Una piattaforma per fare rete: cambiare dentro per ridurre l’impatto fuori

Una “rete di valore aperto” per promuovere progetti, eventi e buone pratiche volti alla riduzione dell’impronta ecologica individuale in Friuli-Venezia Giulia. Abbiamo intervistato Francesco, che dopo un’esperienza da cervello in fuga in giro per il mondo, è rientrato in Italia per raccontare e diffondere la filosofia Zero Waste attraverso una comunità virtuale territoriale. Zero Waste FVG è una piattaforma indipendente e no profit basata su tecnologie Open Source il cui scopo è la diffusione della filosofia zero sprechi in Friuli-Venezia Giulia. A parlarcene è Francesco Marino, giovane laureato in Tecnologie Web e Multimediali che abbiamo intervistato a Udine, dove è tornato a vivere da quando, nel novembre del 2018, è rientrato da sei anni di vita all’estero.

Era il 2012, infatti, quando Francesco ha iniziato a viaggiare grazie a degli stage post-laurea, diventando successivamente un digital nomad e allungando la lunga lista di cervelli in fuga del nostro paese. In questo periodo, passato tra Norvegia, Hong Kong, Filippine e soprattutto Spagna, la sua consapevolezza ambientale è cresciuta moltissimo, “di pari passo con un profondo cambiamento interiore, che è l’unica spinta che può davvero portare le persone a sognare ed agire per un mondo migliore”. 

Durante la sua permanenza in Asia, in particolare nelle Filippine, ha potuto toccare con mano gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento su vasta scala. Sicché, dopo un percorso di crescita personale iniziato con lo yoga e durato quattro anni, ha deciso di rimboccarsi le maniche e – prima ancora di rientrare in Italia da Barcellona, ultima tappa della sua esperienza all’estero – ha deciso di fondare prima un gruppo e una pagina Facebook, e poi di aprire il sito www.zerowastefvg.it.

La piattaforma è pensata come un servizio “contenitore”, co-progettato e co-gestito da tutti i membri della comunità che lo utilizzano (più di 1000 nel gruppo Facebook), con l’obiettivo di diventare un bene comune dei cittadini. “Si tratta di un luogo virtuale nel quale chiedere, suggerire, realizzare sondaggi, far nascere collaborazioni tra cittadini, siano essi consumatori, produttori, negozianti, riparatori, comunicatori”, chiarisce Francesco, che sottolinea come il progetto sia su base volontaria per tutti, totalmente orizzontale ed aperto al supporto di chiunque voglia dare una mano. Sul sito è presente una mappa collaborativa, che dà visibilità ai “punti di interesse etici” che già esistono sul territorio regionale e che vuole essere uno stimolo per tutti a lanciare nuovi progetti e attività in questa direzione. Inoltre è presente un calendario degli eventi che vengono organizzati sul territorio e vari gruppi Telegram per gestire attività specifiche (social, giornate ecologiche, riciclo creativo, ecc.).  

Pur non essendo collegato a nessuna delle varie reti internazionali Zero Waste, il progetto di Francesco condivide con esse i valori che ne sono alla base e che possono essere riassunti nei seguenti principi:

– Rifiutare (prevenzione/minimalismo);

– Ridurre (prevenzione/decrescita);

– Riutilizzare (prolungamento della vita dei prodotti);

– Riciclare (recupero della materia);

– Compostare (recupero dell’energia).

Francesco tiene molto a sottolineare come, più che uno stile di vita, Zero Waste sia soprattutto una filosofia. “Se qualcuno mi chiede cosa deve fare per vivere una vita a minor impatto ambientale, io gli rispondo che prima di tutto deve ascoltarsi”, ci dice. Un segno che il cambiamento non si basa tanto (o non soltanto) sulle azioni, pur dettate dal buon senso, ma soprattutto da un lavoro interiore. “Vivere una vita Zero Waste significa anzitutto liberarsi mentalmente del superfluo, a cominciare dal giudizio verso il percorso degli altri”.  

E a ben pensarci è solo così che possiamo accettare con maggior tolleranza chi, per i motivi più disparati – a cominciare dalle possibilità di accesso alle informazioni – non ha (ancora) aderito a un cambiamento strutturale. Aumentando le possibilità di aprire qualche ulteriore varco nella cultura dominante, invece di costruire altri muri.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/vita-senza-sprechi-tornato-in-italia-eliminare-rifiuti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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“Too Good To Go”, l’app che combatte lo spreco alimentare

“Troppo buono per essere buttato” è il cibo invenduto di ristoranti, bar, panifici, hotel, supermercati e altre attività di ristorazione che, con la nuova iniziativa “Too Good To Go”, giunta a Milano e ora anche a Torino, verrà messo in vendita a prezzi ribassati tramite l’utilizzo di una applicazione, coinvolgendo sempre più persone alla lotta contro gli sprechi alimentari.

Vetrine piene di prelibatezze, abbondanza di alimenti di ogni forma e colore tra i banchi del supermercato, specialità dei ristoranti che aspettano solo di essere gustate. Tanto, troppo cibo appetitoso e pronto per essere consumato che ha un solo problema: è rimasto invenduto e andrà incontro ad un unico, triste destino… finire nell’umido. Negli ultimi anni, anche a fronte di una maggior sensibilità ad una filosofia anti-spreco, le soluzioni per salvaguardare il cibo sono aumentate in modo significativo, attraverso pratiche virtuose che coinvolgono sempre più soggetti.
A Torino è recentemente arrivata Too Good To Go, l’iniziativa che consente alle attività di ristorazione di recuperare il cibo fresco invenduto, permettendo allo stesso tempo ai consumatori, tramite l’utilizzo di un’applicazione, di ordinare il proprio pasto a prezzi ribassati. Quali sono i reali costi dello spreco del cibo? Iniziamo dal fatto che, a scala globale, ogni anno circa un terzo degli alimenti viene sprecato. Per quanto riguarda il caso italiano, come riportato sul sito di Too Good To Go, ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di alimenti viene gettato via: “Sono 20 tonnellate per minuto, 317 kg ogni secondo… che corrisponde allo stesso peso di 190 Titanic! Non è assurdo? Questo spreco aumenta ogni giorno e in termini di spesa corrisponde a €17 miliardi l’anno. Sono circa €700 l’anno spesi da ogni famiglia per acquistare del cibo che infine finisce nella spazzatura”.

Too Good To Go rappresenta, in questi termini, un movimento anti-spreco che, nato in Danimarca, è giunto fino in Italia e parte dall’affermazione di Chad Frischmann, esperto del cambiamento climatico, il quale sostiene che ridurre gli sprechi alimentari sia una delle azioni più importanti che possiamo fare per contrastare il riscaldamento globale.
In Italia la missione del progetto si basa quindi sulla volontà di creare la più ampia rete anti-spreco che faciliti un trasformazione collettiva a partire dal cibo, per generare un cambiamento positivo nella società.

“Il cibo viene continuamente sprecato durante l’intero processo che lo porta dalle fattorie alle nostre tavole. Non sono solo gli alimenti in sé che vanno sprecati, lo sono anche tutte le risorse necessarie per produrli, dall’acqua, alla terra, al lavoro delle persone. Se sprecato, il cibo ha un effetto dannoso sull’ambiente in quanto è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra” si legge sul sito.

Ma come funziona Too Good To Go?

Accedere al servizio è facile: le attività di ristorazione iscritte all’applicazione metteranno in vendita le cosiddette “Magic Box”, ovvero delle “confezioni magiche” al cui interno si possono trovare prodotti freschi a prezzi ribassati, tra i 2 e i 6 euro. I consumatori, geolocalizzandosi ed individuando i locali inclusi nella rete, potranno quindi ordinare e acquistare online il prodotto, ritirandolo nel negozio interessato. Il cibo proviene ad esempio da bar che hanno cucinato troppi prodotti freschi che non possono essere conservati, oppure da ristoranti che non hanno venduto tutti i piatti che hanno preparato. La particolarità dell’iniziativa è che il consumatore scoprirà il cibo che ha acquistato soltanto nel momento in cui ritirerà la Magic Box. Attraverso il progetto si vogliono incoraggiare i clienti a portare da casa i propri contenitori, col fine di limitare l’uso di imballaggi ed inoltre ogni Magic Box acquistata permetterà di evitare l’emissione di 2 kg di Co2.

Il progetto “Too Good to Go” rappresenta una soluzione “win-win-win” che si basa sulla strategia del “vincere assieme” ed in cui tutti gli attori coinvolti traggono benefici cooperando per un medesimo scopo. Combattere lo spreco rappresenta in questi termini un vantaggio per tutti: per le attività di ristorazione, che in questo modo potranno ridurre le eccedenze alimentari ed espanderanno la propria clientela; per i consumatori, che potranno avere a disposizione pasti freschi e a costi ribassati; per il pianeta, attraverso piccoli cambiamenti nelle nostre azioni quotidiane che possono realmente fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Lotta allo spreco alimentare
Autore: Too Good To Go
Licenza: Sito Ufficiale Too Good To Go

Fonte: http://piemonte.checambia.org/

Spiagge invase dai rifiuti: l’80% è plastica

Con l’approssimarsi della primavera, nelle località balneari si è in procinto di iniziare le operazioni di ripulitura delle spiagge in previsione della stagione estiva che verrà. E Legambiente denuncia una situazione insostenibile: l’80% dei rifiuti che invadono i nostri litorali è costituito da plastica.

L’indagine Beach litter 2018 di Legambiente ha monitorato 78 spiagge con 48.388 rifiuti rinvenuti in un’area complessiva di 416.850 mq (pari a circa 60 campi di calcio) e una media di 620 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia (lineari) campionata, 6,2 per ogni metro di spiaggia.

Quello che si trova sulle spiagge italiane è soprattutto plastica (80%). L’associazione ambientalista sottolinea come oltre la metà dei rifiuti raggiungono le spiagge perché non vengono gestiti correttamente a terra. La cattiva gestione dei rifiuti a monte è, infatti, la causa principale del continuo afflusso dei rifiuti in mare. Ma non è la sola. Anche i rifiuti abbandonati direttamente sulle spiagge o quelli che provengono direttamente dagli scarichi non depurati e dalla cattiva abitudine di utilizzare i wc come una pattumiera.

Sul podio dei rifiuti più trovati lungo le spiagge ci sono i frammenti di plastica, ovvero i residui di materiali che hanno già iniziato il loro processo di disgregazione, anelli e tappi di plastica e infine i cotton fioc, che salgono quest’anno al terzo posto della top ten. Gli oggetti che si trovano praticamente in tutte le spiagge monitorate sono tappi e anelli di plastica (95% delle spiagge), bottiglie e contenitori di plastica per bevande (96% delle spiagge) e bicchieri, cannucce, posate e piatti di plastica (90% delle spiagge monitorate).

Questi oggetti usa e getta di uso diffuso rappresentano un problema comune per tutte le spiagge. Altro rifiuto molto diffuso sono i materiali da costruzione, presenti nell’85% delle spiagge monitorate. L’indagine di Legambiente è una delle più importanti azioni a livello internazionale di citizen science, ovvero il risultato di un monitoraggio eseguito direttamente dai circoli di Legambiente, da volontari e cittadini, che ogni anno setacciano le spiagge italiane contando i rifiuti presenti, secondo un protocollo scientifico comune e riconosciuto anche dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, a cui ogni anno vengono trasmessi i dati dell’indagine per completare il quadro a livello europeo. Questi dati infatti vanno a integrare quelli rilevati dalle agenzie ambientali di tutta Europa nell’ambito della Marine Strategy, la strategia marina dell’Unione Europea.

Fonte: ilcambiamento.it

La plastica minaccia la salute umana

Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire: la plastica comporta evidenti rischi per la salute umana e per questo è necessario ed urgente adottare il principio di precauzione e a iniziare ad eliminare definitivamente questo materiale, a partire dall’usa e getta. Un rapporto diffuso nelle ultime ore dal Center for International Environmental Law (CIEL) evidenzia l’urgenza di adottare il principio di precauzione per proteggere l’umanità dall’inquinamento della plastica. Valutate tutte le fasi del ciclo produttivo e di vita di questo materiale, il report infatti rileva evidenti rischi per la salute umana. 

Nel dettaglio, il rapporto del CIEL evidenzia come: 

– le materie plastiche presentano differenti rischi per la salute umana in ogni fase del loro ciclo di vita: dalle sostanze chimiche pericolose rilasciate durante l’estrazione del petrolio e la produzione delle materie prime, all’esposizione agli additivi chimici rilasciati durante l’utilizzo delle materie plastiche, per terminare con l’inquinamento dell’ambiente e del cibo che può derivare dal rilascio di plastica nell’ambiente; 

– le microplastiche, come frammenti e fibre, a causa delle loro piccole dimensioni possono entrare nel corpo umano attraverso il contatto, l’ingestione o l’inalazione, penetrare nei tessuti e nelle cellule generando impatti sull’uomo, anche a causa del rilascio di sostanze chimiche pericolose; 

– incertezze e lacune conoscitive non consentono di avere un quadro dettagliato circa gli impatti sulla salute umana e impediscono a consumatori, comunità e istituzioni di prendere decisioni consapevoli su questo materiale.

Commentando quanto emerge dal report di CIEL, Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, dichiara: “I rischi per la salute derivanti dall’inquinamento da plastica sono stati ignorati per troppo tempo, un atteggiamento che va contro le regole basilari della prevenzione che dovrebbero guidare le scelte istituzionali e delle multinazionali e venire prima dei profitti. Imprese e istituzioni hanno scelto invece di mantenere lo status quo. Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire le conseguenze della dipendenza dalla plastica della nostra società, siamo tutti noi a subirne gli effetti. Nonostante ci sia ancora molto da chiarire su tutti i possibili impatti generati dalla plastica sulla salute umana, i rischi sono evidenti. Le conoscenze attuali impongono di applicare concretamente il principio di precauzione e iniziare a eliminare definitivamente la plastica, a partire dall’usa e getta”. 

“Il ricorso a questo materiale, oltre a devastare il Pianeta, continua a mantenerci dipendenti dai combustibili fossili, contribuendo ai cambiamenti climatici”, continua Ungherese. “Non ci sono motivi per continuare a mettere a rischio la salute umana in nome della presunta convenienza della plastica. Da mesi chiediamo alle grandi multinazionali, responsabili della commercializzazione dei più grandi volumi di plastica usa e getta, di assumersi le proprie responsabilità riducendo drasticamente la produzione di plastica monouso”, conclude.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/plastica-minaccia-salute-umana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Rusko: riparare gli oggetti rotti può aggiustare il mondo

Promuovere l’economia circolare attraverso una serie di attività, con un focus specifico sulle riparazioni di oggetti guasti altrimenti destinati a divenire rifiuti. È questo l’obiettivo di Rusko, associazione nata a Bologna e ispirata all’esperienza internazionale dei Repair Cafè: un’iniziativa virtuosa e dall’alto valore sociale ed ecologico che sempre più sta prendendo piede anche in Italia.

“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…”. Inizio ad ascoltare l’intervista raccolta dai miei colleghi e subito mi viene in mente la celebre strofa della canzone di Gino Paoli che, a pensarci bene, descrive perfettamente l’avvio di una miriade di progetti virtuosi, innovativi e vincenti nati per l’appunto da una chiacchierata informale tra persone affini, una buona intenzione ed un’idea semplice, ma efficace. Ed è proprio così che circa un anno e mezzo fa a Bologna ha preso vita l’associazione Rusko (Riparo Uso Scambio Comunitario), ispirata anche all’esperienza estera dei Repair Cafè: momenti di incontro in cui si riparano oggetti rotti che altrimenti verrebbero gettati via.

“Insieme ad alcuni amici, davanti ad una pizza e una birra, abbiamo iniziato a domandarci cosa avremmo potuto fare concretamente per contribuire al miglioramento di una società che non ci convinceva. Abbiamo buttato giù un’idea, la abbiamo studiata e abbiamo raccolto informazioni su altre esperienze avviate in altri Paesi, in particolare nel nord Europa”, ci racconta Raffaele Timpano, presidente di Rusko. “Abbiamo preso contatti con la Repair Foundation di Amsterdam, promotrice di un modello, quello dei Repair Cafè, che coniuga due valori per noi importanti: partecipazione sociale e rifiuto dello spreco. Tutto quello che serviva per iniziare era un gruppo di persone ben affiatate e luoghi dove svolgere le nostre attività: riparazioni, prima di tutto, ma anche una serie di altre iniziative volte a promuovere l’economia circolare e la sostenibilità”. 

Nasce così Rusko, che significa Riparo Uso Scambio Comunitario ma che in bolognese vuol dire anche spazzatura. “Abbiamo voluto giocare proprio su questa ambivalenza: una cosa considerata inutile può avere una nuova vita ed un valore sociale ed ecologico. Un nome che qui a Bologna ha riscosso subito molto successo”.

Raffaele Timpano ci spiega la filosofia che sta alla base della loro esperienza. “Ci siamo interrogati sui cicli di vita sempre più brevi dei prodotti industriali e sul legame che esiste tra le persone e gli oggetti, ovvero sulla totale dissociazione che si è venuta a creare con l’avvento del consumo di massa: oggi le persone non si chiedono più da dove vengono gli oggetti e come vengono realizzati. I prodotti vengono acquistati, usati e poi buttati nella spazzatura. Un sistema insostenibile, insomma, che noi vogliamo contribuire a superare”. Partendo, appunto, dalla promozione dei Repair Cafè, iniziativa nata qualche anno fa in Olanda e che ora si sta diffondendo anche in Italia. Si tratta di incontri tra persone che vogliono riparare oggetti malfunzionanti. “Alcune persone partecipano ai Repair cafè che organizziamo per curiosità, altre per passare del tempo in compagnia, altre ancora perché animate da uno spirito ecologista – ci spiega Raffaele – Inoltre nei quartieri più popolari abbiamo visto anche famiglie che ricorrono alle riparazioni per necessità. È molto diverso l’approccio tra centro e periferia, nelle zone periferiche spesso abbiamo conosciuto immigrati che si sorprendono per la nuova diffusione della pratica della riparazione nel nostro Paese e ci raccontano gli usi dei loro territori. Si creano così degli scambi molto interessanti”.

Rusko, che conta ora circa una trentina di volontari, al momento non ha una sede fisica. “Andiamo dove ci invitano – dice Raffaele – Un luogo fisico non è fondamentale ma è più funzionale per l’attrezzatura. Ecco perché il nostro prossimo obiettivo è trovare un posto dove stabilirci”.

Ma come funziona? “Qualche giorno prima dell’evento mandiamo una mail agli interessati indicando luogo e ora dell’appuntamento – continua Raffaele – Alcuni ci chiedono prima informazioni circa la possibilità di riparare un oggetto o meno. L’unica condizione che noi poniamo è la partecipazione attiva della persona alla riparazione. La persona si presenta quindi nel giorno stabilito con il prodotto malfunzionante e partecipa al tavolo della riparazione al quale solitamente siedono alcuni volontari particolarmente abili, a volte anche professionisti (di elettronica, sartoria, biciclette). Nel 2018 sono stati portati da noi soprattutto piccoli apparecchi elettrici come frullatori o asciugacapelli. Solitamente i guasti sono abbastanza banali e quindi risolvibili. A volte però vengono portati anche apparecchi più complessi la cui riparazione richiede più tempo. In base al tipo di prodotto la persona si siede accanto al ‘tutor’, si analizza il problema dell’apparecchio in questione e si prova a risolverlo insieme. Si crea così un’interazione normalmente assente nei rapporti di mercato che solitamente sono così strutturati: ‘Io ti pago per risolvermi un problema, quello che fai non mi interessa’.

Ovviamente il grado di partecipazione può essere maggiore o minore rispetto al grado di abilità di chi porta gli oggetti. Soprattutto in questa zona, che ha un tessuto industriale ancora vivo, ci sono anche tanti pensionati molto esperti. È così che abbiamo trovato molti volontari, ex lavoratori appassionati di riparazioni. Noi lavoriamo con la comunità e per la comunità e lo facciamo incondizionatamente. Non chiediamo niente a chi partecipa ai Repair Cafè ma chi vuole può lasciare un contributo per sostenere le attività della nostra associazione. Se le istituzioni vogliono collaborare o sostenerci sono ovviamente le benvenute”. 

Raffaele è infatti convinto che se le istituzioni riconoscessero il valore sociale di queste iniziative e le sostenessero si potrebbero fare moltissime cose: ad esempio corsi di formazione per la manutenzione, per l’alfabetizzazione informatica, per l’efficientamento energetico delle case, corsi di artigianato o per l’inserimento sociale di persone svantaggiate. “Le prospettive sono molto ampie”.

Raffaele ci parla anche di un aspetto che ci sembra molto interessante: il diritto alla riparabilità. “Negli anni ’60 se compravi un oggetto ricevevi anche un manuale per la riparazione. Oggi al contrario quando acquistiamo qualcosa leggiamo sulla confezione: ‘non smontare’, ‘non aprire’, ‘non sostituire la batteria’. Dobbiamo rivendicare il diritto alla riparabilità dei nostri oggetti. È necessario cambiare il modo in cui vengono progettati gli oggetti: bisogna progettare in modo modulare per far sì che i pezzi siano sostituibili e dovrebbe essere introdotto l’obbligo di rendere disponibili i pezzi per le sostituzioni. Serve, insomma, una progettazione pensata per avere un impatto zero”.  

“Noi crediamo molto nell’urgenza di un cambio del paradigma culturale e dei meccanismi del sistema. Una frase che rappresenta molto la nostra filosofia è quella pronunciata da Einstein: ‘Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose’. Ecco perché dobbiamo ridurre il nostro livello di consumo, interrogarci sulla quantità di rifiuti che produciamo, cominciare a mettere noi stessi in discussione. Questo si può fare, magari, partendo proprio dalla riparazione, un punto che tocca alcuni tasti psicologici molto interessanti. Ultimamente sta prendendo forza l’idea che i rifiuti siano una ricchezza: io credo invece che dovremmo cercare in primis di ridurli, anche attraverso la riparazione che, peraltro, serve anche a prendere coscienza delle proprie capacità. La soddisfazione psicologica che deriva dal riuscire a riparare qualcosa è grande, è quasi terapeutica!”. 

Intervista: Francesco Bevilacqua e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/rusko-riparare-oggetti-rotti-puo-aggiustare-mondo-io-faccio-cosi-237/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Direttiva Ue sulla plastica monouso: “Ora gli stati membri vadano oltre al plastic free” – Parte 2

La direttiva approvata dal Parlamento europeo sulla plastica monouso getta le basi per grossi cambiamenti nella progettazione, imballaggio e utilizzo dei beni di consumo, introducendo divieti su molti oggetti di plastica usa e getta e concetti come la responsabilità estesa del produttore su molti altri. Riusciranno gli stati membri a recepire correttamente la direttiva e anzi a cogliere l’occasione per andare oltre il plastic free e introdurre misure per il riuso, la riduzione a monte dei rifiuti, il superamento dell’usa e getta? Ne abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi. Qualche settimana fa abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi, dello stato dell’arte nella gestione degli imballaggi in plastica. L’abbiamo ricontattata per entrare più nel dettaglio della direttiva sulle plastiche monouso o Single Use Plastics (SUP) recentemente approvata dal Parlamento europeo. In particolare ci interessa avere un suo parere su quali sono le luci e le ombre del provvedimento europeo e su cosa si potrebbe fare da subito per preparare il terreno per il miglior recepimento possibile. Il tema degli imballaggi e dell’usa e getta in genere è infatti uno dei cavalli di battaglia dell’ACV, oltre che che oggetto di proposte a decisori politici e aziendali, a partire dal lancio della campagna Porta la Sporta che ha informato sul marine litter collegandolo agli  attuali stili di vita già dieci anni fa.

Parliamo della direttiva SUP: qual è la tua valutazione complessiva?  

L’Europa con questa direttiva ha fornito una prima risposta importante che mancava per affrontare un’emergenza mondiale come l’inquinamento da plastica che, soprattutto negli ambienti marini e acquatici in genere ha assunto dimensioni allarmanti. Nonostante il fenomeno fosse già noto almeno dagli anni settanta, come ha evidenziato lo studio “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” del CIEL (Center for International Environmental Law), l’atteggiamento negazionista adottato in primis dall’industria della chimica e plastica ha avuto la meglio. Pertanto, decadi dopo, il problema si è ripresentato, amplificato dal boom di produzione plastica che è passato dai dei 35 milioni di tonnellate del 1970 ai 348 milioni di tonnellate del 2017 e ci è stato “servito sul piatto” , nel senso letterale del termine.  

Tuttavia alcune misure presentate nella prima versione del testo sono state edulcorate nell’ultima stesura e cercherò di spiegare perché,  complessivamente, non le ritengo commisurate alla reale gravità del fenomeno. Non dimentichiamoci che l’impatto della plastica sull’ambiente  è destinato ad aumentare visto che anche la produzione plastica aumenta, trainata dall’aumento della popolazione mondiale e da un maggiore benessere nei paesi in via di sviluppo. Molto dipenderà pertanto dal recepimento che i paesi membri dovranno formalizzare all’interno dei propri quadri legislativi. Questa direttiva potrebbe diventare un’importante opportunità per ripensare il modello lineare che caratterizza la gestione degli imballaggi – non solo in plastica – introducendo azioni di prevenzione e riuso che sono indispensabili per alleggerire il carico che i prodotti usa e getta hanno sull’ambiente, riducendo al contempo le emissioni climalteranti che sono associate a tutti i processi produttivi, a prescindere dai materiali.   

Quali sono i punti di forza di questa direttiva ? 

Ritengo sicuramente positivo il divieto di vendita  sul mercato comunitario (ai sensi dell’articolo 5 a partire dal 2021) di quegli articoli usa e getta che sono diventati rifiuti pervasivi sia in contesti urbani che in natura rappresentando circa la metà di tutti i rifiuti marini trovati sulle spiagge europee (per numero). Si tratta di: cotton fioc, posate (coltelli, cucchiai, forchette, bacchette e agitatori), piatti, cannucce, aste per palloncini, contenitori in plastiche oxo-degradabili e in polistirene espanso (EPS) per alimenti e bevande (e relativi coperchi) sia per consumo in loco che da asporto. Inoltre l’istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR, ai sensi dell’articolo 8) per alcuni di questi prodotti non ancora coperti da tali schemi è a mio avviso la misura determinante per favorire la prevenzione, l’eco design e la riduzione di prodotti superflui, di cui una parte può essere sostituita con opzioni riutilizzabili. Principalmente perché questi regimi prevedono che siano i produttori a sostenere i costi di raccolta e avvio a riciclo di tali prodotti a fine vita nonché delle attività di pulizia ambientale e di sensibilizzazione verso i cittadini. Parliamo di articoli come, ad esempio, involucri di snack dolci e salati, salviette umidificate, assorbenti e prodotti a base di  tabacco contenenti plastica (entro il gennaio 2023 per la maggior parte degli articoli). Inoltre ritengo importante che la presenza di materie plastiche venga notificata sull’etichetta del prodotto insieme all’informazione sugli impatti ambientali e alle opzioni appropriate di smaltimento.

Infine sono favorevole alla misura che riguarda i criteri di progettazione degli articoli SUP che, all’articolo 6, stabilisce che coperchi e contenitori debbano essere fissati al contenitore in modo da non venire dispersi nell’ambiente. Ma anche finire nello scarto degli impianti di selezione a causa delle ridotte dimensioni aggiungerei. Peccato che l’entrata in vigore sia stata posticipata dal 2021 al 2024. Va detto che i paesi che hanno in vigore il deposito su cauzione offrono già una soluzione alla dispersione dei tappi con tassi di intercettazione di bottiglie (e tappi) che possono andare oltre al 90% dell’immesso. Per quanto riguarda invece prodotti contenenti plastica come i mozziconi di sigaretta e gli attrezzi da pesca l’obbligatorietà di adesione ad un un regime di responsabilità estesa con monitoraggio e raggiungimento di obiettivi nazionali di raccolta avrebbe dovuto arrivare già molto, molto tempo fa. Ma meglio tardi che mai…. 

Quali sono invece le ombre della direttiva? Quali misure avresti voluto vedere incluse sin dalla prima stesura? 

In prima battuta non avere fissare in sede europea delle obiettivi obbligatori di riduzione per contenitori per alimenti e bevande. Avere previsto la possibilità per i paesi dell’UE di adottare restrizioni di mercato per questi manufatti, senza proporre obiettivi, rischia di non stimolare i governi centrali e locali a prendere misure legislative in merito. Ma soprattutto di non incentivare le aziende che utilizzano questi contenitori a dismetterli a favore di alternative più sostenibili già collaudate. Basta guardare impegni annunciati dalle grandi catene del fast food per diminuire l’impatto dei propri contenitori per notare che generalmente si limitano all’eliminazione delle cannucce. Oppure a sostituire la plastica con altri materiali usa e getta che, seppur riciclabili o compostabili, vengono poi gestiti con l’indifferenziato. Solamente la catena di caffetterie inglese Boston Tea Party  ha, coraggiosamente, eliminato lo scorso anno tutti i contenitori monouso e introdotto tazze da asporto riutilizzabili. Il proprietario della catena ha raccontato di essersi chiesto cosa poteva fare per non lasciare alle future generazioni un pianeta di spazzatura e di avere fatto la scelta maggiormente responsabile, nella totale consapevolezza di incorrere in un’importante riduzione del fatturato (che si è poi verificata). Abbiamo fatto un appello a Starbucks in collaborazione con Zero Waste Europe, Greenpeace e WWF Italia  prima che aprisse il primo locale a Milano, coinvolgendo anche la Giunta di Milano che ha dimostrato di apprezzare il gesto, senza che l’appello venisse colto nella sostanza.

Pertanto in assenza di provvedimenti, che per ora stanno prendendo alcune città come Berkeley, Amsterdam e Tubinga, che spiegherò a seguire, questo flusso di rifiuti, insieme ai rifiuti derivati dal commercio online, continuerà a crescere così come i costi ambientali ed economici collegati a carico delle comunità. In seconda battuta penso sia stato un errore madornale ritardare di 4 anni il raggiungimento dell’obiettivo di raccolta separata del 90% per le bottiglie di bevande (articolo 9) che, dal 2025 slitta al 2029, anche se è stato fissato un obiettivo intermedio del 77% di intercettazione entro il 2025. Una scadenza più vicina avrebbe spinto i paesi EU ad attivarsi per introdurre al più presto un sistema di deposito per tutti i contenitori di bevande,  seguendo gli esempi di successo dei 10 paesi europei dove il sistema è già rodato e nei quali nessuno vorrebbe più tornare indietro. Come ho raccontato recentemente la Lituania che ha implementato un sistema di deposito in tempi da record, ha raggiunto in meno di un anno oltre il 70% di intercettazione (obiettivo intermedio del 2025), per attestarsi al 92% in due anni, testimonia come la volontà politica possa risolvere dei problemi convertendoli in opportunità economiche. Infine considero  l’obiettivo del 25% di contenuto riciclato per le bottiglie entro il 2025, per passare al 30% al 2030, alquanto modesto, considerato che gli impegni annunciati da alcune multinazionali dell’acqua in bottiglia, ma anche di prodotti per la detergenza, sono molto più ambiziosi.  Lo scorso anno Bar le Duc (United Soft Drinks) è stata la prima marca di acqua minerale ad optare in Olanda per bottiglie realizzate con il 100% di plastica da riciclo. Evian di Danone ha annunciato  che raggiungerà lo stesso obiettivo entro il 2025 e Coca-Cola porterà al 50% la percentuale di contenuto riciclato nelle sue bottiglie al 2030.

Gli Stati membri hanno due anni per recepire la direttiva nella propria legislazione nazionale che cosa temi e ti auguri rispetto a questa fase?  

Come ho anticipato mi auguro che i paesi membri recepiscano questa direttiva in modo ambizioso con misure che si inseriscano come tasselli in un contesto più ampio che è quello della prevenzione dei rifiuti e del consumo di risorse. Perché è qui che si gioca la vera partita,  ogni rifiuto da smaltire è una sconfitta, anche rispetto alla lotta al cambiamento climatico. A maggior ragione se teniamo presente che le previsioni della Banca Mondiale (nel rapporto What a Waste 2.0) stimano al 2050 un aumento del 70% nella produzione dei rifiuti, di cui  quelli da usa e getta ne costituiscono una parte importante. Anche le stime dell’Unep che indicano che avremo bisogno del 40% in più di risorse come energia, acqua, legno e fibre varie andrebbero tenute in mente quando si legifera. Tornando al clima lo Special report 15 (Sr15) dell’IPCC recentemente presentato alle Nazioni Unite avverte che entro i prossimi dodici anni vanno messe in campo misure che abbattano a tempo di record le emissioni di gas ad effetto serra per mantenere il riscaldamento della Terra entro i 1,5 gradi centigradi.   Assodato che per avere qualche chance di centrare questo obiettivo vanno intrapresi urgentemente drastici cambiamenti negli stili di vita, cosa c’è di più scontato che partire con una revisione dei modelli di consumo usa e getta  che, in cambio di comodità fugaci garantiscono una distruzione perenne degli habitat naturali? In linea peraltro con l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile nr.12: Consumo e Produzione Responsabili delle Nazioni Unite. I ritmi massicci di prelievo di risorse operato da oltre 7 miliardi di “cavallette” non rispettano da almeno mezzo secolo quelli che sono i tempi naturali di rigenerazione degli ecosistemi. E anche in Italia non scherziamo, visto che  l’Overshoot day, il giorno dell’anno in cui abbiamo già consumato tutto il nostro budget annuale di risorse naturali cade, secondo il Global Footprint Network, il 24 maggio, con quasi tre mesi di anticipo rispetto alla media globale ( il 1 agosto nel 2018) . Pertanto un recepimento della direttiva SUP non dovrebbe solamente seguire la Gerarchia EU di gestione dei rifiuti nell’individuazione delle azioni prioritarie da convertire in legge, ma anche  tenere conto, per ogni articolo che si voglia bandire, ridurre o sostituire, verso quali alternative si sposterà il consumo. Una volta individuate le possibili opzioni di ripiego ne andrebbero valutati gli impatti (da enti terzi) e andrebbero previste eventuali misure a supporto delle opzioni più sostenibili. Anche per evitare di lasciare questa partita in mano al mercato, che ha interessi che non coincidono sicuramente con la prevenzione del rifiuto. A meno che non si obblighi il produttore/utilizzatore a dovere recuperare a fine vita i propri prodotti assumendosene i costi totali.  Queste valutazioni , che sarebbero da fare con la collaborazione di tutti i portatori di interesse di uno specifico provvedimento, sono necessarie per identificare possibili effetti collaterali o conseguenze non volute che possono annullare i benefici ambientali previsti. La direttiva sui biocarburanti ne è l’esempio più eclatante: è stata introdotta per i presunti effetti positivi sul clima, ma ha avuto effetti disastrosi sulla biodiversità, sulla deforestazione e sul fenomeno conosciuto come cambiamento indiretto di destinazione d’uso del suolo ILUC (indirect land use change).

L’Italia come si sta muovendo? 

Venendo all’Italia non sono ancora arrivati “segnali incoraggianti” rispetto all’approccio che ho delineato. Non ho letto nelle dichiarazioni del Ministro Costa riportate dai media, alcun accenno alla prevenzione di questi rifiuti. Ad esempio per quanto riguarda le stoviglie usa e getta in plastica , anche se pochi media ne hanno fatto accenno, va detto che le misure della direttiva SUP si applicano a tutte le materie plastiche monouso elencate negli allegati, comprese le plastiche biodegradabili e compostabili. In un’intervista concessa recentemente al Corriere il Ministro Costa afferma che stiamo chiedendo una deroga in Europa per le stoviglie in bioplastica compostabile visto che l’Italia è un produttore leader a livello europeo di questo settore. Questa linea si riflette nella misura del credito d’imposta del 36% previsto nella Legge di Bilancio 2019 che viene concesso alle imprese che acquistano “prodotti realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica, ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili secondo la normativa UNI EN 13432:2002, o derivati dalla raccolta differenziata della carta e dell’alluminio”. Questa è una misura di cui tra l’altro , non riesco a cogliere l’utilità, se non per la plastica. Ma anche in questo caso, se si vuole  creare un mercato di sbocco per le plastiche da riciclo servirebbe molto di più di quanto previsto da questa misura. Serve un quadro legislativo di promozione di  modelli di economia circolare che consideri tutti i flussi di rifiuti che potrebbero essere evitati creando occupazione verde. Ritengo di basilare importanza porre il tema delle materie prime seconde per cui va sicuramente creato un mercato, ma se non facciamo prima un ragionamento su quali sono i “prodotti indispensabili” e se ci devono essere eccezioni (e perché),  si rischia di proporre gli stessi volumi (insostenibili) di usa e getta in altri materiali, che sono solamente diversamente impattanti. Mi riferisco ovviamente anche ai prodotti a base di cellulosa. In questo ultimo anno il marketing delle aziende, approfittando del sentiment anti-plastica,  si è speso nella promozione dei propri prodotti con claim che sono al limite del greenwashing. Aggettivi come bio-based, compostabile, biodegradabile, plastic-free (che è invece necessario quando evidenzia la presenza, insospettabile, di microplastiche nei prodotti), vengono utilizzati per vendere inducendo il consumatore a pensare che basti optare per questi prodotti per fare “bene all’ambiente” quando invece, molto spesso, si tratta di alternative  che risultano “meno dannose” o “diversamente impattanti”.  

Per meglio chiarire cosa intendo mantengo l’esempio già citato delle stoviglie monouso: indifferentemente dal materiale in cui siano realizzate, che sia carta o bioplastica,  andrebbe stabilito che un loro uso debba diventare di natura “emergenziale” e cioè in quelle situazioni in cui non possono davvero essere usate alternative riutilizzabili. Questi manufatti dovrebbero essere comunque aggravati da una tassa ambientale, sull’esempio di Tubinga, il cui sindaco spiega che la tassa che verrà introdotta in città (per tutti i tipi di contenitori monouso e in qualunque materiale) è essenziale per rendere meno oneroso l’adesione a sistemi riutilizzabili. Ecco perché credo che i governi centrali in fase di recepimento della direttiva debbano guardare agli esempi di ordinanze come quelle adottate da Berkely, Amsterdam e Tubinga che offrono spunti concreti da adattare alle caratteristiche dei diversi contesti. 

In cosa consistono queste tre esperienze? 

L’ordinanza di Berkeley che è quella “più strutturata”, ha il merito di avere creato un percorso a tappe di creazione del sistema che renderà possibile e agevole, in due anni circa, avere in città cibo e bevande consumate (in loco o da asporto) prevalentemente in contenitori riutilizzabili. Parallelamente al divieto per i contenitori di plastica viene infatti permesso l’utilizzo di contenitori compostabili ma con un sovrapprezzo obbligatorio. Tutto il percorso è stato avviato dalla municipalità con il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholder tra i quali gli esercizi commerciali e i loro rappresentanti e le Ong. L’ordinanza di Tubinga, precedentemente accennata, ha sempre il merito di promuovere il riuso anche se con una modalità “meno laboriosa” e magari più veloce. Tassando tutti i contenitori monouso di qualsiasi materiale l’amministrazione cittadina vuole evitare che l’esternalizzazione dei costi sulle comunità e contribuenti, che favorisce economicamente gli utilizzatori di contenitori monouso, penalizzi la nascita e la diffusione di sistemi di riuso basati sul concetto del “prodotto come servizio”.

E infine l’ordinanza di Amsterdam,  che è altrettanto efficace “da subito” per uno specifico flusso di usa e getta, e pertanto “geniale”. Tutti gli organizzatori di eventi che chiedono da questo mese un permesso di occupazione di suolo pubblico alla città per eventi e manifestazioni varie, sono obbligati a servirsi solamente di bicchieri riutilizzabili. I sistemi che gestiscono contenitori riutilizzabili e funzionano con l’applicazione di una cauzione ( che garantisce la restituzione dei contenitori per la sanificazione e successivi utilizzi), sono già attivi in Olanda da oltre 10 anni fa e ci sono diverse aziende che forniscono questo servizio chiavi in mano. 

Leggi la prima parte dell’intervista

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/direttiva-ue-plastica-monouso-stati-vadano-oltre-plastic-free/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Sfreedo: la spesa su WhatsApp per ridurre gli sprechi

Ridurre lo spreco alimentare, mangiare sano e al giusto prezzo. Sono questi i vantaggi offerti da Sfreedo, un servizio semplice, diretto e gratuito che permette di risparmiare dal 20% sino al 100% su prodotti alimentari freschi di giornata o prossimi alla scadenza e impedire che cibo buono e di qualità finisca in discarica. Sfreedo è un’iniziativa nata a Caserta nel 2015 che ha come obiettivo ridurre lo spreco alimentare e mettere in collegamento diretto tra loro consumatori consapevoli e negozianti che si ritrovano sugli scaffali alimenti prossimi alla scadenza e che, nonostante siano perfettamente integri e commestibili, sarebbero costretti – per legge – a conferire in discarica. Sfreedo, che oggi è presente nelle città di Caserta e Napoli, accelera la vendita di prodotti alimentari prossimi alla scadenza e permette di ridistribuire a prezzi molto scontati cibi integri e di qualità.

La parola “sfreedo” in gergo locale significa “ciò che avanza”, “gli avanzi” ed è un servizio semplice, diretto e gratuito che permette ai consumatori di risparmiare sino al 100%. Negozianti e cittadini si iscrivono gratuitamente al WhatsApp di Sfreedo e, sempre attraverso WhatsApp, i commercianti aderenti al servizio informano in tempo reale tutti gli iscritti –  chiamati “sfreeders” – della disponibilità di cibi di cui è necessario sollecitare la vendita affinché non vadano al macero. A loro volta, gli utenti interessati ad uno o più prodotti ottimi ma in scadenza, li prenotano e si recano allo “Sfreedo Point” per concludere l’acquisto (ma per chi lo desidera, è disponibile anche un servizio di consegna a domicilio).  

I prodotti disponibili su Sfreedo sono i più vari: frutta e verdura fresca e di stagione, carne, pesce e salumi, mozzarelle di bufala, prodotti da forno e pasticceria, panettoni e pandori, nonché pizza al taglio e pasti già pronti grazie all’adesione di alcuni ristoranti e gastronomie. Gli alimenti che possono essere offerti su Sfreedo devono avere una scadenza a massimo 30 giorni e un prezzo che sia almeno di un 20% inferiore rispetto al prezzo di vendita regolare – il risparmio economico, di conseguenza, va dal 20% fino al 100%. In tre anni di attività Sfreedo ha coinvolto decine di punti vendita e dato vita ad una comunità di oltre 14.000 sfreeders, salvando dalla discarica circa 80 tonnellate di ottimo cibo.

“L’idea di Sfreedo nasce dall’esigenza personale di non voler pagare a prezzo pieno un prodotto di prossima scadenza, come un qualsiasi prodotto con scadenza più a lungo termine”, ha spiegato alla stampa Michele Bellocchi, fondatore di Sfreedo. “Ragionando intorno a questo dettaglio ne è venuto fuori che, di conseguenza, un esercente avrebbe potuto “liberarsi” più velocemente di un prodotto con scadenza a breve termine se fosse stato disposto a ridurne il prezzo (oltre alle classiche offerte a cui siamo già abituati). Le reazioni da parte di esercenti e consumatori sono state di assoluto entusiasmo, oltre ogni più rosea aspettativa, al punto che non è stato distribuito alcun volantino per pubblicizzare l’iniziativa. Ci ha pensato il passaparola a fare tutto: solo nel primo mese di test gli esercenti erano 12, di cui due ristoranti, e i consumatori 450, utilizzando semplicemente il gruppo Facebook“.  

Tramite l’iscrizione gratuita al servizio, la comunità degli sfreeders viene informata quotidianamente dei prodotti scontati in scadenza e disponibili presso i vari “Sfreedo Point” di Caserta e di Napoli. Il servizio Sfreedo, semplice, diretto e gratuito permette ai consumatori di ricevere in tempo reale notifiche dai negozi sui prodotti in Sfreedo, risparmiare portando a casa ottimi cibi e di confrontarsi con una community attenta alla spesa e sensibile al consumo consapevole. I vantaggi per gli esercenti, invece, sono la sensibile riduzione degli stock a magazzino, il recupero del capitale investito, ad esempio, in un eccessivo approvvigionamento, l’acquisizione di nuovi clienti, la riduzione dei rifiuti derivanti dallo smaltimento di imballaggi di vario tipo.

La mission di Sfreedo è accelerare la vendita di alimenti per ridurne lo spreco, tuttavia può capitare che qualche alimento resti invenduto e, in tal caso, per scongiurare la discarica, viene devoluto a titolo gratuito alle associazioni onlus aderenti al circuito Sfreedo. “In Italia e nel mondo esistono già sistemi per combattere lo spreco alimentare”, ha dichiarato Michele Bellocchi, “ma che fine fanno i prodotti che non vengono venduti nemmeno a prezzo scontato? La nostra rete di valore affonda le radici nell’etica, nell’economia civile, un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e collaborativo fondato sulle sinergie. Abbiamo scelto di lavorare con alcune persone e organizzazioni meravigliose, non solo per la grande professionalità e conoscenza dei diversi contesti, ma anche perché si occupano di curare e migliorare la nostra società. Ad oggi abbiamo salvato ben 80 tonnellate di cibo e il nostro traguardo è quello di aumentare gli utenti della nostra community, che ad oggi sono più di 14.000, e continuare la lotta allo spreco alimentare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/sfreedo-spesa-whatsapp-ridurre-sprechi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’Oasi WWF a rifiuti zero che ad Asti favorisce l’economia circolare

Si avvierà entro tre anni il progetto-guida che vedrà l’oasi di Valmanera, a pochi chilometri da Asti, totalmente a rifiuti zero. Il progetto, in collaborazione con GAIA spa, si pone l’obiettivo di favorire l’economia circolare e la corretta gestione dei rifiuti sul territorio dell’astigiano, limitando al minimo gli scarti non recuperabili e diffondendo buone pratiche per un futuro sempre più sostenibile. Firmata l’intesa tra WWF Oasi srl e “GAIA Spa” per raggiungere entro 3 anni l’obiettivo di avere Valmanera ed in particolare “Villa Paolina“, Oasi a rifiuti zero. Si tratta del progetto-guida nel circuito WWF, l’obiettivo è quello di gestire in modo virtuoso gli scarti che si producono durante le attività che si svolgono nell’Oasi di Valmanera ad Asti. “Vogliamo prendere esempio dall’economia circolare della natura” commenta Antonio Canu, Presidente di WWF Oasi, “cioè fare attività senza generare rifiuti destinati allo smaltimento perché o vengono subito riutilizzati per dare nuova vita ai materiali o instradati in una filiera che dal minore utilizzo di materiali porti al loro riciclaggio completo”.

Le Oasi sono il più importante progetto di conservazione del WWF, hanno contribuito a salvare ambienti in pericolo e molte specie animali e vegetali a rischio. Hanno permesso a milioni di persone di avvicinarsi alla natura e di scoprirne il valore e l’urgenza di tutelarla. Le Oasi WWF sono spesso sede di laboratori didattici, con aule di formazione all’aperto, promuovono la ricerca scientifica, sono luoghi di riqualificazione ambientale e protagoniste d’importanti campagne di conservazione. Le aree protette dal WWF rappresentano un presidio per la tutela del territorio e attraverso il sostegno di soci, donatori, sponsor, volontari e attivisti, sono un importantissimo strumento di protezione ambientale ed educazione ambientale oltre che di sensibilizzazione.oasi-wwf-rifiuti-zero-asti-favorisce-economia-circolare-1542794669

L’Oasi di Valmanera, i cui edifici sono affidati a WWF Oasi, si avvale della collaborazione della Società Quercus e dell’Associazione di volontari “Associazione Villa Paolina”, è uno degli esempi più completo e valido che il sistema
WWF promuove su tutto il territorio nazionale programmi di studio e sviluppo sulla corretta gestione dei rifiuti e la collaborazione con GAIA ha permesso di concretizzare l’idea dell’“Oasi WWF a rifiuti zero”.

GAIA, azienda partecipata dai 115 Comuni della provincia di Asti e da “Iren Ambiente“, ha progettato, realizzato e gestisce il sistema impiantistico chiamato a risolvere il problema dei rifiuti urbani per l’intero bacino astigiano tra cui un impianto di compostaggio, uno di valorizzazione delle raccolte differenziate e 12 ecostazioni. La politica industriale dell’azienda si fonda sull’economia circolare e l’esperienza pluridecennale maturata in questo campo consentirà di avere suggerimenti operativi per limitare al minimo gli scarti non recuperabili, attraverso buone pratiche e conferendo ad impianti adeguati così da aprire la strada a un reale futuro sostenibile. Ma GAIA fornirà anche un contributo alla comunicazione visto che in 16 anni di presenza sul territorio ha dialogato con le istituzioni, i cittadini, le agenzie educative arrivando a portare oltre 12.000 studenti in visita agli impianti per vedere in presa diretta come si trattano i rifiuti delle raccolte differenziate, realizzando iniziative per costruire una cultura della sostenibilità, premessa fondamentale per far lavorare bene gli impianti che devono recuperare i rifiuti.oasi-wwf-rifiuti-zero-asti-favorisce-economia-circolare-1542794550

Nell’Oasi WWF di Valmanera si recano circa 3.000 visitatori l’anno, di cui circa il 60% studenti ed insegnanti e la restante parte sono soprattutto utenti che vogliono organizzare eventi nell’Oasi. Ai fruitori verrà presentato come “ridurre la produzione di rifiuti” attraverso delle installazioni grafiche, saranno condotti a “visitare” l’area che nell’Oasi di Valmanera (Villa Paolina) sarà adibita alla gestione rifiuti (l’isola ecologica/didattica) e che diventerà parte integrante delle normali attività didattiche con distribuzione di materiale informativo ad ogni ospite.
Ci sarà inoltre un regolamento per chi organizza eventi all’Oasi invitando ad utilizzare materiali riciclabili, attivare buone pratiche e con un punteggio sul livello di sostenibilità dell’evento che, se raggiungerà determinati livelli, darà diritto a un premio.

Foto copertina
Didascalia: Oasi WWF
Autore: Oasi WWF Valmanera

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/oasi-wwf-rifiuti-zero-asti-favorisce-economia-circolare/

Lombricoltura Clandestina: quando i lombrichi aiutano il pianeta

La lombricoltura o vermicompostaggio è una tecnica alternativa e sconosciuta ai più ma con grandi potenzialità: si basa sulla trasformazione di scarti vegetali in humus ad opera dei lombrichi e permette il riciclo di rifiuti organici e la conseguente produzione di fertilizzante naturale in agricoltura e orticoltura con innumerevoli benefici dal punto di vista ambientale, economico e sociale.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta

Allevare lombrichi per produrre compost è una pratica semplice e possibile: si chiama lombricoltura e grazie alle sue caratteristiche di sostenibilità ed economicità è capace di meravigliare chiunque sia abbastanza curioso da volerla sperimentare. I lombrichi rappresentano degli ottimi alleati nella produzione di humus e nell’arricchimento del terreno con sostanze preziose grazie alla loro capacità di trasformare gli scarti organici in concime. Essi hanno inoltre la capacità di vivere in diversi tipi di suolo e ne favoriscono la salute, rendendo questa pratica una delle più biologiche in assoluto.
Effettuata in molti Paesi del mondo, in Italia sempre più persone ne stanno conoscendo i benefici e le potenzialità. Una realtà virtuosa che opera in questo settore è “Lombricoltura Clandestina”, progetto che favorisce la diffusione e la conoscenza di questa curiosa tecnica, proprio come ci racconta Mirko Pepe, uno dei fondatori.

Da dove nasce il termine “Lombricoltura Clandestina”?

“Questa è una domanda che molte persone mi fanno, stupite dalla mia passione per la lombricoltura. Le ragioni per cui ho scelto questo nome sono molteplici: mi piace il suono armonioso di questo aggettivo che si adatta perfettamente alla vita dei lombrichi. “Clandestino” è inoltre una delle canzoni più popolari e conosciute di Manu Chao, attivista e musicista che ha lottato e lotta tuttora per i diritti umani con un’attenzione, sensibilità e generosità rivolta all’intero ecosistema.
Il termine deriva dal latino e unisce l’avverbio “clam” alla parola “dies” che nel complesso significa “che sta nascosto al giorno, che odia la luce del sole, occulto”, quindi quale migliore parola per definire il lavoro dei nostri infaticabili amici lombrichi che lavorano sottoterra ed escono solo di notte?”lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540514460

Quando hai iniziato questa attività?

“Ho iniziato ad allevare lombrichi circa 10 anni fa nel piccolo terreno lasciato da mio padre, nel quale abbiamo passato molto tempo assieme prima della sua scomparsa. La svolta è avvenuta 5 anni fa, quando il mio ormai amico e socio Martino Salvatico, grazie alla sua visione lungimirante, ha avuto interesse nel conoscere più approfonditamente il mio lavoro, proponendomi di collaborare. Abbiamo quindi acquistato qualche centinaio di metri quadrati di lettiere e abbiamo dato avvio all’attività per la produzione di vermicompost e la vendita di impianti. Da circa un anno siamo azienda agricola attiva a Sezzadio in provincia di Alessandria e composta da un gruppo di sei collaboratori, con i quali stiamo pensando di dare vita ad una associazione. Tra i miei partner c’è Giacomo, soprannominato Jack, che ha dato avvio ad uno dei primi allevamenti di lombrichi al chiuso presenti in Italia, presso la sua azienda a Scarnafigi; Roberto, il nostro apicoltore di fiducia e sperimentatore della “lombricoltura domestica”, che si sta cimentando nella costruzione di vasche per fare impianti di lombricoltura a ciclo continuo; Massimo Mancin, allevatore dell’azienda “Non solo capre” che ci fornisce sempre dell’ottimo letame, alimento fondamentale per i nostri lombrichi ed infine mia sorella Monica, che si occupa di un progetto di lombricoltura e apicoltura in collaborazione con Roberto e Martino che partirà il prossimo anno in Marocco”.

Perché i lombrichi?

“La lombricoltura rispetto ad altre tecniche ha molti vantaggi in quanto si dimezzano i tempi di compostaggio ed inoltre non necessita di macchinari o attrezzature particolari, apportando un minor dispendio di energie. E’ un processo naturale che viene perfezionato dall’uomo ma che avviene spontaneamente in natura e se si creano le condizioni ideali per il lombrico, lui lavora in totale autonomia. Noi, in piccola o grande scala, possiamo offrire ai lombrichi un ambiente ideale per la sopravvivenza, contribuendo anche allo smaltimento dei nostri rifiuti organici a favore dell’ambiente, dell’economia domestica e della salute, poiché non acquisteremo più concimi d’incerta provenienza”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540205772

In quale modo i lombrichi producono compost?

“Il compost viene ricavato dalla decomposizione di materiale organico quale residui di potatura, letame o scarti di cucina da parte di macrorganismi e microrganismi aerobi. In natura la trasformazione da materia a compost avviene in tempi piuttosto lunghi (fino a 2 anni) poiché diversi fattori come umidità, temperatura e ossigenazione del terreno influenzano il processo di compostaggio. La parte più attiva del compost si chiama humus ed è conosciuto in America anche come “Black Magic” ovvero “magia nera” date le sue innumerevoli proprietà quali l’elevata ricchezza di azoto, fosforo, potassio, calcio e magnesio che lo rendono il miglior fertilizzante presente in natura. Questo è infatti utilizzato in diverse tecniche agronomiche sostenibili come la permacultura, la biodinamica, l’agricoltura biologica. Tutti noi possiamo produrre questo prezioso fertilizzante naturale utilizzando un sistema alternativo che velocizza il processo di compostaggio rispettandone la genuinità. Alcune famiglie di lombrichi sono ottimi produttori di compost: questi anellidi si nutrono di terriccio e, digerendo la materia organica, lo arricchiscono di humus e lo rendono maggiormente areato”.

Chi sono i soggetti interessati alla vostra attività?

“I soggetti che si rivolgono a noi sono i piccoli agricoltori per quanto riguarda la richiesta di humus ed inoltre singole persone, famiglie, comunità ed ecovillaggi per quanto riguarda la realizzazione di impianti”.

Quale messaggio volete trasmettere alle persone?

“Uno dei nostri obiettivi quotidiani è quello di sensibilizzare e favorire un tipo di coltura che abbia un approccio eco-sostenibile oltre che portare a conoscenza il valore che ha l’humus di lombrico, ricco di sostanze che vanno a “rigenerare” quei terreni aridi e sofferenti in conseguenza ad una agricoltura intensiva e al limite. Nel concreto vogliamo diffondere questa pratica in modo che raggiunga più persone possibili e creare colture a km 0, dove il compost lavorato dai lombrichi diventa il migliore concime organico in assoluto”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540514733

Chi può praticare la lombricoltura?

“La lombricoltura può essere praticata da chiunque e ha una flessibilità tale da poter essere realizzata in qualsiasi luogo: nel proprio cortile o giardino, dove uno spazio di 2mq è più che sufficiente per una famiglia oppure su un balcone utilizzando delle adeguate compostiere. La dimensione e la tipologia di impianto per uso domestico varia a seconda degli scarti prodotti in cucina quali bucce di frutta e verdura, rimanenze di pane o cereali. Chi produce compost ha diritto a risparmiare sulla tassa dei rifiuti, con una riduzione che può arrivare al 30%. Per un piccolo periodo della mia vita ho vissuto in città con la mia famiglia e sul terrazzino avevamo una lombri-compostiera domestica che ci ha permesso di ottenere tale piccolo sconto sulla tassazione dei rifiuti e allo stesso tempo di attuare una scelta ecologica potenziale per l’ambiente”.

Avete in atto altri progetti?

“Tre anni fa abbiamo dato il nostro contributo e collaborato con l’associazione ERI di Torino al progetto “rACCOGLIAMO” che nasce dalla volontà di offrire concrete possibilità d’inclusione e autonomia economico-sociale ai soggetti svantaggiati che vivono nel Comune di Solero. Attualmente stiamo partecipando ad uno scambio culturale con il Marocco ed in particolare con l’Institut Agricole Ben Khelil, l’istituto tecnico di agricoltura localizzato nella regione di Béni Mellal-Khenifra, nel quale realizzeremo un impianto di vermicompost. Il Marocco sta portando avanti diverse collaborazioni in tema di agricoltura con una grande apertura verso progetti e pratiche innovative che ne favoriscono il processo di sviluppo eco-sostenibile”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540515139

Avete dei propositi per il futuro?

“Il nostro più grande proposito per il futuro è poter diffondere la pratica della lombricoltura e realizzare numerosi impianti sui territori per smaltire i rifiuti umidi, evitando al contempo il loro continuo trasporto. Con l’indispensabile presenza della mia compagna Cinzia, psicologa di professione ed attiva nel sociale, vorrei inoltre intraprendere delle attività nelle scuole per divulgare i principi e i valori della lombricoltura, al fine di trasmettere a mio figlio e a tutte le nuove generazioni una maggiore consapevolezza e attenzione per l’ambiente”.

Qual è l’aspetto più bello della tua attività?

“L’aspetto più bello della mia attività è la possibilità di lavorare all’aria aperta, relazionarmi tutti i giorni con persone “connesse” a quei valori di tutela e salvaguardia dell’ambiente che ad oggi sembrano perduti.
Chi decide di approfondire con etica l’allevamento dei lombrichi, chi vuole conoscere e sentire sulla propria mano l’humus, chi avvia un allevamento amatoriale o professionale addentrandosi in questo mondo sotterraneo, deve aver già conseguito un grande percorso di crescita dentro di sè. Io sono grato, la mia gratitudine è verso i lombrichi, i quali aiutano il pianeta trasformando i materiali che alcuni chiamano scarti in ottimo humus, dove l’humus è vita”.

Fonte: piemonte.checambia.org

 

Quante cose hai che non ti servono più? Vai su Celocelo!

Vestiti e accessori per bambini, mobili, elettrodomestici. Sono questi alcuni dei beni di prima necessità che vengono donati a famiglie e persone svantaggiate tramite il portale online Celocelo che mette in contatto chi opera nel sociale con chi ha qualcosa da regalare.cose-che-non-ti-servono-piu-vai-su-celocelo

Presentato poco più di un anno fa, il progetto coinvolge oggi un grande numero di organizzazioni di Torino. Per saperne di più ne abbiamo parlato con Roberto Arnaudo, direttore dell’Associazione Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlusImmagine

Com’è nato questo progetto?

L’iniziativa è nata da un’idea dell’Associazione Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus, nell’ambito dell’attività della Casa del Quartiere di San Salvario. Nasce dall’idea di dare una risposta concreta a bisogni materiali primari, a cui le istituzioni faticano nel dare risposta. Inizialmente il progetto ha coinvolto un gruppo di organizzazioni che si occupano di persone in difficoltà socio-economica a San Salvario. Successivamente ha coinvolto un grande numero di organizzazioni del privato sociale di tutta la città: cooperative sociali, associazioni di volontariato, servizi sociali, etc.

Nella fase di start up del servizio l’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus ha beneficiato di un contributo del bando “Fatto per Bene” della Compagnia di San Paolo, successivamente di un contributo economico del Comitato Territoriale di Torino di IREN. Il progetto ha avuto risultati conformi alle attese, permettendo di sollecitare e facilitare le donazioni di beni di prima necessità, in particolare oggetti per la casa (elettrodomestici, mobili) e per bambini (vestiti, carrozzine, etc.) a favore di persone in difficoltà.

Che prodotti/servizi vengono donati?

Il progetto prevede la realizzazione e sperimentazione di un sistema di reperimento e distribuzione di beni di prossimità di varia natura (prevalentemente oggetti per la casa e per bambini), basato su una rete locale di enti no profit e servizi di prossimità e su una piattaforma informatica che renda possibile l’incrocio della domanda/offerta di beni e servizi di prima necessità, riducendo al minimo l’impegno e i costi di natura logistica, in particolare per quanto concerne lo stoccaggio, l’immagazzinamento e la distribuzione centralizzata. I beneficiari diretti delle donazioni sono persone e famiglie svantaggiate, sia in condizione di marginalità cronica, sia in condizione di povertà grigia derivante da eventi traumatici anche recenti, come la perdita di lavoro, la separazione, la malattia.

Sulla piattaforma Celocelo i cittadini possono donare beni materiali o tempo e competenze. Gli operatori accreditati ad accedere alla piattaforma fanno parte di una rete di organizzazioni che operano a contatto con persone e famiglie in difficoltà. Si tratta sia di organizzazioni che gestiscono servizi e progetti in ambito socio assistenziale, sia organizzazioni che, pur non avendo una mission esplicitamente sociale, entrano spesso in contatto con persone e famiglie in difficoltà.  Sono accreditati all’uso della piattaforma anche operatori dei servizi sociali pubblici.

Qual è la zona di riferimento?

Celocelo riguarda tutto il territorio del comune di Torino. Aspetto importante, inizialmente non considerato, è stata la trasferibilità del progetto in altri contesti: recentemente infatti la piattaforma digitale è stata “sdoppiata” per permetterne l’utilizzo nell’area della Val Susa, da parte del locale Consorzio socio assistenziale. Ci auguriamo che in futuro la piattaforma possa essere adottata anche in altri luoghi.

Esistono progetti simili in Italia?

Per quanto ne sappiamo noi no. Esistono progetti simili che promuovono forme di scambio o di generica donazione, ma non di donazione esplicitamente rivolta al sostegno di persone in difficoltà economica.

Quali i prossimi obiettivi?

Ci piacerebbe che Celocelo si integrasse con le politiche sociali delle amministrazioni, come strumento utile a dare risposte concrete a bisogni per i quali le amministrazioni a disposizione pochissime risorse. A regime Celocelo presenta notevoli vantaggi in termini di rapporto tra costi e benefici. Però per esprimere al pieno le sue potenzialità ha bisogno di supporto in termini di comunicazione, di relazioni di cooperazione con partner anche pubblici, di mezzi per organizzare aspetti pratici fondamentali, come il trasporto dei beni. Oltre al mantenimento/sviluppo del servizio che Celocelo offre, stiamo cercando di estenderne il funzionamento anche all’ambito del cibo, rendendolo strumento di raccolta e redistribuzione di beni alimentari in eccedenza.

Foto copertina
Didascalia: Celocelo

Fonte: http://piemonte.checambia.org/