Zero Waste Italy: ecco come fermare lo spreco di mascherine nelle scuole

Zero Waste Italy ripercorre le tappe salienti che hanno portato all’acquisto e alla distribuzione di milioni di mascherine monouso nelle scuole, proponendo soluzioni alternative che contengano questo enorme spreco e diano un esempio positivo di cultura ecologica e responsabile. Ecco il comunicato proposto da Rossano Ercolini – Goldman Prize 2013 e Presidente di Zero Waste Europe – e Laura Lo Presti, responsabile del progetto mascherine lavabili per Zero Waste Europe.

Trovare una linea unitaria di corretto recepimento rispetto al protocollo sarebbe auspicabile per una chiara ed efficace informazione. Qui di seguito ripercorriamo i passaggi significativi:

  • 09/05/2020, L’istituto Superiore della Sanità, citando il DPCM del 26/4/20, scrive: «In base al comma 2 dell’articolo 3 dello stesso DPCM, possono essere utilizzare mascherine di comunità, ovvero mascherine monouso o mascherine lavabili, anche autoprodotte, in materiali multistrato idonei a fornire un’adeguata barriere e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mente al di sopra del naso».
  • 28/05/2020, Relazione del Comitato Tecnico Scientifico sulla modalità di ripresa delle attività didattiche c/o il Dipartimento della Protezione Civile: «Gli alunni dovranno indossare per l’intera permanenza nei locali scolastici una mascherina chirurgica o di comunità di propria dotazione, fatte salve le dovute eccezioni (ad esempio attività fisica, pausa pasto ecc.); si definiscono “mascherina di comunità” mascherine monouso o mascherine lavabili, anche autoprodotte, in materiali multistrato idonei a fornire un’adeguata barriere e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mente al di sopra del naso».
  • 06/08/2020, nel Protocollo d’intesa per garantire l’avvio dell’anno scolastico nel rispetto delle regole di sicurezza per il contenimento della diffusione di covid-19 emesso dal Ministero dell’Istruzione si legge: «La scuola garantirà giornalmente al personale la mascherina chirurgica, che dovrà essere indossata per la permanenza nei locali scolastici». Nessuna traccia di obbligo.
  • 31/08/2020, verbale numero 104 del Ministero dell’Istruzione, che tenendo ferme le indicazioni del CTS, afferma: «Sarà necessario assicurare l’uso della mascherina, preferibilmente di tipo chirurgico». Nessuna traccia di obbligo.

Per quanto sopra, il Governo potrà continuare a fornire le mascherine alle scuole, ma non vi è traccia di obbligo da parte dei cittadini di ritirarle o di usarle. Sono tante le famiglie che, nel pieno rispetto della sicurezza della salute e delle evidenze scientifiche, si sono organizzate con mascherine lavabili che rispettano anche una coscienza ambientale e un migliore esempio didattico per i figli. Le mascherine intanto sono state acquistate e verranno consegnate alle scuole. Per evitare lo spreco di fondi statali e di prodotti nuovi, onde evitare che vadano buttati, suggeriamo di organizzare negli istituti la raccolta di tutte le mascherine monouso che rimarranno inutilizzate ogni mese e di comunicarlo al ministero per il conguaglio sul mese successivo. In alternativa, laddove il ministero abbia già programmato gli acquisti e gli invii, le mascherine non utilizzare dagli alunni che rinunciano e ritirare quelle messe a disposizione dagli istituti scolastici potrebbero essere donate a RSA, ospedali, centri di accoglienza e altre strutture.

Evitando il monouso dove non sia realmente necessario, che si tratti di mascherine o di qualsiasi altro prodotto, il problema dello smaltimento trova una via per la sua stessa soluzione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/zero-waste-italy-fermare-spreco-mascherine-scuole/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le 200 organizzazioni di Coalizione Clima: «Ecco il modello di sviluppo che vogliamo»

“Per uscire davvero dalle emergenze…” è il documento-appello a firma della Coalizione Clima, la rete nazionale composta da oltre 200 organizzazioni, ambientaliste, sindacali, del terzo settore, di impresa, movimenti studenteschi e tanti singoli cittadini. Che propongono un modello di sviluppo molto diversi da quello attuale.

“Per uscire davvero dalle emergenze…” è il documento-appello a firma della Coalizione Clima, la rete nazionale composta da oltre 200 organizzazioni, ambientaliste, sindacali, del terzo settore, di impresa, movimenti studenteschi e tanti singoli cittadini. Che propongono un modello di sviluppo molto diversi da quello attuale.

Ecco il documento nei suoi punti salienti.

«Le preoccupazioni per l’emergenza climatica, sulla quale si è costituita la Coalizione Clima, sonooggi amplificate da quella sulla pandemia da COVID-19, estesa a livello globale, che èindubbiamente legata alla sottovalutazione dell’impatto delle attività umane sulla natura e sull’ambiente. Il riscaldamento climatico, ben più dirompente e distruttivo della pandemia che il mondo sta vivendo, non trarrà molto beneficio dalla momentanea flessione delle emissioni di gas serra; al contrario la situazione potrebbe essere peggiorata da eventuali rinvii o rallentamenti dell’azione per azzerare le medesime emissioni. Rilancio economico e decarbonizzazione devono diventare sinonimi, se non vogliamo perdere un’occasione unica e finanziamenti ingenti che non saranno di nuovo disponibili a breve. Per questo la Coalizione Clima si sta interrogando, nelle sue diverse componenti, ritenendo che oggi più che mai occorra perseguire con decisione la progressiva riconversione del modello disviluppo, che non abbia unicamente a riferimento i parametri economici e il Prodotto Interno Lordo, quanto piuttosto, le questioni della salute e della sicurezza; dei diritti e del contrasto alle diseguaglianze, nella società e nel lavoro; dell’uso razionale ed efficiente delle risorse naturali. A maggior ragione torna oggi di grande attualità, il concetto di “Giusta Transizione”, che non si limita a misure occupazionali sulla decarbonizzazione (ovvero la rinuncia all’utilizzo di tutti i combustibili fossili, non solo delcarbone) ma allarga la visione, per attivare un processo di radicale cambiamento del modello di sviluppo, verso un modello economico che tenga conto di tutti i traguardi di crescita sostenibile fissati dalle Nazioni Unite (SDGs)».

«Gli obiettivi generali dovranno essere coerenti anche con quelli dell’accordo di Parigisul clima(2015), e lo slittamento della COP26 al 2021 non deve essere un motivo per rinviare la revisione degli NDC (i contributi dei singoli paesi al raggiungimento degli obiettivi). A questo proposito l’Italia – che ha tutti gli interessi a difendere obiettivi ambiziosi – deve adoperarsi a livello europeo per promuovere l’innalzamento del target di riduzione delle emissioni come minimo al 55% al 2030, provvedendo nel contempo alla revisione in senso più ambizioso del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) e dei suoi obiettivi, anche in vista del ruolo che avrà il nostro Paese come co-organizzatore della COP26, dove sarà fondamentale essere ambiziosi e chiari sui percorsi e le strade da seguire. Le attuali misure che il Governo sta mettendo in atto – e quelle attese da interventi Europei –mettono indubbiamente in campo una mole significativa di risorse; la questione è che le stesse siano orientate verso un progetto e una strategia coerente e lungimirante, e non siano semplicemente rivolte a far fronte alle esigenze più immediate. Gli impegni del Green Deal europeo e italiano devono misurarsi con questa necessaria strategia».

«Così come indica anche la comunicazione della Commissione Europea sul fondo di recupero da 750 miliardi di Euro, per rafforzare la competitività, la resilienza e il ruolo dell’Unione Europea a livello globale, occorre che tutti gli investimenti siano orientati ad accelerare la transizione ecologica e digitale e a costruire una società più equa e resiliente. L’emergenza, nella quale siamo immersi, fa già intravedere dei cambiamenti necessari – in alcuni casi già accennati – nei modi di produrre, di lavorare, di consumare, di muoversi. Per questo, oltre al ruolo fondamentale dei decisori politici, delle Istituzioni pubbliche, delle aziende pubbliche e private, serve assicurare una vera partecipazione democratica. È necessario dotarsi di una Strategia e di un piano per recuperare e riqualificare le aree inquinate e inutilizzate che sono disseminate nel Paese, consentendo di liberare e risanare ingenti spazi privi di destinazione d’uso e creare i presupposti per una loro riconversione. La transizione ecologica sarà possibile solo se superiamo l’attuale separazione e frammentazione degli interventi e i divari territoriali, mettendo in campo idee nuove e una diversa visione d’insieme delle politiche. Va affrontato in modo sinergico e nuovo il tema della rigenerazione delle periferie,legando assieme obiettivi ambientali sociali e occupazionali».

«Devono essere superati i ritardi negli interventi di messa in sicurezza del territorio e vanno affrontate con urgenza e determinazione le questioni legate al rischio idrogeologico e sismico che caratterizzano gran parte del nostro Paese. La particolarità della coalizione Clima, composta da tante e diverse organizzazioni (ambientali,sociali, sindacali, imprenditoriali, del volontariato, ecc.) è quella di coinvolgere competenze e conoscenze specifiche che, a partire dai diversi settori, possono mettere in evidenza possibili soluzioni, ma anche concrete criticità, dalle quali cercare di trarre sintesi condivise, per proposte comuni. Indichiamo qui di seguito solo alcuni dei punti, sui quali individuiamo l’emergenza dell’azione»

GIUSTA TRANSIZIONE

È necessaria e urgente l’attivazione di processi divisione strategica e programmazione integrata, che favoriscano la transizione verso l’economia del futuro, e non la crisi permanente attraverso misure che rafforzino i problemi attuali. Va anche assicurata la partecipazione democratica a tali processi per garantire il raggiungimento di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile, compreso quello della piena occupazione di qualità, con il pieno coinvolgimento di Enti Locali [su questo fronte l’associazione Paea da anni sostiene e segue le amministrazioni nella programmazione della riconversione ecosostenibile], parti sociali, comunità e società civile. Il Governo deve sostenere la riconversione delle imprese e creare, al contempo, opportunità di riqualificazione e il rilancio produttivo ed occupazionale in aree che rischiano di subire una forte crisi sociale e occupazionale. Sarà necessario convogliare risorse per la riconversione industriale di queste aree, prevedendo investimenti ingenti nelle fonti rinnovabili, nell’accumulo di energia, negli impianti per la chiusura del ciclo dei materiali.

PRODUZIONE DI ENERGIA ED EFFICIENZA ENERGETICA

Accelerare gli investimenti per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili, puntando sui nuovi modelli energetici (comunità rinnovabili ed autoconsumo collettivo) e confermando il phase out del carbone al 2025, è un’azione necessaria per ridurre le emissioni climalteranti. È ugualmente urgente promuovere la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente, anche prorogando i recenti provvedimenti sulle detrazioni fiscali al 110% e rendendo strutturale la cessione del credito alle banche, al fine di ottimizzare la riduzione dei consumi e delle emissioni e di rimettere in moto alcuni settori produttivi, portando un beneficio economico ai cittadini, anche delle fasce più povere, che potranno effettuare gli interventi senza, o con un ridotto, esborso di denaro.

SUSSIDI AMBIENTALMENTE DANNOSI

Devono essere gradualmente eliminati e/o rimodulati entro il 2025: in Italia, come documenta il terzo catalogo del Ministero dell’Ambiente -su una stima totale di 19,7 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi nel 2018 – 17,7 miliardi sono sussidi alle fonti fossili. Per tale fine sarà necessario che questa operazione venga fatta accompagnando i settori produttivi con misure di attenuazione di impatto sociale e di riallocazione delle risorse recuperate che, tendenzialmente, dovranno essere ripartite attraverso un mix di misure che, da una parte aiutino le fasce meno abbienti della popolazione, dall’altra sostengano interventi e attività virtuose, investimenti pubblici in ricerca, sviluppo e infrastrutture per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. L’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi deve essere accompagnata da una riforma fiscale di tipo ambientale che orienti le produzioni e i consumi verso la riconversione ecologica e la sostenibilità e da una forte riduzione delle spese militari da convogliare nella riconversione ecologica.

FILIERA AGRO-ALIMENTARE

L’emergenza ha reso evidente a tutti il ruolo primario dell’agricoltura, troppo spesso, a torto, considerata la cenerentola del mercato delle commodites. Servono strumenti per dare dignità al settore, con politiche di giusti prezzi per i produttori e politiche di sostegno per la riduzione dell’impatto sulle emissioni e sui suoli, nonché per la garanzia di qualità per i consumatori. Servono tutele e dignità per i lavoratori, inclusa la lotta al caporalato. In questa fase, e non solo, si sono sviluppate interessanti esperienze di distribuzione di prodotti a km zero, che andrebbero rafforzate per il futuro, per i consumi dei cittadini, tenendo presente anche la possibilità di sviluppo per mense scolastiche e aziendali. Respingiamo le proposte che prevedono per le mense scolastiche la possibilità di somministrare il pasto all’interno di lunch box in polipropilene, con pasti confezionati ore prima che escludono la possibilità di nutrire i bambini con alimenti freschi. Oltre al problema dei rifiuti e dello spreco che sarebbe generato da questo sistema, verrebbe svilito il ruolo e il diritto educativo e nutrizionale del momento mensa, gettando al vento anni di consapevolezza e di misure migliorative del servizio che erano state introdotte dai nuovi criteri ambientali e nutraceutici, aprendo invece la porta a produzioni industriali che spesso utilizzano prodotti da agricoltura e allevamenti intensivi, conservanti, ecc.

MOBILITÀ

Oggi sono necessari e urgenti interventi radicali per la mobilità: rafforzamento del trasporto pubblico locale con nuove flotte elettriche o idrogeno verde; innovazioni per la mobilità privata, sempre elettrica; mezzi condivisi; sviluppo della micro-mobilità nelle città; sviluppo di tecnologie sostenibili, ecc. In questa direzione è necessario dare sostegno alle Amministrazioni impegnate nel ridisegnare gli spazi della mobilità a favore di mezzi sostenibili come TPL, biciclette, micro-mobilità e mezzi elettrici in sharing. In questo periodo, la “scoperta” dello smart working ha consentito di ridurre notevolmente gli spostamenti, ma ha anche evidenziato limiti, quali la mancanza di socialità e il “diritto alla disconnessione” (per evitare un tempo di lavoro senza limiti). Lo smart working non può quindi considerarsi la chiave per la riduzione della mobilità, anche se può senz’altro aiutare, se applicato correttamente.

ECONOMIA CIRCOLARE (E CICLO DEI RIFIUTI)

Non ci sono dubbi sulla necessità di favorire un modello di sviluppo basato sull’economia circolare, attraverso la diffusione della raccolta differenziata, la tariffazione puntuale, la costruzione di impianti di nuovi impianti di riciclo e per la riparazione dei prodotti, sia per i rifiuti urbani che per quelli speciali, per ridurre l’uso di risorse ed energia, riducendo a pochi punti percentuali, rispetto al totale, il conferimento alle discariche e agli inceneritori. L’emergenza COVID-19 ha generato un’ampia varietà di rifiuti, come mascherine, guanti, tute e altri materiali monouso utilizzati dagli operatori sanitari, che vanno all’incenerimento, a cui si aggiungono i dispositivi monouso impiegati dai cittadini. È necessario, nel limite del possibile, ridurre l’uso dei materiali monouso e promuovere l’utilizzo di materiali riutilizzabili. 

DIGITAL DIVIDE

Il distanziamento sociale ha reso ancora più evidente la necessità di dotarsi di un piano organico ed adeguato per la connettività tale da garantire, su tutto il territorio nazionale incluse le aree rurali e montane, pari accessibilità alla rete per tutti i cittadini. La digitalizzazione va attuata, però, in modo da minimizzare gli impatti ambientali e sociali e tutelando la salute.Siamo contrari, pertanto, a revisioni dei limiti delle emissioni radiomagnetiche.

COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO E INTERNAZIONALIZZAZIONE

Il contrasto al cambiamento climatico è un’azione collettiva globale a cui l’Italia deve contribuire. Purtroppo il suo impegno internazionale, in termini di aiuto pubblico allo sviluppo e come impegno di sistema, si è ridotto negli ultimi anni. Risulta quindi necessario rilanciare la cooperazione partecipando di più al finanziamento del Fondo Verde, collaborando con i paesi partner per la realizzazione di piani di adattamento che riducano l’esposizione ai rischi delle popolazioni impoverite e vulnerabili, attivando tutti gli attori del sistema della cooperazione sulla base di criteri trasparenti di contributoallo sviluppo sostenibile. Allo stesso modo, i finanziamenti pubblici all’internazionalizzazione economica devono aderire sostanzialmente ai criteri ESG (Environmental, Social and Governance) e promuovere un cambiamento dei modelli di produzione nelle catene di fornitura e del commercio, in chiave di sostenibilità ambientale e sociale. Il governo italiano dovrebbe lavorare con l’Unione Europea per rendere vincolanti gli impegni sullo sviluppo sostenibile e la tutela dei diritti umani e del lavoro, promuovendo una valutazione d’impatto dei trattati in essere e in negoziato alla luce della fase post-pandemica, e assumere di conseguenza un maggiore impegno nel negoziato delle Nazioni Unite per un trattato vincolante su impresa e diritti umani, così come a livello europeo per un nuovo regolamento di due diligence che copra i diversi settori economici in modo da garantire la loro sostenibilità.

SCUOLA, UNIVERSITÀ E RICERCA

Centrale dovrà essere il ruolo di Scuola, Università e Ricerca per una Giusta Transizione. La pandemia ha dimostrato come il divario Nord –Sud e i continui tagli degli ultimi 25 anni al sistema di welfare e al sistema dell’istruzione pubblica, abbiano recato danni irreparabili, acuiti dalla falsa convinzione che la Didattica a Distanza avrebbe potuto essere un’alternativa per uscire dalla crisi. L’istruzione è innanzitutto relazione e non può essere sostituita dalla digitalizzazione. La pandemia ha messo il dito nella piaga dei tagli, degli organici insufficienti, delle classi pollaio, della mancata sicurezza degli edifici scolastici, dell’aziendalizzazione della scuola, ridotta a fattore di produzione con la “Buona Scuola” e non più finalizzata alla crescita sociale dei cittadini. Analogo discorso va fatto per le Università, afflitte da tagli pesantissimi degli ultimi decenni, sempre più orientate alla promozione delle eccellenze piuttosto che alla diffusione orizzontale dei saperi, all’incremento dei laureati (troppo pochi) e al rafforzamento del patrimonio di ricercatori (troppo basso rispetto alle medie degli altri paesi europei, ma che si fa apprezzare a livello internazionale). Infine, mai come in questa crisi, è parso evidente il ruolo che la ricerca di base e la ricerca orientata alla giusta transizione possono giocare per la realizzazione di una società più giusta, per una vera economia circolare, per la salvaguardia del nostro Pianeta. La scienza non ha dubbi ormai sulle ricadute delle attività umane sui cambiamenti climatici e sull’urgenza di un cambio di paradigma per un nuovo modello di sviluppo eco-sostenibile. Per tutto ciò è imprescindibile una revisione a tutto tondo del ruolo pubblico, che sia in grado di tornare a governare processi tanto ambiziosi per cui occorrono risorse adeguate

Fonte: ilcambiamento.it

Il Collegio del Mondo Unito: un modello che fa scuola in quattro continenti

Fare dell’istruzione una forza per unire i popoli e valorizzare le diversità, perseguendo la pace e un futuro sostenibile. È questa la missione dei Collegi del Mondo Unito, un movimento internazionale che educa i giovani a divenire portatori di cambiamento. Ecco la storia del Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico che a Trieste accoglie ogni anno più di 180 studenti da oltre 80 paesi per l’ultimo biennio della scuola superiore.

Terza tappa. Ci troviamo ancora a Trieste. Oggi andiamo a visitare un’esperienza internazionale, ma per davvero. Si chiama il Collegio del Mondo Unito e già il nome è tutto un programma. È sempre gennaio, fa freddo, ma la vista del mare ci riscalda. Dopo una notte in camper, io, Paolo e Danilo (che al suo solito si è fatto ospitare da amici!) entriamo nella scuola changemaker. Il Collegio Mondo Unito dell’Adriatico, infatti, è uno di quegli istituti superiori che Ashoka ha selezionato e che diventa allo stesso tempo promotore e ospite di cambiamenti.

I Collegi del Mondo Unito (UWC)

Facciamo un passo indietro. Si legge sul sito ufficiale dei collegi: “I Collegi del Mondo Unito (United World Colleges – UWC) sono un movimento globale che rende l’educazione una forza per unire popoli, nazioni e culture per la pace e per un futuro sostenibile. Il fulcro dell’etica del movimento UWC è la convinzione che l’educazione possa unire giovani con qualunque tipo di bagaglio socio-culturale sulla base della loro umanità comune. […] Esistono 18 Collegi del Mondo Unito in quattro continenti. La maggior parte di questi sono specializzati nell’educazione di ragazzi tra i 16 ed i 19 anni, età in cui l’energia e l’idealismo di un giovane possono essere canalizzati in empatia, responsabilità ed impegno a lungo termine. […] Gli studenti dei Collegi del Mondo Unito vengono selezionati a livello nazionale in 155 paesi attraverso il sistema dei comitati nazionali. La selezione si basa sul potenziale dimostrato dai candidati. In linea con la convinzione del movimento secondo la quale l’educazione dovrebbe essere indipendente dalle possibilità socio-economiche degli studenti, il 74% degli studenti che concludono il Diploma IB ricevono assistenza finanziaria totale. Circa il 15% degli studenti riceve, invece, una borsa di studio parziale, a seconda delle necessità”.

Il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico

Ecco, in questo contesto si inserisce la scuola che siamo andati a visitare e che si rivolge quindi a ragazzi interessati a vivere e studiare per un biennio in un contesto realmente multiculturale e multilinguistico, fuori da ogni schema rigido e da ogni riferimento esclusivamente locale. Il campus che abbiamo deciso di visitare si trova vicino Trieste, nella piccola Duino. Il Collegio di Duino nasce nel 1982 e trae ispirazione dalla cultura, dalla musica, dall’arte, dall’architettura, dalla storia e dalla diversità linguistica di questa terra e vi attinge per coltivare la creatività e la riflessione tra i propri studenti. Tra le attività “obbligatorie” per gli studenti, è previsto il volontariato. L’obiettivo dichiarato di questa istituzione è permettere ai ragazzi e alle ragazze di “sviluppare appieno il loro potenziale e di acquisire le competenze che li faranno diventare portatori di cambiamento in un mondo sempre più interconnesso”.

La nostra esperienza

Ok, ora vi ho riportato i dati ufficiali. Ma per comprendere davvero quanto sia affascinante e unica questa storia occorre visitare questi luoghi o almeno osservare attraverso il mini-documentario che vi proponiamo i volti, le aule, l’intensità degli sguardi, la vibrazione delle voci. Nella giornata trascorsa a Duino abbiamo avuto l’occasione di intervistare insegnanti, dirigenti, studenti e genitori. La lingua ufficiale, qui, è l’inglese ma si ascoltano le lingue più disparate nei corridoi, insieme alla musica prodotta da ragazze e ragazzi. Ci sono circa 180 studenti tra i 16 e i 18 anni. Gli studenti sono coinvolti nelle lezioni, raccontano le loro storie, sono stimolati dagli insegnanti ad intervenire continuamente. Il pomeriggio, oltre alle attività di volontariato (tra cui quelle rivolte ai bimbi delle scuole elementari di Duino), ci sono le attività sportive. Le famiglie sono ovviamente lontane e quindi la scuola ospita una serie di figure di accompagnamento per i giovani: medici, infermieri, tutor. Gli insegnanti, commuoventi nella loro passione e dedizione, abitano tutti a Duino e una volta a settimana cenano con i ragazzi… (Sì, lo so sembra tutto inventato lo so. Ma succede veramente!).

Oltre le barriere economiche e sociali

Tra le caratteristiche più innovative di questa scuola, si trova la contaminazione non solo geografica ma anche “economica”. Grazie al sostegno del Ministero degli Esteri, infatti, quasi tre studenti su quattro non pagano la retta, permettendo la partecipazione a ragazze e ragazzi provenienti da tutto il mondo. In effetti, incontriamo ragazzi europei, sudamericani, africani, asiatici. Giovani provenienti da ricche famiglie e immigrati dal passato drammatico che hanno lasciato tutto nel loro Paese e sono stati introdotti nel nostro Paese attraverso centri di accoglienza. Li osservi uno accanto all’altro e non sai dire chi sia ricco e chi povero.

Conclusioni
Quando pensiamo alla scuola italiana, pensiamo sempre alle aule sovraffollate, gli insegnanti precari, le scuole che crollano per i terremoti, e così via. Eppure le scuole che vi stiamo raccontando attraverso questi documentari sono scuole vere, scuole italiane. Per ora abbiamo visitato il Friuli Venezia Giulia, ma abbiamo incontrato esperienze analoghe in tutte le regioni italiane. Buona scoperta.

P.S. Una storia esemplificativa

Nel piccolo video riportato in appendice vi proponiamo la storia di David, un giovane studente immigrato dalla Nigeria. Dopo due anni di quasi schiavitù in Costa D’Avorio e varie esperienze traumatiche tra Niger e Libia, David è arrivato in Sicilia e poi, grazie ad un video segnalato da un suo tutor che presentava l’esperienza di questa scuola, è finito qui, in Friuli Venezia Giulia. Ascoltate le sue parole, osservate il suo volto. E poi ditemi ancora che realizzare i propri sogni non sia possibile.

fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/06/collegio-mondo-unito-modello-fa-scuola-quattro-continenti-scuola-che-cambia-3/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

«Azzeriamo i fondi per nuove armi e destiniamoli a scuola e sanità»

«Azzerare per un anno i fondi per nuove armi e stop alla cosiddetta “Legge Terrestre” richiesta dall’Esercito. Sarebbero più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere investiti per la riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per la sanità»: questa la richiesta di Rete Disarmo, Sbilanciamoci e Rete della Pace.

Culminano oggi con iniziative e conferenze stampa in tutto il mondo (Seoul, Sydney, Berlino, Roma, Barcellona, Washington, Buenos Aires, Rosario, Montevideo alcune tra le città confermate) le “Giornate Globali di azione sulle spese militari” coordinate dalla Global Campaign on Military Spending (GCOMS). Una Campagna «Azzerare per un anno i fondi per nuove armi e stop alla cosiddetta “Legge Terrestre” richiesta dall’Esercito. Sarebbero più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere investiti per la riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per la sanità»: questa la richiesta di Rete Disarmo, Sbilanciamoci e Rete della Pace.

«Le armi e gli eserciti non ci garantiranno maggiore sicurezza. Anzi, renderanno sempre più catastrofiche le conseguenze dei conflitti attualmente in corso e quelli futuri – dicono le tre organizzazioni nella lettera aperta – Dobbiamo invece dedicare le nostre energie a costruire dialogo, iniziative di diplomazia, politiche di sicurezza comune. E ciò è particolarmente evidente nella lotta contro il Covid-19, una minaccia non militare che potrà essere risolta solo con la cooperazione globale».

«In questi tempi di pandemia, con il Covid-19 che rischia di travolgere i sistemi sanitari di tutto il mondo, l’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma SIPRI ha reso pubblici i dati aggiornati sulle spese militari riferiti al 2019 registrando un aumento del 3,6% rispetto al 2018 con una cifra record di 1.917 miliardi di dollari, e cioè 259 dollari per ogni abitante del pianeta – si legge ancora – Tale aumento mostra che il mondo è travolto da una corsa agli armamenti a beneficio di pochi, che rischia di condurci alla catastrofe globale. E’ indice inoltre dell’enorme potere delle industrie del settore difesa, in particolare in Europa, in America del nord, in Asia e Oceania. Il solo bilancio militare della NATO arriva a 1.035 miliardi di dollari, cioè il 54% della spesa militare globale. Nel Medio Oriente, l’unica regione in cui le spese militari siano diminuite, le conseguenze tragiche dei conflitti militarizzati sono evidentissime».

«Tutto questo avviene mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con tutti i suoi limiti l’unico tentativo globale e concertato di rispondere alle crisi di natura medico-sanitaria, ha un bilancio biennale di circa 4,5 miliardi di dollari per la maggior parte contributi volontari di Stati e privati – sottolinea Giulio Marcon portavoce di Sbilanciamoci – Stiamo parlando di una cifra che annualmente è solo lo 0,11% di quanto i Governi spendono globalmente per il settore militare».

«Un altro paragone possibile è con l’investimento nell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) dei Paesi industrializzati che è pari a 152,8 miliardi di dollari, equivalenti allo 0,30% del loro PIL e meno dell’8% della spesa militare – aggiunge Sergio Bassoli della segreteria di Rete della Pace – Un dato significativo che denuncia dove stia il vero interesse ed investimento da parte dei Governi (nell’industria militare e nelle guerre) in totale contraddizione con gli impegni sottoscritti per l’Agenda 2030».  

«La situazione è del tutto simile anche in Italia, con una stima (elaborata dall’Osservatorio Mil€x, in allegato scheda con i dettagli) complessiva di spesa militare prevista per il 2020 in circa 26,3 miliardi di euro con crescita di oltre il 6% (quasi un miliardo e mezzo in più) rispetto al comparabile bilancio preventivo 2019. “E questi sono solo i numeri delle previsioni di partenza – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – perché nei bilanci consuntivi si verifica una spesa effettiva decisamente superiore. Va sottolineato poi che nella previsione per il 2020 quasi 5,9 miliardi di euro sono destinati all’acquisto di nuovi sistemi d’arma».

«Questi dati e considerazioni spingono Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Rete della Pace a una presa di posizione congiunta, con l’obiettivo di recuperare fondi utili per la fase di uscita dalla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 e per iniziare un vero processo di spostamento di risorse dalle spese militari a settori più utili per la società». 

«La proposta che intendiamo avanzare al Governo e al Parlamento è chiara e netta: una moratoria di un anno per il 2021 su tutti gli acquisti di natura militare per nuovi sistemi d’arma. Se non è forse ipotizzabile fermare i programmi che sono già stati finanziati e decisi con la Legge di Bilancio votata a fine 2019 è invece sicuramente possibile intervenire sulle prossime decisioni di budget dello Stato. Quello che chiediamo è dunque concretamente realizzabile: azzerare completamente per un anno i fondi per nuove armi allocati sia presso il Ministero della Difesa che presso il Ministero dello Sviluppo economico e non dare avvio alla cosiddetta “Legge Terrestre” richiesta dall’Esercito. Complessivamente si tratterebbe di più di 6 miliardi di euro risparmiati che potrebbero essere immediatamente riconvertiti e investiti per gli interventi di riorganizzazione scolastica post Covid-19 e per acquisto di strumentazione medica al fine di aumentare i posti letto, soprattutto quelli di terapia intensiva. Una scelta semplice e in un certo senso anche naturale, con fondi già previsti e per i quali ci sarebbe solo un cambio di destinazione da investimento negativo e non utile a investimenti fondamentali per il futuro dell’Italia». 

«Chiederemo a tutte le forze politiche, al Governo, al Parlamento di avere per una volta il coraggio di mettere le necessità reali dei cittadini italiani davanti agli interessi militari e dell’industria delle armi» concludono le tre organizzazioni.

Fonte: ilcambiamento.it

Una scuola a rischio chiusura rinasce e diventa Eco School

A rischio chiusura per mancanza di utenza, una scuola di una piccola frazione di Sondrio è rinata all’insegna dell’educazione ambientale e delle buone pratiche. Nell’Eco School di Triangia oggi i bambini trascorrono all’aperto la maggior parte del tempo, mangiano cibo sano, allenano la creatività e coltivano un orto dove imparano attraverso l’esperienza attiva anche i contenuti disciplinari. Affinché la società possa cambiare in meglio è cruciale porre la massima attenzione sulle nuove generazioni ed è per questo che Italia Che Cambia ha sempre cercato di intercettare e documentare il lento ma inesorabile cambiamento in atto anche in ambito scolastico. L’intervista all’Eco School Triangia nella piccola frazione della città di Sondrio, è stata una ventata d’aria fresca e non soltanto per il fatto che grazie all’ambiente naturale in cui è immersa ci fosse molto più fresco che in città, ma perché qui tutto è pensato per favorire un approccio più consapevole da parte dei bambini e del personale che lavora nella scuola verso l’ambiente circostante e più in generale, verso la natura.

Appena arrivata, sono stata accolta nel bel giardino alberato della scuola dal corpo insegnanti e dagli alunni che si trovavano a fare la ricreazione all’aperto, con tanto di enorme zuppiera piena di spicchi di arancia da cui i bambini attingevano per lo spuntino di metà mattina. Chiedo alla coordinatrice del progetto Eco-School, Meri Tognela, da cosa nasce il progetto: «Il progetto di Eco-School è nato nell’anno scolastico 2013-2014 quando la scuola di Triangia era considerata una scuola a rischio chiusura, come molte piccole scuole del nostro territorio che sono state chiuse per mancanza di utenza. Quindi nel 2013, in collaborazione con l’amministrazione comunale dell’epoca e con degli esperti che già collaboravano sulle tematiche dell’educazione ambientale, abbiamo cercato un modo per caratterizzare la scuola. La proposta del programma Eco-School ci è sembrata fatta ad-hoc per noi, considerato il tipo di ambiente nel quale siamo inseriti e così abbiamo implementato il protocollo che viene effettuato dalle scuole che sono interessate ad ottenere la certificazione di Eco-School. È una certificazione internazionale: nella rete ci sono tantissime scuole sparse in tutto il mondo e viene proposta alle scuole dall’associazione internazionale FEE (Foundation for Environmetal Education, ndr.) che lavora con il patrocinio dell’UE. Grazie al programma (non solo hanno salvato la scuola, ndr.) abbiamo sperimentato un modo di lavorare che ha permesso di portare dentro la scuola un’innovazione didattica attraverso metodologie che vanno oltre la lezione frontale, ma più laboratoriali, più cooperative e più significative per i bambini».

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In seguito mi mostrano la scuola al suo interno, tutta adornata con i bei lavori creativi dei bambini, e la loro aula in cui, come mi spiega la maestra di matematica e scienze, Alessia Schiappadini: «I banchi sono disposti a piccoli gruppi per favorire il lavoro cooperativo e di gruppo, perché lavorando insieme ai suoi pari il bambino è più motivato ad assumere un ruolo attivo in cui aiuterà o spiegherà lui stesso, rendendo la lezione molto proficua». 

Nel vedere i piccoli studenti così incuriositi dalla mia presenza, ne approfitto subito per coinvolgerli e chiedo loro di raccontarmi cosa fanno a scuola. Mi mostrano così alcuni dei loro lavori, come il “dìDiario dell’orto” o il “Taccuino della scoperta del mondo”, poi parlando uno alla volta, diligentemente e per alzata di mano, mi raccontano con grande entusiasmo del bosco che si trova dietro alla scuola, del loro giardino alberato, dell’orto (dove ci trasferiremo subito dopo) e in definitiva del fatto che adorano passare all’aria aperta buona parte del tempo e non dover stare sempre sui libri. Come non capirli! Le maestre mi raccontano anche di aver preso parte alle varie mobilitazioni dei Fridays For Future, come lo scorso 15 marzo e quella del 24 maggio in cui mi dicono di aver fatto un flash mob e aver scritto dei messaggi per poter coinvolgere ed ispirare la cittadinanza, disseminando il paese di Triangia e la città di Sondrio di messaggi ecologici. Ci spostiamo poi nuovamente fuori per raggiungere il piccolo orto che hanno allestito dentro il giardino, dietro l’edificio scolastico e la maestra Alessia mi spiega che il progetto è uno dei tanti rientra nella didattica esperienziale, perché i bambini in questo modo imparano meglio e l’esperienza attiva le competenze; la lezione del giorno ad esempio verterà sull’individuazione del perimetro e dell’aerea, ma nel concreto, ovvero sulle particelle ortive.

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L’orto ve lo faccio raccontare direttamente dalle parole di Meri: «Siamo nell’orto didattico dell’Eco School di Triangia, che è uno spazio molto frequentato dai bambini in tutte le stagioni e che viene utilizzato come strumento di apprendimento dei contenuti disciplinari. Quindi la finalità di questo progetto non è rappresentata esclusivamente dall’apprendere le modalità di coltivazione ma viene spalmata all’interno degli apprendimenti disciplinari. In questo momento i bambini stanno svolgendo un’attività di geometria, in altri momenti abbiamo utilizzato l’orto per esempio per scrivere un diario delle attività, per produrre dei testi descrittivi, narrativi o anche regolativi, proprio perché quello che ci interessa è di dare un senso all’apprendimento, quindi cerchiamo sempre di legarlo all’esperienza che poi viene ricostruita in classe. Viene rielaborata per arrivare poi alla sistematizzazione dei contenuti delle varie discipline e questo ovviamente ha un impatto molto forte sull’apprendimento dei nostri alunni, i quali apprendono attraverso una modalità molto significativa per loro e contribuisce ad attivare le competenze andando a superare il modello di apprendimento nozionistico e meccanico a memoria». 

«Il progetto orto – continua Meri – si chiama “Cresciamo nell’orto” e questo riassume nel titolo il valore aggiunto di questa attività ed è strettamente legato a un altro progetto che abbiamo che si chiama “Rifioriamo la terra” e che ci ha consentito di riportare nella frazione di Triangia la coltivazione del grano saraceno e della segale che, purtroppo in tutta la Valtellina, è stata abbandonata da qualche decennio, nonostante la gastronomia valtellinese, compresi i piatti principe come i pizzoccheri e gli shatt, siano fatti utilizzando farina di grano saraceno, nelle botteghe si venda il pane di segale etc.; per questo oggi tutta la materia prima viene importata dall’estero.

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Ecco perché ci interessa lavorare sul bagaglio delle memorie storiche e delle tradizioni: perché pensiamo che sia importante conoscere le radici del territorio in cui viviamo per costruire la nostra identità e quella dei nostri alunni. Abbiamo fatto anche il collegamento con il significato di filiera corta, di km 0, agricoltura biologica, sostenibilità del territorio e biodiversità. Per questo motivo coltiviamo ortaggi al di fuori dalle specie comuni e quest’anno siamo diventati anche “custodi di semi” e facciamo libero scambio di semi anche col resto della cittadinanza a Sondrio». 

«Come fine ultimo di questo tipo di educazione che stiamo portando avanti con loro, oltre ad augurarci che possa portare un cambiamento nell’immediato, cerchiamo di pensare anche al loro futuro; nell’immediato poiché essendo portatori di buone prassi dentro le loro famiglie e i loro contesti sociali, già contaminano molto il modo di pensare, ma pensiamo anche al domani e ai futuri cittadini che avranno una sensibilità e una consapevolezza più sviluppate. Loro sanno di essere bambini, ma sanno anche che sia oggi che in futuro possono contribuire anche loro al cambiamento». 

1. È stato in quest’ultima occasione infatti che ho potuto assistere di persona alla creazione dei messaggi e alla loro collocazione nella piazzetta principale della frazione di Triangia.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/scuola-rischio-chiusura-rinasce-diventa-eco-school/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Quando libertà e non violenza entrano a scuola.

Un connubio originale tra Maria Montessori e Marshall Rosemberg per portare nelle aule un approccio educativo fondato sulla libertà e la comunicazione non violenta. È la direzione scelta dall’associazione Parlare Pace che a Bargecchia, in provincia di Lucca, ha avviato l’esperienza pedagogica di “A scuola in libertà”.

“Maria Montessori diceva che realtà e fantasia non vanno divise, bisogna che vadano a braccetto perché la fantasia è quella che ti permette di sviluppare l’intelligenza, e l’intelligenza porta al cambiamento”. Queste sono alcune delle parole che Paola Francesconi, presidente dell’Associazione Parlare Pace, ha condiviso con noi quando, in una calda giornata di giugno, ci siamo inerpicati con il nostro mitico camper, su per le colline del comune di Massarosa. Direzione la sede di “A scuola in libertà”, a Bargecchia, in provincia di Lucca.

Queste prime parole raccontano già tanto di questo progetto: la capacità di osservare la realtà e con creatività individuare nuove linee di azione e cambiamento, partendo da ciò che piace, interessa, appassiona. Il mondo si può cambiare partendo da qualsiasi punto. Come nei Sette Sentieri di Italia che Cambia, non è importante tanto da dove si parte, quanto dove le nostre strade confluiscono e si incontrano. Parlare Pace Onlus nasce nell’ottobre 2012 da un’idea di Paola, studi in Scienze della Pace e numerose esperienze nel sud del mondo, e non solo, con bambini e adolescenti, e suo marito. In comune il desiderio di dare il proprio supporto al cambiamento. Per farlo hanno pensato di dedicarsi ad un progetto che mettesse le famiglie al centro, chiedendosi prima di tutto se questo fosse un desiderio condiviso da altri, se ci fossero altre persone che avessero i loro stessi interessi e che volessero un cambiamento sociale effettivo. Una comunione di intenti e modalità di operare essenziale per poter costituire una vera associazione. Così è nato un primo spazio “in cui i bambini potessero crescere felici”, racconta Paola, “siamo partiti con due bambini, mia figlia e un bimbo polacco, in un appartamento in una fattoria. Lì siamo rimasti finché il numero dei bambini non è arrivato a dodici. Ci siamo inventate la nostra quotidianità, e abbiamo approfondito l’approccio Montessori, grazie a Prisca Melucco presidente di Montessori in pratica”.

Parlare Pace segue infatti due filoni, uno legato alla pedagogia di Maria Montessori e uno legato alla comunicazione non violenta di Marshall Rosemberg. Un approccio che si realizza nella quotidianità di “A scuola in libertà” che da settembre 2017 si è insediata nella ex scuola elementare di Bargecchia. Un edificio comunale inutilizzato da tempo che l’associazione ha in gestione dall’agosto 2017, dopo aver vinto un bando di gara. Oggi sono 22 le famiglie coinvolte e 35 i bambini che frequentano la scuola: c’è la casa dei bambini dai 3 ai 6 anni e la parte dedicata ai bambini della scuola primaria, dalla prima alla quarta, tutti insieme. Quest’anno per la prima volta c’è anche la quinta elementare.

“A scuola in libertà” è una scuola parentale ma, ci dice Paola, “quando si parla di progetto di educazione parentale spesso si fraintende, si pensa che la mamma e il papà siano presenti nella didattica del figlio, in classe. Per noi il progetto necessita di una sua entità ed identità nell’approccio, quindi ci vogliono persone formate” per accompagnare i bambini nel loro processo formativo. “Poi ci vuole la parte dei genitori, senza la quale non è possibile andare avanti, sono due facce della stessa medaglia. Ci riuniamo ogni 15 giorni per condividere e progettare. C’è una grande partecipazione. I genitori si organizzano autonomamente in gruppi, per svolgere ciò che esula dai compiti dell’educatore: c’è chi si occupa delle pubbliche relazioni, chi organizza gli eventi, chi pensa all’organizzazione delle gite ed altri hanno aiutato con i permessi comunali e nei lavori di restauro della scuola”.

La ristrutturazione della scuola, che si estende su due piani per 500 metri quadrati, non è stata semplice, i lavori sono stati molti e importanti, e non sono conclusi. Un investimento necessario perché questo “vuole essere un progetto a lungo termine”. 

“Sono andata a scuola proprio qui – prosegue Paola – qui ho fatto le elementari e le mie insegnanti mi hanno trasmesso l’amore per il sapere, il conoscere, l’interessarsi agli altri”. Oggi Paola osserva tra le stesse mura, bambini interessati alla cultura, al sapere, curiosi, grazie all’approccio educativo, connubio originale tra Montessori e Rosemberg. Nella scuola questo si riflette “in ogni cosa che viene detta e fatta. Maria Montessori mette al centro il bambino nella sua interezza, cioè quello che può essere, l’uomo futuro, il potenziale che ha dentro. L’approccio alla comunicazione di Rosemberg mette in risalto quello che io sento e quello che io desidero, che sono cose distinte. Qui abbiamo questo tipo di comunicazione, anche nel gestire i pochi conflitti che accadono. Ci preoccupiamo di cosa è vivo nell’altro e in me”.

Quella di Bargecchia è una scuola libertaria, la quale si basa sulla convinzione che ogni bambino è competente. Il compito della scuola è quindi mettere ogni studente in condizione di scegliere secondo i propri interessi. Non si tratta di un insieme di regole da rispettare e neppure della libertà assoluta dei bambini. Questa scuola opera per incoraggiare il loro apprendimento e le loro capacità pratiche ed intellettuali in modo armonico e integrale. Tutto ciò viene fatto per permettere ad ogni essere di diventare ciò che è e che desidera diventare. Altri concetti di base di questo approccio educativo sono: la politica del bene comune, che viene stimolato attraverso attività pratiche che conducano i bambini/cittadini a riflettere sul senso di appartenenza alla comunità in cui si trovano, al senso di responsabilità verso le proprie azioni e ad agire secondo le proprie vocazioni. E l’importanza del contatto con la natura e con gli animali: la scuola è immersa nel verde, e c’è un grande spazio all’aperto dove poter fare molte attività e interagire con gli animali. 

“Se penso a un sogno è rendere possibile quello che per tanti è un’utopia, è metterlo in pratica. I bambini cambieranno il mondo”. 

Intervista: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/liberta-non-violenza-entrano-scuola-io-faccio-cosi-232/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Amsa, parte il progetto pilota che porta la raccolta differenziata nelle scuole di Milano

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Saranno 12mila gli alunni milanesi coinvolti nella prima fase di #Ambienteascuola, l’iniziativa del Comune e Amsa – Gruppo A2A, con il contributo dei consorzi Cial, Comieco, Corepla e Ricrea per promuovere l’educazione ambientale dei giovani. A Milano la Giunta approva il progetto pilota #Ambienteascuola – nato da un gruppo di lavoro che comprende Comune di Milano e Amsa, società del Gruppo A2A, con il supporto dell’Ufficio scolastico Territoriale di Milano – per portare in modo sistematico all’interno degli edifici scolastici la raccolta differenziata, promuovendo l’educazione ambientale dei giovani milanesi e contribuendo al raggiungimento di alcuni degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (SDGs) definiti dalle Nazioni Unite. Sono 540 le classi di Primarie e Secondarie di I e II grado, distribuite in una trentina di plessi scolastici nei nove Municipi, per un totale di 12mila alunni, che parteciperanno a questa prima fase, durante la quale saranno distribuiti circa 2.400 contenitori nelle classi e negli spazi comuni per plastica e metallo, carta e cartone e indifferenziata (l’umido prodotto dalle mense è già oggi gestito in tutte le scuole da Milano Ristorazione) e ottocento poster informativi, entro dicembre.

“L’avvio di una sistematica raccolta differenziata all’interno delle scuole è un passo importantissimo che questa Amministrazione ha voluto fortemente e che porterà la città, che già oggi arriva quasi al 60% di differenziata, a fare un ulteriore importante passo avanti in questa direzione – commentano gli assessori Laura Galimberti (Educazione) e Marco Granelli (Mobilità e Ambiente) –. Nel 2016 era stato richiesto ad Amsa di inserire all’interno del Piano Strategico degli anni successivi la creazione di un gruppo di lavoro per promuovere l’educazione ambientale e oggi possiamo dirci totalmente soddisfatti dei risultati”.

Il progetto prevede anche incontri formativi e informativi in ciascuna delle scuole coinvolte, sia per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, per illustrare il funzionamento e promuovere le corrette prassi del conferimento, sia per i docenti, ai quali saranno presentate anche le ulteriori opportunità didattiche collegate. Tra queste, il contest ‘Cestini in cerca d’autore’: ogni classe personalizzerà in modo creativo i propri contenitori utilizzando qualsiasi tecnica artistica e materiali di riciclo, sarà poi selezionata una scuola vincitrice per ogni ordine scolastico, che riceverà un premio di 500 euro, messi a disposizione da Amsa – Gruppo A2A.

Saranno inoltre realizzati una serie di video didattici, grazie al supporto dei consorzi Cial, Comieco, Corepla e Ricrea, per sensibilizzare gli studenti su diverse tematiche ambientali, a partire da cause, effetti e soprattutto concrete e quotidiane soluzioni per affrontare il problema dei cambiamenti climatici. Dopo un focus generale sul tema, infatti, ai ragazzi e alle ragazze sarà raccontato attraverso i video come ciascuno di loro possa fare tanto nella vita di tutti i giorni per contribuire a contrastare questo fenomeno: dal risparmio energetico alla produzione, smaltimento e trasformazione dei singoli materiali riciclabili, fino al corretto uso degli spazi pubblici urbani.

Al termine dell’anno scolastico Amsa produrrà un report per valutare sia l’impatto educativo sia gli effettivi risultati di raccolta differenziata. I risultati saranno poi utilizzati per progettare le azioni future, estendendo progressivamente la raccolta a tutti gli istituti scolastici.

Fonte: ecodallecitta.it

Quando la scuola sposa l’Economia del Bene Comune

Finisce la prima parte del viaggio alla scoperta dell’Economia del Bene Comune in Italia. Concludiamo con le scuole, analizzando un’interessante iniziativa nata in Alto Adige: la Piattaforma delle scuole sostenibili, tra cui l’Istituto tecnico-economico Franz Kafka di Merano. Una rete che vuole trasformare l’approccio alla sostenibilità delle scuole verso un’ottica più propositiva e fortemente legata alla filosofia dell’Economia del bene comune. Eccoci giunti a quest’ultimo (per il momento) appuntamento alla scoperta del mondo della Federazione dell’Economia del bene comune in Italia. Dopo aver approfondito i temi più importanti legati al Bilancio, aver ascoltato le voce dei principali protagonisti di questo movimento e aver scoperto le storie degli imprenditori più sensibili alle tematiche dell’Economia del bene comune, mancava un solo tassello al nostro variegato puzzle: il mondo della scuola. Torniamo così in Alto Adige, dove siamo partiti, alla scoperta di un illuminante iniziativa nata dalla collaborazione tra alcune scuole altoatesine e la Federazione italiana dell’Economia del bene comune: la Piattaforma delle scuole sostenibili e il lavoro, all’interno della stessa, dell’Istituto tecnico-economico “Franz Kafka” di Merano.

La Piattaforma delle scuole sostenibili è un progetto nato nel 2014 che mira a realizzare una rete di scuole che si occupano del tema della sostenibilità, sia a livello di buone pratiche interne che di insegnamento, allo scopo di condividere esperienze e saperi tra le nuove generazioni riguardo al tema della salvaguardia ambientale, del risparmio e dell’efficienza energetica e dell’applicazione di questi principi nell’imprenditorialità. In questa maniera, proprio come un’azienda, le scuole possono diventare un modello di sostenibilità e possono diventare un motore di conoscenza per gli studenti, in maniera tale da infondere e far incontrare la consapevolezza dell’importanza della sostenibilità con il progetto del percorso da affrontare per raggiungerla nella propria vita e nelle attività economiche. Le varie scuole partecipano proponendo ognuna le proprie attività, in maniera indipendente, avente come stella polare il tema della sostenibilità: il punto di partenza in comune è una relazione, divisa in tre fasi, sull’economia sostenibile, alla quale tutte le scuole sono invitate a partecipare. Nella prima parte di questa relazione (che dura in totale circa tre ore) viene illustrata la situazione economica globale e i problemi ad essa connessa, nella seconda fase si comincia ad analizzare gli esempi virtuosi e cosa è possibile fare per poter invertire la rotta, ed è qui che viene presentato come esempio anche quello dell’Economia del Bene Comune. Nella terza e ultima fase, gli studenti vengono divisi in gruppi più piccoli e cercano insieme delle proposte e delle soluzioni, che vengono messe su carta. A partire da queste proposte, nelle varie scuole, si lavora poi thought-2123970_960_720

Uno dei fondatori della rete è Wilfried Meraner, insegnante presso l’Istituto Tecnico Industriale Max Valeri di Bolzano: “Io avevo l’idea e il sogno di poter fare qualcosa per la sostenibilità nelle scuole. Questo perché secondo me le scuole rappresentano un altissimo potenziale di cambiamento, dato che gli studenti di oggi sono l’economia di domani”. Uno degli incontri più fruttuosi di Meraner è stato quello con l’Istituto tecnico-economico Franz Kafka di Merano, in particolar modo con Gerda Corazza, Insegnante e Coordinatrice per l’educazione alla sostenibilità nella scuola, e Uta Tribus, Insegnante e Responsabile per la “Entrepreneurship education” (traducibile nell’Educazione all’Imprenditorialità) presso la stessa scuola. “II mio punto di partenza coincideva con quello di Wilfried: il mio sogno era quello di poter collaborare a creare una scuola che fosse l’esempio di un’ idea di economia diversa – ci spiega Gerda Corazza – L’economia è un ambito così importante per il nostro futuro che abbiamo sentito fortemente il desiderio di collaborare con la Piattaforma delle scuole sostenibili e di far partecipare i nostri studenti alle varie attività”. Nella scuola Kafka di Merano l’impegno nella sostenibilità ha avuto inizio prima della Rete di economia sostenibile, con la partecipazione ad un concorso chiamato “Entrepreneurship Schule” (La Scuola dell’Imprenditorialità), come ci spiega Uta Tribus. “È un concorso su iniziativa dell’Austria dalla durata di due anni e partire da questo concorso abbiamo creato un modello, diviso per gruppi, basato sul lavoro con i ragazzi, con il coinvolgimento degli insegnanti e del Preside stesso. Dopo la presentazione di una documentazione finale, la commissione valuta se assegnarci un premio o meno”.383786_253026071431880_2063218659_n

La scuola Kafka di Merano

Questo lavoro ha posto le basi per la struttura di lavoro che si è ripetuta con efficacia nella partecipazione alla Piattaforma delle scuole sostenibili: la scuola Kafka ha proposto, nei vari gruppi di lavoro partecipanti alla Piattaforma, dei progetti legati alla lotta allo spreco alimentare nei ristoranti, con l’ideazione di alcuni “Gourmet bag”, delle confezioni in cartone riciclato da dare in dotazione ai ristoranti e da consegnare ai clienti, che possono così portare a casa l’eventuale cibo avanzato. Così dei giochi sostenibili in legno da proporre nei locali per i bambini. “Anche la nostra scuola di Bolzano ha partecipato con delle iniziative” spiega Wilfried Meraner “abbiamo lavorato molto sul riscaldamento della nostra scuola, arrivando ad ottimi risultati sulla riduzione degli sprechi. E ci siamo anche preoccupati di assicurarci che la scuola usi carta riciclata per le proprie esigenze”.

Tornando alla scuola Kafka di Merano, un altro aspetto molto importante è il forte legame con l’Economia del bene comune, come ci spiega Uta Tribus: “Nelle nostre quinte superiori, è obbligatorio imparare a stipulare il Bilancio dell’Economia del bene comune, fa parte del programma. In alcune classi vengono inviati alcuni Bilanci di alcune imprese, che realizzano già questo tipo di Bilancio, dove vengono analizzati. Il passo successivo è quello di andare direttamente nelle aziende per farci spiegare tutto il percorso necessario per realizzare il Bilancio, tappa che abbiamo già raggiunto con alcune classi. I ragazzi apprezzano e hanno capito che il Bilancio è lo strumento giusto per affrontare il futuro e per creare le solide basi di un’economia sostenibile”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/06/scuola-sposa-economia-del-bene-comune/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Insegnanti che cambiano #2 – La scuola può educare alla felicità

Donna, moglie, madre e insegnante di lettere prima e di sostegno ora, Lucia Suriano è convinta che la scuola possa e debba allenare gli studenti ad essere felici. Così dopo aver conosciuto lo yoga della risata ha deciso di portarlo nelle sue classi proponendolo ad alunni e docenti. Oggi, il suo “Educare alla felicità” è divenuto un progetto molto più ampio.

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La copertina di “Educare alla felicità”

Lucia Suriano è un’insegnante, teacher di Yoga della Risata, appassionata di genitorialità consapevole e moltissimo altro. Il suo lavoro come formatrice si concentra sul mondo della scuola e sulla realizzazione di modelli educativi che mettano al centro la felicità. Non ho mai avuto l’occasione di conoscerla di persona ma ho sentito spesso parlare di lei per il suo libro “Educare alla Felicità” e visto che come lei credo fortemente in una scuola che metta al centro le emozioni e la felicità, ho deciso di intervistarla per Italia che Cambia.

Lucia, raccontaci chi sei e cosa fai nella vita.

Sono una donna, madre, moglie, insegnante e formatrice. Sono laureata in lettere, ho insegnato per una decina di anni italiano, storia e geografia nella scuola secondaria di primo grado poi, come spesso accade, ho maturato il ruolo nel sostegno e da quattro anni sono felice di essere un’insegnante di sostegno, consapevole della enorme esperienza che sto vivendo. Mi occupo principalmente di minori che hanno gravi problematiche socio-affettive e che sono a rischio devianza.

Quando e perché nasce il desiderio di scrivere “Educare alla Felicità?”

Educare alla Felicità nasce da un sogno presuntuoso maturato negli anni di esperienza come alunna prima e insegnante e madre dopo: realizzare e imparare ad allenare la felicità a scuola!  Circa dieci anni fa ho incontrato lo yoga della risata e incuriosita dall’inconfutabile benessere che questa tecnica genera nella vita di chi la pratica con consapevole maturità, ho iniziato ad approfondire studi di neuroscienze e di psicologia positiva che andavano ad arricchire e ad ampliare il valore e l’importanza della risata in ambito educativo. Con un briciolo di sana incoscienza ho iniziato a praticare la risata incondizionata nelle classi nelle quali insegnavo e ben presto in molte delle classi della scuola nella quale lavoravo allora come docente di lettere. Così ho iniziato a strutturare e sperimentare i primi percorsi di yoga della risata a scuola per alunni e insegnanti, della cui esperienza racconto proprio nel libro edito da Edizioni La Meridiana. Oggi Educare alla Felicità è un progetto molto più ampio che si propone di diventare un generatore di processo legato al BenEssere in ambito educativo, tematica ancora troppo poco sviluppata e soprattutto troppo poco agita concretamente.

Come vedi la scuola oggi in Italia?

Ma che bella domanda! La scuola del nostro Paese la vedo come un enorme campo di possibilità, non ho mai scelto la via della critica dura e spietata, del resto ne faccio parte a pieno titolo e sono fiera di essere un’insegnante italiana. Ho piuttosto fatto mio l’impegno per cercare di essere e di portare il cambiamento che voglio vedere avvenire, sulla scia della celebre citazione di Gandhi. Ci sono secondo me tanti insegnanti che contribuiscono in modo strepitoso alla realizzazione di una scuola che abbia valori forti e che sappia essere al passo con i tempi preparando gli studenti di oggi al futuro che li vedrà adulti, ce ne sono tanti altri che hanno perso lo stupore e la meraviglia, condizioni necessarie per poter insegnare. Ritengo che sia il tempo di rimettere realmente al centro l’essere umano, reinventando il modo di guardare e di concepire lo stesso principio di educare. Lasciarsi ribaltare è un tema a me molto caro e sebbene questa non sia proprio l’intervista dedicata a questo tema, ho l’urgenza di precisare che se avremo il coraggio di lasciarci ribaltare e di rimetterci in gioco come educatori saremmo in grado di “uscire a riveder le stelle” come Dante e Virgilio nell’ultimo canto dell’inferno.lucia-suriano

Lucia Suriano

Quanto lo Yoga della Risata è stato importante in questo processo? 

In realtà la risata incondizionata è stata la scintilla che ha dato il via ad un processo di rivoluzione interiore e professionale molto complesso che era già pronto a prendere vita. Quando ho iniziato a praticare questa disciplina a livello personale sentivo la necessità di essere e rimanere congruente anche in classe, evitando frasi come: “non capisco cosa abbiate da ridere! Non c’è niente da ridere! Smettila di ridere come… o peggio ancora Risus abundat… Poi ho iniziato ad osservare quando i momenti di ilarità aumentavano e perché, ma soprattutto ho avuto l’intuizione di far sì che la risata divenisse una mia alleata strategica e funzionale alla buona riuscita della mia didattica.

Quali sono i consigli che vorresti dare agli insegnanti che fanno fatica a capire che ridere a scuola è un valore aggiunto?
Ridere a scuola è un valore aggiunto solo se ridere è un valore aggiunto nella tua vita personale. Ho già detto in un’intervista ad Orizzonte scuola che un insegnante che non ride ha perso la sua umanità e allora non sta facendo bene il suo lavoro, non sta rispondendo al contratto che ha firmato con lo stato italiano. “Smettiamola di non realizzare cose belle per paura di essere definiti sognatori”, questa è una mia forte convinzione ed è il consiglio che mi sento di offrire con umiltà ai miei colleghi, ricordando a me e a tutti coloro che vorranno lasciarsi provocare che “Ridere è una cosa seria” al pari dell’atto di apprendere. Non si fa fatica a capire che la risata è un valore aggiunto se si è un insegnante che si forma continuamente e sa quanto oggi la scienza ci dice sul processo di apprendimento e sul suo funzionamento.happy-286152_960_720

Che insegnante sei oggi?

Un’insegnante che si allena alla felicità senza trascurare tutte le sfumature emozionali che la vita a scuola mi impone di vivere, da quelle più “facili” a quelle “meno facili”. Sono un’insegnante ribaltata, non dò mai nulla per scontato, non passa giorno che non mi dia il tempo per studiare, ricercare, sperimentare le modalità e le strategie che mi permettano di vedere realizzato il sogno di educare alla felicità nella scuola del mio Paese, anche nei momenti e nelle situazioni più difficili.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/insegnanti-che-cambiano-2-scuola-puo-educare-felicita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

E se la scuola fosse divertente?

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento e la scienza dimostra che si impara meglio quando ci si diverte. Perché allora nelle scuole di oggi viene lasciato così poco spazio al gioco, alle risate e al movimento?

“Nelle nostre scuole si ride troppo poco”, diceva Gianni Rodari e – nonostante sia passato qualche lustro – questa affermazione rimane tristemente attuale. Purtroppo la scuola, oggi, è un posto in cui i bambini vanno malvolentieri, in cui si sta per ore seduti sui banchi, con una disposizione degli studenti (che ci portiamo dietro da più di un secolo) che non permette la cooperazione e il movimento. La convinzione alla base dello stato dei fatti è che apprendimento non fa rima con divertimento. A scuola non esistono momenti legati al gioco e alle risate, che sono in realtà alleati e potenti catalizzatori dei processi educativi. Ma le cose devono e possono cambiare.school_its_way_more_boring_than_when_you_were_there-1

Nel video cito uno studio molto interessante che è stato condotto dalla psicologa Jennifer Delgado sull’apprendimento osservativo con bambini di 18 mesi. I risultati sono incredibili e dimostrano come apprendere divertendosi è immediato e, naturalmente, più piacevole. La scienza ha evidenziato quanto le emozioni giochino un ruolo fondamentale nei processi d’apprendimento. La paura dell’errore, l’ansia per la competizione, il senso di inadeguatezza sono le emozioni più frequenti tra i banchi di scuola: questo vuol dire che stiamo ancorando i concetti e le abilità – per sempre e con grandissima fatica – a emozioni negative. Vogliamo una scuola in cui ci sia spazio per le risate, per il movimento, per il gioco. I miseri 10 minuti di ricreazione (spesso passati in aula) sembrano una beffa alla natura dei bambini, che potrebbero dare il meglio di loro se gli insegnanti avessero a disposizione tempo e modi differenti per svolgere le lezioni.

C’è un grande bisogno di chiare direttive dall’alto e di una formazione che cambi direzione in maniera decisa! C’è bisogno di rassicurare gli insegnanti, già fortemente stressati. Quando comincio a parlare loro della possibilità di integrare le lezioni con giochi e risate percepisco la loro paura (di perdere autorità sulla classe, di non riuscire a portare a termine gli impegni presi col ministero, di far perdere il controllo ai bambini). Sanno che imparare facendo, mentre il corpo si muove, gioca e si diverte è utile e benefico, ma non hanno gli strumenti necessari per metterlo in pratica e nessuna direttiva chiara da parte del Ministero.bambini

Daniela Lucangeli, ordinario di psicologia all’Università di Padova nonché membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze, scrive:

“A scuola si vivono delle esperienze significative della propria fase di crescita e le figure più importanti sono gli insegnanti e i compagni. Le ricerche dimostrano come le emozioni accompagnino ogni esperienza di apprendimento, quindi se noi impariamo provando paura tutte le volte che riprendiamo dalla nostra memoria quello che abbiamo appreso, riportiamo con noi anche la paura. Se apprendiamo con ansia, riprendiamo l’ansia. Quindi le scienze cognitive che sono più esposte verso  l’educazione ci avvertono e ci dicono ‘Se volete che i bambini apprendano ottenendo il meglio da loro stessi bisogna ritornare a far apprendere con il sorriso […]‘. Si parla di warm cognition, ovvero apprendimento caldo, con le emozioni migliori. Che tipo di atteggiamento educativo ha l’adulto verso il bambino? Quello che deve scegliere e decidere se essere alleato dell’errore contro il bambino è un insegnante giudice ‘Io giudico te non capace di fare, di agire, di apprendere. Sono dalla parte del compito e tutti e due siamo alleati contro chi non lo sta seguendo’. Se invece io sono alleato del bambino contro l’errore, ‘io sono dalla tua parte, ti aiuto a risolverlo, non sono un giudice, sono chi ti aiuta’”.HappyChildren

Vi consiglio due letture che potrebbero darvi una visione nuova del mestiere di insegnare, con la speranza che presto si raggiunga la massa critica di persone consapevole di questa necessità impellente: la scuola può e dovrebbe essere divertente!

“L’umorismo nella didattica – Schede operative per insegnare e imparare divertendosi” di Elena Falaschi, Alfredo Pierotti

Pensato per insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado, insegnanti di sostegno e studenti di Scienze della formazione e dell’educazione, il libro è un utile strumento che consente di sperimentare metodologie di insegnamento divertenti ed efficaci.

“Educare alla Felicità”, di Lucia Suriano

“Questo lavoro è una proposta, un tentativo concreto di portare nelle scuole, attraverso un ampio e articolato supporto metodologico, pratiche di educazione alla felicità. Praticare la risata vuol dire spezzare gli schemi negativi. Quando pensiamo a una situazione in chiave positiva diventiamo capaci di prendere decisioni migliori e influenzare il nostro corpo e il nostro comportamento. Così non solo cambiamo noi stessi, ma in fondo trasmettiamo un’energia positiva che cambia il mondo. E non è queste la missione della scuola?”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/se-scuola-fosse-divertente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni