Sunny Hill, l’ecovillaggio della “semplicità lussuosa”

Uno spazio di cooperazione e innovazione che promuove le condizioni per la ricerca, l’educazione e la pratica del vivere sostenibile. Passa per la Slovenia il secondo di sette appuntamenti con alcune tra le più importanti comunità intenzionali d’Europa. Le interviste sono state realizzate durante la conferenza europea degli ecovillaggi che si è svolta dal 14 al 17 luglio scorso in Toscana. L’ecovillaggio Sunny Hill è situato nell’incantevole borgo di Hrvoji, nell’Istria slovena, a meno di un’ora da Trieste e a poco più di mezz’ora da Capodistria. “È uno spazio di cooperazione e innovazione la cui missione è creare la giusta atmosfera per la ricerca, l’educazione e la pratica del vivere sostenibile.” Ce lo dice Nara Petrovic, fondatore dell’ecovillaggio nel 2014 insieme ad altri 5 pionieri da lui conosciuti attraverso forum ecologisti.

Nara Petrovic racconta Sunny Hill (sottotitoli in italiano disponibili) 

L’idea è nata quasi per gioco. Alzi la mano chi non ha mai fantasticato di mettere insieme qualche decina di migliaia di euro insieme ai propri amici per comprare un piccolo borgo da ristrutturare e diventare il più possibile autosufficienti. Ecco, la differenza è che Nara e i suoi amici non stavano scherzando. E così oggi, attraverso la cooperativa “Sunny Hills of Istria”, sono proprietari di un edificio di 200 anni da loro stessi ristrutturato. Un contenitore che ha la funzione di mostrare, a chiunque passi per quel luogo magico, le più interessanti soluzioni per ridurre gli sprechi e l’impatto sull’ambiente attraverso l’uso integrate di conoscenze tradizionali e tecnologia. Un’opera di ristrutturazione e di “rigenerazione” del borgo dove si sono insediati che non è affatto terminata, visto che dopo l’edificio principale hanno iniziato a ristrutturare anche quelli circostanti.

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Nara è piuttosto conosciuto in Slovenia. Nel 2009 ha infatti lanciato l’evento “puliamo la Slovenia in un giorno”, cui hanno aderito circa 200mila suoi connazionali che hanno ripulito 20mila tonnellate di rifiuti dalle strade e dalle discariche abusive delle maggiori città del Paese in uno stesso giorno. Da allora vive e cammina scalzo, che è solo la più visibile delle scelte radicali che ha fatto per avvicinarsi alla natura. Sul suo stile di vita ha scritto più di un libro, sono stati girati due documentari ed è spesso invitato a divulgare le sue ricerche a seminari e conferenze in tutto il paese. Nonostante ciò, Nara rifiuta categoricamente il ruolo di leader spirituale o quello di figlio dei fiori. È semplicemente un fautore della semplicità volontaria, o downshifting. Tutto ciò non deve far pensare a Sunny Hill come un luogo privo di qualsiasi comodità. Al contrario, essendo una comunità formata da circa 15 membri, diventa persino più facile permettersele, e senza dipendere da lavori ed apporti monetari esterni. Il principio di base, comune a tutte le comunità intenzionali, è infatti quello della condivisione. “Quando condividi con altre persone spazi, mezzi di trasporto, utensili, apparecchi ad alta tecnologia, ripari e ricicli tutto il possibile, autoproduci il tuo cibo e una buona parte dell’energia che ti occorre, puoi diminuire drasticamente la quantità di denaro di cui necessiti per vivere con agio. È in questo modo che noi riusciamo a vivere quella che noi chiamiamo la semplicità lussuosa”, ci dice.

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 A Sunny Hill si organizzano eventi, workshop e raduni, viene offerto supporto a tutti coloro che vogliono adoperarsi per effettuare la transizione verso una vita più consapevole degli effetti delle nostre azioni sull’ambiente, sugli altri umani e sulle altre creature viventi. Inoltre il piccolo borgo istriano ospita volontari, “volonturisti” (come li chiamano loro) e iniziative come il programma europeo per la formazione sul campo Erasmus+, l’incubatore per ecovillaggi CLIPS e molte altre. Inoltre, è membro delle rete europea degli ecovillaggi GEN Europa, di ECOLISE e di altri network. 

Per entrare in contatto con l’ecovillaggio basta scrivere a sunnyhill.slovenia@gmail.com.

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Vandana Shiva: “Fermiamo la deriva tossica del mondo”

Incarna lo spirito della guerriera, combatte contro la povertà globale e sostiene le lotte per il diritto alla salute delle persone in tutto il mondo, denunciando le multinazionali che avvelenano il cibo e rendono sterile il suolo. Ecco la nostra intervista all’attivista indiana Vandana Shiva, esperta mondiale di ecologia sociale. Incontriamo Vandana Shiva a Roma il 7 e l’8 marzo. Conoscerla di persona in questa data dedicata al femminile sembra una coincidenza interessante. Questa donna indiana, laureata in Canada in Fisica, da quasi 40 anni sta portando avanti un movimento internazionale contro la povertà globalizzata, promuovendo in tutto il mondo sistemi di ecologia sociale basati su alternative agro-ecologiche rispettose della biodiversità, della salute e della dignità dei popoli. Lo fa dirigendo diversi centri scientifici, interessandosi di bioetica, biotecnologie e ingegneria genetica e in qualità di presidente di Navdanya – il braccio operativo di Vandana in India – e di Navdanya International, la onlus che sostiene le lotte delle comunità per il diritto ad una alimentazione sana, all’autodeterminazione e alla cura del pianeta in tutto il mondo.

Alcuni stati e regioni del mondo stanno già portando avanti quest’alternativa basata sull’agricoltura biologica e sulle economie locali, capace di proteggere i territori e la biodiversità. Le comunità hanno infatti un ruolo centrale nel contrastare le lobby della chimica e dell’agro-industria, per questo è necessario che conquistino strumenti di democrazia reale. Solo sistemi agro-alimentari sani possono liberarci dalla povertà, combattere i cambiamenti climatici e promuovere la salute di tutti. L’occasione della sua presenza a Roma è quella della presentazione e partenza del “Tour di mobilitazione per un cibo e un’agricoltura senza veleni” che ha toccato varie località italiane, da Campobasso a Bassano del Grappa, Bolzano, Malles, Trento e Torino. Un viaggio e tanti eventi in occasione dei quali Vandana ha incontrato esempi concreti di buone pratiche, testimonianze di come non solo sia possibile, ma addirittura più efficiente e conveniente produrre e consumare senza ricorrere a sostanze chimiche velenose. Ma ha anche potuto constatare l’estensione e l’impatto delle monocolture intensive sulle comunità del nostro paese, incontrando i tanti cittadini che stanno facendo rete contro questa deriva tossica e contro lo sfruttamento del territorio.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Risuonano le parole che Vandana Shiva ha pronunciato al fianco di Don Ciotti nella tappa torinese: “Se siamo seri, quando diciamo di voler mettere fine alla povertà allora dobbiamo mettere fine ai sistemi che creano la povertà derubando i poveri dei loro beni comuni, dei loro stili di vita e dei loro guadagni. Prima di poter far diventare la povertà storia dobbiamo considerare correttamente la storia della povertà. Il punto non è quanto le nazioni ricche possono dare, il punto è quanto meno possono prendere”. 

In questo contesto, la Campagna internazionale di Navdanya International Per un’alimentazione e un’agricoltura libera da veleni si propone di sviluppare un movimento globale coeso per un cambiamento del paradigma produttivo. I cittadini italiani e di tutto il mondo sono pronti per una transizione basata su un modello economico che garantisca tutti un’alimentazione nutriente, sana, che non faccia esclusivamente gli interessi delle grandi multinazionali dell’agrobusiness e della grande distribuzione organizzata.

“Penso che l’Italia e l’India siano due civiltà che hanno riconosciuto che il cibo è centrale e che hanno riconosciuto che il cibo è cultura, ecologia, che il cibo è eredità e tradizione, che il cibo riguarda come gestisci la terra e il cuore di un territorio, il cibo è identità”, ci dice Vandana. “Quindi il punto di partenza, sia per l’Italia che per l’India, è molto ‘alto’, ma c’è un’aggressione globale ai sistemi alimentari e alle colture, attraverso la produzione di prodotti tossici e fraudolenti causati dall’utilizzo di pesticidi, che vede i piccoli produttori, così come le api, come nemici da sterminare. E vede inoltre le economie locali basate sulla sovranità come una minaccia. Tutto questo dovrebbe farci riflettere sul sistema alimentare globale che è stato creato, considerato che anche in Italia l’impatto economico globale è molto alto.

C’è un’economia globalizzata, distorta e disonesta, che è sotto il controllo di compagnie tossiche come Cargill, che scarica fertilizzanti tossici che distruggono la pasta italiana, oppure delle aziende che trasformano il cibo buono che cresce nei nostri campi in rifiuti tossici come la Nestlè, la Coca Cola e la Pepsi, le compagnie chimiche come Yara e le grandi multinazionali come Walmart, Amazon e Carrefour che lavorano insieme e si fanno chiamare ‘Fresh Alliance’. Loro vogliono la fine del cibo fresco. Quindi ci troviamo a fronteggiare una minaccia comune che è ormai ovunque. Ma Italia e India hanno molto da perdere perché hanno di più”. 

Vandana Shiva incarna lo spirito della guerriera, combatte contro la povertà globale, sostiene le lotte al diritto alla salute delle persone in tutto il mondo denunciando le multinazionali che avvelenano e rendono sterile il suolo. Proprio dal cibo, dal sistema agroalimentare si possono rigenerare i territori e le comunità. E nella rigenerazione del suolo, nel ritrovare la fertilità della terra, le donne possono giocare un grande ruolo: “Il primo ruolo delle donne è non mollare mai. Abbiamo un’intelligenza che solo noi conosciamo. In India è nato un grande movimento di non-cooperazione contro il sistema alimentare distruttivo, fatto dalle donne che dicono ‘noi sappiamo cos’è il buon cibo e non vi lasceremo cancellarlo e criminalizzarlo. Non permetteremo che un’economia distruttiva ci nutra con cibo spazzatura, avvelenato e tossico’.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Non solo le donne hanno una buona conoscenza del cibo, ma sanno anche che la vita è intelligente, che ogni cellula del nostro corpo è intelligente. Quando si perde l’intelligenza si perde la capacità di autoregolazione e arriva il cancro. Il cancro non è altro che una malattia derivante dal collasso del processo regolatore del nostro corpo. Stiamo uccidendo la capacità delle nostre cellule, dei nostri batteri, del nostro corpo, della terra di regolare sé stessa. Le donne hanno questa conoscenza, anche se è spesso attaccata da un sistema antiscientifico che dichiara che la natura è morta e le donne sono ignoranti, ma il sistema antiscientifico non è stato in grado di uccidere la vera conoscenza e ciò che le donne hanno appreso nel corso dei secoli e che la scienza adesso valida: che l’ecologia è la scienza della relazione e ciò che danneggia la terra danneggia il nostro corpo. Qui è dove abbiamo una connessione con la rigenerazione. La rigenerazione della salute delle donne, dei bambini, della terra è anche la liberazione delle donne, che deve andare avanti e non può essere separata dalla liberazione della terra.

La nostra intervista a Vandana Shiva presso la Casa delle Donne di Roma

Le crisi dei rifugiati, dei cambiamenti climatici, della sovranità alimentare e della salute globale dipendono dalle comunità agricole, dalle economie locali, dal sistema di produzione di cibo e dalla gestione delle sementi che ormai sono in mano a pochissimi. Infatti sono quattro gruppi industriali (Monsanto, Bayer, DuPont, Dow Chemical) che controllano il monopolio mondiale della chimica e delle sementi.  Ingegnerizzando, e quindi brevettando, semi e piante si detiene il potere sulla vita del pianeta e sulla libertà dei popoli”. 

L’esperta mondiale di ecologia sociale denuncia che queste sono battaglie di democrazia. Il principio di sussidiarietà è il diritto di poter scegliere le priorità per la tutela dei propri diritti. “Bisogna decolonizzare corpi e cervello, essere capaci di pensarsi liberi. La libertà ha a che vedere con il ristabilire le relazioni di interdipendenza tra noi, il cibo, l’agricoltura e il pianeta. Siamo cicli di una rete alimentare, si dà e si riceve. La terra va protetta, custodita e ringraziata”.

Intervista e riprese: Daniela Bartolini e Annalisa Jannone
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/vandana-shiva-fermiamo-deriva-tossica-mondo-meme-21/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Eclettica, una street factory nell’entroterra della Sicilia

Un’area di incubazione artistica, ecologica e sportiva in cui i cittadini, giovani ma non soltanto, possano aggregarsi ed esprimersi con lo scopo di realizzare i propri talenti, apprendendo e diffondendo buone pratiche. È questo l’obiettivo di Eclettica, centro polifunzionale di Caltanissetta composto di spazi aperti e chiusi che è stato riqualificato dopo 15 anni di degrado. Fino a diventare uno dei più innovativi progetti di coesione urbana e sociale presenti oggi in Sicilia.

“Eclettica è un polmone urbano e sociale. No, anzi, un centro di aggregazione. No, aspetta, rifacciamola. Eclettica è una piattaforma. Anzi, un’oasi. Meglio, una fucina. No, scusa, rifacciamola ancora.” Inizia più o meno così la nostra intervista ad Alessandro Ciulla, presidente di Eclettica, associazione sportiva e di promozione sociale di Caltanissetta. Ma è colpa nostra, che gli abbiamo fatto questa domanda nonostante di questa divertente indecisione Alessandro ci aveva avvertiti fin da subito. “Non mi vorrete domandare cos’è Eclettica, vero? No, perché non lo so nemmeno io”, aveva scherzato appena dopo averci stretto la mano. Un’indecisione perfettamente giustificabile, però, vista la quantità di significati sociali che riveste questo progetto nel tessuto urbano della città nissena. L’associazione, infatti, non ha soltanto ristrutturato una vecchia pista di pattinaggio abbandonata da 15 anni, ma ha cambiato completamente, a tempo di record e senza alcun finanziamento pubblico, i connotati di un’area di 3mila metri quadrati vicina al centro storico che era diventata una piazza di spaccio e uno dei luoghi più degradati della città, trasformandolo in uno spazio verde polifunzionale.

È la fine del 2015 quando Alessandro, insieme a Federica, Silvia e Francesco – età media 27 anni, tutti di ritorno da esperienze di studio e lavoro fuori dalla Sicilia – vincono il concorso di idee “Boom Polmoni Urbani” promosso dal Farm Cultural Park di Favara (AG) e dal Movimento 5 Stelle Sicilia, che metteva in palio 120mila euro in tre anni (soldi in gran parte provenienti dalla decurtazione volontaria degli stipendi dei deputati regionali del M5S) per tre progetti di riqualificazione urbana sul territorio dell’isola. Il nome del progetto? Street Factory Eclettica.

L’associazione viene costituita proprio per partecipare al bando. Aiutata dalle donazioni dei cittadini nisseni che rispondono a un immediato appello pubblico da parte dei quattro giovani, essa inizia da subito raccogliere risorse umane e materiali (provenienti soprattutto dal riciclo) sufficienti a ripulire l’area, a riqualificarla e ad aprirla al pubblico in meno di un anno, utilizzando solo la prima delle tre tranche di finanziamento di 40mila euro previste dal bando e destinando quindi le altre due tranche per le migliorie e gli ampliamenti degli anni successivi.

Ma in cosa consiste una street factory (letteralmente “fabbrica di strada”)? Alessandro alla fine supera ogni reticenza nel cimentarsi in una sintesi, e ce lo dice. “Per street factory”, chiarisce, “intendiamo un’area di incubazione artistica, ecologica e sportiva, in cui i giovani possano esprimersi con l’obiettivo di realizzare i propri talenti. Si tratta di un luogo in cui avvicinarsi allo sport, all’arte, alla musica, agli eventi e alla socialità in un contesto di legalità, dove le persone possono venire a studiare, giocare, dipingere, rilassarsi, imparare e farsi sensibilizzare dalle buone pratiche che Eclettica vuole promuovere: riciclo, sostenibilità, riduzione dei rifiuti, agricoltura urbana ed economia circolare”.  

Ecologia, arte e sport sono dunque i tre rami convergenti del progetto. “Il legame tra questi tre elementi è venuto fuori naturalmente”, continua Alessandro, “sia perché il progetto è eclettico per natura, visto che vuole abbracciare diversi ambiti, ma soprattutto perché la loro unione soddisfa la possibilità di creare un’oasi urbana per il tempo libero che guardi alla ricreazione, alla diffusione di buone pratiche, alla formazione.” Ecco perché, mentre piccoli orti urbani crescono assieme al giardino botanico allestito in loco, diversi artisti di strada – siciliani e anche internazionali – lasciano segni del loro passaggio con l’obiettivo di nutrire il “giardino d’arte” presente nei sogni di Alessandro e dei suoi compagni di avventura.

Ma è il ramo sportivo quello che l’associazione considera principale e il fiore all’occhiello del progetto. “Appena partiti abbiamo invitato i nostri concittadini a venire per cimentarsi con i vari sport di strada che proponiamo, primi fra tutti quelli rotellistici nel nostro skate-park (pattinaggio, skateboarding, monopattino, overboard, hockey, mini-hockey), che qui a Eclettica possono finalmente essere praticati in maniera sicura sia a livello dilettantistico sia da chi coltiva il sogno di affacciarsi un giorno all’agonismo”. Un invito che non è passato inosservato, stante i numeri raggiunti fin da subito. Inaugurato a giugno del 2016, in soli 3 mesi Eclettica contava già 600 tesserati, ossia più dell’1% dell’intera popolazione di Caltanissetta, senza considerare gli utenti non tesserati che usufruiscono della struttura. Intanto, a distanza di quasi tre anni, il progetto si sviluppa e, oltre ai campi di mini-basket e free-climbing realizzati nel frattempo, stanno per essere inglobati nel progetto anche diversi terreni incolti contigui all’impianto, alcuni dei quali sequestrati alla mafia. Lo scopo è quello di trasformare questi terreni in orti urbani e di rifornire la microfiliera produttiva che sta già dando i suoi frutti, visto che i primi prodotti degli orti sono serviti a rifornire i vicini ristoranti del centro storico di Caltanissetta. “Più chilometro zero di così…”.

Come trascurare, poi, l’indotto sociale sui quartieri limitrofi, a cominciare dalla partecipazione dei pensionati del quartiere, coinvolti in qualità di sorveglianti e di diffusori di saperi? Una valenza sociale sottolineata ancor più dal fatto che la Street Factory Eclettica è fruibile a condizioni estremamente vantaggiose proprio per consentire l’accesso anche alle fasce di popolazione più disagiate. Se per la parte sportiva è stata prevista un’assicurazione annua per i tesserati e un contributo di appena 1 euro per poter entrare senza limiti di tempo sugli impianti (e di 1 altro euro per l’eventuale noleggio delle attrezzature sportive), tutto il resto della struttura e, difatti, accessibile gratuitamente. Oltre agli impianti all’aperto, Eclettica oggi dispone di sale chiuse quali spogliatoi, snack bar e una sala attività in grado di produrre un reddito minimo per la struttura, che si regge sostanzialmente sul lavoro volontario dei membri dell’associazione e di tutti coloro che danno una mano. Proprio la sala attività, attrezzata di impianto audio e video, è uno dei vanti di Alessandro: “È a disposizione non solo degli utenti ma anche di altre associazioni alle quali la carenza di spazi in città non permette di riunirsi e di alimentare la propria capacità progettuale”. Già, perché ad Eclettica chiunque può utilizzare la sala per corsi, presentazioni, seminari, prove per musicisti, riunioni di comitati. “Una cosa che procura anche lavoro e reddito a coloro i quali si impegnano per organizzare le iniziative che mantengono viva e dinamica la città”. 

Intervista: Daniel Tarozzi

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/eclettica-street-factory-entroterra-sicilia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Sarà in Italia il raduno europeo 2019 degli ecovillaggi

Approda in Italia, nel prossimo mese di luglio, la Conferenza Europea degli Ecovillaggi (GEN eu) per il 2019. L’appuntamento è alla Comune di Bagnaia, comunità attiva da tempo in Toscana.

L’edizione del 2019 della Conferenza Europea degli ecovillaggi (GEN eu) si terrà in Italia e per la precisione alla Comune di Bagnaia, comunità da tempo attiva in Toscana.

Si tratta del raduno annuale aperto a chi vive in ecovillaggio, a chi sogna di viverci e anche a chi sente affinità con il movimento e per il ritrovo i partecipanti provengono da tutta Europa e da tutto il mondo.

Dopo alcune edizioni in svariate nazioni del mondo, l’importante momento di confronto e condivisione delle esperienze torna quindi nel nostro paese, facendo cadere la scelta su un luogo particolarmente significativo per la realtà dell’abitare condiviso. La Comune di Bagnaia ONLUS è una comunità intenzionale attiva da molto tempo in Toscana e «non ha mancato di ispirare nel tempo numerosi ecovillaggisti, fautori del cambiamento, ricercatori e cittadini del mondo da tutta Europa e oltre con le soluzioni innovative sperimentate giornalmente» spiegano dalla Rive, la Rete Italiana degli Ecovillaggi.

Fondata nel 1979, gli obiettivi principali di Bagnaia sono vivere in modo autosufficiente, avere cura dell’ambiente e sostenere trasformazioni sociali positive attraverso la pace e la giustizia sociale.

«Guidati da questi valori, il raduno del 2019 porrà l’attenzione sulla partecipazione attiva, l’azione e la solidarietà, così che possiamo restare uniti di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, rafforzati dalla nostra coesione nella diversità» spiegano ancora dalla Rive.

E ancora: «Nutrendo l’azione concreta attraverso un apprendimento pratico, la partecipazione e la creazione di reti, intendiamo generare una reazione a catena che vada oltre il raduno stesso, e che contribuisca alla costruzione di comunità e a una più ampia guarigione, così da favorire l’avvento di quel mondo ideale a cui tutti noi aspiriamo».

«La Conferenza Europea degli Ecovillaggi è un evento realmente co-creato – spiegano i promotori –  il nostro programma attinge dalla saggezza di tutte le reti di comunità associate e da tutti i movimenti collegati al GEN d’Europa e del mondo.  Coloro che parleranno e che terranno laboratori durante la conferenza offrono le loro capacità in dono, per la creazione di quel mondo ideale a cui tutti noi aspiriamo. Le tematiche che si intrecceranno nel programma di quest’anno rappresentano tre valori particolarmente cari alla Comune di Bagnaia Onlus: la pace, l’ecologia e la giustizia sociale. Il programma metterà in mostra progetti, soluzioni e conoscenze che possano ispirare un’azione concreta e un cambiamento duraturo in queste tre aree di applicazione, sia all’interno degli ecovillaggi che nel mondo esterno».

PACE

La Comune di Bagnaia Onlus ha una lunga tradizione di attività per la costruzione della pace. «Verranno messe in gioco le esperienze di coloro che hanno dedicato le loro vite a questa causa e insieme ideeremo delle strategie per creare una cultura globale di pace» spiegano i promotori.

ECOLOGIA

«La conferenza cercherà di onorare la Madre Terra e quel meraviglioso e misterioso universo che ci sostiene e provvede per noi attraverso rituali, celebrazioni, pratiche spirituali, insegnamenti e azioni concrete».

GIUSTIZIA SOCIALE

«Attraverso il nostro impegno per la solidarietà internazionale, cercheremo di porci interrogativi profondi sul nostro movimento e di diffondere trasformazioni sociali positive che abbiano la giustizia sociale come base».

QUI il sito dell’evento

Qui per le prenotazioni

Fonte: ilcambiamento.it

Un secolo fa moriva il padre dell’ecologia

L’ecologia è «la scienza dell’insieme dei rapporti degli organismi con il mondo circostante, comprendente in senso lato tutte le condizioni dell’esistenza», scriveva nel 1866 il tedesco Ernst Haeckel. Creando un nome e una scienza. Haeckel è morto nel 1919, un secolo fa. E nel frattempo…

L’ecologia è «la scienza dell’insieme dei rapporti degli organismi con il mondo circostante, comprendente in senso lato tutte le condizioni dell’esistenza», scriveva nel 1866 il tedesco Ernst Haeckel. Creando un nome e una scienza.
Haeckel è poi morto nel 1919, cento anni fa. Un secolo dopo la sua scomparsa il nome e soprattutto la scienza che ha inaugurato sono di stringente attualità. Il nome ecologia è diventato di senso comune, quanto alla scienza è chiamata ad affrontare il problema maggiore che l’umanità ha di fronte in questo secolo, il suo rapporto con l’ambiente. Il nome ecologia, inventato da Haeckel, deriva dal greco οίκος, che vuol dire casa. E ha la medesima radice etimologica di economia. Che, in fondo, è la scienza della gestione della casa, sia pure un po’ allargata. Per analogia, l’ecologia può essere definita come la scienza della gestione dell’ambiente, che è la casa di tutti gli organismi viventi.
Quanto al concetto scientifico, molti sostengono che l’ecologia non nasce nel XIX secolo con la definizione e il progetto scientifico di Haeckel, ma nasce già nel XVIII secolo, con l’idea cara a Carlo Linneo di «economia della natura». La quale, come una madre, gestisce la casa comune assegnando a ogni specie vivente il suo giusto posto, il giusto accesso al cibo, il giusto tasso di crescita demografica. Nel quadro di quell’armonia insieme razionale e provvidenziale con cui lei, la natura, crea e governa la rete di interdipendenze tra le sue singole parti. In realtà già Aristotele aveva prestato attenzione all’armonia della natura e, in particolare, all’armonia tra le specie viventi. E, dopo Linneo, molti naturalisti si erano dedicati allo studio delle catene alimentari e del controllo delle popolazioni biologiche. Cosicché le radici culturali della scienza ecologica sono profonde e ramificate. Tuttavia è solo nella seconda parte del XIX secolo che l’ecologia può iniziare a essere o, almeno, a proporsi come scienza. Solo dopo, cioè, che la scoperta delle grandi estinzioni di massa ha iniziato a minare alla base l’idea provvidenziale di armonia della natura. E solo dopo che Charles Darwin ha riformulato in termini dinamici e, per certi versi drammatici, l’idea razionale di armonia della natura. Nella teoria darwiniana di selezione del più adatto, infatti, la natura non è sempre una madre. In ogni caso la natura non ha alcun fine. La casa comune dei viventi è in costante cambiamento. E i rapporti tra le specie non sono solo di armonica interdipendenza, ma anche di fiera competitività. In definitiva, nella teoria darwiniana le specie e l’ambiente coevolvono alla ricerca perenne di un adattamento reciproco che è cieco (non sa dove va) e non è mai concluso.
È a questa visione del tutto nuova della natura che Ernst Haeckel, pioniere dell’evoluzionismo in Germania, fa riferimento quando inaugura l’Oekologie, la scienza, appunto «dell’insieme dei rapporti degli organismi con il mondo circostante, comprendente in senso lato tutte le condizioni dell’esistenza». I lavori sul campo dei primi ecologi riguardano il rapporto tra la fisiologia e geografia delle piante. Ma nasce subito una ecologia teorica che si interroga sui fondamenti di questa disciplina. Partendo dal presupposto che l’ecologia non è una semplice branca della biologia.
John S. Burdon Sanderson, nel 1893, sostiene per esempio che l’ecologia costituisce certamente, insieme alla fisiologia e alla morfologia, una delle tre grandi parti in cui si divide la biologia. Ma l’ecologia si distingue dalla fisiologia e dalla morfologia perchè rappresenta «la filosofia della natura vivente».

Ecco, dunque, cosa ha inventato Haeckel: una «filosofia della natura vivente».

Il 12 aprile del 1913, infine, nasce a Londra la prima società di ecologia, la British Ecological Society. Gli studiosi di ecologia iniziano a formare una comunità scientifica che si autoriconosce. Che propone i suoi modelli di interpretazione della natura. Negli anni ‘20, per esempio, Alfred Lotka e Vito Volterra propongono i primi modelli matematici per spiegare le relazioni tra prede e predatori in natura. E Vladimir Vernadsky propone il primo modello di ecologia globale: la Terra come casa comune di tutti gli organismi viventi e di tutti i rapporti tra gli organismi viventi. Vernadsky considera la Terra come un solo e inscindibile sistema ecologico. Tuttavia molto utile si rivela il concetto limitato di ecosistema che, nel 1935 con un articolo sulla rivista Ecology, introduce Arthur Tansley, definendolo come l’insieme degli organismi viventi e delle componenti non biologiche necessarie alla loro sopravvivenza in una certa area. Ora lo studio integrato delle componenti biotiche e delle componenti abiotiche degli ecosistemi, siano essi grandi come la foresta amazzonica o il deserto del Sahara, o piccoli come un laghetto di montagna, è decisivo per comprendere la complessità irriducibile che caratterizza i sistemi ecologici. Tuttavia è la scoperta delle dimensioni globali dell’ecologia che pone questioni fondamentali alla scienza ecologica. Questa scoperta, come abbiamo detto, va riconosciuta a Vladimir Vernadsky e, dunque, risale agli anni ’20. Tuttavia, come rileva Eugene Odum, è solo intorno agli anni ’60 che diventa un concetto diffuso, anche a livello di grandi masse. La scoperta di massa dell’ecologia e dell’ecologia globale coincide e fortemente dipende dalla constatazione che l’uomo è (anzi, è diventato) un attore ecologico globale. Capace di influenzare non solo singoli ecosistemi, ma l’intera ecosfera. È negli anni ’60, infatti, che i mezzi di comunicazione di massa scoprono i primi problemi ecologici globali. Come, per esempio, l’inquinamento radioattivo generato dagli esperimenti nucleari in atmosfera. O come l’inquinamento chimico, denunciato come problema emergente e globale nel 1963 da Rachel Carson con un fortunato libro, La primavera silenziosa. Ed è, infine, nel 1968 che il biologo Paul Ehrlich pubblica il suo libro, The Population Bomb, in cui dimostra che, tra i problemi ecologici globali, c’è l’esplosiva capacità riproduttiva conseguita dalla specie umana. Moltiplicandosi con un successo senza precedenti, l’uomo rappresenta una minaccia per gli equilibri ecologici locali e globali. Negli ultimi anni l’impronta umana sui cambiamenti del clima globale e sull’erosione della biodiversità, un’erosione così rapida da indurre alcuni ecologi a parlare di grande estinzione di massa, è stata riconosciuta non solo in termini scientifici, ma anche in termini politici. Nella Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo organizzata dalle Nazioni Unite nel 1992 a Rio de Janeiro, praticamente tutti gli stati della Terra si sono impegnati solennemente a cercare di ridurre l’influenza umana sulla dinamica del clima e sulla dinamica della biodiversità.
L’emergere dei problemi ecologici globali e della necessità di una politica ecologica globale pone non pochi problemi all’ecologia, alla scienza della gestione dell’ambiente. Il primo e, forse, il più immediato di questi problemi veniva sollevato già nel 1978 da Paul Colinvaux. E consiste nel rischio che l’ecologia si dimentichi, in qualche modo, di essere la scienza della coevoluzione globale del mondo vivente e dell’ambiente che lo ospita e si riduca a scienza dell’inquinamento. Tuttavia ci sono altri problemi teorici connessi allo studio dell’ecologia globale. Perché questa visione dell’ecologia si fonda su una constatazione inoppugnabile: l’uomo è una specie tra le specie. E tuttavia questa constatazione, inoppugnabile, comporta delle conseguenze. L’uomo e i suoi comportamenti, compresi quelli morali e politici, l’uomo e la sua coscienza ecologica, sono parte dell’ecosistema globale e, quindi, sono oggetto di studio da parte dell’ecologia. Questa conseguenza ne genera, a cascata, molte altre. C’è, per esempio, un’esigenza di specificare meglio cosa intendiamo per specie tra la specie. Perché non c’è dubbio che l’uomo è una specie biologica come infinite altre e, in particolare, una specie predatrice tra tante altre specie predatrici esistenti. Tuttavia vi sono ci sono almeno due condizioni a contorno che rendono l’attività predatrice dell’uomo diversa da ogni altra. La prima è che l’innovazione tecnologica fondata sulle conoscenze scientifiche rende particolarmente efficace, come rileva Jean-Paul Deleage, la sua opera di predazione. La seconda è che l’uomo ha coscienza della efficacia enorme e della pericolosità della sua attività predatrice. Sa che ha iniziato a tagliare il ramo su cui è seduto. E che, se il ramo cade, egli stesso si farà male. Poche altre specie, nella storia della vita, hanno avuto un’efficacia enorme nella dinamica ecologica globale. E, in ogni caso, nessun’altra ne ha mai avuto coscienza. Ciò rende l’ecologia una scienza davvero particolare. Molto diversa, per esempio, dall’astronomia: che è una scienza fondata sull’osservazione di una parte dell’universo su cui l’osservatore non ha praticamente influenza. Ma è molto diversa anche dalla chimica: noi, infatti, possiamo conoscere e persino sfruttare tecnologicamente le leggi chimiche. Non possiamo però modificarle. In ecologia, invece, l’osservatore partecipa inevitabilmente all’esperimento che osserva. Anzi, l’uomo mentre osserva la dimensione ecologica del mondo genera una costellazione di feedback molto difficile da dirimere. Tutto ciò pone un grande problema di obiettività. Nessun osservatore può essere obiettivo quando osserva sé stesso. Inoltre, la dimensione ecologica del mondo coinvolge l’esistenza stessa dell’uomo. L’organizzazione della sua società. L’ecologia scientifica inaugurata da Haeckel è la presa di coscienza di questo coinvolgimento. Cosicché l’ecologia scientifica è, inevitabilmente, ecologia politica. E, quindi, economia politica. In definitiva possiamo legittimamente chiederci che razza di scienza sia l’ecologia. Ma, quale che siano le opinioni sul suo statuto epistemologico, abbiamo un bisogno sempre più impellente di conoscere «l’insieme dei rapporti degli organismi con il mondo circostante, comprendente in senso lato tutte le condizioni dell’esistenza». Perché tra quelle condizioni dell’esistenza individuate da Haeckel ci sono anche le condizioni di esistenza della specie umana. Specie biologica con un ruolo sempre più globale. Ma pur sempre specie biologica, per la quale l’ecologia, la «gestione della casa», è una questione di sopravvivenza.

Chi è Pietro Greco

Pietro Greco, laureato in chimica, è giornalista e scrittore. Collabora con numerose testate ed è tra i conduttori di Radio3Scienza. Collabora anche con numerose università nel settore della comunicazione della scienza e dello sviluppo sostenibile. E’ socio fondatore della Città della Scienza e membro del Consiglio scientifico di Ispra. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

Non c’è sostenibilità possibile se non è ecologica e sociale allo stesso tempo

Non molti se ne rendono conto, purtroppo. Ma la natura offre all’uomo una serie di servizi che hanno un enorme valore, ma non di mercato. Ci sembrano gratuiti. E tali li considerano, ancora una volta purtroppo, anche gli economisti che aderiscono alla scuola classica.9879-10667

Ma gratuiti non lo sono affatto, perché quasi tutti i beni che la natura ci offre sono soggetti a depletion (esaurimento) e/o a pollution (inquinamento). Sentono l’impronta umana. È nostro interesse e, insieme, nostro dovere morale dare un valore ai beni della natura che sfuggono all’unico sistema di valutazione universalmente conosciuto o, almeno, concretamente applicato: il valore di mercato. Perché solo se ne riconosciamo il valore possiamo utilizzarli, quei beni della natura, in maniera sostenibile.  Di recente gli economisti ecologici hanno trovato un metodo – perfettibile, per carità – per dare un valore ai beni della natura al di là di quello di mercato: lo chiamano willingness to pay (WTP), che potremmo tradurre in “disponibilità a pagare”. Quanti quattrini sei disposto a tirar fuori per una spiaggia pulita e per un’aria tersa e per fermare l’erosione della biodiversità e per contrastare i cambiamenti climatici? Chi studia il rischio sa bene quanto conti la sua percezione. Se noi percepiamo che una spiaggia sporca o un’aria inquinata o la perdita di biodiversità o i cambiamenti del clima sono un rischio, allora siamo disponibili a impegnarci per minimizzarlo. Il willingness to pay altro non è che un modo di quantificare la percezione del rischio o anche, se volete, a valorizzare i capitali della natura che non hanno un valore di mercato. Ebbene, molte analisi, sia teoriche che empiriche, hanno dimostrato che la willingness to pay, la disponibilità a pagare per un bene naturale che non ha mercato cresce con il reddito. Con il reddito familiare, per una persona singola. Con il Prodotto interno lordo per una nazione. Più si è ricchi, più si è disposti a pagare. Ma la disponibilità a pagare e a riconoscere un valore ai beni della natura che non hanno un valore di mercato, dicono da tempo gli economisti ecologici, non cresce indefinitamente con il reddito. Al contrario, tende asintoticamente a un valore soglia. Non è sorprendente. A tutte le cose attribuiamo un valore massimo, che dipende sì dal nostro reddito, ma non solo da esso. Per una bella giornata al mare siamo disposti a pagare molto, ma non più di tanto. Per la sicurezza di un nostro figlio non c’è prezzo. È evidente che nell’attribuire un valore a beni – come una bella giornata al mare o a un figlio – intervengono altri fattori che non sono solo economici. Così è anche per la willingness to pay per i beni della natura. Quando attribuiamo (o non attribuiamo) loro un valore, entrano in gioco fattori economici ma anche fattori di altro tipo. Già, ma di che tipo?

Per quanto strano possa sembrare, pochi finora hanno tentato di rispondere a questa domanda. Alcuni, di recente, hanno tentato di farlo per via teorica. Ma solo ora abbiamo un’analisi che sia di tipo teorico che empirico: l’hanno resa pubblica nei giorni sulla rivista Ecological Economics il tedesco Moritz A. Drupp, dell’Università di Amburgo, e un gruppo di suoi collaboratori. Ed è una risposta inattesa, almeno in apparenza: oltre che dal reddito la willingness to pay dipende dal tasso di equità sociale del Paese in cui si vive. Il che significa che a parità di reddito, uno svedese o un tedesco (che vivono in paesi con alto tasso di uguaglianza sociale) è disponibile a pagare di più per un bene della natura di un americano o di un italiano, Paesi dove la disuguaglianza sociale è altissima. La risposta è solo in apparenza sorprendente, perché è chiaro che la percezione dei beni comuni è maggiore proprio lì dove la ricchezza individuale è meglio distribuita. È evidente, concludono Drupp e colleghi, che per diminuire l’impatto umano sull’ambiente e consumare meno e con maggiore oculatezza i capitali della natura dobbiamo lavorare anche per abbattere l’indice di Gini, ovvero il tasso di disuguaglianza di una società. Non è una proposta nuova, a ben vedere. In fondo lo sappiamo dai tempi del Rapporto Brundtland reso pubblico nel 1987 da una commissione indipendente proposta dalle Nazioni Unite che prendeva il nome dal suo presidente, la signora Gro Harlem Brundtland, primo ministro di Norvegia. Il rapporto sosteneva, né più e né meno, che non c’è sostenibilità possibile se non è, nel medesimo tempo, ecologica e sociale. E che il miglior modo per tutelare l’ambiente è costruire una società più giusta.

Pietro Greco

Laureato in chimica, giornalista scientifico e scrittore. È responsabile del Centro Studi di Città della Scienza e direttore della Rivista Scienza&Società. È autore di oltre venti monografie sulla scienza e sulla storia della scienza. È conduttore di Radio3Scienza. Collabora con le università Bicocca di Milano e Sapienza di Roma. Ha fondato, insieme ad altri, il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. È membro del consiglio scientifico di ISPRA. Collabora con la rivista Micron

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Ugo Mattei: “Il diritto segua le leggi della natura” – Meme #9

Le attuali crisi ambientali, economiche e sociali sono imputabili a un sistema giuridico lontano dalla società e dai processi naturali. Eppure, facendo propri alcuni concetti della scienza più avanzata e della visione sistemica, il diritto può divenire parte integrante del miglioramento del mondo. Ne abbiamo parlato con Ugo Mattei, giurista e scrittore, autore insieme al fisico Fritjof Capra del libro “Ecologia del diritto”. Siamo a Panta Rei, centro di sperimentazione ambientale, e intervistiamo il professor Ugo Mattei, giurista e scrittore, in occasione della presentazione del libro “Ecologia del diritto” edito da Aboca, scritto insieme al fisico Fritjof Capra divulgatore del paradigma ecologico sistemico. Scopo del libro è quello di indagare le radici comuni tra pensiero scientifico e giuridico in un momento di svolta del paradigma culturale e sociale. Mattei denuncia la separazione tra il diritto e la società, l’alienazione del diritto dai processi trasformativi culturali, politici, economici e sociali che invece dovrebbero governarlo.

Esperto di Beni Comuni, è stato uno dei promotori del referendum sull’acqua pubblica, da giurista propone che essi si costituiscano in un nuovo genere di soggetto giuridico. Una nuova configurazione proprietaria che liberi i Beni Comuni (primi fra tutti acqua, terra, scuola e informazione) dalla sovranità del privato e/o dello Stato finalizzata alle reali esigenze di chi li vive. Propone così ad esempio la costituzione di aziende dei lavoratori, la catena di produzione di cibo in mano a piccoli finanziatori, servizi di conservazione delle terre, banche di comunità e cooperative di credito. L’idea è che il diritto non deve essere subito dalla comunità ecologica ma vivere per essere rigenerativo e a garanzia dei valori della vita. Il cambiamento deve superare la logica, definita “estrattiva”, meccanicistica, predatoria neoliberista legata alla quantità verso un paradigma sistemico volto a creare una comunità giuridica a rete, ecologica capace di generare tempo comune e beni comuni per proteggere il pianeta terra e l’accesso di tutti alla disponibilità delle risorse condivise.soil-3301161_960_720

Mentre la scienza più avanzata sta percorrendo questo processo evolutivo il diritto ne è completamente avulso. Dovrebbe invece imparare dai processi naturali ritornando a rapportarsi con la vita. Costituire le diverse soggettività della comunità ecologica nel suo insieme complessivo, per operare processi trasformativi dal basso. Già molte persone in Italia stanno creando realtà legate alla qualità delle relazioni con visioni di lungo periodo ma manca ancora la visione della sovranità di questi luoghi, di una soggettività politica. Ora più che mai per contrastare il processo di finanziarizzazione e globalizzazione economica che incombe bisogna uscire dalla logica del potere della maggioranza, della legge formale, unica e gerarchica che espropria il bene comune e favorire un riconoscimento dei diritti di chi accede alle risorse, di chi le vive. Mattei propone una gestione virtuosa dei Beni Comuni attraverso competenze ecologiche legate alle comunità di riferimento e libere dall’arbitrio dei confini giurisdizionali dello Stato e degli enti territoriali consentendo l’organizzazione reale in base alle reali necessità della comunità e di tutti viventi. Un ordine dialettico e spontaneo che superi le dicotomie soggetto-oggetto, privato-pubblico e che riconosca il valore delle relazioni di qualità tra tutti i soggetti coinvolti in funzione dell’interesse comune. Insomma le leggi della natura e degli uomini e delle donne dovrebbero seguire le medesime logiche. È necessario imparare a mettere a sistema le capacità organizzative, le resistenze collettive e le competenze della scienza più evoluta per riuscire ad integrare meccanismi rigenerativi e crescere in libertà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/ugo-mattei-diritto-segua-leggi-natura-meme-9/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Un mondo più ecologico? Inizia dalla tinteggiatura delle pareti della tua abitazione

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Una recente ricerca dell’Osservatorio Compass ha confermato tutta l’attenzione degli italiani nei confronti delle case ecosostenibili, dai materiali di costruzione, fino al riciclo e al riuso. Ma c’è un altro elemento chiave: la tinteggiatura delle pareti con vernici ecologiche. Una recente ricerca dell’Osservatorio Compass ha confermato tutta l’attenzione degli italiani nei confronti delle case ecosostenibili: secondo il rapporto, il 28% degli intervistati ha dichiarato di nutrire grande interesse per questo argomento. Non è un caso, dunque, che la creazione di un mondo più ecologico parta proprio da noi e dalle nostre abitazioni. Sono diversi gli aspetti domestici che possono favorire questa missione green: dai materiali di costruzione, fino ad arrivare all’importanza del riciclo e del riuso. Fra i punti chiave di una gestione ecosostenibile della casa troviamo un altro elemento, nonché uno dei più importanti: la tinteggiatura delle pareti, che ci permette di dare nuova vita alla casa senza per questo contaminare l’ambiente. Ecco perché si tratta di un tema che merita un ulteriore approfondimento.

Ecologia e case: come applicare questo concetto con le vernici

Le vernici ecologiche e naturali sono degli strumenti indispensabili per chi desidera vivere senza inquinare e, al tempo stesso, vivere in una casa curata nel minimo dettaglio. Non a caso il concetto di ecologia può essere facilmente applicato anche alle nostre abitazioni: quando si tratta di doverle rinnovare, esistono dei modi e delle misure che ci permetteranno di farlo senza causare ulteriori danni al Pianeta. Le vernici ecologiche sono perfette per questo scopo. I motivi? Sono realizzate solo ed esclusivamente con elementi naturali, dunque non posseggono alcuna sostanza pericolosa per noi e per l’ambiente. Questo non si può dire delle vernici chimiche che, al contrario, sono particolarmente pericolose per entrambi: vengono difatti realizzate con sostanze tossiche, che possono inquinare l’atmosfera e al tempo stesso mettere a rischio la salute di chi abita in casa. Fra l’altro, rimodernare il proprio appartamento con le vernici eco è molto facile e davvero poco costoso: per la tinteggiatura delle pareti interne basta affidarsi ad uno dei tanti specialisti, ottenendo così un risultato perfetto, sostenibile ma anche economico.

Vernici chimiche ed ecologiche: un approfondimento

Le vernici chimiche vengono prodotte utilizzando delle sostanze di origine petrol-chimica: ciò vuol dire che, utilizzandole, si mette in primis a rischio la salute di chi frequenta l’abitazione. Inoltre, queste sostanze sono particolarmente nocive in quanto volatili: tendono infatti ad inquinare velocemente l’aria che respiriamo, specialmente quando vengono utilizzate per tinteggiare i muri interni della casa. Al contrario, le vernici naturali sono totalmente sprovviste di sostanze VOC (volatili) e dunque sicure per l’ambiente e per chi vi abita. Questo perché non producono effetti secondari potenzialmente gravi come le emicranie, la nausea e le irritazioni cutanee. Inoltre, non rilasciando alcun tipo di rifiuto tossico, non causano danni all’ambiente. Fra le altre cose, il ciclo produttivo necessario per realizzare le vernici chimiche produce tonnellate di elementi inquinanti che finiscono nell’atmosfera. Ecco perché ognuno di noi dovrebbe ragionare prima di usare pennello e spatola: ricorrere alle vernici ecologiche, insieme a tutti gli altri prodotti sostenibili, può aiutare noi e sostenere l’ambiente. Inoltre questo può garantire un futuro migliore alle prossime generazioni che abiteranno il nostro pianeta, e che non dovranno così fare i conti con gli errori sin qui commessi dall’uomo.

Fonte: ecodallecitta.it

Imparare dall’orto: in Sicilia un’Aula Permanente di Ecologia

Promuovere l’ecologia ed il lavoro nell’orto come strumento per trasmettere l’educazione ambientale e molte altre competenze. È questa la finalità dell’associazione APE, Aula Permanente di Ecologia, che opera nella Sicilia orientale. Per saperne di più abbiamo intervistato Manuela Trovato, tra le fondatrici del progetto.

È partito nel 2012 in Sicilia, in collaborazione con la cooperativa Anima Mundi e con il comune di Savoca (in provincia di Messina), il progetto APE, Aula Permanente di Ecologia, un’aula all’aperto dedicata alla didattica in orto. Il focus principale dell’associazione che opera nella Sicilia orientale è quello di fornire servizi per la promozione di comportamenti e riflessioni sull’ecologia e la sostenibilità ambientale. In occasione dell’ultimo incontro degli Agenti del Cambiamento, abbiamo intervistato una delle quattro fondatrici di APE, Manuela Trovato che ci ha spiegato le finalità e attività portate avanti dall’associazione.

“Organizziamo corsi e laboratori di formazione per bambine e bambini presso la nostra aula didattica, che è un giardino all’aperto con un orto creato dai bambini  ed un grande orto condiviso. Inoltre organizziamo campagne di educazione ambientale nelle scuole, su temi differenti come l’educazione alimentare, l’economia circolare, l’energia ed il recupero dei materiali”.

Una peculiarità dell’Ape è quella di progettare tutte le attività portate avanti seguendo i principi della permacultura.580760_195426527308205_661790003_n

L’associazione si occupa della realizzazione di orti nelle scuole e offre supporto alle scuole nella creazione di orti scolastici sia dove ci sono dei giardini sia implementando sistemi orticoli in piccoli spazi o in cassette. “Noi – ci spiega Manuela – consideriamo l’orto uno strumento didattico trasversale. Tramite il lavoro pratico riusciamo infatti a trasmettere nozioni e concetti di matematica, scienze, biologia, storia e spesso anche inglese”.

“Preferiamo lavorare nell’orto soprattutto con le bambine ed i bambini della scuola primaria perché sono già consapevoli delle loro azioni e avvertiamo meno la paura che possano farsi male. Con le bambine ed i bambini della scuola materna in genere avviamo percorsi di avvicinamento e sensibilizzazione alle tematiche che poi permetteranno loro la creazione e la gestione di un orto. Le attività di Ape si rivolgono anche ai ragazzi della scuole superiori, in particolare con campagne di sensibilizzazione”.img_20150518_115843-1024x768

“Il nostro obiettivo – conclude Manuela – è far passare il concetto che l’orto è un luogo in cui possiamo insegnare non soltanto l’educazione ambientale ma molte competenze. Inoltre vorremmo trasmettere altri metodi di lavoro in classe come la facilitazione, la comunicazione non violenta, l’ascolto empatico e molte altre metodologie utili a trasmettere l’educazione ambientale”.

 

Visualizza APE sulla Mappa dell’Italia che Cambia! 

 

Il sito di APE 

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/12/sicilia-aula-permanente-di-ecologia/

La lotta allo spreco della ministra francese

La ministra francese dell’ecologia, Ségolène Royale, prosegue nella sua lotta contro gli sprechi e ha ottenuto l’ok dai supermercati che si impegnano a limitare i rifiuti alimentari. La Royale sta anche proponendo di modificare il sistema europeo che determina la scadenza di certi cibi.sprecoalimentare_vignetta

Naturalmente non li può obbligare per legge, ma la Royale ha ottenuto dai supermercati del paese l’impegno a tagliare gli sprechi e ridurre i rifiuti alimentari. E’ stato siglato un vero e proprio accordo tra la ministra francese dell’ecologia e i rappresentanti delle catene di supermercati francesi: il cibo non venduto verrà regalato agli istituti della carità. L’accordo vieta anche di distruggere il cibo invenduto che sia ancora commestibile e abolisce la data di scadenza per determinati prodotti come zucchero e aceto. Nel giro di tre mesi partiranno i primi controlli e la Royale assicura che userà tutti gli strumenti legali a sua disposizione per garantire il successo dell’accordo. Altra parte dell’intesa riguarda il fatto di ampliare la gamma di prodotti per i quali abolire l’obbligo di indicare la scadenza, ma la lista viene formulata dall’Unione Europea e per modificarla occorrerà intavolare una trattativa. La Royale ha quindi intenzione di nominare una commissione di esperti che individuino una serie di raccomandazioni che poi potranno essere sottoposte alle autorità europee competenti in materia. E’ però vero che la maggior parte degli sprechi e dei rifiuti alimentari prodotti si individuano nelle case private e nei ristoranti, come risulta da un rapporto redatto dal parlamentare francese Guillaume Garot. In media i francesi gettano dai 20 ai 30 chili di cibo a persona ogni anno, inclusi 7 chili di alimenti nemmeno aperti. Se si considera l’intera filiera alimentare, la cifra sale a 140 chili a persona ogni anno. Ma il problema non è chiaramente solo francese. L’Onu ha stimato che venga sprecato nel mondo dal 30 al 50% del cibo. In media, nell’Unione Europea gli sprechi arrivano a 179 chili di cibo gettato e, se si continua così, si stima che si arriverà a 126 milioni di tonnellate ogni anno nel 2020. In Italia riscuote molto successo l’iniziativa “Brutti ma buoni della Coop, che prevede la distribuzione ai bisognosi dei cibi quasi a scadenza e rimasti invenduti. Collaudata ed efficacissima anche l’esperienza di Banco Alimentare, che dall’1 gennaio di quest’anno ha già raccolto 45mila chili di cibo da fornire a cittadini in difficoltà.

Fonte: ilcambiamento.it