Il “Giardino Sostenibile”, la mostra-mercato all’Orto Botanico di Torino

Per il primo anno, l’Orto Botanico di Torino ha ospitato per un’intera giornata la mostra-mercato dal nome “Il Giardino Sostenibile”, evento pensato ed organizzato con l’obiettivo di divulgare e condividere buone pratiche nell’ambito del giardinaggio, delle coltivazioni e dell’agricoltura sinergica, con una forte attenzione nei confronti degli impatti ambientali, della progettazione e della riduzione del dispendio energetico in giardino.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino

L’iniziativa Il giardino sostenibile è stata pensata e realizzata all’interno dell’Orto Botanico, luogo legato alla divulgazione, alla ricerca scientifica e alla conoscenza della cultura botanica e della sua conservazione.
Per l’intera giornata di sabato 7 aprile, l’Orto Botanico ha ospitato diversi espositori attivi nel campo della sostenibilità, col fine di raccontare le rispettive e differenti esperienze e dando vita a momenti di interazione, confronto e diffusione di conoscenze. Ormai è chiaro come il tema della sostenibilità si relazioni con una molteplicità di contesti, tra cui quello dell’agricoltura ma anche del giardinaggio, della costruzione del paesaggio e del verde urbano. Come definito per la prima volta dal rapporto Bruntland nel 1987, “lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”, generando una forte attenzione al mantenimento delle risorse, alla tutela e all’equilibrio ambientale, economico e sociale. In relazione a tale aspetto, l’evento ha riunito alcuni espositori appartenenti a realtà diverse che condividono una visione ed una metodologia di lavoro comune, strettamente connessa al tema del sostenibile.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522276

Tra i vari ospiti era presente l’Erbaio della Gorra, attività vivaistica che si occupa di coltivare, fornire consulenze progettuali e realizzare giardini di erbacee perenni e graminacee ornamentali, con un gusto strettamente legato ad un’idea di giardino spontaneo e dinamico, in continuità con l’ambiente circostante. Ha poi partecipato l’attività di produzione artigianale di cippato dal nome Ramaglie, fondata da Marta Mariani e Luca Cappuzzo, che hanno precedentemente intrapreso un percorso all’insegna del giardinaggio sostenibile. Appassionati di botanica, hanno saputo combinare le rispettive preparazioni in due ambiti differenti ma complementari, quali quello dell’architettura e quello del giardinaggio, dando vita ad una conoscenza della tematica a 360 gradi. In base alla loro esperienza, la produzione di cippato e lo studio dei suoi utilizzi in giardino ed in terrazzo si basa sull’insegnamento di chi prima di loro si è appassionato a questa tecnica, come ne è esempio l’esperienza del giardiniere francese Jacky Dupety, da cui le loro pratiche prendono spunto. Il cippato nello specifico rappresenta una risorsa attualmente valorizzata e maggiormente richiesta sul mercato rispetto al passato e possiede molteplici qualità tra cui la capacità di garantire un forte risparmio di energia, rappresentando una riserva idrica che protegge dalla siccità, da stress termici e dall’erosione. Il cippato è inoltre un biocombustibile a basso costo dalla resa elevata, prodotto da arbusti coltivati senza pesticidi né concimi chimici e collabora alla ricostruzione dell’ecosistema del suolo.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522467.jpg

All’evento era poi presente Maiac, azienda che si pone come centro completo per la distribuzione di tutto ciò che attiene al giardinaggio, sia familiare, sia professionale, affiancando alla vendita delle macchine da giardino, quella di nuovi prodotti come concimi, sementi, vasi e prodotti per l’irrigazione per giardini ed orti. L’azienda ripone un’attenzione particolare al tema dell’agricoltura biologica e dell’irrigazione, e più nello specifico del risparmio idrico. In relazione a quest’ultimo, tramite l’irrigazione a goccia, si ottengono diversi vantaggi tra cui una buona efficienza ed una maggior semplicità nell’utilizzo rispetto ad altri sistemi di irrigazione, poiché distribuisce l’acqua in prossimità delle radici, con una frequenza di emissione e quantità di acqua più adatte alla coltivazione.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522344

L’evento ha visto come protagonista anche Orto al quadrato, progetto nato circa un anno fa, a partire dalla volontà e dall’entusiasmo di un gruppo di studenti della facoltà di Scienze Naturali dell’Università degli Studi di Torino, che riunisce ed accoglie ragazzi e ragazze da diverse facoltà e che si occupa attivamente di agricoltura sinergica.
Obiettivo del progetto è quello di dare vita, all’interno dello stesso Orto Botanico, ad un orto sinergico e ad un orto biologico tradizionale, realizzando un lavoro congiunto che permetta di sperimentare e mettere a confronto le due diverse pratiche di coltivazione.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522412

In particolare, l’agricoltura sinergica si caratterizza per l’attenzione a sfruttare le dinamiche naturali del suolo, coltivando la terra proprio come se fosse un bosco. Tale pratica si basa su alcuni principi quali mantenere e rispettare la terra, partendo dal presupposto che quest’ultima è in grado di rigenerarsi da sé grazie alla penetrazione ed alla ramificazione delle radici ed alla presenza di microrganismi, insetti o lombrichi. Fondamentale è poi assicurare il mantenimento della fertilità senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici o concimi organici, così come garantire la pacciamatura, ovvero la protezione “naturale” del suolo tramite paglia, foglie e scarti vegetali, creando humus naturale che mantenga la temperatura e l’umidità. La componente sinergica si basa nel complesso sull’equilibrio e la collaborazione tra animali, piante ed altri organismi viventi, assicurando un vero e proprio ecosistema spontaneo.

L’agricoltura biologica si focalizza poi sul benessere del suolo, delle piante, degli animali, degli esseri umani e del pianeta come un insieme unico ed indivisibile, attraverso il rispetto dei cicli ecologici viventi. Importante in tale ottica è garantire un impatto ambientale minimo, una stagionalità dei prodotti nel rispetto dei cicli naturali, una filiera corta al km 0, un’assenza di sostanze chimiche ed una rotazione delle colture che eviti lo sfruttamento intensivo.
Nel complesso, accanto all’orto, gli studenti hanno realizzato la spirale delle erbe, una struttura tipica in permacultura che unisce diverse erbe aromatiche in un piccolo spazio. L’orto sinergico e quello biologico tradizionale sono attualmente in fase di realizzazione e sperimentazione, grazie alla cura e alla dedizione degli studenti che sono riusciti a creare un ambiente dinamico e vivace, di scambio e crescita collettiva.

In definitiva, la mostra-mercato del “Giardino Sostenibile” ha dato la possibilità di dare vita ad un primo ed iniziale momento di condivisione e confronto su una tematica che ha al giorno d’oggi più che mai bisogno di essere conosciuta, compresa e vissuta, con l’augurio di rinnovarsi ed ampliarsi in future edizioni.

Foto copertina
Didascalia: Il giardino sostenibile Torino 2018

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Terre ai giovani: una nuova proposta dalla Campania

Sulla scia dell’iniziativa Antiche Terre Giovani Progetti, diversi proprietari terrieri hanno deciso di assegnare i loro possedimenti a ragazzi con idee innovative in campo agricolo. Abbiamo intervistato Antonio, agricoltore biologico campano, che ha aderito all’appello mettendo a disposizione una parte delle sue terre. Antiche Terre Giovani Progetti è una bellissima iniziativa di cui abbiamo parlato pochi giorni fa: due coniugi che possedevano dei terreni ma che, per problemi d’età, non erano più in grado di coltivarli, li hanno dati in concessione gratuitamente a giovani con progetti agricoli virtuosi e innovativi. Si sono fatti avanti centinaia di ragazzi, ma non solo: oltre a loro, si sono interessati alla proposta anche diversi proprietari terrieri che volevano seguire l’esempio della coppia, mettendo a loro volta a disposizione parte dei loro possedimenti. Abbiamo intervistato uno di loro, Antonio Buono dell’azienda agricola Selvanova, che offe delle terre ai giovani in Campania.

Antonio, quali obiettivi intendi raggiungere, non solo dal punto di vista agricolo, ma anche sotto il profilo della rivitalizzazione del territorio e della creazione di circuiti virtuosi?

Da quando è nata nel 1992, Selvanova è sempre stata un punto di riferimento per il territorio per le sue pratiche virtuose: siamo da tempo azienda biologica certificata, abbiamo promosso incontri per il recupero della frazione umida comunale tramite compostaggio, abbiamo sollecitato e promosso – anche in collaborazione con gli enti locali – la riscoperta dei prodotti tipici locali per lo sviluppo economico del territorio – oggi la provincia di Caserta ha quattro presidi Slow Food, tra cui l’oliva caiazzana di cui siamo produttori. Abbiamo riscoperto un vitigno quasi estinto, il pallagrello, oggi prodotto da almeno altre dieci aziende, quindi con risvolto positivo in termini economici e occupazionali. Questa è l’eredità che lasciamo e che vorremmo fosse raccolta da chi ci sostituirà nella gestione. Poi ci sono il presente e il futuro, con progetti centrati sulla biodiversità, come il recupero di varietà locali quasi estinte. Ma la sfida più difficile sarà ora quella di organizzare un gruppo umano che sappia non solo gestire bene l’azienda, ma anche costruire relazioni positive.

Cosa ti ha spinto a contattare Lia (ideatrice di Antiche Terre Giovani Progetti) e adottare le sue modalità di assegnazione dei terreni?

Lia è stata brava a pubblicizzare la sua scelta e a proporla. Credo ci siano tante persone mosse dagli stessi intenti: tra queste ci siamo anche io e mia moglie.selvanova1

Quali caratteristiche devono avere i giovani a cui andranno le terre?

Devono assolutamente attenersi a pratiche rispettose dell’ambiente: biodiversità, biologico, biodinamico. Abbiamo già assegnato 9 ettari con annessi rurali a cinque giovani che si sono proposti con un progetto chiaro. Tre di loro si sono dedicati principalmente alla produzione di canapa, ma progettano anche una realtà autosufficiente. Due hanno avviato un allevamento ovino di razza locale, hanno già 80 capi e sono partite la produzione e la vendita di formaggi. Ora vogliamo trovare un gruppo capace di convivere serenamente e portare avanti l’attuale azienda che noi, ultrasettantenni, non riusciamo più a gestire al meglio. Venderla? La considereremmo una sconfitta.

Pensi che questa iniziativa possa essere replicata e, in futuro, diventare una pratica consolidata per recuperare terreni abbandonati e favorire il ritorno in campagna?

Assolutamente sì e noi che siamo avviati su questa strada dovremo diffondere queste pratiche. Ma soprattutto speriamo di essere d’esempio a tutti i piccoli agricoltori che, non avendo eredi che se ne vogliano occupare, sono costretti a vendere aziende agricole create e gestite con passione per tutta una vita.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/06/terre-ai-giovani-nuova-proposta-campania/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Remedia, la filiera etica e locale delle piante medicinali

Una realtà imprenditoriale innovativa che realizza prodotti erboristici e cosmetici naturali, che coltiva e rispetta le proprie piante e i processi produttivi, che pratica la sociocrazia e diffonde un concetto di lavoro che va di pari passo con la bellezza. Tutto questo è Remedia, realtà romagnola simbolo di un’imprenditoria che cambia. Remedia è un’azienda agricola che coltiva con il metodo bioenergetico piante officinali, le raccoglie e le trasforma in preparati erboristici e in prodotti per la cosmesi naturali. Nasce negli anni novanta dalla visione e dall’incontro (di vita e di amore) di Lucilla Satanassi e Hubert Bosch, in occasione di un convegno sull’utilizzo dell’omeopatia in agricoltura. I due sin da bambini hanno avuto un forte legame con la natura, specialmente con gli alberi e le erbe.

Nel 1992 hanno cominciato questa attività nel podere dei genitori di Lucilla e oggi, dopo venticinque anni, Remedia è un’azienda “a misura d’uomo” che conta ventotto persone in organico, attenta al benessere dei propri collaboratori che sono liberi di gestire al meglio il proprio tempo lavorativo, che usa la sociocrazia come metodo decisionale e impegnata da sempre nella diffusione del messaggio delle piante, riconoscendo l’importanza delle forze invisibili in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale.

Che cosa fa Remedia

L’azienda Remedia si trova in un podere esposto a sud nell’appennino tosco-romagnolo, precisamente a Quarto di Sarsina in provincia di Forlì-Cesena. Il terreno è grande circa venti ettari, di cui sette coltivabili, il resto è bosco. Oltre il podere, Remedia ha in affitto altri terreni su cui coltivare le piante officinali. Realizza circa milleduecento prodotti in gran parte erboristici utili al benessere,tra cui spiccano lo Spirito degli Alberi,  i Fiori di Bach, i gemmoderivati, gli olii essenziali, ma anche tisane, oleoliti, estratti idroalcolici e altri tipi di estratti, e la bellezza con un settore dedicato alla cosmesi naturale. Oltre a questi prodotti, Remedia realizza delle miscele personalizzate: “Abbiamo un contatto diretto sia con persone che sono nostri clienti affezionati, sia con i nuovi” ci racconta Hubert Bosch “cerchiamo di consigliarli direttamente affinché possano diventare indipendenti nell’attenzione e nei rimedi da attuare per il loro benessere”.10525911_753155188063797_2157581847116323343_n

I punti fondamentali di Remedia

La missione primaria di Remedia è quella di diffondere il messaggio delle piante tramite la diffusione della conoscenza appresa da esse, per questo scopo Hubert e Lucilla hanno scritto dei libri e tengono corsi, seminari e conferenze anche all’estero. Uno dei punti più importanti legati a Remedia è la qualità delle piante e dei prodotti ricavati da esse: “Noi non facciamo irrigazione se non di soccorso” ci spiega Hubert “ciò significa che raccogliamo di meno rispetto a chi fa un altro tipo di coltivazione, però l’erba ha tutta un’altra forza e concentrazione che è garantita anche dalle nostre continue ricerche sulle varietà e sui loro possibili utilizzi. Inoltre secondo la nostra visione, le piante officinali non agiscono principalmente tramite principi attivi ma attraverso il messaggio che rappresenta la pianta: noi lavoriamo molto su questo, secondo noi il tipo di agricoltura ha un’ influenza diretta sul tipo di pianta che cresce ed ecco perché abbiamo scelto il metodo bioenergetico. Forza e chiarezza sono due principi fondamentali. La trasformazione delle erbe avviene appena raccolta la pianta, aspettare già delle ore implica una perdita del messaggio che le piante vogliono comunicare. Sul messaggio che le piante vogliono comunicarci, è importante capire anche che il nostro atteggiamento è fondamentale, ci deve essere una fiducia e una tranquillità di base da parte delle persone.13620876_1114118578634121_5467090609060905286_n

Il lavoro: il tempo, la sociocrazia e l’influenza sul prodotto

In Remedia “il lavoro è considerato un percorso di realizzazione personale a misura d’uomo in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale”. È per questo che come realtà imprenditoriale, Remedia dimostra anche un’attenzione e una sensibilità particolare al significato del concetto di lavoro. Secondo Hubert e Lucilla, è necessario lavorare il più possibile sull’avere un posto di lavoro il più armonico possibile, in quanto l’efficacia dei preparati di Remedia è direttamente collegata al benessere armonico del luogo in cui vengono realizzati. Ecco perché i collaboratori di Remedia sono liberi di decidere quanto lavorare e ci sono diverse persone che hanno scelto il part-time spontaneamente. Particolare attenzione è dedicata al processo decisionale all’interno dell’azienda: Remedia ha introdotto negli ultimi tre anni all’interno del proprio gruppo di lavoro la sociocrazia, un metodo decisionale basato sui valori della sussidiarietà, della trasparenza e dove ogni decisione strategica viene raggiunta tramite l’ascolto e la partecipazione di ciascuno dei membri del gruppo di lavoro.

Obiettivi e cambio di visione

Ci racconta Hubert che “forse la gioia più grande è quella di poter dare alle persone il messaggio che si può vivere in un altro modo: ormai credo che in Italia il sentimento di voler cambiare vita sia molto forte tra le persone. Il nostro esempio vorremmo che dimostri che si può fare economia in un modo diverso, noi ci confrontiamo giornalmente con le difficoltà (tra cui la burocrazia gioca un ruolo primario) ma testimoniamo che ce la possiamo fare anche con queste e speriamo che anche altri possano ripetere la nostra esperienza con un loro percorso. Diverse persone che sono passate di qui e hanno collaborato in passato con noi oggi lavorano individualmente o con altre realtà, per noi questa è una grande soddisfazione e realizzazione professionale. Noi non abbiamo segreti, pubblichiamo anche le formule dei nostri prodotti: vogliamo davvero che il nostro messaggio si diffonda il più possibile”.419672_340282929351027_284347715_n

In conclusione del nostro incontro, Hubert ci descrive come è cambiata nel corso degli anni la sensibilità delle persone sul mondo legato a Remedia e alle sue attvitità: “In passato, dopo due anni dalla nostra nascita, io e Lucilla di giorno coltivavamo le piante e di sera andavamo al mare a vendere i nostri preparati nelle bancarelle e nei mercati della riviera romagnola. Allora le persone che si fermavano al nostro banchetto, ci domandavano letteralmente: ma cos’è questa roba?! Era una gran fatica spiegare di cosa stavamo parlando e cosa realizzavamo. Oggi è tutto molto più semplice, la sensibilità riguardo al tema del benessere naturale è aumentata esponenzialmente, così come abbiamo notato che in questi ultimi tre anni c’è stata un’accelerazione enorme del cambiamento. Le persone sono sempre più pronte, è arrivato il momento in cui dobbiamo  decidere da che parte stare e non farci schiacciare dalla pigrizia e dall’illusione della sicurezza economica, mito che tra l’altro non esiste. Per noi rimane importante incoraggiare le persone, e facciamo del nostro meglio per farlo insieme a tante altre piccole realtà. Ecco perché la rete e il fare rete è sempre più importante tra le realtà che lavorano per realizzare un mondo nuovo”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-165-remedia-filiera-etica-locale-piante-medicinali/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’agricoltura in Calabria? Donna, biologica e solidale!

Cristiana, Marina e mamma Jolanda decidono di essere donne e imprenditrici in una regione difficile come la Calabria. Lo fanno puntando sulla naturalità dei prodotti, sull’economia solidale e locale, sulle relazioni umane. Oggi, un passo alla volta, attraverso la loro azienda stanno portando avanti un cambiamento economico e culturale.

Una tradizione che diventa innovazione, attingendo da quel passato che per troppo tempo l’agricoltura ha snobbato e sminuito. Per ragioni economiche, industriali, per costume, per pigrizia, per convenienza. Tre donne: mamma Iolanda e le due figlie Cristiana e Marina, una terra ereditata che pesa come un macigno perché figlia di un passaggio generazionale imprevisto e difficile da onorare. La voglia di “sporcarsi” le mani, fare agricoltura in Calabria, una regione difficile, a maggior ragione per chi vuole essere Donna ed Imprenditrice e vuole portare avanti un’attività sana, pulita, rispettosa del terreno, sostenibile, capace di creare un giusto reddito per chi ci lavora, di formare reti con altre attività virtuose del territorio, di divulgare il messaggio che oggi un’agricoltura sana e pulita non solo è possibile, ma doverosa.

Una scommessa persa in partenza? Nient’affatto! Siamo nella campagna di Rossano, in Calabria. Iolanda, Cristiana e Marina ci accolgono con affetto e calore, scopriamo sulla nostra pelle cosa significa davvero l’accoglienza in Calabria. L’azienda agricola Biosmurra produce dal 1987 clementine primizie su un’estensione di otto ettari, dei quali uno coltivato anche ad uliveto, ma anche limoni e altre varietà di frutta in piccole quantità. Negli occhi di Cristiana e Marina si legge tutto l’amore per la loro terra, mentre ci raccontano le tappe del loro arrivo sin qui. «Mio padre ha acquistato questo terreno nel 1987» ci racconta Cristiana «e subito ce ne siamo innamorate, abbiamo sentito un forte legame e dopo pochi anni ci siamo trasferite dal entro storico Rossano nella valle del Colagnati». La prematura scomparsa del padre mise Cristiana e Marina in una situazione difficilissima: quella di due ragazze che ereditano un’azienda agricola in un contesto culturale e sociale come quello calabrese. Al di là di tutti i luoghi comuni, chiunque avrebbe pensato di andarsene; a maggior ragione se l’obiettivo era quello di creare una realtà di agricoltura sostenibile in un contesto sociale e culturale che andava (e va tutt’oggi spesso) in tutt’altra direzione. Ma la tenacia e l’amore per la propria realtà, la voglia di combattere per cambiare le cose pur tra mille difficoltà, hanno avuto la meglio: oggi la Biosmurra da lavoro stagionale a sette persone e l’obiettivo è quello di incrementare gli investimenti in Calabria per ingrandire l’azienda.biosmurra3-1030x587

La prima vera svolta che ha portato la Biosmurra a diventare una vera e propria azienda agricola è arrivata nel 2011, in occasione di due diversi momenti di difficoltà, uno congiunturale dovuto al crollo del mercato ortofrutticolo del 2003 e uno aziendale dovuto alla perdita di quasi duecento quintali di prodotto dovuto al maltempo. Da allora la Biosmurra ha messo in atto la vendita del prodotto a un prezzo più che equo e allo stesso tempo lo ha differenziato in trasformati artigianali di primissima qualità, tra i quali spicca il loro Succo di Clementine.

«Noi a questo punto gestiamo tutte le fasi del processo, dalla produzione alla vendita e alla distribuzione» ci racconta Marina Smurra «oltre alla produzione abbiamo deciso di fare a meno di intermediari, di trovarci noi i nostri canali di distribuzione per sfuggire alle logiche commerciali in vigore dalle nostre parti che lasciavano all’agricoltore poco o nulla: dalla produzione fatta con i principi della rigenerazione organica, con un occhio particolare alla cura del terreno, fino alla vendita abbiamo costruito tutto da sole».

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Tutto questo è stato possibile soprattutto grazie agli incontri con le realtà dell’economia solidale: la Biosmurra, dopo essersi dotata di certificazione di qualità, ha intrapreso un percorso di decisa responsabilità sociale, aderendo alla rete nazionale dei GAS e alla RESSUD, oltre al felice incontro con il Consorzio delle Galline Felici, realtà che riunisce varie realtà agricole che si distinguono per l’elevata qualità dei prodotti commerciati e per l’equità e la correttezza nello stabilire il prezzo di vendita. «No, non facciamo solo agricoltura, è il nostro lavoro che ci porta reddito ma facciamo anche altro», ci spiega Cristiana. «Nell’inventarci come far andare avanti la nostra realtà abbiamo intercettato storie, persone con le quali abbiamo creato dei legami forti».

Qui non si parlava affatto di economia solidale, nemmeno di gruppi d’acquisto. Oggi cerchiamo sempre di organizzare eventi, in sinergia con le realtà del territorio, per diffondere anche a livello culturale il messaggio dirompente che proviene dai mondi che abbiamo conosciuto e con i quali siamo orgogliose di collaborare».  Tematiche prima inedite per la Calabria: «Si è rotto il torpore nel quale vivevamo e la cosa bella è che condividendo certi discorsi, pensieri, modi di essere è aumentato l’ottimismo. Io stessa, quando mi autodefinisco Gallina Felice qui a Rossano, lo faccio con il sorriso negli occhi», spiega Marina.biosmurra5-1030x686

Cristiana e Marina non hanno nessuna intenzione di fermarsi. Non lo fanno nemmeno nella vita quotidiana, sempre pronte a cercare il modo migliore per far star bene il prossimo: «Noi vogliamo far capire alle persone che lavorano con noi che è bello poter provare ad andare avanti insieme, che noi stiamo bene se riusciamo a stare tranquille con le persone con la quale collaboriamo», conclude Cristiana. «Nei primi anni di vita non è stato affatto facile: ci siamo dovute fare le ossa, abbiamo dovuto cambiare molti collaboratori perché eravamo ostiche, davamo fastidio. Ora riusciamo meglio a selezionare persone che sono naturalmente affini ai nostri discorsi, si è creata una rete di persone intorno a noi che condividono scelte e rischi della nostra avventura».

E uno dei messaggi più forti di questa esperienza, secondo Marina, è che «se esistono delle regole, tacite o meno, che a noi non piacciono o che ci impediscono di realizzare i nostri sogni, noi dobbiamo lottare per scardinarle e noi nel nostro piccolo ne siamo l’esempio. Mi sento di dare un consiglio alle giovani e ai giovani di oggi: non dobbiamo accettare per forza la realtà così com’è, dobbiamo partecipare di più e delegare di meno».

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/10/io-faccio-cosi-140-agricoltura-in-calabria/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

La sentenza storica contro i pesticidi da far leggere al contadino sotto casa

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Il vostro vicino irrora continuamente i campi con pesticidi che, alla fine, contaminano anche il vostro piccolo orticello? Ecco una sentenza importante che dovreste leggere. Riuscire a vivere senza pesticidi può diventare una vera e propria impresa, soprattutto se accanto al vostro orto ci sono vicini che, invece, fanno uso di prodotti fitosanitari. Lo sa bene Aboca, leader nel settore della farmaceutica naturale, che a dicembre del 2015 aveva minacciato di andar via dalla Toscana a causa dei troppi pesticidi, adoperati sulle coltivazioni limitrofe di tabacco, che contaminavano anche i suoi campi. La vicenda allora si è risolta grazie all’intervento della Regione Toscana con cui Aboca ha trovato un’intesa per la realizzazione di una cabina di regia per l’agricoltura di qualità. Certo, in quel caso l’interesse a tutelare le coltivazioni di un’azienda con un fatturato annuo di 120 milioni di euro era grande.

Si potrebbe dire la stessa cosa anche dei piccoli agricoltori?

A tal proposito esiste una sentenza molto chiara, risalente al 26 agosto 2014, che crea un precedente molto importante al fine di tutelare la salute dei cittadini e i raccolti di chi ha fatto dell’agricoltura biologica la propria scelta di vita. Per la prima volta, un giudice, riconoscendo l’applicabilità dell’art. 844 del codice civile, ha dichiarato l’intollerabilità delle immissioni di sostanze tossiche nel fondo del vicino, ordinando a un viticoltore di Quarrata (PT) di trattare il proprio vigneto con accorgimenti che riducessero gli impatti derivanti dall’uso di fitosanitari. Il problema era nato quando un cittadino di Quarrata (PT), proprietario di un campo confinante, aveva accusato il proprietario di un vigneto confinante di averlo danneggiato per la quantità di diserbanti e/o pesticidi che si depositavano nei suoi terreni, diffondendosi anche all’interno della propria abitazione. Una cosa che lo aveva portato a interrompere la coltivazione dell’orto e a chiudersi dentro, sigillando le finestre. Il contadino si è quindi rivolto al Tribunale di Pistoia per accertare l’intollerabilità delle immissioni di sostanze nocive (pesticidi, diserbanti, insetticidi, ecc) provenienti dal terreno adibito a vigna e per chiedere:

  • di individuare la conseguente responsabilità del proprietario del vigneto;
  • il risarcimento dei danni dovuti alla compromissione delle proprie abitudini di vita;
  • di ordinare l’immediata cessazione delle immissioni dovute all’effetto deriva mediante inibizione all’uso dell’atomizzatore in una zona, cosiddetta cuscinetto, di almeno 50 metri dal confine.

Dopo i dovuti accertamenti tecnici, il Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU), ha stabilito che i trattamenti antiparassitari eseguiti dal viticoltore avevano effettivamente provocato l’immissione delle sostanze nella proprietà confinante, ma ha anche dimostrato che diverse modalità di irrorazione dei fitosanitari potevano rendere praticamente irrilevante la loro deriva.

Il giudice ha quindi deciso:

  • di dichiarare, ex art. 844 del codice civile, l’intollerabilità delle immissioni di sostanze tossiche nel fondo del vicino e di ordinare al viticoltore l’esecuzione dei trattamenti antiparassitari con modalità che ne riducano gli impatti;
  • di rigettare la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale in quanto tale fattispecie non rientrava nei casi tassativamente previsti dalla legge;
  • di condannare il produttore vinicolo al pagamento delle spese processuali e di consulenza tecnica d’ufficio.

Il giudice non ha tuttavia accolto la richiesta di vietare l’uso dei fitofarmaci in una zona cuscinetto indicata dal richiedente in almeno 50 metri dal confine.

Su quest’ultimo punto, però, esiste un pronunciamento del TAR di Trento che, in materia di distanza, con sentenza del 14/1/2012, ha respinto in parte il ricorso di un gruppo di coltivatori di mele del Comune di Malosco (TN), applicando il principio di precauzione e confermando la legittimazione del comune a stabilire limiti di distanza di nebulizzazione dalle abitazioni, in quel caso fissato in 50 metri.

La sentenza in forma integrale può essere scaricata a questo link:

https://gruppodistudioambientesalute.files.wordpress.com/2014/11/sentenza-cantine-bonacchi.pd

 

fonte : ambientebio.it

Arvaia, la cooperativa agricola dei cittadini

Arvaia è un esperimento di agricoltura supportata dalla comunità (CSA) che è partito a Bologna nel 2013. Si tratta di una cooperativa agricola in cui tutti i soci, sia quelli semplici che quelli lavoratori, condividono il rischio d’impresa, costruendo un circuito produttivo e distributivo chiuso e resiliente. L’obiettivo è quello di riappropriarsi della sovranità alimentare. Arvaia in bolognese vuole dire pisello. Ogni baccello ne contiene diversi, di dimensioni e consistenze differenti, ma tutti ugualmente buoni. È lo stesso principio della cooperativa agricola che sette cittadini hanno fondato nel 2013 ispirandosi al modello di Community Supported Agricolture, l’agricoltura supportata dalla comunità.

CSA: I CONSUMATORI DIVENTANO PRODUTTORI

«Potremmo definire la CSA anche “agricoltura solidale” – spiega Cecilia, una socia che fa parte del gruppo dei fondatori –, poiché è il passaggio successivo al gruppo d’acquisto solidale. Gli aderenti non sono più solo consumatori critici, ma diventano loro stessi imprenditori insieme ai contadini».

Arvaia nasce per costruire un’alternativa alla logica della monetizzazione del cibo. Claudio, responsabile della comunicazione, approfondisce il concetto: «Il modello di riferimento è quello visto a Ginevra con il Jardin de Coccagne e, soprattutto, a Friburgo, con Gartencop. In queste esperienze di CSA cadono le abituali distinzioni tra produttori e consumatori, perché entrambi condividono rischi e benefici dell’impresa agricola. Sono “circuiti chiusi”, dove i prodotti agricoli non devono sottostare alle regole del mercato».

Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da chi produce e chi acquista e poi consuma il cibo: «All’inizio della stagione – spiega Cecilia – ciascun socio investe una quota per finanziare le spese di produzione. Questo consente ai soci lavoratori di beneficiare di un budget per portare avanti l’attività e ai soci fruitori di avere l’approvvigionamento di ortaggi garantito per tutto l’anno».

L’intenzione è importare il modello di CSA in Italia, dove i più evoluti tentativi di comunità che supportano l’agricoltura sono ancora i Gruppi di Aquisto Solidale. «L’idea comune è quella di recuperare la “sovranità alimentare”, ovvero il controllo sui mezzi di produzione di ciò che mangiamo».arvaia5

MA COME FUNZIONA ARVAIA?

 

Oggi la cooperativa conta 280 soci effettivi, di cui circa 150 fruiscono della produzione agricola.Ogni socio, tranne pochi casi, rappresenta un nucleo familiare. I soci occupati a tempo pieno sono quattro, coadiuvati saltuariamente da lavoratori stagionali, tirocinanti dall’Istituto agrario o dalla Facoltà di Agraria, oltre che dai soci che volontaristicamente aiutano nelle attività di supporto, come la distribuzione degli ortaggi o la pulizia dalle piante infestanti.

«Portiamo l’agricoltura in città», prosegue Cecilia. «Ci troviamo a soli sette chilometri dal centro di Bologna e fra i nostri soci ci sono persone di ogni tipo, dal medico all’operaio, dallo studente al pensionato.Ogni sabato si fa “agrifitness”: i soci fruitori vengono insieme a noi nei campi per condividere il piacere di lavorare insieme e stare a contatto con la natura». Ma le attività non finiscono qui: si tengono assemblee a cadenza regolare per approvare il bilancio e decidere la strategia. Durante tutto il corso dell’anno, vengono organizzati feste e momenti di approfondimento e formazione che rientrano nella missione principale di Arvaia: rendere consapevoli le persone, a partire dai propri soci, riguardo il rapporto con la terra, l’alimentazione, l’agricoltura.

«L’agrifitness è nata per gioco – ricorda Claudio –, ma ora abbiamo addirittura codificato i movimenti aerobici con l’aiuto di un esperto del settore. Siamo diventati Fattoria Didattica e abbiamo un articolato programma di formazione per le scuole. Inoltre, ospitiamo continuamente persone che vogliono vedere con i propri occhi come funziona la nostra CSA e che sperano di poter replicare il modello a casa loro. Infine, abbiamo una convenzione con l’Università di Bologna in base alla quale ospitiamo i tirocini dei laureandi in Agraria».arvaia1

BIOLOGICO? NO, GENUINO!

 

Il biologico è una scelta scontata, ma vuole essere un biologico davvero “contadino”, attento ai valori ecologici, lontano il più possibile dalla dimensione industriale delle coltivazioni intensive. Come ricorda Cecilia, diversi soci della cooperativa provengono dall’esperienza di CampiAperti, legata a Genuino Clandestino, progetto che punta alla naturalità dei prodotti e alla semplificazione della filiera al di là di leggi e certificazioni.

E genuina è stata anche la scelta “politica” di acquisire in affitto 47 ettari di terreno di proprietà del Comune di Bologna, per cui Arvaia paga un canone annuo di 24mila euro, ovvero un prezzo di mercato. «Lo dico a beneficio di quanti pensano che decidere di investire su un terreno pubblico sia stato per Arvaia un affare», sottolinea Claudio. «La nostra è stata una scelta etica, in linea con i principi che stanno alla base del progetto: salvare un terreno pubblico dalla speculazione edilizia e restituirlo alla pubblica fruizione, attraverso la sua riqualificazione a parco agricolo. Questo è un terreno gestito da una comunità di persone – i soci di Arvaia – a beneficio dei cittadini di tutta Bologna».

Per quanto riguarda la distribuzione dei prodotti, i punti disseminati in città servono per la consegna delle “parti” che spettano a ciascun socio, per agevolare chi abita lontano e ridurre l’impatto ecologico degli spostamenti in auto. «I punti coprono parecchie zone di Bologna – spiega Claudio –, ma ne possono nascere altri in base alle esigenze dei gruppi di soci, che li autogestiscono localmente. Fanno eccezione a questa regola i due mercati contadini che facciamo settimanalmente dentro due centri sociali autogestiti, ilLabas e il Vag, dove portiamo circa il 20% della produzione complessiva. Tutto il resto è destinato esclusivamente ai soci».arvaia4-1024x325

I PROSSIMI PASSI

 

A marzo 2015 Arvaia ha vinto un bando comunale che ha ampliato i terreni a sua disposizione, cambiando le prospettive di produzione. «Le varietà prodotte sono destinate a crescere grazie ai nuovi spazi a disposizione», promette Claudio. «Verranno introdotti legumi e cereali e magari anche trasformazioni, come farine e conservati, così da coprire in modo più completo il fabbisogno alimentare dei soci per tutto l’anno. Cambia anche la “scala” economica con cui confrontarsi, ma il nostro meccanismo è solido, perché partecipativo. Fuori dalle logiche della produzione di mercato, senza alcuna esigenza di produrre profitto, ma dovendo esclusivamente puntare a coprire le spese di produzione abbiamo buone possibilità, diversamente da chi fa agricoltura contadina individualmente».  

Arvaia è un esperimento sociale che deve fare i conti con le abitudini culturali del nostro Paese.«Navighiamo a vista», conclude Claudio. «L’obiettivo dei prossimi anni è consolidare il sistema e renderlo sempre più efficiente in termini di impiego di risorse umane ed economiche. Poi vorremmo divulgare il modello per incentivare la sua replica in altri luoghi del Paese, perché forse è questo l’unico modo per salvare l’agricoltura contadina».

 

Visita il sito di Arvaia.

 

Consulta la scheda di Arvaia sulla mappa dell’Italia Che Cambia.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/io-faccio-cosi-96-arvaia-cooperativa-cittadini/

Agricoltura: gli italiani amano il bio e odiano gli ogm

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Non solo produttori di cibo, ma anche custodi delle tradizioni protettori dell’ambiente. È così che l’85% degli italiani vede gli agricoltori, autentici angeli dell’alimentazione sana, da cui acquistare, magari, prodotti biologici a chilometro zero. A fare da contraltare infatti è un vecchio spauracchio del nostro Paese: gli ogm, che il 73% della nazione vorrebbe tenere fuori dall’agricoltura nazionale. Sono i risultati che emergono dal quinto rapporto “Gli italiani e l’agricoltura” presentato al padiglione di Coldiretti dell’Expo 2015 nel corso del convegno “L’agricoltura che sconfigge la crisi. La sfida della multifunzionalità dal 18 maggio 2001” organizzato dalla Fondazione UniVerde e da Coldiretti. L’indagine è stata svolta su mille cittadini italiani disaggregati per sesso, età e area di residenza, che hanno risposto ad un questionario sul tema dell’agricoltura. I risultati, ha spiegato Antonio Noto, direttore dell’Istituto Ipr Marketing, dimostrerebbero come per gli italiani ci sia poca attenzione per l’agricoltura nel nostro Paese e che la condizione dei coltivatori negli ultimi anni sia peggiorata, soprattutto a livello economico. Per l’86% degli intervistati dovrebbero quindi ricevere un incentivo economico per la loro attività a servizio dell’intera collettività. L’85% del campione ritiene infatti che gli agricoltori svolgono un ruolo importante nella protezione dell’ambiente, perché manterrebbero in vita una tradizione che altrimenti rischierebbe di estinguersi, e proteggerebbero il territorio contro il dissesto idrogeologico. Altrettanto importante ovviamente è anche il fatto che producano alimenti genuini, che il 43% del campione preferisce a frutta e verdura d’importazione e, quando possibile, acquista direttamente in fattoria. L’attenzione verso i prodotti agricoli freschi non si ferma inoltre al momento della spesa, ma si conferma anche nella scelta del ristorante: il 90% infatti apprezza che nel menù siano indicati prodotti di stagione e a chilometro zero. A uscire sconfitti ancora una volta sono invece gli ogm, a cui si è detto contrario il 73% degli intervistati. Il 90% inoltre vorrebbe delle etichette che indicassero chiaramente prodotti ogm free, non solo in campo alimentare, ma anche per i cosmetici, che il 44%gradisce di più se contenenti prodotti naturali o provenienti da agricoltura biologica. È bene ricordare però che attualmente non esistono prove scientifiche a sostegno di molte affermazioni negative che si sentono fare sugli ogm: che facciano per esempio male alla salute, che causino più spesso allergie, o che siano necessariamente lo strumento di un’agricoltura meno sostenibile (così come esistono molti falsi miti su cosa voglia dire genuino se riferito al cibo che mangiamo). Molto positiva infine è risultata l’opinione sull’agricoltura multifunzionale, cioè forme di produzione agricola che realizzano anche attività collaterali utili alla società. Tra le iniziative più apprezzate sono emersi l’agriturismo, i farmer’s market, le fattorie didattiche, gli agri ospizi per anziani, e gli agri asili, a cui l’82%degli intervistati si è detto pronto a iscrivere il proprio figlio.

Fonte: Wired.it
Credits immagine: Tomás Fano/Flickr CC

Agricoltura biologica, oltre 43 milioni di ettari nel mondo e due milioni di contadini

Le zone in cui e’ piu’ diffusa sono l’Oceania e l’Europa comn un volumen di affari globali oltre i 70 milioni di dollari.

L’agricoltura biologica continua a crescere: e’ appena uscito il rapporto 2015 a cura di FiBL e IFOAM, che certifica che in tutto il pianeta le coltivazioni e gli allevamenti biologici superano i 43 milioni di ettari. La regione di maggiore diffusione e’ l’ Oceania con ben 17 milioni di ettari, quasi tutti di pascoli naturali (1), seguita dall’ Europa con 11,5 milioni di ettari, In Italia si e’ arrivati a 1,3 milioni di ettari. In 11 nazioni la superficie bio supera il 10% del totale agricolo. A tutto cio’ va aggiunto anche il settore della cosiddetta raccolta selvatica, 30 milioni di ettari di foreste non inquinate dove vengono raccolti noci, funghi e bacche. Complessivamente il volume d’affari supera i 72 milioni di dollari, generati da circa due milioni di famiglie contadine. «Siamo particolarmente compiaciuti delle recente eccellente crescita in tutto il mondo» ha dichiarato Markus Arbenz, direttore esecutivo dell’ IFOAM. «Gli impatti positivi dal punto di vista ambientale, sociale ed economico del settore ne conferma l’importanza, paragonabile a quella di un faro.» L’agricoltura biologica consuma circa un terzo di energia in meno rispetto all’agricoltura chimico-industriale e cattura piu’ carbonio nel suolo, al punto che se fosse diffusa a livello planetario potrebbe assorbire tra il 20 e il 60% delle emissioni.Agricoltura-biologica

(1) Cioe’ pascoli non trattati con fertilizzanti chimici

Fonte: ecoblog.it

“Anche il biologico torni alla produzione locale”

Da 35 anni impegnati nell’agricoltura biologica con un’azienda in costante crescita e con un recente +13% nelle vendite. I membri della cooperativa La Terra e il Cielo fanno il punto di un’attività in cui hanno sempre creduto ma che oggi “conosce scenari inattesi perché molti vi vengono a cercare solo il business”. A parlare è Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa.cooperativa_terra_cielo

La cooperativa è in crescita? Com’è la situazione attuale in un mondo dove il biologico non rappresenta più una nicchia sconosciuta?

“Noi siamo da 35 anni nel biologico; oggi il mondo del bio è diventato interessante per i grandi gruppi e ci siamo accorti che le cose sono cambiate. Ora ci sono anche scandali, 30 anni fa c’erano solo gli idealisti che credevano nella coltivazione naturale, oggi tanti si buttano solo per business. Ma nonostante la crisi e gli scandali, il biologico cresce in maniera costante, secondo i dati Nomisma del 17 %. Anche noi rispettiamo questa tendenza con una crescita noi del 13%. Il problema però è che, mentre il biologico cresce, non tutte le aziende bio fanno altrettanto. Questo vuol dire che arrivano sempre più prodotti bio dall’estero e non sempre c’è trasparenza. La sfida è promuovere l’agricoltura biologica vera, perché sennò rischiamo di perdere un altro treno importante. Non è facile, le istituzioni in questo non ci danno una mano. Il biologico ha difficoltà non perché non produce reddito, ma perché è schiacciato dalla burocrazia. Il problema enorme è dato dai contributi che hanno generato una burocrazia spaventosa alla quale inginocchiarsi: se non arrivano l’azienda fallisce. L’obiettivo sarebbe arrivare a non chiedere nessun contributo. Il 40% del bilancio della comunità europea va all’agricoltura, ma realmente alle aziende agricole finisce molto meno. Noi abbiamo fatto un calcolo nella regione Marche dove alle aziende finisce il 25%. Conosco bene anche la regione Veneto dove abbiamo una cooperativa associata da diversi anni; lì alle aziende arriva solo il 18%. I soldi quindi vengono fagocitati prima di arrivare agli agricoltori. Il contributo schiavizza il produttore agricolo, noi dobbiamo slegarci da questo”.

Quali sono la mission e l’ideologia di base della cooperativa?

“Siamo un’azienda pioniera nel biologico. Quando abbiamo iniziato nel 1980 eravamo un gruppo di giovani, venivamo dagli anni ’70, poi ci siamo ritirati in campagna con l’idea finale di portare sul mercato dei prodotti sani. Il Comune di Senigallia decise di concederci un affitto politico, siamo rimasti in piedi con donazioni ed è partita l’esperienza di 32 ettari di agricoltura naturale, nell’ottica di rispettare l’ambiente e l’operatore agricolo, tutelare l’economia rurale e anche esportare l’agricoltura bio dei paesi extra Cee senza andar dietro alle speculazioni del mercato. Siamo partiti come cooperativa di conduzioni terreni, poi negli anni stavano nascendo aziende bio ed è venuto fuori il problema di come e dove commercializzare i prodotti. Nell’85 abbiamo modificato lo statuto perché c’era l’esigenza di unire le aziende, siamo passati a cooperativa di soci lavoratori”.

Quali sono i principi a cui non si deve rinunciare nonostante la crisi economica e la concorrenza?

“Naturalmente è la qualità del prodotto ma occorre tener conto del fatto che i prezzi dei prodotti alimentari non sono reali, vengono abbassati talmente tanto da non considerare i costi sociali e ambientali. Prendiamo ad esempio un pollo da allevamento intensivo; se andiamo a calcolare tutti i costi ambientali e sanitari che ha quel prodotto, che costa pochissimo, dovrebbe allora costare molto di più rispetto a quanto lo paghiamo. So purtroppo che ci sono persone che magari non arrivano alla fine del mese, ma non è giusto mangiare cibi non adeguati. Peraltro quel modo di produrre diventa concorrenza sleale. È tutto da rifondare; non si parlare di pasta a 39 centesimi al mezzo chilo, perché solo la semola di grano duro viene a costare più della pasta. Bisognerebbepuntare a un prodotto di qualità a un prezzo giusto, né troppo né poco, senza speculazioni in ribasso e in rialzo. Noi stiamo facendo questo. Stiamo nel nostro piccolo tentando di fare questo perché non è semplice. Anche nel mondo del biologico purtroppo c’è tanta concorrenza sleale, ci sono tantissimi prodotti che non sono tracciati. Io mi metto in concorrenza con chi mi garantisce una filiera tracciata italiana, con chi garantisce un prezzo giusto ai produttori. La pasta è il nostro prodotto principale; tutto il nostro prodotto integrale è macinato a pietra, nel mercato integrale invece ci sono anche il mulino a cilindri che non è ideale per ottenere un buon prodotto (la pasta bianca usa quello a cilindri). La maggior parte della pasta integrale in Italia non è veramente integrale: prendono la semola e la crusca e le mettono insieme. Che concorrenza è questa! Il mulino a pietra è fondamentale, lascia il germe e il suo contenuto proteico. Anche nell’ultima fase, la pastificazione a essiccazione lenta e a bassa temperatura, c’è un mondo da scoprire. Oggi sia nel convenzionale ma anche nel biologico, la maggior parte delle paste sono essiccate ad alta temperatura, così il calore distrugge tutte le sostanze nutritive, in pochissimo tempo avviene una perdita nutrizionale.  L’Istituto Nazionale della Nutrizione, dopo l’avvento alla fine anni ’70 dell’alta temperatura, ha condotto una ricerca sugli amminoacidi e la perdita nutrizionale: essiccando a 50 gradi risulta essere del 22%, a 80 gradi è del 47%. Oggi si essicca a 120 gradi! Noi impieghiamo 24 ore per essiccare la pasta, gli altri 4 ore. Noi cerchiamo di fare un prodotto di qualità. Chiaramente costa di più e chiaramente chi non ha soldi fa più fatica a comprarlo, se però ci si organizza con i gruppi d’acquisto noi possiamo portare il prodotto a un prezzo molto più interessante. È chiaro che se noi vendiamo ai distributori, i distributori al negozio e il negozio al consumatore ci sono tanti passaggi e il prezzo aumenta; se c’è il rapporto diretto con il gruppo d’acquisto costa molto meno”.

Da dove provengono i prodotti che vendete?

“La nostra cooperativa è composta da 100 aziende agricole soprattutto piccole, il 95% marchigiane, più qualcuna fuori regione per tutelarci negli anni di raccolto scarso. Quest’anno è stato disgraziato per il raccolto; abbiamo aziende in Lazio e una cooperativa in Basilicata per sopperire alle annate difficili”.

Quali sono i vostri prodotti principali?

“La pasta perché produciamo grano duro qui nelle Marche. Abbiamo 80 tipologie di pasta bio, di semola, bianca, linee trafilate al bronzo, integrale e semi integrale di farro. Inoltre abbiamo ripreso vecchie varietà dei contadini come la pasta di fave. Abbiamo anche recuperato i grani antichi, oggi le sementi convenzionali sono selezionate per fare grande produzione ma non qualità. Il primo cereale che abbiamo recuperato è stato l’orzo, una varietà scomparsa che andava molto negli anni guerra quando c’era il blocco del caffè. Allora tutti si erano organizzati con caffè d’orzo mondo. È una varietà più buona e nutriente rispetto all’orzo normale. Anche il farro è stato rilanciato dal mondo bio, ma pure il Senatore Capelli. Abbiamo il grano antico Taganrog, molto presente in epoca romana qui da noi, poi surclassato da altre varietà e finito stranamente in Ucraina. È stato riportato in Italia dalla zona del mar Nero, infatti si chiama così perché Taganrog è una città sul mar Nero. Stiamo lavorando con i cereali antichi perché ci siamo accorti che non danno intolleranza al glutine anche se contengono più glutine rispetto ai grani moderni. I grani creati nel dopoguerra hanno portato un disastro totale. I grani antichi vengono riconosciuti e digeriti dall’organismo che invece non  riconosce i grani che hanno subito modifiche genetiche. È un lavoro di riscoperta di queste varietà”.

Vi siete scontrati con il mondo della grande distribuzione?

“Il nostro fatturato è per il 60% in Italia e per il 40% all’estero. In Italia il 60% è diviso tra distributori, direttamente ai negozi, ai Gas e, localmente, alla grande distribuzione. In particolare per i gruppi d’acquisto abbiamo un listino a parte, questo merita attenzione perché abbiamo un listino commerciale e uno dell’economia solidale anche perché noi siamo stati promotori della rete di economia solidale delle Marche (resMarche) e collaboriamo con la res nazionale. Se uno acquista poco prodotto lo paga di più; se il Gas si impegna a fare un acquisto minimo annuale ottiene sconti. Garantiamo anche trasparenza dei prezzi, forniamo tutti i calcoli del costo del prodotto: chiariamo quanto paghiamo il grano, i costi che abbiamo (trasporto, stoccaggio, macinazione, pastificazione) fino al costo della pasta finale, più i nostri costi generali, più il 2% di utile (una cooperativa deve comunque avere un piccolo utile per sopravvivere). Inoltre il 2% del fatturato generato dai Gas (1% noi e 1% Gas) va a progetti di economia solidale. Quest’anno faremo presto l’assemblea, c’è un patto chiamato Adesso pasta! Chi ha firmato il patto può partecipare all’assemblea e decidere con noi a chi destinare il 2% (circa 4-5mila euro all’anno). L’anno scorso sono andati all’associazione no OGM, l’anno prima a un’associazione in Brianza che lottava contro un’infrastruttura che rovinava azienda biologiche. Inoltre nelle Marche vendiamo anche alla grande distribuzione solo in un discorso di economia locale. Anche perché se vai a trattare con i grandi gruppi a livello nazionale hai costi elevati; a livello locale, invece, ti cercano loro perché hanno bisogno dello specchietto per le allodole. Quindi siamo presenti in diversi supermercati”.

Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono un vero produttore bio, che permettono all’utente di avere garanzie certe? La solita critica che i diffidenti del biologico fanno è che nessuno può garantire che un prodotto sia biologico davvero. Ora che anche i grossi produttori/distributori (Coop, Conad… ) si sono messi a fare bio, cosa fa realmente la differenza?

“Di produttori storici siamo rimasti pochissimi, noi crediamo nella salvaguardia del piccolo produttore a livello sociale, ambientale perché dove ci sono le grandi aziende è un discorso diverso. La piccola azienda tutela e presidia di più il territorio, però è anche quella più in difficoltà, non riesce a stare dietro ai costi più alti. L’agricoltura industriale ha fallito, sia quella convenzionale che quella biologica. Ci sono 3 tipi di agricoltura bio: l’agricoltura biologica di frode; quella del contributo, cioè quella di chi semina solo per prendere il contributo; e l’ultimo tipo, l’agricoltura di piccola scala dei piccoli produttori. Con piccoli produttori intendo sui 50 ettari. In Italia c’è una grande discussione sulle frodi del biologico e si parla allora di rendere le regole più restrittive. Ci rimettono i piccoli agricoltori perché sono schiacciati dalla burocrazia che si crea intorno ai contributi. Che è spaventosa. A noi è successo qui nella nostra valle l’anno scorso, hanno tolto i contributi a diverse aziende associate. I grandi speculatori pensano solo a compilare i registri aziendali, invece un agricoltore chinato a coltivare la terra può sbagliare una data o un campo e allora viene tagliato fuori. Quindi bisogna rendere più severe le regole nel modo giusto sennò sono sempre i grandi produttori che vanno avanti a frodare e i piccoli a rimetterci. La FAO dimostra in uno studio che ancora per quasi il 70% il mondo mangia con i piccoli produttori e non con l’agricoltura industriale. Ora che l’agricoltura industriale ha fallito, ci propongono gli OGM. Noi dobbiamo opporci e salvaguardare le piccole aziende; nel bio è giusto che ci sia la certificazione per garantire il consumatore, però le certificazioni costano sempre di più e una piccola azienda fa fatica”.

Secondo i parametri convenzionali bisogna sempre incrementare la produzione e crescere per essere concorrenziali; voi che intenzioni avete?

“Per organizzarci al meglio dovremmo fare un salto di qualità nel percorso produttivo e ci manca un anello nella filiera della pasta (che è il 70 % della produzione): il pastificio. Collaboriamo con un pastificio artigianale da 32 anni. Il problema è che questo pastificio non ha futuro, il titolare va in pensione e gli eredi non ne vogliono sapere. Siamo quindi costretti a fare il salto di qualità e ammoderneremo pastifici vuoti. È ovvio che per fare un pastificio devi avere un fatturato minimo. Crescere è importante, ma noi non vogliamo diventare una grande azienda nè crescere solo per fare fatturato. Vorremmo solo vendere a un prezzo giusto. Comunque siamo per un’economia di sussistenza su piccola scala; abbiamo un fatturato di 20 milioni di euro quindi siamo piccoli. Dagli anni 80, ma soprattutto dai 90, abbiamo iniziato a vendere all’estero. Ci sono problemi di impatto ambientale ed economici e preferiamo privilegiare lo sviluppo di un’economia più locale. Stiamo promuovendo aziende della nostra valle, la valle del Nevola da Arcevia a Senigallia, nelle Marche. Tutti i Comuni eccetto uno hanno iniziato ad acquistare i prodotti e con i sindaci stiamo promuovendo l’agroalimentare bio, sviluppando l’agricoltura bio e le energie rinnovabili. In base consumi nazionali pro capite di pasta, nella nostra valle si consumano 24000 quintali di pasta all’anno; noi produciamo 8000 quintali di pasta all’anno rifornendo tutta l’Italia ed esportando in più di 20 paesi del mondo. È assurdo! La nostra produzione basta per un terzo della popolazione della zona, è chiaro che non riusciremo mai a venderla tutta qui ma dobbiamo puntare sull’economia locale”.

http://www.macrolibrarsi.it/data/partner/2867/31489.html

fonte: ilcambiamento.it

Leggere le etichette: come riconoscere i veri prodotti biologici

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L’acquisto di alimenti biologici è una scelta fatta un numero sempre maggiore di famiglie italiane. Le ragioni di questa decisione possono essere varie, tra cui l’esigenza di poter accedere a prodotti sani e sicuri e la voglia di poter fare qualcosa in più per l’ambiente, nel rispetto dei suoi naturali processi di produzione e senza l’utilizzo di sostanze nocive per il terreno e per l’uomo. Una diffusione così ampia di cibi biologici, però, può avere anche un risvolto negativo: la contraffazione. Per questo, è necessario che i consumatori siano adeguatamente informati sugli strumenti messi a loro disposizione per il riconoscimento dei veri prodotti naturali. Lo strumento più potente in tal senso è l’etichettatura. L’Aiab, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologicaha stilato una sorta di vademecum utile per guidare i consumatori nel riconoscimento dei veri prodotti biologici. Vediamo insieme allora quali sono alcuni dei punti principali a cui prestare attenzione, per riconoscere un alimento bio dall’etichetta. Innanzitutto, i Regolamenti e Documenti a cui ci si riferisce quando si parla di etichettatura biologica sono due: Regolamento CE 834/07 e CE 889/08, attualmente in vigore per l’Agricoltura biologica, e Regolamento CE 271/10, che definisce l’uso del nuovo logo europeo e modifica alcune norme di etichettatura. Il termine “biologico” può essere utilizzato solo per i prodotti che rispettino tali regolamenti. Le fascette, le etichette, gli imballaggi primari e secondari che accompagnano il prodotto fino al consumatore costituiscono “etichetta”, pertanto le indicazioni relative al metodo di produzione biologico devono sempre rispettare quanto previsto dai regolamenti CE 834/07 e CE 889/08 ed essere autorizzate da un organismo di controllo a sua volta autorizzato dal Ministero delle politiche agricole e forestali (Mi.P.A.A.F). Sui prodotti biologici certificati deve essere riportata in etichetta: la scritta “da Agricoltura Biologica” seguita da Nome (e facoltativamente il logo) dell’Organismo che esegue il controllo e suo numero di autorizzazione ministeriale. Codice dell’Organismo di Controllo. Codice dell’azienda produttrice e Numero di autorizzazione alla stampa dell’etichetta.

Possono contenere il riferimento di “biologico” in etichetta:

  1. il prodotto che è stato ottenuto secondo le norme dell’agricoltura biologica o è stato importato da paesi terzi nell’ambito del regime di cui ai Reg. CE 834/07 e CE 889/08;
  2. il prodotto i cui ingredienti non derivanti da attività agricola (additivi, aromi, preparazioni microrganiche, sale, ecc.) e i coadiuvanti tecnologici utilizzati nella preparazione dei prodotti rientrano fra quelli indicati nel Reg. CE 889/08
  3. il prodotto i cui ingredienti il cui ciclo produttivo sia totalmente libero da ogm
  4. la materia prima (ingrediente) «biologica» che non è stata miscelata con la medesima sostanza di tipo convenzionale
  5. il prodotto o i suoi ingredienti non sono stati sottoposti a trattamenti con ausiliari di fabbricazione e coadiuvanti tecnologici diversi da quelli consentiti nel regolamento del biologico, e che non abbiano subito trattamenti con radiazioni ionizzanti.

Come riportato da La Stampa, nel caso di prodotti con più ingredienti (ad esempio i biscotti), per poter utilizzare la dicitura “da Agricoltura Biologica” occorre che almeno il 95% degli ingredienti siano biologici certificati. Il restante 5% è rappresentato da una lista di ingredienti normalmente non certificabili (es. sale). Non è ammessa la miscela biologica e non biologica di un singolo ingrediente (es. farina). Esiste inoltre un marchio unico europeo per l’agricoltura biologica che contraddistingue gli alimenti prodotti nei paesi dell’Unione Europea. Il logo europeo si DEVE apporre ai prodotti chiusi confezionati ed etichettati, con una percentuale prodotto di origine agricola bio di almeno il 95%. È invece FACOLTATIVO nei prodotti con le stesse caratteristiche ma provenienti da paesi terzi. PROIBITO nei prodotti con un % bio inferiore al 95%. In questo caso l’etichettatura del prodotto riporterà queste informazioni: indicazioni necessarie per identificare la nazione, il tipo di metodo di produzione, il codice dell’operatore, il codice dell’organismo di controllo preceduto dalla dicitura “Organismo di controllo autorizzato dal Mi.P.A.A.F”. Meglio diffidare dei prodotti che riportano diciture “biologico” o “bio” che siano generiche e non dotate di una etichettatura chiara, che risponda ai criteri appena descritti.

(Foto: images.bidorbuy)

Fonte: ambientebio.it