Una valle in azione per il suo bene comune

Basta delegare: la responsabilità è di tutti e di ciascuno e per attuare un concreto cambiamento è necessario che ognuno agisca in prima persona perseguendo il bene comune e partendo dal proprio territorio. È da questo presupposto che nasce l’associazione Progetto Valtiberina che dal 2015 promuove iniziative concrete utili ai cittadini e allo sviluppo qualitativo di questa valle tra Toscana e Umbria. Cittadinanza attiva, partecipazione, processo dal basso, concretezza, organizzazione, ispirazione alle buone pratiche, animazione territoriale, passione, responsabilità. Sono tanti gli ingredienti che rendono Progetto Valtiberina  un esempio del cambiamento positivo in atto nei territori del nostro Paese. In questa valle, territorio unito dalla conformazione geografica, da tradizioni e sentire comune dei suoi abitanti, ma diviso tra Toscana e Umbria, a fine 2015 è nata l’associazione Progetto Valtiberina che ha preso vita da un’idea di tre amici con vite e competenze diverse ma uniti dalla necessità di fare qualcosa, dalla comprensione che non si potesse solo lamentarsi e delegare l’intervento sul territorio.

“Non può esistere una comunità se non c’è una cittadinanza che si fa carico di intraprendere delle azioni”, afferma il presidente dell’associazione Massimo Mercati, che incontriamo a Sansepolcro durante il Festival dei Cammini di Francesco, uno degli eventi pubblici più importanti e partecipati promosso dall’associazione. 

“Prima di tutto – prosegue Mercati – è stato importante dare un significato, perché nessuna rete può esistere se non all’interno di una dimensione di significato chiara”. Un significato che l’associazione ha trovato, ampliando il confronto ad un primo gruppo di persone interessate, nel concetto di crescita qualitativa, che sia al contempo economicamente valida, ecologicamente sostenibile e socialmente equa. Tre livelli che possono apparire in contrapposizione ma che invece possono autoalimentarsi. 

“Per fare tutto questo è necessario creare una rete che venga spinta e sostenuta dai cittadini stessi e che sia concreta, che si sviluppi cioè in progetti concreti. Da qui il nome Progetto Valtiberina. Durante il primo evento che abbiamo organizzato, dal titolo ‘Economia Politica’, Stefano Zamagni ci introdusse a questo concetto fondamentale di sussidiarietà circolare: ci ha detto in qualche modo perché eravamo nati”.

L’obiettivo è quindi quello di identificare dei valori condivisi che possano orientare concretamente lo sviluppo della valle all’insegna del bene comune, principi chiave per i quali battersi, superando anche la dicotomia tra pubblico e privato.

Oggi sono circa 150 gli iscritti all’associazione, un soggetto aggregatore che cerca di analizzare i problemi, filtrare le informazioni e promuovere progetti concreti nel segno di un orientamento chiaro e senza compromessi, in nome della responsabilità di tutti e di ciascuno. Una realtà che sviluppa progetti che vengono dai bisogni dei cittadini/soci, dall’analisi delle problematiche. Uno strumento partecipativo che rende l’associazione una sorta di ponte e stimolo verso le istituzioni, capace di fare sintesi e arrivare alla realizzazione di progetti concreti utili ai cittadini e allo sviluppo qualitativo del territorio

“Questo comporta anche un coinvolgimento degli enti, delle istituzioni, delle imprese. A volte totalmente collaborativo, a volte invece ci sono posizioni diverse. Vogliamo che il nostro agire non sia neutro ma che vada in una direzione ben chiara”.

Per realizzare tutto questo l’associazione si è data organizzata in gruppi di lavoro, tavoli di approfondimento tematici: dall’agricoltura alla scuola, dallo sviluppo della città a quello economico, dal turismo allo sport. Chi si avvicina all’associazione aderisce alla sua ricca e chiara carta dei valori, individua l’area tematica che più gli interessa, quella su cui vorrebbe dare il proprio contributo e si inserisce nel gruppo di lavoro. “Ognuno dei tavoli propone dei progetti, i responsabili devono stendere un budget, il comitato li approva e poi si procede alla realizzazione”.

L’approfondimento delle tematiche avviene attraverso l’apporto volontario personale e di competenze dei partecipanti ai tavoli e attraverso il coinvolgimento di esperti di settore di livello nazionale e internazionale, promuovendo convegni di approfondimento e dibattito pubblico. Spesso incontri e spettacoli sono l’ispirazione dei progetti dell’associazione: “Ogni evento è legato a delle azioni. Dall’incontro con Fritjof Capra e Luca Mercalli su agricoltura e cambiamento climatico, è poi partita un’azione che ha portato all’approvazione a Sansepolcro e in altri comuni di un nuovo regolamento sull’utilizzo dei fitofarmaci”. Un altro progetto in cui si è impegnata l’associazione relativo alla prevenzione sismica è divenuto una best pratice a livello nazionale, dimostrazione che dai territori si può stimolare un cambiamento più ampio. La realizzazione del protocollo d’intesa per favorire interventi di messa in sicurezza dell’abitato urbano per prevenire il rischio sismico, nato dall’idea del ‘Gruppo Tutela del Territorio’ di Progetto Valtiberina, è stata possibile mettendo le persone attorno ad un tavolo a ragionare di bisogni, problemi e soluzioni, persone che hanno interesse e possibilità di agire: cittadini, amministrazioni, associazioni di categoria, istituti di credito. 

“Ci siamo occupati anche di promuovere la carta etica dello sport, mettendo sempre insieme, momenti di approfondimento, spettacoli, divulgazione”. Adesso l’impegno di Progetto Valtiberina è nella costituzione di una sezione young, per coinvolgere i giovani “di cui non conosciamo bisogni e linguaggio”, perché possano incidere nella loro realtà e costruire il futuro che desiderano nella loro comunità.

Intervista: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/valle-azione-bene-comune-io-faccio-cosi-234/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Ecovillaggio a pedali: il cantiere-scuola che ha dato vita a una comunità

Vivere insieme a contatto con la natura ricercando l’autosufficienza alimentare, energetica ed economica. Questo il sogno di un gruppo di amici che in Umbria hanno dato vita all’ecovillaggio a pedali: un progetto di comunità intenzionale, ecologica e solidale. Situato ad Avigliano Umbro, in provincia di Terni, l’ecovillaggio a pedali nasce dall’idea di un gruppo di amici con un sogno in comune: vivere in una comunità ecologica a 360°. Parliamo di ecologia profonda, ovvero del senso di appartenenza ad un sistema ecologico globale che riscopre il valore delle relazioni con se stessi, con gli altri e con il pianeta. La natura dentro e attorno a sé, insomma, e la voglia di una vita semplice e genuina. Abbiamo incontrato Laura Raduta, 33 anni, co-fondatrice della comunità, che ci ha raccontato la nascita e l’evoluzione di questo progetto.laura-ecovillaggio-a-pedali

Laura Raduta, cofondatrice dell’ecovillaggio a pedali


Come nasce l’idea?

Nel 2013 insieme ad alcuni amici affittammo un casale, rimanendo ognuno a vivere a casa propria, per sperimentare, per condividere intere settimane, per acquisire strumenti di autosufficienza, per conoscerci e capire meglio le esigenze reali di ognuno. Man mano le persone passavano e frequentavano il casale: chi per un corso, chi per una cena, chi per costruire il forno in terra cruda o solo per curiosità. Tante idee, confronti e domande: diventare una comunità intenzionale? Cosa mettere in comune? Quanto condividere? Quest’esperienza è durata tre anni, finché due di noi, io e mio marito, abbiamo comprato un terreno con una casa da ristrutturare nella bassa Umbria e il progetto si è trasferito lì.

Vi siete occupati della progettazione e della ristrutturazione del luogo. Qual è il vostro percorso di formazione?
Entrambi siamo ingegneri e questo ci ha dato una base strutturale, poi il corso di permacultura ci ha aperto alla progettazione sistemica, allo sguardo d’insieme, alla complessità. In seguito abbiamo frequentato tanti corsi, tenuti da permacultori, sulle varie tecniche di progettazione e sull’uso di diversi materiali. Questo ci ha permesso di approfondire e mettere a sistema i vari elementi che avevamo a disposizione. A chiudere il cerchio molta letteratura inglese e molta pratica: sbagli e impari.

Avete messo in piedi un cantiere-scuola?

Sì, a partire dalla fase di progettazione fino a quella di ristrutturazione. La cosa bella, infatti, è che chiunque passi da qui e abbia voglia di imparare, contribuire o solo curiosare partecipa alla costruzione del sogno. È così che la comunità si allarga e diventa diffusa. L’edificio, costruito con i canoni classici, viene rimodellato con i principi di bioarchitettura e l’uso dei materiali naturali e locali. Stiamo scegliendo la terra cruda, dalle tante proprietà ottimali, la paglia, ottimo isolante termico e acustico, la calce e il legno.ecovillaggio-pedali-forno

State ristrutturando questo posto in modo sostenibile. Cosa vuol dire più precisamente?

Abbiamo scelto di ristrutturare, dove possibile, piuttosto che costruire da zero. Abbiamo inoltre scelto di utilizzare materiali il più possibile naturali, di provenienza locale: il legno, la paglia per isolare, la terra cruda per intonacare e per i pavimenti, la calce per i bagni idrorepellenti. Lavorare con materiali naturali e locali permette di avere un impatto molto basso sull’ambiente e spesso, se realizzati in proprio, di abbassare i costi dei lavori. L’utilizzo di materiali naturali permette peraltro di raggiungere un comfort abitativo incredibile. La paglia è un eccellente materiale isolante, facilmente reperibile, rinnovabile e non inquinante. La terra cruda è a metri zero, gli intonaci permettono di regolare l’umidità interna, di diminuire i campi elettromagnetici e di gestire il livello delle tossine nell’aria. I materiali naturali, infine, ci permettono di utilizzare il cantiere come scuola per chi, vuole trascorrere delle giornate insieme a noi per con conoscere I possibili usi di terra cruda, paglia e calce.ecovillaggio-pedali

Il vostro ecovillaggio è autosufficiente dal punto di vista energetico, alimentare ed economico?

Una cucina a norma ci permette di proporre una piccola ristorazione, di trasformare i cibi, di ospitare eventi e corsi. Un laboratorio-falegnameria per i lavori artigianali, l’orto e una foodforest incrementano l’autosufficienza ma diamo anche grande valore allo scambio del surplus, che ottimizza le energie e crea comunità con il territorio locale.  Seguiamo una dieta vegetariana e vegana che, tra le altre cose, permette con più facilità l’autoproduzione. Volendo, qui attorno, si possono prendere in comodato dei boschi per la legna, le castagne, le nocciole, etc. Ci sono tante possibilità, insomma.

La casa inoltre diventerà energicamente passiva grazie al fotovoltaico, al solare termico, al cappotto esterno in balle di paglia e alla serra bioclimatica. La raccolta dell’acqua piovana in cisterne di accumulo ridurrà molto la richiesta idrica esterna. La struttura può garantirci delle entrate economiche per le piccole spese fisse, soprattutto tasse e spostamenti e quindi aiutarci a raggiungere l’autosufficienza economica. La ristrutturazione della struttura, infine, sta diventando una opportunità lavorativa. Le competenze maturate in edilizia sostenibile, in progettazione in permacultura e nell’uso di materiali naturali ci permette infatti di divulgare la nostra esperienza e contemporaneamente ci restituisce un reddito.ecovillaggio-pedali-1

Perché si chiama ecovillaggio a pedali?

Tempo fa in un ecovillaggio ho visto una lavatrice a pedali e ne sono rimasta affascinata per diversi motivi: uso delle gambe e non corrente elettrica, leggerezza ambientale, autonomia di riparazione, senso di semplicità e indipendenza, etc. Quindi abbiamo deciso di chiamare così il nostro ecovillaggio per trasmettare quell’idea di semplicità, lentezza e sostenibilità.

Il sogno continua?

Si, ci piace sognare. Non ho mai avuto dubbi che questa fosse la cosa giusta, per lasciare la propria impronta positiva al mondo e che fosse veramente realizzabile.  Quando tutte le stanze saranno abitabili vorrei che la nostra comunità includesse diverse generazioni, dai giovani agli anziani: si sta meglio tutti e ci si aiuta economicamente. E vorrei che fosse una comunità accogliente per poter aiutare bambini in difficoltà, migranti e altri. Man mano che arriveranno nuove competenze apriremo nuovi capitoli. Esistono tante possibilità per condurre una vita più semplice e a contatto con la natura.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/ecovillaggio-a-pedali-cantiere-scuola-ha-dato-vita-comunita/

Toctocdoor, il social network che fa rivivere i quartieri

Ricreare la comunità di quartiere facilitando le relazioni di vicinato, la condivisione di informazioni ed il supporto reciproco tra gli abitanti della stessa zona. È questo l’obiettivo di Toctocdoor, il social network pensato per favorire i rapporti reali sul territorio. Il servizio è già attivo a Torino ma presto verrà esteso a tutte le città italiane. Toctocdoor non è l’ennesimo social network creato per farci stare incollati con gli occhi ad uno smartphone, anzi. Quello che Toctocdoor prova a fare è proprio il contrario: creare una comunità che partendo dal virtuale possa poi spostarsi sul piano delle relazioni reali. Può essere definito un social network di quartiere: ogni utente che si iscrive si ritroverà “virtualmente immerso” nel proprio quartiere e più facilmente a contatto con le persone che lo abitano. Oltre al semplice dialogo, in questo modo sarà più facile relazionarsi, aiutarsi e chiedere aiuto. È nato come società nel marzo 2016 e in questi due anni i tre cofounder – Lorenzo Triggiani (CEO), Antonio Triggiani (CTO) e Viviana Tiso (COO) – hanno lavorato allo sviluppo della piattaforma, ispirandosi a modelli già presenti all’estero e individuando come città target Torino, che per ora è l’unica dove è possibile utilizzare il social. “Noi stiamo cercando attraverso la dinamica del learn by doing di capire come la piattaforma possa essere uno strumento utile e non l’ennesima realtà virtuale di relazione”, ci racconta Viviana, “Vogliamo spostarla nel mondo reale questa relazione”. Al momento Toctocdoor non ha ancora un’applicazione per gli smartphone, ma “ci stiamo lavorando”, assicura Viviana.28053223_1786015275035650_524427436_n

“L’idea è di creare un social network che attraverso una dinamica di dialogo all’interno del quartiere possa generare delle buone prassi di comunità, partendo dal soddisfacimento di bisogni individuali per poi raggiungere obiettivi di collettività”, spiega Viviana. In effetti, soprattutto nelle grandi città, i vicini di casa sono spesso degli sconosciuti e anche piccole esigenze possono diventare dei problemi quando non si è inseriti all’interno di una comunità su cui fare affidamento. Basti pensare al ritiro di un pacco quando non si è in casa o al trovare un idraulico competente o una baby sitter affidabile. Piccole necessità che invece all’interno di un quartiere che si conosce e si aiuta si risolvono facilmente.

“Il nostro sogno è che la piattaforma possa essere utile per lanciare delle idee e dei progetti che abbiano a che fare con la comunità e con il territorio di riferimento”. Un obiettivo ambizioso quello di Toctocdoor, che mira quindi alla collettività e al recupero del territorio da parte della stessa. Ma che già in parte è concreto nella città di Torino, dove c’è stato un caso esempio di quel “fare comunità”: un condominio di un palazzo si è trovato costretto a tagliare degli alberi, così uno dei condomini ha condiviso questa notizia su Toctocdoor, chiedendo se a qualcuno potesse servire quella legna. Ed è venuto fuori che a due isolati di distanza c’era un laboratorio di falegnameria sociale, a cui la legna è stata data.28108974_1786015121702332_1906262003_n

Ma con tutte queste relazioni virtuali non esiste il rischio che anche Toctocdoor diventi l’ennesimo social network in cui intrattenere rapporti superficiali? Anche a questo hanno pensato Lorenzo, Antonio e Viviana, ponendosi una domanda: come facciamo ad evitare la deriva di quello che effettivamente nasce come un luogo di relazioni virtuali? “Stiamo lavorando sui meccanismi di gamification, ossia logiche di gioco che vengono applicate in contesti estranei a quelli del gioco ma che servono ad indirizzare meglio le azioni. Bisogna indirizzare meglio le azioni degli utenti, fargli capire che all’inizio ha una serie di azioni a disposizione e nel momento in cui utilizza questi strumenti ‘passa di livello’ e accede a delle funzioni ulteriori che valorizzano il suo impegno all’interno della comunità”. In questo modo, è il funzionamento stesso del social network a spingere l’utente ad uscire dal piano delle relazioni virtuali, se vuole far parte di Toctocdoor.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/toctocdoor-social-network-fa-rivivere-quartieri/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Tularù, l’azienda agricola che ha ridato vita a una comunità

Ricreare la comunità partendo dalla terra e dai suoi prodotti. Questo l’obiettivo degli ideatori di Tularù, azienda agricola in provincia di Rieti basata sull’agricoltura organica rigenerativa, dove si coltivano grani antichi per la produzione di pane e farine da essi ricavati.  “La parola Tularù era il richiamo che mia nonna usava nella fattoria di campagna. Quando eravamo insieme con i vicini di casa, mentre si facevano i lavori in campagna, giunta l’ora di pranzo la nonna ci chiamava dicendo a gran voce ‘Tularùùù!’. Un momento che mi è rimasto nel cuore, che dà il nome a questo progetto che si sviluppa proprio sullo stesso terreno dove i miei nonni lavoravano la terra e che mira a recuperare quello spirito che avvolge il richiamo della nonna: ricreare una socialità e una comunità intorno al concetto della condivisione”.

Dalle parole di Miguel Acebes Tosti, ideatore insieme alla moglie Alessandra Maculan del progetto Tularù, partiamo alla scoperta di questa nuova storia settimanale che ci porta in provincia di Rieti, precisamente a Ponzano di Cittaducale.

Tularù è un’azienda agricola basata sull’agricoltura organica rigenerativa, dove si coltivano grani antichi per la produzione di pane e farine da essi ricavati. L’azienda sorge nel luogo che era la fattoria dei nonni di Miguel, poi abbandonata dopo la loro scomparsa e recuperata ora dalla coppia. Per rendere sostenibile e coerente il progetto con l’idea di partenza, Tularù ha chiuso la filiera con un pastificio e un panificio di Rieti (rispettivamente il pastificio “Chitarra Antica” e il panificio “La Mattera”), a cui vende la propria farina, oltre a produrre internamente il pane per il Gruppo di Acquisto Solidale di Rieti. Trovandosi in terreni grandi ben quarantacinque ettari, adatti al pascolo sostenibile, all’interno di Tularù troviamo anche una mandria di undici vacche e pollame con pollai mobili che contribuiscono anch’essi alla rigenerazione del terreno. Oltre ai prodotti dell’orto e alle conserve ricavate dal selvatico dei boschi circostanti. Il valore aggiunto del progetto non si manifesta solo in ciò che fa, ma per come lo vuole fare: tramite l’agricoltura “abbiamo preso la decisione di prenderci cura di questo posto” spiega Miguel “cercando di utilizzarlo per ri-creare e unire la comunità che vive questi territori, che è quello che ci interessa davvero di questo progetto, senza per questo intaccare la sostenibilità del progetto”.20597173_1949252071987718_8425569330698298341_n

Ricreare la comunità per un’economia di qualità

Il grano è un elemento importante nella storia di Tularù, non solo per l’affascinante nostalgia romantica dei tempi passati ma per la funzione sociale e culturale che il cibo ha, di cui il grano rappresenta un collante importante. “Li dove eravamo noi si coltivava grano perché fondamentale per l’alimentazione e l’economia delle persone del luogo. Poi l’avvento dell’industrializzazione ha spopolato questi terreni, che non rendevano a livello di quantità. Tutti i processi di produzione di cibo hanno un forte valore sociale e culturale, e le comunità distrutte da questo fenomeno ne hanno pagato il conto. Abbiamo deciso di mettere il grano, specificamente alcune varietà di grani antichi, non per finalità sentimentali o romantiche, ma in realtà ci siamo resi conto che ripartire dal grano significava andare alla riscoperta di questi valori comunitari  che sono il fulcro del nostro progetto. Noi comunque vogliamo anche vivere di ciò che facciamo, dunque era obbligatorio unire le forze con altre realtà del territorio della pianura di Rieti per chiudere la filiera con un pastificio e un panificio cittadino, con il quale ci siamo messi d’accordo sul prezzo della farina finale e ciò ci rende possibile rendere sostenibile economicamente questo progetto. I grani antichi non sono una moda, sono la testimonianza che la qualità permette di chiudere la filiera con altre persone, questo crea un altro tipo di fare economia: circolare, locale, rispettosa del territorio. Questo vuol dire prendersi cura del territorio, Rieti in questo ha un territorio vergine che aiuta la costruzione di queste filiere. Siamo felici di essere partiti senza un mutuo, i lavori li stiamo facendo sotto forma di laboratorio che permette di finanziare parte delle spese, stiamo ingranando sempre di più con la farina e il GAS”.

Per sottolineare l’importanza culturale e sociale del cibo, ogni estate Tularù organizza una Festa della Mietitura: si tratta di una festa di tre giorni dove le persone anziane del luogo incontrano giovani o meno e insieme si impara e si mette in pratica la mietitura, per poi passare a dibattiti e incontri legati al concetto di sostenibilità. “In generale abbiamo sempre cercato di far incontrare gli anziani del luogo esperti di mietitura a mano, che ce l’hanno insegnato, con più giovani possibili – racconta Manuel – per lavorare tutti insieme ai campi e poi la sera festeggiare insieme, come nella famiglia dei miei nonni raccontata all’inizio. Questo è il collante ed è collegato a quello che ti dicevo prima: occasione di socialità costruite intorno all’agricoltura, che ri-creano comunità. La terra e i suoi prodotti uniscono tutti gli esseri viventi”.19437509_1930080613904864_1996245647649062494_n

L’associazione Social Valley e la struttura interna

Nell’ottica di ricreazione della comunità del luogo e di esaltazione del valore sociale del territorio reatino, Tularù è uno dei motori della creazione dell’Associazione Social Valley che conta come soci alcuni dei maggiori rappresentanti delle associazioni del luogo. È grazie a questa associazione e alla sinergia scatenatasi al suo interno che Miguel e Alessandra hanno trovato alcune delle risorse importanti per lo sviluppo di Tularù: “All’interno di Social Valley c’è Matteo Mancini di Deafal, una ong che si occupa di diffondere l’agricoltura Organica Rigenerativa che noi mettiamo in pratica, che è il nostro agronomo. Fa parte dell’associazione anche Valeria Galluzzi, architetto specializzata in bioarchitettura insieme alla quale abbiamo ripensato un po’ tutta la struttura cercando di renderla sostenibile energeticamente: abbiamo realizzato la fognatura con vasca di fitodepurazione, con l’acqua depurata che viene usata per irrigare frutteto e orto. Abbiamo realizzato poi una stufa pirolitica per riscaldare la sala da pranzo, intonacando una parete in terra cruda che assorbe il calore della stufa. Abbiamo creato le compost toilet, fatto il thermocompost per la produzione di acqua calda. Tutto quello che è scarto qui diviene una risorsa, uno dei principi dell’Agricoltura Organica Rigenerativa che mettiamo in pratica”.

La collaborazione con Deafal: l’allevamento razionale Voisin

Tularù si trova in luoghi adibiti al pascolo, come illustrato in apertura ospita una mandria di undici vacche e del pollame. Anche su questo aspetto la fruttuosa collaborazione con Deafal ha portato alla sperimentazione di un tipo di allevamento sostenibile, il pascolo razionale Voisin. “È un tipo di pascolo che raggruppa gli animali in piccoli settori giornalieri, che vengono concimati e puliti per bene fino a che passano al settore successivo. In questo modo quel settore crescerà più vigorosamente, perché la materia organica di quel terreno sta ricrescendo molto di più che in un pascolo brado normale. Riusciamo così ad alimentare integralmente le vacche con erba d’estate e fieno in inverno. Dopo le vacche abbiamo polli e galline con un pollaio mobile, che aiutano ad aprire gli escrementi delle vacche e si nutrono delle larve qui insediate. Il pascolo cresce ancora più vigorosamente grazie all’apporto della pollina, che arricchisce il terreno”.13332770_1740927686153492_8761644806102128113_n

Alessandra e Miguel: cambiare vita per Tularù

Prima di arrivare a Tularù, Alessandra e Miguel hanno cambiato la propria vita, inserendosi in un contesto diverso rispetto a dove erano cresciuti ma che lgi ha dato la spinta per associare il cibo all’aspetto culturale e sociale. La coppia lavorava con diversi ambiti professionali nel nel mondo della progettazione culturale e nella gestione di eventi. Fu grazie ad un bando, il “ReStartApp” della Fondazione Garrone, e ad alcuni risparmi privati che nel 2014 Miguel e Alessandra poterono iniziare a sviluppare la loro idea e renderla praticabile.

“Abbiamo da subito restaurato e cambiato destinazione d’uso ad una delle vecchie stalle del casale, trasformandola in un laboratorio di trasformazione che è un po il cuore economico dell’azienda dove realizziamo numerosi prodotti. Il cambio è stato bello  farlo insieme ai figli, per vederli crescere in aperta natura; questo mi riporta ai miei ricordi di bambino, siamo soprattutto felici di regalargli un’infanzia così ricca di stimoli. Anche a livello personale, nonostante l’oggettiva fatica e le problematiche da affrontare, la soddisfazione la sera è enorme e non è paragonabile allo stress vissuto in passato, siamo molto felici”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/io-faccio-cosi-189-tularu-azienda-agricola-ridato-vita-comunita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Alessandra Guigoni: valorizzare i territori partendo dal cibo locale – Meme #5

Partire dai prodotti alimentari per valorizzare i territori, favorendo il recupero dei saperi, il turismo e l’economia locale. Di questo e di altri temi legati all’alimentazione abbiamo parlato con Alessandra Guigoni, antropologa culturale che anni si occupa di storia e cultura del cibo. Alessandra Guigoni è un’antropologa culturale sarda specializzata in alimentazione da oltre venti anni. È una collaboratrice del festival Scirarindi, che da anni Italia che Cambia ha il piacere di seguire e raccontare. Si occupa di storia e cultura del cibo, nell’ottica della valorizzazione delle produzioni locali, del patrimonio agro-alimentare e delle eccellenze enogastronomiche.

“Un lavoro che non è fine a se stesso – ci spiega Alessandra – perché cercando di valorizzare le comunità del cibo si prova a valorizzare i territori che sono alle spalle dei prodotti, i saperi a volte millenari che accompagnano la storia di questi prodotti: il legame tra le comunità del cibo che realizzano i prodotti e il cibo è un legame che è doveroso far emergere, d’altronde è in questo frangente che la storia del cibo diventa anche la storia degli uomini e dei luoghi che li circondano”.

Una valorizzazione che assume un aspetto ancora più importante in anni in cui il processo della globalizzazione, oltre che a governare processi umani ed economici notevoli, influenza anche il cibo, i consumi e gli stili alimentari verso una sempre maggiore omologazione. In questo contesto il ruolo centrale della ripartenza delle economie locali si collega al cibo, il quale gioca un ruolo considerevole nella valorizzazione del turismo. Alessandra nel suo lavoro parla di Food Experience, che come ci spiega “non è da intendersi come la semplice foto della pietanza, o farsi il selfie con lo chef. C’è molto di più: noi attraverso il cibo raccontiamo la storia e la cultura delle persone che lo preparano, c’è un plus-valore in questo che non viene compreso e il mio lavoro è cercare di raccontarlo e valorizzarlo”.11796455_438081003041365_5433422733796718966_n

Alessandra Guigoni

Da diversi anni, oltre che con Scirarindi, Alessandra Guigoni collabora con enti pubblici e privati, associazioni, con piccoli comuni (“più piccoli sono più mi piacciono”, ci confida) e anche con singoli in base ad un singolo progetto ma soprattutto in base all’autenticità della realtà rispetto ai valori sopra elencati. Con la condotta di Slow Food di Cagliari ha contribuito a far nascere alcune Comunità del Cibo in Sardegna come quella del cappero selargino, dei produttori di materiali edili e sostenibili e dell’Anguria di Gonnosfanadiga. Oltre a questo collabora con riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive su temi sempre legati al cibo.

Antropologia e alimentazione insieme: quali strumenti ci danno per capire davvero noi stessi e di riflesso la realtà che percepiamo? Come facciamo a scoprire di noi attraverso il cibo?

L’antropologia culturale (anche la sociologia, per certi versi) offre una chiave interpretativa della realtà che ci circonda che non è mai banale e mira a scardinare pregiudizi e luoghi comuni: tratta come straordinario ciò che è ordinario e quotidiano, come il cibo, e considera come ordinario, comune, ciò che ci appare, ad un primo momento, come straordinario. Uno sguardo ironico, attento e straniante, che toglie la maschera a tanti atteggiamenti e comportamenti che non hanno niente di “naturale”, ma sono appunto, figli del proprio tempo. L’antropologia dell’alimentazione si occupa del cibo a trecentosessanta gradi, e cerca di saldare il passato al presente, attraverso la ricerca sul campo, l’interpretazione dei dati raccolti e la sistematizzazione in teorie organiche e convincenti.

Siamo ciò che mangiamo: secondo te, i problemi ai quali assistiamo in questa fase eternamente delicata del nostro Pianeta sono direttamente collegati alla standardizzazione e al netto peggioramento della qualità del nostro cibo?

Potenzialmente, in Occidente, non si è mai mangiato meglio, nel senso di quantità di cibo e sicurezza alimentare. Sino alla Seconda Guerra Mondiale la mortalità infantile era disastrosa e si moriva, mediamente, abbastanza giovani. Il cibo era spesso di scarsa qualità, non c’erano frigoriferi, non c’erano le tecnologie di conservazione e stoccaggio odierne… Oggi c’è cibo per tutti e potenzialmente il cibo è salubre, ma, c’è sempre un ma, l’Industria alimentare negli ultimi venti anni ha deteriorato la qualità del cibo riempiendola di zuccheri, grassi, coloranti e conservanti inutili. Ho visto un integratore alimentare che sembrava attraente, scontato del 50%, in una parafarmacia. A parte che se si mangiano le 5 porzioni quotidiane di frutta e verdura non ci servono vitamine e sali minerali da integratori ma… comunque ho letto l’etichetta con gli ingredienti. Sai quali erano i primi due in lista, quindi i più rilevanti? Acqua e fruttosio. Molte persone preferiscono prendere questi beveroni invece di sbucciare un paio di arance e preparare un insalata con verdure fresche di stagione, convinti che l’assunzione di questi prodotti equivalga a mangiare in modo sano e consapevole, ma ovviamente non è così. Manca l’educazione alimentare, totalmente, e le cucine -pubbliche e domestiche- spesso non sono sostenibili: si spreca troppo cibo, si usano troppi oggetti che hanno packaging di plastica, alluminio, cartone, ci sono troppi prodotti monouso. Non si utilizzano scarti e avanzi, si butta tutto.localfoodnetworkslidedeck

Secondo te, meno cibo e coltivato meglio sarebbe davvero catastrofico per l’umanità? In tanti dicono che la produzione industriale e chimica del cibo ha risolto la fame, hai degli strumenti per dirmi che c’è anche un’altra strada e questa non sia l’unica?

“La produzione industriale e l’uso dei concimi chimici, la cosiddetta rivoluzione verde ha risolto la fame nel venti per cento della popolazione, ma l’ottanta per cento fa ancora la fame, e le cause sono davvero complesse e sono connesse a fattori sociali, economici, politici. Oggi nel mondo c’è cibo a sufficienza per sfamare tutti, così dicono molti scienziati, ma è distribuito in modo ineguale e molto va sprecato. Non ne va prodotto di meno, almeno allo stato odierno, ma meglio. Con tecnologie meno impattanti, inquinanti. E poi vanno redistribuite le calorie: in Occidente ci sono tassi di sovrappeso e obesità preoccupanti, si parla di epidemia mondiale di obesità perché anche nei paesi emergenti, come Cina, India, Messico, i tassi sono in aumento, mentre c’è parte delle loro popolazioni che soffrono la fame, esistono molte disparità socio-economiche. Noi mangiamo troppo e male, si parla di “malnutrizione” anche in Italia, ma intendendo l’esagerato consumo di cibi confezionati, pieni di zuccheri e grassi, che sono consumati soprattutto dalle fasce deboli della popolazione, deboli culturalmente e economicamente. Ricordi l’orto di Michelle Obama? Negli USA i ricchi sono magri, seguono la dieta mediterranea e mangiano bio, i poveri, e sono tanti, fanno colazione e pranzo da McDonald’s e la loro speranza di vita sta diventando drammaticamente inferiore a quella dei loro concittadini ricchi.

Le élite politico-economiche si assomigliano molto: i giovani ricchi di Teheran fanno una vita assai più simile a quella dei giovani ricchi russi o italiani, rispetto a quella dei loro coetanei iraniani. E nello stile di vita ci metto anche l’alimentazione, che discrimina anche nella speranza di vita, nella qualità della vita e nello sviluppo del corpo nei bambini, oggi come cento anni fa. Tutto questo è insopportabile e intollerabile. Il cibo deve essere democratico, e la consapevolezza alimentare deve essere uno dei diritti inviolabili. Poi credo che aiutare i produttori locali faccia bene all’ambiente, all’economia e allo sviluppo locale. Non capisco perché devo nutrirmi di arance che vengono dall’altra parte del mondo quando nelle campagne attorno a Cagliari è pieno di agrumi. L’impronta che questi trasporti di merci alimentari lasciano è molto importante. Certo fare la spesa al giorno d’oggi è complicato: ci sono troppe sirene che abbagliano i sensi, e alla fine si riempie il carrello di porcherie anonime, dimenticando i sapori della propria identità, i sapori di casa, i sapori della propria terra. È un peccato…”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/alessandra-guigoni-valorizzare-territori-partendo-cibo-locale-meme-5/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vivere facendo a meno del denaro: il gruppo ALVISE

Al giorno d’oggi sembra che tutto sia basato sul denaro e che creare qualcosa senza l’ausilio di quest’ultimo sia impossibile. Ma c’è anche chi non la pensa in questo modo e crede fortemente che i soldi non siano così indispensabili, al punto da riuscire a realizzare una comunità che mette il dono come filosofia di vita e di crescita reciproca. È la storia del gruppo ALVISE, nato per volontà di Marco Conti, 49 anni, di Alpignano in provincia di Torino.9444-10180

MarcoConti è il fondatore del gruppo ALVISE e ci racconta come è partito il progetto e come si è evoluto.

“Tutto è nato 2 anni fa grazie alla lettura del li­bro L’uomo senza sol­di. Vivere facendo completamente a meno de­l denaro di Mark Boy­le. La base è la free­conomy, la gratuità, ­che si realizza con l­o scambio di beni mat­eriali e di abilità intellettuali e manual­i. Volevo fondare un gruppo in cui la generosità, l’att­o di dare senza aspet­tarsi nulla in cambio­, costituisse le fondamenta. Il denaro non è infatti indispensabile per vivere: anche se non esistesse, l’esistenza dell’uomo sulla terra potrebbe comunque continuare grazie agli scambi e al baratto. L’avvio del gruppo è stato un po’ travagliato: ne avevo inizialmente parlato a un amico che aveva le mie stesse esperienze nell’ambito ecologico e da questo scambio di opinioni ne è emersa una prima riunione in cui abbiamo aderito in otto. Purtroppo non si riusciva facilmente a trovare delle linee guida e per questo le iniziative non partivano: facevamo continue riunioni senza concludere nulla e presto l’entusiasmo iniziale si spense. La svolta c’è stata nel gennaio 2016, quando il gruppo iniziale ha abbandonato ALVISE decretandone la fine. Io invece ne ho visto il potenziale e da solo ho ripreso la situazione, dapprima con  laboratori di autoproduzioni, poi con i corsi di yoga, reiki e meditazione che hanno incrementato notevolmente il numero degli iscritti. Non c’è un direttivo, ma ci si basa sulla voglia di fare e di trovarci insieme.”

Cosa significa il nome ALVISE e su cosa si basa?

“ALVISE è un acronimo che sta per “ALpignano VIve SEnza”, cioè senza denaro,­ senza spreco e senza inquinament­o: è un gruppo spontaneo autogestito di mutuo aiuto senza scopo di lucro che comunica principalmente su WhatsA­pp (standard e broadcast) libero a tutti, che conta or­a circa 330 iscrit­ti in continuo aumento. C’è chi dona i­l proprio sapere e tempo conducendo corsi ­e lezioni, chi mette ­a disposizione gli sp­azi, chi prepara piac­evoli aperitivi autop­rodotti da consumare ­a fine incontro, chi regala oggetti che non utilizza più affinché trovino una nuova vita. Insieme diamo corpo a un’economia del dono, del­la condivisione, dell­o scambio e del barat­to degli oggetti ed organizziamo incontri ­dove ognuno di noi po­rta ed acquisisce sap­eri e conoscenze.­”

Quali sono le iniziative che avete organizzato finora e quali quelle in programma in futuro?

“Abbiamo fatto corsi d­i autoproduzione (tor­telli, sapone, deters­ivi, gelato, pizza) e­d esperienziali (thai­ chi, medigym, yoga, ­meditazione, reiki, seduzione, musica, postura), pa­rlato di risparmio en­ergetico e di alimentazione, visionato documentari ed approfondito stili di vita a­ noi vicini come la Semplicità Volontaria.­ Non sono mancati mom­enti di svago con cen­e vegetariane/vegane,­ gite culturali e vis­ite ad ecovillaggi. A­ltri ambiti del nostr­o agire sono la soste­nibilità ambientale, ­il rispetto per tutti­ gli animali (umani e­ non), la lotta allo spreco alimentare e l­a riduzione dei rifiu­ti. Tra dicemb­re ’16 e gennaio ’17 abbiamo in program­ma esperimenti di socializzazione, una costellazione familiare,­ lezioni di acrobazia aerea, appuntamenti con psicologhe ed osteopata, la presentazione di un libro­, conosceremo il Metodo Bates x migliorare la vista in modo naturale. Ad ­ALVISE occorrono solo­ dai 3 ai 5 giorni da­ quando si pensa a quando si realizza un evento. In genere ci r­itroviamo presso parc­hi pubblici o in cas­e private in modo da non dover sostenere i costi per l’affitto di una sala: cucine, sa­le da pranzo, taverne­tte, orti e giardini ­vengono usati per le ­varie attività. In qu­esto modo le persone ­aprono le loro porte ­per accogliere sconos­ciuti che possono div­entare nuovi amici. A­gli incontri c’è sempre tanta voglia di st­are insieme e di rivedersi.”

Da chi è composto il gruppo?

“Principalmente sono donne, per il 78% degli iscritti­. In generale, i membri del gruppo hanno in media un’età compresa tra i­ 40 ed i 60 anni e sono laureati per il 90­%. Tra di noi ci sono­ insegnanti, architet­ti, medici, infermier­i, registi, ecodesign­er, farmacisti, inven­tori, ingegneri, avvocati, psicologi, antropologi ed anche oper­ai, casalinghe e pensionati.”
Insomma, è un gruppo molto ricco e variegato. Quali sono i costi per portare avanti tutti questi progetti?

“Tutte le iniziative d­i ALVISE sono gratuite: chi organizza, osp­ita o partecipa non ssostiene spese: ciò co­nsente a tutti di pot­ervi accedere. Unici ­requisiti richiesti sono la curiosità e la­ volontà di fare nuov­e esperienze e conosc­enze. Siamo anche da ­stimolo verso chi pensa che senza denaro n­on si possa organizza­re nulla. Al centro del gruppo, infatti, c’è la persona e i rapporti  che si vengono ad instaurare attraverso una rete di collaborazione e condivisione. ALVISE ALpignano VIve­ SEnza è un’opportun­ità di crescita nella­ ragione in cui sapre­mo coglierne la forza­ del progetto, che ve­diamo espandersi quot­idianamente con l’ingresso di nuovi amici,­ idee, competenze, collaborazioni.”

Il gruppo ALVISE è anche su facebook

Fonte: ilcambiamento.it

 

Recup: il recupero del cibo invenduto a favore della comunità

Recuperare nei mercati rionali il cibo che a fine giornata i commercianti sono obbligati a buttare nella spazzatura anche se commestibile. Un gruppo di ragazzi ha dato vita ad un progetto di Recup a Milano con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare e donare gli alimenti recuperati alla comunità. Il cibo che perde valore economico crea così valore sociale.

A Milano un piccolo gruppo di ragazze ha fatto partire un progetto che vuole far fronte al grave problema dello spreco alimentare, recuperando il cibo invenduto o danneggiato nei mercati rionali per metterlo gratuitamente a disposizione di chi lo voglia.

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Da sinistra a destra i volontari di Recup: Beatrice, Ilaria, Federica e Alberto

Del problema dello spreco alimentare ce ne siamo occupati più e più volte e continuiamo a farlo perché purtroppo è un problema di dimensioni enormi che non riguarda solo la Grande Distribuzione Organizzata (GDO), o la ristorazione: nei mercati rionali c’è tanto cibo commestibile, ma danneggiato o invenduto, che i commercianti, per legge, sono obbligati a buttare nella spazzatura al termine delle vendite. Ecco perché alla fine del mercato ci si imbatte sempre più spesso in persone che frugano tra i rifiuti lasciati dagli ambulanti per recuperare ciò che viene gettato via, ma che è ancora perfettamente commestibile. Recup vuole prevenire l’umiliazione di quanti sono costretti a frugare nella spazzatura per poter tirare avanti, promuovendo inclusione sociale e favorendo anche la presa di coscienza di una parte crescente di popolazione che, pur non essendo indigente, ritiene inaccettabile che un tale spreco di cibo venga prodotto e per questo si attiva nel suo recupero. E’ quanto ha fatto anche a Roma la giovane mamma Alessia La Cava, per cui il recup è diventato una strategia di “sopravvivenza urbana”.

Come alcuni di voi ricorderanno abbiamo già parlato delle assurde regole di mercato che prevedono canoni estetici tanto rigorosi quanto deprecabili nei nostri articoli dedicati al Foodsharing. Nel frattempo, il 3 agosto scorso è stata finalmente approvata la legge 166/2016 contro lo spreco alimentare che dovrebbe riuscire a ridurre lo spreco del cibo e a favorire le donazioni da parte degli esercenti, consentendo oltretutto ai Comuni di applicare loro una speciale riduzione sulla tassa dei rifiuti. Per meglio comprendere quali sono le iniziative in corso in Italia in questo contesto, mercoledì scorso ci siamo recati al mercato di Piazzale Martini a Milano, dove abbiamo incontrato alcuni dei volontari di Recup. Ilaria, Federica, Beatrice, Luca e Alberto ci hanno spiegato il progetto e gli obiettivi che si pone.SAMSUNG

Ilaria e Luca al mercato di Piazzale Martini con parte del cibo recuperato

Quando è nato il progetto Recup e come si è evoluto nel tempo?

È nato circa 2 anni fa ed inizialmente eravamo solo 3 persone (Rebecca Zaccarini, Ilaria Piccardi e Federica Canaparo, n.d.r.) che riconoscendosi nell’ideale comune di non voler sprecare cibo si sono incontrate. Oggi siamo una ventina di volontari e lavoriamo in 4 mercati alla settimana: il lunedì al mercato di via Cambini, il mercoledì ci troviamo qui al mercato di Piazzale Martini, il venerdì in via Termopili e il sabato in Piazzale Sant’Agostino a Papiniano. A parte il sabato, l’orario d’incontro è alle 14.00, mentre il sabato a Papiniano è alle 16.00. Chiunque può unirsi al gruppo di volontari e darci una mano; ovviamente ogni volontario può portarsi a casa tutto ciò che vuole e di cui ha bisogno. Nel tempo siamo riusciti anche a costruire una bella rete di collaborazioni, ad esempio qui in Piazzale Martini con Fucine Vulcano.

Chi sono? (Ce lo dice Luca, volontario di Fucine Vulcano)

Fucine Vulcano è un’associazione che promuove la sostenibilità ambientale in generale, in tutte le sue possibili forme, a partire dal sabato che ci occupiamo della Ciclofficina e quindi promuoviamo la mobilità sostenibile, facendo riparazione di biciclette e diffondendo anche il sapere, perché in ciclofficina insegniamo a ciascuno a riparare una bici. La sostenibilità stessa impone la condivisione dei saperi, materiali e immateriali a favore della comunità. Questo progetto di recupero del cibo si sposa pienamente con la nostra idea di sostenibilità, attraverso l’abbattimento degli sprechi e utilizzando una bicicletta cargo non comprata, ma auto-prodotta: è il connubio perfetto.

Raccontateci in cosa consiste una missione tipo dei volontari di Recup

A fine mercato iniziamo a chiedere ai venditori ambulanti se hanno cibo da recuperare, che non riescono più a vendere. All’inizio non è stato semplice vincere la loro diffidenza e guadagnare la loro fiducia, ma ormai ci conoscono e la maggior parte degli ambulanti che collaborano con noi ci lasciano direttamente da parte delle cassette di cibo danneggiato o invenduto durante la mattinata. Noi lo ritiriamo a mano o con l’aiuto della cargo-bike di Fucine Vulcano (v. sopra, n.d.r.) e lo pesiamo per avere dei dati reali sugli sprechi che riusciamo ad evitare. Si scarta il cibo che veramente non è più buono e si redistribuisce a chiunque voglia prenderlo. Ciò che ha perso valore economico, può ritrovare così valore sociale. Possiamo parlare di una media di 100 kg di prodotti “salvati” ogni giorno, che poi vengono ritirati direttamente presso il nostro punto di ritrovo al mercato stesso e consumati dalle persone più disparate, di tutte le età, italiane e non, che altrimenti finirebbero nella spazzatura. In questo modo si crea una collaborazione in grado di formare vere e proprie comunità tra persone diverse, un contatto interculturale e intergenerazionale che si è andato perso, ma che un tempo era tipico dei mercati rionali: il mercato torna ad essere così folklore, scambio, convivialità, divertimento, incontro.2016-11-01-14.14.38.jpg

Luca recupera il cibo con la cargo-bike di Fucine Vulcano

Dopo l’approvazione della legge contro gli sprechi: è cambiato qualcosa per voi, oppure no?
Diciamo che per noi non è davvero cambiato molto e continuiamo a fare affidamento esattamente sugli stessi venditori che già prima ci donavano il cibo. Però, grazie a questa legge, vorremmo cominciare ad organizzarci in modo tale da permettere ai commercianti che donano il cibo di avere uno sgravio nella tassa sui rifiuti. Riusciremmo così non solo a ricevere, ma anche a dare loro qualcosa. A questo scopo ci siamo già messi in contatto con il Comune.

Cosa vi proponete di fare nel breve e nel lungo termine?

Noi vorremmo che la gente ci contattasse per replicare la nostra esperienza in tutta la città di Milano. Ovviamente ci mettiamo a loro disposizione in modo da dargli consigli e indicazioni e per aiutarla, almeno la prima volta, a chiedere la disponibilità dei commercianti ambulanti del mercato rionale a loro più vicino, per poi continuare a portare avanti il recupero cibo anche nella loro zona. Il nostro sogno sarebbe quello di riuscire ad includere tutti i mercati di Milano nel recupero del cibo e in questa città ce ne sono ben 86! Ovviamente non ricerchiamo solo privati cittadini, ma anche associazioni che ci aiutino nel recupero del cibo in modo mirato ed organizzato, prendendo nota di quanto cibo si è effettivamente salvato, facendo in modo che questo cibo sia distribuito il più possibile equamente tra le persone che lo richiedono, etc. Se anche voi siete sensibili al tema dello spreco del cibo e volete mettervi in contatto con i volontari di Recup, potete farlo tramite la loro pagina Facebook o via email, anche per chiedere consigli su come iniziare un progetto del genere in altri quartieri milanesi o in qualunque altra città d’Italia al di fuori di Milano: recuperamilano@gmail.com

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/recup-recupero-cibo-invenduto-comunita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

 

 

Ecovillaggio San Cresci: diventare grandi e ritornare alla terra!

Dall’idea di un’imprenditrice milanese, che ha deciso di cambiare vita, è nato il progetto dell’ecovillaggio San Cresci, nel comune di Borgo San Lorenzo, poco distante da Firenze. L’obiettivo? Creare un nuovo modello di comunità, dove lo stile di vita è sano e di alta qualità, sostenuto dai valori di solidarietà, condivisione, rispetto per l’ambiente e ogni forma di vita.

Non è da tutti prendere tutti i risparmi di una vita e metterli nella realizzazione di un sogno di alti valori, rivoluzionario e controcorrente; come non è da tutti, dopo una vita di successo imprenditoriale ed economico, rendersi conto che si è solo una pedina di uno scenario fatto apposta per distruggerti. Forse ci si arriva quando si ha quella sensazione di poter avere materialmente di più, ma qualsiasi roba verghiana tu possa accumulare non ti appaga lasciandoti affamato dentro.Tenuta-strada-e-villa

Nel Mugello, 35 chilometri fuori Firenze, presso Borgo San Lorenzo, si sviluppa il progetto San Cresci

Allora benvivere diventa la parola d’ordine. Appassionata da sempre di filosofia antroposofica steineriana, l’imprenditrice milanese Roberta Zivoli decide di vendere tutto e fondare il più grande eco-villaggio d’Italia con la missione principale di mettere al centro l’uomo. È mentre guarda Obama che parla di sostenibilità in televisione che ha un’illuminazione, e pensa: «Ma guarda questi americani che vengono a parlarci di sostenibilità quando qui da noi è dal 1800 che siamo ecosostenibili».

«Ho capito tante cose», dice Roberta, «ho lavorato tutta la vita venti ore al giorno per avere la casa al mare, in montagna e poter frequentare certi ambienti e non mi sono accorta che qui in città siamo topi. Beviamo diossina, respiriamo polveri sottili cardiotossiche e mangiamo roba coltivata male e piena di chimica. Quando ho compreso che noi che viviamo nelle città facciamo il gioco di qualcuno che ci vuole distruggere sono stata male. Sono andata da mio marito e gli ho detto: “Ho capito cosa faremo da grandi”».

E Bruno Dei, il compagno di una vita insieme, non poté che darle ragione e seguirla anche in questa nuova avventura. Partecipano a un bando d’asta dell’università di Firenze e si aggiudicano la tenuta San Cresci, un territorio incontaminato di 657 ettari nel comune di Borgo San Lorenzo a 30 chilometri a nord della capitale toscana, con boschi, terreni coltivabili, una ventina di sorgenti d’acqua potabile e una vena termale di acqua sulfurea, una villa medicea con la sua fattoria e otto case coloniche.

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Il Centro San Cresci è il progetto pilota, ma già in cantiere c’è in programma di recuperare altri borghi abbandonati nei dintorni

Diventerà il futuro Centro San Cresci, un modello di comunità con circa quattrocento residenti dove lo stile di vita è sano e di alta qualità, come dovrebbe essere in ogni angolo del mondo: sostenuto da solidarietà e alti valori, rispetto per l’ambiente e ogni forma di vita, condivisione, riciclo, riuso, energie rinnovabili, agricoltura biologica, senza sprechi né inquinamento. Il progetto San Cresci prevede una rivisitazione evolutiva di ogni fase del ciclo della vita dalla nascita al distacco dal corpo. Ci sarà una casa della nascita naturale per non vivere più il parto come una malattia; una casa della salute naturale dove si applicheranno tutte le forme più avanzate di medicina non convenzionale; un albergo termale; una scuola all’avanguardia e, a conclusione di una vita attiva, una casa della migliore età dove gli anziani potranno essere amati e rispettati come archivi storici di cultura e saggezza e non come suppellettili inutili da rottamare in una RSA. Ogni neonato riceverà in eredità un ettaro di terreno per diritto di nascita, perché possa essere d’incentivo a ritornare alla cultura dell’agricoltura e della terra, e a questo proposito Roberta lancia un allettante invito: «Venite a ben vivere in un mondo rurale. La campagna chiama, se no ci portano via la vita. Ci autodistruggiamo senza accorgercene alimentando quel mostro che sono le città». Il progetto non è per niente utopistico: ad oggi la maggior parte delle abitazioni sono state assegnate e le famiglie residenti arrivano da tutta Italia: Milano, Piacenza, Napoli, Vasto, Firenze, Roma.

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«Siamo i ripopolatori di San Cresci», scoppietta orgogliosa Roberta, «la mia missione è di lasciare alle generazioni future una possibilità di vita sana. Non lasciamo in eredità ai nipoti né appartamenti né conti in banca. Non vogliamo essere corresponsabili della loro autodistruzione. C’è il libero arbitrio e loro possono fare quello che vogliono ma noi offriamo loro un’alternativa di valori più alti».

Hanno pensato a tutto: all’acqua, alle terme, all’energia, che verrà autoprodotta con pannelli solari e biomassa prodotta dai boschi. La villa La Quiete sarà il centro culturale di accoglienza per i visitatori esterni con un ristorante che servirà menù vegetariano, vegano e tradizionale del Mugello e sarà rifornito da colture autoprodotte e frutti dell’orto cresciuti in permacultura e con tecniche biodinamiche. La cappelletta diverrà un centro conferenze per la diffusione di saperi all’avanguardia, e il resto lo offre già la natura: i tre tigli secolari della villa regalano ombra profumata in un’aria che è davvero un piacere respirare, la vista è impagabile e inconfondibilmente toscana, col suo susseguirsi di morbidi seni su cui un gigante pagherebbe per riposarsi; e il succo di fiori di sambuco autoctono, con cui mi danno il benvenuto i volontari Filippo e Andrea, assegnati a catalogare tutte le erbe spontanee, è un’ambrosia dai poteri straordinari che risveglia sensi sopiti da un tempo ormai perso dalla nostra memoria. Ti fermi al ciglio della strada e tutto ciò che vedi intorno fa parte del podere San Cresci. Questo riserva un raro privilegio ai San Cresciani che potranno dire con orgoglio: “Tutto ciò che vedi un giorno sarà tuo!”, ma solo se saprai difenderlo come Roberta e il suo team stanno dimostrando oggi. Il Centro San Cresci è il progetto pilota, ma già in cantiere c’è in programma di recuperare altri borghi abbandonati nei dintorni per dare la possibilità a chi vive in città di tornare in campagna per un buon vivere, perché Grandi, in tutti i sensi, e secondo la filosofia di Roberta, lo si possa diventare tutti. Il progetto San Cresci è finanziato dalla Fondazione Europea Cammino Futuro Onlus www.fecf.eu , alla quale è possibile devolvere il proprio 5 per mille, senza che costi nulla e investendo sul futuro.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/05/ecovillaggio-san-cresci-diventare-grandi-ritornare-terra/

Ridere fa buon sangue! Comunità ospitale “La Terra del Sorriso”

Una comunità ospitale, un “luogo dell’altrove”: possiamo definire così La Terra del Sorriso, un progetto sociale che si fonde con la storia personale e professionale dei suoi fondatori Leonardo Spina e Sonia Fioravanti, che vi raccontiamo.

Non tutti i mali vengono per nuocere: nessun proverbio è così adatto per descrivere la storia di Leonardo e Sonia.
Leonardo Spina è autore e gelotologo, Sonia Fioravanti una psicoterapeuta specializzata in ipnosi clinica: insieme sono i fondatori della Terra del Sorriso, comunità ospitale nei pressi di Orvieto che è il luogo dove il mondo delle credenze, dei valori e delle idee di Leonardo e Sonia sta prendendo forma.

Da dove è nato questo mondo? Per scoprirlo, bisogna fare un salto nel passato: “Ormai quasi trent’anni fa io e Sonia ci siamo misurati con un problema di salute molto grave: uno di noi due ricevette la diagnosi di un tumore – spiega Leonardo – e la medicina classica ci portava verso cure tradizionali come un intervento, la chemioterapia e la radioterapia. Capimmo, dalle nostre emozioni, che questa non era la strada ideale per noi. Avevamo paura e fretta ed una persona che sta male non può provare queste emozioni”. Un incontro con un omeopata di Milano aprì la strada ad una guarigione diversa, possibile non solamente con una medicina bensì con un insieme di comportamenti personali. Inizialmente, fu importante comprendere il perché della malattia: Leonardo e Sonia riuscirono a capire insieme che un evento traumatico ma vissuto con troppa leggerezza era stato, in parte, la causa scatenante di questo tumore. Successivamente, l’attitudine ed il modo di affrontare il tumore si rivelarono altrettanto salutari: “ci stringemmo ancora di più l’uno con l’altro – ci racconta Leonardo – ed io, essendomi occupato in passato di teatro comico, portavo nella coppia ciò che c’era da ridere in questo tipo di problema”.  Dopo un anno, il problema scomparve. “Imparammo che nella medicina tradizionale non esisteva un approccio globale. c’era un attenzione sul corpo rispetto alla malattia ma non sulla mente e sulle emozioni” ci spiega Sonia. “La nostra fu una scelta di campo: ci curammo senza comprendere fino in fondo il valore delle cure naturali. E scegliemmo la spinta emozionale a non cedere alla paura, un atteggiamento fortemente legato al sorriso e al ridere perché questo ci dava forza: da qui sono nate tutte le nostre tappe successive”.MG_9684.jpg

“Comicità e salute”, “Ridere per Vivere” e “Homo Ridens”

Giunti a questa fase della storia, il proverbio più efficace è ‘Ridere fa buon sangue’. Almeno Leonardo ci dice così. “È vero alla lettera. Quando parliamo di buon sangue parliamo della composizione chimica del sangue, ed il ridere alimenta la produzione di certe sostanze che oggi sappiamo essere benefiche per il nostro organismo. Trovammo così il modo per unire la parte scientifica-psicologica di Sonia e la parte più artistica, buffa e comica che appartiene a me”.

La voglia di raccontare e divulgare la propria esperienza si fece talmente forte da segnare le tappe successive: la prima tappa fu la creazione di un modello di lavoro, chiamato “Comicità e Salute”, rivolto soprattutto ai ragazzi delle scuole ai quali Leonardo e Sonia parlavano di prevenzione primaria. Successivamente, nacque un’associazione chiamata “Ridere per Vivere”  (diventata poi una Federazione di quindici associazioni e cooperative sociali) che hanno formato e formano ancora oggi operatori socio-sanitari professionali, i “volontari del sorriso” e i clown-dottori. Fu dopo queste tappe che Leonardo e Sonia iniziarono a sognare la creazione di un vero e proprio luogo fisico, per dare la possibilità alle persone di incontrarsi e scambiarsi esperienze ed emozioni.  Il primo passo fu la creazione di un istituto di ricerca, documentazione e formazione chiamato Homo Ridens, che oltre a formare e a documentare il lavoro degli operatori del sorriso svolge ricerche cliniche validate su vari aspetti della gelotologia e delle cosiddette Nuove Scienze come la psicologia energetica, la medicina quantica, le scoperte della nuova biologia e dell’epigenetica.
Fondato Homo Ridens, mancava solamente un luogo fisico, “un luogo dell’altrove dove il nostro mondo di credenze potesse esprimersi” come lo racconta Sonia: la Terra del Sorriso.DSC00157.jpg

La Terra del Sorriso

La Terra del Sorriso è nata nel 2005 ed è sia un progetto sociale che una comunità ospitale aperta all’accoglienza per tutte le età, per chi vuole vivere un periodo a stretto contatto con la natura. Si trova sul Monte Peglia, nei pressi di Orvieto, ed è composta da tanti ettari di terra con ulivi, alberi da frutta e boschi. La terra è pulita, non è mai stata contaminata da concimi chimici. La Terra del Sorriso si basa su quattro pilastri fondamentali: il primo è la permacultura, rappresentata oggi soprattutto dall’orto sinergico. Il secondo pilastro è la Formazione: nella Terra del Sorriso è nata una scuola di alta formazione per operatori socio-sanitari, clown-dottori e volontari del sorriso.
L’arte, il terzo pilastro, secondo Leonardo “è di per sé terapeutica. Porta bellezza e felicità. Offriamo spazi e laboratori a giovani artisti e abbiamo il sogno di rendere le strutture architettonicamente comiche!”. Infine l’ultimo pilastro è quello che gli inglesi chiamano care, il prendersi cura delle persone: “La Terra del Sorriso è stata per molto tempo rifugio di giovani che nella società non trovavano una propria collocazione e che hanno lavorato e collaborato con noi cercando allo stesso tempo una propria identità – ci spiega Leonardo – e oggi posso dire che quasi tutti coloro passati per qua hanno trovato poi una loro collocazione.” Una dimensione aperta che si è dunque concretizzata, ma che non ha smesso di sognare oltre.

Il progetto RI.DO: RItorno al DOmani

RI.DO, RItorno al Domani , è un progetto di riabilitazione olistica di Homo Ridens e della Terra del Sorriso per bambini post-oncologici, che hanno superato da poco tempo un tumore e che, tornando a casa, hanno un sistema immunitario da ricostruire e un equilibrio familiare ed emozionale da recuperare. Sonia ci spiega l’obiettivo del progetto: “Noi ci prenderemo carica di un piccolo nucleo di bambini, massimo quattro-cinque per volta, che soggiorneranno nella Terra del Sorriso per quindici-venti giorni circa, insieme ad un suo familiare che potrà usufruire anche di attività specifiche per adulti su come continuare dopo il soggiorno le cure di prevenzione alle ricadute del male. I bambini, da un punto di vista emozionale, incontreranno gli operatori del sorriso, i nostri clown-dottori olistica, volontari scelti appositamente con un bando per far parte di questo progetto. Le cure fitoterapiche, anche attraverso un’alimentazione a base biologico- vegetariana- vegana, accompagneranno poi la prima fase di disintossicazione del fegato, dei reni e del sangue dagli effetti residui della chemioterapia. Il rapporto con la natura e con gli animali completa il percorso di riabilitazione”.

L’obiettivo del progetto Ri.Do. è dunque quello di riabilitare i bambini a trecentosessanta gradi, evitando possibili ricadute nella malattia, ed il tutto con un bassissimo costo per le famiglie: è infatti attiva una campagna di crowdfunding allo scopo di finanziare le spese necessarie al soggiorno dei bambini, che partiranno dal maggio 2016 con un primo nucleo.DSC_9790_2

Leonardo Spina e Sonia Fioravanti

Concludiamo con una frase di Sonia, che ci riporta all’inizio di questa storia e ne fissa il senso: “Quando incontriamo i simili e abbiamo la gioia di condividere pensieri ed emozioni, diventiamoi potenti. È importante incontrare persone, così come stringere legami con tutti coloro che lavorano per un progetto d’amore su questo Pianeta. È qui che sta la nostra piccola rivoluzione, che noi chiamano Ri-Evoluzione. È il frutto della nostra esperienza e sentivamo il bisogno di condividerlo nella pratica, per dare il nostro contributo”.

 

Il sito della Terra del Sorriso

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/02/io-faccio-cosi-108-comunita-ospitale-la-terra-del-sorriso/

 

Borghi Autentici e Comunità Ospitali: l’Italia nascosta può scrivere il futuro

Qualche tempo fa vi abbiamo raccontato la storia del Comune di Melpignano , in provincia di Lecce, che abbiamo avuto modo di scoprire grazie all’incontro con il suo sindaco Ivan Stomeo, Presidente dell’Associazione Borghi Autentici di Italia. Recentemente abbiamo approfondito questa realtà quando, in occasione del Festival della Lentezza , abbiamo conosciuto e intervistato Valeria Zangrandi, referente per la comunicazione dell’Associazione Borghi Autentici d’Italia.

Quest’ultima è una rete che si dirama per tutto il territorio nazionale ma riunisce in particolare comuni al di sotto dei cinquemila abitanti impegnati in un percorso di miglioramento continuo della struttura urbana, dei servizi ai cittadini, del contesto sociale, ambientale e culturale. Il fine è quello di far sì che i borghi italiani, già splendide cartoline del nostro Paese, divengano anche luoghi attraenti in cui vivere e lavorare. Si tratta di circa 240 realtà tra piccoli e medi comuni, enti e comunità montane.11140758_933260190048435_7214352597629211172_n

progetti portati avanti dall’Associazione, pensati in base alle specificità del luogo, riguardano la valorizzazione dei prodotti tipici del posto, la tutela del paesaggio, la riqualificazione del centro storico nel rispetto delle tradizioni e della cultura locale. “C’è tutta una rete di esperti esterni, come tecnici e ingegneri, per aiutare le comunità locali a migliorare la qualità della vita del borgo”, ci spiega Valeria Zangrandi. L’Associazione interagisce con altre reti ed enti allo scopo allo scopo di incrementare i potenziali strategici e per favorire un efficace scambio di esperienze e conoscenze. Tra i principali obiettivi di Borghi Autentici d’Italia vi sono quelli di evitare lo spopolamento dei borghi e far sì che questi diventino “comunità ospitali” per i turisti. Essere una comunità ospitale significa accogliere i turisti come cittadini temporanei, facendo vivere loro esperienze uniche all’interno del territorio, per conoscere meglio quella parte di Italia considerata “minore”, ma che ha scritto e tuttora scrive, la storia del nostro paese. Nel territorio nazionale vi sono 37 comunità Ospitali dislocate tra nord, centro, sud Italia e isole.11401361_925960407445080_5984297593343345981_n

Come si legge sul sito dell’associazione, per comprendere cosa significa essere “Comunità Ospitale”, è necessario calarsi sia dalla parte del visitatore, sia dalla parte della comunità locale. “Per un turista, una Comunità Ospitale è un luogo e una destinazione in cui sentirsi “cittadini” seppure “temporanei”, identificandosi nel ritmo dolce della vita del borgo, usufruendo delle opportunità di servizio disponibili, conoscendo ed apprezzando le tradizioni, la cultura locale, le usanze e i prodotti del saper fare locale, ricevendo nuovi apporti culturali. Un luogo, in sostanza, dove (ri) trovare una dimensione più vera e autentica, dove poter scoprire una faccia dell’Italia ancora poco conosciuta e sentirsi protagonisti stessi dell’esperienza”.

D’altra parte per la comunità locale, essere Comunità Ospitale vuol dire organizzarsi. “I cittadini, gli operatori economici e gli amministratori pubblici condividono una strategia unica di accoglienza; una visione comune in grado di assicurare all’ospite una permanenza indimenticabile, basata sulla partecipazione e sulla scoperta dei particolari. Un coinvolgimento che vuole essere permanente e che si alimenta nel tempo, attraverso la condivisione e una narrazione del territorio, che favorisca il dialogo a distanza. Una Comunità Ospitale è inclusiva e aspira sempre più alla qualità diffusa e ad una crescita economica e sociale sostenibile; una comunità che si prefigge di migliorare e conservare le risorse allo scopo di lasciarle alle future generazioni”.

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Il progetto delle Comunità ospitali, così come gli altri portati avanti da Borghi Autentici d’Italia, è teso a valorizzare quell’Italia nascosta che ogni giorno trova le motivazioni per avviare iniziative di sviluppo e miglioramento. L’obiettivo? Innescare sul territorio un processo di cambiamento partendo proprio dalle risorse e dalle opportunità presenti.

Fonte : italiachecambia.org