Cambiamenti climatici: “Convertire tutti i settori dell’economia”

La differenza tra 1.5 e 2 gradi centigradi non è trascurabile e contenere il surriscaldamento del pianeta entro questa soglia potrà ridurre in maniera significativa i danni climatici – ondate di calore, siccità, incendi boschivi, alluvioni – che altrimenti potrebbero diventare devastanti. È quanto emerge dal rapporto del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC). Legambiente commenta: “Un obiettivo ambizioso ma attuabile. Serve, però,una rapida e profonda riconversione di tutti i settori dell’economia. L’Europa e l’Italia sono chiamati a tradurre in realtà l’Accordo di Parigi”.

“Il rapporto del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), presentato oggi dimostra che molte delle disastrose conseguenze dei cambiamenti climatici in corso possono essere evitate se si rispetta la soglia critica di 1,5 gradi centigradi. Si tratta di un obiettivo ambizioso che siamo, però, ancora in grado di raggiungere. Ma serve una rapida e profonda riconversione di tutti i settori dell’economia globale. Domani i ministri europei dell’ambiente si riuniranno a Bruxelles e, insieme a tante altre associazioni europee, abbiamo chiesto loro di dare concreta attuazione a questa speranza. L’Italia può e deve avere un ruolo da protagonista in Europa non solo per tradurre in realtà la promessa di Parigi, ma soprattutto per accelerare la transizione, fondata su efficienza energetica e rinnovabili, verso la decarbonizzazione dell’economia europea. Solo così sarà possibile vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese italiane ed europee”.ciclone-cambiamenti-climatici

È il commento di Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, a seguito della pubblicazione del rapporto speciale dell’IPCC, commissionato e approvato dai governi che nel 2015 avevano firmato l’Accordo di Parigi. Una presentazione che arriva alla vigilia della riunione dei ministri europei dell’ambiente, chiamati ad adottare la posizione europea per la prossima Conferenza sul clima (COP24) di Katowice, in programma il prossimo mese di dicembre. Il rapporto costituisce la più approfondita ed autorevole valutazione degli impatti dovuti all’aumento della temperatura media globale. Si dimostra, oltre ogni dubbio, che la differenza tra 1.5 e 2 gradi centigradi non è trascurabile e che contenere il surriscaldamento del pianeta entro questa soglia potrà ridurre in maniera significativa i danni climatici – ondate di calore, siccità, incendi boschivi, alluvioni – che altrimenti potrebbero diventare molto pericolosi e devastanti.

“È evidente che servono impegni di riduzione delle emissioni molto più ambiziosi di quelli sottoscritti a Parigi, ma invertire la rotta è possibile sia dal punto di vista tecnologico che economico – sottolinea ancora Zanchini –. Ai ministri che si riuniranno domani, a partire da quello italiano, chiediamo per questo di accelerare la transizione verso un’Europa rinnovabile e libera da fonti fossili. Il Consiglio Ambiente deve pertanto impegnarsi ad aumentare entro il 2020 gli obiettivi europei, in linea con la traiettoria di riduzione delle emissioni compatibile con la soglia critica di 1.5°C, così da poter raggiungere zero emissioni nette entro il 2040 sulla base delle possibilità e responsabilità di leadership globale dell’Europa”.cambiamenti-climatici-stop

Decarbonizzare non serve solo a contrastare i cambiamenti climatici, ma produce anche benefici sociali ed economici. Legambiente ricorda, infatti, che un’azione climatica in linea con gli obbiettivi di Parigi, secondo il recente rapporto della Commissione Globale su Economia e Clima, può far crescere l’economia mondiale di ben 26.000 miliardi di dollari, creare 65 milioni di nuovi posti di lavoro ed evitare 700.000 morti premature per l’inquinamento atmosferico già entro il 2030. Un impegno che non solo offre grandi opportunità di sviluppo economico e occupazionale, ma che consente una drastica riduzione dei costi dovuti agli impatti climatici. Secondo Eurostat, nel 2015 le perdite economiche sono state di ben 11.6 miliardi di euro. Mentre un recente studio dell’Agenzia europea dell’ambiente stima costi sino a 120 miliardi l’anno con un aumento della temperatura globale di 2°C e addirittura 200 miliardi se si raggiungessero 3°C.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/cambiamenti-climatici-convertire-tutti-settori-economia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Smartphone, entro il 2020 saranno i dispositivi più inquinanti soprattutto a causa delle emissioni

