I suoni della natura per una salute migliore: lo studio

I suoni prodotti dalla natura aiutano ad avere una salute migliore: è ciò che è emerso da uno studio americano da poco pubblicato.

(Foto Pixabay)

Uno studio americano condotto dai ricercatori di tre università americane ha lavorato per dieci anni sulla teoria che i suoni della natura migliorino la salute. Lo studio è stato svolto dalla Michigan State University, dalla Colorado State University e dalla Carleton University in collaborazione con il Servizio Nazionale dei Parchi americano. I dati sono stati raccolti da varie parti del mondo e hanno aiutato gli studiosi a decretare che i rumori della natura non hanno soltanto un effetto rilassante.

Gli effetti dei suoni naturali sulla salute

Lo studio pubblicato dalla rivista Pnas afferma che i suoni della natura hanno proprietà benefiche sulla salute. Dopo aver raccolto delle registrazioni audio da più di cento diversi parchi americani gli studiosi hanno fatto ascoltare agli studenti i suoni della natura. I partecipanti all’esperimento hanno riscontrato vari benefici dall’ascolto come riduzione del dolore e dello stress, un umore migliore e migliori capacità cognitive.

(Foto Pixabay)

Gli studiosi sono riusciti ad individuare alcuni suoni naturali che agiscono su aree specifiche della salute. Ad esempio il rumore dell’acqua aumenta le emozioni positive e il benessere generale mentre il canto degli uccellini riduce e aiuta a combattere lo stress.

Perché è importante ascoltare i suoni della natura

I ricercatori dello studio raccomandano di trascorrere con regolarità del tempo in mezzo alla natura per trarre beneficio dai suoni che essa produce. Stare all’aria aperta è importante soprattutto per la crescita sana dei bambini. Venendo da una situazione molto particolare che è quella dei lockdown gli studiosi sottolineano il peso che ha sulla salute il trovare del tempo da trascorrere in mezzo alla natura.

(Foto Pixabay)

Stare chiusi in casa ha conseguenze che si manifestano sul nostro corpo ed è quindi importante trascorrere del tempo all’aperto. Le attività che si possono fare sono moltissime e i diversi luoghi naturali offrono un numeroso assortimento di suoni unici. Anche per rispondere al bisogno delle persone di passare del tempo in mezzo alla natura sono in aumento in tutto il mondo attività turistiche e ricreative concentrate su di essa. Le passeggiate sonore sono dei percorsi organizzati da esperti mirati all’ascolto della natura. Ai partecipanti è richiesto silenzio per ascoltare al meglio i suoni naturali e apprezzare l’ambiente che li circonda.

Fonte: inran.it

Thar do Ling: permacultura e consapevolezza come scelta di vita

Qualche anno fa una coppia di siciliani ha sentito l’esigenza di rimodulare la propria vita per renderla più consapevole, più sostenibile, più lenta. Da questo bisogno è nato il centro Thar do Ling, ispirato ai principi della permacultura con uno sguardo rivolto alla spiritualità tibetana. Il centro è stata una delle tappe del nostro tour nella Sicilia Che Cambia. Partiamo da Tusa e ci dirigiamo verso Montelepre attraversando le Madonie orientali, evitando le autostrade e imbattendoci in un percorso un po’ tortuoso, ma godendoci il paesaggio e scoprendo piccoli paesini fin a quel momento sconosciuti. Siamo in provincia di Palermo, precisamente a Sagana, nel comune di Montelepre, in una splendida valle nel bacino del fiume Nocella. Dopo un piacevole viaggio giungiamo a Thar do Ling, una nuova tappa del viaggio nella Sicilia Che Cambia. Ad accoglierci suoi fondatori, Simona Trecarichi e Danilo Colomela. Appena arrivati, mentre i figli di Simona e Danilo sono attratti dai miei cani che scorrazzano in cerca di palle con cui giocare, ci concediamo un tè per conoscerci meglio a telecamere spente. Simona e Danilo ci raccontano la loro storia e le scelte di vita che hanno portato alla nascita del centro Thar do Ling, dedicato allo sviluppo della consapevolezza.

Qualche anno fa una coppia di siciliani ha sentito l’esigenza di rimodulare la propria vita per renderla più consapevole, più sostenibile, più lenta. Da questo bisogno è nato il centro Thar do Ling, ispirato ai principi della permacultura con uno sguardo rivolto alla spiritualità tibetana. Il centro è stata una delle tappe del nostro tour nella Sicilia Che Cambia. Partiamo da Tusa e ci dirigiamo verso Montelepre attraversando le Madonie orientali, evitando le autostrade e imbattendoci in un percorso un po’ tortuoso, ma godendoci il paesaggio e scoprendo piccoli paesini fin a quel momento sconosciuti. Siamo in provincia di Palermo, precisamente a Sagana, nel comune di Montelepre, in una splendida valle nel bacino del fiume Nocella. Dopo un piacevole viaggio giungiamo a Thar do Ling, una nuova tappa del viaggio nella Sicilia Che Cambia. Ad accoglierci suoi fondatori, Simona Trecarichi e Danilo Colomela. Appena arrivati, mentre i figli di Simona e Danilo sono attratti dai miei cani che scorrazzano in cerca di palle con cui giocare, ci concediamo un tè per conoscerci meglio a telecamere spente. Simona e Danilo ci raccontano la loro storia e le scelte di vita che hanno portato alla nascita del centro Thar do Ling, dedicato allo sviluppo della consapevolezza.

L’idea comincia a maturare nel 2005, originata dal desiderio di creare un luogo in cui poter vivere a contatto con la natura e praticare un modello di vita ecocompatibile, basato su uno stile di vita semplice e lontano dai consumi eccessivi. «La prima attività è stata quella di recuperare attraverso la bioedilizia un immobile che stava andando in malora», racconta Simona. In un primo momento i due fondatori hanno mantenuto il loro lavoro a Palermo, ma col tempo, anche attraverso la conoscenza della permacultura, hanno deciso di creare un’associazione di promozione sociale e divulgare quanto appreso.

