Cascina Rapello rinasce: sarà una casa nella natura per educare piccoli e grandi

È attiva la campagna di raccolta fondi per sostenere il bellissimo progetto di riqualificazione della settecentesca Cascina Rapello portato avanti dalla cooperativa sociale Liberi Sogni. L’obiettivo? Ristrutturare lo stabile e renderlo adatto a ospitare laboratori, concerti, dibattiti, lezioni e numerose altre attività incentrate sull’educazione ambientale e sulla valorizzazione del territorio e delle sue tradizioni.

LeccoLombardia – «Il mondo è grande, ma partiamo da qui», scrivono da Liberi Sogni. Per loro il “qui” è il progetto Cascina Rapello, un luogo in cui convivialità e armonia abbracciano la natura, sul Monte Di Brianza, in provincia di Lecco. Liberi Sogni ha lanciato il 16 ottobre 2021 la raccolta fondi “Vivi e sostieni Cascina Rapello” – di cui Italia Che Cambia è media partner – per la ristrutturazione di questo cascinale settecentesco immerso nel bosco e incorniciato da imponenti castagni secolari che caratterizzano il panorama. Cascina Rapello è un generatore di consapevolezza, un ritorno alla terra e alla cura dei prodotti che consumiamo sulle nostre tavole, alla creatività e alle relazioni umane da coltivare con lentezza, al di là della frenesia quotidiana che ci travolge. Quando rinascerà ospiterà al suo interno diversi ambienti da vivere e condividere: un’aula didattico-formativa, un laboratorio di trasformazione dei prodotti della terra e del bosco, un magazzino per i prodotti agricoli, un’aula polifunzionale in cui si terranno concerti, conferenze, spettacoli, uno spazio di ospitalità per il pernottamento e uno dove pranzare e cenare. Sarà tutto accessibile anche a persone con disabilità, realizzato in gran parte con materiali naturali ed ecologici. Adriana Carbonaro, responsabile dell’ufficio stampa della cooperativa sociale Liberi Sogni, mi ha fatto varcare la porta di Cascina Rapello raccontandomi questo sogno che sta prendendo forma diventando realtà.

Com’è nata l’idea di Cascina Rapello?

In questi anni la nostra Cooperativa ha sviluppato progetti educativi, sociali e culturali in diversi contesti del lecchese: scuole, comuni, musei. Ancora oggi continua a farlo, ma sentivamo forte il bisogno di un luogo tutto nostro che non dipendesse dal tal bando o dall’incarico di turno. Cercavamo un posto sul Monte di Brianza, luogo a noi molto caro perché è qui che dal 2010 realizziamo progetti di educazione in natura e tutela ambientale per minori, ma anche per giovani e adulti, in connessione con le associazioni locali, le amministrazioni comunali e le scuole: i campi estivi residenziali, il crazy-bosco, la libera università del bosco.

Parlaci del luogo che avete individuato.

Così dopo mesi di ricerche, nell’estate del 2020 abbiamo scoperto la settecentesca Cascina Rapello, una cascina abbandonata e da ristrutturare, raggiungibile a piedi e incastonata tra 9 ettari di terrazzamenti e boschi di castagno. Ci è parso subito il luogo ideale per accogliere tutte le nostre progettualità in una dimensione più quotidiana. La Cascina e i terreni sono stati acquistati con un mutuo dalla Cooperativa, mentre per la ristrutturazione e lo sviluppo del progetto contiamo su una comunità di persone che ci credano insieme a noi e che, in varie forme e secondo le proprie possibilità, possano partecipare a questo percorso di ritorno alla natura e alla terra.

Avete già qualche idea su come impiegare la cascina?

Il primo lockdown è stata l’occasione per ripensarci come cooperativa e ridiscutere i nostri sogni e obiettivi. Più tempo passavamo imprigionati in casa, più cresceva la voglia di uscire, di stare all’aria aperta, di compiere quel salto che coltivavamo nei cuori da tempo. Abbiamo sempre lavorato a contatto con il verde tra torrenti, boschi e sentieri di montagna, ma volevamo che il nostro rapporto con la natura assumesse un carattere quotidiano e non solo settimanale o stagionale, perché l’agricoltura richiede una relazione quotidiana, così come la cura degli animali – abbiamo trovato quattro asine sul posto, che abbiamo adottato con amorevolezza e rispetto per chi abitava questo luogo prima del nostro arrivo. Questa è oggi la nostra nuova casa. Qui è dove abbiamo scelto di tornare alla terra e dove trovano e troveranno dimora tanti progetti sociali, culturali e ambientali per grandi e piccini. Cascina Rapello, diventerà sempre più un polo sperimentale e accogliente di ritorno alla natura e alla terra, con linguaggi e forme sempre nuove, di riscoperta di saperi e tradizioni antiche ma anche un incubatore che darà spazio e sostegno a tanti sogni e nuove idee.

A chi si rivolgeranno le attività che svolgerete qui?

Ci rivolgiamo in primo luogo a minori: bambin* e ragazzi*. Ma, come in tutte le nostre progettualità, adottiamo un approccio intergenerazionale e inclusivo, costruendo contesti accoglienti in cui ciascuno possa stare bene e trovare la sua dimensione, senza creare ghetti. A Cascina Rapello quindi puoi trovare l’anziano volontario che, insieme a giovani adulti con disabilità accompagnati dai loro educatori, si dedica alla cura dell’orto; giovani tirocinanti con fragilità, impegnati nella manutenzione del verde e a supporto degli eventi culturali per famiglie; gruppi di studenti delle scuole superiori che con i loro insegnanti partecipano ad attività di team building in natura; giovani di comunità minori e famiglie con bambini e ragazzi che in una domenica di ottobre autocostruiscono le porte da calcio con i pali di castagno e poi si cimentano in un torneo di calcio “selvaggio” sulle balze. È proprio una cascina per tutti e tutte, ciascuno con le proprie esperienze, carattere, talenti e peculiarità. Tutti accomunati dalla voglia di trasformazione, di riscoprire le cose buone, le relazioni genuine. Alla ricerca di amore, bellezza e felicità.

In che modo natura e uomo si incontrano qui?

Ci piacerebbe che la relazione con questo spazio fosse il più possibile ecocentrica, in punta di piedi: vogliamo gradualmente ristrutturare la cascina, prenderci cura del bosco attorno, tornare a coltivare quei terrazzamenti che probabilmente risalgono al 18esimo secolo, per dialogare con la natura senza offenderla. L’approccio che ci guida e ci ispira è quello dell’agroecologia, un modello molto antico che si basa su tecniche maturate nella connessione profonda tra le comunità e i territori, i luoghi e soprattutto i limiti che segnano i luoghi. Oggi il concetto di limite viene comunemente considerato con un’accezione negativa, in realtà è bene ricordare sempre che ogni cosa ha un limite. Hanno un limite la velocità, la confidenza, la vita stessa, tutto quello che facciamo. Ivan Illich parla di “austerità”, ma con un’accezione positiva, che significa esattamente tornare al cuore di ciò che ci rende felici: recuperare il tempo per noi stessi, per i nostri figli e per le nostre passioni, come una sorta di “allenamento di ritorno all’essenza”. In una dimensione di austerità positiva e low-tech possiamo ripensare gli equilibri tra ambiente, lavoro dell’uomo e tecnologie sostenibili per coltivare una visione migliore del mondo e dei sistemi di produzione.

Quali progetti nasceranno in cascina?

Alcuni progetti sono già partiti: “Io nel bosco”, un percorso articolato in cinque incontri per avvicinarsi alla natura attraverso diverse discipline artistiche per persone con disabilità e non solo; l’orto sociale-didattico, che ora ospita gli ortaggi invernali e in cui è possibile autoraccogliere i prodotti; gli eventi nei week end sportivi, culturali, artistici per bambini e ragazzi con un’attenzione ai soggetti fragili; un corso sul tema della transizione ecologica, e uno esperienziale di relazione e avvicinamento all’asino in partenza a novembre; le gite con attività e laboratori in natura per le scuole, le comunità minori, i centri estivi; la campagna di raccolta fondi per la ristrutturazione della Cascina. Altri progetti sono in cantiere o vorremmo ampliarli e svilupparli, ad esempio l’attività agricola e forestale per la quale stiamo costituendo un gruppo di lavoro di giovani del territorio interessati a sperimentarsi e cimentarsi in questo ambito con un taglio sociale, inclusivo ed educativo, l’addestramento e lo sviluppo di una proposta educativa e didattica con l’impiego delle nostre quattro asinelle. Sarà fondamentale, per rendere possibile tutto questo durante tutto l’arco dell’anno, avere un luogo fisico al chiuso e ben attrezzato che possa ospitare tutte le progettualità.

Un ritorno alla natura e alla terra dove i sentieri si tracciano insieme, secondo le possibilità di ognuno.

La raccolta fondi è attiva qui. Sognare insieme è magia.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/11/cascina-rapello-rinasce-natura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La storia di Carlotta: dall’amore per la natura alla nudge theory e all’economia circolare

La nudge theory può essere applicata a processi economici e commerciali per favorire buone pratiche ispirate all’economia circolare e al riuso dei materiali. Approfondiamo questo concetto insieme a una giovane ricercatrice con la passione per l’ambiente, che l’ha portata a collaborare con un progetto che sul suo territorio vuole abbassare l’impatto ecologico in particolare del settore floro-vivaistico. Un percorso di studio e di vita che lega le prime uscite con gli scout nella natura dietro casa a un progetto di consapevolizzazione dei consumatori, l’amore per l’ambiente e il rispetto per chi lo tutela con la nudge theory – per chi non sapesse cos’è dopo ne parleremo in modo più approfondito. Attraverso il racconto di Carlotta Bergamelli, ricercatrice che collabora con il progetto SUSFLO – di cui abbiamo parlato pochi giorni fa in questo articolo – parliamo di alcuni aspetti variegati e apparentemente distanti che però riconducono tutti alla grande idea di sostenibilità.

Ti puoi presentare?

Mi chiamo Carlotta e sono nata e cresciuta in un paesino nella provincia di Bergamo. Ricordo fin da piccola di essere stata sempre a contatto con la natura. A otto anni ho iniziato a frequentare il gruppo scout della mia zona: questo mi ha formato molto al rispetto e amore nei confronti del territorio e della natura. Il motto degli scout è “Lascia sempre il posto in cui vai migliore di come lo hai trovato”. Credo che sia nata proprio da qui la mia passione per l’ambiente e la sua salvaguardia. Spesso durante le uscite fatte nei fine settimana incontravamo persone del mestiere: ricordo una guardia forestale che ci ha portati per due giorni in giro in lungo e largo per i terreni facenti parte del Parco dei Colli di Bergamo a osservare le peculiarità naturalistiche che lo caratterizzano e per cui esso è nato (ci sono più di 126 specie di orchidee selvatiche nei boschi del parco). Ed è proprio qui che circa dieci anni dopo ho svolto il mio tirocinio di laurea triennale. Questo è stato il primo passo che mi ha permesso effettivamente di avvicinarmi ad un ambito specifico del mondo agricolo.

Di cosa ti sei occupata durante il tirocinio?

Il mio lavoro consisteva nello studio delle figure presenti nel Parco che collaborano per mantenere il territorio integro e per la sua promozione: impiegati, guardie forestali e aziende agricole. Conoscere tutti gli aspetti e gli attori che costituiscono questo ente mi ha permesso di comprendere la sua importanza, sia per quanto riguarda la salvaguardia della natura in tutte le sue forme, sia come figura promozionale e di supporto per le aziende agricole.

Hai continuato a seguire questo filone anche nel prosieguo degli studi?

Sono stata molto fortunata anche per quanto riguarda la mia tesi magistrale perché ho potuto continuare il percorso iniziato in triennale: ho avuto la possibilità di approfondire il legame tra istituzioni e aziende agricole presenti in territori particolari. In questo caso mi sono spostata in Valle Camonica. La Valle Camonica è una delle valli più ampie e antiche della Lombardia orientale, con una lunghezza di circa 100 km e una superficie poco superiore di 1270 km2.

Si tratta di un’area svantaggiata, così come definita dal PSR 2014-2020 della Regione Lombardia, caratterizzata prevalentemente da territori boscati e ambienti semi-naturali, con una straordinaria ricchezza naturalistica e paesaggistica oltre alla presenza di numerose aree protette. In questo luogo particolare, la presenza di aziende agricole risulta importante per la salvaguardia dell’ambiente, la conservazione e il mantenimento di beni naturali presenti oltre che per la diffusione e la valorizzazione delle risorse della valle.

Qual è stato l’oggetto della tua testi?

Il lavoro di tesi è stato svolto a partire da una collaborazione tra il CREA-PB, responsabile del Working Package 5 del progetto “Il Biodistretto come modello di policy per lo sviluppo sostenibile”, e l’Università degli studi di Milano.

Puoi raccontarci nel dettaglio cos’è e cosa fa un biodistretto?

Il biodistretto è un ente nato per diffondere il metodo biologico e supportare le piccole aziende agricole, ma oggi ha assunto diverse funzioni anche nella valorizzazione ambientale e nel supporto dello sviluppo locale territoriale. Lo scopo della mia tesi è stato quello di analizzare le caratteristiche del Biodistretto della Valcamonica e l’impatto della sua adozione sulla soddisfazione degli agricoltori e sulla sostenibilità dell’agricoltura biologica di montagna.

In che modo sei poi entrata in contatto con il mondo dell’economia circolare e, in particolare, con il progetto SUSFLO?

In seguito alla laurea mi si è aperta una nuova possibilità nel mondo accademico: quella di studiare realtà presenti nel territorio e impegnate a livello di sostenibilità ambientale grazie al progetto SUSFLO-Sustainable Flowers. Questo progetto coinvolge diversi enti e organizzazioni Fondazione Minoprio, Distretto Florovivaistico Alto-Lombardo e i centri vivaistici Agricola Home & Garden, Idealverde, Viridea Garden Center, Flover Garden, Azienda floricola Donetti dislocati in Lombardia, oltre ovviamente all’Università degli studi di Milano, nella figura della Dott.ssa Chiara Mazzocchi. Il progetto SUSFLO-Sustainable Flowers vuole spingere per un cambiamento del comportamento di acquisto del consumatore attraverso l’applicazione e la valutazione delle tecniche di comunicazione della nudge theory, proponendo un nuovo packaging compostabile venduto nei garden e, parallelamente, spingere il consumatore al recupero e riutilizzo delle confezioni in plastica dei prodotti tradizionali.

Che cos’è la nudge theory?

È un concetto che, nel campo dell’economia comportamentale e della filosofia politica, sostiene che “stuzzicando”, ”pungolando” con messaggi positivi il consumatore questi possa assumere comportamenti virtuosi. Nel nostro caso riguardo la riduzione dell’acquisto di vasi in plastica e l’aumento del loro riutilizzo.

Com’è strutturato il percorso?

Nel dettaglio il progetto si divide in tre fasi: la prima prevede che attraverso cartellonistica “nudge” sul punto vendita si promuova l’acquisto di un ECOPOT, cioè un vaso completamente biodegradabile nel terreno. Questa fase è basata sulla comunicazione diretta ai consumatori legata al richiamo delle norme sociali, al senso di appartenenza ad una comunità virtuosa, che permettono il miglioramento dell’ambiente. La seconda si basa su un altro pannello associato a un bin, che vuole stimolare il consumatore alla riconsegna di vasi in plastica acquistati precedentemente con all’interno piantine di basilico, prodotte appositamente per il progetto. In questo caso la comunicazione si basa sulla fornitura di informazioni relative al consumo di vasi in plastica e promossa dal claim: vuoto a rendere. La terza fase si avvale della tecnica dei Choice Experiments: raccoglieremo interviste agli acquirenti dei garden che partecipano al progetto. Il questionario sarà incentrato sulla predisposizione del consumatore a rinunciare al vaso in plastica, anche a costo dell’aumento di prezzo del prodotto di acquisto.

A che punto siete adesso?

In questo momento ci troviamo nel pieno della seconda fase del programma. Già da ora posso dire di aver imparato moltissime cose nuove, sia a livello pratico di partecipazione a un progetto multi-ente e quindi di gestione e organizzazione delle fasi, sia a livello accademico/teorico riguardo l’utilizzo di particolari software e tecniche di raccolta e analisi dei dati.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/09/carlotta-nudge-theory/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

TeFFIt, alla scoperta del potere curativo delle nostre foreste

Gli effetti benefici del contatto con la natura, con i boschi e con gli alberi sono noti e documentati e sono tante le organizzazioni che favoriscono questa pratica. Oggi vi parliamo di una rete chiamata TeFFIt, che connette e unisce competenze trasversali in diversi campi per sfruttare la meglio le terapie forestali.

«I due ecosistemi più completi e autonomi presenti sul nostro pianeta sono le foreste e le barriere coralline. La foresta è il modello più evoluto al quale tende la vita emersa e tornare ad essa vuol dire tornare ad una conoscenza più profonda dei meccanismi e persino dei significati che regolano la vita stessa sul nostro pianeta». Con queste parole la dottoressa Fiammetta Piras e Raoul Fiordiponti, mi introducono in un mondo per me nuovo e affascinante. Mi riferisco a quello della rete TeFFIt – Terapie Forestali in Foreste Italiane e di Outdoor Education APS, nata grazie alla sinergia intellettuale di Università in campo medico, biologico e forestale da soggetti pubblici e privati. L’obiettivo è andare a integrare le conoscenze reciproche per realizzare azioni di studio sugli effetti benefici della fruizione di ambienti boschivi sani italiani, ma anche cercare di ottenere il riconoscimento delle Terapie Forestali come promozione della salute nel sistema sanitario italiano. Grazie a una chiacchierata con la portavoce del CTS, la dott.ssa Piras, e con il presidente dell’associazione, Raoul Fiordiponti, il quadro diventa molto più chiaro in merito a questa attività, che non ha niente a che vedere con l’escursionismo o la meditazione guidata in natura. Partiamo dal principio.

Una diversa prevenzione e promozione della salute

Le terapie forestali sono delle pratiche di prevenzione e promozione della salute, ma anche un intervento sanitario che supporta le terapie convenzionali soprattutto per malattie croniche non trasmissibili. In alcuni stati queste vengono già prescritte dai medici curanti e in paesi come Giappone, Svezia, Norvegia, Germania e Stati Uniti se ne raccomanda la pratica alla popolazione. Gli studi scientifici degli ultimi quarant’anni stanno dimostrando i benefici sulla salute psicofisica umana grazie a una regolare frequentazione di ambienti forestali maturi e ricchi di biodiversità.

«La TeFFIt è l’unica realtà in Italia a integrare i punti di vista del mondo forestale, medico, ecologico e della conduzione in ambiente naturale, creando un rapporto sinergico al fine di sviluppare ricerche finalizzate a strutturare metodi innovativi di promozione della salute e prevenzione delle malattie croniche», mi raccontano. L’Associazione promuove infatti percorsi finalizzati al benessere, studiati e sperimentati in foreste italiane sane ed evolute. 

I boschi sono detti sani quando si auto-organizzano rispetto a una serie di elementi che li caratterizzano, in particolare la quantità e diversità di organismi che li abitano – biodiversità – e le relazioni che questi instaurano tra loro – biocomplessità. I fitoncidi, ad esempio, sono segnali che emettono tutte le piante: se una di loro soffre, essendo in comunicazione con le altre, cambierà linguaggio, il quale verrà così captato da tutta la rete che si auto-organizzerà. Dopo esperienze in diverse foreste italiane, la dottoressa Piras e Raoul Fiordiponti, in contesti e situazioni diverse, si sono accorti che le esperienze vissute nelle foreste insieme ai gruppi accompagnati le reazioni positive erano sorprendenti, soprattutto per alcune patologie croniche. Anche bambini con deficit dell’attenzione hanno registrato netti miglioramenti con percorsi di terapie forestali. «Ogni persona trarrà un diverso beneficio che deve essere reciproco. Non si va nel bosco per usarlo e consumarlo, il beneficio deve continuare nel tempo e dei boschi bisogna avere cura e rispetto», sottolineano. 

La relazione tra uomo e foresta

«Tutto passa attraverso il contatto fisico con il fitto dialogo fisico chimico della foresta – spiegano la dott.ssa Piras e Raoul Fiordiponti – fatto di odori, colori, luci, suoni, forme, ma anche spore, pollini, persino microbi alleati e salutari che ci avvolgono quando ci immergiamo in essa. Quando la foresta è ricca e sana, questo “chiacchiericcio” è perfettamente orchestrato e il nostro corpo ne viene attratto e viene indotto a partecipare e adattarsi. I nostri ritmi finalmente rallentano e la foresta ci dà il “la”, come un abile direttore d’orchestra, perché anche le nostre funzioni tornino a risuonare in modo armonioso tra loro e con l’ambiente che ci circonda».

Ovviamente tutto questo è vero solo se al corpo e alla mente non viene imposto di impegnarsi in esercizi o altre attività, ma sono lasciati liberi di abbandonarsi agli stimoli che ricevono. Allora una foresta integra può trasformarsi in uno specchio che riflette un’immagine di noi più sana e serena come modello di benessere che sentiamo nostro e che possiamo raggiungere, ispirandoci anche ad adottare stili di vita migliori. Ciò non può essere vero se si va, invece, in un bosco malamente gestito, impoverito, “mutilato” del suo sottobosco, disturbato da una presenza umana indelicata e invadente, e la cui “sinfonia” risulterà inevitabilmente scarna e stonata.
«È pur vero che le persone poco abituate alla natura selvatica – continuano a raccontare – all’inizio possono sentirsi disturbate e persino infastidite o spaventate dall’apparente disordine delle foreste integre, e vanno introdotte ad esse con delicatezza e attenzione».

«Ma via via che il contatto con la Natura si approfondisce, esso evolve in una relazione sempre più stupefacente, gratificante e salutare. E le persone cominciano a percepire anche le differenze tra un bosco e l’altro, come sia diversa una pineta da una macchia mediterranea o da una faggeta. E ciascuno impara a muoversi in sintonia con foreste differenti, rispettandole e traendo da ognuna il beneficio migliore per sé. Scoperte e meraviglie non finiscono mai, basta comprendere con correttezza i dati forniti dalla scienza sul potere terapeutico delle foreste come ecosistemi e non ostinarsi a vederle come semplici luoghi dove fare attività prestabilite o assorbire qualche ingrediente terapeutico».

La TeFFIt organizza diversi corsi rivolti alle persone che vogliono capire come creare questa relazione e migliorare da soli la propria salute frequentando foreste sane, autodeterminate, biodiverse, biocomplesse. Sono corsi di Auto immersione in Foresta, di Conduttori in Immersione in Foresta e corsi relativi all’Outdoor Education basati su studi scientifici. Tutti vengono erogati da professionisti, medici, forestali e professori universitari, online, dal vivo e con parte pratica in presenza. L’obiettivo è velocizzare il ritorno alla relazione con la foresta, percepire i canti degli uccelli, ma anche ritrovare il significato dei profumi e dei colori come linguaggi che variano a seconda che si tratti di un allarme, di un richiamo o di un vero e proprio canto di gioia di vivere. Si cominciano a comprendere i diversi meccanismi esistenti, ad interpretare il significato di “parole” e “frasi” per noi esseri umani inconsuete, ma non solo perché si sono imparate cognitivamente, ma perché si è finalmente entrati in relazione con il popolo delle foreste.

Obiettivi generali

TeFFIt è l’unica realtà italiana con il registro nazionale dei conduttori iscritti all’elenco del Mise – Ministero dello Sviluppo Economico. L’idea non è fornire solo una formazione, ma individuare persone con cui sviluppare questa rete e continuare a fare ricerca, a capire come funziona questo meccanismo, ad avere più dati. Ai conduttori viene chiesto di svolgere un lavoro certosino che metta in evidenza il tipo di bosco in cui si sono fatte le immersioni, la stagione, la temperatura e altri dati scientifici che servono a rendere sempre più preciso il quadro. È improbabile, infatti, che una macchia mediterranea funzioni tal quale a una foresta di sequoie. Anche il tipo di relazione è preferibile che venga fatta da chi conosce molto bene un territorio. Nel Nord Europa sono abituati al cattivo tempo e a vivere la natura in tutte le condizioni metereologiche. Chi abita al Sud, invece, farà più fatica ad adattarsi a condizioni che nella sua quotidianità non vive. Anche le linee guida europee in merito agli studi sulle terapie forestali tengono molto in riferimento la localizzazione geografica perché la relazione con la foresta cambia in base al proprio ambiente, alle proprie necessità, alla propria realtà geografica e al proprio sistema sanitario, persino alla propria cultura, sottolineano. La rigidità, il riduzionismo o un approccio solo basato sull’intuito non aiutano molto in questo processo di relazione. Solo attraverso un metodo corretto che interseca più saperi si permetterà alle persone di trovare nel bosco quello che nei lavori scientifici viene chiamato il “luogo preferito”, inteso come quello in cui ciascuno si trova più a suo agio e ne trae il massimo beneficio per sé. Dimenticate le escursioni in natura, esercizi di meditazione o le varie forme di jogging, le attività proposte da TeffIt consistono nell’entrare in contatto con la natura attraverso sensazioni fisiche e non è richiesto neanche un impegno mentale. Al contrario, l’attenzione involontaria che usiamo quando siamo in natura non necessita di alcuno sforzo. Vagare in natura, con la mente e con il corpo, sarà la sensazione più stimolante e curativa mai provata!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/teffit-potere-foreste/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Serafina e Maurizio di Urbebnb: “Non lavoriamo più per vivere, viviamo lavorando”

Lasciare la città per trasferirsi in Appennino, circondati dalla natura: quello che per molti è un sogno nel cassetto, per Serafina e Maurizio è diventato realtà. A Urbe, tra “le montagne del mare”, hanno rallentato il ritmo della loro vita, aperto un b&b diffuso e sono felici.

Savona – Aria e acque pure, inquinamento acustico e luminoso inesistenti. Addentrandosi nei boschi o camminando lungo i ruscelli, la natura offre esperienze sensoriali sconosciute allo sguardo cittadino. Ci troviamo a Urbe, in alta Val d’Orba: è proprio qui che Serafina e Maurizio hanno scelto di trasferirsi per assecondare le proprie aspirazioni di vita. Hanno lasciato l’ufficio e la città per rifugiarsi in un angolo incontaminato dell’entroterra savonese tra l’Alta via dei Monti liguri e il Monferrato, in cui è ancora possibile vivere seguendo i ritmi della natura dedicandosi a ospitalità, agricoltura e autoproduzione. Hanno restaurato un vecchio casale che, a eccezione di qualche ritocco, è rimasto com’era. Hanno però ripulito il bosco e ridato vita a orti in campi che un tempo erano coltivati e che da chissà quanto tempo erano stati abbandonati: piccoli ma grandi interventi per dare la priorità alla cura di ciò che la natura ha messo a disposizione. Nell’estatico turbinio delle decisioni, ha bussato alla porta anche il desiderio di condividere con altre persone questo spazio di libertà che Serafina e Maurizio si stavano costruendo. Da qui la scelta di aprire la propria casa, dedicando due camere agli ospiti. Nasce il loro B&B La Scellana, che, insieme al B&B Andrè, fa parte di Urbebnb, l’ospitalità diffusa a Urbe che già da quest’estate ha visto coinvolti anche altri proprietari del paese, i quali hanno affittato le proprie case che, diversamente, vengono occupate solo poche settimane all’anno.

La Scellana – Urbe

IL BISOGNO DI UN CAMBIO VITA

«Avevamo bisogno di staccarci da un modello di vita basato basato solamente su lavoro e consumi», raccontano Serafina e Maurizio. «Un lavoro che solitamente ti detta dei tempi sempre più dilatati che tendono a sconfinare anche nella vita privata. Allora ti manca l’aria, non c’è spazio per i tuoi sogni, ti senti in trappola e molto insoddisfatto. Cerchi di appagare l’insoddisfazione cedendo alle lusinghe dell’ultimo gadget tecnologico, del viaggio last minute, del ristorantino sul mare». Così, però, si aggiungono spese su spese e si evidenzia ulteriormente la necessità di lavorare ancora di più per riuscire a sostenere il ritmo.

«Quando si è insoddisfatti della propria vita non bisogna pensare a cosa aggiungere, bensì a cosa togliere. Da qui la scelta di lasciare la città per andare a vivere in campagna: così saremmo riusciti ad abbassare i costi della vita di ogni giorno». Serafina e Maurizio si trasferiscono a Urbe, mettendo in atto quella che loro chiamano “una piccola rivoluzione del pensiero”: non più lavorare per vivere, ma vivere lavorando. Iniziano, quindi, a dedicarsi alla produzione di beni essenziali e a una vita di semplicità, bypassando la grande distribuzione. Poche necessità: un orto da coltivare, prati e boschi in cui raccogliere erbe selvatiche, un forno a legna dove preparare il pane. L’obiettivo? Sviluppare nuove capacità per fare da sé. «Ma davvero pensate che siamo venuti al mondo per prestare il nostro tempo di vita (magari 40 anni) a un lavoro puntiforme avaro di soddisfazioni? Davvero pensiamo di non essere capaci di fare altro? No, non è così», sottolineano.

IL NUOVO QUOTIDIANO

La quotidianità di Serafina e Maurizio è cambiata radicalmente. «Ci siamo ripresi il nostro tempo, così tutto il tempo perso è diventato tempo per noi. Abbiamo sempre parecchie cose da fare, ma con i tempi che nella gran parte dell’anno sono dettati da noi. Nei periodi di maggior flusso turistico ovviamente cresce l’impegno, ma l’ospitalità è un’esperienza appagante sia per noi che per gli ospiti, a cui cerchiamo di far percepire il distacco dai frenetici tempi della città, per offrire loro una vera pausa di tranquillità».

E raccontano che i benefici in termini di benessere fisico e psicofisico a seguito di questa scelta sono notevoli: poter portare avanti attività che piacciono, con i propri tempi, fa bene sia al corpo che allo spirito. «Dal punto di vista economico, il tenore di vita comunemente inteso si è ridotto drasticamente, ma quello che non abbiamo è quello che non ci manca».

URBEBNB E LA RISCOPERTA DEL TURISMO LENTO

Chi si avvicina all’alta Val d’Orba? «Chi giunge qui è spesso attratto dalle bellezze naturali di Urbe e della sua valle e dalla possibilità di scegliere tra le diverse opzioni di attività outdoor da praticare»: dal trekking alla mountain bike, passando per le ciaspolate sulla neve, il nordic walking e il kajak.

«Certo, ci sono anche quelli che vengono qui perché siamo in Liguria, che è comunque una regione di mare. I grandi portali di prenotazione online tendono a portare in valle ospiti che cercano strutture vicine al mare, soprattutto nei periodi di picco. Questo, secondo noi, potrebbe essere evitato se da parte degli enti interessati si intraprendesse una politica turistica mirata a far conoscere anche l’entroterra. D’altronde, la Liguria non è solo mare: noi abbiamo le montagne del mare!».

E sono tanti i turisti nordeuropei che, finiti quasi casualmente in Val d’Orba, restano colpiti dalle peculiarità di un luogo in cui è facile raggiungere uno stato meditativo. «Qui il verde e l’aria ricca di ossigeno ci aiutano a disintossicarci dalle tossine. Il respiro si allunga e il battito del cuore rallenta. Il silenzio permette di sentire finalmente noi stessi. In riva ad un torrente si ascolta la vita che scorre, immaginando di sciacquare la mente dai pensieri stagnanti. Ci si lascia rinvigorire dagli spruzzi d’acqua di una gelida cascata o si gioca con i riflessi di luce di un laghetto color smeraldo».

La storia di Serafina e Maurizio racconta una verità semplice, ma che spesso non vediamo: a volte basta semplicemente chiudere gli occhi e ascoltare i suoni della natura per prendere consapevolezza di chi siamo e di dove vogliamo andare.

La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia”. Carl Gustav Jung

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/09/urbebnb-vivere/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Permacultura, rigenerazione e una food forest: la nuova vita di Chris e Mario in Calabria

Due giovani, uno svizzero e uno spagnolo, hanno unito i loro cammini in un percorso comune che li ha portati a Badolato, in Calabria. Qui hanno lanciato un progetto in permacultura che punta alla rigenerazione del suolo e alla creazione di un modello incentrato sulla condivisione, sulla sostenibilità e sull’autosufficienza.

CatanzaroCalabria – È difficile riassumere in poche righe la ricchezza trasmessa da Chris e Mario, due giovani europei interessati alla permacultura che hanno deciso di cambiare vita e portare avanti il loro progetto di rigenerazione del suolo a Badolato, un paesino di circa 3000 abitanti sulle pendici della costa ionica in Calabria. «Non abbiamo ancora molto da far vedere, il nostro progetto è soltanto all’inizio», mi avevano detto prima che li incontrassi. Eppure non mi ero lasciata fermare da queste parole. Già tante volte mi ero chiesta come mai uno svizzero (Chris) e uno spagnolo (Mario) dovrebbero decidere di venire a vivere qui in Calabria, in un piccolo paese, e intuivo la complessità di questa scelta. Così, ancora una volta, decido di macinare qualche chilometro per andare a trovarli. Il casolare in cui vivono Chris e Mario è nella campagna badolatese, a metà fra la montagna e il mare. È un’oasi di verde, azzurro e tante sfumature di giallo, molto intense in un periodo caldo come l’agosto 2021.

Il loro progetto è frutto di tanti anni di viaggio e cambiamento interiore: Chris ha lavorato per molto tempo nel mondo del cinema e Mario in quello del marketing, prima di decidere che questo tipo di vita non faceva per loro. Inizia una fase di ricerca legata al mondo della permacultura e a un tipo di vita che fosse in connessione con loro stessi, con gli altri e con la natura. Durante questa fase, i loro cammini si sono incrociati nel 2016 in Portogallo in occasione di un corso e i due hanno capito di essere destinati a rimanere connessi nel tempo, anche se si trovano in diverse parti d’Europa.

«Cercavo un posto in cui applicare i principi di permacultura che stavo studiando e costruire un progetto di vita, finché non sono arrivato qui a Badolato nel 2018 perché la mia ex ragazza partecipava a un progetto di home school e ho visto tutta la ricchezza e la biodiversità di questa terra», racconta Chris, che coinvolge anche Mario in questa possibilità. La ricchezza della terra, il calore degli abitanti del paese, la possibilità di una vita più sana e a contatto con la natura e la bellezza del borgo li convincono a compiere il passo definitivo: nel marzo 2020 si trasferiscono così in un casolare che decidono di acquistare con i loro risparmi. E così cominciano i lavori, che mirano in primo luogo a rigenerare il suolo e la terra. È questo il punto focale del loro impegno, nella convinzione che «non esistono terreni poveri, ma piuttosto una mancanza di vita nel suolo». Si dedicano molto allo studio del terreno e istituiscono il primo laboratorio di vita del suolo in Calabria, grazie al quale possono valutare gli ecosistemi presenti nel terreno (così come nei compost e negli stagni) e quindi anche la loro capacità di dare vita.

«Nel corso delle mie ricerche mi chiedevo quale fosse l’elemento che fa davvero la differenza nella vita e alla fine mi sono detto: è il suolo, la terra. Perché quando la terra è in salute, anche l’essere umano che ci vive sta bene», racconta Mario.

In connessione a questo studio, iniziano a lavorare alla creazione di compost, proprio nell’ottica di nutrire la terra e darle la capacità – a lungo andare – di riprendersi le sostanze vitali che anni di agricoltura convenzionale le hanno tolto. Tramite un processo di compostaggio a caldo creano compost solido biologicamente attivo, composto di tre parti (letame, materiale carbonioso e materiale ricco azoto come le foglie verdi) ed estremamente nutriente per il terreno. Inoltre, utilizzano il compost solido per creare compost liquido per due scopi: in un caso lo utilizzano così com’è per irrigare in modo più nutriente il terreno; in altri lo mescolano con delle sostante nutrienti al fine di creare il “té di compost”, cioè un fungicida completamente naturale che può poi essere spruzzato su alberi e piante, formando una patina protettiva. La rigenerazione del suolo è quindi il filo conduttore di ogni lavoro e nel futuro Chris e Mario sognano di costruire un impianto di compostaggio per lavorare meglio e con quantità più grandi. Ma già ci sono i primi frutti di questo impegno, dal momento che nel giro di un anno e mezzo sono riusciti a ripristinare un piccolo orto (la cui terra non era più fertile) e a gestire l’uliveto, producendo olio. L’attenzione per il suolo poi, si ritrova anche in altri progetti già in campo, sempre ispirati alla permacultura: uno di questi, ad esempio, è il bosco alimentare, che si trova in un piccolo avvallamento del terreno e che, mi spiegano, è «una piantagione diversificata di piante commestibili che cerca di imitare gli ecosistemi e i modelli trovati in natura». Annone, arance, pesche, bergamotti sono solo alcuni dei frutti che crescono in questo piccolo giardino dell’Eden che, una volta stabile, sarà resistente in modo naturale e a sua volta nutrimento per la terra che lo ospita.

«Il nostro obiettivo nel lungo termine è costruire una comunità in questo spazio», spiega Chris. «Qui ognuno porta un pezzetto, che però è in sincronia con il tutto». Anche chi viene per un breve periodo: in questo anno e mezzo, infatti, già molte persone sono passate di qui, grazie alla piattaforma workaway o anche semplicemente tramite il passaparola.

E così nel corso del tempo Chris, Mario e gli altri volontari hanno attrezzato l’area in modo da poter accogliere diverse persone: c’è un’area camping, dove ci sono docce fatte con canne di bambù, un’area comune e una compost toilet, come a rimarcare il concetto che non siamo separati dalla terra su cui poggiamo i piedi ma che, anzi, contribuiamo noi stessi a sostenerla, come insegna la permacultura. Sempre grazie ai volontari, sono riusciti a costruire due cisterne che raccolgono l’acqua piovana: questo garantisce un’autosufficienza di circa sei mesi all’anno.

Possiamo quindi affermare che quella che vi abbiamo appena raccontato non è affatto la storia di chi decide di scappare dal mondo perché è brutto e cattivo e quindi isolarsi, ma è anzi quella che celebra chi ha voglia di cercare la bellezza che già c’è e condividerla con altre persone. Per questo Mario e Chris hanno continuato a ripetermi fino all’ultimo che «ci sono ancora tante cose da fare», perché di certo non tutto si è concluso con la loro sistemazione a Badolato. «Sentiamo che stiamo crescendo molto e che c’è un processo che segue tanti impulsi diversi, è parte di un percorso», aggiunge Chris e conlcude: «Siamo ancora in viaggio».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/09/permacultura-calabria/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La biofilia e l’educazione in Natura negli spazi educativi all’aperto

Il gioco e la Natura sono elementi fondamentali per l’apprendimento, consentono una crescita esperienziale, al giusto ritmo e lo sviluppo di un sapere intuitivo. Come possiamo dunque progettare uno spazio all’aperto che sostenga i processi di apprendimento spontanei dei bambini?

La biofilia (E.O. Wilson, 2002) può essere definita come la capacità umana di connettersi emotivamente con l’Altro vivo. Questo consente di sentirsi, e quindi di essere, parte di quella vita che percepiamo dentro e fuori di noi. Come ogni abilità emotiva, può essere nutrita o annichilita. L’agire educativo può cogliere ispirazione dalla natura in infinite forme e possiamo scegliere di introdurci a questa prospettiva considerando la Natura maestra nel senso tangibile dei ritmi che ci propone con il susseguirsi delle sue fasi in lento e continuo mutamento (J. Young, 1997 in C. Mancini 2020 educatori esperienziali in Natura).

La visione sull’apprendimento che propongo mette al centro l’esperienza, quello spazio in cui può manifestarsi ed attuarsi un tipo di intelligenza ampia nella quale pensiero, azione ed emozioni interagiscono e crescono come tutt’uno (K. Hahn, H.J. Pestalozzi). Diventa essenziale imparare a mettersi in ascolto, prima ancora di imparare il linguaggio della natura; risvegliare in sé le capacità percettive sensoriali e di attenzione, fino ad affinare una capacità di contatto con la natura che fa emergere una sapienza non razionale ma intuitiva, quella che risiede nel selvatico. Da adulti può risultare difficile lasciarsi andare alla propria biofilia, per chi vive una vita urbana e prevalentemente domestica è comune percepire il bosco, o altri luoghi selvatici, come un ambiente difficilmente accessibile in quanto separato dalla propria quotidianità; riconoscere la rilevanza della natura e la sua bellezza può non essere sufficiente per intraprendere un percorso che porti a conoscerla da vicino.

Il gioco come promotore della crescita umana

Nell’infanzia, il gioco è fondamentale per la sperimentazione e l’attivazione della maggior parte dei processi di apprendimento; in questo senso si può dire che giocare è il “mestiere” di ogni bambino. Per questo, gli adulti dovrebbero rivolgere attenzione e gratitudine verso ogni atto di gioco espresso in loro presenza. Le parole giocare e imparare sono profondamente intrecciate nel mondo quotidiano degli umani giovani. Il compito dell’adulto può essere quello di facilitare la cornice, la situazione, e di fornire gli stimoli alle forme di gioco adatte alla fase evolutiva in atto; in questo modo possiamo ammirare la natura umana fare il resto.

Crescere significa agire nell’ambiente e questo richiede occasioni di espressione e libertà di movimento. Se forniti di materiali e circondati da ambienti avvincenti e ricchi di occasioni, le persone che possono seguire la loro attenzione scelgono e inventano giochi naturalmente adatti ai propri bisogni emotivi ed evolutivi. L’apprendimento esperienziale (D. Kolb, 2001) valorizza gli aspetti spontanei e autentici di ogni individuo e gruppo ispirandosi alle modalità di apprendimento che esprimiamo nelle prime fasi della nostra vita (J.Piaget, 1966, L.Vygotsky, 1997): prima ci sono i sensi e il movimento, l’impulso ad agire, poi la voglia di capire e dare un nome alle cose, poi il bisogno di unire e distinguere per scegliere chi essere e come agire nel mondo. Nel nostro caso, la determinazione del nostro agire pedagogico. 

Come progettare uno spazio all’aperto 

All’esterno è importante il tipo di ambiente che offriamo e per sostenere i processi di apprendimento spontanei dei bambini, l’ambiente naturale è l’ideale. Possiamo pensare uno spazio ad oggi antropizzato, cementificato e riempito di giochi di plastica rendendolo così più addomesticato in una versione più organica, con forme ondeggianti, fenologie vegetative variegate e, particolarmente importante, una gestione dell’impatto umano diversificata da tenuto a curato a salvaguardato a “quasi selvatico”. La natura si allea prontamente con i bambini, la loro curiosità e la loro voglia di fare e di muoversi. Progettiamo in futuro ambienti verdi in cui i protagonisti siano gli elementi naturali e che possano avere spazi per incontrare i bambini: l’erba – bassa, alta, a mezza misura- fiori, piante da frutto piccole o più grandi, terra, sabbia, acqua, giochi di luci e ombre, cunette, zone da lancio e zone da corsa. Ci possono essere aree diverse, delimitate da piccole siepi, ciascuno con elementi naturali che si presentano in modo diverso (luce, ombra, spazi piccoli e intimi, spazi aperti, orto, punti di prospettiva e rifugio.).

Ogni elemento naturale e il modo in cui si presenta, richiama e risveglia le percezioni sensoriali dei bambini, creando sodalizi esperienziali che sono la base dell’apprendimento: profumi, percorsi da fare a piedi nudi, superfici diverse, sapori, forme, suoni. Importante è anche permettere l’azione con le mani, raccogliere, impastare, provare, costruire, trasportare, travasare. Ci possono essere piccoli habitat ricreati da noi basandoci sulle conoscenze dell’ecologia applicata. Possiamo puntare l’attenzione agli ecotoni, i margini e gli habitat che li compongono come ad esempio un gradiente ecologico dal prato libero e curato al ruscello artificiale o anche dal fiume di pietre alla zona di foresta di bambù o dalla zona di savana con erbe spontanee di ogni tipo, in diversi cicli di vita insieme verso una zona di arbusti da frutto qua e là.

Piaget parla di pensiero senso motorio alla base dello sviluppo dell’essere umano: in outdoor il pensiero senso motorio si sviluppa a tutto tondo, mettendo delle basi solidissime al pensiero formale. Lo spazio all’aperto consente anche lo sviluppo dell’attenzione e della capacità di connessione ad essa legata: uno spazio ricreato al naturale offre ampie vedute così come infiniti dettagli, consentendo un esercizio insostituibile di passaggio dal particolare al generale che è un vero allenamento dell’attenzione. Solo stando in natura si può imparare a stare in natura: i pericoli che secondo gli adulti ci sono fuori, sono una minaccia solo per i bambini che non sono abituati a stare fuori, che non si sono confrontati con l’ambiente naturale, che non lo conoscono, che non hanno potuto svilupparvi delle abilità di movimento e connessione. La natura consente anche un equilibrato sviluppo emotivo: le onde emozionali possono propagarsi liberamente all’esterno, evitano di essere pressate interiormente. La vitalità del bambino trova spazio di espressione, così non si accumula tensione. I bambini che possono stare all’aperto regolarmente, sono più sereni e quieti. Anche le diverse condizioni atmosferiche aiutano in questo senso, perché assorbono le energie dei bambini, cavalcano e valorizzano il loro stupore, invogliano il coinvolgimento e l’azione collaborativa. Vivere fuori stimola l’interazione con gli altri, e genera legami profondi di relazione, fra adulti, fra bambini, e fra adulti e bambini. È consigliabile quindi uscire con qualsiasi tempo atmosferico conoscendo la differenza tra meteo pericoloso e non per sperimentare senza timori l’outdoor in tutte le sue forme.

Per saperne di più puoi iscriverti al corso Il giardino dolcemente accidentato – Come progettare uno spazio educativo all’aperto organizzato da Nature Rock.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/biofilia-educazione-in-natura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

1000 Metri: Un hotel abbandonato rivive per far ripartire la montagna

1000 metri è un sogno ad alta quota e un progetto per ridare vita a un borgo a cavallo tra mare e montagna. A Caprauna (CN), Loris Tisci ha ristrutturato un vecchio albergo abbandonato per trasformarlo in un progetto che accoglie famiglie, turisti e viaggiatori di passaggio, per mostrare loro tutta la bellezza e la tranquillità di questi luoghi immersi tra monti, boschi e nuove possibilità abitative.

Cuneo – Non possiamo dire che quest’anno e mezzo non sia stato difficile: un periodo scandito tra un “prima” e un “dopo”, per molti una sorta di bolla dove chiusure e limitazioni hanno messo in crisi il naturale scorrere del tempo. Ma oggi vi raccontiamo una storia che va controcorrente e che, in questo periodo di grandi interrogativi, ha cercato con impegno e determinazione di guardare sempre avanti per creare qualcosa di nuovo. È la storia di Loris Tisci e del suo progetto 1000 Metri che a Caprauna – piccolo paese di montagna dell’entroterra ligure ma ancora in territorio piemontese – sta contribuendo a rendere la sua borgata un luogo sempre più vivo e attrattivo.

Per spiegarvela bene, però, dobbiamo fare qualche passo indietro e trasportarci al 2017, in quel “prima” che ci sembra così lontano. In quell’anno un gruppo di artisti e professionisti avviò in questi luoghi montani il primo progetto di ripopolamento: il sogno era rendere Caprauna, all’epoca sempre più spopolata, un centro nuovamente vitale. Così, Luca Andrea Marazzini e Vittoria Bortolazzo, con pochi soldi in tasca, acquistarono dei vecchi ruderi per farne prima di tutto un luogo in cui vivere e poi uno spazio dove promuovere il recupero, coltivare terreni incolti e trasformare, insieme ad amici e volontari, questo borgo semiabbandonato tra i monti in un’isola unica e felice: l’Isola di Capraunica.

Poco dopo si unisce a loro anche Loris Tisci, che qualche anno fa ha deciso di comprare casa in questo piccolo paese diventando nuovo residente, con sua moglie e la sua bimba Sofia. Come l’amico Luca Marazzini in questo sogno ci ha sempre creduto e così ha deciso di recuperare un vecchio hotel, abbandonato da più di dieci anni, per trasformarlo in un nuovo progetto di accoglienza e invitare le persone a visitare questo piccolo pezzo di mondo dove la felicità è di casa. Come ci racconta, «negli anni ho sentito il bisogno di avviare un’attività che potesse rendere possibile la nostra vita qui. C’era una struttura che ci aveva colpito da parecchio tempo, un vecchio albergo che si chiamava “I Cacciatori”, ormai in stato di abbandono. Con l’avvento del Covid ci siamo attivati per prenderlo in gestione e iniziare questo nuovo progetto».

Così Loris si è rimboccato le maniche, ha partecipato e vinto un bando del Gal orientato alle nuove imprese nell’ambito del turismo, dando l’avvio ufficiale alla sua avventura, sempre appoggiato e sostenuto dall’associazione dell’Isola di Capraunica, da sempre compagna speciale in questo percorso.  Lo ha chiamato 1000 Metri, proprio come l’altitudine in cui si trova la piccola borgata Ruora che lo ospita.

«Il nostro paese conta 90 abitanti e negli ultimi anni sono state una ventina le persone che sono venute a vivere qua. Questo ovviamente ha anche creato un bisogno di servizi nuovi e diversificati dai pochi, pochissimi, che sono presenti ad oggi a Caprauna». Non solo turisti: 1000 metri vuole diventare un servizio dedicato prima di tutto al territorio, alle persone che qua vivono. Un’attività sociale, giovane e versatile dove tutti, grandi e piccoli, possono trovare il loro posto all’interno del progetto. La struttura ospita il bar e il ristorante/pizzeria, oltre agli appartamenti in affitto, ovvero case vacanze con cucina, camere e bagno dove poter passare giorni e settimane immersi tra boschi, torrenti e natura incontaminata. «Abbiamo messo a disposizione quattro appartamenti e un’intera struttura con giardino per le attività all’aperto. Il progetto ospiterà a breve una ciclofficina dedicata ai numerosi ciclisti che percorrono i sentieri turistici di queste terre per i loro itinerari e che qui potranno fare riparazioni e manutenzione della bicicletta. Abbiamo in programma di organizzare piccoli eventi culturali e artistici, attività di benessere come yoga e mindfulness, momenti dedicati alla musica come concerti e dj set, ma anche attività per i più piccoli come laboratori per bambini o un parco giochi attivo durante l’estate».

Loris si considera un “tuttofare” e grazie al suo lavoro manuale materiali di scarto e vecchi mobili abbandonati sono rinati e sono stati trasformati in tavoli, sedie e altri arredi. Poco comprato e molto ristrutturato. Tutto questo durante il passato inverno, quando, bloccato in casa e immerso nella pandemia, Loris ha fatto una scommessa con se stesso e si è dedicato a costruire, nella difficoltà, il suo pezzetto di futuro.

«Non è stato facile portare avanti le attività lavorative in quest’anno e mezzo ma far partire qualcosa di nuovo è per me un segno di speranza. Cerchiamo di offrire servizi nuovi e più comodità per chi vive nella borgata, dando alle famiglie la possibilità di tornare a vivere in questi luoghi. In fin dei conti, lo abbiamo visto già l’estate scorsa: nonostante fosse tutto bloccato, il numero di persone che passava di qua era progressivo in aumento, sintomo che le persone sentono sempre di più il bisogno di un posto dove stare a contatto con la natura».

1000 metri è un progetto appena nato ma è già animato da diverse persone che credono nel suo futuro. Ad esempio un giovane ragazzo del paese che è giunto a Caprauna durante l’inverno e che non se ne è più andato via. Così, grazie all’apertura dell’attività, è stato possibile per lui avere qui un lavoro garantito». O ancora: un gruppo di giovani ragazzi che avevano voglia di avvicinarsi a una vita rurale e di lanciarsi in un nuovo progetto turistico, lontano dalla dimensione dei ristoranti di riviera tipicamente liguri o dei grandi resort non troppo distanti da questi luoghi. Una vita di montagna, lenta e scandita dai ritmi della natura. Questo è 1000 metri ed è un sogno appena nato di cui siamo sicuri, torneremo presto a raccontarvi.

Buon inizio!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/1000-metri-hotel-montagna/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Case in canapa e calce per un abitare davvero sostenibile

È possibile costruire rispettando la natura? Come si può creare armonia tra attività umane e ambiente naturale? Messapia Style, Emilio e i suoi collaboratori cercano di darci una risposta diffondendo teoria e pratica di un modello di edilizia naturale fondato sull’utilizzo di materiali ecologici, tradizionali e anche economici: canapa e calce. Oggi più che mai l’ambiente ha bisogno di aiuto. L’emergenza climatica sta diventando un problema sempre più rilevante e la necessità di promuovere in ogni campo l’eco-sostenibilità è uno degli obiettivi cardine del ventunesimo secolo. Anche l’edilizia può svolgere un ruolo significativo in questo ambito, cercando di non arrecare danno a ciò che ci circonda. Ed è proprio qui che entra in gioco Messapia Style, una realtà salentina pioniera in Italia dell’edilizia naturale per la realizzazione di case in canapa e calce.

«Nel 2015 ho deciso di costruire per me e mia moglie questa abitazione a Supersano, nella quale tuttora viviamo, con l’uso di materiali ecosostenibili», racconta l’imprenditore bioedile Emilio Sanapo, fondatore dell’azienda. «Ho voluto sperimentare su di me per primo questo sistema innovativo fondato sull’uso della calce/canapa. Il mio obiettivo è proprio quello di non rimanere una goccia nel mare, ma di portare quante più persone possibile a seguire il mio esempio. Se tutti ci impegnassimo sarebbe un vero e proprio toccasana per l’ambiente, anche perché la canapa è un materiale rinnovabile e biodegradabile, cresce in cento giorni e con un ettaro si può costruire una casa».

Emilio Sanapo

L’intento di Emilio e dei suoi collaboratori è quello di promuovere un modo di vivere salutare attraverso la costruzione e la ristrutturazione delle abitazioni facendo uso di materiali naturali che non siano nocivi all’ambiente. La natura è infatti capace di fornirci tutti i mezzi necessari per realizzare case ed edifici che possano durare nel tempo e che siano in grado di fare del bene tanto all’uomo quanto alla natura stessa. In tutto ciò la canapa riveste un ruolo di primaria importanza. Si tratta di una pianta erbacea a ciclo annuale dalla quale si ricavano semi e fibre. Lo stelo legnoso invece contiene una buona quantità di silice e questo la rende resistente al fuoco e alla decomposizione. La miscela che viene utilizzata per la bioedilizia si realizza impastando con acqua la canapa, la calce idrata (un legante) e un eccipiente naturale che ha la funzione di far indurire quest’ultima in un tempo adeguato.

I materiali edili a base di canapa e calce presentano numerose proprietà, positive sia per l’uomo che per l’ambiente. Innanzitutto, le pareti costituite da questi elementi permettono di gestire in maniera naturale l’umidità, che viene mantenuta a un livello stabile intorno al 50-60%. Inoltre, si tratta di materiali isolanti che permettono di creare una barriera contro il calore, isolando sia dal freddo invernale sia dal caldo estivo. Questi fattori garantiscono costi di climatizzazione particolarmente bassi, per quanto riguarda sia i consumi energetici che la manutenzione degli impianti. La miscela di calce e canapa è del tutto traspirante ed esente da condense e muffe poiché, assorbendo la CO2, si viene a creare un clima interno all’abitazione salubre che tende all’alcalino. Inoltre, essa costituisce un materiale da costruzione ideale sia per il basso consumo di energia, sia per il bassissimo inquinamento in fase di produzione, di installazione e a fine vita. È, infine, un prodotto molto durevole nel tempo, a differenza dei materiali da costruzione sintetici che iniziano a presentare fenomeni di degrado dopo pochi anni. Emilio e i suoi collaboratori lavorano principalmente in Puglia, ma piano piano stanno esportando la filosofia della bioedilizia in tutta Italia, per insegnare a imprese o a persone normalissime come auto-costruirsi e costruire per altri abitazioni in calce/canapa. «Si tratta però – ci spiega Emilio – di una tecnica che solo parzialmente siamo riusciti a diffondere. Un grosso ostacolo è quello culturale: si è poco propensi a mettersi in gioco e a imparare nuovi modi di costruire anche se, nolenti o dolenti, saremo costretti a reinventarci, perché è l’ambiente a imporcelo. La mia speranza è che a livello politico qualcosa si possa muovere, per favorire innanzitutto lo sviluppo di questo tipo di materiali e penalizzare quelli derivanti dal petrolio e, soprattutto, per agevolare la filiera della bioedilizia, costruendo degli impianti di trasformazione della canapa».

I mattoni, i blocchetti in laterizio e il calcestruzzo utilizzati nelle costruzioni moderne vengono prodotti da impianti industriali che emettono grandi quantità di CO2, inquinanti per l’atmosfera. Per giunta, il cemento stesso contiene molto spesso alcune sostanze che sono tossiche sia per i lavoratori che per gli abitanti delle abitazioni. Messapia Style, Emilio e tutti i collaboratori di questa azienda si battono ormai da anni per cambiare la situazione attuale e per far fronte alle problematiche ambientali e della salute del singolo. Passo dopo passo, stanno diffondendo il loro ideale di edilizia naturale in calce/canapa, mettendosi al servizio dell’ambiente e dimostrando che anche una goccia d’acqua può far sentire la propria presenza in un mare, soprattutto se questa goccia ne ispira molte altre al cambiamento.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/case-in-canapa-e-calce-abitare-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Dall’ufficio di una multinazionale al frutteto: la storia di Elisabetta e Corrado

A Cecima, al confine tra Lombardia e Piemonte, Corrado ed Elisabetta sono riusciti a realizzare un importante progetto di vita: gestire un bed&breakfast, coltivare l’orto e prendersi cura dei loro alberi da frutto. Dopo anni di lavoro a Milano, hanno scelto di lasciare la città per ritrovare un contatto diretto e autentico con la natura. Non esiste il momento perfetto per cambiare vita, ma a volte è essenziale trovare il coraggio per farlo. Corrado e Elisabetta avevano un sogno nel cassetto: allontanarsi dalla città e vivere assecondando i ritmi della natura. A maggio dell’anno scorso, quando tutti uscivamo incerti e frastornati dal primo lungo lockdown, forse guardando il mondo per la prima volta con occhi nuovi e non più dalla prospettiva angusta di una finestra, per loro due è stato l’incredibile inizio di una nuova avventura. Solo pochi mesi prima, intorno a febbraio, si erano innamorati di un’antica casa di pietra con il fienile annesso e già ristrutturato, ideale per ospitare un bed and breakfast. «Quando è la cosa giusta, tutto sembra incastrarsi alla perfezione», mi racconta Corrado, mentre continua a innaffiare il giardino che circonda la casa, prima che faccia buio. Se c’è una cosa che ha imparato da quando si sono trasferiti a Cecima, è che la campagna richiede tanta cura e dedizione: «La luce del giorno segna il ritmo, finché c’è luce si può continuare a lavorare».

Dopo essere stato diversi anni responsabile per l’Italia di una multinazionale svedese, proprio nel momento in cui la vita sembrava non riservare più grandi stravolgimenti e inversioni di rotta, Corrado ha deciso di abbandonare il suo lavoro e cercare insieme a Elisabetta di vivere in modo più autentico, lontani dal frastuono cittadino. «Eravamo stanchi dei ritmi forsennati della città. In campagna si lavora molto, eppure siamo più felici», mi racconta Corrado. Non è sempre stato facile prendere delle decisioni e cimentarsi in qualcosa di completamente nuovo. Il loro progetto è stato costellato anche di inevitabili errori, su cui hanno saputo farsi una bella risata e imparare qualcosa in più. L’antico fienile oggi ospita due monolocali e due bilocali per accogliere i clienti del B&B, che spesso finiscono per diventare amici, complice la calorosa accoglienza dei padroni di casa. Arredati e dotati di ogni comfort, è possibile trascorrervi periodi anche più lunghi, nell’ottica di una nuova forma di turismo a passo lento. Il Velo di Maya – questo è il nome che hanno scelto per la loro nuova casa – è un luogo incantevole in cui rifugiarsi. Il paesaggio collinare degrada dolcemente verso valle e regala ogni giorno uno spettacolo unico.

Corrado e Elisabetta hanno in progetto di dedicare questo spazio a varie attività, come seminari, trattamenti olistici, eventi, presentazioni di libri. Purtroppo la situazione che ci troviamo a vivere ha interrotto molte delle iniziative in programma, ma Il Velo di Maya continua a essere un luogo di pace in cui trascorrere un week-end di relax o più giorni, anche per lavorare da remoto senza rinunciare al contatto con la natura. Il giardino, di circa quattromila metri quadrati, inizia a regalare i suoi preziosi frutti. Sono stati messi a dimora peschi, albicocchi, peri, aceri rossi. Vi erano già dei noccioli, dei noci e dei ciliegi. «Il nostro obiettivo – prosegue Corrado – è renderci autosufficienti dal punto di vista alimentare, riuscendo a produrre nel nostro orto il necessario per vivere». Il terreno a loro disposizione è alquanto scosceso: dei terrazzamenti sono stati creati per ospitare l’orto, da accudire secondo i principi della permacultura, tenendo conto dei ritmi stagionali delle piante coltivate.

In questo luogo è facile ritrovare sé stessi, immersi nella pace dell’oltrepò pavese, con i suoi paesaggi mozzafiato. Si può visitare il centro storico di Cecima, con il suo dedalo di vicoli realizzati con i ciottoli del torrente Staffora, o dedicarsi a varie attività, come le escursioni a piedi, in mountain bike e a cavallo. Non lontano ci sono l’osservatorio astronomico di Cà del Monte e le terme di Rivanazzano. Oltre «l’illusione del velo di Maya in cui siamo costantemente immersi», Elisabetta e Corrado non smettono di ricercare la purezza di una nuova vita a contatto con la natura. La bellezza del paesaggio li ricambia ogni giorno per il coraggio con cui hanno intrapreso questa nuova avventura, oltre a far innamorare i fortunati ospiti di questa oasi di pace.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/ufficio-multinazionale-frutteto-elisabetta-corrado/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Camminata meditativa: benefici e perché praticarla

La camminata meditativa consente di riequilibrare l’armonia tra mente, corpo e respiro. Ecco come praticarla e i suoi benefici.

(Foto Pexels)

La camminata meditativa è una tecnica meditativa dai grandi benefici. Si tratta di una pratica di meditazione in movimento che sincronizza mente, corpo e respiro. Essa si focalizza sul ritmo del battito cardiaco attraverso il quale decidere pause e movimenti. Si tratta di una pratica che garantisce grande consapevolezza dei movimenti e dello spazio circostante. Esistono tanti tipi di cammini, religiosi, sportivi, meditativi. Il primo ad usare questa tipologia di camminata è stato Thich Nhat Hanh, un monaco buddista. Il suo ideale di “percorso meditativo” si basava su uno stretto contatto con la natura dal fine terapeutico.

La camminata meditativa e i suoi benefici

I benefici della camminata meditativa sono molteplici. Trattandosi di una meditazione, questa agisce direttamente sulla nostra mente diminuendo tensione e stress. Focalizzandosi sul respiro e sul movimento, si riducono i livelli di cortisolo nel sangue e, di conseguenza, si stimolano le molecole del buon umore come la serotonina.

(Foto Pexels)

Benché meditativa, è pur sempre una camminata e comporta dei benefici anche a livello fisico. Questa pratica infatti favorisce il processo di termoregolazione corporea, rafforza il sistema muscolare e immunitario prevenendo influenze e raffreddori.

Step 1, respira e concentrati sui movimenti

Prima di iniziare è bene focalizzarsi sul proprio respiro assumendo una posizione rilassata, ma statica. Successivamente, nella postura più comoda possibile, iniziare a camminare a ritmo lento facendo attenzione alla pressione dei piedi sul terreno. Iniziare a prendere consapevolezza del proprio respiro, del movimento di camminata e di tutte le sensazioni corporee relative ad esso.

(Foto Pexels)

Step 2, focalizzati sul movimento

La funzione della camminata meditativa è quella di incanalare tutta l’attenzione sui movimenti degli arti inferiori, dalle gambe, alle caviglie fino ai talloni. Concentrarsi sul movimento del tallone e della pianta del piede, cercando di non farsi distrare da eventuali rumori esterni. In questo modo si riuscirà ad alleviare gradualmente la tensione dal basso verso l’alto.

Step 3, lascia andare il negativo e abbandonati alle sensazioni

Lo scopo della camminata meditativa è anche quello di assumere consapevolezza delle emozioni percepite lungo tutto il percorso, siano esse positive o negative. Una volta raggiunto un equilibrio tra la propria interiorità e lo spazio circostante, il cammino potrà dirsi compiuto alla perfezione.

Sophia Melfi

Fonte: inran.it