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Lo dice uno studio canadese: “Per ogni messaggio di testo, per ogni telefonata, ogni video che carichi o scarichi, c’è un centro dati che fa in modo che questo accada e che consuma molta energia derivante da combustibili fossili. È il consumo di energia che non vediamo” . Secondo uno studio della  Mcmaster University di Hamilton (Canada) gli smartphone saranno i dispositivi più dannosi per l’ambiente entro il 2020, non solo per la mole di rifiuti dovuti all’obsolescenza programmata, problema ormai noto, ma anche per l’impatto sulle emissioni nocive generate dalla loro produzione e dal loro utilizzo. Il professor Lotfi Belkhir, docente di Total Sustainability and Management alla Mcmaster University e autore della ricerca, ha studiato l’impronta di carbonio di dispositivi come smartphone, laptop, tablet, desktop, ma anche dei data center e delle reti di comunicazione, scoprendo che le Tecnologie di Comunicazione e Informazione hanno un impatto maggiore sulle emissioni di quanto si pensasse e la maggior parte di queste deriva dalla produzione e dal funzionamento: “Per ogni messaggio di testo, per ogni telefonata, ogni video che carichi o scarichi, c’è un centro dati che fa in modo che questo accada – spiega Belkhir – Le reti di telecomunicazioni e i data center consumano molta energia per servire le persone e la maggior parte dei data center continua ad essere alimentata dall’elettricità generata dai combustibili fossili. È il consumo di energia che non vediamo.”

Tra tutti i dispositivi, le tendenze suggeriscono che entro il 2020 i dispositivi più dannosi per l’ambiente saranno gli smartphone che consumano relativamente poca energia per funzionare, ma la cui produzione ha un impatto enorme sulle emissioni: la maggior quantità di energia è quella che serve per produrre il chip e la scheda madre perché sono costituiti da metalli preziosi che vengono estratti a un costo elevato. Gli smartphone hanno anche una breve vita che guida l’ulteriore produzione di nuovi modelli e questo genera una quantità colossale di rifiuti.”Chiunque può acquistare uno smartphone e le società di telecomunicazioni rendono facile acquistarne uno nuovo ogni due anni”.
Secondo i dati presentati da Greenpeace lo scorso anno, dal 2007 al 2017 stati prodotti 7,1 miliardi di smartphone. Solo nel 2014, secondo uno studio della United Nations University, sono stati prodotti 3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici legati alla produzione di smartphone. Meno del 16% dei rifiuti elettronici globali viene riciclato. Solo due modelli su tredici, esaminati come parte delle ricerca da Greenpeace Usa e iFixit, avevano batterie facilmente sostituibili. Questo significa che, quando la batteria inizia a scaricarsi, i consumatori sono costretti e sostituire l’intero dispositivo. Nel 2020 le persone che posseggono smartphone saranno 6,1 miliardi, ovvero circa il 70% della popolazione globale. Belkhir lancia un messaggio chiaro alle compagnie: “I centri di comunicazione e data devono passare alle energie rinnovabili quanto prima, non c’è più tempo. La buona notizia è che i data center di Google e Facebook saranno gestiti con energia rinnovabile, ma dev’esserci una politica in atto che faccia in modo che tutti i data center seguano l’esempio.”

Fonte: ecodallecitta.it

Exe.it: il primo Data Center in Italia a emissioni zero

Lo sapevate che i data center, se prendiamo in considerazione l’Europa, il Nord America e l’Oceania, sono la prima causa delle emissioni di anidride carbonica? Exe.it è una società che opera nel bolognese dal 1988 nel settore dell’informatica, fornendo servizi ad ampio spettro e di specializzazione. Con il suo Green data center è diventata la prima società in Italia a fornirsi di un data center completamente a emissioni zero, strutturato per l’efficienza energetica.

Dopo aver incontrato Gianni Capra, amministratore della società Exe.it Srl Sb, mi capita spesso di domandare a persone molto informate sul tema dei cambiamenti climatici se conoscono una delle cause di questo problema. In molti mi rispondono: “gli allevamenti intensivi, la produzione e il consumo di carne in generale”. A quel punto rispondo: “ma sai che un quarto d’ora di video su You Tube consuma in termini di emissioni quanto tre giorni di un frigorifero casalingo?” e vedo gli occhi dei miei interlocutori sgranarsi, come a pensare che io sia un tantino pazzo. Non hanno tutti i torti, lo devo ammettere, ma in tanti non sappiamo una cosa davvero importante: esistono documenti ufficiali che certificano come prendendo in considerazione l’Europa, il Nord America e l’Oceania, i data center costituiscono i massimi emettitori di CO2. Se si considera il mondo nel suo complesso sono gli allevamenti intensivi ad essere i maggiori emettitori. Conosciamo tutto di Steve Jobs ma poco di personaggi come Gianni Capra, uno di coloro che hanno trovato una soluzione al problema senza farci sudare freddo mentre guardiamo il video della band che amiamo.

Scopriamo la storia di Exe.it e del suo Green data center.

Che cos’è Exe.it?

Exe.it Srl Sb (vi spieghiamo dopo cosa significa quella sigla finale) nasce nel 1988 come azienda di informatica dedicata ai servizi.  La vera svolta avviene però con la nascita di internet: dopo questo evento, Exe.it si è immediatamente proposta come hosting, realizzando siti internet e offrendo servizi di providing. Qualche anno dopo si è spostata verso i servizi informatici a più ampio raggio rivolti alle aziende, partendo dai lunghi noleggi di hardware. Da azienda commerciale è diventata così un’azienda specializzata nei servizi, cambiando completamente la mentalità aziendale.

Già in questa prima fase di internet, Exe.it si appoggiava ad un data center nella sua vecchia sede di Bologna: si tratta di una sala macchine che ospita server, storage, gruppi di continuità e tutte le apparecchiature che consentono di governare i processi, le comunicazioni così come i servizi che supportano qualsiasi attività aziendale. Se tutti noi abbiamo un blog personale, è all’interno di un data center che questo gira, è grazie a questo assemblamento di macchine (e non solo) che possiamo vederlo. Dopo venticinque anni di attività. la Exe.it ha deciso di costruirsi un proprio data center, oggi attivo a Castel San Pietro Terme in provincia di Bologna. Perché, e cosa ha di particolare?20139671_1476862075694062_4788166544982053265_n-1

Il Primo Green data center in Italia

“Da una piccola ricerca che abbiamo effettuato, abbiamo scoperto che la preoccupazione numero uno in termini di emissioni di CO2 da parte della Comunità Europea, del Parlamento Australiano e Canadese e del Congresso Statunitense sono i data center: una notizia che non sa quasi nessuno” ci spiega allora Gianni Capra, Amministratore di Exe.it Srl Sb.  “Se si considera il mondo nel suo complesso sono gli allevamenti intensivi ad essere i maggiori emettitori. Eppure, ad esempio, nella nostra regione, l’Emilia Romagna, il più grande emettitore di Co2 è un data center molto importante”. Perché questo? Perché anche solo soffermandosi sul territorio italiano, i data center sono migliaia e ognuno consuma delle quantità spropositate di energia elettrica. La causa della loro massiccia presenza è che la totalità delle comunicazioni oggi passa attraverso un data center: cinema, televisione, musica, radio, ovviamente internet e quant’altro. L’esplosione degli smartphone non ha fatto altro che incrementare questa tendenza.

“Avendo preso atto di questo, la nostra idea era quella di provare a costruire, progettare e realizzare il primo data center in Europa ad emissioni zero. Non ci siamo riusciti perché siamo stati preceduti da altri nove data center che sono in Nord Europa (tre in Islanda, due in Norvegia, due in Finlandia e due in Svezia) mentre realizzavamo il nostro. Dunque il nostro Green data center è l’unico data center ad emissioni zero nell’area compresa tra Amburgo, Lisbona ed Atene.6883_1009784319068509_6582728425691563248_n

La struttura

Per raggiungere questo obiettivo, Exe.it ha progettato una struttura che ospita il data center a zero emissioni di anidride carbonica: “Una componente fondamentale di questa struttura è il legno: tutto il data center è costruito con questo materiale, che permette un livello di efficienza termica non comparabile con qualsiasi altra tipologia costruttiva. Le pareti in legno hanno una caratteristica fortemente isolante e conferiscono allo stabile un’altissima efficienza energetica. Noi non abbiamo nemmeno l’aria condizionata negli uffici e non ne sentiamo minimamente l’esigenza. Si aggiunga a questo il tetto completamente ricoperto di pannelli fotovoltaici, in sovrapproduzione di energia da anni ormai. Inoltre i nostri armadi Rack, le strutture dove si installano i server fisici, sono a bassissima densità: noi ne mettiamo al massimo ventuno su quarantadue posti disponibili, permettendo un minore surriscaldamento. Un altro aspetto è l’alta temperatura di funzionamento dei data center: di solito in questo ambiente si lavora a diciotto-venti gradi massimo, e per far questo bisogna raffreddare l’ambiente con i condizionatori. Noi lavoriamo a ventisei-ventotto gradi e tutto è studiato in funzione di questo. Altro aspetto importantissimo è la rinuncia totale ai dischi rigidi: nel nostri data center ci sono solo memorie allo stato solido, come quelle dei nostri telefonini o delle nostre macchine fotografiche. Il combinato disposto di tutte queste scelte permette di condizionare soltanto il ventuno per cento del tempo annuo, contro il cento per cento di un data center tradizionale, che tra l’altro consuma il cinquantacinque per cento del totale proprio per condizionare. Questa è la dimostrazione che un data center ad emissioni zero è sostenibile anche economicamente, persino a queste latitudini”.20604263_1491017070945229_4216119595084781855_n

Le certificazioni

Un altro aspetto che conferma la veridicità e la non autoreferenzialità di quanto affermato da Capra sono le certificazioni ufficiali, obiettivo centrale che Exe.it ha perseguito come dimostrazione del proprio lavoro: “Siamo convinti che la divulgazione sia importante, ma allo stesso tempo crediamo che la certificazione che attesti la veridicità di quanto dichiarato lo sia altrettanto. Ecco perché ci siamo sforzati di ottenerla, sottolineo la parola vera perché ce ne sono molte di certificazioni false! Quelle vere vengono rilasciate da enti accreditati, che fanno capo ad un unico organismo nazionale che risponde al Ministero dello Sviluppo Economico e che si chiama Accredia. Il 27 gennaio 2016 noi abbiamo avuto la nostra certificazione di essere un data center ad emissioni zero da parte di un ente accreditato, con un traguardo in più, molto difficile da ottenere: il diritto legale di emettere delle sub-certificazioni a costo zero da rilasciare a tutti coloro che trasferiscono tutti o in parte i propri dati informatici qui da noi. Oggi tutti i nostri clienti ricevono dunque una certificazione vera, con un numero identificativo univoco che rimanda ad un database che è dell’Ente no-profit che ha stabilito le normative: il massimo dell’oggettività possibile.13007143_1058858434161097_2085150427746808041_n

Gianni Capra, amministratore della società Exe.it

La Società Benefit

Exe.it è anche una SB, una società Benefit, società Profit che però formalizzano e rispettano una particolare attenzione all’ambiente, al sociale o ad entrambe le cose. La Società Benefit è ora riconosciuta ufficialmente dallo Stato Italiano, primo paese in Europa e secondo solo agli Stati Uniti nel Mondo a riconoscere giuridicamente questa formula societaria, con la legge numero 208 del 29/12/15. “Anche questo aspetto della Società Benefit è una certificazione, abbiamo pensato subito che facesse al caso nostro. Lo dimostra anche il nostro stabilimento, dove ci sono tante aree dedicate unicamente al benessere delle persone che lavorano qua. Abbiamo costruito una sala musica, una taverna, una palestra, ci sono gli orti dove poter raccogliere delle verdure: tutto è a disposizione di tutti i dipendenti e questo rende più gradevole il vivere in un posto, quello di lavoro, che porta via tanto tempo della nostra esistenza. Essendo una Benefit Corporation abbiamo tante altre cose formalizzate e inserite nello Statuto, quali per esempio il recupero totale delle acque piovane e una rigorosa raccolta differenziata”.

Arrivato il momento dei saluti, Gianni mi esprime un desiderio: “Noi siamo fieri di questa primogenitura in Italia per quanto riguarda il data center, ma non deve rimanere un unicità: vorremmo che la dimostrazione che un data center, l’oggetto più inquinante al mondo, può essere sostenibile al cento per cento ed emettere assolutamente zero anidride carbonica, fosse divulgato e diffuso.”

Nel nostro piccolo ci abbiamo provato, speriamo di essere seguiti sempre di più anche noi.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/io-faccio-cosi-194-exe-it-primo-data-center-italia-impatto-zero/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Inquinamento e danni alla salute: “Evitiamo di sottovalutare il problema”

L’inquinamento dell’aria è causa di patologie acute e croniche e ad essere maggiormente a rischio sono bambini, anziani e donne in gravidanza. È quanto denunciano ISDE Italia e la Sezione Provinciale ISDE Torino. Respirare aria contenente elevate concentrazioni di polveri sottili, come da tempo succede agli abitanti della pianura Padana, provoca patologie acute e croniche. È quanto afferma la Sezione Isde di Torino, anche in relazione all’articolo comparso il 19/10/2017 su La Stampa dal titolo “Allarme smog a Torino, ma l’esperto frena: ‘Non esageriamo, le sigarette fanno molto peggio’”.air-pollution1

Si legge nel comunicato stampa a cura di Sede nazionale ISDE Italia e Sezione Provinciale ISDE Torino “Il raffronto, tra i danni causati dal vizio del fumo e i rischi conseguenti ad una esposizione forzosa ad aria inquinata, è improprio e fuorviante perché nel primo caso si tratta di una scelta individuale che ricade su chi la compie, nel secondo caso, viceversa, i rischi ricadono sull’insieme della collettività, comprese le sue frangie più suscettibili quali bambini, donne in gravidanza, anziani. Un simile approccio è, a nostro avviso, molto pericoloso, perché può influenzare negativamente sia le scelte cautelative individuali che, soprattutto, quelle dei decisori politici volte a migliorare la qualità dell’aria, scelte che appaiono sempre più necessarie ed urgenti, visto che – come emerge anche dal rapporto “Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease”, pubblicato nel 2016, la Pianura Padana è una delle zone più inquinate d’Europa. È ormai ampiamente documentato che a breve termine (qualche giorno) per ogni incremento di 10 mg/m3 di PM10 si hanno eccessi di mortalità per cause respiratorie e per cause cardio-polmonari ed eccessi di ricoveri per cause cardiache e respiratorie. Secondo quanto emerso da recenti studi non sembra trattarsi di un’anticipazione di eventi che sarebbero comunque accaduti, ma di un effetto netto di mortalità che sarebbe stata evitata se i livelli dell’inquinante fossero stati inferiori. Ancora più consistenti i rischi per la salute conseguenti all’esposizione a particolato fine dato che, per ogni incremento di 10 µg/m3 di PM 2.5 –si registra a lungo termine un incremento del rischio di morte del 6% per ogni causa, del 12% per malattie cardiovascolari e del 14% per cancro del polmone.random-pollution-facts

Nel 2013 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato l’inquinamento atmosferico (outdoor air pollution) come cancerogeno per polmone e vescica, ricordando che l’esposizione a polveri sottili (PM 2,5) ha causato nel mondo 3,2 milioni di morti premature nell’anno 2010 (prevalentemente per patologie cardiovascolari) e circa 223.000 morti per tumore del polmone.  Nell’ultimo Report “ Air quality in Europe” 2017 si stima che in 41 paesi europei si siano registrate per soli 3 inquinanti (PM2,5, NO2, O3) nel 2014 ben 520.400 decessi prematuri e che, solo in Italia, essi ammontino ad oltre 90.000. È inoltre documentato da tutti gli studi svolti a livello nazionale e internazionale che la cattiva qualità dell’aria si associa anche ad aumentato rischio di mortalità infantile, abortività spontanea, nascite pre termine, aumento dei disturbi dello spettro autistico, diabete, Alzheimer, brocopneumopatie e asma, solo per citare le patologie di maggior rilievo.  È parimenti necessario far rilevare come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la European Respiratory Society, raccomandino limiti più restrittivi sia per il PM10 che per il PM2,5, considerando non cautelativi per la salute pubblica quelli attualmente previsti dalla normativa vigente. Solo una maggior consapevolezza delle conseguenze che un ambiente inquinato ha sulla salute di tutti noi, unita alla ricerca e al riconoscimento delle molteplici fonti emissive, può far sì, tramite la lungimiranza dei decisori politici, che siano messe in atto delle misure strutturali efficaci (con tempi medio-lunghi di attuazione). Una riduzione dell’inquinamento atmosferico contribuirebbe altresì ad arrestare i cambiamenti climatici in atto che, come è noto, a loro volta aggravano il problema dell’inquinamento e sono ulteriore causa di danni incalcolabili alla salute umana”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/inquinamento-danni-salute-evitiamo-sottovalutare-problema/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

CO2 ai livelli più alti degli ultimi 800mila anni

I livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. È quanto riferisce Greenpeace sottolineando la necessità di una leadership forte e condivisa sul clima al meeting delle Nazioni Unite che si terrà a Bonn il mese prossimo.

“Nel giro di appena due giorni abbiamo visto come i livelli di anidride carbonica siano schizzati a livelli record nel 2016 e come i governi di tutto il mondo non stiano rispettando le promesse fatte a Parigi” dichiara Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Non c’è più tempo da perdere. Uragani, alluvioni e siccità non potranno che aumentare se i governi che si riuniranno a Bonn non decideranno di tenere i combustibili fossili sotto terra. Possiamo ancora raggiungere l’obiettivo di contenere a 1,5°C il riscaldamento globale se tutti si impegnano”.Immagine4

Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale i livelli di CO2 raggiunti lo scorso anno sono i più alti mai registrati negli ultimi 800 mila anni. Oggi un rapporto delle Nazioni Unite dice che gli impegni assunti attualmente dai governi sono sufficienti a raggiungere solo un terzo della riduzione delle emissioni prevista al 2030 dall’Accordo di Parigi.
“Un rapporto pubblicato da Lancet conferma inoltre le peggiori preoccupazioni sull’impatto sanitario dei cambiamenti climatici. Una ragione in più per mettere in atto politiche coerenti con l’Accordo di Parigi. L’Italia e l’Europa facciano la prima mossa alzando coerentemente gli obiettivi, inadeguati alla sfida, sia in Europa che nella Strategia Energetica Nazionale” commenta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/co2-livelli-piu-alti-ultimi-800mila-anni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Più emissioni di anidride carbonica e meno energia rinnovabile, è questa la via italiana per uscire dalla crisi

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Aumento dei consumi di energia (+1,6%) e delle emissioni di anidride carbonica (+1,9%) nei primi sei mesi del 2017. Gas verso i massimi nel mix energetico (38%) con un record di importazioni (92% del gas consumato). È quanto evidenzia l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano di Enea. La ripresa dell’economia italiana si riflette sullo scenario energetico nazionale con l’aumento (+1,6%) dei consumi finali di energia nei primi sei mesi del 2017; questa crescita, tuttavia, ha prodotto anche un aumento delle emissioni di anidride carbonica (+1,9%) con il conseguente rallentamento del percorso di decarbonizzazione. A evidenziarlo è l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano curata dall’ENEA, che individua tra le cause dell’aumento delle emissioni fattori di natura congiunturale come la ridotta piovosità che ha fortemente ridimensionato il contributo dell’idroelettrico.388332_2

Per l’intero comparto delle rinnovabili, l’Analisi rileva per il secondo trimestre una diminuzione del 7%, con il risultato che a fine 2017, per la prima volta dopo diversi anni, la quota nel mix energetico di queste fonti potrebbe fermare la sua crescita. Dall’Analisi emerge anche un ulteriore calo dei combustibili solidi (-9%) e del petrolio (-1%) e un nuovo significativo incremento sia dei consumi (+11% rispetto allo stesso periodo 2016) che delle importazioni di gas naturale (+10% nel primo semestre 2017). Questo aumento, insieme alla costante e strutturale diminuzione della produzione nazionale, fa sì che a fine anno la nostra dipendenza dal gas estero potrebbe superare il 92%, un nuovo record, con un ritorno ai massimi storici del peso del gas sull’energia primaria totale (38%).388332_3

Questi fattori hanno determinato un nuovo peggioramento dell’indice ISPRED che misura l’andamento di sicurezza, prezzi e decarbonizzazione nel nostro Paese. Se nel primo trimestre 2017 abbiamo rilevato un calo dell’indice del 10% su base annua, ora siamo a -17%, con -4% rispetto al trimestre precedente”, spiega Francesco Gracceva l’esperto ENEA che ha coordinato l’Analisi. “Il nuovo peggioramento è legato in particolare all’aumento delle emissioni, il terzo consecutivo dopo il +5% del IV trimestre 2016 e il +2,5% del I trimestre 2017. In questo scenario gli obiettivi europei di riduzione dei gas serra al 2020 restano comunque a portata di mano, ma il cambiamento della traiettoria di decarbonizzazione a partire dal 2015 rende più problematico il raggiungimento degli obiettivi al 2030”, conclude Gracceva.

Nello specifico, l’indice ISPRED segnala un peggioramento sul lato sicurezza sia degli indicatori del sistema elettrico che del gas, in uno scenario che negli ultimi anni ha visto riemergere alcune fragilità del passato. Sul lato prezzi, l’Indice evidenzia un peggioramento del 14% per effetto principalmente del prezzo del gasolio che, seppur in discesa, risulta il più caro dell’intera Ue (“primato negativo” in condominio con la Svezia e legato alla diminuzione della fiscalità in altri Paesi membri). Allo stesso tempo, aumentano i prezzi dell’energia elettrica per le piccole imprese (+1,3% del II trimestre con una stima di +3,7% nel III trimestre 2017) e del gas per le piccole utenze (+9% nel I semestre).

L’Analisi Trimestrale completa è disponibile qui

Fonte: Enea

Clima e emissioni CO2: la carne per cani e gatti inquina come 13 milioni di auto

Secondo uno studio pubblicato su PlosOne, nei soli Stati Uniti, per sfamare cani e gatti si emettono 64 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.http _media.ecoblog.it_c_c81_clima-e-emissioni-co2-la-carne-per-cani-e-gatti-inquina-come-13-milioni-di-auto

In un periodo di cambiamenti climatici e riscaldamento globale, in una delle estati più torride degli ultimi decenni con ondate di caldo che stanno creando danni economici enormi, arriva come un fulmine a ciel sereno uno studio scientifico che ci costringe a riesaminare il nostro modo di guardare alle emissioni di CO2. Da anni puntiamo il dito soprattutto su tre grandi fonti di emissioni di gas climalteranti: il settore energetico (in particolare le centrali elettriche alimentate da fonti fossili come petrolio, gas e carbone), quello dei trasporti (in particolare il trasporto privato, basato su auto di proprietà con motore a benzina o diesel a gasolio) e quello dell’alimentazione (con un occhio e un dito puntati sull’eccessivo consumo di carne). Tutto vero, ma se ci soffermiamo sull’ultimo settore, quello delle emissioni di CO2 derivanti dall’alimentazione carnivora, spunta adesso uno studio pubblicato su PlosOne che fa riflettere da cui si evince che, negli Stati Uniti, tra il 25% e il 30% delle emissioni di CO2 dipendenti dalla produzione di carne provengono dalla carne destinata al pet food. Il cibo per cani e gatti, insomma, da solo causa oltre un quarto delle emissioni del “comparto carne” americano. In questi calcoli sono incluse anche le emissioni derivanti dalle feci degli animali. Negli USA, spiega l’autore dello studio Gregory Okin, ci sono 77,8 milioni di cani e 85,6 milioni di gatti (dati 2015). Se questi 163 milioni di animali domestici fossero considerati uno Stato sovrano, esso sarebbe il quinto al mondo per consumo di carne, dopo Russia, Brasile, USA e Cina. Venendo al “lato sporco” dello studio, Okin ha stimato in 5,1 milioni le tonnellate di feci prodotte da cani e gatti in un anno negli Stati Uniti. Più o meno quante ne producono 90 milioni di americani. In totale le emissioni equivalenti di CO2 attribuibili a cani e gatti sono pari a circa 64 milioni di tonnellate. Che, più o meno, è quanto emettono 13,6 milioni di auto negli Stati Uniti ogni anno.

Okin fa notare che “Comparata a una dieta a base di piante, quella carnivora richiede più energia, territorio e acqua e ha un impatto ambientale superiore in fatto di erosione, pesticidi e rifiuti prodotti“. E di cani gatti vegani, aggiungiamo noi, ce ne sono ben pochi. Tuttavia, è lo stesso Okin che precisa che molto spesso i mangimi per cani e gatti sono prodotti partendo dagli scarti della filiera della carne e quindi non si tratterebbe, o almeno non del tutto, di tonnellate di CO2 aggiuntive rispetto a quelle emesse dall’americano medio con la sua dieta altamente carnivora. Ma lo stesso Okin, analizzando il pet food per ottenere i dati su cui iniziare il suo studio, ha notato che i “mangimi premium” contengono percentuali di carne superiore a quelli più economici. Per non parlare del fatto che l’umanizzazione degli animali domestici porta sempre più spesso i loro padroni a cucinare per loro, utilizzando alimenti utili per il consumo umano.

Questo, secondo Okin (che tra l’altro specifica e ribadisce di amare cani e gatti), può essere realmente dannoso per l’ambiente: “Un cane non ha bisogno di mangiare bistecche, un cane può mangiare cose che un umano sinceramente non può mangiare“.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

Air Ink, la start-up che vuole trasformare l’inquinamento in inchiostro

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La startup Air Ink ha ideato un modo per trasformare l’inquinamento in inchiostro.

L’idea è nata da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che hanno creato un macchinario capace di catturare l’inquinamento, condensando le emissioni e creando così un inchiostro d’altissima qualità per applicazioni serigrafiche e artistiche: ne hanno parlato anche i nostri colleghi di Blogo Motori, sottolineando anche come questa soluzione possa rappresentare una svolta nel riutilizzo dei gas di scarico delle automobili e, in generale, di tutte le strutture che emettono inquinanti nell’atmosfera. Nato nel 2013 al MIT il gruppo ha lanciato, nel febbraio di quest’anno, un crowdfunding su Kickstarter per finanziare l’evoluzione della start-up, che ha sede a Singapore: si possono acquistare diversi pacchetti di pennarelli neri con diversi tipi di punte. Con il dispositivo brevettato ideato da Air Ink, che si chiama Kaalink, 45 minuti di immissioni inquinanti in atmosfera si possono trasformare in 30ml di inchiostro “di alta qualità” (un pennarello). In generale gli inchiostri neri già presenti in commercio vengono realizzati con il carbonio prodotto da combustioni deliberate proprio a quello scopo mentre Kaalink punta a riutilizzare quello emesso dai tubi di scarico delle automobili. Il procedimento avviene in tre fasi: una prima fase di cattura delle emissioni, una seconda di rimozione dei metalli pesanti e delle sostanze cancerogene, che porta a ottenere pigmenti di carbone “purificati”, e una terza fase di produzione dell’inchiostro con tali pigmenti. Air Ink, di fatto, è il nome del prodotto finale: pennarelli con punte da 2mm, 15mm, 30mm e 50mm e un set di inchiostri serigrafici da 150ml ogni confezione.

Foto | Air Ink su Kikstarter

Fonte: ecoblog.it

76 associazione scrivono al ministro: «Vogliamo aria pulita»

Sono 76 le associazioni europee che hanno scritto una lettera aperta al ministro Gian Luca Galletti a proposito dell’apertura dei negoziati sulla Direttiva Europea in materia di limiti nazionali alle emissioni di determinati inquinanti atmosferici.

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«La cosiddetta direttiva NEC è l’unica opportunità di impostare una politica comune europea per l’aria pulita e salvare, letteralmente, migliaia di vite ogni anno di cittadini europei» si legge nella lettera firmata da Giulietta Pagliaccio, presidente FIAB-Federazione Italiana Amici della Bicicletta, a nome delle 76 associazioni europee che si occupano di sanità, ambiente, società civile, coltivazioni biologiche e benessere degli animali.  «Nei Paesi UE l’aria inquinata è tuttora un “killer invisibile” che ha causato 403.000 morti premature nel solo 2012 – prosegue la lettera – La scarsa qualità dell’aria contribuisce anche all’incremento di malattie croniche degli apparati cardiocircolatorio e respiratorio, quali asma, allergie, broncopneumopatia cronica ostruttiva (COPD, nella sigla inglese), cancro al polmone, ritardi nella crescita dei neonati e dei bambini. Incide molto su altre malattie croniche come diabete, malattie del fegato, obesità e leucemia infantile e sul benessere psicofisico. La spesa per la sanità pubblica direttamente connessa all’inquinamento dell’aria è stimata fra i 330 e i 940 miliardi di Euro annualmente, equivalenti al 3-9% del PIL dei paesi EU. La qualità dell’aria impatta anche sull’ambiente in generale, sulla biodiversità, le coltivazioni e la vegetazione in genere. La perdita di raccolto dovuta all’inquinamento è stata stimata in 3 miliardi di Euro l’anno (anno 2010). La Commissione Europea ha avanzato proposte che potrebbero aiutare a contrastare la gravità e la pervasività dell’inquinamento dell’aria, considerata un’emergenza di salute pubblica. Accogliamo con favore la proposta migliorativa proveniente dal Parlamento Europeo, in particolare il richiamo ad agire in fretta. Siamo seriamente preoccupati che il Consiglio Europeo voglia indebolire l’impianto della direttiva, causando 16.000 morti premature in più l’anno. Siamo altresì allarmati dal gran numero di deroghe e dalla flessibilità introdotta dal Consiglio Europeo, che rischia di rendere inefficace l’intera Direttiva, minandone l’intento di ridurre l’inquinamento dell’aria e di prevenire le morti premature. Noi Le chiediamo di appoggiare le seguenti 5 priorità durante i negoziati:

  1. Introdurre l’impegno a ridurre le emissioni fino al 52% degli impatti sulla salute rispetto al 2005 come proposto dalla Commissione Europea e dal Parlamento Europeo – in particolare nessun indebolimento degli impegni di riduzione delle emissioni di ammoniaca e PM2.5
  2. Introdurre obiettivi vincolati per il 2025 come richiesto dal Parlamento Europeo. Un’azione rapida per contrastare l’inquinamento dell’aria deve essere una priorità; attendere il 2030 prolungherà il periodo in cui si muore prematuramente.
  3. Rigettare la flessibilità non necessaria come gli adattamenti degli inventari delle emissioni, dei fattori di emissione e le medie calcolate su tre anni, che non sono giustificati e diluirebbero il livello di ambizione della Direttiva.
  4. Mantenere l’obbligo di riduzione delle emissioni da gas metano nella direttiva come modo di abbattere il livello dell’ozono al suolo. Noi invitiamo altresì la Commissione ad affrontare le emissioni nocive di mercurio in sede di revisione della Direttiva.
  5. Sostenere le disposizioni che consentano l’accesso pubblico alle informazioni, al fine di consentire la partecipazione dei cittadini alla formulazione dei programmi nazionali di contrasto all’inquinamento e consentire loro di agire in giudizio qualora il Governo non rispettasse la Direttiva.

Respirare aria pulita è uno dei bisogni umani fondamentali. Ogni cittadino europeo ha il diritto di crescere, vivere e lavorare in un ambiente che promuove la sua salute, anzichè attentarvi. Avere una buona qualità dell’aria richiede un’azione forte e impegni a livello di UE. E’ questo il tempo dell’azione. Ogni ritardo comporterà ancora inutili morti precoci, aumenterà l’impatto sulla salute pubblica e continuerà ad incidere sui costi sostenuti per la sanità pubblica».

 

Fonte: ilcambiamento.it

Oslo, auto bandite dal centro a partire dal 2019

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Stop alle auto private nel centro di Oslo entro quattro anni. Il nuovo governo di sinistra della capitale norvegese ha deciso di mettere al bando le auto private dal centro cittadino per contribuire alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Il partito laburista e i suoi alleati socialisti e Verdi, dopo la vittoria nelle comunali dello scorso 14 settembre hanno presentato un progetto a medio termine focalizzata sull’ambiente e sulla lotta ai cambiamenti climatici. Nel programma è previsto un divieto di accesso ai veicoli privati nel centro della città dove abitano appena 1000 persone, a fronte di 90.000 lavoratori. La proposta del nuovo governo di sinistra ha suscitato i timori degli imprenditori locali visto che ben 11 dei 57 centri commerciali della città sono situati nel centro cittadino. Il divieto alle automobili fa parte di un ambizioso piano con il quale si vogliono dimezzare, entro il 2020, le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. All’interno di questa strategia sono previste anche sovvenzioni per l’acquisto di biciclette elettriche, implementazioni della rete delle piste ciclabili e la riduzione del traffico automobilistico nella città nel suo complesso con due step: un – 20% entro il 2019 e un – 30% entro il 2030. Ed entro quella data tutte le vetture circolanti dovranno essere a emissioni zero.

Fonte: The Guardian