Quando libertà e non violenza entrano a scuola.

Un connubio originale tra Maria Montessori e Marshall Rosemberg per portare nelle aule un approccio educativo fondato sulla libertà e la comunicazione non violenta. È la direzione scelta dall’associazione Parlare Pace che a Bargecchia, in provincia di Lucca, ha avviato l’esperienza pedagogica di “A scuola in libertà”.

“Maria Montessori diceva che realtà e fantasia non vanno divise, bisogna che vadano a braccetto perché la fantasia è quella che ti permette di sviluppare l’intelligenza, e l’intelligenza porta al cambiamento”. Queste sono alcune delle parole che Paola Francesconi, presidente dell’Associazione Parlare Pace, ha condiviso con noi quando, in una calda giornata di giugno, ci siamo inerpicati con il nostro mitico camper, su per le colline del comune di Massarosa. Direzione la sede di “A scuola in libertà”, a Bargecchia, in provincia di Lucca.

Queste prime parole raccontano già tanto di questo progetto: la capacità di osservare la realtà e con creatività individuare nuove linee di azione e cambiamento, partendo da ciò che piace, interessa, appassiona. Il mondo si può cambiare partendo da qualsiasi punto. Come nei Sette Sentieri di Italia che Cambia, non è importante tanto da dove si parte, quanto dove le nostre strade confluiscono e si incontrano. Parlare Pace Onlus nasce nell’ottobre 2012 da un’idea di Paola, studi in Scienze della Pace e numerose esperienze nel sud del mondo, e non solo, con bambini e adolescenti, e suo marito. In comune il desiderio di dare il proprio supporto al cambiamento. Per farlo hanno pensato di dedicarsi ad un progetto che mettesse le famiglie al centro, chiedendosi prima di tutto se questo fosse un desiderio condiviso da altri, se ci fossero altre persone che avessero i loro stessi interessi e che volessero un cambiamento sociale effettivo. Una comunione di intenti e modalità di operare essenziale per poter costituire una vera associazione. Così è nato un primo spazio “in cui i bambini potessero crescere felici”, racconta Paola, “siamo partiti con due bambini, mia figlia e un bimbo polacco, in un appartamento in una fattoria. Lì siamo rimasti finché il numero dei bambini non è arrivato a dodici. Ci siamo inventate la nostra quotidianità, e abbiamo approfondito l’approccio Montessori, grazie a Prisca Melucco presidente di Montessori in pratica”.

Parlare Pace segue infatti due filoni, uno legato alla pedagogia di Maria Montessori e uno legato alla comunicazione non violenta di Marshall Rosemberg. Un approccio che si realizza nella quotidianità di “A scuola in libertà” che da settembre 2017 si è insediata nella ex scuola elementare di Bargecchia. Un edificio comunale inutilizzato da tempo che l’associazione ha in gestione dall’agosto 2017, dopo aver vinto un bando di gara. Oggi sono 22 le famiglie coinvolte e 35 i bambini che frequentano la scuola: c’è la casa dei bambini dai 3 ai 6 anni e la parte dedicata ai bambini della scuola primaria, dalla prima alla quarta, tutti insieme. Quest’anno per la prima volta c’è anche la quinta elementare.

“A scuola in libertà” è una scuola parentale ma, ci dice Paola, “quando si parla di progetto di educazione parentale spesso si fraintende, si pensa che la mamma e il papà siano presenti nella didattica del figlio, in classe. Per noi il progetto necessita di una sua entità ed identità nell’approccio, quindi ci vogliono persone formate” per accompagnare i bambini nel loro processo formativo. “Poi ci vuole la parte dei genitori, senza la quale non è possibile andare avanti, sono due facce della stessa medaglia. Ci riuniamo ogni 15 giorni per condividere e progettare. C’è una grande partecipazione. I genitori si organizzano autonomamente in gruppi, per svolgere ciò che esula dai compiti dell’educatore: c’è chi si occupa delle pubbliche relazioni, chi organizza gli eventi, chi pensa all’organizzazione delle gite ed altri hanno aiutato con i permessi comunali e nei lavori di restauro della scuola”.

La ristrutturazione della scuola, che si estende su due piani per 500 metri quadrati, non è stata semplice, i lavori sono stati molti e importanti, e non sono conclusi. Un investimento necessario perché questo “vuole essere un progetto a lungo termine”. 

“Sono andata a scuola proprio qui – prosegue Paola – qui ho fatto le elementari e le mie insegnanti mi hanno trasmesso l’amore per il sapere, il conoscere, l’interessarsi agli altri”. Oggi Paola osserva tra le stesse mura, bambini interessati alla cultura, al sapere, curiosi, grazie all’approccio educativo, connubio originale tra Montessori e Rosemberg. Nella scuola questo si riflette “in ogni cosa che viene detta e fatta. Maria Montessori mette al centro il bambino nella sua interezza, cioè quello che può essere, l’uomo futuro, il potenziale che ha dentro. L’approccio alla comunicazione di Rosemberg mette in risalto quello che io sento e quello che io desidero, che sono cose distinte. Qui abbiamo questo tipo di comunicazione, anche nel gestire i pochi conflitti che accadono. Ci preoccupiamo di cosa è vivo nell’altro e in me”.

Quella di Bargecchia è una scuola libertaria, la quale si basa sulla convinzione che ogni bambino è competente. Il compito della scuola è quindi mettere ogni studente in condizione di scegliere secondo i propri interessi. Non si tratta di un insieme di regole da rispettare e neppure della libertà assoluta dei bambini. Questa scuola opera per incoraggiare il loro apprendimento e le loro capacità pratiche ed intellettuali in modo armonico e integrale. Tutto ciò viene fatto per permettere ad ogni essere di diventare ciò che è e che desidera diventare. Altri concetti di base di questo approccio educativo sono: la politica del bene comune, che viene stimolato attraverso attività pratiche che conducano i bambini/cittadini a riflettere sul senso di appartenenza alla comunità in cui si trovano, al senso di responsabilità verso le proprie azioni e ad agire secondo le proprie vocazioni. E l’importanza del contatto con la natura e con gli animali: la scuola è immersa nel verde, e c’è un grande spazio all’aperto dove poter fare molte attività e interagire con gli animali. 

“Se penso a un sogno è rendere possibile quello che per tanti è un’utopia, è metterlo in pratica. I bambini cambieranno il mondo”. 

Intervista: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/liberta-non-violenza-entrano-scuola-io-faccio-cosi-232/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Annunci

Amsa, parte il progetto pilota che porta la raccolta differenziata nelle scuole di Milano

390178_1

Saranno 12mila gli alunni milanesi coinvolti nella prima fase di #Ambienteascuola, l’iniziativa del Comune e Amsa – Gruppo A2A, con il contributo dei consorzi Cial, Comieco, Corepla e Ricrea per promuovere l’educazione ambientale dei giovani. A Milano la Giunta approva il progetto pilota #Ambienteascuola – nato da un gruppo di lavoro che comprende Comune di Milano e Amsa, società del Gruppo A2A, con il supporto dell’Ufficio scolastico Territoriale di Milano – per portare in modo sistematico all’interno degli edifici scolastici la raccolta differenziata, promuovendo l’educazione ambientale dei giovani milanesi e contribuendo al raggiungimento di alcuni degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (SDGs) definiti dalle Nazioni Unite. Sono 540 le classi di Primarie e Secondarie di I e II grado, distribuite in una trentina di plessi scolastici nei nove Municipi, per un totale di 12mila alunni, che parteciperanno a questa prima fase, durante la quale saranno distribuiti circa 2.400 contenitori nelle classi e negli spazi comuni per plastica e metallo, carta e cartone e indifferenziata (l’umido prodotto dalle mense è già oggi gestito in tutte le scuole da Milano Ristorazione) e ottocento poster informativi, entro dicembre.

“L’avvio di una sistematica raccolta differenziata all’interno delle scuole è un passo importantissimo che questa Amministrazione ha voluto fortemente e che porterà la città, che già oggi arriva quasi al 60% di differenziata, a fare un ulteriore importante passo avanti in questa direzione – commentano gli assessori Laura Galimberti (Educazione) e Marco Granelli (Mobilità e Ambiente) –. Nel 2016 era stato richiesto ad Amsa di inserire all’interno del Piano Strategico degli anni successivi la creazione di un gruppo di lavoro per promuovere l’educazione ambientale e oggi possiamo dirci totalmente soddisfatti dei risultati”.

Il progetto prevede anche incontri formativi e informativi in ciascuna delle scuole coinvolte, sia per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, per illustrare il funzionamento e promuovere le corrette prassi del conferimento, sia per i docenti, ai quali saranno presentate anche le ulteriori opportunità didattiche collegate. Tra queste, il contest ‘Cestini in cerca d’autore’: ogni classe personalizzerà in modo creativo i propri contenitori utilizzando qualsiasi tecnica artistica e materiali di riciclo, sarà poi selezionata una scuola vincitrice per ogni ordine scolastico, che riceverà un premio di 500 euro, messi a disposizione da Amsa – Gruppo A2A.

Saranno inoltre realizzati una serie di video didattici, grazie al supporto dei consorzi Cial, Comieco, Corepla e Ricrea, per sensibilizzare gli studenti su diverse tematiche ambientali, a partire da cause, effetti e soprattutto concrete e quotidiane soluzioni per affrontare il problema dei cambiamenti climatici. Dopo un focus generale sul tema, infatti, ai ragazzi e alle ragazze sarà raccontato attraverso i video come ciascuno di loro possa fare tanto nella vita di tutti i giorni per contribuire a contrastare questo fenomeno: dal risparmio energetico alla produzione, smaltimento e trasformazione dei singoli materiali riciclabili, fino al corretto uso degli spazi pubblici urbani.

Al termine dell’anno scolastico Amsa produrrà un report per valutare sia l’impatto educativo sia gli effettivi risultati di raccolta differenziata. I risultati saranno poi utilizzati per progettare le azioni future, estendendo progressivamente la raccolta a tutti gli istituti scolastici.

Fonte: ecodallecitta.it

Quando la scuola sposa l’Economia del Bene Comune

Finisce la prima parte del viaggio alla scoperta dell’Economia del Bene Comune in Italia. Concludiamo con le scuole, analizzando un’interessante iniziativa nata in Alto Adige: la Piattaforma delle scuole sostenibili, tra cui l’Istituto tecnico-economico Franz Kafka di Merano. Una rete che vuole trasformare l’approccio alla sostenibilità delle scuole verso un’ottica più propositiva e fortemente legata alla filosofia dell’Economia del bene comune. Eccoci giunti a quest’ultimo (per il momento) appuntamento alla scoperta del mondo della Federazione dell’Economia del bene comune in Italia. Dopo aver approfondito i temi più importanti legati al Bilancio, aver ascoltato le voce dei principali protagonisti di questo movimento e aver scoperto le storie degli imprenditori più sensibili alle tematiche dell’Economia del bene comune, mancava un solo tassello al nostro variegato puzzle: il mondo della scuola. Torniamo così in Alto Adige, dove siamo partiti, alla scoperta di un illuminante iniziativa nata dalla collaborazione tra alcune scuole altoatesine e la Federazione italiana dell’Economia del bene comune: la Piattaforma delle scuole sostenibili e il lavoro, all’interno della stessa, dell’Istituto tecnico-economico “Franz Kafka” di Merano.

La Piattaforma delle scuole sostenibili è un progetto nato nel 2014 che mira a realizzare una rete di scuole che si occupano del tema della sostenibilità, sia a livello di buone pratiche interne che di insegnamento, allo scopo di condividere esperienze e saperi tra le nuove generazioni riguardo al tema della salvaguardia ambientale, del risparmio e dell’efficienza energetica e dell’applicazione di questi principi nell’imprenditorialità. In questa maniera, proprio come un’azienda, le scuole possono diventare un modello di sostenibilità e possono diventare un motore di conoscenza per gli studenti, in maniera tale da infondere e far incontrare la consapevolezza dell’importanza della sostenibilità con il progetto del percorso da affrontare per raggiungerla nella propria vita e nelle attività economiche. Le varie scuole partecipano proponendo ognuna le proprie attività, in maniera indipendente, avente come stella polare il tema della sostenibilità: il punto di partenza in comune è una relazione, divisa in tre fasi, sull’economia sostenibile, alla quale tutte le scuole sono invitate a partecipare. Nella prima parte di questa relazione (che dura in totale circa tre ore) viene illustrata la situazione economica globale e i problemi ad essa connessa, nella seconda fase si comincia ad analizzare gli esempi virtuosi e cosa è possibile fare per poter invertire la rotta, ed è qui che viene presentato come esempio anche quello dell’Economia del Bene Comune. Nella terza e ultima fase, gli studenti vengono divisi in gruppi più piccoli e cercano insieme delle proposte e delle soluzioni, che vengono messe su carta. A partire da queste proposte, nelle varie scuole, si lavora poi thought-2123970_960_720

Uno dei fondatori della rete è Wilfried Meraner, insegnante presso l’Istituto Tecnico Industriale Max Valeri di Bolzano: “Io avevo l’idea e il sogno di poter fare qualcosa per la sostenibilità nelle scuole. Questo perché secondo me le scuole rappresentano un altissimo potenziale di cambiamento, dato che gli studenti di oggi sono l’economia di domani”. Uno degli incontri più fruttuosi di Meraner è stato quello con l’Istituto tecnico-economico Franz Kafka di Merano, in particolar modo con Gerda Corazza, Insegnante e Coordinatrice per l’educazione alla sostenibilità nella scuola, e Uta Tribus, Insegnante e Responsabile per la “Entrepreneurship education” (traducibile nell’Educazione all’Imprenditorialità) presso la stessa scuola. “II mio punto di partenza coincideva con quello di Wilfried: il mio sogno era quello di poter collaborare a creare una scuola che fosse l’esempio di un’ idea di economia diversa – ci spiega Gerda Corazza – L’economia è un ambito così importante per il nostro futuro che abbiamo sentito fortemente il desiderio di collaborare con la Piattaforma delle scuole sostenibili e di far partecipare i nostri studenti alle varie attività”. Nella scuola Kafka di Merano l’impegno nella sostenibilità ha avuto inizio prima della Rete di economia sostenibile, con la partecipazione ad un concorso chiamato “Entrepreneurship Schule” (La Scuola dell’Imprenditorialità), come ci spiega Uta Tribus. “È un concorso su iniziativa dell’Austria dalla durata di due anni e partire da questo concorso abbiamo creato un modello, diviso per gruppi, basato sul lavoro con i ragazzi, con il coinvolgimento degli insegnanti e del Preside stesso. Dopo la presentazione di una documentazione finale, la commissione valuta se assegnarci un premio o meno”.383786_253026071431880_2063218659_n

La scuola Kafka di Merano

Questo lavoro ha posto le basi per la struttura di lavoro che si è ripetuta con efficacia nella partecipazione alla Piattaforma delle scuole sostenibili: la scuola Kafka ha proposto, nei vari gruppi di lavoro partecipanti alla Piattaforma, dei progetti legati alla lotta allo spreco alimentare nei ristoranti, con l’ideazione di alcuni “Gourmet bag”, delle confezioni in cartone riciclato da dare in dotazione ai ristoranti e da consegnare ai clienti, che possono così portare a casa l’eventuale cibo avanzato. Così dei giochi sostenibili in legno da proporre nei locali per i bambini. “Anche la nostra scuola di Bolzano ha partecipato con delle iniziative” spiega Wilfried Meraner “abbiamo lavorato molto sul riscaldamento della nostra scuola, arrivando ad ottimi risultati sulla riduzione degli sprechi. E ci siamo anche preoccupati di assicurarci che la scuola usi carta riciclata per le proprie esigenze”.

Tornando alla scuola Kafka di Merano, un altro aspetto molto importante è il forte legame con l’Economia del bene comune, come ci spiega Uta Tribus: “Nelle nostre quinte superiori, è obbligatorio imparare a stipulare il Bilancio dell’Economia del bene comune, fa parte del programma. In alcune classi vengono inviati alcuni Bilanci di alcune imprese, che realizzano già questo tipo di Bilancio, dove vengono analizzati. Il passo successivo è quello di andare direttamente nelle aziende per farci spiegare tutto il percorso necessario per realizzare il Bilancio, tappa che abbiamo già raggiunto con alcune classi. I ragazzi apprezzano e hanno capito che il Bilancio è lo strumento giusto per affrontare il futuro e per creare le solide basi di un’economia sostenibile”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/06/scuola-sposa-economia-del-bene-comune/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Insegnanti che cambiano #2 – La scuola può educare alla felicità

Donna, moglie, madre e insegnante di lettere prima e di sostegno ora, Lucia Suriano è convinta che la scuola possa e debba allenare gli studenti ad essere felici. Così dopo aver conosciuto lo yoga della risata ha deciso di portarlo nelle sue classi proponendolo ad alunni e docenti. Oggi, il suo “Educare alla felicità” è divenuto un progetto molto più ampio.

educare-alla-felicita-lucia-suriano

La copertina di “Educare alla felicità”

Lucia Suriano è un’insegnante, teacher di Yoga della Risata, appassionata di genitorialità consapevole e moltissimo altro. Il suo lavoro come formatrice si concentra sul mondo della scuola e sulla realizzazione di modelli educativi che mettano al centro la felicità. Non ho mai avuto l’occasione di conoscerla di persona ma ho sentito spesso parlare di lei per il suo libro “Educare alla Felicità” e visto che come lei credo fortemente in una scuola che metta al centro le emozioni e la felicità, ho deciso di intervistarla per Italia che Cambia.

Lucia, raccontaci chi sei e cosa fai nella vita.

Sono una donna, madre, moglie, insegnante e formatrice. Sono laureata in lettere, ho insegnato per una decina di anni italiano, storia e geografia nella scuola secondaria di primo grado poi, come spesso accade, ho maturato il ruolo nel sostegno e da quattro anni sono felice di essere un’insegnante di sostegno, consapevole della enorme esperienza che sto vivendo. Mi occupo principalmente di minori che hanno gravi problematiche socio-affettive e che sono a rischio devianza.

Quando e perché nasce il desiderio di scrivere “Educare alla Felicità?”

Educare alla Felicità nasce da un sogno presuntuoso maturato negli anni di esperienza come alunna prima e insegnante e madre dopo: realizzare e imparare ad allenare la felicità a scuola!  Circa dieci anni fa ho incontrato lo yoga della risata e incuriosita dall’inconfutabile benessere che questa tecnica genera nella vita di chi la pratica con consapevole maturità, ho iniziato ad approfondire studi di neuroscienze e di psicologia positiva che andavano ad arricchire e ad ampliare il valore e l’importanza della risata in ambito educativo. Con un briciolo di sana incoscienza ho iniziato a praticare la risata incondizionata nelle classi nelle quali insegnavo e ben presto in molte delle classi della scuola nella quale lavoravo allora come docente di lettere. Così ho iniziato a strutturare e sperimentare i primi percorsi di yoga della risata a scuola per alunni e insegnanti, della cui esperienza racconto proprio nel libro edito da Edizioni La Meridiana. Oggi Educare alla Felicità è un progetto molto più ampio che si propone di diventare un generatore di processo legato al BenEssere in ambito educativo, tematica ancora troppo poco sviluppata e soprattutto troppo poco agita concretamente.

Come vedi la scuola oggi in Italia?

Ma che bella domanda! La scuola del nostro Paese la vedo come un enorme campo di possibilità, non ho mai scelto la via della critica dura e spietata, del resto ne faccio parte a pieno titolo e sono fiera di essere un’insegnante italiana. Ho piuttosto fatto mio l’impegno per cercare di essere e di portare il cambiamento che voglio vedere avvenire, sulla scia della celebre citazione di Gandhi. Ci sono secondo me tanti insegnanti che contribuiscono in modo strepitoso alla realizzazione di una scuola che abbia valori forti e che sappia essere al passo con i tempi preparando gli studenti di oggi al futuro che li vedrà adulti, ce ne sono tanti altri che hanno perso lo stupore e la meraviglia, condizioni necessarie per poter insegnare. Ritengo che sia il tempo di rimettere realmente al centro l’essere umano, reinventando il modo di guardare e di concepire lo stesso principio di educare. Lasciarsi ribaltare è un tema a me molto caro e sebbene questa non sia proprio l’intervista dedicata a questo tema, ho l’urgenza di precisare che se avremo il coraggio di lasciarci ribaltare e di rimetterci in gioco come educatori saremmo in grado di “uscire a riveder le stelle” come Dante e Virgilio nell’ultimo canto dell’inferno.lucia-suriano

Lucia Suriano

Quanto lo Yoga della Risata è stato importante in questo processo? 

In realtà la risata incondizionata è stata la scintilla che ha dato il via ad un processo di rivoluzione interiore e professionale molto complesso che era già pronto a prendere vita. Quando ho iniziato a praticare questa disciplina a livello personale sentivo la necessità di essere e rimanere congruente anche in classe, evitando frasi come: “non capisco cosa abbiate da ridere! Non c’è niente da ridere! Smettila di ridere come… o peggio ancora Risus abundat… Poi ho iniziato ad osservare quando i momenti di ilarità aumentavano e perché, ma soprattutto ho avuto l’intuizione di far sì che la risata divenisse una mia alleata strategica e funzionale alla buona riuscita della mia didattica.

Quali sono i consigli che vorresti dare agli insegnanti che fanno fatica a capire che ridere a scuola è un valore aggiunto?
Ridere a scuola è un valore aggiunto solo se ridere è un valore aggiunto nella tua vita personale. Ho già detto in un’intervista ad Orizzonte scuola che un insegnante che non ride ha perso la sua umanità e allora non sta facendo bene il suo lavoro, non sta rispondendo al contratto che ha firmato con lo stato italiano. “Smettiamola di non realizzare cose belle per paura di essere definiti sognatori”, questa è una mia forte convinzione ed è il consiglio che mi sento di offrire con umiltà ai miei colleghi, ricordando a me e a tutti coloro che vorranno lasciarsi provocare che “Ridere è una cosa seria” al pari dell’atto di apprendere. Non si fa fatica a capire che la risata è un valore aggiunto se si è un insegnante che si forma continuamente e sa quanto oggi la scienza ci dice sul processo di apprendimento e sul suo funzionamento.happy-286152_960_720

Che insegnante sei oggi?

Un’insegnante che si allena alla felicità senza trascurare tutte le sfumature emozionali che la vita a scuola mi impone di vivere, da quelle più “facili” a quelle “meno facili”. Sono un’insegnante ribaltata, non dò mai nulla per scontato, non passa giorno che non mi dia il tempo per studiare, ricercare, sperimentare le modalità e le strategie che mi permettano di vedere realizzato il sogno di educare alla felicità nella scuola del mio Paese, anche nei momenti e nelle situazioni più difficili.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/insegnanti-che-cambiano-2-scuola-puo-educare-felicita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

E se la scuola fosse divertente?

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento e la scienza dimostra che si impara meglio quando ci si diverte. Perché allora nelle scuole di oggi viene lasciato così poco spazio al gioco, alle risate e al movimento?

“Nelle nostre scuole si ride troppo poco”, diceva Gianni Rodari e – nonostante sia passato qualche lustro – questa affermazione rimane tristemente attuale. Purtroppo la scuola, oggi, è un posto in cui i bambini vanno malvolentieri, in cui si sta per ore seduti sui banchi, con una disposizione degli studenti (che ci portiamo dietro da più di un secolo) che non permette la cooperazione e il movimento. La convinzione alla base dello stato dei fatti è che apprendimento non fa rima con divertimento. A scuola non esistono momenti legati al gioco e alle risate, che sono in realtà alleati e potenti catalizzatori dei processi educativi. Ma le cose devono e possono cambiare.school_its_way_more_boring_than_when_you_were_there-1

Nel video cito uno studio molto interessante che è stato condotto dalla psicologa Jennifer Delgado sull’apprendimento osservativo con bambini di 18 mesi. I risultati sono incredibili e dimostrano come apprendere divertendosi è immediato e, naturalmente, più piacevole. La scienza ha evidenziato quanto le emozioni giochino un ruolo fondamentale nei processi d’apprendimento. La paura dell’errore, l’ansia per la competizione, il senso di inadeguatezza sono le emozioni più frequenti tra i banchi di scuola: questo vuol dire che stiamo ancorando i concetti e le abilità – per sempre e con grandissima fatica – a emozioni negative. Vogliamo una scuola in cui ci sia spazio per le risate, per il movimento, per il gioco. I miseri 10 minuti di ricreazione (spesso passati in aula) sembrano una beffa alla natura dei bambini, che potrebbero dare il meglio di loro se gli insegnanti avessero a disposizione tempo e modi differenti per svolgere le lezioni.

C’è un grande bisogno di chiare direttive dall’alto e di una formazione che cambi direzione in maniera decisa! C’è bisogno di rassicurare gli insegnanti, già fortemente stressati. Quando comincio a parlare loro della possibilità di integrare le lezioni con giochi e risate percepisco la loro paura (di perdere autorità sulla classe, di non riuscire a portare a termine gli impegni presi col ministero, di far perdere il controllo ai bambini). Sanno che imparare facendo, mentre il corpo si muove, gioca e si diverte è utile e benefico, ma non hanno gli strumenti necessari per metterlo in pratica e nessuna direttiva chiara da parte del Ministero.bambini

Daniela Lucangeli, ordinario di psicologia all’Università di Padova nonché membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze, scrive:

“A scuola si vivono delle esperienze significative della propria fase di crescita e le figure più importanti sono gli insegnanti e i compagni. Le ricerche dimostrano come le emozioni accompagnino ogni esperienza di apprendimento, quindi se noi impariamo provando paura tutte le volte che riprendiamo dalla nostra memoria quello che abbiamo appreso, riportiamo con noi anche la paura. Se apprendiamo con ansia, riprendiamo l’ansia. Quindi le scienze cognitive che sono più esposte verso  l’educazione ci avvertono e ci dicono ‘Se volete che i bambini apprendano ottenendo il meglio da loro stessi bisogna ritornare a far apprendere con il sorriso […]‘. Si parla di warm cognition, ovvero apprendimento caldo, con le emozioni migliori. Che tipo di atteggiamento educativo ha l’adulto verso il bambino? Quello che deve scegliere e decidere se essere alleato dell’errore contro il bambino è un insegnante giudice ‘Io giudico te non capace di fare, di agire, di apprendere. Sono dalla parte del compito e tutti e due siamo alleati contro chi non lo sta seguendo’. Se invece io sono alleato del bambino contro l’errore, ‘io sono dalla tua parte, ti aiuto a risolverlo, non sono un giudice, sono chi ti aiuta’”.HappyChildren

Vi consiglio due letture che potrebbero darvi una visione nuova del mestiere di insegnare, con la speranza che presto si raggiunga la massa critica di persone consapevole di questa necessità impellente: la scuola può e dovrebbe essere divertente!

“L’umorismo nella didattica – Schede operative per insegnare e imparare divertendosi” di Elena Falaschi, Alfredo Pierotti

Pensato per insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado, insegnanti di sostegno e studenti di Scienze della formazione e dell’educazione, il libro è un utile strumento che consente di sperimentare metodologie di insegnamento divertenti ed efficaci.

“Educare alla Felicità”, di Lucia Suriano

“Questo lavoro è una proposta, un tentativo concreto di portare nelle scuole, attraverso un ampio e articolato supporto metodologico, pratiche di educazione alla felicità. Praticare la risata vuol dire spezzare gli schemi negativi. Quando pensiamo a una situazione in chiave positiva diventiamo capaci di prendere decisioni migliori e influenzare il nostro corpo e il nostro comportamento. Così non solo cambiamo noi stessi, ma in fondo trasmettiamo un’energia positiva che cambia il mondo. E non è queste la missione della scuola?”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/se-scuola-fosse-divertente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

A scuola si cammina “un miglio al giorno” per contrastare obesità e sedentarietà

un-miglio-al-giorno-a-scuola

Benessere e movimento all’aria aperta. “Un miglio al giorno” è il progetto che la Asl TO4 ha importato dalla Scozia per promuovere il movimento e l’attività all’aria aperta come parte integrante della giornata a scuola e diffondere nella comunità scolastica informazioni e conoscenze sui benefici dell’attività motoria. 1Km e 600 metri di camminata a passo svelto per ossigenare la mente e offrire un esempio di buona pratica quotidiana.

Dailymile” (un miglio al giorno), è una pratica che, nata da un’iniziativa di una scuola scozzese, si sta rapidamente diffondendo oltre che nel Regno Unito, anche in molti paesi europei (Olanda, Belgio, Francia, Spagna) e negli USA.
Le scuole scozzesi hanno fatto da apri pista di questa esperienza dimostrando i vantaggi che questa pratica porta non solo a livello di benessere fisico ma anche sulla capacità di concentrazione, umore e sullo stato generale di benessere un-miglio-al-giorno-a-scuola-1519639569

1km e 600 metri da percorrere durante l’orario scolastico, abbandonando le aule per una pausa rigenerante all’aria aperta, un momento di socialità e relazione diversa per i bambini che non si ferma di fronte alle intemperie. Infondo come diceva l’educatore e scrittore anglossassone Robert Baden-Powell: “Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento”.

L’anno scorso “Dailymile” è arrivato ufficialmente anche in Italia e più precisamente in Piemonte con l’adesione di due scuole inserite anche nella mappa del sito scozzese: nell’istituto comprensivo statale Buttigliera Alta Rosta e alla scuola primaria “Elsa Malferrati” di Roddi (Cn). Partendo da queste due sperimentazioni la Asl Piemonte ha deciso di proporre il progetto “Un miglio al giorno” che ha preso il via a settembre dell’anno scorso con un percorso di formazione rivolto agli insegnanti delle scuole aderenti (a cura dei Servizi Asl TO4 Medicina dello Sport, Promozione della Salute, Sorveglianza e Prevenzione Nutrizionale). Nelle scuole aderenti tutti i giorni, durante l’orario scolastico, le classi a rotazione, accompagnate dagli insegnanti, escono dall’edificio scolastico per coprire la distanza di un miglio a passo svelto lungo un percorso sicuro individuato dagli insegnanti. Un allenamento fisico leggero, circa 15 minuti, passi importanti per promuovere uno stile di vita sano sin da piccoli, vista anche l’alta incidenza di bambini in sovrappeso o che non praticano attività sportiva fuori dalla scuola che lo staff promozione e salute della Asl ha individuato.un-miglio-al-giorno-a-scuola-1519639622

Infatti, parallelamente, il progetto invita gli insegnanti a lavorare sul miglioramento dello stile di vita in tema di alimentazione, “perché ad un’auspicabile attività di movimento quotidiana occorre abbinare fin dall’infanzia una corretta alimentazione”.
L’attività viene svolta dalle classi aderenti almeno due giorni a settimana, chi lo propone con più frequenza, anche ogni giorno, oltre al monitoraggio di base supportato dal Servizio di Medicina dello Sport, ha anche un monitoraggio del peso dei partecipanti. La normale didattica così si interrompe e continua al di fuori dell’aula, gli insegnanti infatti spesso propongono in questo modo didattica all’aria aperta: dall’osservazione dell’ambiente, del cambio delle stagioni, a laboratori artistici. Al progetto hanno aderito decine di scuole primarie e alcune scuole secondarie di primo grado.

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/un-miglio-al-giorno-a-scuola/

 

Quando si va… a scuola dagli alberi

Anna Cassarino ci racconta come impara dagli alberi e insegna agli altri a fare altrettanto. Per fare in modo che la consapevolezza di essere un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda divenga la molla per cambiare in meglio.9572-10334

“In natura si trova abbondante ispirazione per ogni forma creativa e vorrei attirare l’attenzione su una tale risorsa fondamentale, capace di dare all’energia, anche negativa, uno sbocco costruttivo. Tutte le arti mi piacciono, ma preferisco la scrittura e la narrazione, anche perché con la parola si riesce a trasmettere meglio il sapere”. Si presenta così Anna Cassarino, scrittrice e artista della natura, ideatrice del progetto A scuola dagli Alberi che nasce nel 2001 ma che si forma pian piano in tutta una vita. Anna ci spiega chi sono gli alberi e come essi, se solo li ascoltassimo e li osservassimo, ci indichino la strada che porta alla conoscenza del nostro ambiente e di noi stessi. Da qui le soluzioni di molti dei problemi che ci sembrano senza soluzione: dalla relazione con gli altri all’inquinamento, la fame, la desertificazione dei territori. Il lavoro di Anna continua ininterrottamente e con passione da allora, con un camper diventato la sua casa-studio mobile,   viaggia in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ha profondamente a cuore.

Che cos’è il progetto A scuola dagli Alberi?

Il progetto A Scuola dagli Alberi è una possibilità data a tutti di conoscere aspetti basilari sul funzionamento della natura nelle sue diverse forme, vale a dire piante, animali, fenomeni naturali e umanità. La precedenza è data agli alberi, gli esseri viventi dall’effetto complessivo maggiormente benefico per ogni forma di vita. Grazie a quelli giusti nel posto giusto e trattati bene, ciascuno potrebbe contribuire ad attenuare molti dei problemi che ci affliggono, come frane, alluvioni, desertificazione, inquinamento, malattie, fame. Purtroppo, però, dalla nostra istruzione ed educazione sono esclusi i due argomenti che ritengo più importanti: conoscere se stessi e la natura. Per questo gli alberi sono spesso misconosciuti e maltrattati, così come ogni altra forma di vita, compresa l’umanità.

Com’è nato, quando e dove?

E’ un progetto che si è formato in tutta una vita di ricerca in molte direzioni. Nel 2001, a 48 anni avevo una bella casa e un lavoro autonomo e soddisfacente, ma mi ero resa conto che non sarebbe bastato a migliorare qualcosa nella società. Mi è sembrato che il solo modo per  riuscirci fosse dedicarmici a tempo pieno. Così ho venduto il mio appartamento per finanziare un progetto che altrimenti non si sarebbe mai potuto avviare. Nell’agosto del 2002, lasciata Firenze dove avevo abitato per molti anni, sono partita per il Madagascar, primo dei quattro Paesi, col Mali, il Senegal e Cuba, fra cui avrei scelto di realizzare l’idea, se avessi trovato un appoggio, che invece è mancato. Dopo nove mesi sono tornata in Italia e, con un camper diventato da allora la mia casa-studio mobile, ho iniziato a viaggiare in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ho a cuore.

A chi si rivolge?

Si rivolge ad ogni tipo di pubblico, dai dieci anni in poi. Infatti ho dato una forma narrativa a conoscenze scientifiche di base particolarmente interessanti e al tempo stesso utili, per dimostrare quanto basti sapere anche poco, ma ben selezionato, per essere in grado di fare scelte più giuste per l’ambiente, oltre che per sé.

Chi è l’albero?

L’albero è un essere vivente che per le sue dimensioni, dai cinque ai centoventicinque metri di altezza, la sua longevità, dagli ottant’anni ai tremila, per le sue tante funzioni e capacità, influisce molto sull’intero ambiente. Gli studi scientifici hanno provato che è in grado di comprendere ciò che avviene intorno e dentro di lui e sa rispondervi con efficacia. Sa esprimersi e intendere con odori, colori, forme e suoni, stringendo alleanze con altri vegetali e animali.

Che cosa possono insegnarci gli alberi?

Possono insegnarci anzitutto che chi è davvero autonomo sa provvedere meglio anche agli altri e ottenere ciò di cui ha bisogno attraverso lo scambio e senza sfruttamento. Come tutti i vegetali, infatti, gli alberi producono il proprio cibo trasformando l’anidride carbonica in linfa dolce e nutriente, con l’aggiunta di acqua e sali minerali, utilizzando l’energia solare. Già solo con questo sono molto più autonomi di qualsiasi animale o umano, senza che altri ne facciano le spese. Per farsi aiutare dagli insetti, dagli uccelli, da altri animali e vegetali, oltre che dai funghi, ad ottenere certi vantaggi, predispongono esattamente ciò di cui questi alleati hanno bisogno, facendo in modo che, mentre ne usufruiscono, svolgano anche la funzione desiderata, senza particolare sforzo.

Come è strutturata la scuola e chi sono gli allievi?

La scuola è fatta in modo da essere frequentabile da chiunque, prima di tutto attraverso il mio sito www.ascuoladaglialberi.net dove ci sono rubriche con articoli utili. Poi ci sono i sette libri che ho pubblicato,  importanti per approfondire i diversi temi e acquistabili via mail. Conduco laboratori, conferenze, narrazioni e faccio mostre didattiche di volta in volta per parchi, associazioni, biblioteche. In realtà la mia è la “pre-scuola”, che dà gli strumenti per capire più facilmente quella vera, della natura, quando la si osserva con l’opportuna preparazione.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Gli obiettivi sono quelli di invogliare e incoraggiare le persone a occuparsi anche di ciò che non dà risultati immediati, (a parte il piacere del conoscere), ma è indispensabile per il bene comune, che è in realtà quello di ciascuno, fatto in modo lungimirante. Lo si raggiunge avendo buoni obiettivi a lungo termine, per i quali è necessaria una conoscenza come quella che cerco di dare. Sono in tanti a pensare di non avere tempo per questo, mentre in realtà subiscono un condizionamento sociale da cui potrebbero liberarsi. Per farlo occorre conoscere meglio i meccanismi della mente e dunque ho curato molto anche la sezione che si occupa della conoscenza dell’animo umano, attraverso articoli e recensioni di libri e film che aiutano a capire.

Esistono progetti simili al tuo all’estero?

Che io sappia non esistono altri progetti del genere. Nonostante ce ne siano molti che si occupano di ecologia, non ne conosco che lo facciano con modalità artistiche, se non in modo molto più limitato. Oppure ci sono scienziati che fanno un lavoro divulgativo egregio, ma più avanzato e dunque accessibile da chi ha già una certa preparazione, mentre io mi rivolgo a chi non ne ha. Pochi si occupano di alberi e quelli che lo fanno, di solito operano in modo settoriale, trattando per esempio solo gli alberi monumentali o i giardini, oppure facendo un lavoro principalmente di denuncia, di protezione o di azione senza preparazione specifica. Io cerco invece di collegare, di coordinare un sapere basilare su vari aspetti sia degli alberi che di ciò che con loro interagisce. Inoltre do molto spazio alla conoscenza dell’animo umano, che è normalmente è un settore a sé e trattato in modo diverso dal mio.

Che valore ha in questo preciso momento storico il suo progetto?

Potrebbe davvero essere utile anche per tutti i progetti già esistenti, oltre che per ogni tipo di persona, perché apre prospettive sorprendenti sulla vita. Permetterebbe di migliorare il terreno sociale da cui far emergere rappresentanti più consapevoli e più attenti, che sappiano prendere decisioni più sensibili al bene comune.

E’ possibile mettersi in comunicazione con gli alberi? Ci sono persone che pensano che lo sia, che abbracciano gli alberi o parlano con essi in una sorta di collegamento telepatico. Cosa ne pensa? A lei è mai accaduto?

Il genere di comunicazione che ho con gli alberi è anzitutto di tipo espressivo- visuale. Osservandoli, accorgendomi delle loro qualità e di come hanno reagito agli eventi della vita, sviluppandosi in un modo più o meno espressivo, mi sento toccata. Proprio questo tipo di contatto ha suscitato il mio desiderio di conoscere e far conoscere le loro straordinarie virtù, avendone gioia e conforto. E’ possibile che le piante si accorgano di questo, perché ogni nostra attività nervosa produce un lieve impulso elettrico e una reazione chimica odorosa che loro sono in grado di percepire. Tocco e annuso volentieri le foglie, i fiori e il legno, ma raramente li abbraccio perché un fusto d’albero è pur sempre duro e ruvido.

Ci può dire qual è il costo delle sue attività?

Ritengo di chiedere compensi modesti, ma è davvero difficile azzeccare la cifra giusta, perché gli interlocutori sono diversi e hanno risorse economiche estremamente variabili, che fanno giudicare le richieste a prescindere da ciò che offro.

Lei come sostiene tutto questo lavoro?

Se intende come lo sostengo economicamente rispondo: con grande fatica, perché in troppi dicono di non avere fondi disponibili.

C’è risposta da parte delle istituzioni?

E’ scarsa, purtroppo.

Fonte: ilcambiamento.it

Una famiglia alla ricerca di una scuola diversa

È possibile vivere e imparare al di fuori dei consueti stili di vita e schemi scolastici tradizionali? È quanto hanno deciso di indagare Lucio Basadonne e Anna Pollio, genitori di Gaia e registi dei documentari Unlearning e Figli della Libertà. Ecco la storia di una famiglia che ha deciso di cambiare le proprie abitudini e la propria vita per documentare la trasformazione e la ricchezza di vedute nel mondo dell’istruzione.  “La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno ne raccoglie un frammento e sostiene che lì è racchiusa tutta la verità”. Teniamo a mente questa frase, nella storia di oggi ci tornerà utile per capire cosa stiamo leggendo.

Lucio Basadonne e Anna Pollio sono una coppia, nella vita e nel lavoro (entrambi si occupano di documentaristica). Hanno una figlia che si chiama Gaia e che con loro condivide un’attitudine importante: non smettere mai di interrogarsi e continuare a farsi delle domande. Nei bambini sembra normale, negli adulti un po’ meno, ma è con questo spirito che questa famiglia da tempo si interroga su alcuni aspetti importanti del vivere: quella che ci circonda è davvero l’unica realtà possibile? Esistono altri stili di vita, altri metodi di apprendimento che potremmo almeno tentare di conoscere per non delegare sempre tutto a qualcun altro?

Qualche anno fa Gaia disegnò un pollo che aveva quattro zampe. Questo disegno è stata la scintilla per Lucio e Anna per partire insieme a Gaia per (passateci il gioco di parole) “imparare a disimparare”: un viaggio di sei mesi alla scoperta di tutte quelle famiglie che hanno deciso di cambiare le proprie abitudini e il proprio stile di vita attraverso ecovillaggi, comunità e famiglie itineranti.Tutto questo è raccontato in “Unlearning”, il primo documentario del trio.

Il tema a stretto contatto su come impostare la propria vita all’interno del proprio nucleo familiare è anche quello dell’educazione. Poteva una famiglia nata con l’intento di curiosare, domandare, scoprire e uscire dalla “zona di comfort” non approfondire questo tipo di argomento?

“Figli della Libertà” è il secondo lavoro di Lucio, Anna e Gaia e affronta il (delicato) tema dell’istruzione, sempre da un punto di vista di una famiglia che, tra molti dubbi, ha la sola certezza di dover esplorare il più possibile per scoprire una strada che volutamente non sarà mai del tutto definitiva: “Uno immagina la scuola con la maestra, la lavagna, i banchi, il quaderno, i compiti. Noi ci siamo trovati a vivere un’idea di scuola completamente diversa e abbiamo deciso di raccontarla” ci racconta Lucio Basadonne “ed ovviamente una scuola diversa ti mette molti dubbi, perché quando sei fuori da quella che è una strada ordinaria i dubbi aumentano.  Ecco perché è anche un racconto fatto di domande”.13423772_1146096155450958_3395146445794716498_n

Il film, nello specifico, è la storia di una bambina (Gaia) che chiede di non andare più a scuola e il viaggio dei genitori nel cercare di esaudire questo desiderio cercando la migliore strada educativa e istruttiva possibile per la propria figlia, in base all’articolo 30 della Costituzione italiana che chiarisce come sia l’istruzione ad essere obbligatoria e non la scuola. La scelta della famiglia si chiama “Officina del Crescere”, una scuola familiare e una comunità educante con sede a Genova e che Gaia frequenta. Da questo punto di partenza, sempre all’insegna della curiosità nei confronti di modelli educativi alternativi alla classica scuola, il viaggio dei tre si dipana tra la scoperta di esperienze di homeschooling e quella di realtà scolastiche particolari come l’inglese Summerhill (uno dei più significativi esperimenti di pedagogia libertaria), così come nell’incontro con persone che hanno sia intrapreso un percorso educativo differente che con personalità come Silvano Agosti, Daniele Novara e Paolo Mottana per citarne alcuni,impegnati da anni in importanti riflessioni sul mondo del lavoro e della scuola in particolare.12301563_1025618744165367_2950275522330764565_n

Immagine tratta dal documentario “Unlearning”

“L’esperienza più grande che ci è arrivata dal nostro percorso di vita, di scoperta e di lavoro è scoprire verità diverse dalla tua” ci spiega Lucio “entrare come essere umano e come documentarista in sintonia con queste storie e capire le motivazioni di chi ne è protagonista o attore. Io non ero affatto a conoscenza dell’homeschooling, a dir la verità pensavo a quanto fosse lontana questa esperienza dal mio immaginario, mentre invece dopo due anni lo sto sperimentando personalmente”.

Tutto il percorso legato al cambiamento di Lucio, Anna e gaia ci riporta così all’inizio del nostro pezzo: “L’aspetto principale del nostro percorso è assimilabile ad uno specchio caduto: ogni frammento è parte della verità, in questo momento crediamo che abbandonare le proprie certezze sia fondamentale.” Per cambiare vita e scoprire una nuova scuola, Lucio, Anna e Gaia hanno fatto così.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/io-faccio-cosi-166-famiglia-ricerca-scuola-diversa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Montessori in pratica: una scuola basata sulla libertà di scelta

L’Associazione Montessori in Pratica è un gruppo di insegnanti, educatrici, psicologhe e genitori legate dal metodo Montessori e dall’interesse per l’infanzia. L’Associazione ha fondato e gestisce la scuola primaria montessoriana e parentale di Almese dove abbiamo incontrato Francesca D’Achille, maestra e responsabile della scuola, che ci ha raccontato il significato di questa esperienza di scuola sia montessoriana che parentale. Ad Almese, in Val di Susa, si gode di una vista mozzafiato. Incontro Francesca in una delle sedi di MontessorinPratica, un’associazione nata 7 anni fa. Nel mentre i genitori vengono a recuperare i propri figli, anche se mi sorprende vedere tanti bambini che, nonostante siano le cinque del pomeriggio e fossero lì dalla prima mattina, sembra proprio non vogliano uscire dalla stanza.

Francesca, dopo averci accolto, ci racconta la sua esperienza. “Ero rientrata dall’estero da poco, avevo fatto partire una scuola Montessori ad Assisi. Siccome ero l’unica maestra montessori in tutta la scuola, mi era capitato di aver bisogno di aiuto”. I bambini erano tanti e i materiali montessori vengono per lo più preparati manualmente dalla maestra. E non parliamo di fotocopie: c’è da tagliare, incollare, colorare, costruire. Così iniziò a pensare ad una collaborazione con altre maestre di un’altra scuola Montessori d’Italia, in modo da realizzare uno scambio di materiali ma anche di informazioni ed esperienze. “E loro mi dissero che assolutamente non era possibile, dicendomi che i materiali sono di chi li fa”. Trovò un muro difronte a sé.

“LA SCUOLA CAMBIA, CAMBIA LA TUA SCUOLA!”: PARTECIPA ALLA CAMPAGNA

Casualmente conobbe altre colleghe, tra le quali la presidente dell’associazione “MontessorinPratica Prisca Melucco”. Cercò così di creare un dialogo tra le diverse scuole Montessori in Italia. Inoltre precisa che “stiamo parlando di sette anni fa, non c’erano ancora le tante scuole familiari che ci sono adesso”. Questa fu l’idea iniziale che portò alla creazione dell’associazione “Montessori in pratica”, che si occupa anche di dare assistenza tecnica alle nuove scuole che vogliono partire e di formare nuovi insegnanti, “inoltre gestiamo uno spazio come questo (quello di Almese, ndr) anche a Roma”.IMG_0906-Custom

Il progetto educativo di Almese iniziò cinque anni fa, “abbastanza per caso”, ammette Francesca. Da un annuncio su subito.it siamo giunti ora a 45 bambini gestiti e formati dalla scuola. “Per i primi anni ho fatto sempre tutto io, adesso siamo in sei/sette insegnanti, la scuola sta diventando grande”. Fin da subito si è adottato il metodo Montessori, scegliendo il trilinguismo, impostando le materie classiche con l’italiano. Facciamo però un passo indietro. Che cos’è il metodo Montessori?

Il metodo Montessori

“Si basa principalmente sulla libertà di scelta”. La libertà di scelta non vuol dire che i bambini fanno quello che vogliono, ma vuol dire che l’ambiente è preparato e strutturato in modo che loro possano, all’interno di una serie di regole, scegliere cosa fare. “Se io ho venti bambini, avrò un bambino che fa geografia, due che fanno storia e tre che fanno matematica contemporaneamente”. Per fare questo è necessario avere un ambiente preparato e strutturato, in modo che si riesca a convivere con questa realtà. “E’ una realtà non sempre semplice da gestire, – continua così Francesca – ci sono tante regole e tanti stimoli; la maestra deve conoscere bene i suoi bambini”. Un’altra caratteristica del metodo Montessori è l’osservazione. All’inizio dell’anno gli insegnanti occupano tanto tempo, giocando, al cercare di conoscere i bambini al meglio, in modo da accompagnarli nel loro percorso di crescita. “Hai bisogno della libertà, – aggiunge Francesca – e quindi hai la fiducia”. Così si riesce a creare un ambiente sereno, dove ci sono tante regole ma non c’è la maestra che urla. “Ogni bambino ha un percorso individuale e io parlo direttamente a lui”.IMG_0944-Custom

Tutto ciò che è concetto astratto, che è del mondo della scuola, viene trasportato nel mondo concreto. “I nostri materiali sono tutti materiali manipolativi, attraverso i quali si spiega un concetto”. L’imparare a memoria viene successivamente, solo dopo averlo appreso anche manualmente. Infatti i materiali montessori sono prima di tutto esplorativi, in modo che il bambino abbia delle esperienze. Il metodo Montessori è stato creato da Maria Montessori, verso la fine dell’Ottocento. Aveva iniziato a lavorare con bambini che erano tenuti in una sorta di manicomio. “A volte i bambini orfani venivano tenuti lì se non si sapeva dove metterli”. Lei iniziò semplicemente ad osservarli, ed osservandoli iniziò a vedere il loro interesse per oggetti della vita quotidiana, “come poteva essere un cucchiaio, una forchetta, una ciotola, una brocca”.

“LA SCUOLA CAMBIA, CAMBIA LA TUA SCUOLA!”: PARTECIPA ALLA CAMPAGNA

E a partire da quelle osservazioni iniziò a lavorare molto individualmente con questi bambini e con questi oggetti, scoprendone la loro capacità creativa. Da lì iniziò a creare dei materiali sempre più elaborati, “fino a quando portò questi bambini ad un esame di Stato – da quello che si capisce nella storia – e loro lo superarono. Fu una cosa incredibile. Questi bambini considerati matti, avevano superato l’esame”. La riflessione che fece fu: ma se con questi bambini siamo riusciti a fare tutto questo, immaginiamo con i bambini normodotati? E così iniziarono ad aprire delle Case dei bambini – equivalenti alla scuola dell’infanzia – nel quartiere San Lorenzo di Roma, che era un quartiere molto povero. Iniziarono a vedere dei risultati grandiosi: “i bambini iniziavano a scrivere solamente mossi dal loro interesse, proprio perché non c’era l’obbligo”. Ci sono ancora alcune scuole storiche fondate negli anni venti e trenta in Italia. Il metodo è conosciuto in Italia, ma anche e soprattutto all’estero. Aveva viaggiato negli Stati Uniti, in India e in Olanda. “Sono paesi dove ci sono tante montessori”. Fu richiamata da Mussolini per organizzare dei corsi per i maestri. “Poi venne mandata via dall’Italia, e non si capisce bene il perché. Immagino che una scuola in cui viene data la libertà di pensiero forse non andasse così d’accordo con una dittatura”. Si è poi ritirata in Olanda, dove più o meno la metà delle scuole pubbliche sono con il metodo Montessori.IMG_0914-Custom

Le scuole genitoriali

Tornando all’esperienza di Francesca, le chiediamo di affrontare il tema delle scuola genitoriali. “E’ solo nove anni che sono rientrata in Italia, ed è da sette anni che seguo le scuole genitoriali. Ne sono nate tante. Stanno anche ritornando sezioni nella scuola pubblica a metodo Montessori, che erano quasi del tutto scomparse”. A livello legale, “un articolo della Costituzione italiana dice che tutti i genitori hanno l’obbligo di fornire l’istruzione ai propri bambini, ma non c’è l’obbligo di frequenza scolastica”. Questo vuol dire che chiunque, in Italia, come genitore “potrebbe decidere di tenere a casa il proprio bimbo e di fare lui personalmente lezione o di cercare un tutor.” C’è questa possibilità. Alla fine lo Stato Italiano ti dice che alla fine dell’anno “dovresti fare un esame. Dico dovresti perché questi decreti non sono chiarissimi. Noi, come scuola, abbiamo deciso di fare l’esame tutti gli anni. E lo facciamo presso la scuola di Viù”, con la quale si è instaurato un’ottima relazione. Le insegnanti si confrontano quotidianamente, c’è uno scambio costante di informazioni e materiali. È una scelta libera del genitore, non vengono chieste motivazioni da parte dello Stato. “Partendo da questa idea hanno iniziato a nascere le scuole genitoriali: un gruppo di genitori gestisce le lezioni, a casa, in gruppetti o con altri insegnanti”.IMG_0947-Custom

Francesca ci dice la sua impressione, e cioè che “in queste scuole c’è molta più libertà”. Se si vuole organizzare una passeggiata, “non ho necessità di chiamare i genitori, non ho bisogno di chiedere il permesso”. E non è detto che una scuola parentale debba per forza utilizzare il metodo Montessori, steineriano, liberitario o altro, potrebbe anche utilizzare il metodo tradizionale.

“Ho sentito in giro molti commenti negativi sul metodo Montessori. Derivano dalla mancanza di conoscenza. Alcune maestre pensano sia un metodo utilizzato per ragazzi con problemi”. E allora non ci resta che invitarvi ad approfondire queste tematiche con Francesca e l’associazione “Montessori in pratica”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-163-montessori-pratica-scuola-basata-liberta-scelta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Maestri di Strada, educazione all’avanguardia al servizio degli ultimi

Educare i ragazzi senza uniformarli, cercando di fare emergere i loro talenti. È questo l’impegno dei Maestri di Strada che da anni operano in una delle zone più problematiche d’Italia, l’Idroscalo del Lido di Ostia, per contrastrare l’abbandono scolastico e offrire alle nuove generazioni l’opportunità di un futuro migliore. Il quartiere dell’Idroscalo del Lido di Ostia è una delle zone più problematiche d’Italia da molti punti di vista. Qui nel 1975 fu ucciso Pier Paolo Pasolini. Oggi ci vivono numerose famiglie povere e poverissime e i problemi di criminalità minorile, microcriminalità, penetrazione mafiosa pesano sulle teste dei ragazzi come macigni. Ragazzi e ragazze che spesso scelgono di abbandonare la scuola per seguire altre strade (non per nulla Ostia Lido è una delle zone con maggiore tasso di abbandono scolastico d’Italia). Proprio qui però operano i Maestri di strada dell’Associazione Manes  (la stessa delle elementari nel bosco e dell’asilo del mare) che operano assieme alla scuola pubblica Amendola Guttuso. I due maestri Pietro Caddeo e Lorenzo Taroni ogni giorno si occupano di portare a scuola i ragazzi più difficili ed educarli senza uniformarli, provando a far emergere i loro talenti. Le loro lezioni non sono quasi mai “frontali” ma passano dai laboratori di legno, elettronica, arte, dalle uscite per strada; tutto ciò serve a far scoprire ai ragazzi i loro talenti e dà ai maestri la possibilità di entrare in relazione con loro.

“Non possiamo pensare di prendere dei ragazzi cresciuti in un contesto difficile, alcuni con problematiche psicologiche di vario genere, e metterli seduti ad un banco per otto ore al giorno”, ci spiega il maestro Lorenzo. “Perché semplicemente non ci stanno. Sono altri i modi per trasmettere loro le cose: per esempio attraverso l’esperienza diretta, la sperimentazione.” “Ad esempio – aggiunge Pietro – adesso ci vedete seduti sul dipinto del teorema di Pitagora, mentre l’altro giorno abbiamo inventato una canzoncina per i numeri relativi”.

CAMBIA LA TUA SCUOLA! PARTECIPA ALLA CAMPAGNA!

I maestri utilizzano laboratori e uscite per spiegare le varie materie: con la falegnameria si realizzano forme geometriche, il laboratorio di elettronica è utile per apprendere la fisica e così via. Inoltre utilizzano i principi della pedagogia dei talenti, che mira a far emergere da ciascun individuo i talenti che possiede. “Ad esempio è importante capire – continua Lorenzo – quale intelligenza è più sviluppata nel ragazzo, visiva, musicale, eccetera e utilizzare quella per spiegargli le cose”.10388196_927788770647492_1463605522446222113_n

A volte succede anche che i ragazzi non si presentino a scuola per diversi giorni, ma i maestri di strada non si lasciano scoraggiare. Vanno a casa loro, ci parlano, conoscono le famiglie. E alla fine quasi sempre li convincono a tornare. Inoltre, oltre ad occuparsi dei casi segnalati dalla scuola, dai servizi sociali ed altre istituzioni, vanno nelle vie, nelle piazze, nei punti di aggregazione, per trovare i ragazzi, instaurare un rapporto con loro e cercare di sottrarli alla strada, dove hanno ottime probabilità di finire nei giri della malavita. Infine Maestri di Strada non termina con la fine della scuola. “Maestri di strada non si ferma all’esame da privatisti” ci dice Pietro. “Facciamo una consulenza a tutto campo, li mettiamo in contatto con le istituzioni, alla Asl, ai servizi sociali. Facciamo anche un doposcuola”.91FB9A75D6CF9D30BE502E80A1C9D071

Così facendo contribuiscono giorno dop0 giorno a migliorare il contesto in cui vivono. Come ci disse Danilo Casertano, fondatore dell’associazione Manes, qualche anno fa, “Siamo sempre portati a pensare che un brutto quartiere faccia una cattiva scuola. Ma se fosse vero il contrario? Se fosse una cattiva scuola a fare un brutto quartiere?”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/io-faccio-cosi-161-maestri-di-strada-educazione-avanguardia-servizio-ultimi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni