Grazie alla sua visione sostenibile, Nimega è Capitale verde europea 2018

Nimega, la città più antica dei Paesi Bassi, è la Capitale verde europea di quest’anno grazie a quella che la giuria del prestigioso concorso ha definito una «visione appassionata, chiara e convincente». Le politiche esemplari in materia di adattamento ai cambiamenti climatici, viabilità ciclabile, rifiuti e gestione delle acque, per non parlare del forte coinvolgimento dei cittadini, fanno di Nimega «una vera e propria ambasciatrice del cambiamento», come ha dichiarato Joanna Drake, direttore generale aggiunto della direzione generale dell’Ambiente della Commissione europea.stadsgezicht-nijmegen_1

Un passato di oltre 2 000 anni e un futuro estremamente brillante: Nimega, la vincitrice del titolo di Capitale verde europea 2018, è un porto interno situato sul fiume Waal ed è conosciuta come «il balcone dell’Europa». I suoi 176 000 abitanti hanno una visione sostenibile del futuro che trae origine da tradizioni locali secolari, quali la gestione delle acque e l’uso della bicicletta.

“Da anni, ormai, ci siamo impegnati a fondo per rendere la città di Nimega maggiormente sostenibile. Il nostro obiettivo è quello di arrivare a essere una città a impatto climatico zero entro il 2045.”

Hubert Bruls, sindaco di Nimega

A L’Ambiente per gli Europei, Hubert Bruls, sindaco di Nimega dal 2012, ha dichiarato: «Da anni, ormai, ci siamo impegnati a fondo per rendere la città di Nimega maggiormente sostenibile. Il nostro obiettivo è quello di arrivare a essere una città a impatto climatico zero entro il 2045. Perché questo sia possibile, sono necessarie numerose misure a lungo termine e la collaborazione di molteplici partner, compresi i cittadini e le imprese».

Una ciclabile verso il futuro

La cultura della bicicletta, diffusa in tutti i Paesi Bassi, è rappresentata al meglio proprio da Nimega, che nel 2016 è stata eletta «Città olandese della bicicletta» dall’unione ciclistica nazionale. A tutt’oggi, sono stati realizzati oltre 60 km di «autostrade» ciclabili, ma altri 20 km di piste sono già in programma. Oltre il 65 % di chi si reca in centro o al campus universitario Heyendaal usa la bicicletta, che raccoglie il 37 % delle preferenze di chi percorre tragitti fino a 7,5 km. I sostenitori di questo mezzo di trasporto ecologico hanno svolto un ruolo attivo nella candidatura di Nimega al concorso Capitale verde europea, come ci ha spiegato il sindaco Bruls: «In occasione della fase finale, abbiamo presentato la città insieme all’università, alle imprese e ai nostri cittadini. Alcuni abitanti di Nimega hanno partecipato a una marcia verde verso altre città vincitrici (Copenaghen, Bristol e Lubiana), spostandosi in bici, di corsa o a nuoto. E questo ha lasciato il segno».

Gestione delle acque e dei rifiuti

Cooperare, non limitare: era questo l’obiettivo del progetto Ruimte voor de Waal (letteralmente, spazio per il fiume Waal), che ha fatto leva sulla lunga tradizione olandese in materia di gestione delle acque. Il progetto, iniziato nel 2011 e portato a termine nel 2016, era incentrato sullo scavo di un canale ausiliario supplementare alle spalle di un argine. Il risultato finale garantisce una migliore protezione dalle inondazioni, ma al contempo sono stati creati anche nuove zone residenziali, un parco fluviale su un’isola e 1,6 chilometri di lungofiume in pendenza per il controllo delle inondazioni e per scopi ricreativi. L’elevato rendimento del sistema di gestione dei rifiuti e l’impegno a lungo termine verso obiettivi di riciclaggio ambiziosi hanno consentito a Nimega di ridurre la produzione di rifiuti anno dopo anno. Nell’ambito degli sforzi volti a conseguire un’economia più circolare, ogni anno un’iniziativa di sensibilizzazione rivolta ai cittadini mette in rilievo un differente flusso di rifiuti grazie alla campagna «Kijk! Afval = Grondstof» (Attenzione! Rifiuti = Materie prime). Nel 2013, la campagna aveva attirato l’attenzione sui rifiuti organici, facendo passare il messaggio che questi materiali, non lavorati, costituiscono la base per la produzione di compost e biogas. Per l’occasione, i cittadini avevano avuto modo di seguire in prima persona i processi di trasformazione dei rifiuti in compost e biogas grazie a una serie di visite negli impianti locali di incenerimento e fermentazione. In questo modo non solo si era giunti alla produzione di compost gratuito, ma si era consentito agli abitanti di acquisire una maggiore consapevolezza sul loro ruolo. Il coinvolgimento dei cittadini ha pertanto svolto un ruolo importante nel successo della candidatura di Nimega. Bruls: «La partecipazione al concorso ha suscitato un enorme entusiasmo. Nel 2018 saranno organizzate numerose iniziative da parte dei cittadini, le “Green Capital Challenges” (sfide della Capitale verde)». All’indirizzo www.greencapitalchallenges.nl sono illustrate tutte le iniziative in programma.

Una fonte di ispirazione esemplare

L’esempio di Nimega farà da modello per altre città grazie anche alle molteplici iniziative previste quest’anno, tra cui EcoProcura (una conferenza sull’economia circolare), il vertice nazionale sull’economia circolare, la settimana della moda sostenibile e il vertice dei bambini sul clima ad Arnhem. Il sindaco Bruls ci ha rivelato che in cima al Kelfkensbos verrà costruito, secondo i dettami della circolarità e della sostenibilità, un centro per la comunità. Questo vistoso edificio servirà a fornire informazioni sulla città sostenibile di Nimega e su speciali percorsi verdi da seguire alla scoperta della città e della regione. «I comuni possono fare molto per rendere la propria città più verde, sostenibile e sana. Ad esempio, noi investiamo in iniziative quali le “autostrade” ciclabili, le reti di riscaldamento regionali, i parchi o la gestione delle acque, spesso in collaborazione con altre autorità. Inoltre, abbiamo capito che il coinvolgimento di cittadini, organizzazioni sociali, imprenditori e istituti di ricerca è imprescindibile perché sia possibile attuare i cambiamenti», ha concluso Bruls.

«Ogni volta che compiamo un passo avanti e portiamo a termine un progetto che rende la nostra città più pulita, sana e sicura, per noi è una vittoria. Significa che abbiamo conseguito un risultato che ha un impatto sia sul presente sia sul futuro».

Per saperne di più

All’indirizzo www.greencapital2018.nl sono elencate tutte le attività in programma a Nimega nel corso dell’anno.

Fonte:ec.europa.eu

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Guardiamo in faccia la rivoluzione del clima!

In un video animato prodotto dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), l’effetto dei cambiamenti climatici che si sta avvertendo anche nel nostro Continente.9787-10565

I cambiamenti osservati nel clima stanno già avendo un impatto di vasta portata sugli ecosistemi, l’economia e sulla salute e il benessere in Europa. Nuovi record continuano ad essere fissati sulle temperature globali ed europee, sul livello del mare e sulla riduzione del ghiaccio marino nell’Artico. L’andamento delle precipitazioni sta cambiando, generalmente rendendo le regioni umide in Europa più umide e le regioni più secche ancora di più. Il volume dei ghiacciai e il manto nevoso diminuiscono. Allo stesso tempo, gli eventi estremi legati al clima come le ondate di calore, le forti precipitazioni e la siccità, stanno aumentando di frequenza e intensità in molte regioni. Le migliori proiezioni climatiche forniscono ulteriori prove del fatto che gli eventi estremi legati al clima aumenteranno in molte regioni europee.

Fonte: ilcambiamento.it

Solo pasta scotta nel piatto: l’ultimo regalo dei cambiamenti climatici

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In futuro nei nostri piatti solo pasta scotta. Gli effetti dei cambiamenti climatici sul grano stanno portando a un calo della qualità del prodotto. Ecco cosa hanno scoperto i ricercatori. Il futuro potrebbe riservare delle tristi sorprese per gli amanti della pasta: la massiccia presenza di CO2 nell’aria, infatti, porterebbe ad avere nel piatto solo pasta scotta. In Italia si sta cercando di correre ai ripari per evitare che i cambiamenti climatici abbiano effetti nocivi su un prodotto che rappresenta l’eccellenza del nostro Paese. Ecco cosa potrebbe accadere.

Pasta scotta e cambiamenti climatici: quale rapporto

“Maccarone, m’hai provocato e io te distruggo”! Recitava Alberto Sordi nel film “Un Americano a Roma”. La pasta, da sempre tra gli emblemi dell’italianità potrebbe essere messa a dura prova dai cambiamenti climatici. Ne sa qualcosa il Genomic Reserch Center del Crea di Fiorenzuola d’Arda, in Emilia Romagna, dove si studiano gli effetti dei cambiamenti climatici sul grano, per evitare in futuro di avere solo pasta scotta nel piatto. I risultati delle ricerche non lasciano adito a dubbi: dosi extra di anidride carbonica aumentano la produzione di grano, ma ne compromettono la qualità. La CO2, infatti, non solo riduce il contenuto di proteine, essenziali per la produzione di pasta e per la sua tenuta durante la cottura, ma causa una diminuzione anche del contenuto di ferro e zinco.

Quale soluzione?

I ricercatori stanno cercando la strada migliore per porre rimedio a questo declino. La soluzione, per loro, è il miglioramento genetico. A Fiorenzuola d’Arda, si continuano a studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla qualità del grano: qui, l’aria ha un contenuto di CO2 di 570-600 parti per milione: la stima di ciò che potrebbe essere la normalità nel 2050.

