Gli oli essenziali di Flora: l’aromaterapia è un modo di vivere

Dall’incontro di Mario Rosario Rizzi con il mondo dell’aromaterapia e dalla sua cura per la terra, ha preso vita, tra le colline della Toscana, l’azienda Flora. Sorta circa 30 anni fa, questa azienda longeva è specializzata nella produzione di oli essenziali realizzati con materie prime di altissima qualità e nell’assoluto rispetto della natura e dei lavoratori. “Sinergie speciali succedono nella vita di ognuno, avvenimenti significativi che ti portano a volte a sentire che sei nel posto giusto al momento giusto”. È così che inizia una lunga chiacchierata con Mario Rosario Rizzi, fondatore e presidente di Flora Srl. Siamo nelle colline pisane, a Lorenzana precisamente, un territorio bellissimo dove ha sede questa azienda longeva, a un passo dal raggiungere, nel 2019, l’importante traguardo dei 30 anni di attività.

Non è la prima volta che con Italia che Cambia incontriamo Mario Rosario e che curiosiamo nel laboratori di Flora Srl e, come la prima volta, si respira un’aria familiare, quella che nell’immaginario comune non ti aspetti in un luogo di lavoro quotidiano. È un posto speciale, anche se non mi piace usare in genere questa parola, dove si sente la profonda coesione tra ideale e concreto e l’impegno quotidiano all’adesione delle azioni con il pensiero.

“Poco più che ventenne compresi che dovevo lavorare la terra. Un giorno seduto in un bar in una città tedesca dove mi ero trasferito e lavoravo, stavo leggendo un quotidiano italiano, c’era un inserto di approfondimento che parlava della fame nel mondo. Mi arrivò tutta insieme una dolorosa consapevolezza. Il problema più importante su questo pianeta è ancora oggi la morte quotidiana di 24.000 persone al giorno per fame. Tutti i giorni, tutto l’anno. Tornai in Italia e per 8 anni feci il bracciante, apprendendo sul campo la coltivazione della terra. Ma è stato l’incontro con una dottoressa aromaterapeuta che mi ha introdotto nel mondo dell’aromaterapia. Così ho potuto dar sfogo alla mia creatività nella coltivazione biologica e biodinamica di piante officinali aromatiche in molte parti del mondo”.flora-5

Ed ancora oggi l’aromaterapia è l’impulso fondante di Flora Srl, come ricorda il suo logo in cui Flora versa gocce preziose da due ampolle, sostanze che vengono prodotte dalle piante officinali che hanno una straordinaria forza e energia di luce.

 

Flora nasce quindi con la realizzazione di oli essenziali puri 100% da agricoltura biologica e biodinamica, produce attualmente oltre 150 oli essenziali di piante mediterranee e di tutto il mondo. Dall’Eucalipto prodotto e distillato in Portogallo alle rose della Turchia e al sandalo coltivato a Mysore, prodotti in aromaterapia che vengono anche abbinati ad oli vegetali come mandorle, jojoba, avocado, argania e utilizzati per la cura e il benessere del viso e del corpo. “Tutti prodotti di altissima qualità delle materie prime e realizzati nel rispetto delle regole della natura per la vita stessa del pianeta”, ricorda Mario Rosario.

“Da lì poi abbiamo spaziato in prodotti per la casa, per l’igiene personale, prodotti balsamici per l’inverno, antizanzare, tisane con la linea ‘sorsi di benessere’. Viviamo in un ambiente adatto alla coltivazione di piante aromatiche e siamo impegnati da anni nella rigenerazione del suolo, nella riconversione dei campi da coltivazione cerealicola convenzionale ed industriale a coltivazione biologica e biodinamica delle piante officinali. Qui possiamo produrre vari tipi di lavanda, origano, timo, e stiamo introducendo anche melissa, salvia sclarea, in modo da avere sempre più una produzione sul nostro territorio da distillare nel nostro stabilimento.flora-4

