Sant’Agabio: il quartiere resiliente che riscopre la bellezza del vicinato

Sant’Agabio è un quartiere della periferia di Novara, conosciuto per le sue numerose problematiche sociali ed economiche. Oggi si è reinventato grazie all’impegno di tutti i suoi abitanti, gli enti e le associazioni che qui vivono e che hanno fatto di Sant’Agabio un vero e proprio quartiere resiliente, dove si valorizza la diversità, si aiuta chi ha bisogno e si mette in pratica l’autoproduzione, stimolando le persone a rimanere e a credere che “insieme si può fare”.

«Viviamo in una società in cui conosciamo centinaia di persone lontane ma abbiamo perso la bellezza del contatto con i nostri vicini di casa». Queste parole rispecchiano un pensiero comune che ci viene spesso testimoniato dalla moltitudine di persone che abbiamo incontrato nei nostri viaggi in giro per l’Italia. Una frase che rivendica il potere della vicinanza, la semplicità del quotidiano e il contatto con chi ci circonda, che ci appaiono ormai come un ricordo d’altri tempi. E proprio oggi, per mezzo della tecnologia, dei social e dei viaggi, siamo sempre alla ricerca di qualcosa più lontano da noi, dimenticandoci che al di là della porta di casa esiste un mondo fatto di persone in carne e ossa che ci circondano e sono tutte da scoprire. Oggi vi raccontiamo la storia di un quartiere che sta ribaltando questo modo di vivere e dove è nata una comunità resiliente che si aiuta e si sostiene, mostrando proprio a quei vicini di casa che prima non si conoscevano la bellezza di incontrarsi fuori dal proprio uscio.

È proprio questo è il caso di una grande storia che nasce come soluzione a un grande problema. Ci troviamo nel quartiere popolare di Sant’Agabio, nella periferia di Novara. Un quartiere caratterizzato da un’alta percentuale di immigrati che rende la convivenza una grande sfida, dai molti giovani che finiti gli studi non riescono a trovare lavoro, dalla solitudine degli anziani, dalla vicinanza con uno dei poli chimici più grandi di Italia che contribuisce alla percezione generalizzata di degrado. Insomma, una quantità così grande di problemi che sembrano non lasciare speranza eppure tre anni fa è successa una magia che sta totalmente rivoluzionando il modo di vivere del quartiere. I protagonisti di questa storia sono Franco Bontadini e Stefania D’Addeo che in questa magia hanno creduto, facendo risvegliare un quartiere ormai assopito. «Il nostro sogno era quello di trasformare questo quartiere in un luogo dove le persone si possono incontrare, dove riscoprire il senso di vicinato, dove passare il tempo insieme e poter trovare un aiuto quotidiano. Quando siamo venuti a conoscenza di un Bando di Fondazione Cariplo che si chiama “Costruiamo comunità resilienti” ci siamo detti, “perché no”?».

Così nasce Sant’Agabio Resiliente grazie all’associazione Savore (associazione Sant’Agabio Volontari Resilienti), creata appositamente per riunire le diverse associazioni locali e far rivivere un quartiere che aveva perso ogni speranza. Ma come si crea una comunità resiliente? Ce lo hanno raccontato Franco e Stefania spiegandoci che «una comunità resiliente è una comunità fatta di persone che diventano autonome e capaci di affrontare insieme i cambiamenti e le difficoltà». Tutte le iniziative e i progetti nascono per uno scopo, quello di essere autosufficienti, cercando e trovando tutte le risposte all’interno del quartiere.

Come ci spiega Franco nel video, «non ci facciamo le nostre cose ma le facciamo insieme agli altri».  Ci sono dei negozi sfitti da anni? Allora l’associazione ha acquistato alcuni locali dove ha organizzato laboratori, feste e momenti di incontro tra gli abitanti. C’è una carenza educativa? Il quartiere ha creato una biblioteca che ha chiamato “babiloteca” dove si custodiscono libri di tantissime lingue diverse a cui possono accedere persone di tutte le nazionalità.

Si è dimenticata la cultura del fai da te? In risposta l’associazione ha organizzato corsi di autoproduzione, di panificazione, di creazione artigianale di conserve. Come ci raccontano, «Pensiamo che tra le caratteristiche di una popolazione resiliente vi sia la capacità di alimentarsi in modo indipendente, sano e sapendo riconoscere i prodotti di qualità. All’esterno abbiamo un grande prato dove gli anziani del quartiere coltivano frutta e verdura nei nostri orti urbani, facciamo grigliate, castagnate e qui i più giovani possono praticare sport a contatto con la natura».

Mancano occasioni di incontro tra le persone? Il quartiere ha puntato sulla condivisione della cultura e del saper fare. Così sono nati laboratori per tutte le fasce di età come corsi di arabo per i bambini che a scuola imparano l’italiano ma che non hanno perso l’abitudine di parlare la propria lingua per poter comunicare con i propri familiari lontani. Sono nati anche corsi di cucito insieme alle studentesse di un istituto di Moda di Novara che qui svolgono lezioni per ottenere crediti formativi. Sono stati attivati corsi di riuso e riciclo creativo, laboratori di cucina, di arti pittoriche grazie alla partecipazione di insegnanti in pensione. Si svolgono attività con i ragazzi e le ragazze down che qui possono destreggiarsi in lavori manuali. Come riportato nel video, una volta al mese c’è il “mercatino resiliente” a cui partecipano hobbisti e creativi del quartiere che hanno perso il lavoro e che vendono le proprie creazioni realizzate con materiali di recupero come gioielli in plastica o cialde del caffè e realizzano borse e grembiuli attraverso il recupero di stoffe e vecchi jeans. «Abbiamo pensato a un mercatino resiliente perchè in questa zona il livello economico e la povertà si percepiscono con mano e lo scambio e il riuso diventano pratiche che possono fare davvero la differenza». Infatti, nel quartiere, si valorizza anche il riuso come nel caso di giocattoli per bambini che vengono donati di famiglia in famiglia o lo scambio di oggetti e vestiti che sono di troppo negli armadi.

