È il clima a mettere a rischio la salute dei bambini di oggi e di domani

I cambiamenti climatici stanno già danneggiando la salute dei bambini di tutto il mondo e il rischio è quello di conseguenze a lungo termine sulla loro vita, se niente cambierà. Ovvero se il mondo continuerà a seguire la rotta attuale senza perseguire l’obiettivo dell’Accordo sul Clima di Parigi. È quanto emerso da una tavola rotonda sul rapporto “The Lancet Countdown on Health and Climate Change”.

È il clima a mettere a rischio la salute dei bambini di oggi e di domani

Clima e salute, un binomio ormai indissolubile. Se ne è discusso all’Istituto superiore di Sanità in occasione di una tavola rotonda dedicata alla riflessione sul rapporto The Lancet Countdown on Health and Climate Change pubblicata su The Lancet, frutto della collaborazione tra 120 esperti di 35 istituzioni di tutto il mondo – tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il University College di Londra e l’Università di Tsinghua – che ha analizzato 41 indicatori chiave, suggerendo quali azioni intraprendere per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. I cambiamenti climatici stanno già danneggiando la salute dei bambini di tutto il mondo e minacciano conseguenze a lungo termine sulla loro vita, se niente cambierà. Ovvero se il mondo continuerà a seguire la rotta attuale senza perseguire l’obiettivo dell’Accordo sul Clima di Parigi, ratificato da tutti i paesi UE: mantenere dal 2015 al 2100 l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 2 ̊C, sotto cioè ai livelli della prima rivoluzione industriale (1861-1880).

Ecco, in sintesi, come il clima potrebbe condizionare un’intera generazione secondo il rapporto.

-I neonati saranno più soggetti alla malnutrizione: con l’aumento delle temperature, infatti, il potenziale di resa media di mais (-4%), frumento (-6%), soia (-3%) e riso (-4%) è gradualmente diminuito negli ultimi 30 anni e, di conseguenza, i prezzi degli alimenti basati su questi cereali sono aumentati.

-I bambini saranno tra i più colpiti dalle malattie infettive: il 2018 è stato il secondo anno che climaticamente ha favorito la diffusione di batteri, causa di gran parte delle malattie diarroiche e delle infezioni da ferite a livello globale.
-Durante l’adolescenza, l’impatto dell’inquinamento atmosferico peggiorerà, con morti premature che nel 2016 hanno raggiunto i 2,9 milioni (oltre 440.000 dovute al solo carbone); l’approvvigionamento energetico globale da carbone è cresciuto dell’1,7% dal 2016 al 2018, invertendo una tendenza al ribasso.

-Da adulti vedranno intensificarsi gli eventi meteorologici estremi, con 152 dei 196 paesi che hanno registrato un aumento delle persone esposte agli incendi dal 2001-2004, e un record nel 2018 di 220 milioni di persone oltre i 65 anni esposte alle ondate di calore (63 milioni in più rispetto al 2017). Invece, percorrere fino in fondo il cammino tracciato dall’accordo di Parigi potrebbe consentire ai bambini nati oggi di crescere in un mondo in grado di raggiungere l’obiettivo zero emissioni entro il loro 31° compleanno e garantire un futuro più sano per le generazioni future. Solo un taglio del 7,4% l’anno delle emissioni di CO2 fossile dal 2019 al 2050, avvertono gli studiosi, limiterà il riscaldamento globale, secondo l’obiettivo più ambizioso di mantenere questo aumento entro 1,5°C.

Gli autori di The Lancet Countdown chiedono un’azione coraggiosa per invertire la tendenza in quattro aree chiave:

-fornire una rapida, urgente e completa eliminazione graduale dell’energia a carbone in tutto il mondo;
-garantire che i paesi ad alto reddito rispettino gli impegni internazionali di finanziamento per il clima di 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per aiutare i paesi a basso reddito;

-aumentare sistemi di trasporto pubblico e attivo, in particolare a piedi e in bicicletta, come la creazione di piste ciclabili e programmi di noleggio o acquisto di biciclette a prezzi accessibili ed efficienti;

-fare grandi investimenti nell’adattamento del sistema sanitario per garantire che i danni alla salute causati dai cambiamenti climatici non sopraffacciano la capacità dei servizi sanitari e di emergenza di curare i pazienti.

Fonte: ilcambiamento.it

Sostenibilità: un bando di 15 milioni per la cooperazione degli enti territoriali

L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) ha aperto un bando per finanziare attività di partenariato territoriale: l’iniziativa è tesa a contribuire al raggiungimento dei 17 SDGs delle Nazioni Unite nell’ambito di uno sviluppo economico, ambientale e sociale. Favorire le azioni degli Enti territoriali, soprattutto in partenariato, dirette a contribuire al concreto raggiungimento, nei territori, degli obiettivi previsti dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: è questo l’obiettivo del nuovo bando Promozione dei Partenariati Territoriali e implementazione territoriale dell’Agenda 2030 dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. All’iniziativa dell’AICS possono partecipare le Regioni e gli Enti territoriali nazionali che propongono azioni dirette volte al raggiungimento due obiettivi generali. Il primo è dedicato a contribuire allo sviluppo dei Paesi partner (Obiettivo 1), operando a sostegno della capacità di governo delle istituzioni locali, rimuovendo gli ostacoli che impediscono – a livello territoriale – i processi di sviluppo sostenibile; un percorso che è anche teso a promuovere lo sviluppo di servizi del territorio, socio-sanitari, anagrafici, educativi, di formazione professionale, che garantiscano un accesso inclusivo soprattutto per le donne, i minori, i giovani, gli anziani e le persone con disabilità.

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Winding Road through a City Park

Foto tratta da Freepik

L’altro macro obiettivo prevede di contribuire alla promozione di uno sviluppo urbano/territoriale sostenibile e resiliente (Obiettivo 2), attraverso l’implementazione di misure di adattamento ai cambiamenti climatici in ambiente urbano,  con la riduzione degli effetti dell’inquinamento nelle città e/o in territori più ampi. Tutto senza dimenticare di sostenere l’aumento dell’efficienza dei servizi di pubblica utilità che possano impattare positivamente sull’ambiente. “Per entrambi gli Obiettivi Generali – si legge nel bando dell’AICS – sarà importante il trasferimento, da parte degli enti territoriali italiani, di esperienze e migliori pratiche sviluppate dagli stessi”.

Le proposte di progetto dovranno essere inviate via email – con l’opportuna documentazione – entro il 25 marzo 2020 all’indirizzo PEC bando.rel@pec.aics.gov.it. Il bando intende quindi favorire il coinvolgimento e valorizzare il ruolo di enti locali e soggetti no profit, presenti nel territorio di riferimento dell’Ente proponente; i beneficiari, a questo proposito, accederanno al fondo di 15 milioni di euro e potranno richiedere un contributo non superiore all’80% del costo totale dell’iniziativa.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Lunga vita alle nostre Alpi!

È completamente cambiato il volto delle Alpi e ciò a causa dell’intervento umano invasivo e spesso privo di rispetto per l’ambiente, la biodiversità e il territorio. Dobbiamo dire basta, dobbiamo esigere che i beni comuni naturali siano preservati senza riserve.

Lunga vita alle nostre Alpi!

Se è vero che il cambiamento positivo si vede dalle piccole iniziative sia personali che istituzionali, le nostre montagne sono l’esempio lampante di come tale cambiamento sia lontano dall’essere realizzato. La nostra catena madre, le Alpi, che è stata per secoli un crogiolo di tradizioni, culture, popoli in armonia con la natura e che è stata il miraggio di centinaia di alpinisti dall’800 in poi, si è trasformata in molti casi in modo irreversibile. Intere vallate sono state percorse da strade di grande comunicazione che sono utilizzate ogni anno da milioni di mezzi (nel 2017 sono transitati dal Brennero 2.200.000 veicoli).  Prati e pascoli hanno ceduto il posto ad alberghi e piste di sci (nella sola Val Gardena si trovano oltre 175 chilometri di piste per lo sci da discesa e oltre 17 000 posti  letto in oltre 1000 strutture ricettive); i ghiacciai, che abbagliavano lasciando senza fiato il visitatore dei primi del ‘900, sono ridotti a lingue grigiastre di ghiaccio sporco in continua e veloce diminuzione. Cosa è successo dunque alle Alpi, ed in misura minore ai nostri Appennini? Hanno conosciuto il progresso ed suoi temibili effetti.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI

La temperatura cresce costantemente. Durante l’estate del 2019 si sono registrate temperature eccezionali (lo zero termico è arrivato ad essere sopra i 5000 metri a Giugno), un fenomeno sempre più frequente sull’arco alpino e che provoca lo scioglimento delle nevi perenni e dei ghiacciai, l’aumento di frane per dilatazione termica delle rocce, la diminuzione di specie botaniche nivali che tendono a spostarsi sempre più in alto, riducendo  così (fino a scomparire)  il proprio habitat originario. Le conseguenze sul mondo delle piante possono sembrare marginali, ma in realtà si riverberano su tutta la catena alimentare, arrivando a destabilizzare specie animali come lo stambecco. I cambiamenti climatici sono particolarmente insidiosi e distruttivi proprio negli ambienti estremi come le aree glaciali della zona mediterranea, dove i loro effetti intervengono in ecosistemi fragili ma di enorme importanza, sia per le ricadute ambientali che economiche (dell’acqua che scende dalle cime alpine si giovano oltre 20 milioni di persone nella sola Italia). Se guardiamo ai ghiacciai come serbatoi d’acqua potabile, il 10% delle nevi perenni della Lombardia sono andati persi negli ultimi 12 anni!

L’INQUINAMENTO

Se pensiamo di andare a respirare aria pulita scordiamoci le Alpi. L’inquinamento, dovuto all’enorme numero di mezzi che percorrono o attraversano il territorio montuoso, rimane intrappolato in vallate strette dove spesso si accumula, fino a raggiungere valori impensabili.  Il biossido di azoto, il PM10 ed il benzene registrano spesso valori allarmanti e sono prodotti sia dal traffico automobilistico che dai riscaldamenti di ex villaggi trasformati in città d’alta quota. L’aria risulta irrespirabile e tossica in località come Bormio, Cortina, Moena, dove si sforano più volte le soglie consentite.   A Courmayeur sono stati registrati 59 mcg (microgrammi) al metro cubo di PM10, quando il limite indicato dall’OMS sarebbe intorno ai 40 mcg. Come se non bastasse, uno studio pubblicato nel 2014 sulla rivista scientifica Environmental Science and Pollution Research dimostra che” le Alpi formano una trappola geografica e meteorologica per inquinanti atmosferici, inclusi composti organici volatili e semi volatili emessi nelle pianure circostanti” (P. Schreder et al.)

Ulteriori analisi ci portano ad osservare come la catena montuosa sia un vero e proprio “cancello europeo” per le merci. Ogni anno transitano intorno alle 180 milioni di tonnellate di merci sia su camion che su treno. Ma se la Svizzera è virtuosa con oltre il 67% delle merci su rotaia, Austria e Francia crollano miseramente con gli autoarticolati a dominare indiscussi, rispettivamente il 68% e il 90% delle merci trasportate. Una immane e continua colonna che produce inquinamento giorno e notte e che vede l’Italia come principale paese di passaggio, provenienza o partenza delle merci anche a causa della posizione strategica nel Mediterraneo.     

Se migliaia di camion e centinaia di migliaia di auto lasciano il loro fumoso ricordo, non vanno meglio i pesticidi che si accumulano nel suolo, nelle acque e perfino sugli altissimi ghiacciai. Le vette tirolesi e trentine ne sono un esempio importante. La produzione massiccia ed industrializzata di mele ed altra frutta è un motore potentissimo di inquinamento. I pesticidi usati nelle vallate alpine così come in pianura sono trasportati in alta quota dove tendono a stabilizzarsi sui ghiacciai ed i nevai. Uno studio pubblicato su Environmental  Pollution nel 2019 da C. Rizzi et al., dimostra  come l’insetticida Chloropyrifos sia presente in tutti i ghiacciai ed i torrenti da essi generati. Un’altra sostanza rinvenuta  è il pericoloso erbicida Terbuthylazine. Va da sé che le acque sono inquinate e gli organismi fragili che le abitano si trovano a rischio, così come la salute dell’uomo e la filiera agricola che in alta montagna è prevalentemente biologica.

IL TURISMO

Le Alpi sono da sempre luogo di fascino e bellezza che ha attirato turisti e villeggianti da ogni parte del mondo. Proprio per questo l’ecosistema alpino sta collassando. La smania di vedere o meglio consumare un luogo, unita alla creazione di uno  sport di massa, ha trasformato vallate intere in distese di cemento  con negozi e ristoranti a perdita d’occhio. Le foreste hanno ceduto il posto alle piste di sci, le sorgenti si sono prosciugate per consentire a piscine e spa di funzionare o per la neve artificiale che deve sempre e comunque garantire il divertimento a migliaia di ottusi inconsapevoli, che scorrazzano su migliaia di chilometri di piste ed impianti di risalita. Qualche numero è doveroso: le centinaia di chilometri quadrati di piste innevate artificialmente sulle nostre amate montagne richiedono, da sole, ogni anno, 95 milioni di metri cubi di acqua (ogni metro cubo sono 1000 litri) e 607 Gwh di energia, pari a quella usata da una città di un milione di abitanti per 8 anni consecutivi. Tutto questo comporta emissioni di CO2 di parecchi milioni di tonnellate, oltre alla scomparsa di molti habitat (solo l’11% delle specie erbacee riesce a sopravvivere sulle piste).    Per rifornire di acqua, necessaria alla neve artificiale, si creano laghi artificiali come fossero aiuole per i fiori. Nella  sola area di Trento ce ne sono già 26 e il progetto di un ulteriore lago sul Monte Bondone ha sollevato dubbi e proteste.

Sciare spensierati su piste artificiali oggi è, oltre che insulso, particolarmente deleterio per l’ambiente. Richiedere la realizzazione delle Olimpiadi invernali a Cortina è stato un atto criminale per un progetto che andrà a vantaggio solo dei soliti speculatori e delle grandi imprese del turismo, distruggendo natura e paesaggio. Se però il cambiamento epocale avverrà e apriremo gli occhi, di tale progetto rimarranno solo le macerie e le spese . Perché, se vogliamo salvare le nostre montagne ed il nostro pianeta, non ci sarà più spazio per tutto ciò. Le vette rimarranno oltre noi e dunque lunga vita alle nostre Alpi! 

Fonte: ilcambiamento.it

Il 2020 è… l’anno internazionale della salute delle piante!

Emergenza climatica, inquinamento e problemi ambientali. E se questo nuovo anno fosse all’insegna della biodiversità e della tutela degli ecosistemi? La FAO ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della Salute delle Piante” per aumentare la consapevolezza verso i problemi legati al mondo vegetale e garantire la tutela della nostra salute e di quella del pianeta. Inizia il nuovo anno e porta con sé tanti buoni propositi. Tra questi, in particolare, c’è un obiettivo che ci vorrebbe tutti coinvolti allo stesso modo: l’ambiente e la cura delle piante. L’assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della salute delle piante”, affinché la comunità internazionale riconosca l’importanza del mondo vegetale, della sua e della nostra salute. Ecosistemi agricoli, forestali, acquatici: la salute delle piante costituisce un presupposto necessario per garantire sicurezza alimentare, approvvigionamento delle materie prime e biodiversità. Lo sapevate che le piante costituiscono l’80% del cibo che mangiamo e producono il 98% dell’ossigeno che respiriamo? Tuttavia, ogni anno fino al 40% delle coltivazioni mondiali viene distrutto da malattie e parassiti, con conseguenze catastrofiche che colpiscono intere popolazioni e con gravissimi danni all’agricoltura, principale fonte di reddito per molte comunità.

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Per questo motivo le politiche e gli interventi per promuovere la salute delle piante sono considerati fondamentali per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, proprio come testimoniato dall’obiettivo 2 che si prefigge di porre fine alla fame, realizzare la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione promuovendo l’agricoltura sostenibile o come definito dall’obiettivo 15 che intende proteggere gli ecosistemi terrestri.

«Come per la salute umana o animale, anche per le piante prevenire è meglio che curare», ha sottolineato Qu Dongyu, Direttore Generale della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) a margine della riunione del Consiglio dell’Agenzia delle Nazioni Unite. Proteggere il mondo vegetale da malattie e parassiti risulta infatti molto più economico che affrontare le emergenze fitosanitarie in quanto, spesso, queste sono impossibili da debellare e la loro gestione è lunga e costosa. Con l’inizio di questo nuovo anno diventiamo tutti protettori delle piante, attraverso le numerose azioni che possiamo quotidianamente intraprendere. Sul sito web dedicato a quest’iniziativa sono disponibili consigli e suggerimenti su ciò che ognuno di noi può fare per tutelarne la salute.

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A Torino il Festival sulla salute delle piante

Torino e il Piemonte saranno questo 2020 protagonisti attraverso un percorso che avrà come fulcro il “Festival Plant Health” che si svolgerà a Torino dal 4 al 6 giugno. Saranno tre giorni di conferenze, spettacoli, mostre dedicate alla salute delle piante e dell’ambiente, con lo scopo di coniugare il sapere scientifico con il carattere divulgativo e avvicinare i cittadini al dibattito su temi oggi fondamentali come i cambiamenti climatici, la globalizzazione dei mercati e la sicurezza alimentare. Il progetto è portato avanti da Agroinnova, il Centro di Competenza per l’Innovazione in campo agro-ambientale attivato presso l’Università degli Studi di Torino da ricercatori e ricercatrici che da diversi anni si occupano di difesa delle piante. Saranno diversi i temi che verranno affrontati nelle conferenze e nelle tavole rotonde come comunità sostenibili, azioni per il cambiamento climatico, professioni legate alla cura delle piante, difesa delle colture e dei sistemi agricoli e alimentazione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/2020-anno-internazionale-salute-piante/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un’apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile.

Il suicidio dell’Australia in fiamme che nega i cambiamenti climatici e provoca un'apocalisse

Il WWF ha dichiarato che oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi in Australia. Un olocausto, una perdita gigantesca di biodiversità, la distruzione irreparabile di zone incontaminate poichè da settembre a oggi sono bruciati 8,4 milioni di ettari in tutta l’Australia, una superficie pari a quella dell’Austria. E laddove il fuoco non è riuscito a ucciderli gli animali, verranno abbattuti migliaia di cammelli per impedire loro di abbeverarsi alle riserve di acqua rimaste. Nelle fiamme che non accennano a placarsi, a oggi sono morte 25 persone e sono bruciate almeno 2 mila case. Il fumo degli incendi è visibile fino in America Latina dove una nube ha coperto il cielo in Cile e Argentina. E in Nuova Zelanda le nevi e i ghiacciai si sono coperti di cenere, aumentando con ciò l’assorbimento del calore dai raggi solari che non vengono riflessi a sufficienza e quindi aggravando ancora di più la situazione. Purtroppo ancora una volta ci tocca registrare di avere tristemente ragione: non solo si verifica quello che noi disperatamente diciamo da sempre ma ciò accade in maniera ancora più disastrosa di quello che ci si attendeva. Eppure c’è ancora chi taccia gli ambientalisti di essere catastrofisti, esagerati ed estremisti. Andatelo a dire in Australia, enorme girone dantesco in preda alle fiamme che l’uomo non sa più come affrontare. Quello stesso piccolo, arrogante distruttore e completamente folle uomo che crede che con la sua tecnologia risolverà qualsiasi problema. Dov’è in Australia la fantastica tecnologia che tutto può? Come mai tutta la mirabolante intelligenza artificiale unita, che ci dovrebbe mandare pure su Marte, non è in grado di fare niente, nemmeno di salvarci sulla terra? Come mai tutte le techno corporation informatiche che ci inondano di prodotti strabilianti, facendo stratosferici profitti, non risolvono il problema con le loro bacchette magiche tecnologiche in grado di farci credere dai nostri scintillanti cellulari che ormai possiamo qualsiasi cosa? Dove sono gli Elon Musk, gli eredi del mitico Steve Jobs dello “Stay hungry, stay foolish” che tanti uomini e donne rampanti affascina, dove è il re Mida Zuckerberg con le sue montagne di miliardi. Perché non risolvono il problema? Sarà perché a prescindere da quello che si racconta su questi personaggi edulcorandoli, non hanno altro obiettivo che il profitto. E quando non c’è altro che quello, la natura, la sopravvivenza umana è l’ultima delle preoccupazioni, anzi è la vittima sacrificale. E così nemmeno gli Dei tecnologici possono fare nulla e un intero continente è in fiamme alimentate da temperature che hanno sfiorato i 50 gradi, conseguenza diretta dei cambiamenti climatici.

Ma chi sono i responsabili di questa apocalisse? I governanti australiani ma anche chi li ha votati in un impeto suicida e ovviamente i media che sono in gran parte in mano al multimiliardario Rupert Murdoch, australiano anch’esso e convinto negazionista.  E perché negano i cambiamenti climatici? Perché l’Australia è il primo esportatore mondiale di carbone e gas e fra i maggiori produttori di emissioni climalteranti pro capite. Quindi venendo anche in questo caso prima di tutto il profitto,  la vita degli esseri viventi è solo un incidente di percorso, da mandare in fumo appunto. E mentre c’è chi fa profitti, il paese brucia, muoiono persone, animali, piante in una tragedia che in maniera perversa alimenterà ancora di più i cambiamenti climatici ed eventi del genere, così come avviene ormai da anni anche in California, patria tra l’altro dei famosi Dei tecnologici informatici di cui sopra. Tutto questo in un paese come l’Australia che anche solo con la tecnologia solare applicata ovunque potrebbe alimentarci mezzo mondo e dare lavoro a milioni di persone; altro che carbone e gas! Quello stesso gas che è ancora il perno del Piano energetico nazionale del Paese del sole ovvero l’Italia e mica vorremmo essere più intelligenti degli australiani e puntare sul solare, per carità, non sia mai… Ancora una volta si conferma la profonda stupidità dell’uomo che si autodistrugge da solo portandosi dietro tutto e tutti, nonostante abbia a portata di mano le soluzioni per risolvere ogni  problema.  Chissà di cosa avranno bisogno ancora gli australiani e gli umani in genere per capire che si stanno scavando la fossa. A quanto pare non serve nulla, nemmeno la famosa pedagogia delle catastrofi di Latouchiana memoria, perché è di sicuro più importante seguire il gossip sui giornali di Murduch piuttosto che preoccuparsi della propria sopravvivenza e quella dei propri cari. E alle prossime elezioni, gli australiani voteranno pervicacemente gli stessi? Fino allo sterminio finale? Molto probabile.

Oggi l’Australia, domani il mondo intero, sarà il caso di darci una mossa?  Chissà? Ma aspettiamo ancora un po’, facciamo qualche altra inutile conferenza sul clima, discutiamo ancora con i negazionisti pagati dalle multinazionali dei fossili, accapigliamoci fra i partiti per ridicole questioni, tanto c’è tempo, andiamo avanti tranquillamente, non sta succedendo nulla di serio.

Fonte: ilcambiamento.it

Le emissioni di anidride carbonica continuano a crescere

(Foto: veeterzy on Unsplash)

Se da una parte le emissioni di anidride carbonica, il gas serra responsabile del riscaldamento globale, continuano ad aumentare, dall’altro, magra consolazione, crescono a un ritmo più lento rispetto al passato. A raccontarlo, mentre è in corso la Cop25 (l’annuale conferenza internazionale delle Nazioni Unite sul clima) a Madrid, sono stati i ricercatori dell’Università dell’East Anglia (Uea), in collaborazione con l’Università di Exeter, secondo cui quest’anno le emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili sono cresciute dello 0,6%, raggiungendo quasi 37 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2). Vale a dire una riduzione significativa rispetto all’1,5% nel 2017 e il 2,1% nel 2018. Lo studio Global Carbon Project 2019 è stato appena pubblicato su Nature Climate ChangeEarth System Science Data ed Environmental Research Letters.

Il tasso di crescita più lento delle emissioni di anidride carbonica nel 2019, spiegano i ricercatori, è dovuto principalmente a drastiche riduzioni dell’utilizzo del carbone da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea (-10%), e, in aggiunta, a una crescita più lenta dell’uso di carbone da parte di Paesi come la Cina e l’India. Inoltre, quest’anno, secondo le stime dello studio, le emissioni di CO2 dovute al consumo di petrolio, dovrebbero crescere dello 0,9%, mentre per quelle dovute all’uso di gas naturale, che rappresenta la fonte di emissioni in più rapida crescita, l’aumento previsto è del 2,6%. Mentre si prevede che le emissioni derivanti dalla combustione del carbone diminuiranno dello 0,9%.

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(Infografica: University of East Anglia, University of Exeter e Global Carbon Project)

Sebbene le strategie climatiche ed energetiche stiano emergendo, sottolineano i ricercatori, non sono ancora sufficienti per invertire la tendenza delle emissioni globali. “Un fallimento nell’affrontare prontamente i fattori trainanti alla base della continua crescita delle emissioni limiterà la capacità del mondo di spostarsi su un percorso coerente all’obiettivo dell’Accordo sul clima di Parigi”, spiega Pierre Friedlingstein, dell’università di Exeter. “La scienza è chiara: le emissioni di CO2 devono ridursi a zero a livello globale per fermare un ulteriore riscaldamento del pianeta”.

Le emissioni globali di CO2, ricordano i ricercatori, sono cresciute in media dello 0,9% all’anno dal 2010, più lentamente del 3% degli anni 2000. Mentre quest’anno le stime delle emissioni provocate dalla deforestazione, hanno raggiunto 6 miliardi di tonnellate di CO2, circa 0,8 miliardi di tonnellate in più rispetto ai livelli del 2018. Le emissioni totali di CO2 prodotte dalle attività umane – compresa la combustione di combustibili fossili e il consumo di suolo – dovrebbero raggiungere i 43,1 miliardi di tonnellate nel 2019. Mentre, la concentrazione di CO2 atmosferica nel 2019 dovrebbe essere del 47% al di sopra dei livelli preindustriali. In Europa, sempre secondo le stime del nuovo studio, le emissioni sono diminuite dell’1,7% nel 2019, con una riduzione prevista del 10% delle emissioni a base di carbone. Mentre, il consumo petrolio continua ad aumentare, portando a un aumento delle emissioni dei prodotti petroliferi dello 0,5%. Anche il consumo di gas continua a crescere, di circa il 3% di media, sebbene a un tasso molto variabile tra gli stati membri dell’Ue. “Le attuali politiche climatiche ed energetiche sono troppo deboli per invertire le tendenze delle emissioni globali”, spiega Corinne Le Quéré, ricercatrice dell’Uea. “Le politiche hanno avuto successo a vari livelli nell’implementazione di tecnologie a basse emissioni di carbonio, come i veicoli solari, eolici ed elettrici. Ma queste spesso si aggiungono alla domanda esistente di energia anziché sostituire le tecnologie che emettono CO2, in particolare nei paesi in cui la domanda di energia è in crescita. Abbiamo bisogno di politiche più forti volte a eliminare gradualmente l’uso di combustibili fossili”.

Fonte : Wired.it

Clima, a rischio anche le specie comuni

I cambiamenti climatici accelerano e la fauna non riesce ad adattarsi. A rischiare l’estinzione non sono solo animali esotici o lontano da noi, ma anche specie più comuni. Vi proponiamo la documentata analisi di Francesca Buoninconti, collaboratrice della rivista Micron.

Il clima cambia troppo velocemente e gli animali non riescono a tenere il passo. Non stiamo parlando delle specie che già sappiamo essere a rischio di estinzione, ma di quelle molto comuni e abbondanti, e perciò insospettabili. Così il capriolo (Capreolus capreolus), la gazza (Pica pica) o la cinciallegra (Parus major) potrebbero essere spazzati via dalla faccia della Terra proprio a causa dei cambiamenti climatici. A lanciare l’allarme stavolta non è l’ennesimo studio singolo, ma una meta-analisi di oltre 10.000 paper scientifici appena pubblicata sulla rivista Nature Communications e redatta da un team internazionale di 64 ricercatori. Per studiare la capacità di “adattarsi” al clima il team ha tenuto conto di due fattori: la morfologia e la fenologia delle specie. La morfologia, è risaputo, varia in relazione al clima e alla latitudine, dalle dimensioni corporee, alla lunghezza degli arti, fino allo spessore del derma o di una pelliccia. Mentre la fenologia di una specie è l’insieme dei fenomeni e delle diverse fasi che si succedono nell’arco di una vita: la nascita, la riproduzione, l’involo per gli uccelli, il letargo o le migrazioni. E dunque, per reagire al cambiamento climatico le specie animali hanno mostrato differenze nella morfologia? O cambiamenti nella fenologia? Si sono riprodotte prima o hanno modificato i tempi di migrazione? Proprio per rispondere a queste domande il gruppo di scienziati guidato da Viktoriia Radchuk, Alexandre Courtiol e Stephanie Kramer-Schadt del Leibniz-Institut für Zoo-und Wildtierforschung (IZW) di Berlino ha esaminato oltre 10.000 studi, trovando però dati completi e soddisfacenti per dare una risposta definitiva solo per 17 specie. Tutte terrestri o volatrici. Più in dettaglio? Quasi tutti uccelli e il capriolo. Per altre 1400 circa ci sono solo dati parziali. E purtroppo i risultati della meta-analisi sono decisamente preoccupanti per due motivi. Il primo è che gli animali rispondono al cambiamento climatico modificando più che altro la loro fenologia. Nelle regioni temperate, per esempio, l’aumento delle temperature è correlato con l’anticipazione di alcuni eventi biologici. Ma tali risposte adattative – affermano gli autori – sono generalmente insufficienti per far fronte alla rapida impennata delle temperature e talvolta vanno persino nella direzione sbagliata. Un esempio? I citelli della Columbia (Urocitellus columbianus), scoiattoli di terra nordamericani, ritardano il loro risveglio dal letargo, mentre invece dovrebbero anticiparlo. Così facendo non riescono a cogliere la primavera in anticipo per via dei cambiamenti climatici. Gli uccelli, invece, provano a deporre prima le uova o a migrare più in fretta riducendo la durata delle soste durante il percorso. Così facendo, però, rendono il lungo viaggio ancora più rischioso e arrivano – se arrivano – debilitati. Dall’analisi, quindi, è emerso che il riscaldamento globale non ha influenzato in modo sistematico i tratti morfologici di queste specie, come dimensioni e massa corporea, ma solo la tempistica degli eventi biologici, come la riproduzione e la migrazione, che avvengono in anticipo rispetto al passato. Nonostante l’impegno, però, i cambiamenti messi in atto dagli animali per star dietro al climate change stanno avvenendo troppo lentamente. E tra chi ne risentirà nell’immediato futuro ci sono anche specie oggi molto comuni, come la cinciallegra, il capriolo, la gazza, e persino la balia nera (Ficedula hypoleuca), la “regina delle faggete vetuste”. Specie di norma considerate abbastanza “brave” nel rispondere ai cambiamenti climatici. «Questo suggerisce che le specie potrebbero rimanere nel loro habitat, purché cambino abbastanza velocemente da far fronte ai cambiamenti climatici» spiega uno degli autori dello studio, Steven Beissinger dell’università della California – Berkeley. Però «è improbabile che ciò avvenga perché anche le popolazioni che mostrano un cambiamento adattativo lo fanno a un ritmo che non garantisce la loro sopravvivenza» gli fa eco Alexandre Courtiol. Certo è che, come dichiara il team, «restano ancora da analizzare le risposte adattative di specie rare o in via di estinzione. Ma temiamo che le previsioni sulla persistenza delle popolazioni di tali specie siano ancora più pessimistiche», spiega Stephanie Kramer-Schadt. Infatti, il prossimo passo sarà quello di estendere l’analisi anche ad altre specie per mettere a punto modelli di previsione. Nel frattempo, come dicevamo sopra, questa meta-analisi preoccupa però per un secondo motivo. Dal lavoro, infatti, emergono una serie di criticità che riguardano più da vicino la scienza e gli scienziati: c’è un “gap”, un “buco”, nella nostra capacità di fare previsioni a lungo termine sul destino che stiamo imprimendo agli altri abitanti del pianeta. Un gap che va colmato. Innanzitutto, la maggior parte dei 10.000 studi esaminati si riferisce a specie che popolano l’emisfero settentrionale (quello più studiato dall’alba dei tempi, in particolare l’Europa) e tutte le misurazioni vengono fatte nel periodo primaverile. È su questo e sull’anticipo della primavera che si concentrano la maggior parte delle ricerche. Inoltre, nonostante il numero enorme di paper scientifici presi in considerazione, sin da subito i ricercatori hanno capito che non tutti i taxa avevano ricevuto la stessa attenzione e che nella stragrande maggioranza dei casi non c’erano dati sufficienti. Le oltre 10.000 pubblicazioni sono infatti relative a 4.835 studi sul campo che, però, hanno analizzato solo 1.413 specie terrestri o volatrici, presenti in 23 paesi. E solo 71 ricerche hanno raccolto dati sufficienti per poter stabilire definitivamente che tipo di risposta adattativa abbiano gli animali al climate change. Purtroppo queste 71 studi riguardano solo 17 specie, quelle su citate, diffuse in soli 13 paesi. Per lo più uccelli «perché i dati completi su altri gruppi erano scarsi» come spiegano gli autori. E non c’è da stupirsi: gli uccelli detengono il primato per il numero di studi scientifici pubblicati in tutto il mondo. Bisogna quindi rimboccarsi le maniche e dare spazio alle specie – e alle loro “armi di sopravvivenza” – di cui sappiamo meno.  La speranza del team, infatti, è che questa analisi e i dataset messi insieme considerando 10.000 pubblicazioni diverse, «stimolino la ricerca sulla resilienza delle popolazioni animali di fronte al cambiamento climatico globale e contribuiscano a migliorare il quadro predittivo per poter intraprendere azioni di gestione e conservazione della fauna più efficaci e in tempi più rapidi» conclude Viktoriia Radchuk.

Chi è Francesca Buoninconti

Dopo la laurea in Scienze Naturali e il Master “La scienza nella pratica giornalistica” all’Università La Sapienza di Roma, ha lavorato alla Città della Scienza prima come redattrice per il Centro Studi con Pietro Greco e poi per il nuovo museo sul corpo umano Corporea. Per il festival di Scienza Futuro Remoto si è occupata delle grandi conferenze. Ha scritto di scienza per Radio Kiss Kiss e oggi collabora con Radio 3 e diverse testate come Il Tascabile, repubblica.it e la rivista Micron.

Fonte: ilcambiamento.it

Incendi: a rischio in Africa la seconda foresta pluviale del pianeta

Da settimane le fiamme stanno devastando diversi Paesi africani mettendo a rischio la foresta pluviale del Congo che ospita milioni di indigeni, custodisce migliaia di specie animali e vegetali e immagazzina 115 miliardi di tonnellate di CO2. Dopo gli incendi in Siberia e Amazzonia, Greenpeace rilancia l’allarme: “Se non proteggiamo le foreste, non saremo in grado di affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando”.

Dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016. In meno di una settimana – dal 21 agosto – sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.

Incendio in una foresta (immagine generica tratta da Pixabay)

«Facciamo presto. In Siberia e Amazzonia sono mancati interventi tempestivi e gli incendi hanno assunto proporzioni drammatiche. Chiediamo ai governi dei Paesi del bacino del Congo di adottare misure adeguate per impedire che le fiamme dalla savana si diffondano nella foresta», dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali. Immagazzina inoltre 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta. La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali.

«I cambiamenti climatici e le attività industriali che si svolgono nella foresta la rendono più vulnerabile agli incendi. È necessario porre fine a tutte le attività industriali che minacciano questa preziosa foresta: se non proteggiamo le foreste, non saremo in grado di affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando», afferma Borghị. 

«Invece di dare concessioni a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste, i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni Indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali». Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/incendi-rischio-africa-seconda-foresta-pluviale-pianeta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Torino, la città del cinema che parla di ambiente

Gaetano Capizzi, fondatore e presidente di CinemAmbiente, ripercorre la storia del festival nato a Torino oltre vent’anni fa, riflettendo sulla crescita della coscienza ambientale ed il suo influsso sulle produzioni cinematografiche.

Dai fratelli Lumière ad oggi l’ambiente ha sempre fatto parte del cinema assumendo una rilevanza e connotati diversi in accordo con la coscienza ambientale che si è andata via via sviluppando nell’opinione pubblica. La questione ambientale, oggi, non è rappresentata soltanto nei documentari ambientalisti ma è presente anche nel cinema mainstream, in linea con quella sorta di “egemonia culturale” dell’ambiente che oggi domina l’arte e l’immaginario. E questo non può che essere positivo.  Il cinema ambientalista, in particolare, ha adottato negli anni vari linguaggi e oggi mostra come suo fine evidente un forte richiamo all’azione di tutti, andando così oltre la denuncia e l’allarmismo. Di cinema e ambiente, della crescita della coscienza ambientale e del suo influsso sulle produzioni cinematografiche ha parlato il fondatore e direttore di CinemAmbiente Gaetano Capizzi, intervenuto ad un seminario su “Ambiente, cultura e spettacolo” organizzato dalla Federazione Italiana Media Ambientali (FIMA) presso l’auditorium del ministero dell’Ambiente di Roma.

Capizzi ha ripercorso la storia del festival cinematografico CinemAmbiente nato alla fine degli anni ’90 a Torino e giunto oggi alla sua 22esima edizione, che si terrà dal 31 maggio al 5 giugno nel capoluogo piemontese. Di anno in anno crescono le proposte ed il pubblico, che diviene sempre più giovane e variegato.

“Il festival CinemAmbiente è nato in un periodo di riflessione e sperimentazione sulla comunicazione, l’informazione e l’educazione ambientale. L’intento era quello di trovare la chiave per comunicare al grande pubblico in modo corretto i temi ambientali, che sono scientifici e complessi. Torino per un fortunato connubio era la città del cinema e la città dove le associazioni ambientaliste erano ben radicate: dall’unione tra persone che come me si occupavano di cinema ed attivisti ambientali è nato CinemAmbiente”.

La prima edizione ha avuto luogo nel 1998 ma il processo che ha portato alla nascita del festival era stato avviato due anni prima. “Nel 1996, decennale di Chernobyl, tutto il mondo cercava di ricordare quel momento con tante iniziative. Torino quell’anno ha presentato una rassegna cinematografica dedicata al disastro nucleare. Abbiamo scoperto infatti l’esistenza di vari filmati e siamo riusciti a trovare e presentare delle immagini impressionanti dei momenti dell’esplosione.  Era anche un periodo in cui era stata tolta la segregazione sugli esperimenti nucleari americani. Con la rassegna, dunque, abbiamo avviato una riflessione sul nucleare ed il risultato è stato un evento che ha riscosso molto successo di pubblico e critica. Abbiamo quindi pensato di estendere il racconto ad altre tematiche connesse all’ambiente e da lì è iniziata la nostra avventura”, ricorda Capizzi.

“Ci siamo trovati nel momento giusto: era il momento in cui esplodevano i problemi e iniziava a svilupparsi una certa consapevolezza. Negli ultimi 20 anni la crisi ambientale è divenuta evidente e ha iniziato ad influenzare anche l’arte. Oggi, ad esempio, ci sono scrittori che scrivono solo di tematiche ambientali e a Torino c’è un corso universitario di ecocritica, che consiste nella rilettura della letteratura dal punto di vista dell’ambiente. È un filone che attira molti studiosi e io spero che questa linea interpretativa venga estesa anche al cinema, perché anche i film possono essere riletti dal punto di vista della visione della natura”.

Il fondatore di CinemAmbiente fa notare che la natura ha sempre fatto parte del cinema, sin dai suoi albori. “Una delle prime immagini cinematografiche dei fratelli Lumière ritrae l’esplosione di un pozzo di petrolio. Poi ci sono stati grandi documentaristi come Robert Flaherty, pioniere e maestro del documentario, o l’italiano Vittorio De Seta che nella sua produzione riflette il cambiamento della Sicilia degli anni ’60. Il grande documentarismo, insomma, ha sempre guardato alla natura. Se prima però questa era lo scenario in cui si svolgevano fatti e drammi umani, ad un certo punto è divenuta protagonista. Poi, ancora, c’è stato un secondo momento coinciso con gli ultimi 20 anni in cui non si è più rappresentata la natura nella sua bellezza ma si è cominciato a puntare l’attenzione sui disastri ambientali”.

Gaetano Capizzi ricorda quindi che i primi documentari di questo genere erano realizzati e prodotti prevalentemente dalle associazioni ambientaliste e in particolare da Greenpeace che ha sempre focalizzato le proprie attività sulla comunicazione delle sue azioni a forte impatto simbolico o dimostrativo. In seguito le cose sono cambiate con l’avvio del filone del cinema ambientalista militante con alle spalle importanti firme e grandi case di produzione. “Si arriva così ad ‘Una scomoda verità’ di Al Gore, che a livello mediatico è stato una bomba, ha fatto scoprire i cambiamenti climatici al grande pubblico ed è uno dei documentari che ha incassato di più nell’intera storia del cinema. Un altro grandissimo successo è stato ‘The Cove‘, film sulla mattanza dei delfini che ha vinto l’Oscar”.

In Italia CinemAmbiente è divenuto il principale catalizzatore di questo genere che oggi più che mai è vivo e ha una produzione enorme. “L’anno scorso abbiamo ricevuto 3200 proposte di film per il nostro concorso”, dice Capizzi. “Più generale – continua – è evidente che l’ambiente in questi anni abbia sviluppato una sorta di egemonia culturale nell’immagine e nell’immaginario, e ciò a mio avviso è positivo. Si pensi alla pubblicità (non si può più vendere niente che non sia ‘green’, o perlomeno che sia spacciato come tale.) o allo star system che si è schierato dalla parte dell’ambiente (Leonardo DiCaprio, Madonna e tanti altri).

“Tutto il mondo del cinema è investito da questa egemonia culturale ambientale. Vedo un avanzare della sensibilità, un accoglimento della causa da parte degli artisti e del cinema mainstream, non solo ambientalista. Ormai è comune trovare il tema ambientale in molti film e film d’animazione ed è proprio così che alcuni ragazzi del movimento Fridays for Future hanno iniziato ad interessarsi ai temi ambientali, come hanno dichiarato loro stessi nelle interviste. Sarebbe interessante peraltro – aggiunge Capizzi – capire come una quindicenne, Greta, sia riuscita a smuovere milioni di giovani in tutto il mondo. C’è chi dice che si tratti di una moda, ma io non credo. Penso piuttosto che le nuove generazioni temano per il loro futuro e vogliano prendere in mano la situazione”.

“Di certo – afferma Capizzi – non si può dire che il cinema non abbia dato l’allarme sui cambiamenti climatici e sui problemi ambientali. Per molto tempo il cinema ambientalista è stato definito catastrofista e per questo accusato di allontanare il pubblico da questi temi. Con la nostra esperienza di CinemAmbiente vedo che i film degli ultimi periodi sono sì di denuncia ma non allarmisti e, soprattutto, danno informazioni pratiche su come fare a risolvere il problema di cui il film parla. Spesso alla fine del film c’è un decalogo delle azioni possibili da intraprendere nel concreto. Si tratta dunque di film che cercano di far uscire lo spettatore fuori dalla sala cinematografica con la speranza di poter far qualcosa in prima persona. Noi come utenti possiamo fare tanto, non tutto, ma molto sì. E il cinema oggi punta proprio a questo”.

Foto copertina
Didascalia: Environmental Film Festival
Autore: Cinemambiente
Licenza: Sito Ufficiale Cinemambiente
Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/torino-citta-cinema-parla-ambiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cambiamenti climatici: l’Italia sott’acqua. Ma chi se ne frega!

Nel corso degli anni, gli ambientalisti sono stati trattati sempre con sufficienza e come catastrofisti se ammonivano sui rischi di inquinamento e cambiamenti climatici. Ma, è evidente, che non erano esagerazioni…

Nel corso degli anni, gli ambientalisti sono stati trattati sempre con sufficienza e come catastrofisti se ammonivano sui rischi di inquinamento e cambiamenti climatici. Considerati esagerati, troppo preoccupati, perché comunque si credeva, e qualcuno incredibilmente lo pensa ancora, che la tecnologia ci avrebbe salvato e si sarebbe inventato qualcosa per farci passare indenni la “nottata”. 

Purtroppo però si sta verificando esattamente quanto dicevano gli ambientalisti e non sta arrivando nessun Messia a salvarci, né tantomeno ci salverà qualche magica tecnologia nascosta nel cilindro degli stessi apprendisti stregoni che ci hanno condotto fino al baratro. Ora anche la scienza dà ragione agli ambientalisti rompiscatole. Scienziati prestigiosi di rinomate e riconosciute istituzioni sono d’accordo nel confermare, con dati e studi accurati, la situazione ambientale avviata alla catastrofe per mano umana. Del resto anche senza gli scienziati ce se ne poteva rendere perfettamente conto, vista la situazione sotto gli occhi di tutti. Quella stessa scienza che si invoca indiscutibile, sacra e inviolabile solo quando c’è di mezzo il profitto ovvero quando si devono vendere farmaci, vaccini, combustibili fossili, concimi chimici, alimenti schifezza, ecc. Ma quando la scienza non fa guadagnare i mega squali del profitto e cerca semplicemente di salvare l’umanità, allora non conta più. Anzi viene combattuta a suon di consulenti pagati dalle grandi compagnie petrolifere e multinazionali in genere, per dire e scrivere ovunque sui media compresi i social, che gli scienziati stanno mentendo, i dati sono falsi, gli ambientalisti sono pagati dai russi, che fra le stupidaggini è la più roboante essendo la Russia uno dei paesi più inquinati della galassia a cui tutto importa, meno che dell’ambiente. E che dire poi circa i commenti dei fan del progresso quando denigrano e prendono in giro chi mette in discussione la crescita e ammoniscono che così torniamo alla preistoria? Ebbene proprio il loro progresso, la loro amata crescita del PIL ci sta riportando alle preistoria quando una parte dell’Italia era sommersa dalle acque. Addirittura l’ENEA, quindi non certo un covo di ambientalisti fanatici, ci dice che fra qualche decennio l’Italia sarà inondata a causa dei cambiamenti climatici e conseguente innalzamento del livello del mare di un metro. Circa 400 chilometri di costa spariranno e 5.686 chilometri saranno a rischio inondazioni. Cioè migliaia di persone che se ne dovranno andare dalle loro terre perché se le riprenderà il mare, compresa la tanto amata Venezia. E quindi avremo l’ondata dei profughi ambientali al di fuori dell’Italia e i profughi ambientali che verranno direttamente da dentro l’Italia. Una situazione simile significa che prossimamente ci dibatteremo in maniera ancora più grave fra incendi, dissesti idrogeologici, siccità, inondazioni e vivremo una situazione estremamente pesante. E nonostante ciò non si balza sulla sedia e non si agisce.  Siamo di fronte ad una catastrofe con problemi enormi da affrontare, costi spaventosi e cosa si sta facendo per fermare tutto ciò? Nulla, zero, nada, nisba.

La politica, sostanzialmente, se ne frega altamente, tutta presa a inseguire consenso, like e potere, ad accapigliarsi su ridicole leggi e leggine che quando saremo spazzati via tutti, conteranno meno che zero. Ma al politico attaccato a immagine, soldi, potere e poltrona, cosa vuoi che gliene freghi dei cambiamenti climatici, è un tema che non paga a livello elettorale. Al massimo nella loro proverbiale intelligenza e sagacia diranno che se le nostre coste verranno inondate, ci si trasferirà sulle montagne.  I media riportano notizie sul dramma climatico se e molto dopo altre notizie fondamentali per la nostra esistenza… come le primarie del PD, cosa ha mangiato Salvini oggi o quale era il vestito più bello indossato al festival di Sanremo.  E il tanto decantato popolo? Non si pone granché il problema e in caso aspetta che ci pensi la politica fra una Nutella e l’altra e nel frattempo si va avanti come se nulla fosse. Di fronte a questi atteggiamenti assurdi, viene da chiedersi se una specie vivente che si sta comportando in maniera così profondamente folle meriti ancora di stare nel paradiso che è la nostra meravigliosa terra.  Abbiamo la casa in fiamme con i parenti dentro e noi pensiamo se sia il caso di indossare una giacca piuttosto che un’altra perché se ci filmano nel salvataggio dobbiamo apparire trendy. Sembra che la nostra stupidità sia così profonda, radicata e senza speranza che sacrificheremmo tutto, anche la nostra stessa sopravvivenza e quella dei nostri figli e nipoti. Oltre ai soliti ambientalisti, solo gli studenti, grazie all’extraterrestre Greta Thunberg, stanno facendo sentire la propria voce ma ancora non preoccupano particolarmente i potentati criminali.

In questa situazione drammatica, come persone singole abbiamo comunque in mano un potere enorme. Così come insegna Greta, dall’alto della saggezza dei suoi 16 anni, serve essere moralmente incorruttibili da fama, soldi e potere, convinti di cambiare e determinati a farlo. Con questi ingredienti si possono spostare montagne. Quindi innanzitutto: boicottare e acquistare il meno possibile prodotti che non hanno alcun rispetto per persone e ambiente, chiedendosi sempre cosa c’è dietro a quello che acquistiamo in termini ambientali e di sfruttamento delle persone.  Se si decide di votare, lo si faccia per quei politici che hanno come programma al primo posto l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra di almeno l’80%  tassativamente entro il 2030. Tale programma deve essere sottoscritto con il sangue attraverso un regolare contratto e in caso di non ottemperamento, il politico dovrà pagare multe milionarie e la perdita di tutti i diritti civili. Fondamentale è poi organizzarsi in gruppi e comunità di persone per riabitare campagne, borghi, paesi abbandonati in posti di estrema bellezza e ricchezza naturale che sono ovunque in Italia che ormai si sta spopolando, fra la gente che se ne va e i figli che non si fanno più. Realizzare progetti il più possibile di autosufficienza alimentare ed energetica con scambio di eccedenze in un ottica di eco vicinato. Recuperare e far rinascere l’artigianato dappertutto con l’obiettivo di avere la maggiore autonomia possibile in fatto di materiali riducendo la dipendenza dall’estero. Tanto con le prossime crisi di approvvigionamento, in ogni caso dovremmo fare senza molti prodotti che arrivano da fuori Italia. Le città devono fare piani di autosufficienza energetica e alimentare mettendoli al primo posto come obiettivi delle amministrazioni comunali. A livello statale si deve avere come politica prioritaria e urgente la salvaguardia dell’ambiente creando milioni di posti di lavoro nei settori immensi che ne sono connessi: energie rinnovabili, risparmio energetico e idrico, efficienza energetica con la  riqualificazione del patrimonio edilizio, agricoltura biologica, recupero, riuso e riciclo materiali, ecoturismo e cultura. Non bisogna aspettare niente e nessuno per realizzare questi obiettivi perché è già tardi, occorre organizzarsi  immediatamente per cercare quantomeno di salvarsi ma ben sapendo che da solo non si salva nessuno. Quindi unirsi agli altri e creare relazioni di comunità forti e solidali, il solo, unico, vero, efficiente welfare. Nell’emergenza si farà di necessità virtù e di fronte all’immobilismo o all’aperta contrarietà di politica ed istituzioni, preoccupate di perdere il loro potere, nasceranno forme diverse di decisione e organizzazione realmente paritarie e partecipative. Questo avverrà se non altro perché attraverso strutture decentrate ed efficienti e soprattutto sburocratizzate, ci potrà essere qualche speranza di sopravvivenza. Se poi la politica in uno scatto di orgoglio e destandosi dal suo torpore, vorrà dare una mano, ben venga ma meglio non sperarlo o aspettarlo, si rischia di perdere altro tempo prezioso che non c’è più. Non  si può scherzare o sottovalutare la situazione perché la natura che abbiamo violentato in tutti i modi si sta pesantemente difendendo dal cancro umano che la vuole uccidere. Ed è evidente chi vincerà alla fine.

Fonte: ilcambiamento.it