Una comunità agricola nella capitale: nasce la prima CSA di Roma

Ispirata ad Arvaia, è nata “Semi di comunità”, la prima CSA romana. Si tratta di una forma di organizzazione pensata per produrre e distribuire prodotti agricoli in modo nuovo e collaborativo e, al contempo, tessere relazioni umane basate sulla condivisione e le buone pratiche di sostenibilità. Anche a Roma… si può!

“Il cibo può essere una dimensione attraverso la quale possiamo trovare delle connessioni. La ricerca di buon cibo locale può diventare parte della costruzione della comunità. Tra le città europee Roma possiede i più ampi spazi dedicati al verde e dove c’è verde può nascere buon cibo. Insieme agli agricoltori si possono creare luoghi per la rigenerazione dell’economia, della democrazia, della conoscenza e della nostra libertà”. 

Mentre ascolto il racconto di Saverio e Alice sulla nascita della prima CSA romana, mi tornano alla mente le parole pronunciate da Vandana Shiva mentre parlavamo di sovranità alimentare in uno dei tanti orti/giardini inaspettati della capitale. Il tema della terra, dell’agricoltura, solidale e sostenibile, della provenienza del cibo che mangiamo, della sua produzione, e conseguentemente della nostra salute, è un tema centrale nel cambiamento di paradigma. Ad esso si legano strettamente molti temi, compreso quello, meno scontato, del tessere relazioni e ricreare comunità. Un aspetto ben chiaro a questa neonata CSA che non a caso si chiama Semi di Comunità e in seno a due comunità è stata ideata, ponendo come base del progetto “la creazione di una comunità agricola di persone e competenze”.

Ma che cosa è una CSA?

Il termine CSA significa Comunità che Supporta l’Agricoltura ed è una particolare forma di organizzazione, in cui la comunità dei soci è legata da un reciproco impegno di collaborazione. Tutti i soci prendono insieme le decisioni sulle scelte aziendali, sostengono la produzione e si distribuiscono cibo fresco, sano e prodotto nel rispetto dell’ambiente. Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da tra tutti soci. In Italia la prima CSA è stata quella di Arvaia, fondata nel 2013, una delle storie che abbiamo raccontato e da cui Semi di Comunità ha tratto ispirazione e sostegno. 

“I semi di questo progetto risalgono a un anno e mezzo fa. Io sono arrivato quando si era da poco costituito un gruppo incubatore di idee – racconta Saverio Inti Carrara, uno dei soci lavoratori della CSA – Tutto è partito da due comunità che fanno parte dell’associazione nazionale MCF “Mondo di Comunità e Famiglia”, quella di Casale Vecchio, a Prima Porta, dove ci sono anche i campi che coltiviamo, e l’altra in zona Bufalotta, La collina del Barbagianni. In questo gruppo lavoravamo su varie idee e buone pratiche da poter trasferire anche nel mondo del lavoro e che avessero come base la solidarietà, l’etica, l’uguaglianza. Ho fatto studi artistici ma a 23 anni ho deciso di dedicarmi all’azienda familiare, un’azienda agricola biologica nel bergamasco. Per 5 anni mi sono occupato del frutteto, dell’orto, facendo di tutto, dalla potatura alle consegne ed ho poi continuato a lavorare e sperimentare anche una volta approdato a Roma”. 

Un’esperienza che ha fatto ben comprendere a Saverio come in agricoltura ci siano pochi margini economici. “Poi un giorno ho ricevuto una mail in cui si parlava di Arvaia e sono partito, sono andato a trovarli , ho riportato l’idea che avevo trovato al gruppo ed abbiamo deciso di intraprendere la strada della CSA. Due soci di Arvaia sono poi venuti da noi per due giorni e abbiamo allargato la condivisione dell’idea, coinvolgendo attraverso il passaparola tra le persone che ruotano intorno a queste due comunità. Ed è stato tutto molto veloce, il 23 gennaio di quest’anno abbiamo costituito la cooperativa. C’erano già circa cinquanta persone interessate e volevamo tenere alto questo interesse partendo con la produzione dalla primavera. A livello pratico, i lavori sui campi sono iniziati a metà marzo. Abbiamo autocostruito insieme ai soci quattro serre, seminato 10000 piante, sistemato il vivaio, pulito i campi che abbiamo in affitto dalla comunità in via del Prato della Corte 1602/a, all´interno del Parco di Veio. Ci sono 2 ettari e mezzo di terreno coltivabile e altrettanto di bosco e sono campi già certificati biologici”.

Come funziona la CSA

A raccontare come funziona la CSA è Alice Bognetti, l’altra attuale socia lavoratrice, che è arrivata a settembre a cavallo della prima assemblea pubblica in cui si cominciava a proporre il progetto già delineato. “All’interno della CSA ci sono diversi tipi di socio. C’è il “socio semplice” che aderisce alla cooperativa attraverso un contributo di 100€ al capitale sociale, e che, come tutti gli altri può partecipare alla fattoria didattica, alle giornate conviviali e di scambi di sapere, e alla produzione, contribuendo volontariamente con qualche giornata di lavoro durante l’anno. Ci sono poi i soci sovventori e prestatori, che con nostro grande stupore sono arrivati sin da subito, che fanno donazioni a fondo perduto o prestiti alla cooperativa. E ci sono i soci lavoratori che garantiscono il raccolto, stilano un piano delle colture e sottopongono il bilancio dei costi a tutti i soci per l’approvazione. Secondo il nostro piano ideale dovrebbero essere una persona a tempo pieno e due part time ma attualmente c’è una persona full time e un partime diviso tra due soci lavoratori. Infine i soci fruitori a cui spetta settimanalmente una parte dei prodotti coltivati”.  

“Un punto cardine della CSA è l’asta delle quote – prosegue Saverio – Prima dell’asta viene condivisa con i soci la proposta di piano economico annuale che comprende tutti i costi previsti e, in base a questo, si calcola il costo di una quota ideale, facendo una divisione per il numero di soci fruitori. Se ad esempio si prevedono 80000€ di costi e abbiamo 100 soci, la quota ideale sarebbe 800€ a testa, questo significa che se ognuno mettesse 800€ il progetto sarebbe sostenibile e si potrebbe partire con la produzione.

L’asta però è uno strumento che serve anche per garantire l’accesso alla CSA alle fasce meno abbienti, quindi durante l’asta si concorda un valore minimo, inferiore alla quota ideale, e uno massimo, superiore alla quota ideale, e ogni socio scrive la cifra che può dare. A questo punto si calcola il totale raggiunto e, se ad esempio mancano 2000€ per raggiungere le previsioni di spesa, si propone di dividerli fra tutti i soci fruitori. Nel caso di 100 soci sarebbero 20€ a testa in più. Quest’anno però non è stato possibile perché sapevamo già che non avevamo i numeri per farlo, la quota ideale sarebbe stata altissima e abbiamo quindi stabilito una quota fissa di 800€ scommettendo che il progetto che si allargasse. Oggi i soci sono arrivati a 100 e a 40 le quote per quanto riguarda i soci fruitori. Considerando che si possono acquisire anche mezze quote, sono circa 60 i soci fruitori. Ma per essere sostenibili abbiamo bisogno di arrivare almeno a 50 quote. Anche se dalla seconda metà maggio inizieremo la distribuzione, continueremo la campagna per l’acquisizione di nuovi soci”. 

Le quote, che si possono pagare in due rate entro la fine di giugno, garantiscono 5/6 chili di verdura a settimana per le quote intere, e ¾ chili per le mezze quote, per 48 settimane l’anno, escludendo quindi il mese di agosto durante il quale le porte dell’azienda rimangono aperte a chi vuole prendere li prodotti in autonomia.

Semi di comunità ha già anche un piano per la distribuzione che conta sette punti della città: il primo direttamente in azienda, uno presso la comunità de La collina del Barbagianni, presso un vivaio in zona Monteverde, a Capena e in due parrocchie a Piramide e Nomentana e a Testa di Lepre. 

“L’intento della CSA è sì distribuire il prodotto ma anche creare rapporti umani, comunità, per fare questo ci siamo di nuovo ispirati ad Arvaia anche per la distribuzione. Dall’azienda partono delle cassette monovarietari e nei punti di distribuzione c’è una bilancia e una bacheca con la lista delle persone e le quantità di prodotti per tipologia che ognuno può prendere in autonomia e in fiducia. E poi c’è una cassetta per gli scambi. Ciò che eventualmente avanza viene lasciato a chi ci ospita per la distribuzione. Da statuto la nostra idea è quella di una cooperativa a impatto zero, che si basa sul riuso e sul minor spreco di cibo, di materie e non solo. E questa sarà una delle nostre sfide”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/comunita-agricola-capitale-nasce-prima-csa-roma/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Un erasmus per imparare il futuro: Italia e Germania si incontrano

Grazie ad un progetto di interscambio che ha unito Inwole e Italia che Cambia abbiamo avuto la possibilità di vivere, come organizzatori e formatori, una settimana di condivisione con un gruppo di tedeschi giunti dalla Germania per conoscere e sperimentare l’Italia in cambiamento verso un futuro più sostenibile. Sostenibilità, educazione, connessione, rete. Sono questi gli elementi chiave dell’incontro residenziale che si è tenuto dal 22 al 28 aprile tra Firenze, Umbria e Bologna. L’occasione un progetto Erasmus+ per attività di mobilità per l’educazione degli adulti dal titolo “Lernen für die die Zukunft” (“Imparare per il futuro”) che ha unito due realtà già connesse: Inwole e Italia che Cambia.

Il gruppo a Panta rei, sul lago Trasimeno, dove ha trascorso tre giorni di lavoro e condivisione

Questo progetto di interscambio tra attori e formatori del cambiamento, italiani e tedeschi, ha infatti già forti radici. Luca Asperius, tra i fondatori di Italia che Cambia e responsabile dei nostri portali territoriali, berlinese d’adozione da quasi 10 anni, ha realizzato insieme ad Alexandre Schütze e Hannes Gerlof, due portali sul modello di quello italiano già attivo in Piemonte, uno dedicato a Berlino e uno dedicato alla regione del Brandeburgo.  

“La collaborazione con Inwole è ormai attiva e ben strutturata da diversi anni, da quando è stato lanciato il portale regionale Brandenburg im Wandel – racconta Luca – In particolare poi insieme a loro abbiamo avuto la possibilità di presentare nel 2017 qui in Germania alcune storie del cambiamento italiano, sottotitolando in tedesco alcuni dei video di Italia che Cambia, e di presentare Italia Che Cambia insieme a Daniel e Andrea. La cooperazione nel progetto Erasmus+ è stata quindi un’evoluzione naturale della collaborazione”. 

Inwole è un’associazione molto attiva a Potsdam (Brandeburgo). Le principali aree su cui si muove il progetto sono la formazione, il lavoro creativo e artigianale, l’economia solidale, la mobilità, l’educazione alla sostenibilità, i progetti antirazzisti e di cooperazione internazionale, così come progetti di integrazione. Tra i membri dell’associazione ci sono molti abitanti del progetto di cohousing Projekthaus, dove ha sede l’associazione e vengono svolte la maggior parte delle attività, negli spazi e nei laboratori della struttura, un luogo per l’implementazione pratica delle alternative sociali in cui iniziare a rendere possibile la convivenza sociale e una società di solidarietà.

A Perugia, guardando gli orti sinergici

Un laboratorio di sperimentazione proprio come lo è stato per tutti noi anche questa prima esperienza insieme in Italia, in cui mi sono trovata insieme ad Andrea Degl’Innocenti e Luca Asperius nel doppio ruolo di organizzatrice e formatrice. È sempre una grande ricchezza il confronto, la condivisione di strumenti, la convivenza, soprattutto in un gruppo così eterogeneo per età, con persone afferenti a progetti ed ambiti di interesse diversi, con aspettative differenti. Parte del cammino sta nel sintonizzarsi, nel riscoprire gli elementi di coesione sui quali convergere e nel mettersi in gioco nella diversità. 

“In generale sono molto contento, soprattutto in virtù del fatto che era la prima volta che organizzavamo un corso-viaggio del genere (anche se a livello italiano abbiamo comunque accumulato una discreta esperienza con i nostri corsi) – continua Luca – È stata sicuramente un’esperienza molto intensa, anche impegnativa dal punto di vista della logistica e dell’organizzazione e per quanto mi riguarda personalmente dell’interpretazione, essendo io l’unico o quasi del gruppo a parlare sia italiano che tedesco. Anche i feedback dei partecipanti sono stati molto positivi, in particolare riguardo alle uscite didattiche che abbiamo potuto organizzare con i progetti della nostra rete”. 

Oltre a tre giorni intensivi di lavoro insieme a Panta Rei, sul lago Trasimeno, i 15 partecipanti tedeschi hanno avuto infatti l’opportunità di incontrare alcuni progetti nelle città che abbiamo attraversato, dai quali trarre ispirazione e spunti per il lavoro che abbiamo portato avanti nei vari gruppi di lavoro.

Antonio di Giovanni presenta Funghi espresso (Firenze)

E proprio da questi incontri sono forse arrivate anche per noi le sorprese più interessanti. “Tra le tante cose forse quella che mi ha colpito di più è stata l’accoglienza e la disponibilità da parte dei progetti italiani che abbiamo scelto di visitare, segno anche del grande lavoro che stiamo portando avanti come Italia Che Cambia anche dal punto di vista delle relazioni umane”, prosegue Luca. “Anche se eravamo noi a condurli alla scoperta di città, progetti e persone, sono io per primo ad aver scoperto nuove cose o nuovi aspetti di storie che conoscevo già e che avevamo raccontato su Italia che Cambia”, aggiunge Andrea. C’è sempre un fattore di scoperta possibile e su questo si è giocato tanto di questo primo incontro intensivo che ripeteremo, forti di ciò che ci ha entusiasmato e di ciò che sarebbe potuto andare meglio, a fine settembre. Intanto abbiamo tessuto relazioni, approfondito progetti, acquisito nuovi strumenti e competenze, e gettato le basi concrete di uno scambio più forte tra la Germania e l’Italia in Cambiamento (ma questo lo scoprirete presto…).

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/erasmus-per-imparare-futuro-italia-germania-si-incontrano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Centrocontemporaneo: le antiche botteghe rinascono grazie all’arte

Riaprire le botteghe storiche per favorire la rinascita culturale e sociale del centro storico di Catania. Il progetto di rigenerazione urbana Centrocontemporaneo ha avviato una vera e propria rivoluzione strappando dal degrado il centro catanese e trasformandolo in un luogo vivo e ricco di idee, arte, condivisione e bellezza. “In un momento in cui tutte le botteghe storiche del centro venivano chiuse, noi abbiamo accettato la sfida e abbiamo provato a riaprirle”. Comincia così il racconto del progetto di rigenerazione urbana Centrocontemporaneo da parte di Alessandro, uno dei fondatori. Il primo passo è stato proprio quello di credere nel cambiamento: dal basso, sostenibile, di lungo periodo. E poi? “Abbiamo cominciato a far aprire i palazzi, per trasformare ogni cortile in un luogo di produzione culturale”, prosegue. Socialità e condivisione sono infatti altri due pilastri di questo percorso che ha pochi eguali in Italia e che ha trasformato in pochi mesi il “quadrilatero dell’arte” del centro storico di Catania in un luogo vivo e frequentato, strappandolo al degrado e restituendolo alla cittadinanza.

Da questa zona centrale è partita una grande rivoluzione che sta ridefinendo l’idea stessa di città: non più un ammasso di case, strade e negozi che ospita semplicemente i cittadini, ma un organismo con una sua identità, nata grazie all’unione delle tante anime che lo compongono. Il minimo comune denominatore? L’arte!

Dal 2013 Centrocontemporaneo lavora per ridisegnare il volto urbano di Catania attraverso pedonalizzazioni, mobilità ciclabile, fiori e piante che abbelliscono i marciapiedi. “Le botteghe che abbiamo fatto riaprire in questi anni rifioriscono di idee, di arte, di musica e di bellezza”. Tantissimi artisti – prevalentemente locali, ma anche provenienti da fuori – si esibiscono coinvolgendo le attività commerciali e gli abitanti del quadrilatero dell’arte.centrocontemporaneo

La bellezza dunque ha salvato questa porzione di città. Non solo! Ha anche rimesso a nuovo il suo tessuto sociale ed economico: “Sono tutte attività – spiega Nino, un altro dei fondatori – che hanno un’ispirazione di tipo artistico e artigianale e che campano con questo”. Arte e artigianato che garantiscono una fonte di reddito? In Italia (purtroppo!) si vede raramente, ma qui a Catania succede!

Il vero obiettivo del Centrocontemporaneo è conquistare la città. Ambizioso certo, ma non impossibile! Come? Attraverso la bellezza condivisa, la partecipazione, il cambiamento dal basso, l’arte, l’artigianalità.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/io-faccio-cosi-222-centrocontemporaneo-le-antiche-botteghe-rinascono-arte/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Tre amiche aprono un bar portineria a Milano. Ed è subito casa

Il ritiro di pacchi è il servizio più richiesto, ma anche il banco alimentare è stato apprezzato da subito. Dall’idea di tre giovani amiche è nato nel centro di Milano il bar “Portineria 14” pensato per rispondere alle varie esigenze quotidiane degli abitanti della zona e ricostruire il tessuto sociale del quartiere. Quante volte ci è sembrato di essere soli ad affrontare i piccoli problemi quotidiani della giungla metropolitana? Il ritiro di un pacco, la necessità di affidare un duplicato del mazzo di chiavi, l’esigenza improvvisa di un idraulico o un elettricista. Con l’intento di rispondere – in maniera completamente gratuita – alle esigenze di ogni giorno, è nato il bar Portineria 14. Fondato nel 2016 da Francesca, Federica e Manuela, si trova a Milano in zona Ticinese, Via Troilo per l’esattezza, ed è un vero e proprio punto di riferimento nel quartiere.20031551_1524037020950358_8796505259937785235_n

“Siamo tutti connessi, tutti iper-tecnologici – spiega Francesca, una delle tre fondatrici – ma siamo diventati indifferenti e non ci occupiamo più di chi ci sta intorno”. Il bar-portineria nasce quindi con l’idea di ricostruire il tessuto sociale del quartiere, per entrare in relazione con le persone e ritrovare fiducia nel prossimo. “Se una persona entra nel nostro bar per chiedere un favore, anche se non ha a che fare con il nostro decalogo – precisa Francesca – al 99% quel favore gli sarà fatto”.

Il servizio più richiesto? Senza dubbio il ritiro di pacchi. Tutti ormai fanno ordini su internet e la reperibilità può essere un problema. Ma in Via Troilo la porta è sempre aperta, e il ritiro può avvenire fino a tarda sera. Da due settimane poi è stato avviato anche un banco alimentare che ogni giovedì dalle 11 alle 19 regala pacchi di spesa a chi ne fa richiesta. Non serve dimostrare di averne bisogno, è tutto fondato sulla fiducia reciproca. Possono venire i diretti interessati o chi pensa di conoscere qualcuno che potrebbe usufruirne.14095863_1198357583518305_3887483987412679387_n

Le fondatrici di Portineria 14

L’iniziativa è stata accolta con grande entusiasmo e nelle prime due giornate sono già state distribuite 27 spese, il primo giovedì, e 39 il secondo. Tutta la rete  di “Portineria 14”, fondatrici del bar comprese, contribuisce in maniera volontaria alla raccolta di cibo per il banco: chi porta un pacco di pasta, chi una scatola di riso, chi un cartone di latte. Per il quartiere quello che fanno le tre donne di “Portineria 14” è qualcosa di eccezionale, ma per Francesca è la normalità. “In una grande città come Milano quello che facciamo può sembrare straordinario, ma non dovrebbe essere così. Quello che facciamo mi sembra normale e penso che dovrebbe esserlo per tutti”.

Il bar è quello che Francesca considera il lavoro vero e proprio, i servizi offerti sono un’attenzione nei confronti del prossimo. La scelta dei prodotti cerca di offrire la massima qualità mantenendo il giusto prezzo, senza rincarare i costi.14642140_1235588039795259_2505070069421771423_n

Trovare un posto come “Portineria 14” è difficile, esistono luoghi simili – neanche troppo lontani dal bar di Francesca, Federica e Manuela – ma i servizi che offrono sono a pagamento. Altri invece si sono ispirati a questo bel progetto mantenendo intatto lo spirito di gratuità, come è stato nel caso del bar “La Cupola” a Varese, i cui proprietari hanno deciso di diventare portinai del quartiere.

“Sogno di veder nascere una rete di locali ispirati a questo progetto”, confida Francesca. E in effetti un primo passo è già stato fatto.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/tre-amiche-aprono-bar-portineria-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Anna e la sua libreria che regala i libri

Non si vendono né si comprano: in questa libreria chi lo desidera può prendere un libro, senza lasciarne necessariamente un altro in cambio. È questa la filosofia di Libri Liberi, un’esperienza avviata qualche anno fa a Bologna e replicata in altre parti d’Italia. Nel centro di Bologna c’è una libreria nella quale i libri non si comprano né si vendono. Vista la premessa, la mente potrebbe correre al cosiddetto “bookcrossing”.  Anche chi non conosce il termine avrà probabilmente notato che, durante gli ultimi anni, in locali, stazioni sale d’attesa, è sempre più comune trovare scaffali pieni di libri, che si possono prendere, leggere e poi riporre nuovamente in qualche altro luogo simile. Ecco, la libreria di cui vi racconterò è un’esperienza diversa, anche se un po’ simile.IMG_11541

Anna Hilbe e la sua libreria (Foto di Giulio Cioffi)

Libri Liberi, nata nel 2012 per opera di Anna Hilbe, raccoglie e seleziona i libri di quelli che, per un motivo o per l’altro, decidono di liberarsene, e li dona a chiunque voglia leggerli. Se il bookcrossing prevede “un libro per un libro”, in questo luogo non ci sono limitazioni: si può decidere di tenere il volume scelto, di riportarlo, di portarne un altro, o tanti altri, o nessuno in cambio. All’inizio le persone, abituate a un tipo di scambio do ut des, sono in imbarazzo. Alcuni dicono “se non ho un libro da lasciare, io non prendo niente”, nonostante l’invito a portare a casa il volume desiderato. Anna racconta che recentemente, una ragazza che non era mai venuta, continuava a chiedere incredula: “ma davvero posso prendere questo libro?”. Pur in assenza di regole, l’equilibrio fra doni fatti e ricevuti, necessario per la sostenibilità della libreria, viene mantenuto grazie ad un meccanismo che Marshall Shalins avrebbe definito di “reciprocità generalizzata”. Si tratta della stessa modalità di scambio tipica delle famiglie, in cui sono frequenti doni e favori di vario tipo senza che la quantità, la qualità o la tempistica siano necessariamente corrispondenti. Anna, oltre ad aver avuto l’iniziativa per costruire questo luogo, è anche colei che paga affitto e bollette favorendo, attraverso la sua generosità, nuovi circoli virtuosi.11140257_846152572130612_5177357042434078974_n

Lo spazio è piccolo, a volte troppo piccolo per contenere tutti i libri che arrivano, così che una parte dei volumi viene collocata all’interno del garage di fronte, il cui proprietario ha concesso un pezzettino di parete a Libri Liberi. Alcune enciclopedie, per cui non c’era spazio, sono state regalate a Làbas, oggi purtroppo sgomberato, mentre molti dizionari e atlanti vengono consegnati ad associazioni e cooperative impegnate nell’insegnamento dell’italiano per i migranti.

Libri Liberi è aperta cinque giorni a settimana e ad Anna si affiancano dei volontari, che “hanno grandi scambi in chiacchiere con quelli che vengono a prendere i libri”. È un posto dove Anna dice di imparare molto: “Vengono segnalati autori e autrici che non conosco, quindi per me è interessante. Poi, quando vedo qualcuno indeciso, gli chiedo che cosa gli piacerebbe leggere, cosa ha letto, per capire un po’ quello che potrebbero volere”.

Si tratta di un luogo vivo, in perenne cambiamento, nel quale non si sa mai con certezza quali e quanti volumi ci siano, dove a volte i “clienti” spezzano quel lieve imbarazzo, tipico di chi condivide uno spazio ristretto con degli sconosciuti, dando il via a piccole discussioni riguardanti la letteratura e la politica. Talvolta passano professori universitari, attuali o in pensione. Uno in particolare recentemente ha portato in dono l’anteprima di una raccolta di poesie francesi. Su ispirazione di Libri Liberi, sono nate fino ad ora altre due librerie simili in Italia, una a Nicotera, l’altra a Trieste, e a novembre è prevista la visita di una donna da Cracovia che vorrebbe raccogliere informazioni per costruire qualcosa di simile in Polonia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/anna-libreria-regala-i-libri/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una casa condivisa nel paese della fiaba

Trasformare una casa privata in una casa condivisa dove si possano incontrare i talenti delle persone che intendono sviluppare insieme nuovi progetti e scambiarsi idee ed esperienze. È questo il “nuovo” sogno di Marta e Gianni che, alla ricerca di uno stile di vita a contatto con la natura, da qualche anno si sono trasferiti a Ca’ del Ciliegio, una vecchia casa contadina ristrutturata incastonata tra colline e vigneti. Nella valle Trevigiana immerso in un tipico paesaggio alpino, si adagia sulle pendici della foresta del Cansiglio un piccolo centro abitato noto come il “paese della fiaba”: si tratta di Sarmede, famoso nel mondo perché sede annuale della mostra internazionale dell’illustrazione per l’infanzia fondata dal pittore Stepan Zavrel. Circondata da un panorama che è proprio il caso di definire “fiabesco”, c’è Ca’ del Ciliegio, una vecchia casa contadina ristrutturata e circondata da due ettari di terreno che è oggi abitazione, B&b, B&B&B e sede dell’Associazione Borgo dei Chiari Onlus e dei suoi progetti. Ma andiamo con ordine.ca-del-ciliegio-11

Marta e Gianni con i propri figli, innamorati di questo luogo incastonato tra colline e vigneti, si sono trasferiti da Padova nel 2014 per ricercare uno stile di vita più a contatto con la natura. Psicologa comportamentale lei, architetto specializzato in costruzioni di bamboo lui, oltre a trovare in Ca’ del Ciliegio la propria abitazione, hanno aperto le porte delle sei stanze a disposizione, utilizzando la struttura come B&B. Poi c’è il B&B&B, un Bed and Breakfast con Baratto che offre ospitalità in cambio di piccoli lavori di manutenzione o per i progetti dell’Associazione.

“Pensare bene per agire meglio” è il motto che guida AbdC Onlus, un’organizzazione di 44 soci che si occupa di bambini con autismo, laboratori di artigianato con persone svantaggiate, accoglienza e affido, coltivazioni e costruzioni con bamboo, tutte attività nate dalle inclinazioni dei due fondatori Marta e Gianni. Oggi Ca’ del Ciliegio ambisce a crescere ancora dando vita al progetto Sh.a.l.o.m (Shared house, artistic, ludic, open, mindful), per trasformarsi in un centro di cohousing diffuso dove quanti condividono lo scopo del progetto possano lavorare insieme per raggiungerlo.ca-del-ciliegio-2

Attraverso Sh.a.l.o.m. Ca’ del Ciliegio vorrebbe diventare una casa condivisa che non sia soltanto luogo di incontro fisico ma prima di tutto di idee e esperienze di vita, uno spazio di espressione artistica dove i talenti si possano confrontare, un luogo dedicato all’educazione dei più piccoli che privilegi lo sviluppo della fantasia, un luogo in continua evoluzione accessibile e replicabile in altri contesti. Sh.a.l.o.m. è un progetto bello e ambizioso per cui è stata avviata una campagna di crowdfunding  che chiunque può decidere di sostenere. In cambio del finanziamento ci sarà la possibilità di conoscere da vicino questo luogo fiabesco attraverso un soggiorno nella struttura: “proprio perché crediamo che il valore aggiunto di questo progetto sia la possibilità della conoscenza diretta – spiegano i promotori del progetto – della partecipazione, del mettere in comunicazione persone ed esperienze. Finanziarci sarà anche un modo per venirci a trovare e vedere più da vicino quello che facciamo… e magari trovare un nuovo progetto da costruire insieme o per cui collaborare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/casa-condivisa-paese-fiaba/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Uber, Lyft e i taxi condivisi fanno male al trasporto pubblico

Secondo uno studio l’uso dei taxi condivisi toglie passeggeri al servizio pubblico. E i chilometri percorsi in auto non diminuiscono.http _media.ecoblog.it_2_2e1_uber-lyft-e-i-taxi-condivisi-fanno-male-al-trasporto-pubblico

Con il boom di Uber, Lyft e degli altri servizi di “ride hailing” stiamo facendo realmente del bene all’ambiente? I taxi condivisi stanno rendendo le nostre città più vivibili riducendo il numero di chilometri percorsi in auto? I clienti di Uber e i suoi fratelli usano anche gli autobus, la metro e gli altri servizi di trasporto pubblico?

Con i recenti numeri registrati da Uber, che ha superato a New York i tradizionali taxi gialli, c’è da chiederselo. E, in effetti, qualcuno se lo è chiesto, ma la risposta non è quella che avremmo sperato. Secondo uno studio dell’UC Davis Institute of Transportation Studies, infatti, Uber più che fare concorrenza all’auto di proprietà è un temibile concorrente per gli autobus e le metropolitane. Dallo studio, focalizzato sulla realtà americana, emerge che i servizi di ride hailing hanno sottratto agli autobus il 6% dei passeggeri e ai treni leggeri il 3%. Inoltre, il 91% dei passeggeri dei taxi condivisi non ha rinunciato al possesso di un’auto privata. Solo il 30% dei passeggeri dei taxi condivisi non possiede l’auto, contro il 41% dei passeggeri dei soli mezzi pubblici. Ma c’è di peggio, molto peggio: dallo studio emerge che tra il 49% e il 61% dei viaggi sui taxi condivisi non sarebbero mai stati fatti senza tali servizi, o sarebbero stati fatti a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. Di conseguenza, e questa è la cosa più grave, i servizi di ride hailing aumentano i chilometri percorsi in macchina anziché diminuirli. Questo perché, spiega lo studio, i taxi condivisi vengono scelti da chi ha la cultura dell’auto e non vuole farne a meno ma è costretto, per un motivo o per un altro, a non usare il mezzo proprio. I motivi principali per i quali gli americani scelgono il ride hailing, infatti, sono due: evitare il parcheggio (37%) ed evitare di guidare dopo aver bevuto alcool (33%).

Questi dati sono confermati, spiega lo studio, dal fatto che: “Tra coloro che prima usavano i servizi di car sharing, il 65% usava anche il ride hailing. Più della metà di loro hanno rinunciato all’abbonamento [al car sharing] e il 23% di loro cita i servizi di ride hailing come motivo principale per il quale hanno rinunciato all’abbonamento al car sharing“.

Certamente questi dati rappresentano la realtà americana, dove la cultura dell’auto è più forte che in altre nazioni nel mondo. Ma questi dati fanno riflettere: siamo sicuri che stiamo facendo del bene all’ambiente e alle nostre città quando prenotiamo una corsa su Uber, Lyft o su altri servizi di taxi condivisi?

Fonte: ecoblog.it

Venezia, arriva il gondola sharing di Kishare per risparmiare

Invenzione di due gondolieri veneziani, KiShare permette di condividere il giro in gondola per risparmiare.http _media.ecoblog.it_d_d06_venezia-arriva-il-gondola-sharing-di-kishare-per-risparmiare

Giro in Gondola a Venezia, come risparmiare? Condividendo il viaggio con altri turisti, un po’ come si fa già con i taxi tramite app ormai note cone uber o Lyft. E’ l’idea di Danilo Costantini e Igor Silvestri, due gondolieri di Venezia che hanno realizzato un’app dedicata al trasporto in acqua e su terra a Venezia. Si chiama KiShare e permette al turista di condividere non solo il giro turistico in gondola, ma anche il taxi acquatico sui canali e persino il taxi tradizionale su terra ferma. Nelle intenzioni degli ideatori questa app dovrebbe permettere ai turisti di risparmiare e a Venezia di avere un turismo più sostenibile e ordinato. E’ indubbio, infatti, che condividendo le gondole oltre a risparmiare si ottiene il risultato di avere meno mezzi in navigazione contemporaneamente sui canali di Venezia. Importante, per il turista, anche il lato della trasparenza: prenotando con la app si sa prima quanto si paga. Cosa che nelle mete turistiche non è sempre scontata… KiShare ha deciso di non fare concorrenza agli altri gondolieri, mantenendo gli stessi prezzi: 80 euro per il tour da 30 minuti di giorno, 100 euro per lo stesso tour di notte. Il risparmio sta nella condivisione, una possibilità già nota ai turisti che spontaneamente si organizzano sulle banchine per dividersi il costo della gondola. Con l’app, però, è molto più facile anche considerando il fatto che non tutti sanno che è possibile fare il giro in gondola con altri turisti e che a Venezia si parlano lingue da tutto il mondo.

Fonte: ecoblog.it

“Saresti disposto a ospitarci?”. Così due studenti di economia hanno girato l’Italia

Mattia e David sono due studenti di economia e fondatori di Needyou Project. Per tre settimane hanno girato per l’Italia con l’idea di dimostrare che è possibile costruire un nuovo modello economico fondato sulla gratuità, sullo scambio e sulla condivisione. In questa intervista ci raccontano com’è andato l’esperimento.  Incontro David e Mattia a Dynamo, la velostazione di Bologna, in una piovosa giornata settembrina, esattamente tre settimane dopo che sono partiti da Genova in sella alle loro biciclette. Durante questi venti giorni di viaggio in giro per l’Italia hanno vissuto tante avventure – e qualche disavventura! –, ma soprattutto hanno scoperto che viviamo in un paese in cui generosità e condivisione sono ancora sentimenti forti e diffusi, che potrebbero essere il motore dell’economia del futuro! Questi due studenti di economia hanno infatti lanciato Needyou Project, un bike-tour da nord a sud durante il quale hanno somministrato questionari e cercato giorno per giorno ospitalità, vitto, idee e conoscenze, condividendo ciò che potevano mettere a disposizione e le loro competenze.needyou7

Giusto il tempo di sederci a un tavolo e toglierci le giacche bagnate che il loro racconto inizia, incalzante ed entusiastico: «La prima tappa, Genova, è stata soprattutto un test per le gambe: 80 chilometri di pista ciclabile sul mare, intervallata da scalini che ci costringevano a smontare dalla sella e salire a piedi. Arrivati in città abbiamo distribuito i questionari, in cui l’ultima domanda era: “Siete disposti a ospitarci?”. Un genovese ci ha risposto di sì e ci ha accolti in casa propria, dove per ricambiare abbiamo lavato i piatti e collaborato alla gestione casa».

Il giorno dopo, rotta verso la Toscana: hanno raggiunto in treno Montecatini, per poi coprire in bicicletta i 20 chilometri (con 700 metri di dislivello) fino a Casore del Monte (PT). Qui hanno conosciuto una comunità dell’associazione Nuovi Orizzonti, che si occupa di curare persone con dipendenze. «È stata un’esperienza molto forte – ricordano –, poiché ci siamo integrati con il loro gruppo e abbiamo osservato e partecipato alle loro dinamiche. La maggior parte erano ragazzi in cura per via delle loro dipendenze: droghe, alcol, ludopatia».

La loro giornata è strutturata per ricominciare a vivere la vita, una routine a cui hanno partecipato anche David e Mattia: «Lavorano in un ambiente rurale, si fa la legna, si curano gli animali, si pulisce la casa. Anche noi abbiamo dato il nostro contributo nello svolgere le mansioni quotidiane. È un’associazione di stampo cattolico, quindi abbiamo partecipato anche a momenti di preghiera, ma non convenzionali: liturgia della parola, preghiera spontanea, autocoscienza… molti si sono aperti, hanno chiesto aiuto e ringraziato. Sono stati momenti forti e toccanti».needyou10

Il viaggio è proseguito verso sud: «A Colle val d’Elsa l’associazione Intercultura ci ha dato ospitalità accogliendoci nelle case per gli stagisti, mentre a Firenze abbiamo avuto qualche difficoltà perché tutte le persone che incontravamo erano turisti! Tuttavia, appena abbiamo cominciato a dare questionari abbiamo trovato riscontro. Ci ha ospitato a cena una professoressa universitaria cordiale e amichevole, sembrava una serata in famiglia!».

Varcato il confine umbro, sono giunti a Perugia, città strana, che dicono di non essere riusciti a inquadrare bene. Nella piazza hanno dato questionari e hanno trovato subito ospitalità presso due ragazze per una doccia e da una signora per cena, poi hanno trovato posto in un ostello. Qui hanno conosciuto due volontarie per il servizio civile all’estero, una ragazza polacca e una turca. Da lì si sono spostati a Roma, dove hanno vissuto uno dei momenti più intensi del viaggio: «Abbiamo organizzato in poco tempo un’intervista con l’imam di un centro culturale islamico. Nonostante lo scarso preavviso, ci ha accolti con calore e ci ha offerto the e biscotti. È stato un incontro lungo e piacevole, abbiamo conversato per più di un’ora senza barriere religiose né culturali, all’insegna del dialogo e del confronto».

La sera li aspettava un’altra sorpresa. Su facebook avevano conosciuto i membri del gruppo Meetworld – Incontrarsi nel mondo e hanno partecipato a un aperitivo organizzato da loro: «Ci hanno riservato un’accoglienza quasi da VIP, siamo stati con loro e ci hanno aiutati a trovare un alloggio in zona, visto che eravamo un po’ decentrati. Il giorno dopo un ragazzo del gruppo, Christian, ci ha ospitati a casa sua e con lui abbiamo parlato in maniera più approfondita di condivisione e solidarietà.needyou9

Dalla capitale si sono spostati a Napoli e Caserta, dove sono rimasti tre giorni. Essendo a metà del viaggio ne hanno approfittato per riposarsi, ma hanno comunque trovato persone che hanno offerto loro cena o aperitivo. Ripassando da Roma, si sono spostati a L’Aquila, un’altra tappa emotivamente molto impegnativa.

 

«Arrivati in prossimità del capoluogo abruzzese, vedevamo solo gru in lontananza. La città è ancora deserta e distrutta. Nella piazza principale c’era una mostra, ma non c’era quasi nessuno». Per vie traverse hanno trovato il contatto di un’associazione che si trova nell’ex manicomio della città, ora gestito in parte dall’ASL e in parte – dopo il terremoto – dall’associazione stessa, che ha occupato alcuni locali. «È un progetto del comitato 3e32 chiamato Case Matte: sono case abbandonate che gli attivisti hanno occupato per dare un riparo a chi non ce l’aveva più e per creare un luogo di comunità e condivisione, mangiare e stare insieme, autorganizzandosi. Sono stati i primi a fare un campo autogestito dopo il terremoto. Qui abbiamo conosciuto Alessandro, uno dei leader del progetto. Anche qui abbiamo aiutato, mettendo a posto un deposito da riordinare: nessuno ci aveva chiesto di farlo, ma il nostro gesto è stato molto apprezzato».

Risalendo verso nord si sono fermati a Pesaro, dove hanno incontrato Alessandro, un ragazzo che li aveva contattati su facebook dopo aver letto la loro intervista su Italia che Cambia e che li ha ospitati con entusiasmo, in modo naturale, con grande amicizia, cedendo loro il suo appartamento. Da Pesaro hanno fatto una gita verso l’interno per visitare l’ecovillaggio La Città della Luce. «Purtroppo abbiamo potuto solo fermarci a cena e per dormire, ripartendo l’indomani, poiché tutti erano impegnati in un corso di permacultura. Ma è stata anche una fortuna, perché l’ecovillaggio era pieno e abbiamo potuto conoscere molta gente, sia esterni iscritti al corso che membri della comunità, anche se non siamo riusciti a svolgere nessuna attività insieme a loro». Prima di proseguire verso a Reggio Emilia sono ripassati da Pesaro, di nuovo ospiti di Alessandro.needyou8

A Reggio, quasi alla meta, ecco il primo imprevisto del viaggio: «Mentre eravamo in zona universitaria per un esame, ci hanno rubato la bici da un posteggio di fronte all’Università. Abbiamo continuato verso Bologna in treno e qui – quasi per caso, in un bar – tramite amici di amici abbiamo trovato una bicicletta. Ce l’ha prestata ragazzo che non conoscevamo, lasciandocela a tempo indeterminato». Ecco quindi che uno spiacevole inconveniente si è trasformato in un bell’episodio di solidarietà! Così, siamo arrivati alla fine del viaggio. Rimane il tempo per una veloce visita alla velostazione, un selfie di rito e poi via al binario da dove partirà il treno che li riporterà a Torino. Ora David e Mattia lavoreranno sui dati raccolti grazie ai questionari, che serviranno per stilare un documento con resoconti e impressioni di viaggio che conterrà i risultati della ricerca e che verrà presentato a INES2017, il grande incontro del mondo dell’economia solidale.needyou6

Al di là di questo, rimangono i ricordi di un viaggio straordinario e soprattutto la certezza – toccata con mano – che viviamo in una terra abitata da persone generose, aperte e pronte ad accogliere il prossimo, anche se lo hanno appena conosciuto. E che è possibile partire da questo per costruire un nuovo modello sociale ed economico fondato sulla solidarietà e sulla condivisione.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/saresti-disposto-a-ospitarci/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

FabLab Milano: la fabbricazione digitale incontra la condivisione

Un laboratorio di fabbricazione digitale completamente attrezzato, un luogo di condivisione e coworking aperto a studenti, docenti, imprese, ricercatori, artigiani, liberi professionisti. Situato nel quartiere della Bovisa, il FabLab Milano facilita lo scambio di idee e la nascita di nuovi progetti offrendo a chiunque la possibilità di sperimentare e acquisire competenze tecniche.  Alcuni mesi fa a Milano abbiamo intervistato il Lab Manager di FabLab Milano, Salvatore Saldano. Ecco cosa ci ha raccontato.

Fablab, come dice la parola stessa è un laboratorio di fabbricazione digitale, qui al FabLab Milano cosa fabbricate e come lavorate?

Il FabLab Milano è uno dei tanti laboratori nel mondo di fabbricazione digitale, ma ciò che forse lo rende speciale è che è partito da un progetto della fine degli anni 90 del Prof. Neil Gershenfeld del MIT di Boston che ai tempi decise di far mettere in pratica la materia di studio ai propri studenti, piuttosto che tenerli inchiodati sui libri. Da lì a poco è diventato un modello che poi è stato ripreso un po’ in tutto il mondo, arrivando in Italia nel 2011 al FabLab Torino e nel 2013, primo a Milano, è approdato al nostro FabLab Milano. Ovviamente tutto ciò che facciamo è basato sulla fabbricazione digitale, sul rapporto tra ciò che è digitale e ciò che è materia, ovvero la trasformazione dal bit all’atomo. L’icona che rappresenta ciò che facciamo è la stampante 3D, che è poi anche lo strumento che ci permette di capire in maniera molto semplice come funziona questo passaggio dallo spazio virtuale fatto di bit, che è il computer, allo spazio reale fatto di materia costruendo appunto oggetti con la stampante 3D. Al FabLab Milano affittiamo uno spazio molto grande: 350 mq interni e 350 mq di terrazzo, siamo vicini al Politecnico di Milano, Poli Design, e all’interno del nuovo polo manifatturiero di Milano. Per questo tra i nostri clienti e collaboratori abbiamo studenti, professori e aziende. Però chiunque può usufruire dei servizi che offriamo, primo fra tutti il “do it yourself” (fai da te, ndr): abbiamo uno spazio, degli strumenti, delle competenze e quindi ci sono delle risorse umane che si mettono a disposizione di chi ha bisogno di realizzare un progetto o se ha un problema con la sua stampante 3D e ha bisogno di una consulenza. Abbiamo creato una community di persone che frequentano lo spazio regolarmente e si mettono a disposizione degli altri o semplicemente svolgono il loro lavoro come in un qualunque coworking. Uniamo l’aspetto del fare legato alla fabbricazione digitale con l’aspetto del coworking, mettendo a frutto l’eterogeneità delle competenze e delle persone che frequentano lo spazio. Questa eterogeneità è molto importante perché spesso genera preziose sinergie. Grazie al coworking abbiamo ragazzi che si occupano di videogame, altri che si occupano di grafica, di crowdfunding, stagisti, ragazzi che fanno alternanza scuola-lavoro: cerchiamo di diventare sempre più un contenitore per catalizzare diversi contenuti, affinché questi possano diventare più trasversali possibili. Il fatto di avere dei ragazzi giovani, dei professionisti o in alcuni casi delle piccole startup ci porta a creare una sorta di filiera dove chi viene da fuori può trovare un servizio completo. Se qualcuno ha un bisogno inespresso, o un problema da risolvere, da noi è facile trovare una soluzione utilizzando diversi approcci. Ovviamente non siamo ferrati in tutto, né abbiamo questa aspirazione, però la passione che abbiamo nel condividere la conoscenza, che è poi la vera base culturale e motivazionale dei Fablab di tutto il mondo, ci porta ad essere sempre al passo coi tempi ed aggiornati e quindi il più delle volte riusciamo a trovare soluzioni più che soddisfacenti per i problemi più disparati.15965120_706044056240771_2646192397460527930_n

Cosa intendete per ritorno all’Umanesimo e al “saper fare”?

Siamo reduci da un periodo di depressione dovuto ad una crisi che ha messo in ginocchio il mondo intero, ma al tempo stesso, grazie ad internet, abbiamo avuto la fortuna di dar vita al movimento Open Source che ha facilitato la condivisione di tutto ciò che è legato al fare, cercando di connettere persone in tutto il mondo, rendendole informate ed abili su cose che poi un domani potrebbero fare in prima persona. Quindi il fatto di avere accesso a documentazione, informazione ed anche usare i social per condividere in maniera istantanea qualunque tipo di esperienza, genera un flusso di pensieri e di consapevolezza, che forse negli ultimi 30/40 anni si era un po’ perso. Il fatto di dover delegare ad altri e non saper fare, perché tanto c’è qualcuno che lo sa già fare, ha portato ad avere sempre meno coscienza su quello che si fa. È proprio trascurando il saper fare che alla lunga sono venuti fuori i problemi come la scarsa etica imprenditoriale a livello della sostenibilità, con aziende che si concentrano solo sul profitto senza tenere in considerazione quello che di negativo generano con le loro attività. Quindi dando maggior consapevolezza, facendo conoscere ed educando le persone anche su ciò che è ancora nuovo come la stampa 3D ad esempio, ci porta a ridurre i problemi e le eventuali criticità che sommate negli anni ci possono portare a un punto di non ritorno.

La fabbricazione digitale nasce dalla libera condivisione delle informazioni e spesso costituisce una sorta di passatempo, ma può diventare anche un’occupazione remunerativa?

L’Open Source, come dicevo prima dà una scintilla, con questa ci puoi accendere un fuoco, oppure spegnerlo. Quindi se hai passione in ciò che fai da quella scintilla può nascere una grossa fiamma. Non parlo di fiamme e scintille a caso, ma perché la passione è un vero e proprio fuoco, lo stesso fuoco che si è generato in me quando ho conosciuto i Fablab nel 2013. Inizialmente ho cominciato a dedicarmi a questo settore come volontario, come alcuni dei ragazzi che sono qui, e poi con la passione e la voglia di fare, lo spirito di sacrificio e la voglia di raggiungere un obiettivo, sono riuscito a diventare Lab Manager del FabLab, visto che con un partner che è diventato socio, Loris Dall’Ava, abbiamo creato una startup che è Sharing Mode che da spin off è diventata azienda finanziatrice del FabLab stesso. Ma il fatto di aver avuto la fortuna di creare un business grazie al FabLab non mi ha portato certo a mollare il FabLab; non mi sembrava corretto anche perché io e tutte le persone che fanno parte del FabLab abbiamo dentro di noi la voglia di condividere, ma soprattutto di migliorarci e migliorare. Quindi quando prendo gratuitamente un’informazione dalla rete dei makers, la faccio mia e poi la ricondivido, perché il mio amalgamare, aggiungere o magari togliere possa essere utile a qualcun altro e questo crea, oltre che ricchezza una crescita. Quindi non ho voluto abbandonare il progetto, bensì cercare di farlo crescere.17903575_754642051380971_4097720880410312305_n

Nel secolo scorso Gandhi ipotizzava che il movimento basato sull’autosufficienza locale dello Swadeshi potesse evolvere facendo in modo che si lavorasse da casa. Ci porteranno a questo le stampanti 3D?
Avendo noi un luogo fisico di riferimento, ma attingendo parte di ciò che facciamo da internet rendiamo locale ciò che è globale. Globale nel senso di rete, di network, di connessione con il mondo esterno. Essendo però locali abbiamo come punto di riferimento il luogo fisico in cui ci troviamo: siamo nel quartiere Bovisa e attraverso la nostra attività cerchiamo di far crescere il quartiere stesso con un valore aggiunto dato dalle nostre specifiche competenze. Ciò che lega molto il nostro quartiere con lo Swadeshi è il fatto che dando ad altri la possibilità di essere autosufficienti, riesci a produrre ricchezza, competenze, ed anche possibili partnership e sinergie che poi danno vita a nuovi progetti, nuove idee e nuovi sviluppi. Le stampanti 3D si trovano già in varie case e noi lavoriamo anche con numerosi privati cercando di aiutarli con i problemi che a volte sorgono con le loro stampanti domestiche.

Tra le varie idee che sono sorte, avete avuto quella di creare una rete di Fablab, è così?
Riguardo al progetto di network tra fablab, al momento devo ammettere che si sta rivelando di difficile realizzazione, almeno qui a Milano. Perché per quanto io abbia tutta la voglia di questo mondo di entrare in connessione con realtà locali milanesi, essendo dei progetti nati da privati, c’è una componente di sostenibilità economica che porta a guardare solo al proprio orticello. Quindi se io ho la mia società e questa mia società funziona, faccio fatica a collaborare con un altro che fa le mie stesse cose, perché magari ho paura che quell’altro mi soffi il lavoro. Ma questo modo di pensare è paradossale perché in antitesi con lo spirito che ha dato inizio al movimento dei fablab. Per cui, pur tra mille difficoltà a livello locale, portiamo avanti questo intento anche in altri modi, ad esempio con delle attività come il Fablab Tour che facciamo insieme ad Intel, abbiamo coinvolto altri 9 fablab per portare nuove competenze, strumenti e progetti da condividere grazie alla connessione tra noi. Quindi se adesso come FabLab Milano riusciamo a collaborare con i Fablab di Padova, Verona, Palermo, Cagliari, Roma, Bologna, Cuneo, Torino e altri ancora, è perché c’è una rete, dei valori condivisi, ma altri aspetti che ci distinguono e che rendono il valore specifico di ciascuno. Quindi il modo per disinnescare la competizione esistente tra i vari fablab è metterci intorno a un tavolo e cercare di evidenziare le nostre peculiarità: noi ad esempio siamo bravi con il 3D printing, altri con l’e-wearable, ovvero tutti quei dispositivi elettronici intelligenti che possono essere indossati, come lo smart whatch. In questo periodo con il Fablab Tour abbiamo lavorato intorno al concetto dell’”internet delle cose”: ovvero con la possibilità di mettere in connessione dei dispositivi online e controllarli da remoto o fare in modo che i dispositivi stessi si controllino tra loro da remoto. In questo caso l’e-wearable diventa uno strumento per controllare in maniera attiva le attività di altri dispositivi. Ho fatto l’esempio dello smart watch perché è quello più iconico, ma di wearables ce ne sono di diversi tipi ed esistono anche tanti progetti Open Source legati a questo concetto. Noi ad esempio ad un concorso di Intel abbiamo lavorato su un dispositivo che si chiama “Vita”, che attraverso un sensore è capace di rilevare i dati vitali di una persona per inviarli ad un parente o al proprio medico. L’internet delle cose entrerà sempre più a far parte del nostro quotidiano.12801312_554934371351741_6774308440964710098_n

Altri progetti?

Poiein: deriva dal greco e significa poesia. Gli abbiamo dato questo nome perché la poesia che vogliamo raccontare è quella del riuso di un oggetto che dovrebbe avere un valore ma è stato scartato a causa di un’imperfezione. Quindi insieme ad Anita Angelucci, una designer che ha avuto l’idea di riutilizzare questi oggetti, abbiamo deciso di riutilizzare gli scarti realizzati con il vetro di Murano lavorato. Il valore economico di un manufatto realizzato con vetro di Murano in origine è altissimo. Il mastro artigiano però quando inizia a plasmare il vetro, se trova delle venature o delle imperfezioni che reputa troppo pregiudicanti per il valore dell’oggetto finale, butta via l’oggetto. Sicché Anita ed io abbiamo cercato di ridare valore a questo oggetto e, visto che spesso l’oggetto in questione non ha una forma ben definita che permetta una vera e propria funzione, abbiamo deciso di farci aiutare dalla tecnologia 3D raccontando l’ibridazione tra l’artigianato classico e quello attuale, ovvero l’artigianato digitale. Per fare ciò abbiamo scansionato in 3D l’oggetto, unico nella sua imperfezione, per costruire, tramite modellazione 3D un reticolo che faccia da protesi all’oggetto. In questo modo sia la protesi che l’oggetto diventano funzionali e dipendenti l’uno dall’altro e l’oggetto originario può diventare così da scarto che era, ad esempio un vaso porta fiori.

Cos’è per te l’Italia che cambia?

Dopo questo periodo di crisi che ha messo in ginocchio tutti quanti, questo è un momento di reset dove tutti partiamo più o meno da zero e quindi è un’occasione per ripartire e magari costruire una strada migliore. Il vento del cambiamento soffia già da tempo, per cui gli strumenti ci sono, le tecnologie e le informazioni sono sempre più accessibili, quindi cerchiamo di rimboccarci le maniche e riprendere la cultura del fare che ha contraddistinto l’Italia negli ultimi secoli. Pur essendo consapevole che ci saranno sempre degli ostacoli da superare, il mio auspicio è che ci diamo da fare perché le possibilità ci sono, basta crederci!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-176-fablab-milano-fabbricazione-digitale-incontra-condivisione/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni