Nelle Marche il primo passo verso un ecovillaggio sostenibile e autosufficiente

Un ecovillaggio completamente autosufficiente dal punto di vista energetico ed economico situato nello splendido contesto delle colline marchigiane, tra mare e montagna. Nasce dall’impresa sociale Montefauno, azienda agricola di prodotti biologici, il progetto dell’ecovillaggio “La Magione”, un esempio concreto di un nuovo modo di abitare e vivere su questo pianeta. L’impresa sociale Monte Fauno è un’azienda agricola marchigiana che produce prodotti biologici certificati, “con l’intento di racchiudere in un vasetto” – si legge sul sito – tutti gli odori e i sapori della migliore cucina italiana”. Nata su iniziativa di Luigi Quarato, la Montefauno è il primo passo per un progetto molto più ampio che sta poco a poco prendendo vita, quello di costruire l’ecovillaggio “La Magione”  nel Maceratese, presso il comune di Montefano.la-magione2

“Per arrivare alla fase esecutiva di un ecovillaggio in linea con la nostra filosofia abbiamo seguito un percorso diverso dal solito”, spiega Luigi, “e prima di trovare il gruppo con cui condividere questa esperienza abbiamo voluto verificare la fattibilità del progetto”. “La Magione” sarà un ecovillaggio completamente autosufficiente economicamente, vi si stabiliranno 40 famiglie e in ciascuna di esse uno dei membri potrà lavorare a una delle diverse attività che nasceranno.la-magione

L’azienda agricola Montefauno farà parte dell’ecovillaggio e oltre alla consueta produzione di ortaggi (prevalentemente), è prevista la costruzione di un piccolo capannone per la trasformazione dei prodotti. Sorgeranno poi un’azienda per la lavorazione di piante officinali per l’estrazione di oli essenziali e pigmenti naturali, una struttura turistica dotata di sette camere e una cooperativa sociale per le attività di assistenza e formazione professionale (bioedilizia, agricoltura, gestione dei fondi comunitari ecc…). Le unità abitative, circa 40, saranno tutte autocostruite in paglia e terra cruda e verrà garantita una qualità eccellente, anche grazie alla convenzione instaurata con l’Università Politecnica delle Marche di Ancona, per cui ogni abitazione sarà ecocompatibile, ecosostenibile e autosufficiente. L’ecovillaggio che verrà (l’inizio dei lavori è previsto per la primavera 2018 e avranno durata di circa un anno), vuole rivedere nel complesso il modo di vivere odierno fornendo un’alternativa concreta e diventando esempio di sostenibilità dal punto di vista abitativo e alimentare, per la creazione di posti di lavoro etici e integrati nel contesto socio-economico locale, per le attività socio-culturali e – infine – per un nuovo modo di abitare e costruire.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/marche-ecovillaggio-sostenibile-autosufficiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

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La Fattoria dell’Autosufficienza: un luogo per costruire un futuro sostenibile

Autosufficienza alimentare ed energetica, permacultura, ecoturismo, formazione all’ecologia e alla salute. Situata nell’appenino romagnolo, nel territorio del comune di Bagno di Romagna, la Fattoria dell’Autosufficenza rappresenta da anni un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono imparare a riconnettersi con la natura. Ce ne ha parlato Francesco Rosso, ideatore di questo progetto. Ho conosciuto Francesco Rosso in Romagna nel 2008. Era davvero giovanissimo e già allora mi colpì per la sua maturità al di fuori del comune. Pochi anni dopo il tempo ha dimostrato che la mia sensazione non era errata. Francesco, infatti, si è trovato in pochissimo tempo alla guida di un piccolo grande “colosso”, la Golden Books, nota soprattutto per il portale Macrolibrarsi, ma non solo. Ha deciso di sognare in grande, progettando una fattoria decisamente fuori dal comune, la Fattoria dell’Autosufficienza.

Tutto ha inizio nel lontano 2009 quando con la famiglia cercava una casa in campagna nei pressi di Cesena, nell’appenino romagnolo per la precisione, per poter coltivare un orto e allevare animali, con l’obiettivo – appunto – dell’autosufficienza alimentare ed energetica. “Cercando in queste zone – mi racconta Francesco – abbiamo ‘incontrato’ questa occasione: settanta ettari di terra coperti da bosco e pascoli e dieci di seminativo”.

Così è nato un progetto nuovo, la Fattoria dell’Autosufficienza che ha quattro obiettivi:
1. Autosufficienza alimentare: produrre ciò di cui necessitiamo per vivere in modo naturale, senza concimi o sostanze chimiche e riducendo al minimo l’uso di mezzi a petrolio;

  1. Autosufficienza energetica: attraverso fonti rinnovabili come vento, acqua, fotovoltaico, e legna;
  2. Formazione: all’ecologia e alla salute. La Macro Edizioni ormai da trent’anni propone uno stile di vita diverso, più naturale, e più salutare. Io sono nato in casa, sono stato allattato al seno, non sono stato vaccinato e non ho mai avuto problemi di salute. Insegnare alle persone a riappropriarsi dell’autosufficienza della salute;
  3. Ecoturismo: nelle foreste casentinesi, area ideale per camminate, escursioni, mountain bike”.NON-FARE-ASINO

Gli chiedo come sia stato ‘formarsi’. In effetti, ci ha investito molto. Mi racconta che i primi anni li ha trascorsi formandosi e studiando il luogo cercando di applicare i principi della permacultura, in particolare ‘osserva e agisci’.
Poi sono arrivati i primi lavori. “Abbiamo creato i contatti con l’acquedotto nuovo e poi abbiamo preparato i terreni, coltivando i primi orti, poi grani antichi, farro intervallati da legumi e così via. Nel 2014 abbiamo messo mano alle strutture. La ristrutturazione è stata impegnativa, avendo voluto e dovuto rispettare il vincolo storico e i principi di sostenibilità”. Alla fine, però, il progetto è riuscito, i lavori sono terminati (almeno questa parte dei lavori) e presto sarà inaugurato l’agriturismo che ha quattro camere e un ristorante.

La sfida

Essere coerente al 100% ha avuto un costo sia economico che energetico. Non è stata una ristrutturazione a basso costo. Hanno lavorato tante ditte, alcune che erano abituate ai materiali naturali, altre che hanno dovuto imparare. “Ne é valsa la pena – mi assicura Francesco – dal 2011 abbiamo iniziato a organizzare in fattoria corsi su permacultura, food fortest, agricoltura, costruzioni con materiali naturali, agricoltura sinergica. Mentre impariamo, trasmettiamo, miglioriamo”.

Gli chiedo come sia avvenuto il suo incontro con la permacultura. “Fin da quando ero più giovane vivevo immerso dai libri; me capitò tra le mani ‘Introduzione alla permacultura’; me lo portai a casa, iniziai a leggerlo e non me ne staccai più. In fondo al libro c’era scritto che esisteva una accademia che organizzava corsi di permacultura. Così, di lì a poco ne ho trovato uno intensivo di due settimane, dopo il quale… non avevo capito niente! Così, nei due anni successivi, ho fatto corsi su corsi. Ho continuato a informarmi, e da lì è stato evidente che quella era la mia strada”.14925414_1209082509154763_1152545948651825620_n

Nel problema la soluzione

Questo suo amore per la terra ha radici antiche. “A sette anni vivevo in una casa di campagna continua Francesco mentre fuori inizia a piovere – le istituzioni non mi permettevano di andare a scuola perché non ero vaccinato. Passavo le giornate con i miei cani nei boschi, così il bosco è diventata la mia casa”.

Dopo la terza media è quindi stato naturale iscriversi all’istituto professionale di agricoltura… Che però lasciò dopo due anni per iscriversi ad agraria. “Pensavo che non avrei mai fatto il contadino nella vita. In questi anni forse mi sono dimenticato della mia aspirazione di vivere nei boschi. Mi piaceva viaggiare e mi sono iscritto ad economia del turismo; poi, quando avevo venti anni mia madre mi chiese di dare una mano all’azienda di famiglia, lavorando al sito di Macrolibrarsi. L’anno dopo sono diventato amministratore ed è andata bene! Eravamo sette persone e oggi siamo più di sessanta. E questo mi ha reso possibile avere un capitale da investire in questo progetto”.