In questi anni, grazie al progetto “Costruiamo comunità resilienti” sono sempre più numerosi gli abitanti che hanno deciso di non “fuggire” dal quartiere ma di rimanere. Come ci viene spiegato da Franco e Stefania, «Il bello è che a Sant’Agabio si è creata una cultura mista di persone che è molto tollerante. Qua si può organizzare una festa musulmana all’oratorio o una festa cattolica nel circolo. Ognuno fa le cose che ritiene di valore per la propria comunità di origine e questo bisogno è accolto positivamente da tutti. Per il futuro del quartiere vorremmo far crescere questo senso di comunità. Far scoprire agli abitanti che le opportunità sono proprio sotto casa e non c’è bisogno di guardare più lontano per trovare nuove occasioni». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/sant-agabio-quartiere-resiliente-riscopre-bellezza-vicinato/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Baratto del Fare: il paese che sostituisce il denaro con la cultura del dono

Ci troviamo a Omegna, sulle sponde del bellissimo lago d’Orta. Qui un gruppo di mamme e amiche, spinte dal desiderio di creare una comunità solidale, hanno coinvolto gli abitanti e le associazioni del luogo in un bellissimo progetto che vuole dimostrare che non sempre i soldi fanno la felicità. Nasce così il “Baratto del Fare” un’iniziativa che promuove lo scambio di tempo, competenze, saperi e oggetti materiali, bandendo il denaro e facendo un dono a tutta la comunità.

Oggi vi raccontiamo la storia di un gruppo di mamme e amiche che a Omegna, in Piemonte, hanno fatto della cultura del dono e dello scambio il loro cavallo di battaglia per rispondere a quest’emergenza. Abbiamo conosciuto Marta Orlandi che nel paese sta contribuendo a creare un modello dove il denaro non è al centro di tutto ma lo sono la solidarietà e i piccoli gesti quotidiani.

«All’interno della nostra cerchia di amicizia ci siamo sempre aiutate, ma è solo recentemente che abbiamo deciso di dare il nostro contributo per rendere il periodo che stiamo passando meno difficile per tutti». E lo stato di emergenza non poteva che essere il momento ideale per riscoprire valori ormai dimenticati e il senso di buon vicinato. «Ci siamo rese conto che è proprio in assenza di denaro che si possono utilizzare mezzi alternativi e praticare atti di solidarietà».

Così nasce il Baratto del Fare, promosso da Marta e dal suo gruppo di Mutuo appoggio chiamato “Viceversa”: si tratta di una rete di solidarietà che promuove lo scambio di tutto ciò che non sia denaro e che ci aiuta a riscoprire il senso di umanità e generosità spesso dimenticate della comunità in cui viviamo. L’idea è quella di mettere in contatto chi ha la possibilità di donare con chi si trova nella reale necessità di ricevere un aiuto pratico nelle faccende quotidiane. Parliamo di tempo, competenze, braccia forti, consigli, oggetti materiali, abilità personali e saperi.

Il baratto del fare vuole superare la logica del “dare per ricevere” facendo sì che il dono sia spontaneo perché si ha qualcosa da offrire mentre chi riceve non deve sentirsi obbligato a restituire il favore. Come ci spiega Marta Orlandi, in un momento storico in cui le risorse economiche risultano in sofferenza, diventa fondamentale valorizzare strumenti alternativi allo scambio di denaro.

«In questo periodo di isolamento mi sono immaginata come ci ritroveremo dopo, se avremo imparato qualcosa di nuovo, se vorremo proseguire su un nuovo sentiero fatto di rispetto, ascolto e cura. Io vorrei ripartire con le scarpe vecchie ma il cuore rinnovato per prendermi cura del mondo, del vicino e di me stessa».

L’iniziativa prevede una stretta collaborazione con l’associazione Mastronauta, già promotrice del baratto di abiti ed oggetti che ha luogo a Omegna due volte l’anno e con l’associazione Dragolago che si occupa di integrazione sociale e solidarietà dal basso.

«Abbiamo creato un gruppo facebook in cui gli abitanti devono semplicemente compilare un form scrivendo quale aiuto possono offrire alla comunità, di cosa si ha bisogno o, volendo, entrambi. Ciò che ci ha stupite è che la risposta è stata più grande di quella che ci aspettavamo e in poco tempo hanno aderito un centinaio di persone, aumentando di volta in volta. Per via del distanziamento sociale lo scambio avviene a distanza ma non vediamo l’ora di poterci finalmente incontrare di persona».

Al momento sono tante le proposte offerte e le richieste di aiuto. Come ci spiega Marta, in molti hanno chiesto di poter accedere a prodotti alimentari a km0, a frutta e verdura, ma anche all’aiuto scolastico, a un supporto all’utilizzo della tecnologia e alle lezioni di cucito creativo.

«Qualche giorno fa ci ha scritto una persona che chiedeva aiuto nel tenere pulito il proprio terreno e successivamente un vicino ci ha contattati esprimendo il desiderio di potersi prendere cura di un orto». Questo ci dimostra che, nel nostro vicinato, siamo già in possesso di tutto ciò che ci può servire e che se superiamo il concetto del “mio” e del “tuo” ci rendiamo davvero conto di quanta ricchezza c’è intorno a noi».

Ad esempio, chi ha un orto, nel periodo in cui il raccolto delle zucchine sarà abbondante, potrà offrirle a chi in questo momento non ha la possibilità di coltivare, sapendo che ci sarà un momento in cui, se avrà una necessità, potrà essere appoggiato da una comunità che ha scelto la condivisione come suo punto di forza. Come ci ricorda Marta, «È importante ricordarci che in fondo abbiamo tutti le stesse necessità, ognuno nella propria unicità in quanto i bisogni di una persona sono spesso i bisogni della collettività che la circonda. Questo periodo ci ha messo di fronte alla consapevolezza che come esseri sociali abbiamo bisogno delle altre persone, che da soli non possiamo arrivare dappertutto ed è fondamentale utilizzare questo momento per aprirci, fidarci e affidarci agli altri».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/baratto-del-fare-paese-sostituisce-denaro-cultura-dono/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Una comunità agricola nella capitale: nasce la prima CSA di Roma

Ispirata ad Arvaia, è nata “Semi di comunità”, la prima CSA romana. Si tratta di una forma di organizzazione pensata per produrre e distribuire prodotti agricoli in modo nuovo e collaborativo e, al contempo, tessere relazioni umane basate sulla condivisione e le buone pratiche di sostenibilità. Anche a Roma… si può!

“Il cibo può essere una dimensione attraverso la quale possiamo trovare delle connessioni. La ricerca di buon cibo locale può diventare parte della costruzione della comunità. Tra le città europee Roma possiede i più ampi spazi dedicati al verde e dove c’è verde può nascere buon cibo. Insieme agli agricoltori si possono creare luoghi per la rigenerazione dell’economia, della democrazia, della conoscenza e della nostra libertà”. 

Mentre ascolto il racconto di Saverio e Alice sulla nascita della prima CSA romana, mi tornano alla mente le parole pronunciate da Vandana Shiva mentre parlavamo di sovranità alimentare in uno dei tanti orti/giardini inaspettati della capitale. Il tema della terra, dell’agricoltura, solidale e sostenibile, della provenienza del cibo che mangiamo, della sua produzione, e conseguentemente della nostra salute, è un tema centrale nel cambiamento di paradigma. Ad esso si legano strettamente molti temi, compreso quello, meno scontato, del tessere relazioni e ricreare comunità. Un aspetto ben chiaro a questa neonata CSA che non a caso si chiama Semi di Comunità e in seno a due comunità è stata ideata, ponendo come base del progetto “la creazione di una comunità agricola di persone e competenze”.

Ma che cosa è una CSA?

Il termine CSA significa Comunità che Supporta l’Agricoltura ed è una particolare forma di organizzazione, in cui la comunità dei soci è legata da un reciproco impegno di collaborazione. Tutti i soci prendono insieme le decisioni sulle scelte aziendali, sostengono la produzione e si distribuiscono cibo fresco, sano e prodotto nel rispetto dell’ambiente. Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da tra tutti soci. In Italia la prima CSA è stata quella di Arvaia, fondata nel 2013, una delle storie che abbiamo raccontato e da cui Semi di Comunità ha tratto ispirazione e sostegno. 

“I semi di questo progetto risalgono a un anno e mezzo fa. Io sono arrivato quando si era da poco costituito un gruppo incubatore di idee – racconta Saverio Inti Carrara, uno dei soci lavoratori della CSA – Tutto è partito da due comunità che fanno parte dell’associazione nazionale MCF “Mondo di Comunità e Famiglia”, quella di Casale Vecchio, a Prima Porta, dove ci sono anche i campi che coltiviamo, e l’altra in zona Bufalotta, La collina del Barbagianni. In questo gruppo lavoravamo su varie idee e buone pratiche da poter trasferire anche nel mondo del lavoro e che avessero come base la solidarietà, l’etica, l’uguaglianza. Ho fatto studi artistici ma a 23 anni ho deciso di dedicarmi all’azienda familiare, un’azienda agricola biologica nel bergamasco. Per 5 anni mi sono occupato del frutteto, dell’orto, facendo di tutto, dalla potatura alle consegne ed ho poi continuato a lavorare e sperimentare anche una volta approdato a Roma”. 

Un’esperienza che ha fatto ben comprendere a Saverio come in agricoltura ci siano pochi margini economici. “Poi un giorno ho ricevuto una mail in cui si parlava di Arvaia e sono partito, sono andato a trovarli , ho riportato l’idea che avevo trovato al gruppo ed abbiamo deciso di intraprendere la strada della CSA. Due soci di Arvaia sono poi venuti da noi per due giorni e abbiamo allargato la condivisione dell’idea, coinvolgendo attraverso il passaparola tra le persone che ruotano intorno a queste due comunità. Ed è stato tutto molto veloce, il 23 gennaio di quest’anno abbiamo costituito la cooperativa. C’erano già circa cinquanta persone interessate e volevamo tenere alto questo interesse partendo con la produzione dalla primavera. A livello pratico, i lavori sui campi sono iniziati a metà marzo. Abbiamo autocostruito insieme ai soci quattro serre, seminato 10000 piante, sistemato il vivaio, pulito i campi che abbiamo in affitto dalla comunità in via del Prato della Corte 1602/a, all´interno del Parco di Veio. Ci sono 2 ettari e mezzo di terreno coltivabile e altrettanto di bosco e sono campi già certificati biologici”.

Come funziona la CSA

A raccontare come funziona la CSA è Alice Bognetti, l’altra attuale socia lavoratrice, che è arrivata a settembre a cavallo della prima assemblea pubblica in cui si cominciava a proporre il progetto già delineato. “All’interno della CSA ci sono diversi tipi di socio. C’è il “socio semplice” che aderisce alla cooperativa attraverso un contributo di 100€ al capitale sociale, e che, come tutti gli altri può partecipare alla fattoria didattica, alle giornate conviviali e di scambi di sapere, e alla produzione, contribuendo volontariamente con qualche giornata di lavoro durante l’anno. Ci sono poi i soci sovventori e prestatori, che con nostro grande stupore sono arrivati sin da subito, che fanno donazioni a fondo perduto o prestiti alla cooperativa. E ci sono i soci lavoratori che garantiscono il raccolto, stilano un piano delle colture e sottopongono il bilancio dei costi a tutti i soci per l’approvazione. Secondo il nostro piano ideale dovrebbero essere una persona a tempo pieno e due part time ma attualmente c’è una persona full time e un partime diviso tra due soci lavoratori. Infine i soci fruitori a cui spetta settimanalmente una parte dei prodotti coltivati”.  

“Un punto cardine della CSA è l’asta delle quote – prosegue Saverio – Prima dell’asta viene condivisa con i soci la proposta di piano economico annuale che comprende tutti i costi previsti e, in base a questo, si calcola il costo di una quota ideale, facendo una divisione per il numero di soci fruitori. Se ad esempio si prevedono 80000€ di costi e abbiamo 100 soci, la quota ideale sarebbe 800€ a testa, questo significa che se ognuno mettesse 800€ il progetto sarebbe sostenibile e si potrebbe partire con la produzione.

L’asta però è uno strumento che serve anche per garantire l’accesso alla CSA alle fasce meno abbienti, quindi durante l’asta si concorda un valore minimo, inferiore alla quota ideale, e uno massimo, superiore alla quota ideale, e ogni socio scrive la cifra che può dare. A questo punto si calcola il totale raggiunto e, se ad esempio mancano 2000€ per raggiungere le previsioni di spesa, si propone di dividerli fra tutti i soci fruitori. Nel caso di 100 soci sarebbero 20€ a testa in più. Quest’anno però non è stato possibile perché sapevamo già che non avevamo i numeri per farlo, la quota ideale sarebbe stata altissima e abbiamo quindi stabilito una quota fissa di 800€ scommettendo che il progetto che si allargasse. Oggi i soci sono arrivati a 100 e a 40 le quote per quanto riguarda i soci fruitori. Considerando che si possono acquisire anche mezze quote, sono circa 60 i soci fruitori. Ma per essere sostenibili abbiamo bisogno di arrivare almeno a 50 quote. Anche se dalla seconda metà maggio inizieremo la distribuzione, continueremo la campagna per l’acquisizione di nuovi soci”. 

Le quote, che si possono pagare in due rate entro la fine di giugno, garantiscono 5/6 chili di verdura a settimana per le quote intere, e ¾ chili per le mezze quote, per 48 settimane l’anno, escludendo quindi il mese di agosto durante il quale le porte dell’azienda rimangono aperte a chi vuole prendere li prodotti in autonomia.

Semi di comunità ha già anche un piano per la distribuzione che conta sette punti della città: il primo direttamente in azienda, uno presso la comunità de La collina del Barbagianni, presso un vivaio in zona Monteverde, a Capena e in due parrocchie a Piramide e Nomentana e a Testa di Lepre. 

“L’intento della CSA è sì distribuire il prodotto ma anche creare rapporti umani, comunità, per fare questo ci siamo di nuovo ispirati ad Arvaia anche per la distribuzione. Dall’azienda partono delle cassette monovarietari e nei punti di distribuzione c’è una bilancia e una bacheca con la lista delle persone e le quantità di prodotti per tipologia che ognuno può prendere in autonomia e in fiducia. E poi c’è una cassetta per gli scambi. Ciò che eventualmente avanza viene lasciato a chi ci ospita per la distribuzione. Da statuto la nostra idea è quella di una cooperativa a impatto zero, che si basa sul riuso e sul minor spreco di cibo, di materie e non solo. E questa sarà una delle nostre sfide”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/comunita-agricola-capitale-nasce-prima-csa-roma/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Un erasmus per imparare il futuro: Italia e Germania si incontrano

Grazie ad un progetto di interscambio che ha unito Inwole e Italia che Cambia abbiamo avuto la possibilità di vivere, come organizzatori e formatori, una settimana di condivisione con un gruppo di tedeschi giunti dalla Germania per conoscere e sperimentare l’Italia in cambiamento verso un futuro più sostenibile. Sostenibilità, educazione, connessione, rete. Sono questi gli elementi chiave dell’incontro residenziale che si è tenuto dal 22 al 28 aprile tra Firenze, Umbria e Bologna. L’occasione un progetto Erasmus+ per attività di mobilità per l’educazione degli adulti dal titolo “Lernen für die die Zukunft” (“Imparare per il futuro”) che ha unito due realtà già connesse: Inwole e Italia che Cambia.

Il gruppo a Panta rei, sul lago Trasimeno, dove ha trascorso tre giorni di lavoro e condivisione

Questo progetto di interscambio tra attori e formatori del cambiamento, italiani e tedeschi, ha infatti già forti radici. Luca Asperius, tra i fondatori di Italia che Cambia e responsabile dei nostri portali territoriali, berlinese d’adozione da quasi 10 anni, ha realizzato insieme ad Alexandre Schütze e Hannes Gerlof, due portali sul modello di quello italiano già attivo in Piemonte, uno dedicato a Berlino e uno dedicato alla regione del Brandeburgo.  

“La collaborazione con Inwole è ormai attiva e ben strutturata da diversi anni, da quando è stato lanciato il portale regionale Brandenburg im Wandel – racconta Luca – In particolare poi insieme a loro abbiamo avuto la possibilità di presentare nel 2017 qui in Germania alcune storie del cambiamento italiano, sottotitolando in tedesco alcuni dei video di Italia che Cambia, e di presentare Italia Che Cambia insieme a Daniel e Andrea. La cooperazione nel progetto Erasmus+ è stata quindi un’evoluzione naturale della collaborazione”. 

