L’Oasi WWF a rifiuti zero che ad Asti favorisce l’economia circolare

Si avvierà entro tre anni il progetto-guida che vedrà l’oasi di Valmanera, a pochi chilometri da Asti, totalmente a rifiuti zero. Il progetto, in collaborazione con GAIA spa, si pone l’obiettivo di favorire l’economia circolare e la corretta gestione dei rifiuti sul territorio dell’astigiano, limitando al minimo gli scarti non recuperabili e diffondendo buone pratiche per un futuro sempre più sostenibile. Firmata l’intesa tra WWF Oasi srl e “GAIA Spa” per raggiungere entro 3 anni l’obiettivo di avere Valmanera ed in particolare “Villa Paolina“, Oasi a rifiuti zero. Si tratta del progetto-guida nel circuito WWF, l’obiettivo è quello di gestire in modo virtuoso gli scarti che si producono durante le attività che si svolgono nell’Oasi di Valmanera ad Asti. “Vogliamo prendere esempio dall’economia circolare della natura” commenta Antonio Canu, Presidente di WWF Oasi, “cioè fare attività senza generare rifiuti destinati allo smaltimento perché o vengono subito riutilizzati per dare nuova vita ai materiali o instradati in una filiera che dal minore utilizzo di materiali porti al loro riciclaggio completo”.

Le Oasi sono il più importante progetto di conservazione del WWF, hanno contribuito a salvare ambienti in pericolo e molte specie animali e vegetali a rischio. Hanno permesso a milioni di persone di avvicinarsi alla natura e di scoprirne il valore e l’urgenza di tutelarla. Le Oasi WWF sono spesso sede di laboratori didattici, con aule di formazione all’aperto, promuovono la ricerca scientifica, sono luoghi di riqualificazione ambientale e protagoniste d’importanti campagne di conservazione. Le aree protette dal WWF rappresentano un presidio per la tutela del territorio e attraverso il sostegno di soci, donatori, sponsor, volontari e attivisti, sono un importantissimo strumento di protezione ambientale ed educazione ambientale oltre che di sensibilizzazione.oasi-wwf-rifiuti-zero-asti-favorisce-economia-circolare-1542794669

L’Oasi di Valmanera, i cui edifici sono affidati a WWF Oasi, si avvale della collaborazione della Società Quercus e dell’Associazione di volontari “Associazione Villa Paolina”, è uno degli esempi più completo e valido che il sistema
WWF promuove su tutto il territorio nazionale programmi di studio e sviluppo sulla corretta gestione dei rifiuti e la collaborazione con GAIA ha permesso di concretizzare l’idea dell’“Oasi WWF a rifiuti zero”.

GAIA, azienda partecipata dai 115 Comuni della provincia di Asti e da “Iren Ambiente“, ha progettato, realizzato e gestisce il sistema impiantistico chiamato a risolvere il problema dei rifiuti urbani per l’intero bacino astigiano tra cui un impianto di compostaggio, uno di valorizzazione delle raccolte differenziate e 12 ecostazioni. La politica industriale dell’azienda si fonda sull’economia circolare e l’esperienza pluridecennale maturata in questo campo consentirà di avere suggerimenti operativi per limitare al minimo gli scarti non recuperabili, attraverso buone pratiche e conferendo ad impianti adeguati così da aprire la strada a un reale futuro sostenibile. Ma GAIA fornirà anche un contributo alla comunicazione visto che in 16 anni di presenza sul territorio ha dialogato con le istituzioni, i cittadini, le agenzie educative arrivando a portare oltre 12.000 studenti in visita agli impianti per vedere in presa diretta come si trattano i rifiuti delle raccolte differenziate, realizzando iniziative per costruire una cultura della sostenibilità, premessa fondamentale per far lavorare bene gli impianti che devono recuperare i rifiuti.oasi-wwf-rifiuti-zero-asti-favorisce-economia-circolare-1542794550

Nell’Oasi WWF di Valmanera si recano circa 3.000 visitatori l’anno, di cui circa il 60% studenti ed insegnanti e la restante parte sono soprattutto utenti che vogliono organizzare eventi nell’Oasi. Ai fruitori verrà presentato come “ridurre la produzione di rifiuti” attraverso delle installazioni grafiche, saranno condotti a “visitare” l’area che nell’Oasi di Valmanera (Villa Paolina) sarà adibita alla gestione rifiuti (l’isola ecologica/didattica) e che diventerà parte integrante delle normali attività didattiche con distribuzione di materiale informativo ad ogni ospite.
Ci sarà inoltre un regolamento per chi organizza eventi all’Oasi invitando ad utilizzare materiali riciclabili, attivare buone pratiche e con un punteggio sul livello di sostenibilità dell’evento che, se raggiungerà determinati livelli, darà diritto a un premio.

Foto copertina
Didascalia: Oasi WWF
Autore: Oasi WWF Valmanera

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/oasi-wwf-rifiuti-zero-asti-favorisce-economia-circolare/

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Lombricoltura Clandestina: quando i lombrichi aiutano il pianeta

La lombricoltura o vermicompostaggio è una tecnica alternativa e sconosciuta ai più ma con grandi potenzialità: si basa sulla trasformazione di scarti vegetali in humus ad opera dei lombrichi e permette il riciclo di rifiuti organici e la conseguente produzione di fertilizzante naturale in agricoltura e orticoltura con innumerevoli benefici dal punto di vista ambientale, economico e sociale.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta

Allevare lombrichi per produrre compost è una pratica semplice e possibile: si chiama lombricoltura e grazie alle sue caratteristiche di sostenibilità ed economicità è capace di meravigliare chiunque sia abbastanza curioso da volerla sperimentare. I lombrichi rappresentano degli ottimi alleati nella produzione di humus e nell’arricchimento del terreno con sostanze preziose grazie alla loro capacità di trasformare gli scarti organici in concime. Essi hanno inoltre la capacità di vivere in diversi tipi di suolo e ne favoriscono la salute, rendendo questa pratica una delle più biologiche in assoluto.
Effettuata in molti Paesi del mondo, in Italia sempre più persone ne stanno conoscendo i benefici e le potenzialità. Una realtà virtuosa che opera in questo settore è “Lombricoltura Clandestina”, progetto che favorisce la diffusione e la conoscenza di questa curiosa tecnica, proprio come ci racconta Mirko Pepe, uno dei fondatori.

Da dove nasce il termine “Lombricoltura Clandestina”?

“Questa è una domanda che molte persone mi fanno, stupite dalla mia passione per la lombricoltura. Le ragioni per cui ho scelto questo nome sono molteplici: mi piace il suono armonioso di questo aggettivo che si adatta perfettamente alla vita dei lombrichi. “Clandestino” è inoltre una delle canzoni più popolari e conosciute di Manu Chao, attivista e musicista che ha lottato e lotta tuttora per i diritti umani con un’attenzione, sensibilità e generosità rivolta all’intero ecosistema.
Il termine deriva dal latino e unisce l’avverbio “clam” alla parola “dies” che nel complesso significa “che sta nascosto al giorno, che odia la luce del sole, occulto”, quindi quale migliore parola per definire il lavoro dei nostri infaticabili amici lombrichi che lavorano sottoterra ed escono solo di notte?”lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540514460

Quando hai iniziato questa attività?

“Ho iniziato ad allevare lombrichi circa 10 anni fa nel piccolo terreno lasciato da mio padre, nel quale abbiamo passato molto tempo assieme prima della sua scomparsa. La svolta è avvenuta 5 anni fa, quando il mio ormai amico e socio Martino Salvatico, grazie alla sua visione lungimirante, ha avuto interesse nel conoscere più approfonditamente il mio lavoro, proponendomi di collaborare. Abbiamo quindi acquistato qualche centinaio di metri quadrati di lettiere e abbiamo dato avvio all’attività per la produzione di vermicompost e la vendita di impianti. Da circa un anno siamo azienda agricola attiva a Sezzadio in provincia di Alessandria e composta da un gruppo di sei collaboratori, con i quali stiamo pensando di dare vita ad una associazione. Tra i miei partner c’è Giacomo, soprannominato Jack, che ha dato avvio ad uno dei primi allevamenti di lombrichi al chiuso presenti in Italia, presso la sua azienda a Scarnafigi; Roberto, il nostro apicoltore di fiducia e sperimentatore della “lombricoltura domestica”, che si sta cimentando nella costruzione di vasche per fare impianti di lombricoltura a ciclo continuo; Massimo Mancin, allevatore dell’azienda “Non solo capre” che ci fornisce sempre dell’ottimo letame, alimento fondamentale per i nostri lombrichi ed infine mia sorella Monica, che si occupa di un progetto di lombricoltura e apicoltura in collaborazione con Roberto e Martino che partirà il prossimo anno in Marocco”.

Perché i lombrichi?

“La lombricoltura rispetto ad altre tecniche ha molti vantaggi in quanto si dimezzano i tempi di compostaggio ed inoltre non necessita di macchinari o attrezzature particolari, apportando un minor dispendio di energie. E’ un processo naturale che viene perfezionato dall’uomo ma che avviene spontaneamente in natura e se si creano le condizioni ideali per il lombrico, lui lavora in totale autonomia. Noi, in piccola o grande scala, possiamo offrire ai lombrichi un ambiente ideale per la sopravvivenza, contribuendo anche allo smaltimento dei nostri rifiuti organici a favore dell’ambiente, dell’economia domestica e della salute, poiché non acquisteremo più concimi d’incerta provenienza”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540205772

In quale modo i lombrichi producono compost?

“Il compost viene ricavato dalla decomposizione di materiale organico quale residui di potatura, letame o scarti di cucina da parte di macrorganismi e microrganismi aerobi. In natura la trasformazione da materia a compost avviene in tempi piuttosto lunghi (fino a 2 anni) poiché diversi fattori come umidità, temperatura e ossigenazione del terreno influenzano il processo di compostaggio. La parte più attiva del compost si chiama humus ed è conosciuto in America anche come “Black Magic” ovvero “magia nera” date le sue innumerevoli proprietà quali l’elevata ricchezza di azoto, fosforo, potassio, calcio e magnesio che lo rendono il miglior fertilizzante presente in natura. Questo è infatti utilizzato in diverse tecniche agronomiche sostenibili come la permacultura, la biodinamica, l’agricoltura biologica. Tutti noi possiamo produrre questo prezioso fertilizzante naturale utilizzando un sistema alternativo che velocizza il processo di compostaggio rispettandone la genuinità. Alcune famiglie di lombrichi sono ottimi produttori di compost: questi anellidi si nutrono di terriccio e, digerendo la materia organica, lo arricchiscono di humus e lo rendono maggiormente areato”.

Chi sono i soggetti interessati alla vostra attività?

“I soggetti che si rivolgono a noi sono i piccoli agricoltori per quanto riguarda la richiesta di humus ed inoltre singole persone, famiglie, comunità ed ecovillaggi per quanto riguarda la realizzazione di impianti”.

Quale messaggio volete trasmettere alle persone?

“Uno dei nostri obiettivi quotidiani è quello di sensibilizzare e favorire un tipo di coltura che abbia un approccio eco-sostenibile oltre che portare a conoscenza il valore che ha l’humus di lombrico, ricco di sostanze che vanno a “rigenerare” quei terreni aridi e sofferenti in conseguenza ad una agricoltura intensiva e al limite. Nel concreto vogliamo diffondere questa pratica in modo che raggiunga più persone possibili e creare colture a km 0, dove il compost lavorato dai lombrichi diventa il migliore concime organico in assoluto”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540514733

Chi può praticare la lombricoltura?

“La lombricoltura può essere praticata da chiunque e ha una flessibilità tale da poter essere realizzata in qualsiasi luogo: nel proprio cortile o giardino, dove uno spazio di 2mq è più che sufficiente per una famiglia oppure su un balcone utilizzando delle adeguate compostiere. La dimensione e la tipologia di impianto per uso domestico varia a seconda degli scarti prodotti in cucina quali bucce di frutta e verdura, rimanenze di pane o cereali. Chi produce compost ha diritto a risparmiare sulla tassa dei rifiuti, con una riduzione che può arrivare al 30%. Per un piccolo periodo della mia vita ho vissuto in città con la mia famiglia e sul terrazzino avevamo una lombri-compostiera domestica che ci ha permesso di ottenere tale piccolo sconto sulla tassazione dei rifiuti e allo stesso tempo di attuare una scelta ecologica potenziale per l’ambiente”.

Avete in atto altri progetti?

“Tre anni fa abbiamo dato il nostro contributo e collaborato con l’associazione ERI di Torino al progetto “rACCOGLIAMO” che nasce dalla volontà di offrire concrete possibilità d’inclusione e autonomia economico-sociale ai soggetti svantaggiati che vivono nel Comune di Solero. Attualmente stiamo partecipando ad uno scambio culturale con il Marocco ed in particolare con l’Institut Agricole Ben Khelil, l’istituto tecnico di agricoltura localizzato nella regione di Béni Mellal-Khenifra, nel quale realizzeremo un impianto di vermicompost. Il Marocco sta portando avanti diverse collaborazioni in tema di agricoltura con una grande apertura verso progetti e pratiche innovative che ne favoriscono il processo di sviluppo eco-sostenibile”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540515139

Avete dei propositi per il futuro?

“Il nostro più grande proposito per il futuro è poter diffondere la pratica della lombricoltura e realizzare numerosi impianti sui territori per smaltire i rifiuti umidi, evitando al contempo il loro continuo trasporto. Con l’indispensabile presenza della mia compagna Cinzia, psicologa di professione ed attiva nel sociale, vorrei inoltre intraprendere delle attività nelle scuole per divulgare i principi e i valori della lombricoltura, al fine di trasmettere a mio figlio e a tutte le nuove generazioni una maggiore consapevolezza e attenzione per l’ambiente”.

Qual è l’aspetto più bello della tua attività?

“L’aspetto più bello della mia attività è la possibilità di lavorare all’aria aperta, relazionarmi tutti i giorni con persone “connesse” a quei valori di tutela e salvaguardia dell’ambiente che ad oggi sembrano perduti.
Chi decide di approfondire con etica l’allevamento dei lombrichi, chi vuole conoscere e sentire sulla propria mano l’humus, chi avvia un allevamento amatoriale o professionale addentrandosi in questo mondo sotterraneo, deve aver già conseguito un grande percorso di crescita dentro di sè. Io sono grato, la mia gratitudine è verso i lombrichi, i quali aiutano il pianeta trasformando i materiali che alcuni chiamano scarti in ottimo humus, dove l’humus è vita”.

Fonte: piemonte.checambia.org

 

Quante cose hai che non ti servono più? Vai su Celocelo!

Vestiti e accessori per bambini, mobili, elettrodomestici. Sono questi alcuni dei beni di prima necessità che vengono donati a famiglie e persone svantaggiate tramite il portale online Celocelo che mette in contatto chi opera nel sociale con chi ha qualcosa da regalare.cose-che-non-ti-servono-piu-vai-su-celocelo

Presentato poco più di un anno fa, il progetto coinvolge oggi un grande numero di organizzazioni di Torino. Per saperne di più ne abbiamo parlato con Roberto Arnaudo, direttore dell’Associazione Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlusImmagine

Com’è nato questo progetto?

L’iniziativa è nata da un’idea dell’Associazione Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus, nell’ambito dell’attività della Casa del Quartiere di San Salvario. Nasce dall’idea di dare una risposta concreta a bisogni materiali primari, a cui le istituzioni faticano nel dare risposta. Inizialmente il progetto ha coinvolto un gruppo di organizzazioni che si occupano di persone in difficoltà socio-economica a San Salvario. Successivamente ha coinvolto un grande numero di organizzazioni del privato sociale di tutta la città: cooperative sociali, associazioni di volontariato, servizi sociali, etc.

Nella fase di start up del servizio l’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus ha beneficiato di un contributo del bando “Fatto per Bene” della Compagnia di San Paolo, successivamente di un contributo economico del Comitato Territoriale di Torino di IREN. Il progetto ha avuto risultati conformi alle attese, permettendo di sollecitare e facilitare le donazioni di beni di prima necessità, in particolare oggetti per la casa (elettrodomestici, mobili) e per bambini (vestiti, carrozzine, etc.) a favore di persone in difficoltà.

Che prodotti/servizi vengono donati?

Il progetto prevede la realizzazione e sperimentazione di un sistema di reperimento e distribuzione di beni di prossimità di varia natura (prevalentemente oggetti per la casa e per bambini), basato su una rete locale di enti no profit e servizi di prossimità e su una piattaforma informatica che renda possibile l’incrocio della domanda/offerta di beni e servizi di prima necessità, riducendo al minimo l’impegno e i costi di natura logistica, in particolare per quanto concerne lo stoccaggio, l’immagazzinamento e la distribuzione centralizzata. I beneficiari diretti delle donazioni sono persone e famiglie svantaggiate, sia in condizione di marginalità cronica, sia in condizione di povertà grigia derivante da eventi traumatici anche recenti, come la perdita di lavoro, la separazione, la malattia.

Sulla piattaforma Celocelo i cittadini possono donare beni materiali o tempo e competenze. Gli operatori accreditati ad accedere alla piattaforma fanno parte di una rete di organizzazioni che operano a contatto con persone e famiglie in difficoltà. Si tratta sia di organizzazioni che gestiscono servizi e progetti in ambito socio assistenziale, sia organizzazioni che, pur non avendo una mission esplicitamente sociale, entrano spesso in contatto con persone e famiglie in difficoltà.  Sono accreditati all’uso della piattaforma anche operatori dei servizi sociali pubblici.

Qual è la zona di riferimento?

Celocelo riguarda tutto il territorio del comune di Torino. Aspetto importante, inizialmente non considerato, è stata la trasferibilità del progetto in altri contesti: recentemente infatti la piattaforma digitale è stata “sdoppiata” per permetterne l’utilizzo nell’area della Val Susa, da parte del locale Consorzio socio assistenziale. Ci auguriamo che in futuro la piattaforma possa essere adottata anche in altri luoghi.

Esistono progetti simili in Italia?

Per quanto ne sappiamo noi no. Esistono progetti simili che promuovono forme di scambio o di generica donazione, ma non di donazione esplicitamente rivolta al sostegno di persone in difficoltà economica.

Quali i prossimi obiettivi?

Ci piacerebbe che Celocelo si integrasse con le politiche sociali delle amministrazioni, come strumento utile a dare risposte concrete a bisogni per i quali le amministrazioni a disposizione pochissime risorse. A regime Celocelo presenta notevoli vantaggi in termini di rapporto tra costi e benefici. Però per esprimere al pieno le sue potenzialità ha bisogno di supporto in termini di comunicazione, di relazioni di cooperazione con partner anche pubblici, di mezzi per organizzare aspetti pratici fondamentali, come il trasporto dei beni. Oltre al mantenimento/sviluppo del servizio che Celocelo offre, stiamo cercando di estenderne il funzionamento anche all’ambito del cibo, rendendolo strumento di raccolta e redistribuzione di beni alimentari in eccedenza.

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Didascalia: Celocelo

Fonte: http://piemonte.checambia.org/

La crescita economica? Significa produrre un mare di rifiuti…

Se ve lo raccontano magari non ci credete. Ma di fronte alle immagini ci si comincia a pensare su… La Repubblica Dominicana si affaccia su un mare che è sempre di più “mare di plastica”. Le immagini, sconcertanti, sono state girate dalla Ong Parley for the Oceans. Eppure l’alternativa ci sarebbe…9876-10664

A chi crede che crescere economicamente sia la strada da perseguire, potrebbe essere utile vedere il video che vi proponiamo qui di seguito sulla invasione di plastica delle coste di Santo Domingo (il filmato è stato girato dall’Ong Parley for the Oceans per denunciare “l’emergenza plastica”).

I dati della costante devastazione ambientale sono purtroppo innumerevoli e non si fermano.  Non potrebbe essere altrimenti visto che il modello di riferimento mondiale è quello di crescere economicamente e quindi produrre qualsiasi cosa che si possa vendere. In un mondo in cui ogni ditta in costante competizione con i concorrenti deve sempre aumentare gli utili, come si fa a darsi dei limiti che sono gli unici che possono salvare l’ambiente? Praticamente impossibile. Gli aerei inquinano in maniera pesantissima, ma se li limiti, il comparto aereonautico entra in crisi, le persone vanno a spasso, quindi non si può fare. Le automobili fanno migliaia di morti in incidenti stradali, ma mica puoi mandare a casa gli operai e limitare l’uso dell’automobile che nel sistema di disvalori che abbiamo, equivale praticamente a limitare la libertà. Le navi da crociera inquinano a più non posso ma mica puoi fermare un business che dà lavoro ai nostri gloriosi cantieri navali e negare la favolosa avventura di solcare i mari anche alla casalinga di Voghera. La plastica ci sommerge ma mica si può impedire alle ditte che producono plastica o imballaggi di fermare la produzione, altrimenti vanno in crisi,  la gente non lavora, gli imprenditori non guadagnano, idem le banche e il mondo si ferma…

E così via, per ogni prodotto e servizio assurdo, superfluo e dannoso, ogni imprenditore ha le sue ragioni, ogni lavoratore ha le sue ragioni e c’è pure qualche lavoratore che dice: meglio morire di cancro che di fame, affermazione assolutamente falsa dato che si può tranquillamente lavorare senza morire né di fame, né di cancro. Ben pochi politici poi vogliono essere veramente dalla parte della natura perché la natura mica vota e salvaguardarla non paga a livello elettorale. Ambiente e ambientalisti sono irrilevanti per garantire poltrone laddove è solo il calcolo a fare da padrone, mica la salute o il benessere reale. Nemmeno catastrofi nucleari come Chernobyl o quella di Fukushima hanno fermato il nucleare, figuriamoci cosa ci può interessare un mare dove le onde sono fatte di rifiuti e il mare stesso non si vede più. Nemmeno la notizia terrificante che nel 2050 ci saranno più rifiuti di plastica in mare che pesci ha fatto intervenire drasticamente o invertire la rotta. Ma ve lo immaginate? I mari, gli oceani che consideriamo immensi, che coprono oltre il 70% del nostro mondo, sono irrimediabilmente inquinati per colpa degli esseri umani. Il solo pensiero di una tragedia del genere atterrisce, siamo riusciti per l’ennesima volta a danneggiare qualcosa di incomparabile bellezza. Stiamo devastando tutto ad una velocità incredibile e non ci fermiamo, non ci possiamo fermare perché la parla d’ordine è crescere, cioè non avere nessun limite o freno che metta in crisi gli utili. E anche quando le nostre spiagge saranno come quelle di Santo Domingo (non ci vorrà molto tempo), i politici, gli imprenditori, i lavoratori diranno: meglio fare il bagno nei rifiuti che morire di fame. E alla fine quando tutto sarà compromesso, diranno: meglio andare su Marte che morire di fame e così Elon Musk e qualche suo amichetto, partiranno con le loro navi spaziali e noi rimarremo qui ad agonizzare.  L’ambiente è la nostra casa, la natura è la nostra vita e la sua sopravvivenza cioè la nostra, è incompatibile con la crescita economica, con il pensare solo a se stessi e ai propri affari, non tenendo conto di niente e nessuno.

Ma queste sono cose che non si possono dire, che non vanno di moda, che non fanno fare carriera; meglio continuare a prendere in giro elettori e pubblico, parlando di crescita, di produzione, di aggressione dei nuovi mercati, di competizione, di brand, di concorrenza, di aumento dei fatturati.

Tra l’altro ci sarebbero molte percorribilissime soluzioni alternative: si potrebbe lavorare, spostarsi, vivere e produrre con la massima attenzione alla natura, alla qualità della vita, senza superare i limiti della sostenibilità ambientale. Ma sono concetti e applicazioni che hanno bisogno di intelligenza, idee, lungimiranza, conoscenza, attenzione, vera capacità, coraggio, onestà intellettuale, tutta roba che troppo spesso comporta solo problemi ed è quasi controproducente avere nel mondo del lavoro, dell’imprenditoria e delle amministrazioni pubbliche.

In una visione di benessere collettivo si potrebbe guadagnare il giusto e non troppo, dove i parametri di riferimento sarebbero completamente diversi da quelli per i quali chi è ricco, potente e sa fare molti soldi è automaticamente da venerare. Ben altre sarebbero le persone da prendere come esempio, ben altri sarebbero i parametri da seguire. Si può vivere meglio con meno e lavorare affinchè  tutti (intesi come tutto il mondo, nessuno escluso) abbiano una esistenza dignitosa e non che pochi abbiano tutto e tanti poco o niente. Ma ciò non è possibile, va contro la logica dell’accumulo e dello sfruttamento, contro chi detiene enormi ricchezze e controlla ogni mezzo di informazione di massa attraverso il quale viene glorificato  l’unico, solo dio a cui credere e per cui vivere, il dio denaro.

Oggi siamo completamente circondati dal superfluo, dal banale, dall’irrazionale; bisogna darsi altri valori, altra cultura, altro lavoro, è l’unica strada.

Si può fare e sarebbe una bellissima storia da vivere.

Fonte: ilcambiamento.it

Plastica: riciclare non basta. Che fare allora?

L’uscita del rapporto Greenpeace sulla plastica è l’occasione per fare il punto sulla più grande fonte di inquinamento dei nostri tempi. Davvero può bastare il riciclaggio? E soprattutto, qual è il contributo che ciascuno di noi può dare per ridurre il danno? Ecco dieci azioni quotidiane che tutti noi possiamo mettere in pratica ogni giorno.

“Sì, compro bottiglie di plastica. Ma faccio la differenziata”. Quante volte ho sentito questa frase quando facevo notare – ahi, quanto sono pedante – che le nostre azioni di acquisto e consumo hanno sempre una conseguenza diretta sul degrado e l’inquinamento che vediamo nei nostri mari e nelle nostre città. Siamo onesti. Quella della separazione della spazzatura per consentirne il riciclaggio è la consolazione di molti di noi, sensibili ai temi ambientali ma non abbastanza focalizzati da farli diventare una priorità nella nostra vita quotidiana. La verità è che il riciclo non è la soluzione per combattere l’inquinamento da plastica, ossia l’emergenza ambientale col maggior tasso di incremento del decennio. Non lo dicono soltanto la logica e l’osservazione di ciò che ci circonda, ma anche i risultati del nuovo rapporto “Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia” redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza. Nel documento, commissionato all’istituto di ricerca da Greenpeace, viene analizzata – fra le altre cose – la capacità dei sistemi di riciclo della plastica presenti in Italia, comparandola con la sua produzione, distribuzione e consumo effettivi.plastic-631625_960_720

In particolare, nel rapporto si nota come la forte crescita della produzione globale di plastica usa e getta – che raddoppierà i volumi attuali entro il 2025 – rende le capacità attuali e potenziali di riciclo alla stregua di un semplice palliativo. Facciamo un esempio sugli imballaggi, che sono una voce molto  importante sul totale (40% del totale plastica prodotta in Italia). Sebbene gli imballaggi riciclati siano passati dal 38% al 43% negli ultimi 4 anni, la quantità di quelli non riciclati nel nostro Paese è rimasta praticamente invariata nello stesso periodo (da 1,29 a 1,28 milioni di tonnellate). In altre parole, su 10 imballaggi prodotti, solo 4 vengono effettivamente riciclati; altri 4 invece vengono bruciati negli inceneritori e i restanti 2 dispersi nell’ambiente. Insomma, riciclare è da un lato un gesto importante, perché la sua diffusione significa aumento della sensibilità ambientale, ma dall’altro può essere addirittura dannoso se iniziamo a credere che possa essere sufficiente. Ma allora qual è la soluzione? L’unica possibile è ridurre a monte, e drasticamente, i quantitativi di oggetti prodotti per il monouso, rimodulando totalmente sia il sistema di imballaggio dei prodotti sia la loro progettazione intrinseca, in maniera che vengano fabbricati per essere riutilizzati il più a lungo possibile. Una soluzione che, tuttavia, presenta due problemi. Il primo, ben descritto nel rapporto, è di ordine economico. Se l’obiettivo dei governi, i cui provvedimenti regolano le leggi del commercio, sono i livelli occupazionali, e se l’obiettivo delle aziende che producono e utilizzano plastica monouso è il profitto, quale governo interverrà nell’obbligare queste imprese a prendere provvedimenti – Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), incentivi e disincentivi fiscali,  ecc. – che ne aumentino i costi e quindi ne limitino i profitti, rischiando che vadano a investire altrove?garbage-2369821_960_720

L’altro problema, non sottolineato dal rapporto ma sul quale puntiamo noi l’attenzione, è di ordine culturale. Da più di 50 anni siamo stati abituati a moltiplicare le nostre esigenze fino a far diventare indispensabile la più superflua delle merci, la cui durata prima di trasformarsi in rifiuto diventa sempre più breve. Come possono le imprese – ammesso che improvvisamente decidano di aumentare la propria attenzione alla responsabilità sociale – cambiare atteggiamento quando i propri clienti non mostrano un’esponenziale crescita di sensibilità sulla questione?
Come spesso capita in questi casi, bisogna intervenire su più di un elemento fra quelli che governano il sistema. Se Greenpeace nei mesi scorsi ha lanciato una petizione  – sottoscritta finora da più di un milione di persone in tutto il mondo – in cui si chiede a grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre l’utilizzo della plastica monouso, anche noi, da semplici consumatori, dobbiamo fare di più.  Dobbiamo farlo perché il nostro comportamento da cittadini può influenzare in maniera più incisiva sia la politica, che regola il commercio attraverso le leggi, sia le imprese stesse, alle quali va fatto capire che se non soddisfano anche le nostre esigenze di rispetto dell’ambiente, perderanno quote di mercato. L’esperienza di Ekoplaza, il primo supermercato senza plastica del mondo, ci insegna che le imprese sanno adattarsi molto bene alle esigenze espresse con chiarezza da consumatori evoluti. Certo non tutti siamo in grado di fare come la blogger statunitense Lauren Singer, che dal 2012 vive con l’obiettivo di promuovere nel mondo la riduzione dei rifiuti non compostabili di ciascuno. Sul suo blog Trash is for tossers (in italiano, “la spazzatura è per gli stronzi”), Lauren è arrivata a postare le foto di minuscole ampolle di rifiuti non compostabili etichettate come propria produzione mensile.  Esistono però anche casi più semplici da imitare. Chi vi scrive, per esempio, sta sperimentando da qualche anno – con un certo divertimento – uno stile di vita che, se non può ancora essere definito a rifiuti zero, è quantomeno a marcata riduzione dei rifiuti. Come faccio? Semplice. Poche regole personali a costo zero che mi sono dato e che, se volete, potete considerare piccoli spunti anche per voi. Vi riporto quelli relativi al solo cibo:

1) Vado sempre in giro con una borraccia  che riempio ogni volta dal rubinetto di casa, dei bar o delle fontane pubbliche. E casomai qualcuno osasse contestarvi che l’acqua del rubinetto è meno sicura di quella in bottiglia, spammategli pure ovunque possiate The story of bottled water.

2)   Al bar, concludo sempre un ordine con la frase “senza cannuccia, per favore”. Nel caso mi chiedessero perché, gli mostro una foto dei veri utilizzatori finali di questo “indispensabile” strumento, senza il quale – com’è noto – non potremmo bere…dolphin-1019616_960_720

3)  In gelateria preferisco sempre il cono alla coppetta. Anche perché il sapore della coppetta non è tra i miei preferiti.

 

4)  Al ristorante, prima di ordinare acqua o bibite, chiedo ai camerieri se le bottiglie sono in vetro. Nel caso fossero in plastica, chiedo una brocca d’acqua del rubinetto. Lo faccio con gentilezza e ad alta voce, dicendo che soffro di intolleranza alla plastica usa e getta e sperando che mi sentano non solo gli altri clienti, ma soprattutto il proprietario del ristorante.

 

5)  Se organizzo un pasto conviviale con amici a casa, apparecchio il buffet con bicchieri di vetro e piatti di ceramica, accanto ai quali metto un pennarello e del nastro adesivo sul quale scrivere il proprio nome. Poi ricordo a tutti che la mia casa è allergica alla plastica e che quindi il cibo che ciascuno porta preferirei sia trasportato in contenitori riutilizzabili (da restituire a fine serata: non vorrete mica riempirmi la cucina di tupperwere?).

 

6)  Faccio la spesa ai mercati rionali, invece che al supermercato, portando con me non solo una sporta riutilizzabile all’infinito, ma anche una decina di buste di carta da pane. In questo modo evito non solo gli imballaggi inutili, ma diminuisco anche il cibo industriale in favore di quello fresco. La mia salute ringrazia.

 

7)  Quando posso, acquisto il cibo fresco presso un GAS-Gruppo di Acquisto Solidale, dove il cibo è anche biologico e posso guardare i produttori negli occhi. Se vivete in una città di media grandezza è molto probabile che ce ne sia uno anche vicino a voi. Nel caso cercatelo su www.economiasolidale.net/.apples-1841132_960_720

8)  Le poche volte in cui vado al supermercato per acquistare ciò che non posso trovare al mercato o al GAS, porto anche lì la mia sporta con le buste di carta riutilizzate. A quel punto peso il solo cibo fresco sulla bilancia, senza buste di plastica e senza toccare quegli stupidi guanti usa e getta  con i quali vorrebbero farci credere di trovarci in un ambiente asettico, e attacco l’etichetta adesiva con il prezzo direttamente sulla sporta. L’unica volta che una cassiera ha tentato di dirmi che non potevo evitare le buste monouso, ho risposto con fermezza: “La prego, mi faccia una multa per aver tentato di ridurre i rifiuti; stavo appunto pensando di sostituire la mia faccia su Facebook con qualcosa di cui andare più fiero”.

 

9)  Se in un negozio tentano di darmi una busta di plastica, rifiuto con gentilezza mostrando la mia sporta oppure lo zainetto da città che porto sempre con me e nel quale metto anche la mia bellissima borraccia vintage.

 

10) Nel caso fossi proprio costretto ad adattarmi alle circostanze e, ad esempio, a non poter rifiutare una bevanda versata in un bicchiere di plastica, non ne faccio un dramma. Un paio d’anni fa, durante un  viaggio in bicicletta di cui abbiamo già parlato, ho imparato che, se anche esistesse davvero, la coerenza perfetta alzerebbe muri più che ispirare emulazione.

 

Bene. Questo era il mio mini decalogo senza troppe pretese. Ora tocca a voi, quando commenterete questo articolo sulla nostra pagina Facebook, dirci quali sono le vostre piccole regole per ridurre di almeno un po’ il vostro contributo inquinante all’era della plastica. Chissà che, facendo circolare quelle di ciascuno, non ne ricaviamo, tutti, nuove idee per rispettare di più l’ambiente che ci ha regalato la vita.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/plastica-riciclare-non-basta-che-fare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

#usalazuccheriera. Sono 14 milioni i kg di rifiuti generati in un anno dall’uso delle bustine di zucchero

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Fipe lancia la campagna per sensibilizzare contro lo spreco. con le bustine. Ogni anno 14 milioni di kg di rifiuti e 64 milioni di euro di maggiori costi a carico di consumatori e pubblici esercizi. Finalmente qualcosa si muove sul fronte dello spreco di zucchero nei bar e nei luoghi dove il dolce ingrediente viene somministrato in bustine. Già da molti anni la nostra testata mette in evidenza la carenza di un sistema che per garantire la sicurezza dei consumatori promuove lo spreco di zucchero e di carta, senza dimenticare i costi ambientali e sociali dietro la filiera della produzione di zucchero in bustina. Sensibilizzare gli esercenti e i consumatori contro lo spreco di zucchero dovuto all’uso delle bustine: è l’obiettivo della campagna #usalazuccheriera appena lanciata da Fipe-Federazione Italiana Pubblici Esercizi, da sempre impegnata per la diffusione di una cultura del rispetto del cibo che passi anche per la promozione di azioni concrete. Secondo i dati dell’Ufficio Studi della Federazione l’uso dello zucchero in bustina genera 14milioni di chilogrammi di rifiuti aggiuntivi e 64 milioni di euro di maggiori costi a carico di consumatori e pubblici esercizi. 389789_2

La Campagna nasce da un’indagine condotta dalla Federazione, che ha comparato i consumi di zucchero in bustina con quelli in zuccheriera, che consente di dosare perfettamente la quantità di zucchero di cui si ha bisogno. Un confronto che non lascia molti dubbi: 46,3 milioni di kg contro 32,4 milioni di kg, pari ad un costo di 92,6 milioni di euro delle bustine contro i 29,2 milioni di euro delle zuccheriere. Volgendo lo sguardo alla sostenibilità economica e ambientale è chiaro che la zuccheriera risulta l’opzione preferibile, dato che l’uso di zucchero in bustina nei pubblici esercizi determina uno spreco di prodotto pari al +42,9%, a cui va aggiunto lo spreco di carta delle mono-confezioni, e una maggiorazione di costi del 63,5%. La disparità tra prodotto consumato, o meglio sprecato, e costi si deve soprattutto al fatto che i clienti al bar spesso non usano tutto lo zucchero contenuto nelle bustine. Non bastassero i dati, un esperimento basato sulla teoria della “spinta gentile” di Richard Thaler, premio Nobel per l’economia 2017, ha dimostrato che l’unità di misura per l’utilizzo dello zucchero in bustina non è la quantità di prodotto ma la bustina stessa. Questo si traduce molto spesso nell’utilizzo parziale dello zucchero contenuto in una bustina mentre l’eccedenza diventa rifiuto. Ma non mancano i casi in cui la bustina porta a consumare più zucchero del necessario.

“Così come fatto con l’attività relativa alla doggy bag, anche con questa Campagna la Federazione ribadisce la propria volontà di sensibilizzare esercenti e consumatori contro lo spreco alimentare e con un occhio di riguardo anche alla salute dei consumatori – ha dichiarato Maurizio Tasca, consigliere nazionale Fipe-. Del resto, a distanza di oltre quattordici anni siamo ancora in attesa delle evidenze di carattere igienico-sanitario che portarono a mettere fuorilegge le tradizionali zuccheriere in favore dell’uso dello zucchero in bustina. Questo è solo uno dei tanti paradossi che colpisce il mondo dei pubblici esercizi in Italia”.

L’utilizzo dello zucchero in bustina al bar è stato introdotto da un decreto legislativo del 2004 in attuazione di una Direttiva Europea del 2001 secondo cui lo zucchero di fabbrica e lo zucchero bianco possono essere posti in vendita o somministrati solo se preconfezionati. La violazione di tale regola comportava una sanzione di natura amministrativa di diverse migliaia di euro. Soltanto una deroga dell’allora Ministero delle Attività Produttive su iniziativa di Fipe permise di poter reinserire l’uso dei dosatori con beccuccio al posto delle zuccheriere con coperchio, anche se il timore di sanzioni e la consuetudine delle bustine aveva reso superflua la loro presenza su tavoli e banconi di bar e ristoranti.

Fonte: ecodallecitta.it

L’economia dei rifiuti, ancora poco circolare: intervento di Agata Fortunato

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Dal turismo dei rifiuti, a politiche di prevenzione assenti o poco efficienti, sono diversi gli aspetti che rendono l’economia dei rifiuti ancora poco circolare. Cosa fare evitando di “buttare via il bambino insieme all’acqua sporca”?

Dal turismo dei rifiuti, a politiche di prevenzione assenti o poco efficienti, sono diversi gli aspetti che rendono l’economia dei rifiuti ancora poco circolare. Cosa fare evitando di “buttare via il bambino insieme all’acqua sporca”? Di seguito il punto di vista di Agata Fortunato, responsabile Ufficio Ciclo Integrato dei Rifiuti della Città Metropolitana di Torino: 
La carenza di impianti in Italia è un problema annosissimo, strettamente correlato alla non sempre diffusa conoscenza da parte delle comunità locali delle tecnologie disponibili e degli effettivi impatti, ma anche dei casi di cattiva gestione, che portano troppo spesso all’opposizione alla realizzazione di nuovi impianti senza entrare nel merito dei singoli interventi; questo ha come conseguenza cercare soluzioni semplici a problemi complessi.

Normalmente la soluzione più semplice è non scegliere, non decidere e spostare il problema da qualche altra parte. Lo dimostra plasticamente l’indagine riportata da ilfattoquotidiano.it, che documenta, in completo spregio ai tanto decantati criteri di prossimità, i “tour dei rifiuti” in lungo e in largo nella nostra penisola. Questa analisi dovrebbe far riflettere su due aspetti altrettanto importanti: la quantità e la tipologia dei rifiuti prodotti ogni anno e la necessità di trattamento che ne deriva. Senza dimenticare la quantità, su cui ce lo diciamo da anni è necessario mettere in campo sforzi, che devo dire al momento appaiono molto limitati e soprattutto disorganici, non è più procrastinabile riprogettare beni e imballaggi, affinché una volta diventati rifiuti possano effettivamente essere riciclati, invece che essere inceneriti o smaltiti in discarica. Al tempo stesso però i territori che oggi più “esportano” rifiuti non possono continuare a far finta di nulla. Certo, la pianificazione e localizzazione di impianti per la gestione dei rifiuti è spesso impopolare e difficile, ma evidentemente necessaria. Ritornando al concetto di prevenzione dei rifiuti, che in modo estensivo possiamo sia interpretare come mera riduzione della quantità assoluta, ma anche come riduzione della quantità avviata a recupero energetico o smaltimento, spiace notare che negli scorsi anni, a fronte di pur interessanti elenchi di iniziative proponibili (e in parte anche attuate dalle comunità locali), non sia stata attivata una politica organica. Per i rifiuti di imballaggio, che costituiscono la gran parte dei rifiuti prodotti quotidianamente dalle famiglie italiane, i piani di prevenzione sono demandati direttamente ai consorzi di produttori e forse, questo potrebbe non essere la scelta migliore quanto ad incisività. Certo quando si acquista qualcosa ci si aspetta che l’imballaggio “faccia il suo mestiere”, ma negli ultimi anni la progettazione degli imballaggi ha quasi esclusivamente guardato alla performance tecnica e all’appeal nei confronti del consumatore. Inoltre sono cresciuti a dismisura i prodotti venduti con uno o più imballi, anche quelli non “lavorati” come la verdura fresca. Una recente rilevazione di ISMEA, riportata da IlSole24ore, afferma una sostanziale sostituzione dell’ortofrutta imballata a scapito dello sfuso e collega il fenomeno con l’introduzione dei sacchetti ultraleggeri in bioplastica e a pagamento. Non so se questa lettura sia corretta (nel qual caso l’obiettivo della legge sarebbe stato profondamente disatteso), ma è un fatto che nei supermercati gli spazi per i prodotti freschi e sfusi (ortofrutta, salumeria, macelleria, pescheria) si sono drasticamente ridotti nell’ultimo decennio a favore di una maggiore offerta di analoghi referenze preconfezionate. Questo sembrerebbe accadere (lo dico da consumatrice non avendo a riguardo dati a supporto di questa tesi) soprattutto nelle grandi città, proprio laddove l’estensione degli orari di apertura (ormai è diffusa la presenza di supermercati 7/24) dovrebbe indurre i consumi in una direzione opposta, ovvero comprare solo quello e nel momento in cui è necessario. E questo è solo un esempio. Manca una risposta organica ai tanti appelli sulla riduzione degli imballaggi e più in generale dell’usa e getta che, diciamocelo in tranquillità, non sempre è necessario (il caso emblematico sono le cannucce in plastica). Il grosso rischio a mio avviso è quello non solo di non veder ridurre la produzione di rifiuti, ma addirittura di assistere ad una contrazione del riciclo visto il proliferare di imballaggi e prodotti usa e getta realizzati in materiali oggi non riciclabili.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Rifiuti e multe condominiali: due tribunali, due decisioni diverse. La parola agli esperti

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Due condomini, uno a Milano l’altro a Torino, impugnano l’ordinanza comunale che sanziona l’errata separazione delle frazioni destinate alla raccolta differenziata e il Tribunale decide: a Milano dovranno pagare la sanzione mentre a Torino si annulla l’ingiunzione di pagamento.

di Tiziana Giacalone

Due condomini, uno a Milano l’altro a Torino, impugnano l’ordinanza comunale che sanziona l’errata separazione delle frazioni destinate alla raccolta differenziata e il Tribunale decide: a Milano dovranno pagare la sanzione mentre a Torino si annulla l’ordinanza di ingiunzione di pagamento. Ne abbiamo parlato con due esperti.

Come mai due sentenze diverse per due casi analoghi? 

Per l’avv. Umberto Fantigrossi, amministrativista, componente la Commissione Ambiente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, bisogna chiedersi come è stato svolto il servizio di raccolta negli edifici condominiali. “Consideriamo che i singoli condomini conferiscono i rifiuti al Condominio, il quale, a sua volta, li conferisce unitariamente al Gestore comunale. Nel caso in cui non si rispettassero le regole del conferimento, la sanzione mi pare debba essere correttamente applicata al Condominio che è il soggetto (unitario) che utilizza il servizio. Pertanto nel caso specifico non si tratta di una sanzione comminata  “per fatto del terzo”  in applicazione del principio di solidarietà, di cui all’art. 6 della legge 689/81, ma di una sanzione applicata alla condotta posta in essere direttamente dal Condominio (che è del resto nella maggioranza dei casi proprietario dei cassonetti).”

Infatti per il Tribunale di Milano la sanzione sarebbe stata “irrogata al Condominio non tanto in qualità di trasgressore persona fisica quanto piuttosto, essendo rimasto ignoto il trasgressore persona fisica, quale responsabile solidale ex art. 6, legge 689/1981”. Mentre il Tribunale di Torino esclude l’esistenza di una posizione di garanzia.

Il Condominio ha personalità giuridica autonoma?

A mio avviso – dice Fantigrossi – neppure rileva  la questione della mancanza di autonoma personalità giuridica del Condominio, in quanto per essere destinatario di un’obbligazione verso l’amministrazione è sufficiente la sua natura di  “ente di gestione che opera in rappresentanza e nell’interesse comune dei partecipanti“.”

Ed è proprio il principio di personalità e soggettività delle sanzioni amministrative, di cui all’art. 3 della L. n. 689/1981 (Modifiche al sistema penale) che secondo il Tribunale di Torino non sarebbe stato rispettato dal regolamento comunale di Rivoli che all’art. 51 prevede una sanzione amministrativa – da 50 a 300 euro – da applicare in caso di errata separazione delle frazioni da avviare alla raccolta differenziata. L’ultimo comma dell’articolo 51 dispone che nel caso in cui sia impossibile accertare la responsabilità dei singoli, la sanzione debba essere elevata nei confronti del responsabile condominiale, come rappresentante dell’intero Condominio.

Marco Dal Toso, dell’avvocatura comunale di Milano, ritiene che “l’orientamento dei giudici torinesi potrebbe essere superato e contestato facendo riferimento  all’interesse pubblico perseguito dalla Pubblica Amministrazione  attraverso l’approvazione della norma  regolamentare sulla gestione dei rifiuti. Tra l’altro la norma del regolamento comunale non è stata annullata dal Giudice amministrativo. Ad ogni modo occorre valutare sempre il caso concreto e nell’ipotesi in cui non sia rintracciabile l’autore della violazione la P.A deve accertare se la raccolta differenziata sia stata eseguita correttamente (contenitori dei rifiuti siti nei pressi del Condominio con  abbandono illecito di rifiuti da persone fisiche non identificabili, per esempio).”

Quali potrebbero essere le possibili ricadute sulla gestione della raccolta differenziata all’interno dei condomini?

“Da un lato c’è un Tribunale, quello di Milano, che considera il Condominio “ente privo di personalità giuridica ” e in quanto tale “obbligato in solido con l’autore della violazione “. Dall’altro c’è la sentenza torinese che esclude una posizione di garanzia in capo al Condominio che ” è mero ente di gestione sfornito di personalità distinta da quella dei suoi componenti”. E del resto sia la giurisprudenza sia la dottrina sono ancora divise sulla natura giuridica del Condominio. A questo punto l‘Avvocatura di Rivoli potrebbe proporre appello per una questione che oggettivamente crea un precedente pericoloso per tutte le Amministrazioni comunali del paese.”

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Addio plastica monouso? La nuova direttiva europea contro l’usa e getta

Addio a cotton fioc, posate, piatti e cannucce di plastica monouso. È quanto prevede una delle misure presentate dalla Commissione europea nell’ambito della strategia per ridurre l’inquinamento da plastica. Greenpeace e Legambiente accolgono favorevolmente la nuova proposta ma chiedono misure più ambiziose e obiettivi attuabili nel breve periodo.

Entro il 2025 gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, per esempio con sistemi di cauzione-deposito. Questa – insieme al divieto di vendita di stoviglie, cannucce, agitatori per bevande, bastoncini di cotone per le orecchie e bastoncini per palloncini in plastica – è una delle misure più ambiziose presentate oggi dalla Commissione europea, nel quadro della strategia Ue per ridurre i rifiuti plastici.plastica-monouso

Secondo il progetto di direttiva, inoltre, i contenitori per bevande in plastica saranno consentiti soltanto se i tappi e i coperchi restano attaccati al contenitore. Per i contenitori per alimenti e tazze per bevande in plastica, gli Stati membri dovranno fissare obiettivi nazionali di riduzione. I produttori saranno poi chiamati a coprire i costi di gestione dei rifiuti per prodotti come i mozziconi di sigaretta, palloncini e attrezzi da pesca in plastica. Altri prodotti come gli assorbenti igienici e le salviette umidificate dovranno avere un’etichetta chiara e standardizzata che indica il loro impatto negativo sull’ambiente. Bene l’impegno della Commissione europea su plastica monouso ma servono misure più ambiziose.  Greenpeace, insieme alla coalizione ReThink Plastic Alliance, accoglie favorevolmente la nuova proposta di direttiva della Commissione Europea sulla plastica usa e getta e la considera un primo passo, importante e positivo, verso la riduzione degli imballaggi e dei contenitori in plastica monouso. La proposta prevede, tra i vari provvedimenti, il bando per cannucce, piatti e posate di plastica usa e getta e l’incremento del riciclo delle bottiglie.

“Se vogliamo invertire la rotta – commenta Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia – è fondamentale eliminare al più presto tutti quegli oggetti per i quali sono già disponibili alternative sostenibili. La proposta della Commissione Ue è un buon passo avanti ma è necessario avere più coraggio e ambizione: chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di definire obiettivi precisi sulla riduzione della produzione e immissione sul mercato di imballaggi monouso. La proposta, altrimenti, è inefficace e non sufficiente per affrontare il grave inquinamento da plastica dei nostri mari”.garbage-1255244_960_720

Sulla direttiva Ue sulla riduzione dell’inquinamento da plastica usa e getta si è espressa anche Legambiente. “Il progetto di direttiva sulla riduzione dell’inquinamento da plastica presentato oggi dalla Commissione europea è un primo e fondamentale passo per contrastare il marine litter, una delle due più gravi emergenze ambientali globali insieme ai cambiamenti climatici, e più in generale per ridurre gli impatti che l’uso non responsabile di questo materiale causa all’ambiente. Non tutte le misure previste però affrontano alla radice i problemi veri. Mancano ad esempio norme sui bicchieri di plastica usa e getta e sull’eliminazione di sostanze tossiche. L’assenza di obiettivi specifici di riduzione per gli Stati membri, inoltre, rischia di essere controproducente. Per questo chiediamo al Parlamento e al Consiglio di mettere in atto obiettivi concreti e attuabili nel breve periodo per andare oltre la plastica monouso e per alimentare sempre di più il modello di economia circolare europeo con la gestione dei rifiuti plastici”.

Così Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, commenta le nuove norme proposte dalla Commissione europea per i prodotti di plastica monouso e per gli attrezzi da pesca perduti e abbandonati che ora passeranno ora al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio.

“Su questo tema l’Italia può vantare una indiscussa leadership normativa, essendo stata la prima a mettere al bando gli shopper di plastica, i cotton fioc non biodegradabili e le microplastiche nei cosmetici – prosegue Ciafani-.  È importante ora che tutta Europa faccia fronte comune, promuovendo le misure previste anche a tutti gli altri Paesi del Mediterraneo. Chiediamo al Parlamento europeo e ai ministri dell’UE, che nei prossimi mesi discuteranno di queste norme, di mettere in atto obiettivi ancora più stringenti, prevedendo una revisione intermedia non dopo sei ma tre anni dall’entrata in vigore in modo da garantire una sua applicazione più efficace”.inquinamento-plastica

Nella direttiva europea, sottolinea Legambiente, va inoltre prevista una norma anche sulle bottiglie di plastica. Oltre la responsabilità dei produttori e l’obiettivo di raccogliere entro il 2025 il 90% delle bottiglie in Pet, la direttiva deve spingere sull’uso delle acque del rubinetto più controllate, sane e meno inquinanti di quelle in bottiglia. Secondo l’ultimo rapporto Beach Litter di Legambiente, solo sulle spiagge italiane il 31% dei rifiuti censiti è stato creato per essere gettato immediatamente o poco dopo il suo utilizzo. Parliamo di imballaggi di alimenti, carte dei dolciumi, bastoncini per la pulizia delle orecchie, assorbenti igienici, barattoli e latte alimentari, mozziconi di sigaretta. I rifiuti plastici usa e getta sono stati rinvenuti nel 95% delle spiagge monitorate, a dimostrazione della gravità del problema.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/addio-plastica-monouso-nuova-direttiva-europea-contro-usa-e-getta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Rifiuti. Green Book 2018: dove il servizio è peggiore la spesa per le famiglie è più elevata

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“Il paradosso è nella disomogeneità del servizio nelle diverse aree del Paese (dalla raccolta differenziata alla presenza di impianti fino all’intera filiera dei ciclo): i costi che sono più alti proprio dove la qualità è peggiore”. On line il comunicato stampa con i numeri del Green Book 2018. Un paese diviso in due, nella raccolta differenziata: il nord con una media del 64% e quasi tutte le province sopra il 50%, mentre il sud con situazioni fortemente arretrate non raggiunge la media del 38%. Per i rifiuti rimane un forte squilibrio sugli impianti soprattutto in relazione ai target europei: un settore che avrebbe bisogno di investimenti per almeno 4 miliardi di euro. Da una mappatura degli operatori emerge una larga prevalenza di aziende a partecipazione pubblica al centro-nord e una presenza residuale al sud (al 33%). Nel Mezzogiorno si ricorre in modo preponderante al trattamento in discarica (62%) mentre al Nord il 69% dei rifiuti è avviato a trattamento negli impianti di recupero energetico. Ed è proprio dove il servizio è peggiore che la spesa media annuale per famiglia è più elevata. Questa la fotografia del settore rifiuti urbani scattata dal GREEN BOOK 2018, realizzato per UTILITALIA dalla Fondazione Utilitatis in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti e presentato oggi a Roma al Tempio di Adriano.

“Non si può non mettere in evidenza l’eterogeneità che caratterizza la situazione nazionale. Significative differenze anche sul livello qualitativo e sui costi del servizio, con il paradosso – osserva il vicepresidente di Utilitalia, Filippo Brandolini – che si registrano costi maggiori là dove qualità ed efficacia del servizio sono invece inferiori. Dipende dal livello di industrializzazione e dalla presenza o meno di imprese strutturate. Il via libera del Parlamento Europeo al pacchetto di misure sull’economia circolare, comporterà un’evoluzione nell’organizzazione dei servizi e delle imprese, ma c’è molta attesa anche dall’avvio concreto della regolazione sul settore rifiuti da parte dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA)”

“Utilitalia auspica che con il lavoro del regolatore – afferma Brandolini – potremo giungere gradualmente al superamento della legislazione concorrente tra Stato e Regioni, accelerare il riassetto della governance, favorire il superamento della frammentazione, e accelerare il percorso verso l’adozione di una tariffa corrispettiva, capace di commisurare il costo alla quantità e alla qualità del servizio, nel rispetto del principio europeo ‘chi inquina paga’”.

“Il Green Book scatta la fotografia del settore rifiuti all’avvio della regolazione di ARERA- rileva Valeria Garotta, direttore della Fondazione Utilitatis – I dati cristallizzano il mancato compimento del disegno normativo secondo cui il ciclo integrato dei rifiuti deve essere organizzato per ambiti territoriali di dimensioni adeguate: dal permanere dell’inoperatività di alcuni enti di governo d’ambito, all’elevata frammentazione gestionale; dagli squilibri territoriali nell’assetto impiantistico, all’elevato numero di gare bandite per singoli comuni e brevi durate. L’auspicio è che la prossima edizione del rapporto possa catturare importanti cambiamenti, messi in moto dall’intervento di ARERA. Inoltre, rispetto alle precedenti edizioni, il Green Book si arricchisce di una mappatura puntuale dei gestori nei singoli comuni e di un focus sui grandi centri urbani”.

PRODUZIONE E RACCOLTA DIFFERENZIATA

La produzione dei rifiuti prodotti in Italia ha ripreso a crescere nel 2016, dopo alcuni anni di stabilizzazione: l’incremento è stato del 2% rispetto all’anno precedente, soprattutto per via della ripresa economica. La raccolta differenziata ha raggiunto il 52,5% nel 2016, anche se con molte differenze tra aree del Paese: il nord arriva al 64%, il centro al 48,6% e il sud al 37,6%. Per quanto riguarda la riforma dell’assetto organizzativo del servizio di igiene urbana, sono oggi presenti 57 Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), con una riduzione del 55% rispetto ai 129 ATO del 2007; prevalgono gli Ambiti regionali anche se ci sono ATO con dimensione che varia dalla scala regionale a quella sub-provinciale.

SPESA PER FAMIGLIA E GRANDI CITTA’

Dall’analisi sulle tariffe per il 2017, su una popolazione complessiva di oltre 18 milioni di abitanti nei comuni capoluogo, una famiglia tipo (3 persone che vivono in 100 metri quadri) nel 2017 ha speso mediamente 227 euro in un comune sotto i 50.000 abitanti e 334 euro in un comune con popolazione superiore a 200.000 abitanti. In media sempre nel 2017 al nord la spesa è stata di 271 euro, di 353 al centro e 363 al sud. Il paradosso è nella disomogeneità del servizio nelle diverse aree del Paese (dalla raccolta differenziata alla presenza di impianti fino all’intera filiera dei ciclo): i costi che sono più alti proprio dove la qualità è peggiore. Nel 2017 si registra un valore medio del costo per abitante di 232 euro, con punte minime di 155 e massime di 366.

IMPIANTI

Dalla mappatura degli operatori, sia per il servizio di raccolta che per la gestione degli impianti, emerge una situazione molto frammentata, con una larga prevalenza di aziende a partecipazione pubblica al centro-nord e una presenza residuale al sud (dove il 33% degli abitanti è servito da aziende pubbliche o miste). Quanto agli impianti e alla loro localizzazione, quelli di trattamento integrato aerobico e anaerobico sono concentrati al nord dove viene gestito il 98% della frazione organica da raccolta differenziata; gli impianti di compostaggio della stessa tipologia di rifiuti sono invece in prevalenza al sud (il 49% trattata in impianti a partecipazione pubblica e il 51% privati). Gli impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb) sono più diffusi al sud (con il 49% del trattamento). Per lo smaltimento in discarica il Sud supera il resto del Paese: con il 62% del rifiuto urbano residuo a livello nazionale smaltito in questo modo. La situazione si capovolge sugli impianti di recupero energetico: concentrati soprattutto al nord dove viene trattato il 69%, il 12% al centro e il 19% al sud.

DATI ECONOMICI

Nel 2016, dall’analisi dei 575 gestori individuati, il settore dell’igiene urbana ha registrato oltre 12 miliardi di fatturato, occupando 90.433 addetti. Il 75% delle aziende è rappresentato da monoutility legate al settore ambiente, il restante 25% da aziende multiutility. Gli operatori di piccole dimensioni (con fatturato inferiore ai 10 milioni di euro) rappresentano il 55% del totale anche se contribuiscono a solo il 10% del fatturato nazionale. Il 37% del fatturato di settore è generato dal 3% di operatori con un volume d’affari superiore ai 100 milioni di euro. Gli operatori della categoria ‘Raccolta e Ciclo Integrato’ (cioè che gestiscono tutto il processo dalla produzione alla fine del rifiuto) rappresentano il 73% del totale, registrano il 73 % del fatturato e occupano l’89% degli addetti; la categoria ‘Gestione Impianti’ comprende il restante 27% degli operatori, genera il 27% del fatturato complessivo ed impiega l’11% della forza lavoro. Dal punto di vista dell’assetto proprietario il 34% delle aziende ha natura completamente privata e il 66% risulta partecipato dal pubblico.

INVESTIMENTI

La stima del fabbisogno nazionale di investimenti in raccolta differenziata e nuovi impianti – in base a un’analisi su un panel di gestori a partecipazione pubblica – viene valutata in circa 4 miliardi di euro. Gli investimenti complessivamente realizzati dai gestori del campione nell’arco temporale 2012-2017 ammontano a 1,4 miliardi di euro, pari a 82,5 euro per abitante in sei anni (14 euro a testa all’anno). Il 46% degli investimenti è destinato alla raccolta e allo spazzamento, mentre il 54% agli impianti di selezione, avvio a recupero e smaltimento. Nel 2017 il trend degli investimenti in raccolta sono aumentati del 73% rispetto al 2012. Sul versante degli impianti, c’è stato un netto calo degli investimenti in impianti di incenerimento (meno 55% rispetto al 2012); in controtendenza rispetto al recupero energetico risultano gli investimenti in discarica che nel 2017 crescono rispetto al 2012 di oltre il 200%. Gli investimenti in impianti di selezione e valorizzazione delle frazioni differenziate passano da 9 milioni di euro nel 2012 a circa 18 milioni di euro nel 2017. Infine, mentre gli investimenti in compostaggio e Tmb hanno un andamento crescente, quelli in digestione anaerobica sono fermi fino al 2016, per l’incertezza sul meccanismo di incentivazione. Rispetto agli investimenti realizzati sulla fase impiantistica, solo il 39% ha riguardato la realizzazione di nuovi impianti; mentre la voce più importante è sugli interventi di manutenzione straordinaria e revamping (46%), seguita dall’ampliamento di impianti esistenti (15%). Dai Piani di investimento dei gestori – parte dell’analisi – emerge un incremento complessivo di circa il 60% del volume di investimenti pianificati tra il 2018 e il 2021, rispetto a quelli realizzati nei quattro anni precedenti.

Fonte: ecodallecitta.it