Be Kind: “Vi raccontiamo la bellezza delle diversità”

Essere diversi non costituisce un limite alla felicità ma, al contrario, può rappresentare un valore aggiunto ed un’opportunità di trasformazione positiva. Lo testimoniano Sabrina Paravicini, attrice e scrittrice, e suo figlio Nino Monteleone, tredicenne con diagnosi di autismo, che insieme hanno dato vita al progetto e al documentario “Be Kind”, un viaggio gentile nel mondo della diversità.

“Un giorno mia mamma mi ha proposto di fare un progetto per il cinema e io ho accettato!”. Con queste parole Nino, che ha tredici anni appena compiuti, inizia a parlarci di Be Kind, un film autoprodotto che racconta con gentilezza il mondo delle diversità attraverso varie interviste che il ragazzino, in cappotto e cravatta rossa, rivolge con delicatezza, ironia e spontaneità a persone “rare”. Perché, come dice Nino, “essere diversi è come un elefante con la proboscide corta, una rarità”.

Il film rappresenta la tappa di un viaggio familiare iniziato dieci anni fa, un percorso che ha portato Nino Monteleone, al quale all’età di due anni e mezzo è stato diagnosticato l’autismo, e la sua famiglia a trasformare una situazione difficile e potenzialmente tragica in una opportunità ed una coraggiosa avventura.

“Dopo la diagnosi abbiamo vissuto un momento di rabbia e profonda sofferenza. In seguito, con coraggio, abbiamo reagito, dando a Nino tempo e totale fiducia. Non ho affrontato la diversità di mio figlio come un problema ma piuttosto come una ricchezza. Tutto ciò ha portato Nino a fare dei progressi che i neuropsichiatri hanno definito eccezionali: ha risolto i suoi problemi relazionali, acquisito autonomia e imparato a leggere e scrivere, ha scritto anche dei romanzi, ad oggi cinque! Adesso il suo viene considerato un autismo ad altissimo funzionamento, molto vicino alla Sindrome di Asperger”, ci racconta l’attrice e scrittrice Sabrina Paravicini, mamma di Nino e regista di “Be Kind, un viaggio gentile nel mondo della diversità”.

“Ho pensato di raccontare tutto questo non in modo biografico ma attraverso lo sguardo e le persone che avevamo incontrato, persone che hanno fatto della diversità un valore aggiunto. Volevo che Nino percepisse l’importanza dell’autonomia e comprendesse che essere diversi non è un limite. In questo viaggio, infatti, abbiamo incontrato molte persone che ‘sulla carta’ o per l’idea comune che si ha del disabile fisico o psichico potevano non avere autonomia e invece la hanno raggiunta eccome. Volevo mostrare, in particolare a Nino, che tutti siamo diversi, tutti siamo unici e quindi, in qualche modo, tutti siamo uguali”.SELFI-SET-1024x768

La realizzazione di “Be Kind” ha rappresentato per Nino un’avventura avvincente, lo si percepisce dall’entusiasmo con cui ci racconta le storie delle persone che ha incontrato. “Valerio, un judoka esperto e non vedente, Giulia, che ha una fidanzata omosessuale, Sara, un’attrice musulmana che si è tolta il velo, Jonis, un compositore afroitaliano, Gianluca, l’inventore di un’app pensata per ridurre i problemi comunicativi delle persone che hanno avuto una lesione cerebrale, Laura, che dipinge con la bocca perché non ha l’uso delle mani”.

Nino ha intervistato anche l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana andata nello spazio, l’attore Fortunato Cerlino, che aiuta un giovane attore con autismo a preparare la scena madre di Robert De Niro in Taxi Driver, e il giornalista Roberto Saviano, che vive sotto scorta. “Con Saviano ho parlato delle chiavi della felicità, partendo dalla teoria del filosofo Epicuro. Gli ho spiegato come essere felice”, racconta Nino ricordando quell’incontro. “Perché Nino è una persona felice – sottolinea Sabrina – ed è proprio questo che volevo far capire attraverso il documentario”.

La felicità, infatti, è uno dei concetti principali di questo film. “In Be Kind si vede la felicità delle persone che hanno trovato una chiave di lettura della propria vita e hanno fatto della diversità un punto di forza. Tutte le persone che si raccontano nel film sono partite da una situazione che era in qualche modo senza speranza ma tramite la volontà e un’attitudine a cercare la felicità hanno dato una svolta alla loro esistenza. Chi ha fatto della propria diversità una forza ha una vita molto felice. Nino parla molto di felicità e io lavoro tantissimo affinché lui sia una persona felice, una persona con una solida autostima ed una grande gioia di vivere. E questi, ho notato, sono elementi comuni alle persone che abbiamo incontrato”.ìbe-kind-2

Nel film il tema della felicità va di pari passo con la gentilezza. “Il titolo ‘Be Kind’ nasce dal fatto che io e Nino siamo delle persone gentili. Nino in particolare è gentilissimo, come lo sono anche le persone che abbiamo incontrato in questo viaggio. Soprattutto, però, l’obiettivo di Be Kind è legato alla gentilezza: desideriamo infatti creare una rete di gentilezza intorno alla diversità”.

“La gentilezza – continua Sabrina – viene spesso scambiata per debolezza ma al contrario è qualcosa di molto potente. Non ha a che fare con la compassione, è un’indole ma anche un atto coraggioso e una scelta cosciente che può portare a grandi risultati, ad esempio nella risoluzione di un conflitto”.

“Vorrei – afferma Sabrina – che Be Kind diventasse un’etichetta di gentilezza, qualcosa che possa fare da catalizzatore per le persone e diffondere messaggi positivi, in questo periodo storico in particolare. A differenza di quello che spesso emerge dai media, io sono convinta che la maggior parte delle persone sia perbene, sebbene ci siano episodi negativi che giustamente vengono denunciati e malgrado i cattivi esempi di chi dovrebbe rappresentarci. In passato la situazione era peggiore ma se ne parlava meno. Pensiamo ad esempio alla scuola che una volta era molto meno inclusiva di oggi. Il problema è che la gentilezza, come le belle notizie, non fa notizia! Ma la gentilezza, ne sono convinta, trionferà. Le cose cambiano, bisogna avere fiducia e dare tanta fiducia ai propri figli”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-230-be-kind-bellezza-diversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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L’Oasi di Scacco e Hope: nuova vita per i cavalli

La storia di Coretta Spalla e Fabio Ronchetti e della loro Oasi di Scacco e Hope, un luogo in provincia di Biella che si pone l’obiettivo di recuperare e rispettare cavalli vittime di abbandono o di trattamenti violenti. In relazione con l’uomo.oasi-di-scacco-e-hope-nuova-vita-cavalli

Un’oasi di 40000 metri quadrati dove recuperare cavalli destinati al macello o vittime di maltrattamenti. In provincia di Biella, a Mongrando, ha sede l’Oasi di Scacco e Hope, un progetto di Coretta Spalla (Istruttrice internazionale di Centered Riding®) e Fabio Ronchetti, che a partire dal 2006 hanno dato vita al proprio sogno: quello di vivere a stretto contatto con i cavalli. L’Oasi di Scacco e Hope non è solamente una scuderia: tutto nasce dall’arrivo di Scacco, un cavallo donato a Coretta allo scopo di metterlo a riposo, dopo lunghi anni passati in maneggio.oasi-di-scacco-e-hope-nuova-vita-cavalli-1538643080

“Da allora è nata una sperimentazione che ha coinvolto molti altri cavalli, giunti qui nel corso degli anni” ci racconta Coretta “e recuperati da situazioni di abbandono, maltrattamento e macello. Non è stata una vera e propria scelta, siamo partiti quasi condizionati dal fato e ci siamo fatti assorbire da questa attività.”
L’obiettivo, oltre al recupero, è quello di provare a instaurare un rapporto diverso con il cavallo, considerando ogni esemplare per la propria specificità: “Il problema fondamentale è che noi uomini tendiamo ad antropomorfizzare l’animale, lo umanizziamo. I cavalli, in questa maniera, perdono la loro essenza e il nostro obiettivo è farli tornare ad essere cavalli. Abbiamo assistito all’arrivo di esemplari completamente chiusi, immobili, distaccati da loro stessi e dal circondario”.

Il primo passo è caratterizzato dunque da un periodo di transizione per l’animale, che impara
a scaricare la rabbia e a superare gli shock subiti, per poi tentare (se l’animale lo permette) un approccio e un percorso volto al contatto con l’essere umano. Per mettere in pratica questo desiderio, la scuola di equitazione all’interno dell’Oasi di Scacco e Hope si caratterizza per una modalità relazionale di rispetto reciproco tra l’essere umano e l’animale. Nata quattro anni fa come laboratorio (chiamato “I nostri amici cavalli”) con cadenza settimanale e riservato ai bambini dai cinque anni in sù, è per stessa ammissione di Coretta una scuola più impegnativa rispetto alle tradizionali scuole di equitazione, “perchè oltre ad imparare le andature e le tecniche per montare, si lavora con l’aspetto relazionale tra il bambino e il cavallo. Ogni singolo esemplare possiede una sua specificità e particolarità, e nel rapporto con l’uomo si differenzia rispetto ad un cavallo allo stato brado, così come l’essere umano esce trasformato dal rapporto con l’animale”. Questa sperimentazione è divenuta nel corso degli anni un modello di lavoro funzionante, e con l’istruttore F.I.S.E. Christian Grasso è nata una collaborazione, che ha dato vita ad una vera e propria Scuola di Equitazione: “Un percorso annuale che unisce la mia esperienza, fatta in questi anni di laboratorio, con l’equitazione classica”.oasi-di-scacco-e-hope-nuova-vita-cavalli-1538643035

L’area recuperata
La sede dell’Oasi di Scacco e Hope è un grande prato con un bosco. Nei dintorni si trova anche l’appartamento di Coretta e Fabio: “lo abbiamo lasciato volutamente piccolo, non volevano togliere spazi importanti ai nostri cavalli e alle persone che visitano l’Oasi”. In passato non c’era nulla e nel corso degli anni Fabio e Coretta hanno recuperato la casa e organizzato gli spazi dell’area: “tutti i lavori sono stati realizzati in autocostruzione, grazie a materiali di recupero di ogni tipo. Abbiamo allestito una biblioteca, dove le persone possono venire e consultare dei libri, e abbiamo ospitato laboratori di vario tipo, dalle costruzioni in terracotta alla pittura. È uno spazio nell’Oasi che è a disposizione della comunità”.
Per quanto riguarda la parte strutturale riservata ai cavalli, Fabio e Coretta stanno cercando di ultimare l’area con il completamento dell’infermeria e la costruzione di una zona lavaggio per i cavalli, della selleria e del fienile.” Se volete aiutarli, trovate tutte le informazioni necessarie qui.

Foto copertina
Didascalia: Oasi si Scacco e Hope
Autore: Oasi si Scacco e Hope

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Scuola per Via: camminare nella natura come pratica educativa

Camminare nella natura è la metodologia educativa proposta dall’Associazione di Promozione Sociale “Scuola per Via”, alla riscoperta del legame tra l’essere umano e l’ambiente e verso una profonda riflessione sul ruolo dell’uomo e di ciò che lo circonda. L’interazione con l’ambiente è stata da sempre parte integrante della vita dell’essere umano e della sua evoluzione, in un rapporto fatto di complessità, reciprocità e profonda interconnessione. L’ambiente rappresenta la nostra casa, è la dimensione con cui ci interfacciamo quotidianamente e, insito nella nostra identità e memoria collettiva, è parte fondante del nostro essere. Il rapporto biunivoco uomo-ambiente, approfondito sin dal passato all’interno di molteplici discipline quali la filosofia, la sociologia, la geografia o la psicologia, è riproposto da una realtà che opera sul territorio piemontese, quale l’Associazione di Promozione Sociale “Scuola per Via”. Il metodo di insegnamento che essa utilizza è sviluppato nell’ambito IN.F.E.A – Informazione Formazione Educazione Ambientale ed è volto a garantire un apprendimento che tenga conto delle componenti emozionali ed etiche dell’allievo, oltre che dell’apprendimento induttivo e del suo coinvolgimento fisico-mentale. Tramite una costante attività sui territori della bassa Val Susa, l’Associazione avvia percorsi ed esperienze didattiche e culturali che offrono un metodo di apprendimento e di conoscenza di temi quali la natura, l’ambiente, l’ecologia ed il paesaggio, utilizzando come espediente la “pratica” del cammino.scuola-per-via-camminare-in-natura-pratica-educativa-1535614902

Il cammino rappresenta uno strumento col quale entrare in contatto diretto con l’ambiente, attraverso il quale osservare, percepire e comprendere ciò che ci circonda e dal quale avviare una profonda riflessione sulle nostre interazioni con la natura.

“Scuola per Via”, ancor prima che Associazione, è un metodo di osservazione dell’ambiente che nasce grazie al lavoro e alla passione di esperti impegnati sul territorio nel campo della sostenibilità, dirigendo le diverse conoscenze verso un obiettivo comune. Tra questi spiccano accompagnatori naturalistici, educatori e ricercatori nel campo delle energie alternative e bibliotecari nell’ambito della microeconomia locale sostenibile, i quali, in data 22 ottobre 2010, hanno dato vita all’Associazione che attualmente opera con sede legale a Grugliasco e sede operativa ad Avigliana. I percorsi individuati per lo svolgimento delle iniziative sorgono sui territori dell’Anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, alle porte della bassa Val di Susa e rappresentano i luoghi di una vera e propria narrazione intorno a diversi temi ambientali. La pratica del cammino, stimolata da tali narrazioni, acquisisce una connotazione a volte dinamica, a volte meditativa, a volte contemplativa, oltre che di esplorazione e conoscenza. La metodologia prevista per lo svolgimento delle attività include tre livelli di insegnamento che corrispondono rispettivamente a tre “osservatori” lungo i percorsi, tramite i quali vengono analizzati e raccontati i diversi ecosistemi e le relazioni che ne scaturiscono. Essi sono rispettivamente: l’osservatorio naturalistico, tramite il quale si studiano le relazioni ecologiche negli ecosistemi; l’osservatorio antropico, il quale esamina le attività umane in funzione del loro grado di insostenibilità; l’osservatorio del deserto, nel quale si dialoga sulla costruzione dell’unità fra sé e il mondo. I diversi livelli di lettura del territorio sono connessi a rispettivi livelli di comprensione del mondo, in cui hanno un ruolo centrale il momento esperienziale ed il coinvolgimento emotivo dell’individuo. La modalità di insegnamento prevista include momenti di informazione, confronto e pratiche unitarie rivolte ai partecipanti, volte a facilitare la trasformazione delle conoscenze acquisite in comportamenti sostenibili ed eco-compatibili e ad attivare una riflessione sulla condizione dell’ambiente e sul contributo che ognuno può dare attraverso le proprie azioni individuali. Ne sono esempio la sensibilizzazione al cammino come forma di mobilità o la pratica del compostaggio di qualità agraria per ottenere alimenti che nel ciclo di produzione contribuiscono a ricostituire l’humus del suolo. Le attività proposte dall’Associazione, nel complesso, si declinano in svariate esperienze collettive e partecipate quali le escursioni, pensate per gruppi di adulti e famiglie, i laboratori didattici per le scuole, le attività teatrali all’aperto, le conferenze e le serate dedicate alle letture su un tema predefinito.scuola-per-via-camminare-in-natura-pratica-educativa-1535614666

Tra le più recenti emerge il “Centro estivo nel bosco” che ha avuto luogo presso il Parco Naturale dei Laghi di Avigliana ed indirizzato ai bambini tra i 5 e gli 11 anni. L’esperienza ha favorito lo svolgimento di attività nella natura quali laboratori sensoriali, pittura coi colori naturali, la costruzione di una capanna e la manipolazione dell’argilla. Un secondo evento che ha avuto luogo recentemente, è rappresentato da “Le Domeniche del Paesaggio”, connesse alla “Scuola Alternativa Itinerante”, le quali costituiscono delle passeggiate tematiche fondate sulla lettura del paesaggio e sull’approfondimento di svariati argomenti quali l’apicultura, la biodiversità, la sacralità dei sensi, l’impermanenza. Guidate da un accompagnatore naturalistico e da esperti in materia, conducono i partecipanti alla riscoperta della natura, talvolta tramite passeggiate notturne ed attività pratiche lungo i sentieri. Uno degli obiettivi dell’associazione è proprio quello di costruire unità con il vivente, attraverso un atteggiamento di cura e rispetto, come dimostrano le attuali progettualità sul tema della biodiversità, quali la costruzione di un giardino delle api ed un orto sinergico. Le esperienze che “Scuola per Via” propone, offrono nel complesso una visione multidisciplinare e sistemica che stimola la conoscenza di ciò che ci circonda ed allo stesso tempo permette di confrontarsi con se stessi. È una “scuola” fatta di passeggiate nel verde, riconnessione con la natura ed esaltazione dei sensi, dove poter riscoprire il territorio che ci ospita ed in cui “l’obiettivo è spogliare l’uomo del ruolo di culmine dell’evoluzione, guardandolo alla luce dei molteplici legami che lo ancorano all’ambiente e vestendo i panni degli altri esseri che popolano la Terra”.

Foto copertina
Didascalia: Nel bosco con Scuola per Via
Autore: Pagina Fb Scuola per Via

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MAcA: il primo museo in Europa dedicato all’ambiente

Non si finisce mai di imparare e di scoprire, a qualsiasi età. Questo il principio ispiratore del primo museo in Europa interamente dedicato alle tematiche ambientali. Nato a Torino dal riciclo architettonico di una fabbrica dismessa, il MAcA – Museo A come Ambiente offre un concentrato di esperienze per promuovere conoscenza e consapevolezza intorno a quattro tematiche principali: acqua, energia, rifiuti e riciclo, alimentazione. A Torino sorge un museo interamente dedicato all’ambiente che incrocia in qualche modo arte, cultura e scienza. Può sembrar poca cosa, ma è il primo in Europa e tra i primi nel mondo! Eppure in pochi lo sanno. Anzi, ancora oggi, quando si parla di Italia si sottolinea come i musei siano vetusti, arretrati, poco multimediali.

Per fortuna non è sempre così. Per saperne di più su questo importante strumento di divulgazione e formazione, siamo andati a visitare il MAcA – Museo A come Ambiente e abbiamo intervistato il Direttore Paolo Legato che ha avviato un processo di rinnovamento e aggiornamento dei percorsi e del posizionamento culturale del MAcA.

“In questi edifici prima sorgeva una fabbrica della Michelin – ci spiega Paolo – Siamo l’esempio vivente del riciclo architettonico. Non credo che sia un caso che il primo museo europeo dedicato all’ambiente sia sorto nel capoluogo piemontese. Torino, infatti, è sempre stata ed è una realtà particolare: tante delle novità che caratterizzano il nostro Paese partono da Torino. Qui ribollono molte iniziative”. Gli chiedo di spiegarci cosa contraddistingua questo museo. Non ha dubbi. “Non è un luogo di collezione, ma un concentrato di esperienze. Si inserisce in un filone europeo dei musei di scienza, i cosiddetti ‘science center’, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello pratico. Non a caso facciamo parte della rete ECSITE”.museo-a-come-ambiente

Al momento il museo si occupa di quattro grandi aree tematiche, a cui presto si aggiungerà il tema dei trasporti: acqua, energia, rifiuti e riciclo, alimentazione. Per promuovere conoscenze e consapevolezza in questi ‘mondi’ vengono usate postazioni interattive attraverso le quali il visitatore può giocare con i contenuti imparando qualcosa. L’obiettivo è creare un ponte cognitivo attraverso l’approccio pratico.

“Questo approccio nasce a San Francisco, con l’Exploratorium – continua Legato – Il fenomeno e la conoscenza sono mediate dall’oggetto stesso. Noi non interroghiamo il visitatore, ma rispondiamo ai suoi dubbi o ne creiamo”.

Tra gli obiettivi del Museo vi è la valorizzazione delle buone prassi. I giovani frequentatori, inoltre, vengono stimolati nel proporre le loro idee. Ci sono offerte per tutte le età, dai bambini molto piccoli ai diciottenni, ma anche gli adulti non sembrano disdegnare! Per raggiungere pubblici così diversi, il contenuto viene ‘modulato’. Un ruolo fondamentale è svolto dai laboratori, della durata di 90 minuti, caratterizzati da un apprendimento non formale e guidati da circa una decina di animatori. Nel museo, inoltre, vengono svolti ogni anno circa 30-35 eventi eventi tematici. L’anno poi è caratterizzato dalle visite delle scuole e dai turisti di passaggio, nonché dai laboratori didattici.

“Abbiamo 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030 – spiega Paolo Legato riferendosi all’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile dell’Onu – li ho stampati in italiano e messi su un muro simbolico che alla fine dei laboratori viene abbattuto”.museo-a-come-ambiente-4

Gli chiedo quali siano i loro di obiettivi per il prossimo triennio. “Proporremo mostre temporanee. A maggio inauguriamo il ‘padiglione guscio’. Queste mostre temporanee dovrebbero attirare chi è già venuto e vuole tornare per visitare qualcosa di nuovo”.

Ma non è tutto! Stanno nascendo anche collaborazioni internazionali! “Attualmente il museo è stato inserito in un progetto in Etiopia. Una onlus italiana – CIFA – ci ha chiamato per fare formazione sulla plastica in Etiopia. A questo progetto si interessano anche Francia e Germania. Questo vuol dire che quando un progetto è fatto bene e con il cuore può diventare un modello. E magari pian piano verrà finanziato”.

Come si può diffondere un approccio come questo? “Rubare le idee è fondamentale! Il corpo insegnanti è molto sensibile ed è il nostro pubblico di acquisto. Quando vengono ricordano e riportano nelle classi quanto appreso. Molte aziende usano una visita da noi come premio. E il passa parola è a carico dei bambini e delle bambine, che sono sensibili ma hanno bisogno di essere formati. Il tema ambientale nei programmi scolastici è tema di discussione ma non è detto che si abbia le competenze e gli strumenti per affrontarlo. Per questo ho anche fatto abbassato il prezzo del biglietto”.maca-museo-a-come-ambiente-2

Chiudiamo riflettendo sul nostro Paese: “Nessuno sa che l’Italia è al vertice per quanto riguarda le energie rinnovabili e che più in generale le aziende green sono più resilienti e economicamente solide”.  Un altro insegnamento che ci viene dalla Natura. Tutto comincia con imparare le basi, l’alfabeto, la lettera A. A come Ambiente.

Intervista: Daniel Tarozzi e Lorena di Maria
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/06/io-faccio-cosi-215-maca-primo-museo-europa-dedicato-ambiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

E se la scuola fosse divertente?

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento e la scienza dimostra che si impara meglio quando ci si diverte. Perché allora nelle scuole di oggi viene lasciato così poco spazio al gioco, alle risate e al movimento?

“Nelle nostre scuole si ride troppo poco”, diceva Gianni Rodari e – nonostante sia passato qualche lustro – questa affermazione rimane tristemente attuale. Purtroppo la scuola, oggi, è un posto in cui i bambini vanno malvolentieri, in cui si sta per ore seduti sui banchi, con una disposizione degli studenti (che ci portiamo dietro da più di un secolo) che non permette la cooperazione e il movimento. La convinzione alla base dello stato dei fatti è che apprendimento non fa rima con divertimento. A scuola non esistono momenti legati al gioco e alle risate, che sono in realtà alleati e potenti catalizzatori dei processi educativi. Ma le cose devono e possono cambiare.school_its_way_more_boring_than_when_you_were_there-1

Nel video cito uno studio molto interessante che è stato condotto dalla psicologa Jennifer Delgado sull’apprendimento osservativo con bambini di 18 mesi. I risultati sono incredibili e dimostrano come apprendere divertendosi è immediato e, naturalmente, più piacevole. La scienza ha evidenziato quanto le emozioni giochino un ruolo fondamentale nei processi d’apprendimento. La paura dell’errore, l’ansia per la competizione, il senso di inadeguatezza sono le emozioni più frequenti tra i banchi di scuola: questo vuol dire che stiamo ancorando i concetti e le abilità – per sempre e con grandissima fatica – a emozioni negative. Vogliamo una scuola in cui ci sia spazio per le risate, per il movimento, per il gioco. I miseri 10 minuti di ricreazione (spesso passati in aula) sembrano una beffa alla natura dei bambini, che potrebbero dare il meglio di loro se gli insegnanti avessero a disposizione tempo e modi differenti per svolgere le lezioni.

C’è un grande bisogno di chiare direttive dall’alto e di una formazione che cambi direzione in maniera decisa! C’è bisogno di rassicurare gli insegnanti, già fortemente stressati. Quando comincio a parlare loro della possibilità di integrare le lezioni con giochi e risate percepisco la loro paura (di perdere autorità sulla classe, di non riuscire a portare a termine gli impegni presi col ministero, di far perdere il controllo ai bambini). Sanno che imparare facendo, mentre il corpo si muove, gioca e si diverte è utile e benefico, ma non hanno gli strumenti necessari per metterlo in pratica e nessuna direttiva chiara da parte del Ministero.bambini

Daniela Lucangeli, ordinario di psicologia all’Università di Padova nonché membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze, scrive:

“A scuola si vivono delle esperienze significative della propria fase di crescita e le figure più importanti sono gli insegnanti e i compagni. Le ricerche dimostrano come le emozioni accompagnino ogni esperienza di apprendimento, quindi se noi impariamo provando paura tutte le volte che riprendiamo dalla nostra memoria quello che abbiamo appreso, riportiamo con noi anche la paura. Se apprendiamo con ansia, riprendiamo l’ansia. Quindi le scienze cognitive che sono più esposte verso  l’educazione ci avvertono e ci dicono ‘Se volete che i bambini apprendano ottenendo il meglio da loro stessi bisogna ritornare a far apprendere con il sorriso […]‘. Si parla di warm cognition, ovvero apprendimento caldo, con le emozioni migliori. Che tipo di atteggiamento educativo ha l’adulto verso il bambino? Quello che deve scegliere e decidere se essere alleato dell’errore contro il bambino è un insegnante giudice ‘Io giudico te non capace di fare, di agire, di apprendere. Sono dalla parte del compito e tutti e due siamo alleati contro chi non lo sta seguendo’. Se invece io sono alleato del bambino contro l’errore, ‘io sono dalla tua parte, ti aiuto a risolverlo, non sono un giudice, sono chi ti aiuta’”.HappyChildren

Vi consiglio due letture che potrebbero darvi una visione nuova del mestiere di insegnare, con la speranza che presto si raggiunga la massa critica di persone consapevole di questa necessità impellente: la scuola può e dovrebbe essere divertente!

“L’umorismo nella didattica – Schede operative per insegnare e imparare divertendosi” di Elena Falaschi, Alfredo Pierotti

Pensato per insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado, insegnanti di sostegno e studenti di Scienze della formazione e dell’educazione, il libro è un utile strumento che consente di sperimentare metodologie di insegnamento divertenti ed efficaci.

“Educare alla Felicità”, di Lucia Suriano

“Questo lavoro è una proposta, un tentativo concreto di portare nelle scuole, attraverso un ampio e articolato supporto metodologico, pratiche di educazione alla felicità. Praticare la risata vuol dire spezzare gli schemi negativi. Quando pensiamo a una situazione in chiave positiva diventiamo capaci di prendere decisioni migliori e influenzare il nostro corpo e il nostro comportamento. Così non solo cambiamo noi stessi, ma in fondo trasmettiamo un’energia positiva che cambia il mondo. E non è queste la missione della scuola?”.

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Orto in Condotta di Slow Food: l’esempio della Scuola primaria Nino Costa a Torino

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Orto in Condotta è un progetto di educazione alimentare e ambientale di Slow Food dedicato alle scuole. Coinvolge genitori, produttori locali, insegnanti e nonni, uniti nell’obiettivo di condurre e accompagnare i bambini alla scoperta della vita e del piacere del cibo. L’esempio della Scuola primaria “Nino Costa – I.c. San Mauro Torinese” di Torino. Il progetto Orto in Condotta di Slow Flood prende avvio in Italia nel 2004 e nel corso degli anni è diventato lo strumento principale dell’Organizzazione per le attività di educazione ambientale e alimentare nelle scuole. Ispirato al primo school garden di Berkeley, California, coinvolge genitori, nonni, insegnanti, bambini e produttori locali in numerosi percorsi volti a creare una comunità dell’apprendimento, per la trasmissione alle giovani generazioni dei saperi legati alla cultura del cibo e alla salvaguardia dell’ambiente.orto-in-condotta-slow-food-torino-1518510315

La rete italiana delle scuole aderenti al programma è ormai vastissima, con oltre cinquecento orti realizzati in tutta Italia. Una delle scuole aderenti al programma è la Scuola primaria “Nino Costa – I.c. San Mauro Torinese” di Torino, che ha aderito al progetto Orto in Condotta con una particolare iniziativa: la scuola, con l’obiettivo di rafforzare la coscienza co-produttiva dei bambini, ha infatti aderito ad alcune feste locali e tra i banchetti dei produttori locali c’erano anche i prodotti dell’orto realizzato dagli alunni a scuola: i prodotti sono andati letteralmente a ruba, per la gioia dei piccoli produttori.  All’interno dell’Istituto gli insegnanti hanno deciso di lavorare sodo per fare in modo che i bambini conoscano attivamente il mondo del cibo, degli orti e della natura, grazie anche alla preziosa collaborazione dei nonni dei bambini che collaborano affinchè essi possano rastrellare, seminare, innaffiare e alla fine raccogliere i prodotti.
Le piantagioni sono in parte coltivate all’aperto (le numerose erbe aromatiche, i piselli, i fagiolini, rucola, insalata, ravanelli) e in parte in serra. I piccoli studenti hanno inoltre costruito dei semenzai, organizzato dei laboratori del gusto con i prodotti dell’orto e si sono presi cura di una piantina ciascuno, seguendone la crescita.
Uno degli obiettivi che si pone la scuola è quello di coltivare e recuperare alberi da frutto dimenticati come il giuggiolo, l’azzeruolo e il sorbo, così come alcuni fiori.orto-in-condotta-slow-food-torino-1518510340

Per quanto riguarda la regione Piemonte, sono attualmente settantatrè gli istituti che hanno deciso di collaborare al programma Orto in Condotta, e le varie attività delle scuole si pongono tutte l’obiettivo comune di condurre e accompagnare i piccoli studenti alla scoperta della vita, del piacere del cibo, del rispetto della natura e di chi la coltiva.

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Autore: Slow Food Italia

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Dentro una riserva naturale nasce una scuola libertaria

Si chiama “Albero della Tuscia” ed è rivolta ai bambini dai 3 ai 10 anni la prima scuola libertaria dell’Alto Lazio che sta per aprire all’interno di una riserva naturale a Farnese, in provincia di Viterbo. Aule a cielo aperto, niente premi e punizioni, né compiti a casa. I bambini come soggetti in grado di prendere decisioni competenti. Questo e molto altro sarà “Albero della Tuscia”, scuola che aprirà a febbraio 2018 dentro e fuori il casale a impatto zero del laboratorio didattico della Riserva naturale Selva del Lamone, con il patrocinio del Comune di Farnese e la collaborazione della Riserva. Grazie a uno speciale scuolabus – “che sarà la prima aula della giornata e non solo mezzo di trasporto”, sottolinea Anna Cacciamani, coordinatrice didattica – saranno coperti tutti i territori limitrofi, con punti di raccolta anche a Pitigliano, Acquapendente, Bolsena, Montefiascone. Previste in partenza due fasce d’età: 3-6 e 6-10. La scuola sarà aperta tutto l’anno scolastico dalle 8.30 alle 16.30 dei giorni feriali.anna_cacciamani

Anna Cacciamani, coordinatrice della scuola

Il progetto educativo prende avvio dall’esperienza di Anna Cacciamani e Alessio Tacchetti, genitori di quattro figli e fondatori dell’asilo ad approccio libertario Nati Oggi, convenzionato con il Comune di Roma. Anna ci racconta cosa lei intende per “scuola”: «Si parte dall’osservazione di ogni specifico bambino pensato nella sua complessità psichico-emotivo-corporea. Gli educatori hanno il ruolo di facilitatori di processi di apprendimento autonomo, spontaneo, esperienziale… attraverso il gioco e a fianco di maestra natura. Si sperimenta la democrazia partecipativa in ogni ambito della vita scolastica: in cerchio assembleare i bambini decidono come, quando, che cosa, dove e con chi imparare. L’ambiente che li circonda, sia naturale che al coperto, è ricco di stimoli e i bambini possono liberamente creare il proprio percorso, supportati dagli adulti, ove da loro richiesto».

Nel pieno rispetto dell’ecosistema, anche il piano alimentare è biologico, locale, di stagione e il più possibile autoprodotto.

La pagina Facebook dell’evento e quella della scuola.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/dentro-riserva-naturale-nasce-scuola-libertaria/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La Scuola nel Bosco nata dal sogno di due mamme

Contatto con la natura, gioco libero e sperimentazione. Dal sogno condiviso di due mamme è nata a Pianoro, sulle colline bolognesi, una Scuola nel Bosco per bambini da 3 ai 6 anni: un’altra esperienza che testimonia l’interesse crescente verso modelli educativi alternativi alla scuola tradizionale.  “Ogni volta che i nostri piccoli esploratori camminano nel bosco aprono una strada che altri in futuro potranno tornare a percorrere seguendo le loro orme: i loro passi sono piccoli semi di un mondo autentico, fatto prima di tutto di sperimentazione”. Abbiamo intervistato Maddalena Scalabrin e Erica Vignolo, fondatrici della Scuola nel Bosco di Pianoro, progetto della Cooperativa Sociale Canale Scuola, agenzia di formazione accreditata MIUR, che ha creato una rete di scuole nel bosco per promuovere attività continuative per bambini nella natura.pianoro

Puoi raccontarci brevemente come, quando e per iniziativa di chi è nata la Scuola nel Bosco di Pianoro?
Tutto è nato da un sogno condiviso da due mamme, in cerca di un modello di insegnamento che permettesse ai bambini di stare all’aria aperta a contatto con la natura, in una dimensione che rispettasse i loro tempi. Vivendo circondate da meravigliosi posti naturali sulle prime colline bolognesi abbiamo provato, ormai più di un anno fa, a capire come poter aprire una realtà che avevamo visto funzionare molto bene all’estero, cioè la Scuola nel bosco. L’impegno, la costanza e la determinazione per vederlo concretizzarsi sono stati enormi, ma la soddisfazione, adesso che siamo finalmente attivi, è indescrivibile.

Vi rifate ai principi della outdoor education?

Certo, anche. Le scuole nel bosco condividono il fondamento che il contatto con la natura sia necessario per una crescita sana e equilibrata, che il bosco sia semplicemente l’habitat naturale dei nostri bambini, il luogo dove da millenni imparano a relazionarsi con il mondo, con la vita, con gli altri. Non si tratta quindi solo di educazione all’aperto, ma di stare sempre fuori, ogni mattina, tutto l’anno. La pioggia, la nebbia, il buio, il sole, modificano e arricchiscono la nostra esperienza del mondo, le nostre percezioni, il nostro sentire. Come si modificano i colori, i materiali, i suoni nelle stagioni e con diversi tempi atmosferici? Uscire solo con il sole è come rinunciare a conoscere il nostro mondo nella sua varietà e ricchezza, è vedere solo un lato delle cose e rimanere ciechi a tutto il resto.pianoro-3

Quali sono le motivazioni che spingono i genitori a mandare i propri figli da voi?

Diverse, le più varie. Il bisogno di uscire dai rigidi schemi della scuola tradizionale, l’interesse di crescerli a contatto con la natura in modo che imparino ad amarla e quindi ad averne rispetto da subito, la volontà di lasciarli esprimere liberamente, con i propri tempi. Un principio che tutti i genitori apprezzano della scuola nel bosco è la sua schiettezza: quest’esperienza è reale al 100%, non guardiamo albi illustrati con gli alberi spogli che ci raccontano cos’è l’autunno; noi annusiamo le foglie bagnate dalla brina la mattina e ci chiediamo cosa succedere loro quando diventano tutt’uno con la terra; noi cadiamo, imparando a rialzarci, esattamente come poi succede nella vita; noi sperimentiamo il rischio e ci carichiamo di autostima ogni giorno. Molti non conoscevano questo modello finché non si sono imbattuti in noi ed ora sono dei sostenitori importanti dell’educazione in natura, con qualsiasi tempo atmosferico, perché vivendolo in prima linea ne hanno subito colto il valore.

Sfatiamo il classico luogo comune: quando arriva freddo i bambini vanno tenuti al chiuso per prevenire malattie e malanni stagionali?

Volentieri!! La realtà, ormai assolutamente condivisa da ogni medico e pediatra, è esattamente il contrario. Al freddo i germi non prolificano, fuori i bambini non si trasmettono virus quindi e il sistema immunitario si fortifica, perché perennemente stimolato (anche dai cambiamenti di clima). Le statistiche dicono che i bambini che frequentano le scuole nel bosco si ammalano una sola volta l’anno, e probabilmente si tratta solo un accumulo di stanchezza, perché spesso si risolve in una febbre di una notte.pianoro-2

Puoi raccontarci un episodio capitato durante le “lezioni” che secondo te rappresenta bene la filosofia dell’educazione a contatto con la natura?

Pioveva tanto. I bambini erano perfettamente vestiti da pioggia con tutine impermeabile tecniche che permettevano loro di correre, scivolare e godere della pioggia che arrivava dal cielo e dell’acqua delle pozzanghere. L., 3 anni e mezzo, in totale autonomia, inventa un gioco particolare: si mette a “lottare”, “tirare pugni” a un rigolo di acqua che scendeva da un lato del telone impermeabile. L’acqua gli arrivava dappertutto e lui urlava: “fatti sotto maestro pioggia”, “non vincerai tu!”, “come fai a sapere dove sono?”, ”ahi” e fingeva di subire colpi dalle gocce. Oltre al divertimento che gli dava questo gioco, all’esercizio fisico che faceva saltellando qua e là, e al grande stimolo di fantasia che da questo nasceva, l’attività ha dato uno spunto a L. e ai bambini che si sono uniti a lui: hanno inventato un modo per deviare l’acqua accumulata verso un unico punto, per raccoglierla. E da lì l’idea di usarla quando non pioveva più per lavarsi le mani o bagnare le piante… un insieme di considerazioni e attività che in un’aula non sarebbero mai potute essere così complete, spontanee e ricche di spunti. Tantissimi poi sono gli episodi in cui i bambini meno abituati a scalare e arrampicarsi, piano piano hanno accumulato esperienza e con una carica di autostima difficilmente replicabile in altri modi, hanno trovato dei modi incredibili per raggiungere le vette. Sono dei bambini felici, liberi, che, in solo 3 mesi si può dire si siano trasformati in un piccolo branco: unito, collaborativo e consapevole di quello che succede attorno a loro. Nel bosco forse non possono imparare tutto, ma imparano le cose fondamentali: a muoversi, ad ascoltare (e a vedere, a toccare, a sentire), ad affrontare gli imprevisti, ad aiutarsi. Imparano la complessità delle relazioni che legano tutti gli esseri viventi sul pianeta, imparano la dimensione del passare e ritornare del tempo, e del cambiamento che condiziona tutta la nostra pianoro-5

Avete qualche iniziativa in progetto per il prossimo futuro?

Molti! Vorremmo aprire la possibilità ai bambini che frequentano materne tradizionali di unirsi a noi il pomeriggio (ad iniziare da primavera 2018), faremo presto dei sabati nel bosco con le famiglie ma soprattutto adesso stiamo portando avanti con urgenza una raccolta fondi. Infatti, la nostra tenda è stata distrutta dall’ultima improvvisa e abbondante nevicata e vorremmo, insieme all’aiuto di tutti, fornirci di un TIPì, la tipica tenda indiana, nella quale potremmo scaldarci, conservare al meglio i materiali (soprattutto i nostri preziosi libri e cambi di vestiario), condividere parole e fantastiche esperienze. Chiediamo un contributo, anche minimo perché importante, a chiunque creda che sia un diritto di ogni bambino godere della natura e delle possibilità che, quotidianamente, possono trovare in essa.
Grazie, dai bimbi e le dade del bosco! “Mitakuye Oyasin”

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/scuola-nel-bosco-sogno-di-due-mamme/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La campagna educazione è stata un successo!

La campagna “La scuola cambia, cambia la tua scuola” è appena terminata con risultati davvero incoraggianti. Centinaia di persone in tutta Italia si sono attivate per cambiare la propria scuola e formarsi sull’educazione all’aria aperta. In questo articolo presentiamo i risultati della campagna e vi diamo un indizio sulla prossima. Curiosi?

Sì è appena conclusa la nostra campagna La scuola cambia, cambia la tua scuola con risultati davvero incoraggianti.

 

162 persone iscritte ai corsi per avviare una SCUOLA ALL’APERTO nel proprio territorio
46 città coinvolte
6 corsi pronti a partire
10 corsi in attivazionemappa1

La campagna era incentrata sui modelli educativi alternativi: per due mesi (da metà marzo a metà maggio) abbiamo chiesto alle persone di informarsi leggendo i nostri articoli ed attivarsi per cambiare la scuola.

L’azione principale proposta è stata quella di formarsi per creare una scuola all’aria aperta. Abbiamo proposto anche un corso specifico, organizzato dai nostri amici dell’Associazione Manes (Asilo del Mare, Scuola nel bosco) con una formula particolare: si chiedeva alle persone interessate di compilare un form in cui si indicava la città in cui si voleva frequentare il corso dopodiché il corso partiva laddove si raggiungeva la soglia minima di 10 iscritti.

Qua puoi consultare la mappa con la geolocalizzazione di tutti i partecipanti.

Adesso la campagna è conclusa, ma rimane la possibilità di iscriversi ai corsi organizzati dall’associazione Manes attraverso la nostra pagina dedicata.

Si tratta di un buon risultato, in linea con quello che ci aspettavamo, che probabilmente porterà all’apertura di nuove scuole all’aperto in tutta Italia.

Se questa campagna ti è piaciuta resta in ascolto, fra pochissimo uscirà la prossima. Ti diamo un indizio: si tratta di un’attività estremamente piacevole. Sei curioso? Allora continua a seguirci…

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/campagna-educazione-successo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La via del perdono

Il perdono è da sempre oggetto di studio, discussione e approfondimento per religiosi, mistici o maestri spirituali. Siamo abituati a considerarlo quasi esclusivamente in questo ambito, per educazione, cultura o abitudine. C’è chi però lo considera uno strumento potentissimo a disposizione di ognuno di noi in un’ottica assolutamente laica.daniel lumiera

Perdonare, inoltre, come un atto di forza interiore e non di debolezza come siamo, talvolta, portati a credere. Tuttavia, da una parte confondiamo il perdono con la giustificazione di qualunque male ci venga fatto o con uno sforzo teso a dimenticare ciò che crediamo essere all’origine del nostro dolore più profondo e, dall’altra, siamo convinti che si nasca naturalmente portati al processo di perdono o, al contrario, non abbastanza “grandi” per riuscire a realizzarlo. In realtà, si può imparare a perdonare attraverso un percorso di conoscenza e consapevolezza centrato su ciò che profondamente sentiamo. Le ripercussioni positive sembrano ricadere non soltanto sul nostro benessere psicologico ma anche sulla nostra salute fisica, sulla nostra capacità di sviluppare rapporti migliori e meno conflittuali, di riuscire a cambiare prospettiva e a trasformare i nostri problemi in risorse. Chi perdona, in sostanza, riesce ad entrare più profondamente in relazione con se stesso, con gli altri e con il pianeta, facendosi portatore e garante di un nuovo modello basato su una cultura di pace, di risoluzione non violenta dei conflitti e di equilibrio tra uomo e natura.

Ne parliamo con Daniel Lumera, fondatore e presidente della International School of Forgiveness, progetto nato nel 2013 dalla Fondazione My Life Design.

Quando sentiamo parlare di perdono, colleghiamo questa parola alla religione. Lei che cosa intende?

Quando ho iniziato a divulgare questo tema sapevo che sarei andato incontro a pregiudizi e ad un uso del termine che lo lega alla religione. Prima di spiegare cos’è, è meglio chiarire cosa non è. La maggior parte delle persone considera il perdono come un atto di debolezza. Non significa affatto, invece, giustificare l’altro permettendogli di continuare a farci del male. Perdonare significa agire liberi dall’odio e dal risentimento, dalla frustrazione e dalla rabbia. Una volta che ci si è liberati da tutte queste cose attraverso un percorso di consapevolezza interiore, l’azione non sarà frutto di impulsi inconsapevoli e pesanti ma, al contrario, frutto di chiarezza, centratura,  intento formativo e non distruttivo. Siamo abituati a vedere il perdono sotto la lente della religione cattolica e a considerarlo ciò che non è.

Perdonare significa non reagire se ci fanno del male?

Assolutamente no. Non è essere “buoni”. Amare non è qualcosa che è legato a una sorta di buonismo. Amare è qualcosa di sostanziale e rivoluzionario.

Perdonare significa fare un percorso di empatia nei confronti di chi ci ha ferito? Capire il suo punto di vista?

No, non si deve partire da lì. La maggior parte delle persone ha difficoltà a capire di che si tratta. Si deve partire da ciò che si sente profondamente.

Perdonare significa dimenticare o condonare?

No, anzi. Significa aver risolto, integrato, risolto il passato liberandolo dai contenuti di sofferenza e poi vuol dire tenerlo a mente come insegnamento e bussola per orientarsi nel presente. Perdonare, a parte l’etimologia che significa donare per eccellenza, significa avere la capacità di trasformare tutto in un dono: dal dolore più grande all’amore più grande. Quando noi ci attacchiamo a un dolore soffriamo. Soffriamo anche per amore, però. Il perdono, al di là di ciò che succede nella nostra vita, ci permette di liberarci della sofferenza e di trasformare ciò che è avvenuto, in un dono.

Lei dice che perdonare “conviene”. Quali sono i vantaggi?

Ci sono moltissimi vantaggi nel perdonare. Anche sulla propria salute fisica. Noi consideriamo il perdono come un’abilità di vita necessaria perché la scienza ha dimostrato ampiamente che chi sviluppa questa abilità è un individuo che vive più a lungo, si ammala di meno, è una persona selettivamente più adatta alla continuazione della specie, ha rapporti meno conflittuali e riesce a gestire i conflitti in modo più efficace. Chi perdona ha una qualità di vita migliore e relazioni più consapevoli e felici.  Il perdono, inoltre, sviluppa importanti abilità sociali come l’empatia, la capacità di cambiare prospettiva e di trasformare i problemi in risorse. Noi lo applichiamo nelle scuole, nelle carceri, nei conflitti tra etnie e religioni.

Non si rischia con questo processo di reprimere la rabbia o il risentimento con conseguenze negative per la nostra salute e il nostro equilibrio?

E’ molto importante capire cosa abbiamo dentro. E’ necessario esserne consapevoli ed esprimere la rabbia che sentiamo per comprenderla. Ci sono quattro fasi importanti che si percorrono in questo processo. La prima è proprio l’accusa dell’altro. E’ necessario tirare fuori tutta la rabbia che sentiamo per poi poterla comprendere. La rabbia è, in realtà, una richiesta d’amore e fa molto male. A perdonare si arriva dopo che c’è stata una rivoluzione dentro di noi. Ammettere e saper accogliere la propria rabbia è fondamentale e, se questa viene trattenuta e repressa, può essere la peggiore nemica della nostra salute. Ci si può arrabbiare nella maniera corretta e questo può diventare un modo per guarire. Ci sono persone che scelgono nella loro vita di non odiare. Abbiamo esempi come Nelson Mandela o Gandhi che hanno fatto questa scelta, per esempio.

Perché è così difficile perdonare?

Non siamo mai stati educati a farlo. Siamo abituati a guardarlo sotto la lente della religione cattolica, almeno in Italia. Dobbiamo, invece, partire da ciò che sentiamo e non è così difficile come sembra. Non succede proprio perché le persone credono che sia una cosa difficile. Siamo legati a moltissimi pregiudizi sull’amore, sul perdono e sul dolore che abbiamo difficoltà anche a sentirci. Il dolore è amore trattenuto. Immagina di sentire amore per una persona ma tu non lo manifesti. Oppure verso una persona che ti ha fatto del male, lo interrompi ma c’è. Quel movimento che non avviene e che ristagna crea sofferenza. Non comprendiamo un atto semplice ma dobbiamo lavorare su un’educazione al contrario: prima dobbiamo guardare al nostro interno e a ciò che sentiamo. Noi proiettiamo la nostra vita all’esterno e la facciamo dipendere da fattori esterni a noi. Sto parlando di un processo contrario: prima lavoro su ciò che sento dentro di me.

Lei dice che è necessario prima liberarsi dall’odio, dal dolore, dal risentimento. Come si riesce davvero a liberarsi da certi dolori che ci sembrano profondissimi e senza fine?

Partiamo da un presupposto che sembra anche provocatorio, e forse brutale detto così, di una persona che non si libera dal dolore di una relazione. Spesso si rimane attaccati a quel dolore perché non vogliamo staccarci da quel lutto. Nel momento, però, in cui lo accogliamo smettiamo di attaccarci. Il dolore è presente nella nostra vita perché ci rimaniamo attaccati. E’ un po’ come meditare. Quando le persone meditano e cercano di scacciare i pensieri, non ci riescono e i pensieri diventano ancora più affollati e attaccati. Nel momento in cui li si accoglie, invece, li si lascia andare molto più facilmente. Parlo di un’esperienza ultradecennale in cui mi sono occupato di questi temi anche nell’accompagnamento al morente e non soltanto nelle relazioni di coppia. Ho visto gente morente che si è liberata dalla sofferenza e posso affermare che se il dolore continua ad essere presente nella nostra vita è perché noi lo stiamo rifiutando. Rifiutarlo e non accoglierlo, non elaborarlo e integrarlo, conferisce ad esso potere e permette alla sofferenza di continuare a stare con noi.

Viene quasi da pensare che a molti di noi soffrire, in fondo, piaccia. E’ possibile considerare la sofferenza come rassicurante? E’ possibile pensare che rimanere in una condizione di dolore abbia dei vantaggi?

Diciamo che non abbiamo capito come funziona il meccanismo. Ad alcune persone piace sicuramente essere vittime, soffrire, restare in una condizione in cui possano lamentarsi, in cui possano giustificare il senso di fallimento che hanno. Queste dinamiche, tuttavia, sono spesso inconsapevoli. Molte persone si attaccano alla sofferenza per senso di colpa o perché si sentono inadeguate. Non soffrono tanto perché si attaccano a ciò che succede. Noi non soffriamo per l’altro ma per ciò che l’altro rappresenta. Se l’altro rappresenta la nostra inadeguatezza, soffriamo perché ci sentiamo inadeguati e dipendenti. Perché sentiamo un vuoto che non sappiamo come gestire. Invece di crescere rimaniamo attaccati all’idea che abbiamo bisogno degli altri per stare bene. Gli altri diventano una medicina del nostro male di vivere piuttosto che un’espressione libera e felice di consapevolezza. Il perdono porta alla creazione di relazioni consapevoli, felici e soprattutto non dipendenti.

Prima ci si libera dal dolore, quindi, e poi si intraprende la via del perdono o è il contrario, e proprio attraverso il perdono possiamo liberarci della sofferenza?

Il perdono per come lo concepiamo alla International School of Forgiveness, è il percorso stesso, fatto di tappe, che ti permette di liberarti della sofferenza e di riacquisire la libertà e il potere sulla tua vita.

Sembra facile a dirsi.  Perché è difficile acquistare la libertà dalla sofferenza? Perché ci si innervosisce quando ci si sente dire che se soffriamo dipende da noi?

Perché le persone spesso non vogliono essere responsabili della propria vita e preferiscono pensare che sia un’altra persona a rovinargliela. Si tratta di assumersi una responsabilità, quella di poter essere noi a cambiare la nostra vita. Il perdono è un percorso di responsabilità. Non è un approccio mentale. Non porto le persone a ragionare. Ci sono dei protocolli studiati e testati in oltre 11 anni di esperienza, che hanno efficacia e che forniscono delle chiavi fisiche, mentali ed emozionali, spirituali. Molte persone non vogliono essere responsabili e si arrabbiano di fronte a questa verità.

Come opera esattamente?

Accompagniamo la persona con tecniche molto efficaci che fanno toccare con mano il fatto che l’origine della condizione in cui ci troviamo è dentro noi stessi. Questa è una cosa scomoda perché se stai male non puoi più dare la colpa a qualcuno esterno a te. Sull’altro piatto della bilancia c’è la vita, la consapevolezza e la libertà. Esistono test psicometrici che mostrano cosa avviene dentro le persone quando ci si libera dalla sofferenza.

E’ una cosa così assurda  pensare che si possa essere felici  solo con una persona o solo vivendo in una determinata situazione? Avendola persa pensiamo di non recuperare più il  benessere e la serenità. Non potrebbe essere così effettivamente in alcuni casi?

Secondo la mia esperienza noi siamo spaventati dalla nostra indipendenza e dalla nostra libertà. E’ vero che con certe persone possiamo sentirci molto bene ma come esseri umani possiamo capire che le relazioni non sono necessarie per il nostro completamento ma espressione della nostra completezza. Questo è molto più soddisfacente ma non abbiamo mai ricevuto un’educazione in tal senso e siamo abituati a pensare di dover cercare un completamento in un’altra persona. Ho conosciuto molta gente unita al punto che in alcune coppie quando muore uno dei due, muore anche l’altro a poca distanza di tempo. Questa è una scelta però. Quella della dipendenza.

La letteratura, la musica, la nostra cultura in generale ci hanno sempre proposto e ci propongono questi modelli. Come fare allora ad affrancarsene?

Si pensa che l’amore sia legato necessariamente al dolore, allo struggimento, alla mancanza, alla sofferenza. Quello non è amore ma innamoramento che è uno stato di alterazione della nostra coscienza. Proietto su un’altra persona le mie necessità e i miei desideri. Poi, passato l’innamoramento, magari ci arrabbiamo con il partner perché ha deluso le nostre aspettative. Quello è un surrogato dell’amore. Molto bello ma molto lontano dal modello che proponiamo noi. Non significa non innamorarsi ma farlo consapevolmente.

Che cos’è l’economia del perdono e qual è il suo obiettivo?

E’ necessario pensare a nuovi paradigmi di benessere e di sviluppo, fondati su una diversa concezione della scienza e della vita nella sua globalità, che si sviluppi su un nuovo senso di identità e consapevolezza di chi siamo e del nostro ruolo sul pianeta trasformandoci da sfruttatori a garanti della salvaguardia di ogni forma di vita. L’economia del perdono lavora per la manifestazione di un essere umano cosciente, capace di creare la propria realtà in maniera armonica ed allineata con le reali esigenze profonde di sopravvivenza e di felicità, di offrire il proprio agli altri e alla società, coscientemente interconnesso con le altre forme di vita, cosciente di essere uno con la vita stessa, capace di comprendere l’importanza del benessere collettivo come il proprio, garante dell’equilibrio del mondo naturale e delle risorse del pianeta. Un essere umano, insomma, consapevole che per cambiare il mondo deve iniziare da se stesso.

Lei ha fondato la International School of Forgiveness, un progetto formativo durante il quale si impara il perdono. Può spiegarci come funziona esattamente?

Il corpo dei docenti è formato da medici, psicologi clinici, sociologi e persone che hanno grande esperienza in materia. E’ formata da percorsi di presa di coscienza di cosa il perdono sia in senso laico. Al percorso formativo partecipano casalinghe così come religiosi, medici, o persone che fanno altre professioni. Partecipano tutte le persone che sentono questa necessità. Ci sono persone che poi decidono di prendere un master e cioè professionalizzarsi. C’è un corso base in cui si presenta il metodo e lo si fa sperimentare agli allievi.

Quanto dura il corso base?

Può durare 4 o 6 ore. Durante il corso base ci si fa un’idea e se può piacerci o no. In quel caso c’è un corso di approfondimento di quattro fine settimana con corsi di specializzazione che toccano quattro argomenti: il perdono nelle relazioni, il perdono nei processi di malattia e guarigione su vari livelli e non solo fisico, un incontro dedicato all’albero genealogico e, infine, uno relativo alla nascita e alla morte, imparare a perdonare i vissuti carichi di sofferenza. Chi se la sente può frequentare il master che dura un anno durante il quale impara il metodo e ad applicarlo. Vi sono tutor che aiutano ad individuare il proprio percorso.

Avete portato questo progetto formativo anche all’esterno. Dove e a chi?

Portiamo avanti progetti molto interessanti, alcuni sono patrocinati dal governo italiano. Negli ultimi mesi i dialoghi del perdono sono stati portati con corsi di formazione annuali all’interno delle carceri e delle scuole in modo completamente gratuito. Ci sono progetti che finanziamo direttamente.

Tutto si può perdonare?

Secondo me tutto si può perdonare. Me ne sono reso conto soprattutto nelle carceri. Una volta, in un carcere, una ragazza che aveva subito abusi da bambina si è trovata davanti a persone detenute proprio per pedofilia. Lei è riuscita a perdonare.

C’è qualcuno che non la perdona per quello che sta facendo?

Le persone che più mi hanno attaccato e insultato sono alcuni cattolici integralisti. Le rigidità esistono anche nella cultura cristiana. L’esaltazione è comunque una costante dovuta alla rigidità e non alla religione in sé.

Nel nostro processo di perdono, che ruolo ha, se ce l’ha, la persona che viene perdonata? E’ coinvolta in qualche modo o il nostro percorso è del tutto indipendente?

Dal nostro punto di vista è del tutto indipendente. Alla fine c’è una scelta che è quella di completare la riparazione di ciò che è successo anche all’esterno. Si fa, però, da una condizione completamente differente e, cioè, liberi da dolore, colpa e sofferenza. La riconciliazione, prima di tutto, deve avvenire dentro. Se avviene fuori deve essere una libera scelta. Non può essere che un atto esterno condizioni l’andamento della nostra vita. Così si dà un potere enorme all’altro. Per qualcuno, però, quella condizione, cioè la richiesta di essere perdonati da parte di chi ci ha fatto del male, diventa essenziale per attivare il processo di perdono. Può essere senz’altro importante ma liberarsi dall’esigenza che qualcuno faccia qualcosa per farci stare bene può essere una meccanica che non ci permette di liberarci.

Che cos’è la dieta del perdono?

Si tratta di una pratica che serve per farci capire, toccare con mano e sperimentare che noi abbiamo una dieta emozionale e mentale costituita da una gamma di alimenti emozionali che influenzano la salute del nostro corpo. Le emozioni sono alimenti e dobbiamo scegliere tra alimenti nutritivi e riequilibranti e alimenti malsani. La dieta del perdono ci sposta da una dieta emozionale basata su alimenti come rancore, paura, impotenza, rabbia, desiderio di vendetta, odio a una dieta basata su alimenti come gratitudine, consapevolezza, simpatia, gioia, liberazione, amore, leggerezza. Ogni giorno dovremmo chiederci quante di queste emozioni proviamo quotidianamente. Il perdono è una sorta di integratore che ci porta pian piano a nutrirci di esperienze costruttive e rigenerative.

Qual è al momento il feedback delle persone che intraprendono il processo di perdono secondo le sue indicazioni?

Al momento ho feedback positivi ma questo non significa che in poche ore si possa giungere a perdonare. Si inizia però ad applicare il principio secondo il quale siamo responsabili della nostra vita. Tutte le persone che frequentano i nostri corsi riescono, comunque, a entrare nel processo.

Ogni giorno leggiamo articoli o vediamo coach, guru e maestri che ci propongono la ricetta per la felicità. Lei dice che il perdono è una delle strade per arrivarci. Non è una parola troppo abusata? Che cosa significa, secondo lei, essere felici?

Siamo abituati a considerare la felicità come dipendente da quello che abbiamo o che non abbiamo. Oppure da ciò che possiamo o non possiamo fare. Noi parliamo di una felicità che dipenda dalla consapevolezza di esistere. Se davvero siamo consapevoli di esistere pienamente, questo crea in noi una dimensione naturale di felicità. Non siamo affatto educati alla felicità, siamo educati al fatto che qualcuno possa vendercela dall’esterno. Esistono veri e propri corsi che la vendono, che ci insegnano come fare denaro, per esempio. L’obiettivo è essere felici. C’è un altissimo livello di manipolazione intorno a noi che ci insegna come avere o fare per poter essere felici ma si tratta di una felicità condizionata, effimera e transitoria e non è quello che vorrei trasmettere. Quello che trasmetto è che l’esperienza della felicità autentica si manifesta quando noi diventiamo svegli e consapevoli dell’esistere e presenti nella vita. Non possiamo, da quella consapevolezza, che essere felici perché siamo immersi nel miracolo della vita che diamo per scontato. Non siamo preparati a questo tipo di messaggio.

Qual è la reazione dei detenuti quando proponete la Via del Perdono?

A volte i detenuti ci insultano, a volte sono arrabbiati perché sentono che la loro vita è finita. Si vive in condizioni di estrema sofferenza ma spesso c’è anche accoglienza e fame di esperienza in questo senso. Qualcuno entra in un percorso interno e trasforma la sua cella in un luogo di scoperta di se stessi e meditazione. Questa può essere una strada

Il perdono e i bambini. Come reagiscono quando lei li incontra nelle scuole?

Con i bambini è più semplice. Capiscono subito tutto ed entrano immediatamente in una connessione di perdono. Sono empatici, capiscono la compassione.

Fonte: ilcambiamento.it