Rifiuti: la soluzione è ridurre alla fonte, non contrapporre discariche e inceneritori

Uscire dalla contrapposizione tra discariche e inceneritori e scegliere la strada della riduzione massiva della produzione di rifiuti alla fonte è ciò che permetterà di trovare la vera soluzione al problema.

Può sembrare assurdo parlare di ambiente in un momento in cui tutto è dominato dall’emergenza sanitaria del Covid-19. Ma non dobbiamo mollare, occorre continuare a lavorare per un mondo migliore, sicuramente più pulito. E, come molti ormai stanno sempre più evidenziando, un mondo meno inquinato resiste meglio alle avversità, anche sanitarie, oltre che essere più bello. E’ importante, quindi, che non si abbassi adesso la guardia sui temi ambientali, anche per evitare che in momenti particolari come questi, ove l’attenzione è rivolta ad altro, si possano avallare scelte e decisioni di cui pentirsi subito dopo. Un tema ambientale che merita di essere seguito con attenzione riguarda la gestione dei rifiuti nell’ambito della nuova direttiva 2018/850 sulle discariche che rappresenta uno dei cardini del pacchetto sull’economia circolare adottato nel 2018.  Tale pacchetto, che ha come sottotitolo “un programma rifiuti zero per l’Europa”, ha, tra le sue originali intenzioni, proprio quella di sottolineare la sinergia tra l’attuazione di strategie che mirano ad azzerare la quantità di rifiuti prodotti e una visione circolare dell’economia. Se gli obiettivi generali della nuova direttiva vanno nella stessa direzione di quelli già definiti con la direttiva 1999/31/EC, tra gli obiettivi specifici del nuovo pacchetto sull’economia circolare troviamo l’obbligo di raccolta differenziata dell’organico in tutta Europa a partire dal 2024, il riuso e riciclo dei rifiuti urbani (almeno il 65% entro il 2035) e dei rifiuti da imballaggio (almeno il 70% al 2035), e la minimizzazione del ricorso alla discarica per i rifiuti urbani (massimo il 10% entro il 2035). Proprio su quest’ultimo punto, cogliamo l’occasione del recente policy briefing  redatto da Enzo Favoino, uno dei massimi esperti di economia circolare, per conto di Zero Waste Europe, per fare chiarezza. In tale analisi, infatti, si ipotizza una contraddizione tra l’obiettivo fissato nella direttiva e il concetto stesso di economia circolare. Sebbene l’obiettivo di minimizzazione dell’uso delle discariche sembra essere in linea con gli obiettivi strategici della direttiva quadro sui rifiuti , e cioè la massimizzazione delle attività propedeutiche al riciclaggio e al riutilizzo e gli obblighi di raccolta differenziata per specifiche tipologie di rifiuti, il nuovo obbligo genera anche obiettivi operativi che potrebbero contraddire i principi generali dell’economia circolare dettati dalla stessa Unione Europea.

Alcuni casi concreti evidenziano che il raggiungimento della soglia del 10% della quantità di rifiuti da conferire in discarica è estremamente impegnativo e ciò potrebbe spingere i decisori ad investire sull’incenerimento dei rifiuti in modo da ridurre al minimo tale quantità. Si potrebbe quindi determinare una situazione di stallo, con i rifiuti costretti ad andare verso l’incenerimento, contravvenendo però a questo punto ai principi e agli obiettivi strategici dello stesso pacchetto sull’economia circolare. Inoltre, la soglia definita in percentuale potrebbe anche scoraggiare le misure di riduzione dei rifiuti in quanto, con questa lettura, non sarebbe più rilevante quanti rifiuti produciamo, l’importante è che se ne conferiscano in discarica al massimo il 10% del totale.

Per questo motivo, l’associazione Zero Waste Europe ritiene importante modificare la direttiva in modo da allinearla ai principi generali e agli obiettivi strategici dell’agenda europea sull’economia circolare. Sono due i suggerimenti proposti:

● impostare l’obiettivo del conferimento in discarica facendo riferimento ad un anno base specifico, anziché a “ogni dato anno”. Ciò premierebbe gli sforzi di riduzione, azione questa che si attua prima nella ben nota gerarchia sulla gestione dei rifiuti e che dovrebbe essere sempre il faro per ogni politica di settore;

● adottare un obiettivo di conferimento in discarica espresso in kg di rifiuti per persona all’anno, anziché in percentuale, in modo da premiare quelle aree (comunità, autorità locali) che stanno attuando strategie di gestione dei rifiuti che mirano a ridurre al minimo la generazione di rifiuti residui. L’obiettivo espresso in kg/persona/anno dovrebbe quindi sostituire quello in percentuale.

La logica stessa dell’utilizzo degli inceneritori contraddice la nuova politica sull’economia circolare. Gli impianti di incenerimento, che alcuni definiscono termovalorizzatori per sottolineare la produzione di energia dalla combustione dei rifiuti, sono molto costosi da realizzare e così, al fine di ripagare gli investimenti fatti e avere un margine di profitto, essi devono avere garantiti una certa quantità di rifiuti. Tale garanzia viene data dalla sottoscrizione di contratti a lungo termine (20-30 anni) con le autorità locali per la fornitura di determinate quantità di rifiuti, pena il pagamento di penali per compensare l’azienda che gestisce l’inceneritore per i mancati profitti. Quindi, con tali contratti, le autorità locali si trovano a dover produrre una certa quantità di rifiuti invece che a diminuirne l’ammontare ed incrementare il tasso di riciclaggio. Una evidente contraddizione nell’attuazione di norme europee. Esempi concreti in tutta Europa dimostrano che esistono alternative. In Italia, ad esempio, secondo i dati dell’ultimo rapporto sui rifiuti urbani di ISPRA, ben sedici provincie hanno superato il livello del 75% di raccolta differenziata di cui quattro sopra l’80% e due addirittura sopra l’85%. Tra le migliori, la provincia di Treviso che attualmente si attesta sui 49 kg/persona/anno di rifiuti residui e, in particolare, vi sono 45 Comuni trevigiani con meno di 40 kg di rifiuti residui e 12 addirittura con meno di 30 kg. Questi dati fanno capire il potenziale che c’è dietro programmi di economia circolare ispirati dal concetto “zero-waste” che puntano a minimizzare il conferimento in discarica mettendo in evidenza la reale quantità che si conferisce e, di conseguenza, la mole di rifiuti che non viene più prodotta. Approccio diverso da quello previsto dalla direttiva sulle discariche che, riferendosi ad un valore percentuale, non stimola la riduzione dei rifiuti a monte. L’analisi condotta da Zero Waste Europe mette chiaramente in evidenza la differenza tra alcune aree. La Danimarca, per esempio, ha puntato sull’incenerimento dei rifiuti e riesce a rispettare il target del 10% in discarica; in realtà questa percentuale si traduce in una quantità di scorie e ceneri post combustione, pari a 98 kg/persona, molto più alta, praticamente il doppio, rispetto ai 49 kg/persona prodotti, ad esempio, nella provincia di Treviso a seguito dell’attuazione di una politica che punta alla riduzione, riuso e riciclaggio dei rifiuti. Ovviamente, la differenza parte dall’inizio: nella provincia di Treviso si registrano solo 288 kg/persona di rifiuti all’anno contro i 766 in Danimarca. E’ questa la strada da percorrere: ridurre massivamente la produzione dei rifiuti, che veramente può arrivare a cifre molto vicine allo zero, e solo dopo occuparci di come gestire la piccola frazione residua che scaturisce a valle dei processi di riduzione, riutilizzo e riciclo. Ciò deve tradursi in un radicale ripensamento del modo di produrre e di consumare. Dobbiamo metterci in testa che è necessario cambiare il nostro comportamento e, quindi, l’attuale modello di sviluppo. E programmando bene le cose, in pochi anni si può fare, salvaguardando al contempo la nostra salute, l’ambiente e i posti di lavoro. Zero Waste Europe ha messo a disposizione un toolkit  ove in 10 azioni è possibile pianificare un Piano comunale verso l’obiettivo “rifiuti zero”, sfatando miti e tabù che circondano questo concetto.

Fonte: ilcambiamento.it

La “crescita verde” è una contraddizione in termini: è impossibile

Le lobby del profitto, del business, i cavalieri del capitalismo sfrenato non si arrendono nemmeno di fronte alla constatazione che la crescita infinita è impossibile. E si inventano la “crescita verde”, che di verde e di “green” non ha proprio nulla.

I malati del profitto, del business, coloro per i quali il denaro è l’alfa e l’omega della vita, le inventano tutte pur di glorificare la sacra trinità: Denaro, PIL e Crescita. Visto che molti si stanno  accorgendo in maniera sempre più chiara che la crescita è un cancro che significa esclusivamente la devastazione del mondo rendendolo una discarica dove le persone sono cavie per le malattie prodotte dal cancro, si cerca in ogni modo di indorare la pillola per continuare imperterriti a guadagnare e fare il proprio comodo. Si sprecano quindi gli ossimori, le contraddizioni in termini e si parla indifferentemente di economia circolare e crescita oppure addirittura di crescita verde, che sono la negazione l’una dell’altra. Ricordiamo infatti, soprattutto a beneficio di coloro che hanno studiato nelle prestigiose università di economia e quindi sono inconsapevoli delle basi stesse dell’economia, che la crescita presuppone uno sfruttamento infinito di persone e risorse naturali per produrre profitto. Le persone possono essere sfruttate all’infinito, basta metterle in grado di comprare i gadget giusti; ma la natura e le risorse non possono essere sfruttate infinitamente, perché sono finite, per ovvi motivi. Infatti degli squilibrati stanno pensando di colonizzare Marte perché la terra la stiamo già esaurendo. Come se ciò non bastasse, la crescita produce una quantità di rifiuti che nessuna capacità di riciclo potrà mai ridurre considerevolmente. Capacità di riciclo che non si può spingere più di tanto perchè altrimenti la crescita avrebbe una contrazione, stessa cosa che avverrebbe con l’economia circolare se si applicasse in tutti i settori. Quindi non solo gli apostoli della crescita non vogliono che si ricicli o si riusi granchè, ma la terra non è in grado di assorbire la immensa massa di rifiuti che viene prodotta. Infatti mari, fiumi e terre sono ormai delle discariche. Se ne deduce in maniera ovvia, senza bisogno forse nemmeno della quinta elementare, che una crescita verde è semplicemente impossibile poichè le due cose assieme fanno a pugni.  La crescita per sua natura non ha nulla di green, perché sfrutta tutto come risorsa o come pattumiera. Ci possono essere una prosperità verde, un futuro verde, magari anche una economia verde se si intende l’accezione etimologica di economia che è la cura della casa, ma è inutile arrampicarsi sugli specchi, fare capriole, giravolte, salti mortali all’indietro, doppi e tripli, non si può barare: la crescita verde è impossibile. Per giustificarla e quindi apparire paladini dell’ambiente, ci si daranno riverniciatine green come fanno i maggiori inquinatori del pianeta a iniziare ad esempio dall’ENI che ci bombarda con campagne pubblicitarie, ma sotto la patina il risultato è sempre lo stesso: devastazione della natura e guerra alla salute delle persone. Questi cantori della crescita verde o meno verde non si fermeranno da soli, non possono per loro natura, quindi vanno fermati; va tolto loro qualsiasi potere, qualsiasi appoggio, con un’obiezione di coscienza sistematica. Allo stesso tempo, occorre costruire luoghi, società, progetti, lavori, formazione, educazione che non abbiano la crescita e il dio denaro come faro, bensì la qualità della vita, il benessere, una vita dignitosa per tutti e la salvaguardia della nostra casa cioè l’ambiente in cui viviamo. Allora sì che avrà senso parlare dell’unica crescita accettabile e sensata che è quella dei valori e della ricchezza personale intesa come spirituale.

Fonte: ilcambiamento.it

Rifiuti da smaltire in casa? Ci pensano i lombrichi

Trasformare in vere e proprie “fattorie per lombrichi” i contenitori dedicati alla raccolta dei rifiuti: E’ l’obiettivo del progetto “Il Ciclo del Lombrico”, avviato in provincia di Alessandria coinvolgendo i cittadini e le scuole con lo scopo di diffondere la conoscenza della lombricoltura, quale pratica utile a ridurre il quantitativo di rifiuti che produciamo in casa, produrre humus per i nostri terreni e risparmiare sulla raccolta differenziata. Lo sapevate che esiste una soluzione semplice e pratica per smaltire i rifiuti organici in casa riducendo la quantità di scarti alimentari prodotti nelle nostre cucine? Tutto questo è possibile grazie ai lombrichi, piccoli amici ma grandi lavoratori, capaci di trasformare questi scarti in un prodotto naturale e utile per il nostro Pianeta. Grazie al progetto “Il Ciclo del Lombrico”, ideato da Ruben Gemme e Mirko Pepe ed avviato nell’alessandrino, chiunque potrà praticare il compostaggio domestico nel proprio giardino o all’interno della propria abitazione!  Come vi abbiamo raccontato in un precedente articolo, la lombricoltura è una soluzione perfetta e a basso impatto, nonchè una tecnica alternativa e sconosciuta ai più ma con grandi potenzialità: si basa sulla trasformazione di scarti vegetali in humus ad opera dei lombrichi e permette il riciclo di rifiuti organici e la conseguente produzione di fertilizzante naturale in agricoltura e orticoltura, con innumerevoli benefici dal punto di vista ambientale, economico e sociale.

Obiettivo del progetto è realizzare una “lombricompostiera infinita”, trasformando il numero più elevato di contenitori dedicati alla raccolta dei rifiuti in vere e proprie “fattorie per lombrichi”. Si tratta di un modello alternativo di vivere, produrre e consumare e si basa proprio sul concetto di “ciclo continuo”: la terra ci dona i suoi frutti per nutrirci, una volta consumati, gli scarti rimasti finiranno nella vermicompostiera, che i lombrichi lavoreranno producendo humus per concimare la terra, che in questo modo produrrà nuovi frutti. L’humus prodotto dai lombrichi è inoltre un “super concime”, in quanto ricco di minerali e sostanze essenziali per la crescita sana delle piante e capace di migliorare il terreno dal punto di vista nutritivo. Obiettivo è promuovere una cultura educativa e ambientale tra le persone, mostrando come questa semplice pratica possa entrare a far parte delle nostre abitudini quotidiane con innumerevoli vantaggi.

La lombricompostiera verrà realizzata con la prerogativa di utilizzare esclusivamente materiali di recupero: contenitori dismessi, plexiglass o lamiere derivanti da scarti di lavorazione, che andranno a costituire la nuova casa dei lombrichi. Come racconta Mirko, «I lombrichi amano la spazzatura organica, per questo rappresentano una soluzione ottimale ed efficace sia in scala domestica che industriale nella gestione dello smaltimento dei rifiuti».

Ebbene, si tratta di una soluzione vincente sia da un punto di vista dell’ecologia che dell’economia. In primis la vermicoltura ci consente di ridurre il quantitativo di rifiuti che produciamo quotidianamente in casa ed inoltre chiunque può farne uso: cittadini, condomìni, scuole, ristoranti, con risparmi economici sulla tassa dei rifiuti. Pensate che una famiglia può riutilizzare un normalissimo bidone della spazzatura che, ospitando una popolazione di un chilo di Lombrichi, è capace di smaltire fino a due quintali di rifiuti all’anno! Inoltre, realizzare un solo bidone con materiali di scarto permette di recuperare fino a sei chili di plastica e un chilo di ferro, che in alternativa sarebbero stati destinati allo smaltimento.

Con le iniziative di “Il Ciclo del Lombrico”, la lombricoltura arriva ora anche nelle scuole.
Rifiutiamo lo spreco!” è il progetto pensato per le scuole elementari, per avvicinare i più piccoli al mondo dei lombrichi e a tutti i benefici che ne derivano, attraverso un progetto didattico tutto improntato all’ecosostenibilità.
Il compostaggio dei rifiuti organici è infatti una pratica semplice, divertente e molto istruttiva per i più piccoli, aiutandoli a prendersi cura della terra e della natura. Protagonisti di quest’avventura sono proprio i bambini delle scuole elementari di Rivalta Bormida e Cassine, che, insieme agli aiutanti lombrichi, trasformano gli scarti delle mense in prezioso humus e lo ridonano alla Terra, all’interno degli orti che le scuole mettono loro a disposizione. Ad Alessandria, inoltre, Ruben e Mirko hanno portato la lombricoltura all’interno della ristorazione sociale promossa dalla Cooperativa Sociale Coompany&, dove sono state collocate dieci vermicompostiere per riporre gli scarti alimentari della frutta e della verdura coltivata negli orti urbani della cooperativa.  

«Il Lombrico, per noi, è la base di tutto – affermano Ruben e Mirko – e grazie a lui stiamo dando vita a diversi progetti con un unico comune denominatore: dare nuova e migliore vita a ciò che ieri chiamavamo rifiuto!».
Un progetto virtuoso che vuole contribuire a sensibilizzare grandi e piccoli fornendo le basi per la crescita organica del terreno, oltre che a costruire nuove comunità resilienti e promuovere un’economia circolare chiudendo il cerchio sugli sprechi alimentari.

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/rifiuti-smaltire-casa-pensano-lombrichi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Plastic Radar: come segnalare da WhatsApp la plastica nelle acque

Greenpeace ha riattivato Plastic Radar, l’applicazione per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie del mare. Novità di questa edizione la possibilità di segnalare i rifiuti in plastica anche nei nostri fiumi e laghi. Greenpeace ha riattivato Plastic Radar il servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica che inquinano spiagge, mari e fondali e che, a partire dall’edizione di quest’anno, include anche l’inquinamento da plastica nei nostri fiumi e laghi. Partecipare è semplice, basta avere un telefono cellulare su cui sia installata l’applicazione WhatsApp e, una volta ritrovato un rifiuto di plastica in mare, spiaggia, in fiumi o laghi, segnalarlo al numero di Greenpeace +39 342 3711267 tramite l’applicazione. Per effettuare una segnalazione è necessario inviare a Plastic Radar una foto in cui sia ben riconoscibile il tipo di rifiuto/oggetto e, se possibile, anche il marchio dell’azienda produttrice, insieme alle coordinate geografiche del luogo dove è stato individuato il rifiuto. La chatbot di Plastic Radar porrà successivamente delle domande per reperire le informazioni necessarie per registrare e validare la segnalazione. I dati saranno disponibili in forma aggregata – nell’arco di 24-48 ore – sul sito. Greenpeace invita tutti i partecipanti a raccogliere i rifiuti, differenziarli e depositarli negli appositi contenitori una volta effettuata la segnalazione.

“Nella nostra recente spedizione di ricerca e documentazione “MAYDAY SOS Plastica” nel Tirreno abbiamo verificato che i nostri mari e le nostre spiagge sono soffocate dalla plastica. Tra i punti più contaminati la foce del Sarno, a conferma che i fiumi sono una delle principali vie di ingresso dei rifiuti in mare. Per questo raccogliamo anche segnalazioni relative alla presenza di rifiuti in plastica lungo fiumi e laghi”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Chiediamo una mano a tutti: insieme possiamo denunciare cosa sta succedendo e accendere i riflettori su una delle emergenze ambientali più gravi dei nostri tempi”. 

Attraverso il sito Plastic Radar sarà possibile scoprire quali sono le tipologie di imballaggi più comuni che inquinano mari, spiagge, fiumi e laghi, a quali categorie merceologiche appartengono e quali sono le aziende che dipendono maggiormente dalla plastica monouso nell’offerta dei propri prodotti.  

“L’iniziativa lanciata l’anno scorso ha avuto un enorme successo con oltre 6.800 segnalazioni valide e ci ha aiutato a far luce sui rifiuti in plastica più presenti nei mari italiani. La maggior parte erano prodotti usa e getta, in primis bottiglie di plastica, e appartenenti a marchi ben noti come San Benedetto, Coca Cola e Nestlè. Le grandi aziende continuano a immettere sul mercato enormi quantitativi di plastica usa e getta non assumendosi alcuna responsabilità circa il suo corretto riciclo e recupero. Se vogliamo veramente fermare l’inquinamento da plastica nei nostri mari è necessario che le grandi aziende avviino immediatamente programmi per ridurre drasticamente il ricorso all’utilizzo di imballaggi e contenitori in plastica usa e getta” , conclude Ungherese.

 Delle quasi 6.800 segnalazioni valide ricevute nell’estate 2018, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, ovvero oggetti progettati per un utilizzo che va da pochi secondi ad alcuni minuti, e in gran parte rappresentati da bottiglie per l’acqua minerale e bevande (25 per cento); a seguire, nell’ordine: confezioni per alimenti (circa il 10 per cento), frammenti (6 per cento), sacchetti di plastica (4 per cento), bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento) e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento).  

Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione, sottoscritta da più di un milione di persone in tutto il mondo, in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso

Leggi il report “Plastic Radar 2018

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2019/07/greenpeace-rilancia-plastic-radar-per-segnalare-plastica-nostre-acque/

Roma, i rifiuti e noi

Partendo dall’emergenza rifiuti, che è da tempo una costante per Roma e altre città, Mariella Lancia riflette sul nostro modo di gestire anche le nostre scorie interiori, oltre a quelle materiali. In che modo potremmo prevenire l’impatto distruttivo di eventi esterni cominciando a guardarci dentro e a trasformare noi stessi?

Ciclicamente un popolo, una parte del mondo, un gruppo o anche solo un individuo si fan e “manifestatore” di un male dell’umanità. È come se per un misterioso atto sacrificale qualcuno si facesse carico di una carenza, di una incapacità che viene posta sotto una lente di ingrandimento in modo che attraverso lo choc che questo evento provoca – soprattutto oggi attraverso l’esposizione mediatica – si possa prendere coscienza di qualcosa di cui tutti, seppure in gradi diversi, siamo portatori. E cominciamo a interrogarci, a cercare soluzioni e forse ad apprendere qualche lezione. I piromani inceneriscono boschi e pinete. Adolescenti annoiati ammazzano di botte un ignaro pensionato. Una nave vaga nel Mediterraneo per 17 giorni col suo penoso carico di migranti senza che un solo porto le dia il permesso di attraccare. Crollano ponti. Allora ci si agita, si va in piazza a protestare, si condanna, si aprono inchieste, si fanno in fretta e furia nuove leggi. Raramente ci si ferma a riflettere su di noi, su che cosa questi eventi rispecchino di noi stessi, come individui e come gruppo umano.

Prendiamo l’ “emergenza spazzatura”. Quale può essere la lezione dei rifiuti? A me pare che questa “emergenza rifiuti” che ricorrentemente affiora e mette in crisi, ci parli della nostra incapacità di gestire non solo le scorie materiali (di questo stanno parlando tutti), ma anche quelle psichiche. Della nostra poca dimestichezza, per esempio, con stati mentali che consideriamo negativi e di cui vogliamo liberarci al più presto: come la sofferenza, l’incertezza, la frustrazione, la tristezza, la noia, la paura, la rabbia. Oppure con situazioni difficili come fallimenti, errori, conflitti. Della nostra incompetenza nell’analizzare questi stati e questi eventi, per vedere quanto c’è di utilizzabile (per conoscerci meglio, per la nostra crescita interiore, per produrre pensiero, poesia, arte, condivisione…) e quanto di questa materia prima possa, quindi, essere estratto e trasformato. Ci siamo costruiti delle sane discariche per le nostre emozioni disturbanti? O le scarichiamo fuori dalla nostra porta, sul primo malcapitato passante? Abbiamo delle strutture per trasformarle in fertilizzanti e in energie alternative? O le lasciamo accumulare a casaccio, fino a esserne sopraffatti, a volte fino ad esplodere, con effetti distruttivi su noi stessi e sugli altri?  Sentiamo ad esempio cosa dice Gandhi, nella sua autobiografia, a proposito della rabbia: “Ho imparato la lezione suprema di non sopprimere la mia rabbia, ma di conservarla e come il calore conservato si tramuta in energia così la rabbia conservata e controllata si tramuta in un potere che può cambiare il mondo”.

Può darsi che per diventare abili nella trasformazione delle energie fisiche occorra iniziare imparando a trasformare le energie emotive e mentali. Che ne direste di avviare riflessioni simili anche su altri “eventi specchio” come quelli prima elencati ? Di che cosa potrebbero essere il “correlativo oggettivo” gli incendi dolosi, le “morti bianche”, l’emergenza migranti, le risse dei tifosi, i crolli di ponti e di edifici.? In che modo potremmo prevenire o almeno diminuire l’impatto distruttivo di eventi come questi cominciando a guardarci dentro e a trasformare noi stessi? Anche questo può essere l’Italia che cambia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/roma-rifiuti-e-noi/

Una piattaforma per fare rete: cambiare dentro per ridurre l’impatto fuori

Una “rete di valore aperto” per promuovere progetti, eventi e buone pratiche volti alla riduzione dell’impronta ecologica individuale in Friuli-Venezia Giulia. Abbiamo intervistato Francesco, che dopo un’esperienza da cervello in fuga in giro per il mondo, è rientrato in Italia per raccontare e diffondere la filosofia Zero Waste attraverso una comunità virtuale territoriale. Zero Waste FVG è una piattaforma indipendente e no profit basata su tecnologie Open Source il cui scopo è la diffusione della filosofia zero sprechi in Friuli-Venezia Giulia. A parlarcene è Francesco Marino, giovane laureato in Tecnologie Web e Multimediali che abbiamo intervistato a Udine, dove è tornato a vivere da quando, nel novembre del 2018, è rientrato da sei anni di vita all’estero.

Era il 2012, infatti, quando Francesco ha iniziato a viaggiare grazie a degli stage post-laurea, diventando successivamente un digital nomad e allungando la lunga lista di cervelli in fuga del nostro paese. In questo periodo, passato tra Norvegia, Hong Kong, Filippine e soprattutto Spagna, la sua consapevolezza ambientale è cresciuta moltissimo, “di pari passo con un profondo cambiamento interiore, che è l’unica spinta che può davvero portare le persone a sognare ed agire per un mondo migliore”. 

Durante la sua permanenza in Asia, in particolare nelle Filippine, ha potuto toccare con mano gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento su vasta scala. Sicché, dopo un percorso di crescita personale iniziato con lo yoga e durato quattro anni, ha deciso di rimboccarsi le maniche e – prima ancora di rientrare in Italia da Barcellona, ultima tappa della sua esperienza all’estero – ha deciso di fondare prima un gruppo e una pagina Facebook, e poi di aprire il sito www.zerowastefvg.it.

La piattaforma è pensata come un servizio “contenitore”, co-progettato e co-gestito da tutti i membri della comunità che lo utilizzano (più di 1000 nel gruppo Facebook), con l’obiettivo di diventare un bene comune dei cittadini. “Si tratta di un luogo virtuale nel quale chiedere, suggerire, realizzare sondaggi, far nascere collaborazioni tra cittadini, siano essi consumatori, produttori, negozianti, riparatori, comunicatori”, chiarisce Francesco, che sottolinea come il progetto sia su base volontaria per tutti, totalmente orizzontale ed aperto al supporto di chiunque voglia dare una mano. Sul sito è presente una mappa collaborativa, che dà visibilità ai “punti di interesse etici” che già esistono sul territorio regionale e che vuole essere uno stimolo per tutti a lanciare nuovi progetti e attività in questa direzione. Inoltre è presente un calendario degli eventi che vengono organizzati sul territorio e vari gruppi Telegram per gestire attività specifiche (social, giornate ecologiche, riciclo creativo, ecc.).  

Pur non essendo collegato a nessuna delle varie reti internazionali Zero Waste, il progetto di Francesco condivide con esse i valori che ne sono alla base e che possono essere riassunti nei seguenti principi:

– Rifiutare (prevenzione/minimalismo);

– Ridurre (prevenzione/decrescita);

– Riutilizzare (prolungamento della vita dei prodotti);

– Riciclare (recupero della materia);

– Compostare (recupero dell’energia).

Francesco tiene molto a sottolineare come, più che uno stile di vita, Zero Waste sia soprattutto una filosofia. “Se qualcuno mi chiede cosa deve fare per vivere una vita a minor impatto ambientale, io gli rispondo che prima di tutto deve ascoltarsi”, ci dice. Un segno che il cambiamento non si basa tanto (o non soltanto) sulle azioni, pur dettate dal buon senso, ma soprattutto da un lavoro interiore. “Vivere una vita Zero Waste significa anzitutto liberarsi mentalmente del superfluo, a cominciare dal giudizio verso il percorso degli altri”.  

E a ben pensarci è solo così che possiamo accettare con maggior tolleranza chi, per i motivi più disparati – a cominciare dalle possibilità di accesso alle informazioni – non ha (ancora) aderito a un cambiamento strutturale. Aumentando le possibilità di aprire qualche ulteriore varco nella cultura dominante, invece di costruire altri muri.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/vita-senza-sprechi-tornato-in-italia-eliminare-rifiuti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“Too Good To Go”, l’app che combatte lo spreco alimentare

“Troppo buono per essere buttato” è il cibo invenduto di ristoranti, bar, panifici, hotel, supermercati e altre attività di ristorazione che, con la nuova iniziativa “Too Good To Go”, giunta a Milano e ora anche a Torino, verrà messo in vendita a prezzi ribassati tramite l’utilizzo di una applicazione, coinvolgendo sempre più persone alla lotta contro gli sprechi alimentari.

Vetrine piene di prelibatezze, abbondanza di alimenti di ogni forma e colore tra i banchi del supermercato, specialità dei ristoranti che aspettano solo di essere gustate. Tanto, troppo cibo appetitoso e pronto per essere consumato che ha un solo problema: è rimasto invenduto e andrà incontro ad un unico, triste destino… finire nell’umido. Negli ultimi anni, anche a fronte di una maggior sensibilità ad una filosofia anti-spreco, le soluzioni per salvaguardare il cibo sono aumentate in modo significativo, attraverso pratiche virtuose che coinvolgono sempre più soggetti.
A Torino è recentemente arrivata Too Good To Go, l’iniziativa che consente alle attività di ristorazione di recuperare il cibo fresco invenduto, permettendo allo stesso tempo ai consumatori, tramite l’utilizzo di un’applicazione, di ordinare il proprio pasto a prezzi ribassati. Quali sono i reali costi dello spreco del cibo? Iniziamo dal fatto che, a scala globale, ogni anno circa un terzo degli alimenti viene sprecato. Per quanto riguarda il caso italiano, come riportato sul sito di Too Good To Go, ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di alimenti viene gettato via: “Sono 20 tonnellate per minuto, 317 kg ogni secondo… che corrisponde allo stesso peso di 190 Titanic! Non è assurdo? Questo spreco aumenta ogni giorno e in termini di spesa corrisponde a €17 miliardi l’anno. Sono circa €700 l’anno spesi da ogni famiglia per acquistare del cibo che infine finisce nella spazzatura”.

Too Good To Go rappresenta, in questi termini, un movimento anti-spreco che, nato in Danimarca, è giunto fino in Italia e parte dall’affermazione di Chad Frischmann, esperto del cambiamento climatico, il quale sostiene che ridurre gli sprechi alimentari sia una delle azioni più importanti che possiamo fare per contrastare il riscaldamento globale.
In Italia la missione del progetto si basa quindi sulla volontà di creare la più ampia rete anti-spreco che faciliti un trasformazione collettiva a partire dal cibo, per generare un cambiamento positivo nella società.

“Il cibo viene continuamente sprecato durante l’intero processo che lo porta dalle fattorie alle nostre tavole. Non sono solo gli alimenti in sé che vanno sprecati, lo sono anche tutte le risorse necessarie per produrli, dall’acqua, alla terra, al lavoro delle persone. Se sprecato, il cibo ha un effetto dannoso sull’ambiente in quanto è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra” si legge sul sito.

Ma come funziona Too Good To Go?

Accedere al servizio è facile: le attività di ristorazione iscritte all’applicazione metteranno in vendita le cosiddette “Magic Box”, ovvero delle “confezioni magiche” al cui interno si possono trovare prodotti freschi a prezzi ribassati, tra i 2 e i 6 euro. I consumatori, geolocalizzandosi ed individuando i locali inclusi nella rete, potranno quindi ordinare e acquistare online il prodotto, ritirandolo nel negozio interessato. Il cibo proviene ad esempio da bar che hanno cucinato troppi prodotti freschi che non possono essere conservati, oppure da ristoranti che non hanno venduto tutti i piatti che hanno preparato. La particolarità dell’iniziativa è che il consumatore scoprirà il cibo che ha acquistato soltanto nel momento in cui ritirerà la Magic Box. Attraverso il progetto si vogliono incoraggiare i clienti a portare da casa i propri contenitori, col fine di limitare l’uso di imballaggi ed inoltre ogni Magic Box acquistata permetterà di evitare l’emissione di 2 kg di Co2.

Il progetto “Too Good to Go” rappresenta una soluzione “win-win-win” che si basa sulla strategia del “vincere assieme” ed in cui tutti gli attori coinvolti traggono benefici cooperando per un medesimo scopo. Combattere lo spreco rappresenta in questi termini un vantaggio per tutti: per le attività di ristorazione, che in questo modo potranno ridurre le eccedenze alimentari ed espanderanno la propria clientela; per i consumatori, che potranno avere a disposizione pasti freschi e a costi ribassati; per il pianeta, attraverso piccoli cambiamenti nelle nostre azioni quotidiane che possono realmente fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Lotta allo spreco alimentare
Autore: Too Good To Go
Licenza: Sito Ufficiale Too Good To Go

Fonte: http://piemonte.checambia.org/

Spiagge invase dai rifiuti: l’80% è plastica

Con l’approssimarsi della primavera, nelle località balneari si è in procinto di iniziare le operazioni di ripulitura delle spiagge in previsione della stagione estiva che verrà. E Legambiente denuncia una situazione insostenibile: l’80% dei rifiuti che invadono i nostri litorali è costituito da plastica.

L’indagine Beach litter 2018 di Legambiente ha monitorato 78 spiagge con 48.388 rifiuti rinvenuti in un’area complessiva di 416.850 mq (pari a circa 60 campi di calcio) e una media di 620 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia (lineari) campionata, 6,2 per ogni metro di spiaggia.

Quello che si trova sulle spiagge italiane è soprattutto plastica (80%). L’associazione ambientalista sottolinea come oltre la metà dei rifiuti raggiungono le spiagge perché non vengono gestiti correttamente a terra. La cattiva gestione dei rifiuti a monte è, infatti, la causa principale del continuo afflusso dei rifiuti in mare. Ma non è la sola. Anche i rifiuti abbandonati direttamente sulle spiagge o quelli che provengono direttamente dagli scarichi non depurati e dalla cattiva abitudine di utilizzare i wc come una pattumiera.

Sul podio dei rifiuti più trovati lungo le spiagge ci sono i frammenti di plastica, ovvero i residui di materiali che hanno già iniziato il loro processo di disgregazione, anelli e tappi di plastica e infine i cotton fioc, che salgono quest’anno al terzo posto della top ten. Gli oggetti che si trovano praticamente in tutte le spiagge monitorate sono tappi e anelli di plastica (95% delle spiagge), bottiglie e contenitori di plastica per bevande (96% delle spiagge) e bicchieri, cannucce, posate e piatti di plastica (90% delle spiagge monitorate).

Questi oggetti usa e getta di uso diffuso rappresentano un problema comune per tutte le spiagge. Altro rifiuto molto diffuso sono i materiali da costruzione, presenti nell’85% delle spiagge monitorate. L’indagine di Legambiente è una delle più importanti azioni a livello internazionale di citizen science, ovvero il risultato di un monitoraggio eseguito direttamente dai circoli di Legambiente, da volontari e cittadini, che ogni anno setacciano le spiagge italiane contando i rifiuti presenti, secondo un protocollo scientifico comune e riconosciuto anche dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, a cui ogni anno vengono trasmessi i dati dell’indagine per completare il quadro a livello europeo. Questi dati infatti vanno a integrare quelli rilevati dalle agenzie ambientali di tutta Europa nell’ambito della Marine Strategy, la strategia marina dell’Unione Europea.

Fonte: ilcambiamento.it

La plastica minaccia la salute umana

Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire: la plastica comporta evidenti rischi per la salute umana e per questo è necessario ed urgente adottare il principio di precauzione e a iniziare ad eliminare definitivamente questo materiale, a partire dall’usa e getta. Un rapporto diffuso nelle ultime ore dal Center for International Environmental Law (CIEL) evidenzia l’urgenza di adottare il principio di precauzione per proteggere l’umanità dall’inquinamento della plastica. Valutate tutte le fasi del ciclo produttivo e di vita di questo materiale, il report infatti rileva evidenti rischi per la salute umana. 

Nel dettaglio, il rapporto del CIEL evidenzia come: 

– le materie plastiche presentano differenti rischi per la salute umana in ogni fase del loro ciclo di vita: dalle sostanze chimiche pericolose rilasciate durante l’estrazione del petrolio e la produzione delle materie prime, all’esposizione agli additivi chimici rilasciati durante l’utilizzo delle materie plastiche, per terminare con l’inquinamento dell’ambiente e del cibo che può derivare dal rilascio di plastica nell’ambiente; 

– le microplastiche, come frammenti e fibre, a causa delle loro piccole dimensioni possono entrare nel corpo umano attraverso il contatto, l’ingestione o l’inalazione, penetrare nei tessuti e nelle cellule generando impatti sull’uomo, anche a causa del rilascio di sostanze chimiche pericolose; 

– incertezze e lacune conoscitive non consentono di avere un quadro dettagliato circa gli impatti sulla salute umana e impediscono a consumatori, comunità e istituzioni di prendere decisioni consapevoli su questo materiale.

Commentando quanto emerge dal report di CIEL, Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, dichiara: “I rischi per la salute derivanti dall’inquinamento da plastica sono stati ignorati per troppo tempo, un atteggiamento che va contro le regole basilari della prevenzione che dovrebbero guidare le scelte istituzionali e delle multinazionali e venire prima dei profitti. Imprese e istituzioni hanno scelto invece di mantenere lo status quo. Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire le conseguenze della dipendenza dalla plastica della nostra società, siamo tutti noi a subirne gli effetti. Nonostante ci sia ancora molto da chiarire su tutti i possibili impatti generati dalla plastica sulla salute umana, i rischi sono evidenti. Le conoscenze attuali impongono di applicare concretamente il principio di precauzione e iniziare a eliminare definitivamente la plastica, a partire dall’usa e getta”. 

“Il ricorso a questo materiale, oltre a devastare il Pianeta, continua a mantenerci dipendenti dai combustibili fossili, contribuendo ai cambiamenti climatici”, continua Ungherese. “Non ci sono motivi per continuare a mettere a rischio la salute umana in nome della presunta convenienza della plastica. Da mesi chiediamo alle grandi multinazionali, responsabili della commercializzazione dei più grandi volumi di plastica usa e getta, di assumersi le proprie responsabilità riducendo drasticamente la produzione di plastica monouso”, conclude.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/plastica-minaccia-salute-umana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Rusko: riparare gli oggetti rotti può aggiustare il mondo

Promuovere l’economia circolare attraverso una serie di attività, con un focus specifico sulle riparazioni di oggetti guasti altrimenti destinati a divenire rifiuti. È questo l’obiettivo di Rusko, associazione nata a Bologna e ispirata all’esperienza internazionale dei Repair Cafè: un’iniziativa virtuosa e dall’alto valore sociale ed ecologico che sempre più sta prendendo piede anche in Italia.

“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…”. Inizio ad ascoltare l’intervista raccolta dai miei colleghi e subito mi viene in mente la celebre strofa della canzone di Gino Paoli che, a pensarci bene, descrive perfettamente l’avvio di una miriade di progetti virtuosi, innovativi e vincenti nati per l’appunto da una chiacchierata informale tra persone affini, una buona intenzione ed un’idea semplice, ma efficace. Ed è proprio così che circa un anno e mezzo fa a Bologna ha preso vita l’associazione Rusko (Riparo Uso Scambio Comunitario), ispirata anche all’esperienza estera dei Repair Cafè: momenti di incontro in cui si riparano oggetti rotti che altrimenti verrebbero gettati via.

“Insieme ad alcuni amici, davanti ad una pizza e una birra, abbiamo iniziato a domandarci cosa avremmo potuto fare concretamente per contribuire al miglioramento di una società che non ci convinceva. Abbiamo buttato giù un’idea, la abbiamo studiata e abbiamo raccolto informazioni su altre esperienze avviate in altri Paesi, in particolare nel nord Europa”, ci racconta Raffaele Timpano, presidente di Rusko. “Abbiamo preso contatti con la Repair Foundation di Amsterdam, promotrice di un modello, quello dei Repair Cafè, che coniuga due valori per noi importanti: partecipazione sociale e rifiuto dello spreco. Tutto quello che serviva per iniziare era un gruppo di persone ben affiatate e luoghi dove svolgere le nostre attività: riparazioni, prima di tutto, ma anche una serie di altre iniziative volte a promuovere l’economia circolare e la sostenibilità”. 

Nasce così Rusko, che significa Riparo Uso Scambio Comunitario ma che in bolognese vuol dire anche spazzatura. “Abbiamo voluto giocare proprio su questa ambivalenza: una cosa considerata inutile può avere una nuova vita ed un valore sociale ed ecologico. Un nome che qui a Bologna ha riscosso subito molto successo”.

Raffaele Timpano ci spiega la filosofia che sta alla base della loro esperienza. “Ci siamo interrogati sui cicli di vita sempre più brevi dei prodotti industriali e sul legame che esiste tra le persone e gli oggetti, ovvero sulla totale dissociazione che si è venuta a creare con l’avvento del consumo di massa: oggi le persone non si chiedono più da dove vengono gli oggetti e come vengono realizzati. I prodotti vengono acquistati, usati e poi buttati nella spazzatura. Un sistema insostenibile, insomma, che noi vogliamo contribuire a superare”. Partendo, appunto, dalla promozione dei Repair Cafè, iniziativa nata qualche anno fa in Olanda e che ora si sta diffondendo anche in Italia. Si tratta di incontri tra persone che vogliono riparare oggetti malfunzionanti. “Alcune persone partecipano ai Repair cafè che organizziamo per curiosità, altre per passare del tempo in compagnia, altre ancora perché animate da uno spirito ecologista – ci spiega Raffaele – Inoltre nei quartieri più popolari abbiamo visto anche famiglie che ricorrono alle riparazioni per necessità. È molto diverso l’approccio tra centro e periferia, nelle zone periferiche spesso abbiamo conosciuto immigrati che si sorprendono per la nuova diffusione della pratica della riparazione nel nostro Paese e ci raccontano gli usi dei loro territori. Si creano così degli scambi molto interessanti”.

Rusko, che conta ora circa una trentina di volontari, al momento non ha una sede fisica. “Andiamo dove ci invitano – dice Raffaele – Un luogo fisico non è fondamentale ma è più funzionale per l’attrezzatura. Ecco perché il nostro prossimo obiettivo è trovare un posto dove stabilirci”.

Ma come funziona? “Qualche giorno prima dell’evento mandiamo una mail agli interessati indicando luogo e ora dell’appuntamento – continua Raffaele – Alcuni ci chiedono prima informazioni circa la possibilità di riparare un oggetto o meno. L’unica condizione che noi poniamo è la partecipazione attiva della persona alla riparazione. La persona si presenta quindi nel giorno stabilito con il prodotto malfunzionante e partecipa al tavolo della riparazione al quale solitamente siedono alcuni volontari particolarmente abili, a volte anche professionisti (di elettronica, sartoria, biciclette). Nel 2018 sono stati portati da noi soprattutto piccoli apparecchi elettrici come frullatori o asciugacapelli. Solitamente i guasti sono abbastanza banali e quindi risolvibili. A volte però vengono portati anche apparecchi più complessi la cui riparazione richiede più tempo. In base al tipo di prodotto la persona si siede accanto al ‘tutor’, si analizza il problema dell’apparecchio in questione e si prova a risolverlo insieme. Si crea così un’interazione normalmente assente nei rapporti di mercato che solitamente sono così strutturati: ‘Io ti pago per risolvermi un problema, quello che fai non mi interessa’.

Ovviamente il grado di partecipazione può essere maggiore o minore rispetto al grado di abilità di chi porta gli oggetti. Soprattutto in questa zona, che ha un tessuto industriale ancora vivo, ci sono anche tanti pensionati molto esperti. È così che abbiamo trovato molti volontari, ex lavoratori appassionati di riparazioni. Noi lavoriamo con la comunità e per la comunità e lo facciamo incondizionatamente. Non chiediamo niente a chi partecipa ai Repair Cafè ma chi vuole può lasciare un contributo per sostenere le attività della nostra associazione. Se le istituzioni vogliono collaborare o sostenerci sono ovviamente le benvenute”. 

Raffaele è infatti convinto che se le istituzioni riconoscessero il valore sociale di queste iniziative e le sostenessero si potrebbero fare moltissime cose: ad esempio corsi di formazione per la manutenzione, per l’alfabetizzazione informatica, per l’efficientamento energetico delle case, corsi di artigianato o per l’inserimento sociale di persone svantaggiate. “Le prospettive sono molto ampie”.

Raffaele ci parla anche di un aspetto che ci sembra molto interessante: il diritto alla riparabilità. “Negli anni ’60 se compravi un oggetto ricevevi anche un manuale per la riparazione. Oggi al contrario quando acquistiamo qualcosa leggiamo sulla confezione: ‘non smontare’, ‘non aprire’, ‘non sostituire la batteria’. Dobbiamo rivendicare il diritto alla riparabilità dei nostri oggetti. È necessario cambiare il modo in cui vengono progettati gli oggetti: bisogna progettare in modo modulare per far sì che i pezzi siano sostituibili e dovrebbe essere introdotto l’obbligo di rendere disponibili i pezzi per le sostituzioni. Serve, insomma, una progettazione pensata per avere un impatto zero”.  

“Noi crediamo molto nell’urgenza di un cambio del paradigma culturale e dei meccanismi del sistema. Una frase che rappresenta molto la nostra filosofia è quella pronunciata da Einstein: ‘Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose’. Ecco perché dobbiamo ridurre il nostro livello di consumo, interrogarci sulla quantità di rifiuti che produciamo, cominciare a mettere noi stessi in discussione. Questo si può fare, magari, partendo proprio dalla riparazione, un punto che tocca alcuni tasti psicologici molto interessanti. Ultimamente sta prendendo forza l’idea che i rifiuti siano una ricchezza: io credo invece che dovremmo cercare in primis di ridurli, anche attraverso la riparazione che, peraltro, serve anche a prendere coscienza delle proprie capacità. La soddisfazione psicologica che deriva dal riuscire a riparare qualcosa è grande, è quasi terapeutica!”. 

Intervista: Francesco Bevilacqua e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/rusko-riparare-oggetti-rotti-puo-aggiustare-mondo-io-faccio-cosi-237/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni