Un erasmus per imparare il futuro: Italia e Germania si incontrano

Grazie ad un progetto di interscambio che ha unito Inwole e Italia che Cambia abbiamo avuto la possibilità di vivere, come organizzatori e formatori, una settimana di condivisione con un gruppo di tedeschi giunti dalla Germania per conoscere e sperimentare l’Italia in cambiamento verso un futuro più sostenibile. Sostenibilità, educazione, connessione, rete. Sono questi gli elementi chiave dell’incontro residenziale che si è tenuto dal 22 al 28 aprile tra Firenze, Umbria e Bologna. L’occasione un progetto Erasmus+ per attività di mobilità per l’educazione degli adulti dal titolo “Lernen für die die Zukunft” (“Imparare per il futuro”) che ha unito due realtà già connesse: Inwole e Italia che Cambia.

Il gruppo a Panta rei, sul lago Trasimeno, dove ha trascorso tre giorni di lavoro e condivisione

Questo progetto di interscambio tra attori e formatori del cambiamento, italiani e tedeschi, ha infatti già forti radici. Luca Asperius, tra i fondatori di Italia che Cambia e responsabile dei nostri portali territoriali, berlinese d’adozione da quasi 10 anni, ha realizzato insieme ad Alexandre Schütze e Hannes Gerlof, due portali sul modello di quello italiano già attivo in Piemonte, uno dedicato a Berlino e uno dedicato alla regione del Brandeburgo.  

“La collaborazione con Inwole è ormai attiva e ben strutturata da diversi anni, da quando è stato lanciato il portale regionale Brandenburg im Wandel – racconta Luca – In particolare poi insieme a loro abbiamo avuto la possibilità di presentare nel 2017 qui in Germania alcune storie del cambiamento italiano, sottotitolando in tedesco alcuni dei video di Italia che Cambia, e di presentare Italia Che Cambia insieme a Daniel e Andrea. La cooperazione nel progetto Erasmus+ è stata quindi un’evoluzione naturale della collaborazione”. 

Inwole è un’associazione molto attiva a Potsdam (Brandeburgo). Le principali aree su cui si muove il progetto sono la formazione, il lavoro creativo e artigianale, l’economia solidale, la mobilità, l’educazione alla sostenibilità, i progetti antirazzisti e di cooperazione internazionale, così come progetti di integrazione. Tra i membri dell’associazione ci sono molti abitanti del progetto di cohousing Projekthaus, dove ha sede l’associazione e vengono svolte la maggior parte delle attività, negli spazi e nei laboratori della struttura, un luogo per l’implementazione pratica delle alternative sociali in cui iniziare a rendere possibile la convivenza sociale e una società di solidarietà.

A Perugia, guardando gli orti sinergici

Un laboratorio di sperimentazione proprio come lo è stato per tutti noi anche questa prima esperienza insieme in Italia, in cui mi sono trovata insieme ad Andrea Degl’Innocenti e Luca Asperius nel doppio ruolo di organizzatrice e formatrice. È sempre una grande ricchezza il confronto, la condivisione di strumenti, la convivenza, soprattutto in un gruppo così eterogeneo per età, con persone afferenti a progetti ed ambiti di interesse diversi, con aspettative differenti. Parte del cammino sta nel sintonizzarsi, nel riscoprire gli elementi di coesione sui quali convergere e nel mettersi in gioco nella diversità. 

“In generale sono molto contento, soprattutto in virtù del fatto che era la prima volta che organizzavamo un corso-viaggio del genere (anche se a livello italiano abbiamo comunque accumulato una discreta esperienza con i nostri corsi) – continua Luca – È stata sicuramente un’esperienza molto intensa, anche impegnativa dal punto di vista della logistica e dell’organizzazione e per quanto mi riguarda personalmente dell’interpretazione, essendo io l’unico o quasi del gruppo a parlare sia italiano che tedesco. Anche i feedback dei partecipanti sono stati molto positivi, in particolare riguardo alle uscite didattiche che abbiamo potuto organizzare con i progetti della nostra rete”. 

Oltre a tre giorni intensivi di lavoro insieme a Panta Rei, sul lago Trasimeno, i 15 partecipanti tedeschi hanno avuto infatti l’opportunità di incontrare alcuni progetti nelle città che abbiamo attraversato, dai quali trarre ispirazione e spunti per il lavoro che abbiamo portato avanti nei vari gruppi di lavoro.

Antonio di Giovanni presenta Funghi espresso (Firenze)

E proprio da questi incontri sono forse arrivate anche per noi le sorprese più interessanti. “Tra le tante cose forse quella che mi ha colpito di più è stata l’accoglienza e la disponibilità da parte dei progetti italiani che abbiamo scelto di visitare, segno anche del grande lavoro che stiamo portando avanti come Italia Che Cambia anche dal punto di vista delle relazioni umane”, prosegue Luca. “Anche se eravamo noi a condurli alla scoperta di città, progetti e persone, sono io per primo ad aver scoperto nuove cose o nuovi aspetti di storie che conoscevo già e che avevamo raccontato su Italia che Cambia”, aggiunge Andrea. C’è sempre un fattore di scoperta possibile e su questo si è giocato tanto di questo primo incontro intensivo che ripeteremo, forti di ciò che ci ha entusiasmato e di ciò che sarebbe potuto andare meglio, a fine settembre. Intanto abbiamo tessuto relazioni, approfondito progetti, acquisito nuovi strumenti e competenze, e gettato le basi concrete di uno scambio più forte tra la Germania e l’Italia in Cambiamento (ma questo lo scoprirete presto…).