Si potrebbero dire molte altre cose su questa storia, si potrebbe entrare nel merito del cosa e del come. Ma per ora vi lasciamo alla visione del video. Nei prossimi giorni torneremo con il resto della storia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/fattoria-dell-autosufficienza-costruire-futuro-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Rancho Margot : la sostenibilità a portata di mano

“Un laboratorio di sostenibilità in continua evoluzione”: è questa la definizione più efficace per descrivere Rancho Margot, uno straordinario tentativo di sostenibilità e autosufficienza a 360° nato in Costa Rica dall’entusiasmo del cileno Juan Sostheim.                                                                                                                                        Di Andrea Bizzocchirancho1

Ci sono storie che riempiono il cuore e danno speranza per le sorti del genere umano e del pianeta. Una di queste storie è iniziata circa dieci anni fa ed è quella di Juan Sostheim, nato in Cile, trasferitosi negli Usa da bambino con la famiglia e poi in Germania da ragazzo. Quando Sostheim capitò nell’area all’inizio degli anni Duemila in seguito a una grave malattia e al desiderio di cambiare vita, si innamorò immediatamente di quella che era una finca ganadera (una fattoria per l’allevamento di bovini) e capì che quello era il posto giusto per realizzare il suo sogno. Rancho Margot (dal nome della madre di Sostheim), che si trova in Costa Rica vicino alla laguna dell’Arenal e al confine con il “Bosque eterno de los niños”, non è però semplicemente una ex finca riforestata, bensì uno straordinario progetto che ambisce a unire la sostenibilità ambientale con l’autosufficienza energetica e alimentare, l’ecoturismo con l’educazione ambientale, lo yoga con la cucina naturale e infinito altro ancora.

Obiettivo autosufficienza. Descrivere Rancho Margot rimane comunque difficile perché la dinamicità e la capacità visionaria di Sostheim fanno sì che il cambiamento continuo sia una caratteristica fondante di questo posto. In tutta sincerità il progetto è talmente ampio e difficilmente catalogabile che credo la sola definizione possibile sia quella di “laboratorio di sostenibilità in evoluzione continua”. Il primo obiettivo di Rancho Margot, una volta completata la fase di riforestazione (che grazie al clima tropicale può portare un terreno deforestato a foresta primaria nel breve volgere di 8-10 anni) è stato quello di lavorare per diventare una comunità autosufficiente. Questo obiettivo è stato pienamente raggiunto in campo energetico (l’elettricità è completamente prodotta da due idroturbine, da 8 e 42 kw rispettivamente, grazie alle acque che scorrono nella proprietà e che ne assicurano l’intero fabbisogno), mentre un grande orto organico (in cui vengono seguiti i principi della permacultura) e il frutteto, unitamente a latte e formaggi che provengono da mucche allevate all’aperto e

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alla carne di maiali e galline (cose su cui io faccio fatica ad essere d’accordo) assicurano una quasi totale autosufficienza alimentare, sia per i residenti sia per l’attività di ristorazione. L’area dell’orto è affiancata dallo spazio dedicato alle piante medicinali utilizzate per produrre saponi, insetticidi e erbicidi naturali impiegati nell’orto. Lo sterco animale, oltre all’utilizzo in agricoltura, viene trasformato in gas-metano per la cucina del ristorante grazie ai “biodigestori”, mentre il riscaldamento dell’acqua per i 20 bungalows della struttura avviene grazie a scambiatori di calore situati all’interno dei forni per il compost. Tutte le strutture (circa una ventina dedicate all’ecoturismo, in aggiunta al ristorante, alle case e al dojo per lo yoga) sono state costruite con l’utilizzo di materiali locali (le piastrelle sono state recuperate da vecchie abitazioni del posto) mentre i mobili vengono preparati nella falegnameria con legname della proprietà. Completano Rancho Margot due piscine naturali (una calda e una fredda), sentieri e cascate per rilassare mente e fisico, e un centro per il recupero degli animali selvaggi.rancho5

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Un sogno a occhi aperti. Ma come già detto questa descrizione rimane comunque parziale perché Rancho Margot è prima di tutto un sogno a occhi aperti e in continua evoluzione. Tra i progetti di Juan ci sono infatti quote percentuali da destinare ai soci, l’apertura di una scuola di sopravvivenza, una collaborazione per donare parte della proprietà al “Bosco eterno dei bambini” per creare un corridoio biologico e altro ancora. Nella visione di Juan il Rancho conoscerà una fase di transizione che lo trasformerà da resort ecoturistico a una sorta di comunità-università dove verranno offerti corsi di ogni genere relativamente alla sostenibilità e all’autosufficienza. Ma in aggiunta alla sostenibilità e a tutto il resto sopra descritto, Rancho Margot si propone come un esempio che possa ispirare ogni visitatore a creare realtà simili, perché, per concludere con le parole di Juan: “Il tempo dell’individualismo è finito e noi desideriamo condividere le nostre esperienze per insegnare ad altri, e al tempo stesso imparare da altri. È questa la sola strada che possiamo percorrere se vogliamo regalarci un futuro possibile”.

Fonte: viviconsapevole.it

San Cresci: rinascita di un ecovillaggio

Nel Mugello prende vita il progetto dell’ecovillaggio San Cresci per creare un centro del ben vivere in totale armonia con la natura: un borgo che si ripopola e una comunità che punta alla sostenibilità e all’autosufficienza. Per saperne di più abbiamo intervistato Roberta Zivolo, ideatrice del progetto insieme a Bruno Dei.sancresci2

Nel verde Mugello, 35 chilometri fuori Firenze, presso Borgo San Lorenzo, si sviluppa il progetto San Cresci, un borgo storico abbandonato da ripopolare e rivivere in modo sostenibile e autosufficiente. Il progetto nasce per ospitare 300-400 persone offrendo loro di poter finalmente ben vivere in una quotidianità responsabile, autonoma, libera e basata sulla condivisione.  La tenuta si sviluppa su 657 ettari con 8 case coloniche e una villa medicea, Villa la Quiete, un complesso architettonico di grande valore artistico culturale che sarà ristrutturato secondo le tecniche sostenibili della bioedilizia. L’idea centrale è di dividere il tutto in cinque zone: agricola, culturale, artigianale, internazionale e residenziale. Una delle attività di base sarà quindi l’agricoltura, realizzata seguendo i principi biodinamici e di permacultura che porterà alla coltivazione di circa 150 ettari di terreno secondo la filosofia del km 0. I restanti 450 ettari boschivi saranno, invece, impiegati, oltre che per la biomassa, per la creazione di percorsi di avvicinamento dell’uomo alla natura basati su attività ricreative. Ma il progetto è ancora più articolato. Vediamo come.

Com’è nata l’idea, qual è la filosofia del progetto La scintilla che fece partire l’idea nasce una decina di anni fa, quando ci aggiudicammo il bando di una gara dell’università di Firenze che cedeva la tenuta San Cresci. Poi lo scorso novembre l’università ha stipulato il compromesso con la nostra società Agricola San Cresci aggiudicataria della gara che a sua volta ha concesso alla Fondazione Europea Cammino Futuro Onlus l’uso gratuito di Villa la Quiete e della fattoria che saranno recuperati per una attività a uso vincolato e per fare un centro del ben-vivere. 
Lo scopo che ci ha spinto a realizzare questo progetto è stato creare un luogo fisico per far incontrare persone che vogliono cambiare la propria esistenza, accomunate da esperienze simili basate su stili di vita concreti e sostenibili. Vogliamo fornire loro un mezzo per favorire lo scambio di conoscenze e informazioni e per replicare realizzazioni rispettose dell’ecosistema che ci circonda. È ora che le persone si fermino e inizino a incontrarsi e a creare un nuovo pensiero economico che metta al centro i principi di solidarietà, reciprocità, relazione, equità e responsabilità per recuperare i valori base della persona. Infatti è stata posta l’attenzione anche sul rapporto relazionale per cercare di tornare a un significato più veritiero di umanità e di uomini liberi.

Quali sono le iniziative principali  del progetto? La filosofia del progetto è quindi quella di mettere al centro di tutto l’essere umano e il suo diritto al ben vivere. Possiamo citare alcune iniziative interessanti:
1) i bambini nasceranno in casa e avranno in dono un ettaro di terra da accudire e tramandare alle loro generazioni future;
2) essi frequenteranno scuole di eccellenza e all’avanguardia;

3) ci sarà una casa di salute olistica, delle piscine e delle terme, un albergo e un centro convegni e congressi;

4) saranno praticate coltivazioni e allevamenti di bassa corte a km 0;

5) saranno aperti dei laboratori artistici, FABLAB e artigiani per la trasformazione di quanto coltivato e allevato (sono già avviati progetti per prodotti di nicchia con l’Università di Firenze)

6) l’acqua scaturisce da 20 sorgenti, una di acqua sulfuea, e l’energia elettrica e termica verrà prodotta con fotovoltaico e biomasse in modo da non dipendere da forniture esterne;

7) inoltre ci sarà una “casa della migliore età” dove gli anziani saranno considerati archivi storici di saggezza cosicché i giovani di San Cresci abbiano come “faro” le loro menti.

Inoltre vengono organizzati vari eventi, qualche esempio? Gli eventi organizzati finora si trovano su questa pagina web:www.sancresci.eu/eventi.php In particolare segnaliamo l’open day del 5 maggio scorso a cui hanno partecipato centinaia di persone, la conferenza stampa della Fondazione Europea Cammino Futuro, che ha avuto una notevole risonanza, dove sono state illustrate le tappe che hanno portato alla costruzione della Fondazione e alla necessità di creare il centro San Cresci e il convegno del 1° dicembre 2013 a cui hanno partecipato numerosi relatori e centinaia di partecipanti di persona e molti di più via streaming. Attualmente è in corso un ciclo di convegni gratuiti sulla salute chiamato “Sani in un mondo Sano”. Per esempio uno degli ultimi è stato il 16 febbraio sul mal di schiena a Firenze.
Ci sono forme di sostentamento economico comune oppure ogni abitante ha un proprio lavoro, anche esterno?
Il progetto prevede una pluralità di attività da esercitarsi nella Villa la Quiete che richiede a regime un numero di operatori intorno alle 100 unità. Inoltre lo stesso centro deve essere approvvigionato a km 0 di tutti gli alimenti necessari sia agli operatori che ai visitatori e a tutti gli abitanti. Per questo i partecipanti al progetto saranno principalmente impiegati per le attività del Centro Culturale per il Ben Vivere, per l’agricoltura, per le attività boschive, per la produzione di prodotti naturopatici che si intende sviluppare e per la trasformazione di prodotti derivati dalle coltivazioni agricole con metodi biodinamici e biologici oltre che alla permacultura. Perciò le attività sono prevalentemente quelle interne, ma data la professionalità di molti partecipanti non è escluso che i medesimi provvedano a erogare le proprie prestazioni anche all’esterno dell’ecovillaggio.

Chi compra una casa lì ci abita veramente o il tutto rischia di diventare un villaggio fantasma con solo seconde case come in altri ecovillaggi italiani? Chi acquisisce una casa nell’ecovillaggio di San Cresci, attualmente sono già state assegnate oltre l’80% degli spazi disponibili, lo fa principalmente per partecipare al progetto e alla comunità per cui riteniamo che il fenomeno della seconda casa sia inesistente o del tutto straordinario e marginale.
Come viene finanziata la ristrutturazione? La ristrutturazione, data la grande dimensione dell’intervento che prevede circa 12.000 mq di immobili da recuperare e ristrutturare, viene così finanziata: le singole persone a cui vengono assegnate le case per abitazione, per altre attività agricole boschive ecc. realizzano direttamente gli interventi di recupero in base ai progetti autorizzati dall’amministrazione competente, e questo genererà l’ecovillaggio San Cresci. Per quanto riguarda Villa la Quiete, che verrà convertita in un centro culturale per il ben vivere, il recupero avverrà tramite la Fondazione Europea Cammino Futuro in base a un progetto già presentato al comune di Borgo San Lorenzo. Il tutto sarà finanziato tramite l’attività di fund raising e, dato che la Fondazione è una Onlus, anche tramite il cinque per mille.
Che cos’è la Fondazione Europea Cammino Futuro e che ruolo ha nel progetto oltre a partecipare al finanziamento? La Fondazione Europea Cammino Futuro è una fondazione così come previsto dagli articoli 16 e seguenti del Codice civile ed, essendo già riconosciuta come Onlus, è un ente no-profit. Essa è presieduta da Fabio Salviato, fondatore di Banca Etica e promotore del Commercio Equosolidale.
La Fondazione, in quanto Onlus, ha il ruolo specifico del recupero e della ristrutturazione della sola Villa la Quiete, già di proprietà dei Gondi, banchieri fiorentini, come bene culturale vincolato dalla Sovraintendenza dei Beni Ambientali. La Villa diverrà poi un centro culturale per il ben vivere, e la Fondazione si occuperà esclusivamente della gestione e del coordinamento delle attività ricettive e formative esercitabili all’interno della struttura, nell’ambito delle attività del centro. San Cresci, in quanto sede della fondazione, è un progetto europeo e sarà riproducibile sia in Italia che in Europa per consentire a ogni essere umano che nascerà sul pianeta Terra di aver riconosciuto il diritto al ben vivere. 
Quindi San Cresci vuole essere un modello per altri centri come esempio di realizzazione di una realtà di vita e lavorativa basata sullo star bene insieme e sulla solidarietà sociale. Ci sono, quindi, progetti futuri?
Nelle intenzioni dei promotori del progetto San Cresci vi è l’obiettivo prioritario di realizzare questo ecovillaggio come modello pilota per la riproduzione sugli stessi principi in altri luoghi ove questo sia possibile. Per adesso già piccole gemmazioni e affiliazioni stanno crescendo sia in provincia di Brescia che di Padova oltre all’intenso brulicare di rapporti, contatti tre le varie persone accomunate dalle stesse idee di cambiamento. Inoltre l’assessore all’agricoltura della regione Toscana intende proporre il progetto San Cresci per presentarlo quale progetto innovativo all’EXPO 2015 e questo potrebbe portare alla nascita di nuove idee per la creazione di centri simili per il recupero di borghi rurali abbandonati sia in Italia che in Europa.

Per info e contatti: Segreteria della Fondazione Europea Cammino Futuro onlus
Via San Cresci 31 S. Cresi di Borgo San Lorenzo (Firenze) – Italia

telefono: +39 335.78.32.866 e-mail: info@fecf.eu

internet: www.sancresci.eu; www.fecf.eu

fonte: il cambiamento.it

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Maurizio Pallante al Teatro Rossi Aperto di Pisa

Nell’ambito degli eventi culturali e delle iniziative che animano il Teatro Rossi Aperto di Pisa, Maurizio Pallante – massimo esponente della decrescita in Italia – è stato invitato dal Gruppo pisano della Decrescita a tenere una presentazione sull’economia del dono, in vista della Festa del presente che avrà luogo a Pisa il prossimo 5 Maggio.

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In vista della festa del presente organizzata dal Gruppo della Decrescita di Pisa per il prossimo 5 Maggio, Maurizio Pallante, massimo esponente della decrescita in Italia, è stato invitato a tenere una presentazione sull’economia del dono al Teatro Rossi Aperto di Pisa lo scorso 14 Marzo. L’intervento si è posto in continuità con il workshop che ha visto protagoniste a Febbraio numerose personalità della cultura e dell’arte interessate al recupero del Teatro Rossi. Nella platea affollata, ancorché fredda, Pallante ha trattato la rilevanza del dono badando a tracciare una serie di distinzioni che da sempre caratterizzano la sua opera. Anzitutto occorre non confondere fra loro la recessione – fase di stallo generalizzata, quella che viviamo attualmente -, e decrescita. Se la prima è caratterizzata da una riduzione generalizzata ed indiscriminata della produzione delle merci, causando livelli esponenziali di disoccupazione, la seconda è invece una diminuzione guidata e mirata della produzione ed è foriera di occupazione qualificata. Alla base di questo ragionamento Pallante colloca la distinzione, già marxiana, fra bene e merce, in base alla quale le merci sono oggetti di scambio e di vendita, mentre i beni soddisfano bisogni essenziali che non sono sempre, né necessariamente riducibili alla mercificazione. Anche se beni come il gas o il carbone possono essere trasformati in merci, un uso non oculato di questi ultimi è all’origine degli sprechi e del danno ambientale. Inoltre esistono beni che non sono mai trasformabili in merci (come i valori, i principi, gli affetti). Di conseguenza beni e merci non si equivalgono, mentre è fondamentale identificare le funzioni e le finalità che li caratterizzano per capire se la loro produzione soddisfi o meno bisogni reali ed essenziali. In tale contesto si colloca il senso stesso della decrescita: chiedersi, come spesso si usa fare, se il prefisso “de” abbia o meno una valenza negativa è fuorviante, poiché in questione è piuttosto la nozione di “crescita” che si vuole difendere. Si tratta di interrogarsi se il progresso da instaurare sia all’insegna della produzione incontrollata ed indiscriminata di merci, o piuttosto di un aumento selezionato e qualificato di quelle merci che non si mutano in sprechi. Per Pallante la decrescita è espressione della possibilità di costruire un’alternativa sociale ed economica, imperniata sul rilancio della domanda mediante il debito al fine di creare occupazione qualificata. Da dove prendere il denaro? “Il denaro – dice Pallante si può recuperare solo riducendo gli sprechi, che non sono quelli della pubblica amministrazione (perché in questo caso si va a colpire delle persone e quindi si influisce sul salario), bensì quelli che arrechiamo in natura. Bisogna ridurre gli sprechi delle risorse naturali per ridare lavoro, modificando gli stili di vita dei paesi occidentali e recuperando i talenti perduti nel corso delle ultime tre generazioni”. A questo proposito, rifacendosi al filosofo Richard Sennett, Pallante ha ricordato il significato del lavoro manuale come dimensione formativa, che coinvolge tutte le facoltà, affinando particolarmente quelle tattili, che veicolano informazioni più precise di quelle trasmesse dalla vista. In una società basata sulla capacità di collaborare e resa indipendente dal Pil si apre, allora, la possibilità di ricorrere al baratto e al dono come forme alternative allo scambio economico. I doveri sarebbero quelli della gratuità, che comporta l’obbligo di ricevere e di restituire più di quello che si è ottenuto. In questo caso il dono più importante è quello del tempo e la comunità potrebbe diventare la realizzazione più compiuta della collaborazione fondata sul munus, ovvero sul dono. Le idee di Pallante e gli esempi da lui proposti, per lo più concentrati su dimensioni locali (come gli sprechi nei consumi delle abitazioni, l’orto, le attività manuali), fanno capire che in gioco è soprattutto l’affermazione di un diverso paradigma culturale. Si è spesso ripetuto che, al fine di cambiare un modello, occorre proporne un altro altrettanto persuasivo ed indubbiamente il discorso di Pallante fa riflettere su quelli che sono gli scopi dell’economia politica e sulla direzione da intraprendere. Detto altrimenti, il problema che si presenta in una fase di recessione come quella in corso in Italia non si può affrontare prescindendo dalle domande relative a quale crescita ed a quale lavoro siano necessari. Al tempo stesso, se è vero che ogni modello culturale si regge su dei principi e su dei valori, il paradigma del dono prospettato da Pallante si presta anche ad un ulteriore dibattito, come quello sollevato da Tommaso Luzzati nel corso della presentazione pisana. Siamo sicuri che il dono resista alla logica del do ut des e che l’essere vincolato all’obbligo di dare e restituire non produca una regressione a modalità di collaborazione esclusivamente parentali, basate sulla conoscenza reciproca come avviene per la raccomandazione e la corruzione? Gli esempi di autoproduzione e di autosufficienza proposti da Pallante si reggono, ad esempio, sul modello della famiglia, che spesso rappresenta il solo baluardo per chi vive in situazioni di difficoltà. Ma non soltanto la gratuità offerta dalla famiglia non è esente da condizionamenti, che sono meno evidenti di quelli materiali (spesso di natura psicologica), più importante ancora è chiedersi se il dono possa essere immune dall’obbligo. La festa del presente, organizzata dal Gruppo della Decrescita per la prima volta a Pisa (Piazza Santa Caterina) il prossimo 5 Maggio, potrebbe allora essere l’occasione per ripensare questa modalità di interazione liberandola dagli stereotipi con l’esercizio dal vivo.

Fonte: il cambiamento

Debiti Pubblici, Crisi Economica e Decrescita Felice
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