Effetto Palla: quando i social cambiano la vita degli animali

Abbiamo intervistato Monica Pais, veterinaria della clinica veterinaria Due Mari di Oristano e animatrice, insieme ad un eroe a quattro zampe, di Effetto Palla, una Onlus in grado di cambiare la vita a migliaia di animali e a molti umani. Il lavoro decennale ha avuto un’improvvisa impennata con la pubblicazione di una foto su Facebook…

“Io sono una veterinaria e lavoro in una clinica ad Oristano. Nella nostra clinica vengono seguiti e curati anche animali randagi, recuperati in stato di grande difficoltà. Tra questi il cane che chiamammo Palla: per promuovere le adozioni di questi animali dopo averli curati, abbiamo creato una pagina Facebook. Il giorno in cui scoprimmo l’effetto Palla… andammo a dormire con 26 mila like alla pagina e ci siamo svegliammo con 186 mila!”.  

A parlare è Monica Pais, animatrice del progetto Effetto Palla e della Clinica Veterinaria Duemari. Dopo averne sentito tanto parlare, la intervistiamo lo scorso dicembre a Cagliari, durante la fiera Scirarindi. Monica è una donna decisa, entusiasta, che ci racconta con un pizzico di incredulità la sua straordinaria vicenda.

Effetto Palla è una Onlus nata a marzo 2016 con l’obiettivo di soccorrere e dare nuova vita agli “animali di nessuno”. Nasce grazie a una meticcia di pitbull, Palla ovviamente, che ha disegnato il primo pezzo dell’opera.  Ma torniamo al gennaio 2016, quando viene ritrovata la cagnolina nelle campagne di Oristano, in Sardegna. Il giovane animale viene recuperato in condizioni disperate: ha la testa deformata a causa di un laccio di nylon di 15 cm di circonferenza stretto intorno al collo, che la fa soffrire da mesi, chissà quanti. Un supplizio che, giorno dopo giorno, per un cane nei primi mesi di vita, può portare addirittura alla decapitazione. Fortunatamente, nella stessa città sarda, c’è la Clinica Veterinaria Duemari, che cura, oltre agli animali di proprietà, i randagi feriti e trova loro una casa. La clinica, così, nella figura della dottoressa Monica Pais, si adopera per salvare la cagnolina con un’operazione delicata. E ci riesce. Guarisce e viene chiamata dai suoi salvatori Palla, come a rimarcare, ora con un sorriso, la sua deformazione. “I nomi che diamo agli animali che curiamo – racconta Monica – sono onomatopeici e legati al tipo di trauma che hanno riportato. Non so perché questa storia abbia bucato più delle altre, noi non ce lo aspettavamo minimamente. Quando Palla è arrivata sembrava un cartone animato riuscito male. Era tenerissima, era brutta ma si poteva guardare, era una Cenerentola diventata principessa.” 

Nella clinica di Monica lavorano dieci veterinari. La nostra struttura, nata dieci anni fa, ha sempre curato anche animali randagi, siano feriti o in gravi condizioni. “Sono randagi certificati da una qualunque autorità – spiega Monica –, abbiamo una piccola convenzione che dovrebbe pagare il primo soccorso. Noi poi, a titolo volontaristico, portiamo avanti tutto l’iter successivo dell’adozione”.

Ecco perché la pagina Facebook della clinica “riveste un ruolo fondamentale: permette ai nostri ‘pazienti’ di essere conosciuti nei social, aumentando così la possibilità di essere adottati. Attualmente, il nostro portale online è una sorta di rivista che racconta tutte le (dis)avventure dei nostri animali e, dopo Palla, anche altri sono diventati famosi su internet e negli altri media. Le pubblicazioni sul web sono quindi decisive per le loro prospettive: noi li curiamo ed evitiamo che vadano in canile, ma il loro futuro, per essere roseo, dipende dai nuovi padroni”.  La clinica, in quanto centro di recupero di fauna selvatica, non cura solo cani e gatti, ma un ampio target di animali, dalle tartarughe marine alle rondini. Ora, per fortuna, accanto alla Clinica troviamo la Onlus. “Ci pesa avere la clinica piena di animali – ci ricorda Monica – vogliamo quindi portare il progetto fuori dalla nostra struttura”.  Per questo la Onlus finanzia iniziative per la comunità e gli animali. Il requisito fondamentale è che questi devono avere benefici diretti agli animali stessi, ma spesso riguardano anche noi umani. Ad esempio, in Brasile stanno aiutando le persone che vivono in alcune favelas a diventare assistenti veterinari. In questo modo, il risultato è doppiamente virtuoso: alcuni umani sono strappati alla miseria e, una volta formati, diventano portatori di cure per gli animali delle stesse favelas.  Il successo della Onlus, dopo la pubblicazione della storia di Palla è stato davvero dirompente. Effetto Palla, infatti, è diventata una delle Onlus più grandi di Italia, tra le prime 160 su 45 mila. Ciò ha permesso a Monica e al suo team di gestire cifre importanti, raccolte con il 5 per mille e dirottate su randagi e progetti vari.

Corso per diventare assistenti veterinari (Brasile)

Come tutti quelli che hanno a che fare con animali in difficoltà, il rapporto con il dolore diventa quotidiano: “Per noi è una sfida – confida Monica – ci sono persone che non riescono a liberarsi del dolore, che assorbono le situazioni pesanti che hanno nelle vicinanze. Per noi è una metafora: hai una vita che ti permette di stare così a contatto con la morte che alla fine questa non ti fa più paura”. 

Mentre Monica ci parla osservo dietro di lei i calendari che hanno realizzato. In copertina si vede Palla che salta nel cerchio centrale del segno-simbolo del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Sempre in copertina, non per caso, è anche riportata una citazione dall’ultimo libro dell’artista biellese: “Per progredire nella formazione di una società evoluta – questa la frase tratta da ‘Ominiteismo e demopraxia’ – è innanzitutto indispensabile stabilire un rapporto di pieno rispetto tra noi e gli animali”. Le chiedo quindi cosa ci faccia Palla dentro il simbolo del Terzo Paradiso. “Palla sta dentro il suo personale Terzo Paradiso. Da un lato c’è la natura, la vicinanza con tutti gli esseri viventi; dall’altra parte, il paradiso di Facebook, della tecnologia, degli arrivi su Marte; in mezzo lei, che coglie tutto quello che riesce a mettere insieme”.

Concludiamo il nostro incontro chiedendoci come mai la storia di Palla abbia avuto così successo nell’immaginario delle persone. “Non lo so, ce lo chiediamo anche noi” afferma Monica. “Forse, il motivo è da ricercare nel fatto che la gente ha bisogno di modelli. A me il coraggio nasce dall’incoscienza. Quando mi fanno i complimenti non capisco il perché. Ma quando mi chiedono cosa vedano gli altri in Effetto Palla, mi dico che forse riconoscono ciò che loro per primi vorrebbero fare. Si rendono conto che possono fare qualcosa anche loro, entrare nell’Effetto Palla”.

 Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/effetto-palla-social-cambiano-la-vita-animali-io-faccio-cosi-243/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Valorizzare le competenze per combattere la disoccupazione

Falegnameria, fablab, ecosartoria. Sono solo alcune delle proposte del CESP di Nuoro, un luogo di inclusione pensato per la formazione, l’apprendimento esperienziale e la valorizzazione delle competenze. Uno spazio di condivisione dove incontrarsi, scambiarsi saperi e trovare così anche nuove opportunità di inserimento nel mondo del lavoro. La Sardegna è una terra piena di iniziative, che vanno oltre i sei mesi della stagione estiva. C’è tanta voglia di crescere e di creare opportunità. E questo ce lo conferma un’esperienza che va avanti dal 2013: il CESP (Centro Etico Sociale Pratosardo). Gestito dalla cooperativa Lariso e finanziato dal Comune di Nuoro e dall’Aspal, il CESP di Nuoro è un centro dagli spazi ampi (1200 metri quadri) dove vengono proposti percorsi formativi, laboratori, momenti di aggregazione, condivisione di conoscenze.

 «L’idea era quella di creare un luogo di inclusione e quindi di abbandonare l’idea dello ‘svantaggio’ per aprirsi ad un discorso basato sulle competenze», ci spiega Salvatore Sanna, referente del CESP. «Abbiamo strutturato questo spazio pensando che ogni persona ha diverse competenze su differenti livelli, ma porta comunque con sé il suo bagaglio di esperienza». 

Quando il centro è nato, nel 2013, era ancora all’inizio ma la direzione era già molto chiara: creare un luogo dove ci si potesse scambiare competenze e dove si potesse imparare a relazionarsi con gli altri, a stare in società. «Molto spesso si pensa che soltanto perché si ha un titolo di studio o un’esperienza lavorativa allora si è pronti per un lavoro; in realtà, ci vogliono anche quelle competenze trasversali che ci permettono di vivere e relazionarci con gli altri», racconta ancora Sanna.

L’ecosartoria del CESP

Passano gli anni e il CESP si arricchisce: da «spazio diventa luogo», in cui l’ecosostenibilità ha un ruolo strutturale. Nascono diverse sale, ognuna dedicata a qualcosa: la Cukina per i laboratori di cucina, lo Spazio Performance dedicata alla ciclomotricità e quindi a tutti quei corsi che prevedono una connessione fra il corpo e la mente (yoga e tai chi, ad esempio), la Sala Relax, la Falegnameria, l’Aula Informatica. Fra questi c’è un luogo importante, che è l’eco-sartoria, che ha esteso i propri confini anche al di fuori del CESP ed è riuscita a diventare una piccola azienda aprendo un microcredito: un gruppo di donne, infatti, hanno occupato questo spazio nel 2015 e hanno cominciato a lavorare come sarte, con grande attenzione all’ecosostenbilità e alla qualità dei loro prodotti. All’interno di un luogo così ampio e diversificato non poteva mancare l’Agorà. Il nome dice tutto: l’agorà è quello spazio dedicato all’incontro, che può essere di qualsiasi tipo, ma che produce inevitabilmente scambio e conoscenza. Ed è proprio grazie a questa apertura che il CESP è riuscito a calamitare l’interesse sia del settore pubblico che di quello privato.

Il FabLab del CESP

Da una parte, infatti, è finanziato dal Comune di Nuoro, grazie ad un bando, e dall’Aspal (Agenzia Sarda Politiche Attive del Lavoro). Dall’altra diversi privati si sono avvicinati proponendo corsi e nuove forme di scambio. Un esempio? Un’associazione che ha bisogno di uno spazio lo chiede al CESP e invece di pagare un affitto in soldi, lo paga restituendo un corso gratuito ai cittadini. Nel tempo, infatti, i laboratori e la formazione proposti dal CESP sono diventati sempre più corposi, proprio perché la voglia di collaborare è ricominciata e ha dato nuova spinta all’iniziativa di associazioni e singoli. 

«Questo è un luogo prezioso per la comunità», aggiunge Valeria Romagnoli, assessora per le Politiche sociali, giovanili, delle pari opportunità e politiche per la casa. Valeria rappresenta quella pubblica amministrazione che «ha deciso di scommettere sul progetto», facendolo diventare uno strumento attivo nel campo del lavoro. « Mantenendo questa filosofia delle competenze trasversali di vita, abbiamo voluto scommettere su questo progetto innovativo dando la possibilità di creare laboratori più corposi e che potessero dare accesso alla qualifica delle competenze, che restituissero ai partecipanti qualcosa di spendibile nel mondo del lavoro, sempre mantenendo attenzione all’inclusione sociale (per ogni corso c’erano quindi dei posti riservati alle persone con disabilità, ai soggetti svantaggiati, a disoccupati e inoccupati)». 

Non mero assistenzialismo, ma inclusione attiva, capace di valorizzare le competenze del singolo e dare quella spinta in più verso il mondo del lavoro. Una direzione «giusta»: ad esempio ai primi corsi attivati il CESP riceve 400 domande per soli 66 posti disponibili. Un segno che la voglia di fare c’è. Dal CESP, infatti, passano circa 1500 persone l’anno, ci lavorano 90 associazioni e ogni giorno ci sono almeno 6 ore impegnate in diversi corsi o laboratori.

Il laboratorio di ecodesign

«Questo ultimo anno questi percorsi formativi sono stati estesi al territorio: noi facciamo parte di un distretto di 20 comuni ed è stata data la possibilità anche agli altri comuni di poter iscrivere attraverso i loro servizi i cittadini per usufruire dei nostri corsi. L’idea è che questo centro diventi un luogo che possa dare risposte a tutto il territorio, non solo alla città di Nuoro», spiega ancora Valeria Romagnoli. E in effetti, oltre ad essere benvoluto dal territorio e dai cittadini, il CESP qualche soddisfazione concreta l’ha avuta: 3 persone su 8 hanno avuto la possibilità di continuare a lavorare, grazie ai corsi da loro proposti, oltre la stagione estiva. Qualcuno, dopo aver partecipato ai laboratori, ha capito la sua strada e ha deciso di ricominciare a studiare. Qualcun altro è diventato falegname e grazie ai contatti del CESP ha iniziato a lavorare nel campo. Ora, l’obiettivo è «capitalizzare questa esperienza, lavorare sulle tematiche importanti come ecosostenibilità e lavoro, rafforzare l’innovazione sociale e recuperare il senso di comunità anche attraverso lo scambio competenze». Nella speranza che la collaborazione fra pubblico e privato continui e che il CESP diventi una realtà solida per molti lunghi anni.

Intervista e realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/valorizzare-competenze-per-combattere-disoccupazione/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Artigianato: un bando per sostenere saperi e tradizioni del Sud

Dalla seta al mandolino, dalla lana ai carretti siciliani. Fondazione CON IL SUD in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA) lancia un bando per sostenere la tradizione artigiana meridionale che oggi rischia di scomparire. La Fondazione CON IL SUD  intende sostenere alcune eccellenze della tradizione artigiana meridionale che stanno scomparendo. A questo scopo, in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA), rivolge un invito alle organizzazioni del Terzo settore per progetti di valorizzazione di antiche produzioni e competenze in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, da realizzare anche in partenariato con enti pubblici o privati, profit o non profit. Le proposte dovranno essere presentate online entro il 17 ottobre 2018 tramite la piattaforma Chàiros.craftsmanship-2607408_960_720

Il sapere e la tradizione artigianale sono tra le cifre più caratteristiche della cultura e dell’economia italiana e rivestono un’importanza strategica anche sul piano sociale: il lavoro artigiano, grazie alla qualità dei manufatti, restituisce dignità alle persone, rendendole orgogliose e gratificate, e permette di rafforzare, quando non di ricostruire, il legame con il territorio.

“Uno dei più lampanti paradossi del nostro paese, famoso per i suoi prodotti di qualità e con un’altissima disoccupazione giovanile, è che scarseggiano sempre di più calzolai, vetrai, falegnami, sarti o scalpellini – scrive Fondazione CON IL SUD – Questo succede perché i nipoti non seguono le orme dei nonni e perché questi mestieri risultano poco redditizi su un mercato veloce e globalizzato. La sfida di Fondazione CON IL SUD e OMA è quella di riscoprire il saper fare tradizionale, immaginando nuovi campi di applicazione tecnologica e commerciale e trovando nuovi potenziali talenti anche nelle giovani generazioni e tra le persone più fragili”.hands-731241_960_720

Il bando interviene su settori artigianali particolarmente vulnerabili: dal ricamo tradizionale, come lo squadrato lucano, all’intreccio di fibre vegetali per realizzare cesti a Reggio Calabria o nasse e reti da pesca in Sardegna; dalla produzione di fili di seta a Catanzaro alla costruzione del mandolino napoletano e della chitarra battente cilentana; dalla costruzione di carretti siciliani alla tessitura con la tecnica del fiocco leccese o alla filatura della lana in Sardegna. Sono solo alcuni degli esempi di saperi antichi che rischiano realmente l’estinzione e che, inseriti in opportuni percorsi di innovazione e inclusione sociale, possono al contrario rappresentare opportunità per nuovi talenti e occasione per sperimentare approcci e modelli inediti di valorizzazione. Per la realizzazione delle singole iniziative, la Fondazione mette a disposizione complessivamente un contributo di 800 mila euro, in funzione della qualità delle proposte ricevute e della loro capacità di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Vai al bando: clicca qui

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/artigianato-bando-sostenere-saperi-tradizioni-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Food Coop, presto anche in Sardegna il supermercato autogestito

Il progetto, nato da una riunione di Sardegna che Cambia, mira all’apertura, entro il 2019, del primo Food Coop dell’isola, terzo in Italia dopo quelli nascenti a Bologna e Parma. L’obiettivo è la costituzione di una cooperativa nella quale i soci possano approvvigionarsi con prodotti di qualità, provenienti da filiere etiche, a prezzi sostenibili. Tiziana, una degli Agenti del Cambiamento promotori dell’iniziativa, ci spiega come aderirvi. Avete presente “Food Coop”, il documentario di Tom Boothe che parla di The Park Slope, il primo supermercato collaborativo del mondo, nato a New York negli anni ’70 e che oggi conta più di 17mila soci attivi? Beh, vedetelo e forse verrà anche a voi la voglia di fare, sul vostro territorio, quello che sta facendo Tiziana insieme agli altri membri di Sardegna che Cambia.

Tiziana, come nasce l’idea di una Food Coop Cagliari?

Nel dicembre 2017, durante una delle periodiche riunioni degli Agenti del Cambiamento sardi, decidiamo di organizzare una proiezione del documentario Food Coop. Prima ancora di vederlo, raccogliamo informazioni sul progetto Camilla di Bologna, e cominciano a balenarci le prime idee. E così, nel marzo 2018, al cinema Greenwich di Cagliari, chiediamo al pubblico presente alla proiezione del film se a qualcuno andava di impegnarsi per realizzare qualcosa di simile in Sardegna.

Risultato?
Una cinquantina di persone fra il pubblico ha aderito entusiasta. E così abbiamo formato un gruppo di promotori.

Non siete gli unici a essere stati ispirati dal film.

Da New York è partito un vero e proprio contagio che è arrivato anche in Europa. Tra i progetti più significativi ci sono La Louve a Parigi, nato proprio su iniziative del regista del documentario, e Bees Coop a Bruxelles. In Italia, oltre a Camilla a Bologna, di imminente apertura, sta nascendo anche Oltrefood Coop a Parma.

Ci spieghi il progetto in breve?

Vogliamo creare una comunità locale di consumo critico. L’obiettivo principale è quello di costituire una cooperativa i cui soci, dietro sottoscrizione di una quota associativa e dell’offerta di qualche ora di volontariato al mese, possano approvvigionarsi con prodotti di qualità, da loro stessi selezionati, provenienti da filiere etiche e sostenibili, a prezzi contenuti.foodcoop-sardegna-1.jpg

Una sessione di lavoro di Sardegna che Cambia

Come si può distribuire cibo in gran parte biologico e a km zero e tenere anche bassi i prezzi?
Da un lato eliminando l’intermediazione della Grande Distribuzione Organizzata, ossia rapportandosi direttamente con i produttori, che quindi vengono selezionati, insieme ai prodotti da vendere, dagli stessi soci della cooperativa.

Un po’ come accade per i GAS-Gruppi di Acquisto Solidali?

Sì, ma con una novità. Dall’altro lato, infatti, si aprono supermercati “collaborativi”, nei quali i clienti sono anche proprietari e lavoratori. Con questa formula, nella quale i soci della cooperativa lavorano per 3 ore al mese nel punto vendita, i costi sono abbattuti fino al 40%. Un risparmio che viene diviso tra il prezzo di vendita al consumatore e la remunerazione del produttore. Quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza: quando la remunerazione del lavoro è equa, il produttore è incentivato a insistere col biologico, l’agricoltura contadina e le lavorazioni tradizionali, e ad evitare di dover ricorrere allo sfruttamento della GDO pur di dare uno sbocco alla propria produzione. È come dare valore, col nostro lavoro, anche al lavoro degli altri membri della filiera.

Una bella soddisfazione.

E ti dirò di più. Non è solo una questione di prezzi convenienti, di giusta remunerazione del lavoro dei produttori, di valorizzazione delle produzioni locali. La soddisfazione più grande è psicologica. È il senso di responsabilità che ciascuno sviluppa nei confronti della propria comunità, la sensazione di lavorare attivamente per la transizione verso una società più equa, sostenibile e solidale. Non è un caso che il focus gestionale del progetto riguarderà le scelte di consumo responsabile e la sperimentazione di modelli di autogestione, di cooperazione e solidarietà tra le persone, di attenzione all’ambiente e di valorizzazione del territorio.

Mi pare un’esperienza altamente formativa per coloro che vi partecipano.

Assolutamente sì. Non a caso tra gli obiettivi complementari c’è anche quello di fornire strumenti di riflessione sulla società contemporanea. Quando apri un emporio in cui rifiuti di vendere prodotti provenienti dall’agricoltura industriale o che utilizzino sostanze chimiche di sintesi, in cui favorisci l’agricoltura naturale, in cui riduci al minimo gli imballaggi, in cui vieti l’uso di plastica usa e getta, in cui permetti l’utilizzo delle monete complementari non c’è dubbio che stai facendo formazione.

Un vero e proprio centro di promozione cuturale.

E anche di intrattenimento, visto che prevediamo di utilizzare gli spazi anche per attività sociali. Oltre al punto vendita, infatti, il progetto prevede l’attivazione di un repair point, una banca del tempo, uno spazio destinato a laboratori proiezioni, presentazioni, seminari, ecc. Insomma, un vero e proprio centro polifunzionale in grado di offrire un’ampia gamma di servizi e attività complementari con ricadute sia sulla comunità locale che sulla compagine. Sai, il progetto è economicamente sostenibile solo se raggiunge un certo numero di soci.foodcoop-sardegna-2

Una riunione del progetto Food Coop

Parliamo dei soci, appunto.

Per il momento siamo un gruppo di persone, perlopiù Agenti del Cambiamento, provenienti da realtà ed esperienze diverse. I promotori della proiezione di marzo sono state, oltre a Sardegna che Cambia, anche le associazioni Re.Coh, che sta realizzando un co-housing in Sardegna, e Terre Colte, che si occupa di incentivare il riuso delle terre incolte, l’auto produzione alimentare e il consumo critico. Al progetto di Food Coop – il nome è ancora generico ma stiamo per lanciare un concorso di idee interno per individuare quello definitivo – collaborano attivamente 12 persone, e altre seguono i lavori del gruppo tramite una chat dedicata, pronte ad entrare nella squadra appena riusciranno ad organizzarsi con i propri impegni. Il numero è per ora sufficiente per la fase iniziale di studio, ma presto ci saranno da sviluppare altri aspetti del progetto. Per questo abbiamo deciso di aprire il gruppo all’esterno e accogliere chiunque sia interessato a dare il proprio contributo, mettendo a disposizione il proprio tempo e/o le proprie competenze.

Quali sono i prossimi passi? E cosa dovrebbero fare gli interessati?

Abbiamo attivato una pagina facebook dedicata e l’indirizzo email foodcoopcagliari@gmail.com. Ma il 31 maggio, alla Cineteca Sarda, ci sarà un’altra proiezione del documentario Food Coop. Quello sarà il momento ideale per conoscersi e per organizzare le prossime tappe. Fra queste, lo studio di possibili linee di finanziamento pubblico e la ricerca di una sede. Esperti di bandi pubblici, tecnici e figure professionali più classiche, come commercialisti e avvocati, sono benvenuti assieme a tutti coloro che hanno voglia di dare un contributo di qualsiasi genere. Il nostro obiettivo è di essere operativi entro la fine del 2019.FOOD-COOP-31-MAGGIO

Cosa consigli a chi volesse attivare un Food Coop in altre città?

Di seguire il percorso che hanno fatto tutti i progetti in via di realizzazione. Organizzare una proiezione del film tramite la piattaforma di distribuzione cinematografica indipendente Movieday, raccogliere adesioni e contattare le altre Food Coop già attive o in via di apertura. Noi, per esempio, siamo in contatto con La Louve di Parigi e Camilla di Bologna, che ci stanno dando una grossa mano.

Aggiornateci, mi raccomando. E in bocca al lupo.

Senz’altro. Viva il lupo!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/food-coop-sardegna-supermercato-etico-autogestito/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Acanta, quando la finanza è vicina alle persone

Acanta è la Mag della Sardegna. Fondata nel 2012, è stata rilanciata lo scorso anno ed è in fase di grande sviluppo e crescita. Tramite la Mutua Auto gestione e con principi di vera cooperazione, si pone l’obiettivo di raccogliere capitale sociale tra i soci con la finalità di finanziare dei microcrediti che vadano aiutare i soci stessi nella creazione di imprese di piccole o medie dimensioni. Imprese che devono essere etiche e sostenibili, valutate sulle idee d’impresa e non solo sulle garanzie.

Acanta in sardo vuol dire “vicino”: un nome che rivela l’essenza della storia che vi andiamo a raccontare. Acanta è la Mag della Sardegna, nata nel 2012 dallo stimolo di dieci persone e che oggi conta un centinaio di soci e cinquanta imprese aderenti alla sua Rete per l’Economia circolare. Ma facciamo un passo indietro perché sicuramente vi starete chiedendo: ma che cos’è una Mag?

Chi ha buona memoria, si ricorderà che ve ne avevamo già parlato agli albori del nostro progetto: Mag sta per Mutua Auto Gestione e si tratta di una società cooperativa che, raccogliendo il capitale tra i soci a livello territoriale, si pone l’obiettivo di finanziare dei microcrediti che vadano ad aiutare i soci stessi nella creazione di piccole o medie imprese. Una Mag è differente da una semplice banca per una serie di ragioni oltre al finanziamento interno ai soli soci in base al capitale raccolto. Un altro aspetto importante riguarda il criterio con la quale i progetti sono finanziati: viene naturalmente valutata la sostenibilità economica e finanziaria dell’idea di impresa che vuole accedere ad un credito, ma i progetti che vengono finanziati devono essere etici e sostenibili, rispettando il valore della persona, l’ambiente e il territorio. Inoltre il concetto di “bancabilità” è relativo: un soggetto sprovvisto di garanzie economiche adeguate, nel caso detenesse un’idea valutata come sostenibile sia economicamente che eticamente, ha la possibilità di avere accesso al credito necessario per avviare parte della sua impresa ad un basso tasso di interesse e con tempi di rientro che possono anche essere prolungati fino a sette anni.22687983_1858873944333135_256759556965425197_n

Acanta: la Mag sarda e il suo funzionamento

Fabrizio Palazzari è il direttore di Acanta, la Mag della Sardegna. Dopo dodici anni in giro per il mondo per varie e gratificanti esperienze professionali, ha deciso di tornare nella sua (amatissima) terra e di dedicarsi part-time al progetto di rilancio di Acanta, che nell’ultimo anno si è notevolmente accelerato: “La missione di Acanta in Sardegna è quella di dare un contributo forte ad un autentico sviluppo dal basso dell’economia dell’isola che sia etico e sostenibile” ci racconta Fabrizio “e in questi primi mesi operativi abbiamo già portato i soci a cento e abbiamo già cinquanta imprese aderenti alla Rete per l’Economia Circolare, una rete di scambio mutualistico dove l’impresa riconosce un prezzo agevolato ai soci Acanta, il che permette di avvicinare per la prima volta alla finanza mutualistica soggetti che solitamente non la conoscono. Per diventare socio di Acanta è sufficiente sottoscrivere una quota di capitale sociale: la quota minima è di cento euro. A fronte di questo riconoscimento, una persona può fare domanda di adesione e diventare socio della cooperativa. Dopo essere diventati soci, si può decidere di voler accedere a tutti i servizi che la MAG offre: servizi di formazione, informazione, spin-off e appunto di rete di economia circolare”. Infatti una delle particolarità di Acanta come Mag è proprio la sua forte vocazione alla formazione: non avendo ancora i requisiti di legge per diventare un operatore di finanza mutualistica e solidale (la legge prevede un capitale minimo di duecentocinquantamila euro per essere riconosciuti tali, ed è obiettivo di Acanta raggiungerlo entro il 2019, ndr), Acanta cerca in questa fase di start-up di formare, fornendo servizi di informazione e formazione per innalzare le loro competenze manageriali e imprenditoriali dei soci. Per far questo, i soci aderenti devono solamente sottoscrivere una carta, la Acanta card, al costo di cinquanta euro l’anno. C’è inoltre un altro aspetto centrale in Acanta: grazie ad alcuni accordi raggiunti con alcuni istituti bancari sardi, “portiamo il nostro socio a trasformare la sua idea in un modello di business, poi lo aiutiamo a redigere un business plan sostenibile, lo accompagniamo dalla banca e lo mettiamo in condizione di far valutare la sua istruttoria positivamente. Noi lo sosteniamo dunque fino alla fine, standogli vicino.” La partecipazione dei soci al programma dei servizi è molto importante per Acanta: “Per noi è importante perché la card è la fonte più importante di ricavi e con essa copriamo i nostri costi operativi gestionali, che permettono di aiutare i soci nell’accesso al microcredito con due eventi mensili dedicati alla formazione”.23559852_1869110363309493_3273636212444449815_n

Il principio della Mutua Autogestione e la democrazia d’impresa

Abbiamo affrontato finora l’aspetto della Mutua Autogestione riguardante il credito: se una Mag raggiunge una cifra di capitale sociale minima, dopo le valutazioni economiche e sociali eroga dei finanziamenti ai soci richiedenti: in caso contrario, decide come fa Acanta di aiutare i propri soci nella formazione manageriale e imprenditoriali al fine di renderli idonei al microcredito bancario classico. C’è però un altro principio di Mutua Autogestione che riguarda la valutazione dei progetti prima accennata: “i soci che noi formiamo diventato poi anche i valutatori sociali e ambientali dei progetti presi in esame: l’autogestione non è limitata dunque auspicabilmente alla sola raccolta del capitale, ma anche alla valutazione dei progetti stessi che viene effettuata dagli stessi soci”. Acanta inoltre è una cooperativa che si basa, come da caratteristica delle Mag, sul principio della democrazia d’impresa: vale infatti nell’Assemblea dei Soci il principio del voto capitario, nel quale un socio è titolare di un singolo voto indipendentemente dal capitale versato. Uno vale uno, per dirla in breve. Un altro aspetto fondamentale in Acanta è il ruolo dell’assemblea soci, che decide l’indirizzo strategico e le priorità della cooperativa. In Acanta è stato deciso e valutato come prioritario il recupero del rapporto tra città e campagna in Sardegna, oltre alla valorizzazione dei mestieri tradizionali con l’aggiunta di innovazioni di processo e prodotto (così come competenze di management e marketing), rispettando l’essenza dell’artigianato locale.26907838_1895803797306816_3592927644246287107_n

I prossimi obiettivi di Acanta

“Per quanto riguarda gli obiettivi futuri, stiamo cercando di innovare il modello mentre lo stiamo realizzando; stiamo attivando dei processi di cambiamento dove noi stessi diventiamo i fruitori di questi feedback. L’obiettivo più importante è raggiungere entro ottobre 2019 il capitale sociale di duecentocinquanta mila euro che ci occorrerà per essere riconosciuti come operatori di finanza mutualistica e solidale. Inoltre vorremmo ampliare la base sociale ad almeno cinquecento soci e contestualmente ampliare la rete di scambio mutualistico tra imprese e gli stessi soci”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/io-faccio-cosi-196-acanta-finanza-vicina-persone/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Ciclovia della Sardegna, firmato protocollo d’intesa per la progettazione e la realizzazione dell’infrastruttura

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Il ministro Franceschini ha firmato un protocollo d’intesa con Regione e Ministero dei Trasporti . Due le direttrici: una da Alghero a Cagliari lungo il versante occidentale, l’altra da Santa Teresa di Gallura al capoluogo lungo quello orientale.

Diventa realtà la Ciclovia della Sardegna. Il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha firmato un protocollo d’intesa con la Regione e il Ministero dei Trasporti per la progettazione e la realizzazione dell’infrastruttura cicloturistica che darà nuovo impulso al turismo sostenibile nell’Isola. Due le direttrici: una da Alghero a Cagliari lungo il versante occidentale, l’altra da Santa Teresa di Gallura al capoluogo sardo lungo quello orientale. Due anche gli itinerari trasversali: da Porto Torres a Santa Teresa attraverso la costa settentrionale, da Dorgali a Macomer attraverso Nuoro. Mibact e Mit collaboreranno con i propri organi territoriali alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale. Il Mibact poi dovrà verificare che il progetto isolano sia tra quelli individuati dal Piano strategico per il turismo, dovrà promuovere la Ciclovia della Sardegna attraverso l’Enti e mettere in relazione il tracciato con le banche dati inerenti il patrimonio tutelato attraversato dal percorso tramite il portale HUB-Geo-Culturale del ministero.

“Le ciclovie – spiega Franceschini – sono determinate per dare vita a un modello di sviluppo sostenibile e diffuso capace di governare la crescita dei flussi turistici. Non a caso il primo obiettivo del piano strategico del turismo è investire su nuovi percorsi in grado di attrarre quel turismo di qualità che contribuisce al benessere economico e sociale del territorio”.

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La ciclovia della Sardegna si inserisce nel progetto delle sei nuove ciclovie previste dalla legge di stabilità 2017 e dalla manovra di aprile. Per tre di queste sono già stati firmati i protocolli d’intesa tra Ministero dei trasporti, Ministero dei beni culturali e Regioni: si tratta della ciclovia del Garda, dellla ciclovia della Magna Grecia e della ciclovia della Sardegna appunto. I protocolli delle restanti – la ciclovia Tirrenica, quella Adriatica e la Trieste-Lignano Sabbiadoro-Venezia – verranno firmati entro l’anno. Quello delle ciclovie costituisce un “sistema economico che vale per l’Italia circa 3,2 miliardi di euro”, ha dichiarato qualche settimana fa il ministro dei trasporti e infrastrutture Graziano Delrio. “Penso che nell’arco di pochi anni, a differenza dei tempi più lunghi che occorrono per le strade, possiamo mettere in piedi un sistema senza precedenti. La rete nazionale delle ciclovie turistiche, inserite nella programmazione delle Regioni e nell’allegato del Mit al Def come vere e proprie infrastrutture di ‘serie A’, sta prendendo forma nelle realtà e nella consapevolezza collettiva, con già 4 progettazioni in corso e 3 in partenza con questa firma. Una mobilità lenta, in grado di integrarsi con altre modalità come il treno o le navi, per godere nel modo migliore del BelPaese”.

Nello specifico, la ciclovia del Garda consiste in un itinerario ad anello di 140 km lungo le sponde del lago di Garda e interessa il territorio della provincia autonoma di Trento e delle regioni del Veneto e della Lombardia; quella della Magna Grecia ha una estensione di circa 1.000 km ed abbraccia i territori delle Regioni Basilicata, Calabria e Siciliana. Le quattro ciclovie della stabilità 2016 (ciclovia del Sole, Ven-To, Acquedotto Pugliese e Grab) sono ora allo step successivo, quello della progettazione. Per la realizzazione del sistema nazionale di ciclovie turistiche sono stati stanziati per il triennio 2016/2018 89 milioni di euro per le quattro ciclovie prioritarie previste al comma 640 della Legge di Stabilità 2016 mentre, le ulteriori risorse previste dalla legge di bilancio 2017 pari a 283 milioni di euro andranno a finanziare la realizzazione di quelle ciclovie che verranno individuate dal Mit nel periodo 2017/2024.

Fonte: ecodallecitta.it

 

L’uomo che pianta gli alberi

Riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi e, in generale, rimboschire il territorio. A questo scopo è nata nel 2012 a Cagliari l’associazione “L’uomo che pianta gli alberi” che, dalla sua fondazione, ha contribuito a seminare tre milioni di semi, a piantare seimila alberi e interrare trecentomila ghiande.Senza nome

Dalla spinta propositiva di Anna Cadoni è nata l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, che dal 2012 si occupa in Sardegna di riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi, ora sempre più allarmanti a causa della siccità e della stagione calda. Ecco un esempio di come tutti noi, nel nostro piccolo e in compagnia allo stesso tempo, possiamo cambiare il corso degli eventi. Anna Cadoni è un’imprenditrice agricola sarda originaria di Mandas. Famiglia contadina, sin da bambina è amante delle piante e degli alberi, tant’è che ha cominciato sin da allora a piantare e seminare alberi. È una signora timida e riservata, e come i più dolci paradossi dell’esistenza è quel tipo di persona che mi da la sensazione di avere tante cose da dire. Infatti ha contribuito a seminare tre milioni di semi e a piantare migliaia di alberi e ghiande. Bene, direi che è arrivato il momento di addentrarci nella storia di oggi!

L’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” è nata nel 2012 a Cagliari con l’obiettivo di riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi, in generale allo scopo di rimboschire il territorio. “Ho avuto l’ispirazione per fondare l’associazione quando ho visto il film ‘L’Uomo che piantava gli alberi’, una pellicola del 1987 di Frédérick Back tratta dal racconto allegorico omonimo di Jean Giono del 1953, in cui si racconta la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nei pressi del villaggio di Vergons, nella prima metà del XX secolo”, ci racconta Anna Cadoni, che è la presidente e fondatrice dell’associazione. “La differenza rispetto al racconto è che invece che farlo da sola, nonostante l’abbia sempre fatto sin da bambina, volevo creare un gruppo ed essere in tanti ad iniziare la semina. Lo scopo del seminare è certamente legato all’importanza del piantare alberi, ma soprattutto a seminare consapevolezza nel salvaguardare la nostra Terra. È importante rendersi conto del perché siamo arrivati alla crisi ecologica odierna e di come possiamo adoperarci tutti per cambiare le cose, non aspettando che qualcuno lo faccia al posto nostro. La Terra ci ospita, ci nutre, ci accoglie, grazie agli alberi possiamo respirare, mangiare: i boschi sono curativi anche con una passeggiata”.Senza nome2

Tre milioni di semi, trecentomila ghiande e seimila alberi

Nel 2014 l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” si era prefissata un obiettivo ambizioso: interrare un milione di semi in un anno e piantare quanti più alberi possibili. Una sfida lanciata a livello nazionale e non limitata alla sola regione Sardegna. Ci racconta Anna come tutti i membri dell’Associazione “abbiano lavorato tantissimo, coinvolgendo anche le scuole e gli insegnanti che ovunque hanno piantato alberi: per realizzare ciò abbiamo fornito alle scuole argilla e semi gratuitamente. Abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci siamo posti, anzi siamo andati oltre: abbiamo superato il milione di semi interrati e piantato tantissimi alberi. Dal 2012, anno della sua fondazione, l’Associazione di per sé ha contribuito a seminare tre milioni di semi, a piantare seimila alberi e interrare trecentomila ghiande.

Come si piantano i semi? Le palline di argilla

Per realizzare questo obiettivo, l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” organizza frequentemente degli eventi aperti ai partecipanti: in un primo evento si preparano le palline di argilla che contengono il seme, che vengono poi lasciati ad essiccare. In un secondo evento si lanciano le palline nel terreno. “Seguiamo il metodo ideato dal botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, utilizzato tra l’altro per rimboschire alcune aree semi-desertificate della Grecia” ci spiega Anna “I semi vengono messi nell’argilla, che viene poi bagnata con l’acqua. Si lavora poi l’impasto ottenuto come se si stesse lavorando il pane: si crea una consistenza né troppo morbida né dura. Noi interriamo semi della flora mediterranea: semi di Carrubo, di Fillirea, di Mirto e Ginepro, Querce, Corbezzoli, tutte piante e arbusti della flora mediterranea che si adattano benissimo al nostro clima in Sardegna.

Le persone che partecipano ai nostri eventi sono sempre più numerose, quando vengono ai nostri eventi se ne vanno poi con una soddisfazione interiore fortissima, perché capiscono che possono fare qualcosa per migliorare la loro vita e quella di tutti, non si sentono vittime della rassegnazione come capita ormai troppo spesso. Noi vogliamo che le persone, nel loro piccolo, si sentano protagoniste del cambiamento, così nel frattempo a questo scopo continuiamo ad organizzare eventi per seminare alberi e piante.

La sfida continua e continuerà sempre perché noi umani siamo in debito nei confronti della Terra, e siamo inoltre in ritardo rispetto a quello che potremmo fare per cambiare le cose davvero. Io vivo il piantare alberi e piante come un dovere, così’ come ho profondamente a cuore il far partecipare il maggior numero di persone”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-175-uomo-che-pianta-alberi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Energia dalle onde marine, ENEA: in Sardegna un giacimento enorme

Secondo i ricercatori dell’ENEA nei mari della Sardegna si nasconde un giacimento di energia immenso. E non è petrolio, né gas.energia-onde-marine-sardegna-enea

L’ultimo studio ENEA sull’energia dalle onde marine svela un vero e proprio giacimento al centro del Mar Mediterraneo: la Sardegna. In particolare quella occidentale. Secondo i dati e i calcoli dell’ENEA, infatti, è proprio al largo della Sardegna occidentale che si verificano le onde migliori per lo sfruttamento a fini energetici del mare. Il potenziale energetico di questa zona è di circa 13 kW per chilometro di costa: quasi il doppio rispetto alle zone migliori della Sicilia (7 kW/m), il triplo rispetto ai 4 kW per metro di costa del basso Tirreno (4 kW al metro), il quadruplo rispetto a Ionio e Medio Tirreno (3 kW/m), 6 volte rispetto al Mar Ligure (2,5Kw/m) e all’Adriatico (2 kW/m in media). Valori come quello visto in Sardegna si ritrovano, in Europa, in pochissime zone (ad esempio in Danimarca).energia-dalle-onde-lungo-le-coste-italiane

Il problema però, è che al momento lo sfruttamento dell’energia delle onde marine è fermo a poco più della sperimentazione: “Attualmente la produzione di energia dalle onde soddisfa lo 0,02% della domanda energetica in Europa – afferma Gianmaria Sannino, ricercatore ENEA che ha curato lo studio – ma se, come previsto, si arrivasse a coprire il 10% del fabbisogno energetico europeo entro il 2050 con lo sfruttamento combinato anche delle maree, sarebbe possibile produrre energia per due intere nazioni come Francia e Grecia, oppure sostituire 90 centrali elettriche a carbone, ossia un terzo degli impianti europei attualmente in funzione. Inoltre, si ridurrebbe in modo significativo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, che oggi genera una bolletta da 400 miliardi di euro l’anno, dovendo coprire oltre il 50% dei consumi”.

Rispetto ad altre fonti rinnovabili, però, l’energia dalle onde marine è ancora abbastanza cara: nel 2025 l’ENEA prevede che costerà 20 centesimi di euro al kWh, nel 2035 scenderà a 10 centesimi. Fotovoltaico ed eolico, per fare un paragone, sono già oggi abbondantemente più economici.

Bisogna investire in ricerca e tecnologia – commenta Sannino – proseguendo il trend avviato da Horizon 2020, che ha stanziato 130 milioni di euro, e della Banca europea per gli investimenti, che lo scorso anno ha investito per la prima volta nel settore. Ma occorre agire anche sull’incentivazione: in Italia, ad esempio, dal 2016 si sostiene la produzione di energia elettrica da moto ondoso e maree con un contributo pubblico pari a 300 euro MW/h, il più elevato dopo quello per il solare termodinamico“.

ENEA e Politecnico di Torino portano avanti lo sviluppo del PEWEC (Pendulum Wave Energy Converter): una sorta di barca galleggiante che ospita un pendolo che, oscillando grazie alle onde, produce energia elettrica. Ancora in fase di prototipo, il PEWEC è studiato per operare nei mari italiani, dove le onde sono basse ma frequenti.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

 

Monumenti Aperti: la cultura diffusa dalle persone di ogni età

E se diventassimo tutti noi promotori dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini dell’enorme patrimonio culturale del nostro territorio? Nasce in Sardegna per iniziativa di un gruppo di studenti la manifestazione Monumenti Aperti, ideata dall’associazione Imago Mundi per diffondere il valore dei monumenti delle città sarde tramite visite guidate condotte da volontari e alunni delle scuole. Una nuova modalità di fruizione del bene culturale, dove gli studenti di tutte le età diventano i protagonisti nella diffusione del valore dei monumenti delle città sarde. Tutto questo è Monumenti Aperti, l’iniziativa dell’associazione culturale Imago Mundi, dove la riscoperta di segni e tradizioni del passato va di pari passo con un modello imprenditoriale che coordina migliaia di volontari e coinvolge centinaia di migliaia di persone, sia come fruitori che come presentatori del bene culturale stesso.

L’Associazione Culturale Imago Mundi è nata per iniziativa di un gruppo di studenti dell’Università di Cagliari, nel 1992, con l’obiettivo di far conoscere e apprezzare la cultura, i monumenti e le tradizioni della città. Lo scopo principale fin dalla nascita è stato quello di coinvolgere la popolazione nella scoperta e nella diffusione del bene culturale studiato. Oggi l’associazione conta tre dipendenti e 13.500 volontari tra studenti universitari, liceali, alunni delle scuole medie e soci che hanno sposato il progetto. Ed è l’associazione che organizza la manifestazione Monumenti Aperti: un’iniziativa nata nel 1997 volta alla riscoperta di tracce, segni e testimonianze del passato cittadino cagliaritano e della Sardegna in generale. Per due giorni i monumenti di Cagliari, e oggi anche di altre realtà più piccole della Sardegna, vengano aperti al pubblico e spiegati tramite visite guidate condotte da volontari, studenti e alunni delle scuole. Si vuole così differenziare e arricchire la fruizione dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini sardi dell’enorme patrimonio archeologico, architettonico, artistico e storico della regione.13237817_1075393852541571_3733861547292167726_n

Ma come funziona esattamente? La scuola adotta un monumento e così “Il percorso didattico diventa un vero e proprio progetto culturale –  ci spiega Fabrizio Frongia, presidente dell’Associazione Culturale Onlus Imago Mundi – con una modalità nuova di presentazione del ricco patrimonio archeologico e architettonico della nostra terra. Cerchiamo di fare in modo che lo studente, attraverso i temi, gli articoli di giornale, gli scritti, i saggi brevi, possa impadronirsi del bene di prossimità, cioè del bene che va adottare o individualmente o come gruppo classe”.

Ci sono istituti che aderiscono alla manifestazione con tanti professori e studenti, con un approccio multidisciplinare facendo così in modo che ognuno, in base all’età, possa raccontare il bene di prossimità nella maniera a più consona. La trasversalità tra ordini e gradi dell’istruzione ne fa un progetto unico tra le manifestazioni culturali italiane.

Monumenti Aperti ha una rilevanza regionale ben solida, con quasi centomila visitatori ed è nata anche un’edizione piemontese della manifestazione a Santo Stefano Balbo, paese natale di Cesare Pavese. Da realtà circoscritta alla città di Cagliari, oggi è divenuta una manifestazione estesa a tutto il territorio regionale sardo e, soprattutto, ha tutte le carte per divenire un modello imprenditoriale: “da più ambiti ci sta arrivando un suggerimento pratico” ci spiega Frongia “che è quello di cercare di guardare Monumenti Aperti come modello, non percepito solamente come progetto culturale a sé ma guardatelo come progetto culturale a trecentosessanta gradi perché è anche un progetto imprenditoriale”.13179254_1072294096184880_1685287078385526884_n

La manifestazione gode del patrocinio degli assessorati al Turismo e ai Beni Culturali della Regione Sardegna. L’Amministrazione Regionale ha deciso di ampliare l’evento a tutto il territorio sardo e non solo a Cagliari, allo scopo di incentivare un turismo interno che oggi sembra in costante espansione.  All’interno di Monumenti Aperti sono nati dei programmi speciali come Monumenti in Musica, dove le visite guidate vengono animate con momenti e pillole musicali realizzati da studenti del conservatorio, professionisti, volontari e autodidatti, e Cultura Senza Barriere dove sono stati studiati percorsi per non udenti e non vedenti e, andando anche oltre la sola accessibilità, si sono organizzate visite guidate dirette da persone dalle diverse abilità fino ad arrivare ai nuovi cittadini: “A Cagliari dei senegalesi hanno adottato un lazzaretto sul mare” conclude Frongia, che è una delle prime cose che vedono quando la nave arriva sul porto. Lo raccontano in francese, ad altri nuovi cittadini che arrivano per la prima volta in città, e in italiano spiegano poi cosa ha rappresentato e rappresenta il bene adottato”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/io-faccio-cosi-151-monumenti-aperti-la-cultura-diffusa-persone-ogni-eta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Adotta un campo di grano e sarà tutta farina del tuo sacco!

In provincia di Cagliari, in una località storica per la produzione del grano, nell’area di Senorbì, è appena nato il progetto sperimentale “Farina del tuo sacco” ad opera dell’associazione di promozione sociale e culturale Terre Colte.9465-10203

Il progetto, originale e innovativo, vuole essere una risposta concreta e immediata al grave problema dei terreni abbandonati e lasciati incolti da quei contadini che non riescono più a vedere un’effettiva possibilità di sostentamento dignitoso attraverso l’agricoltura. In Sardegna questo fenomeno ha ricadute negative anche a livello sociale, culturale e ambientale. Il progetto lancia una campagna per adottare questi terreni e trasformarli in campi di grano vivi e produttivi. L’associazione propone diverse formule economiche di partecipazione all’iniziativa attraverso le quali si riceve in cambio ciò che quello stesso campo produce: grano, farina o legumi biologici, beni primari di altissima qualità. Allo stesso tempo si partecipa attivamente alle spese necessarie per i contadini per l’acquisto dei semi e la lavorazione del terreno. Le attività sono partite a settembre, a novembre c’è stata la lavorazione del primo terreno e a dicembre scorso le semine. Il  raccolto è previsto per l’estate 2017. La campagna di crowdfunding è iniziata solo un mese fa e si registrano già oltre 20 sostenitori da tutta Italia. 12.000 euro la somma da raccogliere entro fine febbraio che servirà anche per  l’acquisto di un mulino a pietra per la produzione della farina.

Incontriamo Massimo Planta, ideatore del progetto, presidente e socio fondatore di Terre Colte.

Che cos’è Terre Colte?

Terre Colte è un’associazione di promozione sociale e culturale non profit, che si è sviluppata da una prima esperienza di recupero di un terreno incolto e abbandonato di circa 3.000 mq nella provincia di Cagliari, poi trasformato in un orto condiviso dove chiunque poteva avere a disposizione un orto a patto che coltivasse senza l’uso di sostanze chimiche. In meno di un anno più della metà dei 40 lotti del terreno erano già occupati, e dato l’entusiasmo suscitato, quell’esperienza positiva fu immediatamente replicata ottenendo altrettanto successo. In brevissimo tempo, viste le numerose richieste di adesione sia da parte dei fruitori che da parte dei proprietari, si è capito che il concetto degli orti condivisi doveva essere sviluppato in forma organizzata. Nasce così nel Luglio 2014 l`Associazione Terre Colte che stimola e sostiene privati, aziende scuole ed Enti pubblici nella realizzazione e coltivazione di orti condivisi, urbani, sociali, terapeutici, didattici ed etnici. Oggi gli orti da adottare di Terre Colte sono dislocati in 6 comuni della regione metropolitana di Cagliari, suddivisi in lotti di 50 mq ciascuno, dove l’unica regola imposta agli associati è di coltivare rigorosamente con tecniche naturali e senza l’immissione di componenti chimici, ricevendo in cambio oltre che la disponibilità del terreno, un laboratorio teorico/pratico di agricoltura sinergica, l’uso di acqua per l’irrigazione, l’energia elettrica, l’assistenza, la sorveglianza e infine la copertura di una polizza assicurativa. L’associazione organizza inoltre vari laboratori didattici per l’autoproduzione alimentare, didattica per le scuole, corsi di permacultura e agricoltura naturale e attività di sensibilizzazione per la tutela e la salvaguardia delle api.

Come è nato il progetto “Farina del tuo sacco” e perché?

Da questa esperienza di successo abbiamo voluto rilanciare il progetto in una versione più evoluta attraverso l’adozione di terreni incolti di dimensioni rilevanti per affrontare il problema dell’abbandono delle terre coltivabili che in Sardegna riveste proporzioni tali da incidere non solo sul piano meramente economico ma anche su quello socio-culturale e microclimatico (sovra sfruttamento e impoverimento dei terreni, siccità, disboscamento). Ecco dunque come nasce il progetto “Farina del Tuo sacco”: tramite una raccolta fondi le famiglie che aderiscono possono garantirsi il fabbisogno annuo di beni primari (come il grano e la farina) certificati bio e a Km zero (filiera chiusa), anticipando le spese necessarie ai contadini per l’acquisto delle sementi e dei costi dell’aratura.

Di che tipo di coltivazioni stiamo parlando?

Soprattutto grani. I contadini sono sempre l’ultimo anello della filiera mentre invece dovrebbero essere i primi. Sono quelli che non hanno potere contrattuale e quando hanno coltivato la terra, il prodotto finito lo conferiscono ai mulini che stabiliscono il prezzo con cui comprare il grano. Questo è uno dei motivi principali per cui il contadino abbandona la sua terra o preferisce lasciarlo per il pascolo. Ricordiamo che sia i semi di grano per la semina che i terreni e tutto il processo di coltivazione sono certificati biologici.

Chi sono gli agricoltori di cui parlate?

Parliamo di piccoli agricoltori con appezzamenti limitati. Ci è successo che un giorno, casualmente, abbiamo incontrato un contadino che ci ha detto che dopo aver coltivato biologico per anni, il mulino al quale conferiva il raccolto non pagava un valore adeguato per il suo lavoro. I mulini, inoltre, spesso, mischiano i grani dei vari produttori, e la qualità della propria farina rischia di essere messa a rischio. Raramente viene assicurata una lavorazione esclusiva e tutto il lavoro e i benefici di un prodotto biologico e di altissima qualità viene irrimediabilmente perso. Terre Colte ha proposto a questo contadino di trovare una soluzione insieme e cioè di continuare a coltivare il grano e trovare un modo per arrivare direttamente al consumatore finale. Così abbiamo pensato di lanciare una raccolta di crowdfunding per raccogliere 12.000 euro. Circa la metà di questa somma servirà per acquistare un mulino e l’altra metà per le spese vive. Terre Colte si occuperà, quindi, di pagare al contadino tutti i costi e di acquistare un mulino che servirà per macinare i grani prodotti.

Che cosa cambia in termini economici per il contadino?

Non investirà soldi ma il suo tempo e il know how necessario. Rimarrà con il 40 per cento del prodotto finito o del ricavato della raccolta fondi.

Perché è importante aderire alla campagna di crowdfunding?

Partecipando a “Farina del Tuo Sacco” sostieni l’economia locale, aiuti al recupero di una terra a rischio di abbandono e guadagni una sana alimentazione.

Come funziona esattamente l’adozione e quanto costa?

Ci sono diverse tipologie di adozione. A partire da 6 euro puoi adottare un piccolo campo di 10 mq con diritto a: tessera annuale di Terre Colte, un chilo di farina biologica e macinata a pietra e 50 grammi di lievito madre che saranno spediti direttamente a casa. Se si vogliono avere, ad esempio, 10 kg di farina, si possono adottare 100 mq che hanno un costo di 36 euro. Come ricompensa per una donazione si può richiedere: grano, ceci, farina di grano, farina di ceci, la partecipazione a laboratori di trasformazione della farina e viste guidate ai campi coltivati. La Tessera Terre Colte e il lievito madre sono comuni in tutte le tipologie di adozione.

Si può comprare solo quello che il campo produce nel periodo in cui lo produce? Quindi chi acquista non è più un solo consumatore?

Sì. Tutto è legato non al chilo di farina ma ai mq di campo che si vogliono adottare. I chili di cui parliamo sono teorici perché dipenderà dalla produzione: un anno potrà essere di più e l’anno successivo di meno. Il consumatore non è più un consumatore e basta ma un produttore egli stesso. Il contadino sa quanto campo coltiverà ma non saprà mai quanto raccolto otterrà da quel campo. Noi vogliamo sensibilizzare le persone a questa teoria e a questa pratica.

Quanti contadini hanno fino ad ora aderito al progetto?

Parlando solo del progetto di adozione a distanza di un campo di grano, al momento abbiamo coinvolto 2 agricoltori. L’anno scorso abbiamo realizzato lo stesso progetto con la collaborazione dei soci delle sedi operative in Ogliastra, abbiamo coltivato tre ettari sempre a grano Senatore Cappelli che sono stati adottati da 30 famiglie. In quel terreno quest’anno abbiamo fatto il sovescio a trifoglio per farlo riposare. Per la coltivazione di quest’anno l’agricoltore ha messo a disposizione un’area di 8 ettari dei quali due coltivati a trifoglio, due a ceci della qualità Pascià e quattro a grano. Con questa configurazione di rotazione dei terreni, manterremo anche per l’anno prossimo la stessa area coltivabile a grano e ceci.

Dove si troverà il mulino che acquisterete?

Il mulino sarà munito di macine in pietra, a lenta rotazione. Lo metteremo nella nostra sede operativa di Dolianova, a circa 30 km dal campo agricolo di cui parliamo. La sede, diventerà la nostra “Casa del Grano”, attrezzata con spazi idonei dove facciamo i laboratori del pane e dei dolci.  Disponiamo già di un forno a legna condiviso, in modo che chi vuole potrà andarci con il suo impasto fatto in casa il giorno prima e potrà anche cuocere il suo pane in condivisione.

Che tipo di grano coltivate e ci saranno in futuro anche altri cereali?

Al momento solo la varietà Senatore Cappelli ma in futuro abbiamo in progetto di allargare gli orizzonti e di cimentarci anche con altri tipi e, forse, anche altri cereali.

Quando verrà distribuita la farina frutto del primo raccolto?

La farina sarà pronta in estate nei mesi di giugno e luglio 2017. Sapremo anche quanto raccolto ci sarà.

Qual è l’obiettivo di questo progetto?

Il comune in cui si svolge il progetto ha 200 abitanti. Se noi continuiamo a permettere che i terreni non si coltivino più le persone andranno a cercare il lavoro e il sostentamento da altre parti. L’agricoltura ha anche il valore di mantenere vivi i territori. Noi vogliamo coinvolgere più contadini possibile e coinvolgere le persone in questo processo. Ci troviamo in un periodo di cambiamento. E la parola cambiamento è inutile usarla senza crederci e fare qualcosa per attuarlo.

Che cos’è il cambiamento per voi?

E’ fare azioni non a nostro esclusivo beneficio, ma che siano utili e di esempio anche per il nostro vicino e lontano e per le generazioni future.

Per chi volesse sostenere il progetto o saperne di più:

Sito: http://www.terrecolte.org

Cell. 3472495814
e-mail: associazioneterrecolte@gmail.com
Il video di presentazione
Per fare la tua adozione

Fonte: ilcambiamento.it