Inwole è un’associazione molto attiva a Potsdam (Brandeburgo). Le principali aree su cui si muove il progetto sono la formazione, il lavoro creativo e artigianale, l’economia solidale, la mobilità, l’educazione alla sostenibilità, i progetti antirazzisti e di cooperazione internazionale, così come progetti di integrazione. Tra i membri dell’associazione ci sono molti abitanti del progetto di cohousing Projekthaus, dove ha sede l’associazione e vengono svolte la maggior parte delle attività, negli spazi e nei laboratori della struttura, un luogo per l’implementazione pratica delle alternative sociali in cui iniziare a rendere possibile la convivenza sociale e una società di solidarietà.

A Perugia, guardando gli orti sinergici

Un laboratorio di sperimentazione proprio come lo è stato per tutti noi anche questa prima esperienza insieme in Italia, in cui mi sono trovata insieme ad Andrea Degl’Innocenti e Luca Asperius nel doppio ruolo di organizzatrice e formatrice. È sempre una grande ricchezza il confronto, la condivisione di strumenti, la convivenza, soprattutto in un gruppo così eterogeneo per età, con persone afferenti a progetti ed ambiti di interesse diversi, con aspettative differenti. Parte del cammino sta nel sintonizzarsi, nel riscoprire gli elementi di coesione sui quali convergere e nel mettersi in gioco nella diversità. 

“In generale sono molto contento, soprattutto in virtù del fatto che era la prima volta che organizzavamo un corso-viaggio del genere (anche se a livello italiano abbiamo comunque accumulato una discreta esperienza con i nostri corsi) – continua Luca – È stata sicuramente un’esperienza molto intensa, anche impegnativa dal punto di vista della logistica e dell’organizzazione e per quanto mi riguarda personalmente dell’interpretazione, essendo io l’unico o quasi del gruppo a parlare sia italiano che tedesco. Anche i feedback dei partecipanti sono stati molto positivi, in particolare riguardo alle uscite didattiche che abbiamo potuto organizzare con i progetti della nostra rete”. 

Oltre a tre giorni intensivi di lavoro insieme a Panta Rei, sul lago Trasimeno, i 15 partecipanti tedeschi hanno avuto infatti l’opportunità di incontrare alcuni progetti nelle città che abbiamo attraversato, dai quali trarre ispirazione e spunti per il lavoro che abbiamo portato avanti nei vari gruppi di lavoro.

Antonio di Giovanni presenta Funghi espresso (Firenze)

E proprio da questi incontri sono forse arrivate anche per noi le sorprese più interessanti. “Tra le tante cose forse quella che mi ha colpito di più è stata l’accoglienza e la disponibilità da parte dei progetti italiani che abbiamo scelto di visitare, segno anche del grande lavoro che stiamo portando avanti come Italia Che Cambia anche dal punto di vista delle relazioni umane”, prosegue Luca. “Anche se eravamo noi a condurli alla scoperta di città, progetti e persone, sono io per primo ad aver scoperto nuove cose o nuovi aspetti di storie che conoscevo già e che avevamo raccontato su Italia che Cambia”, aggiunge Andrea. C’è sempre un fattore di scoperta possibile e su questo si è giocato tanto di questo primo incontro intensivo che ripeteremo, forti di ciò che ci ha entusiasmato e di ciò che sarebbe potuto andare meglio, a fine settembre. Intanto abbiamo tessuto relazioni, approfondito progetti, acquisito nuovi strumenti e competenze, e gettato le basi concrete di uno scambio più forte tra la Germania e l’Italia in Cambiamento (ma questo lo scoprirete presto…).

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/erasmus-per-imparare-futuro-italia-germania-si-incontrano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Centrocontemporaneo: le antiche botteghe rinascono grazie all’arte

Riaprire le botteghe storiche per favorire la rinascita culturale e sociale del centro storico di Catania. Il progetto di rigenerazione urbana Centrocontemporaneo ha avviato una vera e propria rivoluzione strappando dal degrado il centro catanese e trasformandolo in un luogo vivo e ricco di idee, arte, condivisione e bellezza. “In un momento in cui tutte le botteghe storiche del centro venivano chiuse, noi abbiamo accettato la sfida e abbiamo provato a riaprirle”. Comincia così il racconto del progetto di rigenerazione urbana Centrocontemporaneo da parte di Alessandro, uno dei fondatori. Il primo passo è stato proprio quello di credere nel cambiamento: dal basso, sostenibile, di lungo periodo. E poi? “Abbiamo cominciato a far aprire i palazzi, per trasformare ogni cortile in un luogo di produzione culturale”, prosegue. Socialità e condivisione sono infatti altri due pilastri di questo percorso che ha pochi eguali in Italia e che ha trasformato in pochi mesi il “quadrilatero dell’arte” del centro storico di Catania in un luogo vivo e frequentato, strappandolo al degrado e restituendolo alla cittadinanza.

Da questa zona centrale è partita una grande rivoluzione che sta ridefinendo l’idea stessa di città: non più un ammasso di case, strade e negozi che ospita semplicemente i cittadini, ma un organismo con una sua identità, nata grazie all’unione delle tante anime che lo compongono. Il minimo comune denominatore? L’arte!

Dal 2013 Centrocontemporaneo lavora per ridisegnare il volto urbano di Catania attraverso pedonalizzazioni, mobilità ciclabile, fiori e piante che abbelliscono i marciapiedi. “Le botteghe che abbiamo fatto riaprire in questi anni rifioriscono di idee, di arte, di musica e di bellezza”. Tantissimi artisti – prevalentemente locali, ma anche provenienti da fuori – si esibiscono coinvolgendo le attività commerciali e gli abitanti del quadrilatero dell’arte.centrocontemporaneo

La bellezza dunque ha salvato questa porzione di città. Non solo! Ha anche rimesso a nuovo il suo tessuto sociale ed economico: “Sono tutte attività – spiega Nino, un altro dei fondatori – che hanno un’ispirazione di tipo artistico e artigianale e che campano con questo”. Arte e artigianato che garantiscono una fonte di reddito? In Italia (purtroppo!) si vede raramente, ma qui a Catania succede!

Il vero obiettivo del Centrocontemporaneo è conquistare la città. Ambizioso certo, ma non impossibile! Come? Attraverso la bellezza condivisa, la partecipazione, il cambiamento dal basso, l’arte, l’artigianalità.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/io-faccio-cosi-222-centrocontemporaneo-le-antiche-botteghe-rinascono-arte/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Tre amiche aprono un bar portineria a Milano. Ed è subito casa

Il ritiro di pacchi è il servizio più richiesto, ma anche il banco alimentare è stato apprezzato da subito. Dall’idea di tre giovani amiche è nato nel centro di Milano il bar “Portineria 14” pensato per rispondere alle varie esigenze quotidiane degli abitanti della zona e ricostruire il tessuto sociale del quartiere. Quante volte ci è sembrato di essere soli ad affrontare i piccoli problemi quotidiani della giungla metropolitana? Il ritiro di un pacco, la necessità di affidare un duplicato del mazzo di chiavi, l’esigenza improvvisa di un idraulico o un elettricista. Con l’intento di rispondere – in maniera completamente gratuita – alle esigenze di ogni giorno, è nato il bar Portineria 14. Fondato nel 2016 da Francesca, Federica e Manuela, si trova a Milano in zona Ticinese, Via Troilo per l’esattezza, ed è un vero e proprio punto di riferimento nel quartiere.20031551_1524037020950358_8796505259937785235_n

“Siamo tutti connessi, tutti iper-tecnologici – spiega Francesca, una delle tre fondatrici – ma siamo diventati indifferenti e non ci occupiamo più di chi ci sta intorno”. Il bar-portineria nasce quindi con l’idea di ricostruire il tessuto sociale del quartiere, per entrare in relazione con le persone e ritrovare fiducia nel prossimo. “Se una persona entra nel nostro bar per chiedere un favore, anche se non ha a che fare con il nostro decalogo – precisa Francesca – al 99% quel favore gli sarà fatto”.

Il servizio più richiesto? Senza dubbio il ritiro di pacchi. Tutti ormai fanno ordini su internet e la reperibilità può essere un problema. Ma in Via Troilo la porta è sempre aperta, e il ritiro può avvenire fino a tarda sera. Da due settimane poi è stato avviato anche un banco alimentare che ogni giovedì dalle 11 alle 19 regala pacchi di spesa a chi ne fa richiesta. Non serve dimostrare di averne bisogno, è tutto fondato sulla fiducia reciproca. Possono venire i diretti interessati o chi pensa di conoscere qualcuno che potrebbe usufruirne.14095863_1198357583518305_3887483987412679387_n

Le fondatrici di Portineria 14

L’iniziativa è stata accolta con grande entusiasmo e nelle prime due giornate sono già state distribuite 27 spese, il primo giovedì, e 39 il secondo. Tutta la rete  di “Portineria 14”, fondatrici del bar comprese, contribuisce in maniera volontaria alla raccolta di cibo per il banco: chi porta un pacco di pasta, chi una scatola di riso, chi un cartone di latte. Per il quartiere quello che fanno le tre donne di “Portineria 14” è qualcosa di eccezionale, ma per Francesca è la normalità. “In una grande città come Milano quello che facciamo può sembrare straordinario, ma non dovrebbe essere così. Quello che facciamo mi sembra normale e penso che dovrebbe esserlo per tutti”.

Il bar è quello che Francesca considera il lavoro vero e proprio, i servizi offerti sono un’attenzione nei confronti del prossimo. La scelta dei prodotti cerca di offrire la massima qualità mantenendo il giusto prezzo, senza rincarare i costi.14642140_1235588039795259_2505070069421771423_n

Trovare un posto come “Portineria 14” è difficile, esistono luoghi simili – neanche troppo lontani dal bar di Francesca, Federica e Manuela – ma i servizi che offrono sono a pagamento. Altri invece si sono ispirati a questo bel progetto mantenendo intatto lo spirito di gratuità, come è stato nel caso del bar “La Cupola” a Varese, i cui proprietari hanno deciso di diventare portinai del quartiere.

“Sogno di veder nascere una rete di locali ispirati a questo progetto”, confida Francesca. E in effetti un primo passo è già stato fatto.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/tre-amiche-aprono-bar-portineria-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Anna e la sua libreria che regala i libri

Non si vendono né si comprano: in questa libreria chi lo desidera può prendere un libro, senza lasciarne necessariamente un altro in cambio. È questa la filosofia di Libri Liberi, un’esperienza avviata qualche anno fa a Bologna e replicata in altre parti d’Italia. Nel centro di Bologna c’è una libreria nella quale i libri non si comprano né si vendono. Vista la premessa, la mente potrebbe correre al cosiddetto “bookcrossing”.  Anche chi non conosce il termine avrà probabilmente notato che, durante gli ultimi anni, in locali, stazioni sale d’attesa, è sempre più comune trovare scaffali pieni di libri, che si possono prendere, leggere e poi riporre nuovamente in qualche altro luogo simile. Ecco, la libreria di cui vi racconterò è un’esperienza diversa, anche se un po’ simile.IMG_11541

Anna Hilbe e la sua libreria (Foto di Giulio Cioffi)

Libri Liberi, nata nel 2012 per opera di Anna Hilbe, raccoglie e seleziona i libri di quelli che, per un motivo o per l’altro, decidono di liberarsene, e li dona a chiunque voglia leggerli. Se il bookcrossing prevede “un libro per un libro”, in questo luogo non ci sono limitazioni: si può decidere di tenere il volume scelto, di riportarlo, di portarne un altro, o tanti altri, o nessuno in cambio. All’inizio le persone, abituate a un tipo di scambio do ut des, sono in imbarazzo. Alcuni dicono “se non ho un libro da lasciare, io non prendo niente”, nonostante l’invito a portare a casa il volume desiderato. Anna racconta che recentemente, una ragazza che non era mai venuta, continuava a chiedere incredula: “ma davvero posso prendere questo libro?”. Pur in assenza di regole, l’equilibrio fra doni fatti e ricevuti, necessario per la sostenibilità della libreria, viene mantenuto grazie ad un meccanismo che Marshall Shalins avrebbe definito di “reciprocità generalizzata”. Si tratta della stessa modalità di scambio tipica delle famiglie, in cui sono frequenti doni e favori di vario tipo senza che la quantità, la qualità o la tempistica siano necessariamente corrispondenti. Anna, oltre ad aver avuto l’iniziativa per costruire questo luogo, è anche colei che paga affitto e bollette favorendo, attraverso la sua generosità, nuovi circoli virtuosi.11140257_846152572130612_5177357042434078974_n

Lo spazio è piccolo, a volte troppo piccolo per contenere tutti i libri che arrivano, così che una parte dei volumi viene collocata all’interno del garage di fronte, il cui proprietario ha concesso un pezzettino di parete a Libri Liberi. Alcune enciclopedie, per cui non c’era spazio, sono state regalate a Làbas, oggi purtroppo sgomberato, mentre molti dizionari e atlanti vengono consegnati ad associazioni e cooperative impegnate nell’insegnamento dell’italiano per i migranti.

Libri Liberi è aperta cinque giorni a settimana e ad Anna si affiancano dei volontari, che “hanno grandi scambi in chiacchiere con quelli che vengono a prendere i libri”. È un posto dove Anna dice di imparare molto: “Vengono segnalati autori e autrici che non conosco, quindi per me è interessante. Poi, quando vedo qualcuno indeciso, gli chiedo che cosa gli piacerebbe leggere, cosa ha letto, per capire un po’ quello che potrebbero volere”.

Si tratta di un luogo vivo, in perenne cambiamento, nel quale non si sa mai con certezza quali e quanti volumi ci siano, dove a volte i “clienti” spezzano quel lieve imbarazzo, tipico di chi condivide uno spazio ristretto con degli sconosciuti, dando il via a piccole discussioni riguardanti la letteratura e la politica. Talvolta passano professori universitari, attuali o in pensione. Uno in particolare recentemente ha portato in dono l’anteprima di una raccolta di poesie francesi. Su ispirazione di Libri Liberi, sono nate fino ad ora altre due librerie simili in Italia, una a Nicotera, l’altra a Trieste, e a novembre è prevista la visita di una donna da Cracovia che vorrebbe raccogliere informazioni per costruire qualcosa di simile in Polonia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/anna-libreria-regala-i-libri/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una casa condivisa nel paese della fiaba

Trasformare una casa privata in una casa condivisa dove si possano incontrare i talenti delle persone che intendono sviluppare insieme nuovi progetti e scambiarsi idee ed esperienze. È questo il “nuovo” sogno di Marta e Gianni che, alla ricerca di uno stile di vita a contatto con la natura, da qualche anno si sono trasferiti a Ca’ del Ciliegio, una vecchia casa contadina ristrutturata incastonata tra colline e vigneti. Nella valle Trevigiana immerso in un tipico paesaggio alpino, si adagia sulle pendici della foresta del Cansiglio un piccolo centro abitato noto come il “paese della fiaba”: si tratta di Sarmede, famoso nel mondo perché sede annuale della mostra internazionale dell’illustrazione per l’infanzia fondata dal pittore Stepan Zavrel. Circondata da un panorama che è proprio il caso di definire “fiabesco”, c’è Ca’ del Ciliegio, una vecchia casa contadina ristrutturata e circondata da due ettari di terreno che è oggi abitazione, B&b, B&B&B e sede dell’Associazione Borgo dei Chiari Onlus e dei suoi progetti. Ma andiamo con ordine.ca-del-ciliegio-11

Marta e Gianni con i propri figli, innamorati di questo luogo incastonato tra colline e vigneti, si sono trasferiti da Padova nel 2014 per ricercare uno stile di vita più a contatto con la natura. Psicologa comportamentale lei, architetto specializzato in costruzioni di bamboo lui, oltre a trovare in Ca’ del Ciliegio la propria abitazione, hanno aperto le porte delle sei stanze a disposizione, utilizzando la struttura come B&B. Poi c’è il B&B&B, un Bed and Breakfast con Baratto che offre ospitalità in cambio di piccoli lavori di manutenzione o per i progetti dell’Associazione.

“Pensare bene per agire meglio” è il motto che guida AbdC Onlus, un’organizzazione di 44 soci che si occupa di bambini con autismo, laboratori di artigianato con persone svantaggiate, accoglienza e affido, coltivazioni e costruzioni con bamboo, tutte attività nate dalle inclinazioni dei due fondatori Marta e Gianni. Oggi Ca’ del Ciliegio ambisce a crescere ancora dando vita al progetto Sh.a.l.o.m (Shared house, artistic, ludic, open, mindful), per trasformarsi in un centro di cohousing diffuso dove quanti condividono lo scopo del progetto possano lavorare insieme per raggiungerlo.ca-del-ciliegio-2

Attraverso Sh.a.l.o.m. Ca’ del Ciliegio vorrebbe diventare una casa condivisa che non sia soltanto luogo di incontro fisico ma prima di tutto di idee e esperienze di vita, uno spazio di espressione artistica dove i talenti si possano confrontare, un luogo dedicato all’educazione dei più piccoli che privilegi lo sviluppo della fantasia, un luogo in continua evoluzione accessibile e replicabile in altri contesti. Sh.a.l.o.m. è un progetto bello e ambizioso per cui è stata avviata una campagna di crowdfunding  che chiunque può decidere di sostenere. In cambio del finanziamento ci sarà la possibilità di conoscere da vicino questo luogo fiabesco attraverso un soggiorno nella struttura: “proprio perché crediamo che il valore aggiunto di questo progetto sia la possibilità della conoscenza diretta – spiegano i promotori del progetto – della partecipazione, del mettere in comunicazione persone ed esperienze. Finanziarci sarà anche un modo per venirci a trovare e vedere più da vicino quello che facciamo… e magari trovare un nuovo progetto da costruire insieme o per cui collaborare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/casa-condivisa-paese-fiaba/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Uber, Lyft e i taxi condivisi fanno male al trasporto pubblico

Secondo uno studio l’uso dei taxi condivisi toglie passeggeri al servizio pubblico. E i chilometri percorsi in auto non diminuiscono.http _media.ecoblog.it_2_2e1_uber-lyft-e-i-taxi-condivisi-fanno-male-al-trasporto-pubblico

Con il boom di Uber, Lyft e degli altri servizi di “ride hailing” stiamo facendo realmente del bene all’ambiente? I taxi condivisi stanno rendendo le nostre città più vivibili riducendo il numero di chilometri percorsi in auto? I clienti di Uber e i suoi fratelli usano anche gli autobus, la metro e gli altri servizi di trasporto pubblico?

Con i recenti numeri registrati da Uber, che ha superato a New York i tradizionali taxi gialli, c’è da chiederselo. E, in effetti, qualcuno se lo è chiesto, ma la risposta non è quella che avremmo sperato. Secondo uno studio dell’UC Davis Institute of Transportation Studies, infatti, Uber più che fare concorrenza all’auto di proprietà è un temibile concorrente per gli autobus e le metropolitane. Dallo studio, focalizzato sulla realtà americana, emerge che i servizi di ride hailing hanno sottratto agli autobus il 6% dei passeggeri e ai treni leggeri il 3%. Inoltre, il 91% dei passeggeri dei taxi condivisi non ha rinunciato al possesso di un’auto privata. Solo il 30% dei passeggeri dei taxi condivisi non possiede l’auto, contro il 41% dei passeggeri dei soli mezzi pubblici. Ma c’è di peggio, molto peggio: dallo studio emerge che tra il 49% e il 61% dei viaggi sui taxi condivisi non sarebbero mai stati fatti senza tali servizi, o sarebbero stati fatti a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. Di conseguenza, e questa è la cosa più grave, i servizi di ride hailing aumentano i chilometri percorsi in macchina anziché diminuirli. Questo perché, spiega lo studio, i taxi condivisi vengono scelti da chi ha la cultura dell’auto e non vuole farne a meno ma è costretto, per un motivo o per un altro, a non usare il mezzo proprio. I motivi principali per i quali gli americani scelgono il ride hailing, infatti, sono due: evitare il parcheggio (37%) ed evitare di guidare dopo aver bevuto alcool (33%).

Questi dati sono confermati, spiega lo studio, dal fatto che: “Tra coloro che prima usavano i servizi di car sharing, il 65% usava anche il ride hailing. Più della metà di loro hanno rinunciato all’abbonamento [al car sharing] e il 23% di loro cita i servizi di ride hailing come motivo principale per il quale hanno rinunciato all’abbonamento al car sharing“.

Certamente questi dati rappresentano la realtà americana, dove la cultura dell’auto è più forte che in altre nazioni nel mondo. Ma questi dati fanno riflettere: siamo sicuri che stiamo facendo del bene all’ambiente e alle nostre città quando prenotiamo una corsa su Uber, Lyft o su altri servizi di taxi condivisi?

Fonte: ecoblog.it

Venezia, arriva il gondola sharing di Kishare per risparmiare

Invenzione di due gondolieri veneziani, KiShare permette di condividere il giro in gondola per risparmiare.http _media.ecoblog.it_d_d06_venezia-arriva-il-gondola-sharing-di-kishare-per-risparmiare

Giro in Gondola a Venezia, come risparmiare? Condividendo il viaggio con altri turisti, un po’ come si fa già con i taxi tramite app ormai note cone uber o Lyft. E’ l’idea di Danilo Costantini e Igor Silvestri, due gondolieri di Venezia che hanno realizzato un’app dedicata al trasporto in acqua e su terra a Venezia. Si chiama KiShare e permette al turista di condividere non solo il giro turistico in gondola, ma anche il taxi acquatico sui canali e persino il taxi tradizionale su terra ferma. Nelle intenzioni degli ideatori questa app dovrebbe permettere ai turisti di risparmiare e a Venezia di avere un turismo più sostenibile e ordinato. E’ indubbio, infatti, che condividendo le gondole oltre a risparmiare si ottiene il risultato di avere meno mezzi in navigazione contemporaneamente sui canali di Venezia. Importante, per il turista, anche il lato della trasparenza: prenotando con la app si sa prima quanto si paga. Cosa che nelle mete turistiche non è sempre scontata… KiShare ha deciso di non fare concorrenza agli altri gondolieri, mantenendo gli stessi prezzi: 80 euro per il tour da 30 minuti di giorno, 100 euro per lo stesso tour di notte. Il risparmio sta nella condivisione, una possibilità già nota ai turisti che spontaneamente si organizzano sulle banchine per dividersi il costo della gondola. Con l’app, però, è molto più facile anche considerando il fatto che non tutti sanno che è possibile fare il giro in gondola con altri turisti e che a Venezia si parlano lingue da tutto il mondo.

Fonte: ecoblog.it