Siamo partiti con dei progetti europei in collaborazione con la Regione Toscana per sviluppare sul territorio una realtà alternativa, siamo capofila di una cordata di una decina di aziende agricole che si stanno impegnando in questo sviluppo personale e professionale anzitutto nel metodo abbinato anche al cambiamento della varietà coltivata. Questo mi da grande soddisfazione perché ci permette di agire nel cambiamento dell’ambiente. È uno sviluppo finalmente ecologico e integrale di un territorio meraviglioso. E poi abbiamo tante altre produzioni italiane come il bergamotto dalla costa ionica della Calabria e i mandarini siciliani, o in Piemonte issopo, calendula, estragone, camomilla e salvia officinale. Tutte piante che scegliamo nelle zone specifiche di produzione andando ad incontrare gli agricoltori per stabilire un rapporto di fiducia e profonda conoscenza. L’olio viene estratto sul luogo di produzione e viene utilizzato anche per la realizzazione di creme, shampoo, bagno doccia, oli viso e corpo, solari, per un benessere psicofisico, “perché l’aromaterapia, l’utilizzo di oli essenziali, ha un effetto importante per l’attività olfattiva che generano, un’attività capace di entrare in relazione con la psiche, le emozioni, i ricordi, il sistema neurovegetativo. L’olfatto è un senso straordinario che comunica con il cervello in maniera diretta con il sistema limbico, senza passare dalla neocorteccia”.flora-2

Uno degli obiettivi più significativi di Flora Srl e del suo fondatore è stato quello di dare lavoro alle persone, di creare un lavoro redditizio e al contempo compatibile con il pianeta. “La prima volta che andai alla camera di commercio c’era un cartello che diceva che il 50% delle aziende costituite ‘moriva’ dopo un anno, dopo 5 anni ne rimanevano solo il 5%, mi dissi ‘devo essere tra queste’. Oggi dopo 30 anni di aziende costituite di così lunga durata credo ce ne sia lo zero virgola qualcosa. Siamo cresciuti molto determinati. Ora siamo un gruppo di 30 persone che lavorano stabilmente nella sede centrale a Lorenzana (PI), abbiamo sette settori con tre reparti ciascuno. Siamo cresciuti piano, alla media di una nuova persona l’anno. Ed abbiamo continuato ad assumere sempre, anche quando si è manifestata la crisi nel 2008 e negli anni successivi. Credo che la lungimiranza sia un elemento strategico: capire cosa è necessario ogni momento per il progetto a lunga scadenza e per una crescita individuale e professionale. Nel gestire l’azienda ho sempre avuto chiaro di voler costruire un gruppo più che una ‘ditta’, mi sono quindi dotato di strumenti semplici di condivisone per lavorare bene in gruppo. Siamo persone e siamo dedicate al compito e contemporaneamente alla relazione, siamo persone e non ruoli, le nostre dimensioni sono pienamente compenetrate. I problemi del lavoro ce li portiamo a casa, quelli di casa sul lavoro. La formazione alla comunicazione ecologica ci ha permesso di creare un gruppo in cui non ci sono conflittualità perché non ci arriviamo, affrontiamo i piccoli problemi nel nascere, spesso sono solo equivoci e si risolvono subito. È un elemento forte per la coesione del gruppo. Abbiamo strutturato un percorso nel quale tutti trovano lo spazio idoneo per esprimersi”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/io-faccio-cosi-213-oli-essenziali-flora-aromaterapia-modo-di-vivere/

 

 

 

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Per rivoluzionare il sistema…le comunità di produzione sociale!

Dai GAS ai CAPS, dai gruppi d’acquisto solidale alle comunità di produzione basate sui medesimi principi: è il passo in avanti verso una forma sempre maggiore di sostenibilità che stanno facendo tante comunità in Italia. E’ il caso della Comunità Agricola di Promozione Sociale di Pisa, che conta una quarantina di persone e che ha iniziato producendo da sé gli ortaggi da consumare. A tre anni dall’avvio di questo sodalizio, è Bruno Mazzara a fare un bilancio.capspisa

A fare il punto sull’esperienza della Comunità Agricola di Promozione Sociale di Pisa è il suo presidente, Bruno Mazzara, docente di psicologia sociale all’università di Roma. La Caps di Pisa non è l’unica realtà che si muove in questo senso, è una delle numerose che stano sorgendo e che, ciascuna nel proprio contesto e con le proprie caratteristiche, possono essere fonte di ispirazione e d’esempio.

Come avete iniziato e come si è evoluta questa esperienza in questi primi anni?

«La Caps Pisa è al suo quarto anno di attività. La nostra esperienza, che mira a sup«erare il concetto di Gas, si avvicina ad una CSA, vale a dire un’esperienza di Agricoltura Supportata da una Comunità. In una prima fase, per tre anni, abbiamo preso in affitto un terreno, che è stato coltivato da uno di noi a tempo pieno con l’aiuto, a rotazione, di tutti gli altri. E’ stata un’esperienza molto bella, che però ha richiesto un notevole impegno in termini di tempo di lavoro di noi tutti, che non sempre siamo stati in grado di dare. Così quando è venuta meno insieme la disponibilità di quel terreno e del nostro socio contadino, abbiamo deciso di cambiare modalità organizzativa. Abbiamo preso contatto con un’azienda agricola (Il Girasole, di Pierluigi e Gianluca Banti) che ha avviato un coraggioso progetto di agricoltura sinergica, un metodo decisamente innovativo, che rispetta gli equilibri naturali tra le piante e la fecondità del terreno. Presso questa azienda abbiamo “adottato” un congruo numero di “bancali” (le collinette di terra su cui si svolge l’agricoltura sinergica), che abbiamo contribuito a costruire e che coltiviamo insieme ai due proprietari, concordando la sequenza delle colture e i ritmi di raccolta. In questo modo, ciascuno dà il tempo di lavoro che può e vuole dare, dal momento che comunque l’azienda esiste anche a prescindere da noi».

Quali sono i princìpi ispiratori della vostra scelta e le necessità cui volete dare risposta?

«L’obiettivo della CAPS è quello di realizzare un modello di co-produzione del cibo che superi la tradizionale contrapposizione fra consumatori e produttori e permetta di condividere conoscenze, responsabilità e scelte di produzione e consumo. Il tutto inquadrato in una nuova cultura della terra e dei suoi frutti, che si richiama a principi generali di sostenibilità ambientale, ma anche di giustizia sociale e di partecipazione. Infatti, come nelle altre CSA, i soci della CAPS si impegnano a sostenere economicamente l’azienda agricola, godendo dei prodotti del campo, ma condividendo il rischio di impresa. Il versamento di una quota mensile consente infatti di garantire all’agricoltore un reddito stabile, indipendentemente dall’andamento della produzione. A fronte di questa quota e del lavoro di supporto, il socio riceve settimanalmente una “busta” di verdure variabile (per quantità e tipologia) in base alla disponibilità. La nostra vuole essere tuttavia anche una vera Comunità, che ha la produzione di buone verdure (rigorosamente biologiche) solo come uno dei suoi obiettivi. Il lavoro al campo ci dà l’opportunità di approfondire la conoscenza delle pratiche colturali, e di renderci conto delle difficoltà dell’agricoltura di piccola scala. Ma oltre a questo, abbiamo imparato a recuperare il valore della dimensione sociale, legata da un lato ad un sano rapporto con il cibo, e dall’altro allo sforzo di costruire insieme nuovi modelli di impresa collettiva. In questo senso, la nostra Comunità si pone anche come una risposta ad un bisogno condiviso di “alternative” nelle modalità di soddisfacimento dei propri bisogni quotidiani. La nostra prospettiva è ovviamente quella di aumentare il numero delle adesioni, per ottenere una produzione più abbondante e di qualità, ma anche per diffondere una diversa cultura della terra e del cibo (per informazioni visitare il nostro sito o scrivere a direttivo_cap@respisa.org).

Ma la comunità agricola non è che uno dei progetti in cui si declina un vero e proprio distretto dell’economia solidale, un’alleanza di persone mosse da obiettivi comuni. Quali sono gli altri aspetti? Come vi siete organizzati e quale volto avete dato al vostro Des?

«Il DES Altro Tirreno è nato dopo diversi anni di elaborazione e di costruzione delle relazioni. L’economia solidale dovrebbe essere infatti principalmente un’economia delle relazioni. Abbiamo scritto collettivamente una carta dei principi, che non fotografa la realtà, ma che impegna al cambiamento in un processo che richiede tempo, perché tutti siamo inseriti in un contesto che condiziona pesantemente le scelte. Il DES è attualmente un’associazione di secondo livello, a cui hanno aderito imprese del privato sociale, produttori, associazioni. Cerchiamo anzitutto di scambiare (esperienze, servizi, aiuto reciproco) e di coordinare questa parte del mondo dell’economia solidale. Cerchiamo di crescere nella elaborazione, come è successo per il gruppo sulla questione animale. Promuoviamo progetti (è partito un percorso verso una Mutua di Auto Gestione) e sosteniamo quelli in difficoltà, come la stessa CAPS».

Da tempo si va ampliando una rete di Des in Italia. I numeri sono incoraggianti? Come e perché possono cambiare le cose e i meccanismi di una società dove il modello consumistico e capitalistico sta implodendo?

«Il panorama è interessante, ci sono tantissimi buone pratiche, anche se ancora a macchia di leopardo. Ma la rete si sta infittendo, e si sta superando la dimensione in cui i DES sono nati, ovvero quella di una sorta di semplice coordinamento tra Gruppi di Acquisto Solidale. Ovviamente non è facile dare continuità a esperienze che si basano sul volontariato e richiedono pazienza e costanza. Si deve imparare a gestire i conflitti che inevitabilmente nascono, anche all’interno, e che sono esacerbati dalle conseguenze di questa lunghissima crisi economica. È una palestra per l’applicazione concreta dei principi di nonviolenza a cui molti di noi cercano di riferirsi. Al di là delle difficoltà, il lavoro che viene fatto è prezioso per ricostruire davvero una coesione sociale che sembra scomparsa. Senza illudersi troppo, non è però marginale la possibilità di generare nuove (o antiche) forme di occupazione, sia per chi è ai margini da sempre, sia per chi improvvisamente è stato escluso dal circuito lavorativo».

Fonte: ilcambiamento.it

Lo smog provoca danni al DNA? Parte lo screening su 1000 bambini in 5 città italiane

Presentato il progetto di ricerca europeo MAPEC che coinvolge Torino, Brescia, Pisa, Perugia e Lecce. L’obiettivo è analizzare l’associazione tra le concentrazioni di alcuni inquinanti e eventuali danni al DNA nei bambini di 6-8 anni378452

Quali sono gli effetti dell’inquinamento atmosferico sui bambini? Quali interventi si possono attuare per prevenirli? A queste domande cercherà di rispondere il progetto di ricerca europeo MAPEC-LIFE (Monitoring Air Pollution Effects on Children for supporting public health policy) che vedrà protagoniste di qui al 2016 le Università di BresciaTorinoPerugia, di Pisa e del Salento oltre al Comune di Brescia e al Centro Servizi Multisettoriale e Tecnologico CSMT. Ormai numerosi studi epidemiologici hanno infatti dimostrato che i bambini sono più vulnerabili degli adulti in quanto inalano una maggiore quantità di aria per unità di peso, presentano un’immaturità di alcuni organi, tra cui i polmoni, trascorrono più tempo all’aperto e praticano più attività fisica.  L’obiettivo dello studio MAPEC sarà quello di analizzare l’associazione tra la concentrazione di alcuni inquinanti atmosferici quali particolato fine (PM 10) e finissimo (PM 0.5), ossidi di azoto, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), ed alcuni marcatori di effetto biologico precoce, attraverso test specifici di laboratorio che rilevano la presenza di eventuali danni al DNA nelle cellule della mucosa della bocca di bambini di 6-8 anni di età. Il progetto recluterà 1000 bambini in 5 città italiane, 200 per ogni città (Brescia, Lecce, Perugia, Pisa e Torino), caratterizzate da diversi livelli di inquinamento dell’aria, sia in inverno che in estate. Per ogni bambino verrà raccolto un campione biologico (cellule della mucosa orale) e tutti i dati di interesse per la ricerca mediante un questionario compilato dai genitori. La ricerca permetterà di approfondire le conoscenze scientifiche sugli eventuali e potenziali rischi per la salute della popolazione a causa dell’esposizione quotidiana agli inquinanti e di valutare il possibile ruolo protettivo, o, viceversa, aggravante, di altri fattori, nei confronti del danno biologico da inquinanti atmosferici nei bambini. Possono infatti aumentare o diminuire l’effetto biologico dell’inquinamento l’esposizione al fumo di sigaretta, l’inquinamento indoor, in particolare nelle abitazioni, e alcuni aspetti degli stili di vita come le abitudini alimentari.

‘Progetto MAPEC_LIFE: effetti dell’inquinamento atmosferico sui bambini a supporto delle politiche di sanità pubblica’ [0,13 MB]

Sinossi della ricerca

Fonte: ecodallecittà.it

Municipio dei Beni Comuni, il sindaco di Messina scrive al sindaco di Pisa

Il sindaco di Messina Renato Accorinti scrive una lettera al sindaco di Pisa Marco Filippeschi in merito all’esperienza di liberazione di spazi comuni denominata “Municipio dei Beni Comuni”, ora conclusasi per la decisione del Tribunale di Pisa che ha predisposto il sequestro dell’ex-colorificio toscano.ex_colorificio_pisa

Egregio Sig. Sindaco di Pisa, spero di avere presto l’occasione, in un periodo così difficile per il nostro Paese, di venire in Toscana per incontrarla e conoscerla personalmente: da tempo le nostre due città sono unite da un prezioso vincolo umano, offerto dalla folta comunità di messinesi – studenti, lavoratori, intellettuali – che ha abitato e abita tutt’ora tra i bei lungarni della città da lei amministrata

Mai come oggi credo sia davvero necessario che gli amministratori degli Enti locali interloquiscano e discutano, anche al di là degli steccati politici, dei problemi che la crisi economica sta creando ai nostri Comuni, così come delle risorse di democrazia e di impegno che è possibile attivare per creare nuovi circuiti di partecipazione. Ed è con questo spirito di profondo servizio verso una idea di democrazia davvero condivisa e verso una idea di giustizia sociale che con sempre più difficoltà riusciamo a vedere realizzata nelle nostre città, che ho abbracciato da qualche mese la difficilissima “professione” di sindaco di Messina. L’occasione di scriverle mi è data, purtroppo, dalla cattiva notizia ricevuta in queste ore, con la sentenza del Tribunale di Pisa con cui si predispone il sequestro immediatamente esecutivo del cosiddetto “ex-Colorificio” e la conclusione impietosa di quella straordinaria esperienza dei “beni comuni” denominata appunto“Municipio dei Beni Comuni di Pisa”. Seguo da tempo, e con grande interesse, le esperienze di pratica dei “beni comuni” che sono sorte negli ultimi tempi in Italia e nella Sua città in modo particolare: a mio avviso, e so di condividere in questo l’opinione di illustri giuristi quali Ugo Mattei, Paolo Maddalena e Stefano Rodotà, così come di un intellettuale di primo piano quale Salvatore Settis, e, più di recente, dello stesso Consiglio d’Europa, la capacità di gestione e di innovazione sociale, politica, ma anche economica, prodotta dal “Teatro Rossi Aperto” e, appunto, dal “Municipio dei Beni Comuni” costituisce un faro luminoso nel difficile percorso di creazione di una “terza via” tra privato e pubblico, così necessaria oggi alla società italiana e alle nostre città.no_sgombero_ex_colorificio

Da Pisa a Messina, da Roma a Napoli, a Venezia, interi spazi abbandonati da Enti Pubblici o da privati senza scrupoli sono stati recuperati e aperti nuovamente alle nostre comunità urbane dalla libera iniziativa e da settori di cittadinanza attiva: creando centri di aggregazione e di socialità laddove vigeva la sporcizia e l’indifferenza, i cittadini hanno riscoperto modi nuovi di stare insieme e di riscoprire il gusto di una democrazia non semplicemente formale, ma davvero concreta, partecipata. Conosco fin troppo bene le difficoltà che una Amministrazione pubblica ha oggi di fronte alle sperimentazioni di nuove pratiche di diritto, in special modo di quelle che toccano l’inviolabilità delle proprietà. È però anche vero che la nostra Costituzione dà a noi amministratori non soltanto un compito di semplice gestione contabile dell’esistente, ma di vera e propria direzione politica: e i“beni comuni” costituiscono oggi, da questo punto di vista, un terreno inaggirabile per chi, come noi, ha intenzione di rendere più ampie le maglie delle nostre democrazie locali, nel solco tracciato dai Padri Costituenti e dal sangue dei partigiani. Per troppo tempo, è venuta a mancare la percezione di quella utilità sociale della proprietà privata sancita dalla Costituzione: ecco, è di questa utilità che noi sindaci dobbiamo farci interpreti e garanti. Con la presente, intendo pertanto esprimerle, a nome mio e di tutta la Giunta della Città che mi onoro di rappresentare, Messina, il più profondo rammarico per la decisione con la quale il Tribunale di Pisa sottrae alla città di Pisa uno dei suoi “beni comuni”: col rispetto dovuto alle sentenze, mi auguro che si possa trovare una rapida soluzione per la continuazione di una esperienza di democrazia che tanto ha insegnato e tanto ha certo ancora da insegnare a tutti noi. Quando si spegne un fuoco di democrazia in una città non è solo quel fuoco a spegnersi, ma è l’intera città a essere un po’ meno luminosa: Pisa, con le sue esperienze di “beni comuni”, ha illuminato un po’ tutta l’Italia, ed è tutta l’Italia, l’Italia migliore, che oggi è vicina a lei e a tutta la tua città di Pisa. Per tornare a condividere, ancora, di nuovo, lo splendido percorso che Pisa, con il “Municipio dei Beni Comuni” e il “Teatro Rossi Aperto”, sta indicando a tutti noi.

Con i più cordiali saluti

(*) Renato Accorinti

(Sindaco di Messina)

Fonte: il cambiamento

Una Festa del presente per celebrare il dono. Il report da Pisa

Si è svolta a Pisa domenica 26 maggio la prima edizione della Festa del Presente, “la festa in cui tutti e tutte si scambiano di tutto”, per riscoprire e valorizzare forme alternativa di solidarietà e ricchezza. L’evento è stato organizzato dal Distretto di Economia Solidale Altro Tirreno (DESAT), dal Gruppo Decrescita Pisa “InventiamoFuturo” e dall’Officina di Economia Solidale (OdES)pisa_piazza_santa_caterina

Lo scorso 26 Maggio si è tenuta a Pisa, in piazza Martiri della Libertà (nota come piazza Santa Caterina), la Festa del presente, “la festa in cui tutti e tutte regalano di tutto”, come recita il motto dell’evento. La festa è stata organizzata dal Distretto di Economia Solidale Altro Tirreno (DESAT), dal Gruppo Decrescita Pisa“InventiamoFuturo” e dall’Officina di Economia Solidale (OdES) su ispirazione di una manifestazione omologa che si svolge ormai da due anni a Porcari, in provincia di Lucca. Lo scopo è la celebrazione del dono in quanto quale: “l’unica regola consiste nel non fare uso di denaro, ma di donare ciò che si preferisce, anche senza ricevere nulla in cambio. Tutti sono però tenuti a riprendersi gli oggetti che non trovano un altro possessore per evitare il degrado della piazza e l’abbandono delle cose”, spiegano Francesco Cappello, Roberto Lepera e Samuele Lo Piano del gruppo “InventiamoFuturo”. A partecipare alla festa pisana sono state diverse associazioni, le quali hanno predisposto in modo autonomo i propri banchetti e stand, raccogliendo una discreta affluenza di persone: circa qualche centinaio nell’arco dell’intera giornata. A percorrere la piazza ci si poteva, così, imbattere nelle più diverse attività: dal Gazebo Shiatzu, che offriva massaggi a chiunque avesse bisogno di rimettersi in sesto, allo stand di Bilanci di Giustizia, che proponeva materiale informativo sui progetti etici ed intrattenimento per i più piccoli, fino allo Yoga della risata ed agli stand di associazioni culturali e sociali come L’Alba, Alchemia, e Ametàstrada. Alle diverse associazioni si sono aggiunti numerosi gruppi e soggetti che hanno animato il pomeriggio con attività di divulgazione scientifica, canto, musica e arte (come la lavorazione dell’argilla). I bambini sono stati senz’altro protagonisti indiscussi della giornata, vista la grande quantità di libri, vestiti e giocattoli che ciascuno liberamente posava sull’erba della piazza in attesa di qualche interessato.festa__presente

Ma la caratteristica essenziale della festa del presente è stata l’assenza di obblighi e di vincoli di reciprocità: chiunque era libero di accettare qualcosa in dono, pur non avendo nulla da contraccambiare, perché anche il saper ricevere è una qualità da non trascurare. D’altra parte non si trattava soltanto di donare cose, ma, eventualmente, di offrire servizi e disponibilità in diversi ambiti. Proprio in relazione a quest’ultima possibilità, diversi pannelli sono stati predisposti sul lato esterno della piazza per raccogliere le offerte più variegate: dalle ore di ripetizioni in una qualche disciplina, alle offerte di baby-sitter, di conversatore in lingua straniera o di fotografo. In questo modo la Festa del presente è diventata per tutti un’occasione di incontro e di condivisione in una piazza solitamente adibita a luogo di passaggio e mai di sosta, se non occasionale per gli studenti o le persone di passaggio. Gli organizzatori della Festa hanno speso molte energie nell’ideazione e promozione dell’evento, trattandosi di una manifestazione di carattere non esclusivamente simbolico. Infatti fare a meno del denaro e venirsi incontro offrendo le proprie risorse, capacità e disponibilità contraddice, da un lato, le regole dello scambio economico, dall’altro ripristina su un più alto livello la dignità del soggetto quale creatore di valori e non mero consumatore di beni. Come ricordava Baudrillard, “nell’economia del dono e dello scambio simbolico, una quantità debole e sempre finita di beni è sufficiente a creare una ricchezza generale, poiché essi passano costantemente dagli uni agli altri. La ricchezza non è fondata sui beni, ma sullo scambio concreto tra le persone. Essa è dunque illimitata, perché il ciclo dello scambio è senza fine persino tra un numero limitato di individui, ciascun momento del ciclo di scambio si somma infatti al valore dell’oggetto scambiato”. Precisamente questa dialettica di generazione di valore attraverso l’interazione concreta degli individui viene rigettata dalle forme del rapporto monetario, in cui le cose si relativizzano in funzione del mezzo di scambio. Riscoprire la pratica del dono può essere allora un modo per ricordarsi che la penuria e l’abbondanza sono anch’essi, a loro volta, concetti estremamente relativi.

Fonte. Il cambiamento

Maurizio Pallante al Teatro Rossi Aperto di Pisa

Nell’ambito degli eventi culturali e delle iniziative che animano il Teatro Rossi Aperto di Pisa, Maurizio Pallante – massimo esponente della decrescita in Italia – è stato invitato dal Gruppo pisano della Decrescita a tenere una presentazione sull’economia del dono, in vista della Festa del presente che avrà luogo a Pisa il prossimo 5 Maggio.

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In vista della festa del presente organizzata dal Gruppo della Decrescita di Pisa per il prossimo 5 Maggio, Maurizio Pallante, massimo esponente della decrescita in Italia, è stato invitato a tenere una presentazione sull’economia del dono al Teatro Rossi Aperto di Pisa lo scorso 14 Marzo. L’intervento si è posto in continuità con il workshop che ha visto protagoniste a Febbraio numerose personalità della cultura e dell’arte interessate al recupero del Teatro Rossi. Nella platea affollata, ancorché fredda, Pallante ha trattato la rilevanza del dono badando a tracciare una serie di distinzioni che da sempre caratterizzano la sua opera. Anzitutto occorre non confondere fra loro la recessione – fase di stallo generalizzata, quella che viviamo attualmente -, e decrescita. Se la prima è caratterizzata da una riduzione generalizzata ed indiscriminata della produzione delle merci, causando livelli esponenziali di disoccupazione, la seconda è invece una diminuzione guidata e mirata della produzione ed è foriera di occupazione qualificata. Alla base di questo ragionamento Pallante colloca la distinzione, già marxiana, fra bene e merce, in base alla quale le merci sono oggetti di scambio e di vendita, mentre i beni soddisfano bisogni essenziali che non sono sempre, né necessariamente riducibili alla mercificazione. Anche se beni come il gas o il carbone possono essere trasformati in merci, un uso non oculato di questi ultimi è all’origine degli sprechi e del danno ambientale. Inoltre esistono beni che non sono mai trasformabili in merci (come i valori, i principi, gli affetti). Di conseguenza beni e merci non si equivalgono, mentre è fondamentale identificare le funzioni e le finalità che li caratterizzano per capire se la loro produzione soddisfi o meno bisogni reali ed essenziali. In tale contesto si colloca il senso stesso della decrescita: chiedersi, come spesso si usa fare, se il prefisso “de” abbia o meno una valenza negativa è fuorviante, poiché in questione è piuttosto la nozione di “crescita” che si vuole difendere. Si tratta di interrogarsi se il progresso da instaurare sia all’insegna della produzione incontrollata ed indiscriminata di merci, o piuttosto di un aumento selezionato e qualificato di quelle merci che non si mutano in sprechi. Per Pallante la decrescita è espressione della possibilità di costruire un’alternativa sociale ed economica, imperniata sul rilancio della domanda mediante il debito al fine di creare occupazione qualificata. Da dove prendere il denaro? “Il denaro – dice Pallante si può recuperare solo riducendo gli sprechi, che non sono quelli della pubblica amministrazione (perché in questo caso si va a colpire delle persone e quindi si influisce sul salario), bensì quelli che arrechiamo in natura. Bisogna ridurre gli sprechi delle risorse naturali per ridare lavoro, modificando gli stili di vita dei paesi occidentali e recuperando i talenti perduti nel corso delle ultime tre generazioni”. A questo proposito, rifacendosi al filosofo Richard Sennett, Pallante ha ricordato il significato del lavoro manuale come dimensione formativa, che coinvolge tutte le facoltà, affinando particolarmente quelle tattili, che veicolano informazioni più precise di quelle trasmesse dalla vista. In una società basata sulla capacità di collaborare e resa indipendente dal Pil si apre, allora, la possibilità di ricorrere al baratto e al dono come forme alternative allo scambio economico. I doveri sarebbero quelli della gratuità, che comporta l’obbligo di ricevere e di restituire più di quello che si è ottenuto. In questo caso il dono più importante è quello del tempo e la comunità potrebbe diventare la realizzazione più compiuta della collaborazione fondata sul munus, ovvero sul dono. Le idee di Pallante e gli esempi da lui proposti, per lo più concentrati su dimensioni locali (come gli sprechi nei consumi delle abitazioni, l’orto, le attività manuali), fanno capire che in gioco è soprattutto l’affermazione di un diverso paradigma culturale. Si è spesso ripetuto che, al fine di cambiare un modello, occorre proporne un altro altrettanto persuasivo ed indubbiamente il discorso di Pallante fa riflettere su quelli che sono gli scopi dell’economia politica e sulla direzione da intraprendere. Detto altrimenti, il problema che si presenta in una fase di recessione come quella in corso in Italia non si può affrontare prescindendo dalle domande relative a quale crescita ed a quale lavoro siano necessari. Al tempo stesso, se è vero che ogni modello culturale si regge su dei principi e su dei valori, il paradigma del dono prospettato da Pallante si presta anche ad un ulteriore dibattito, come quello sollevato da Tommaso Luzzati nel corso della presentazione pisana. Siamo sicuri che il dono resista alla logica del do ut des e che l’essere vincolato all’obbligo di dare e restituire non produca una regressione a modalità di collaborazione esclusivamente parentali, basate sulla conoscenza reciproca come avviene per la raccomandazione e la corruzione? Gli esempi di autoproduzione e di autosufficienza proposti da Pallante si reggono, ad esempio, sul modello della famiglia, che spesso rappresenta il solo baluardo per chi vive in situazioni di difficoltà. Ma non soltanto la gratuità offerta dalla famiglia non è esente da condizionamenti, che sono meno evidenti di quelli materiali (spesso di natura psicologica), più importante ancora è chiedersi se il dono possa essere immune dall’obbligo. La festa del presente, organizzata dal Gruppo della Decrescita per la prima volta a Pisa (Piazza Santa Caterina) il prossimo 5 Maggio, potrebbe allora essere l’occasione per ripensare questa modalità di interazione liberandola dagli stereotipi con l’esercizio dal vivo.

Fonte: il cambiamento

Debiti Pubblici, Crisi Economica e Decrescita Felice
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