Un kit educativo per aiutare i bambini a non smettere di sognare

Una porta in legno, un libro illustrato e tante idee per stimolare l’immaginazione e la creatività dei bambini. Così lettura e fantasia si trasformano in una finestra sul mondo per ricordare ai più piccoli quanto sia importante immaginare, soprattutto in questo periodo storico. Vi raccontiamo il progetto “Senza bussare”.

Erika Nani è una ragazza romana da tempo trapiantata in Liguria, a Sarzana. Scrittrice di romanzi e favole per bambini, lavora in ambito amministrativo ma ama la dimensione radiofonica, a cui dona quotidianamente la voce e le idee, come speaker e autrice per diverse emittenti. Insieme a un’illustratrice, Rebecca Ferrari, ha recentemente dato vita a “Senza Bussare“, un progetto educativo nato dall’esigenza di dare ai bambini la possibilità di trovare un piccolo sbocco sul mondo durante i periodi di isolamento casalingo. L’abbiamo intervistata per scoprire di che si tratta e come si articola questa iniziativa.

Com’è nata l’idea di dare vita a “Senza bussare”? 

Proprio come la fantasia, che arriva senza bussare, volevamo trovare un modo per consentire a un amico immaginario sempre diverso (elfo di Natale, topolino dei denti, coniglietto di Pasqua) di raggiungere i bambini nelle loro camerette. Nella confezione che spediamo, solitamente tematica – Natale, caduta del dentino, Pasqua… – inseriamo un libro scritto da me e illustrato da Rebecca Ferrari, che genitori e bimbi possono leggere con facilità – il font è in stampatello maiuscolo – e una metaforica “porticina” in legno, realizzata interamente a mano, che può essere interpretata dai bimbi come un passaggio magico (il kit include anche una bacchetta per “attivarla”) a cui affidare sogni, segreti e preoccupazioni. Non solo un gioco, quindi, ma anche uno strumento educativo per affiancare i bambini in momenti difficili come quello in cui stiamo vivendo.

Chi fa parte del progetto?

Oltre a me e all’illustratrice sono parte essenziale del progetto le ragazze di Abygaille, un gruppo che organizza da anni eventi per bambini e ragazzi (tra cui il conosciuto Castello Stravagario): sono loro che creano e dipingono le porte di “Senza Bussare”. 

Com’è nata l’idea di dare vita a “Senza bussare”? 

Proprio come la fantasia, che arriva senza bussare, volevamo trovare un modo per consentire a un amico immaginario sempre diverso (elfo di Natale, topolino dei denti, coniglietto di Pasqua) di raggiungere i bambini nelle loro camerette. Nella confezione che spediamo, solitamente tematica – Natale, caduta del dentino, Pasqua… – inseriamo un libro scritto da me e illustrato da Rebecca Ferrari, che genitori e bimbi possono leggere con facilità – il font è in stampatello maiuscolo – e una metaforica “porticina” in legno, realizzata interamente a mano, che può essere interpretata dai bimbi come un passaggio magico (il kit include anche una bacchetta per “attivarla”) a cui affidare sogni, segreti e preoccupazioni. Non solo un gioco, quindi, ma anche uno strumento educativo per affiancare i bambini in momenti difficili come quello in cui stiamo vivendo.

Chi fa parte del progetto?

Oltre a me e all’illustratrice sono parte essenziale del progetto le ragazze di Abygaille, un gruppo che organizza da anni eventi per bambini e ragazzi (tra cui il conosciuto Castello Stravagario): sono loro che creano e dipingono le porte di “Senza Bussare”. 

Erika Nani con una parte del kit

Cosa vi ha spinto a unirvi e scegliere di dedicare cura e attenzione all’educazione infantile?

Ci piace l’idea di stimolare l’immaginazione di ogni bimbo e di non farlo sentire mai solo. I tanti messaggi che ci arrivano ci spronano a continuare a lavorare in tal senso. Una mamma, per esempio, ci ha ringraziate per l’aiuto che la favola e la porta hanno dato a suo figlio e noi ci siamo riempite di orgoglio e di emozione.

Cosa state imparando da questa esperienza?

Mettendo insieme la nostra creatività, con le storie e le illustrazioni e creando con legno e fantasia, si può arrivare al cuore delle persone. In questo modo sentiamo di poter dare vita a occasioni per passare del tempo insieme ai propri figli e, attraverso le favole, diffondiamo il messaggio che bisogna credere in sé stessi e negli altri.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/kit-educativo-bambini-sognare/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Oltre le restrizioni, il Teatro alla Finestra! Per la gioia dei bambini

Nell’ambito della rassegna Piccoli Sguardi, la compagnia teatrale casentinese NATA Teatro ha lanciato uno spettacolo che, pur rispettando le misure di sicurezza sanitaria imposte dalla pandemia, rimane vicino ai bambini e non rinuncia all’arte e al teatro.

«Una delle tante cose che ci ha indotto a fare questa pandemia è trovare soluzioni creative», spiega soddisfatta Laura Gorini di NATA Teatro mentre indossa i costumi di scena nel cortile di una scuola dell’Appennino tosco-romagnolo. Fra pochi minuti andrà in scena uno spettacolo per i bambini, che potranno assistervi comodamente seduti nella loro classe, semplicemente guardando fuori dalla finestra.

L’iniziativa si chiama infatti “Teatro alla Finestra”, sottotitolo “Parole Trasparenti”. Trasparenti perché non vengono pronunciate dagli attori, ma mostrate attraverso i vetri su grandi e colorati cartelli che recano lettere e disegni, dando “voce” allo spettacolo. «Anche attraverso il vetro arriva la meraviglia dei bambini quando facciamo qualcosa di creativo, che ha a che fare con la narrazione e con lo stupore», spiega Livio Valenti, direttore artistico della Compagnia.

«Piccoli Sguardi – prosegue il direttore – quest’anno arriva in ritardo perché finora, vista la situazione dettata dalla pandemia, non sapevamo che cosa fare! Potevamo saltare questa edizione, potevamo lasciar perdere viste le molteplici difficoltà, la cosa però non ci piaceva affatto e grazie ad alcune attività sperimentali abbiamo visto che qualcosa è possibile fare, ma soprattutto qualcosa è necessario fare».

Lo sforzo di NATA Teatro nel garantire una programmazione è stato intenso ed esemplare e testimonia come la cultura debba necessariamente trovare spazio pur nella difficile situazione che stiamo vivendo, ma anche come i protagonisti del mondo dello spettacolo non si rassegnino al ruolo secondario a cui sono stati incomprensibilmente relegati dai decisori politici e facciano ricorso alla loro creatività per ritagliarsi da soli lo spazio che è stato loro negato.

Da sinistra, Livio Valenti, Mirco Sassoli e Laura Gorini di NATA Teatro

«Abbiamo percepito un grande bisogno di socialità – prosegue Livio Valenti commentando le prime uscite di questa rassegna “socialmente distanziata” – e abbiamo per questo stilato per Piccoli Sguardi un programma ricco di proposte per attività possibili (e impossibili!), in presenza o da remoto». L’edizione di quest’anno è dedicata a Dante Alighieri, sia per la ricorrenza dei 700 anni dalla morte, sia perché, come dice Livio, «mai come adesso, il suo verso “mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita…” ci sembra attuale».

Moltissimi i sostenitori e partner dell’iniziativa, primi fra tutti la “Fondazione Giuseppe e Adele Baracchi” e i Comuni della vallata casentinese di Bibbiena, Capolona, Castel Focognano, Castel San Niccolò, Chitignano, Chiusi della Verna, Montemignaio, Ortignano – Raggiolo, Poppi, Pratovecchio – Stia, Subbiano, Talla. Tra le proposte troviamo, oltre il collaudatissimo “TEATRO ALLA FINESTRA” per le scuole dell’infanzia, la novità di “DANTE ALLA FINESTRA” per i ragazzi più grandi, con gli attori che, fuori dalle finestre delle scuole, reciteranno brani tratti dagli spettacoli “Divina Commedia al bar” e “Ulisse XXVI° Canto”.

Moltissime sono poi le attività proposte da svolgersi “da remoto”: visione degli spettacoli di NATA Teatro “PIERINO E IL LUPO” e “TIPPI E TOPPI” in streaming sulla LIM (Lavagna interattiva multimediale) e ciclo di attività laboratoriali sui linguaggi musicali o sulla lingua inglese. Per le scuole superiori, si è pensato al progetto “DIRE DANTE” curato da Alessandra Aricò: una serie di incontri laboratorio sulla lettura degli endecasillabi e realizzazione di composizioni originali con la stessa tecnica. C’è poi “FACCIAMO FINTA CHE…” un laboratorio sull’espressività teatrale e su giochi di ruolo per ragazzi di elementari e medie, e inoltre attività di sostegno alla didattica da concordare con gli inseganti, come le iniziative già messe in campo nel maggio 2020. Insomma, il cartellone è ricchissimo ed è possibile seguire più da vicino ciascuna attività sulla pagina Facebook di NATA Teatro.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/oltre-restrizioni-teatro-alla-finestra-gioia-bambini/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il Pozzo: la fattoria didattica che avvicina i bambini al mondo agricolo

La Fattoria didattica il Pozzo è da sempre un’azienda al femminile, organizzata e condotta a Buttigliera d’Asti dalla sua titolare Maria Francesca Lovisolo. Offre a bambini, ragazzi e adulti l’opportunità di fare esperienza avvicinandosi alla vita agricola e all’allevamento delle pecore, per insegnare attraverso un approccio etico il rispetto degli animali, della terra, dell’ambiente e dello scandirsi delle stagioni.

«Fare didattica significa, per me, trasmettere le conoscenze che ho appreso negli anni. Dal momento in cui ho compreso che educare rappresenta l’atto più rivoluzionario che potessi utilizzare per dare il mio contributo per un futuro migliore, ho lavorato, perfezionato e studiato “come” educare». Con queste parole si racconta Maria Francesca Lovisolo, da tutti conosciuta come Mimma, titolare dell’azienda agricola zootecnica e fattoria didattico-pedagogica Il Pozzo, situata sulle colline di Buttigliera d’Asti, non molto lontano da Torino. Invece di iscriversi all’università Mimma ha scelto di seguire il richiamo della terra, dell’irrinunciabile contatto con gli animali, le piante e la natura nella sua totalità. «In questi 42 anni ho permesso alla vita e alla natura di dialogare nel profondo con me stessa. Ho dedicato il mio lavoro iniziale alle piante e ai boschi, grazie agli insegnamenti di mio padre che di professione faceva il fitovirologo e che mi ha trasmesso da sempre la conoscenza del mondo vegetale. Successivamente ho costituito un’azienda agricola e mi sono dedicata all’allevamento di 170 pecore di razza Biellese, accompagnandole tra i pascoli in collina e gli alpeggi nelle montagne piemontesi».

Quando Mimma si è trasferita a Buttigliera d’Asti ha dato vita alla sua azienda partendo da zero in un contesto in cui, nonostante esistesse una legge per l’insediamento dei giovani in agricoltura, c’erano pochi fondi a disposizione. «Nella mia vita ho studiato e imparato facendo. All’inizio della mia attività, negli anni ’80, non c’erano veterinari “esperti di pecore”, nessun pastore si sarebbe mai potuto permettere di pagare una parcella pari al valore dell’animale che voleva curare. Così ho iniziato a sperimentare per loro le cure naturali e omeopatiche che già conoscevo. Mi sono dedicata a lavorare la terra, riconoscendo la centralità di quel metodo oggi chiamato “agricoltura biologica” che all’epoca non era ancora normato e riconosciuto».

Così si è rimboccata le maniche e ha dato vita alla sua azienda agricola che da anni rappresenta un luogo caratterizzato da un meraviglioso rapporto di delicati equilibri tra gli esseri viventi. Alla fattoria Il Pozzo si svolgono corsi e momenti esperienziali per le scuole di ogni ordine e grado e si coinvolgono gli adulti prediligendo argomenti su richiesta come nel caso delle piante officinali e di quelle alimurgiche, oppure su argomenti come la lavorazione della lana o il feltro.

È attualmente attivo un progetto estivo per bambini dai 6 ai 12 anni dal nome “Estate in Fattoria” in cui un piccolo gruppo condivide una settimana alla scoperta di questo luogo, e si occupa delle esigenze degli animali seguendone i propri ritmi. Come ci confida, «in generale prediligiamo organizzare piccoli gruppi: come potrei insegnare un rapporto rispettoso per la natura e gli animali se coinvolgessi gruppi troppo numerosi?»

Oltre alle pecore, nella fattoria sono presenti due asine, un cavallo, quasi 50 galline, due cani, i gatti e le api, che sono sotto la costante cura del suo compagno di vita, che all’interno dell’azienda si dedica anche alla gestione degli orti e dei macchinari».

Nella fattoria Mimma insegna ai giovani a portare le pecore al pascolo e a vigilare sulla loro sicurezza, a prendersi cura delle asine imparando ad avvicinarle e provvedere alle mansioni che le riguardano. Si svolgono piccoli lavori nel pollaio, nel rispetto delle abitudini delle galline, come raccogliere le uova e preparare i secchi con i cereali per il loro nutrimento. Poi si gioca, in natura, in compagnia, all’aperto. E lo splendido contesto in cui si inserisce la fattoria didattica rende tutto questo estremamente facile. Nei suoi pressi si estendono pascoli e prati in cui Mimma lavora il fieno, boschi, orti e campi in cui si coltivano ortaggi come aglio, cipolle scalogni, piante da frutto e officinali ed inoltre è presente uno stagno, regno di biodiversità vegetale e animale. Come ci spiega, «il pilastro del messaggio educativo è che gli animali che vivono in questo minuscolo angolo di mondo hanno diritto al rispetto. Noi dobbiamo imparare ad avvicinarli, a prenderci cura di loro nella misura in cui loro lo necessitano e non come noi pretendiamo. Alla fattoria lavoro a fondo sul rapporto essere umano-essere animale: faccio sperimentare ai bambini, ai ragazzi, agli adulti e in alcuni casi alle persone portatrici di disagio psichico tutto ciò che trasmettiamo agli animali, per ragionare insieme su quale sia il modo migliore per interagire con loro».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/pozzo-fattoria-didattica-avvicina-bambini-mondo-agricolo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il Mio Nido di Treviglio: rivoluzionare la scuola a partire da 0 anni!

Chi ha detto che è preferibile che due fratelli o sorelle non frequentino la stessa classe o scuola? Perché ci sono tante educatrici e pochi educatori nelle aule italiane? È davvero opportuno o necessario separare i bambini da 0 a 3 anni da quelli da 4 a 6? E se provassimo ad abbattere questo muro e superare altre regole e consuetudini della scuola tradizionale? È quanto sta sperimentando con successo il Mio Nido di Treviglio, tra Milano e Bergamo, che a partire dalla primissima infanzia sta capovolgendo alcune pratiche e principi da tempo cristallizzati nel sistema scolastico. Settima tappa. La penultima di questo primo viaggio nella Scuola che Cambia. Siamo risalti verso nord, nord-ovest e siamo giunti in Lombardia. Qui ci dirigiamo a Treviglio, tra Milano e Bergamo, per visitare un Nido che rimette in discussione molte delle convinzioni su questo tipo di istituto. Appena entrati restiamo colpiti dalla Natura che ha invaso le mura della scuola. Nelle precedenti esperienze, infatti, abbiamo visto scuole materne in cui i bambini venivano portati fuori dalle mura per incontrare la Natura. Anche qui questo avviene, ma essendo il contesto geografico meno adatto a questo tipo di esperienza, la fondatrice – Elisa Pierri – ha deciso di portare la Natura dentro le aule. Ed ecco che ovunque vediamo rami, pigne, bambini che dipingono in piedi, su muri tappezzati di carta da pacchi, con pennelli fatti di rami di pino, su banchi luminosi, ovunque. Colori, odori, emozioni.

I bambini apparecchiano la tavola, prima di pranzo. Con piatti veri, bicchieri di vetro, posate, brocche e tovaglioli di stoffa. Apparecchiano e non rompono le stoviglie. I bambini sono grandicelli, piccoli, piccolissimi. Già perché qui, in questo nido che non è solo un nido, si trovano bambini da zero ai sei anni. Stupiti? Se non lo siete e perché, come me, non avete ancora avuto figli. Se avete sobbalzato, invece, siete genitori o educatori e sapete come tra il nido la materna esista una sorta di muro invisibile, quasi dogmatico, che prevede che i bimbi da zero a tre anni seguano un percorso e quelli da tre a sei un altro. Questo per non farli confondere. Per permettere un loro corretto sviluppo. Per permettere ai fratelli di sviluppare la loro autonomia. Ma siamo sicuri che sia giusto così? Elisa Pierri, fondatrice di questa scuola, nonché autoeletta educatrice imperfetta ha deciso di provare ad abbattere questo muro e ha fondato questo istituto che ospita circa 50 bambini di diverse età, molti fratelli tra loro, apparentemente con grande soddisfazione di genitori e bambini.

Elisa – che fin da bambina voleva fare questo mestiere – ci spiega come sia paradossale che si considerino un problema le interazioni tra le diverse età, quando queste avvengono normalmente tra fratelli e sorelle. «Siamo in uno spazio sperimentale 0/6 che ha abbattuto il muro che separa il nido dall’infanzia. Normalmente sono due mondi che non comunicano. Se le due classi sono vicine si parla addirittura di “promiscuità”. Secondo noi è fondamentale che i fratelli frequentino la stessa scuola, lo stesso ambiente. Così imparano a conoscersi meglio, in contesti diversi, e finiscono con il collaborare anche a casa». In effetti diversi genitori ci confermano la riuscita dell’esperimento e ci confidano anche come sia un sollievo per loro non dover correre tra istituti diversi, riunioni diverse, pulmini diversi e così via.

I bambini trascorrono parte della giornata in giardino. Il resto in aule in cui la natura trabocca. Ovunque materiali naturali, paglia, colori. Per ottenere materiali naturali da loro assenti si sono messi in rete con altri istituti di altre zone geografiche. In questo modo si educa alla conoscenza delle distanze, si parla – con messaggi vocali – con bambini lontani. Si scopre il valore dell’amicizia. Inoltre, Elisa ha deciso di proporre – tra il corpo docente – anche un maestro. Sì, un maschio. In un momento storico in cui finalmente i papà sono sempre più presenti, infatti, perché mai escludere dai percorsi educativi le figure maschili? Ho provato a descrivere quanto ho vissuto, ma se volete davvero capirne di più guardate il mini-documentario che vi proponiamo all’interno di questa pagina. Io vi saluto con le parole di Danilo Casertano, nostro compagno di viaggio nella scuola che cambia: «Dove c’è cura c’è tutto» mi confida emozionato alla fine di questa giornata. Il resto viene dopo.

Dal sito di Elisa Pierri

L’educatrice imperfetta:
Stasera sfatiamo un mito.
Le educatrici, gli educatori sono Donne, talvolta uomini con una vita che non deve mostrare costantemente perfezione.
Gli educatori hanno una loro vita, gli educatori escono la sera ( quando gli restano le forze );
Gli educatori al mattino hanno sonno.
Gli educatori bevono in compagnia.
Gli educatori talvolta fumano.
Gli educatori dicono parolacce.
Gli educatori si arrabbiano, amano, si intristiscono.
Gli educatori vivono problemi quotidiani come tutte le persone.
Gli educatori sono Donne e Uomini e come tali sono imperfetti, ma è solo ammettendolo che riescono a non portare nessuna imperfezione all’interno del loro lavoro.
Fingere che non sia così è pericoloso.

Per seguire Elisa entra nel suo gruppo.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/nido-treviglio-rivoluzionare-scuola-partire-0-anni-scuola-che-cambia-7/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

In memoria del ligustro: riflessioni sull’infanzia che c’è stata e su quella che verrà

Mentre lavoro nei campi il pensiero corre ai bambini e ai ragazzi di oggi. Chiusi in città maleodoranti, insensibili a quel po’ di natura che li circonda, attratti dall’artificiale. E le regole “anti-Covid” hanno fatto il resto. Quale società costruiranno le attuali nuove generazioni se non saranno nemmeno più in grado di toccarsi, abbracciarsi, correre e giocare insieme?

In questi giorni di primavera mi capita spesso di passare lunghe ore all’aperto impegnato nei lavori dell’orto e dell’oliveto mentre le rondini sfrecciano sfiorando l’erba e in sottofondo si  ode costantemente il richiamo insistente dei codirossi.

Non presto molta attenzione a ciò che mi circonda. L’angoscia della situazione attuale è troppa, così come la rabbia, e mi pesa l’impotenza nel vedere il mondo che si sgretola di fronte allo strapotere di multinazionali e al movimento pulsante e irrazionale di una società ormai  priva di ogni punto di riferimento, valore e consapevolezza.  Annaffio, rastrello, tasto i baccelli, raccolgo le potature degli ulivi, apro e chiudo il recinto delle vecchie cavalle pony. Il tempo passa veloce. Tuttavia c’è qualcosa che mi distrae, un essere vivente che mi  fa distendere le rughe della fronte e riporta la mia attenzione sul mondo circostante. È il Ligustro  (Ligustrum vulgare ), un arbusto mediterraneo che forma intrichi e siepi ai bordi dei boschi, nelle radure o dove la luce è abbastanza forte da potergli giovare. Siamo a Giugno e il ligustro è lì, con le piccole foglie coriacee, incurante di telegiornali, pandemie vere o presunte, disastri economici e sociali. Lui è lì e da fine Maggio ci regala dei fiori bianchi a grappoli, dall’aspetto insignificante ma il cui odore, dolce come zucchero, ubriaca anche il più sobrio degli insetti ed è inebriante anche per  gli esseri umani.  Aspiro il profumo e mi sento confortato.  

Poi però il lavoro nel campo mi richiama e mentre accatasto i rami di olivo il pensiero corre ai bambini e ai ragazzi di oggi. Chiusi in città maleodoranti, insensibili a quel po’ di natura che li circonda ma attratti dall’ artificiale, automi costretti in mille progetti; progetti che loro stessi credono interessanti, utili o divertenti ma in realtà non hanno alcun senso se non gettarli nella competizione. Hanno già una maschera e non sanno più riconoscere il bello e il giusto, non sanno quasi più toccarsi, abbracciarsi, ridere come scemi per una battuta banale, rimanere a bocca aperta per un arcobaleno o le onde del mare. Quasi, appunto; alcuni istinti permangono ancora, alcune ripulse sono dure da scacciare: come la disperazione per la sofferenza degli animali o la voglia di correre o più semplicemente le necessità di stare con degli altri simili e coetanei . Ma questo è un problema per una società di consumatori senza freni e per coloro che vendono prodotti e creano economie.  Ecco dunque, durante “l’emergenza covid”, che molte regole che io ritengo assurde e inique si sono accanite proprio su bambini e ragazzi. La scuola a distanza, il distanziamento sociale, le distanze di sicurezza, la paura dell’altro: sono una delle peggiori realizzazioni che questa società pazza ha imposto negli ultimi mesi ai bambini e ai ragazzi. Tutto ciò comporta solitudine, disorientamento, insicurezza; l’atomizzazione della società arriva così alla sua apoteosi; solo singoli si è sicuri. Ma al contrario, quali disagi mentali, quali conseguenze sociali hanno prodotto e produrranno queste imposizioni largamente accettate dagli adulti?  Quale società costruiranno le attuali nuove generazioni se non saranno nemmeno più in grado di toccarsi, abbracciarsi, correre e giocare insieme?

Cinquant’anni  fa la stragrande maggioranza dei bambini riconosceva l’odore del Ligustro, ne gioiva inconsciamente, le ragazze se lo mettevano tra i capelli o nei vasi dei fiori per la Madonna. Oggi il 99% dei bambini non ha mai respirato il profumo del Ligustro, non ne ha mai visto le foglie o i fiori, non sa nemmeno che esista. Se vogliamo cambiare davvero, dobbiamo recuperare il puro contatto con la natura e con noi stessi  e tornare ad assaporare nell’aria l’odore zuccherino della Primavera.

QUALCHE DATO: circa il 60% dei ragazzi controlla lo smartphone come prima cosa appena svegli e come ultima cosa prima di addormentarsi.  Il 63% tra i 14 e i 19 anni usa lo smartphone durante l’orario scolastico. Il 50% dichiara di trascorrere dalle 3 alle 6 ore al giorno con lo smartphone in mano quando fuori da scuola. 120.000 adolescenti in Italia trascorrono su internet oltre 12 ore al giorno mostrando patologie psichiatriche.

Fonte: ilcambiamento.it

È il clima a mettere a rischio la salute dei bambini di oggi e di domani

I cambiamenti climatici stanno già danneggiando la salute dei bambini di tutto il mondo e il rischio è quello di conseguenze a lungo termine sulla loro vita, se niente cambierà. Ovvero se il mondo continuerà a seguire la rotta attuale senza perseguire l’obiettivo dell’Accordo sul Clima di Parigi. È quanto emerso da una tavola rotonda sul rapporto “The Lancet Countdown on Health and Climate Change”.

È il clima a mettere a rischio la salute dei bambini di oggi e di domani

Clima e salute, un binomio ormai indissolubile. Se ne è discusso all’Istituto superiore di Sanità in occasione di una tavola rotonda dedicata alla riflessione sul rapporto The Lancet Countdown on Health and Climate Change pubblicata su The Lancet, frutto della collaborazione tra 120 esperti di 35 istituzioni di tutto il mondo – tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il University College di Londra e l’Università di Tsinghua – che ha analizzato 41 indicatori chiave, suggerendo quali azioni intraprendere per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. I cambiamenti climatici stanno già danneggiando la salute dei bambini di tutto il mondo e minacciano conseguenze a lungo termine sulla loro vita, se niente cambierà. Ovvero se il mondo continuerà a seguire la rotta attuale senza perseguire l’obiettivo dell’Accordo sul Clima di Parigi, ratificato da tutti i paesi UE: mantenere dal 2015 al 2100 l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 2 ̊C, sotto cioè ai livelli della prima rivoluzione industriale (1861-1880).

Ecco, in sintesi, come il clima potrebbe condizionare un’intera generazione secondo il rapporto.

-I neonati saranno più soggetti alla malnutrizione: con l’aumento delle temperature, infatti, il potenziale di resa media di mais (-4%), frumento (-6%), soia (-3%) e riso (-4%) è gradualmente diminuito negli ultimi 30 anni e, di conseguenza, i prezzi degli alimenti basati su questi cereali sono aumentati.

-I bambini saranno tra i più colpiti dalle malattie infettive: il 2018 è stato il secondo anno che climaticamente ha favorito la diffusione di batteri, causa di gran parte delle malattie diarroiche e delle infezioni da ferite a livello globale.
-Durante l’adolescenza, l’impatto dell’inquinamento atmosferico peggiorerà, con morti premature che nel 2016 hanno raggiunto i 2,9 milioni (oltre 440.000 dovute al solo carbone); l’approvvigionamento energetico globale da carbone è cresciuto dell’1,7% dal 2016 al 2018, invertendo una tendenza al ribasso.

-Da adulti vedranno intensificarsi gli eventi meteorologici estremi, con 152 dei 196 paesi che hanno registrato un aumento delle persone esposte agli incendi dal 2001-2004, e un record nel 2018 di 220 milioni di persone oltre i 65 anni esposte alle ondate di calore (63 milioni in più rispetto al 2017). Invece, percorrere fino in fondo il cammino tracciato dall’accordo di Parigi potrebbe consentire ai bambini nati oggi di crescere in un mondo in grado di raggiungere l’obiettivo zero emissioni entro il loro 31° compleanno e garantire un futuro più sano per le generazioni future. Solo un taglio del 7,4% l’anno delle emissioni di CO2 fossile dal 2019 al 2050, avvertono gli studiosi, limiterà il riscaldamento globale, secondo l’obiettivo più ambizioso di mantenere questo aumento entro 1,5°C.

Gli autori di The Lancet Countdown chiedono un’azione coraggiosa per invertire la tendenza in quattro aree chiave:

-fornire una rapida, urgente e completa eliminazione graduale dell’energia a carbone in tutto il mondo;
-garantire che i paesi ad alto reddito rispettino gli impegni internazionali di finanziamento per il clima di 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per aiutare i paesi a basso reddito;

-aumentare sistemi di trasporto pubblico e attivo, in particolare a piedi e in bicicletta, come la creazione di piste ciclabili e programmi di noleggio o acquisto di biciclette a prezzi accessibili ed efficienti;

-fare grandi investimenti nell’adattamento del sistema sanitario per garantire che i danni alla salute causati dai cambiamenti climatici non sopraffacciano la capacità dei servizi sanitari e di emergenza di curare i pazienti.

Fonte: ilcambiamento.it

Il coronavirus chiude le scuole? Le maestre leggono le fiabe a distanza

Nella scuola dell’Infanzia “Villaggio Sportivo” di Biella il coronavirus non spaventa le insegnanti che hanno deciso di leggere a distanza una fiaba al mattino e una al pomeriggio fino alla riapertura della scuola, per tenere compagnia ai bambini e trasformare quest’emergenza in una divertente opportunità. La cultura sopravvive sempre, qualsiasi emergenza o epidemia contagiosa possa presentarsi. Ce lo dimostrano le insegnanti della scuola dell’infanzia del quartiere Villaggio Sportivo di Biella che non si sono arrese al coronavirus e hanno ideato un modo divertente e creativo per prendersi cura dei bambini tenendogli compagnia a distanza e abbattendo le barriere obbligate dallo stato di emergenza. Come ci racconta Grazia Flessibile, insegnante e ideatrice dell’iniziativa, «in questi giorni di chiusura delle scuole abbiamo avuto modo di confrontarci con diversi genitori dei bambini a proposito della sospensione e molti di loro ci hanno fatto notare che ai loro figli mancava il momento della lettura con le maestre. Allora, insieme alle colleghe, ci siamo dette: Perchè non continuare a raccontare le storie come abbiamo sempre fatto, ma questa volta a distanza sfruttando la tecnologia? Per noi è stato un primo esperimento ma ci siamo dette “proviamo e vediamo come va”!».

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Tramite due videostorie al giorno, una al mattino e una al pomeriggio, le maestre hanno così deciso di leggere in diretta i racconti, condividendoli sulla pagina Facebook dell’istituto. «Questa è per noi un’occasione per avvicinarci ai bambini anche quando non siamo vicine a loro. E continueremo fino alla riapertura della scuola» ci spiega Grazia. E dalla prima storia pubblicata, ovvero il racconto di Cappuccetto Verde, numerosi sono i genitori che hanno apprezzato l’iniziativa e stimolato le insegnanti a proseguire. «Quelle che raccontiamo sono principalmente storie che abbiamo a casa e che selezioniamo dalle nostre librerie pubblicandole sulla pagina Facebook della scuola che normalmente utilizziamo per condividere le foto delle attività e dei lavori che svolgiamo e che è stata creata per condividere dei begli attimi coi genitori che si perdono tanto della vita dei piccoli, perché, come ben sappiamo, il tempo trascorso a scuola rappresenta una bella fetta della loro crescita».

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Come ci racconta Grazia, la lettura è per i bambini il pane quotidiano e, se accompagnate dalla voce delle loro insegnanti, diventa un piatto ancora più appetitoso.

«In quest’iniziativa la nostra dirigente Emanuela Verzella ci ha fin da subito sostenuto e quindi stiamo andando in questa direzione aspettando che la “normalità” arrivi al più presto. Questa è stata però un’occasione positiva per metterci in gioco dimostrandoci che è possibile reagire a un’emergenza inaspettata come la diffusione del coronavirus in modo semplice e divertente, proponendo qualcosa di nuovo e costruttivo a cui diversamente non avremmo mai pensato. E visto il successo dell’iniziativa, il prossimo passo è quello di proseguire con il racconto delle storie, magari una volta al mese, portando avanti questo piccolo ma efficace progetto». Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/03/coronavirus-chiude-scuole-maestre-leggono-bambini-fiabe-distanza/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Attenzione rallentare: qui i bambini giocano ancora per la strada!

Gli stimoli per una riflessione si possono trovare ovunque, anche in un cartello stradale. È quanto mi è accaduto durante una passeggiata, così è nato questo articolo che vuole essere unicamente un invito a far trascorrere ai nostri bimbi più tempo all’aria aperta, per favorirne una crescita più equilibrata. Durante una passeggiata sulle colline di Borgosesia, cittadina di circa 12.000 abitanti alle porte della Valsesia, mi sono imbattuta in uno straordinario cartello recante la seguente scritta: “Attenzione – Rallentare. In questo paese i bambini giocano ancora per la strada.” Sono i residenti della Frazione Pianaccia che invitano a prestare attenzione alle esigenze dei più piccoli e ai loro diritti. Stimolata anche dall’immagine gioiosa di bimbi all’aria aperta riportata dal cartello, la mia mente in un attimo ha ritrovato istanti felici di molti anni fa, quando correre sui prati o giocare per la strada rientrava nella quotidianità, quando solo il cattivo tempo era nemico dell’attività ludica all’aria aperta. Fa sorridere ripensare alle mamme che, puntualmente alle 16,30, ci chiamavano per la merenda e non ricevendo attenzione, rassegnate, ci trascinavano a lavarci le mani tentando di ingolosirci con il miraggio della merenda preferita. Ed era una fetta di torta o un panino imbottito che in pochi minuti sparivano per lasciare nuovamente il posto al pallone, o alla corda per saltare, o a vari giochi di abilità. Parecchi erano i compagni di gioco che formavano quell’allegra brigata, a volte resa ancor più schiamazzante dalla presenza di amici a quattro zampe.

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Ho definito “straordinario” questo cartello perché non è facile incontrarne di simili, e perché è un richiamo a una norma che dovrebbe essere prioritaria in una società attenta al proprio futuro: la formazione equilibrata di bimbi che saranno gli uomini e le donne di domani. Con l’avvento di una tecnologia orientata più al business che non alle effettive esigenze dell’essere umano, anche i bambini sono stati coinvolti in realtà troppo spesso virtuali e prive di fantasia e rapporti umani. È sempre più frequente infatti vedere ragazzini e adolescenti persi nei propri tablet o smartphone, piuttosto che in chiacchiere e risate con i coetanei. Con questo non intendo demonizzare la tecnologia che si rivela preziosa in molte altre situazioni, ma evidenziare come una vita sempre più frenetica non ci consente di trascorrere il giusto tempo con i nostri figli, trascurando così aspetti fondamentali della loro educazione. Troppo spesso questi dispositivi elettronici diventano il surrogato dei genitori, togliendo ai più piccoli la capacità di sviluppare la fantasia e facendo loro perdere importanti esperienze della vita.

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Le conseguenze sono preoccupanti: uno psicologo americano, il Dott. Peter Gray, autore di un saggio intitolato “Lasciateli giocare”, ha infatti dimostrato, in uno studio condotto tra il 1985 e il 2008, che le nuove generazioni, avvezze all’uso di internet e con più amici virtuali che non reali,  hanno perso l’85% della creatività rispetto a quelle precedenti. Trascorrere troppo tempo davanti a uno schermo può avere effetti deleteri anche sulla saluta fisica, esponendo i ragazzi a un maggior rischio, in età adulta, di sviluppare malattie cardiovascolari e obesità.

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È attraverso il gioco che il bambino impara e diventa consapevole del mondo che lo circonda e le sue attività ludiche si modificano e crescono di pari passo al suo sviluppo psicologico e intellettivo. Grazie al gioco il bambino sviluppa le proprie potenzialità, impara e sperimenta la creatività e le proprie capacità cognitive fino a strutturare l’intera personalità. Dovrebbe essere spronato a giocare all’aria aperta, a stretto contatto con la natura, in giardino, in un parco o in un bosco per imparare a  conoscere e a rispettare il mondo vegetale e animale e perché vivere all’aperto fa bene anche alla salute, contribuisce a sviluppare il sistema immunitario, fornisce al bambino vitamina D utile per le ossa e migliora il tono dell’umore. Si tratta forse di una mia elucubrazione, che vuole essere scevra da giudizi, ma facendo un parallelismo tra il comportamento degli odierni genitori rispetto a quelli di qualche decennio fa, si notano inoltre atteggiamenti maggiormente protettivi, ovviamente giustificati da aumentati pericoli, ma anche la propensione a indirizzare i figli verso sport organizzati e orientati alla competizione, piuttosto che lasciarli giocare liberamente dando loro la possibilità di esprimere i propri naturali talenti.

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Friedrich Schiller, noto poeta e filosofo tedesco, ci ha lasciato questa indicazione: «Bisognerà quindi educare l’uomo al sentimento della bellezza facendo rivivere in lui l’antico ideale pedagogico greco del bello e del buono. Il gioco è un’attività ineliminabile nella natura umana che non persegue alcun fine esterno a se stessa, né esso è ispirato da un preciso scopo razionale, ma è un atto dove sensibilità e razionalità convivono nell’azione ludica rendendo l’uomo libero. In questa armonia di forma e materia si realizza la bellezza e l’essenza umana per cui l’uomo è completamente uomo solo quando gioca».

Occorre trovare il giusto compromesso, evitare la sovraesposizione ai dispositivi elettronici senza criminalizzare la tecnologia, evitando magari di utilizzare lo smartphone durante i pasti e non usufruirne per ipnotizzare i figli davanti a un cartone animato. Sarebbe auspicabile per questi dispositivi un uso intelligente e non un abuso, limitando il tempo dedicato alla tecnologia a favore di attività fisica all’aria aperta, evitando così anche l’insorgere di possibili problematiche comportamentali, incentivando altresì la creazione di spazi e infrastrutture che soddisfino le esigenze ludiche e di socializzazione dei bambini.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/attenzione-rallentare-qui-bambini-giocano-ancora-strada/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Una scuola a rischio chiusura rinasce e diventa Eco School

A rischio chiusura per mancanza di utenza, una scuola di una piccola frazione di Sondrio è rinata all’insegna dell’educazione ambientale e delle buone pratiche. Nell’Eco School di Triangia oggi i bambini trascorrono all’aperto la maggior parte del tempo, mangiano cibo sano, allenano la creatività e coltivano un orto dove imparano attraverso l’esperienza attiva anche i contenuti disciplinari. Affinché la società possa cambiare in meglio è cruciale porre la massima attenzione sulle nuove generazioni ed è per questo che Italia Che Cambia ha sempre cercato di intercettare e documentare il lento ma inesorabile cambiamento in atto anche in ambito scolastico. L’intervista all’Eco School Triangia nella piccola frazione della città di Sondrio, è stata una ventata d’aria fresca e non soltanto per il fatto che grazie all’ambiente naturale in cui è immersa ci fosse molto più fresco che in città, ma perché qui tutto è pensato per favorire un approccio più consapevole da parte dei bambini e del personale che lavora nella scuola verso l’ambiente circostante e più in generale, verso la natura.

Appena arrivata, sono stata accolta nel bel giardino alberato della scuola dal corpo insegnanti e dagli alunni che si trovavano a fare la ricreazione all’aperto, con tanto di enorme zuppiera piena di spicchi di arancia da cui i bambini attingevano per lo spuntino di metà mattina. Chiedo alla coordinatrice del progetto Eco-School, Meri Tognela, da cosa nasce il progetto: «Il progetto di Eco-School è nato nell’anno scolastico 2013-2014 quando la scuola di Triangia era considerata una scuola a rischio chiusura, come molte piccole scuole del nostro territorio che sono state chiuse per mancanza di utenza. Quindi nel 2013, in collaborazione con l’amministrazione comunale dell’epoca e con degli esperti che già collaboravano sulle tematiche dell’educazione ambientale, abbiamo cercato un modo per caratterizzare la scuola. La proposta del programma Eco-School ci è sembrata fatta ad-hoc per noi, considerato il tipo di ambiente nel quale siamo inseriti e così abbiamo implementato il protocollo che viene effettuato dalle scuole che sono interessate ad ottenere la certificazione di Eco-School. È una certificazione internazionale: nella rete ci sono tantissime scuole sparse in tutto il mondo e viene proposta alle scuole dall’associazione internazionale FEE (Foundation for Environmetal Education, ndr.) che lavora con il patrocinio dell’UE. Grazie al programma (non solo hanno salvato la scuola, ndr.) abbiamo sperimentato un modo di lavorare che ha permesso di portare dentro la scuola un’innovazione didattica attraverso metodologie che vanno oltre la lezione frontale, ma più laboratoriali, più cooperative e più significative per i bambini».

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In seguito mi mostrano la scuola al suo interno, tutta adornata con i bei lavori creativi dei bambini, e la loro aula in cui, come mi spiega la maestra di matematica e scienze, Alessia Schiappadini: «I banchi sono disposti a piccoli gruppi per favorire il lavoro cooperativo e di gruppo, perché lavorando insieme ai suoi pari il bambino è più motivato ad assumere un ruolo attivo in cui aiuterà o spiegherà lui stesso, rendendo la lezione molto proficua». 

Nel vedere i piccoli studenti così incuriositi dalla mia presenza, ne approfitto subito per coinvolgerli e chiedo loro di raccontarmi cosa fanno a scuola. Mi mostrano così alcuni dei loro lavori, come il “dìDiario dell’orto” o il “Taccuino della scoperta del mondo”, poi parlando uno alla volta, diligentemente e per alzata di mano, mi raccontano con grande entusiasmo del bosco che si trova dietro alla scuola, del loro giardino alberato, dell’orto (dove ci trasferiremo subito dopo) e in definitiva del fatto che adorano passare all’aria aperta buona parte del tempo e non dover stare sempre sui libri. Come non capirli! Le maestre mi raccontano anche di aver preso parte alle varie mobilitazioni dei Fridays For Future, come lo scorso 15 marzo e quella del 24 maggio in cui mi dicono di aver fatto un flash mob e aver scritto dei messaggi per poter coinvolgere ed ispirare la cittadinanza, disseminando il paese di Triangia e la città di Sondrio di messaggi ecologici. Ci spostiamo poi nuovamente fuori per raggiungere il piccolo orto che hanno allestito dentro il giardino, dietro l’edificio scolastico e la maestra Alessia mi spiega che il progetto è uno dei tanti rientra nella didattica esperienziale, perché i bambini in questo modo imparano meglio e l’esperienza attiva le competenze; la lezione del giorno ad esempio verterà sull’individuazione del perimetro e dell’aerea, ma nel concreto, ovvero sulle particelle ortive.

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L’orto ve lo faccio raccontare direttamente dalle parole di Meri: «Siamo nell’orto didattico dell’Eco School di Triangia, che è uno spazio molto frequentato dai bambini in tutte le stagioni e che viene utilizzato come strumento di apprendimento dei contenuti disciplinari. Quindi la finalità di questo progetto non è rappresentata esclusivamente dall’apprendere le modalità di coltivazione ma viene spalmata all’interno degli apprendimenti disciplinari. In questo momento i bambini stanno svolgendo un’attività di geometria, in altri momenti abbiamo utilizzato l’orto per esempio per scrivere un diario delle attività, per produrre dei testi descrittivi, narrativi o anche regolativi, proprio perché quello che ci interessa è di dare un senso all’apprendimento, quindi cerchiamo sempre di legarlo all’esperienza che poi viene ricostruita in classe. Viene rielaborata per arrivare poi alla sistematizzazione dei contenuti delle varie discipline e questo ovviamente ha un impatto molto forte sull’apprendimento dei nostri alunni, i quali apprendono attraverso una modalità molto significativa per loro e contribuisce ad attivare le competenze andando a superare il modello di apprendimento nozionistico e meccanico a memoria». 

«Il progetto orto – continua Meri – si chiama “Cresciamo nell’orto” e questo riassume nel titolo il valore aggiunto di questa attività ed è strettamente legato a un altro progetto che abbiamo che si chiama “Rifioriamo la terra” e che ci ha consentito di riportare nella frazione di Triangia la coltivazione del grano saraceno e della segale che, purtroppo in tutta la Valtellina, è stata abbandonata da qualche decennio, nonostante la gastronomia valtellinese, compresi i piatti principe come i pizzoccheri e gli shatt, siano fatti utilizzando farina di grano saraceno, nelle botteghe si venda il pane di segale etc.; per questo oggi tutta la materia prima viene importata dall’estero.

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Ecco perché ci interessa lavorare sul bagaglio delle memorie storiche e delle tradizioni: perché pensiamo che sia importante conoscere le radici del territorio in cui viviamo per costruire la nostra identità e quella dei nostri alunni. Abbiamo fatto anche il collegamento con il significato di filiera corta, di km 0, agricoltura biologica, sostenibilità del territorio e biodiversità. Per questo motivo coltiviamo ortaggi al di fuori dalle specie comuni e quest’anno siamo diventati anche “custodi di semi” e facciamo libero scambio di semi anche col resto della cittadinanza a Sondrio». 

«Come fine ultimo di questo tipo di educazione che stiamo portando avanti con loro, oltre ad augurarci che possa portare un cambiamento nell’immediato, cerchiamo di pensare anche al loro futuro; nell’immediato poiché essendo portatori di buone prassi dentro le loro famiglie e i loro contesti sociali, già contaminano molto il modo di pensare, ma pensiamo anche al domani e ai futuri cittadini che avranno una sensibilità e una consapevolezza più sviluppate. Loro sanno di essere bambini, ma sanno anche che sia oggi che in futuro possono contribuire anche loro al cambiamento». 

1. È stato in quest’ultima occasione infatti che ho potuto assistere di persona alla creazione dei messaggi e alla loro collocazione nella piazzetta principale della frazione di Triangia.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/scuola-rischio-chiusura-rinasce-diventa-eco-school/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Greenpeace: «Il governo giapponese mente sull’impatto di Fukushima su lavoratori e bambini»

A pochi giorni dall’ottavo anniversario del disastro di Fukushima, una nuova indagine di Greenpeace Giappone fornisce nuovi dettagli sugli effetti dell’incidente nucleare avvenuto l’11 marzo del 2011. E denuncia scorrettezze da parte del governo giapponese.

Aerial radiation survey with a drone conducted by Greenpeace in Namie, Fukushima prefecture.

A pochi giorni dall’ottavo anniversario del disastro di Fukushima, una nuova indagine di Greenpeace Giappone fornisce nuovi dettagli sugli effetti dell’incidente nucleare avvenuto l’11 marzo del 2011. L’indagine, spiega l’associazione ambientalista, rivela come «il governo giapponese stia deliberatamente ingannando gli organismi e gli esperti delle Nazioni Unite che si occupano di violazioni dei diritti umani».

Il rapporto “Sul fronte dell’incidente nucleare di Fukushima: lavoratori e bambini”, diffuso dall’organizzazione ambientalista, rivela che esistono ancora alti livelli di radiazioni sia nelle zone di esclusione che nelle aree aperte, anche dopo gli enormi sforzi di decontaminazione. Il lavoro realizzato da Greenpeace documenta inoltre quanto siano estese le violazioni del governo in materia di diritti umani regolati da convenzioni e linee guida internazionali, in particolare per quanto concerne lavoratori e bambini.

«Nelle aree in cui operano alcuni di questi addetti alle bonifiche, i livelli di radiazione rilevati sarebbero considerati un’emergenza se fossero registrati all’interno di un impianto nucleare», afferma Shaun Burnie, esperto sul nucleare di Greenpeace Germania. «Questi lavoratori non hanno praticamente ricevuto nessuna formazione sulla tutela da radiazioni. Poco protetti e mal pagati, sono esposti ad alti livelli di radiazioni e se denunciano qual è la situazione rischiano di perdere il posto di lavoro. I relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno assolutamente ragione nel mettere in guardia il governo giapponese su questi rischi e violazioni»

Dall’indagine di Greenpeace in Giappone, come spiega la stessa organizzazione in una nota, emerge che:

● I livelli di radiazione nella zona di esclusione e le aree di evacuazione di Namie e Iitate rappresentano un rischio significativo per i cittadini, bambini inclusi. I livelli sono da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo raccomandato a livello internazionale e rimarranno tali per molti decenni e nel prossimo secolo.

● Nella zona di esclusione di Obori in Namie, i livelli medi registrati di irradiazione erano pari a 4,0 μSv all’ora. Questi livelli sono così alti che se un operatore lavorasse lì per otto ore al giorno durante un intero anno, potrebbe ricevere una dose equivalente a più di cento radiografie del torace.

● In una foresta situata di fronte all’asilo e alla scuola della città di Namie, dove sono state revocate le ordinanze di evacuazione, il livello medio di radiazioni era di 1,8 μSv all’ora. Tutti i 1.584 punti misurati hanno superato l’obiettivo di decontaminazione a lungo termine fissato dal governo giapponese di 0,23 μSv all’ora. Nel 28 per cento di questa area, la dose annuale di radiazioni a cui sarebbero esposti i bambini potrebbe essere 10-20 volte superiore al massimo raccomandato a livello internazionale.

● Lo sfruttamento dei lavoratori è un fenomeno molto diffuso, compreso il reclutamento di persone svantaggiate e senzatetto a cui non viene effettuata alcuna seria formazione in materia di radioprotezione. Spesso vengono falsificati i certificati di identificazione o sanitari e si attuano registrazioni ufficiali non affidabili.

«Il rapporto- spuega Greenpeace – arriva a un mese dalla stesura di una serie di severe raccomandazioni che il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha indirizzato al governo giapponese. Se attuate, queste raccomandazioni porrebbero fine alle attuali politiche condotte a Fukushima e avrebbero come effetto il ripristino degli ordini di evacuazione, il pieno risarcimento agli sfollati e la piena applicazione di tutti gli obblighi relativi al rispetto dei diritti umani nei confronti degli sfollati e dei lavoratori».

«Alla radice del disastro nucleare di Fukushima, con le violazioni dei diritti umani che ne conseguono, c’è la pericolosa politica energetica promossa dal governo giapponese», dichiara Kazue Suzuki, della campagna Energia di Greenpeace Giappone. «Quello che la maggioranza dei giapponesi chiede è una transizione verso le fonti rinnovabili. Eppure, il governo sta cercando di riavviare i reattori nucleari e allo stesso tempo aumentare drasticamente il numero di centrali a carbone, il che contribuirà ad alimentare i cambiamenti climatici», conclude Suzuki.

Fonte: ilcambiamento.it