La Fattoria dell’Autosufficienza: un luogo per costruire un futuro sostenibile

Autosufficienza alimentare ed energetica, permacultura, ecoturismo, formazione all’ecologia e alla salute. Situata nell’appenino romagnolo, nel territorio del comune di Bagno di Romagna, la Fattoria dell’Autosufficenza rappresenta da anni un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono imparare a riconnettersi con la natura. Ce ne ha parlato Francesco Rosso, ideatore di questo progetto. Ho conosciuto Francesco Rosso in Romagna nel 2008. Era davvero giovanissimo e già allora mi colpì per la sua maturità al di fuori del comune. Pochi anni dopo il tempo ha dimostrato che la mia sensazione non era errata. Francesco, infatti, si è trovato in pochissimo tempo alla guida di un piccolo grande “colosso”, la Golden Books, nota soprattutto per il portale Macrolibrarsi, ma non solo. Ha deciso di sognare in grande, progettando una fattoria decisamente fuori dal comune, la Fattoria dell’Autosufficienza.

Tutto ha inizio nel lontano 2009 quando con la famiglia cercava una casa in campagna nei pressi di Cesena, nell’appenino romagnolo per la precisione, per poter coltivare un orto e allevare animali, con l’obiettivo – appunto – dell’autosufficienza alimentare ed energetica. “Cercando in queste zone – mi racconta Francesco – abbiamo ‘incontrato’ questa occasione: settanta ettari di terra coperti da bosco e pascoli e dieci di seminativo”.

Così è nato un progetto nuovo, la Fattoria dell’Autosufficienza che ha quattro obiettivi:
1. Autosufficienza alimentare: produrre ciò di cui necessitiamo per vivere in modo naturale, senza concimi o sostanze chimiche e riducendo al minimo l’uso di mezzi a petrolio;

  1. Autosufficienza energetica: attraverso fonti rinnovabili come vento, acqua, fotovoltaico, e legna;
  2. Formazione: all’ecologia e alla salute. La Macro Edizioni ormai da trent’anni propone uno stile di vita diverso, più naturale, e più salutare. Io sono nato in casa, sono stato allattato al seno, non sono stato vaccinato e non ho mai avuto problemi di salute. Insegnare alle persone a riappropriarsi dell’autosufficienza della salute;
  3. Ecoturismo: nelle foreste casentinesi, area ideale per camminate, escursioni, mountain bike”.NON-FARE-ASINO

Gli chiedo come sia stato ‘formarsi’. In effetti, ci ha investito molto. Mi racconta che i primi anni li ha trascorsi formandosi e studiando il luogo cercando di applicare i principi della permacultura, in particolare ‘osserva e agisci’.
Poi sono arrivati i primi lavori. “Abbiamo creato i contatti con l’acquedotto nuovo e poi abbiamo preparato i terreni, coltivando i primi orti, poi grani antichi, farro intervallati da legumi e così via. Nel 2014 abbiamo messo mano alle strutture. La ristrutturazione è stata impegnativa, avendo voluto e dovuto rispettare il vincolo storico e i principi di sostenibilità”. Alla fine, però, il progetto è riuscito, i lavori sono terminati (almeno questa parte dei lavori) e presto sarà inaugurato l’agriturismo che ha quattro camere e un ristorante.

La sfida

Essere coerente al 100% ha avuto un costo sia economico che energetico. Non è stata una ristrutturazione a basso costo. Hanno lavorato tante ditte, alcune che erano abituate ai materiali naturali, altre che hanno dovuto imparare. “Ne é valsa la pena – mi assicura Francesco – dal 2011 abbiamo iniziato a organizzare in fattoria corsi su permacultura, food fortest, agricoltura, costruzioni con materiali naturali, agricoltura sinergica. Mentre impariamo, trasmettiamo, miglioriamo”.

Gli chiedo come sia avvenuto il suo incontro con la permacultura. “Fin da quando ero più giovane vivevo immerso dai libri; me capitò tra le mani ‘Introduzione alla permacultura’; me lo portai a casa, iniziai a leggerlo e non me ne staccai più. In fondo al libro c’era scritto che esisteva una accademia che organizzava corsi di permacultura. Così, di lì a poco ne ho trovato uno intensivo di due settimane, dopo il quale… non avevo capito niente! Così, nei due anni successivi, ho fatto corsi su corsi. Ho continuato a informarmi, e da lì è stato evidente che quella era la mia strada”.14925414_1209082509154763_1152545948651825620_n

Nel problema la soluzione

Questo suo amore per la terra ha radici antiche. “A sette anni vivevo in una casa di campagna continua Francesco mentre fuori inizia a piovere – le istituzioni non mi permettevano di andare a scuola perché non ero vaccinato. Passavo le giornate con i miei cani nei boschi, così il bosco è diventata la mia casa”.

Dopo la terza media è quindi stato naturale iscriversi all’istituto professionale di agricoltura… Che però lasciò dopo due anni per iscriversi ad agraria. “Pensavo che non avrei mai fatto il contadino nella vita. In questi anni forse mi sono dimenticato della mia aspirazione di vivere nei boschi. Mi piaceva viaggiare e mi sono iscritto ad economia del turismo; poi, quando avevo venti anni mia madre mi chiese di dare una mano all’azienda di famiglia, lavorando al sito di Macrolibrarsi. L’anno dopo sono diventato amministratore ed è andata bene! Eravamo sette persone e oggi siamo più di sessanta. E questo mi ha reso possibile avere un capitale da investire in questo progetto”.

Si potrebbero dire molte altre cose su questa storia, si potrebbe entrare nel merito del cosa e del come. Ma per ora vi lasciamo alla visione del video. Nei prossimi giorni torneremo con il resto della storia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/fattoria-dell-autosufficienza-costruire-futuro-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La lunga storia d’amore della dottoressa Sylvia Earle con la Natura

“La vita è un miracolo. Io sono un miracolo. Tutti lo sono. L’esistenza è qualcosa di cui godere come un dono, qualsiasi cosa accada”landscape-1490191018-searle-16bh-0332-v2gallerylederetouched

La dottoressa Sylvia Earle – oceanografa 82enne definita Sua Profondità – ha vissuto sott’acqua 10 volte in momenti diversi, ha scoperto centinaia di nuove specie, molte delle quali denominate in suo onore. Immersa in questa visione romantica, la sua vita è una missione: ricordare al mondo che gli oceani vanno preservati e protetti. In collaborazione con Rolex esploriamo il viaggio della dottoressa Earle, in parallelo con le esperienze di altre donne eccezionali come lei

Incontriamo la dottoressa Sylvia Earle

“Il miracolo dell’esistenza consiste nel fatto che in tutto l’universo, la Terra è la nostra casa. Possiamo andare al di fuori della sua atmosfera, tanti l’hanno fatto, ma non sette miliardi di persone. Dobbiamo riappacificarci con la vita sulla Terra e con l’idea di proteggere i suoi sistemi naturali.”1490191215-02-sylvia-earle-per-rolex

L’amore per la natura nell’infanzia

“Mia madre accoglieva uccelli, rane e scoiattoli feriti e li rimetteva in salute e li liberava. Ho pensato di voler fare la veterinaria, o qualcosa legato a piante e animali. Desideravo essere un’ambientalista prima che fosse coniata la parola per descriverlo.”

Coltivare uno spirito avventuroso

“I miei genitori incoraggiavano la mia curiosità. Andava bene che corressi e giocassi nei boschi o sul fiume. Avevo la certezza che ci sarebbero stati per sempre e non mi sarebbe mai accaduto nulla. Se ne sono andati tanti anni fa, ma sono ancora qui.”

In questo video, la dottoressa Earle racconta la magia di trovarsi a centinaia di metri sott’acqua e l’importanza del preservare i nostri oceani attraverso iniziative come Hope Spots.

Essere parte della storia

“sono stata intervistata da “Life” per un servizio su vivere sott’acqua. Disi che  non c’era niente  che non potessimo fare anche noi donne,ad eccezione del farci crescere la barba. I muscoli c’entrano,ma l’aspetto eccezionale dell’essere umano è la capacità di risolvere problemi: puoi usare i muscoli del tuo cervello.

La scoperta costante

“Osservare la diversità della vita e ogni essere vivente è un miracolo. La vita è un miracolo. Io sono un miracolo. Tutti lo sono. La nostra esistenza è qualcosa di cui godere come un dono, qualsiasi cosa accada. Finché si è vivi, c’è un motivo per sperare e per essere felici.”

Testimone dell’evoluzione della figura femminile

“E’ un piacere speciale vedere una giovane donna diventare ingegnere e farsi rispettare, a testa alta, dagli uomini,vedere donne lavorare come capitani di vascello,capo-scienziate nelle spedizioni, e osservare persone che non stanno li a pensare” Oddio, lo sta facendo una donna!”

Il nostro ruolo per l’ambiente

“Siamo le creature più addomesticate di tutte, ma le creature selvagge che plasmano il modo in cui il mondo funziona sono in pericolo. Se lo sono loro, lo siamo noi. Abbiamo questo dono speciale: poter progettare come sarà il mondo tra 15, 500, 5000 anni.”

L’urgenza di proteggere la terra

“Solo ora stiamo iniziando a comprendere la connessione tra la nostra esistenza e il mondo naturale. Il nostro impatto sul mondo naturale minaccia la nostra esistenza. Se ami respirare, se ami avere dell’acqua dal cielo, se vuoi che la temperatura rimanga costante, non puoi non avere cura del mondo naturale”

Coinvolgere tutti in questa missione

“Candida i luoghi che ami per essere protetti come Hope Spot recandoti da Mission Blue. Chiedi ai tuoi capi di proteggere la natura. Istruisciti! Usa il tuo talento! Ognuno può fare la differenza!”

Fonte: http://www.elle.it/lifestyle/news/g1416024/la-lunga-storia-d-amore-della-dottoressa-sylvia-earle-con-la-natura/?slide=10

La Via degli Dei: un viaggio a piedi per ritrovare noi stessi

Elisabetta, giovane veterinaria bolognese, ci racconta la sua esperienza lungo la Via degli Dei, il cammino che attraversando l’Appennino collega Bologna e Firenze, che ha percorso insieme al gruppo di Destinazione Umana. Un momento di stacco, di comunità, di immersione nella natura che ha cambiato la sua vita.

«In un periodo di lavoro intenso e di continui impegni avevo la voglia e il bisogno di allontanarmi da tutto e da tutti e immergermi nella natura per rilassarmi mentalmente e ritrovare un me stessa». Così è iniziata la piccola, grande avventura di Elisabetta lungo la Via degli Dei.dei1

La Via degli Dei collega Bologna a Firenze ed è uno dei cammini più suggestivi di tutta Italia, anche se ancora poco noto. Elisabetta è una giovane bolognese che ha risposto alla chiamata di Destinazione Umana, che lo scorso settembre ha organizzato un viaggio di cinque giorni aperto a tutti, anche ai meno allenati, che ha fatto tappa nelle località meno note, per scoprire anche gli angoli più nascosti di questo affascinante percorso. L’obiettivo? Non tanto quello di proporre un trekking professionale, quanto piuttosto la volontà di mettere insieme un gruppo di persone con un sentire comune, creare una piccola comunità per un’immersione nella natura. «L’unica esperienza simile – dice Elisabetta spiegando perché ha deciso di partecipare – l’avevo vissuta durante un viaggio in solitaria compiuto dieci anni fa a Lampedusa, un’isola meravigliosa e molto selvaggia. Mi ero voluta prendere qualche mese di riflessione per capire cosa volevo fare della mia vita: al mio ritorno, decisi di rischiare tutto e seguire i miei sogni e oggi faccio il lavoro più bello del mondo, la veterinaria!». Un’altra delle particolarità della proposta di Destinazione Umana è che si tratta di un’esperienza alla portata di tutti, anche dei meno “atletici”, che rispecchia più uno stile vita che una pratica sportiva: tempi lenti, non c’è competizione, nessuno resta indietro. «Non sono una persona allenata – racconta a questo proposito Elisabetta – e non frequento palestre, anche se mi piace molto camminare. Adoro fare passeggiate al mare, in montagna, in collina o anche gironzolare per Bologna! Cerco di non usare l’automobile nei giorni in cui sono libera».dei3

Uno dei momenti più emozionanti è l’arrivo a Firenze, dopo quattro giorni intensi, faticosi e soddisfacenti di cammino: «Un’emozione fortissima, eravamo molto provati fisicamente ma ci sentivamo invincibili! È indescrivibile la nostra euforia per avercela fatta, felici come bambini e fierissimi della nostra impresa!».

Emozioni forti, amplificate dalle aspettative e dalle piccole paure che hanno preceduto il viaggio e che, come racconta Elisabetta, attanagliavano tutti i partecipanti: «Ognuno di noi è partito da solo, non sapeva cosa aspettarsi. Eravamo tutti intimoriti dall’idea di condividere il viaggio e anche la camera – quindi momenti intimi – con persone che non conoscevamo. In realtà ci siamo aperti moltissimo gli uni con gli altri, ci siamo fatti forza a vicenda per non mollare, abbiamo condiviso le poche cose che avevamo nello zaino e ci siamo trovati benissimo insieme!».

Un’altra emozione fortissima è quella che si prova a essere interamente immersi nella Natura, quasi in balia di essa, senza il supporto della tecnologia, che tanto ci conforta nella vita di tutti i giorni. «Volete sapere qual è stata la mia reazione al ritorno della tecnologia, appena messo piede a Firenze? In quattro giorni di full immersion nella natura tutti i miei sensi si erano modificati: l’odore dei fiori e delle piante, la sensazione di fame, il gusto delle more appena staccate dai rovi…». Ma anche saper riconoscere il canto degli uccelli e il verso degli animali, capire l’importanza dell’acqua, aver sete e non doverla sprecare perché non si sa per quanto non si incontreranno altre fontane!dei2

«Il ritorno alla “civiltà” è stato un vero e proprio trauma: rumori assordanti, puzza di smog, persone frettolose concentrate ciascuna sulle sue cose e indifferente a tutto quello che succede intorno, tutti attaccati al cellulare camminando nelle strade come zombie. Le luci, la musica, i vestiti e il cibo nelle vetrine… ero nauseata!». È stato in quel momento che Elisabetta ha deciso che da quel momento avrebbe fatto il possibile per attenuare la frenesia della sua routine: «Una volta tornata a casa bisogna ridimensionarsi e riappropriarsi della propria vita. La felicità si trova nelle piccole cose».

Prima di salutarla, le chiediamo cosa direbbe a una persona per convincerla a provare questa esperienza. «Paesaggi spettacolari, compagni di viaggio che faranno per sempre parte della tua vita, la soddisfazione di riuscire in un’impresa che pareva impossibile. Non è solo un viaggio, è un’esperienza unica che ti da la spinta per realizzare grandi cambiamenti anche nella tua vita! Ogni traguardo si può raggiungere, anche se sembra impossibile!».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/via-degli-dei-viaggio-ritrovare-noi-stessi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“L’agricoltura del futuro? Piccola, locale e naturale”

Da precario a contadino autodidatta, Gianni Fagnoli è oggi impegnato nel recupero dei frutti antichi della Romagna e, nel suo podere in provincia di Forlì, pratica e promuove quella che considera l’agricoltura del futuro: piccola, locale e naturale. Un approccio rispettoso della terra, che restituisce prodotti sani e gustosi. A Rocca San Casciano, sull’Appennino romagnolo alle spalle di Forlì, si trova un podere che produce frutti antichi e ritrovati della Romagna e che si dedica all’orticoltura naturale, castanicoltura e selvicoltura e allo sviluppo di un modello agricolo differente: piccolo, locale e naturale.PereVolpine

Il podere – chiamato “I Fondi” – appartiene a Gianni Fagnoli, agricoltore autodidatta che, dopo aver conseguito la laurea in scienze politiche, ha lavorato per anni con contratti provvisori (a tempo determinato, co.co.co, a progetto, ecc.). La sua vita cambia a luglio 2015 quando, oltre all’ennesima promessa non mantenuta di un contratto a tempo indeterminato, arriva anche l’occasione di rilevare 13 ettari di terreno a Rocca San Casciano. Insieme alla moglie e alla famiglia, Gianni decide di acquistare il podere e abbandonare una vita lavorativa precaria per dedicarsi a tempo pieno allo sviluppo del progetto “Podere I Fondi”.

“La mia famiglia – ci racconta Gianni – possedeva già una casetta con un ettaro di terreno in quest’area e a luglio 2015 è stato messo in vendita il fondo confinante, che conta circa 10 ettari di bosco più 3 ettari di terreno. Mio padre ha sempre avuto l’orto e mi ha trasmesso la passione per la terra, perciò quando mi è stato negato l’ennesimo contratto a tempo indeterminato, io e la mia famiglia abbiamo deciso di investire nell’acquisto del podere confinante. Il mio obiettivo è di elevare questo podere a presidio della biodiversità attraverso il recupero, la custodia e la riattivazione dell’antico patrimonio varietale e autoctono romagnolo”.I-Fondi-2

“Il lavoro di recupero del fondo è molto impegnativo e solo tre ettari sono adatti alla coltivazione vera e propria, il resto è bosco. Mio padre e mia moglie, quando non lavora, mi danno una mano, ma in genere sono da solo e non ho macchinari. Io lavoro soltanto con le mani e la zappa”, continua, “anche nel ripristino delle opere idrauliche e dei terrazzamenti, nel recupero della boscaglia degradata e nel restauro della storica “marroneta” (cioè il castagneto). Ho un impianto di circa un ettaro e mezzo di frutti storici della Romagna come le pere volpina e santa lucia; le pesche sanguinella e percoca romagnola; le albicocche reali di Imola; le melagrane verde di Russi e grossa di Faenza. Poi, nello spazio tra gli alberi da frutto coltivo la verdura di stagione. Ho anche frutta a guscio (marroni, noci, nocciole), nespole, mele cotogne e mele rosa, ma prediligo i frutti antichi perché, essendo stati selezionati dai contadini in centinaia di anni, sono piante molto rustiche che necessitano di pochissima acqua, hanno radici più resistenti e profonde, i frutti sono molto più saporiti e si conservano a lungo in modo naturale”.13782268_526743547522769_5591926286438914888_n

“Il mio personale approccio all’agricoltura – spiega Gianni – è di tipo sinergico, ma cerco di prendere il meglio da tutte le pratiche agricole naturali, ad esempio la biodinamica e la permacultura. Il terreno agricolo, nei primi 20 cm, è un vero e proprio ‘organismo’ vivente e vitale ed è fondamentale salvaguardarne l’auto-fertilità, avvalendosi della collaborazione degli organismi della rizosfera ed evitando l’aratura, che porta con sé la distruzione della sostanza organica, il dilavamento e la desertificazione del terreno. Qui ai Fondi cerco di rispettare ed assecondare la terra nel suo essere ‘organismo’, per portarne lo stato di salute e vitalità alla sua massima condizione, che è poi quella del ‘suolo forestale’. Per quanto riguarda i 10 ettari di boscaglia, sto cercando di ripulirla da rovi e piante infestanti (la maggior parte delle quali non sono nemmeno autoctone) per poter ripristinare il bosco originario, costituito di carpini, frassini, castagni”.

“L’agricoltura del futuro – conclude Gianni – sarà piccola, locale e naturale: non ha alcun senso distruggere e desertificare sistematicamente la vita del suolo per poi passare alla concimazione e ai trattamenti stabiliti dal modello agro-industriale. Deve farne un tesoro, una ricchezza da valorizzare, investendo in colture attentamente selezionate. Ciò che voglio ottenere qui ai Fondi è un cibo degno di questo nome per valori organolettici, biologici e gustativi, ottenuti rinnovando in modo naturale la fertilità generata dalla terra”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/agricoltura-futuro-piccola-locale-naturale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Marcella Danon: alle radici dell’eco-psicologia – Meme #2

Prosegue il viaggio alla ricerca dei “meme” che muovono il cambiamento. Questa volta incontriamo Marcella Danon, direttrice della scuola italiana di eco-psicologia, una disciplina che intende far incontrare psiche e natura, portando le persone a recuperare un contatto diretto con il pianeta che le ospita. Un approccio che appare quanto mai necessario in questo momento storico. Incontro Marcella Danon – psicologa formatrice e direttrice della scuola di eco-psicologia Ecopsiché – in un assolato pomeriggio di ottobre. Erano anni che sentivo parlare di lei nel mondo dell’ecologia profonda e dei paradigmi alternativi, la mia curiosità è quindi molto forte quando ci incontriamo alla stazione del treno. Saliamo sulla sua auto e mentre ci dirigiamo verso il luogo della nostra intervista (ovviamente un bellissimo parco) comincia a parlare ed è subito un fluire di input ed energia. Parcheggiata l’auto e montata la telecamera, inizia l’intervista ufficiale. Cominciamo dall’inizio. Le chiedo quindi come descriverebbe l’ecopsicologia a qualcuno che non ne hai mai sentito parlare.

L’ecopsicologia – mi risponde sicura – è l’incontro tra due giovani scienze, ecologia e psicologia; la prima studia il mondo ‘esterno’ la seconda il mondo ‘interno’. Le due discipline, però, hanno molto da darsi reciprocamente. Non possiamo stare, infatti, veramente attenti a cosa accade nel mondo esterno se non partiamo dal coinvolgimento, dal senso di appartenenza che si risveglia dentro di noi. Ecco perché, ad un certo punto, studiosi di educazione ambientale ed ecologia si sono resi conto di avere bisogno di una formazione anche psicologica per capire come arrivare a coinvolgere ed attivare le persone visto che ‘catastrofismo’ e ‘senso di colpa’ non si sono rivelati efficaci.

Allo stesso modo, alcuni psicologi, educatori e counselor si sono accorti che praticando la propria professione immersi nella Natura si stava meglio. A fine anni ’80 a Berkley – USA – Theodore Roszak, storico della cultura, riconosciuto da tutti come padre dell’ecopsicologia, ha quindi raccolto tutte queste esperienze in un libro – ‘The voice of the earth‘ – uscito nel 1992 a cui ha fatto seguito una raccolta del Sierra Club – Ecopsicology – pubblicato nel 1993”.

L’ecopsicologia, quindi, mette sotto lo stesso cappello queste diverse prospettive: professionisti del mondo eco-sociale – attenti ad aspetti inerenti la psiche umana – e psicologi o psicoterapeuti sensibili all’ambiente, all’ecologia e alle sue connessioni e ripercussioni sull’individuo.

“Portando le persone a passeggiare immerse nella natura – continua Danon – con una preparazione, una centratura e un attenzione al proprio ‘sé’, ecco che si crea un silenzio interiore in cui è più facile cogliere l’intuizione e la saggezza che è dentro ognuno di noi, una voce che normalmente sussurra, ma non viene avvertita perché sommersa dai ‘rumori’ della quotidianità.  D’altra parte, quando una persona inizia un percorso di crescita personale che va al di là della visione superficiale del ‘chi dovrei essere’, e scopre qualcosa di più ampio, arriva ad un livello molto più profondo che lo mette in contatto con la Terra, con il cosiddetto ‘inconscio ecologico’, che prevede che essendo noi parte integrante di questo Pianeta, siamo mossi da meccanismi emotivi e mentali simili a quelli degli altri esseri umani e animali. Ci sono similitudini persino con i meccanismi che regolano in mondo vegetale e minerale”.img_4715

In effetti, mi invita a riflettere Marcella, la Natura è sempre stata la sede primaria dei templi e degli altri luoghi sacri – immersi nel cuore delle foreste – . La nostra stessa esistenza era chiaramente interconnessa a quella degli altri esseri viventi. Ancora nella canzone ‘Il dono del cervo’ di Branduardi, è viva l’idea che quando un cacciatore uccide un animale lo ringrazia per il dono/sacrificio compiuto dall’animale stesso. Oggi ci siamo ‘disconnessi’ dal tutto. “Dobbiamo tornare alla gratitudine, alle tradizioni dei nativi americani. Il vicolo cieco evolutivo rappresentato dal capitalismo è la perdita del concetto che siamo tutti fratelli. Questa disconnessione con il mondo esterno va di pari passo con la disconnessione con il mondo interno. È diffusa l’incapacità di capire chi siamo, cosa ci piace fare, che stile di vita è adatto a noi. Dobbiamo riportare l’attenzione al nostro ‘interno’.  

Come?

Io cerco di tradurre questi principi in azione portando le persone che si rivolgono a me in Natura. Cerco di risvegliare l’attenzione alle piccole cose, alla meraviglia e allo stupore; si riattiva così una attenzione alle emozioni, alle sensazioni, alle idee dentro di noi. È un occasione per attivare apprendimenti che parlano di noi.  

Fare un lavoro approfondito su chi siamo, inoltre, – continua Marcella Danon – ci mette nelle condizioni di dialogare con alberi, nuvole, scarabei… non perché ci porti a dare fuori di matto, ma perché crea una relazione io-tu con un interlocutore diverso. Scopriamo così che ogni albero è un mondo, come ogni persona è diversa. Molte ricerche ormai dimostrano che essere in contatto con gli alberi per almeno venti minuti favorisce il processo di guarigione e recupero”.

L’apprendimento proposto dall’ecopsicologia, quindi, comporta un continuo ‘rimbalzo dentro-fuori’.

Questo metodo non è adottato solo da psicologi. “Proprio per risolvere questo equivoco – spiega Danon – è stato creato il termine ‘ecotuner‘: il ‘tuner’ – in inglese – è la rotellina per sintonizzare la radio. Chi fa una formazione in ecopsicologia applicata, se è psicologo può definirsi ecopsicologo, se è counselor può definirsi ecocounselor, se è coach greencoach. Questo ci sta permettendo di diffondere questo approccio sia nel mondo degli psicologi che in quello degli ecologi. Si instaura così un apprendimento reciproco e nascono collaborazioni e progetti favoriti da questa interdisciplinarità”.

L’ecopsicologia in ambito accademico non è ancora consolidata, ma secondo Marcella Danon nelle università troviamo la sua ‘sorella maggiore’: la psicologia ambientale. Questa avrebbe il compito di approfondire ricerche e dati che stanno rendendo sempre più evidente il parallelismo tra degrado ambientale e disagio personale. “I bambini che crescono entrando in contatto diretto con la Natura hanno meno problemi di obesità e meno disturbi dell’umore, solo per fare un esempio”.IMG_4689.jpg

L’ecotuning può quindi definirsi come uno strumento e un processo di facilitazione della relazione tra l’essere umano e la natura. Propone, tra le altre cose, attività che permettono di ‘fare amicizia’ con la Natura, di non averne paura. “Molte persone cresciute lontano dalla ‘Natura non coltivata’ – ci spiega Marcella Danon – trovandosi in un bosco vengono prese dall’ansia. Noi le aiutiamo a ritrovare la dimestichezza con l’ambiente selvatico”.

 

Questo approccio, inoltre, può anche essere considerato un antidoto all’eccessivo utilizzo della tecnologia.

 

“L’ecopsicologia però – ci tiene a puntualizzare – non è anti tecnologica, ma post industriale; abbiamo una grande fiducia in un corretto utilizzo della tecnologia. Noi la usiamo continuamente e non potrebbe essere altrimenti essendo la nostra associazione internazionale presente in quattro continenti. Invece, grazie al web possiamo sentirci con costanza e parte della nostra stessa formazione avviene on line”.  

L’ecopsicologia si è diffusa, tra gli altri, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Canada. “L’Italia però, – aggiunge Danon con orgoglio – è stata a prima realtà extra-USA ad ufficializzare una scuola, e non a caso primi tre convegni internazionali si sono svolti proprio in Italia”.

La scuola in questione è nata nel 2004 ed è stata frequentata finora da circa 350 persone. Al momento, oltre che in Lombardia – dove vive e lavora Marcella – l’ecopsicologia italiana è fisicamente presente in Sardegna e Sicilia, ma è entrata in molte realtà aziendali e non diffuse in tutto il territorio nazionale.

Il nostro sogno è che questo approccio si diffonda sempre di più portando tante persone ad utilizzare queste competenze sia nel privato che nelle proprie relazioni personali e lavorative. Questa disciplina, infatti, vuole essere l’antidoto alla diffusa rassegnazione all’evitabile e vuole farlo spingendo le persone a prendere in mano la propria vita”.

 

Un auspicio quanto mai in linea con le realtà raccontate da Italia che Cambia.

 

Per saperne di più visita www.ecopsicologia.it

 

Intervista a cura di Daniel Tarozzi

Riprese: Roberto Vietti

Montaggio: Paolo Cignini

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/marcella-danon-radici-eco-psicologia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Bambini e permacultura: la via del cambiamento

Prende piede CIP, Children in Permaculture, progetto internazionale che nasce dalla collaborazione di diverse associazioni in Europa. Il progetto si rivolge alle scuole e alle famiglie con l’obiettivo di recuperare, mantenere e valorizzare il naturale approccio dei bambini alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente in cui vivono.9297-10120

Se la permacultura è basata su una serie di etiche che sono la cura della terra, delle persone e dell’ambiente in cui viviamo, affinché si recuperi sostenibilità e benessere in una relazione nuova col nostro pianeta, allora ci è immediatamente chiaro quanto sia necessario e urgente educare ed educarci a una visione che, purtroppo, non ci è più naturale. Non ci è naturale perché spesso l’educazione va in una direzione diversa o non prende in considerazione aspetti fondamentali della nostra vita, come la relazione strettissima col nostro pianeta e l’impatto delle nostre scelte su di esso. Chi ha fatto, nel tempo, e da adulto, percorsi di educazione a una nuova consapevolezza e sensibilità, sa quanto sia impegnativo e complesso allontanarsi dagli schemi mentali con cui siamo cresciuti e ci siamo formati a cominciare dai primissimi anni di vita. In sostanza, non ci è più naturale ciò che, invece, dovrebbe assolutamente esserlo. Riadattarci, nonostante la volontà e la convinzione, non è sempre facile. D’altra parte, “Una società che culturalmente riesca a non distruggere l’ambiente in cui vive e si sviluppa, è una società che avrà buone possibilità di continuare a permanere su questo pianeta. L’uomo infatti sta distruggendo il suo ambiente ed è, quindi, sempre più urgente una nuova consapevolezza”. Queste parole di Ignazio Schettini ci portano al cuore del problema: una visione futura a lungo termine non è immaginabile senza un intervento educativo immediato a cui ciascuno di noi è chiamato a partecipare. In questa ottica si capisce l’importanza di un progetto come il CIP, Children in Permaculture che si rivolge proprio alle scuole e alle famiglie con l’obiettivo di recuperare, mantenere e valorizzare il naturale approccio dei bambini alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente in cui vivono. E’ possibile, infatti, intervenire con strumenti, tecniche e materiali specifici messi a punto proprio per questo obiettivo, direttamente nelle scuole. Se si considera che ogni bambino, oltre ad essere egli stesso un vero e proprio agente di cambiamento, ha un potenziale moltiplicatore enorme all’interno della sua famiglia, dei suoi amici e delle persone che incontrerà nella sua vita anche da grande, si capisce quanto progetti come il CIP siano indispensabili e urgenti. I bambini educati fin da piccoli a un approccio permaculturale alla vita saranno adulti più coscienti, più sani e attenti sia alla terra che alle persone. Valentina Cifarelli, 36 anni, co-fondatrice dell’associazione Paradiso Ritrovato, sposata con Roberto Cardinale, anche lui membro attivo dell’associazione e impegnato nel progetto CIP, ci parla della sua esperienza sul campo come responsabile di Children in Permaculture.

Che cos’è il progetto Children in Permaculture?

Il nostro è un progetto internazionale che nasce dalla collaborazione di diverse associazioni in Europa. Si tratta di associazioni che si occupano di educazione ambientale e alla sostenibilità per bambini e adolescenti. Ci sono però moltissime realtà che non fanno ancora parte del nostro network che hanno già esperienza in questo campo e hanno sviluppato materiale ed esercizi in questa direzione. L’obiettivo è, infatti, sviluppare materiale e risorse didattiche utili agli insegnanti, agli educatori, ai genitori e a tutti coloro che sono interessati all’educazione alla sostenibilità. Il progetto si rivolge alle scuole. Al momento siamo operativi a Forlì e a Novara.

Chi siete?

Noi siamo un’associazione che si chiama Il Paradiso Ritrovato che è partner italiano di questo progetto internazionale. I partner sono associazioni dall’Inghilterra, dalla Slovenia, dalla Repubblica Ceca e dalla Romania. E’ un progetto che è partito a settembre dell’anno scorso e durerà per altri due anni.

Come reagiscono gli insegnanti alle vostre proposte?

In alcuni casi c’è estrema motivazione e sensibilità nonostante le difficoltà di conciliare i programmi con le attività extracurricolari. In altri casi è un po’ più complicato. La nostra strategia è trovare un alleato all’interno alla scuola, un insegnante interessato e motivato che faccia da tramite tra noi e il dirigente scolastico e che spieghi l’impatto e l’importanza di attività come le nostre. Fino ad ora la collaborazione è stata positiva in termini di risultati. A volte ha un costo elevato per chi lo propone perché è necessaria molta motivazione ed energia che non sempre è disponibile.

Come reagiscono i bambini?

I bambini sono contentissimi. Abbiamo notato che molti ragazzi che vengono considerati problematici o che hanno disturbi dell’attenzione o iperattività, recuperando il semplice contatto con la natura e l’aria aperta si calmano o si concentrano con molta più facilità. L’impatto è, quindi, estremamente positivo ed è la conferma che un maggiore contatto con la natura è fondamentale e spesso risolutivo di molte problematiche. I bambini sono attentissimi, hanno una capacità di osservazione altissima e iniziano a fare connessioni aperte e nuove. Ci offrono continuamente nuovi spunti di riflessione. Noi diamo gli input ma in realtà lo scambio è profondo e alla pari.

Come sei entrata a contatto col mondo della permacultura?

E’ nato dalla mia necessità di scoprire la natura e di avere con essa un rapporto più intimo. Volevo integrare la natura nella mia vita di tutti i giorni. Farlo non solo per me ma anche per gli altri ha soddisfatto pienamente questa mia necessità. Attraverso lo scambio sono cresciuta e ho imparato molto.

Il tuo lavoro è questo? Se sì, quali sono le entrate?

Sì, il mio lavoro è questo e ci sosteniamo con i progetti europei che ci hanno dato un finanziamento. Lavoro in questo ambito da oltre dieci anni con organizzazioni pubbliche e ho sviluppato le mie competenze. Ora le ho messe al servizio di ciò in cui credo con disciplina e metodo. Attraverso questi finanziamenti intendiamo soprattutto finanziare la ricerca e lo sviluppo di strumenti educativi innovativi e di qualità soprattutto nell’ambito dell’educazione non formale. Quello a cui miriamo è offrire a bambini e a giovani adulti occasioni e percorsi di apprendimento nuovi e dinamici. Grazie a questa esperienza abbiamo modo di proporci al mercato con corsi e strumenti educativi già consolidati.

Quali sono le attività che sviluppate?

La progettazione di orti se abbiamo a disposizione degli spazi esterni ma anche attività in natura attraverso le uscite in gruppo e con le famiglie. Andiamo nel bosco, facciamo il fuoco, raccogliamo la legna, riconosciamo le piante selvatiche. Poi ci sono le attività all’interno attraverso gli incontri: gli elementi, come comportarsi col terreno, con l’aria e con l’acqua. Parliamo del ciclo dell’acqua e come usarla nel nostro quotidiano per non sprecarla. Come occuparsi dei propri rifiuti e averne consapevolezza. Diamo delle idee. Come riciclare i rifiuti, ad esempio e farne degli orti o altri oggetti.

Perché insegnare la permacultura ai bambini? Qual è l’obiettivo?

Riconosciamo che il cambiamento passa attraverso l’educazione delle prossime generazioni e che quando siamo adulti non è facile smettere di fare qualcosa, disimparare e cambiare le nostre abitudini. Ecco perché abbiamo bisogno di cambiare l’educazione che i bambini ricevono. Il nostro progetto mira a fornire reti, risorse e ispirazione per sostenere una formazione in permacultura dei bambini. Chi volesse saperne di più può visitare il sito http://www.childreninpermaculture.com

Non è molto pesante per un bambino piccolo venire a contatto con la reale situazione che stiamo vivendo?

Infatti. E’ esattamente così ed è proprio per questo che facciamo molta attenzione a concentrarci su quello che tutti possiamo fare e sulle soluzioni. E’ necessario fare molta attenzione e poniamo le questioni sempre in modo molto soft proprio per non schiacciarli. Spesso i problemi sono pesantissimi anche per gli adulti che sono in difficoltà a gestire questi problemi che ci sembrano più grandi di noi. Per questo ci concentriamo su quello che possiamo fare noi nel nostro piccolo: come usare l’acqua, come differenziare i rifiuti, come non sprecare. Invece di sentirsi spaventati i bambini si sentono coinvolti e in grado di poter contribuire attivamente alla gestione e alla protezione dell’ambiente in cui vivono.

La permacultura è anche relazioni. Come lavorate sulle relazioni?

C’è una parte che riguarda proprio la gestione delle relazioni. Abbiamo molti livelli. Ci sono attività il cui obiettivo è sviluppare il contatto con se stessi: lavorare l’orto e farlo in modo meditativo e silenzioso, per esempio, li aiuta nell’osservazione e nell’attenzione. Inoltre gli fa conoscere un ritmo diverso da quello cui sono abituati e cui siamo abituati tutti. La cura delle relazioni con gli altri è insita in alcune attività che prevedono un’educazione all’attenzione e all’ascolto, alla disponibilità, all’attesa e all’empatia.

Esistono progetti di permacultura anche per ragazzi adolescenti?

Tutti i progetti esistenti al momento sono pensati per gli adulti. Tutte le pratiche che si apprendono durante il corso di progettazione in permacultura, ad esempio, non sono pensate per i bambini. C’è un vero e proprio vuoto in questo senso. Questo progetto si rivolge ai ragazzi di scuola primaria e secondaria di primo grado. Dai 3 ai 6 anni e poi dai 6 ai 12. Dopo le scuole medie abbiamo degli altri progetti per ragazzi più grandi. Non è facile coinvolgere e interessare i ragazzi di questa fascia di età ma cerchiamo di utilizzare le dinamiche tra pari. Una volta che si è entrati in relazione con loro tutto il resto è molto facile. E’ tutto molto naturale solo che sono pratiche che i ragazzi spesso non conoscono o sono fuori dalle loro abitudini. Cerchiamo di trattarli in modo da farli sentire importanti, attivi e responsabilizzati. Questo normalmente ha effetti estremamente positivi.

Che adulti saranno i bambini educati alla vita con un approccio permaculturale?

David Sobel dice: “Se vogliamo che i bambini rifioriscano e diventino gli uomini e le donne del futuro, dobbiamo permettere loro di amare la terra prima di chiedere loro di salvarla.” Uno dei principi della permacultura è “lavorare con la natura”. Quindi dobbiamo prima imparare come funziona la natura in modo che possiamo lavorare con lei. Children in Permaculture ha creato un programma per i bambini sulla permacultura. Stiamo creando case studies, sessioni di formazione, attività e altre risorse per sostenere gli educatori (compresi i genitori) in modo da condividere la permacultura con i bambini.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Nasce in Cilento “La Via Che Porta a Scuola”

In Cilento turismo e scuola si incontrano. “La Via Che Porta a Scuola” è il nome della neonata collaborazione tra l’Associazione La Via Silente e la dirigente scolastica Maria De Biase. Uno degli istituti diretti dalla preside De Biase diventa una tappa del percorso cicloturistico della Via Silente.

È arrivato il momento in cui viaggiatori e alunni si incontrano. Grazie al lavoro di due realtà che conosciamo molto bene:  La Via Silente, associazione cilentana impegnata nella promozione del cicloturismo e del turismo lento, e la preside dell’Istituto Comprensivo di Santa Marina – Policastro Maria de Biase  hanno deciso di iniziare una collaborazione chiamata “La Via Che Porta a Scuola”. L’associazione si occupa, nello specifico, della valorizzazione della Via Silente, un ciclo- percorso di circa seicento chilometri che attraversa l’intero territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Grazie alla “Via Che Porta a Scuola”, il ruolo dell’associazione sarà quello di consigliare al viaggiatore in partenza la sosta nelle scuole di Casaletto Spartano o Policastro Bussentino, con particolare rilevanza a Casaletto Spartano perché suggerita come undicesima tappa della Via Silente; l’associazione fornirà inoltre supporto allo sviluppo di progetti che nasceranno in seno a tale collaborazione, partecipando ad incontri a scuola in cui i ragazzi potranno ascoltare dalla viva voce degli ideatori del progetto, i mille aspetti correlati al passaggio di un “visitatore lento” sul proprio territorio.14021675_555266514677053_4474297691654571700_n

La scuola della dirigente De Biase, da anni nota per la divulgazione delle “buone pratiche” e della presa di coscienza della ricchezza della propria terra, si rivela così una fonte di naturale arricchimento per le tappe della Via Silente e un ulteriore tassello verso il raggiungimento dell’obiettivo centrale dell’Associazione: un turismo pienamente consapevole e votato alla conoscenza del territorio. La Via Silente è stata infatti spesso definita dai suoi stessi ideatori come un mosaico che va costruito con pazienza e intelligenza e soprattutto con un’accurata ricerca delle tessere. Essendo sempre più forte il desiderio del turista di avere un contatto autentico con i luoghi e le persone che li abitano, la scuola della dirigente De Biase rappresenta un passaggio naturale verso l’attuazione di un processo educativo che mira al rispetto del proprio ambiente di vita, all’arricchimento naturale nel contatto tra visitatore e abitante e alla tutela paesaggistica, storica e culturale del Cilento.via-silente

Un incontro che mira anche a capovolgere i ruoli, a rendere l’alunno insegnante: la capacità di differenziare i rifiuti, l’autoproduzione della merenda, le conoscenze relative agli aspetti storico – naturalistici del pezzo di Via Silente che raggiunge le scuole del plesso, rappresenterà l’offerta dell’alunno ai visitatori. Questi ultimi, in un’ottica di arricchimento e conoscenza del paesaggio attraversato, ricambieranno con il proprio racconto di viaggio o di viaggi passati agli alunni che li hanno accolti. Uno scambio che è una ricchezza per alunni, turisti e che impreziosisce ulteriormente le attività di due realtà accomunate dalla voglia di innovare le tradizioni del paesaggio che vivono.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/cilento-via-porta-a-scuola/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Al Parco della Cellulosa inizia per il terzo anno la Scuola nel Bosco

Riparte al parco della Cellulosa la “Scuola nel Bosco” con cui da tre anni i bambini imparano ad avere un rapporto diretto con la natura e i boschi della capitale386496_1

Per il terzo anno consecutivo, è iniziata la “Scuola nel Bosco”, iniziativa realizzata a Roma dal circolo Legambiente Parco della Cellulosa grazie alla collaborazione con l’Ente Parco Regionale RomaNatura; l’attività si svolgerà come di consueto nel quartiere di Casalotti del XIII Municipio di Roma, all’interno del Monumento Naturale Parco della Cellulosa. Sono centinaia i bambini che fino ad oggi hanno avuto la possibilità di giovare di una didattica alternativa, fatta di rapporto diretto tra il bambino e gli elementi naturali che si trovano nei boschi urbani della capitale.

“Con la Scuola nel Bosco continua un’esperienza fantastica per bambini, genitori e insegnanti delle scuole che ne faranno parte – commenta Roberto  Scacchi presidente di Legambiente Lazio – nella splendida didattica della quale i bambini potranno godere, sarà fondamentale il rapporto diretto tra bambini e elementi naturali di una delle aree protette di Roma”.

Il Parco della Cellulosa è infatti un Monumento Naturale della Regione Lazio gestito da RomaNatura. “Questo è uno degli splendidi metodi di far vivere i parchi urbani della capitale, con proposte intelligenti che avvicinano i cittadini alle aree protette e danno loro nuovo slancio e protagonismo”, conclude Scacchi

Fonte: ecodallecitta.it

 

Nature rock: l’educazione esperienziale arriva nelle scuole italiane

Imparare con l’esperienza, all’aria aperta, attraverso l’avventura e l’errore. Già diffuso nei paesi anglosassoni, questo approccio educativo sta iniziando a radicarsi nel nostro Paese, grazie anche ai percorsi proposti da Nature rock, nato con l’obiettivo di diffondere nelle scuole pubbliche italiane il seme del metodo esperienzale.13522006_1143269782400012_3007227980347122419_n.jpg

 

Nature Rock nasce nel 2012 a Montopoli in val d’Arno, provincia di Pisa, all’idea di intensificare e facilitare le dinamiche relazionali tra alunni e insegnanti sia nell’ambiente scolastico sia quell’extra scolastico

 

Christian Mancini è stato cresciuto secondo i principi dell’experential learning. Metà italiano e metà tedesco, ha frequentato le scuole in Germania e dal 2012 è tornato in Toscana e ha fondato la Nature Rock, una società che ha l’obiettivo di diffondere nelle scuole pubbliche del nostro paese il seme del metodo esperienziale. “In Germania questa tipologia di apprendimento funziona benissimo e non c’è alcuna ragione per cui non dovrebbe essere lo stesso qui”, ha spiegato. Infatti ci sta già riuscendo, perché la risposta è molto positiva. Johann Heinrich Pestalozzi, pedagogista svizzero, sosteneva che non esiste cervello che non sia in grado di imparare, ma è necessario attivare gli stimoli giusti coinvolgendo parimente testa, cuore e mano. “Alle elementari i miei compiti per casa si svolgevano prevalentemente all’aria aperta” – ricorda Christian riportando un esempio della proprio educazione – “mi chiedevano di farmi accompagnare in un bosco e descrivere l’albero che mi piaceva di più, o di andare al lago e raccogliere un certo tipo di sassi”.

Christian definisce il metodo esperienziale come un contenitore di discipline, non è guidato cioè da una sola filosofia ma è un mix di dottrine educative. E aggiunge che “bisogna rieducare le persone all’avventura e all’errore”. Sporcarsi nel fango, arrampicarsi su un albero e lanciarsi in un fiume. E, perché no?, sbagliare. Nel nostro sistema educativo l’errore è visto con paura e rappresenta una minaccia (così come il rischio), ma in realtà è un fattore fondamentale di crescita e apprendimento.13566918_1143271309066526_5894928851224895691_n

I progetti e le gite in natura permettono agli insegnanti di far emergere le capacità individuali dei ragazzi e migliorano le dinamiche emotive e relazionali in classe

 

All’inizio Christian si è dedicato soprattutto all’educazione esperienziale dei ragazzi, ma poi ha capito che per fare davvero breccia nel sistema educativo nazionale bisognava formare gli insegnanti della scuola pubblica, per cambiarla e migliorarla ripartendo dalle sue fondamenta. “In giro per l’Italia questo approccio comincia a diffondersi”, osserva. E infatti basta pensare al progressivo radicamento degli asili nel bosco, il cui numero è destinato a crescere nei prossimi anni. E quando i bambini ne usciranno, molto probabilmente richiederanno lo stesso tipo di metodo educativo anche per le scuole primarie. A partire dal prossimo novembre la Nature Rock sarà impegnata nel progetto “out door education bus”, un pulmino che girerà l’Italia per offrire attività di educazione esperienziale nelle scuole italiane dal nord al sud del paese (qui tutte le informazioni per sostenere il progetto attraverso il crowdfunding). Insomma, una volta lanciata la pallina non si ferma più.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/09/nature-rock-educazione-esperienziale-scuole-italiane/

 

L’Asilo nel Bosco: crescere felicemente nella natura

Una scuola all’aperto dove i bambini possano godere della natura, dove apprendere tramite l’esperienza diretta e dove le emozioni non sono meno importanti dei saperi. Avviato due anni fa, il progetto sperimentale dell’Asilo nel Bosco di Ostia Antica sta facendo scuola nel resto d’Italia affermandosi anche nel nostro Paese come un nuovo paradigma educativo di successo.

Su Italia che Cambia vi abbiamo già parlato dell’Asilo nel Bosco, la scuola all’aperto ad Ostia Antica nata da un’idea dell’Associazione Manes e L’Emilio con l’intesa dell’Istituto Comprensivo Amendola Guttuso. La ricchezza dell’esperienza, la sua trasformazione, le numerose novità avvenute nell’arco di breve tempo ci hanno spinto a tornare tra gli alberi, i fiori e i luoghi dove il sogno di un’educazione diversa è divenuto una realtà concreta. La raccontiamo con le parole e le immagini dei protagonisti.

L’Asilo nel Bosco è un progetto che parte nel 2013 all’interno del Parco della Madonnetta, vicino Ostia e nasce dall’incontro di due realtà: l’Emilio, che era una scuola dell’infanzia, e l’Associazione Manes,  un’associazione culturale che si occupa di lotta alla dispersione scolastica e che già lavorava sul territorio di Ostia in campo educativo. Il primo anno con un piccolo gruppo di dieci bambini è iniziata la sperimentazione di come realizzare una scuola all’aperto con bambini in età della scuola materna, ed i risultati sono stati molto soddisfacenti, sia per gli stimoli che ricevevano i bambini da un’educazione non più limitata alle solite quattro mura, ma immersa nella Natura e aperta alle esplorazioni che essa permette. Dopo un primo anno di sperimentazione, il successo dell’iniziativa ha reso necessario uno spazio più ampio. L’Asilo nel Bosco è arrivato oggi in campagna ad Ostia Antica, vicino agli scavi, in un territorio immerso nel verde dove c’è la possibilità di fare ampie passeggiate ed esplorare. “Dopo due anni e mezzo, il gruppo di bambini è aumentato fino ad arrivare a quaranta. Abbiamo raggiunto un buon numero per mantenere quello che è un progetto di qualità”, ci racconta Sabina Bello, Maestra nel bosco dell’Associazione Manes e tra le fondatrici del progetto.13043731_1717728378516278_1754635528414110135_n

“Si è allargato anche il gruppo di persone che lavorano con noi, si può condividere con altri la gioia di educare in maniera differente, non è soltanto un bene per i bambini, è un bene per tutte le persone che ruotano intorno a questo progetto, famiglie e abitanti del luogo inclusi. I bambini si sentono accolti da questa comunità, si sentono liberi di rivolgersi a tutte le figure che incontrano in questo piccolo villaggio. È una cosa rara che i bambini oggi trovino un contesto d’insieme così accogliente”.

Già, ma vi starete chiedendo: come si svolge una giornata tipo all’Asilo nel Bosco? Cosa fanno i bambini? “I bimbi all’asilo quando arrivano la mattina la prima cosa che fanno è lanciare la giacca sulle scale e scappare in giardino – ci racconta la maestra nel bosco Ilaria Castiello – perché non vedono l’ora di arrivare a scuola, che è una delle cose più belle che succedono qua. Di solito una delle cose caratteristiche che facciamo è la passeggiata, che è il momento più creativo e naturale della giornata. Tra le attività favorite c’è l’arrampicata sugli alberi, la parte avventurosa dell’esplorazione, c’è la raccolta dei materiali che poi usiamo per costruire delle cose durante la giornata. La giornata si svolge molto seguendo gli stimoli che ci sono intorno: gli alberi, la natura, i fiori: tutto diventa lezione e ispirazione”.13001312_1711587782463671_981827314268261447_n

Sabina ci spiega che “la caratteristica principale è che passiamo gran parte del tempo all’aria aperta, abbiamo utilizzato pochissimo il nostro rifugio quest’anno (una struttura al chiuso all’interno dell’Asilo, utilizzata in caso di necessità ndr). I bambini arrivano piano piano, in questo periodo ci sono dei bimbi che di loro spontanea volontà mi aiutano a preparare le cose del giorno, quindi riempire la bottiglia d’acqua oppure portare fuori le sedie che serviranno poi per il pranzo. Via via arrivano tutti e ci avviamo per una passeggiata, oppure ci dividiamo in due giardini e a seconda della proposta che il gruppo reputa migliore per la giornata: i bambini potranno scegliere se andare a trovare gli amici animali, oppure se dipingere, lavorare con l’argilla, oppure in questo periodo ci stiamo occupando di attività legate al giardinaggio, data la stagione invitante. La mattina ha molti percorsi possibili, altrimenti si potrebbe andare a fare una passeggiata lungo il fiume Tevere, oppure in questo periodo siamo stati varie volte al borgo di Ostia Antica, dove ai bimbi piace andare al castello: c’è la possibilità di fare esperienze a contatto con la realtà del territorio. Le diverse possibili mattine arrivano al punto d’incontro che è quello del pranzo, che invece ha una modalità abbastanza stabile con cui si svolge. I bimbi aiutano a preparare e ad apparecchiare, il pomeriggio poi alcuni riposano e altri giocano. In questo periodo sono cominciati dei laboratori quindi c’è un laboratorio di teatro, uno di danza, altre proposte nascono nell’attimo”.

Anche i bambini sono Maestri:  l’insegnamento per gli adulti

Il primo aspetto che ci ha colpito dell’Asilo Nel Bosco, e quello con cui concludiamo il nostro racconto, è stato l’entusiasmo vivo negli occhi dei Maestri che, quotidianamente, contribuiscono insieme ai bimbi e alle famiglie a rendere viva una realtà che sembrava solo un sogno irrealizzabile. Siamo in tanti a pensare, per pigrizia o per paura, che le circostanze non possano mai cambiare: mentre noi siamo impegnati a pensare, poi arriva chi si mette in gioco e la realtà la arricchisce davvero. E di cosa si sono arricchiti i fondatori e i maestri dell’Asilo nel Bosco, per arricchire tutti noi di questa nuova esperienza?

 

Sabina ha capito che i bambini hanno dei tempi che sono ben diversi da quelli che inizialmente immaginava: “ho imparato che i bambini sono molto più competenti di quanto uno inizialmente si aspetta, che ognuno ha una sua personalità spiccata in grado di capire la situazione che lo circonda, affrontando anche con coraggio situazioni ed emozioni molto difficili. Vi racconto un episodio: un giorno una bambina stava piangendo, avevo capito che non si era fatta male ma che era un pianto di tristezza e mi sono seduta vicino a lei per consolarla. Capivo che la situazione era legata alla separazione dei genitori, e intanto tutto un gruppetto di bambini è arrivato piano piano ad inserirsi nella nostra conversazione con delicatezza. Una bambina ha regalato un fiore alla bimba che piangeva, un altro bimbo ha chiesto il motivo per la sua tristezza, e hanno così iniziato a confrontarsi. E’ arrivato poi un altro bambino con i genitori separati anche lui, insieme ad una bimba che ha detto che il papà non ce l’aveva più perché era morto. Dopo di questo sono passati immediatamente alla reazione: la bambina si è ripresa con un bicchiere d’acqua e si è rasserenata”.10592688_1444846535804465_8309197432492640014_n

Questo dovrebbe trasmetterci secondo Paolo “la gioia di affrontare la quotidianità”. “Penso che sia un messaggio molto importante che noi adulti dovremmo ricevere e che a me ha cambiato la vita, e l’ho imparata dall’esempio dei bambini qui all’asilo nel bosco. La capacità di vivere il presente, di concentrarsi su di esso, perché vivere il presente con gioia e serenità è la garanzia di vivere un futuro sereno e tranquillo, è una delle attitudini che dovremmo imparare e ricordare dal modo di vivere le dinamiche della vita da parte dei bambini”.

Ilaria invece ha imparato a rallentare i ritmi: “Io con questa esperienza in sei mesi sono già cambiata tantissimo. Ho imparato a rallentare i miei ritmi, a togliere: meno parole, più lentezza, a prendere le cose con una morbidezza che il contesto naturale ti suggerisce. La creatività è un altro aspetto fondamentale che ho imparato: sembra che in un giardino non ci sia nulla, ma invece hai tutto quello che ti può servire per ridere, giocare, divertirti e imparare”.

Visualizza la scheda dell’Asilo nel Bosco sulla Mappa dell’Italia che Cambia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/05/io-faccio-cosi-119-asilo-nel-bosco-crescere-felicemente-natura/