Clima, a rischio anche le specie comuni

I cambiamenti climatici accelerano e la fauna non riesce ad adattarsi. A rischiare l’estinzione non sono solo animali esotici o lontano da noi, ma anche specie più comuni. Vi proponiamo la documentata analisi di Francesca Buoninconti, collaboratrice della rivista Micron.

Il clima cambia troppo velocemente e gli animali non riescono a tenere il passo. Non stiamo parlando delle specie che già sappiamo essere a rischio di estinzione, ma di quelle molto comuni e abbondanti, e perciò insospettabili. Così il capriolo (Capreolus capreolus), la gazza (Pica pica) o la cinciallegra (Parus major) potrebbero essere spazzati via dalla faccia della Terra proprio a causa dei cambiamenti climatici. A lanciare l’allarme stavolta non è l’ennesimo studio singolo, ma una meta-analisi di oltre 10.000 paper scientifici appena pubblicata sulla rivista Nature Communications e redatta da un team internazionale di 64 ricercatori. Per studiare la capacità di “adattarsi” al clima il team ha tenuto conto di due fattori: la morfologia e la fenologia delle specie. La morfologia, è risaputo, varia in relazione al clima e alla latitudine, dalle dimensioni corporee, alla lunghezza degli arti, fino allo spessore del derma o di una pelliccia. Mentre la fenologia di una specie è l’insieme dei fenomeni e delle diverse fasi che si succedono nell’arco di una vita: la nascita, la riproduzione, l’involo per gli uccelli, il letargo o le migrazioni. E dunque, per reagire al cambiamento climatico le specie animali hanno mostrato differenze nella morfologia? O cambiamenti nella fenologia? Si sono riprodotte prima o hanno modificato i tempi di migrazione? Proprio per rispondere a queste domande il gruppo di scienziati guidato da Viktoriia Radchuk, Alexandre Courtiol e Stephanie Kramer-Schadt del Leibniz-Institut für Zoo-und Wildtierforschung (IZW) di Berlino ha esaminato oltre 10.000 studi, trovando però dati completi e soddisfacenti per dare una risposta definitiva solo per 17 specie. Tutte terrestri o volatrici. Più in dettaglio? Quasi tutti uccelli e il capriolo. Per altre 1400 circa ci sono solo dati parziali. E purtroppo i risultati della meta-analisi sono decisamente preoccupanti per due motivi. Il primo è che gli animali rispondono al cambiamento climatico modificando più che altro la loro fenologia. Nelle regioni temperate, per esempio, l’aumento delle temperature è correlato con l’anticipazione di alcuni eventi biologici. Ma tali risposte adattative – affermano gli autori – sono generalmente insufficienti per far fronte alla rapida impennata delle temperature e talvolta vanno persino nella direzione sbagliata. Un esempio? I citelli della Columbia (Urocitellus columbianus), scoiattoli di terra nordamericani, ritardano il loro risveglio dal letargo, mentre invece dovrebbero anticiparlo. Così facendo non riescono a cogliere la primavera in anticipo per via dei cambiamenti climatici. Gli uccelli, invece, provano a deporre prima le uova o a migrare più in fretta riducendo la durata delle soste durante il percorso. Così facendo, però, rendono il lungo viaggio ancora più rischioso e arrivano – se arrivano – debilitati. Dall’analisi, quindi, è emerso che il riscaldamento globale non ha influenzato in modo sistematico i tratti morfologici di queste specie, come dimensioni e massa corporea, ma solo la tempistica degli eventi biologici, come la riproduzione e la migrazione, che avvengono in anticipo rispetto al passato. Nonostante l’impegno, però, i cambiamenti messi in atto dagli animali per star dietro al climate change stanno avvenendo troppo lentamente. E tra chi ne risentirà nell’immediato futuro ci sono anche specie oggi molto comuni, come la cinciallegra, il capriolo, la gazza, e persino la balia nera (Ficedula hypoleuca), la “regina delle faggete vetuste”. Specie di norma considerate abbastanza “brave” nel rispondere ai cambiamenti climatici. «Questo suggerisce che le specie potrebbero rimanere nel loro habitat, purché cambino abbastanza velocemente da far fronte ai cambiamenti climatici» spiega uno degli autori dello studio, Steven Beissinger dell’università della California – Berkeley. Però «è improbabile che ciò avvenga perché anche le popolazioni che mostrano un cambiamento adattativo lo fanno a un ritmo che non garantisce la loro sopravvivenza» gli fa eco Alexandre Courtiol. Certo è che, come dichiara il team, «restano ancora da analizzare le risposte adattative di specie rare o in via di estinzione. Ma temiamo che le previsioni sulla persistenza delle popolazioni di tali specie siano ancora più pessimistiche», spiega Stephanie Kramer-Schadt. Infatti, il prossimo passo sarà quello di estendere l’analisi anche ad altre specie per mettere a punto modelli di previsione. Nel frattempo, come dicevamo sopra, questa meta-analisi preoccupa però per un secondo motivo. Dal lavoro, infatti, emergono una serie di criticità che riguardano più da vicino la scienza e gli scienziati: c’è un “gap”, un “buco”, nella nostra capacità di fare previsioni a lungo termine sul destino che stiamo imprimendo agli altri abitanti del pianeta. Un gap che va colmato. Innanzitutto, la maggior parte dei 10.000 studi esaminati si riferisce a specie che popolano l’emisfero settentrionale (quello più studiato dall’alba dei tempi, in particolare l’Europa) e tutte le misurazioni vengono fatte nel periodo primaverile. È su questo e sull’anticipo della primavera che si concentrano la maggior parte delle ricerche. Inoltre, nonostante il numero enorme di paper scientifici presi in considerazione, sin da subito i ricercatori hanno capito che non tutti i taxa avevano ricevuto la stessa attenzione e che nella stragrande maggioranza dei casi non c’erano dati sufficienti. Le oltre 10.000 pubblicazioni sono infatti relative a 4.835 studi sul campo che, però, hanno analizzato solo 1.413 specie terrestri o volatrici, presenti in 23 paesi. E solo 71 ricerche hanno raccolto dati sufficienti per poter stabilire definitivamente che tipo di risposta adattativa abbiano gli animali al climate change. Purtroppo queste 71 studi riguardano solo 17 specie, quelle su citate, diffuse in soli 13 paesi. Per lo più uccelli «perché i dati completi su altri gruppi erano scarsi» come spiegano gli autori. E non c’è da stupirsi: gli uccelli detengono il primato per il numero di studi scientifici pubblicati in tutto il mondo. Bisogna quindi rimboccarsi le maniche e dare spazio alle specie – e alle loro “armi di sopravvivenza” – di cui sappiamo meno.  La speranza del team, infatti, è che questa analisi e i dataset messi insieme considerando 10.000 pubblicazioni diverse, «stimolino la ricerca sulla resilienza delle popolazioni animali di fronte al cambiamento climatico globale e contribuiscano a migliorare il quadro predittivo per poter intraprendere azioni di gestione e conservazione della fauna più efficaci e in tempi più rapidi» conclude Viktoriia Radchuk.

Chi è Francesca Buoninconti

Dopo la laurea in Scienze Naturali e il Master “La scienza nella pratica giornalistica” all’Università La Sapienza di Roma, ha lavorato alla Città della Scienza prima come redattrice per il Centro Studi con Pietro Greco e poi per il nuovo museo sul corpo umano Corporea. Per il festival di Scienza Futuro Remoto si è occupata delle grandi conferenze. Ha scritto di scienza per Radio Kiss Kiss e oggi collabora con Radio 3 e diverse testate come Il Tascabile, repubblica.it e la rivista Micron.

Fonte: ilcambiamento.it

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Incendi: a rischio in Africa la seconda foresta pluviale del pianeta

Da settimane le fiamme stanno devastando diversi Paesi africani mettendo a rischio la foresta pluviale del Congo che ospita milioni di indigeni, custodisce migliaia di specie animali e vegetali e immagazzina 115 miliardi di tonnellate di CO2. Dopo gli incendi in Siberia e Amazzonia, Greenpeace rilancia l’allarme: “Se non proteggiamo le foreste, non saremo in grado di affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando”.

Dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016. In meno di una settimana – dal 21 agosto – sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.

Incendio in una foresta (immagine generica tratta da Pixabay)

«Facciamo presto. In Siberia e Amazzonia sono mancati interventi tempestivi e gli incendi hanno assunto proporzioni drammatiche. Chiediamo ai governi dei Paesi del bacino del Congo di adottare misure adeguate per impedire che le fiamme dalla savana si diffondano nella foresta», dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali. Immagazzina inoltre 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta. La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali.

«I cambiamenti climatici e le attività industriali che si svolgono nella foresta la rendono più vulnerabile agli incendi. È necessario porre fine a tutte le attività industriali che minacciano questa preziosa foresta: se non proteggiamo le foreste, non saremo in grado di affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando», afferma Borghị. 

«Invece di dare concessioni a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste, i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni Indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali». Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/incendi-rischio-africa-seconda-foresta-pluviale-pianeta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Torino, la città del cinema che parla di ambiente

Gaetano Capizzi, fondatore e presidente di CinemAmbiente, ripercorre la storia del festival nato a Torino oltre vent’anni fa, riflettendo sulla crescita della coscienza ambientale ed il suo influsso sulle produzioni cinematografiche.

Dai fratelli Lumière ad oggi l’ambiente ha sempre fatto parte del cinema assumendo una rilevanza e connotati diversi in accordo con la coscienza ambientale che si è andata via via sviluppando nell’opinione pubblica. La questione ambientale, oggi, non è rappresentata soltanto nei documentari ambientalisti ma è presente anche nel cinema mainstream, in linea con quella sorta di “egemonia culturale” dell’ambiente che oggi domina l’arte e l’immaginario. E questo non può che essere positivo.  Il cinema ambientalista, in particolare, ha adottato negli anni vari linguaggi e oggi mostra come suo fine evidente un forte richiamo all’azione di tutti, andando così oltre la denuncia e l’allarmismo. Di cinema e ambiente, della crescita della coscienza ambientale e del suo influsso sulle produzioni cinematografiche ha parlato il fondatore e direttore di CinemAmbiente Gaetano Capizzi, intervenuto ad un seminario su “Ambiente, cultura e spettacolo” organizzato dalla Federazione Italiana Media Ambientali (FIMA) presso l’auditorium del ministero dell’Ambiente di Roma.

Capizzi ha ripercorso la storia del festival cinematografico CinemAmbiente nato alla fine degli anni ’90 a Torino e giunto oggi alla sua 22esima edizione, che si terrà dal 31 maggio al 5 giugno nel capoluogo piemontese. Di anno in anno crescono le proposte ed il pubblico, che diviene sempre più giovane e variegato.

“Il festival CinemAmbiente è nato in un periodo di riflessione e sperimentazione sulla comunicazione, l’informazione e l’educazione ambientale. L’intento era quello di trovare la chiave per comunicare al grande pubblico in modo corretto i temi ambientali, che sono scientifici e complessi. Torino per un fortunato connubio era la città del cinema e la città dove le associazioni ambientaliste erano ben radicate: dall’unione tra persone che come me si occupavano di cinema ed attivisti ambientali è nato CinemAmbiente”.

La prima edizione ha avuto luogo nel 1998 ma il processo che ha portato alla nascita del festival era stato avviato due anni prima. “Nel 1996, decennale di Chernobyl, tutto il mondo cercava di ricordare quel momento con tante iniziative. Torino quell’anno ha presentato una rassegna cinematografica dedicata al disastro nucleare. Abbiamo scoperto infatti l’esistenza di vari filmati e siamo riusciti a trovare e presentare delle immagini impressionanti dei momenti dell’esplosione.  Era anche un periodo in cui era stata tolta la segregazione sugli esperimenti nucleari americani. Con la rassegna, dunque, abbiamo avviato una riflessione sul nucleare ed il risultato è stato un evento che ha riscosso molto successo di pubblico e critica. Abbiamo quindi pensato di estendere il racconto ad altre tematiche connesse all’ambiente e da lì è iniziata la nostra avventura”, ricorda Capizzi.

“Ci siamo trovati nel momento giusto: era il momento in cui esplodevano i problemi e iniziava a svilupparsi una certa consapevolezza. Negli ultimi 20 anni la crisi ambientale è divenuta evidente e ha iniziato ad influenzare anche l’arte. Oggi, ad esempio, ci sono scrittori che scrivono solo di tematiche ambientali e a Torino c’è un corso universitario di ecocritica, che consiste nella rilettura della letteratura dal punto di vista dell’ambiente. È un filone che attira molti studiosi e io spero che questa linea interpretativa venga estesa anche al cinema, perché anche i film possono essere riletti dal punto di vista della visione della natura”.

Il fondatore di CinemAmbiente fa notare che la natura ha sempre fatto parte del cinema, sin dai suoi albori. “Una delle prime immagini cinematografiche dei fratelli Lumière ritrae l’esplosione di un pozzo di petrolio. Poi ci sono stati grandi documentaristi come Robert Flaherty, pioniere e maestro del documentario, o l’italiano Vittorio De Seta che nella sua produzione riflette il cambiamento della Sicilia degli anni ’60. Il grande documentarismo, insomma, ha sempre guardato alla natura. Se prima però questa era lo scenario in cui si svolgevano fatti e drammi umani, ad un certo punto è divenuta protagonista. Poi, ancora, c’è stato un secondo momento coinciso con gli ultimi 20 anni in cui non si è più rappresentata la natura nella sua bellezza ma si è cominciato a puntare l’attenzione sui disastri ambientali”.

Gaetano Capizzi ricorda quindi che i primi documentari di questo genere erano realizzati e prodotti prevalentemente dalle associazioni ambientaliste e in particolare da Greenpeace che ha sempre focalizzato le proprie attività sulla comunicazione delle sue azioni a forte impatto simbolico o dimostrativo. In seguito le cose sono cambiate con l’avvio del filone del cinema ambientalista militante con alle spalle importanti firme e grandi case di produzione. “Si arriva così ad ‘Una scomoda verità’ di Al Gore, che a livello mediatico è stato una bomba, ha fatto scoprire i cambiamenti climatici al grande pubblico ed è uno dei documentari che ha incassato di più nell’intera storia del cinema. Un altro grandissimo successo è stato ‘The Cove‘, film sulla mattanza dei delfini che ha vinto l’Oscar”.

In Italia CinemAmbiente è divenuto il principale catalizzatore di questo genere che oggi più che mai è vivo e ha una produzione enorme. “L’anno scorso abbiamo ricevuto 3200 proposte di film per il nostro concorso”, dice Capizzi. “Più generale – continua – è evidente che l’ambiente in questi anni abbia sviluppato una sorta di egemonia culturale nell’immagine e nell’immaginario, e ciò a mio avviso è positivo. Si pensi alla pubblicità (non si può più vendere niente che non sia ‘green’, o perlomeno che sia spacciato come tale.) o allo star system che si è schierato dalla parte dell’ambiente (Leonardo DiCaprio, Madonna e tanti altri).

“Tutto il mondo del cinema è investito da questa egemonia culturale ambientale. Vedo un avanzare della sensibilità, un accoglimento della causa da parte degli artisti e del cinema mainstream, non solo ambientalista. Ormai è comune trovare il tema ambientale in molti film e film d’animazione ed è proprio così che alcuni ragazzi del movimento Fridays for Future hanno iniziato ad interessarsi ai temi ambientali, come hanno dichiarato loro stessi nelle interviste. Sarebbe interessante peraltro – aggiunge Capizzi – capire come una quindicenne, Greta, sia riuscita a smuovere milioni di giovani in tutto il mondo. C’è chi dice che si tratti di una moda, ma io non credo. Penso piuttosto che le nuove generazioni temano per il loro futuro e vogliano prendere in mano la situazione”.

“Di certo – afferma Capizzi – non si può dire che il cinema non abbia dato l’allarme sui cambiamenti climatici e sui problemi ambientali. Per molto tempo il cinema ambientalista è stato definito catastrofista e per questo accusato di allontanare il pubblico da questi temi. Con la nostra esperienza di CinemAmbiente vedo che i film degli ultimi periodi sono sì di denuncia ma non allarmisti e, soprattutto, danno informazioni pratiche su come fare a risolvere il problema di cui il film parla. Spesso alla fine del film c’è un decalogo delle azioni possibili da intraprendere nel concreto. Si tratta dunque di film che cercano di far uscire lo spettatore fuori dalla sala cinematografica con la speranza di poter far qualcosa in prima persona. Noi come utenti possiamo fare tanto, non tutto, ma molto sì. E il cinema oggi punta proprio a questo”.

Foto copertina
Didascalia: Environmental Film Festival
Autore: Cinemambiente
Licenza: Sito Ufficiale Cinemambiente
Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/torino-citta-cinema-parla-ambiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cambiamenti climatici: l’Italia sott’acqua. Ma chi se ne frega!

Nel corso degli anni, gli ambientalisti sono stati trattati sempre con sufficienza e come catastrofisti se ammonivano sui rischi di inquinamento e cambiamenti climatici. Ma, è evidente, che non erano esagerazioni…

Nel corso degli anni, gli ambientalisti sono stati trattati sempre con sufficienza e come catastrofisti se ammonivano sui rischi di inquinamento e cambiamenti climatici. Considerati esagerati, troppo preoccupati, perché comunque si credeva, e qualcuno incredibilmente lo pensa ancora, che la tecnologia ci avrebbe salvato e si sarebbe inventato qualcosa per farci passare indenni la “nottata”. 

Purtroppo però si sta verificando esattamente quanto dicevano gli ambientalisti e non sta arrivando nessun Messia a salvarci, né tantomeno ci salverà qualche magica tecnologia nascosta nel cilindro degli stessi apprendisti stregoni che ci hanno condotto fino al baratro. Ora anche la scienza dà ragione agli ambientalisti rompiscatole. Scienziati prestigiosi di rinomate e riconosciute istituzioni sono d’accordo nel confermare, con dati e studi accurati, la situazione ambientale avviata alla catastrofe per mano umana. Del resto anche senza gli scienziati ce se ne poteva rendere perfettamente conto, vista la situazione sotto gli occhi di tutti. Quella stessa scienza che si invoca indiscutibile, sacra e inviolabile solo quando c’è di mezzo il profitto ovvero quando si devono vendere farmaci, vaccini, combustibili fossili, concimi chimici, alimenti schifezza, ecc. Ma quando la scienza non fa guadagnare i mega squali del profitto e cerca semplicemente di salvare l’umanità, allora non conta più. Anzi viene combattuta a suon di consulenti pagati dalle grandi compagnie petrolifere e multinazionali in genere, per dire e scrivere ovunque sui media compresi i social, che gli scienziati stanno mentendo, i dati sono falsi, gli ambientalisti sono pagati dai russi, che fra le stupidaggini è la più roboante essendo la Russia uno dei paesi più inquinati della galassia a cui tutto importa, meno che dell’ambiente. E che dire poi circa i commenti dei fan del progresso quando denigrano e prendono in giro chi mette in discussione la crescita e ammoniscono che così torniamo alla preistoria? Ebbene proprio il loro progresso, la loro amata crescita del PIL ci sta riportando alle preistoria quando una parte dell’Italia era sommersa dalle acque. Addirittura l’ENEA, quindi non certo un covo di ambientalisti fanatici, ci dice che fra qualche decennio l’Italia sarà inondata a causa dei cambiamenti climatici e conseguente innalzamento del livello del mare di un metro. Circa 400 chilometri di costa spariranno e 5.686 chilometri saranno a rischio inondazioni. Cioè migliaia di persone che se ne dovranno andare dalle loro terre perché se le riprenderà il mare, compresa la tanto amata Venezia. E quindi avremo l’ondata dei profughi ambientali al di fuori dell’Italia e i profughi ambientali che verranno direttamente da dentro l’Italia. Una situazione simile significa che prossimamente ci dibatteremo in maniera ancora più grave fra incendi, dissesti idrogeologici, siccità, inondazioni e vivremo una situazione estremamente pesante. E nonostante ciò non si balza sulla sedia e non si agisce.  Siamo di fronte ad una catastrofe con problemi enormi da affrontare, costi spaventosi e cosa si sta facendo per fermare tutto ciò? Nulla, zero, nada, nisba.

La politica, sostanzialmente, se ne frega altamente, tutta presa a inseguire consenso, like e potere, ad accapigliarsi su ridicole leggi e leggine che quando saremo spazzati via tutti, conteranno meno che zero. Ma al politico attaccato a immagine, soldi, potere e poltrona, cosa vuoi che gliene freghi dei cambiamenti climatici, è un tema che non paga a livello elettorale. Al massimo nella loro proverbiale intelligenza e sagacia diranno che se le nostre coste verranno inondate, ci si trasferirà sulle montagne.  I media riportano notizie sul dramma climatico se e molto dopo altre notizie fondamentali per la nostra esistenza… come le primarie del PD, cosa ha mangiato Salvini oggi o quale era il vestito più bello indossato al festival di Sanremo.  E il tanto decantato popolo? Non si pone granché il problema e in caso aspetta che ci pensi la politica fra una Nutella e l’altra e nel frattempo si va avanti come se nulla fosse. Di fronte a questi atteggiamenti assurdi, viene da chiedersi se una specie vivente che si sta comportando in maniera così profondamente folle meriti ancora di stare nel paradiso che è la nostra meravigliosa terra.  Abbiamo la casa in fiamme con i parenti dentro e noi pensiamo se sia il caso di indossare una giacca piuttosto che un’altra perché se ci filmano nel salvataggio dobbiamo apparire trendy. Sembra che la nostra stupidità sia così profonda, radicata e senza speranza che sacrificheremmo tutto, anche la nostra stessa sopravvivenza e quella dei nostri figli e nipoti. Oltre ai soliti ambientalisti, solo gli studenti, grazie all’extraterrestre Greta Thunberg, stanno facendo sentire la propria voce ma ancora non preoccupano particolarmente i potentati criminali.

In questa situazione drammatica, come persone singole abbiamo comunque in mano un potere enorme. Così come insegna Greta, dall’alto della saggezza dei suoi 16 anni, serve essere moralmente incorruttibili da fama, soldi e potere, convinti di cambiare e determinati a farlo. Con questi ingredienti si possono spostare montagne. Quindi innanzitutto: boicottare e acquistare il meno possibile prodotti che non hanno alcun rispetto per persone e ambiente, chiedendosi sempre cosa c’è dietro a quello che acquistiamo in termini ambientali e di sfruttamento delle persone.  Se si decide di votare, lo si faccia per quei politici che hanno come programma al primo posto l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra di almeno l’80%  tassativamente entro il 2030. Tale programma deve essere sottoscritto con il sangue attraverso un regolare contratto e in caso di non ottemperamento, il politico dovrà pagare multe milionarie e la perdita di tutti i diritti civili. Fondamentale è poi organizzarsi in gruppi e comunità di persone per riabitare campagne, borghi, paesi abbandonati in posti di estrema bellezza e ricchezza naturale che sono ovunque in Italia che ormai si sta spopolando, fra la gente che se ne va e i figli che non si fanno più. Realizzare progetti il più possibile di autosufficienza alimentare ed energetica con scambio di eccedenze in un ottica di eco vicinato. Recuperare e far rinascere l’artigianato dappertutto con l’obiettivo di avere la maggiore autonomia possibile in fatto di materiali riducendo la dipendenza dall’estero. Tanto con le prossime crisi di approvvigionamento, in ogni caso dovremmo fare senza molti prodotti che arrivano da fuori Italia. Le città devono fare piani di autosufficienza energetica e alimentare mettendoli al primo posto come obiettivi delle amministrazioni comunali. A livello statale si deve avere come politica prioritaria e urgente la salvaguardia dell’ambiente creando milioni di posti di lavoro nei settori immensi che ne sono connessi: energie rinnovabili, risparmio energetico e idrico, efficienza energetica con la  riqualificazione del patrimonio edilizio, agricoltura biologica, recupero, riuso e riciclo materiali, ecoturismo e cultura. Non bisogna aspettare niente e nessuno per realizzare questi obiettivi perché è già tardi, occorre organizzarsi  immediatamente per cercare quantomeno di salvarsi ma ben sapendo che da solo non si salva nessuno. Quindi unirsi agli altri e creare relazioni di comunità forti e solidali, il solo, unico, vero, efficiente welfare. Nell’emergenza si farà di necessità virtù e di fronte all’immobilismo o all’aperta contrarietà di politica ed istituzioni, preoccupate di perdere il loro potere, nasceranno forme diverse di decisione e organizzazione realmente paritarie e partecipative. Questo avverrà se non altro perché attraverso strutture decentrate ed efficienti e soprattutto sburocratizzate, ci potrà essere qualche speranza di sopravvivenza. Se poi la politica in uno scatto di orgoglio e destandosi dal suo torpore, vorrà dare una mano, ben venga ma meglio non sperarlo o aspettarlo, si rischia di perdere altro tempo prezioso che non c’è più. Non  si può scherzare o sottovalutare la situazione perché la natura che abbiamo violentato in tutti i modi si sta pesantemente difendendo dal cancro umano che la vuole uccidere. Ed è evidente chi vincerà alla fine.

Fonte: ilcambiamento.it

La plastica minaccia la salute umana

Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire: la plastica comporta evidenti rischi per la salute umana e per questo è necessario ed urgente adottare il principio di precauzione e a iniziare ad eliminare definitivamente questo materiale, a partire dall’usa e getta. Un rapporto diffuso nelle ultime ore dal Center for International Environmental Law (CIEL) evidenzia l’urgenza di adottare il principio di precauzione per proteggere l’umanità dall’inquinamento della plastica. Valutate tutte le fasi del ciclo produttivo e di vita di questo materiale, il report infatti rileva evidenti rischi per la salute umana. 

Nel dettaglio, il rapporto del CIEL evidenzia come: 

– le materie plastiche presentano differenti rischi per la salute umana in ogni fase del loro ciclo di vita: dalle sostanze chimiche pericolose rilasciate durante l’estrazione del petrolio e la produzione delle materie prime, all’esposizione agli additivi chimici rilasciati durante l’utilizzo delle materie plastiche, per terminare con l’inquinamento dell’ambiente e del cibo che può derivare dal rilascio di plastica nell’ambiente; 

– le microplastiche, come frammenti e fibre, a causa delle loro piccole dimensioni possono entrare nel corpo umano attraverso il contatto, l’ingestione o l’inalazione, penetrare nei tessuti e nelle cellule generando impatti sull’uomo, anche a causa del rilascio di sostanze chimiche pericolose; 

– incertezze e lacune conoscitive non consentono di avere un quadro dettagliato circa gli impatti sulla salute umana e impediscono a consumatori, comunità e istituzioni di prendere decisioni consapevoli su questo materiale.

Commentando quanto emerge dal report di CIEL, Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, dichiara: “I rischi per la salute derivanti dall’inquinamento da plastica sono stati ignorati per troppo tempo, un atteggiamento che va contro le regole basilari della prevenzione che dovrebbero guidare le scelte istituzionali e delle multinazionali e venire prima dei profitti. Imprese e istituzioni hanno scelto invece di mantenere lo status quo. Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire le conseguenze della dipendenza dalla plastica della nostra società, siamo tutti noi a subirne gli effetti. Nonostante ci sia ancora molto da chiarire su tutti i possibili impatti generati dalla plastica sulla salute umana, i rischi sono evidenti. Le conoscenze attuali impongono di applicare concretamente il principio di precauzione e iniziare a eliminare definitivamente la plastica, a partire dall’usa e getta”. 

“Il ricorso a questo materiale, oltre a devastare il Pianeta, continua a mantenerci dipendenti dai combustibili fossili, contribuendo ai cambiamenti climatici”, continua Ungherese. “Non ci sono motivi per continuare a mettere a rischio la salute umana in nome della presunta convenienza della plastica. Da mesi chiediamo alle grandi multinazionali, responsabili della commercializzazione dei più grandi volumi di plastica usa e getta, di assumersi le proprie responsabilità riducendo drasticamente la produzione di plastica monouso”, conclude.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/plastica-minaccia-salute-umana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Gli aerei? Sempre di più e più inquinanti

A dirlo è il Rapporto ambientale europeo dell’aviazione 2019, pubblicato da Easa, Eea e Eurocontrol: i voli aerei aumenteranno di oltre il 40% di qui al 2040 e peggiorerà l’impatto sui cambiamenti climatici, sul rumore e sulla qualità dell’aria.

Il Rapporto ambientale europeo sull’aviazione 2019 è stato pubblicato congiuntamente dall’EASA, dal EEA e da EUROCONTROL e fornisce una valutazione aggiornata delle “prestazioni” ambientali del settore dell’aviazione in Europa. Il rapporto afferma che la crescita del settore ha aumentato il suo impatto negativo sui cambiamenti climatici, il rumore e la qualità dell’aria.

Il numero di voli è cresciuto dell’8% tra il 2014 e 2017 e si stima possa aumentare del 42% tra il 2017 e il 2040. Inoltre, a partire dal 2014 è stato osservato un aumento delle emissioni acustiche e delle sostanze inquinanti.
Nel 2016, l’aviazione produceva il 3,6% delle emissioni di gas serra nell’Europa a ventotto membri e il 13,4% di quelle legate al settore dei trasporti. Nel 2011, considerando tutte le sorgenti esaminate nella Direttiva sul Rumore Ambientale nell’Unione Europea, di tutte le persone esposte a livelli di rumore oltre la soglia, il 3,2% lo era a causa dell’aviazione. E questo dato non è destinato a diminuire, visto che il rapporto atteata una sostanziale stabilizzazione del numero di persone esposte a livelli significativi di rumore nelle aree circostanti i 47 principali aeroporti europei. Si prevede, inoltre, un aumento del numero di aeroporti che gestiscono più di 50.000 movimenti di aeromobili annuali, che passeranno da 82 nel 2017 a 110 nel 2040. Pertanto, l’inquinamento acustico generato dal traffico aereo potrebbe ugualmente influire sulle nuove aree urbane coinvolte. E non è tutto: entro il 2040, le emissioni di anidride carbonica e ossidi di azoto dovrebbero aumentare di almeno, rispettivamente, il 21% e 16%. Secondo le stime, un aereo di linea inquina come circa 600 auto non catalizzate (Euro 0). Di conseguenza i più grandi aeroporti italiani emettono ogni giorno la stessa quantità di emissioni di circa 350mila auto Euro 0. Vogliamo viaggiare tutti e a basso costo? Eccoci serviti. I voli low cost si moltiplicano, il traffico aereo si annuncia in crescita costante, tutti in tutto il mondo vogliono raggiungere luoghi lontani. Pagandone conseguenze assai pesanti.

Fonte: ilcambiamento.it

Greta Thunberg e i venerdì per il futuro

Ispirato ai venerdì di protesta iniziati la scorsa estate a Stoccolma dall’attivista adolescente Greta Thunberg, il movimento di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici “Friday For Future” sta moltiplicando, anche in Italia, sia le sue iniziative che il numero di manifestanti. Partecipare è semplicissimo. Basta organizzare un flash mob con pochi amici e qualche cartello davanti a un palazzo istituzionale, scattare una foto, taggare Greta e condividere l’immagine sui social.

Ha 16 anni compiuti lo scorso 3 gennaio ed è già un simbolo del Cambiamento possibile. Dal 20 agosto scorso, infatti, ogni venerdì mattina si presenta armata solo di cartelli e della sua determinazione davanti al Parlamento svedese per protestare contro lo scarso impegno della politica sui cambiamenti climatici. Una protesta che l’ha resa celebre al punto da essere invitata a intervenire durante la Cop24, la Conferenza Mondiale sul Clima svoltasi dal 3 al 14 dicembre 2018 a Katowice, in Polonia. Stiamo parlando di Greta Thunberg, la studentessa svedese che, proprio dal palco della Cop24, ha accusato i rappresentanti dei governi in platea di continuare a perseguire la crescita economica come soluzione e non come causa dei cambiamenti climatici. “La nostra civiltà e la biosfera stanno per essere sacrificate per continuare a garantire a un piccolissimo numero di persone di accumulare enormi quantità di denaro e vivere nel lusso”, era stato il suo durissimo monito che abbiamo raccontato in questo articolo. A distanza di due mesi da quell’evento, Greta diventa sempre più popolare e sono tanti i giovani da tutto il mondo che hanno iniziato a emularla.

Greta su un palco di Helsinki dopo aver parlato a una folla di 10mila persone (Foto tratta dal profilo Twitter di Svante Thunberg)

Ispirato dall’impegno di Greta, infatti, è nato il movimento internazionale Friday For Future, che riprende su scala globale le proteste settimanali della giovanissima “change-maker” scandinava. In diversi paesi d’Europa i venerdì di protesta vedono l’adesione di un numero sempre più alto di persone. Il record fino a questo momento risale a venerdì 1 febbraio, quando nella sola Germania si sono contati circa 30mila manifestanti. Ma tutto lascia pensare che questo record sarà battuto molto presto. Ora Friday For Future è arrivato anche in Italia. I primi sit-in si sono svolti lo scorso dicembre a Milano, di fronte a Palazzo Marino, sede del Comune. E se all’inizio i presenti si contavano sulle dita di una mano, a distanza di poche settimane – potenza del passaparola – si può già dire che nel capoluogo lombardo è operante una solida base di attivisti, composta di diverse decine di giovani. Dopo Milano, si sono attivati gruppi a Pisa, Torino, Roma, Brescia, Genova, Taranto, Bari, Napoli, Como, Udine, Brescia, Treviso, Vicenza, Venezia, Padova, Parma, Modena, Bologna, Firenze, Catania, Varese e presto anche a Messina e Arezzo.

Greta Thunberg racconta a TED com’è nato il suo impegno (attiva i sottotitoli)

La formula è quella classica del flash-mob. Non c’è un coordinamento centrale; c’è solo un appuntamento per il venerdì successivo davanti al luogo prescelto – generalmente un palazzo che rappresenta le istituzioni – diffuso via Facebook. A quel punto chiunque può presentarsi con il proprio cartello e aggregarsi al gruppo. A chi chiede come fare per partecipare se si vive in una città in cui non c’è ancora nessun gruppo, gli attivisti più esperti – che in Italia hanno aperto una pagina Facebook chiamata Gruppo FFF Strikers italiani – rispondono che la mobilitazione è libera e spontanea. Per esempio, Sarah di Roma replica in questo modo a Elena di Arezzo, che vorrebbe attivare un gruppo nella sua città: “Devi solo andare in piazza, meglio se davanti alla sede del comune, con qualche amico; preparare dei cartelli colorati, magari prendendo spunti fra i tanti presenti sul web; farvi scattare una foto e pubblicarla sui tuoi social personali taggando Greta Thunberg e amici vari. Il passo successivo è aprire una pagina Facebook “Fridays For Future Arezzo” e cominciare a impegnarti come striker organizer”.

Il Friday For Future del 25 gennaio a Milano (foto tratta dal gruppo Facebook Fridays For Future Italy)

I membri di Fridays For Future sono per la maggior parte giovani liceali e universitari, segno che il movimento potrà contare su grande energia e lunga vita, ma gli adulti che si attivano sono sempre più numerosi. In Italia, fra gli adulti che sostengono l’iniziativa c’è anche il noto meteorologo e divulgatore scientifico della RAI Luca Mercalli, che ha pubblicato un video nel quale esorta ad aderire alla prima grande iniziativa mondiale di FFF: lo sciopero mondiale della scuola per il clima previsto per venerdì 15 marzo e chiamato SchoolStrike4Climate al quale hanno già aderito le scuole di più di 40 paesi da tutto il mondo. La speranza di Greta e di tutti gli attivisti di FFF è che, di fronte a una diffusione così virale della protesta, i governi occidentali – ossia i maggiori responsabili dell’emergenza clima e, al contempo, i detentori delle ultime leve rimaste affinché si inverta la tendenza attuale – cessino di affrontare la questione con la timidezza e l’inconcludenza che hanno mostrato nel corso degli ultimi decenni. E si convincano che, se non le danno la priorità che merita, nel giro di pochi decenni potrebbero sparire tutte le altre urgenze che sono state ritenute più importanti di questa. Per ritrovarci alla fine, nessuno escluso, con un’unica emergenza ma senza più leve per affrontarla. Vuoi sapere se esiste una protesta vicino alla tua città o come organizzare uno sciopero o un evento Fridays For Future (FFF)? O vuoi dare una mano al movimento? Iscriviti su Facebook al Gruppo FFF Strikers Italiani.  Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/greta-thunberg-venerdi-per-il-futuro/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nasce il Fondo Forestale Italiano

L’associazione crea e protegge foreste per combattere i cambiamenti climatici, mitigarne gli effetti sul territorio italiano e preservare gli habitat naturali. Lanciato il primo progetto: la raccolta fondi online per la protezione di una foresta in Umbria.

Isola del Liri, febbraio 2019 – Si è costituito il Fondo Forestale Italiano, associazione senza fini di lucro nata per combattere i cambiamenti climatici creando nuove foreste e conservando quelle esistenti. Il Fondo Forestale Italiano acquista e riceve in dono terreni che andranno a costituire un fondo inalienabile dove gli alberi non verranno mai tagliati per scopi economici. Le foreste che si svilupperanno costituiranno nuovi habitat per la fauna e la flora; contribuiranno alla lotta al riscaldamento climatico assorbendo CO2; assorbiranno gas e sostanze inquinanti, mitigheranno gli effetti locali dei cambiamenti climatici (siccità, erosione del terreno e desertificazione); e, non ultimo, aumenteranno la bellezza del territorio e la qualità della vita dei cittadini. L’associazione si avvale della consulenza del suo Comitato Scientifico, composto da docenti, ricercatori e professionisti nel campo delle scienze forestali, delle scienze naturali e della biologia.

Il Fondo Forestale Italiano ha cominciato ufficialmente la sua attività il 27 ottobre 2018, con la riforestazione di un piccolo terreno vicino a Viterbo, gentilmente donato da due sostenitori.

IL PROGETTO E IL CROWDFUNDING

Il Fondo Forestale Italiano si presenta ora al pubblico con un progetto di conservazione per il primo terreno che intende acquistare, e a questo scopo lancia una raccolta fondi online sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal Basso.

L’area individuata come ideale dal Comitato Scientifico è un terreno di circa 15 ettari nel Comune di Scheggino, in provincia di Perugia, in Umbria. La futura riserva naturale è inserita in un contesto di particolare valore ambientale: la Val Nerina, nota al pubblico per la presenza delle Cascate delle Marmore e per i pregiati tartufi; un territorio dichiarato Sito di Interesse Comunitario dall’Unione Europea per le sue caratteristiche ambientali e sede del Parco Fluviale del Fiume Nera. Il terreno della futura oasi ha un’altitudine variabile tra i 250 e 900 metri sul livello del mare ed è coperto da boschi cedui tra i 10 e i 50 anni di età, caratterizzati dalla presenza di diverse specie arboree (roverella, cerro, carpino, leccio, differenti specie di acero, orniello, olmo, albero di Giuda, maggiociondolo, salici, nocciolo, ontano nero e pino d’Aleppo), e habitat di diverse specie animali protette, tra cui il lupo e l’aquila reale.

Un piccolo appezzamento di 2.000 metri quadri lungo il corso del fiume Nera è invece seminativo.

Il Fondo Forestale intende acquisire questi boschi recentemente tagliati per garantirne lo sviluppo fino allo stadio di foresta vetusta, intervenendo per favorire la rinaturalizzazione, la crescita ottimale degli alberi e le dinamiche naturali. L’associazione intende inoltre piantare degli arbusti tra gli alberi nelle zone adatte per aumentare la biodiversità e offrire riparo e nutrimento alla fauna selvatica. Una parte della futura riserva è inoltre attraversata da una strada in terra battuta facilmente percorribile, che verrà trasformata in un percorso didattico con informazioni sulla fauna e la flora locali, in un’ottica di promozione dell’educazione ambientale. L’area a seminativo, che si trova lungo il corso del fiume Nera, sarà invece riforestata con le specie arboree adeguate al territorio. La raccolta fondi sarà aperta da lunedì 28 gennaio a domenica 28 aprile 2019 sul sito Produzioni dal Basso per la cifra di 40.000 euro, necessari all’acquisto del terreno, ai successivi lavori di avviamento ad alto fusto, alla messa a dimora degli arbusti, alla creazione del percorso didattico e alla riforestazione della parte non boschiva.

PERCHÉ UN FONDO FORESTALE ITALIANO

Il Fondo Forestale Italiano nasce con l’idea di combattere i cambiamenti climatici e proteggere la biodiversità creando nuove foreste e conservando quelle esistenti. Se è vero che l’Italia ha visto negli ultimi decenni un aumento della superficie boschiva (ritorno del bosco), buona parte delle foreste italiane è però costituita da “boschi poveri”, poiché spesso degradati da tagli a scopo commerciale che ne hanno alterato la struttura le dinamiche naturali, oppure ancora troppo giovani. Le aree coperte da foreste vetuste sono sempre più ridotte e separate fra di loro da zone urbanizzate o sfruttate in altro modo, e non offrono un habitat sufficiente per le specie minacciate. L’attuale politica orientata a favorire le biomasse forestali come fonti di energia rischia di portare a una gestione dei boschi italiani in un’ottica di mero sfruttamento economico: una visione cieca di fronte all’importanza delle foreste in quanto habitat complessi e patrimonio comune da tutelare. È quindi imperativo e quanto mai urgente agire per salvaguardare l’esistente e ripristinare parte di quanto è stato perduto in termini di patrimonio forestale. Evidenze scientifiche sempre maggiori portano alla conclusione che la riforestazione e la conservazione delle foreste siano, tra le soluzioni proposte, tra quelle di maggior impatto positivo in termini di riduzione della CO2 in atmosfera; inoltre hanno costi contenuti e provvedono ulteriori e significativi benefici di carattere ambientale, quali la conservazione della biodiversità, il miglioramento della qualità del suolo, la sicurezza idrogeologica e la salute pubblica. Il Fondo Forestale vuole quindi costituire sul suolo italiano un fondo inalienabile di terreni in corso di rinaturalizzazione o coperti da foreste e lasciati alla loro evoluzione naturale. Gli alberi non saranno mai tagliati a scopo commerciale; l’associazione non venderà mai i terreni e non cederà mai quote di CO2. Il Fondo Forestale proteggerà le sue foreste dai tagli, dagli incendi e da qualunque interferenza le possa danneggiare, nella consapevolezza del loro ruolo fondamentale per la salute del pianeta e di tutto gli animali che lo abitano, inclusi gli esseri umani.

CHI SIAMO

Il Fondo Forestale Italiano si è costituito nel 2018. L’associazione si avvale della consulenza del Comitato Scientifico, composto da: Fabio Clauser (Decano del Corpo Forestale dello Stato); Franco Pedrotti (professore emerito dell’Università di Camerino; già presidente della Società Botanica Italiana e della Commissione per la flora del Ministero dell’ambiente, già delegato per l’Italia presso la Comunità Europea per la Direttiva Habitat, già componente del Consiglio Direttivo dei Parchi Nazionali d’Abruzzo, Monti Sibillini e Gargano);  Alessandro Bottacci (Colonnello del Corpo Forestale dello Stato, Vice Comandante dei Carabinieri Forestali della Toscana, Capo dell’Ufficio Centrale Biodiversità); Bartolomeo Schirone (professore di Selvicoltura e Assestamento forestale presso l’Università della Tuscia); Maurizio Sciortino (Ricercatore ENEA su adattamento ai cambiamenti climatici, sistemi territoriali e satellitari per la valutazione del degrado del territorio); Kevin Cianfaglione (Ricercatore e docente di Botanica, Ecologia e Paesaggistica all’Université de Bretagne Occidentale, Brest, Francia); Simone Lonati (dottore in Scienze Forestali e Ambientali e libero professionista).

L’attuale presidente dell’associazione è Emanuele Lombardi.

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Per la stampa

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Greta Thunberg a Davos: «Clima, dovete agire come se la vostra casa fosse in fiamme»

La sedicenne Greta Thunberg, dopo la partecipazione a Cop24 in Polonia, è salita sul palco anche a Davos al World Economic Forum e ha lanciato un monito: «Sul clima voglio che andiate nel panico, dovreste agire come la vostra casa fosse in fiamme».

Occorre agire immediatamente per il clima, «come se la vostra casa fosse in fiamme, voglio che andiate nel panico». Sono state le parole che la sedicenne svedese Greta Thunberg, che da tempo si batte per portare l’attenzione sui cambiamenti climatici, ha pronunciato al meeting di Davos del World Economic Forum. Non ha mancato di fare effetto sui media la comparsa della ragazza alla ribalta dell’incontro in Svizzera tra i “guru” della crescita; un po’ meno effetto e suggestione probabilmente ha ottenuto sui leader stessi presenti al meeting, estremamente indaffarati a concentrarsi invece sugli interventi dedicati al rallentamento della crescita cinese o alla Brexit. Quella di Davos si è riconfermata una routine, la routine dell’elite economica mondiale, concentrata su se stessa e autoreferenziale. Ma almeno per qualche minuto, l’adolescente svedese ha catturato qualche sguardo. Greta Thunberg ha solo 16 anni ma è già il “volto” della rinnovata consapevolezza che le nuove generazioni stanno sviluppando sull’emergenza climatica e ambientale e sui tempi strettissimi per individuare e imboccare in velocità una via d’uscita. Lo scorso dicembre aveva fatto parlare di sé e della sua battaglia alla Cop24 in Polonia, con un suo intervento alla conferenza Onu sul clima. Qualche giorno fa, al suo arrivo nella stazione della località sciistica nelle Alpi svizzere dove si è tenuto il World Economic Forum, Greta ha affermato: «È un evento molto importante, dove si ritrovano le persone più potenti al mondo, e sto andando lì, la mia intenzione è quella di attirare l’attenzione sul clima».

Dall’agosto 2018, tutti i venerdì Greta salta la scuola, un’originale protesta per chiedere misure concrete nella lotta al surriscaldamento globale.

«Se non ci preoccupiamo di questo – ha detto – allora nessun altro argomento avrà importanza. Io guardo i fatti e vedo che ciò che bisogna fare e ho deciso di farlo perché se non lo facessi mi sentirei male e vorrei, quando sarò più grande, essere capace di guardarmi indietro e dire che ho fatto quello che potevo». E non ha mancato di sottolineare come alcuni politici sappiano benissimo quali valori hanno sacrificato per guadagnare cifre di denaro inimmaginabili.

«Non voglio il vostro aiuto, non voglio che siate senza speranza – ha detto a Davos – Voglio che andiate nel panico per sentire la paura che provo io ogni giorno. È il momento di essere chiari: risolvere la crisi climatica è la sfida più grande e complessa che l’umanità abbia mai affrontato».

Le azioni di Greta hanno ispirato altri adolescenti e giovani che hanno scioperato per focalizzare l’attenzione sul problema del cambiamento climatico. Il 18 gennaio migliaia di giovani sono scesi nelle strade di tutta la Svizzera per uno “sciopero del clima”. Scolari, studenti e apprendisti hanno saltato le lezioni per manifestare, chiedendo che le emissioni di gas serra siano eliminate entro il 2030 e che venga dichiarata l’emergenza ambientale. A Losanna vi erano oltre 8000 giovani. Eloquenti i numerosi cartelloni branditi dalla folla, che hanno preso di mira il nucleare e affrontato temi come l’innalzamento del livello degli oceani. “Salvare la Terra non è domandare la Luna” e “Non c’è un pianeta B” recitavano alcune delle scritte apparse. A Zurigo erano in 2000, altre migliaia a Ginevra e Basilea, in centinaia in altre città svizzere.

Lo scorso novembre in migliaia di studenti erano invece scesi in piazza nelle città australiane con l’azione chiamata “Strike 4 Climate Action” e avevano chiesto al primo ministro misure per contrastare il cambiamento climatico.

Fonte: ilcambiamento.it

Rob Hopkins: “Si potrà abbattere il capitalismo ponendogli un’alternativa”

La Transizione può salvare il mondo dalla distruzione annunciata? È la domanda che è stata rivolta a Rob Hopkins, insegnante di permacultura e fondatore del movimento delle Transition Towns, nell’ambito di un’intervista che vi proponiamo. L’insegnante in permacultura Rob Hopkins è conosciuto per aver fondato nel 2006 a Totnes, Inghilterra, il “Transition network” o Movimento di transizione. Partendo dalla costatazione dell’inevitabile esaurimento delle energie fossili e del loro impatto ambientale negativo, tale movimento sostiene la transizione verso un modo di vita più resiliente, che impari a fare a meno del petrolio, rilocalizzare le attività, sviluppare la auto-organizzazione e che promuova la giustizia sociale. Il movimento da allora si è espanso e le città di una cinquantina di paesi diversi sono entrate nella rete di Transizione. Di passaggio a Parigi, Rob Hopkins, ha tenuto una conferenza alla Recyclerie  il 21 Novembre. Ne abbiamo approfittato per domandargli se la Transizione potrebbe salvare il mondo dalla sua distruzione annunciata.

A 12 anni dalla sua fondazione, quanto si è diffuso il Movimento di Transizione? Si parla di più di 1500 gruppi in Transizione iscritti…

Non è facile quantificarli, in quanto esistono molti gruppi che non sono iscritti al nostro sito. Ad esempio in Giappone abbiamo quattro gruppi iscritti sul nostro sito, mentre ce ne sono 70 iscritti in quello giapponese. Abbiamo gruppi in una cinquantina di Paesi. Tutti i Paesi europei hanno gruppi di transizione. I più attivi sono forse in Belgio, Germania, Giappone, Svezia… Si stanno sviluppando anche delle organizzazioni nazionali, come Transition Italia. Ma grosso modo l’ordine di grandezza è quello. Cinque o sei anni fa il numero di gruppi cresceva in modo esponenziale. Il film Domani ha fatto accelerare la nascita di gruppi in Belgio, dove si stavano sviluppando diverse iniziative. Oggi nascono meno gruppi ma quelli già esistenti approfondiscono ancora di più la loro transizione, sono sempre più attivi. Vediamo emergere delle reti di città in transizione, che esplorano modi di lavorare insieme. 

Avete parlato del film Domani: nel seguito di questo documentario, Dopo Domani, Laure Noualhat e Cyril Dion fanno un bilancio della Transizione e concludono che per far sì che funzioni, devono essere coinvolti tutti gli attori: cittadini, amministratori, imprese…

In un mondo ideale certamente sì: la finanza, la politica e la comunità che si mobilitano insieme permettono di avanzare. Ma anche se non ci sono tutti gli ingredienti si può comunque cucinare un piatto delizioso arrangiandosi con le risorse disponibili. A volte incontro dei sindaci o degli amministratori locali, che mi dicono: “Ci piacerebbe molto avviare una Transizione ma non ci sono gruppi esistenti in città”. In altri posti sono i gruppi in Transizione che si lamentano del mancato sostegno della municipalità. Ma vorrei consigliare alle persone motivate di mobilitarsi comunque. Nella mia città, Totnes, la maggior parte di quello che abbiamo fatto è nato con pochissimo sostegno da parte del consiglio municipale. Crescendo come comunità siamo riusciti a generare l’energia necessaria per realizzare i nostri progetti. 

“Le idee e le possibilità fioriscono grazie al lavoro democratico realizzato a monte” 

Il miglior luogo al mondo per osservare una Transizione come io me la immagino, penso sia Barcellona. Là il movimento municipale reinventa la città e la democrazia. Hanno creato un’impresa energetica per la città al 100% da fonti rinnovabili che appartiene ai cittadini e sviluppano dei meccanismi che permettono alle persone di investire e di finanziare in comunità dei progetti. Inventano moltissime iniziative di quartiere, le idee e le possibilità fioriscono grazie al lavoro democratico realizzato a monte. Amo anche molto quello che succede a Liège, il loro modo di reinventare il sistema alimentare con il forte sostegno della municipalità.

Totnes, la città inglese culla del movimento di Transizione

La Transizione non è una preoccupazione da privilegiati? Bisogna che anche i disagiati abbiamo il tempo e i mezzi per potersi impegnare su questi temi.

Credo che su questo pianeta molte delle cose straordinarie emergano di fatto in zone povere. Nel sud povero degli Stati Uniti, come a Jackson, nel Missisippi, dove esiste l’incredibile progetto “Cooperation Jackson”, o a Cleveland, nell’Ohio. In queste città molto povere, a maggioranza nera e dove il tessuto industriale è scomparso, le persone si sono auto-organizzate in cooperative. Si sono ispirati al movimento di Transizione, con una dimensione di giustizia sociale espressa più che esplicitamente. Quello che può succedere in comunità con poco denaro è stupefacente. Certamente, i gruppi di Transizione sorgono quando ci sono tempo, spazio, energia e fiducia. Non sempre esistono tutti questi elementi ma alcuni riescono a trasformare gli inconvenienti in vantaggi. In Scozia, per esempio, un movimento di Transizione si è formato all’Università malgrado la grande mobilità della popolazione. Con un terzo delle persone che si rinnovano ogni anno ciò avrebbe potuto essere uno svantaggio ma è stato utilizzato come una forza. 

Credete che si possa cambiare di scala in tempo? Malgrado tutte queste iniziative il movimento resta marginale e sembra molto lontano dal rispondere all’appello urgente degli scienziati. L’inquinamento aumento, la biodiversità sparisce, il clima si dirige verso un riscaldamento di 4/5°C da qui alla fine del secolo…

Sì, assolutamente. Bisogna individuare i buoni esempi e imparare da loro per salire di scala. Abbiamo una finestra di azione molto ridotta descritta dal Giec, qualche settimana fa (il rapporto speciale del gruppo di esperti intergovernamentale sull’evoluzione del clima pubblicato l’8 Ottobre stima  che dovremmo abbassare le nostre emissioni di CO2 del 45% entro il 2030, ndr). 

“Fantastico! Abbiamo l’occasione eccitante di reinventare tutto” 

La grande sfida, per me, consiste nel comprendere perché non reagiamo collettivamente, dicendoci: “Fantastico! Abbiamo l’occasione eccitante di reinventare tutto”. L’immaginazione gioca un ruolo essenziale per guidare le nostre reazioni. Abbiamo gli esempi sotto gli occhi, come Jackson, Barcellona, Bristol e Manchester hanno dichiarato l’urgenza climatica e stanno riesaminando l’insieme delle loro politiche municipali nell’ottica di questa urgenza. Se mettiamo insieme tutti i pezzi del puzzle, abbiamo una discreta visione di quale dovrebbe essere la risposta giusta.

Parlate del ruolo dell’immaginazione e predicate instancabilmente un messaggio di ottimismo. Cosa rispondete a chi sottolinea il rischio che un simile messaggio favorisca coloro che negano la portata del pericolo e attenui la consapevolezza dell’urgenza?

Bisogna essere prudenti in questo. Le parole che utilizziamo hanno un impatto importante. Se parliamo di disperazione, di crollo e diciamo che è troppo tardi, paralizziamo completamente la conversazione e diventa molto difficile essere creativi e fantasiosi. C’è molta disperazione oggi, ed è giustificata. È difficile non disperarsi leggendo le informazioni sul clima… Ma se è troppo tardi questo significa che non ci resta che gestire il lento degrado di tutto. E il modo migliore di governarlo è essere creativi. C’è sempre una opportunità per evitare il peggio. Il Giec ci dice che bisogna reinventare tutto: questo necessita di uno sforzo collettivo di immaginazione. 

“Il capitalismo distrugge la vita sul pianeta. Dunque, piuttosto che di innovazione preferisco parlare di bisogno di immaginazione”. 

Il governo dice in continuazione che è una questione di innovazione. Ma non è così. L’innovazione si fa quando il modello fondamentale su cui questa si basa è funzionante. Potete innovare con nuovi ingredienti la vostra pizza se avete una buona pasta, poiché il modello fondamentale funziona. Ma la base al giorno d’oggi, il capitalismo, non funziona, distrugge la vita sul pianeta. Dunque, piuttosto che di innovazione preferisco parlare di bisogno di immaginazione. 

L’immaginario del capitalismo è oggi molto potente, con la promessa fortemente radicata di un consumo esponenziale di beni e di servizi. Come stimolare un nuovo immaginario?

Le persone sono stanche, spaventate e prive di ispirazione. La mia analisi è che viviamo una crisi dell’immaginazione. Il nostro sistema educativo non produce persone che abbiano fantasia. Forse è stato così un tempo ma non è più così adesso. L’economia mondiale è in guerra contro l’immaginazione, crea solitudine, ansia e stress nelle persone, che pensano solo in quanto consumatori. Passiamo sempre meno tempo nella natura. L’impatto degli smartphone e dei social è molto forte. 

“Cantate, scrivete delle poesie, disegnate, girate dei film, rendete tutto questo vivo”. 

Troppo spesso le persone che si battono per questo mettono l’accento sulla distopia. Ma a cosa serve? Aiutatemi piuttosto ad immaginare come potrebbe essere un mondo diverso. Quando i politici dicono: bisogna ridurre le nostre emissioni fossili dell’80% entro il 2040, come posso immaginare in che modo potrebbe essere? Raccontatemi delle canzoni su questo, scrivetene delle poesie, disegnatemelo, fatene dei film, rendete tutto questo vivo. Ho recentemente incontrato dei ricercatori che lavorano sulle dipendenze. Hanno lavorato con delle persone in sovrappeso che consumano troppo cibo mal sano, aiutarli dicendo a loro di mangiare di meno, non funziona assolutamente. I ricercatori hanno invece lavorato sulla loro immaginazione stimolando tutti i loro sensi. I pazienti si sono visualizzati che correvano, ascoltavano il canto degli uccelli, sentivano i loro corpi e i muscoli svilupparsi e reagire positivamente, hanno immaginato di rientrare a casa soddisfatti del loro sforzo… Presentare a loro un quadro d’insieme a ciò che potrebbe assomigliare ad una alternativa, ha stimolato maggiormente i pazienti a rinunciare al gelato al cioccolato. I movimenti ecologisti fanno spesso l’errore di non raccontare una storia che sia veramente affascinante ed entusiasmante. A descrizione di ciò che potremmo essere, potrebbe capovolgere la situazione.

Piante commestibili nelle aiuole sparse in ogni angolo della città di Totnes: è questo il progetto “Incredible Edible”

Un simile cambio di paradigma può fare a meno della politica? Il vostro messaggio vuole unire e non dividere ma l’immaginario che volete rovesciare oppone una resistenza attiva…

Effettivamente alcuni pensano che la transizione non sia sufficientemente attivista e rumorosa e non si occupi abbastanza della politica. Io rispondo che la transizione è molto politica in quanto è dimostrazione e sperimentazione di cose che marciano. Questo weekend a Londra c’è stata una grande giornata di azione del movimento Extinction Rebellion (sabato 17 novembre migliaia di manifestanti hanno bloccato cinque ponti londinesi come richiamo al governo ad agire d’urgenza per il clima, ndlr). Mia moglie era lì e ha fatto parte delle persone arrestate. Molte delle persone coinvolte nella Transizione, fanno anche parte di questo movimento. 

“Abbiamo persone appartenenti a tutto lo spettro politico che sono implicate” 

Ma se la transizione diventa vendicativa e contestatrice, perdiamo molte persone. La Transizione non è che un mezzo, concepito per funzionare in una comunità e per funzionare al di sotto dei radar della politica, per attirare più persone possibile. Alcuni vi trovano degli elementi “verdi”, altri una contestazione di sinistra, abbiamo persone di tutto lo spettro politico che sono implicate per far cambiare qualcosa di veramente importante per loro. Dunque quando si critica la Transizione per la sua mancanza di radicalità o di politica, è come rimproverare ad un cucchiaio di tagliare male il pane. Abbiamo attrezzi differenti per ogni cosa… 

Per certi ecologisti radicali, chiedere degli sforzi alla popolazione fa il gioco del capitalismo esentando le grandi imprese, maggiori responsabili dell’inquinamento, dalle loro responsabilità. Rivendicate una maggiore efficacia appellandovi sia all’immaginazione che al pragmatismo?

Mi si dice spesso che il pragmatismo non funzioni mai a meno che non affrontiamo dapprima il capitalismo. Credo che sia una scusa per non fare nulla. Come faccio per distruggere o cambiare il capitalismo in casa mia, nella mia città? Se prendete quest’obiettivo complesso e lo dividete in tanti piccoli pezzi, ci sono molte cose che si possono fare localmente. Forse possiamo creare la nostra banca, forse possiamo spingere la nostra economia locale e indipendente, fare ingrandire le fattorie della comunità, fare in modo che il denaro resti quì e non vada verso delle multinazionali che lo depositeranno nei paradisi fiscali. Credo che si possa iniziare ad abbattere il capitalismo se gli si oppone una meravigliosa alternativa, qualcosa di più di quello che lui offre. Il capitalismo produce solitudine, isolamento sociale, miseria ed ansia. Al suo posto si possono creare dei progetti che uniscono le persone, che creano nuovi impieghi, che permettano di investire il vostro denaro altrove, che diano accesso ad una migliore nutrizione che le persone possano pagarsi. È questa per me la risposta al capitalismo. 

I collapsologi difendono le vostre stesse soluzioni ma con un messaggio diverso: il crollo della nostra civilizzazione è molto probabile i nostri sforzi di adattamento devono servire soprattutto alla resilienza del “dopo”. Voi insistete sul messaggio ottimista ma, in fondo, condividete la loro idea?

Dipende da cosa intendiamo per crollo. Se vivete a Porto Rico o in Siria, il crollo ha già avuto luogo… Anche in alcune comunità della banlieue parigina è in corso. In un certo senso parlare di crollo è un privilegio di coloro che possono permettersi di osservarlo. Se andate a Detroit, a Jackson, questi posti si sono sgretolati e le persone si sono chieste che fare. Radunarsi e liberare le immaginazioni ha permesso loro di reagire e di avere degli approcci molto creativi. Non sono sicuro che la collapsologia possa suscitare la stessa reazione. Se comincio una transizione nella mia città dicendo: “Presto tutto crollerà, venite tutti ad impegnarvi”, attirerò una piccola parte della popolazione. E se nel giro di tre anni il crollo non avviene, ci diranno che avevamo torto. A mio avviso, quello che mobilita le persone è una descrizione sul futuro che ancora è possibile creare. Questo futuro può comportare una parte di crollo, ma bisogna parlarne in modo positivo, eccitante: bisogna dare alle persone delle cose di cui abbiano voglia. 

Articolo originale pubblicato su Usbek & Rica

Traduzione a cura di Elena Palazzini ed Enrico Bozzano Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/rob-hopkins-abbattere-capitalismo-ponendo-alternativa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni