di amore verso la natura e di rispetto per le generazioni future ma non basta. Infatti è necessario prima di tutto ed immediatamente fermare il disboscamento e la deforestazione. Se non se non agiremo in tal senso sarà come curare un raffreddore camminando in costume da bagno nella neve, ma convinti che una tisana calda sistemerà il malanno. Gli alberi sono vittime nel nostro presente, gli alberi e le foreste dovranno essere i protagonisti del nostro futuro.

Fonte: ilcambiamento.it

Dall’agricoltura che distrugge la natura a quella del non fare: il grande insegnamento di Fukuoka

Molti grandi maestri hanno indicato strade alternative in diversi campi e uno di questi è senz’altro Masanobu Fukuoka, agricoltore giapponese vissuto dal 1913 al 2008 che ha rivoluzionato l’idea stessa di agricoltura.

L’insegnamento di Masanobu Fukuoka si componeva di quattro principi: nessuna lavorazione del terreno che quindi non deve essere arato, né rivoltato; nessun fertilizzante chimico, né compost preparato; non si estirpano le erbacce né a mano, né con erbicidi; nessuna dipendenza dalla chimica. A una visione così lungimirante e rispettosa della terra si aggiungono: una visione del mondo come un tutto unico, interconnesso e interdipendente, perfettamente organizzato così com’è; rispetto di tutte le creature e garanzia per esse di uguale opportunità di prosperare; tutela della capacità della natura di rigenerarsi, valorizzazione e sostegno della biodiversità; conoscenza e cura della propria casa, sobrietà, riutilizzo e riciclo diffuso evitando la creazione di rifiuti; vita vissuta con spirito di tolleranza, umiltà e gratitudine.

Uno delle convinzioni diffuse che Fukuoka, morto a 95 anni, ha sfatato è quella che fare agricoltura significa la distruzione fisica e psicologica dell’individuo e questa convinzione viene sempre citata quando si vuole denigrare, sminuire o prendere in giro chi dice che un riavvicinamento alla terra è auspicabile. Immediatamente i critici parlano di ritorno alle caverne, dei servi della gleba, della fatica inenarrabile di nonni e bisnonni. Fukuoka spazza via tutte queste teorie utilizzate per spaventare chi vuole trovare strade diverse e vuole spacciare il modello industriale e della crescita come l’unico possibile. Leggendo gli insegnamenti di Fukuoka si rimane sorpresi nell’apprendere quanto poco tempo dedicasse al lavoro agricolo e quanto sia stata longeva e sana la sua vita. Non solo non è morto con la schiena spezzata in due, ma la sua agricoltura era sana per la terra e sana per lui. La sua grande rivoluzione era che la natura ci insegna tutto, più la seguiamo, la osserviamo e più benefici ne traiamo. Più cerchiamo di combatterla, di piegarla, di dominarla e più faremo fatica e avremo problemi. La sua agricoltura a bassa intensità di lavoro ha dimostrato anche di essere produttiva quanto e più di quella tradizionale, fatta con macchinari, energia fossile e largo uso di concimi chimici e pesticidi, che non solo alla lunga producono meno cibo ma che comportano danni a non finire e la distruzione della fertilità del suolo. Di conseguenza si hanno costi enormi che vengono fatti pagare alla collettività e non a chi produce l’inquinamento. Nel libro “L’agricoltura del non fare” scritto da Larry Korn sulla vita di Fukuoka, si racconta come l’agricoltore giapponese, andando negli Stati Uniti, si accorga che le tecniche agricole degli indiani d’America fossero molto vicine a quelli che erano i suoi insegnamenti e le sue idee. Del resto la cultura indigena ha vissuto in armonia con l’ambiente circostante imparando dalla natura e non combattendo contro di essa.

Korn prendendo spunto dalle idee sui popoli indigeni di Fukuoka e descrive così questo importante passaggio:

«Lo stile di vita dei nativi, immutato per millenni, non ha esercitato ripercussioni negative sull’ambiente. Quando l’uomo ha cominciato a separarsi dalla natura, abbandonando le fonti tradizionali della conoscenza – la comprensione intuitiva, l’apprendimento diretto dagli altri esseri viventi, gli insegnamenti provenienti dalle generazioni precedenti – ha perso la capacità di comprendere l’unicità del Creato. Ha cominciato così ad affidarsi all’intelletto che però può comprendere solo piccoli pezzi della realtà, uno alla volta. Questo modo frammentario di vedere il mondo si è tradotto infine nella scienza ed è diventato lo standard secondo cui le persone organizzano l’esperienza e decidono cosa fare. Le società tribali erano considerate società dell’abbondanza perché producevano tutto ciò di cui avevano bisogno con il minimo sforzo. La nostra società moderna, invece, ha un appetito insaziabile. Anziché l’economia dell’abbondanza, il nostro sistema, così altamente produttivo, è da considerarsi “l’economia della scarsità” perché non è importante quanto si produce, la certezza è che non sarà mai abbastanza. Il nostro sistema economico istituzionalizza il bisogno di espansione, nel tentativo, assolutamente futile, di autoalimentarsi. Tutto questo viene chiamato “crescita” o “progresso”,  e nella sua applicazione pratica si traduce nell’estrazione delle risorse naturali con la maggiore velocità ed efficienza possibile».

Fukuoka faceva già negli anni Ottanta un’analisi della nostra organizzazione sociale assai veritiera e lucida. Ecco quanto riporta ancora Korn:

«Tutto nel mondo moderno è diventato rumoroso e complicatissimo e la gente vuole tornare a una vita più semplice e tranquilla, come quella che si svolge nella mia fattoria. Quanto più ci si separa dalla natura e ci si allontana dal centro immobile e immutabile della realtà, tanto più si innesca  un effetto centripeto che fa desiderare il ritorno alla natura – il vero centro. Credo che la proposta dell’agricoltura naturale sgorghi proprio da quel centro immobile e immutabile della vita. C’è anche da dire che la diffusa consapevolezza dei guasti causati a lungo termine dall’agricoltura convenzionale sta favorendo il rinnovato interesse  verso i metodi agricoli alternativi. Molte persone stanno apprezzando il mio metodo di coltivazione e cominciano a constatare che ciò che prima ritenevano primitivo o antiquato è forse più all’avanguardia della scienza moderna. La verità è che la natura fa molto meglio senza “l’aiuto” dell’uomo».

In fondo raggiungere la felicità o una vita appagante per Fukuoka non è così difficile come si pensa e non passa attraverso il successo, la carriera o l’arricchimento monetario. Si legge ancora nel libro:

«Il fatto di servire semplicemente la natura vivendo modestamente e avere ciò che è sufficiente per le nostre necessità quotidiane viene ritenuta la via più diretta verso l’auto consapevolezza. Non ci sono meditazioni, yoga, letture richieste o altro. E’ un metodo senza metodo. Man mano che il terreno sempre più torna al suo stato originale, anche la mente dell’agricoltore trova la sua strada per tornare allo stato originale. Si diventa liberi e si riesce semplicemente a godere la vita».

Fonte: ilcambiamento.it

Effetto serra e cambiamenti climatici: la politica dorme, la natura no

Disastri ovunque, allagamenti, venti fortissimi, morti. La natura presenta il conto dell’effetto serra provocato dalla stupidità e avidità umana; e la politica cosa fa? Nulla. Guarda… il telegiornale.9947-10739

Venti  fortissimi, di una violenza inaudita, mai vista, che nemmeno gli anziani ricordano; piogge che in pochi minuti fanno arrivare al suolo l’acqua di una intera stagione; straripamenti di fiumi;  persone portate via dalla forza delle acque o investite da alberi che cadono; allagamenti; crolli di case e ponti; pali di cavi elettrici che vengono spazzati via; mareggiate che distruggono la costa, danni ingentissimi. La natura presenta il conto dell’effetto serra provocato dalla stupidità e avidità umana; e la politica cosa fa? Zero, nulla, niente. Ci si accapiglia per ridicoli punti di spread, si rassicurano mercati e banche, si parla di cose assurde, inutili, superflue tranne che di quello che è veramente importante, prioritario e che determina la nostra esistenza. E la cosa più incredibile è che l’unico argomento che regna sovrano sono i soldi, ma stranamente tutti i soldi che si pagano e si pagheranno per i danni da effetto serra, e che sono ben più alti di miseri punti di crescita del maledetto PIL, sembra come se non esistano, come se li pagassero i marziani e non noi cittadini. Sembra che niente riesca a scalfire l’ignavia, l’indifferenza, il menefreghismo di fronte alla nostra sopravvivenza e salvaguardia.  Cosa deve accadere ancora per mettere al primo posto l’ambiente e la difesa delle persone che non è certo quella di potere andare in giro armati? Perché un tornado non lo fermi se gli spari, le onde alte dieci metri non le blocchi inviando i blindati dei carabinieri e la pioggia torrenziale non la metti in galera perché si è comportata male. Ma chi urla “padroni a casa nostra” o simili banalità forse non si è accorto, o poverino non sa, che l’unico vero padrone che decide tutto è la forza della natura, che dei microscopici e arroganti uomini fa quello che vuole, quando e come vuole.  Ma si sa, il potere dà quasi sempre alla testa e con un qualsiasi titolo o medaglietta appuntata al petto della carriera, ci si sente onnipotenti anche se si conta meno di zero. In fondo, come fa gente ipocrita, incompetente, impreparata, ignorante, senza idee, senza soluzioni, senza lungimiranza ma soprattutto al soldo di potentati economici, a poter veramente fare qualcosa di serio per frenare l’effetto serra? In fondo il politico nella stragrande maggioranza dei casi si preoccupa solo di cosa paga a livello elettorale e mediatico. Al momento  la distruzione dell’ambiente e la nostra estinzione non regalano ancora percentuali di voti, quindi è come se non esistessero.

I media poi preferiscono dare spazio al grande fratello VIP, alla ultime uscite autunno inverno di moda a ad ogni possibile stupidaggine ma delle notizie vere e importanti se ne parla chissà forse da qualche parte in un trafiletto, due righe nella pagina web dei quotidiani. Non si vuole guardare in faccia alla realtà, non si vuole cambiare, molto probabilmente anche perché non si saprebbe nemmeno come a giudicare dalle menti eccelse che abbiamo in questo paese. Ma forse semplicemente anche di fronte alla catastrofe climatica che ormai hanno presente pure i bambini, non si vuole fare nulla pensando che si possa perdere qualche spicciolo, qualche privilegio, qualche poltrona, qualche yacht, qualche Ferrari.

Politici, media, banchieri, industriali senza scrupoli ci stanno portando sull’orlo del baratro e forse stanno aspettando che tornado come quelli che si abbattono sulla Florida radano al suolo il parlamento e chissà se allora si inizierà a pensare che la questione è seria. Ma probabilmente neanche a quel punto si agirà, si dirà che è colpa degli immigrati, dei musulmani, degli alieni cattivi e si continuerà ad andare avanti come se nulla fosse. Fino a quel momento mi raccomando dormite tranquilli, non fate nulla, ci penserà la natura a darci la sveglia e non penso che guarderà in faccia a nessuno e anche chi crede ora di avere il didietro al caldo capirà chi è il vero padrone di tutto e di tutti. Solo la natura è padrona a casa sua e a casa sua ci abitiamo noi.

Fonte: ilcambiamento.it

Ugo Mattei: “Il diritto segua le leggi della natura” – Meme #9

Le attuali crisi ambientali, economiche e sociali sono imputabili a un sistema giuridico lontano dalla società e dai processi naturali. Eppure, facendo propri alcuni concetti della scienza più avanzata e della visione sistemica, il diritto può divenire parte integrante del miglioramento del mondo. Ne abbiamo parlato con Ugo Mattei, giurista e scrittore, autore insieme al fisico Fritjof Capra del libro “Ecologia del diritto”. Siamo a Panta Rei, centro di sperimentazione ambientale, e intervistiamo il professor Ugo Mattei, giurista e scrittore, in occasione della presentazione del libro “Ecologia del diritto” edito da Aboca, scritto insieme al fisico Fritjof Capra divulgatore del paradigma ecologico sistemico. Scopo del libro è quello di indagare le radici comuni tra pensiero scientifico e giuridico in un momento di svolta del paradigma culturale e sociale. Mattei denuncia la separazione tra il diritto e la società, l’alienazione del diritto dai processi trasformativi culturali, politici, economici e sociali che invece dovrebbero governarlo.

Esperto di Beni Comuni, è stato uno dei promotori del referendum sull’acqua pubblica, da giurista propone che essi si costituiscano in un nuovo genere di soggetto giuridico. Una nuova configurazione proprietaria che liberi i Beni Comuni (primi fra tutti acqua, terra, scuola e informazione) dalla sovranità del privato e/o dello Stato finalizzata alle reali esigenze di chi li vive. Propone così ad esempio la costituzione di aziende dei lavoratori, la catena di produzione di cibo in mano a piccoli finanziatori, servizi di conservazione delle terre, banche di comunità e cooperative di credito. L’idea è che il diritto non deve essere subito dalla comunità ecologica ma vivere per essere rigenerativo e a garanzia dei valori della vita. Il cambiamento deve superare la logica, definita “estrattiva”, meccanicistica, predatoria neoliberista legata alla quantità verso un paradigma sistemico volto a creare una comunità giuridica a rete, ecologica capace di generare tempo comune e beni comuni per proteggere il pianeta terra e l’accesso di tutti alla disponibilità delle risorse condivise.soil-3301161_960_720

Mentre la scienza più avanzata sta percorrendo questo processo evolutivo il diritto ne è completamente avulso. Dovrebbe invece imparare dai processi naturali ritornando a rapportarsi con la vita. Costituire le diverse soggettività della comunità ecologica nel suo insieme complessivo, per operare processi trasformativi dal basso. Già molte persone in Italia stanno creando realtà legate alla qualità delle relazioni con visioni di lungo periodo ma manca ancora la visione della sovranità di questi luoghi, di una soggettività politica. Ora più che mai per contrastare il processo di finanziarizzazione e globalizzazione economica che incombe bisogna uscire dalla logica del potere della maggioranza, della legge formale, unica e gerarchica che espropria il bene comune e favorire un riconoscimento dei diritti di chi accede alle risorse, di chi le vive. Mattei propone una gestione virtuosa dei Beni Comuni attraverso competenze ecologiche legate alle comunità di riferimento e libere dall’arbitrio dei confini giurisdizionali dello Stato e degli enti territoriali consentendo l’organizzazione reale in base alle reali necessità della comunità e di tutti viventi. Un ordine dialettico e spontaneo che superi le dicotomie soggetto-oggetto, privato-pubblico e che riconosca il valore delle relazioni di qualità tra tutti i soggetti coinvolti in funzione dell’interesse comune. Insomma le leggi della natura e degli uomini e delle donne dovrebbero seguire le medesime logiche. È necessario imparare a mettere a sistema le capacità organizzative, le resistenze collettive e le competenze della scienza più evoluta per riuscire ad integrare meccanismi rigenerativi e crescere in libertà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/ugo-mattei-diritto-segua-leggi-natura-meme-9/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Serra Guarneri: il borgo abbandonato diventa un Centro di Educazione Ambientale

Tra le colline del Parco delle Madonie, vicino Cefalù in Sicilia, un borgo abbandonato e poi recuperato ospita oggi il Centro di Educazione Ambientale Serra Guarneri. Immerso nel bosco di Guarneri e aperto a tutti, ma in particolare a bambini e ragazzi, il Centro è un luogo dove ritrovare il contatto con la natura, riscoprendo il senso di comunità e appartenza. Ripercorriamo insieme la storia di Serra Guarneri, dove il tempo non esiste e i visitatori sono abitanti veri e propri del posto. “Ho sentito parlare di un posto dove il tempo cammina e non corre, dove sei sempre in buona compagnia, dove tutti i sensi possono essere appagati e dove cielo e mare si fondono in una vista splendida”.

Arrivati nella zona di Cefalù, in Sicilia, questo luogo lo abbiamo trovato: è il Centro di Educazione Ambientale Serra Guarneri, un borgo recuperato dall’abbandono immerso tra le colline del Parco delle Madonie, circondato da un fiabesco bosco di lecci misti a sugheri e pregno di un’energia vitale difficilmente descrivibile a parole.

Serra Guarneri è un centro di educazione ambientale che ospita soprattutto bambini e ragazzi ma aperto a tutti, per periodi più o meno lunghi, alla riscoperta del (vero) contatto diretto con la natura; pratica una “piccola ospitalità” che si pone gli obiettivi di far sentire gli ospiti come parte di un progetto e di praticare l’educazione ambientale, soprattutto con i sensi piuttosto che con le spiegazione teoriche. Oltre all’area riservata ai soggiorni, Serra Guarneri è anche un’azienda agricola (a scopo educativo) con la presenza di orti sinergici e tradizionali, alberi da frutto e ulivi. Tutto nasce nel 1983 quando Valeria Calandra, co-fondatrice della Cooperativa Palma Nana che gestisce Serra Guarneri, scopre questo borgo che al tempo era abbandonato: “Ho scoperto Serra Guarneri negli anni Ottanta, mentre lavoravo su alcuni studi per la perimetrazione del nascente Parco delle Madonie. Finimmo insieme a mio marito, che era un fotografo, in questo meraviglioso bosco, un vero e proprio paradiso terrestre: esplorando per bene l’area, abbiamo inoltre scoperto l’esistenza di alcune case abbandonate.centro-serra-guarneri

Esplorando maggiormente, siamo giunti nel luogo in corrispondenza di quella che è oggi la casa madre di Serra Guarneri e, pulendo le porte, abbiamo scoperto un cartello dove c’era scritto ‘si vende’. Nella ricerca del proprietario, scoprimmo che questo luogo era stato, a partire dalla fine del milleottocento, un piccolo borgo destinato all’attività di transumanza ed era stato abbandonato nel periodo della guerra; gli abitanti erano emigrati tutti negli Stati Uniti”.

Dopo il progressivo acquisto dell’area, insieme alla Cooperativa Palma Nana, sono iniziati i lavori che hanno permesso oggi a Serra Guarneri di divenire un centro di educazione ambientale e un luogo di ospitalità, anche grazie al contributo di tutte le persone che hanno vissuto qui nel corso degli anni. La Cooperativa è stata fondata nel 1983 e da sempre si occupa di ecologia e attenzione all’ambiente; nel corso degli anni si è sempre più specializzata, in virtù anche della gestione di Serra Guarneri, nell’attività di educazione ambientale e nel turismo naturalistico e sostenibile.serra-guarnieri

Serra Guarneri: l’educazione ambientale e l’ospitalità partecipata

Fabrizio Giacalone è oggi il responsabile della Cooperativa Palma Nana: “La quasi totalità delle esperienze che noi raccontiamo hanno come attori principali i bambini e i ragazzi attraverso varie attività, che si svolgono nel cuore del Parco Naturale delle Madonie, a pieno contatto con la natura: il messaggio più importante che vogliamo trasmettere è che noi facciamo parte della natura. Che sia tramite una gita, un campo scuola o un campo avventura estivo noi vogliamo proporre l’educazione ambientale nella maniera più esperienziale possibile: ad esempio non facciamo solo una lezione teorica sul leccio, una delle piante del bosco di Guarneri, ma glielo facciamo abbracciare. Per la cucina, non raccontiamo solo la storia delle farine di grani antichi siciliani, ma i ragazzi impastano direttamente un dolce o il pane, lo mettono nel forno in terra cruda e lo cuociono. Nel mentre raccontiamo anche la storia del luogo, il suo habitat, le sue tradizioni e le sue usanze”.

La struttura ricettiva di Serra Guarneri dispone di un massimo di ventiquattro posti letto e sono previsti diverse opzioni per bambini, ragazzi, famiglie e adulti. Con una specifica importante: “Chi arriva a Serra Guarneri non è un ospite ma è un abitante. Che lo sia soltanto per un giorno o per sempre, vive il luogo partecipando attivamente alla vita del borgo in tutti i suoi aspetti. Ci sono molte storie al riguardo, come il bambino che ha piantato l’albero di ciliegio, oppure quello che ha costruito la casa sull’albero, così come la storia di bambini italiani e di altri luoghi d’Europa che insieme costruiscono. Tutte le persone che dalla fondazione di Serra Guarneri fino ad oggi sono passate di qui hanno lasciato una loro traccia donato qualcosa a questo posto, che possono considerare la loro casa”.serra.guarnieri

L’educazione ambientale oggi

Concludiamo il nostro incontro con Fabrizio e Valeria con una riflessione sul ruolo dell’educazione ambientale e di come si sia trasformato, nel corso degli ultimi anni, il ruolo di questa nella nostra società: “Noi, oggi, dobbiamo assolutamente rivedere i nostri stili di vita, dobbiamo rimettere in discussione tutto! Quindi oggi, secondo noi, fare educazione ambientale non si limita più a far conoscere il nome di una pianta o di un animale, ma è capire insieme cosa stiamo mangiando, cosa compriamo quando facciamo la spesa e dove, con quale mezzo andiamo a scuola. Tutto questo si inserisce in una visione che deve essere globale, dove ognuno ha il proprio ruolo nelle decisioni assunte nella vita di tutti i giorni”.

Intervista: Daniel Tarozzi

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/06/io-faccio-cosi-217-serra-guarneri-borgo-abbandonato-diventa-un-centro-educazione-ambientale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“La terra è viva e guarisce”: gli ortolani degli chef lanciano un nuovo progetto

Dopo aver cambiato vita e portato in Italia la figura professionale del “culinary gardener”, gli “ortolani degli chef” Lorena Turrini e Davide Rizzi hanno avviato un nuovo progetto chiamato “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” con l’obiettivo di portare vitalità alla terra, all’ambiente e, di conseguenza, all’uomo. Organismo Agricolo Vivente. È questo il nome del nuovo progetto intrapreso da Lorena Turrini e Davide Rizzi, un’artista e un musicista che qualche tempo fa hanno deciso di mettersi in gioco e ripensare la loro vita professionale, scegliendo di dedicarsi alla produzione di cibo sano secondo i principi dell’agricoltura biodinamica e avviando il progetto chiamato “culinary gardener”.

Come “culinary gardener”, Davide e Lorena producono frutta e verdura nel loro orto-giardino biodinamico in Toscana a stretto contatto con gli chef al fine di fornire materie prime ad hoc per i loro piatti. Per chi non conosce questa figura professionale, il culinary gardener è il consulente-produttore personale di uno chef: in pratica, produttore e chef decidono insieme cosa seminare per creare un menù stagionale di verdure e frutti freschi, sani e ricchi di sostanze nutritive e scelgono insieme cosa coltivare per ottenere i sapori e i profumi ricercati dallo chef.LorenaTurrini_DavideRizzi

Davide Rizzi e Lorena Turrini

Originari di Modena, Davide e Lorena si occupano di orticoltura biodinamica dal 2010 e sono culinary gardener presso una società che possiede strutture di pregio in Toscana, nelle quali lavorano due chef stellati. “Dopo sette anni passati tra le dolci colline toscane collaborando con chef stellati”, ci spiegano, “abbiamo deciso di concederci un intenso anno di studio e collaborazione presso un istituto di ricerca di Udine. Abbiamo approfondito il mondo della biodinamica da un punto di vista più antroposofico, sviluppando un modo più ‘sensibile’ di dialogare con la natura, e abbiamo messo a punto un nuovo progetto che diventa completamento del primo: l’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico”, un progetto sostenibile a livello sociale-terapeutico ed economico, nel quale esistono un aspetto terapeutico-passivo e uno terapeutico-attivo”.

L’aspetto terapeutico-passivo dell’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” è costituito dalla presenza di siepi con alberi di specie diverse, piantumate in base agli studi sulle consociazioni arboree, dove ogni pianta irradia una particolare “forza” che agisce come stimolo o riequilibrio per l’essere umano che si avvicina ad esse. La natura, lo sappiamo, ha capacità curative-terapeutiche ed è una fonte inesauribile di energia e forza vitale per l’uomo e gli animali. È importante la presenza di essenze a portamento verticale perché questa forma costituisce una specie di “antenna” atta a captare e trattenere le forze vitali che arrivano dal cielo. Inoltre, per amplificare queste forze bisogna seguire legge del ciclo chiuso: tutto va riciclato attraverso il compost, perché compostando si amplificano sia le forze vitali sia le naturali “difese immunitarie” dell’Organismo Agricolo rendendolo sano e longevo. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto terapeutico-attivo ed economico, oltre all’orto vero e proprio, nell’Organismo Agricolo vengono inserite piante aromatiche (privilegiando le specie autoctone e naturalizzate) utilizzabili anche per produrre olii essenziali, piante a fioritura a scalare per la vendita di fiori recisi, essenze nettarifere per il miele e alberi da frutto, insieme a frutti antichi e autoctoni per realizzare succhi o marmellate.

“Abbiamo già progettato un paio di Organismi Agricoli“, ci raccontano Lorena e Davide, “che hanno due tipologie e due finalità completamente diverse e che sono attualmente in fase di realizzazione. A Novembre 2017 ad Ibiza abbiamo ideato il nostro primo progetto di “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” (presso una struttura) per soggiorni di riequilibrio terapeutico da stress lavorativo. A febbraio 2018 abbiamo iniziato una collaborazione con Coopattiva, storica cooperativa sociale modenese, per il progetto di un ‘Organismo Agricolo’ in ambito sociale a Nonatola (Modena) che estende su tre ettari. Non si tratta solo di un orto, ma di un intero organismo agricolo vivente costituito da frutteto, piccola vigna, piccoli frutti, bosco, siepe terapeutica, serre, punto ristoro. Abbiamo già lavorato con ragazzi in difficoltà psichiche e con bambini e adulti con disagio e conosciamo i benefici che il lavoro nella natura offre a queste persone, al fine di migliorarne le abilità e svilupparne di nuove”.Lorena4

“Viste le nuove richieste che ci sono arrivate sia in ambito sociale, (anche) per persone anziane e per gli orti scolastici, sia da privati ed aziende, abbiamo elaborato una sorta di “progetto base” da poter utilizzare in contesti diversi, personalizzandolo di volta in volta a seconda delle specifiche del luogo e delle esigenze dei fruitori. Il ‘modello’ è uguale per tutti: un ‘Organismo Agricolo Vivente Terapeutico’, del quale cambieranno di volta in volta le forme, gli aspetti terapeutici, che saranno tarati secondo le necessità specifiche, e l’attività economica, che dipenderà dai diversi obiettivi da raggiungere. Ci sarà sempre l’aspetto terapeutico-passivo e il lavoro quotidiano in agricoltura che è l’aspetto terapeutico-attivo”.

“Non abbiamo inventato nulla. La natura esiste da molto prima di noi ed è sempre lei la protagonista. L’orto sociale è già stato fatto e funziona bene: si è visto come il contatto con la natura ed il lavoro nell’orto porti grandi benefici alle persone. Noi abbiamo fatto un piccolo passo in avanti progettando Organismi Agricoli Viventi Terapeutici, non solo orto. Abbiamo studiato molto le forme da inserire che possono già di per sé ‘curare’. L’orto stesso, ad esempio, è a forma di pentagono, cioè la forma che riporta l’uomo all’armonia. Tutto origina dai solidi platonici nei quali si manifestano due forze: forze di disgregazione terrestri e forze di vita celesti. Quando disegniamo un Organismo Agricolo lo pensiamo sempre in analogia con il corpo umano. Ogni ‘organo’ del progetto corrisponde ad un organo del corpo umano. Portando armonia nell’organismo agricolo questa si riflette specularmente nel corpo umano ristabilendo l’equilibrio, quindi la salute fisica e mentale. Di conseguenza, inseriamo in percentuali ben precise il bosco, il frutteto, l’orto, il laghetto, le siepi ed ognuno di essi è direttamente collegato ad un organo del nostro corpo (polmoni, cuore, fegato, ecc.).

“Il nostro obiettivo e missione”, concludono Lorena e Davide, “è, da sempre, quello di portare vitalità alla terra, all’ambiente e di conseguenza all’uomo favorendo l’aumento del suo sistema immunitario anche con la qualità del cibo e la bellezza delle forme. Lo facciamo con i progetti di culinary gardener e ora anche con gli Organismi Agricoli Viventi Terapeutici. Il primo amore non si scorda mai: continuiamo a collaborare con gli chef, perciò non abbandoniamo il nostro progetto culinary gardener, ma lo arricchiamo e l’idea è quella di poter creare, un giorno, un Organismo Agricolo Vivente Terapeutico anche per gli chef”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/terra-viva-guarisce-ortolani-chef-nuovo-progetto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Se l’uomo se ne va, la natura si riprende ciò che è suo

Quando l’uomo abbandona un territorio e se ne va, la natura si riprende rapidamente ciò che prima occupava. Lo spiega bene Roberta Kwok sulla rivista americana PNAS, Proceedings of the Academy of Science. Lo spiega altrettanto bene, ispirandosi alla Kwok, Pietro Greco su “Micron”.9839-10625

La riconquista. La natura si riprende rapidamente il territorio prima occupato e poi abbandonato dall’uomo. Il primo ad accorgersene negli anni ’80 del secolo scorso e a registrarlo con rigore scientifico fu, probabilmente, Ingo Kowarik, un ecologo urbano dell’Università tecnica di Berlino: le case abbandonate o distrutte e mai ricostruite dopo la Seconda guerra mondiale nella capitale tedesca erano state riconquistate dalla natura selvaggia e metamorfizzate in foresta. Un’oasi urbana nata per caso, con erbe, arbusti, alberi nativi e non che costituivano un ecosistema inedito.
Alle “oasi urbane accidentali” la rivista PNAS, i Proceedings of the Academy of Science degli Stati Uniti, dedica un lungo e interessante articolo firmato da Roberta Kwok. Dove si documenta come di casi simili a Berlino, in giro per il mondo, ce ne sono a decine. Prendete Detroit, per esempio. La città dell’auto che nel 1950 contava 1,8 milioni di abitanti e oggi non supera le 675.000 unità. Uno spopolamento di vasta portata, che ha lasciato senza abitanti interi quartieri e migliaia di abitazioni. Lo chiamano il deserto industriale. Ma sbagliano, perché non è un deserto. Perché le aree abbandonate sono state riconquistate, appunto, da erbe e arbusti e piante che ospitano una quantità incredibile di insetti e uccelli e persino qualche animale più grande. Qualcosa di analogo è stato riscontrato a Baltimora da Christine Brodsky, una ecologa urbana della Pittsburgh State University del Kansas, che nel 2013 ha portato a termine uno studio sugli uccelli che popolano i quartieri disabitati della città del Maryland che ha conosciuto uno spopolamento analogo a quello di Detroit. Ebbene, Christine Brodsky e il suo gruppo di lavoro hanno individuato in città 60 diverse specie di uccelli, alcuni dei quali, come i parula del nord e le capinere, che in genere preferiscono la foresta. Anche la Grande Parigi ha conosciuto il fenomeno dello spopolamento con conseguente abbandono delle abitazioni in alcuni quartieri. Le chiamano wasteland, territori dei rifiuti. Ma un gruppo di scienziati francesi, tra cui Audrey Muratet, un ecologo dell’Agenzia regionale della Biodiversità dell’Ile de France, ha documentato che non si tratta esattamente di deserti. In quei territori abbandonati dai cittadini comuni e frequentati solo da spacciatori e dai loro clienti è ospitato il 58% della biodiversità botanica di Parigi. Ci sono più specie lì che in tutti i parchi e i giardini ben ordinati della capitale francese. D’altra parte anche nelle periferie più degradate di molte città italiane si registra un qualche fenomeno di riconquista se non di conquista ex novo: dai gabbiani ai pappagalli, molti cieli urbani sono frequentati da ospiti volanti sconosciuti fino a qualche tempo fa. Mentre non è raro in alcune zone delle nostre città imbattersi in volpi, cinghiali e in qualche serpentello.  Potremmo continuare con gli esempi. Ci sono, in giro per il mondo, Italia compresa, aree industriali abbandonate, magari ancora con colline di carbone, che si stanno trasformando in vere e proprie paludi, ricche anche di batteri che metabolizzano nitrati. E, a mare, i fosfati. Pare che nel Golfo di California i batteri metabolizzino il 28% dei composti del fosforo, riducendo la fioritura di alghe che a sua volta sottrae ossigeno al mare. Spesso i batteri operano con un’efficienza ancora superiore, che consente loro di superare il tasso di inquinamento. Ne consumano più loro, di inquinanti, di quanto non ne riescano a produrre l’uomo. Insomma, nelle aree dismesse crescono gli spazzini dell’ambiente. Ma lasciamo da parte gli esempi specifici e veniamo ai dati complessivi. Tra il 1950 e il 2000, riporta ancora PNAS, oltre 350 città in tutto il mondo hanno conosciuto un marcato fenomeno di spopolamento. In assoluta controtendenza, perché in questi anni il mondo ha conosciuto un inedito sviluppo urbano e ha visto, per la prima volta nella storia, la popolazione che vive in città superare quella che vive in campagna. Nelle centinaia di città spopolate, sono state abbandonate decine di migliaia di abitazioni e interi quartieri. Non si tratta di fatti marginali. In un recente rapporto si documenta come, ormai, il 17% del territorio urbano degli Stati Uniti – addirittura il 25% in alcune città – sia in condizioni di assoluto abbandono. Un ecologo americano, Christopher Riley, ha provato a fare un po’ di conti. E ha calcolato che i servizi naturali prodotti dalla natura selvaggia che sta riconquistando i territori urbani abbandonati dall’uomo ammontano a 2.931 dollari per ettaro, contro i 1.320 degli ecosistemi urbani ordinati e degli 861 dollari delle aree di campagna. Il report su PNAS tende a sfatare anche un luogo comune, secondo cui l’arrivo di specie aliene (piante o animali che siano) rappresentano di per sé un fattore negativo per gli ecosistemi. Non sempre è così. L’arrivo nelle aree urbane di piante e animali provenienti da altre regioni e persino da altri continenti rappresenta quasi sempre un fattore di equilibrio. D’altra parte si tratta di un ecosistema nuovo e nessuno è, per definizione, un alieno. Viva la riconquista, dunque? Beh, se vediamo il problema da un punto di vista squisitamente ecologico, sì: viva la riconquista. Ma ci sono anche correlati sociali. Nelle aree urbane abbandonate regna il degrado umano e cresce la delinquenza. E, in questo caso, trovare il miglior equilibrio non è affatto semplice.

Chi è Pietro Greco

Pietro Greco, laureato in chimica, è giornalista e scrittore. Collabora con numerose testate ed è tra i conduttori di Radio3Scienza. Collabora anche con numerose università nel settore della comunicazione della scienza e dello sviluppo sostenibile. E’ socio fondatore della Città della Scienza e membro del Consiglio scientifico di Ispra. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

Gli oli essenziali di Flora: l’aromaterapia è un modo di vivere

Dall’incontro di Mario Rosario Rizzi con il mondo dell’aromaterapia e dalla sua cura per la terra, ha preso vita, tra le colline della Toscana, l’azienda Flora. Sorta circa 30 anni fa, questa azienda longeva è specializzata nella produzione di oli essenziali realizzati con materie prime di altissima qualità e nell’assoluto rispetto della natura e dei lavoratori. “Sinergie speciali succedono nella vita di ognuno, avvenimenti significativi che ti portano a volte a sentire che sei nel posto giusto al momento giusto”. È così che inizia una lunga chiacchierata con Mario Rosario Rizzi, fondatore e presidente di Flora Srl. Siamo nelle colline pisane, a Lorenzana precisamente, un territorio bellissimo dove ha sede questa azienda longeva, a un passo dal raggiungere, nel 2019, l’importante traguardo dei 30 anni di attività.

Non è la prima volta che con Italia che Cambia incontriamo Mario Rosario e che curiosiamo nel laboratori di Flora Srl e, come la prima volta, si respira un’aria familiare, quella che nell’immaginario comune non ti aspetti in un luogo di lavoro quotidiano. È un posto speciale, anche se non mi piace usare in genere questa parola, dove si sente la profonda coesione tra ideale e concreto e l’impegno quotidiano all’adesione delle azioni con il pensiero.

“Poco più che ventenne compresi che dovevo lavorare la terra. Un giorno seduto in un bar in una città tedesca dove mi ero trasferito e lavoravo, stavo leggendo un quotidiano italiano, c’era un inserto di approfondimento che parlava della fame nel mondo. Mi arrivò tutta insieme una dolorosa consapevolezza. Il problema più importante su questo pianeta è ancora oggi la morte quotidiana di 24.000 persone al giorno per fame. Tutti i giorni, tutto l’anno. Tornai in Italia e per 8 anni feci il bracciante, apprendendo sul campo la coltivazione della terra. Ma è stato l’incontro con una dottoressa aromaterapeuta che mi ha introdotto nel mondo dell’aromaterapia. Così ho potuto dar sfogo alla mia creatività nella coltivazione biologica e biodinamica di piante officinali aromatiche in molte parti del mondo”.flora-5

Ed ancora oggi l’aromaterapia è l’impulso fondante di Flora Srl, come ricorda il suo logo in cui Flora versa gocce preziose da due ampolle, sostanze che vengono prodotte dalle piante officinali che hanno una straordinaria forza e energia di luce.

 

Flora nasce quindi con la realizzazione di oli essenziali puri 100% da agricoltura biologica e biodinamica, produce attualmente oltre 150 oli essenziali di piante mediterranee e di tutto il mondo. Dall’Eucalipto prodotto e distillato in Portogallo alle rose della Turchia e al sandalo coltivato a Mysore, prodotti in aromaterapia che vengono anche abbinati ad oli vegetali come mandorle, jojoba, avocado, argania e utilizzati per la cura e il benessere del viso e del corpo. “Tutti prodotti di altissima qualità delle materie prime e realizzati nel rispetto delle regole della natura per la vita stessa del pianeta”, ricorda Mario Rosario.

“Da lì poi abbiamo spaziato in prodotti per la casa, per l’igiene personale, prodotti balsamici per l’inverno, antizanzare, tisane con la linea ‘sorsi di benessere’. Viviamo in un ambiente adatto alla coltivazione di piante aromatiche e siamo impegnati da anni nella rigenerazione del suolo, nella riconversione dei campi da coltivazione cerealicola convenzionale ed industriale a coltivazione biologica e biodinamica delle piante officinali. Qui possiamo produrre vari tipi di lavanda, origano, timo, e stiamo introducendo anche melissa, salvia sclarea, in modo da avere sempre più una produzione sul nostro territorio da distillare nel nostro stabilimento.flora-4

Siamo partiti con dei progetti europei in collaborazione con la Regione Toscana per sviluppare sul territorio una realtà alternativa, siamo capofila di una cordata di una decina di aziende agricole che si stanno impegnando in questo sviluppo personale e professionale anzitutto nel metodo abbinato anche al cambiamento della varietà coltivata. Questo mi da grande soddisfazione perché ci permette di agire nel cambiamento dell’ambiente. È uno sviluppo finalmente ecologico e integrale di un territorio meraviglioso. E poi abbiamo tante altre produzioni italiane come il bergamotto dalla costa ionica della Calabria e i mandarini siciliani, o in Piemonte issopo, calendula, estragone, camomilla e salvia officinale. Tutte piante che scegliamo nelle zone specifiche di produzione andando ad incontrare gli agricoltori per stabilire un rapporto di fiducia e profonda conoscenza. L’olio viene estratto sul luogo di produzione e viene utilizzato anche per la realizzazione di creme, shampoo, bagno doccia, oli viso e corpo, solari, per un benessere psicofisico, “perché l’aromaterapia, l’utilizzo di oli essenziali, ha un effetto importante per l’attività olfattiva che generano, un’attività capace di entrare in relazione con la psiche, le emozioni, i ricordi, il sistema neurovegetativo. L’olfatto è un senso straordinario che comunica con il cervello in maniera diretta con il sistema limbico, senza passare dalla neocorteccia”.flora-2

Uno degli obiettivi più significativi di Flora Srl e del suo fondatore è stato quello di dare lavoro alle persone, di creare un lavoro redditizio e al contempo compatibile con il pianeta. “La prima volta che andai alla camera di commercio c’era un cartello che diceva che il 50% delle aziende costituite ‘moriva’ dopo un anno, dopo 5 anni ne rimanevano solo il 5%, mi dissi ‘devo essere tra queste’. Oggi dopo 30 anni di aziende costituite di così lunga durata credo ce ne sia lo zero virgola qualcosa. Siamo cresciuti molto determinati. Ora siamo un gruppo di 30 persone che lavorano stabilmente nella sede centrale a Lorenzana (PI), abbiamo sette settori con tre reparti ciascuno. Siamo cresciuti piano, alla media di una nuova persona l’anno. Ed abbiamo continuato ad assumere sempre, anche quando si è manifestata la crisi nel 2008 e negli anni successivi. Credo che la lungimiranza sia un elemento strategico: capire cosa è necessario ogni momento per il progetto a lunga scadenza e per una crescita individuale e professionale. Nel gestire l’azienda ho sempre avuto chiaro di voler costruire un gruppo più che una ‘ditta’, mi sono quindi dotato di strumenti semplici di condivisone per lavorare bene in gruppo. Siamo persone e siamo dedicate al compito e contemporaneamente alla relazione, siamo persone e non ruoli, le nostre dimensioni sono pienamente compenetrate. I problemi del lavoro ce li portiamo a casa, quelli di casa sul lavoro. La formazione alla comunicazione ecologica ci ha permesso di creare un gruppo in cui non ci sono conflittualità perché non ci arriviamo, affrontiamo i piccoli problemi nel nascere, spesso sono solo equivoci e si risolvono subito. È un elemento forte per la coesione del gruppo. Abbiamo strutturato un percorso nel quale tutti trovano lo spazio idoneo per esprimersi”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/io-faccio-cosi-213-oli-essenziali-flora-aromaterapia-modo-di-vivere/

 

 

 

Il senso della vita in una passeggiata nell’orto

Invischiati in un eterno vortice che ci mangia tempo di vita, non riusciamo spesso più a trovare il senso dell’esistenza. Allora, proviamo a fermare la corsa dentro e fuori di noi. Proviamo ad assaporare il senso della vita attraverso la bellezza della natura che ci ricorda chi siamo e perché siamo qui. La natura è semplice, straordinaria e gratuita, il senso è lì.potager , fleurs et outils de jardinage

Probabilmente lo stato in cui versa il mondo e la crisi dell’umanità (che sta andando verso la propria autodistruzione) sono dovuti anche al fatto che tanti non riescono a trovare un senso all’esistenza. Siamo prigionieri in questa continua frenesia, che diventa inquietudine, una ricerca costante di qualcosa che ci acquieti, che ci appaghi in qualche modo; spesso si pensa debbano essere il consumo, il possesso, il successo, i soldi, l’apparire, la fama. O magari si pensa che una famiglia, uno stipendio regolare e le varie sicurezze materiali, possano darci quelle risposte esistenziali che cerchiamo costantemente e che sono parte integrante del genere umano.  C’è chi per trovare queste risposte si rivolge anche alle varie religioni che sono piene di dottrine, dogmi, credenze, divisioni e che sono quanto mai di più lontano da se stessi e se possibile ostacolano ancora di più la vera conoscenza. Oppure c’è chi ci si rivolge a meditazioni in tutte le salse, pratiche di tutti i tipi, guru, santoni, esperti, ognuno con la sua bella ricetta in mano, spesso pagata a caro prezzo dagli eterni insoddisfatti. Nonostante questi tentativi, la vita è sempre più complicata, difficile; siamo compressi fra mille impegni, il tempo si riduce costantemente in un tentativo impossibile di poter assorbire la valanga di stimoli che ci bombarda ogni giorno. In queste condizioni, il senso dell’esistenza diventa sempre più vago e il disagio aumenta e spesso si tramuta in disperazione. Cercando le cause delle difficoltà interiori è molto facile dare la colpa agli altri della propria insoddisfazione. I nemici a cui additare sono tanti: i colleghi, il datore di lavoro, il proprio compagno o compagna, gli immigrati, i diversi, i più deboli che da sempre sono la valvola di sfogo delle frustrazioni dei veri deboli, quelli che devono per forza prendersela con qualcuno non volendosela prendere con gli unici responsabili della propria situazione cioè se stessi. Per cercare e trovare risposta diverse a quelle fin qui citate, suggerisco a chiunque di coltivare un orto piantando alcuni alberi, magari da frutto o trovare un orto qualsiasi in cui ci sia permesso passeggiare anche per poco tempo al giorno e osservare. Osservare, perché vedere avviene costantemente e sempre più distrattamente, osservare invece implica attenzione e attenzione significa scoperta. In qualsiasi periodo dell’anno, ma soprattutto in primavera ed estate, si può osservare qualcosa che rimette al centro l’essenza della vita e fa capire dove sta il senso che si cerca costantemente e disperatamente in situazioni e persone che non lo daranno mai perché è dentro di noi e la natura ci fa da riflesso. Ogni giorno anche in un orto di poche decine di metri quadrati si osservano cose straordinarie. Vedere crescere dei frutti, degli ortaggi è qualcosa che ogni volta è stupefacente. Non serve veramente granché altro per comprendere il profondo significato dell’esistenza, che è fatta per meravigliarsi di quello che la natura nella sua infinita saggezza e capacità ci offre costantemente. Una ricchezza indicibile che non può che lasciare esterrefatti ogni volta nella sua semplicità e allo stesso tempo ricchezza e maestosità  eccezionale. E’ qualcosa che ha probabilmente delle similitudini con la crescita dei propri figli, perché ogni giorno si nota qualcosa di diverso e ogni giorno non è mai uguale ad un altro. E poter dare anche ai propri figli questa possibilità di vedere da vicino come funzionano le fantastiche leggi della vita e della natura è un insegnamento che nessuna tecnologia al mondo potrà mai eguagliare, in nessun caso e in nessun modo. Un insegnamento che rimarrà per sempre, a differenza delle nozioni che si dimenticano presto. E non c’è solo l’aspetto dell’osservazione ma anche la soddisfazione di poter coltivare il proprio sostentamento; chi lo ha provato sa perfettamente cosa significa in termini di senso del proprio lavoro e gratificazione per la propria perseveranza e passione nella cura e osservazione della natura. Il tripudio di fiori, foglie, ortaggi, alberi che esplodono di vita è il miglior viaggio dentro la natura e dentro se stessi che si possa fare. Non c’è bisogno di chissà quali paradisi tropicali quando il paradiso è di fronte o vicino a noi. Un viaggio che riempie di consapevolezza, bellezza e senso. Ma bisogna saper osservare, saper fermare la corsa dentro e fuori di noi e assaporare il senso attraverso la bellezza della natura che ci ricorda chi siamo e perché siamo qui. La natura è semplice, straordinaria e gratuita, il senso è lì.

Fonte: ilcambiamento.it

Concorso fotografico: inviaci i tuoi migliori scatti dedicati all’acqua

Che cosa ti viene in mente quando pensi all’acqua? Riesci a immortalarlo in una foto? L’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) ti invita a inviare i tuoi scatti più creativi a WaterPIX, un concorso fotografico dedicato all’acqua. Le migliori fotografie riceveranno un premio in denaro.image_xlarge

Image © Andrzej Bochenski, Picture2050 /EEA

L’acqua è ovunque, dalla più piccola cellula nel nostro corpo fino ai vasti oceani, e tutti, persone, animali e piante, ne siamo dipendenti. Il concorso fotografico «WaterPIX» organizzato dall’AEA mira ad attirare l’attenzione sull’acqua in quanto risorsa vitale per tutte le forme di vita sulla Terra. Puoi rappresentare l’acqua, i suoi usi e la sua importanza per la vita in molti modi diversi. Usa semplicemente la tua creatività e inviaci le tue migliori fotografie entro il 15 agosto 2018. Le tre categorie del concorso per le quali è possibile inviare le fotografie sono illustrate di seguito.

  1. L’acqua e noi

La beviamo, la usiamo per fare il bagno e per cucinare. Inondazioni o siccità possono colpire intere città. Cosa significa l’acqua per te?

  1. L’acqua e la natura

I fiumi, i laghi e i mari non solo permettono la vita sulla terraferma ma ospitano anche un vasto numero di animali e piante. Gli oceani svolgono un ruolo chiave nell’assicurare un clima stabile per il pianeta. Riesci a rappresentare i benefici visibili ed invisibili dell’acqua? L’acqua potabile è a rischio?

  1. L’acqua e l’economia

L’acqua è essenziale per la produzione di cibo, elettricità e molti beni. I fiumi e i mari costituiscono le principali rotte commerciali che collegano paesi e culture. Qual è l’importanza dell’acqua per le nostre economie? In che modo l’economia ha a sua volta un impatto sull’acqua?

I vincitori di ciascuna categoria di concorso riceveranno un premio in denaro dell’ammontare di 1 000 euro. L’AEA assegnerà anche un premio speciale per la gioventù (Youth Prize) alla miglior fotografia presentata da un giovane di età compresa tra i 18 e i 24 anni e inoltre un premio verrà conferito dal pubblico (Public Choice Award), che potrà partecipare ad una votazione online e scegliere un vincitore tra tutti i finalisti.

Il concorso è aperto a tutti i cittadini dei paesi membri dell’AEA e dei paesi cooperanti dei Balcani occidentaliit. Tutti i partecipanti devono essere maggiorenni. Maggiori informazioni sul regolamento del concorso e sulla modalità di partecipazione sono disponibili alla pagina del concorso WaterPIX .

L’AEA comunicherà i nomi dei vincitori a fine ottobre 2018.

Fonte: eea.europa.eu