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/erasmus-per-imparare-futuro-italia-germania-si-incontrano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Nasce a Torino la Biblioteca Condivisa del quartiere, dove i libri sono di tutti

Nel quartiere Mirafiori Sud di Torino è recentemente nato un luogo molto speciale. Si chiama Biblioteca Condivisa ed è uno spazio pensato per raccogliere i libri abbandonati ed inutilizzati di coloro che vogliono disfarsene, per metterli a disposizione degli abitanti del quartiere. Un progetto sociale ed inclusivo realizzato proprio in periferia, che dà la possibilità a tutte le persone di condividere un libro, una lettura, un momento di compagnia. Un buon libro e una tazza di the sono un rimedio essenziale per fare una pausa dalla routine di tutti i giorni, una vera e propria medicina per l’anima. Ma se ci troviamo in un bar e teniamo tra le mani un libro che è stato donato da qualcun altro, ciò acquisisce un significato ancora più grande. A Mirafiori Sud è nata recentemente la “Biblioteca Condivisa”, un luogo accogliente e aperto a tutti, un bar in cui fermarsi, sorseggiare una bevanda e stare in compagnia di un buon libro che qualcuno, a noi sconosciuto, ha gentilmente messo a disposizione. Lo spazio è pensato con lo scopo di rendere la lettura accessibile a tutti e si basa su un principio fondamentale: la condivisione dei libri.

La biblioteca nasce e cresce grazie alla partecipazione di tutti i cittadini che decidono volontariamente di donare i libri cartacei che non utilizzano più, i manuali abbandonati negli scaffali e nelle cantine della propria abitazione, così come i volumi non più utilizzati a cui si vuole dare una seconda possibilità mettendoli a disposizione di altre persone.
L’iniziativa dà vita ad una vera e propria Biblioteca Condivisa di Quartiere, uno spazio che vuole creare coesione, scambio, collaborazione. L’idea ha un valore sociale molto forte poiché scommette sull’inclusione attiva della comunità che vive nella periferia, ponendosi come filo conduttore capace di far conoscere, dialogare ed avvicinare le persone.

“Potrete venire in qualunque momento e leggere un libro sul posto – affermano gli organizzatori – oppure potrete prendere liberamente un libro, portarvelo a casa, leggerlo con calma e riportarlo quando lo avrete finito. Senza tessera, senza registrazione, nella massima libertà e nella inevitabile fiducia che ci deve essere tra persone che condividono la passione per la cultura”.

Il progetto è stato realizzato all’interno di un bar con l’obiettivo di gestire contemporaneamente la biblioteca e la caffetteria. Nell’immaginario comune il bar rappresenta un luogo di sosta, di ristoro ed è in questo caso pensato per permettere alle persone di sedersi, conoscersi e condividere con amici o sconosciuti la lettura di un buon libro.
Caratteristica molto apprezzata è il fatto che lo spazio accoglie chiunque, senza obbligo di consumazione. L’obiettivo primario rimane infatti quello di valorizzare la funzione aggregativa e culturale.  In virtù della sua vocazione sociale, “la Biblioteca Condivisa organizzerà presto una lunga serie di incontri, appuntamenti a tema, presentazioni di libri, momenti per condividere passioni. Sempre con al centro i libri e le persone”. Le attività sono pensate per tutte le fasce di età e ne sono esempio gli incontri di letture di quartiere che regolarmente coinvolgono i residenti, le attività coi più piccoli e gli incontri con gli scrittori.

La Biblioteca Condivisa di Mirafiori Sud è uno di quei luoghi in continua crescita e trasformazione che si rinnova ogni giorno grazie al quotidiano scambio di libri ed al contribuito di chi vive nel quartiere e che crede fortemente nella bellezza della lettura.

Foto copertina
Didascalia: Libreria
Autore: Unsplash
Licenza: CCO Creative Commons

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/nasce-torino-biblioteca-condivisa-quartiere-dove-libri-sono-di-tutti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Liberi di essere bambini: l’Asilo nel Bosco, storia di un giardino incantato

Tra concentrazione e spensieratezza la vita ne “L’Asilo nel Bosco” di Ostia Antica prosegue.
In un tempo brevissimo l’esistenza di questo progetto pilota sta muovendo opinioni favorevoli da tutta Italia ed il diffondersi di un modello educativo come questo potrebbe essere un chiaro segnale verso un modo di crescere più sano, oltre che più felice, per i nostri bambini.

Proprio per cogliere quest’onda di movimento e interesse nelle giornate del 7, 8 e 9 novembre si terrà il primo corso di formazione e informazione sull’asilo nel bosco, per condividere l’esperienza che ci ha permesso di arrivare a questo punto, con l’augurio che presto possa diffondersi in Italia. Terminati i preparativi operosi, all’Asilo nel Bosco di Ostia Antica sono diventati realtà la casetta sull’albero, la corda per saltare, il ponte segreto ed i vari utensili. Il tocco più importante è stato quello dei bambini. La stellina più piccola non ha ancora due anni, mentre la più grande cinque e a far merenda sul prato sono presenti tutte le gradazioni intermedie. I bimbi, con la loro coinvolgente allegria, non hanno aspettato un attimo prima di gettarsi, esplorando con sguardi meravigliati questo pezzo di mondo dove l’erba è più alta di loro e ci si può rotolare dentro, si raccolgono i pomodori dall’orto e tutto ciò che di commestibile c’è in circolazione e dopo pranzo si portano gli avanzi al maiale, alle galline e alla capretta. Qui una passeggiata può condurre in mille mondi diversi: a raccogliere il tesoro delle pannocchie, a nascondersi fra i rami, a vedere i cavalli, a mangiare i fichi e le more…

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È un mondo semplice quello che racconto, perché così sono le cose dei piccoli che con la loro semplicità affrontano i primi grandi passi sul cammino per imparare ad essere umani. Ammiro il loro coraggio, perché non esitano davanti alla vita, si gettano e fanno, senza scandalizzarsi dei rametti, delle zanzare, parlando con gli insetti, toccando la terra, il mondo, gli alberi con le mani, con i piedi, con il naso e tutto il loro essere. Per questo mi inchino davanti a loro, al loro tocco, alla loro curiosità, invettiva, stupore, gentilezza. Se un bambino di nemmeno tre anni è capace di affrontare il distacco dai genitori, allora in cambio sento profonda la responsabilità di dargli un mondo che meriti di essere esplorato. Anche per questo riteniamo “L’Asilo nel Bosco” una possibilità unica di crescita. Spesso negli asili settembre rappresenta un mese burrascoso perché coincide col momento in cui i bambini si ambientano nella nuova situazione. Qui è stato l’ambiente stesso che ha attutito e addolcito questo momento così importante, con quella delicatezza con cui giusto la natura talvolta sa fare. Quello che regna qui è un clima dal fare sereno. Col cuore ringrazio anche i genitori, anello così importante per trasmettere tranquillità ai bambini, e ringrazio la loro fiducia, così grande da credere che una possibilità di crescita come questa potesse esistere davvero, anche attraverso i loro sforzi e qualche sacrificio. Un fare sacro.SAMSUNG

È bello giocare senza fretta. Camminare immersi nella natura e vedere quando i bimbi iniziano a correre, ti superano e… continuano. Possono continuare a correre perché non ci sono confini e sono in uno spazio più grande di quanto loro possano riuscire a correre. Può far sorridere, ma è significativo: come una pianta non può crescere bene in un vaso stretto, così una bambina in un mondo vasto e spazioso potrà conoscere le sue capacità e sbocciare in tutti i suoi talenti più che in una stanza dalle pareti anguste! All’aperto un bambino pone le proprie sfide sempre al massimo delle sue capacità. Non solo: nel verde, in contatto con la terra, con il silenzio e con le risa, si impara a respirare, perché nel mondo c’è respiro e questa esperienza è alla base di tutte le altre che faremo.  In questi giorni abbiamo preparato il fagotto con cui iniziare il viaggio: dipingere con colori naturali, giocare agli indiani danzando attorno ad un fuoco vero, lavorare l’argilla, salire sulle balle di fieno, riempirsi le mani di acqua, terra, sabbia, provare le tute da pioggia, cantare e mangiare insieme, sperimentarsi in equilibri sottili.  Come tanti fili, iniziano già a tessersi i legami d’amicizia e le nuove conoscenze. Così, camminando, capita di darsi per la prima volta la mano, grandi e piccoli si mischiano, i primi sguardi complici si incontrano e si aiutano, si mettono d’accordo.10592688_1444846535804465_8309197432492640014_n

Ogni bambino ha diritto a vivere la bellezza, perché ne dona con la sua presenza. Quello che come educatori abbiamo la responsabilità di custodire è proprio un giardino, quello segreto dell’infanzia. Dobbiamo proteggerli, perché queste prime esperienze, queste tinte con cui si incontrano toccheranno la loro anima e abbiamo in questo momento la possibilità rara e preziosa di tutelare, mostrandole, le sfumature. Il primo giorno d’asilo guardandomi intorno ho pensato che non avevo mai visto tanti bambini sorridenti e sereni: questo crea nell’ambiente una gioia particolare, quasi una luminosità, segno che l’incanto del luogo funziona. Custodire un asilo nel bosco significa prefiggersi di alimentare quel fuoco che ne ha illuminato i sorrisi.

 

Leggi anche “Io gioco con la Terra. L’Asilo nel bosco mette radici a Ostia antica” 

Per info:

asilonelbosco2014@libero.it
www.lemilio.it 
www.associazionemanes.it 
info@lemilio.it
06.52169061 – 348.9332959

Fonte: italiachecambia.org

Il video in timelapse che svela come nasce una supercella temporalesca

Come si forma una supercella? Ecco un video in timelipse che svela la formazione delle nubi

Il video in alto è stupefacente poiché in timelapse mostra come una gigantesca supercella si forma per dare origine a un temporale. Il video è mozzafiato e in due minuti racchiude ore e ore di lavoro dei due certosini videomaker nonché cacciatori di tempeste Colt Forney, Isaac Pato, Scott Peake e Kevin Rolfs che sono riusciti a catturare la formazione di una supercella e del tornado girando in varie zone nel nord-est del Wyoming. Per arrivare a questo incredibile risultato è necessario che l’intera squadra si muova nel giro de 2km-3km dalla cella che darà origine alla tempesta assecondando la sua velocità e capacità di sviluppo. I temporali a supercella sono particolarmente intensi e diversi da quelli prodotti dalle nubi stazionarie più pesanti. All’interno di una supercella si può sviluppare la circolazione tornadica, ossia correnti ascendenti e calde praticamente le trombe d’aria. In sostanza le correnti ascensionali fanno roteare tutte le particelle di acqua e polvere intrappolate all’interno della nube e a mano a mano la velocità di rotazione aumenta. a Causa del peso la supercella tende a abbassarsi a causa del peso catturando altra polvere ma anche oggetti di ogni genere formando così un tornado.

Ha dichiarato Pato alla ABC:

Quando ho iniziato avevo paura, ma nel corso degli anni mi sono resto conto che non è una paura che rischia di metterti in pericolo.

Il team dei quattro cacciatori di tempeste si è incontrato per la prima volta ai corsi di meteorologia dell’Università dell’Oklahoma e da allora hanno seguito assieme più di 100 tornado, bufere, tempeste di polvere e uragani. Armati con le loro videocamere GoPro, fotocamere e sistemi GPS, i ragazzi della squadra controllano regolarmente il National Weather Service on-line e escono ogni volta che è possibile. Infatti i quattro sono soci nella comune attività commerciale ossia la Weather adventures società che organizza per appassionati cacce a tempeste.

Fonte:  ABC

Panta Rei, un Centro di esperienze per l’educazione e la formazione alla sostenibilità

Condivisione e consapevolezza, bioedilizia e responsabilizzazione, formazione e relazioni umane. Sono questi gli ingredienti che, sapientemente mescolati alla terra cruda e ad altri materiali del posto, hanno dato vita al Centro di esperienze per l’educazione allo sviluppo sostenibile Panta Rei: un incantevole microcosmo dolcemente incastonato in una cornice naturale di rara bellezza. Situato nel cuore dell’Umbria, regione che ospita molte tra le esperienze più avanzate d’Italia, Panta Rei poggia sulla parte alta di una collina che scende fino al lago Trasimeno ed è circondato dagli alberi.

“Tutto scorre e ritorna”. La storia di Panta Rei

La storia di Panta Rei  risale agli anni ’70, attraversati in Italia e all’estero da quell’onda dei movimenti di contestazione giovanile sorti come reazione alla standardizzazione dei caratteri della società di massa, al consumismo, allo sfruttamento economico e ad un sistema di valori basato sul successo e sul profitto.

 

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Ed è proprio in quel periodo che un gruppo di persone si ritrova in Umbria e si confronta sulla possibilità di recuperare terre abbandonate e sperimentare nuove forme di allevamento alternative alla zootecnia a stabulazione fissa. Tra le persone motivate da questa passione vi è Dino Mengucci, fondatore negli anni successivi della cooperativa La Buona Terra, proprietaria del terreno e delle strutture, che gestisce un’azienda agricola a conduzione biologica e che dalla fine degli anni’80 opera come fattoria didattica. Dall’esperienza della fattoria-scuola e dalla constatazione della non-consapevolezza di molti gesti quotidiani, matura il progetto di Panta Rei, di cui Dino Mengucci è presidente e fondatore. Due eventi, in particolare, conducono alla nascita del Centro:

– un incendio che nel 1992 distrugge le stalle, lasciando un obbrobrio di Eternit e ferro;

– la scoperta, in occasione di un convegno internazionale sull’educazione ambientale, del Cat (Centre for Alternative Technology) in Galles, il cui metodo educativo è basato sulla responsabilizzazione nell’uso delle risorse.8506840242_7f945c678a_h

Dino Mengucci, presidente e fondatore di Panta Rei

Da una riflessione sulla ridefinizione del posto, guidata dalla volontà di recuperare e riqualificare i terreni e le strutture, nasce quindi il progetto di Panta Rei che si concretizza tra il ’97 ed il ’98 (con la partecipazione ad un bando dell’Unione europea che finanzia la struttura) e che diventa operativo nel 2001. Per non sovrapporre le attività della cooperativa La Buona terrae della fattoria didattica si sceglie il tema dell’abitare.

Sperimentazione e responsabilità: i pilastri di un nuovo modo di abitare

“Abitare è anche costruire la nostra casa secondo determinati criteri, mantenerla e prevedere la possibilità di riprodurla”, spiega Sanni Mezzasoma che, insieme a Dino Mengucci è l’anima di questo posto.
La realizzazione del centro parte dal recupero di tre strutture zootecniche. La scelta di recuperare le strutture, anziché demolirle, è uno dei punti fondamentali del progetto perché in questo modo si è mantenuto un legame con la storia dell’area. Gli edifici sono stati recuperati utilizzando materiali da costruzione a basso impatto ambientale come legno, terra cruda, sughero, paglia, pietra, canna di lago.8505732791_0d15e99833_h

Dal punto di vista impiantistico Panta Rei si contraddistingue per la bassa intensità tecnologica. Si è scelto infatti di prediligere un approccio pratico basato su un abbassamento del livello tecnologico ed un’importanza maggiore data alla responsabilizzazione. L’idea – spiega Sanni – è quella di far emergere nelle persone “l’istintualità sostenibile” piuttosto che fornire loro una soluzione tecnologica che supplisca ad una mancanza di consapevolezza e responsabilità.

Imparare facendo: formazione e informazione a Panta Rei

La pratica è dunque uno dei pilastri fondamentali di Panta Rei, un luogo per costruire occasioni di apprendimento e sperimentazione, per vivere esperienze in cui il legame tra le nostre azioni abituali e le loro conseguenze appaia diretto. Più che offrire una soluzione Panta Rei vuole portare un aumento della possibilità di scelta.

Panta Rei non cerca la collaborazione di persone che abbiano specifiche competenze, ma che siano piuttosto appassionate di una determinata modalità. Non ci interessa realizzare il prototipo perfetto e universalmente valido, ma realizzare qualcosa che si possa comprendere, mantenere e riprodurre”.8506841110_dcfeb01283_b

“Più che la ricerca del modello perfetto – continua Sanni – siamo interessati alla sperimentazione sull’aumento della possibilità di scelta. Non siamo spaventati dall’errore perché spesso sbagliare aiuta ad imparare, così come per i bambini: inutile dare loro la soluzione prima che sperimentino”.

Educare alla consapevolezza dei gesti quotidiani

Panta Rei, pertanto, è stato ed è un cantiere permanente, un organismo in costante evoluzione anche grazie all’apporto dei partecipanti, che ricavano informazioni, competenze, conoscenze, pratiche e tecniche attorno ai temi della sostenibilità e ai temi del costruire e del produrre nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente.

Durante workshop, campi di lavoro, campi scuola, corsi di formazione, seminari, progetti di agricoltura sociale, sono stati realizzate parti importanti delle strutture e degli impianti del Centro.

Imparare facendo, in quest’ottica, diventa la chiave per educare le nuove generazioni alla consapevolezza dei gesti quotidiani, mission ispiratrice del Centro.8505730071_2eac02beec_h

“Sono entusiasta della crescita di sensibilità nelle persone. Fino al 2008 – ammette Dino Mengucci – avevo una visione molto pessimista dell’Italia. Ora vedo raddoppiare gli individui coscienti ogni anno. Vi è un fermento incredibile e una grande voglia di cambiare, come testimoniano le tante persone che vengono continuamente a proporre idee e progetti”.

Alessandra Profilio

Fonte: italiachecambia.org

I campi di volontariato per formarsi…all’ambiente

A Pasqua si apre la stagione dei campi di volontariato di Legambiente. Posada, Favignana, Paestum e Finale Ligure sono le località scelte quest’anno dall’associazione per quattro proposte diverse «all’insegna della filosofia che caratterizza i nostri progetti di volontariato – dice l’associazione – la partecipazione attiva ai processi di trasformazione dei territori, insieme alle comunità, per valorizzarne le qualità, le tipicità e le risorse naturali».campi_legambiente

Quest’anno, a Posada (Nu) si lavorerà per ripristinare le opere realizzate per la tutela del delicato ecosistema dunale in parte distrutte dall’alluvione dello scorso novembre (dal 17 al 22 aprile). A Favignana (Tp) i partecipanti saranno impegnati a sviluppare il “Giardino dell’Accoglienza” inaugurato di recente e dedicato ai migranti (dal 17 al 22 aprile). Nei due campi previsti a Paestum (Sa), i volontari concorreranno alla gestione dell’oasi dunale, partecipando al progetto di azionariato ambientale /Paestumanit (dal 17 al 22 aprile e dal 24 aprile al 2 maggio). A Finale Ligure (Sv), invece, il campo sarà all’insegna del turismo responsabile: i volontari prepareranno una parte del tracciato cicloturistico per un’importante manifestazione sportiva (dal 10 al 17 maggio). I partecipanti, coordinati da un responsabile, sono
impegnati per 30 ore a settimana nelle attivit del progetto mentre per il resto della giornata possono esplorare il territorio e dedicarsi ad attività ricreative. Sono aperte anche le iscrizioni ai campi all’estero primaverili. Sono previste esperienze di due settimane in Francia, Germania, Islanda, Giappone, Corea del Sud, India e Tailandia, da giugno ad agosto, a contatto con volontari provenienti da associazioni di tutto il mondo. E’ richiesta una minima conoscenza della lingua inglese. Il programma completo è consultabile sul sito www.legambiente.it/volontariato/campi

Per informazioni e prenotazioni si pu contattare Legambiente ai numeri: 06/86268323-4-5-6-7, attivi dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 18.

Fonte: il cambiamento

RENA: un progetto per fare dell’Italia un paese “a regola d’arte”

RENA è l’acronimo di “Rete per l’Eccellenza Nazionale”, associazione nata nel 2007 e costituita, dicono i promotori, «da persone che amano profondamente l’Italia e che desiderano migliorarla». Un proposito sensato e necessario oggi, momento in cui il nostro paese sta vivendo uno dei più profondi periodi di crisi economica e sociale mai registrati. Vi raccontiamo cosa Rena può e vuole fare per l’Italia e gli italiani.Img_3391

RENA, aggiungono i promotori, «è una comunità nata dal basso, indipendente, plurale e apartitica che si fonda su valori ben precisi: apertura, responsabilità, trasparenza, equilibrio – parole le cui iniziali formano la parola arte». L’obiettivo è infatti fare dell’Italia un “Paese a regola d’ARTE”, cioè «una nazione in cui le comunità locali siano coinvolte nelle scelte che riguardano il loro futuro, dove ogni cosa sia gestita in maniera trasparente e dove merito, competenze e talenti delle persone vengano valorizzati. Un paese in cui opendata, opengoverment, accountability, partecipazione, innovazione, formazione e politiche per lo sviluppo siano all’ordine del giorno». Chiunque condivida e si impegni a rispettare i valori e il codice etico di RENA, può entrare a far parte della comunità degli “arenauti” – come si chiamano i membri dell’associazione.

Obiettivo, però, «non è quello di produrre l’ennesima offerta politica. Al contrario, lo scopo principale è quello di creare unadomanda di cambiamento – dicono – poiché nessuna offerta politica riuscirà ad essere davvero portatrice di cambiamento, se non vi sarà una diffusa domanda di cambiamento ad ispirarne e sostenerne l’azione».

RENA sta dando vita anche a una nuova strategia associativa, finalizzata a trasformare l’attuale gruppo in un vero e proprio movimento che unisca le numerose comunità del cambiamento presenti in Italia, che «promuova le loro idee migliori e che metta in rete le loro esperienze». Per questo ha creato un apposito documentwiki aperto e commentabile da tutti: non solo soci, amici e simpatizzanti, ma anche a osservatori esterni alla comunità .

Per saperne di più sul progetto RENA abbiamo rivolto alcune domande a Claudia Coppola, uno dei promotori:

Come e quando nasce il progetto RENA? E quali sono gli obiettivi e i risultati raggiunti fino ad oggi?

«RENA é un’associazione di ispirazione civica e indipendente che dalla sua fondazione, nel 2007, è cresciuta fino a contare oltre 130 soci ordinari (professionisti, studenti, imprenditori, funzionari pubblici, etc), diversi soci sostenitori (imprese, organizzazioni e fondazioni) e migliaia di contatti sui social network. E’ una comunità di persone e organizzazioni interessate a migliorare il paese in cui viviamo, sulla base di valori ben precisi, per questo ci occupiamo di qualità della democrazia, sviluppo dei territori, innovazione e formazione. Abbiamo scelto di farlo insieme, senza una connotazione partitica, perché quello che ci interessa è promuovere in maniera trasversale una serie di pratiche che, invece, sono in sé molto politiche. Tanto nel privato, quanto nel pubblico e nel mondo delle associazioni, lavoriamo per un paese in cui le cose siano gestite in maniera più trasparente, in cui le competenze e i talenti delle persone siano valorizzati, in cui tutti siano più responsabili delle loro azioni e promesse. Un Paese in cui ci sia spazio per sperimentare soluzioni innovative, in cui nel prendere ed attuare scelte che riguardano il futuro chi è interessato abbia la possibilità di dire la sua e farsi ascoltare. È per questo motivo che siamo finiti ad occuparci di accessibilità dei dati e della gestione, di responsabilità, partecipazione, innovazione sociale, formazione, politiche per lo sviluppo e policy making collaborativo. Perché sono tutte cose che hanno a che fare con la qualità del sistema economico, sociale e istituzionale in cui viviamo. E sono tutte cose che sentiamo disperatamente il bisogno di migliorare. L’Italia, spesso e volentieri, è un paese che va in direzione esattamente opposta a quella che sogniamo. Dal 2007 a oggi, siamo cresciuti in termini di numero di soci ordinari e sostenitori (circa 150) e di contatti sui social network. Ma i nostri risultati più concreti sono i nostri progetti».

Apertura, responsabilità, trasparenza, equilibrio sono i valori su cui si basa RENA: ci può fare l’esempio di progetti tutti italiani che interessano ognuno di questi valori, ai quali avete lavorato e che hanno prodotto risultati tangibili?

«Trasformiamo le nostre intuizioni in progetti concreti su quattro aree tematiche:

1. Qualità della democrazia per dare all’Italia una democrazia migliore, aperta alle nuove idee e alla partecipazione attiva dei cittadini nella definizione del bene comune. La nostra Summer School su buon governo e cittadinanza responsabile, ad esempio, è giunta alla sua terza edizione: in tre anni, abbiamo ricevuto più di 400 candidature, abbiamo selezionato 90 partecipanti che hanno assistito gratuitamente ad una settimana di lezioni con più di 50 docenti per parlare del ruolo delle nuove tecnologie, di governo aperto, riuso dei dati e politiche collaborative. Un’esperienza formativa unica e realizzata grazie al sostegno di numerosi contributi di soci sostenitori e della comunità di Matera, sede della scuola.

2. Sviluppo delle comunità locali per rendere i territori protagonisti del cambiamento, mettendo al loro servizio le conoscenze tecniche e il trasferimento di buone prassi. A questo proposito, abbiamo coordinato “co/Auletta – le tue idee abitano qui”, un concorso di idee internazionale per rivalutare un parco pubblico ad Auletta, comune terremotato dell’Irpinia.

3. Formazione e talento per creare opportunità di crescita per le nuove generazioni, rafforzare la cultura del merito, liberare quel talento di cui ognuno dispone. (In)formiamoci è il nostro progetto motivazionale e di orientamento rivolto ai ragazzi degli ultimi anni delle scuole superiori: in 3 anni, abbiamo incontrato più di 1500 studenti, in decine di scuole di 6 Regioni italiane per incentivare la loro creatività e talento, ispirando percorsi post-maturità.

4. Innovazione per fare della ricerca e della trasformazione una buona abitudine capace di mantenere l’Italia al passo con la modernità e garantire uno sviluppo economico, sociale e culturale costante. Al nostro concorso “A caccia di Pionieri”, che mette in rete e racconta i protagonisti del cambiamento, hanno partecipato 120 organizzazioni attive in Italia, abbiamo selezionato le 10 storie più significative e li abbiamo premiati con uno storytelling d’eccezione».

In base a quali criteri vengono selezionate le persone fisiche e giuridiche che desiderano aderire a RENA? Possono aderire sia imprese private che enti pubblici? E quali sono i vantaggi concreti offerti dall’adesione?

«Chiunque condivida i nostri valori di volontariato civico può aderire come sostenitore oppure come socio attivo nei progetti, impegnandosi a rispettare i nostri valori (apertura, responsabilità e trasparenza) e il nostro codice etico. Anche organizzazioni, non solo singoli individui, possono aderire, per avviare processi di collaborazione e per sostenere RENA, che si autofinanzia con le quote di iscrizione e con la generosità di tanti soci corporate. In quanto associazione di volontari, i benefici della partecipazione non sono strettamente quantificabili. Quel che è certo è che aderire a RENA offre uno spazio di attivismo civico unico nel suo genere e l’opportunità di appartenere ad una comunità vibrante di persone animate da valori forti e da spirito di concretezza. I progetti nati dentro e intorno a RENA in questi anni e la carica innovativa che l’associazione ha saputo trasmettere ai suoi soci, ne sono una prova tangibile».

Come tanti comitati, associazioni e movimenti italiani, anche RENA promuove senso civico, beni comuni, trasparenza e cittadinanza attiva. Come interagisce RENA – a livello nazionale e locale – con le realtà già esistenti? E quali sono le peculiarità specifiche di RENA rispetto ad altri?

“La nuova missione associativa di RENA mira ad aggregare le tante comunità del cambiamento che già oggi in Italia stanno facendo innovazione nei territori e promuovono valori simili ai nostri. Crediamo che sia arrivato il momento di collaborare fra comunità – e non solo fra singoli – per creare sinergie e aumentare la domanda di cambiamento in Italia. Il 2014 sarà dedicato proprio alla creazione di reti di aggregazione e la peculiarità di RENA risiede proprio nella capacità di fare sintesi fra molte realtà – associative, istituzionali, politiche, imprenditoriali – che innovano”.

Fonte: il cambiamento

Ecovillaggi, la scelta adatta? Al via la formazione del RIVE

Per molti vivere in un ecovillaggio è un sogno nel cassetto. Tuttavia, prima di prendere una simile decisione si dovrebbe abitare per qualche tempo in un ecovillaggio, in modo da averne esperienza diretta. La Rete Italiana Villaggi Ecologici (RIVE) ha organizzato un vero e proprio “Percorso di formazione 2013”, finalizzato a far conoscere a tutti gli aspiranti “eco-villaggisti” d’Italia le pratiche di vita quotidiana che contraddistinguono un ecovillaggioecovillaggio0_

Quanti di noi non hanno sognato, almeno una volta nella vita, di abitare in un ecovillaggio fondato su principi di sostenibilità ambientale, di auto-sufficienza energetica grazie all’uso di fonti rinnovabili, agricoltura biologica e autoproduzione, stili di vita comunitari e collaborativi finalizzati a sviluppare reti di supporto e aiuto reciproco? Sicuramente, molti. Ma quanti sono coloro che sono davvero predisposti o adatti a vivere in comunità? Prima di prendere qualsiasi decisione, si dovrebbe vivere per qualche tempo in un ecovillaggio, per sperimentare le attività che in esso si svolgono e per capire, in questo modo, se la vita comunitaria fa per noi oppure no. Per tutti questi motivi, la Rete Italiana Villaggi Ecologici (RIVE) ha organizzato un vero e proprio “Percorso di formazione 2013”, finalizzato a far conoscere a tutti gli aspiranti “eco-villaggisti” d’Italia le pratiche di vita quotidiana che contraddistinguono un ecovillaggio. Il percorso formativo RIVE, infatti, è concepito proprio come un’opportunità per chi si sta avvicinando a questo mondo – con uno vero e proprio progetto di vita oppure semplicemente con un’idea – e che, quindi, desidera ricevere informazioni utili e dettagliate, prima di prendere decisioni definitive. Obiettivo del corso è far conoscere e sperimentare le numerose attività si svolgono negli ecovillaggi italiani e fornire precise competenze, sulla base delle esperienze dei villaggi più solidi e collaudati. Il percorso per aspiranti eco-villaggisti si terrà, di volta in volta, in un ecovillaggio differente, ma sempre facente parte della rete RIVE, in modo da avere il più ampio panorama possibile di tutti gli aspetti che caratterizzano la vita e le attività dei numerosi villaggi italiani.vita_ecovillaggio5

Il corso si svolgerà nello spazio di uno o due weekend al mese, nel periodo compreso tra il 12 luglio e il 17 novembre 2013, e le ore di insegnamento teorico-pratico varieranno tra le 12 e le 20 ore. Inoltre, sarà suddiviso in 5 moduli:

1. visione del mondo,

2. crescita personale,

3. ecologia e ambiente,

4. gestione giuridico-amministrativa,

5. sociale.

Ogni modulo avrà la durata di un week-end (dal primo pomeriggio del venerdì alla domenica pomeriggio). Ogni modulo è stato sviluppato sulla base delle esperienze concrete realizzate nell’ecovillaggio ospitante, al quale seguirà un approfondimento degli aspetti caratteristici dell’ecovillaggio stesso. In questo modo, i partecipanti al percorso di formazione possono conoscere da vicino la filosofia e i metodi che orientano l’ecovillaggio nel quale si trovano in quel momento. Per saperne di più sul “Percorso formativo 2013”, abbiamo raggiunto Francesca Guidotti, referente di RIVE, e le abbiamo rivolto alcune domande:__ecovillaggio

Francesca, come e quando nasce l’idea di un percorso di formazione ad hoc per “aspiranti eco-villaggisti”?

Durante le riunioni dei soci RIVE, ritagliamo del tempo per raccontarci cosa accade nei diversi ecovillaggi, per avere una visione più ampia rispetto alla propria realtà e per scambiarci consigli. Da sempre, emerge un fatto su tutti: persone che chiedono di entrare a far parte della comunità, o che chiedono alla RIVE “come si fa un ecovillaggio?”. E se ci parli un po’, capisci che hanno un’idea vaga di come funziona un ecovillaggio o pensano che l’ecovillaggio sia un modo per fuggire dalla realtà, oppure che basti un finanziamento per comprare un luogo e l’ecovillaggio è già fatto. Con queste premesse, capisci che è difficile partecipare, tanto più fondare, una comunità. Non tutti i membri della comunità, per quanto si sforzino di spiegare come funziona la vita nell’ecovillaggio, hanno la competenza o le energie per orientare queste persone, che sono tante. Essendo un problema che coinvolge tutti gli ecovillaggi, la RIVE, con l’aiuto degli ecovillaggisti, si è presa l’incarico di creare il percorso formativo. Una prima proposta è stata fatta nel 2009, ma si è concretizzata solo quest’anno, perché in passato non c’erano le forze per un progetto di questa portata”.

Quante sono le persone che, fino ad oggi, hanno fatto questo tipo di percorso e, in percentuale, quante di esse hanno davvero “cambiato vita” e quante hanno capito di non essere adatte alla vita in ecovillaggio?

Quello che ho potuto osservare, finora, dei singoli corsi patrocinati dalla RIVE, è che, all’incirca, il 70% dei partecipanti ha rafforzato le proprie convinzioni e segue assiduamente la Rete e gli ecovillaggi. E di questi, il 30% è passato all’azione, il 20% è rimasto affezionato al movimento, ma non ha intenzione di cambiare radicalmente vita e, infine, il 10% ha capito che questa scelta non fa per sé._ecovillaggio2

Cosa consiglieresti, in linea generale, ad un aspirante eco-villaggista, per evitare di prendere decisioni sbagliate o, peggio, avventate?

Consiglio sempre di leggere attentamente le descrizioni presenti sul  sito della Rete italiana dei villaggi ecologici (Rive) e su aamterranuova.it , per fare una prima “scrematura” e individuare gli ecovillaggi che più si avvicinano al nostro modo di essere. Poi, la scuola migliore, è quella di vedere gli ecovillaggi con i propri occhi. Tutti gli ecovillaggi RIVE, infatti, svolgono periodicamente la giornata aperta, dedicata appositamente ai “curiosi”: a seconda della stagione o della disponibilità, è possibile chiedere di trascorrere uno o più giorni nella comunità. Andare a visitare tre o più realtà è la cosa migliore, perché fornisce tanti spunti di riflessione che aiutano a delineare il proprio percorso.

Per chi non ha la possibilità di partecipare al percorso formativo, esistono altre opportunità per conoscere, più da vicino, la vita degli ecovillaggi?

L’invito che faccio sempre è quello di partecipare al Raduno Nazionale RIVE, che si svolge ogni anno a fine luglio (quest’anno dal 25 al 28 luglio 2013 al Vignale, Blera, VT), perché i 4 giorni che passiamo insieme, sono un “concentrato” di ecovillaggi provenienti da tutta Italia! Perciò, tutti coloro che desiderano avvicinarsi a questo modo, non si lascino sfuggire questa opportunità. Per avere informazioni generali sul percorso formativo è possibile scrivere a formazione@ecovillaggi.it. Chi desidera, invece, informazioni dettagliate sui singoli moduli e sui costi specifici, deve contattare i singoli ecovillaggi, i cui indirizzi sono disponibili a questo link.

Fonte: il cambiamento

Comuni, Comunità, Ecovillaggi
€ 13.9

Amianto: un altro passo verso un’Europa libera dall’asbesto

Il lungo cammino per bandire l’amianto dal territorio comunitario ha fatto un ulteriore passo in avanti con la seduta del Parlamento Europeo dello scorso 14 marzo nella quale è stata approvata la relazione Minacce per la salute sul luogo di lavoro legate all’amianto e prospettive di eliminazione di tutto l’amianto esistente, redatta da Stephen Hughes, che nei mesi scorsi aveva già ottenuto pareri positivi da parte delle commissioni Ambiente sanità pubblica e sicurezza alimentare e Occupazione e affari sociali.

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Il testo affronta il problema amianto in maniera piuttosto articolata. Prioritario è il problema del censimento e della registrazione della presenza di amianto su suoli ed edifici pubblici e privati, nei luoghi di lavoro e nelle condutture per l’acqua. Secondo la proposta, l’amianto deve rientrare nelle strategie correnti riguardanti la sensibilizzazione e l’informazione tra i lavoratori, cittadini, organi di vigilanza e istituzioni. Inoltre la Commissione invita a realizzare centri di trattamento e inertizzazione dei rifiuti contenenti amianto. La sicurezza sui luoghi di lavoro è uno dei punti cardine della relazione; l’UE viene esortata a mettere a punto, entro il 2028, piani d’azione per la rimozione sicura dell’amianto dagli edifici pubblici e per l’informazione e l’orientamento dei privati a sottoporre le proprie abitazioni a controlli e valutazioni sui rischi connessi alla presenza di amianto. Nella relazione viene citato l’esempio virtuoso della Polonia che ha avviato un percorso con l’ambizione di diventare il primo Paese “asbestos free”. Secondo le indicazioni della relazione Hughes, l’azione globale dovrebbe essere coordinata dai ministri competenti, mentre le relative autorità competenti avrebbero il compito di verificare la conformità dei piani di rimozione a livello locale. Nel testo si parla anche di provvedimenti volti a sviluppare una formazione specifica in relazione all’amianto per ingegneri civili, architetti e dipendenti di aziende per la rimozione dell’amianto regolarmente registrate. Nella relazione, Hughes chiama in causa gli stati membri affinché provvedano alla formazione dei medici del lavoro, con conoscenze adeguate al trattamento delle patologie amianto-correlate. Tutti gli argomenti (compresi i temi legati alle assicurazioni, ai risarcimenti e alle associazioni dei familiari e delle vittime dell’amianto) hanno come obiettivo finale il divieto mondiale dell’amianto.

Fonte:  Quotidiano Sicurezza