Una comunità nella Natura che ha preso vita durante la pandemia

Daniela e la sua famiglia sono in viaggio da tempo per sperimentare nuovi stili di vita, liberi e nomadi; poi è scoppiata la pandemia. Come a volte accade, la crisi è diventata un’opportunità e il piccolo gruppo ha scoperto un villaggio in mezzo alla Natura dove trascorrere la quarantena e praticare la vita comunitaria.

 “Insieme di persone unite tra loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni: comunità nazionale, cittadina; agire nell’interesse della comunità; comunità umana, la società degli uomini, il consorzio umano; comunità di affetti, la famiglia”.

Questo è il significato generale che troviamo sul dizionario della lingua italiana alla voce Comunità. L’immaginario che si crea intorno a questo termine, oggi più che mai, rimanda la maggior parte delle persone a un bisogno insoddisfatto di condivisione e calore, a contesti lontani e non quotidiani, resi ancora più distanti dalla spaccatura sociale causata dall’isolamento forzato dopo gli ultimi accadimenti mondiali.

Dalla cima di una collina, ecco la terra che ci ha ospitato durante la quarantena, vicino a Odemira, Portogallo.

Se ritorniamo al significato proprio del termine, comunità è un concetto molto ampio e può riguardare ogni gruppo di persone che sceglie consapevolmente di dichiarare come comuni dei valori e delle pratiche di vita, e lavorare insieme per portarle avanti e rispettarle. Un condominio ospita potenzialmente una comunità; un quartiere, una squadra di lavoro, una scuola, un gruppo sportivo, un insieme di persone che condividono un progetto o una passione, sono terreni fertili per coltivare il senso di comunità. Ma da dove si comincia a costruire un progetto comune, soprattutto quando si parla di comunità di vita quotidiana? Identificare il progetto e i valori sui quali fondarlo è sicuramente il miglior punto di partenza. In questo primo passo è insita la necessità individuale e familiare di avere ben chiaro quale sia il proprio progetto di vita e su quali valori vuole essere fondato, step fondamentale per poi confrontarsi con gli altri, accettarne le differenze e trovare compromessi e soluzioni, dove possibili. Questo primo gradino, che sembrerebbe il più semplice, è tuttavia molto delicato: conoscere se stessi, i propri bisogni, lavorare per portare alla luce la propria visione di vita richiedono un lavoro di introspezione profonda. Io e la mia famiglia, per scoprire noi stessi, siamo andati alla ricerca della nostra visione con un camper, in giro per il mondo.

Le intense esperienze condivise insieme hanno unito grandi e piccoli, creando un clima di genitorialità condivisa.

Sembra paradossale pensare di fare il primo passo verso la costruzione di una comunità abbandonando il tessuto sociale nel quale si vive e girare il mondo, liberi da qualsiasi vincolo con altre persone. Invece questa scelta ci ha permesso di scoprire cosa davvero ci fa battere il cuore, cosa ci fa vivere sereni, cosa per noi è superfluo, cosa è fondamentale. Ed è successo che, più ci sentivamo a nostro agio nella vita on the road, più i nostri incontri con altre famiglie si facevano frequenti, e più eravamo attirati da persone che avevano scelto una vita simile alla nostra. Scegliere è la strada per trovare il proprio cammino. Lo scorso autunno, scegliendo di lasciare definitivamente le quattro mura che ci legavano al territorio lombardo, abbiamo deciso di dare spazio alla vita che sentivamo corrispondesse ai nostri valori e l’abbiamo seguita. E più le davamo spazio, più la nostra visione si palesava ai nostri occhi e nelle nostre vite.

Il nostro cammino, che ci ha condotto in Portogallo passando per Francia, Spagna e Marocco, si è incrociato nuovamente con quello delle famiglie con cui sentivamo di avere un legame profondo e, spontaneamente e senza forzature, gli avvenimenti vissuti insieme ci hanno condotto su un sentiero comune.

Appena sapute le restrizioni portoghesi per arginare l’epidemia covid, cerchiamo di trovare soluzioni per poter stare insieme, in luoghi isolati dell’Algarve e vicino all’oceano, che purtroppo si sono dimostrate non conformi alle leggi decise dalle istituzioni statali. Mentre eravamo in riva al mare, con amici vecchi e nuovi, su una bellissima spiaggia dell’Algarve, siamo stati travolti dallo tsunami della pandemia mondiale, che ci spingeva ad allontanarci uno dall’altro e a trovare ognuno una casa in affitto o a tornare ai nostri paesi di origine, per rispettare le normative sulla quarantena. In un momento in cui le istituzioni mondiali chiamavano all’isolamento, noi abbiamo deciso di stare uniti, di cercare un luogo adatto per poter passare la quarantena tutti insieme, trovando rifugio in un grande terreno di un amica tedesca. Proprio lì, in una stupenda radura tra i boschi del distretto di Odemira, abbiamo cominciato a sperimentare cosa volesse dire vivere come una comunità, come un piccolo villaggio, condividere spazi, tempi e progetti. Le assemblee in cerchio sono state un altro passo fondamentale per confrontarci ed esprimere visioni generali su ciò che desideravamo, e a prendere decisioni riguardanti la vita quotidiana, come l’orto comune e lo spazio per i bambini. Ma ancora più importante è stato, giorno dopo giorno, ascoltare noi stessi e gli altri, chiedendoci se ciò che stavamo vivendo corrispondeva a ciò che volevamo per noi e la nostra famiglia; le risposte sincere che ci siamo dati hanno portato a separare la nostra strada da una famiglia con cui non condividevamo lo stesso progetto di vita e, al contempo, hanno rafforzato la coesione con quelle a noi affini. Il passo successivo dopo la quarantena è stato affittare un terreno insieme, dove proseguire il cammino verso il nostro progetto di comunità: un gruppo spontaneo di persone libere, amiche, che non ha doveri o progetti comuni obbligatori, ma condivide il calore dello stare uniti.

Donne, mamme, compagne, amiche, sostenitrici della comunità, camminano insieme sulle radure nel distretto di Odemira, Portogallo. Crescere insieme e imparare quotidianamente uno dall’altro, aiutarsi a vicenda, sorreggersi, costruire un piccolo villaggio in mezzo alla natura, che le sia rispettoso, una cucina comune e uno spazio di apprendimento per i bambini e le bambine, sono le basi su cui abbiamo deciso di lavorare insieme; il resto sarà un fluire di energie, volontà e sincronicità, in cui tutto è possibile e niente è forzato. Chi fosse interessato a seguire il nostro viaggio di vita può trovare informazioni e contatti sul sito www.sentierinontracciati.com oppure su facebook sulle pagine Il mandala acchiappasogni e sul profilo personale Daniela De angelis. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/comunita-natura-durante-pandemia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La Ristorazione Sociale affronta l’emergenza donando i pasti ai più fragili

Un pasto caldo in dono alle persone più vulnerabili che, a causa delle recenti disposizioni in merito al coronavirus, sono obbligate a stare a casa, sole, senza ricevere alcun supporto. Quella del pasto caldo è l’iniziativa della Ristorazione Sociale della Cooperativa Coompany& che, ad Alessandria, ha deciso di chiudere i battenti ma dedicarsi ai più fragili, mantenendo il suo forte valore sociale e un’attenzione verso i bisognosi. In questi giorni di emergenza da coronavirus, con sforzi e fatica stiamo cambiando le nostre abitudini, per contribuire a ridurre il rischio crescente di una situazione che ci riguarda tutti. Un pensiero di riguardo, però, va alle fasce più deboli: persone fragili e bisognose che si ritrovano in molti casi in situazioni di solitudine proprio in Italia, Paese che, secondo solo al Giappone, conta il maggior numero di anziani al mondo.  In loro soccorso è stato avviato il progetto virtuoso della Ristorazione Solidale di Alessandria, gestita dalla Cooperativa Sociale Coompany& che, proprio come vi abbiamo raccontato in un nostro precedente articolo, nasce per rispondere ai bisogni fondamentali del territorio e alle richieste espresse dalle fasce più deboli.

Come ci racconta il presidente Renzo Sacco, «in questi giorni ci siamo trovati nella doverosa scelta di chiudere la nostra attività, adeguandoci a quelle che sono le direttive dettate dallo stato di emergenza. A un certo punto però ci siamo chiesti: essendo noi una cooperativa sociale che interagisce col territorio, come possiamo dare il nostro contributo ai più fragili? In questi anni abbiamo conosciuto diverse persone che vivono da sole. Persone per le quali rimanere a casa in solitudine, in una situazione di emergenza come questa, può rappresentare un grosso problema».

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A partire da questo presupposto la cooperativa ha deciso di donare pasti a domicilio per i più fragili. «Il nostro obiettivo è fornire a queste persone un aiuto e accompagnarle nelle situazioni più difficili, facendo sì che si possano sentire un po’ meno abbandonate».

L’iniziativa è molto semplice: entro le 10.30 di mattina la cooperativa risponde alle chiamate di coloro che sono direttamente interessati a ricevere il pasto nella propria abitazione o da coloro che segnalano altri casi.

Il menù preparato verrà consegnato all’interno di vaschette ad hoc nei cassoni che normalmente la cooperativa utilizza per la veicolazione dei pasti, con attenzione alle norme igieniche e alla misurazione delle temperature. La cooperativa lo chiama “piatto unico” e consiste in una confezione con due scomparti che contiene un primo e un secondo. Il servizio sarà gratuito e gli operatori che consegneranno il pasto svolgeranno il servizio con mascherina e guanti monouso, evitando di entrare nelle abitazioni.

«Questo è un momento molto delicato per noi e per tutte le realtà che si trovano a fare i conti con la chiusura delle proprie attività. La relazione è infatti il nostro strumento poiché noi sopravviviamo grazie ai nostri clienti e nel momento in cui questa relazione viene a meno, è importante capire come reagire».

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«Abbiamo iniziato consegnando i primi otto pasti, che rappresentano per noi un numero significativo avendo comunicato l’avvio del progetto soltanto un giorno fa. E sappiamo che, per forza di cose, si tratta di un numero che tenderà a crescere nei prossimi giorni. Questa mattina, ad esempio, abbiamo ricevuto la segnalazione della vicina di casa di una signora anziana che vive da sola e non dispone di telefono. Ci ha anche contattati un’assistente sociale dell’ospedale di Alessandria chiedendoci di aiutare delle persone che sarebbero state dimesse e che tornando nelle loro abitazioni non avrebbero avuto compagnia o supporto di alcun tipo».

L’iniziativa porta avanti il lavoro quotidiano che la cooperativa Coompany & svolge sul territorio, dove si occupa principalmente di inserimenti e reinserimenti lavorativi come nel caso di persone con disabilità fisica e cognitiva, giovani con sindrome di down e chi proviene dal mondo del disagio sociale, dalla dipendenza e dalle carceri.

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«Quello che stiamo vivendo in queste settimane è un momento di grande fatica e timore per quello che potrà succedere. Noi abbiamo scelto di ridurre al minimo il rischio per i nostri soci ma allo stesso tempo di concederci un’occasione per contribuire in maniera positiva a quest’emergenza come atto di responsabilità nei confronti della comunità.

Credo questo momento rappresenti una grande sfida per tutti. Agendo insieme è probabile che questa situazione possa incidere positivamente sul senso di comunità. E forse la cosa positiva che può lasciarci questo momento è proprio questa».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/03/ristorazione-sociale-affronta-emergenza-donando-pasti-fragili/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Comunità, autosufficienza, ritorno alla terra e resilienza: questo è quello che ci serve

Non poteva andare in altro modo, lo sapevamo perfettamente e lo diciamo da sempre: una società che adora il dio denaro, alla prima crisi, crolla miseramente.

Comunità, autosufficienza, ritorno alla terra e resilienza: questo è quello che ci serve

Non poteva andare in altro modo, lo sapevamo perfettamente e lo diciamo da sempre: una società che adora il dio denaro, alla prima crisi, crolla miseramente. La gente ha così fiducia in se stessa e nello Stato in cui vive, che svuota i supermercati presa dal panico; del resto, se si costruisce una società basata sulla dipendenza energetica e alimentare in primis, i risultati non potevano che essere questi catastrofici in cui veniamo privati anche delle libertà fondamentali.

E perché siamo arrivati a questo punto? Per fare contenti i mercanti che ci vendono qualsiasi cosa e attraverso la pubblicità ci hanno fatto credere di essere nel paese dei balocchi dove tutto si può comprare all’infinito senza nessun problema di approvvigionamento, di inquinamento, di esaurimento risorse. Poi arriva una crisi qualsiasi, vera o presunta che sia, e l’intera Italia si ferma. E questa sarebbe la sicurezza, la modernità, il progresso tanto decantato?   

Se fossimo in un paese che ha a cuore i propri abitanti, la prima cosa da fare da tempo sarebbe stata di garantire il più possibile proprio l’autosufficienza alimentare e energetica; ma, al contrario, nonostante l’Italia sia un paese dalle ricchezze immense in questi settori, siamo fortemente dipendenti sia dal punto di vista energetico che alimentare.

Invece di darci più sicurezza ed autonomia, continuiamo a creare dipendenza e insicurezza. Costruiamo il metanodotto TAP riempiendoci di gas che viene dall’estero e scoppiamo di sole, facciamo arrivare cibo scadente e di bassissima qualità da tutto il mondo, quando in Italia, paese fertilissimo e baciato da una posizione geoclimatica eccezionale, si potrebbe produrre di tutto. Si spera quindi che non ci sia bisogno di ulteriori drammi per capire che la vera soluzione sta nell’aumentare il più possibile l’autosufficienza energetica e alimentare, ricostruendo i legami comunitari distrutti da un sistema che per guadagnare ci vuole tutti individualisti e dipendenti, con i pessimi risultati che si vedono in questi giorni. Ovvio quindi che bisogna collaborare e anche ripensare un graduale ma deciso ritorno alla terra, non solo per la pura e semplice sopravvivenza ma anche per la tutela, salvaguardia del territorio e delle basi della vita. E speriamo che finalmente la si smetta di dire che non è realistico coltivare la terra e ripopolare le campagne.

Ma elenchiamo ancora una volta il perché è necessario e possibile.

1) L’Italia è strapiena di posti abbandonati e campagne che vanno in rovina e i luoghi sono così tanti che sono ormai molte le proposte degli stessi Comuni per fare ritornare le persone, anche dando contributi, vendendo le case a un euro, ecc. E spesso chi ne approfitta? Gli stranieri che apprezzano ben più di noi le nostre meravigliose ricchezze.

2) Anche in città è possibile creare le condizioni di resilienza diminuendo drasticamente gli sprechi e creando orti ovunque sia possibile; certo bisognerà smettere di cementificare per speculare producendo edifici vuoti ma invece ridare alla città spazi verdi e coltivabili. Del resto non stiamo dicendo nulla di fantascientifico, dato che ormai già varie città al mondo si stanno orientando in questa inevitabile direzione.

3) In Italia si continua a cementificare e ci sono milioni di alloggi vuoti e tantissimi sono proprio in zone di campagna; non si può certo dire che non ci sia posto.

4) Per avere una buona produzione agricola non servono chissà quanti ettari e coltivare la terra non è più il massacro di fatica che ci raccontano i nonni. Con le varie tecniche e conoscenze di agricoltura biologica e naturale di tutti i tipi che stanno nascendo come funghi,  la fatica si è ridotta di molto e le rese sono migliori dell’agricoltura chimica, soprattutto nei piccoli appezzamenti. Su questi aspetti si veda il bellissimo libro Abbondanza miracolosa che sfata tutti i falsi miti che dicono che l’agricoltura chimica sia più produttiva di quella biologica.

5) In Italia meno del 4% delle persone lavora nel campo agricolo e la stragrande maggioranza di questo 4% esercita una agricoltura di dipendenza totale dai combustibili fossili.  L’inversione di tendenza è quindi inevitabile se si pensa che fino agli anni sessanta (non mille anni fa), le persone impegnate in agricoltura erano il 30%.

In merito all’autosufficienza energetica, un paese pieno di sole, dalle potenzialità geoclimatiche immense, è agonizzante, ancora attaccato alla flebo dei combustibili fossili che generano costi, rischi enormi, inquinamento e ci tengono dipendenti dall’estero. Sarà il caso di cambiare rotta? Ognuno di noi può ridurre drasticamente gli sprechi a parità di confort e potenzialmente autoprodursi l’energia che gli serve e anche in città si possono fare moltissimi passi avanti in questa direzione. Quindi agendo così non solo ridurremmo dipendenza, inquinamento e spese ma daremmo da lavorare a milioni di persone nei settori che sono per noi vitali come quelli agricoli ed energetici. Ritrovare poi il senso di comunità è la soluzione alla disperazione, solitudine, paura e senso di dipendenza. Ricostruire i legami comunitari significa anche far fiorire lo scambio, la conoscenza, la cultura e la resilienza cioè la capacità di reagire efficacemente a cambiamenti improvvisi. E tutto questo si può fare senza limitare le libertà di nessuno anzi esaltando la libertà, le qualità e l’intelligenza di ognuno. I soldi, e le carte di credito potranno ben poco in situazioni di emergenza dove se non sai coltivare, se non sai produrti energia, rimani con i tuoi soldi in mano senza farci granchè. Puoi provare a mangiarli o ad accenderci un fuoco ma non si avranno grossi risultati. E vista la situazione attuale, non sarà il caso di rivedere tutte quelle sicurezze che si stanno dimostrando totalmente illusorie e smettere di credere a coloro che ci dicono che bisogna crescere a tutti i costi? Ma quale crescita? Qui l’unica cosa importante che deve crescere sono le piante dei propri orti. Deve crescere la  collaborazione, l’aiuto reciproco, devono crescere le idee, le soluzioni affinché tutti si possa vivere dignitosamente, liberi, in pace, salvaguardando l’ambiente e i nostri simili.

Fonte: ilcambiamento.it

Le donne del Pollino per la rinascita della Calabria

A Civita, nel nord della Calabria, un gruppo di donne è riuscita a sfidare il pensiero vigente, portando in consiglio comunale una lista tutta al femminile tesa a riattivare una democrazia locale sopita e soprattutto a coinvolgere e rendere protagoniste – a livello sociale e politico – le tantissime donne che silenziosamente vivono e portano avanti questi magnifici territori pregni di ricchezze e contraddizioni. Arriviamo a Civita, in provincia di Cosenza e nei pressi del Pollino, all’imbrunire e in leggero ritardo. Con Paolo “corriamo” nel luogo indicatoci dalle protagoniste dell’intervista che stiamo per realizzare e restiamo subito abbagliati dalla bellezza del paesaggio, tra montagne e “gole” del fiume Raganello. Pochi passi e vedo tre giovani donne sedute su una panchina, una di esse mi sorride e capisco immediatamente che è la persona con cui avevamo fissato l’incontro, Michela Cusano. Accanto a lei Maria Pirrone e Eliana Bruno.

Donne del Pollino

La storia che ci stanno per raccontare è quella dell’Osservatorio Donne Pollino, una storia di resistenza, di comunità, di vittorie, difficoltà, paure, realizzazioni. L’Osservatorio nasce nel 2016, pochi mesi dopo l’arrivo di Michela – di origine romana – qui a Civita. Michela era incinta e cercava un luogo dove poter far nascere e crescere il figlio. Giunta a Civita è subito rimasta colpita dalla presenza delle donne che lei definisce “incredibile”.

«Venivo costantemente accudita da queste donne nonostante fossi per loro una “sconosciuta”, era tutto un voler scambiare e parlare. Mi sono presto accorta che queste donne tenevano una sorta di microeconomia. Pastore e contadine preservano senza sovrastrutture antiche pratiche condivise. Una economia circolare, istintiva dovuta alla necessità di sopravvivere in un territorio a tratti difficile. Spesso qui la spesa non la fai in piazza, ma in montagna!».

Michela doveva fermarsi a Civita per poche settimane e invece ci è rimasta per anni. Inizialmente, insieme ad un gruppo di amiche di Genuino Clandestino o del Teatro Valle occupato, cominciano a fotografare le donne del posto mentre lavoravano insieme, organizzavano le dispense invernali, o le attività legate al rammendo, il ricamo, il cucito. Molte donne lavorano ricamando l’oro per alcune vesti ecclesiastiche. Anche i b&b sono spesso gestite dal cosiddetto “sesso debole”. Eppure – socialmente e politicamente – le donne erano “escluse”, assenti, quasi invisibili.

«Erano tante, ma chiuse nelle loro case e nelle loro cose – spiega Michela nel video che vi proponiamo – e quindi ho pensato di trovare l’occasione per aggregarle, per tirarle fuori, venire allo scoperto».

L’occasione sono state le elezioni comunali del 2019, quando Michela e altre donne del posto decidono di presentare una lista tutta al femminile. Ma tra il dire e il fare…

Mentre all’inizio molte cittadine si erano dette interessate, infatti, sono presto emerse le prime difficoltà: le famiglie si sono opposte, i mariti, i fratelli, i genitori, persino le istituzioni. Molte potenziali candidate sono state vessate, bloccate.

Già, si sa, ladonna sta a casa con i figli… «Ci hanno deriso. Non apertamente magari perché non potevano, però a denti stretti non siamo state prese sul serio – continua Michela – Ma alla fine siamo riuscite a costituire una lista e parlando nelle case con gli abitanti del posto, perché qua si va a chiedere il voto casa per casa, abbiamo scoperto che in molti casi votavano solo gli uomini o comunque molte donne tendevano ad affermare solo ciò che veniva dettato dalla famiglia».

Michela, Eliana, Maria e le altre, però, non si sono arrese e alla fine la lista ha raccolto oltre 100 voti su 500, raggiungendo il 20%. Per la prima volta dopo anni a Civita è stata eletta un’opposizione, formata da tre consigliere, che si sono subito attivate per portare in Amministrazione una serie di tematiche e di modalità “inusuali”. Tra queste, il tema – purtroppo grandemente sottovalutato in tutta Italia e in Calabria in particolare – della violenza sulle donne. Le consigliere, infatti, hanno contattato la casa delle donne dell’Aspromonte e un centro antiviolenza di Corigliano, per poi formarsi con l’obiettivo di aprire un centro di ascolto per donne a Civita. Il percorso è solo all’inizio. Le difficoltà non mancano. La mentalità vigente non viene certo scalfita da una singola elezione e il pensiero dominante è pervasivo e insidioso. Ma questa storia dimostra come con il dialogo, l’ascolto e la capacità di mettersi in gioco in prima persona si possano abbattere i più grandi tabù. Magari partendo dalla sapienza delle agricoltrici e delle pastore calabresi e dalla lucida follia di una romana che vaga inquieta per il Sud Italia alla ricerca di radici e cambiamento.

Intanto le cose si muovono, a piccoli passi ma si muovono.

Oggi a Civita, e domani? Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/donne-del-pollino-rinascita-calabria-io-faccio-cosi-273/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il Ponte: l’impresa sociale che dà occupazione ai più fragili

A Invorio, nella splendida cornice tra il Lago Maggiore e il Lago d’Orta, c’è una cooperativa che da anni sta valorizzando il tessuto sociale locale, promuovendo l’occupazione e l’inserimento lavorativo di persone fragili e creando intorno a sé una rete di aziende e imprese che stanno imparando da questo modello improntato alla solidarietà e alla crescita della persona. La storia che mi racconta Mauro Fanchini è una storia di cambiamento e coraggio, è il racconto di un imprenditore nell’ambito della comunicazione che un giorno decide di chiudere la sua attività, stanco di quello stile di vita divenuto per lui insostenibile. E, nella ricerca di un nuovo modo di vivere, si è imbattuto in quella che sarebbe diventata la sua nuova missione, quella di aiutare le persone più fragili accompagnandole in un percorso lavorativo e di crescita e che oggi, con tanta passione, mi racconta.

«Nel mio precedente lavoro come imprenditore non c’era attenzione al valore umano ma esclusivamente il bisogno di inseguire il guadagno. Per questa ragione ho deciso di cambiare vita, senza sapere in che direzione questa mi avrebbe condotto». Dal 2012 Mauro è il direttore della cooperativa Il Ponte, attiva ormai da 30 anni nell’alto novarese, in quella splendida cornice tra il Lago Maggiore e il Lago d’Orta, per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro di persone in situazioni di emergenza, di fragilità, di disabilità e di svantaggio sociale.

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Lo scopo? Trasformare in risorsa sociale ed economica l’operato delle persone che si trovano situazioni di vulnerabilità e per questo escluse da dinamiche lavorative, per riavvicinarle alla società e dare loro un maggior senso di indipendenza.

Immaginiamo un capannone con ampie vetrate al cui interno si trovano diversi tavoli da lavoro dove si svolgono attività di assemblaggio, montaggio, confezionamento e utilizzo materiali poveri, e dove ad ognuno viene assegnata una mansione adeguata alle sue esigenze e capacità.

«La particolarità della nostra cooperativa è che viene strutturata come fosse un’azienda» mi spiega Mauro. Un’azienda, però, incentrata sulla persona, che qui viene accompagnata in un percorso di crescita. A partire dalle mansioni più semplici come inserire un tappo su una penna allo svolgimento di compiti più complessi come saldare i fili per realizzare i cablaggi di un quadro elettrico. Si tratta di piccole tappe di un percorso che passo dopo passo permette a queste persone di acquisire nuove competenze, di mettersi in gioco e prendere sicurezza in se stesse e nelle proprie capacità.

Al momento la Cooperativa collabora con una ventina di realtà locali che operano in diversi settori produttivi e merceologici che offrono svariate tipologie di lavoro: dal montaggio delle scatole di cartone all’assemblaggio di parti o di prodotti finiti, dalle stampanti 3d alla lavorazione di tessuti.

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Ma ciò che più caratterizza la cooperativa è la capacità di mettere in rete le realtà locali, in una sinergia tra le varie organizzazioni per capire, insieme, quale sia il bisogno più immediato per il territorio e contribuire a mantenere lavori che in altre condizioni verrebbero facilmente delocalizzati. per questo motivo nel 2015 ha fondato, insieme ad altre cooperative sociali, imprenditori, consulenti, amministratori pubblici e insegnanti delle scuole l’associazione “Terre tra i laghi”, che ha per scopo di studiare ed elaborare strategie per valorizzare le risorse della zona.

«Ciò che noi vogliamo fare è instaurare un rapporto di collaborazione con le aziende del territorio per mostrare loro l’importanza dell’inserimento lavorativo di persone fragili, replicando e generando nuove attività simili a questa» mi spiega Mauro. «Ad esempio, entro fine gennaio, trasformeremo una piccola cooperativa improduttiva a Gravellona che seguirà il nostro modello e attiveremo dei laboratori di sperimentazione lavorativa che rimetteranno in gioco la manualità e la creatività delle persone».

La cooperativa si impegna quotidianamente a sensibilizzare l’opinione pubblica ma soprattutto il mondo profit e quindi le aziende e le imprese, mostrando loro che lavorare con persone fragili, con disabilità e in situazioni di difficoltà è possibile e si può fare. A tal proposito ha dato vita al progetto “Fare”, una piattaforma che unisce tutte le realtà attive sul territorio, con lo spirito di creare una rete con tutte le organizzazioni che hanno voglia di collaborare insieme.

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«È sempre più forte il bisogno di offrire opportunità alle persone svantaggiate perchè sempre più numerosi sono coloro che fanno fatica ad affrontare la società. Gli ultimi dati che si conoscono rispetto alla disabilità risalgono a 15 anni fa e parlano di un’occupazione intorno al 12%» mi spiega Mauro. «Ma il problema oggi non riguarda solo le persone con disabilità ma bensì le persone fragili. Spesso queste hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri, con il lavoro, con le regole e ciò avviene soprattutto perché l’ambiente nelle aziende è molto competitivo e chi è fragile ne risente particolarmente».

Obiettivo è ampliare l’offerta occupazionale con nuove assunzioni e nuovi inserimenti, in accordo con i servizi sociali del territorio. «L’idea è quella di affiancare persone a persone: chi insegna e chi impara, nell’ottica di dare vita ad un’impresa sociale. In questo modo i lavoratori che vengono formati e inseriti in azienda diventano una risorsa: una catena virtuosa che dà il via a una crescita personale, professionale ed economica per tutti gli attori coinvolti. Ecco allora che tutte le attività produttive guardano soprattutto a ciò che ciascuno sa fare con l’obiettivo di aumentare e potenziare autostima, autonomia e responsabilità di chi lavora e di chi sta imparando un lavoro».

«Rispetto al lavoro da imprenditore che svolgevo prima, ora vivo quotidianamente una vera soddisfazione nella relazione, nelle persone, nella speranza che vedo intorno a me. Spesso giungono imprenditori in crisi per vedere come funziona la nostra cooperativa e ne rimangono sorpresi. Dal mio punto di vista la speranza non è un fatto individuale, è un fatto di una comunità. E sono proprio queste persone che fanno la differenza, alimentando una speranza che cresce ed insieme ad essa cresce la comunità stessa».Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/il-ponte-impresa-sociale-occupazione-piu-fragili/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Emporio Sociale Camilla: oltre 500 soci in meno di un anno

Oltre cinquecento soci in meno di un anno, di cui l’80% circa attivi nei turni cooperativi: sono i numeri che l’emporio sociale Camilla di Bologna ha saputo “guadagnarsi” insieme alla fiducia e alla stima di cittadini e comunità.

Emporio Sociale Camilla: oltre 500 soci in meno di un anno

Tutti i grandi progetti hanno un tempo di germinazione che può sembrare lungo ma che è necessario affinché si realizzino e prendano forma. E l’emporio sociale Camilla è nato da un’idea che due anni fa era in embrione e che un gruppo di persone, che ci ha creduto fino in fondo, ha portato alla piena realizzazione.

Oggi l’emporio sociale e condiviso ha la sua sede a Bologna, in via Vincenzo Casciarolo 8/D.

«Camilla è una società cooperativa che nasce da due esperienze di consumo consapevole e autogestito: Campi Aperti e GAS Alchemilla, basate sulla partecipazione attiva e sulla relazione di fiducia tra chi produce e chi compra – spiegano i promotori – e su un sistema di garanzia partecipata che rispetta i valori della Carta dei principi ovvero l’autodeterminazione alimentare, l’economia di prossimità e il sostegno dell’agricoltura biologica contadina. Il progetto Camilla è uno spazio di libertà sottratto alle logiche del profitto a scapito delle persone e degli ambienti naturali. E’ un luogo dove far rinascere il valore delle parole abusate: benessere, sostenibilità, politica».

L’impegno per l’ambiente risulta essere il focus centrale per i soci; per esempio entrando nell’emporio, si nota l’impegno concreto e fortemente voluto per la riduzione e il recupero degli imballaggi.

«Abbiamo superato le cinquanta referenze di prodotti in vendita sfusi, senza imballaggi, sia alimentari che per la detergenza, inclusi i saponi solidi» proseguono i promotori. «E’ già possibile inoltre per i soci riportare i vuoti in vetro, che rendiamo poi ai produttori perché vengano riutilizzati, per i prodotti identificati in emporio con un bollino rosso visibile. Un impegno concreto per l’ambiente a cui siamo molto sensibili. Un altro aspetto fondamentale è come vengono scelti i prodotti. Vengono privilegiate filiere corte e locali tramite conoscenza diretta, ovvero tramite un Sistema di Garanzia Partecipata (SGP), che prevede la verifica della qualità dei produttori e del rispetto dei principi di Camilla a diretta cura di soci attivi e competenti.

Come funziona dunque Camilla?

«Diventi socio-proprietario-gestore dell’emporio versando una quota di capitale sociale di 125 euro (o suoi multipli) una tantum e offrendo 2,45 ore del tuo tempo ogni mese per gestire l’emporio: aiuto magazzino, cassa, ordine e pulizia, dare informazioni alle persone, rifornimento scaffali – spiegano ancora i promotori – Siamo arrivati, appunto, a oggi a 504 soci che hanno versato il capitale sociale della cooperativa e l’80% di loro sono attivi nei turni di gestione dell’emporio».
L’emporio è divenuto quindi un luogo dove acquistare prodotti di qualità, biologici e sostenibili, scelti direttamente dai soci. «E’ un luogo dove incontrare persone motivate da uno spirito comune di partecipazione alla creazione di un’economia locale e sociale innovativa e nata dal basso».

L’emporio è aperto 5 giorni su 7 e al mercoledì e al sabato anche al mattino.

Si trovano tantissimi prodotti a un prezzo giusto per chi compra e chi produce: cereali, cosmetici, detergenti per il bucato, detergenti per la casa e la persona, farine, alimenti freschi, legumi secchi, olio, passate di pomodoro, pasta, prodotti di carta per la casa, riso e riso integrale, vino, birre, caffè e succedanei.

Di recente si è anche svolta la festa di Camilla e Campi Aperti in Piazza VIII Agosto. La parola autogestione è stata la protagonista dell’evento con diversi attori che hanno portato la propria esperienza:  il Movimento dei Pastori Sardi, il Movimento Sem Terra e la ong ESPLAR dal Brasile, le Transition Town di Totnes, Stefano Liberti oltre a Campi Aperti, Arvaia, MAG6 di Reggio Emilia, ARESS. Perché autogestione? «Perché altrimenti c’è dipendenza e quindi sfruttamento, senza una presa diretta di responsabilità da parte di chi è coinvolto nella cura dei beni – spiegano i promotori della realtà – E parlando di contadino come guardiano e custode del territorio, inteso non solo come terra ma come sistema complesso, la sua figura impone una tutela. Tuteliamo la sua libertà perché è nella libertà che nasce la sensibilità di sentire il legame con la natura e cooperare con lei in armonia coltivando cibo genuino. Camilla è un esempio di autogestione incredibile, dove tante variabili vengono messe in gioco per consentire una visione libertaria dell’economia».

Altre realtà simili stanno nascendo. Facciamo gli auguri a Mesa Noa Food Coop a Cagliari ed a OltreFood a Parma! Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/emporio-sociale-camilla-oltre-500-soci-in-meno-di-un-anno?idn=58&idx=29812&idlink=5

La Yogurta, una casa laboratorio dove tutto è possibile

Una fucina di idee fertili, un luogo di cui prendersi cura, uno spazio dove esprimere la creatività collettiva e risolvere i conflitti. Era l’estate del 2017 quando con il montaggio della yurta ha preso forma e anima il progetto “La Yogurta”, una casa laboratorio aperta alla comunità a pochi chilometri da Roma che ospita seminari, workshop e formazioni residenziali. Siamo andati a trovare e abbiamo intervistato la fondatrice Irene Ausiello. Ci troviamo a pochi chilometri da Roma, vicino al Lago di Bracciano, nel piccolo Borgo di Quadroni, una terra circondata da boschi di cerri alle spalle del Monte Calvario che, da più di 400 anni è luogo spirituale e dimora dei Padri Carmelitani Scalzi. Mi trovo con Irene Ausiello in una piccola abitazione nata dal recupero di un casaletto in pietra che, da qualche anno, sta cambiando pelle e identità. Infatti, da poco più di due anni è atterrato nel terreno un “disco volante” che, come per magia, ha trasformato questo luogo in un “terreno fertile per i sogni nel cassetto” dove la yurta (nome comune di cosa) o più conosciuta come la Yogurta (nome comune di persona) è il cuore pulsante, il salotto condominiale, un nido per progetti da covare, un vulcano di idee, uno spazio capace di accogliere e dare voce a tutte le emozioni.

Come è arrivata qui, in quella che da dieci anni è casa tua, la yurta?

Per tanti anni ho frequentato luoghi magici di formazione: Panta Rei, la Casa Laboratorio il Cerquosino e Casa Cenci. In questi luoghi ho vissuto esperienze intense di scambio e crescita con le persone ed i luoghi. Nell’autunno del 2016, durante un seminario della scuola di Arte del Processo, ho sentito nascere dentro di me il desiderio di trasformare il luogo che mi ospita in uno spazio collettivo, dove poter rivivere quella magia. L’estate del 2017 questo desiderio ha trovato una sua concretezza nell’arrivo e nel montaggio della yurta e in un battesimo di visi e canti, prima insieme al Gruppo Creativo della scuola di Arte del Processo e poi insieme agli amici arrivati da tutta Italia per la festa di inaugurazione. La yurta ha dunque iniziato a respirare, ha iniziato ad avere un nome, ma la sua identità aveva bisogno di una storia e di un tempo. 

Perché si chiama Yogurta?

All’inizio avevo pensato ad un nome: “La luna nera”, ma lo sentivo così pesante; quando mi hanno suggerito “ La Yogurta” mi è subito piaciuto: era leggero, rimandava all’idea dei fermenti dello yogurt, della loro vitalità e capacità di far lievitare, come la pasta madre. 

A luglio la Yogurta avrà due anni. Come si è delineata la sua storia e la sua identità in questo tempo?
Fra un corso e l’altro, negli anni, ho continuato a chiedermi “che cos’è la Yogurta?”. C’è stato un episodio in particolare, un anno fa, in cui questa domanda mi è arrivata con grande forza, insieme ad un mal di denti che ha coinvolto proprio quel dente che la dentosofia associa agli stati d’animo legati ai grandi progetti. Sotto l’effetto dell’antidolorifico mi sono arrivate delle immagini che rispondevano alla mia domanda, le ho fermate su di un foglio che custodisco nella yurta.

In quello stesso giorno mi sono posta anche un’altra domanda: “Ma io da piccola ho mai avuto la possibilità di sdraiarmi su un prato, di sentirmi leggera?”. Ho quindi iniziato a pensare alla Yogurta come ad uno spazio per i bambini, per tornare bambini. Non faccio altro che gironzolare nel terreno pensando a come trasformare ogni angolo in uno spazio in cui esprimere una parte di sé: un luogo per avventurarsi, uno per sognare burattini e marionette, la casa sull’albero come rifugio, la falegnameria per familiarizzare con il legno, il giardino delle aromatiche per stimolare l’olfatto. 

So che la Yogurta ha ospitato un gran numero di corsi e attività. Ce ne vuoi accennare qualcuno?

Innanzitutto mi piace riconoscere che tante persone hanno lasciato qui un’impronta e la loro energia, che, chi passerà da qui, potrà ancora osservare e respirare. Fra tutte, quella di Saviana Parodi, che, con il suo sguardo aperto da permacultrice, mi ha dato molti suggerimenti su come curare il terreno per ottimizzare le energie in entrata e in uscita. Per fare solo un esempio, prima tagliavo tutto il prato, lei ha osservato e mi ha detto “Non siamo mica mucche che vanno al pascolo. Dovresti fare dei sentieri, e il resto lo lasci crescere, così hai la rugiada e le erbe spontanee”. Poi ci sono stati i laboratori teatrali di Ilaria Drago, un’artista a tutto tondo. Durante il laboratorio, nei momenti di improvvisazione, si ferma su un gesto, un suono, uno sguardo non intenzionale, non previsto, di verità e bellezza, e ti porta ad indagarlo e ad amplificarlo per scoprire che storia vuole raccontare.  

Francesco Prota, con i suoi incontri sull’Astromanzia Quantistica e sulla Tensegrità, ci ha dato accesso e ha nutrito i sogni notturni e diurni. Un altro grande contributo sono stati i corsi sull’Economia del Dono e sull’Agricoltura Sociale tenuti da Francesco Bernabei, alchimista del 21esimo secolo, capace di trasformare le leggi giuridiche – che spesso percepiamo come limiti e costrizioni – in appigli per una scalata avventurosa verso mete inesplorate. Tantissimi sarebbero i racconti da fare sui workshop di CanyaViva, le lezioni di Yurtango, ci sarà forse un’altra occasione, mi piace per ora ringraziare tutti coloro che hanno creduto e sostenuto questo progetto, da vicino e da lontano.

So che provieni da un percorso di formazione sulla facilitazione dei processi partecipativi che hai portato avanti attraverso l’APS CantieriComuni ed il Teatro dell’Oppresso e ora la tua esperienza come studentessa nella scuola di Arte del Processo. Mi incuriosisce sapere come questo tuo bagaglio è entrato nella Yogurta?
Nel 2017, a ridosso della legge Lorenzin, ho portato avanti insieme ai Genitori “No Obbligo Lazio” e alla compagnia T.I.T.U.R. Teatro Instabile della Tuscia Romana, un percorso laboratoriale sulla tematica dei vaccini, il cui frutto è stato uno spettacolo di teatro forum intitolato “Vaccipiano”. In quel periodo molti genitori si incontravano per trovare soluzioni concrete a un disagio reale. In questi incontri, a cui ho partecipato, non c’era spazio per le emozioni, così abbiamo deciso di aprire noi quello spazio mettendo in scena non storie reali ma incubi e sogni notturni. Grazie ad uno sguardo che proviene dai miei studi presso la scuola di Arte del Processo, abbiamo scardinato alcune regole del Teatro dell’Oppresso. Abbiamo permesso al pubblico, durante il forum, che prevede delle sostituzioni di alcuni personaggi in scena per trovare strategie di risoluzioni alla problematica portata, di riconoscersi non solo nell’oppresso, ma anche nell’oppressore. È stato un lavoro che mi ha molto toccata, e del quale mi piacerebbe creare una memoria scritta da condividere. Nel percorso laboratoriale “Mi trasformo” ho cercato di restituire un po’ di libertà nel modo in cui ci raccontiamo a noi stessi, attingendo agli strumenti di processwork e giocando a rimodellare le nostre narrazioni attraverso il suono, il movimento, le immagini e il sentire. Dall’estate scorsa sono nati i “Wild Camp”, campi avventura per bambini dai cinque ai dieci anni e per le loro famiglie. Questo è il momento dell’anno che attendo con più gioia, in questi giorni diamo libero sfogo alla fantasia e alla creatività; il terreno si trasforma in un laboratorio a cielo aperto, la yurta ospita i nostri sonni e i nostri sogni che, come ha osservato un bambino al risveglio, “non sono più solo nostri perché durante la notte hanno ballato con quelli degli altri”.

Foto di Guido Parola

Quali sono i prossimi progetti della Yogurta? Quali sono gli orizzonti futuri?

A breve partirà un GAS per sostenere un progetto nascente di Orto Sociale e Fattoria Didattica, “Fortebraccio”, all’interno del progetto “Collina dei venti” che darà asilo ad un centro di seconda accoglienza per donne vittime di violenza. L’ultima luna piena ha accolto la prima Tenda Rossa, un cerchio di donne che nasce dal desiderio di condividere la magia del femminile. Quest’estate avremo il terzo incontro del Gruppo Creativo, nato spontaneamente tra gli studenti della Scuola di Arte del Processo, e per il primo anno ospiteremo anche studenti di altre scuole europee, a partire da quelle spagnole. Da qui anche i desiderio di supportare la Scuola nel divulgare questo meraviglioso approccio che è il processwork organizzando seminari, laboratori e processi di gruppo. Per il futuro sono aperta a quello che verrà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/yogurta-casa-laboratorio-tutto-possibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una comunità agricola nella capitale: nasce la prima CSA di Roma

Ispirata ad Arvaia, è nata “Semi di comunità”, la prima CSA romana. Si tratta di una forma di organizzazione pensata per produrre e distribuire prodotti agricoli in modo nuovo e collaborativo e, al contempo, tessere relazioni umane basate sulla condivisione e le buone pratiche di sostenibilità. Anche a Roma… si può!

“Il cibo può essere una dimensione attraverso la quale possiamo trovare delle connessioni. La ricerca di buon cibo locale può diventare parte della costruzione della comunità. Tra le città europee Roma possiede i più ampi spazi dedicati al verde e dove c’è verde può nascere buon cibo. Insieme agli agricoltori si possono creare luoghi per la rigenerazione dell’economia, della democrazia, della conoscenza e della nostra libertà”. 

Mentre ascolto il racconto di Saverio e Alice sulla nascita della prima CSA romana, mi tornano alla mente le parole pronunciate da Vandana Shiva mentre parlavamo di sovranità alimentare in uno dei tanti orti/giardini inaspettati della capitale. Il tema della terra, dell’agricoltura, solidale e sostenibile, della provenienza del cibo che mangiamo, della sua produzione, e conseguentemente della nostra salute, è un tema centrale nel cambiamento di paradigma. Ad esso si legano strettamente molti temi, compreso quello, meno scontato, del tessere relazioni e ricreare comunità. Un aspetto ben chiaro a questa neonata CSA che non a caso si chiama Semi di Comunità e in seno a due comunità è stata ideata, ponendo come base del progetto “la creazione di una comunità agricola di persone e competenze”.

Ma che cosa è una CSA?

Il termine CSA significa Comunità che Supporta l’Agricoltura ed è una particolare forma di organizzazione, in cui la comunità dei soci è legata da un reciproco impegno di collaborazione. Tutti i soci prendono insieme le decisioni sulle scelte aziendali, sostengono la produzione e si distribuiscono cibo fresco, sano e prodotto nel rispetto dell’ambiente. Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da tra tutti soci. In Italia la prima CSA è stata quella di Arvaia, fondata nel 2013, una delle storie che abbiamo raccontato e da cui Semi di Comunità ha tratto ispirazione e sostegno. 

“I semi di questo progetto risalgono a un anno e mezzo fa. Io sono arrivato quando si era da poco costituito un gruppo incubatore di idee – racconta Saverio Inti Carrara, uno dei soci lavoratori della CSA – Tutto è partito da due comunità che fanno parte dell’associazione nazionale MCF “Mondo di Comunità e Famiglia”, quella di Casale Vecchio, a Prima Porta, dove ci sono anche i campi che coltiviamo, e l’altra in zona Bufalotta, La collina del Barbagianni. In questo gruppo lavoravamo su varie idee e buone pratiche da poter trasferire anche nel mondo del lavoro e che avessero come base la solidarietà, l’etica, l’uguaglianza. Ho fatto studi artistici ma a 23 anni ho deciso di dedicarmi all’azienda familiare, un’azienda agricola biologica nel bergamasco. Per 5 anni mi sono occupato del frutteto, dell’orto, facendo di tutto, dalla potatura alle consegne ed ho poi continuato a lavorare e sperimentare anche una volta approdato a Roma”. 

Un’esperienza che ha fatto ben comprendere a Saverio come in agricoltura ci siano pochi margini economici. “Poi un giorno ho ricevuto una mail in cui si parlava di Arvaia e sono partito, sono andato a trovarli , ho riportato l’idea che avevo trovato al gruppo ed abbiamo deciso di intraprendere la strada della CSA. Due soci di Arvaia sono poi venuti da noi per due giorni e abbiamo allargato la condivisione dell’idea, coinvolgendo attraverso il passaparola tra le persone che ruotano intorno a queste due comunità. Ed è stato tutto molto veloce, il 23 gennaio di quest’anno abbiamo costituito la cooperativa. C’erano già circa cinquanta persone interessate e volevamo tenere alto questo interesse partendo con la produzione dalla primavera. A livello pratico, i lavori sui campi sono iniziati a metà marzo. Abbiamo autocostruito insieme ai soci quattro serre, seminato 10000 piante, sistemato il vivaio, pulito i campi che abbiamo in affitto dalla comunità in via del Prato della Corte 1602/a, all´interno del Parco di Veio. Ci sono 2 ettari e mezzo di terreno coltivabile e altrettanto di bosco e sono campi già certificati biologici”.

Come funziona la CSA

A raccontare come funziona la CSA è Alice Bognetti, l’altra attuale socia lavoratrice, che è arrivata a settembre a cavallo della prima assemblea pubblica in cui si cominciava a proporre il progetto già delineato. “All’interno della CSA ci sono diversi tipi di socio. C’è il “socio semplice” che aderisce alla cooperativa attraverso un contributo di 100€ al capitale sociale, e che, come tutti gli altri può partecipare alla fattoria didattica, alle giornate conviviali e di scambi di sapere, e alla produzione, contribuendo volontariamente con qualche giornata di lavoro durante l’anno. Ci sono poi i soci sovventori e prestatori, che con nostro grande stupore sono arrivati sin da subito, che fanno donazioni a fondo perduto o prestiti alla cooperativa. E ci sono i soci lavoratori che garantiscono il raccolto, stilano un piano delle colture e sottopongono il bilancio dei costi a tutti i soci per l’approvazione. Secondo il nostro piano ideale dovrebbero essere una persona a tempo pieno e due part time ma attualmente c’è una persona full time e un partime diviso tra due soci lavoratori. Infine i soci fruitori a cui spetta settimanalmente una parte dei prodotti coltivati”.  

“Un punto cardine della CSA è l’asta delle quote – prosegue Saverio – Prima dell’asta viene condivisa con i soci la proposta di piano economico annuale che comprende tutti i costi previsti e, in base a questo, si calcola il costo di una quota ideale, facendo una divisione per il numero di soci fruitori. Se ad esempio si prevedono 80000€ di costi e abbiamo 100 soci, la quota ideale sarebbe 800€ a testa, questo significa che se ognuno mettesse 800€ il progetto sarebbe sostenibile e si potrebbe partire con la produzione.

L’asta però è uno strumento che serve anche per garantire l’accesso alla CSA alle fasce meno abbienti, quindi durante l’asta si concorda un valore minimo, inferiore alla quota ideale, e uno massimo, superiore alla quota ideale, e ogni socio scrive la cifra che può dare. A questo punto si calcola il totale raggiunto e, se ad esempio mancano 2000€ per raggiungere le previsioni di spesa, si propone di dividerli fra tutti i soci fruitori. Nel caso di 100 soci sarebbero 20€ a testa in più. Quest’anno però non è stato possibile perché sapevamo già che non avevamo i numeri per farlo, la quota ideale sarebbe stata altissima e abbiamo quindi stabilito una quota fissa di 800€ scommettendo che il progetto che si allargasse. Oggi i soci sono arrivati a 100 e a 40 le quote per quanto riguarda i soci fruitori. Considerando che si possono acquisire anche mezze quote, sono circa 60 i soci fruitori. Ma per essere sostenibili abbiamo bisogno di arrivare almeno a 50 quote. Anche se dalla seconda metà maggio inizieremo la distribuzione, continueremo la campagna per l’acquisizione di nuovi soci”. 

Le quote, che si possono pagare in due rate entro la fine di giugno, garantiscono 5/6 chili di verdura a settimana per le quote intere, e ¾ chili per le mezze quote, per 48 settimane l’anno, escludendo quindi il mese di agosto durante il quale le porte dell’azienda rimangono aperte a chi vuole prendere li prodotti in autonomia.

Semi di comunità ha già anche un piano per la distribuzione che conta sette punti della città: il primo direttamente in azienda, uno presso la comunità de La collina del Barbagianni, presso un vivaio in zona Monteverde, a Capena e in due parrocchie a Piramide e Nomentana e a Testa di Lepre. 

“L’intento della CSA è sì distribuire il prodotto ma anche creare rapporti umani, comunità, per fare questo ci siamo di nuovo ispirati ad Arvaia anche per la distribuzione. Dall’azienda partono delle cassette monovarietari e nei punti di distribuzione c’è una bilancia e una bacheca con la lista delle persone e le quantità di prodotti per tipologia che ognuno può prendere in autonomia e in fiducia. E poi c’è una cassetta per gli scambi. Ciò che eventualmente avanza viene lasciato a chi ci ospita per la distribuzione. Da statuto la nostra idea è quella di una cooperativa a impatto zero, che si basa sul riuso e sul minor spreco di cibo, di materie e non solo. E questa sarà una delle nostre sfide”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/comunita-agricola-capitale-nasce-prima-csa-roma/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una valle in azione per il suo bene comune

Basta delegare: la responsabilità è di tutti e di ciascuno e per attuare un concreto cambiamento è necessario che ognuno agisca in prima persona perseguendo il bene comune e partendo dal proprio territorio. È da questo presupposto che nasce l’associazione Progetto Valtiberina che dal 2015 promuove iniziative concrete utili ai cittadini e allo sviluppo qualitativo di questa valle tra Toscana e Umbria. Cittadinanza attiva, partecipazione, processo dal basso, concretezza, organizzazione, ispirazione alle buone pratiche, animazione territoriale, passione, responsabilità. Sono tanti gli ingredienti che rendono Progetto Valtiberina  un esempio del cambiamento positivo in atto nei territori del nostro Paese. In questa valle, territorio unito dalla conformazione geografica, da tradizioni e sentire comune dei suoi abitanti, ma diviso tra Toscana e Umbria, a fine 2015 è nata l’associazione Progetto Valtiberina che ha preso vita da un’idea di tre amici con vite e competenze diverse ma uniti dalla necessità di fare qualcosa, dalla comprensione che non si potesse solo lamentarsi e delegare l’intervento sul territorio.

“Non può esistere una comunità se non c’è una cittadinanza che si fa carico di intraprendere delle azioni”, afferma il presidente dell’associazione Massimo Mercati, che incontriamo a Sansepolcro durante il Festival dei Cammini di Francesco, uno degli eventi pubblici più importanti e partecipati promosso dall’associazione. 

“Prima di tutto – prosegue Mercati – è stato importante dare un significato, perché nessuna rete può esistere se non all’interno di una dimensione di significato chiara”. Un significato che l’associazione ha trovato, ampliando il confronto ad un primo gruppo di persone interessate, nel concetto di crescita qualitativa, che sia al contempo economicamente valida, ecologicamente sostenibile e socialmente equa. Tre livelli che possono apparire in contrapposizione ma che invece possono autoalimentarsi. 

“Per fare tutto questo è necessario creare una rete che venga spinta e sostenuta dai cittadini stessi e che sia concreta, che si sviluppi cioè in progetti concreti. Da qui il nome Progetto Valtiberina. Durante il primo evento che abbiamo organizzato, dal titolo ‘Economia Politica’, Stefano Zamagni ci introdusse a questo concetto fondamentale di sussidiarietà circolare: ci ha detto in qualche modo perché eravamo nati”.

L’obiettivo è quindi quello di identificare dei valori condivisi che possano orientare concretamente lo sviluppo della valle all’insegna del bene comune, principi chiave per i quali battersi, superando anche la dicotomia tra pubblico e privato.

Oggi sono circa 150 gli iscritti all’associazione, un soggetto aggregatore che cerca di analizzare i problemi, filtrare le informazioni e promuovere progetti concreti nel segno di un orientamento chiaro e senza compromessi, in nome della responsabilità di tutti e di ciascuno. Una realtà che sviluppa progetti che vengono dai bisogni dei cittadini/soci, dall’analisi delle problematiche. Uno strumento partecipativo che rende l’associazione una sorta di ponte e stimolo verso le istituzioni, capace di fare sintesi e arrivare alla realizzazione di progetti concreti utili ai cittadini e allo sviluppo qualitativo del territorio

“Questo comporta anche un coinvolgimento degli enti, delle istituzioni, delle imprese. A volte totalmente collaborativo, a volte invece ci sono posizioni diverse. Vogliamo che il nostro agire non sia neutro ma che vada in una direzione ben chiara”.

Per realizzare tutto questo l’associazione si è data organizzata in gruppi di lavoro, tavoli di approfondimento tematici: dall’agricoltura alla scuola, dallo sviluppo della città a quello economico, dal turismo allo sport. Chi si avvicina all’associazione aderisce alla sua ricca e chiara carta dei valori, individua l’area tematica che più gli interessa, quella su cui vorrebbe dare il proprio contributo e si inserisce nel gruppo di lavoro. “Ognuno dei tavoli propone dei progetti, i responsabili devono stendere un budget, il comitato li approva e poi si procede alla realizzazione”.

L’approfondimento delle tematiche avviene attraverso l’apporto volontario personale e di competenze dei partecipanti ai tavoli e attraverso il coinvolgimento di esperti di settore di livello nazionale e internazionale, promuovendo convegni di approfondimento e dibattito pubblico. Spesso incontri e spettacoli sono l’ispirazione dei progetti dell’associazione: “Ogni evento è legato a delle azioni. Dall’incontro con Fritjof Capra e Luca Mercalli su agricoltura e cambiamento climatico, è poi partita un’azione che ha portato all’approvazione a Sansepolcro e in altri comuni di un nuovo regolamento sull’utilizzo dei fitofarmaci”. Un altro progetto in cui si è impegnata l’associazione relativo alla prevenzione sismica è divenuto una best pratice a livello nazionale, dimostrazione che dai territori si può stimolare un cambiamento più ampio. La realizzazione del protocollo d’intesa per favorire interventi di messa in sicurezza dell’abitato urbano per prevenire il rischio sismico, nato dall’idea del ‘Gruppo Tutela del Territorio’ di Progetto Valtiberina, è stata possibile mettendo le persone attorno ad un tavolo a ragionare di bisogni, problemi e soluzioni, persone che hanno interesse e possibilità di agire: cittadini, amministrazioni, associazioni di categoria, istituti di credito. 

“Ci siamo occupati anche di promuovere la carta etica dello sport, mettendo sempre insieme, momenti di approfondimento, spettacoli, divulgazione”. Adesso l’impegno di Progetto Valtiberina è nella costituzione di una sezione young, per coinvolgere i giovani “di cui non conosciamo bisogni e linguaggio”, perché possano incidere nella loro realtà e costruire il futuro che desiderano nella loro comunità.

Intervista: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/valle-azione-bene-comune-io-faccio-cosi-234/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ecovillaggio a pedali: il cantiere-scuola che ha dato vita a una comunità

Vivere insieme a contatto con la natura ricercando l’autosufficienza alimentare, energetica ed economica. Questo il sogno di un gruppo di amici che in Umbria hanno dato vita all’ecovillaggio a pedali: un progetto di comunità intenzionale, ecologica e solidale. Situato ad Avigliano Umbro, in provincia di Terni, l’ecovillaggio a pedali nasce dall’idea di un gruppo di amici con un sogno in comune: vivere in una comunità ecologica a 360°. Parliamo di ecologia profonda, ovvero del senso di appartenenza ad un sistema ecologico globale che riscopre il valore delle relazioni con se stessi, con gli altri e con il pianeta. La natura dentro e attorno a sé, insomma, e la voglia di una vita semplice e genuina. Abbiamo incontrato Laura Raduta, 33 anni, co-fondatrice della comunità, che ci ha raccontato la nascita e l’evoluzione di questo progetto.laura-ecovillaggio-a-pedali

Laura Raduta, cofondatrice dell’ecovillaggio a pedali


Come nasce l’idea?

Nel 2013 insieme ad alcuni amici affittammo un casale, rimanendo ognuno a vivere a casa propria, per sperimentare, per condividere intere settimane, per acquisire strumenti di autosufficienza, per conoscerci e capire meglio le esigenze reali di ognuno. Man mano le persone passavano e frequentavano il casale: chi per un corso, chi per una cena, chi per costruire il forno in terra cruda o solo per curiosità. Tante idee, confronti e domande: diventare una comunità intenzionale? Cosa mettere in comune? Quanto condividere? Quest’esperienza è durata tre anni, finché due di noi, io e mio marito, abbiamo comprato un terreno con una casa da ristrutturare nella bassa Umbria e il progetto si è trasferito lì.

Vi siete occupati della progettazione e della ristrutturazione del luogo. Qual è il vostro percorso di formazione?
Entrambi siamo ingegneri e questo ci ha dato una base strutturale, poi il corso di permacultura ci ha aperto alla progettazione sistemica, allo sguardo d’insieme, alla complessità. In seguito abbiamo frequentato tanti corsi, tenuti da permacultori, sulle varie tecniche di progettazione e sull’uso di diversi materiali. Questo ci ha permesso di approfondire e mettere a sistema i vari elementi che avevamo a disposizione. A chiudere il cerchio molta letteratura inglese e molta pratica: sbagli e impari.

Avete messo in piedi un cantiere-scuola?

Sì, a partire dalla fase di progettazione fino a quella di ristrutturazione. La cosa bella, infatti, è che chiunque passi da qui e abbia voglia di imparare, contribuire o solo curiosare partecipa alla costruzione del sogno. È così che la comunità si allarga e diventa diffusa. L’edificio, costruito con i canoni classici, viene rimodellato con i principi di bioarchitettura e l’uso dei materiali naturali e locali. Stiamo scegliendo la terra cruda, dalle tante proprietà ottimali, la paglia, ottimo isolante termico e acustico, la calce e il legno.ecovillaggio-pedali-forno

State ristrutturando questo posto in modo sostenibile. Cosa vuol dire più precisamente?

Abbiamo scelto di ristrutturare, dove possibile, piuttosto che costruire da zero. Abbiamo inoltre scelto di utilizzare materiali il più possibile naturali, di provenienza locale: il legno, la paglia per isolare, la terra cruda per intonacare e per i pavimenti, la calce per i bagni idrorepellenti. Lavorare con materiali naturali e locali permette di avere un impatto molto basso sull’ambiente e spesso, se realizzati in proprio, di abbassare i costi dei lavori. L’utilizzo di materiali naturali permette peraltro di raggiungere un comfort abitativo incredibile. La paglia è un eccellente materiale isolante, facilmente reperibile, rinnovabile e non inquinante. La terra cruda è a metri zero, gli intonaci permettono di regolare l’umidità interna, di diminuire i campi elettromagnetici e di gestire il livello delle tossine nell’aria. I materiali naturali, infine, ci permettono di utilizzare il cantiere come scuola per chi, vuole trascorrere delle giornate insieme a noi per con conoscere I possibili usi di terra cruda, paglia e calce.ecovillaggio-pedali

Il vostro ecovillaggio è autosufficiente dal punto di vista energetico, alimentare ed economico?

Una cucina a norma ci permette di proporre una piccola ristorazione, di trasformare i cibi, di ospitare eventi e corsi. Un laboratorio-falegnameria per i lavori artigianali, l’orto e una foodforest incrementano l’autosufficienza ma diamo anche grande valore allo scambio del surplus, che ottimizza le energie e crea comunità con il territorio locale.  Seguiamo una dieta vegetariana e vegana che, tra le altre cose, permette con più facilità l’autoproduzione. Volendo, qui attorno, si possono prendere in comodato dei boschi per la legna, le castagne, le nocciole, etc. Ci sono tante possibilità, insomma.

La casa inoltre diventerà energicamente passiva grazie al fotovoltaico, al solare termico, al cappotto esterno in balle di paglia e alla serra bioclimatica. La raccolta dell’acqua piovana in cisterne di accumulo ridurrà molto la richiesta idrica esterna. La struttura può garantirci delle entrate economiche per le piccole spese fisse, soprattutto tasse e spostamenti e quindi aiutarci a raggiungere l’autosufficienza economica. La ristrutturazione della struttura, infine, sta diventando una opportunità lavorativa. Le competenze maturate in edilizia sostenibile, in progettazione in permacultura e nell’uso di materiali naturali ci permette infatti di divulgare la nostra esperienza e contemporaneamente ci restituisce un reddito.ecovillaggio-pedali-1

Perché si chiama ecovillaggio a pedali?

Tempo fa in un ecovillaggio ho visto una lavatrice a pedali e ne sono rimasta affascinata per diversi motivi: uso delle gambe e non corrente elettrica, leggerezza ambientale, autonomia di riparazione, senso di semplicità e indipendenza, etc. Quindi abbiamo deciso di chiamare così il nostro ecovillaggio per trasmettare quell’idea di semplicità, lentezza e sostenibilità.

Il sogno continua?

Si, ci piace sognare. Non ho mai avuto dubbi che questa fosse la cosa giusta, per lasciare la propria impronta positiva al mondo e che fosse veramente realizzabile.  Quando tutte le stanze saranno abitabili vorrei che la nostra comunità includesse diverse generazioni, dai giovani agli anziani: si sta meglio tutti e ci si aiuta economicamente. E vorrei che fosse una comunità accogliente per poter aiutare bambini in difficoltà, migranti e altri. Man mano che arriveranno nuove competenze apriremo nuovi capitoli. Esistono tante possibilità per condurre una vita più semplice e a contatto con la natura.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/ecovillaggio-a-pedali-cantiere-scuola-ha-dato-vita-comunita/