Rob Hopkins: “Si potrà abbattere il capitalismo ponendogli un’alternativa”

La Transizione può salvare il mondo dalla distruzione annunciata? È la domanda che è stata rivolta a Rob Hopkins, insegnante di permacultura e fondatore del movimento delle Transition Towns, nell’ambito di un’intervista che vi proponiamo. L’insegnante in permacultura Rob Hopkins è conosciuto per aver fondato nel 2006 a Totnes, Inghilterra, il “Transition network” o Movimento di transizione. Partendo dalla costatazione dell’inevitabile esaurimento delle energie fossili e del loro impatto ambientale negativo, tale movimento sostiene la transizione verso un modo di vita più resiliente, che impari a fare a meno del petrolio, rilocalizzare le attività, sviluppare la auto-organizzazione e che promuova la giustizia sociale. Il movimento da allora si è espanso e le città di una cinquantina di paesi diversi sono entrate nella rete di Transizione. Di passaggio a Parigi, Rob Hopkins, ha tenuto una conferenza alla Recyclerie  il 21 Novembre. Ne abbiamo approfittato per domandargli se la Transizione potrebbe salvare il mondo dalla sua distruzione annunciata.

A 12 anni dalla sua fondazione, quanto si è diffuso il Movimento di Transizione? Si parla di più di 1500 gruppi in Transizione iscritti…

Non è facile quantificarli, in quanto esistono molti gruppi che non sono iscritti al nostro sito. Ad esempio in Giappone abbiamo quattro gruppi iscritti sul nostro sito, mentre ce ne sono 70 iscritti in quello giapponese. Abbiamo gruppi in una cinquantina di Paesi. Tutti i Paesi europei hanno gruppi di transizione. I più attivi sono forse in Belgio, Germania, Giappone, Svezia… Si stanno sviluppando anche delle organizzazioni nazionali, come Transition Italia. Ma grosso modo l’ordine di grandezza è quello. Cinque o sei anni fa il numero di gruppi cresceva in modo esponenziale. Il film Domani ha fatto accelerare la nascita di gruppi in Belgio, dove si stavano sviluppando diverse iniziative. Oggi nascono meno gruppi ma quelli già esistenti approfondiscono ancora di più la loro transizione, sono sempre più attivi. Vediamo emergere delle reti di città in transizione, che esplorano modi di lavorare insieme. 

Avete parlato del film Domani: nel seguito di questo documentario, Dopo Domani, Laure Noualhat e Cyril Dion fanno un bilancio della Transizione e concludono che per far sì che funzioni, devono essere coinvolti tutti gli attori: cittadini, amministratori, imprese…

In un mondo ideale certamente sì: la finanza, la politica e la comunità che si mobilitano insieme permettono di avanzare. Ma anche se non ci sono tutti gli ingredienti si può comunque cucinare un piatto delizioso arrangiandosi con le risorse disponibili. A volte incontro dei sindaci o degli amministratori locali, che mi dicono: “Ci piacerebbe molto avviare una Transizione ma non ci sono gruppi esistenti in città”. In altri posti sono i gruppi in Transizione che si lamentano del mancato sostegno della municipalità. Ma vorrei consigliare alle persone motivate di mobilitarsi comunque. Nella mia città, Totnes, la maggior parte di quello che abbiamo fatto è nato con pochissimo sostegno da parte del consiglio municipale. Crescendo come comunità siamo riusciti a generare l’energia necessaria per realizzare i nostri progetti. 

“Le idee e le possibilità fioriscono grazie al lavoro democratico realizzato a monte” 

Il miglior luogo al mondo per osservare una Transizione come io me la immagino, penso sia Barcellona. Là il movimento municipale reinventa la città e la democrazia. Hanno creato un’impresa energetica per la città al 100% da fonti rinnovabili che appartiene ai cittadini e sviluppano dei meccanismi che permettono alle persone di investire e di finanziare in comunità dei progetti. Inventano moltissime iniziative di quartiere, le idee e le possibilità fioriscono grazie al lavoro democratico realizzato a monte. Amo anche molto quello che succede a Liège, il loro modo di reinventare il sistema alimentare con il forte sostegno della municipalità.

Totnes, la città inglese culla del movimento di Transizione

La Transizione non è una preoccupazione da privilegiati? Bisogna che anche i disagiati abbiamo il tempo e i mezzi per potersi impegnare su questi temi.

Credo che su questo pianeta molte delle cose straordinarie emergano di fatto in zone povere. Nel sud povero degli Stati Uniti, come a Jackson, nel Missisippi, dove esiste l’incredibile progetto “Cooperation Jackson”, o a Cleveland, nell’Ohio. In queste città molto povere, a maggioranza nera e dove il tessuto industriale è scomparso, le persone si sono auto-organizzate in cooperative. Si sono ispirati al movimento di Transizione, con una dimensione di giustizia sociale espressa più che esplicitamente. Quello che può succedere in comunità con poco denaro è stupefacente. Certamente, i gruppi di Transizione sorgono quando ci sono tempo, spazio, energia e fiducia. Non sempre esistono tutti questi elementi ma alcuni riescono a trasformare gli inconvenienti in vantaggi. In Scozia, per esempio, un movimento di Transizione si è formato all’Università malgrado la grande mobilità della popolazione. Con un terzo delle persone che si rinnovano ogni anno ciò avrebbe potuto essere uno svantaggio ma è stato utilizzato come una forza. 

Credete che si possa cambiare di scala in tempo? Malgrado tutte queste iniziative il movimento resta marginale e sembra molto lontano dal rispondere all’appello urgente degli scienziati. L’inquinamento aumento, la biodiversità sparisce, il clima si dirige verso un riscaldamento di 4/5°C da qui alla fine del secolo…

Sì, assolutamente. Bisogna individuare i buoni esempi e imparare da loro per salire di scala. Abbiamo una finestra di azione molto ridotta descritta dal Giec, qualche settimana fa (il rapporto speciale del gruppo di esperti intergovernamentale sull’evoluzione del clima pubblicato l’8 Ottobre stima  che dovremmo abbassare le nostre emissioni di CO2 del 45% entro il 2030, ndr). 

“Fantastico! Abbiamo l’occasione eccitante di reinventare tutto” 

La grande sfida, per me, consiste nel comprendere perché non reagiamo collettivamente, dicendoci: “Fantastico! Abbiamo l’occasione eccitante di reinventare tutto”. L’immaginazione gioca un ruolo essenziale per guidare le nostre reazioni. Abbiamo gli esempi sotto gli occhi, come Jackson, Barcellona, Bristol e Manchester hanno dichiarato l’urgenza climatica e stanno riesaminando l’insieme delle loro politiche municipali nell’ottica di questa urgenza. Se mettiamo insieme tutti i pezzi del puzzle, abbiamo una discreta visione di quale dovrebbe essere la risposta giusta.

Parlate del ruolo dell’immaginazione e predicate instancabilmente un messaggio di ottimismo. Cosa rispondete a chi sottolinea il rischio che un simile messaggio favorisca coloro che negano la portata del pericolo e attenui la consapevolezza dell’urgenza?

Bisogna essere prudenti in questo. Le parole che utilizziamo hanno un impatto importante. Se parliamo di disperazione, di crollo e diciamo che è troppo tardi, paralizziamo completamente la conversazione e diventa molto difficile essere creativi e fantasiosi. C’è molta disperazione oggi, ed è giustificata. È difficile non disperarsi leggendo le informazioni sul clima… Ma se è troppo tardi questo significa che non ci resta che gestire il lento degrado di tutto. E il modo migliore di governarlo è essere creativi. C’è sempre una opportunità per evitare il peggio. Il Giec ci dice che bisogna reinventare tutto: questo necessita di uno sforzo collettivo di immaginazione. 

“Il capitalismo distrugge la vita sul pianeta. Dunque, piuttosto che di innovazione preferisco parlare di bisogno di immaginazione”. 

Il governo dice in continuazione che è una questione di innovazione. Ma non è così. L’innovazione si fa quando il modello fondamentale su cui questa si basa è funzionante. Potete innovare con nuovi ingredienti la vostra pizza se avete una buona pasta, poiché il modello fondamentale funziona. Ma la base al giorno d’oggi, il capitalismo, non funziona, distrugge la vita sul pianeta. Dunque, piuttosto che di innovazione preferisco parlare di bisogno di immaginazione. 

L’immaginario del capitalismo è oggi molto potente, con la promessa fortemente radicata di un consumo esponenziale di beni e di servizi. Come stimolare un nuovo immaginario?

Le persone sono stanche, spaventate e prive di ispirazione. La mia analisi è che viviamo una crisi dell’immaginazione. Il nostro sistema educativo non produce persone che abbiano fantasia. Forse è stato così un tempo ma non è più così adesso. L’economia mondiale è in guerra contro l’immaginazione, crea solitudine, ansia e stress nelle persone, che pensano solo in quanto consumatori. Passiamo sempre meno tempo nella natura. L’impatto degli smartphone e dei social è molto forte. 

“Cantate, scrivete delle poesie, disegnate, girate dei film, rendete tutto questo vivo”. 

Troppo spesso le persone che si battono per questo mettono l’accento sulla distopia. Ma a cosa serve? Aiutatemi piuttosto ad immaginare come potrebbe essere un mondo diverso. Quando i politici dicono: bisogna ridurre le nostre emissioni fossili dell’80% entro il 2040, come posso immaginare in che modo potrebbe essere? Raccontatemi delle canzoni su questo, scrivetene delle poesie, disegnatemelo, fatene dei film, rendete tutto questo vivo. Ho recentemente incontrato dei ricercatori che lavorano sulle dipendenze. Hanno lavorato con delle persone in sovrappeso che consumano troppo cibo mal sano, aiutarli dicendo a loro di mangiare di meno, non funziona assolutamente. I ricercatori hanno invece lavorato sulla loro immaginazione stimolando tutti i loro sensi. I pazienti si sono visualizzati che correvano, ascoltavano il canto degli uccelli, sentivano i loro corpi e i muscoli svilupparsi e reagire positivamente, hanno immaginato di rientrare a casa soddisfatti del loro sforzo… Presentare a loro un quadro d’insieme a ciò che potrebbe assomigliare ad una alternativa, ha stimolato maggiormente i pazienti a rinunciare al gelato al cioccolato. I movimenti ecologisti fanno spesso l’errore di non raccontare una storia che sia veramente affascinante ed entusiasmante. A descrizione di ciò che potremmo essere, potrebbe capovolgere la situazione.

Piante commestibili nelle aiuole sparse in ogni angolo della città di Totnes: è questo il progetto “Incredible Edible”

Un simile cambio di paradigma può fare a meno della politica? Il vostro messaggio vuole unire e non dividere ma l’immaginario che volete rovesciare oppone una resistenza attiva…

Effettivamente alcuni pensano che la transizione non sia sufficientemente attivista e rumorosa e non si occupi abbastanza della politica. Io rispondo che la transizione è molto politica in quanto è dimostrazione e sperimentazione di cose che marciano. Questo weekend a Londra c’è stata una grande giornata di azione del movimento Extinction Rebellion (sabato 17 novembre migliaia di manifestanti hanno bloccato cinque ponti londinesi come richiamo al governo ad agire d’urgenza per il clima, ndlr). Mia moglie era lì e ha fatto parte delle persone arrestate. Molte delle persone coinvolte nella Transizione, fanno anche parte di questo movimento. 

“Abbiamo persone appartenenti a tutto lo spettro politico che sono implicate” 

Ma se la transizione diventa vendicativa e contestatrice, perdiamo molte persone. La Transizione non è che un mezzo, concepito per funzionare in una comunità e per funzionare al di sotto dei radar della politica, per attirare più persone possibile. Alcuni vi trovano degli elementi “verdi”, altri una contestazione di sinistra, abbiamo persone di tutto lo spettro politico che sono implicate per far cambiare qualcosa di veramente importante per loro. Dunque quando si critica la Transizione per la sua mancanza di radicalità o di politica, è come rimproverare ad un cucchiaio di tagliare male il pane. Abbiamo attrezzi differenti per ogni cosa… 

Per certi ecologisti radicali, chiedere degli sforzi alla popolazione fa il gioco del capitalismo esentando le grandi imprese, maggiori responsabili dell’inquinamento, dalle loro responsabilità. Rivendicate una maggiore efficacia appellandovi sia all’immaginazione che al pragmatismo?

Mi si dice spesso che il pragmatismo non funzioni mai a meno che non affrontiamo dapprima il capitalismo. Credo che sia una scusa per non fare nulla. Come faccio per distruggere o cambiare il capitalismo in casa mia, nella mia città? Se prendete quest’obiettivo complesso e lo dividete in tanti piccoli pezzi, ci sono molte cose che si possono fare localmente. Forse possiamo creare la nostra banca, forse possiamo spingere la nostra economia locale e indipendente, fare ingrandire le fattorie della comunità, fare in modo che il denaro resti quì e non vada verso delle multinazionali che lo depositeranno nei paradisi fiscali. Credo che si possa iniziare ad abbattere il capitalismo se gli si oppone una meravigliosa alternativa, qualcosa di più di quello che lui offre. Il capitalismo produce solitudine, isolamento sociale, miseria ed ansia. Al suo posto si possono creare dei progetti che uniscono le persone, che creano nuovi impieghi, che permettano di investire il vostro denaro altrove, che diano accesso ad una migliore nutrizione che le persone possano pagarsi. È questa per me la risposta al capitalismo. 

I collapsologi difendono le vostre stesse soluzioni ma con un messaggio diverso: il crollo della nostra civilizzazione è molto probabile i nostri sforzi di adattamento devono servire soprattutto alla resilienza del “dopo”. Voi insistete sul messaggio ottimista ma, in fondo, condividete la loro idea?

Dipende da cosa intendiamo per crollo. Se vivete a Porto Rico o in Siria, il crollo ha già avuto luogo… Anche in alcune comunità della banlieue parigina è in corso. In un certo senso parlare di crollo è un privilegio di coloro che possono permettersi di osservarlo. Se andate a Detroit, a Jackson, questi posti si sono sgretolati e le persone si sono chieste che fare. Radunarsi e liberare le immaginazioni ha permesso loro di reagire e di avere degli approcci molto creativi. Non sono sicuro che la collapsologia possa suscitare la stessa reazione. Se comincio una transizione nella mia città dicendo: “Presto tutto crollerà, venite tutti ad impegnarvi”, attirerò una piccola parte della popolazione. E se nel giro di tre anni il crollo non avviene, ci diranno che avevamo torto. A mio avviso, quello che mobilita le persone è una descrizione sul futuro che ancora è possibile creare. Questo futuro può comportare una parte di crollo, ma bisogna parlarne in modo positivo, eccitante: bisogna dare alle persone delle cose di cui abbiano voglia. 

Articolo originale pubblicato su Usbek & Rica

Traduzione a cura di Elena Palazzini ed Enrico Bozzano Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/rob-hopkins-abbattere-capitalismo-ponendo-alternativa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Greenpeace: «COP24, nessun impegno determinante»

È terminata a Katowice in Polonia la COP24, la ventiquattresima conferenza delle parti dalla quale il mondo auspicava uscissero volontà serie, impegni concreti, azioni importanti per il pianeta. Invece no, benché ormai non ci sia più tempo…

Environmental activist protests against fossil fuel in front of the the venue of the COP24 UN Climate Change Conference 2018 in Katowice, Poland December 10, 2018. Agencja Gazeta/Grzegorz Celejewski via REUTERS ATTENTION EDITORS – THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. POLAND OUT.

«Nonostante solo due mesi fa l’IPCC abbia lanciato un chiaro allarme, affermando che restano a disposizione solo dodici anni per salvare il clima del Pianeta, la COP24 di Katowice si è conclusa oggi senza nessun chiaro impegno a migliorare le azioni da intraprendere contro i cambiamenti climatici»: è l’amara constatazione di Greenpeace alla chiusura del summit che avrebbe potuto dare una svolta alle azioni sul clima se solo si fosse voluto. 

«Se è vero che la COP24 ha approvato un regolamento relativo all’applicazione dell’accordo di Parigi, a dispetto delle attese non è stato raggiunto alcun impegno collettivo chiaro per migliorare gli obiettivi di azione sul clima, i cosiddetti Nationally Determined Contributions (NDC)» ha aggiunto l’associazione ambientalista.

«Un anno di disastri climatici e il terribile monito lanciato dai migliori climatologi dovevano condurre a risultati molto più incisivi», afferma Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. «Invece i governi hanno deluso i cittadini e ignorato la scienza e i rischi che corrono le popolazioni più vulnerabili. Riconoscere l’urgenza di un aumento delle ambizioni, e adottare una serie di regole per l’azione per il clima, non è neanche lontanamente sufficiente allorquando intere nazioni rischiano di sparire».

Greenpeace esorta i governi ad accelerare immediatamente le azioni volte a ridurre le emissioni di gas serra e a dimostrare di aver ascoltato le richieste che arrivano dalla società. Il rapporto del IPCC è un campanello d’allarme che richiede azioni urgenti all’altezza delle minacce.

«Senza un’azione immediata, anche le regole più forti non ci porteranno da nessuna parte», continua Morgan. «Le persone si aspettavano azioni concrete da questa COP24, ma non è quello che emerge da quanto hanno deciso i governi. Ciò è moralmente inaccettabile e ora i leader globali dovranno farsi carico dell’indignazione delle persone e presentarsi al summit del Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 2019, con obiettivi più ambiziosi sul clima».

Secondo l’organizzazione ambientalista, questa COP «ha confermato l’irresponsabile distanza tra i Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici e coloro che continuano a bloccare un’azione decisa per il clima o che vergognosamente stanno agendo con lentezza».

Tra le poche note positive di questo summit c’è, per Greenpeace, l’adozione di una serie di regole (il cosiddetto “rulebook”) che se supportato da ambizioni adeguate può contribuire alla difesa del clima.

«Se Parigi ha dettato la strada, il rulebook adottato da questa COP è la tabella di marcia per arrivarci», dichiara Li Shuo di Greenpeace East Asia. «Ora disponiamo di una guida con regole comuni vincolanti per la trasparenza e la revisione degli obiettivi, utili per garantire che le azioni sul clima possano essere confrontate e per tener conto delle preoccupazioni dei Paesi vulnerabili. Completare il regolamento non solo dimostra la volontà delle grandi economie emergenti di fare di più, ma fornisce un palese sostegno al multilateralismo. Un segnale chiaro che definire regole comuni è ancora possibile nonostante la turbolenta situazione geopolitica. Queste regole forniscono ora una spina dorsale all’accordo di Parigi», conclude Shuo.

«Ora non sono possibili ulteriori rinvii. Serve – ha detto Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente – un forte protagonismo dell’Europa in vista del Summit sul Clima, convocato dal Segretario Generale dell’ONU Guterres per il prossimo settembre 2019 a New York, che deve valutare lo stato di avanzamento del processo di revisione degli attuali impegni, da concludersi entro il 2020 secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi. Ben prima del Summit l’Europa, con il pieno sostegno dell’Italia, deve rivedere il suo obiettivo al 2030, in coerenza con la soglia critica di 1.5°C, andando ben oltre il 55% di riduzione delle emissioni proposto già da diversi governi e dall’Europarlamento, in modo da essere per davvero il pilastro di una forte e sempre più larga Coalizione degli Ambiziosi in grado finalmente di tradurre in azione l’Accordo di Parigi».

La 25ª sessione della Conferenza delle parti (COP25) delle Nazioni Unite si svolgerà in Cile dall’11 al 25 novembre 2019, con la PreCOP in Costa Rica.

Fonte: ilcambiamento.it

“L’Eni continua a rilanciare le fonti fossili”: le associazioni scrivono a Di Maio

“Sempre più impegnata nel rilancio di fonti fossili in tutto il mondo a fronte di investimenti minimi nelle rinnovabili, in conflitto con gli impegni presi dall’Italia sul clima”. Legambiente, Greenpeace e Wwf contestano le scelte di Eni e scrivono al vicepremier Di Maio affinché si definiscano all’interno del Piano Nazionale energia e clima gli indirizzi strategici per l’azienda controllata dallo Stato. 

“Serve una profonda riconversione del sistema energetico e industriale italiano, se vogliamo raggiungere gli obiettivi firmati con l’Accordo di Parigi sul Clima, a partire dalle imprese direttamente controllate dal Governo. Per questo chiediamo al Ministro Di Maio di chiarire al più presto le scelte e gli investimenti da parte di Eni. L’azienda controllata dallo Stato è, infatti, sempre più impegnata nel rilancio di estrazioni petrolifere e ampliamento dei giacimenti di idrocarburi in tutto il Mondo, a fronte di investimenti minimi nelle fonti rinnovabili. Scelte in evidente conflitto con gli impegni presi dall’Italia per combattere i cambiamenti climatici. Dal Governo ci aspettiamo un impegno concreto per aiutare il nostro Paese e il suo sistema di imprese ad accelerare nella direzione dell’innovazione e del cambiamento”.

È l’appello che Legambiente, Greenpeace e Wwf lanciano al Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio affinché si definisca all’interno del Piano Nazionale energia e clima – che dovrà essere trasmesso alla Commissione europea entro la fine di dicembre – gli indirizzi strategici per l’azienda, perché possa passare dall’essere un ostacolo sulla strada degli impegni sul Clima a diventare una leva e uno strumento virtuoso nella complessa sfida climatica. Nella lettera inviata oggi al vicepresidente del Consiglio – a firma di Stefano Ciafani (presidente di Legambiente), Giuseppe Onufrio(Direttore Esecutivo Greenpeace Italia) e Donatella Bianchi (presidente Wwf Italia) – si sottolinea che gli investimenti dell’azienda “riguardano direttamente le scelte politico-istituzionali sul piano interno e internazionale del nostro Paese, perché possono contribuire ad accelerare la transizione attraverso investimenti in innovazione e ricerca oppure ritardarla ulteriormente”.  

Un impegno da parte del Governo anche alla luce della discussione in corso a Katowice (in Polonia) dove si sta svolgendo la Conferenza sul Clima, un appuntamento di grande importanza per il futuro dell’Accordo di Parigi. Il recente rapporto IPCC ha infatti fornito solide prove sulla necessità e l’urgenza di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°C per poter vincere la sfida climatica e contenere in maniera significativa i danni climatici non solo per i paesi più poveri e vulnerabili, ma anche per l’Europa.

“Il successo della COP24 dipenderà dall’Europa, ma anche dagli impegni degli dagli Stati – scrivono le tre associazioni – In questo scenario diventa determinante che le scelte portate avanti dai Governi e dalle imprese controllate siano coerenti con questa direzione strategica”. A oggi, invece, le attività di Eni sono arrivate ad interessare 71 Paesi, movimentando nel 2017 migliaia di barili/giorno di idrocarburi (gas e petrolio) con esplorazioni che stanno andando a interessare sempre più aree del mondo, tra l’altro assai delicate da un punto di vista ambientale: dal circolo polare artico ai tanti pozzi già produttivi  o di cui è prevista l’entrata in produzione in varie aree nel Mediterraneo, passando per il Golfo del Messico e l’Oceano Indiano, il Mar Caspio e quello di Barents, la foresta amazzonica e le coste africane. È preoccupante inoltre che pure i minimi investimenti nelle fonti rinnovabili portati avanti da Eni, sottolineano ancora Greenpeace, Legambiente e Wwf, “coinvolgono anche l’uso di materie prime come l’olio di palma, che deriva da attività spesso connesse alla deforestazione e che contribuiscono in maniera rilevante alle emissioni di gas serra”. Così come “non è più possibile accettare acriticamente le ripetute dichiarazioni sulla ‘sostenibilità climatica’ del gas naturale, sui cui tanto Eni afferma di puntare. Numerosi rapporti confermano infatti che il computo complessivo delle emissioni di gas clima-alteranti connesse alle produzioni di gas naturale sono, e sono state, ampiamente sottostimate. Se l’utilizzo del gas è un elemento degli scenari di transizione energetica, la scala del proposto sviluppo di una ulteriore dipendenza dal gas naturale della nostra economia è contraria a ogni ipotesi ragionevole di tutela del clima e di indipendenza energetica”.
  Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2018/12/eni-continua-rilanciare-fonti-fossili-associazioni-di-maio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

COP24 sui cambiamenti climatici: “Non ci sono più scuse. Il Pianeta brucia”

I rappresentanti di duecento Paesi sono riuniti a Katowice, in Polonia, per la Conferenza delle Parti promossa dalle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP24). Ad aprire ieri il Summit sul clima un chiaro messaggio: la minaccia non è mai stata così urgente.

“Non ci sono più scuse, il Pianeta brucia ed è ora di agire”. In apertura del Summit sul clima (COP24) in Polonia, Greenpeace ricorda l’allarme lanciato dalla comunità scientifica: abbiamo solo dodici anni per salvare il clima del nostro Pianeta. Per questo il Summit di Katowice non può che avere obiettivi ambiziosi.

“Questo è un momento cruciale per tutti noi, un vero e proprio test per l’umanità”, afferma Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. “A Katowice i leader di tutti i Paesi del mondo devono sfidarsi a guardarsi in faccia e affermare di essere al fianco di tutti noi. Quelli che non lo faranno saranno condannati dalla Storia e ne dovranno render conto. Alla CoP24, i governi devono agire e impegnarsi, entro il 2020, ad allineare i loro piani nazionali sul clima all’obiettivo di mantenere l’incremento delle temperature entro 1,5°C”.

“La scienza del clima ci dà ancora speranze, ma il tempo per le chiacchiere è finito da un pezzo”, dichiara Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia. “I cittadini chiedono a gran voce azioni concrete. Ci sono bambini che marciano fuori dalle scuole, attivisti che si mobilitano e sono sempre più frequenti le cause legali che contrappongono singoli o intere comunità ai responsabili delle emissioni di gas serra: dall’industria petrolifera ai responsabili della deforestazione del Pianeta”.

Quest’anno, il Summit sul Clima arriva sulla scia di avvertimenti chiarissimi lanciati dal Panel di scienziati dell’ONU sul Clima (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC), dall’Organizzazione Meteorologica Internazionale (WMO) e dal Piano Ambientale dell’ONU (UNEP):

– Se l’incremento delle temperature dovesse continuare al ritmo corrente, il riscaldamento climatico dovrebbe superare la soglia di 1,5°C tra il 2030 e il 2052: ciò rende assolutamente urgente il taglio delle emissioni di gas serra;
– I livelli di CO2 hanno raggiunto valori record: la stima è di 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017: un valore che non si registrava in atmosfera negli ultimi 3/5 milioni di anni. Nel 2015 in atmosfera c’erano solo 400,1 ppm;
– Il 2018 sia avvia a essere il quarto anno più caldo di sempre: i venti anni più caldi sono stati tutti registrati negli ultimi 22 anni;

– Il rapporto “UNEP Emission Gap” rivela che i Paesi devono aumentare di cinque volte le riduzioni di emissioni di gas serra per centrare l’obiettivo 1,5°C.

A fronte di queste notizie negative ce ne sono però altre che ci danno speranze:

– L’Unione europea ha ripreso una forte leadership sul clima e ha proposto un obiettivo “emissioni zero” al 2050. Tuttavia, per restare entro 1,5°C questo obiettivo deve essere anticipato al 2040;
– I Capi di Stato di 18 Paesi europei, tra cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, hanno firmato un appello che chiede a tutti i Paesi di rivedere i loro piani nazionali sul clima, alla luce delle ultime evidenze scientifiche;
– Governi regionali, città e aziende forniscono ai leader del Pianeta esempi sempre più forti di piani ambiziosi a difesa del clima. Ad esempio, poche settimane fa Generali Assicurazioni ha notevolmente migliorato la sua policy sul clima distanziandosi dal carbone.  Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/cop24-cambiamenti-climatici-pianeta-brucia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Effetto serra e cambiamenti climatici: la politica dorme, la natura no

Disastri ovunque, allagamenti, venti fortissimi, morti. La natura presenta il conto dell’effetto serra provocato dalla stupidità e avidità umana; e la politica cosa fa? Nulla. Guarda… il telegiornale.9947-10739

Venti  fortissimi, di una violenza inaudita, mai vista, che nemmeno gli anziani ricordano; piogge che in pochi minuti fanno arrivare al suolo l’acqua di una intera stagione; straripamenti di fiumi;  persone portate via dalla forza delle acque o investite da alberi che cadono; allagamenti; crolli di case e ponti; pali di cavi elettrici che vengono spazzati via; mareggiate che distruggono la costa, danni ingentissimi. La natura presenta il conto dell’effetto serra provocato dalla stupidità e avidità umana; e la politica cosa fa? Zero, nulla, niente. Ci si accapiglia per ridicoli punti di spread, si rassicurano mercati e banche, si parla di cose assurde, inutili, superflue tranne che di quello che è veramente importante, prioritario e che determina la nostra esistenza. E la cosa più incredibile è che l’unico argomento che regna sovrano sono i soldi, ma stranamente tutti i soldi che si pagano e si pagheranno per i danni da effetto serra, e che sono ben più alti di miseri punti di crescita del maledetto PIL, sembra come se non esistano, come se li pagassero i marziani e non noi cittadini. Sembra che niente riesca a scalfire l’ignavia, l’indifferenza, il menefreghismo di fronte alla nostra sopravvivenza e salvaguardia.  Cosa deve accadere ancora per mettere al primo posto l’ambiente e la difesa delle persone che non è certo quella di potere andare in giro armati? Perché un tornado non lo fermi se gli spari, le onde alte dieci metri non le blocchi inviando i blindati dei carabinieri e la pioggia torrenziale non la metti in galera perché si è comportata male. Ma chi urla “padroni a casa nostra” o simili banalità forse non si è accorto, o poverino non sa, che l’unico vero padrone che decide tutto è la forza della natura, che dei microscopici e arroganti uomini fa quello che vuole, quando e come vuole.  Ma si sa, il potere dà quasi sempre alla testa e con un qualsiasi titolo o medaglietta appuntata al petto della carriera, ci si sente onnipotenti anche se si conta meno di zero. In fondo, come fa gente ipocrita, incompetente, impreparata, ignorante, senza idee, senza soluzioni, senza lungimiranza ma soprattutto al soldo di potentati economici, a poter veramente fare qualcosa di serio per frenare l’effetto serra? In fondo il politico nella stragrande maggioranza dei casi si preoccupa solo di cosa paga a livello elettorale e mediatico. Al momento  la distruzione dell’ambiente e la nostra estinzione non regalano ancora percentuali di voti, quindi è come se non esistessero.

I media poi preferiscono dare spazio al grande fratello VIP, alla ultime uscite autunno inverno di moda a ad ogni possibile stupidaggine ma delle notizie vere e importanti se ne parla chissà forse da qualche parte in un trafiletto, due righe nella pagina web dei quotidiani. Non si vuole guardare in faccia alla realtà, non si vuole cambiare, molto probabilmente anche perché non si saprebbe nemmeno come a giudicare dalle menti eccelse che abbiamo in questo paese. Ma forse semplicemente anche di fronte alla catastrofe climatica che ormai hanno presente pure i bambini, non si vuole fare nulla pensando che si possa perdere qualche spicciolo, qualche privilegio, qualche poltrona, qualche yacht, qualche Ferrari.

Politici, media, banchieri, industriali senza scrupoli ci stanno portando sull’orlo del baratro e forse stanno aspettando che tornado come quelli che si abbattono sulla Florida radano al suolo il parlamento e chissà se allora si inizierà a pensare che la questione è seria. Ma probabilmente neanche a quel punto si agirà, si dirà che è colpa degli immigrati, dei musulmani, degli alieni cattivi e si continuerà ad andare avanti come se nulla fosse. Fino a quel momento mi raccomando dormite tranquilli, non fate nulla, ci penserà la natura a darci la sveglia e non penso che guarderà in faccia a nessuno e anche chi crede ora di avere il didietro al caldo capirà chi è il vero padrone di tutto e di tutti. Solo la natura è padrona a casa sua e a casa sua ci abitiamo noi.

Fonte: ilcambiamento.it

Grazie alla sua visione sostenibile, Nimega è Capitale verde europea 2018

Nimega, la città più antica dei Paesi Bassi, è la Capitale verde europea di quest’anno grazie a quella che la giuria del prestigioso concorso ha definito una «visione appassionata, chiara e convincente». Le politiche esemplari in materia di adattamento ai cambiamenti climatici, viabilità ciclabile, rifiuti e gestione delle acque, per non parlare del forte coinvolgimento dei cittadini, fanno di Nimega «una vera e propria ambasciatrice del cambiamento», come ha dichiarato Joanna Drake, direttore generale aggiunto della direzione generale dell’Ambiente della Commissione europea.stadsgezicht-nijmegen_1

Un passato di oltre 2 000 anni e un futuro estremamente brillante: Nimega, la vincitrice del titolo di Capitale verde europea 2018, è un porto interno situato sul fiume Waal ed è conosciuta come «il balcone dell’Europa». I suoi 176 000 abitanti hanno una visione sostenibile del futuro che trae origine da tradizioni locali secolari, quali la gestione delle acque e l’uso della bicicletta.

“Da anni, ormai, ci siamo impegnati a fondo per rendere la città di Nimega maggiormente sostenibile. Il nostro obiettivo è quello di arrivare a essere una città a impatto climatico zero entro il 2045.”

Hubert Bruls, sindaco di Nimega

A L’Ambiente per gli Europei, Hubert Bruls, sindaco di Nimega dal 2012, ha dichiarato: «Da anni, ormai, ci siamo impegnati a fondo per rendere la città di Nimega maggiormente sostenibile. Il nostro obiettivo è quello di arrivare a essere una città a impatto climatico zero entro il 2045. Perché questo sia possibile, sono necessarie numerose misure a lungo termine e la collaborazione di molteplici partner, compresi i cittadini e le imprese».

Una ciclabile verso il futuro

La cultura della bicicletta, diffusa in tutti i Paesi Bassi, è rappresentata al meglio proprio da Nimega, che nel 2016 è stata eletta «Città olandese della bicicletta» dall’unione ciclistica nazionale. A tutt’oggi, sono stati realizzati oltre 60 km di «autostrade» ciclabili, ma altri 20 km di piste sono già in programma. Oltre il 65 % di chi si reca in centro o al campus universitario Heyendaal usa la bicicletta, che raccoglie il 37 % delle preferenze di chi percorre tragitti fino a 7,5 km. I sostenitori di questo mezzo di trasporto ecologico hanno svolto un ruolo attivo nella candidatura di Nimega al concorso Capitale verde europea, come ci ha spiegato il sindaco Bruls: «In occasione della fase finale, abbiamo presentato la città insieme all’università, alle imprese e ai nostri cittadini. Alcuni abitanti di Nimega hanno partecipato a una marcia verde verso altre città vincitrici (Copenaghen, Bristol e Lubiana), spostandosi in bici, di corsa o a nuoto. E questo ha lasciato il segno».

Gestione delle acque e dei rifiuti

Cooperare, non limitare: era questo l’obiettivo del progetto Ruimte voor de Waal (letteralmente, spazio per il fiume Waal), che ha fatto leva sulla lunga tradizione olandese in materia di gestione delle acque. Il progetto, iniziato nel 2011 e portato a termine nel 2016, era incentrato sullo scavo di un canale ausiliario supplementare alle spalle di un argine. Il risultato finale garantisce una migliore protezione dalle inondazioni, ma al contempo sono stati creati anche nuove zone residenziali, un parco fluviale su un’isola e 1,6 chilometri di lungofiume in pendenza per il controllo delle inondazioni e per scopi ricreativi. L’elevato rendimento del sistema di gestione dei rifiuti e l’impegno a lungo termine verso obiettivi di riciclaggio ambiziosi hanno consentito a Nimega di ridurre la produzione di rifiuti anno dopo anno. Nell’ambito degli sforzi volti a conseguire un’economia più circolare, ogni anno un’iniziativa di sensibilizzazione rivolta ai cittadini mette in rilievo un differente flusso di rifiuti grazie alla campagna «Kijk! Afval = Grondstof» (Attenzione! Rifiuti = Materie prime). Nel 2013, la campagna aveva attirato l’attenzione sui rifiuti organici, facendo passare il messaggio che questi materiali, non lavorati, costituiscono la base per la produzione di compost e biogas. Per l’occasione, i cittadini avevano avuto modo di seguire in prima persona i processi di trasformazione dei rifiuti in compost e biogas grazie a una serie di visite negli impianti locali di incenerimento e fermentazione. In questo modo non solo si era giunti alla produzione di compost gratuito, ma si era consentito agli abitanti di acquisire una maggiore consapevolezza sul loro ruolo. Il coinvolgimento dei cittadini ha pertanto svolto un ruolo importante nel successo della candidatura di Nimega. Bruls: «La partecipazione al concorso ha suscitato un enorme entusiasmo. Nel 2018 saranno organizzate numerose iniziative da parte dei cittadini, le “Green Capital Challenges” (sfide della Capitale verde)». All’indirizzo www.greencapitalchallenges.nl sono illustrate tutte le iniziative in programma.

Una fonte di ispirazione esemplare

L’esempio di Nimega farà da modello per altre città grazie anche alle molteplici iniziative previste quest’anno, tra cui EcoProcura (una conferenza sull’economia circolare), il vertice nazionale sull’economia circolare, la settimana della moda sostenibile e il vertice dei bambini sul clima ad Arnhem. Il sindaco Bruls ci ha rivelato che in cima al Kelfkensbos verrà costruito, secondo i dettami della circolarità e della sostenibilità, un centro per la comunità. Questo vistoso edificio servirà a fornire informazioni sulla città sostenibile di Nimega e su speciali percorsi verdi da seguire alla scoperta della città e della regione. «I comuni possono fare molto per rendere la propria città più verde, sostenibile e sana. Ad esempio, noi investiamo in iniziative quali le “autostrade” ciclabili, le reti di riscaldamento regionali, i parchi o la gestione delle acque, spesso in collaborazione con altre autorità. Inoltre, abbiamo capito che il coinvolgimento di cittadini, organizzazioni sociali, imprenditori e istituti di ricerca è imprescindibile perché sia possibile attuare i cambiamenti», ha concluso Bruls.

«Ogni volta che compiamo un passo avanti e portiamo a termine un progetto che rende la nostra città più pulita, sana e sicura, per noi è una vittoria. Significa che abbiamo conseguito un risultato che ha un impatto sia sul presente sia sul futuro».

Per saperne di più

All’indirizzo www.greencapital2018.nl sono elencate tutte le attività in programma a Nimega nel corso dell’anno.

Fonte:ec.europa.eu

Guardiamo in faccia la rivoluzione del clima!

In un video animato prodotto dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), l’effetto dei cambiamenti climatici che si sta avvertendo anche nel nostro Continente.9787-10565

I cambiamenti osservati nel clima stanno già avendo un impatto di vasta portata sugli ecosistemi, l’economia e sulla salute e il benessere in Europa. Nuovi record continuano ad essere fissati sulle temperature globali ed europee, sul livello del mare e sulla riduzione del ghiaccio marino nell’Artico. L’andamento delle precipitazioni sta cambiando, generalmente rendendo le regioni umide in Europa più umide e le regioni più secche ancora di più. Il volume dei ghiacciai e il manto nevoso diminuiscono. Allo stesso tempo, gli eventi estremi legati al clima come le ondate di calore, le forti precipitazioni e la siccità, stanno aumentando di frequenza e intensità in molte regioni. Le migliori proiezioni climatiche forniscono ulteriori prove del fatto che gli eventi estremi legati al clima aumenteranno in molte regioni europee.

Fonte: ilcambiamento.it

Solo pasta scotta nel piatto: l’ultimo regalo dei cambiamenti climatici

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In futuro nei nostri piatti solo pasta scotta. Gli effetti dei cambiamenti climatici sul grano stanno portando a un calo della qualità del prodotto. Ecco cosa hanno scoperto i ricercatori. Il futuro potrebbe riservare delle tristi sorprese per gli amanti della pasta: la massiccia presenza di CO2 nell’aria, infatti, porterebbe ad avere nel piatto solo pasta scotta. In Italia si sta cercando di correre ai ripari per evitare che i cambiamenti climatici abbiano effetti nocivi su un prodotto che rappresenta l’eccellenza del nostro Paese. Ecco cosa potrebbe accadere.

Pasta scotta e cambiamenti climatici: quale rapporto

“Maccarone, m’hai provocato e io te distruggo”! Recitava Alberto Sordi nel film “Un Americano a Roma”. La pasta, da sempre tra gli emblemi dell’italianità potrebbe essere messa a dura prova dai cambiamenti climatici. Ne sa qualcosa il Genomic Reserch Center del Crea di Fiorenzuola d’Arda, in Emilia Romagna, dove si studiano gli effetti dei cambiamenti climatici sul grano, per evitare in futuro di avere solo pasta scotta nel piatto. I risultati delle ricerche non lasciano adito a dubbi: dosi extra di anidride carbonica aumentano la produzione di grano, ma ne compromettono la qualità. La CO2, infatti, non solo riduce il contenuto di proteine, essenziali per la produzione di pasta e per la sua tenuta durante la cottura, ma causa una diminuzione anche del contenuto di ferro e zinco.

Quale soluzione?

I ricercatori stanno cercando la strada migliore per porre rimedio a questo declino. La soluzione, per loro, è il miglioramento genetico. A Fiorenzuola d’Arda, si continuano a studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla qualità del grano: qui, l’aria ha un contenuto di CO2 di 570-600 parti per milione: la stima di ciò che potrebbe essere la normalità nel 2050.

«Qui – spiega Luigi Cattivelli, il direttore del Genomic Research Centre – studiamo gli effetti del mutare delle condizioni esterne sulle piante e vediamo come agire, con il miglioramento genetico, per adattarle a queste nuove condizioni». Lo studio cercherà di evitare che la pasta scotta diventi la normalità e non un semplice errore di stima dei tempi.

Non solo pasta scotta: gli effetti dei cambiamenti climatici sui cereali più consumati

Ma quello della pasta scotta, naturalmente, non è l’unico effetto che i cambiamenti climatici possono avere sull’alimentazione mondiale. Una ricerca apparsa su Proceedings of the National Academy of Sciences, ad esempio, ha dimostrato come l’innalzamento delle temperature porterà conseguenze importanti su grano, riso e mais, tre colture fondamentali per la vita dell’uomo.

Lo studio è una revisione di oltre 70 ricerche che hanno indagato la relazione tra agricoltura e riscaldamento globale.

Secondo i ricercatori: «I risultati ottenuti da tutti i metodi analizzati suggeriscono che l’aumento delle temperature ha un effetto negativo importante sul rendimento dei principali cereali: per ogni aumento di un grado celsius della temperatura media globale si stima una riduzione delle rese globali del grano del 6 per cento». Lo stesso aumento di temperatura potrebbe ridurre la produzione di riso del 3,2%. Quella del mais del 7,4%. Si tratta di dati importanti, perché toccano colture chiave per la sopravvivenza dell’umanità, visto che forniscono a livello globale due terzi del nostro fabbisogno calorico. Peccato che ci sia ancora chi nega l’esistenza dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze.

Fonte: ambientebio.it

 

CO2 ai livelli più alti degli ultimi 800mila anni

I livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. È quanto riferisce Greenpeace sottolineando la necessità di una leadership forte e condivisa sul clima al meeting delle Nazioni Unite che si terrà a Bonn il mese prossimo.

“Nel giro di appena due giorni abbiamo visto come i livelli di anidride carbonica siano schizzati a livelli record nel 2016 e come i governi di tutto il mondo non stiano rispettando le promesse fatte a Parigi” dichiara Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Non c’è più tempo da perdere. Uragani, alluvioni e siccità non potranno che aumentare se i governi che si riuniranno a Bonn non decideranno di tenere i combustibili fossili sotto terra. Possiamo ancora raggiungere l’obiettivo di contenere a 1,5°C il riscaldamento globale se tutti si impegnano”.Immagine4

Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale i livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. Oggi un rapporto delle Nazioni Unite dice che gli impegni assunti attualmente dai governi sono sufficienti a raggiungere solo un terzo della riduzione delle emissioni prevista al 2030 dall’Accordo di Parigi.
“Un rapporto pubblicato da Lancet conferma inoltre le peggiori preoccupazioni sull’impatto sanitario dei cambiamenti climatici. Una ragione in più per mettere in atto politiche coerenti con l’Accordo di Parigi. L’Italia e l’Europa facciano la prima mossa alzando coerentemente gli obiettivi, inadeguati alla sfida, sia in Europa che nella Strategia Energetica Nazionale” commenta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/co2-livelli-piu-alti-ultimi-800mila-anni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Partiamo dal cibo che compriamo per cambiare il clima

Le parole di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sul clima hanno fatto da apripista: «Non c’è qualità alimentare senza rispetto dell’ambiente». E l’associazione ha lanciato “Menu for Change”, campagna internazionale sul rapporto tra cambiamento climatico e cibo.9659-10433

L’associazione Slow Food ha lanciato la campagna “Menu for Change”, che evidenzia la relazione tra produzione alimentare e clima che cambia. L’annuncio è stato dato dal fondatore di Slow Food, Carlo Petrini: «A chi si domanda perché un’associazione che si occupa di cultura alimentare dovrebbe promuovere una campagna sulle questioni del cambiamento climatico, posso rispondere questo: è incosciente chi si bea della qualità alimentare di un prodotto senza chiedersi se a monte c’è distruzione dell’ambiente e sfruttamento del lavoro».

Tutti noi, ha continuato Petrini, «siamo responsabili di quello che mangiamo e anche di quello che coltiviamo: «Il più grande terreno da coltivare è la lotta allo spreco. Tutte le istituzioni internazionali ripetono che siccome nel 2050 saremo 9 miliardi e mezzo “bisogna produrre più cibo”, ma già oggi abbiamo cibo per 12 miliardi di viventi. Significa che un’ampia parte di quello che viene raccolto, trasformato e venduto finisce nella pattumiera».

C’è un intero paradigma agricolo e agroalimentare da cambiare, mentre la produzione va concentrandosi nelle mani di pochi. Un esempio drammatico viene dalla filiera del pomodoro: «Tonnellate di pomodori arrivano in Italia dalla Cina, vengono lavorati e colonizzano i Paesi africani, invasi da scatole di concentrato prodotto da aziende con nomi come Gino e la bandiera tricolore sul barattolo. Questi marchi simil-italiani stanno distruggendo le produzioni agricole africane perché hanno prezzi perfino più bassi delle loro. Il risultato è che i giovani abbandonano la terra e vanno a lavorare come schiavi nei campi del Sud Italia. Siamo tutti chiamati in causa, le piccole azioni moltiplicate per milioni di persone possono cambiare il mondo».

A questi paradossi del mercato si aggiunge l’impatto devastante del cambiamento climatico. Tumal Orto Galibe, pastore del nord del Kenya, racconta che negli ultimi quindici anni «perfino l’aspettativa di vita si è ridotta. Nelle comunità dei pastori abbiamo visto un aumento delle patologie. Ed è sempre più difficile adattarsi a un clima che cambia nell’arco di mesi mentre prima cambiava nei decenni: nell’aprile di quest’anno, in una sola notte di piogge improvvise e torrenziali ho perso più di 230 capi di bestiame».

Un produttore di formaggi di Cuba ha raccontato di recente che l’isola ha già ceduto terreno al mare ed è stata battuta di recente da cinque diversi uragani, la cui potenza è correlata alla crescente temperatura delle acque. L’uragano Irma possedeva una potenza pari a 7mila miliardi di watt (circa 2 volte le bombe usate durante la guerra mondiale) e ha lasciato il 40% della popolazione priva di elettricità, danneggiando la parte più turistica del Paese. Non si tratta certo di impressioni individuali, perché ad avallarle ci sono i dati scientifici: «Siamo in chiusura della seconda estate più calda e della quarta più secca dal 1753, in Italia e in buona parte dell’Europa mediterranea» ricorda il climatologo Luca Mercalli.

Dopo il record del 2003, tutte le estati sono state più calde della media. Con conseguenze che l’agricoltura e l’alimentazione pagano fino in fondo: «Un recente studio francese ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle razze animali e i formaggi. Anche in alta montagna l’aumento delle temperature sta cambiando il modo di condurre gli alpeggi e i malgari sono costretti a tornare in pianura anche con un mese di anticipo. Siccità e parassiti arrivano dove finora non si erano mai visti».

Finora questi sconvolgimenti hanno avuto un impatto disomogeneo: alcune aree dell’emisfero nord ne hanno addirittura beneficiato. Ma non per molto ancora, affermano i ricercatori della Società Meteorologica Italiana Guglielmo Ricciardi e Alessandra Buffa: «Dal 2030 la riduzione dei raccolti vedrà un aumento esponenziale dei danni rispetto ai benefici».

Il settore agricolo è tra i più impattanti in termini di gas serra: con il 21% di emissioni è secondo solo alle attività legate all’energia (37%). La fermentazione enterica degli allevamenti industriali copre il 70% di questo dato.

«Non ci dobbiamo però concentrare solo sulla valutazione delle attività principali – avvertono i meteorologi – ma valutare le attività di preproduzione (mangimi e concimi) e di postproduzione (trasporto, stoccaggio, packaging). Le emissioni di CO2, poi, non sono l’unico parametro da considerare: vanno tenuti in conto anche il contesto geografico di produzione, la qualità dei suoli e il loro livello di tossicità e l’uso in quanto risorsa scarsa, l’utilizzo di acqua e di biosfera (water footprint e ecological footprint)».

Sebbene anche la Fao sottolinei la necessità di andare verso un’indagine multiprospettica, che tenga conto degli influssi del cambiamento climatico su sicurezza alimentare, nutrizione e perdita di biodiversità, siamo ancora lontani dall’avere una visione complessiva della filiera. Così come troppo poco sappiamo del funzionamento globale degli oceani, conferma il biologo marino Silvio Greco: «Mentre in terra il cambiamento climatico offre diversi segnali, nelle acque questo non avviene. Sappiamo per certo solo che l’oceano fa qualcosa di straordinario: ci dà il 50% del nostro respiro, immagazzinando CO2. Eppure noi lo stiamo mettendo in crisi».

Quest’anno i biologi australiani hanno decretato la morte della Grande barriera corallina, il reef più vasto del pianeta con oltre 2300 km di coralli ormai quasi interamente sbiancati. Ma non va meglio in acque a noi più familiari: «Il Mediterraneo è ancora più compromesso. Al problema dell’innalzamento dei mari qui si sommano la forte salinità di un ambiente chiuso, l’acidificazione, l’arrivo di 300 specie aliene invasive».

Il Mare Nostrum conserva il 25% della biodiversità marina mondiale e ospita il 30% dei traffici commerciali, ma ora conta anche 1 tonnellata di plastica ogni 3 tonnellate di pesce. Di fronte a tutto questo, conclude Greco, «non possiamo fare come Ulisse davanti alle sirene: la comunità scientifica è costretta a sentire il grido della Terra e a dire le cose come stanno».

Ma anche noi possiamo fare molto: scegliere cosa mettere nel piatto è un atto politico.

Fonte: ilcambiamento.it