«Da un posto da mantenere è diventato un posto che ci mantiene», prosegue Simona. Durante tutto l’anno, infatti, vengono proposti corsi, seminari, workshop, cantieri didattici, campi per ragazzi e famiglie, attività educative per le scuole, ritiri di meditazione e pratica spirituale. Le caratteristiche principali dello stile di vita di Simona e Danilo sono parte integrante della loro offerta formativa, in particolare l’alimentazione vegetariana e, quando possibile, locale e biologica, l’attenzione alla riduzione dei rifiuti – i prodotti usa e getta non sono utilizzati –, l’uso di detersivi ecologici acquistati alla spina, la compostiera per gli avanzi della cucina, l’uso di un sistema di riscaldamento a biomassa per evitare sprechi e preservare la salubrità dell’ambiente e tanto altro. Durante la visita al Centro Thar do Ling sono rimasto particolarmente affascinato dalle arnie, alcune delle quali vengono costruite da Danilo che, oltre a produrre del miele buonissimo – penso il migliore che abbia mai provato –, organizza sia al Centro che presso altre strutture corsi di apicoltura naturale.

L’idea comincia a maturare nel 2005, originata dal desiderio di creare un luogo in cui poter vivere a contatto con la natura e praticare un modello di vita ecocompatibile, basato su uno stile di vita semplice e lontano dai consumi eccessivi. «La prima attività è stata quella di recuperare attraverso la bioedilizia un immobile che stava andando in malora», racconta Simona. In un primo momento i due fondatori hanno mantenuto il loro lavoro a Palermo, ma col tempo, anche attraverso la conoscenza della permacultura, hanno deciso di creare un’associazione di promozione sociale e divulgare quanto appreso.

«Da un posto da mantenere è diventato un posto che ci mantiene», prosegue Simona. Durante tutto l’anno, infatti, vengono proposti corsi, seminari, workshop, cantieri didattici, campi per ragazzi e famiglie, attività educative per le scuole, ritiri di meditazione e pratica spirituale. Le caratteristiche principali dello stile di vita di Simona e Danilo sono parte integrante della loro offerta formativa, in particolare l’alimentazione vegetariana e, quando possibile, locale e biologica, l’attenzione alla riduzione dei rifiuti – i prodotti usa e getta non sono utilizzati –, l’uso di detersivi ecologici acquistati alla spina, la compostiera per gli avanzi della cucina, l’uso di un sistema di riscaldamento a biomassa per evitare sprechi e preservare la salubrità dell’ambiente e tanto altro. Durante la visita al Centro Thar do Ling sono rimasto particolarmente affascinato dalle arnie, alcune delle quali vengono costruite da Danilo che, oltre a produrre del miele buonissimo – penso il migliore che abbia mai provato –, organizza sia al Centro che presso altre strutture corsi di apicoltura naturale.

Tra i progetti futuri, Danilo ci racconta la volontà di creare dei tour esperienziali per i quali sta predisponendo un piano di interpretazione ambientale – una branca dell’educazione ambientale – che permetterà ai visitatori attraverso la traduzione di un codice, quello della natura, di approfondire i valori del luogo e il contesto circostante. Un’altra possibilità che offre il centro Thar do Ling è quella del woofing per chi voglia fare esperienza di vita rurale e immergersi nelle varie attività proposte in un clima conviviale. Infine, un’ultima curiosità legata al nome. Thar dö Ling in tibetano significa “Terra di chi aspira alla grande pace”; Centro per lo sviluppo della consapevolezza invece è una dicitura che legata a una riflessione: «Pensiamo che tutti i problemi del nostro Pianeta – concludono Simona e Danilo – possano essere risolti solo se abbiamo la consapevolezza che il primo passo da fare deve essere il nostro. Per saper muovere i passi bisogna allenarsi. Il Centro Thar dö Ling vuole essere la palestra!».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/thar-do-ling-permacultura-consapevolezza-scelta-di-vita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Corazoncitos: la scuola outdoor dove si impara facendo.

Corazoncitos è un progetto educativo creato da alcune famiglie homeschoolers nell’imperiese che desideravano un luogo didattico immerso nel verde per i propri figli. Missione compiuta! Oggi otto bambini possono crescere a contatto con la Natura e imparando da essa. Immaginate un’aula, una lavagna con i gessetti, i banchi, la cattedra e una grande finestra, quella da cui si sbirciavano le nuvole e le stagioni cambiare. Ora eliminate tutto, anche i muri: visualizzate un luogo in cui l’aula è la natura e dove si impara facendo. L’aggancio di ogni materia alla natura è la base fondante di Corazoncitos, scuola parentale in natura, in cui l’ambiente esterno è la risorsa principale della formazione stessa. Rispetto a una scuola tradizionale, qui è il contesto a fornire gli stimoli per la gestione quotidiana della didattica. «Ogni volta che ci approcciamo a una materia, – racconta Valentina, l’educatrice – ci chiediamo cosa la natura ci può dare rispetto a quel particolare argomento». Per questo non mancano passeggiate ed esplorazioni, oltre all’orto didattico e alla cura delle galline.

La giornata tipo? «Ogni mattina, per prima cosa, i bambini si siedono in cerchio e si salutano – spiega Rosy Masuzzo, co-fondatrice del progetto –, raccolgono l’erba per le galline e poi scendono a vedere se nell’orto didattico c’è qualcosa di maturo per fare merenda tutti insieme. Dopodiché ci si dedica all’apprendimento: per esempio, l’altro giorno con il maestro Elio hanno imparato le misurazioni delle forme geometriche come quadrato e rettangolo». Proprio nell’orto.

«Mettere al centro le famiglie che desiderano incoraggiare una scelta di vita educativa diversa per i propri figli è il pilastro su cui si fonda l’intero progetto educativo». I protagonisti dell’esperienza comune sono proprio le famiglie che accompagnano il bambino in queste nuove esperienze, alimentando il senso di appartenenza collettivo.

Il primo anno scolastico dei “piccoli cuori” è iniziato a settembre 2020, all’interno dei terreni dell’azienda agricola Rolè. Il gruppo è eterogeneo ed è formato da otto bambini. La composizione diagonale e l’intersezione stessa di diverse fasce d’età che si compenetrano rende l’attività ancora più stimolante, perché i singoli partecipanti, dalla scuola primaria fino alla secondaria di primo grado, collaborano in sincrono e cooperano, proprio come gli ingranaggi di un unico macchinario. Essere educatori in questo tipo di progetti significa sposarne in toto la filosofia: «Dedicarmi alla loro educazione, portare ogni mattina la gioia di vivere, il piacere della condivisione e aiutarli a interiorizzare la compassione per me è un privilegio, perché io cresco con loro». Questo approccio educativo, interamente basato sull’ascolto, testimonia che sentendo davvero i bambini, i loro bisogni e sentimenti, è possibile seminare in ognuno di loro fiducia e amore.

«Il vero obiettivo – rivelano Rosy e Valentina – è che tutti i bambini qui crescano come persone». E in questi primi mesi tutti i piccoli “alunni” stanno innegabilmente traendo un enorme beneficio da questa convivenza con la natura, soprattutto sotto l’aspetto relazionale, non solo didattico, perché imparano ogni giorno a vivere insieme.

“Troverai più cose nei boschi che nei libri. Gli alberi e i sassi ti insegneranno cose che nessun uomo ti potrà dire”. Bernardo di Chiaravalle

Per approfondire, ascolta l’intervista integrale a Rosy e Valentina qui. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/corazoncitos-scuola-outdoor/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Stefania e Andrea: “Costruiamo una casa su misura per noi e le nostre api”

Alchimilla Apicoltura è l’azienda agricola di Stefania Conte e Andrea Peretti, una giovane coppia che vive a Mathi, in provincia di Torino, e che qui ha deciso di autocostruire la casa dei propri sogni e di condividerla con le loro api, dedicandosi all’apicoltura e alla produzione di mieli naturali e locali. Arriva un momento, nella vita, in cui i sogni non possono più rimanere chiusi nel cassetto a prendere polvere e in cui è necessario un po’ di coraggio per dare loro la forma giusta. Spesso sono proprio questi momenti, costellati da punti interrogativi e tante incertezze, ad anticipare i cambiamenti più belli della nostra vita. Solo che ancora non lo sappiamo! Momenti in cui rischiare è la sola scelta possibile per creare il nostro futuro. La storia di oggi parla di una giovane coppia, qualche ape e un sogno grande come una casa… fatta con legno e paglia. È la storia di Stefania Conte e Andrea Peretti che dopo la laurea si sono trovati a un bivio, come sovente succede a molti giovani: rimanere in Italia facendo i conti con un futuro incerto o avventurarsi all’estero, alla ricerca di maggiori sicurezze economiche.

«Subito dopo una laurea in lingue ho cercato lavoro nell’ambito dell’organizzazione di eventi culturali ma purtroppo sono entrata nel mondo del lavoro in un momento di crisi, trovando soltanto lavori saltuari. Andrea, il mio compagno, si è laureato in architettura con una tesi in ambito edilizio sul tema dell’autocostruzione attraverso l’impiego della paglia. Nello studio in cui lavorava, però, passava molte ore seduto al computer e la vita da ufficio non era ciò che desiderava. Pian piano ci siamo resi conto che insieme potevamo creare qualcosa di diverso. Abbiamo voluto farlo, non fuggendo ma rimanendo, poiché sentivamo forte l’esigenza di dare speranza al nostro territorio, anche a scapito delle certezze economiche».

Così Andrea e Stefania hanno deciso di reinventarsi e avvicinarsi al mondo agricolo, per sperimentare una vita a misura dei loro sogni, dove il contatto con la natura, il lavoro manuale e le mille sfumature dei colori delle stagioni li facessero sentire a casa. Così la scelta è stata quella di vivere nelle valli di Lanzo, in provincia di Torino.

«In quel periodo cercavamo una casa che avesse un terreno da poter coltivare ma non abbiamo trovato nulla che facesse al caso nostro». La speranza però è l’ultima a morire e i nostri protagonisti si sono lanciati in un’impresa coraggiosa e quasi impossibile: costruire da soli la casa dei loro sogni! Una casa a basso costo e a basso impatto, coibentata con isolanti naturali come la paglia. Una casa realizzata a quattro mani, mettendo in pratica le loro conoscenze nell’ambito di bioedilizia e facendosi aiutare da qualche amico. Negli anni, grazie all’aiuto di un amico che allevava le api, si sono appassionati all’apicoltura e hanno deciso di dare vita alla loro azienda agricola che hanno chiamato Alchimilla Apicoltura, dove producono miele artigianalmente con metodi naturali, senza l’utilizzo di trattamenti chimici. Qui, insieme alle loro api, alternandosi tra la pianura e la montagna, producono miele di acacia, millefiori, tiglio, tarassaco, rododendro e castagno. Nella loro accogliente casa ospitano chiunque abbia voglia di conoscere da vicino il magico mondo delle api: organizzano ogni anno un corso di apicoltura insieme ad ATA – Associazione Tutela Ambiente di Ciriè e hanno fondato il progetto “Adotta un alveare”, che prevede un’esperienza in apiario e la consegna di qualche vasetto di miele.

«Non è facile vivere di sola apicoltura. Negli ultimi anni abbiamo visto che si riesce a produrre sempre meno miele a causa di diversi fattori ambientali, del cambiamento climatico e dell’inquinamento. Noi ci sentiamo fortunati perchè viviamo in una zona dove non ci sono coltivazioni intensive e le api stanno bene. Si tratta di una zona molto ambita poiché, spostando le arnie anche di poco, si possono raggiungere altitudini con fioriture diverse. Una volta costruita la casa abbiamo smesso di fare tutto il resto e ci siamo dedicati solo all’apicoltura. Questa è la nostra idea di vita tranquilla e naturale: prenderci cura delle api, seguire personalmente gli alveari, occuparci della parte di laboratorio e della vendita».

All’inizio Stefania alternava il lavoro in modo da avere il tempo di seguire la creazione della casa e Andrea, con la sua voglia di mettersi in gioco, ha dimostrato che tutto ciò che ha studiato sui libri poteva essere trasformato in una realtà fatta a loro misura.

«Le fatiche sono state tantissime e l’autocostruzione è un progetto molto più impegnativo di quanto i libri ti raccontano. Ci sono stati momenti difficili dove la stanchezza prendeva il sopravvento e per anni abbiamo lavorato alla costruzione della casa nei ritagli di tempo, sacrificando molto del nostro tempo libero. Ma sono proprio i progetti più faticosi quelli che ti formano e ti fanno crescere. Dall’inizio della nostra avventura siamo cambiati molto e sappiamo che ogni fatica ne è valsa la pena, proprio perché questa era la vita che volevamo». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/stefania-andrea-costruiamo-casa-misura-noi-nostre-api/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Ritrovare il contatto con la natura per vivere bene e in salute

Sono ormai noti i benefici che la vicinanza ad un ambiente naturale comporta per la nostra salute, intesa come stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale. Recuperare il contatto con la natura attraverso la promozione di pratiche come le immersioni forestali, proposte in Italia da A.I.Me.F., è dunque fondamentale per vivere bene.

 “Finché c’è salute, c’è speranza” e “finché c’è natura, c’è vita”. Così potrebbero essere riletti i fondamenti della nostra esistenza di esseri umani. Specie in questo periodo, in cui la salute di tutti è tanto a rischio ed è tanto legata alle sorti dell’ambiente. Ma cos’è la salute e quali fattori la promuovono? Il concetto di Promozione della Salute è stato teorizzato in varie epoche storiche, fino ad una codifica avvenuta nel 1986 ad opera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità attraverso la Carta di Ottawa che ne fa una forma di impegno ed un obiettivo di ogni Società Civile. Nel testo, la  Salute viene definita come “il processo che consente alle persone di esercitare un maggior controllo sulla propria salute e di migliorarla”.
A che punto siamo, oggi, rispetto a questo obiettivo? È sempre più evidente che sia necessario un radicale cambio di paradigma, che avverrà forse quando inizieremo a diventare pienamente e  individualmente responsabili della nostra salute. In che modo? In primis rilanciando l’intrinseca capacità di adattamento e le risposte del nostro sistema immunitario, unica vera salvaguardia per la promozione della salute. Oltre a questo, è ormai nota a tutti l’importanza della nutrizione, della giusta idratazione, del movimento, della meditazione, del riposo e della lotta ai numerosissimi fattori stressogeni. Tutto ciò, ha un potenziale enorme di promozione della salute individuale. Accreditati studi internazionali hanno effettuato stime quantitative dell’impatto di alcuni fattori sulla longevità e la salute delle comunità. Tra questi, viene sottolineata l’incidenza dei servizi sanitari, gli stili di vita e i fattori genetici ereditari. Ma, ciò che più ci interessa mettere in evidenza, è l’importanza delle condizioni ambientali sulla salute, a cui si vorrebbe un’incidenza 20-30% (1).

Dunque, concentrare l’attenzione e le risorse sul rapporto tra salute e natura è oggi più che mai necessario se si vuole intraprendere un percorso di responsabilizzazione verso la propria salute, e quella delle persone che ci circondano.

Quali pratiche possono favorire tale rapporto, tra l’altro ancestrale e fondamentale? Molte le risposte. Una, in particolare, si caratterizza per il suo carattere innovativo ed inaspettato. Si tratta della Medicina Forestale (Forest Therapy), una scienza proveniente dall’Asia e diffusa ormai  in tutto il mondo, che sta dimostrando quanto possa essere efficace il potere terapeutico della Natura. Negli  anni ’80, il medico immunologo giapponese Qing Li e il medico ed amministratore forestale Yoshifumi Miyazaki hanno dimostrato che il semplice avvicinamento alla natura e agli alberi sia enormemente efficace nel promuovere la salute e potenziare il sistema immunitario. Le loro ricerche hanno evidenziato gli effetti calmanti, drenanti, miorilassanti, antinfiammatori, antidolorifici, antitumorali, antibatterici, antivirali e molto altro, i quali si attivano nell’organismo a seguito dell’inalazione delle sostanze volatili diffuse spontaneamente e continuamente dalle piante attraverso le foglie, la corteccia, i fiori e anche le radici. Queste sostanze, identificate a migliaia e ad oggi classificate in circa 3000 tipologie, sono definite B-VOC: Composti Organici Volatili di origine Biogenica. Sono proprio i BVOC che rendono l’ambiente forestale tanto salutare e benefico per la salute dell’ecosistema, essendo, per esempio, l’alfabeto attraverso cui gli esseri vegetali comunicano. E per noi esseri umani? A cosa si deve tanto beneficio? Per capirlo, basta guardare ai nostri antenati che si sono evoluti dentro le foreste respirando e assorbendo gli stessi B-VOC che curavano le malattie delle piante. Proprio allora è nata la prima forma di fitoterapia, branca antichissima della medicina su cui si basa oltre il 90% dei farmaci esistenti. La buona notizia è che ancora oggi, noi uomini, presunti civilizzati, conserviamo sulla nostra pelle i recettori giusti, di membrana e intracellulari, per interagire ed assorbire queste molecole volatili.

Ma, andiamo un po’ più a fondo della pratica di Forest Therapy, che niente ha a che fare con la magia o la superstizione. Tutt’altro : è scienza, ricerca ed esperienza. In Giappone, infatti, la Medicina Forestale è oggi prescritta regolarmente dai medici che raccomandano a molti pazienti lo Shinrin-yoku, traducibile con Bagno nel Bosco o Immersione Forestale, al fine di recuperare il benessere fisico e psichico mediante il lento e consapevole inoltrarsi in una foresta trascorrendo del tempo immersi nella natura a diretto contatto con gli alberi. Se opportunamente mediata da facilitatori preparati, e testata con appositi apparecchi medici, tale esperienza ha un effetto benefico per le difese immunitarie e antitumorali, per la funzionalità dei sistemi cardiovascolare, broncopolmonare, metabolico e muscolo scheletrico, oltre a combattere lo stress, di cui è cronicamente affetta la nostra società globale. Cosa prescrivere, allora, come miglior farmaco, se non la natura?! E, viceversa, come non prendersi cura di quella patologia che deriva dalla sua mancanza?! A tal proposito, il giornalista e autore Richard Louv (2), nel 2005 ha coniato il termine “Sindrome da Deficit di Natura”. Con questo concetto si riassumono tutti quei disturbi, dal diabete, all’ipertensione, la depressione, l’ansia, il deficit di memoria e le malattie neurodegenerative, riscontrati soprattutto nei cittadini abituati oggi a trascorre oltre il 95% del proprio tempo al chiuso e sotto continui stimoli di stress. Questo Deficit di Natura ci fa ammalare più facilmente facendoci divenire fragili e più soggetti all’attacco di agenti patogeni. Per fortuna, oggi, molti medici in tutto il mondo, e in piccola parte anche in Italia, stanno iniziando a fare riferimento a questa patologia prescrivendo come cura, il semplice ed economico contatto con la natura, oltre ad uno stile dai ritmi più lenti e consapevoli. In poche parole, più naturali! Ecco, allora che pratiche come i bagni di Bosco, lo Shinrin yoku, e le immersioni forestali, diventano un vero e proprio Atto Terapeutico, efficace ad ogni età e in tutte le circostanze.

Anche in Italia, dal 2018, grazie all’A.I.Me.F.,  l’Associazione Italiana di Medicina Forestale, hanno iniziato ad operare sul campo esperti facilitatori di Forest Therapy e stanno sorgendo dei Forest Bathing Center, ovvero dei luoghi qualificati e certificato dove svolgere le attività di Medicina Forestale (3). In questi luoghi, sparsi per tutta Italia, grazie all’A.I.Me.F.. è scientificamente provato che il contatto con la natura abbia un effetto benefico nella promozione della salute individuale.
Ma quanto tempo bisogna trascorrere in natura, in particolare accanto agli alberi? La medicina forestale, raccomanda almeno 4-6 ore a settimana, in ogni stagione. Ovviamente, maggiore è il tempo trascorso in foresta, in un bosco o un parco urbano, maggiori saranno i benefici a vantaggio del sistema immunitario, l’aumento delle capacità di adattamento e la promozione dei meccanismi di autoguarigione. Tuttavia, è possibile mantenere attivi gli effetti salutari della forest therapy trascorrendo anche solo 30-40 minuti ogni giorno in quei luoghi. Quindi l’invito è di favorire sempre più il processo di riavvicinamento alla natura. In fondo, come esulta il motto dell’A.I.Me.F.: “La natura siamo noi!”.

Note:

  1. Influenzano salute e longevità soltanto per il 10-15%, mentre gli stili di vita contribuiscono per il 40-50%, e i fattori genetici ereditari per un altro 20-30% (Canciani L., Struzzo P.L., 2011. La Promozione della Salute, capitolo in Gasbarrini Cricelli: Trattato di Medicina Interna. Verducci Editore, Roma)
  2. Richard Louv. Last Child in the Woods: Saving Our Children from Nature-Deficit Disorder 2005
  3. Zavarella P., Sigismundi G., Dell’Aquila L., MANIFESTO della Medicina Forestale. Edizioni A.I.R.O.P. 2019.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/ritrovare-contatto-natura-per-vivere-bene-in-salute/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Milano, food policy: oltre 100 orti didattici nelle scuole, pubblicate le linee guida per crearli

Anche in vista della riapertura di questo particolare anno scolastico, che richiede l’individuazione di progetti all’aperto, sono state pubblicate dal Comune di Milano le “Linee Guida per gli orti didattici nelle scuole milanesi”

La realizzazione di un orto scolastico è tra le opportunità formative più efficaci e coinvolgenti per bambini e ragazzi. Già oggi sono 107 quelli attivi nelle scuole comunali e statali di Milano: 62 nelle Scuole dell’Infanzia e 20 nei Nidi, 12 in Istituti comprensivi, 9 in Scuole Primarie, 2 in Scuole secondarie di I grado e 2 in Scuole dell’Infanzia statali. Tra gli orti didattici realizzati nelle scuole del Comune di Milano, 36 sono stati creati e vengono gestiti con il supporto di professionisti, 26 con l’aiuto di volontari e 20 sono completamente ‘fai-da-te’.  Proprio partendo da queste esperienze e con l’obiettivo di educare al valore della natura e del cibo fin da piccoli e garantire attività costruttive all’aperto – a maggior ragione in vista della riapertura di questo particolare anno scolastico, che richiede l’individuazione di progetti all’aperto per fronteggiare l’emergenza Covid-19 – sono state pubblicate dal Comune di Milano le “Linee Guida per gli orti didattici nelle scuole milanesi”: www.foodpolicymilano.org/wp-content/uploads/2020/02/Linee-Guida-Orti-Didattici.pdf.

All’interno vengono spiegati tutti gli aspetti più pratici. Dai costi (intorno ai mille euro, se ci si avvale dell’aiuto di professionisti) alle possibili fonti di finanziamento, dalle fasi della realizzazione del progetto (definizione delle opzioni tecniche, presentazione agli uffici, acquisto del materiale, formazione, preparazione del terreno, semina, raccolta e produzione) alle diverse tipologie (dall’orto a pieno campo a quello nei cassoni, dalla serra al frutteto), fino alle tante esperienze di successo da cui prendere spunto: ‘MiColtivo’ di Fondazione Riccardo Catella, ‘Scuola nell’orto’ dell’Istituto Rinnovata Pizzigoni, il metodo montessoriano dell’Istituto Riccardo Massa, gli orti di via Padova di Legambiente Lombardia, quelli delle associazioni Quei dei Tredesin e Nonni amici, della Scuola Rinascita, ‘Orto in condotta’ di Slow Food e quelli a pieno campo del Rotary Club San Siro. L’idea alla base della realizzazione dell’orto didattico è che diventi uno stimolo per l’apprendimento attivo. Per questo il progetto deve mettere insieme diverse materie, come scienze, matematica, educazione civica, geografia, letteratura e arte. La realizzazione permetterà a bambini e ragazzi di sviluppare competenze sociali, di rafforzare il lavoro di gruppo e la responsabilità individuale, di favorire dialogo e scambio intergenerazionale e fornirà, soprattutto ai più grandi, elementi per valutare la sostenibilità nel tempo di un’iniziativa e gli aspetti imprenditoriali ad essa legati. Ultimo, ma non meno importante in una città che vuole ripensare anche ai suoi tempi, è che la realizzazione di un orto può insegnare il valore dell’attesa dei tempi della natura

Lo scorso autunno, la Food Policy del Comune di Milano, insieme agli assessorati al Verde, all’Educazione ed Edilizia scolastica e alla Direzione Quartieri, aveva lanciato l’idea di un vademecum sugli orti didattici traendo spunto dalle esperienze virtuose di insegnanti, educatori e addetti ai lavori di tante scuole della città. Da qui sono nate le linee guida, promosse insieme alla Fondazione Cariplo, nell’ambito delle azioni attuative della Food Policy di Milano, e realizzate con il supporto del centro di ricerca Està – Economia e Sostenibilità: saranno distribuite alle scuole in autunno, dopo la riapertura.

Fonte: ecodallecitta.it

Adattarsi alla natura e ai cambiamenti: la Biopastoreria di Giorgio e Silvia

Adattarsi ai cambiamenti e ai cicli della natura, creare fiducia nelle persone e dar vita ad una rete di produttori di cibo che possa valorizzare e sostenere le piccole attività agroalimentari. Questa la visione del lavoro agricolo condivisa da Giorgio e Silvia Dalle Molle, fondatori dell’Azienda agricola Biopastoreria e tra i protagonisti della docu-serie Forza della Natura.

Giorgio e Silvia Dalle Molle, dell’Azienda agricola Biopastoreria, stanno cercando di continuare a fare quello che la loro famiglia ha sempre fatto: essere “produttori di cibo”. Sono cresciuti in campagna, ascoltando le storie legate ad un certo tipo di agricoltura che i genitori raccontavano loro. Questo tipo di agricoltura è quella biologica, non urlata e forzata ma seminata attorno con l’esempio, attraverso passi piccoli ma determinati.

La natura sembra essere un richiamo forte per entrambi, da sempre. Per Giorgio con i suoi dubbi sul futuro, che lo spaventa “tantissimo”, ma con la consapevolezza che fare l’agricoltore gli permette di non essere legato a niente, di essere libero di prendersi il suo tempo silenzioso. Libero e pronto a costruirsi una sempre rinnovata coscienza dell’importanza di adattarsi ai cambiamenti e a una tabella di marcia che segue le stagioni e non le necessità di un ciclo produttivo schiavo di un’agricoltura sempre più industriale. Per Silvia, che da sempre è innamorata della natura e che ha scoperto, dopo essere cresciuta e averla osservata da una prospettiva un po’ più esterna, quanto sia grande la ricchezza di questo suo mondo e il valore della consapevolezza che il “tempo è”, né veloce né lento.

Il lavoro nei campi, alla fine, non è cambiato troppo in questo periodo segnato dall’emergenza Covid-19. Quello dell’agricoltore è un lavoro fondamentale e il suo rapporto con la terra non ha risentito particolarmente delle limitazioni sociali. Qualcosa però si è mosso: il legame con le persone si è dovuto modificare e adattare alle nuove dinamiche di distanziamento sociale. Fare la spesa direttamente nell’azienda agricola per tanti cittadini ha rappresentato uno dei pochi momenti di fuga dalle mura domestiche, immersi in un bosco e nella tranquillità di un luogo che permette di comprendere il nostro profondo legame con i meccanismi nascosti che regolano lo scorrere di tutti gli eventi. Per la Biopastoreria e per la Bottega degli Orti le richieste di prodotti sono aumentate, più persone hanno cercato del cibo sano, forse perché si sono soffermate a sentire il sapore delle cose e perché sono state obbligate a cercare i diversi prodotti sul territorio. Le consegne a domicilio, organizzate in poco tempo per rispondere alle nuove necessità, sono state importanti per permettere all’azienda agricola di continuare a esserci in quanto presenza commerciale sul territorio ma sono anche state una grande lezione di fiducia: i consumatori hanno affidato la scelta del proprio cibo a mani esperte ma sconosciute, facendo capire il grande bisogno di “reti” che serpeggia tra le comunità.

E di rete sente di aver bisogno anche Giorgio: reti di “produttori di cibo” capaci di scambiare idee e di fargli capire che non si è mai soli in una lotta costante contro i grandi colossi, non violenta ma agita con l’esempio. Scoprire ed educarsi sull’importanza di produzioni diversificate e nel rispetto della stagionalità e sostenibilità delle pratiche agricole sembra essere una delle poche strade per ridare importanza al territorio, al paesaggio e alla cultura. Biopastoreria, per questo, è anche un polo didattico per trasmettere e raccontare i propri valori a tutti quelli che sono pronti ad ascoltarli e a riceverli. La cultura dello spreco e della velocità può essere modificata “imparando a consumare meglio”, rendendosi conto del legame che intercorre tra tutto quello che ci circonda, imparando a essere grati per il territorio e per i prodotti che ogni giorno possiamo gustare grazie al lavoro di agricoltori come Giorgio e Silvia ma anche grazie alla forza della natura.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/08/adattarsi-natura-cambiamenti-biopastoreria-giorgio-silvia-piccoli-produttori-1/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Una comunità nella Natura che ha preso vita durante la pandemia

Daniela e la sua famiglia sono in viaggio da tempo per sperimentare nuovi stili di vita, liberi e nomadi; poi è scoppiata la pandemia. Come a volte accade, la crisi è diventata un’opportunità e il piccolo gruppo ha scoperto un villaggio in mezzo alla Natura dove trascorrere la quarantena e praticare la vita comunitaria.

 “Insieme di persone unite tra loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni: comunità nazionale, cittadina; agire nell’interesse della comunità; comunità umana, la società degli uomini, il consorzio umano; comunità di affetti, la famiglia”.

Questo è il significato generale che troviamo sul dizionario della lingua italiana alla voce Comunità. L’immaginario che si crea intorno a questo termine, oggi più che mai, rimanda la maggior parte delle persone a un bisogno insoddisfatto di condivisione e calore, a contesti lontani e non quotidiani, resi ancora più distanti dalla spaccatura sociale causata dall’isolamento forzato dopo gli ultimi accadimenti mondiali.

Dalla cima di una collina, ecco la terra che ci ha ospitato durante la quarantena, vicino a Odemira, Portogallo.

Se ritorniamo al significato proprio del termine, comunità è un concetto molto ampio e può riguardare ogni gruppo di persone che sceglie consapevolmente di dichiarare come comuni dei valori e delle pratiche di vita, e lavorare insieme per portarle avanti e rispettarle. Un condominio ospita potenzialmente una comunità; un quartiere, una squadra di lavoro, una scuola, un gruppo sportivo, un insieme di persone che condividono un progetto o una passione, sono terreni fertili per coltivare il senso di comunità. Ma da dove si comincia a costruire un progetto comune, soprattutto quando si parla di comunità di vita quotidiana? Identificare il progetto e i valori sui quali fondarlo è sicuramente il miglior punto di partenza. In questo primo passo è insita la necessità individuale e familiare di avere ben chiaro quale sia il proprio progetto di vita e su quali valori vuole essere fondato, step fondamentale per poi confrontarsi con gli altri, accettarne le differenze e trovare compromessi e soluzioni, dove possibili. Questo primo gradino, che sembrerebbe il più semplice, è tuttavia molto delicato: conoscere se stessi, i propri bisogni, lavorare per portare alla luce la propria visione di vita richiedono un lavoro di introspezione profonda. Io e la mia famiglia, per scoprire noi stessi, siamo andati alla ricerca della nostra visione con un camper, in giro per il mondo.

Le intense esperienze condivise insieme hanno unito grandi e piccoli, creando un clima di genitorialità condivisa.

Sembra paradossale pensare di fare il primo passo verso la costruzione di una comunità abbandonando il tessuto sociale nel quale si vive e girare il mondo, liberi da qualsiasi vincolo con altre persone. Invece questa scelta ci ha permesso di scoprire cosa davvero ci fa battere il cuore, cosa ci fa vivere sereni, cosa per noi è superfluo, cosa è fondamentale. Ed è successo che, più ci sentivamo a nostro agio nella vita on the road, più i nostri incontri con altre famiglie si facevano frequenti, e più eravamo attirati da persone che avevano scelto una vita simile alla nostra. Scegliere è la strada per trovare il proprio cammino. Lo scorso autunno, scegliendo di lasciare definitivamente le quattro mura che ci legavano al territorio lombardo, abbiamo deciso di dare spazio alla vita che sentivamo corrispondesse ai nostri valori e l’abbiamo seguita. E più le davamo spazio, più la nostra visione si palesava ai nostri occhi e nelle nostre vite.

Il nostro cammino, che ci ha condotto in Portogallo passando per Francia, Spagna e Marocco, si è incrociato nuovamente con quello delle famiglie con cui sentivamo di avere un legame profondo e, spontaneamente e senza forzature, gli avvenimenti vissuti insieme ci hanno condotto su un sentiero comune.

Appena sapute le restrizioni portoghesi per arginare l’epidemia covid, cerchiamo di trovare soluzioni per poter stare insieme, in luoghi isolati dell’Algarve e vicino all’oceano, che purtroppo si sono dimostrate non conformi alle leggi decise dalle istituzioni statali. Mentre eravamo in riva al mare, con amici vecchi e nuovi, su una bellissima spiaggia dell’Algarve, siamo stati travolti dallo tsunami della pandemia mondiale, che ci spingeva ad allontanarci uno dall’altro e a trovare ognuno una casa in affitto o a tornare ai nostri paesi di origine, per rispettare le normative sulla quarantena. In un momento in cui le istituzioni mondiali chiamavano all’isolamento, noi abbiamo deciso di stare uniti, di cercare un luogo adatto per poter passare la quarantena tutti insieme, trovando rifugio in un grande terreno di un amica tedesca. Proprio lì, in una stupenda radura tra i boschi del distretto di Odemira, abbiamo cominciato a sperimentare cosa volesse dire vivere come una comunità, come un piccolo villaggio, condividere spazi, tempi e progetti. Le assemblee in cerchio sono state un altro passo fondamentale per confrontarci ed esprimere visioni generali su ciò che desideravamo, e a prendere decisioni riguardanti la vita quotidiana, come l’orto comune e lo spazio per i bambini. Ma ancora più importante è stato, giorno dopo giorno, ascoltare noi stessi e gli altri, chiedendoci se ciò che stavamo vivendo corrispondeva a ciò che volevamo per noi e la nostra famiglia; le risposte sincere che ci siamo dati hanno portato a separare la nostra strada da una famiglia con cui non condividevamo lo stesso progetto di vita e, al contempo, hanno rafforzato la coesione con quelle a noi affini. Il passo successivo dopo la quarantena è stato affittare un terreno insieme, dove proseguire il cammino verso il nostro progetto di comunità: un gruppo spontaneo di persone libere, amiche, che non ha doveri o progetti comuni obbligatori, ma condivide il calore dello stare uniti.

Donne, mamme, compagne, amiche, sostenitrici della comunità, camminano insieme sulle radure nel distretto di Odemira, Portogallo. Crescere insieme e imparare quotidianamente uno dall’altro, aiutarsi a vicenda, sorreggersi, costruire un piccolo villaggio in mezzo alla natura, che le sia rispettoso, una cucina comune e uno spazio di apprendimento per i bambini e le bambine, sono le basi su cui abbiamo deciso di lavorare insieme; il resto sarà un fluire di energie, volontà e sincronicità, in cui tutto è possibile e niente è forzato. Chi fosse interessato a seguire il nostro viaggio di vita può trovare informazioni e contatti sul sito www.sentierinontracciati.com oppure su facebook sulle pagine Il mandala acchiappasogni e sul profilo personale Daniela De angelis. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/comunita-natura-durante-pandemia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

In memoria del ligustro: riflessioni sull’infanzia che c’è stata e su quella che verrà

Mentre lavoro nei campi il pensiero corre ai bambini e ai ragazzi di oggi. Chiusi in città maleodoranti, insensibili a quel po’ di natura che li circonda, attratti dall’artificiale. E le regole “anti-Covid” hanno fatto il resto. Quale società costruiranno le attuali nuove generazioni se non saranno nemmeno più in grado di toccarsi, abbracciarsi, correre e giocare insieme?

In questi giorni di primavera mi capita spesso di passare lunghe ore all’aperto impegnato nei lavori dell’orto e dell’oliveto mentre le rondini sfrecciano sfiorando l’erba e in sottofondo si  ode costantemente il richiamo insistente dei codirossi.

Non presto molta attenzione a ciò che mi circonda. L’angoscia della situazione attuale è troppa, così come la rabbia, e mi pesa l’impotenza nel vedere il mondo che si sgretola di fronte allo strapotere di multinazionali e al movimento pulsante e irrazionale di una società ormai  priva di ogni punto di riferimento, valore e consapevolezza.  Annaffio, rastrello, tasto i baccelli, raccolgo le potature degli ulivi, apro e chiudo il recinto delle vecchie cavalle pony. Il tempo passa veloce. Tuttavia c’è qualcosa che mi distrae, un essere vivente che mi  fa distendere le rughe della fronte e riporta la mia attenzione sul mondo circostante. È il Ligustro  (Ligustrum vulgare ), un arbusto mediterraneo che forma intrichi e siepi ai bordi dei boschi, nelle radure o dove la luce è abbastanza forte da potergli giovare. Siamo a Giugno e il ligustro è lì, con le piccole foglie coriacee, incurante di telegiornali, pandemie vere o presunte, disastri economici e sociali. Lui è lì e da fine Maggio ci regala dei fiori bianchi a grappoli, dall’aspetto insignificante ma il cui odore, dolce come zucchero, ubriaca anche il più sobrio degli insetti ed è inebriante anche per  gli esseri umani.  Aspiro il profumo e mi sento confortato.  

Poi però il lavoro nel campo mi richiama e mentre accatasto i rami di olivo il pensiero corre ai bambini e ai ragazzi di oggi. Chiusi in città maleodoranti, insensibili a quel po’ di natura che li circonda ma attratti dall’ artificiale, automi costretti in mille progetti; progetti che loro stessi credono interessanti, utili o divertenti ma in realtà non hanno alcun senso se non gettarli nella competizione. Hanno già una maschera e non sanno più riconoscere il bello e il giusto, non sanno quasi più toccarsi, abbracciarsi, ridere come scemi per una battuta banale, rimanere a bocca aperta per un arcobaleno o le onde del mare. Quasi, appunto; alcuni istinti permangono ancora, alcune ripulse sono dure da scacciare: come la disperazione per la sofferenza degli animali o la voglia di correre o più semplicemente le necessità di stare con degli altri simili e coetanei . Ma questo è un problema per una società di consumatori senza freni e per coloro che vendono prodotti e creano economie.  Ecco dunque, durante “l’emergenza covid”, che molte regole che io ritengo assurde e inique si sono accanite proprio su bambini e ragazzi. La scuola a distanza, il distanziamento sociale, le distanze di sicurezza, la paura dell’altro: sono una delle peggiori realizzazioni che questa società pazza ha imposto negli ultimi mesi ai bambini e ai ragazzi. Tutto ciò comporta solitudine, disorientamento, insicurezza; l’atomizzazione della società arriva così alla sua apoteosi; solo singoli si è sicuri. Ma al contrario, quali disagi mentali, quali conseguenze sociali hanno prodotto e produrranno queste imposizioni largamente accettate dagli adulti?  Quale società costruiranno le attuali nuove generazioni se non saranno nemmeno più in grado di toccarsi, abbracciarsi, correre e giocare insieme?

Cinquant’anni  fa la stragrande maggioranza dei bambini riconosceva l’odore del Ligustro, ne gioiva inconsciamente, le ragazze se lo mettevano tra i capelli o nei vasi dei fiori per la Madonna. Oggi il 99% dei bambini non ha mai respirato il profumo del Ligustro, non ne ha mai visto le foglie o i fiori, non sa nemmeno che esista. Se vogliamo cambiare davvero, dobbiamo recuperare il puro contatto con la natura e con noi stessi  e tornare ad assaporare nell’aria l’odore zuccherino della Primavera.

QUALCHE DATO: circa il 60% dei ragazzi controlla lo smartphone come prima cosa appena svegli e come ultima cosa prima di addormentarsi.  Il 63% tra i 14 e i 19 anni usa lo smartphone durante l’orario scolastico. Il 50% dichiara di trascorrere dalle 3 alle 6 ore al giorno con lo smartphone in mano quando fuori da scuola. 120.000 adolescenti in Italia trascorrono su internet oltre 12 ore al giorno mostrando patologie psichiatriche.

Fonte: ilcambiamento.it

Nasce un Sentiero dei Parchi per valorizzare le aree protette d’Italia

Un itinerario escursionistico eco-sostenibile che toccherà tutti i 25 Parchi nazionali del nostro Paese e che collegherà tutte le regioni italiane. È quanto prevede un accordo siglato tra il ministero dell’Ambiente e il Cai (Club alpino italiano) per rilanciare le aree protette come luoghi di conservazione e di gestione della natura. Il Sentiero dei Parchi unirà parchi, riserve della biosfera, siti naturalistici Unesco e patrimonio culturale immateriale dell’umanità. È stato siglato qualche giorno fa, in occasione della Giornata europea sui Parchi, un Protocollo d’intesa tra il ministero dell’Ambiente e il Cai (Club alpino italiano) che prevede una collaborazione più intensa per promuovere l’educazione ambientale e la biodiversità. In particolare, per favorire la frequentazione consapevole delle Terre alte, l’accordo prevede la realizzazione di un percorso ecosostenibile che prenderà il nome di “Sentiero dei Parchi”: un itinerario escursionistico che toccherà tutti i 25 Parchi nazionali del nostro Paese, che avrà come spina dorsale l’attuale Sentiero Italia CAI. Lungo oltre 7000 km, l’attuale Sentiero Italia CAI collega tutte le regioni italiane lungo la dorsale appenninica e l’arco alpino, da Santa Teresa Gallura, nel nord della Sardegna, a Muggia, in provincia di Trieste. Un itinerario, che abbraccia tutto il Paese attraverso le montagne, e che attualmente attraversa già 18 dei 25 parchi nazionali e conta 85 tappe, su un totale di circa 400, comprese interamente o parzialmente all’interno dei loro confini.

Grazie all’accordo con il ministero è prevista ora la realizzazione di specifiche varianti, così da comprendere tutte le aree protette, in un percorso di visita eco-sostenibile che unisca parchi, riserve della biosfera, siti naturalistici Unesco e patrimonio culturale immateriale dell’umanità. L’obiettivo è quello di rilanciare le aree protette come luoghi di conservazione e di gestione della natura, che consentono ai residenti la possibilità di realizzare filiere economiche sostenibili.

«Muovendo dal Sentiero Italia CAI, che già abbraccia tutte le nostre regioni, raccorderemo, questa volta in un progetto che diverrà sicuramente realtà nel più breve tempo possibile, anche tutti i 25 parchi nazionali. Un’occasione in più da offrire a chi vuole vivere l’esperienza della natura in un modo guidato attraverso i sentieri che il Cai descrive e mantiene, e conseguentemente per promuovere ancora di più il nostro Paese», ha dichiarato il presidente generale del Club alpino italiano Vincenzo Torti.

«I parchi nazionali – ha spiegato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – sono uno scrigno della natura: bisogna garantirne la conservazione, ma anche la fruibilità. L’attenzione riservata con la legge di bilancio – ben 35 milioni di euro nel periodo 2020-2033 – per la manutenzione e il potenziamento delle reti sentieristiche nelle aree protette insieme a questo accordo con il Cai sono segnali importanti di quanto ci stia a cuore il nostro inestimabile patrimonio di biodiversità e la sua valorizzazione in termini di turismo sostenibile, soprattutto in questo periodo di ripresa post-Covid nel quale tutti sentiamo il bisogno di stare più all’aria aperta. E per tutti i viaggiatori lungo il Sentiero dei Parchi creeremo anche un ‘passaporto’, un riconoscimento simbolico per gli escursionisti che attraverseranno il territorio di ciascun parco e per premiare quelli che saranno riusciti a completarlo facendo tappa in tutti e 25 i parchi nazionali».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/06/nasce-sentiero-parchi-valorizzare-aree-protette-italia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email