«Qui – spiega Luigi Cattivelli, il direttore del Genomic Research Centre – studiamo gli effetti del mutare delle condizioni esterne sulle piante e vediamo come agire, con il miglioramento genetico, per adattarle a queste nuove condizioni». Lo studio cercherà di evitare che la pasta scotta diventi la normalità e non un semplice errore di stima dei tempi.

Non solo pasta scotta: gli effetti dei cambiamenti climatici sui cereali più consumati

Ma quello della pasta scotta, naturalmente, non è l’unico effetto che i cambiamenti climatici possono avere sull’alimentazione mondiale. Una ricerca apparsa su Proceedings of the National Academy of Sciences, ad esempio, ha dimostrato come l’innalzamento delle temperature porterà conseguenze importanti su grano, riso e mais, tre colture fondamentali per la vita dell’uomo.

Lo studio è una revisione di oltre 70 ricerche che hanno indagato la relazione tra agricoltura e riscaldamento globale.

Secondo i ricercatori: «I risultati ottenuti da tutti i metodi analizzati suggeriscono che l’aumento delle temperature ha un effetto negativo importante sul rendimento dei principali cereali: per ogni aumento di un grado celsius della temperatura media globale si stima una riduzione delle rese globali del grano del 6 per cento». Lo stesso aumento di temperatura potrebbe ridurre la produzione di riso del 3,2%. Quella del mais del 7,4%. Si tratta di dati importanti, perché toccano colture chiave per la sopravvivenza dell’umanità, visto che forniscono a livello globale due terzi del nostro fabbisogno calorico. Peccato che ci sia ancora chi nega l’esistenza dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze.

Fonte: ambientebio.it

 

CO2 ai livelli più alti degli ultimi 800mila anni

I livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. È quanto riferisce Greenpeace sottolineando la necessità di una leadership forte e condivisa sul clima al meeting delle Nazioni Unite che si terrà a Bonn il mese prossimo.

“Nel giro di appena due giorni abbiamo visto come i livelli di anidride carbonica siano schizzati a livelli record nel 2016 e come i governi di tutto il mondo non stiano rispettando le promesse fatte a Parigi” dichiara Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Non c’è più tempo da perdere. Uragani, alluvioni e siccità non potranno che aumentare se i governi che si riuniranno a Bonn non decideranno di tenere i combustibili fossili sotto terra. Possiamo ancora raggiungere l’obiettivo di contenere a 1,5°C il riscaldamento globale se tutti si impegnano”.Immagine4

Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale i livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. Oggi un rapporto delle Nazioni Unite dice che gli impegni assunti attualmente dai governi sono sufficienti a raggiungere solo un terzo della riduzione delle emissioni prevista al 2030 dall’Accordo di Parigi.
“Un rapporto pubblicato da Lancet conferma inoltre le peggiori preoccupazioni sull’impatto sanitario dei cambiamenti climatici. Una ragione in più per mettere in atto politiche coerenti con l’Accordo di Parigi. L’Italia e l’Europa facciano la prima mossa alzando coerentemente gli obiettivi, inadeguati alla sfida, sia in Europa che nella Strategia Energetica Nazionale” commenta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/co2-livelli-piu-alti-ultimi-800mila-anni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Partiamo dal cibo che compriamo per cambiare il clima

Le parole di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sul clima hanno fatto da apripista: «Non c’è qualità alimentare senza rispetto dell’ambiente». E l’associazione ha lanciato “Menu for Change”, campagna internazionale sul rapporto tra cambiamento climatico e cibo.9659-10433

L’associazione Slow Food ha lanciato la campagna “Menu for Change”, che evidenzia la relazione tra produzione alimentare e clima che cambia. L’annuncio è stato dato dal fondatore di Slow Food, Carlo Petrini: «A chi si domanda perché un’associazione che si occupa di cultura alimentare dovrebbe promuovere una campagna sulle questioni del cambiamento climatico, posso rispondere questo: è incosciente chi si bea della qualità alimentare di un prodotto senza chiedersi se a monte c’è distruzione dell’ambiente e sfruttamento del lavoro».

Tutti noi, ha continuato Petrini, «siamo responsabili di quello che mangiamo e anche di quello che coltiviamo: «Il più grande terreno da coltivare è la lotta allo spreco. Tutte le istituzioni internazionali ripetono che siccome nel 2050 saremo 9 miliardi e mezzo “bisogna produrre più cibo”, ma già oggi abbiamo cibo per 12 miliardi di viventi. Significa che un’ampia parte di quello che viene raccolto, trasformato e venduto finisce nella pattumiera».

C’è un intero paradigma agricolo e agroalimentare da cambiare, mentre la produzione va concentrandosi nelle mani di pochi. Un esempio drammatico viene dalla filiera del pomodoro: «Tonnellate di pomodori arrivano in Italia dalla Cina, vengono lavorati e colonizzano i Paesi africani, invasi da scatole di concentrato prodotto da aziende con nomi come Gino e la bandiera tricolore sul barattolo. Questi marchi simil-italiani stanno distruggendo le produzioni agricole africane perché hanno prezzi perfino più bassi delle loro. Il risultato è che i giovani abbandonano la terra e vanno a lavorare come schiavi nei campi del Sud Italia. Siamo tutti chiamati in causa, le piccole azioni moltiplicate per milioni di persone possono cambiare il mondo».

A questi paradossi del mercato si aggiunge l’impatto devastante del cambiamento climatico. Tumal Orto Galibe, pastore del nord del Kenya, racconta che negli ultimi quindici anni «perfino l’aspettativa di vita si è ridotta. Nelle comunità dei pastori abbiamo visto un aumento delle patologie. Ed è sempre più difficile adattarsi a un clima che cambia nell’arco di mesi mentre prima cambiava nei decenni: nell’aprile di quest’anno, in una sola notte di piogge improvvise e torrenziali ho perso più di 230 capi di bestiame».

Un produttore di formaggi di Cuba ha raccontato di recente che l’isola ha già ceduto terreno al mare ed è stata battuta di recente da cinque diversi uragani, la cui potenza è correlata alla crescente temperatura delle acque. L’uragano Irma possedeva una potenza pari a 7mila miliardi di watt (circa 2 volte le bombe usate durante la guerra mondiale) e ha lasciato il 40% della popolazione priva di elettricità, danneggiando la parte più turistica del Paese. Non si tratta certo di impressioni individuali, perché ad avallarle ci sono i dati scientifici: «Siamo in chiusura della seconda estate più calda e della quarta più secca dal 1753, in Italia e in buona parte dell’Europa mediterranea» ricorda il climatologo Luca Mercalli.

Dopo il record del 2003, tutte le estati sono state più calde della media. Con conseguenze che l’agricoltura e l’alimentazione pagano fino in fondo: «Un recente studio francese ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle razze animali e i formaggi. Anche in alta montagna l’aumento delle temperature sta cambiando il modo di condurre gli alpeggi e i malgari sono costretti a tornare in pianura anche con un mese di anticipo. Siccità e parassiti arrivano dove finora non si erano mai visti».

Finora questi sconvolgimenti hanno avuto un impatto disomogeneo: alcune aree dell’emisfero nord ne hanno addirittura beneficiato. Ma non per molto ancora, affermano i ricercatori della Società Meteorologica Italiana Guglielmo Ricciardi e Alessandra Buffa: «Dal 2030 la riduzione dei raccolti vedrà un aumento esponenziale dei danni rispetto ai benefici».

Il settore agricolo è tra i più impattanti in termini di gas serra: con il 21% di emissioni è secondo solo alle attività legate all’energia (37%). La fermentazione enterica degli allevamenti industriali copre il 70% di questo dato.

«Non ci dobbiamo però concentrare solo sulla valutazione delle attività principali – avvertono i meteorologi – ma valutare le attività di preproduzione (mangimi e concimi) e di postproduzione (trasporto, stoccaggio, packaging). Le emissioni di CO2, poi, non sono l’unico parametro da considerare: vanno tenuti in conto anche il contesto geografico di produzione, la qualità dei suoli e il loro livello di tossicità e l’uso in quanto risorsa scarsa, l’utilizzo di acqua e di biosfera (water footprint e ecological footprint)».

Sebbene anche la Fao sottolinei la necessità di andare verso un’indagine multiprospettica, che tenga conto degli influssi del cambiamento climatico su sicurezza alimentare, nutrizione e perdita di biodiversità, siamo ancora lontani dall’avere una visione complessiva della filiera. Così come troppo poco sappiamo del funzionamento globale degli oceani, conferma il biologo marino Silvio Greco: «Mentre in terra il cambiamento climatico offre diversi segnali, nelle acque questo non avviene. Sappiamo per certo solo che l’oceano fa qualcosa di straordinario: ci dà il 50% del nostro respiro, immagazzinando CO2. Eppure noi lo stiamo mettendo in crisi».

Quest’anno i biologi australiani hanno decretato la morte della Grande barriera corallina, il reef più vasto del pianeta con oltre 2300 km di coralli ormai quasi interamente sbiancati. Ma non va meglio in acque a noi più familiari: «Il Mediterraneo è ancora più compromesso. Al problema dell’innalzamento dei mari qui si sommano la forte salinità di un ambiente chiuso, l’acidificazione, l’arrivo di 300 specie aliene invasive».

Il Mare Nostrum conserva il 25% della biodiversità marina mondiale e ospita il 30% dei traffici commerciali, ma ora conta anche 1 tonnellata di plastica ogni 3 tonnellate di pesce. Di fronte a tutto questo, conclude Greco, «non possiamo fare come Ulisse davanti alle sirene: la comunità scientifica è costretta a sentire il grido della Terra e a dire le cose come stanno».

Ma anche noi possiamo fare molto: scegliere cosa mettere nel piatto è un atto politico.

Fonte: ilcambiamento.it

Clima e emissioni CO2: la carne per cani e gatti inquina come 13 milioni di auto

Secondo uno studio pubblicato su PlosOne, nei soli Stati Uniti, per sfamare cani e gatti si emettono 64 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.http _media.ecoblog.it_c_c81_clima-e-emissioni-co2-la-carne-per-cani-e-gatti-inquina-come-13-milioni-di-auto

In un periodo di cambiamenti climatici e riscaldamento globale, in una delle estati più torride degli ultimi decenni con ondate di caldo che stanno creando danni economici enormi, arriva come un fulmine a ciel sereno uno studio scientifico che ci costringe a riesaminare il nostro modo di guardare alle emissioni di CO2. Da anni puntiamo il dito soprattutto su tre grandi fonti di emissioni di gas climalteranti: il settore energetico (in particolare le centrali elettriche alimentate da fonti fossili come petrolio, gas e carbone), quello dei trasporti (in particolare il trasporto privato, basato su auto di proprietà con motore a benzina o diesel a gasolio) e quello dell’alimentazione (con un occhio e un dito puntati sull’eccessivo consumo di carne). Tutto vero, ma se ci soffermiamo sull’ultimo settore, quello delle emissioni di CO2 derivanti dall’alimentazione carnivora, spunta adesso uno studio pubblicato su PlosOne che fa riflettere da cui si evince che, negli Stati Uniti, tra il 25% e il 30% delle emissioni di CO2 dipendenti dalla produzione di carne provengono dalla carne destinata al pet food. Il cibo per cani e gatti, insomma, da solo causa oltre un quarto delle emissioni del “comparto carne” americano. In questi calcoli sono incluse anche le emissioni derivanti dalle feci degli animali. Negli USA, spiega l’autore dello studio Gregory Okin, ci sono 77,8 milioni di cani e 85,6 milioni di gatti (dati 2015). Se questi 163 milioni di animali domestici fossero considerati uno Stato sovrano, esso sarebbe il quinto al mondo per consumo di carne, dopo Russia, Brasile, USA e Cina. Venendo al “lato sporco” dello studio, Okin ha stimato in 5,1 milioni le tonnellate di feci prodotte da cani e gatti in un anno negli Stati Uniti. Più o meno quante ne producono 90 milioni di americani. In totale le emissioni equivalenti di CO2 attribuibili a cani e gatti sono pari a circa 64 milioni di tonnellate. Che, più o meno, è quanto emettono 13,6 milioni di auto negli Stati Uniti ogni anno.

Okin fa notare che “Comparata a una dieta a base di piante, quella carnivora richiede più energia, territorio e acqua e ha un impatto ambientale superiore in fatto di erosione, pesticidi e rifiuti prodotti“. E di cani gatti vegani, aggiungiamo noi, ce ne sono ben pochi. Tuttavia, è lo stesso Okin che precisa che molto spesso i mangimi per cani e gatti sono prodotti partendo dagli scarti della filiera della carne e quindi non si tratterebbe, o almeno non del tutto, di tonnellate di CO2 aggiuntive rispetto a quelle emesse dall’americano medio con la sua dieta altamente carnivora. Ma lo stesso Okin, analizzando il pet food per ottenere i dati su cui iniziare il suo studio, ha notato che i “mangimi premium” contengono percentuali di carne superiore a quelli più economici. Per non parlare del fatto che l’umanizzazione degli animali domestici porta sempre più spesso i loro padroni a cucinare per loro, utilizzando alimenti utili per il consumo umano.

Questo, secondo Okin (che tra l’altro specifica e ribadisce di amare cani e gatti), può essere realmente dannoso per l’ambiente: “Un cane non ha bisogno di mangiare bistecche, un cane può mangiare cose che un umano sinceramente non può mangiare“.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

Cambiamenti climatici: le ripercussioni del riscaldamento globale sui voli aerei

http _media.ecoblog.it_d_d9d_cambiamenti-climatici-le-ripercussioni-del-riscaldamento-globale-sui-voli-aerei

Con l’innalzamento delle temperature dovuto ai cambiamenti del clima globale potremmo dire addio al trasporto aereo per come lo conosciamo. E’ quanto emerge da una ricerca scientifica pubblicata sulla rivista Climatic Change e realizzata da Ethan D. Coffel (Department of Earth and Environmental Sciences, Columbia University, New York), Terence R. Thompson (Logistics Management Institute, Virginia) e Radley M. Horton (Center for Climate Systems Research, Columbia University, New York). Lo studio dei tre autori parte dal presupposto che per volare e, soprattutto, decollare e atterrare, ogni aereo ha bisogno di un determinato range di temperature e densità dell’aria. Con l’innalzamento delle temperature dell’aria, sia a terra che in volo, i numeri cambiano e non è detto che un velivolo riesca a decollare, volare e atterrare a pieno carico. I tre autori hanno preso in considerazione le temperature di 19 aeroporti internazionali, in gran parte statunitensi, e le caratteristiche tecniche di cinque modelli di aerei di linea (tre Boeing e due Airbus). Per calcolare l’innalzamento delle temperature della pista e dell’area intorno agli aeroporti gli scienziati hanno utilizzato il modello CMIP5 e lo scenario di riferimento RCP 8.5. Cioè lo scenario peggiore, che prevede un innalzamento medio della temperatura globale pari a 3,7 gradi centigradi nel 2100. Il periodo preso invece in considerazione dallo studio è quello che va dal 2060 al 2080. E’ stato preso in considerazione anche lo scenario RCP 4.5, che prevede +1,8 gradi centigradi al 2100. I risultati dello studio sono preoccupanti: in tutti gli aeroporti presi in considerazione i cinque aerei avrebbero qualche limitazione nel peso massimo di decollo. Si va da un minimo del 10% a un massimo del 30% di aerei che, per decollare, dovrebbero subire una limitazione del peso. Quindi meno carburante, meno bagagli in stiva, meno passeggeri. E meno introiti per le compagnie aeree, quindi maggiori costi dei biglietti.

Giusto per fare un esempio: un Boeing 737-800 (che è probabilmente l’aereo di linea più diffuso al mondo) ha un peso totale al decollo di circa 174 mila libbre. Se dovesse alleggerirsi anche solo dello 0,5% per decollare in sicurezza vorrebbe dire lasciare a terra 870 libbre. Tolto il peso del carburante, restano 722 libbre da togliere, pari a circa tre passeggeri con bagagli.

Credit foto: Flickr

Fonte-, ecoblog.it

Cambiamenti climatici: innalzamento dei mari più veloce del previsto per il riscaldamento globale

Un recente studio pubblicato su Nature corregge i dati: il livello dei mari cresce di 3,3 millimetri l’anno. Urgono politiche di adattamento al global warming.http _media.ecoblog.it_d_d36_cambiamenti-climatici-innalzamento-dei-mari-piu-veloce-per-riscaldamento-globale

Grazie a strumenti di misurazione sempre più sofisticati e a supercomputer in grado di elaborare una mole di dati sempre maggiore, gli studi più recenti sui cambiamenti climatici e il conseguente scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del livello dei mari riportano oggi dati più accurati del passato. E, per questo, molto più preoccupanti. L’ultimo studio pubblicato su Nature, ad esempio,  mostra che l’innalzamento dei mari nel periodo 1993-2014 non è stato identico ogni anno: se nel 1993 i mari sono cresciuti di 2,2 millimetri, a livello globale, nel 2014 si è arrivati a 3,3 millimetri. I mari cioè si innalzano ad un ritmo di molto più alto del previsto. Cosa causa l’innalzamento dei mari? In primo luogo, secondo gli scienziati, è colpa dello scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia che, nel 1993, contribuiva solo per il 5% al problema mentre nel 2014 per il 25%. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, quindi, negli ultimi vent’anni ha subito una fortissima accelerazione. Come combattere l’innalzamento del livello degli oceani? Innanzitutto rallentando i cambiamenti climatici che portano al riscaldamento globale: diminuire le emissioni di gas serra climalteranti è fondamentale, è il punto di partenza. Lo si fa diminuendo l’uso di combustibili fossili e spingendo per la diffusione delle energie rinnovabili e di auto elettriche. Poi bisogna mettere in atto costose, ma ormai inevitabili, misure di contenimento dei danni. Le cosiddette politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Questo perché molti dei danni del global warming sono già parte delle nostre vite: i ghiacciai si sciolgono, il livello dei mari si innalza divorando le coste, la desertificazione delle aree temperate è ormai alle porte, persino in Italia dove, a causa della siccità e delle anomale ondate di caldo,  si contano già danni all’agricoltura per un miliardo di euro.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

CO 2 fuori controllo, verso la catastrofe con ottimismo.

Mi ricordo anni fa un profetico Beppe Grillo che, proprio in riferimento ai cambiamenti climatici, parlava di un ironico avanzamento della civiltà verso la catastrofe con ottimismo. Sono passati dieci anni da allora…9550-10309

Poi, in questi dieci anni, si sono avvicendati governi, si sono fatte le famose conferenze internazionali sul clima, tanti dicono di salvaguardare l’ambiente, anche i peggiori inquinatori, e il risultato è che non solo non si è invertita la rotta, ma si è pigiato il piede sull’acceleratore.  Era difficile fare peggio, eppure ci siamo riusciti. Nonostante i dati inconfutabili, nonostante le costanti grida di allarme delle organizzazioni ambientaliste, nonostante una ormai compatta comunità scientifica che è d’accordo sul fatto che siamo i maggiori responsabili dei cambiamenti climatici, niente di tutto questo riesce a fermare il grill mondiale su cui allegramente ci stiamo infilzando. Non solo non si è fatto alcun progresso serio, ma il maggior paese inquinatore pro capite, cioè gli USA, ha eletto come Presidente il peggiore Attila che l’ambiente abbia mai potuto vedere all’orizzonte, che ha smantellato qualsiasi minima ipotesi di intervento contro i cambiamenti climatici  riportando in auge addirittura il carbone. Dicono che a breve andremo su Marte ma ci si alimenta ancora con il carbone dell’ottocento, strano progresso questo. Non che il predecessore di Trump avesse fatto granchè, va detto chiaramente.  I risultati di questo suicidio, al quale assistiamo senza fare nulla, sono un nuovo record delle emissioni di CO2 arrivate alla folle soglia di 412 parti per milione, dopo aver registrato il 2016 come anno più caldo da quando, cioè da fine Ottocento, si misurano le temperature a livello globale. Gli esperti di clima ci dicono che di questo passo rischiamo di avere uno stravolgimento climatico nei prossimi anni che mai si è registrato nella storia da qui a decine di milioni di anni addietro. Nell’ultima conferenza sul clima a Parigi si sono dati l’obiettivo di mitigazione a 1,5/2 gradi centigradi e anche raggiungendo questa stabilizzazione avremmo grossi problemi, ma attualmente stiamo andando dritti verso un aumento di 3 gradi e più, cioè otterremo la devastazione assicurata. Siamo tutti attenti e premurosi con i nostri figli e ci preoccupiamo di ogni loro minimo stranuto, ma il futuro che gli stiamo più o meno coscientemente regalando è un futuro da incubo e senza alcuna speranza. Ci si allarma per i profughi che arrivano oggi sulle nostre coste ma questo è niente di fronte ai milioni di rifugiati ambientali che ci aspettano se continuiamo a non fare nulla. Ma ci si chiede come mai, nonostante tanti a parole si dicano a favore dell’ambiente e si parli sempre più spesso di rinnovabili e di biologico, la situazione precipita? Facile risposta: fino a quando la crescita sarà la religione di nazioni e popoli, non avremo scampo. Alla faccia dell’ambiente si continuano a produrre montagne di prodotti superflui, con relativi rifiuti ed emissioni.  La pubblicità continua a bombardare la gente dicendo che se non hanno il vestitino alla moda, l’orologio e il profumo che fanno uomo, la macchina nuova, l’ennesimo cellulare e così via, sono poveri e sfigati. E se noi dobbiamo avere tre macchine a famiglia e venti cellulari a testa, non si capisce perché non debbano averceli anche il cinese, l’indiano, l’indonesiano, il sudafricano, il messicano, il russo, il brasiliano, ecc, ecc. Abbiamo voluto e creduto alla favoletta horror della crescita? E adesso arrostiamo e procediamo verso la catastrofe con ottimismo. Solo la crisi della crescita ci può salvare. E tutti possiamo fare la nostra parte.

Fonte: ilcambiamento.it

Solo la Crisi ci può Salvare

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Energie rinnovabili: le 5 soluzioni energetiche contro i cambiamenti climatici

Scopri le 5 fonti delle energie rinnovabili attualmente usate per contrastare i cambiamenti climaticienergie-rinnovabili

Esistono cinque tipi di energie rinnovabili: l’energia solare, l’energia eolica, l’energia idraulica, la biomassa e la geotermica che attualmente costituiscono il mix di fonti usate per contrastare i cambiamenti climatici. Perché abbiamo così bisogno delle energie rinnovabili? Soffermandoci a guardare al nostro consumo sfrenato di energia da tutte le fonti: per la sopravvivenza dell’umanità nel medio termine, l’unica alternativa che abbiamo è quella di ricorrere all’uso massiccio di energie rinnovabili. La loro caratteristica comune è quella di produrre il meno possibile sostanze inquinanti e anche quella di combattere l’effetto serra. L’altro motore che ci spinge a pensare alle fonti rinnovabile è il cambiamento climatico che sembra provenire dalla nostra eccessiva produzione di gas ad effetto serra, principalmente dalla combustione di fonti fossili, il metano proveniente dalla digestione dei bovini e i gas provenienti da una serie di processi industriali. L’altro effetto che avremo andando nella stessa direzione sarà il miglioramento della qualità dell’aria: l’inquinamento adesso oscura il cielo e impedisce parzialmente il passaggio della luce, limitando il raggiungimento dell’energia solare.

Energia solare fotovoltaica o termica

L’energia solare è prodotta dai raggi del sole. C’è una distinzione da fare tra l’energia fotovoltaica e l’energia solare termica. La prima trasforma l’energia dei raggi solari in elettricità; la seconda trasforma questi stessi raggi solari in calore.

L’aria è all’origine dell’energia eolica

Gli antenati delle turbine eoliche sono i mulini a vento. Le turbine eoliche producono energia ed elettricità dal movimento delle masse d’aria. L’ Europa ha prodotto lo scorso anno 65.946 MW (+ 15%), di cui 3.404 in Francia (+ 38%), in base ai risultati del Consiglio Mondiale di energia eolica (Global Wind Energy Council, GWEC. Secondo l’Associazione europea dell’energia eolica (EWEA), l’Italia è il terzo produttore europeo Italia (3.736 MW), la Francia è il quarto più grande produttore europeo con 3.404 MW, con un incremento del 38%. La Francia viene subito dopo la Germania (23.903 MW) e la Spagna (16.754 MW). In totale, i paesi dell’Unione europea hanno prodotto 65 946 MW nel 2008, con un incremento del 15% in un anno.

Energie idroelettriche grazie alle correnti marine

L’energia idroelettrica è ottenuta direttamente dall’acqua, o da dighe, maree e correnti oceaniche, onde o dall’incontro tra acqua dolce e salata. Per rimanere rinnovabile, l’energia termica oceanica, che viene dalla differenza di temperatura tra l’acqua profonda e quella superficiale, deve a sua volta essere sfruttata con cautela, per evitare le interruzioni del flusso naturale dei mari.

La biomassa: energia dalla materia organica

L’energia da biomassa comprende il legno, biocarburanti (derivati ​​da piante come la colza o di barbabietola) o biogas. Questa energia viene prodotta mediante combustione o metabolizzazione di materiale organico. Oggi, la nostra principale fonte di energia sono i prodotti fossili incastonati nella crosta terrestre: essi rappresentano circa 300 a 400 mila anni di biomassa. Continuando le operazioni a questo ritmo, questo stock prezioso sarà andato perso in pochi decenni.

Trarre energia dal terreno, energia geotermica

L’energia geotermica è un’energia rinnovabile dall’estrazione dell’energia contenuta nel terreno. Può essere utilizzata per il riscaldamento, ma anche per la produzione di energia elettrica. Questa è una delle poche energie rinnovabili che non dipendono dalle condizioni atmosferiche. Bisogna far notare che per far sì che l’energia geotermica rimanga sostenibile, il ritmo con cui è estratto questo calore non deve superare la velocità alla quale quest’ultimo viaggia all’interno della Terra.

Quale energia rinnovabile è migliore: quale scegliere?

Oggi non possiamo rispondere a questa domanda perché non abbiamo abbastanza esperienza, e stiamo attualmente utilizzando una piccola percentuale di energie rinnovabili nel nostro consumo quotidiano, quindi la risposta piu’ prudente sarebbe dire che ci servirebbero tutte. L’energia solare per esempio è complementare con quella eolica; il fotovoltaico anche se più costoso, ha un funzionamento semplice ed è disponibile ovunque la maggior parte degli uomini vive anche se per limitatamente alle ore di irraggiamento solare o alla sua disponibilità. Non utilizzare le risorse di biomassa dei nostri rifiuti è ridicolo: anche se dobbiamo in ogni caso trattarli, spesso bruciandoli; sfruttare l’energia termica per migliorare la produzione di elettricità e di calore dovrebbe essere il senso comune per tutti noi. La gente sulle spiagge sono costantemente “disturbati” dal suono del mare: non pensare di sfruttare le onde come una risorsa energetica rinnovabile sarebbe incongruo. Per quanto riguarda l’energia eolica, l’interesse può completare solo il sole durante il giorno. L’Europa è diventata il più grande produttore di celle fotovoltaiche attraverso gli sforzi della Germania, che ha deciso alla fine del secolo scorso, di riscattare l’energia solare elettrica ad un prezzo che ha permesso la stabilità finanziaria dei produttori. Condizioni vantaggiose di rimborso di energia sono stati concessi anche ad altri produttori di energia “pulita” (eolica, biomasse), che ha permesso la nascita di nuove industrie che rappresentano oggi più di 100 mila posti di lavoro. La maggior parte degli altri paesi europei hanno seguito la Germania, in particolare la Spagna, che ha un clima piu’ mite e molto piu’ soleggiato rispetto ai suoi vicini del nord, che consente l’ammortamento più rapido e una maggiore redditività degli impianti. L’energia eolica sta anche procedendo ad alta velocità e già rappresenta una quota significativa della produzione di energia elettrica in Danimarca (> 20%) e Germania (> 10%). È un po’ più difficile da impiantare in aree popolate a causa del suo impatto visivo, ma ha il vantaggio di produrre molto più dell’impianto fotovoltaico.

Fonte:  Futura-sciences, Futura-sciences