Una valle in azione per il suo bene comune

Basta delegare: la responsabilità è di tutti e di ciascuno e per attuare un concreto cambiamento è necessario che ognuno agisca in prima persona perseguendo il bene comune e partendo dal proprio territorio. È da questo presupposto che nasce l’associazione Progetto Valtiberina che dal 2015 promuove iniziative concrete utili ai cittadini e allo sviluppo qualitativo di questa valle tra Toscana e Umbria. Cittadinanza attiva, partecipazione, processo dal basso, concretezza, organizzazione, ispirazione alle buone pratiche, animazione territoriale, passione, responsabilità. Sono tanti gli ingredienti che rendono Progetto Valtiberina  un esempio del cambiamento positivo in atto nei territori del nostro Paese. In questa valle, territorio unito dalla conformazione geografica, da tradizioni e sentire comune dei suoi abitanti, ma diviso tra Toscana e Umbria, a fine 2015 è nata l’associazione Progetto Valtiberina che ha preso vita da un’idea di tre amici con vite e competenze diverse ma uniti dalla necessità di fare qualcosa, dalla comprensione che non si potesse solo lamentarsi e delegare l’intervento sul territorio.

“Non può esistere una comunità se non c’è una cittadinanza che si fa carico di intraprendere delle azioni”, afferma il presidente dell’associazione Massimo Mercati, che incontriamo a Sansepolcro durante il Festival dei Cammini di Francesco, uno degli eventi pubblici più importanti e partecipati promosso dall’associazione. 

“Prima di tutto – prosegue Mercati – è stato importante dare un significato, perché nessuna rete può esistere se non all’interno di una dimensione di significato chiara”. Un significato che l’associazione ha trovato, ampliando il confronto ad un primo gruppo di persone interessate, nel concetto di crescita qualitativa, che sia al contempo economicamente valida, ecologicamente sostenibile e socialmente equa. Tre livelli che possono apparire in contrapposizione ma che invece possono autoalimentarsi. 

“Per fare tutto questo è necessario creare una rete che venga spinta e sostenuta dai cittadini stessi e che sia concreta, che si sviluppi cioè in progetti concreti. Da qui il nome Progetto Valtiberina. Durante il primo evento che abbiamo organizzato, dal titolo ‘Economia Politica’, Stefano Zamagni ci introdusse a questo concetto fondamentale di sussidiarietà circolare: ci ha detto in qualche modo perché eravamo nati”.

L’obiettivo è quindi quello di identificare dei valori condivisi che possano orientare concretamente lo sviluppo della valle all’insegna del bene comune, principi chiave per i quali battersi, superando anche la dicotomia tra pubblico e privato.

Oggi sono circa 150 gli iscritti all’associazione, un soggetto aggregatore che cerca di analizzare i problemi, filtrare le informazioni e promuovere progetti concreti nel segno di un orientamento chiaro e senza compromessi, in nome della responsabilità di tutti e di ciascuno. Una realtà che sviluppa progetti che vengono dai bisogni dei cittadini/soci, dall’analisi delle problematiche. Uno strumento partecipativo che rende l’associazione una sorta di ponte e stimolo verso le istituzioni, capace di fare sintesi e arrivare alla realizzazione di progetti concreti utili ai cittadini e allo sviluppo qualitativo del territorio

“Questo comporta anche un coinvolgimento degli enti, delle istituzioni, delle imprese. A volte totalmente collaborativo, a volte invece ci sono posizioni diverse. Vogliamo che il nostro agire non sia neutro ma che vada in una direzione ben chiara”.

Per realizzare tutto questo l’associazione si è data organizzata in gruppi di lavoro, tavoli di approfondimento tematici: dall’agricoltura alla scuola, dallo sviluppo della città a quello economico, dal turismo allo sport. Chi si avvicina all’associazione aderisce alla sua ricca e chiara carta dei valori, individua l’area tematica che più gli interessa, quella su cui vorrebbe dare il proprio contributo e si inserisce nel gruppo di lavoro. “Ognuno dei tavoli propone dei progetti, i responsabili devono stendere un budget, il comitato li approva e poi si procede alla realizzazione”.

L’approfondimento delle tematiche avviene attraverso l’apporto volontario personale e di competenze dei partecipanti ai tavoli e attraverso il coinvolgimento di esperti di settore di livello nazionale e internazionale, promuovendo convegni di approfondimento e dibattito pubblico. Spesso incontri e spettacoli sono l’ispirazione dei progetti dell’associazione: “Ogni evento è legato a delle azioni. Dall’incontro con Fritjof Capra e Luca Mercalli su agricoltura e cambiamento climatico, è poi partita un’azione che ha portato all’approvazione a Sansepolcro e in altri comuni di un nuovo regolamento sull’utilizzo dei fitofarmaci”. Un altro progetto in cui si è impegnata l’associazione relativo alla prevenzione sismica è divenuto una best pratice a livello nazionale, dimostrazione che dai territori si può stimolare un cambiamento più ampio. La realizzazione del protocollo d’intesa per favorire interventi di messa in sicurezza dell’abitato urbano per prevenire il rischio sismico, nato dall’idea del ‘Gruppo Tutela del Territorio’ di Progetto Valtiberina, è stata possibile mettendo le persone attorno ad un tavolo a ragionare di bisogni, problemi e soluzioni, persone che hanno interesse e possibilità di agire: cittadini, amministrazioni, associazioni di categoria, istituti di credito. 

“Ci siamo occupati anche di promuovere la carta etica dello sport, mettendo sempre insieme, momenti di approfondimento, spettacoli, divulgazione”. Adesso l’impegno di Progetto Valtiberina è nella costituzione di una sezione young, per coinvolgere i giovani “di cui non conosciamo bisogni e linguaggio”, perché possano incidere nella loro realtà e costruire il futuro che desiderano nella loro comunità.

Intervista: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/valle-azione-bene-comune-io-faccio-cosi-234/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Quando libertà e non violenza entrano a scuola.

Un connubio originale tra Maria Montessori e Marshall Rosemberg per portare nelle aule un approccio educativo fondato sulla libertà e la comunicazione non violenta. È la direzione scelta dall’associazione Parlare Pace che a Bargecchia, in provincia di Lucca, ha avviato l’esperienza pedagogica di “A scuola in libertà”.

“Maria Montessori diceva che realtà e fantasia non vanno divise, bisogna che vadano a braccetto perché la fantasia è quella che ti permette di sviluppare l’intelligenza, e l’intelligenza porta al cambiamento”. Queste sono alcune delle parole che Paola Francesconi, presidente dell’Associazione Parlare Pace, ha condiviso con noi quando, in una calda giornata di giugno, ci siamo inerpicati con il nostro mitico camper, su per le colline del comune di Massarosa. Direzione la sede di “A scuola in libertà”, a Bargecchia, in provincia di Lucca.

Queste prime parole raccontano già tanto di questo progetto: la capacità di osservare la realtà e con creatività individuare nuove linee di azione e cambiamento, partendo da ciò che piace, interessa, appassiona. Il mondo si può cambiare partendo da qualsiasi punto. Come nei Sette Sentieri di Italia che Cambia, non è importante tanto da dove si parte, quanto dove le nostre strade confluiscono e si incontrano. Parlare Pace Onlus nasce nell’ottobre 2012 da un’idea di Paola, studi in Scienze della Pace e numerose esperienze nel sud del mondo, e non solo, con bambini e adolescenti, e suo marito. In comune il desiderio di dare il proprio supporto al cambiamento. Per farlo hanno pensato di dedicarsi ad un progetto che mettesse le famiglie al centro, chiedendosi prima di tutto se questo fosse un desiderio condiviso da altri, se ci fossero altre persone che avessero i loro stessi interessi e che volessero un cambiamento sociale effettivo. Una comunione di intenti e modalità di operare essenziale per poter costituire una vera associazione. Così è nato un primo spazio “in cui i bambini potessero crescere felici”, racconta Paola, “siamo partiti con due bambini, mia figlia e un bimbo polacco, in un appartamento in una fattoria. Lì siamo rimasti finché il numero dei bambini non è arrivato a dodici. Ci siamo inventate la nostra quotidianità, e abbiamo approfondito l’approccio Montessori, grazie a Prisca Melucco presidente di Montessori in pratica”.

Parlare Pace segue infatti due filoni, uno legato alla pedagogia di Maria Montessori e uno legato alla comunicazione non violenta di Marshall Rosemberg. Un approccio che si realizza nella quotidianità di “A scuola in libertà” che da settembre 2017 si è insediata nella ex scuola elementare di Bargecchia. Un edificio comunale inutilizzato da tempo che l’associazione ha in gestione dall’agosto 2017, dopo aver vinto un bando di gara. Oggi sono 22 le famiglie coinvolte e 35 i bambini che frequentano la scuola: c’è la casa dei bambini dai 3 ai 6 anni e la parte dedicata ai bambini della scuola primaria, dalla prima alla quarta, tutti insieme. Quest’anno per la prima volta c’è anche la quinta elementare.

“A scuola in libertà” è una scuola parentale ma, ci dice Paola, “quando si parla di progetto di educazione parentale spesso si fraintende, si pensa che la mamma e il papà siano presenti nella didattica del figlio, in classe. Per noi il progetto necessita di una sua entità ed identità nell’approccio, quindi ci vogliono persone formate” per accompagnare i bambini nel loro processo formativo. “Poi ci vuole la parte dei genitori, senza la quale non è possibile andare avanti, sono due facce della stessa medaglia. Ci riuniamo ogni 15 giorni per condividere e progettare. C’è una grande partecipazione. I genitori si organizzano autonomamente in gruppi, per svolgere ciò che esula dai compiti dell’educatore: c’è chi si occupa delle pubbliche relazioni, chi organizza gli eventi, chi pensa all’organizzazione delle gite ed altri hanno aiutato con i permessi comunali e nei lavori di restauro della scuola”.

La ristrutturazione della scuola, che si estende su due piani per 500 metri quadrati, non è stata semplice, i lavori sono stati molti e importanti, e non sono conclusi. Un investimento necessario perché questo “vuole essere un progetto a lungo termine”. 

“Sono andata a scuola proprio qui – prosegue Paola – qui ho fatto le elementari e le mie insegnanti mi hanno trasmesso l’amore per il sapere, il conoscere, l’interessarsi agli altri”. Oggi Paola osserva tra le stesse mura, bambini interessati alla cultura, al sapere, curiosi, grazie all’approccio educativo, connubio originale tra Montessori e Rosemberg. Nella scuola questo si riflette “in ogni cosa che viene detta e fatta. Maria Montessori mette al centro il bambino nella sua interezza, cioè quello che può essere, l’uomo futuro, il potenziale che ha dentro. L’approccio alla comunicazione di Rosemberg mette in risalto quello che io sento e quello che io desidero, che sono cose distinte. Qui abbiamo questo tipo di comunicazione, anche nel gestire i pochi conflitti che accadono. Ci preoccupiamo di cosa è vivo nell’altro e in me”.

Quella di Bargecchia è una scuola libertaria, la quale si basa sulla convinzione che ogni bambino è competente. Il compito della scuola è quindi mettere ogni studente in condizione di scegliere secondo i propri interessi. Non si tratta di un insieme di regole da rispettare e neppure della libertà assoluta dei bambini. Questa scuola opera per incoraggiare il loro apprendimento e le loro capacità pratiche ed intellettuali in modo armonico e integrale. Tutto ciò viene fatto per permettere ad ogni essere di diventare ciò che è e che desidera diventare. Altri concetti di base di questo approccio educativo sono: la politica del bene comune, che viene stimolato attraverso attività pratiche che conducano i bambini/cittadini a riflettere sul senso di appartenenza alla comunità in cui si trovano, al senso di responsabilità verso le proprie azioni e ad agire secondo le proprie vocazioni. E l’importanza del contatto con la natura e con gli animali: la scuola è immersa nel verde, e c’è un grande spazio all’aperto dove poter fare molte attività e interagire con gli animali. 

“Se penso a un sogno è rendere possibile quello che per tanti è un’utopia, è metterlo in pratica. I bambini cambieranno il mondo”. 

Intervista: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/liberta-non-violenza-entrano-scuola-io-faccio-cosi-232/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Gli oli essenziali di Flora: l’aromaterapia è un modo di vivere

Dall’incontro di Mario Rosario Rizzi con il mondo dell’aromaterapia e dalla sua cura per la terra, ha preso vita, tra le colline della Toscana, l’azienda Flora. Sorta circa 30 anni fa, questa azienda longeva è specializzata nella produzione di oli essenziali realizzati con materie prime di altissima qualità e nell’assoluto rispetto della natura e dei lavoratori. “Sinergie speciali succedono nella vita di ognuno, avvenimenti significativi che ti portano a volte a sentire che sei nel posto giusto al momento giusto”. È così che inizia una lunga chiacchierata con Mario Rosario Rizzi, fondatore e presidente di Flora Srl. Siamo nelle colline pisane, a Lorenzana precisamente, un territorio bellissimo dove ha sede questa azienda longeva, a un passo dal raggiungere, nel 2019, l’importante traguardo dei 30 anni di attività.

Non è la prima volta che con Italia che Cambia incontriamo Mario Rosario e che curiosiamo nel laboratori di Flora Srl e, come la prima volta, si respira un’aria familiare, quella che nell’immaginario comune non ti aspetti in un luogo di lavoro quotidiano. È un posto speciale, anche se non mi piace usare in genere questa parola, dove si sente la profonda coesione tra ideale e concreto e l’impegno quotidiano all’adesione delle azioni con il pensiero.

“Poco più che ventenne compresi che dovevo lavorare la terra. Un giorno seduto in un bar in una città tedesca dove mi ero trasferito e lavoravo, stavo leggendo un quotidiano italiano, c’era un inserto di approfondimento che parlava della fame nel mondo. Mi arrivò tutta insieme una dolorosa consapevolezza. Il problema più importante su questo pianeta è ancora oggi la morte quotidiana di 24.000 persone al giorno per fame. Tutti i giorni, tutto l’anno. Tornai in Italia e per 8 anni feci il bracciante, apprendendo sul campo la coltivazione della terra. Ma è stato l’incontro con una dottoressa aromaterapeuta che mi ha introdotto nel mondo dell’aromaterapia. Così ho potuto dar sfogo alla mia creatività nella coltivazione biologica e biodinamica di piante officinali aromatiche in molte parti del mondo”.flora-5

Ed ancora oggi l’aromaterapia è l’impulso fondante di Flora Srl, come ricorda il suo logo in cui Flora versa gocce preziose da due ampolle, sostanze che vengono prodotte dalle piante officinali che hanno una straordinaria forza e energia di luce.

 

Flora nasce quindi con la realizzazione di oli essenziali puri 100% da agricoltura biologica e biodinamica, produce attualmente oltre 150 oli essenziali di piante mediterranee e di tutto il mondo. Dall’Eucalipto prodotto e distillato in Portogallo alle rose della Turchia e al sandalo coltivato a Mysore, prodotti in aromaterapia che vengono anche abbinati ad oli vegetali come mandorle, jojoba, avocado, argania e utilizzati per la cura e il benessere del viso e del corpo. “Tutti prodotti di altissima qualità delle materie prime e realizzati nel rispetto delle regole della natura per la vita stessa del pianeta”, ricorda Mario Rosario.

“Da lì poi abbiamo spaziato in prodotti per la casa, per l’igiene personale, prodotti balsamici per l’inverno, antizanzare, tisane con la linea ‘sorsi di benessere’. Viviamo in un ambiente adatto alla coltivazione di piante aromatiche e siamo impegnati da anni nella rigenerazione del suolo, nella riconversione dei campi da coltivazione cerealicola convenzionale ed industriale a coltivazione biologica e biodinamica delle piante officinali. Qui possiamo produrre vari tipi di lavanda, origano, timo, e stiamo introducendo anche melissa, salvia sclarea, in modo da avere sempre più una produzione sul nostro territorio da distillare nel nostro stabilimento.flora-4

Siamo partiti con dei progetti europei in collaborazione con la Regione Toscana per sviluppare sul territorio una realtà alternativa, siamo capofila di una cordata di una decina di aziende agricole che si stanno impegnando in questo sviluppo personale e professionale anzitutto nel metodo abbinato anche al cambiamento della varietà coltivata. Questo mi da grande soddisfazione perché ci permette di agire nel cambiamento dell’ambiente. È uno sviluppo finalmente ecologico e integrale di un territorio meraviglioso. E poi abbiamo tante altre produzioni italiane come il bergamotto dalla costa ionica della Calabria e i mandarini siciliani, o in Piemonte issopo, calendula, estragone, camomilla e salvia officinale. Tutte piante che scegliamo nelle zone specifiche di produzione andando ad incontrare gli agricoltori per stabilire un rapporto di fiducia e profonda conoscenza. L’olio viene estratto sul luogo di produzione e viene utilizzato anche per la realizzazione di creme, shampoo, bagno doccia, oli viso e corpo, solari, per un benessere psicofisico, “perché l’aromaterapia, l’utilizzo di oli essenziali, ha un effetto importante per l’attività olfattiva che generano, un’attività capace di entrare in relazione con la psiche, le emozioni, i ricordi, il sistema neurovegetativo. L’olfatto è un senso straordinario che comunica con il cervello in maniera diretta con il sistema limbico, senza passare dalla neocorteccia”.flora-2

Uno degli obiettivi più significativi di Flora Srl e del suo fondatore è stato quello di dare lavoro alle persone, di creare un lavoro redditizio e al contempo compatibile con il pianeta. “La prima volta che andai alla camera di commercio c’era un cartello che diceva che il 50% delle aziende costituite ‘moriva’ dopo un anno, dopo 5 anni ne rimanevano solo il 5%, mi dissi ‘devo essere tra queste’. Oggi dopo 30 anni di aziende costituite di così lunga durata credo ce ne sia lo zero virgola qualcosa. Siamo cresciuti molto determinati. Ora siamo un gruppo di 30 persone che lavorano stabilmente nella sede centrale a Lorenzana (PI), abbiamo sette settori con tre reparti ciascuno. Siamo cresciuti piano, alla media di una nuova persona l’anno. Ed abbiamo continuato ad assumere sempre, anche quando si è manifestata la crisi nel 2008 e negli anni successivi. Credo che la lungimiranza sia un elemento strategico: capire cosa è necessario ogni momento per il progetto a lunga scadenza e per una crescita individuale e professionale. Nel gestire l’azienda ho sempre avuto chiaro di voler costruire un gruppo più che una ‘ditta’, mi sono quindi dotato di strumenti semplici di condivisone per lavorare bene in gruppo. Siamo persone e siamo dedicate al compito e contemporaneamente alla relazione, siamo persone e non ruoli, le nostre dimensioni sono pienamente compenetrate. I problemi del lavoro ce li portiamo a casa, quelli di casa sul lavoro. La formazione alla comunicazione ecologica ci ha permesso di creare un gruppo in cui non ci sono conflittualità perché non ci arriviamo, affrontiamo i piccoli problemi nel nascere, spesso sono solo equivoci e si risolvono subito. È un elemento forte per la coesione del gruppo. Abbiamo strutturato un percorso nel quale tutti trovano lo spazio idoneo per esprimersi”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/io-faccio-cosi-213-oli-essenziali-flora-aromaterapia-modo-di-vivere/

 

 

 

CondoMio: la comunità autorecupera le case popolari

La valorizzazione e rigenerazione urbana può partire dalla case popolari, beni comuni a tutti gli effetti, coinvolgendo la comunità locale e attivando I talenti del territorio. Alessia Macchi ci parla di CondoMio, il suo ultimo progetto nell’ambito dell’abitare collaborativo, completato da pochi mesi a Empoli. Un condominio, dodici famiglie ed un progetto di rigenerazione urbana che parte dalle case popolari e i loro abitanti. È Alessia Macchi, architetto e Agente del Cambiamento, l’ideatrice del progetto CondoMìo, realizzato nel Comune di Empoli per Publicasa Spa, ente che progetta e gestisce il patrimonio immobiliare dell’Unione dei Comuni – Circondario Empolese Valdelsa.condomio1

Che cos’è la “rigenerazione popolare” nominata nel progetto?

Si parla molto in questi ultimi tempi di rigenerazione urbana e valorizzazione dei beni comuni, ma poco del fatto che anche le case popolari sono a tutti gli effetti un bene comune, spesso situato in quartieri di grande marginalità. I condomini popolari possono diventare fulcro di rigenerazione, creando l’innesco per riattivare interi quartieri. Ma non si può fare rigenerazione urbana senza fare anche rigenerazione umana, coinvolgendo la comunità locale e valorizzandone i talenti.

Descrivici CondoMìo. Com’è nato e quali sono i suoi obiettivi?

Il progetto è nato dalla scoperta di quante potenzialità possano nascondersi in un condominio di edilizia popolare e dalla voglia di provare a costruire qualcosa di innovativo insieme alle persone che ci abitano. Sono state coinvolte 12 famiglie di sei nazionalità diverse che hanno rigenerato in maniera semplice ma efficace gli spazi condivisi del loro edificio. La sfida del progetto è legata non solo a riqualificare in chiave estetica e funzionale i luoghi utilizzati quotidianamente da queste persone, ma anche e soprattutto a creare “autostima collettiva”, a “ricucire” comunità e a farlo, perché no, divertendosi!

In cosa è consistito praticamente l’intervento di autorecupero?

Per cinque mesi, le famiglie che abitano nelle case popolari di una frazione di Empoli si sono incontrate, confrontate, hanno deciso quali erano le priorità per il loro condominio e hanno realizzato in prima persona i cambiamenti proposti. Hanno sostituito il pavimento in plastica dell’ingresso con un nuovo pavimento vinilico, cambiato le cassette della posta e creato una tool library condominiale per gli attrezzi da giardinaggio. Il tutto attraverso sei incontri di progettazione partecipata, quattro giornate di autorecupero e una giornata conclusiva di festeggiamenti. Simbolicamente, agendo sul pavimento, hanno deciso di rigenerare la base su cui camminare tutti insieme, o almeno questa è la lettura più bella che è stata data del progetto fino a ora!

Video realizzato da Marco Orazzini

Quali sono gli aspetti innovativi?

CondoMìo utilizza pratiche di autorecupero per innescare partecipazione e coinvolgimento dove prima non c’erano, in quanto è proprio l’agire insieme per la realizzazione di un obiettivo comune tangibile che contribuisce a raggiungere alti livelli di collaborazione anche in ambiti socialmente difficili, caratterizzati da multiculturalità e diffidenza. Nelle case popolari, difficilmente gli spazi comuni vengono percepiti come un qualcosa di cui avere cura. Migliorarli in prima persona, con il lavoro delle proprie mani, ribalta la prospettiva in positivo e getta le basi per una gestione resiliente portata avanti da cittadini attivi. Inoltre l’autorecupero rappresenta anche il mezzo per acquisire competenze spendibili in altri contesti, in un’ottica di formazione e autonomia personale.

Qual è stato il contributo dell’ente promotore al progetto?

CondoMìo si basa sulla collaborazione reciproca non solo tra vicini di casa, ma anche tra condominio e soggetto promotore del progetto, Publicasa S.p.A., che ha fornito tutto il supporto per avere i materiali necessari ai lavori, mentre gli inquilini si sono occupati personalmente delle attività di rigenerazione. E’ stata una sfida anche dal punto di vista burocratico, nel tentativo di tracciare un nuovo solco procedurale, e Publicasa S.p.A. l’ha accettata di buon grado, con grande spirito di innovazione e lungimiranza.condomio3

Esiste qualcosa di simile nel panorama nazionale?

La presa di coscienza del fatto che le politiche abitative stanno diventando sempre più “relazionali”, sta generando risposte orientate a creare nuovi condomìni pubblici più consapevoli e inclusivi, predisponendo sin dall’inizio luoghi e funzioni per la socialità. Ma con i condomìni esistenti come si fa? CondoMìo prova a dare una risposta originale, attraverso un progetto sperimentale con caratteristiche peculiari che per adesso non ritrovo in nessuna delle realtà italiane che ho conosciuto. La mediazione dei conflitti ad esempio rappresenta solo una parte del progetto, in un approccio che intreccia fin da subito rigenerazione di luoghi e relazioni, e dove vengono inseriti inoltre elementi di facilitazione, oasis game e sociocrazia. Si cerca di trasmettere un nuovo modo di pensare i rapporti e la gestione degli spazi condivisi, non limitandosi solo alla sottoscrizione di un patto di buon vicinato.

Qual è stato il risultato?

Il risultato è stato spiazzante! In un contesto come quello di un condominio di edilizia popolare non è facile mettersi in gioco, avvicinarsi, parlarsi, lavorare fianco a fianco. Devi superare la quotidianità, mettere da parte il risentimento, le dissidie accumulate negli anni. Puoi riscoprire il piacere di stare insieme, di collaborare anzichè litigare, ma non è detto. E invece è successo! Superati la diffidenza e i pregiudizi iniziali, queste persone hanno seguito con curiosità le riunioni atipiche dove ci si mette tutti in cerchio e si sono stupite del fatto che qualcuno chiedesse loro quali erano le priorità per gli spazi comuni del loro condominio. Si sono rimboccate le maniche e ognuno secondo le proprie capacità e competenze ha contribuito a rendere migliore il luogo in cui vivono. Ogni passo in avanti del progetto è stata una conquista, per loro e per me, ma alla fine quello che mi hanno dato è molto più di quello che io sono riuscita a dare loro. Mi hanno confermato che quelle potenzialità che avevo scorto prima della nascita del progetto erano l’intuizione giusta!condomio2

Quali i prossimi passi dopo questa fase sperimentale?

Sarà necessario un periodo di implementazione del progetto, in cui saranno raccolti ed esaminati tutti gli aspetti emersi e i risultati ottenuti, dopodichè si passerà a una fase di strutturazione che permetterà di definire maggiormente tutte le fasi del progetto e i contributi delle diverse professionalità necessarie alla buona riuscita. L’idea è quella di replicare il progetto in altri quartieri di edilizia popolare, coinvolgendo le Amministrazioni e gli enti gestori, con l’obbiettivo di farlo diventare un modello gestionale più condiviso ed efficace degli spazi comuni dei condomìni ad alta densità abitativa, nell’ottica di migliorare la qualità dell’abitare e allo stesso tempo risvegliare il senso di comunità, l’appartenenza ad un luogo e la volontà di migliorarlo.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/condomio-comunita-autorecupera-case-popolari/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Funghi Espresso: come coltivare funghi dai fondi del caffè

Un progetto imprenditoriale, un esempio di economia circolare, un modello educativo e un messaggio contro lo spreco: questo e altro è Funghi Espresso, realtà toscana che a partire dal fondo di caffè produce tre tipologie di funghi. Deliziosi da assaggiare e ricchi di nutrienti. Sapete quanti fondi di caffè vengono prodotti in Italia in un anno? Trecentomila tonnellate, risultato del lavoro di circa centoventimila bar presenti nel nostro Paese. Non sono tantissime invece le persone che sanno che il fondo di caffè, da scarto, può diventare una preziosa risorsa; ad esempio, per coltivare funghi.

L’originale trovata è la base della storia di Funghi Espresso che vi raccontiamo oggi, una dimostrazione pratica di imprenditoria “a chilometri zero” che sposa perfettamente i principi dell’Economia circolare: Funghi Espresso coltiva funghi commestibili e dal buon sapore a partire dai fondi di caffè recuperati dai bar locali, che vengono poi venduti tramite i mercati locali ed anche in dei kit dove le persone possono provare a continuare la coltivazione dei funghi in casa.

Il progetto vede le sue basi nel 2013, quando il coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero (con sede a Capannori in provincia di Lucca) Rossano Ercolini avvia uno studio sui possibili riutilizzi del fondo di caffè in agricoltura, affiancato già allora dal co-fondatore di Funghi Espresso ed agronomo Antonio di Giovanni. Successivamente, dall’incontro tra Antonio di Giovanni e l’architetto Vincenzo Sangiovanni, nasce l’avventura di Funghi Espresso. Inizialmente avviata a Capannori, oggi Funghi Espresso ha la sua sede produttiva all’interno delle Scuderie Leopoldine di Firenze, all’interno di un Istituto tecnico agrario che ha deciso di ospitare l’esperienza e di portarla avanti in collaborazione, perché il progetto vuole essere innanzitutto educativo e si pone l’obiettivo di coinvolgere sempre più studenti nella ricerca di nuovi potenziali scarti organici, sempre per la produzione di funghi.17884680_1359421047458436_3006771240319826447_n

Dal fondo di caffè ai funghi

Da quando il progetto ha preso vita a Capannori, Antonio di Giovanni ci racconta che è stata recuperata la media di circa una tonnellata e mezza di fondi di caffè al mese, per un totale finora di circa sessanta tonnellate di fondi di caffè, che provengono dai bar limitrofi: “In media il bar più lontano dal quale recuperiamo i fondi è a circa due chilometri di distanza”, ci spiega Antonio. Il fondo di caffè si è dimostrato lo “scarto” ideale per poter coltivare i funghi, grazie alla sua ricchezza di minerali e sostanze nutritive adatte alla loro crescita. Una volta recuperati i fondi del caffè, con un processo ben delineato, Funghi Espresso coltiva tre tipologie di funghi: il Pleurotus Ostreatus, il Pleurotus Djamor e il Pleurotus Cornucopiae: “Funghi buonissimi e gustosi da mangiare, ricchi di sostanze nutrienti, che poi noi vendiamo ai vari mercatini locali sia tramite i classici canali di vendita come i gruppi di acquisto solidale che tramite i mercati contadini”. Nel corso del tempo Funghi Espresso ha anche ideato un kit apposito per la vendita dei funghi, con un substrato già pronto, che permette a chi vorrebbe coltivare i funghi direttamente a casa di poterlo fare.17634817_1349022631831611_2817465097780462966_n

“Quando il fondo di caffè raccolto dai bar arriva fresco all’interno della nostra fungaia viene pulito, setacciato e inoculato lo stesso giorno della raccolta. Questo è importante per favorire la buona riuscita di tutto il processo: il sacchetto appena prodotto con il fondo di caffè viene messo all’interno di una camera di incubazione al buio, per circa venticinque giorni. Dopodiché, quando il sacchettino diviene bianco e il fungo comincia a svilupparsi, il sacchetto viene aperto, inciso e trasferito nella seconda camera, chiamata camera di fruttificazione: qui l’ambiente è molto umido e luminoso, dopo circa una decina di giorni otteniamo il primo raccolto, per poi completare il ciclo dopo circa trenti giorni”.

Ma non finisce qui, perché anche in questo caso lo scarto diventa risorsa: “Lo scarto derivato dalla coltivazione dei funghi viene utilizzato sia per il compostaggio ma soprattutto per la lombricoltura: il risultato finale è che, dal nostro scarto, riusciamo ad ottenere humus di lombrico e lombrichi, che possiamo riutilizzare in diversi modi e sul quale stiamo studiando diversi progetti”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi e Daniela Bartolini
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/io-faccio-cosi-206-funghi-espresso-coltivare-funghi-fondi-caffe/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Aboca: così le piante hanno conquistato la scienza

Un museo, una casa editrice, dei progetti sul territorio e… 40 anni di storia nel settore dei prodotti per la salute. Possono sembrare elementi slegati tra loro e invece in una valle toscana, la Val Tiberina, ad Aboca, esiste un’azienda che fa tutto ciò! Aboca nasce nel 1978 quando l’attuale Presidente Valentino Mercati acquista la villa di Aboca, piccola frazione da cui prese il nome l’azienda. Dopo una prima analisi, Mercati decise di coltivare piante medicinali in un’epoca in cui il settore era quasi inesistente e la scelta si rivelò vincente. Da allora, infatti, l’innovazione è stata continua fino ad arrivare ad oggi, in cui Aboca può vantare 1300 dipendenti, e 1400 ettari di terra coltivata con agricoltura biologica a piante medicinali per realizzare dispositivi medici e integratori alimentari.

La produzione è verticalizzata: dalla coltivazione, alla trasformazione, alla ricerca e sviluppo, ai cosiddetti ‘colletti blu’, tutto avviene internamente o in stabilimenti che insistono su territori limitrofi. Ma quello che contraddistingue  Aboca è probabilmente dato dalla sua capacità di sviluppare relazioni con la comunità scientifica diventando protagonista delle ricerche di settore sia in ambito scientifico che in ambito medico e farmaceutico facendo incontrare “natura e terapia”.

“La nostra sfida – ci spiega Davide Mercati – è stata portare la medicina naturale basata sull’utilizzo delle piante nell’ambito della medicina allopatica moderna basata su evidenze cliniche. Siamo stati una sorta di traghettatore che ha portato il mondo delle piante medicinali fuori dalla tradizione della medicina cosiddetta alternativa per portarla nel mondo scientifico. Siamo passati dalla vecchia tisana allo studio clinico. Il mondo scientifico fino agli anni ’80 guardava con diffidenza a questi mondi, poi la convinzione e la caparbietà di Valentino Mercati e dalla sua famiglia, nonché dei suoi dipendenti, ha permesso di trasportare il mondo delle erbe nel mondo della scienza. Oggi università, ospedali e centri di ricerca fanno studi clinici basati su sostanze vegetali. Spesso sono loro che vengono a cercarci!”.

Oggi Aboca è presente in 14 nazioni. La crescita di fatturati e dipendenti è stata costante nel tempo ma negli ultimi sei anni ha avuto un’impennata. Questo grazie ad un aumento costante della sensibilità degli italiani verso questo settore.

“Una volta il nostro cliente tipo era quello che cercava la natura e la vita naturale – continua Davide Mercati – oggi a questo si è affiancato il cliente che cerca semplicemente un prodotto efficace e sicuro. Il farlo nel rispetto dell’ambiente e dell’organismo umano garantisce l’assenza di effetti collaterali e la consapevolezza di agire in modo sostenibile.

Aboca ha una visione di lungo periodo – spiega ancora Mercati –  non guarda solo alla crescita di fatturato per l’anno in corso, ma investe ingenti risorse economiche, umane e intellettuali per far evolvere tutto il settore delle sostanze vegetali ed allargare il numero di patologie che siamo in grado di affrontare. Il nostro futuro sarà costellato da un numero crescente di collaborazioni con università e istituti di ricerca insieme ad una crescente attenzione all’ambiente e alla natura. Per questo, tutte le nostre coltivazioni sono biologiche, senza uso di OGM o di sostanze chimiche di sintesi dannose per l’ambiente. Inoltre, per il confezionamento dei nostri prodotti usiamo solo cartone e vetro. Abbiamo eliminato i cosiddetti blister, non usiamo plastica. I nostri “opuscoli” sono in carta certificata, cerchiamo di ridurre costantemente sprechi ed educhiamo il nostro personale affinché i nostri atteggiamenti siano sempre più ecosostenibili. Infine, abbiamo una casa editrice per sensibilizzare sul tema dell’ambiente”.

Ma non è tutto. Come detto all’inizio, Aboca ha anche fondato “Aboca Museum”: un Museo delle Erbe che recupera e tramanda la storia del millenario rapporto tra l’Uomo e le Piante. Si legge sul sito: “Aboca Museum, attraverso il percorso Erbe e Salute nei Secoli, nella prestigiosa sede rinascimentale di Sansepolcro, con suggestive e fedeli ricostruzioni di antichi laboratori, diffonde l’antica tradizione delle Erbe Medicinali con le fonti del passato: preziosi erbari, libri di botanica farmaceutica, antichi mortai, ceramiche e vetrerie”.IMG_0960

Passeggiando per le sale rimaniamo colpiti dalla cura del dettaglio, sia nella conservazione di testi antichi, di prodotti o dei reperti, che per la bellezza delle sale. Entrando nella libreria, inoltre, ci sentiamo a casa. Tra i testi pubblicati, accanto a quelli legati al settore erboristico e artistico, spiccano autori come Ugo Mattei, Fritjof Capra, Antonio Cianciullo, Stefano Mancuso e molti altri nomi noti. Infine, Aboca svolge una serie di attività nelle scuole: “L’azienda Aboca, nell’ambito della sua specializzazione nella coltivazione e trasformazione di piante medicinali, offre agli studenti di tutte le età percorsi didattici differenziati con l’obiettivo di favorire la riscoperta del rapporto millenario che lega l’uomo alle piante medicinali”.

Oggi l’azienda è sempre guidata dalla famiglia Mercati ma è passata da azienda a conduzione famigliare ad azienda “glocale” o multinazionale che dir si voglia. Spiega Davide Mercati: “Oggi seguiamo modelli strutturali aziendali con l’aiuto di consulenti esterni. Non possiamo più avere ‘un solo padrone’, ma una serie di manager in grado di incarnarne lo spirito e i valori alla base dell’azienda, per far sì che dai vertici alle basi ci siano valori condivisi nonché un rapporto bidirezionale di idee, dall’alto al basso e viceversa”.

Non male per un’azienda quarantenne. Buon Compleanno!

Intervista e riprese: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/aboca-piante-hanno-conquistato-scienza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“Se hai tempo siediti, se hai voglia prendi un libro”. Ecco il booksitting

‘Se hai tempo siediti, se hai voglia prendi un libro. Se vuoi diventare un supereroe colora una sedia’. Sono queste le regole del booksitting, iniziativa lanciata qualche settimana fa a Firenze per promuovere lo scambio di libri, creare nuove occasioni di socialità e modificare lo scenario urbano.

Che cosa succede quando una sedia incontra un libro? Ne abbiamo parlato con Alessia Macchi, agente del cambiamento e tra le promotrici di un progetto collettivo lanciato qualche settimana fa a Firenze: il booksitting.

Che cos’è il booksitting?

Booksitting è un’iniziativa aperta a tutti, principianti, apprendisti e supereroi. Brevi istruzioni, poche regole e tanta voglia di partecipare. La sua espressione è la sedia, come oggetto emblema di attesa, riposo, momento di socialità. Il suo valore aggiunto sono i libri, instancabili e intramontabili veicolatori di idee e storie. Da questa unione nasce la possibilità di trovare in giro per la città sedie verdi corredate di libri. Ci si può sedere, se si ha tempo, si può prendere un libro, se si ha voglia, oppure si può decidere di diventare un apprendista, aggiungendo dei libri, o ancor meglio un supereroe, colorando una sedia, mettendoci dei libri e posizionandola da qualche parte in città. Il richiamo casuale al termine “babysitting” fa sorridere, viene in mente il prendersi cura di qualcosa!booksitting11

L’iniziativa è stata lanciata a Firenze qualche settimana fa. Vi siete ispirati ad altri Paesi?

Da quello che sappiamo, Booksitting è il primo “connubio ufficiale” tra libri e sedie. Esistono un po’ ovunque belle iniziative legate invece al Bookcrossing, un’attività globale che si concentra più sul viaggio compiuto dai libri, di mano in mano, e meno sul luogo dove questi libri vengono effettivamente scambiati, che può variare in mille modi, da bacheche a scaffali dedicati nelle stazioni e molto altro ancora.

Cosa differenzia il booksitting dalle altre iniziative che promuovono lo scambio di libri?

Booksitting e bookcrossing se non sono fratelli, sono sicuramente cugini! Il punto in comune più lampante riguarda chiaramente lo scambio di libri, quello più profondo ha a che fare con una forma diversa di condivisione e socialità. Mentre nel bookcrossing prendi/lasci un libro e te ne vai, Booksitting ti dà la possibilità di fermarti, di restare, di sederti e leggere sul posto se vuoi. Può creare uno scenario inaspettato nel panorama urbano. La fantasia delle persone farà il resto.

Qual è l’obiettivo?

Ci è stato chiesto se si tratti di un gioco, di uno stimolo alla città o di un’iniziativa culturale… la verità è che potrebbe essere tutte queste cose insieme! Il progetto cresce e si sviluppa in maniera spontanea e libera, nemmeno noi abbiamo la certezza di quali saranno le novità del 2018!

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Che riscontro avete avuto in queste settimane da parte dei cittadini?

Il “battesimo” del progetto a Firenze è stato molto positivo. Ha suscitato curiosità e acceso sorrisi. Indipendentemente dal fatto di essere un accanito lettore o meno, trovare dei libri in luoghi inaspettati genera sorpresa, non lascia indifferenti. Questo è sicuramente il primo importantissimo passo.

Pensate che questa iniziativa possa essere replicata in altre città? Cosa serve?

Sicuramente può essere replicata, anzi ce lo auguriamo! Che in quel momento ti senta un principiante, un apprendista o un supereroe, si tratta di un invito ad attivarsi. Quella che sembra una gerarchia, in realtà non lo è. È nata per essere sovvertita e dare a tutti la possibilità di interagire con il progetto, a seconda delle proprie predisposizioni e attitudini. Ovviamente noi speriamo che si moltiplichino i supereroi, visto che ognuno di noi può diventarlo!

Per diventare supereroi sono sufficienti una sedia, alcuni libri e la guida che si trova sul sito. Ogni libro deve contenere le brevi istruzioni dell’iniziativa e, nel caso in cui la sedia sia posizionata in un luogo non coperto, i libri devono essere protetti dalle intemperie. Ognuno può diventare un booksitter e per agevolare questa trasformazione ci sono dei punti amici a Firenze dove è possibile ritirare un kit, contenente le cartoline con le istruzioni da allegare ai libri e uno stencil per “firmare” la sedia.

Perché le sedie che avete scelto devono essere verdi?

La riconoscibilità, questa tiranna! Un progetto, qualsiasi progetto, per avere un’identità deve caratterizzarsi per uno o più elementi facilmente riconoscibili. Da qui la scelta di usare sempre lo stesso colore per dipingere le sedie, per renderle riconoscibili e semplificare il compito dei supereroi. Per il resto, visto che si tratta di sedie di recupero, regna la disomogeneità massima su modelli, forme e dimensioni. Basta che siano solide!

Tutte le informazioni e alcune foto si trovano anche sul sito www.booksittingfirenze.wordpress.com e sul profilo Instagram booksittingfirenze.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/siediti-prendi-libro-booksitting/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Il saccheggio della Toscana

La Regione Toscana lancia il suo affondo finale nei confronti della protezione ambientale e della tutela del paesaggio, e lo fa in grande stile. Dopo un crescendo di attacchi politici e legislativi che si protrae da anni, ora la giunta regionale sembra arrivata a una frenesia di distruzione.9629-10399

Ma andiamo a vedere nel dettaglio di cosa si tratta e quali sono le drammatiche e disruttive scelte che la Regione ha preso e le pratiche ecodistruttive che promuove.

Partiamo dalla questione lupi, che è stata in gran parte fomentata proprio dalla becera politica regionale sia di maggioranza sia di alcune parti dell’opposizione. I lupi, si sa, sono molti in Toscana, e così i problemi che si riscontrano a causa del predatore con la pastorizia in Appennino, ma anche molte sono le soluzioni, già utilizzate altrove e anche da molti allevatori toscani, e di comprovata efficienza, come i cani da guardianìa, i recinti elettrici e disturbi di vario tipo.

Ma la Regione è la capofila a chiedere a gran voce l’abbattimento dei lupi, e prosegue ciecamente in questa direzione nonostante gli stop che da più parti, anche da istituzioni nazionali, vengono imposti per salvaguardare una specie simbolo della biodiversità e della lotta all’estinzione dei grandi carnivori. Superlative nella loro rozzezza le dichiarazioni di taluni amministratori, come quelle dell’assessore all’agricoltura Remaschi, che sbraita contro l’Europa affinché venga finalmente aperta la caccia ai lupi.

Passiamo ad un altro argomento assai spinoso. L’annullamento delle Province fa sì che la Regione Toscana decida un accorpamento delle competenze sulle riserve naturali un tempo provinciali. Queste riserve sono distribuite in tutto il territorio e in molti casi tutelano degli autentici gioielli ambientali, come la Riserva Naturale dell’Alto Merse, in provincia di Siena, che ospita paesaggi intatti, torrenti ricchi di biodiversità in cui fino a pochi anni fa viveva una piccola popolazione di lontre; come la Riserva Naturale di Castelvecchio, dove si annidano su uno sperone di roccia e in mezzo a foreste di lecci e cerri le magnifiche rovine di una città medievale. Sono solo due esempi di decine di luoghi importanti e preziosi, che avrebbero potuto rappresentare la vera essenza del territorio toscano. Ma queste riserve naturali, già in parte abbandonate a sé stesse dalle amministrazioni locali, una volta passate in mano alla Regione sembra che non valgano proprio nulla, dato che nella nuova legge regionale 30/2012 e nel quadro di bilancio per le aree protette il finanziamento destinato al loro mantenimento e salvaguardia è pressoché nullo, e si parla con insistenza della necessità di privatizzazioni.

Molte aree protette verranno invece date direttamente in gestione alle amministrazioni locali, assolutamente prive di risorse e di capacità tecniche per creare una gestione lungimirante e continuativa.

Ma non basta, a questo bisogna aggiungere che la vigilanza volontaria (le guardie volontarie ambientali e zoofile di associazioni come WWF, LIPU, ENPA ecc.), importante e gratuito baluardo contro i reati ambientali, e sostegno utilissimo di forze dell’ordine e magistratura, nel passare sotto il controllo della Regione vedono il loro ruolo notevolmente ridimensionato, la loro capacità operativa annullata in molti casi, l’aiuto finanziario per le spese vive (divise ecc.) volatilizzato. In coerenza con una politica nazionale in cui il Corpo Forestale dello Stato viene trasferito, o è meglio dire accartocciato in una informe realtà con compiti anche molto diversi da quelli della tutela e del controllo ambientale.

E non è ancora finita. La Regione, presidente Rossi in testa, annuncia: “Mai più fiumi a briglia sciolta” e stanzia 40 milioni di euro (in gran parte provenienti dall’Unione Europea e destinati a ben altro uso) per fare cosa? La cementificazione dei fiumi. Proprio così: creare dighe su fiumi e torrenti.

Questo denaro sarebbe in realtà fatto rientrare in maniera incongrua tra le spese per il Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020 nell’ambito del “Sostegno alla prevenzione di danni arrecati alle foreste da incendi, calamità naturali ed eventi catastrofici”.  E cosa c’entra? Gli eventi catastrofici sono proprio quest’ultimo assalto ai pochi fiumi e torrenti rimasti intatti, un assalto supportato anche da alcuni consorzi di bonifica che da anni stanno distruggendo la vegetazione e la naturalità di questi ambienti, nonostante le critiche piovute dal mondo accademico, da associazioni ambientaliste e da comitati di cittadini. La Regione promuove l’industria del cemento in nome di considerazioni idrauliche false e obsolete ma non promuove la salvaguardia dei fiumi da inquinamento ed erosione. Basti pensare che interi quartieri di Firenze non hanno depuratore delle acque fognarie e che interi bacini fluviali sono sottoposti ad un’erosione selvaggia a causa di pratiche agricole e di taglio forestale fuori controllo, scarsamente regolamentate e completamente ignorate, quando non incentivate, dagli enti regionali.

E, per finire, la ciliegina sulla torta. La Regione Toscana modifica la legge regionale 48/1994 e consente così lo svolgimento di gare e “manifestazioni sportive” di motocross, auto fuoristrada e altri mezzi motorizzati anche fuori dalle strade carrozzabili e da qualsiasi strada (cioè per intenderci nei boschi e simili) e… anche all’interno delle aree protette.

Questo è il colpo finale alla tutela ambientale, la legittimazione di attività vandaliche in completo contrasto con un minimo rispetto dell’ambiente e della natura, con la funzione delle aree protette e con la  loro fruizione da parte dei cittadini che pensano di trovarvi quiete, aria sana, bellezza. Una provocazione trasformata in legge a favore di meschini interessi economici in contrasto con il benessere di tutti e anche in contrasto con lo sviluppo di un turismo ecologico e ambientale. Una provocazione trasformata in legge, una vergogna che ha fatto indignare tutte le associazioni ambientaliste, il CAI che ha emesso un duro comunicato, una parte delle opposizioni che si sono battute con forza contro decisioni arbitrarie e prive di ogni logica. WWF e Legambiente punteranno ad una invalidazione della legge.

Resta evidente però un disegno preciso di destabilizzazione totale della difesa dell’ambiente, una sorta di “Sacco di Roma” legalizzato, che punta a concedere tutto a speculatori, cementificatori, inquinatori.

Da più parte però si registra una forte volontà di creare un fronte comune a difesa di quelli che sono dei baluardi ambientali nella terra degli Etruschi, e che fanno della Toscana un luogo di fascino e di attrazione turistica. Ma fino a quando?

Fonte: ilcambiamento.it

«Salviamo i fiumi»: in Toscana scontro tra cittadini e istituzioni

Movimenti e cittadini si mobilitano con un esposto contro il Consorzio di Bonifica Toscana Sud. È in questa zona che si ha, oggi, uno dei maggiori scontri tra cittadini e istituzioni che hanno ormai perso la fiducia di quei cittadini. In ballo la salvezza dei fiumi.9574-10336

Siamo alla stretta finale. Da una parte un manipolo di politici i cui interessi sono unicamente legati al mantenimento del proprio potere, appoggiati direttamente e sostenuti da aziende senza scrupoli che vedono nella natura solo una risorsa da sfruttare per il proprio profitto, anche in barba alle leggi e alle direttive europee. Dall’altra parte vi è la società civile composta da associazioni ambientaliste ma anche da docenti universitari, pescatori, insegnanti, escursionisti, ricercatori, contadini e tutte le persone sensibili agli interessi dell’ambiente e alla bellezza del paesaggio. La grande contesa sono i fiumi. I fiumi italiani sono stati in passato uno dei luoghi nevralgici della nostra società. Interi popoli sono vissuti dei fiumi, sui fiumi ed in comunione coi fiumi, che rappresentavano una tale risorsa da rendere auspicabile vivere lungo le loro rive. Erano ricchi di pesci, la terra nelle zone di esondazione era fertilissima e, naturalmente, l’acqua era abbondante. I fiumi navigabili poi permettevano spostamenti rapidi sia per gli uomini che per le merci. Per questo nel nostro come in altri paesi in tutto il mondo lungo i fiumi sono nati insediamenti fin dall’antichità, insediamenti cresciuti fino a diventare a volte delle città più o meno grandi. Roma, Firenze, Torino, Pisa, Mantova, Aosta, solo per citarne alcune, devono il loro splendore proprio ai fiumi che le rendevano privilegiate e ricche rispetto a molte altre località. Ma i fiumi, un tempo rispettati e venerati, non lo sono più. La civiltà moderna ha dominato, distrutto e demonizzato la natura. Se prima i fiumi erano considerati divinità benevole e generose e ne venivano rispettate le loro caratteristiche, i loro flussi stagionali, le loro zone di esondazione e alluvionali, con la civiltà industriale si comincia a rispettarli sempre di meno. Si costruisce anche nelle zone di esondazione, si abbattono i boschi ripariali, si “bonificano” le zone umide da essi prodotte o addirittura si cementificano gli alvei. Argini, canalizzazioni, sbarramenti, irreggimentazioni che in realtà portano ad aumentare la pericolosità delle piene, squilibrando tutto l’ecosistema fluviale. Anche la vita biologica dei fiumi inizia un declino che vedrà, dalla seconda metà del ventesimo secolo, l’alterazione o addirittura la completa distruzione di interi bacini idrografici. Ed ecco infine arrivare l’opera del Consorzio di Bonifica Toscana Sud che dal 2015 realizza interventi devastanti di distruzione pressoché totale della vegetazione ripariale. Gli interventi sono massicci e comportano un’alterazione totale delle rive e dell’alveo dei fiumi. Pioppi, salici, ontani di tutte le età vengono abbattuti, non ne viene risparmiato nessuno. Sono ditte private con enormi macchinari che compiono lo scempio, entrando e uscendo a piacimento dall’alveo dei fiumi Arbia e Ombrone. Ditte che vendono legna, cippato, pellet e che hanno tutto l’interesse a tagliare il più possibile e il più in fretta possibile. Come si legge dall’esposto “un’arbitraria ed indiscriminata opera di taglio della vegetazione ripariale, capace di compromettere ed alterare gravemente numerosi profili relativi alla sicurezza idraulica, alla difesa del suolo, alla tutela paesaggistica e alle funzioni ecologiche fondamentali legate alla capacità autodepurativa del fiume, alla conservazione generale della biodiversità, di habitat e di specie peculiari, al contrasto al riscaldamento delle acque e ai fenomeni di eutrofizzazione. Il taglio distruttivo, inoltre, è stato realizzato mediante l’impiego di grandi macchinari in alveo, che, tra l’altro, hanno contribuito ad aggravare lo stato delle già compromesse aree fluviali, trasformando lunghi tratti di fiumi e torrenti naturali in irriconoscibili canali di scolo le cui sponde, completamente prive di alberi, sono sottoposte ad una forte erosione, con il verificarsi di smottamenti ad ogni piena e di danni ingenti alle infrastrutture adiacenti. ”

Inoltre tra le normative non rispettate figura la Direttiva 2000/60/CE, trasposta nel D.Lgs. 152/2006, che parla di fasce ripariali e di rispetto delle stesse. Gli abitanti e gli attivisti di varie associazioni, già allarmati dalla pessima gestione della precedente amministrazione provinciale, hanno protestato, sono scesi in piazza con un corteo che ha percorso il ponte sull’Arbia, hanno raccolto testimonianze e fotografato lo scempio inviando le foto ai giornali. Più di trenta docenti e ricercatori dell’Università di Siena hanno firmato una lettera di protesta indignata e di denuncia circostanziata. Si è formato un comitato spontaneo che contesta aspramente l’operato del Consorzio di Bonifica, il quale, messo alle strette da prove inoppugnabili, ammette errori di gestione ma, paradossalmente, prosegue imperterrito nella sua opera di distruzione e, per colmo di sfacciataggine e prevaricazione, riceve anche finanziamenti regionali. Per cosa? Per piazzare sbarramenti di centinaia di metri cubi di cemento su due piccoli torrenti della provincia di Siena, il Crevole e il Crevolicchio. A quale scopo, oltre a quello di utilizzare tonnellate e tonnellate di cemento e distruggere un altro ecosistema? Questa ulteriore bella pensata ha provocato ulteriori proteste. Il Comitato in Difesa dei Fiumi non si è scoraggiato e, a seguito di alcuni tagli a raso in tratti del fiume Arbia di alto pregio naturalistico, il 26 maggio ha inviato un esposto documentato e particolareggiato alla magistratura. I danni creati a livello ecologico sono ingenti e ci vorranno decenni prima che l’ecosistema si riprenda. I cittadini e le associazioni sono decisi a difendere i loro fiumi. L’esposto è solo un episodio, andremo avanti con le manifestazioni, le petizioni, le denunce pubbliche, le interpellanze nelle istituzioni. Tra i firmatari dell’esposto, oltre a decine di cittadini, figurano diverse associazioni: WWF Siena, Legambiente Siena, Italia Nostra Siena, CAI Siena, Coordinamento Merse, Mosca Club Siena.

Fonte: ilcambiamento.it

Ippoasi, fattoria della pace

Quella di Ippoasi è una grande sfida, è una fattoria della pace e santuario degli animali liberi, dove nessuno viene usato e sfruttato. È nel cuore del parco di San Rossore in Toscana.ippoasi_fattoria_animali

L’associazione di volontariato “Fattoria della Pace IPPOASI” sorge nel cuore verde del Parco di San Rossore a San Piero a Grado (Pi) ed ospita animali salvati da varie associazioni animaliste da morte certa. La fattoria non è solo un rifugio per animali domestici, ma soprattutto un polo per l’educazione ambientale e l’agricoltura sociale. Gli animali, sottratti da situazioni di profonda sofferenza, approdano in questo luogo dove ritrovano la propria natura e dignità, liberi di muoversi nei tre ettari a disposizione senza impedimenti e godendo della compagnia l’uno dell’altro. Christian Luciani, socio fondatore, e Silvia Sacilotto, volontaria, ci parlano di questo splendido progetto.

Quando è stata fondata la fattoria della pace e con quali intenti?

La Fattoria della Pace Ippoasi Onlus è stata fondata nel 2010, a seguito della chiusura di un centro ippico in cui lavoravano i due fondatori, con lo scopo di testimoniare e divulgare una filosofia di vita di profondo rispetto verso tutti i viventi. Partendo proprio dai cavalli!

Perché questo nome?

Ippoasi era già il nome del centro ippico chiuso dai due fondatori. Il nome “Fattoria della Pace” aggiunto poi è stato dato in quanto, per raggiungere gli obiettivi di cui si è parlato sopra, cerchiamo di partire con il mettere in discussione l’approccio con gli altri animali (non dimentichiamo che l’uomo è anche lui un animale) che la società odierna vede esclusivamente come un rapporto di sfruttamento verso il soggetto considerato più debole. In questo senso la fattoria della pace vuole essere un luogo che sovverte tale rapporto, ospitando animali definiti nella società di oggi “da reddito”, ma che in realtà non dovrebbero avere alcuna etichetta. Essi sono animali e basta e qui ritrovano la possibilità di esserlo, potendo così vivere dei rapporti paritari: è una fattoria atipica, un vero e proprio Santuario di Animali Liberi, dove nessuno viene sfruttato, ma si cerca di mettere in atto un clima di pace appunto!

Quali sono state e sono le difficoltà maggiori?

Sicuramente quando tale progetto è iniziato, dalla nostra avevamo esclusivamente una grande esperienza pratica di gestione dei cavalli, e ci siamo visti a dover imparare da zero la gestione naturale di altri animali, quali mucche e maiali. E’ stato grazie alla collaborazione con un’altra realtà simile, Vitadacani di Milano, che abbiamo avuto modo di avere qualche consiglio, però sicuramente eravamo, assieme a loro e pochissimi altri, tra i primi Santuari in Italia a disegnare una strada tutta nuova da percorrere, pertanto molte difficoltà derivavano anche da questo importante aspetto: non c’erano molte altre realtà da cui trarre qualche insegnamento, almeno in territorio italiano. Non dimentichiamo, inoltre, le grandi difficoltà economiche per far partire un progetto da zero (e infatti i fondatori investirono tutti i loro risparmi). Sicuramente tali difficoltà economiche sono presenti anche ora in quanto mantenere e gestire al meglio una realtà come questa è molto costoso. Attualmente abbiamo una spesa media mensile che si aggira attorno ai 5000 euro e quindi, oltre al grande lavoro di gestione quotidiana del Santuario, dobbiamo far fronte a un grande impegno nel cercare di reperire tali fondi.

Al momento quanti e quali animali ci sono nella fattoria? E quanto spazio hanno a disposizione?

Ippoasi oggi ospita con una gestione naturale degli spazi circa 80 animali in un terreno di circa tre ettari e mezzo. Ospitiamo mucche, cavalli, capre, pecore, asini, maiali, cani, galline e anatre.

Cosa si intende per gestione naturale?

Significa intervenire sull’ambiente per far si che gli abitanti trovino in esso tutto ciò di cui hanno bisogno, senza che essi sviluppino una dipendenza relazionale dall’animale umano.

Perché non acquistare un animale anche se questo significa liberarlo?

Acquistare un animale significa innanzitutto accettare che sia un oggetto con un valore di mercato. Significa entrare nel meccanismo economico per cui quanto più un “prodotto” è richiesto, tanto più il produttore lo “produrrà”. Tutto questo significa quindi che l’acquisto di un individuo di qualsiasi specie va nella maggior parte dei casi a finanziare la nascita di un altro simile, ovviamente ingabbiato e schiavizzato e porterà, a lungo termine, ad un incremento nella produzione di cosiddetti “animali da reddito”. Se si vuole salvare un animale perché sensibili alla questione, ci sono tante altre strade. Ne abbiamo parlato anche nel sito della Rete dei Santuari di Animali liberi: www.animaliliberi.org. E poi sarebbe davvero ingiusto che qualcuno venga salvato dietro riscatto, mentre chi potrebbe tranquillamente essere libero senza soldi, poi venga condotto comunque verso il macello.

Da dove arrivano gli animali ospiti della vostra fattoria?

La maggior parte di essi proviene da situazioni di estrema sofferenza e schiavitù. Allevamenti intensivi, piccoli allevamenti, ippodromi o altri luoghi in cui essi venivano considerati nulla più che oggetti. Ognuno ha una storia da raccontare! Alcuni sono stati liberati a seguito di sequestri dell’Asl, altri erano destinati alla macellazione in quanto scarti di allevamento (a causa ad esempio di alcune problematiche di salute), o in quanto “non più utilizzabili” (vedi i cavalli a fine “carriera”) altri ancora sono stati ritrovati a vagare per strada, alcuni sono stati liberati in seguito a uno scambio lavorativo o in seguito alla chiusura di tali luoghi…

C’è qualche ospite con una storia particolare che potresti raccontarci?

Potrei parlarti di Cara, l’ultima maialona arrivata…detenuta in una voliera allo zoo di Cavriglia (AR) per circa 10 anni, dalla sua nascita in poi…in perenne solitudine e senza grandi stimoli ambientali. Passava il 95% delle giornate sdraiata, in completa apatia (se fosse stata un animale umano avremmo senza ombra di dubbio parlato di depressione). Tale vita l’ha condotta a sviluppare presto un’artrite alle zampe, oltre che una discreta obesità. Arrivata a Ippoasi abbiamo fatto un grande lavoro di recupero psicofisico, cercando di stimolarla per piccoli passi nell’interazione con gli altri animali ospiti e ovviamente cercando di stimolare in lei una vita quanto più dinamica possibile. Oggi possiamo dire che Cara, a distanza di un anno, ha recuperato una forma fisica ed emotiva davvero ottima. Sta sviluppando sempre più fiducia in se stessa e nell’ambiente in cui vive, mangia assieme agli altri maiali senza averne troppa paura e si muove molto (ed è notevolmente dimagrita!).

Che cosa significa esattamente liberare un animale?

Per noi liberare un animale di qualsiasi specie significa non solo salvarlo da una situazione di schiavitù, ma è anche ridargli una possibilità di avere una vita dignitosa: gli altri animali e le loro esigenze non devono essere umanizzati. Salvare un animale da morte certa per poi tenerlo chiuso in una stalla, senza compagnia, o comunque senza permettergli di soddisfare le più basilari esigenze specie-specifiche non è liberare. Ma anche trattarlo come un “pet” non è a nostro avviso liberarlo, ma semplicemente cambiargli l’etichetta, da “animale da reddito” a “animale da compagnia”. Nessun essere vivente dovrebbe esistere per soddisfare le esigenze di qualcun altro, siano esse alimentari o relazionali. Via quindi tutte le etichette, per arrivare così alla più pura considerazione dell’animale in quanto essere senziente. La massima espressione è ovviamente la natura selvatica. Noi dobbiamo prendere esempio e far avvicinare ogni animale liberato il più possibile a quel tipo di vita. Senza dubbio una grande sfida. Gli animali ospiti sono animali cosiddetti da reddito.

Non si tratta quindi di animali “da compagnia”. Ci puoi spiegare la differenza e il perché di questa scelta?

Nella società in cui viviamo oggi agli uomini piace credere di poter disporre di tutto ciò che hanno attorno. Ecco che si è iniziato da tempo a mettere fili spinati, recinzioni, atti di proprietà sugli oggetti e anche sui viventi (anzi, prima forse proprio sui viventi). Gli individui di cui si serve l’uomo odierno sono stati arbitrariamente categorizzati con due etichette: “da reddito” o “da affezione” (o “da compagnia”). La differenza tra queste due categorie riguarda esclusivamente l’utilizzo che ne viene fatto: i primi servono per produrre beni materiali (carne, latte, uova, materie prime come lana), i secondi servono per produrre beni immateriali (per soddisfare bisogni affettivi). Ma questo è ciò che l’uomo ha deciso senza chiedere l’opinione dei diretti interessati. La nostra posizione è estremamente chiara: gli animali non umani, ma anche quelli umani, non devono avere alcuna etichetta, né da reddito, né da compagnia. Sono animali e basta, titolari di diritti e di una loro specifica individualità che va tutelata. Ippoasi opera all’interno di questa società, e anche se siamo contrari a tutte queste etichette, purtroppo dobbiamo sottostare ad alcune regole. Quindi non è per nostra scelta che gli animali che ospitiamo sono etichettati “da reddito” e devono mantenere i cartellini alle orecchie. Se potessimo scegliere non esiteremmo un istante a togliere loro quei numeri, simbolo di un passato di sfruttamento. Stiamo lavorando molto per cercare di ottenere un riconoscimento giuridico da parte dello stato italiano, ed essere categorizzati come “Santuari di Animali Liberi” e non più come “allevamenti”, e quindi per richiedere che vengano create delle leggi che possano in qualche modo regolamentare le nostre attività al meglio.

Considerato che molti animali hanno storie molto difficili, avete problemi per il reinserimento in una vita naturale alla quale non sono abituati?

Sicuramente per qualsiasi individuo nato e cresciuto in schiavitù è difficile nel primo periodo riabituarsi alla libertà. Vi sono nel mondo suoni, condizioni climatiche, cui non si è abituati, situazioni mai vissute che possono metterti in difficoltà… ma notiamo che, quando si tratta di abituarsi a ciò che è la propria vita naturale i progressi ci sono sempre e sono costanti. Luna e Terra, mucche salvate dopo 13 anni di detenzione legate a catena in una stalla chiusa; Cara, salvata dopo 10 anni di reclusione in una voliera, ma anche tutti i cavalli, liberati dalla scuderizzazione, ce lo hanno dimostrato: le difficoltà sono solo iniziali e temporanee. La vita libera e la compagnia di propri cospecifici aiuta sempre tutti a ritrovare un personale equilibrio verso la ricerca della libertà.

Come si vive praticamente a Ippoasi? Gli animali sono completamente liberi, vivono tutti insieme o in recinti separati?

A Ippoasi ogni ospite trova uno spazio di vita in linea con le proprie esigenze specie- specifiche. Cerchiamo di strutturare l’ambiente in modo tale che tutti ritrovino in esso ciò di cui hanno bisogno e quindi si emancipino dal rapporto di dipendenza fisica ed emotiva con l’umano. Tutto è studiato al minimo dettaglio ed è nostra premura far notare questi accorgimenti durante le numerose visite guidate. Tutti gli animali vivono liberi, senza recinzioni (tranne l’unica esterna), trovando nell’ambiente e nella relazione con gli altri ospiti tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere soddisfacendo le proprie esigenze specie-specifiche. E sta qui il segreto di tutto: se un animale ospite di Ippoasi vuole entrare in contatto con gli animali umani che sono presenti nel recinto lo può fare, ma saremo sicuri che tale rapporto non ha altro fine se non la relazione spontanea (non entriamo mai infatti con il cibo, canale preferenziale per falsificare ogni rapporto). Per motivi di salute due cavalli vivono separati dal gruppo: sono infatti allergici alle polveri e muffe contenute nel fieno e hanno quindi bisogno di seguire una dieta apposita, senza entrare in contatto con il fieno “classico”, normalmente a disposizione 24 ore al giorno agli altri animali. Ma è l’unica eccezione presente al Santuario. Tutti gli altri vivono assieme: mucche, maiali, capre, galline, pecore, cani, cavalli, anatre…sviluppano amicizie, “amori”, simpatie ed antipatie reciproche…e noi facciamo lo stesso!

Ricevete sovvenzioni pubbliche? Se no, come vi sostenete?

Non esistono sovvenzioni pubbliche per i Santuari e Ippoasi si sostiene solamente grazie alle donazioni di privati che possono prendere la forma di adozioni a distanza, 5 per1000, libere donazioni… Organizziamo molti eventi al rifugio di raccolta fondi e partecipiamo a molti eventi in tutta Italia per far conoscere la nostra realtà portando il nostro banchetto informativo. Tutto questo, unito a un grande lavoro di raccolta fondi permettono la sopravvivenza del Santuario e di tutti i suoi abitanti. Invitiamo tutti e tutte a restare in contatto con noi attraverso il nostro sito www.ippoasi.org la newsletter o facebook per conoscere in quali modi poterci aiutare o per conoscere quali sono i prossimi eventi di raccolta fondi previsti! Ogni donazione è fondamentale per portare avanti questo sogno e la vita di tutti gli ospiti.

Le persone che lavorano al centro sono tutte volontarie?

Si, siamo tutti volontari. Ippoasi accoglie sia volontari locali che dedicano al progetto il loro tempo libero, sia volontari esterni che decidono di trascorrere un periodo totalmente immersi in tale realtà. Possiamo infatti ospitare qualche volontario che viene da lontano e, in cambio di vitto ed alloggio, lei o lui ci aiuta con i lavori di gestione quotidiana, o con ciò di cui ha bisogno l’associazione. Arrivano volontari non solo da tutta Italia, ma anche da tutto il mondo: Spagna, Brasile, Belgio, Germania, giusto per fare qualche esempio! Aderiamo anche al programma Wwoof, altro importantissimo canale che ci permette di entrare in contatto con persone che vogliono aiutarci.

Qual è l’obiettivo delle visite guidate presso la fattoria?

La conoscenza abbatte sempre i muri della diffidenza e genera il rispetto reciproco. Durante le visite guidate intendiamo perseguire due obiettivi. Innanzitutto permettere ai visitatori di entrare in relazione con gli ospiti di Ippoasi, ambasciatori della propria specie, al fine di maturare una loro conoscenza profonda ed empatica. Presentiamo gli abitanti del Santuario non per quello per cui comunemente vengono utilizzati, ma in quanto individui dotati di un sentire proprio, di una propria coscienza ed individualità. Cerchiamo di favorire un contatto con tutti gli animali ospiti che possa stimolare nei visitatori l’empatia, ovvero la capacità di “mettersi nei panni degli altri”. Riteniamo che questo sia un aspetto fondamentale per promuovere un profondo rispetto reciproco, sia nei confronti degli animali umani, sia nei confronti di tutti gli altri animali. Scendendo sul piano emotivo si riesce a tenere lontani i condizionamenti di questa società malata e far passare messaggi nonviolenti fondamentali per un vero cambiamento. Ma non sempre è facile abbattere queste barriere. E’ importante far conoscere le esigenze specie-specifiche di ognuno di loro e informare circa come queste vengano negate nei comuni luoghi di sfruttamento. Pensiamo che se è vero che ognuno di noi può compiere delle libere scelte, è anche vero che per essere veramente definita in modo tale, una scelta debba essere presa dopo aver raccolto tutte le informazioni sul caso. E Ippoasi vuole cercare di sopperire alla mancanza di informazioni che comunemente aleggia attorno alla questione dello sfruttamento animale. Qui risiede il secondo obiettivo di tali visite. Si ritiene che le mucche facciano il latte 356 giorni all’anno e che l’uomo abbia il compito di mungerle… ma ci si dimentica che una mucca, in quanto mammifero, fa il latte solo a seguito di un parto, e tale alimento è destinato a suo figlio, che spesso viene separato dalla madre fin da subito e gli viene impedito di bere il suo latte. In ogni visita a Ippoasi si raggiunge sempre un importante obiettivo, portando ogni visitatore a non poter più dire: “ma io non lo sapevo!”. Se vogliamo davvero cambiare il mondo dobbiamo andare alle radici dei problemi e riteniamo che la questione dello sfruttamento animale sia davvero alla base della violenza che permea questa società. E ognuno è chiamato a fare la sua importante parte, cambiando per primo il suo stile di vita: il veganismo è una strada importante da intraprendere.

Fate parte di una rete di santuari di animali liberi in Italia o all’estero?

Ippoasi ha fondato, assieme a VitaDaCani ed altre poche realtà, la Rete dei Santuari di Animali Liberi in Italia. Ad oggi sono otto i santuari nel nostro territorio. E’ nostro desiderio mettere in rete tutti i santuari italiani, al fine di poter lavorare assieme per promuovere un cambiamento nella società, nelle leggi che ci regolamentano, per trovare strategie comuni. Abbiamo già avanzato molti lavori: dalla stesura della carta dei valori, alla gestione di varie emergenze (alcune richieste provenienti anche da Asl e Ministeri) all’ importante richiesta inviata ai Ministeri per il riconoscimento giuridico dei Santuari di Animali Liberi. Ad oggi infatti per la legge noi siamo etichettati come “allevamenti”, non esistendo altra forma giuridica idonea a regolamentare le realtà che ospitano animali cosiddetti “da reddito”. Ovviamente questa forma giuridica non ci calza affatto a pennello e la grande rivoluzione che vorremmo fare è appunto quella del riconoscimento giuridico dei Santuari: luoghi che ospitano animali privi di etichetta “da reddito”, “da affezione”, “da coccole”, che vivranno con dignità fino alla fine naturale dei loro giorni senza essere sfruttati in alcun modo.

Chi sono le persone che vengono a farvi visita?

Chiunque può visitare Ippoasi e gli animali che ospita! Facciamo regolarmente visite con famiglie, piccoli e grandi gruppi, scuole di ogni ordine e grado, centri per persone con disabilità, centri diurni per anziani. Ogni visita è costruita ad hoc per chi abbiamo di fronte, sempre con la preziosa collaborazione degli animali ospitati, sempre molto disponibili verso di noi! Che rapporto c’è tra la fattoria e i bambini? Diciamo che c’è un rapporto molto intenso! Da tre anni a questa parte sono circa 1200 i bambini delle scuole che abbiamo accolto nelle visite guidate. Abbiamo costruito dei percorsi didattici appositi per ogni tipo di scuola, dall’asilo nido alle scuole medie e superiori! L’obiettivo rimane sempre lo stesso: favorire il contatto empatico tra i visitatori e gli ospiti del santuario. Con i bimbi non parliamo di alimentazione, ma cerchiamo di aiutarli a stimolare un proprio personale senso critico nei confronti di ciò che ci sta attorno, oltre che ovviamente l’importante empatia e la capacità di “mettersi nei panni degli altri”.

Dove rivolgersi per chi volesse offrire la sua collaborazione volontaria a Ippoasi?

Il volontariato è per Ippoasi un pilastro davvero fondamentale! Chiunque voglia entrare in contatto con la nostra realtà e “sporcarsi un po’ le mani” è ovviamente il benvenuto! Basta contattarci alla mail volontari@ippoasi.org. Per ogni altra informazionewww.ippoasi.orginfo@ippoasi.org, Tel.: 389 7629476.

Che cosa fate per gli animali umani?

Un altro tassello importante riguardante le attività di Ippoasi è: IPPOASI E IL SOCIALE. Ippoasi da sempre non vuole essere solo un rifugio che ospita animali salvati, ma vuole essere un vero e proprio laboratorio di pace. Un luogo dove ognuno può ritrovare una dimensione di fiducia e rispetto nel prossimo, e verso se stesso. Un luogo che ti possa dare una seconda possibilità. Ecco perché Ippoasi è da sempre impegnata anche nel sociale, ospitando sotto forma di volontariato persone con un trascorso difficile, vissuto nella tossicodipendenza o altro. In quest’ultimo anno abbiamo intensificato notevolmente questo importante lavoro, stringendo rapporti importanti con alcuni servizi quali Sert, Asl, Uepe. Pensiamo che per una persona che ha smarrito alcuni fondamentali valori quali il rispetto e la fiducia per se o per gli altri, avere esperienze di questo tipo a stretto contatto con gli animali ospiti di un Santuario possa essere una grande opportunità per poter riacquisire quei valori di base, fondamentali per vivere una vita equilibrata.

Fonte: ilcambiamento.it