Clima e emissioni CO2: la carne per cani e gatti inquina come 13 milioni di auto

Secondo uno studio pubblicato su PlosOne, nei soli Stati Uniti, per sfamare cani e gatti si emettono 64 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.http _media.ecoblog.it_c_c81_clima-e-emissioni-co2-la-carne-per-cani-e-gatti-inquina-come-13-milioni-di-auto

In un periodo di cambiamenti climatici e riscaldamento globale, in una delle estati più torride degli ultimi decenni con ondate di caldo che stanno creando danni economici enormi, arriva come un fulmine a ciel sereno uno studio scientifico che ci costringe a riesaminare il nostro modo di guardare alle emissioni di CO2. Da anni puntiamo il dito soprattutto su tre grandi fonti di emissioni di gas climalteranti: il settore energetico (in particolare le centrali elettriche alimentate da fonti fossili come petrolio, gas e carbone), quello dei trasporti (in particolare il trasporto privato, basato su auto di proprietà con motore a benzina o diesel a gasolio) e quello dell’alimentazione (con un occhio e un dito puntati sull’eccessivo consumo di carne). Tutto vero, ma se ci soffermiamo sull’ultimo settore, quello delle emissioni di CO2 derivanti dall’alimentazione carnivora, spunta adesso uno studio pubblicato su PlosOne che fa riflettere da cui si evince che, negli Stati Uniti, tra il 25% e il 30% delle emissioni di CO2 dipendenti dalla produzione di carne provengono dalla carne destinata al pet food. Il cibo per cani e gatti, insomma, da solo causa oltre un quarto delle emissioni del “comparto carne” americano. In questi calcoli sono incluse anche le emissioni derivanti dalle feci degli animali. Negli USA, spiega l’autore dello studio Gregory Okin, ci sono 77,8 milioni di cani e 85,6 milioni di gatti (dati 2015). Se questi 163 milioni di animali domestici fossero considerati uno Stato sovrano, esso sarebbe il quinto al mondo per consumo di carne, dopo Russia, Brasile, USA e Cina. Venendo al “lato sporco” dello studio, Okin ha stimato in 5,1 milioni le tonnellate di feci prodotte da cani e gatti in un anno negli Stati Uniti. Più o meno quante ne producono 90 milioni di americani. In totale le emissioni equivalenti di CO2 attribuibili a cani e gatti sono pari a circa 64 milioni di tonnellate. Che, più o meno, è quanto emettono 13,6 milioni di auto negli Stati Uniti ogni anno.

Okin fa notare che “Comparata a una dieta a base di piante, quella carnivora richiede più energia, territorio e acqua e ha un impatto ambientale superiore in fatto di erosione, pesticidi e rifiuti prodotti“. E di cani gatti vegani, aggiungiamo noi, ce ne sono ben pochi. Tuttavia, è lo stesso Okin che precisa che molto spesso i mangimi per cani e gatti sono prodotti partendo dagli scarti della filiera della carne e quindi non si tratterebbe, o almeno non del tutto, di tonnellate di CO2 aggiuntive rispetto a quelle emesse dall’americano medio con la sua dieta altamente carnivora. Ma lo stesso Okin, analizzando il pet food per ottenere i dati su cui iniziare il suo studio, ha notato che i “mangimi premium” contengono percentuali di carne superiore a quelli più economici. Per non parlare del fatto che l’umanizzazione degli animali domestici porta sempre più spesso i loro padroni a cucinare per loro, utilizzando alimenti utili per il consumo umano.

Questo, secondo Okin (che tra l’altro specifica e ribadisce di amare cani e gatti), può essere realmente dannoso per l’ambiente: “Un cane non ha bisogno di mangiare bistecche, un cane può mangiare cose che un umano sinceramente non può mangiare“.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

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Cambiamenti climatici: le ripercussioni del riscaldamento globale sui voli aerei

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Con l’innalzamento delle temperature dovuto ai cambiamenti del clima globale potremmo dire addio al trasporto aereo per come lo conosciamo. E’ quanto emerge da una ricerca scientifica pubblicata sulla rivista Climatic Change e realizzata da Ethan D. Coffel (Department of Earth and Environmental Sciences, Columbia University, New York), Terence R. Thompson (Logistics Management Institute, Virginia) e Radley M. Horton (Center for Climate Systems Research, Columbia University, New York). Lo studio dei tre autori parte dal presupposto che per volare e, soprattutto, decollare e atterrare, ogni aereo ha bisogno di un determinato range di temperature e densità dell’aria. Con l’innalzamento delle temperature dell’aria, sia a terra che in volo, i numeri cambiano e non è detto che un velivolo riesca a decollare, volare e atterrare a pieno carico. I tre autori hanno preso in considerazione le temperature di 19 aeroporti internazionali, in gran parte statunitensi, e le caratteristiche tecniche di cinque modelli di aerei di linea (tre Boeing e due Airbus). Per calcolare l’innalzamento delle temperature della pista e dell’area intorno agli aeroporti gli scienziati hanno utilizzato il modello CMIP5 e lo scenario di riferimento RCP 8.5. Cioè lo scenario peggiore, che prevede un innalzamento medio della temperatura globale pari a 3,7 gradi centigradi nel 2100. Il periodo preso invece in considerazione dallo studio è quello che va dal 2060 al 2080. E’ stato preso in considerazione anche lo scenario RCP 4.5, che prevede +1,8 gradi centigradi al 2100. I risultati dello studio sono preoccupanti: in tutti gli aeroporti presi in considerazione i cinque aerei avrebbero qualche limitazione nel peso massimo di decollo. Si va da un minimo del 10% a un massimo del 30% di aerei che, per decollare, dovrebbero subire una limitazione del peso. Quindi meno carburante, meno bagagli in stiva, meno passeggeri. E meno introiti per le compagnie aeree, quindi maggiori costi dei biglietti.

Giusto per fare un esempio: un Boeing 737-800 (che è probabilmente l’aereo di linea più diffuso al mondo) ha un peso totale al decollo di circa 174 mila libbre. Se dovesse alleggerirsi anche solo dello 0,5% per decollare in sicurezza vorrebbe dire lasciare a terra 870 libbre. Tolto il peso del carburante, restano 722 libbre da togliere, pari a circa tre passeggeri con bagagli.

Credit foto: Flickr

Fonte-, ecoblog.it

Cambiamenti climatici: innalzamento dei mari più veloce del previsto per il riscaldamento globale

Un recente studio pubblicato su Nature corregge i dati: il livello dei mari cresce di 3,3 millimetri l’anno. Urgono politiche di adattamento al global warming.http _media.ecoblog.it_d_d36_cambiamenti-climatici-innalzamento-dei-mari-piu-veloce-per-riscaldamento-globale

Grazie a strumenti di misurazione sempre più sofisticati e a supercomputer in grado di elaborare una mole di dati sempre maggiore, gli studi più recenti sui cambiamenti climatici e il conseguente scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del livello dei mari riportano oggi dati più accurati del passato. E, per questo, molto più preoccupanti. L’ultimo studio pubblicato su Nature, ad esempio,  mostra che l’innalzamento dei mari nel periodo 1993-2014 non è stato identico ogni anno: se nel 1993 i mari sono cresciuti di 2,2 millimetri, a livello globale, nel 2014 si è arrivati a 3,3 millimetri. I mari cioè si innalzano ad un ritmo di molto più alto del previsto. Cosa causa l’innalzamento dei mari? In primo luogo, secondo gli scienziati, è colpa dello scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia che, nel 1993, contribuiva solo per il 5% al problema mentre nel 2014 per il 25%. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, quindi, negli ultimi vent’anni ha subito una fortissima accelerazione. Come combattere l’innalzamento del livello degli oceani? Innanzitutto rallentando i cambiamenti climatici che portano al riscaldamento globale: diminuire le emissioni di gas serra climalteranti è fondamentale, è il punto di partenza. Lo si fa diminuendo l’uso di combustibili fossili e spingendo per la diffusione delle energie rinnovabili e di auto elettriche. Poi bisogna mettere in atto costose, ma ormai inevitabili, misure di contenimento dei danni. Le cosiddette politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Questo perché molti dei danni del global warming sono già parte delle nostre vite: i ghiacciai si sciolgono, il livello dei mari si innalza divorando le coste, la desertificazione delle aree temperate è ormai alle porte, persino in Italia dove, a causa della siccità e delle anomale ondate di caldo,  si contano già danni all’agricoltura per un miliardo di euro.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

CO 2 fuori controllo, verso la catastrofe con ottimismo.

Mi ricordo anni fa un profetico Beppe Grillo che, proprio in riferimento ai cambiamenti climatici, parlava di un ironico avanzamento della civiltà verso la catastrofe con ottimismo. Sono passati dieci anni da allora…9550-10309

Poi, in questi dieci anni, si sono avvicendati governi, si sono fatte le famose conferenze internazionali sul clima, tanti dicono di salvaguardare l’ambiente, anche i peggiori inquinatori, e il risultato è che non solo non si è invertita la rotta, ma si è pigiato il piede sull’acceleratore.  Era difficile fare peggio, eppure ci siamo riusciti. Nonostante i dati inconfutabili, nonostante le costanti grida di allarme delle organizzazioni ambientaliste, nonostante una ormai compatta comunità scientifica che è d’accordo sul fatto che siamo i maggiori responsabili dei cambiamenti climatici, niente di tutto questo riesce a fermare il grill mondiale su cui allegramente ci stiamo infilzando. Non solo non si è fatto alcun progresso serio, ma il maggior paese inquinatore pro capite, cioè gli USA, ha eletto come Presidente il peggiore Attila che l’ambiente abbia mai potuto vedere all’orizzonte, che ha smantellato qualsiasi minima ipotesi di intervento contro i cambiamenti climatici  riportando in auge addirittura il carbone. Dicono che a breve andremo su Marte ma ci si alimenta ancora con il carbone dell’ottocento, strano progresso questo. Non che il predecessore di Trump avesse fatto granchè, va detto chiaramente.  I risultati di questo suicidio, al quale assistiamo senza fare nulla, sono un nuovo record delle emissioni di CO2 arrivate alla folle soglia di 412 parti per milione, dopo aver registrato il 2016 come anno più caldo da quando, cioè da fine Ottocento, si misurano le temperature a livello globale. Gli esperti di clima ci dicono che di questo passo rischiamo di avere uno stravolgimento climatico nei prossimi anni che mai si è registrato nella storia da qui a decine di milioni di anni addietro. Nell’ultima conferenza sul clima a Parigi si sono dati l’obiettivo di mitigazione a 1,5/2 gradi centigradi e anche raggiungendo questa stabilizzazione avremmo grossi problemi, ma attualmente stiamo andando dritti verso un aumento di 3 gradi e più, cioè otterremo la devastazione assicurata. Siamo tutti attenti e premurosi con i nostri figli e ci preoccupiamo di ogni loro minimo stranuto, ma il futuro che gli stiamo più o meno coscientemente regalando è un futuro da incubo e senza alcuna speranza. Ci si allarma per i profughi che arrivano oggi sulle nostre coste ma questo è niente di fronte ai milioni di rifugiati ambientali che ci aspettano se continuiamo a non fare nulla. Ma ci si chiede come mai, nonostante tanti a parole si dicano a favore dell’ambiente e si parli sempre più spesso di rinnovabili e di biologico, la situazione precipita? Facile risposta: fino a quando la crescita sarà la religione di nazioni e popoli, non avremo scampo. Alla faccia dell’ambiente si continuano a produrre montagne di prodotti superflui, con relativi rifiuti ed emissioni.  La pubblicità continua a bombardare la gente dicendo che se non hanno il vestitino alla moda, l’orologio e il profumo che fanno uomo, la macchina nuova, l’ennesimo cellulare e così via, sono poveri e sfigati. E se noi dobbiamo avere tre macchine a famiglia e venti cellulari a testa, non si capisce perché non debbano averceli anche il cinese, l’indiano, l’indonesiano, il sudafricano, il messicano, il russo, il brasiliano, ecc, ecc. Abbiamo voluto e creduto alla favoletta horror della crescita? E adesso arrostiamo e procediamo verso la catastrofe con ottimismo. Solo la crisi della crescita ci può salvare. E tutti possiamo fare la nostra parte.

Fonte: ilcambiamento.it

Solo la Crisi ci può Salvare

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Energie rinnovabili: le 5 soluzioni energetiche contro i cambiamenti climatici

Scopri le 5 fonti delle energie rinnovabili attualmente usate per contrastare i cambiamenti climaticienergie-rinnovabili

Esistono cinque tipi di energie rinnovabili: l’energia solare, l’energia eolica, l’energia idraulica, la biomassa e la geotermica che attualmente costituiscono il mix di fonti usate per contrastare i cambiamenti climatici. Perché abbiamo così bisogno delle energie rinnovabili? Soffermandoci a guardare al nostro consumo sfrenato di energia da tutte le fonti: per la sopravvivenza dell’umanità nel medio termine, l’unica alternativa che abbiamo è quella di ricorrere all’uso massiccio di energie rinnovabili. La loro caratteristica comune è quella di produrre il meno possibile sostanze inquinanti e anche quella di combattere l’effetto serra. L’altro motore che ci spinge a pensare alle fonti rinnovabile è il cambiamento climatico che sembra provenire dalla nostra eccessiva produzione di gas ad effetto serra, principalmente dalla combustione di fonti fossili, il metano proveniente dalla digestione dei bovini e i gas provenienti da una serie di processi industriali. L’altro effetto che avremo andando nella stessa direzione sarà il miglioramento della qualità dell’aria: l’inquinamento adesso oscura il cielo e impedisce parzialmente il passaggio della luce, limitando il raggiungimento dell’energia solare.

Energia solare fotovoltaica o termica

L’energia solare è prodotta dai raggi del sole. C’è una distinzione da fare tra l’energia fotovoltaica e l’energia solare termica. La prima trasforma l’energia dei raggi solari in elettricità; la seconda trasforma questi stessi raggi solari in calore.

L’aria è all’origine dell’energia eolica

Gli antenati delle turbine eoliche sono i mulini a vento. Le turbine eoliche producono energia ed elettricità dal movimento delle masse d’aria. L’ Europa ha prodotto lo scorso anno 65.946 MW (+ 15%), di cui 3.404 in Francia (+ 38%), in base ai risultati del Consiglio Mondiale di energia eolica (Global Wind Energy Council, GWEC. Secondo l’Associazione europea dell’energia eolica (EWEA), l’Italia è il terzo produttore europeo Italia (3.736 MW), la Francia è il quarto più grande produttore europeo con 3.404 MW, con un incremento del 38%. La Francia viene subito dopo la Germania (23.903 MW) e la Spagna (16.754 MW). In totale, i paesi dell’Unione europea hanno prodotto 65 946 MW nel 2008, con un incremento del 15% in un anno.

Energie idroelettriche grazie alle correnti marine

L’energia idroelettrica è ottenuta direttamente dall’acqua, o da dighe, maree e correnti oceaniche, onde o dall’incontro tra acqua dolce e salata. Per rimanere rinnovabile, l’energia termica oceanica, che viene dalla differenza di temperatura tra l’acqua profonda e quella superficiale, deve a sua volta essere sfruttata con cautela, per evitare le interruzioni del flusso naturale dei mari.

La biomassa: energia dalla materia organica

L’energia da biomassa comprende il legno, biocarburanti (derivati ​​da piante come la colza o di barbabietola) o biogas. Questa energia viene prodotta mediante combustione o metabolizzazione di materiale organico. Oggi, la nostra principale fonte di energia sono i prodotti fossili incastonati nella crosta terrestre: essi rappresentano circa 300 a 400 mila anni di biomassa. Continuando le operazioni a questo ritmo, questo stock prezioso sarà andato perso in pochi decenni.

Trarre energia dal terreno, energia geotermica

L’energia geotermica è un’energia rinnovabile dall’estrazione dell’energia contenuta nel terreno. Può essere utilizzata per il riscaldamento, ma anche per la produzione di energia elettrica. Questa è una delle poche energie rinnovabili che non dipendono dalle condizioni atmosferiche. Bisogna far notare che per far sì che l’energia geotermica rimanga sostenibile, il ritmo con cui è estratto questo calore non deve superare la velocità alla quale quest’ultimo viaggia all’interno della Terra.

Quale energia rinnovabile è migliore: quale scegliere?

Oggi non possiamo rispondere a questa domanda perché non abbiamo abbastanza esperienza, e stiamo attualmente utilizzando una piccola percentuale di energie rinnovabili nel nostro consumo quotidiano, quindi la risposta piu’ prudente sarebbe dire che ci servirebbero tutte. L’energia solare per esempio è complementare con quella eolica; il fotovoltaico anche se più costoso, ha un funzionamento semplice ed è disponibile ovunque la maggior parte degli uomini vive anche se per limitatamente alle ore di irraggiamento solare o alla sua disponibilità. Non utilizzare le risorse di biomassa dei nostri rifiuti è ridicolo: anche se dobbiamo in ogni caso trattarli, spesso bruciandoli; sfruttare l’energia termica per migliorare la produzione di elettricità e di calore dovrebbe essere il senso comune per tutti noi. La gente sulle spiagge sono costantemente “disturbati” dal suono del mare: non pensare di sfruttare le onde come una risorsa energetica rinnovabile sarebbe incongruo. Per quanto riguarda l’energia eolica, l’interesse può completare solo il sole durante il giorno. L’Europa è diventata il più grande produttore di celle fotovoltaiche attraverso gli sforzi della Germania, che ha deciso alla fine del secolo scorso, di riscattare l’energia solare elettrica ad un prezzo che ha permesso la stabilità finanziaria dei produttori. Condizioni vantaggiose di rimborso di energia sono stati concessi anche ad altri produttori di energia “pulita” (eolica, biomasse), che ha permesso la nascita di nuove industrie che rappresentano oggi più di 100 mila posti di lavoro. La maggior parte degli altri paesi europei hanno seguito la Germania, in particolare la Spagna, che ha un clima piu’ mite e molto piu’ soleggiato rispetto ai suoi vicini del nord, che consente l’ammortamento più rapido e una maggiore redditività degli impianti. L’energia eolica sta anche procedendo ad alta velocità e già rappresenta una quota significativa della produzione di energia elettrica in Danimarca (> 20%) e Germania (> 10%). È un po’ più difficile da impiantare in aree popolate a causa del suo impatto visivo, ma ha il vantaggio di produrre molto più dell’impianto fotovoltaico.

Fonte:  Futura-sciences, Futura-sciences

La lotta biologica ai nuovi parassiti derivanti dai cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici sono le cause di nuovi parassiti che attaccano le nostre produzioni agricole come il  grano, il mais, la vite, il pomodoro, il ciliegio e altri frutti. Una guida ragionata alla lotta biologia alla cimice asiatica, al moscerino dagli occhi rossi e al coleottero polifago giapponese. Leggi tutto!

Fronteggiare i nuovi parassiti che danneggiano l’orto e il giardino è la sfida più urgente. Non solo la globalizzazione ma anche i cambiamenti climatici ci pongono di fronte a nuove sfide fitosanitarie: combattere insetti dannosi provenienti da altri continenti. Le piante trovano naturali sistemi di autodifesa per contrastare nuovi parassiti e funghi ma i tempi possono essere così dilatati da compromettere la sopravvivenza di determinate specie endemiche. E se il gelo delle scorse settimane fa ben sperare i salentini che auspicano la distruzione della piccola cicala originaria dell’America Centrale che trasmette il batterio della Xilella fastidiosa, gli inverni normalmente miti del Sud non possono garantire la distruzione degli insetti vettori. Per questa ragione lo studio di parassitoidi in grado di contrastare questi insetti, il rispetto della natura e l’introduzione di pratiche biologiche e biodinamiche risultano le uniche armi in nostro possesso.

LE CAUSE DELL’ARRIVO DI NUOVI PARASSITI

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È ormai accertata la connessione tra gli attacchi di nuovi parassiti e l’intensificarsi degli scambi commerciali avvenuta nell’ultimo ventennio che unitamente alle merci trasportate, hanno introdotto dai Paesi Terzi nuovi e pericolosi fitofagi.

Ma c’è un’altra causa molto più devastante per le nostre coltivazioni: i cambiamenti climatici. Questi hanno reso il nostro paese un luogo molto più ospitale e accattivante per questi parassiti provenienti dall’Asia, dall’America e dall’Africa che hanno trovato nelle nostre campagne e nelle nostre città condizioni climatiche favorevoli.

 LA CIMICE ASIATICA CONTRO: ROSACEEE, GRANO, MAIS E PESCO

Tra le specie che meritano di essere segnalate per gli ingenti danni procurati dai nuovi parassiti è certamente la cimice asiatica, la Halyomorpha halys, che dalla sua prima comparsa a Modena nel 2012 ad oggi si è diffusa in maniera preoccupante in tutta la penisola procurando ingenti danni a circa 300 specie tra cui rosacee, grano, mais, kiwi, melo, nocciolo, pesco e pero. Contro la Halyomorpha halys antagonisti naturali sono l’Anastatus bifasciatus, una sorta di formica nera con riflessi blu di 2-2,5 mm di lunghezza o il Trissolcus japonica, un parassitoide di origine asiatica presente anche negli Stati Uniti, entrambi in grado di paralizzare la cimice asiatica. Altra strategia consiste nella distribuzione sulle colture di sostanze repellenti quali olio di chiodi di garofano o citronella, oltre al collocamento di trappole a base di feromoni di aggregazione o la sistemazione di reti anti-insetto.

LA POPILLIA JAPONICA: IL COLEOTTERO GIAPPONESE CONTRO VITE E POMODORO

La Popillia Japonica è un coleottero polifago di origini nipponiche simile al nostro maggiolino ma con le elitre rossicce anziché verdi. Gli adulti si nutrono di foglie, frutti e fiori mentre le larve attaccano non solo i nostri prati ma anche l’apparato radicale di pomodoro, vite, pisello e tigli. É diffusa soprattutto al nord ma la sua adattabilità a climi molto differenti è davvero notevole, giacchè è stata avvistata sia in Portogallo che in Russia. Antagonisti di questo coleottero sono i parassiti appartenenti alla famiglia dei Tiphiidae già introdotti dal Giappone nel Nord America per il controllo biologico di questo dannoso Scarabeide. Altre strategie prevedono la cattura dei nuovi parassiti con trappole ai feromoni degli insetti adulti o l’uso del Bacillus Thurigiensis, subspecie tenebrionis che attiva una tossina che agisce sull’apparato digerente paralizzandolo e procurando l’arresto dell’attività trofica e la morte dell’insetto dopo 2-5 giorni. Il Btt deve essere applicato subito dopo la schiusura delle prime uova, con piante asciutte, preferibilmente di sera e in condizioni meteorologiche serene, in ragione di 3-5 grammi di prodotto per 10 mq di coltura.

LA DROSOPHILA SUZUKII CONTRO CIELIEGIO, FRAGOLA, ALBICOCCA

La Drosophila suzukii, il moscerino dagli occhi rossi noto come SWD, acronimo di Spotted Wing Drosophila, si nutre dei frutti di ciliegio, fragola, lampone, mirtillo, fichi, albicocca e di alcune varietà di vite portandoli alla marcescenza. Diffusosi quasi contemporaneamente in Nord America e in Europa questo dittero è contrastato dal Pachycrepoideus vindemmiae, un parassita nerastro lungo 1,5-2 mm o dal Trichopria drosophilae, un imenottero autoctono di molte regioni italiane che depone le uova all’interno delle larve di Drosophila S. ed il cui lancio si esegue verso maggio, introducendo da 0,5 a 4 esemplari/mq e ripetendo i lanci ogni 7-15 giorni.

ALTRE SOLUZIONI: ANTAGONISTI E CONCIMI NATURALI

Se è vero che in natura ogni specie contribuisce al mantenimento della biodiversità, quando strappate dall’habitat naturale e introdotte in ecosistemi estranei alcune specie possono causare fenomeni spesso molto dannosi. Per questa ragione, riconoscere e contenere l’avanzata di questi nuovi fitofagi, non solo con l’impiego di insetti antagonisti ma ricreando quelle condizioni di equilibrio della natura, abolendo i prodotti di sintesi, utilizzando concimi naturali e pratiche agronomiche sostenibili e monitorare i nuovi parassiti da parte dei Servizi Fitosanitari regionali in sinergia coi centri di ricerca appaiono le uniche armi in nostro possesso.

Fonte: stilenaturale.com

 

“Il suolo diventi un bene comune”

In occasione della Giornata mondiale del Suolo, le associazioni riunite nel coordinamento #Salvailsuolo chiedono all’Europa il pieno riconoscimento di questa preziosa risorsa come bene comune da proteggere in quanto garantisce la sicurezza alimentare, la conservazione della biodiversità e la regolazione dei cambiamenti climatici. Immaginate una nazione di medie dimensioni, come l’Ungheria, il Portogallo o la Repubblica Ceca. Ora immaginate l’intera area di quella nazione ricoperta da cemento e asfalto: è grossomodo la superficie di suoli agricoli che negli ultimi 50 anni è stata “consumata” da insediamenti e infrastrutture nei 28 paesi dell’Unione Europea. Il suolo continua ad essere consumato a una velocità allarmante, nonostante la crisi che affligge il settore delle costruzioni in molti Paesi. Ogni anno, 1000 km2 di aree coltivate vengono cancellate da nuovi edifici. Allo stesso tempo, il mercato europeo delle materie prime alimentari è sempre più dipendente dalle importazioni da paesi terzi, dove l’agricoltura intensiva spinge milioni di piccoli agricoltori ad abbandonare i loro campi e a migrare verso le aree suburbane. Si tratta di una contraddizione evidente per un’Unione Europea che è nata con l’obiettivo di assicurare con la propria agricoltura la sicurezza alimentare per tutti i cittadini e, ora, sta cercando di gestire flussi rilevanti di migranti provenienti dall’Africa subsahariana, dove molti campi sono coltivati per le imprese europee.handful-of-soil

Il consumo di suolo è solo la punta di un iceberg, il suolo in Europa deve affrontare molte minacce e danni: oltre 250.000 siti sono pesantemente contaminati, quasi la metà dei terreni agricoli sono minacciati dalla riduzione della sostanza organica e gli equilibri ecologici dei sistemi naturali vengono compromessi, decine di milioni di ettari soffrono gli effetti dell’erosione e del dissesto idrogeologico, e la desertificazione avanza in molti paesi del Mediterraneo, rendendo le coltivazioni sempre più sensibili alla siccità e ai cambiamenti climatici.

“L’Europa ha il dovere di preservare la sua più importante risorsa naturale: il suolo” Questo è l’appello dei promotori della ICE – Iniziativa dei Cittadini Europei’People4soil’, promossa in Italia dal Coordinamento #salvailsuolo (ACLI, Coldiretti, FAI, INU, Legambiente, Lipu, Slow Food e WWF) a cui aderiscono 90 organizzazioni nazionali. La ICE è una petizione ufficiale alla Commissione europea, a cui si chiede di istituire e di sviluppare un quadro giuridico vincolante, fissando principi e regole da rispettare da parte di ciascuno Stato membro. Ad oggi, non vi è alcun riconoscimento legale per i servizi ecologici, sociali ed economici che i suoli sono in grado di fornire ai cittadini europei, né obiettivi vincolanti, ad esempio atti a conseguire la bonifica di terreni contaminati, o la salvaguardia dei serbatoi di carbonio, o la prevenzione del consumo di suolo. Questa situazione è esattamente quello che il coordinamento #Salvailsuolo vuole cambiare. Le prime 25.000 firme sono state già raccolte in Italia sul sito ufficiale della petizione. Tutti i cittadini e le cittadine europee adulte possono firmare, basta una carta d’identità. I promotori sottolineano che “Abbiamo due obiettivi molto impegnativi da raggiungere: raccogliere un milione di firme entro settembre 2017, e ottenere il pieno riconoscimento del suolo come bene comune da proteggere, per il benessere dei cittadini europei”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/12/suolo-diventi-bene-comune/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’uomo che parla con le api

Le api stanno scomparendo e questo si sa ormai da tempo. Per fermare tutto questo sarebbe indispensabile e urgente pensare a un nuovo modello di agricoltura integrata. A parlarcene è Nicola Saviano… l’uomo che parla con le api.salviamo_le_api_

Le api stanno scomparendo e questo si sa ormai da tempo. Questi insetti meravigliosi, insieme ad altri animali impollinatori, muoiono a causa dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale, della scomparsa della biodiversità botanica e per via delle monocolture industriali intensive che implicano l’uso spesso indiscriminato di pesticidi e agenti chimici dannosi. Tutto questo potrebbe avere conseguenze serissime per l’impollinazione e quindi per la nostra alimentazione e sopravvivenza. Per fermare tutto questo sarebbe indispensabile e urgente pensare a un nuovo modello di agricoltura integrata, sostenibile per tutti gli esseri viventi (e non solo per l’uomo), sana e rispettosa dell’ambiente. L’apicoltura, che senz’altro ha avuto e continua ad avere serie difficoltà a causa di tutto questo, non è, però, senza responsabilità. Nell’apicoltura tradizionale, infatti, si utilizzano farmaci per curare le patologie più comuni delle api o gli attacchi della Varroa, un acaro molto pericoloso per questi insetti. I farmaci utilizzati possono contaminare il miele. Per avere una maggiore produzione, inoltre, non si esita spesso a depredare le api di tutto il loro miele sostituendolo con zucchero o altri preparati specifici che talvolta vengono addizionati di antibiotici o altri farmaci. Anche la produzione di propoli o pappa reale pone questioni etiche che non possono essere sottovalutate.  Esiste, però, un’apicoltura diversa, il cui scopo non è solo economico ma il cui primo obiettivo è l’attenzione a come stanno e a cosa sentono ed esprimono questi animali. Si tratta di un nuovo approccio all’allevamento che sviluppa una relazione simbiotica tra l’uomo e le api, rispettandole, ascoltandole e comunicando con loro.  Nicola Saviano, 38 anni, sposato e con un figlio di 6 anni, è di Erba (CO) ma vive a Roma. Ci parla di una nuova relazione tra uomini e api e di un diverso approccio che implica necessariamente anche una diversa visione della nostra stessa vita. Nicola parla dell’amore che questi insetti ci possono insegnare, del ruolo che hanno sul pianeta Terra e di quanto poco le conosciamo.

Nelle tue conferenze parli d’amore. Qual è la relazione tra l’amore, le api e l’uomo?

Le api ci stanno aiutando ad evolvere. L’amore è una forza che nelle api è pienamente presente. Si sono sviluppate prima dell’uomo e quindi hanno sviluppato il sacrificio e il dono che sono componenti dell’amore. L’uomo, invece, non è ancora arrivato a questo livello e, secondo me, le api sono su questa terra anche per svolgere questo compito così importante. L’uomo deve ancora evolvere e deve farlo sotto forma di coscienza ma una coscienza più avanzata e spirituale. Questo è possibile con lo sviluppo del terzo occhio. Le api ce l’hanno già. Questa coscienza di amore, quindi, ce l’hanno molto ben presente.

Questa interpretazione non parte da un punto di vista, però, molto “umano”? Cioè: non è un altro modo per giustificare l’allevamento e di conseguenza lo sfruttamento di questi animali? Noi abbiamo bisogno delle api ma le api hanno bisogno di noi?

Le api sono arrivate su questo pianeta prima di noi. L’uomo ha il dovere di difendere la natura nel suo insieme e le api sono il vero e proprio cardine della vita e dell’amore. Abbiamo con loro un legame molto importante e dobbiamo assolutamente proteggerle.

Fino ad ora, però, questa difesa e questa protezione da parte dell’uomo non c’è stata. Le api infatti stanno scomparendo.

L’uomo sta evolvendo ma fino ad ora, infatti, non è riuscito a sviluppare la coscienza necessaria. La parte egoistica dell’uomo ha sfruttato questa risorsa fondamentale e continua a farlo ma quando saremo in grado di evolverci capiremo che allevare le api non significa solo fare il miele.

Tu sei un apicoltore che non produce miele. Come mai?

Non lo produco più da molti anni. Non mi interessa e non mi è mai interessato. Quando andavo in apiario sapevo che avrei dovuto uccidere delle api per ricavare il miele per venderlo. Quindi si faceva per soldi, per denaro. Non mi sono più sentito di fare quel lavoro. L’unico interesse nei confronti del miele ora è il suo aspetto curativo. Lo considero una medicina da assumere a piccole dosi e con le quali posso curare me e la mia famiglia. In ogni caso non sempre è possibile prenderlo. Lo chiedo alle api e in caso ne prelevo pochissimo. Sono legato a loro, mi riconoscono e sanno chi sono. Le api hanno una memoria. Allevare le api significa qualcosa di molto diverso.

Come comunichi con le tue api?

Uso parole, suoni e fischi. Le api sanno che quello che faccio è importante anche per loro. E’ la missione della mia vita.

Qual è esattamente questa missione?

Ogni persona sa nel profondo che le api sono importanti ma non sa cosa fare o come fare per aiutarle. Raccontando la mia esperienza porto un messaggio chiaro e preciso che non può essere confuso: un messaggio di amore e di cambiamento.

E’ una nuova frontiera dell’apicoltura

E’ una nuova frontiera che apre le porte a una visione completamente diversa e a una sensibilità diversa da parte di chi deve comunicare con tutte le altre persone. Sto facendo corsi e sono venuto a parlare all’EUPC qui a Bolsena portando il mio lavoro e la mia ricerca. Voglio far conoscere la mia storia con le api, una storia che mi ha cambiato la vita.

Come hai cominciato?

Ho trascorso l’infanzia in un grande giardino con tanti animali, piante da frutto e un orto coltivato con la sapienza contadina. In seguito ho viaggiato per il mondo e ad un certo punto ho incontrato l’apicoltura che mi ha interessato e poi appassionato conducendomi verso studi e ricerche sulle api sia di carattere scientifico che olistico: Steiner, la Biodinamica, Fukuoka e la Permacultura mi hanno offerto strumenti di osservazione e di indagine più approfonditi. Tutto è cominciato quando ho conosciuto un apicoltore di 80 anni che mi ha insegnato le tecniche per recuperare gli sciami che aveva sviluppato lui stesso. Non è stato facile perché ero terrorizzato all’inizio ma pian piano tutto è cambiato. Adesso posso stare tranquillamente in mezzo alle api. Uso le protezioni soltanto perché il veleno delle api, se si viene punti, a lungo andare, può dare problemi. E’ un tipo particolare di veleno che aumenta la nostra coscienza.

Dove tieni le tue api?

Prima ero ad Ostia Antica dove, a causa dei prodotti chimici usati nei campi agricoli adiacenti al mio, ho assistito più di una volta alla morte delle mie api. Ho dovuto quindi spostarmi e adesso ho generazioni di api naturali da più di cinque anni.

Hai detto che il miele biologico non esiste. Ci spieghi perché?

Il miele che mangiamo è fatto da api stressate, maltrattate e che vivono in condizioni molto innaturali. Mi è capitato di mangiare il miele preso direttamente dai favi naturali e il suo sapore, la sua energia sono completamente differenti. Il miele è una vera e propria medicina e deve essere trattato in modo totalmente naturale, se preso in piccole dosi diventa medicamentoso.

Qual è il futuro dell’apicoltura?

Il futuro dell’apicoltura deve cambiare in questa direzione. Le api portano la vita diffusa nei campi. La loro forza e il loro movimento sono estremamente potenti. In permacultura le api sono fondamentali perché portano vita a tutto il progetto. Sono il primo elemento da inserire.

Qual è il tuo obiettivo?

Per me è essenziale la ricerca nei confronti di questi animali. Attraverso l’osservazione e la difesa della loro vita possiamo permettere all’essere umano un’evoluzione di coscienza che altrimenti non sarebbe possibile. Che io sappia non ci sono al momento altri apicoltori che fanno questo ma è necessario un approccio completamente diverso e un cambiamento di direzione è indispensabile.

Manteniamo l’approccio classico all’apicoltura che è quello di produrre miele. In questo senso, può esistere un’apicoltura etica?

Ci si avvicina in parte l’apicoltura biodinamica. Quello che manca è però la consapevolezza della vita della famiglia di api, delle regole relative al posizionamento degli sciami, le necessità delle famiglie ed altre cose che ho scoperto durante la mia ricerca. Ho iniziato a tenere corsi in questo senso e cioè insegnare alle persone come si fa con le api.

Che cosa facevi prima di diventare apicoltore?

Molti lavori diversi ma sono sempre stato in mezzo alla natura. Sono stato istruttore subacqueo tra le molte cose che ho fatto. Ancora adesso faccio l’istruttore di wind surf e il musicista.

Non sembri molto entusiasta della permapicoltura? Perché?

E’ stata sviluppata in Argentina dove le api sono africanizzate e sono molto differenti dalle nostre. Dovrei avere più elementi per poter giudicare.

Quali sono state le scoperte più importanti che hai fatto durante la tua ricerca?

Più che scoperte le chiamerei intuizioni. In particolare riguardano l’orientamento e la costruzione dei favi naturali, la forma e i materiali delle arnie naturali. Sto facendo sperimentazioni in proposito.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Creare una scuola basata sulla l’apicoltura naturale e fare corsi e conferenze in giro per l’Europa.

Ho un sito internet e una pagina Facebook.

Fonte: ilcambiamento.it

Sculture sott’acqua per ricreare la barriera corallina

Installation Of The Rising Tide Scupture On The Banks Of The Thames

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Installation Of The Rising Tide Scupture On The Banks Of The Thames

Per oltre dieci anni, lo scultore inglese Jason DeCaires Taylor ha immerso negli oceani le sue sculture per facilitare la rigenerazione della vita marina e trasmettere un messaggio di speranza e di consapevolezza sulla condizione dei nostri oceani. Nel corso degli ultimi decenni il 40% delle barriere coralline naturali sono scomparse a causa del riscaldamento delle acque e dei cambiamenti climatici. Secondo gli scienziati entro il 2050% la riduzione sarà dell’80% rispetto al secolo scorso. Dopo aver lavorato a lungo in un centro di immersioni, Jason DeCaires Taylor ha deciso di realizzare delle statue e immergerle. È cominciato così il suo lavoro di artista e di narratore di storie. Come mostra il video d’apertura, girato nell’isola caraibica di Grenada, le sue sculture sono altamente scenografiche e  diventano la base per consentire alla barriera corallina di rigenerarsi. Nella fotogallery, invece, un’altra serie dell’artista ospitata a Londra, nelle acque del Tamigi. Anche in questo caso i businessman in groppa a cavalli con la testa a forma di scavatrice hanno una forte valenza simbolica.

Fonte:  Maptia

Cementificato il 15% delle campagne in 20 anni

In appena vent’anni il 15% delle campagne è stato abbandonato o cementificato: ciò significa un territorio grande come la Lombardia. È allarme e gli agricoltori sono denunciano: «Anche questo contribuisce ai cambiamenti climatici».

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Ogni giorno sparisce – precisa la Coldiretti – terra agricola per un equivalente di circa 400 campi da calcio (288 ettari) e quella disponibile non si riesce piu’ ad assorbire adeguatamente la pioggia perché siamo di fronte ai drammatici effetti dei cambiamenti climatici che si sono manifestati quest’anno con il moltiplicarsi di eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi ma intense e il repentino passaggio dal sereno al maltempo con vere e proprie bombe d’acqua. Il risultato è che in Italia – sottolinea la Coldiretti – oltre 7 milioni di cittadini si trovano in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni che riguardano ben l’88 per cento dei comuni sull’intero territorio nazionale. Per proteggere il territorio ed i cittadini che vi vivono l’Italia – conclude la Coldiretti – deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile dalla cementificazione nelle città e dall’abbandono nelle aree marginali con un adeguato riconoscimento dell’attività agricola che ha visto chiudere 1,5 milioni di aziende negli ultimi venti anni.

QUI la petizione promossa da Daniele Uboldi, collaboratore di Decrescita Felice Social Network: “Fermiamo il consumo di suolo. Un cambio planetario di paradigma: di meno e meglio”.

Firmate anche voi

Fonte: ilcambiamento.it