Perché i sistemi complessi sono più affascinanti delle teorie del complotto

I sistemi complessi evolutivi, come gli ecosistemi naturali o il sistema socio-economico, sono capaci di sviluppare caratteristiche talmente elaborate e perfette negli incastri da sembrare quasi magiche, al punto che risulta molto più facile e lineare pensare che qualcuno le abbia decise dall’alto. Nascono così le teorie del complotto, risposte lineari a problemi complessi che non servono a costruire soluzioni.

Il Leucochloridium Paradoxum è un parassita con un comportamento piuttosto bizzarro. Per completare il suo ciclo vitale deve nascere all’interno del corpo di una chiocciola terrestre e poi svilupparsi e raggiungere la fase adulta nell’intestino di un uccello. Come riesce in questa ardua impresa? Il parassita ha adottato una strategia complessa: le sue uova vengono ingerite dalla chiocciola assieme all’erba e si schiudono al suo interno, dopodiché i nuovi nati si insinuano nelle antenne della malcapitata e iniziano a gonfiarle, colorarle e pulsare facendo sì che queste assomiglino a dei vermi sgargianti. Gli uccelli vengono attirati dai finti vermi e finiscono per mangiarsi la chiocciola con al suo interno i parassiti. Ed ecco che, nell’intestino degli uccelli, questi ultimi si stabiliscono in maniera permanente attaccandosi alle cavità per trarne nutrimento. Le uova dei parassiti vengono poi espulse dall’uccello attraverso le feci e finiscono sull’erba in attesa di essere mangiate da una chiocciola. E il ciclo ricomincia.5483634283_089df79768_b

Ora mettiamoci nei panni delle chiocciole: ci risulterebbe facile dedurne che qualcuno stia tramando alle nostre spalle. Di certo non penseremmo che l’artefice è quel vermiciattolo incapace di intendere e di volere che ci entra in corpo: più probabile, seguendo la logica del cui prodest, che siano stati gli uccelli ad aver introdotto questo parassita per rendere più facile cacciarci. Oppure qualcuno che sta ancora sopra gli uccelli che per oscure ragioni vuole farci soffrire ed estinguere tutte. Di sicuro non penseremmo che sia stato l’ecosistema stesso, attraverso un meccanismo evolutivo, a costruire questo (per noi) diabolico intrigo.

I sistemi complessi evolutivi sono capaci di sviluppare caratteristiche talmente elaborate e perfette negli incastri da sembrare quasi magiche, al punto che risulta molto più facile e lineare pensare che qualcuno (un Dio?) le abbia decise dall’alto. Come scrive Donella Meadows in “Thinking in systems”, uno dei più importanti libri divulgativi sul pensiero sistemico, “La caratteristica più meravigliosa di alcuni sistemi complessi è la loro capacità di imparare, diversificare, rendersi complessi ed evolvere. È la capacità di un singolo ovulo fertilizzato di generare, da solo, l’incredibile complessità di una rana adulta, o una gallina, o una persona. È la capacità della natura di avere creato milioni di fantastiche specie diversificate a partire da una pozzanghera di sostanze chimiche organiche”. Pensiamo alle api che impollinano i fiori, ai ragni che tessono le tele per intrappolare gli insetti, ai banchi di pesci e ai loro movimenti. Tutti esempi in cui i singoli elementi sono inconsapevoli della propria funzione e agiscono in maniera istintiva, ma complessivamente contribuiscono alla resilienza e all’evoluzione del sistema e ne determinano il (dis)equilibrio dinamico.20090722214841_spider-web-dew

Ora prendiamo questi esempi legati agli ecosistemi naturali e trasliamoli ad un altro sistema complesso, il sistema socio-economico in cui viviamo (e facciamo finta per un attimo che sistema naturale e sistema socio-economico siano due cose separate, giusto per non complicare ulteriormente il discorso). Viviamo in un sistema dal funzionamento per molti aspetti diabolico. Pensiamoci: l’industria alimentare produce cibo poco sano e ricco di additivi che ci rende obesi, ci crea dipendenza, ci fa ammalare. La nostra malattia fa arricchire le case farmaceutiche che hanno tutto l’interesse a non incentivare uno stile di vita sano e generare una popolazione che vive a lungo ma è sempre più malata. Le multinazionali che producono beni di consumo hanno tutto l’interesse acché compriamo sempre più oggetti inutili per sopperire alla nostra sete di relazioni. Ed ecco che intervengono i media ed il modello culturale a convincerci che solo diventando ricchi e potendo comprare qualsiasi cosa potremo essere felici e che solo competendo con gli altri saremo ricchi. Così facendo diventiamo individualisti, roviniamo le nostre relazioni e di conseguenza abbiamo ancora più bisogno di comprare. E più compriamo più facciamo circolare denaro, emesso a debito dalle banche che generano ricchezza dal nulla e si arricchiscono alle nostre spalle. Potrei continuare a lungo.earth-hands

Tutto è perfettamente coerente, troppo perché sia casuale: qualcuno deve averlo deciso a tavolino! Dunque ci chiediamo “chi ci guadagna da tutto ciò?” e scopriamo che in questo stesso sistema ricchezza e potere sono concentrati nelle mani di pochissime persone proprietarie di banche, gruppi finanziari, multinazionali. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam del gennaio 2017 gli 8 uomini più ricchi del Pianeta possiedono quanto la metà più povera della popolazione mondiale (426 miliardi di dollari). E la forbice continua ad aprirsi a ritmo crescente. Dunque ci viene naturale pensare che sia proprio questa élite mondiale a determinare il funzionamento del sistema. Ed è qui l’inganno della nostra mente. La nostra disabitudine (determinata da fattori sia culturali che evolutivi) a interagire coi sistemi complessi e a comprenderne il funzionamento ci porta a ricorrere a soluzioni più lineari e a riconoscere quelle che sono semplici caratteristiche emergenti del sistema come regole decise da qualcuno. Aggiungiamoci un mix di elementi quali a) la nostra abitudine culturale a cercare sempre il colpevole e individuare il cattivo di turno, b) la tendenza dei social e dei motori di ricerca a circondarci di opinioni simili alle nostre, rafforzandole, c) alcune trappole e bias cognitivi tipici del funzionamento della nostra mente che ci fanno selezionare gli elementi che rafforzano le nostre convinzioni (bias di conferma), ci convincono di essere degli esperti in materie di cui sappiamo ben poco (effetto Dunning-Kruger) e ci inducono nessi logici fallaci (ad es. Bias del Post hoc ergo propter hoc), e il gioco è fatto. Nascono così le cosiddette “teorie del complotto” che partono spesso da dati piuttosto oggettivi, da falle del sistema (mancanza di chiarezza o volontà di occultare delle prove), per giungere a conclusioni del tutto strampalate e inverosimili. Prendiamone una delle più conosciute, quella sulle scie chimiche. Lì si prendono alcuni elementi oggettivi del sistema come l’aumento delle scie di condensa degli aerei nel cielo (dovuta al boom del traffico aereo negli ultimi anni), gli esperimenti di geoingegneria in corso (sicuramente preoccupanti, ma per altri motivi) e la presenza di elementi tossici nel cibo che mangiamo (determinati dal tipo di produzione industriale, dall’uso di diserbanti e pesticidi e dall’inquinamento dei terreni e delle falde acquifere) e li si collegano in maniera decisamente creativa per sostenere che esiste una macchinazione per avvelenare la popolazione mondiale irrorando il cielo con sostanze tossiche. E lo stesso accade con tante altre teorie, laddove la magia dei sistemi complessi viene scambiata per regole decise a tavolino e imposte dall’alto da qualcuno talmente potente da governare il funzionamento del tutto.contrailstudy

Ciò non vuol dire che non esistano poteri forti, lobby, o attori in posizioni dominanti che possono intervenire su leve potentissime come le “regole” o gli “obiettivi” del sistema. Significa semplicemente che essi non determinano il sistema ma sono elementi come tutti gli altri, sebbene in posizioni privilegiate, e nel fare di tutto per aumentare il proprio potere si comportano in maniera del tutto coerente con la loro posizione, funzione e prospettiva. Niente lascia presupporre che se noi ci trovassimo in quel ruolo all’interno di questo sistema faremmo qualcosa di differente. Peraltro il fatto stesso che le teorie del complotto siano così diffuse e la loro densità non sortisca alcun effetto di cambiamento sul sistema fa capire come esse siano perfettamente integrate al sistema stesso. O persino funzionali, in un’ottica di resilienza del sistema, tant’è quest’ultimo (sempre attraverso meccanismi di resilienza, senza che nessuno lo “decida”) sembra convogliare su queste teorie sterili buona parte del proprio dissenso interno. Se ci abituiamo alle dietrologie finiamo per mettere tutto in discussione e restiamo paralizzati nell’incapacità di agire, convinti che qualsiasi nostra azione possa venire controllata e diretta dall’alto. A riprova di ciò vi è il fatto che altri concetti ben più difficili da integrare per il sistema sono stati di contro emarginati e dimenticati: tutti conosciamo la teoria delle scie chimiche ma chi conosce oggi il Paradosso di Jevons, l’energia grigia, l’Eroei?

Tuttavia neppure le teorie del complotto vanno demonizzate e emarginate: in primo luogo perché le persone che le portano avanti lo fanno (quasi sempre) in assoluta buona fede e vivono con estremo tormento la propria condizione; in secondo luogo sarebbe questo il miglior modo per farle proliferare. Peraltro, come dicevamo, esse nascono spesso da intuizioni corrette e problematiche oggettive. Sono reazioni a versioni ufficiali spesso poco credibili, a dati non attendibili, a rigidità e dogmatismi, ad avvenimenti spaventosi ed allarmanti, all’incapacità del sistema di integrare diversità di opinioni, d’intenti, di visione. Nascono da un sottobosco fatto di insoddisfazione, frustrazione, sfiducia. Insomma, esse non nascono per caso ma sono una risposta immaginaria a problematiche reali. Per l’esattezza la risposta a minor consumo energetico per il sistema, perché non implica nessun tipo di cambiamento. È possibile trasformarle in qualcosa di costruttivo? Si può incanalare la loro energia latente verso atteggiamenti di reale cambiamento? Difficile da dirsi. Sicuramente un atteggiamento non giudicante e l’utilizzo di una comunicazione empatica può aiutare ad abbattere i muri e i pregiudizi reciproci. E aprire interessanti canali di comunicazione. L’assurdo funzionamento di questo mondo, con tutte le sue contraddizioni, può spaventarci e farci ricorrere a spiegazioni più facili da accettare. Ma se riusciamo ad abbracciare la complessità senza paura scopriremo che essa è molto più affascinante, magica e sorprendente di qualsiasi teoria del complotto. Parola di chi per anni è stato un convinto seguace di molte di queste teorie. Non ci credete? Leggete qua.

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Viaggiare è un bisogno profondo che ci lega alla Natura

Ispirazione, scoperta interiore, riconnessione con l’ambiente naturale, fascino dell’esotico e valorizzazione del territorio in cui viviamo. Sono questi i cardini dell’esperienza di viaggio che ci racconta in questa intervista Luca Vivan, travel blogger e Inspirational Travel Designer. Nomade atipico, perennemente in bilico fra il fascino di loghi lontani e la magia delle montagne friulane, sua terra d’origine, seguendo il filo rosso di un nuovo approccio al viaggio e alla scoperta: «Il viaggio deve diventare sempre più centrato sull’individuo, che va ascoltato e compreso, per indirizzarlo sul sentiero che gli appartiene davvero». Con Luca Vivan, Inspirational Travel Designer e curatore di un blog che parla di turismo ed ecologia, abbiamo provato a capire come e perché sta cambiando il modo di viaggiare. vivan2

Secondo te come deve essere un viaggio per offrire un’ispirazione?

Ogni viaggio può essere fonte di ispirazione, anche la semplice passeggiata nel parco dietro casa. Il punto non è secondo me la destinazione da raggiungere ma il modo in cui noi affrontiamo il viaggio. Siamo abituati ad aspettarci sempre qualcosa dagli altri, a credere che se incontreremo una persona che consideriamo migliore di noi, diventeremo migliori a nostra volta. Forse noi siamo già migliori, dobbiamo solo darci l’opportunità di far emergere chi siamo veramente. Dietro un viaggio che ha lo scopo di offrirci un’ispirazione ci siamo sempre noi e la nostra maggiore o minore apertura. Il bello dei viaggi ispirazionali non sta più nella delega della nostra felicità a una struttura, un pacchetto turistico o una meta, quanto nella nostra capacità di metterci in cammino e trovare la strada che fa per noi.

Come sta cambiando il modo di viaggiare secondo te?

Come specie stiamo lentamente comprendendo che abbiamo dei bisogni profondi, quello di stare bene assieme ai nostri simili, quello di riconnetterci alla nostra natura profonda e a quella che ci circonda, quello di capire cosa vogliamo fare nella nostra vita. Il marketing evoluto sa bene che dietro l’ultimo modello di smartphone non c’è solo il bisogno di avere più memoria o una macchina fotografica migliore, ma che ogni acquisto importante si collega a dei bisogni che spesso noi stessi fatichiamo a riconoscere. Un viaggio in solitaria attorno al mondo o un trekking sulle Dolomiti rispondono ad esempio al nostro bisogno di crescita personale o a quello di scaricare le tensioni accumulate e di ricaricarci. Continuare a vendere letti, piatti da mangiare ed escursioni di gruppo tutte uguali anche se fatte in Brasile o in Norvegia, non ha più senso. Il viaggio deve diventare sempre più centrato sull’individuo, che va ascoltato e compreso, per indirizzarlo sul sentiero che gli appartiene davvero. Inutile aggiungere che tra i bisogni ormai diventati primari, c’è quello di sentirsi di nuovo legati intimamente alla terra. Per secoli abbiamo creduto che ciò che era fuori di noi fosse costituito di oggetti da manipolare a nostro piacimento, senza grosse conseguenze, se non in termini puramente economici. Ora sempre più viaggiatori vogliono tornare a sentirsi di nuovo a casa nel pianeta Terra, agendo in modo consapevole, rispettando l’ambiente e chi in esso vive, esseri umani, animali e piante.vivan3

Spesso si immagina il viaggio “che cambia la vita” come un’avventura in luoghi esotici e lontani… Forse stiamo sottovalutando il territorio in cui viviamo?

Il viaggio ha qualcosa di magico: spostandoci fisicamente, cambiando paesaggi, climi e culture costringiamo anche la nostra psiche a mutare. Viene quindi naturale pensare che andando qualche mese dall’altra parte del mondo la pressione al cambiamento sarà maggiore rispetto a un viaggio dietro casa. Per me è stato così, andando in Brasile, in Australia o in Asia. Questi viaggi sono stati una rottura con alcuni miei schemi di comportamento ma poi, il vero cambiamento è avvenuto e avviene tutt’ora qui, una volta tornato in Friuli. Dopo aver attraversato gli Oceani mi sono reso conto che anche i monti che vedo aprendo la finestra possono donare molto. Tante intuizioni mi sono venute camminando nel bosco dietro casa e su questo non penso di essere un pioniere. Credo che non possiamo essere veramente abitanti del mondo (la parola cittadini va superata) se non cominciamo a dare valore a ciò che esiste attorno a noi e di cui in qualche modo siamo custodi. Altrimenti, il viaggio rischia di diventare solo l’ennesima forma di consumo e di fuga da noi stessi. Inutile anche pensare di attrarre viaggiatori nei nostri territori, seguendo il ritornello “in Italia potremmo vivere solo di turismo”, se non abbiamo un vincolo profondo di rispetto con il terreno dove poggiano le nostre radici.

Raccontaci com’è andato il Ciucoraduno, di cui sei fra i promotori.

Il Ciuco Raduno è una grande festa, che si può riassumere nell’espressione “semplicità delle cose complesse”. È un evento che va raccontato nei piccoli momenti: un asinaro che spiega come toccare l’asino a un bambino timido, i cui occhi poi si riempiono di gioia; il primo compleanno di una ciuchina di nome Fata, festeggiato da tanti bambini con i cappelli con le orecchie a forma di asino; un migliaio di persone che se ne stanno all’aria aperta rilassandosi in compagnia. La semplicità di questi esempi può avere un effetto dirompente in un mondo in cui crediamo che bisogna avere molte cose per essere felici. Il Ciuco Raduno ha avuto il grande pregio di portare tutti noi, organizzatori o visitatori, con i piedi per terra, per godere delle piccole cose, come può essere l’affetto che può dare un asino, che in verità, quando le osserviamo bene, sono sempre grandi. Devo ringraziare la Compagnia degli Asinelli e la gestione del Parco Rurale di San Floriano, per l’opportunità che ha dato a noi tutti, di vivere una parte del territorio del Friuli in modo sostenibile, sostenibile soprattutto per le nostre menti e per i nostri cuori.vivan1

Hai seguito il corso di Inspirational Travel Designer proposto dai nostri amici di Destinazione Umana: come mai hai deciso di farlo e quali sono i tuoi obiettivi?

A molti appaio spesso come una persona molto razionale ma dietro questa corazza c’è un animo sensibile, che quando trova ciò che fa vibrare le sue corde si infiamma di entusiasmo. Seguo Destinazione Umana da quando è nata, perché i suoi valori sono in piena risonanza con i miei. Entrambi infatti parliamo di un modo di viaggiare consapevole negli stili di vita e nell’approccio. Seguire il loro primo corso per diventare Inspirational Travel Designer mi è parso quindi una naturale conseguenza, per portare il mio lavoro di blogger che parla di viaggi a un livello superiore, per passare dalla teoria alla pratica. Insieme a Destinazione Umana voglio legare i bisogni di crescita personale di un numero sempre più grande di persone con gli stimoli che offrono i territori, voglio in un certo senso unire l’interno con l’esterno. Per questo sto organizzando una serie di seminari sull’uso della voce, sulle simbologie sempre attuali delle fiabe o dell’Antico Egitto tra le montagne del Friuli e del Veneto, collaborando con strutture ricettive che hanno una filosofia affine alla mia e confidando nella capacità della natura di alleggerire il cammino di ogni giorno. Sono solo agli inizi ma sono convinto che questo nuovo percorso mi porterà lontano.

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Ecopsicologia: natura e psiche si incontrano

Un approccio transdisciplinare che spalanca immensi orizzonti e offre nuove linee guida per costruire il nostro futuro personale e di specie. Ne abbiamo parlato con Marcella Danon, direttrice della scuola italiana di Ecopsicologia, una disciplina che intende far incontrare psiche e natura, portando le persone a recuperare un contatto diretto con il pianeta.

Cos’hanno in comune ecologia e psicologia? In che modo la psiche umana è in contatto con la Terra che ci ospita? Ne abbiamo parlato con Marcella Danon, direttrice della scuola italiana di Ecopsicologia e ideatrice del corso via e-mail “Da Ego a Eco. Introduzione all’Ecopsicologia”.

PARTECIPA AL CORSO DI ECOPSICOLOGIA!5747874734_ff02d5e185_b-e1451505067936

Che cos’è l’Ecopsicologia?

L’Ecopsicologia è un approccio transdisciplinare che nasce dall’incontro tra due giovani scienze: ecologia e psicologia. È una visione unitaria di natura e psiche che recupera conoscenze antiche e sostiene visioni moderne per una ridefinizione del nostro “essere umani” sul Pianeta Terra. Riconosce le sinergie e interdipendenze tra tutti gli elementi dell’ecosistema terrestre, noi inclusi, e affronta questioni legate al benessere individuale, sociale e ambientale come parti di una unica rete della vita.

Qual è il suo obiettivo?

Recuperando sensibilità e contatto autentico con la natura, sia interna sia esterna, ricominciamo a sentici parte attiva e responsabile di una comunità di esseri che condivide uno spazio unico su cui vivere, in cui l’unione fa la forza, la diversità è una ricchezza, l’ascolto una pratica di arricchimento reciproco, la bellezza una bussola e la gioia una possibilità concreta, per festeggiare il fatto stesso di essere vivi su questo “glorioso, lussureggiante pianeta verde e azzurro”. Per raggiungere questo obiettivo, promuove pratiche di crescita personale, allenamento alle relazioni ecologiche e ampliamento della coscienza verso nuovi orizzonti.

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Questo approccio è conosciuto e affermato nel nostro Paese?

In Italia l’Ecopsicologia arriva alla fine degli anni ’90, pochi anni dopo il suo lancio con il libro di Theodore Roszak The Voice of the Earth, di cui ha fatto cassa di risonanza mondiale il libro di Fritjof Capra La rete della vita. È qui che ho incontrato per la prima volta questa… parola magica che mi ha subito galvanizzata e mi ha portata ad approfondire il tema sia con letture, sia con seminari di specializzazione in California – con Fritjof Capra stesso, con Zenobia Barlow, direttrice del Center for Ecoliteracy di Berkeley e con la mitica Joanna Macy – in Olanda, con una allieva di Joanna, e nell’isola di Maui, con l’ecopsicologo Jorge Conesa Sevilla. Ho fondato Ecopsiché, la prima Scuola di Ecopsicologia italiana, nel 2004, a Osnago, in Brianza. Dopo i primi seminari estivi in Umbria era nata una richiesta a gran voce di saperne di più. Un anno dopo c’è stato il grande incontro con l’associazione internazionale, prima European, poi International Ecopsychology Society (IES). In questo ambito si è consolidata la qualifica professionale di “ecotuner” – letteralmente ecosintonizzatore – ovverossia facilitatore del processo di riconnessione tra natura dentro e natura fuori, che opera prevalentemente outdoor. La formazione in Ecopsicologia applicata è rivolta a tutti, non solo a psicologi, e ha oggi tre filoni – Ecotuning, EcoCounseling e Green Coaching – e tre sedi in Italia: Brianza, Sardegna e Sicilia.

Quali sono le sue applicazioni?

L’ Ecopsicologia opera in diversi ambiti: crescita personale, nel counseling, coaching, gruppi di crescita e di ecoterapia; relazioni ecologiche, anche in ambito aziendale; relazione con gli animali, educazione ambientale, creazione di eventi comunitari e green mindfulness, pratiche meditative in natura. La crescita personale è il filo conduttore in tutti gli ambiti di applicazione. Il prossimo salto evolutivo dell’umanità, a livello individuale e di specie, viene visto dall’Ecopsicologia proprio nel passaggio “da ego a eco”: l’autorealizzazione personale diventa la tappa ineludibile attraverso la quale dobbiamo passare per risvegliarci alla nostra più ampia natura, dove non siamo né padroni, né parassiti di questo bel Pianeta, ma cittadini della Terra.girl-walking-in-wheat-field-hd-nature-wallpaper

In cosa consiste questo corso?

Questo è un corso introduttivo, nato proprio per permettere a chi vuole avvicinarsi all’Ecopsicologia senza ancora voler spostarsi fino a una delle sedi della Scuola. Permette di scoprire la ricchezza di contributi che costruiscono il suo corpus filosofico: ecologia profonda, psicologia umanistica, antropologia, Teoria di Gaia, etica ambientale, biofilia nell’educazione, risveglio del femminile, rivalutazione della cosmologia sciamanica, dimensione transpersonale… per cominciare.  Allo stesso tempo il corso offre esercitazioni pratiche da fare in prima persona da eventualmente poter riproporre negli ambiti professionali in cui si lavora. È una introduzione sia teorica sia pratica.

È un corso via mail. Puoi spiegarci meglio in che modo si svolgerà?

Il percorso consiste in 12 lezioni: 12 dispense di una decina di pagine, su diversi temi – qui il programma completo  – con suggerimenti bibliografici ed esercitazioni pratiche. Le lezioni arrivano via mail con frequenza settimanale (può anche essere personalizzata) e c’è un forum privato sul quale poter scrivere le proprie considerazioni dopo aver svolto gli esercizi. Il forum è sul centro studi on line di Ecopsiché – Networking Planet – monitorato da una tutor formata in Ecopsicologia Applicata. Il Corso è stato anche tradotto in Spagnolo, è parte del percorso formativo nella Scuola di Ecopsicologia spagnola gemellata. È un ottimo modo per intraprendere la via della riconnessione con la “propria” natura più profonda… per cominciare!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/06/ecopsicologia-natura-psiche-si-incontrano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Quando si va… a scuola dagli alberi

Anna Cassarino ci racconta come impara dagli alberi e insegna agli altri a fare altrettanto. Per fare in modo che la consapevolezza di essere un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda divenga la molla per cambiare in meglio.9572-10334

“In natura si trova abbondante ispirazione per ogni forma creativa e vorrei attirare l’attenzione su una tale risorsa fondamentale, capace di dare all’energia, anche negativa, uno sbocco costruttivo. Tutte le arti mi piacciono, ma preferisco la scrittura e la narrazione, anche perché con la parola si riesce a trasmettere meglio il sapere”. Si presenta così Anna Cassarino, scrittrice e artista della natura, ideatrice del progetto A scuola dagli Alberi che nasce nel 2001 ma che si forma pian piano in tutta una vita. Anna ci spiega chi sono gli alberi e come essi, se solo li ascoltassimo e li osservassimo, ci indichino la strada che porta alla conoscenza del nostro ambiente e di noi stessi. Da qui le soluzioni di molti dei problemi che ci sembrano senza soluzione: dalla relazione con gli altri all’inquinamento, la fame, la desertificazione dei territori. Il lavoro di Anna continua ininterrottamente e con passione da allora, con un camper diventato la sua casa-studio mobile,   viaggia in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ha profondamente a cuore.

Che cos’è il progetto A scuola dagli Alberi?

Il progetto A Scuola dagli Alberi è una possibilità data a tutti di conoscere aspetti basilari sul funzionamento della natura nelle sue diverse forme, vale a dire piante, animali, fenomeni naturali e umanità. La precedenza è data agli alberi, gli esseri viventi dall’effetto complessivo maggiormente benefico per ogni forma di vita. Grazie a quelli giusti nel posto giusto e trattati bene, ciascuno potrebbe contribuire ad attenuare molti dei problemi che ci affliggono, come frane, alluvioni, desertificazione, inquinamento, malattie, fame. Purtroppo, però, dalla nostra istruzione ed educazione sono esclusi i due argomenti che ritengo più importanti: conoscere se stessi e la natura. Per questo gli alberi sono spesso misconosciuti e maltrattati, così come ogni altra forma di vita, compresa l’umanità.

Com’è nato, quando e dove?

E’ un progetto che si è formato in tutta una vita di ricerca in molte direzioni. Nel 2001, a 48 anni avevo una bella casa e un lavoro autonomo e soddisfacente, ma mi ero resa conto che non sarebbe bastato a migliorare qualcosa nella società. Mi è sembrato che il solo modo per  riuscirci fosse dedicarmici a tempo pieno. Così ho venduto il mio appartamento per finanziare un progetto che altrimenti non si sarebbe mai potuto avviare. Nell’agosto del 2002, lasciata Firenze dove avevo abitato per molti anni, sono partita per il Madagascar, primo dei quattro Paesi, col Mali, il Senegal e Cuba, fra cui avrei scelto di realizzare l’idea, se avessi trovato un appoggio, che invece è mancato. Dopo nove mesi sono tornata in Italia e, con un camper diventato da allora la mia casa-studio mobile, ho iniziato a viaggiare in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ho a cuore.

A chi si rivolge?

Si rivolge ad ogni tipo di pubblico, dai dieci anni in poi. Infatti ho dato una forma narrativa a conoscenze scientifiche di base particolarmente interessanti e al tempo stesso utili, per dimostrare quanto basti sapere anche poco, ma ben selezionato, per essere in grado di fare scelte più giuste per l’ambiente, oltre che per sé.

Chi è l’albero?

L’albero è un essere vivente che per le sue dimensioni, dai cinque ai centoventicinque metri di altezza, la sua longevità, dagli ottant’anni ai tremila, per le sue tante funzioni e capacità, influisce molto sull’intero ambiente. Gli studi scientifici hanno provato che è in grado di comprendere ciò che avviene intorno e dentro di lui e sa rispondervi con efficacia. Sa esprimersi e intendere con odori, colori, forme e suoni, stringendo alleanze con altri vegetali e animali.

Che cosa possono insegnarci gli alberi?

Possono insegnarci anzitutto che chi è davvero autonomo sa provvedere meglio anche agli altri e ottenere ciò di cui ha bisogno attraverso lo scambio e senza sfruttamento. Come tutti i vegetali, infatti, gli alberi producono il proprio cibo trasformando l’anidride carbonica in linfa dolce e nutriente, con l’aggiunta di acqua e sali minerali, utilizzando l’energia solare. Già solo con questo sono molto più autonomi di qualsiasi animale o umano, senza che altri ne facciano le spese. Per farsi aiutare dagli insetti, dagli uccelli, da altri animali e vegetali, oltre che dai funghi, ad ottenere certi vantaggi, predispongono esattamente ciò di cui questi alleati hanno bisogno, facendo in modo che, mentre ne usufruiscono, svolgano anche la funzione desiderata, senza particolare sforzo.

Come è strutturata la scuola e chi sono gli allievi?

La scuola è fatta in modo da essere frequentabile da chiunque, prima di tutto attraverso il mio sito www.ascuoladaglialberi.net dove ci sono rubriche con articoli utili. Poi ci sono i sette libri che ho pubblicato,  importanti per approfondire i diversi temi e acquistabili via mail. Conduco laboratori, conferenze, narrazioni e faccio mostre didattiche di volta in volta per parchi, associazioni, biblioteche. In realtà la mia è la “pre-scuola”, che dà gli strumenti per capire più facilmente quella vera, della natura, quando la si osserva con l’opportuna preparazione.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Gli obiettivi sono quelli di invogliare e incoraggiare le persone a occuparsi anche di ciò che non dà risultati immediati, (a parte il piacere del conoscere), ma è indispensabile per il bene comune, che è in realtà quello di ciascuno, fatto in modo lungimirante. Lo si raggiunge avendo buoni obiettivi a lungo termine, per i quali è necessaria una conoscenza come quella che cerco di dare. Sono in tanti a pensare di non avere tempo per questo, mentre in realtà subiscono un condizionamento sociale da cui potrebbero liberarsi. Per farlo occorre conoscere meglio i meccanismi della mente e dunque ho curato molto anche la sezione che si occupa della conoscenza dell’animo umano, attraverso articoli e recensioni di libri e film che aiutano a capire.

Esistono progetti simili al tuo all’estero?

Che io sappia non esistono altri progetti del genere. Nonostante ce ne siano molti che si occupano di ecologia, non ne conosco che lo facciano con modalità artistiche, se non in modo molto più limitato. Oppure ci sono scienziati che fanno un lavoro divulgativo egregio, ma più avanzato e dunque accessibile da chi ha già una certa preparazione, mentre io mi rivolgo a chi non ne ha. Pochi si occupano di alberi e quelli che lo fanno, di solito operano in modo settoriale, trattando per esempio solo gli alberi monumentali o i giardini, oppure facendo un lavoro principalmente di denuncia, di protezione o di azione senza preparazione specifica. Io cerco invece di collegare, di coordinare un sapere basilare su vari aspetti sia degli alberi che di ciò che con loro interagisce. Inoltre do molto spazio alla conoscenza dell’animo umano, che è normalmente è un settore a sé e trattato in modo diverso dal mio.

Che valore ha in questo preciso momento storico il suo progetto?

Potrebbe davvero essere utile anche per tutti i progetti già esistenti, oltre che per ogni tipo di persona, perché apre prospettive sorprendenti sulla vita. Permetterebbe di migliorare il terreno sociale da cui far emergere rappresentanti più consapevoli e più attenti, che sappiano prendere decisioni più sensibili al bene comune.

E’ possibile mettersi in comunicazione con gli alberi? Ci sono persone che pensano che lo sia, che abbracciano gli alberi o parlano con essi in una sorta di collegamento telepatico. Cosa ne pensa? A lei è mai accaduto?

Il genere di comunicazione che ho con gli alberi è anzitutto di tipo espressivo- visuale. Osservandoli, accorgendomi delle loro qualità e di come hanno reagito agli eventi della vita, sviluppandosi in un modo più o meno espressivo, mi sento toccata. Proprio questo tipo di contatto ha suscitato il mio desiderio di conoscere e far conoscere le loro straordinarie virtù, avendone gioia e conforto. E’ possibile che le piante si accorgano di questo, perché ogni nostra attività nervosa produce un lieve impulso elettrico e una reazione chimica odorosa che loro sono in grado di percepire. Tocco e annuso volentieri le foglie, i fiori e il legno, ma raramente li abbraccio perché un fusto d’albero è pur sempre duro e ruvido.

Ci può dire qual è il costo delle sue attività?

Ritengo di chiedere compensi modesti, ma è davvero difficile azzeccare la cifra giusta, perché gli interlocutori sono diversi e hanno risorse economiche estremamente variabili, che fanno giudicare le richieste a prescindere da ciò che offro.

Lei come sostiene tutto questo lavoro?

Se intende come lo sostengo economicamente rispondo: con grande fatica, perché in troppi dicono di non avere fondi disponibili.

C’è risposta da parte delle istituzioni?

E’ scarsa, purtroppo.

Fonte: ilcambiamento.it

«Aiutateci a tenere vivo il Centro dei Due Parchi»

L’appello lo lancia la cooperativa formata da giovani speleologi e alpinisti che ha trasformato in lavoro l’amore per la natura di giovani motivati. Il terremoto del centro Italia ha distrutto il Centro dei Due parchi, in provincia di Ascoli, dove si facevano attività rivolte ai giovani per sensibilizzarli all’amore per la natura. Ora il gruppo fondatore chiede aiuto per la ricostruzione.9555-10314

Forestalp è una piccola cooperativa nata nel 1984 dal desiderio di giovani speleologi e alpinisti di fare del loro amore per la natura, un lavoro. Nell’estate del 1979 parteciparono a un campo speleologico nel massiccio del Vercors e in quell’occasione, una visita a Grenoble a La Maison de la spéléologie fece loro scoprire che l’arrampicata, l’escursionismo, la speleologia potevano essere proposte da rivolgere alle scuole per far conoscere ai più giovani ciò che appassionava il gruppo fondatore e che poteva diventare un lavoro.

«L’idea era nata ed inizio’ una lunga storia di lavoro, di amicizia, di passioni che ci portò a gestire tante strutture ricettive nell’appennino marchigiano facendone dei centri per l’educazione e il turismo ambientali – spiegano i ragazzi di Forestalp – La nostra finalità, da sempre, è educare alla tutela della natura e per farlo non c’è cosa migliore che l’esperienza diretta. Si impara: il 10% di ciò che si legge; il 20% di ciò che si ascolta; il 30% di ciò che si vede; il 50% di ciò che si vede e sente; il 70% di ciò che si discute con gli altri; l’80% di ciò di cui si fa esperienza diretta. Abbiamo investito tanti anni di risorse e di formazione e siamo diventati tour operator, ente di formazione, centro di educazione ambientale, lavorando a fianco di insegnanti e scuole di tutta Italia. Dopo aver gestito tante strutture, finalmente nel 2004 arriva il Centro dei Due Parchi ad Arquata del Tronto (Ascoli Piceno) e si realizza un sogno: troviamo il posto che avevamo sempre cercato, nel cuore dell’Italia, nel punto di unione tra due parchi nazionali, un posto unico in Europa, nella valle dove si incontrano i monti Sibillini e i monti della Laga. Occorrono vari anni di sacrifici per far conoscere ed apprezzare la struttura e i luoghi circostanti e a giugno 2016 , finalmente vediamo i frutti di tanto lavoro: il primo anno con una primavera al completo per i soggiorni verdi scolastici, l’estate con tantissime prenotazioni, e tante scuole prenotate anche per l’autunno».

«Al Centro dei due Parchi lavorava a tempo pieno Sabrina, nostra socia da anni e poi Patrizia e Giovanna a part-time curavano l’accoglienza degli ospiti. Per i soggiorni e i gruppi ci pensavano altri soci: Maurizio, Fabrizio, Alberta e Carlo e poi tante guide escursionistiche ed educatori ambientali, Paride, Patrizia, Claudia, Simone, Fabrizio, Luca, Martina, Luca. Per i pranzi e le cene si andava da Salvatore e Cristina all’Osteria del Castello e per i pranzi al sacco il pane si prendeva al forno di Corrado e gli affettati e i formaggi all’alimentari di Daniela, tutti li, a Borgo di Arquata».

I due terremoti

«Il 24 agosto alle 3,36 il Centro dei Due Parchi trema insieme alle montagne – spiegano da Forestalp – e i 42 ospiti scappano dalla struttura che ha retto alla terribile scossa e tutti sono rimasti illesi. Il 2 settembre il Centro dei due Parchi e’ stato consegnato al Comune di Arquata del Tronto per ospitare chi da più di un mese ormai viveva in tenda e la nostra gestione è finita quel giorno.Nel frattempo abbiamo dovuto cercare e poi prendere in affitto, un magazzino per mettere le attrezzature che siamo riusciti a salvare, prima dal Centro dei Due Parchi, e poi dalla Domus Letitiae, dove ne avevamo spostate una parte grazie alla generosa disponibilità di Robertino e di tutti gli amici della Domus. Il 30 ottobre arriva la seconda potente scossa e questa volta Il Centro dei Due Parchi non regge e rende irrecuperabile tutto quello che vi rimaneva di nostro ed anche La Domus Letitiae crolla giù in macerie. Nonostante il grande senso di smarrimento abbiamo cercato di andare avanti, di tirarci su le maniche, di continuare a lavorare. Abbiamo organizzato escursioni e ciaspolate in inverno a Fiastra e Sassotetto scegliendo come punti di ritrovo i bar rimasti aperti per dare forza a chi è rimasto nonostante tutto».

La situazione attuale

«Ora di positivo, c’è che riparte la primavera e delle scuole hanno prenotato i nostri soggiorni, che stiamo organizzando in altri luoghi, ma la perdita del lavoro è tanta, il 70% del fatturato veniva dal Centro dei due Parchi e quel lavoro non c’è più. Il problema più grosso è che a settembre, ripartirà un mutuo che avevamo in corso e che il decreto ha sospeso per un anno».

«I 100.000 euro che chiediamo corrispondono a quel mutuo che avevamo preso per investire sul Centro dei Due Parchi per acquistare attrezzature, mobili, mountain bike, ma anche per fare tanti lavori di miglioramento della struttura. Quel mutuo, lo stavamo pagando con i proventi della struttura che ora non c’è più e con il lavoro che svolgevamo in quel territorio che avrà bisogno di tempo per risollevarsi dopo il terremoto, e non siamo più in grado di ripagarlo. Nessun ente pubblico ci ha aiutato e ci aiuterà e neanche lo Stato può fare nulla perché noi non siamo proprietari ma eravamo gestori, che hanno investito a spese proprie nella struttura. Abbiamo già rinunciato a tutto quello che potevamo, compresi tutti i mesi di stipendio da allora fino ad oggi per pagare i fornitori avendo perso gran parte del lavoro dell’autunno e della primavera».

La richiesta di aiuto

«Noi ce la stiamo mettendo tutta, ma per andare avanti abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti coloro che vorranno sostenerci» dicono da Forestalp, che ha avviato una raccolta di fondi sulla piattaforma Social Business World.

QUI per contribuire

Fonte: ilcambiamento.it

 

Remedia, la filiera etica e locale delle piante medicinali

Una realtà imprenditoriale innovativa che realizza prodotti erboristici e cosmetici naturali, che coltiva e rispetta le proprie piante e i processi produttivi, che pratica la sociocrazia e diffonde un concetto di lavoro che va di pari passo con la bellezza. Tutto questo è Remedia, realtà romagnola simbolo di un’imprenditoria che cambia. Remedia è un’azienda agricola che coltiva con il metodo bioenergetico piante officinali, le raccoglie e le trasforma in preparati erboristici e in prodotti per la cosmesi naturali. Nasce negli anni novanta dalla visione e dall’incontro (di vita e di amore) di Lucilla Satanassi e Hubert Bosch, in occasione di un convegno sull’utilizzo dell’omeopatia in agricoltura. I due sin da bambini hanno avuto un forte legame con la natura, specialmente con gli alberi e le erbe.

Nel 1992 hanno cominciato questa attività nel podere dei genitori di Lucilla e oggi, dopo venticinque anni, Remedia è un’azienda “a misura d’uomo” che conta ventotto persone in organico, attenta al benessere dei propri collaboratori che sono liberi di gestire al meglio il proprio tempo lavorativo, che usa la sociocrazia come metodo decisionale e impegnata da sempre nella diffusione del messaggio delle piante, riconoscendo l’importanza delle forze invisibili in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale.

Che cosa fa Remedia

L’azienda Remedia si trova in un podere esposto a sud nell’appennino tosco-romagnolo, precisamente a Quarto di Sarsina in provincia di Forlì-Cesena. Il terreno è grande circa venti ettari, di cui sette coltivabili, il resto è bosco. Oltre il podere, Remedia ha in affitto altri terreni su cui coltivare le piante officinali. Realizza circa milleduecento prodotti in gran parte erboristici utili al benessere,tra cui spiccano lo Spirito degli Alberi,  i Fiori di Bach, i gemmoderivati, gli olii essenziali, ma anche tisane, oleoliti, estratti idroalcolici e altri tipi di estratti, e la bellezza con un settore dedicato alla cosmesi naturale. Oltre a questi prodotti, Remedia realizza delle miscele personalizzate: “Abbiamo un contatto diretto sia con persone che sono nostri clienti affezionati, sia con i nuovi” ci racconta Hubert Bosch “cerchiamo di consigliarli direttamente affinché possano diventare indipendenti nell’attenzione e nei rimedi da attuare per il loro benessere”.10525911_753155188063797_2157581847116323343_n

I punti fondamentali di Remedia

La missione primaria di Remedia è quella di diffondere il messaggio delle piante tramite la diffusione della conoscenza appresa da esse, per questo scopo Hubert e Lucilla hanno scritto dei libri e tengono corsi, seminari e conferenze anche all’estero. Uno dei punti più importanti legati a Remedia è la qualità delle piante e dei prodotti ricavati da esse: “Noi non facciamo irrigazione se non di soccorso” ci spiega Hubert “ciò significa che raccogliamo di meno rispetto a chi fa un altro tipo di coltivazione, però l’erba ha tutta un’altra forza e concentrazione che è garantita anche dalle nostre continue ricerche sulle varietà e sui loro possibili utilizzi. Inoltre secondo la nostra visione, le piante officinali non agiscono principalmente tramite principi attivi ma attraverso il messaggio che rappresenta la pianta: noi lavoriamo molto su questo, secondo noi il tipo di agricoltura ha un’ influenza diretta sul tipo di pianta che cresce ed ecco perché abbiamo scelto il metodo bioenergetico. Forza e chiarezza sono due principi fondamentali. La trasformazione delle erbe avviene appena raccolta la pianta, aspettare già delle ore implica una perdita del messaggio che le piante vogliono comunicare. Sul messaggio che le piante vogliono comunicarci, è importante capire anche che il nostro atteggiamento è fondamentale, ci deve essere una fiducia e una tranquillità di base da parte delle persone.13620876_1114118578634121_5467090609060905286_n

Il lavoro: il tempo, la sociocrazia e l’influenza sul prodotto

In Remedia “il lavoro è considerato un percorso di realizzazione personale a misura d’uomo in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale”. È per questo che come realtà imprenditoriale, Remedia dimostra anche un’attenzione e una sensibilità particolare al significato del concetto di lavoro. Secondo Hubert e Lucilla, è necessario lavorare il più possibile sull’avere un posto di lavoro il più armonico possibile, in quanto l’efficacia dei preparati di Remedia è direttamente collegata al benessere armonico del luogo in cui vengono realizzati. Ecco perché i collaboratori di Remedia sono liberi di decidere quanto lavorare e ci sono diverse persone che hanno scelto il part-time spontaneamente. Particolare attenzione è dedicata al processo decisionale all’interno dell’azienda: Remedia ha introdotto negli ultimi tre anni all’interno del proprio gruppo di lavoro la sociocrazia, un metodo decisionale basato sui valori della sussidiarietà, della trasparenza e dove ogni decisione strategica viene raggiunta tramite l’ascolto e la partecipazione di ciascuno dei membri del gruppo di lavoro.

Obiettivi e cambio di visione

Ci racconta Hubert che “forse la gioia più grande è quella di poter dare alle persone il messaggio che si può vivere in un altro modo: ormai credo che in Italia il sentimento di voler cambiare vita sia molto forte tra le persone. Il nostro esempio vorremmo che dimostri che si può fare economia in un modo diverso, noi ci confrontiamo giornalmente con le difficoltà (tra cui la burocrazia gioca un ruolo primario) ma testimoniamo che ce la possiamo fare anche con queste e speriamo che anche altri possano ripetere la nostra esperienza con un loro percorso. Diverse persone che sono passate di qui e hanno collaborato in passato con noi oggi lavorano individualmente o con altre realtà, per noi questa è una grande soddisfazione e realizzazione professionale. Noi non abbiamo segreti, pubblichiamo anche le formule dei nostri prodotti: vogliamo davvero che il nostro messaggio si diffonda il più possibile”.419672_340282929351027_284347715_n

In conclusione del nostro incontro, Hubert ci descrive come è cambiata nel corso degli anni la sensibilità delle persone sul mondo legato a Remedia e alle sue attvitità: “In passato, dopo due anni dalla nostra nascita, io e Lucilla di giorno coltivavamo le piante e di sera andavamo al mare a vendere i nostri preparati nelle bancarelle e nei mercati della riviera romagnola. Allora le persone che si fermavano al nostro banchetto, ci domandavano letteralmente: ma cos’è questa roba?! Era una gran fatica spiegare di cosa stavamo parlando e cosa realizzavamo. Oggi è tutto molto più semplice, la sensibilità riguardo al tema del benessere naturale è aumentata esponenzialmente, così come abbiamo notato che in questi ultimi tre anni c’è stata un’accelerazione enorme del cambiamento. Le persone sono sempre più pronte, è arrivato il momento in cui dobbiamo  decidere da che parte stare e non farci schiacciare dalla pigrizia e dall’illusione della sicurezza economica, mito che tra l’altro non esiste. Per noi rimane importante incoraggiare le persone, e facciamo del nostro meglio per farlo insieme a tante altre piccole realtà. Ecco perché la rete e il fare rete è sempre più importante tra le realtà che lavorano per realizzare un mondo nuovo”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-165-remedia-filiera-etica-locale-piante-medicinali/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La Fattoria dell’Autosufficienza: un luogo per costruire un futuro sostenibile

Autosufficienza alimentare ed energetica, permacultura, ecoturismo, formazione all’ecologia e alla salute. Situata nell’appenino romagnolo, nel territorio del comune di Bagno di Romagna, la Fattoria dell’Autosufficenza rappresenta da anni un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono imparare a riconnettersi con la natura. Ce ne ha parlato Francesco Rosso, ideatore di questo progetto. Ho conosciuto Francesco Rosso in Romagna nel 2008. Era davvero giovanissimo e già allora mi colpì per la sua maturità al di fuori del comune. Pochi anni dopo il tempo ha dimostrato che la mia sensazione non era errata. Francesco, infatti, si è trovato in pochissimo tempo alla guida di un piccolo grande “colosso”, la Golden Books, nota soprattutto per il portale Macrolibrarsi, ma non solo. Ha deciso di sognare in grande, progettando una fattoria decisamente fuori dal comune, la Fattoria dell’Autosufficienza.

Tutto ha inizio nel lontano 2009 quando con la famiglia cercava una casa in campagna nei pressi di Cesena, nell’appenino romagnolo per la precisione, per poter coltivare un orto e allevare animali, con l’obiettivo – appunto – dell’autosufficienza alimentare ed energetica. “Cercando in queste zone – mi racconta Francesco – abbiamo ‘incontrato’ questa occasione: settanta ettari di terra coperti da bosco e pascoli e dieci di seminativo”.

Così è nato un progetto nuovo, la Fattoria dell’Autosufficienza che ha quattro obiettivi:
1. Autosufficienza alimentare: produrre ciò di cui necessitiamo per vivere in modo naturale, senza concimi o sostanze chimiche e riducendo al minimo l’uso di mezzi a petrolio;

  1. Autosufficienza energetica: attraverso fonti rinnovabili come vento, acqua, fotovoltaico, e legna;
  2. Formazione: all’ecologia e alla salute. La Macro Edizioni ormai da trent’anni propone uno stile di vita diverso, più naturale, e più salutare. Io sono nato in casa, sono stato allattato al seno, non sono stato vaccinato e non ho mai avuto problemi di salute. Insegnare alle persone a riappropriarsi dell’autosufficienza della salute;
  3. Ecoturismo: nelle foreste casentinesi, area ideale per camminate, escursioni, mountain bike”.NON-FARE-ASINO

Gli chiedo come sia stato ‘formarsi’. In effetti, ci ha investito molto. Mi racconta che i primi anni li ha trascorsi formandosi e studiando il luogo cercando di applicare i principi della permacultura, in particolare ‘osserva e agisci’.
Poi sono arrivati i primi lavori. “Abbiamo creato i contatti con l’acquedotto nuovo e poi abbiamo preparato i terreni, coltivando i primi orti, poi grani antichi, farro intervallati da legumi e così via. Nel 2014 abbiamo messo mano alle strutture. La ristrutturazione è stata impegnativa, avendo voluto e dovuto rispettare il vincolo storico e i principi di sostenibilità”. Alla fine, però, il progetto è riuscito, i lavori sono terminati (almeno questa parte dei lavori) e presto sarà inaugurato l’agriturismo che ha quattro camere e un ristorante.

La sfida

Essere coerente al 100% ha avuto un costo sia economico che energetico. Non è stata una ristrutturazione a basso costo. Hanno lavorato tante ditte, alcune che erano abituate ai materiali naturali, altre che hanno dovuto imparare. “Ne é valsa la pena – mi assicura Francesco – dal 2011 abbiamo iniziato a organizzare in fattoria corsi su permacultura, food fortest, agricoltura, costruzioni con materiali naturali, agricoltura sinergica. Mentre impariamo, trasmettiamo, miglioriamo”.

Gli chiedo come sia avvenuto il suo incontro con la permacultura. “Fin da quando ero più giovane vivevo immerso dai libri; me capitò tra le mani ‘Introduzione alla permacultura’; me lo portai a casa, iniziai a leggerlo e non me ne staccai più. In fondo al libro c’era scritto che esisteva una accademia che organizzava corsi di permacultura. Così, di lì a poco ne ho trovato uno intensivo di due settimane, dopo il quale… non avevo capito niente! Così, nei due anni successivi, ho fatto corsi su corsi. Ho continuato a informarmi, e da lì è stato evidente che quella era la mia strada”.14925414_1209082509154763_1152545948651825620_n

Nel problema la soluzione

Questo suo amore per la terra ha radici antiche. “A sette anni vivevo in una casa di campagna continua Francesco mentre fuori inizia a piovere – le istituzioni non mi permettevano di andare a scuola perché non ero vaccinato. Passavo le giornate con i miei cani nei boschi, così il bosco è diventata la mia casa”.

Dopo la terza media è quindi stato naturale iscriversi all’istituto professionale di agricoltura… Che però lasciò dopo due anni per iscriversi ad agraria. “Pensavo che non avrei mai fatto il contadino nella vita. In questi anni forse mi sono dimenticato della mia aspirazione di vivere nei boschi. Mi piaceva viaggiare e mi sono iscritto ad economia del turismo; poi, quando avevo venti anni mia madre mi chiese di dare una mano all’azienda di famiglia, lavorando al sito di Macrolibrarsi. L’anno dopo sono diventato amministratore ed è andata bene! Eravamo sette persone e oggi siamo più di sessanta. E questo mi ha reso possibile avere un capitale da investire in questo progetto”.

Si potrebbero dire molte altre cose su questa storia, si potrebbe entrare nel merito del cosa e del come. Ma per ora vi lasciamo alla visione del video. Nei prossimi giorni torneremo con il resto della storia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/fattoria-dell-autosufficienza-costruire-futuro-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La lunga storia d’amore della dottoressa Sylvia Earle con la Natura

“La vita è un miracolo. Io sono un miracolo. Tutti lo sono. L’esistenza è qualcosa di cui godere come un dono, qualsiasi cosa accada”landscape-1490191018-searle-16bh-0332-v2gallerylederetouched

La dottoressa Sylvia Earle – oceanografa 82enne definita Sua Profondità – ha vissuto sott’acqua 10 volte in momenti diversi, ha scoperto centinaia di nuove specie, molte delle quali denominate in suo onore. Immersa in questa visione romantica, la sua vita è una missione: ricordare al mondo che gli oceani vanno preservati e protetti. In collaborazione con Rolex esploriamo il viaggio della dottoressa Earle, in parallelo con le esperienze di altre donne eccezionali come lei

Incontriamo la dottoressa Sylvia Earle

“Il miracolo dell’esistenza consiste nel fatto che in tutto l’universo, la Terra è la nostra casa. Possiamo andare al di fuori della sua atmosfera, tanti l’hanno fatto, ma non sette miliardi di persone. Dobbiamo riappacificarci con la vita sulla Terra e con l’idea di proteggere i suoi sistemi naturali.”1490191215-02-sylvia-earle-per-rolex

L’amore per la natura nell’infanzia

“Mia madre accoglieva uccelli, rane e scoiattoli feriti e li rimetteva in salute e li liberava. Ho pensato di voler fare la veterinaria, o qualcosa legato a piante e animali. Desideravo essere un’ambientalista prima che fosse coniata la parola per descriverlo.”

Coltivare uno spirito avventuroso

“I miei genitori incoraggiavano la mia curiosità. Andava bene che corressi e giocassi nei boschi o sul fiume. Avevo la certezza che ci sarebbero stati per sempre e non mi sarebbe mai accaduto nulla. Se ne sono andati tanti anni fa, ma sono ancora qui.”

In questo video, la dottoressa Earle racconta la magia di trovarsi a centinaia di metri sott’acqua e l’importanza del preservare i nostri oceani attraverso iniziative come Hope Spots.

Essere parte della storia

“sono stata intervistata da “Life” per un servizio su vivere sott’acqua. Disi che  non c’era niente  che non potessimo fare anche noi donne,ad eccezione del farci crescere la barba. I muscoli c’entrano,ma l’aspetto eccezionale dell’essere umano è la capacità di risolvere problemi: puoi usare i muscoli del tuo cervello.

La scoperta costante

“Osservare la diversità della vita e ogni essere vivente è un miracolo. La vita è un miracolo. Io sono un miracolo. Tutti lo sono. La nostra esistenza è qualcosa di cui godere come un dono, qualsiasi cosa accada. Finché si è vivi, c’è un motivo per sperare e per essere felici.”

Testimone dell’evoluzione della figura femminile

“E’ un piacere speciale vedere una giovane donna diventare ingegnere e farsi rispettare, a testa alta, dagli uomini,vedere donne lavorare come capitani di vascello,capo-scienziate nelle spedizioni, e osservare persone che non stanno li a pensare” Oddio, lo sta facendo una donna!”

Il nostro ruolo per l’ambiente

“Siamo le creature più addomesticate di tutte, ma le creature selvagge che plasmano il modo in cui il mondo funziona sono in pericolo. Se lo sono loro, lo siamo noi. Abbiamo questo dono speciale: poter progettare come sarà il mondo tra 15, 500, 5000 anni.”

L’urgenza di proteggere la terra

“Solo ora stiamo iniziando a comprendere la connessione tra la nostra esistenza e il mondo naturale. Il nostro impatto sul mondo naturale minaccia la nostra esistenza. Se ami respirare, se ami avere dell’acqua dal cielo, se vuoi che la temperatura rimanga costante, non puoi non avere cura del mondo naturale”

Coinvolgere tutti in questa missione

“Candida i luoghi che ami per essere protetti come Hope Spot recandoti da Mission Blue. Chiedi ai tuoi capi di proteggere la natura. Istruisciti! Usa il tuo talento! Ognuno può fare la differenza!”

Fonte: http://www.elle.it/lifestyle/news/g1416024/la-lunga-storia-d-amore-della-dottoressa-sylvia-earle-con-la-natura/?slide=10

La Via degli Dei: un viaggio a piedi per ritrovare noi stessi

Elisabetta, giovane veterinaria bolognese, ci racconta la sua esperienza lungo la Via degli Dei, il cammino che attraversando l’Appennino collega Bologna e Firenze, che ha percorso insieme al gruppo di Destinazione Umana. Un momento di stacco, di comunità, di immersione nella natura che ha cambiato la sua vita.

«In un periodo di lavoro intenso e di continui impegni avevo la voglia e il bisogno di allontanarmi da tutto e da tutti e immergermi nella natura per rilassarmi mentalmente e ritrovare un me stessa». Così è iniziata la piccola, grande avventura di Elisabetta lungo la Via degli Dei.dei1

La Via degli Dei collega Bologna a Firenze ed è uno dei cammini più suggestivi di tutta Italia, anche se ancora poco noto. Elisabetta è una giovane bolognese che ha risposto alla chiamata di Destinazione Umana, che lo scorso settembre ha organizzato un viaggio di cinque giorni aperto a tutti, anche ai meno allenati, che ha fatto tappa nelle località meno note, per scoprire anche gli angoli più nascosti di questo affascinante percorso. L’obiettivo? Non tanto quello di proporre un trekking professionale, quanto piuttosto la volontà di mettere insieme un gruppo di persone con un sentire comune, creare una piccola comunità per un’immersione nella natura. «L’unica esperienza simile – dice Elisabetta spiegando perché ha deciso di partecipare – l’avevo vissuta durante un viaggio in solitaria compiuto dieci anni fa a Lampedusa, un’isola meravigliosa e molto selvaggia. Mi ero voluta prendere qualche mese di riflessione per capire cosa volevo fare della mia vita: al mio ritorno, decisi di rischiare tutto e seguire i miei sogni e oggi faccio il lavoro più bello del mondo, la veterinaria!». Un’altra delle particolarità della proposta di Destinazione Umana è che si tratta di un’esperienza alla portata di tutti, anche dei meno “atletici”, che rispecchia più uno stile vita che una pratica sportiva: tempi lenti, non c’è competizione, nessuno resta indietro. «Non sono una persona allenata – racconta a questo proposito Elisabetta – e non frequento palestre, anche se mi piace molto camminare. Adoro fare passeggiate al mare, in montagna, in collina o anche gironzolare per Bologna! Cerco di non usare l’automobile nei giorni in cui sono libera».dei3

Uno dei momenti più emozionanti è l’arrivo a Firenze, dopo quattro giorni intensi, faticosi e soddisfacenti di cammino: «Un’emozione fortissima, eravamo molto provati fisicamente ma ci sentivamo invincibili! È indescrivibile la nostra euforia per avercela fatta, felici come bambini e fierissimi della nostra impresa!».

Emozioni forti, amplificate dalle aspettative e dalle piccole paure che hanno preceduto il viaggio e che, come racconta Elisabetta, attanagliavano tutti i partecipanti: «Ognuno di noi è partito da solo, non sapeva cosa aspettarsi. Eravamo tutti intimoriti dall’idea di condividere il viaggio e anche la camera – quindi momenti intimi – con persone che non conoscevamo. In realtà ci siamo aperti moltissimo gli uni con gli altri, ci siamo fatti forza a vicenda per non mollare, abbiamo condiviso le poche cose che avevamo nello zaino e ci siamo trovati benissimo insieme!».

Un’altra emozione fortissima è quella che si prova a essere interamente immersi nella Natura, quasi in balia di essa, senza il supporto della tecnologia, che tanto ci conforta nella vita di tutti i giorni. «Volete sapere qual è stata la mia reazione al ritorno della tecnologia, appena messo piede a Firenze? In quattro giorni di full immersion nella natura tutti i miei sensi si erano modificati: l’odore dei fiori e delle piante, la sensazione di fame, il gusto delle more appena staccate dai rovi…». Ma anche saper riconoscere il canto degli uccelli e il verso degli animali, capire l’importanza dell’acqua, aver sete e non doverla sprecare perché non si sa per quanto non si incontreranno altre fontane!dei2

«Il ritorno alla “civiltà” è stato un vero e proprio trauma: rumori assordanti, puzza di smog, persone frettolose concentrate ciascuna sulle sue cose e indifferente a tutto quello che succede intorno, tutti attaccati al cellulare camminando nelle strade come zombie. Le luci, la musica, i vestiti e il cibo nelle vetrine… ero nauseata!». È stato in quel momento che Elisabetta ha deciso che da quel momento avrebbe fatto il possibile per attenuare la frenesia della sua routine: «Una volta tornata a casa bisogna ridimensionarsi e riappropriarsi della propria vita. La felicità si trova nelle piccole cose».

Prima di salutarla, le chiediamo cosa direbbe a una persona per convincerla a provare questa esperienza. «Paesaggi spettacolari, compagni di viaggio che faranno per sempre parte della tua vita, la soddisfazione di riuscire in un’impresa che pareva impossibile. Non è solo un viaggio, è un’esperienza unica che ti da la spinta per realizzare grandi cambiamenti anche nella tua vita! Ogni traguardo si può raggiungere, anche se sembra impossibile!».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/via-degli-dei-viaggio-ritrovare-noi-stessi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“L’agricoltura del futuro? Piccola, locale e naturale”

Da precario a contadino autodidatta, Gianni Fagnoli è oggi impegnato nel recupero dei frutti antichi della Romagna e, nel suo podere in provincia di Forlì, pratica e promuove quella che considera l’agricoltura del futuro: piccola, locale e naturale. Un approccio rispettoso della terra, che restituisce prodotti sani e gustosi. A Rocca San Casciano, sull’Appennino romagnolo alle spalle di Forlì, si trova un podere che produce frutti antichi e ritrovati della Romagna e che si dedica all’orticoltura naturale, castanicoltura e selvicoltura e allo sviluppo di un modello agricolo differente: piccolo, locale e naturale.PereVolpine

Il podere – chiamato “I Fondi” – appartiene a Gianni Fagnoli, agricoltore autodidatta che, dopo aver conseguito la laurea in scienze politiche, ha lavorato per anni con contratti provvisori (a tempo determinato, co.co.co, a progetto, ecc.). La sua vita cambia a luglio 2015 quando, oltre all’ennesima promessa non mantenuta di un contratto a tempo indeterminato, arriva anche l’occasione di rilevare 13 ettari di terreno a Rocca San Casciano. Insieme alla moglie e alla famiglia, Gianni decide di acquistare il podere e abbandonare una vita lavorativa precaria per dedicarsi a tempo pieno allo sviluppo del progetto “Podere I Fondi”.

“La mia famiglia – ci racconta Gianni – possedeva già una casetta con un ettaro di terreno in quest’area e a luglio 2015 è stato messo in vendita il fondo confinante, che conta circa 10 ettari di bosco più 3 ettari di terreno. Mio padre ha sempre avuto l’orto e mi ha trasmesso la passione per la terra, perciò quando mi è stato negato l’ennesimo contratto a tempo indeterminato, io e la mia famiglia abbiamo deciso di investire nell’acquisto del podere confinante. Il mio obiettivo è di elevare questo podere a presidio della biodiversità attraverso il recupero, la custodia e la riattivazione dell’antico patrimonio varietale e autoctono romagnolo”.I-Fondi-2

“Il lavoro di recupero del fondo è molto impegnativo e solo tre ettari sono adatti alla coltivazione vera e propria, il resto è bosco. Mio padre e mia moglie, quando non lavora, mi danno una mano, ma in genere sono da solo e non ho macchinari. Io lavoro soltanto con le mani e la zappa”, continua, “anche nel ripristino delle opere idrauliche e dei terrazzamenti, nel recupero della boscaglia degradata e nel restauro della storica “marroneta” (cioè il castagneto). Ho un impianto di circa un ettaro e mezzo di frutti storici della Romagna come le pere volpina e santa lucia; le pesche sanguinella e percoca romagnola; le albicocche reali di Imola; le melagrane verde di Russi e grossa di Faenza. Poi, nello spazio tra gli alberi da frutto coltivo la verdura di stagione. Ho anche frutta a guscio (marroni, noci, nocciole), nespole, mele cotogne e mele rosa, ma prediligo i frutti antichi perché, essendo stati selezionati dai contadini in centinaia di anni, sono piante molto rustiche che necessitano di pochissima acqua, hanno radici più resistenti e profonde, i frutti sono molto più saporiti e si conservano a lungo in modo naturale”.13782268_526743547522769_5591926286438914888_n

“Il mio personale approccio all’agricoltura – spiega Gianni – è di tipo sinergico, ma cerco di prendere il meglio da tutte le pratiche agricole naturali, ad esempio la biodinamica e la permacultura. Il terreno agricolo, nei primi 20 cm, è un vero e proprio ‘organismo’ vivente e vitale ed è fondamentale salvaguardarne l’auto-fertilità, avvalendosi della collaborazione degli organismi della rizosfera ed evitando l’aratura, che porta con sé la distruzione della sostanza organica, il dilavamento e la desertificazione del terreno. Qui ai Fondi cerco di rispettare ed assecondare la terra nel suo essere ‘organismo’, per portarne lo stato di salute e vitalità alla sua massima condizione, che è poi quella del ‘suolo forestale’. Per quanto riguarda i 10 ettari di boscaglia, sto cercando di ripulirla da rovi e piante infestanti (la maggior parte delle quali non sono nemmeno autoctone) per poter ripristinare il bosco originario, costituito di carpini, frassini, castagni”.

“L’agricoltura del futuro – conclude Gianni – sarà piccola, locale e naturale: non ha alcun senso distruggere e desertificare sistematicamente la vita del suolo per poi passare alla concimazione e ai trattamenti stabiliti dal modello agro-industriale. Deve farne un tesoro, una ricchezza da valorizzare, investendo in colture attentamente selezionate. Ciò che voglio ottenere qui ai Fondi è un cibo degno di questo nome per valori organolettici, biologici e gustativi, ottenuti rinnovando in modo naturale la fertilità generata dalla terra”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/agricoltura-futuro-piccola-locale-naturale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni