L’importanza dell’Autocostruzione, tra innovazione e tradizione

Collaborare per diffondere e divulgare i principi e le tecniche sostenibili è uno degli obiettivi della Rete Solare per l’Autocostruzione che, grazie a una rete capillare di esperti competenti in diverse regioni di Italia, favorisce la conoscenza e l’apprendimento di tecniche nel campo della bioedilizia e dell’autoproduzione.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione

“La rete è una struttura aperta a tutti coloro che sono interessati all’autocostruzione e alla condivisione dei saperi in un’ottica di partecipazione, di relazione e di fiducia”. Con queste parole si presenta la Rete Solare per l’Autocostruzione, Associazione che nasce nell’anno 2006 in Emilia Romagna con lo scopo di diffondere le tecniche legate alla sostenibilità e alla bioedilizia, promuovendone la conoscenza e divulgazione in Italia.  La rete nasce inizialmente con l’obiettivo di favorire la diffusione del solare termico, riponendo in un secondo tempo l’attenzione anche ad altri campi della bioedilizia. La volontà è quella di creare una solida collaborazione tra persone ed organizzazioni presenti sul territorio quali realtà associazionistiche, privati, enti pubblici o scuole. Daniela Re è presidente nonché una delle fondatrici dell’Associazione che in questo progetto crede molto e che, grazie alla preparazione nel campo dell’architettura, all’esperienza nell’ambito dell’efficienza energetica ed alla passione per le energie rinnovabili ed i materiali naturali, opera attivamente per aumentare la consapevolezza verso tali tematiche, contribuendo a renderle alla portata di tutti, proprio come ci racconta nell’intervista.

Di cosa si occupa l’Associazione?

“Obiettivo della rete è lavorare nell’ambito dell’autocostruzione promuovendo in Italia la diffusione e la conoscenza delle energie rinnovabili e dei materiali naturali in bioedilizia. L’Associazione è composta da esperti che conducono corsi e laboratori nelle diverse regioni di Italia in base alla richiesta dei soggetti interessati favorendo forme di condivisione e autoproduzione tramite un approccio prettamente pratico che consente loro di apprendere metodologie e tecniche sostenibili. Si tratta di una rete diffusa nelle varie regioni di Italia quali Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio e prevede la collaborazione e la cooperazione tra diverse realtà dislocate sul territorio”.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione-1536821291

Quali sono le attività e le esperienze che proponete?

“Proponiamo corsi di autocostruzione eolica che prevedono la realizzazione ed il collaudo di un aerogeneratore; corsi di solare termico per adulti che includono la costruzione di un vero e proprio impianto solare termico ed inoltre attività per le scuole che sono indirizzate alla produzione di un pannello solare per la produzione di acqua calda a scopo didattico. Promuoviamo corsi su intonaci a base di terra e a base di calce; corsi sulla costruzione di forni in terra cruda; autoproduzione di oggetti in feltro con cui produciamo tappeti o pannelli isolanti; laboratori di recupero e riciclo creativo. Infine, da circa un anno, abbiamo avviato corsi di orticoltura secondo i principi dell’agricoltura sinergica, attraverso la realizzazione di impianti di irrigazione goccia a goccia o la piantumazione di piante”.

Come sono strutturati i corsi e chi sono i destinatari?

“I destinatari sono nel complesso persone curiose ed interessate a conoscere i principi dell’autocostruzione e che vorrebbero applicarne le tecniche nella ristrutturazione della propria abitazione. Altri soggetti sono i tecnici con capacità ed interessi progettuali quali gli idraulici, gli architetti o gli ingegneri ed infine gli artigiani come i restauratori o i decoratori, stimolati ad apprendere nuove tecniche e a specializzarsi in nuovi materiali. I nostri laboratori hanno la caratteristica di essere destinati a tutti in modo che chiunque possa imparare, anche chi si trova alle prime armi. Le attività si svolgono prevalentemente durante i week end e sono pensate per realizzare il manufatto della persona che ci ospita e che ne usufruirà”.

Quali sono i principi su cui si basa la rete?

“I principi sono sicuramente lo sviluppo di tecnologie efficienti, semplici, appropriate ed economiche. Nei progetti che implicano un lavoro sull’esistente quali cascinali, rustici o abitazioni in campagna, cerchiamo di proporre l’utilizzo di materiali tradizionali “come si faceva una volta” e quindi favorendone il valore culturale ed evitando l’impiego di prodotti preconfezionati provenienti dall’industria”.

Quali sono gli ambiti in cui ricevete più richieste di consulenza?

“Le richieste più numerose che l’Associazione riceve riguardano i lavori di autocostruzione con la calce, i forni e le stufe in terra cruda. Negli anni passati abbiamo riscontrato un maggior richiamo nei confronti della tecnologia del solare termico che è andata sempre più consolidandosi. Recentemente abbiamo assistito ad un risveglio di interesse nei confronti dei materiali naturali e tradizionali che sosteniamo proponendo corsi con costi non proibitivi ed accessibili al maggior numero di persone”.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione-1536821321

Quali sono le criticità legate alla sensibilizzazione a tali pratiche?

“Riscontro nel complesso un grande interesse da parte delle persone ad approfondire le conoscenze su queste tematiche ma molte di loro si arrendono nell’esecuzione di un progetto a causa della difficoltà nel confrontarsi con gli addetti ai lavori causata dalla scarsa presenza di esperti che facciano formazione e che abbiano buone competenze nel campo della bioedilizia. Nel complesso la sensibilità nei confronti dei materiali tradizionali è cambiata positivamente, il problema è che tali tecniche negli ultimi vent’anni non sono più state trasmesse e praticate poiché sostituite dall’utilizzo massivo del cemento che, per via delle sue caratteristiche di praticità, comodità, resistenza e malleabilità, ha rappresentato la soluzione più conveniente. Un progetto che vorremmo sviluppare è proprio quello di proporre corsi formativi alle scuole edili, agli architetti ed agli addetti ai lavori al fine di diffondere e far scoprire le potenzialità delle tecniche sostenibili”.

Quali progettualità svolgi nel tuo studio a Torino?

“A Torino ho uno studio di architettura dal nome “Ecoprogetto” che, coerentemente coi principi della bioedilizia, è stato ristrutturato con tecniche di rivestimento tradizionali quali legno, calce e vernici naturali coniugando i miei interessi nel campo della sostenibilità con il contesto urbano circostante. Le attività che svolgo sono improntate all’efficienza energetica, alle energie rinnovabili e ai materiali naturali. Mi occupo della formazione di tecnici ed artigiani mostrando loro le pratiche da attuare tramite l’uso di materiali tradizionali e fornisco consulenze energetiche sull’utilizzo del solare termico.  Lo studio nel quale lavoro vuole essere uno spazio aperto a tutti, un luogo nel quale proporre attività, incontri e condivisione di pratiche di autocostruzione. Elemento qualificante è la presenza di un piccolo spazio verde che ho recentemente convertito in orto sinergico e dal quale provengono prodotti a Km0. La sua realizzazione è avvenuta in collaborazione con un gruppo di abitanti del quartiere con i quali abbiamo fondato un comitato dal nome “Oltre la Barriera” che si occupa di facilitare i processi sociali sul territorio in cui viviamo, ovvero Barriera di Milano”.

Cosa rappresenta la realizzazione dei tuoi progetti?

“La soddisfazione più grande che ricevo durante i corsi è entrare in contatto e condividere esperienze con persone che hanno una volontà e visioni comuni e che in questo modo creano una forte energia positiva.
Ciò che amo di più del mio lavoro è la consapevolezza di aver contribuito ad apportare un miglioramento nel mondo”.

Foto copertina
Didascalia: Rete Solare per l’Autocostruzione
Autore: Pagin Fb Rete Solare per l’Autocostruzione

Fonte: piemonte.checambia.org

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Non c’è sostenibilità possibile se non è ecologica e sociale allo stesso tempo

Non molti se ne rendono conto, purtroppo. Ma la natura offre all’uomo una serie di servizi che hanno un enorme valore, ma non di mercato. Ci sembrano gratuiti. E tali li considerano, ancora una volta purtroppo, anche gli economisti che aderiscono alla scuola classica.9879-10667

Ma gratuiti non lo sono affatto, perché quasi tutti i beni che la natura ci offre sono soggetti a depletion (esaurimento) e/o a pollution (inquinamento). Sentono l’impronta umana. È nostro interesse e, insieme, nostro dovere morale dare un valore ai beni della natura che sfuggono all’unico sistema di valutazione universalmente conosciuto o, almeno, concretamente applicato: il valore di mercato. Perché solo se ne riconosciamo il valore possiamo utilizzarli, quei beni della natura, in maniera sostenibile.  Di recente gli economisti ecologici hanno trovato un metodo – perfettibile, per carità – per dare un valore ai beni della natura al di là di quello di mercato: lo chiamano willingness to pay (WTP), che potremmo tradurre in “disponibilità a pagare”. Quanti quattrini sei disposto a tirar fuori per una spiaggia pulita e per un’aria tersa e per fermare l’erosione della biodiversità e per contrastare i cambiamenti climatici? Chi studia il rischio sa bene quanto conti la sua percezione. Se noi percepiamo che una spiaggia sporca o un’aria inquinata o la perdita di biodiversità o i cambiamenti del clima sono un rischio, allora siamo disponibili a impegnarci per minimizzarlo. Il willingness to pay altro non è che un modo di quantificare la percezione del rischio o anche, se volete, a valorizzare i capitali della natura che non hanno un valore di mercato. Ebbene, molte analisi, sia teoriche che empiriche, hanno dimostrato che la willingness to pay, la disponibilità a pagare per un bene naturale che non ha mercato cresce con il reddito. Con il reddito familiare, per una persona singola. Con il Prodotto interno lordo per una nazione. Più si è ricchi, più si è disposti a pagare. Ma la disponibilità a pagare e a riconoscere un valore ai beni della natura che non hanno un valore di mercato, dicono da tempo gli economisti ecologici, non cresce indefinitamente con il reddito. Al contrario, tende asintoticamente a un valore soglia. Non è sorprendente. A tutte le cose attribuiamo un valore massimo, che dipende sì dal nostro reddito, ma non solo da esso. Per una bella giornata al mare siamo disposti a pagare molto, ma non più di tanto. Per la sicurezza di un nostro figlio non c’è prezzo. È evidente che nell’attribuire un valore a beni – come una bella giornata al mare o a un figlio – intervengono altri fattori che non sono solo economici. Così è anche per la willingness to pay per i beni della natura. Quando attribuiamo (o non attribuiamo) loro un valore, entrano in gioco fattori economici ma anche fattori di altro tipo. Già, ma di che tipo?

Per quanto strano possa sembrare, pochi finora hanno tentato di rispondere a questa domanda. Alcuni, di recente, hanno tentato di farlo per via teorica. Ma solo ora abbiamo un’analisi che sia di tipo teorico che empirico: l’hanno resa pubblica nei giorni sulla rivista Ecological Economics il tedesco Moritz A. Drupp, dell’Università di Amburgo, e un gruppo di suoi collaboratori. Ed è una risposta inattesa, almeno in apparenza: oltre che dal reddito la willingness to pay dipende dal tasso di equità sociale del Paese in cui si vive. Il che significa che a parità di reddito, uno svedese o un tedesco (che vivono in paesi con alto tasso di uguaglianza sociale) è disponibile a pagare di più per un bene della natura di un americano o di un italiano, Paesi dove la disuguaglianza sociale è altissima. La risposta è solo in apparenza sorprendente, perché è chiaro che la percezione dei beni comuni è maggiore proprio lì dove la ricchezza individuale è meglio distribuita. È evidente, concludono Drupp e colleghi, che per diminuire l’impatto umano sull’ambiente e consumare meno e con maggiore oculatezza i capitali della natura dobbiamo lavorare anche per abbattere l’indice di Gini, ovvero il tasso di disuguaglianza di una società. Non è una proposta nuova, a ben vedere. In fondo lo sappiamo dai tempi del Rapporto Brundtland reso pubblico nel 1987 da una commissione indipendente proposta dalle Nazioni Unite che prendeva il nome dal suo presidente, la signora Gro Harlem Brundtland, primo ministro di Norvegia. Il rapporto sosteneva, né più e né meno, che non c’è sostenibilità possibile se non è, nel medesimo tempo, ecologica e sociale. E che il miglior modo per tutelare l’ambiente è costruire una società più giusta.

Pietro Greco

Laureato in chimica, giornalista scientifico e scrittore. È responsabile del Centro Studi di Città della Scienza e direttore della Rivista Scienza&Società. È autore di oltre venti monografie sulla scienza e sulla storia della scienza. È conduttore di Radio3Scienza. Collabora con le università Bicocca di Milano e Sapienza di Roma. Ha fondato, insieme ad altri, il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. È membro del consiglio scientifico di ISPRA. Collabora con la rivista Micron

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Piano d’azione Torino 2030, una visione sostenibile e resiliente del futuro

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Dopo l’elaborazione del Piano Torino 2030 da parte dell’Amministrazione si avvierà una fase di apertura e di condivisione con il territorio con quattro incontri (21 settembre, 10 ottobre, 7 e 28 novembre 2018, che si terranno presso la Scuola Holden) a cura di Urban Center Metropolitano.  “Torino 2030” è un Piano d’Azione che presenta la visione a medio termine delle scelte dell’Amministrazione. Un progetto fondato sulla sostenibilità e sulla resilienza, fili conduttori delle azioni che sono e saranno poste in essere. Il Piano presenta i progetti già avviati e quelli da avviare dall’Amministrazione e li colloca in uno scacchiere pluriennale con un importante obiettivo: realizzare una città che metta al primo posto il benessere delle cittadine e dei cittadini e la qualità della vita. Il Piano stabilisce obiettivi da raggiungere e azioni da compiere per realizzare la visione di Torino 2030, identificando priorità d’intervento. La metodologia: comunicare la visione della Città a cittadini e portatori d’interesse, condividere con loro obiettivi strategici e azioni strutturanti e cogliere dal confronto progetti e iniziative pubbliche e private con cui fare sinergia. Il Piano d’Azione Torino 2030 considera le vocazioni produttive e culturali già acquisite nella cassetta degli attrezzi della città: le trasformazioni già avvenute, che ci hanno permesso di diversificare un panorama di monocultura industriale che non si addiceva né alla complessità del passato di Torino, dotata di un patrimonio storico, naturale e culturale di primissimo piano e riconosciuto dall’Unesco tra i suoi tesori, né alle opportunità del futuro. Allo stesso tempo, il Piano indica nuove prospettive e linee di sviluppo improntate sui concetti di sostenibilità e resilienza. Sostenibilità nelle relazioni tra cittadini e tra quartieri; resilienza intesa come equilibrio che favorisce stimolo reciproco tra le comunità che compongono la nostra città. Sostenibilità economica per sanare i conti e indurre processi produttivi virtuosi e filiere più circolari. Sostenibilità energetica e dei consumi, sostenibilità dell’ambiente attraverso una gestione del territorio improntata alla qualità della vita dei suoi cittadini. Resilienza intesa come capacità di adattamento ai cambiamenti epocali, quelli economici sempre meno prevedibili, le trasformazioni sociali che ne derivano, e i cambiamenti climatici, ma anche come forza d’animo, pulsione positiva che stimola una risposta creativa alle sfide dei nostri tempi. Quattro i principi sui quali costruire i progetti e le politiche: una città deve essere partecipata, dinamica, vivibile e solidale, altrettante linee che si intersecano con i dieci settori di intervento dell’Amministrazione comunale (Urbanistica, Cultura, Economia, Istruzione, Welfare, Mobilità, Sport, Ambiente, Pari Opportunità, Innovazione) più il capitolo dei progetti speciali. In questa rete vanno a collocarsi i progetti d’innovazione e i nomi degli assessori cui fanno riferimento.

L’importante non è prevedere il futuro ma renderlo possibile”, scriveva Antoine De Saint Exupéry. Capire la strada che stiamo percorrendo e ipotizzare le deviazioni e gli ostacoli che avremo davanti, dotandoci di una visione come bussola nel tempo a medio termine che ci attende. Questi i prossimi passi: dopo l’elaborazione del Piano Torino 2030 da parte dell’Amministrazione, si avvierà una fase di apertura e di condivisione con il territorio con quattro incontri (21 settembre, 10 ottobre, 7 e 28 novembre 2018, che si terranno presso la Scuola Holden dalle ore 17,30 alle ore 19,30) a cura di Urban Center Metropolitano, per stimolare il dibattito sulle prospettive future della città. Poi il piano sarà portato all’attenzione della Città Metropolitana di Torino e saranno avviati confronti mirati con enti, istituzioni pubbliche e private, associazioni e imprese per costruire collaborazioni e sinergie. Il piano sarà monitorato con attenzione, nello svolgimento di ogni sua azione.

Non viene meno dunque la capacità di Torino di prepararsi ad affrontare il futuro attraverso la definizione di una visione che ponga in relazione la sua identità economica, sociale e ambientale con una realtà in continua evoluzione – spiega la sindaca di Torino, Chiara Appendino -. Costruire una città sostenibile e resiliente, dunque, significa prendersi cura dell’ambiente urbano, delle eccellenze e delle criticità; operare per il superamento di fratture e divari tra le sue parti, per raggiungere un equilibrio positivo tra le diverse dimensioni (sociali, economiche e ambientali) della vita dei cittadini e delle cittadine. Significa, soprattutto, chiudere la forbice delle disuguaglianze per creare le condizioni affinché a ciascuno sia data la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita”.

 

Qui il video dove la Sindaca e il Vice Sindaco Montanari presentano il Piano d’Azione Torino 2030

Fonte: Comune di Torino

YOUseful, la resilienza familiare

La modernità ci ha rincitrulliti, ci ha tolto immaginazione, prontezza di riflessi, versatilità; ci ha resi schiavi di tecnologia e fragilità superflue. Come uscirne? Con lo YOUseful, la resilienza familiare. Vi spiego cos’è.New plant germinate from the crack concrete of survival

Da vent’anni mi occupo di autosufficienza e sostenibilità con il progetto PeR, il Parco dell’Energia Rinnovabile. Facendo l’imprenditore ho cominciato a chiedermi come mai, se hai un’azienda, sei obbligato a fare un piano di sicurezza, avere un estintore, una cassetta di pronto soccorso e magari avere alle spalle un corso specifico antincendio e di pronto soccorso, mentre nelle nostre case la gestione dell’imprevisto e delle emergenze è lasciata al caso e all’improvvisazione.

Inconsciamente ci rassicuriamo con la speranza che qualcuno, in caso di difficoltà, arrivi e ci risolva il problema. E’ vero inoltre che questi argomenti, proprio perché evocano qualcosa di negativo, sono molto spesso sepolti nelle nostre coscienze, probabilmente perché se si verificasse uno degli incidenti possibili non sapremmo veramente come reagire. Ci troveremmo facilmente in una situazione dove lo stress, la paura, la tensione e una serie innumerevole di reazioni chimico/fisiche del nostro organismo ci farebbero agire veramente in modo poco efficace. Investendo molte delle mie energie nella bella realtà del Parco delle Energie Rinnovabili per la diffusione di buone pratiche ambientali e cercando di ispirare nelle persone il desiderio e il piacere di cambiare verso uno stile di vita più sostenibile, circa un anno fa ho cominciato a valutare la possibilità di ricavare da questa esperienza un progetto formativo che aiutasse le persone  a risolvere gli imprevisti con maggiore facilità. L’indipendenza dal sistema e l’autosufficienza sono elementi chiave che contrastano la forte dipendenza tecnologica che tutti noi oggi abbiamo. Io stesso per anni ho pensato che l’alta tecnologia fosse la risposta più logica ed efficace su cui investire e specializzarsi. Oggi a distanza di diversi anni spesi in quella direzione, ho riscontrato che la tecnologia è fragile, spesso instabile; per questo è molto importante avere un piano “B” . Se doveste rintracciare votro figlio per un determinato motivo e la comunicazione cellulare non funzionasse, come fareste?

Tutto il nostro sapere, le relazioni, i contatti, le immagini sono nel “cloud”. Permettetemi l’inglesismo, ma è l’immagine della società moderna. Non siamo interessati ad approfondire nozioni perché tanto abbiamo Wikipedia. Non sappiamo più a memoria numeri e riferimenti significativi dei nostri cari perché tanto li abbiamo salvati sul cellulare. Non abbiamo neanche una foto stampata dei nostri cari nel portafoglio, perché tanto l’abbiamo salvata sul web. Non voglio fare una retorica negativa, ma soltanto cercare di essere realistico. Se dovessi chiedere aiuto a qualcuno per cercare, supponiamo, la mia compagna e non funzionasse il web, come potrei mostrare che aspetto ha? La modernità ci ha un pò rincitrulliti; il fuoco, che ci ha resi diversi dalle scimmie, in caso di difficoltà sapreste accenderlo senza un accendino o un fiammifero?

Non dobbiamo dimenticarci che vivendo in Europa, abbiamo un’impronta ecologia di livello 4. Ossia utilizziamo risorse naturali pari a 4 pianeti!!! Non pensate che potremmo avere qualche difficoltà nel prossimo futuro? Potremmo sicuramente cambiare il nostro stile di vita ed è quello che cerchiamo di promuovere al PeR; ma se qualcosa andasse storto e i cambiamenti sociali ed ambientali arrivassero prima, come li affrontereste? La mia esperienza in Africa mi ha insegnato che la scarsità di cibo e risorse a cui sono sottoposti gli abitanti di quel continente, li rende capaci di improvvisare cose inimmaginabili con quello che si trovano a disposizione. Se aggiungiamo un forte istinto di sopravvivenza, i risultati si traducono in una resilienza invidiabile sulla quale riflettere. Proprio questa riflessione, unita a curiosità e interesse a trovare soluzioni che migliorino la vita su questo pianeta e all’enorme sapere che il genere umano ha sviluppato, mi ha ispirato l’idea di mettere a punto una nuova disciplina, lo YOUseful.

E’ ovviamente una delle molte strade percorribili e sicuramente ciascuno di voi potrà trovarne di altrettanto valide per affrontare gli imprevisti. Nello YOUseful ho cercato di non utilizzare una retorica negativa tipica dei corsi americani, ma propositiva, sviluppando tecniche e metodi che aiutino a far emergere le qualità di ognuno di noi, imparando a pianificare preventivamente con calma e metodo un piano di sicurezza familiare da applicare dove e quando serve. Aumentare la “resilienza familiare” significa  essere pronti, anche se quel qualcosa non dovesse mai accadere; questo approccio ci aiuterà a vivere la quotidianità con maggiore serenità. Il solo fatto di aver analizzato i rischi a cui la vostra casa potenzialmente potrebbe essere esposta, ed esservi organizzato nell’affrontarli, vi darà uno strumento in più per rendere il vostro futuro sicuramente migliore.

Fonte: ilcambiamento.it

Torino. Università verso la sostenibilità: risultati dei primi due anni di attività di Unito Green Office

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Una comunità di quasi 80.000 persone, 120 edifici distribuiti sul territorio cittadino e 8 sedi extrametropolitane per oltre 1 milione di metri quadrati. Egidio Dansero, Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale: “Ci piacerebbe costituire dei gruppi territoriali di UniToGO presso ciascun polo dell’Ateneo”

Giovedì 10 maggio 2018 presso l’Aula Magna della Cavallerizza Reale si è svolto l’evento UniToGO+2, confronto aperto per condividere le azioni svolte da UniToGO – Unito Green Office, nei suoi primi due anni di attività e per comunicare i risultati raggiunti, raccogliere le suggestioni relative alle linee di indirizzo future, confrontarsi sulle difficoltà riscontrate e comprendere quali sono i passi da fare per superarle.

“L’Ateneo è fortemente impegnato per la sostenibilità ambientale che rientra a pieno titolo tra gli obiettivi del nostro Piano Strategico” ha dichiarato Gianmaria Ajani, Rettore dell’Università “ed è sempre più attivo nelle reti internazionali e nazionali, a partire dalla Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile. Due anni fa, catalizzando gli stimoli provenienti da tutta la comunità accademica, abbiamo voluto dare concretezza e sistematicità a questo impegno con l’avvio sperimentale del progetto UniToGO e la nomina di un Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale. Con la recente riorganizzazione abbiamo fatto un ulteriore passo avanti trasformando UniToGO in una Unità di Progetto della neonata Direzione Amministrazione e Sostenibilità. La sostenibilità ambientale diventa quindi sempre più organica ad UniTo, facilitando il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione concreta dei nostri impatti sul territorio, grazie al contributo di tutta la comunità

“I primi due anni di attività sono stati densi di impegno e soddisfazioni e non privi di difficoltà” ha spiegato Egidio Dansero, Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale “ La sfida di operare con numeri come quelli di UniTo è ambiziosa… siamo una comunità di quasi 80.000 persone, abbiamo 120 edifici distribuiti sul territorio cittadino e 8 sedi extrametropolitane per oltre 1 milione di metri quadrati. In prospettiva, oltre a rafforzare le positive collaborazioni attive con gli Enti locali e le società di servizi, ci piacerebbe costituire dei gruppi territoriali di UniToGO presso ciascun polo dell’Ateneo. Partendo dai soggetti già attivi – associazioni, coordinamenti, gruppi di lavoro, singoli docenti e studenti – opereremo in stretta sinergia con i referenti dei poli dell’Amministrazione, nella convinzione che “dal basso” si possano più facilmente individuare problematiche e possibili soluzioni, grazie alla conoscenza degli spazi consentita dal vivere quotidiano dei luoghi. Abbiamo seminato bene, ora vogliamo radicarci in tutte le sedi e oggi avviamo in particolare la collaborazione “locale”.

“Raccontare i grandi temi contemporanei attraverso le piccole storie individuali che hanno fatto la Storia con la “S” maiuscola” ha affermato Alessandro Pontremoli Responsabile scientifico del Social Community Theatre Centre (Dip. di Studi Umanistici) “è uno degli obiettivi del Social Community Theatre Centre (SCT Centre). Negli ultimi anni, attraverso il teatro, abbiamo coinvolto decine di comunità in tutta Europa e in alcuni paesi dell’Africa sui temi della sostenibilità ambientale e della responsabilità individuale nei confronti del nostro pianeta”.

Cos’è UniToGO 

UniToGO è un’Unità di progetto della Direzione Amministrazione e Sostenibilità e, allo stesso tempo, un progetto, un processo e un contesto di confronto, coordinamento e programmazione con funzione di raccordo tra le Linee strategiche, il Rapporto di sostenibilità, la Cattedra Unesco in sviluppo sostenibile e gestione del territorio e gruppi di lavoro per la promozione di piani, progetti e azioni concrete. L’obiettivo, formalizzato nel Piano d’Azione per la sostenibilità ambientale di Ateneo 2018-2020, è la riduzione dell’impatto ambientale dell’Università, coinvolgendo l’intera comunità universitaria. Coordinata da un Delegato del Rettore per la sostenibilità ambientale (prof. Dansero), l’attività di UniToGO è condotta da cinque gruppi di lavoro, composti da tre co-referenti (uno per ognuna delle tre componenti: docenti, personale t/a, studenti) e da assegnisti/e e borsisti/e di ricerca e studenti e studentesse. I gruppi di lavoro sono aperti alla partecipazione non solo di tutta la comunità universitaria ma anche di esperti e interessati esterni all’Università, in particolare degli enti e delle organizzazioni con cui UniToGO collabora (Comune, Città Metropolitana, Arpa, Amiat, Gtt…).

Gli obiettivi dei gruppi tematici

acquisti pubblici ecologici: aumento della quota di acquisti ecologici sul totale degli approvvigionamenti di Ateneo

cibo: miglioramento della qualità e sostenibilità del cibo consumato in Ateneo

energia: miglioramento dell’efficienza energetica, diminuzione dei consumi

mobilità: incentivazione della mobilità sostenibile per la comunità universitaria

rifiuti: potenziamento della raccolta differenziata e gestione del ciclo dei rifiuti

Le cifre dei primi risultati

Le azioni si sviluppano lungo tre direttrici complementari per conoscere (costruire una base di dati condivisa sulla sostenibilità ambientale e sulle buone pratiche interne a UniTo, nazionali e internazionali), coinvolgere (potenziare il networking interno a UniTo ed esterno con gli attori di rilievo a scala locale, nazionale e internazionale e soggetti interessati a trasferire e condividere conoscenza scientifica e tecnologica con attori del territorio) e cambiare (progettare e realizzare interventi di riduzione concreta dell’impatto ambientale).

I primi risultati in cifre, sono rilevanti:

Conoscere

– 17.500 risposte all’indagine sugli spostamenti casa-università della comunità di UniTo condotta con il Coordinamento Nazionale dei Mobility Manager delle Università Italiane;

– quasi 80% acquisti pubblici ecologici sul totale degli acquisti effettuati nelle categorie merceologiche per cui il Ministero dell’Ambiente ha definito i “Criteri Ambientali Minimi”.

Coinvolgere & comunicare

– oltre 4.000 persone coinvolte in diverse iniziative tra seminari, convegni, workshop, corsi di formazione, pedalate sulle ciclabili cittadine, cineforum, campagne nazionali e locali di sensibilizzazione (M’illumino di meno, Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, Settimana Europea dei Rifiuti, Festival dello sviluppo sostenibile, Terra Madre…);
– 2° posto tra le Università italiane (55° su 619 università partecipanti da 75 paesi di tutto il mondo) nella classifica UI Green Metric World University Rankings, iniziativa internazionale nata nel 2010 per valutare la sostenibilità ambientale degli Atenei a livello globale;

– 8 reti internazionali e nazionali (International Sustainable Campus Network; European University Association; Green Office Movement; UniTown Network of excellence for University Cities; Regional Networks for Sustainable Procurement; Sustainable Development Solutions Network; Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile; Rete Acquisti Pubblici Ecologici della Città Metropolitana di Torino).

Cambiare
– oltre 9 milioni di €
 il valore stimato del capitolato eco-innovativo per la nuova concessione del servizio di distribuzione automatica di alimenti e bevande in tutto l’Ateneo (60 edifici, 236 distributori automatici, 9 erogatori di acqua di rete);
– oltre 20.000 persone possono fare la raccolta differenziata dei rifiuti. Servizio avviato nel 2017 al Campus Luigi Einaudi e alle sedi di San Salvario e del centro città (16 sedi complessive);
– 100% energia elettrica da fonti rinnovabili. Da maggio 2016 Unito, tra energia autoprodotta e acquistata con l’opzione “verde”, non consuma più energia da fonti fossili per la fornitura elettrica.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Rapporto PEFC 2017: più di 1000 aziende in Italia gestiscono legno e carta in modo sostenibile. Certificati 745.559 ettari di boschi e foreste.

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Superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, segnando un +8% rispetto al 2016. Alla fine del  2017 risultano  certificati PEFC 745.559,04 ettari di foreste e boschi: al primo posto le aree del Trentino Alto Adige, con gli ettari gestiti dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Provincia Autonoma di Trento. Il 2017 in Italia si è chiuso con un grande risultato per la certificazione forestale: sono infatti ben 77 (+8% rispetto al 2016) le nuove aziende in Italia che hanno scelto di certificare la propria attenzione all’ambiente con lo standard PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes).  Si è quindi superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, per un totale di 1.005 che hanno scelto di dimostrare a tutti i consumatori di avere un’attenzione forte all’ambiente e in particolare al modo in cui viene gestito il patrimonio forestale italiano.
Il Triveneto è l’area con più aziende virtuose in Italia, con Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia ai primi tre posti (rispettivamente con 236, 183 e 174 aziende certificate PEFC); la medaglia di “legno”, decisamente appropriata vista il contesto, alla Lombardia con 121 aziende di trasformazione con la tracciabilità fino al bosco d’origine. Le segherie, il commercio, edilizia e carpenteria, mobilio, editori e tipografie sono le categorie con maggiori aziende certificate (fanalino di coda, ma di grande rilevanza, i prodotti forestali non legnosi, come miele, funghi, sughero, oli essenziali).

Nel 2017 certificati 745.559,04 ettari, al primo posto Bolzano

Secondo i dati del PEFC Italia, sul territorio italiano sono 745.559,04 gli ettari gestiti in maniera sostenibile attestati dalla certificazione PEFC. In particolare, aumentano i pioppeti certificati che, con 340 nuovi ettari, hanno portato la superficie totale a 4.690,90 ettari.

A livello geografico, l’area a maggior certificazione è quella gestita dal Südtiroler Bauernbund – Unione Agricoltori di Bolzano (con 300.899,70 ettari, il 40,3% del totale PEFC italiano), seguita dall’area gestita dal Consorzio dei Comuni Trentini – AR Trentino (con 258.566,72 ettari, il 34,6%) e da quella gestita dall’UNCEM in Friuli Venezia Giulia (con 81.913 ettari, il 10,9%). Seguono poi le superfici forestali certificate della Lombardia, Toscana, Piemonte, Emilia Romagna, Liguria, Basilica, Umbria e Veneto.

Certificazione: impegno etico e strumento di marketing per la green economy

“Siamo orgogliosi che sempre più aziende abbiano i requisiti per ottenere il marchio di certificazione di Catena di Custodia PEFC, che garantisce la sostenibilità di tutta la filiera della lavorazione dei prodotti di origine forestale, tra cui carta e legno”, spiega Antonio Brunori, segretario di PEFC Italia.

La Catena di Custodia è un sistema di tracciabilità a livello aziendale, utilizzato per tutte le fasi di lavorazione e distribuzione di legno e carta, che attesta che il sistema di registrazione del flusso della materia prima applicato dall’impresa soddisfa i requisiti stabiliti dallo schema di certificazione ed esige che la materia prima forestale non provenga da fonti controverse (es: abbattimento illegale o in aree protette) possa entrare nella catena dei prodotti certificati.

“La certificazione di ‘Catena di Custodia’ della propria azienda – conclude Brunori – rappresenta non soltanto un impegno etico nei confronti dell’ambiente, ma anche uno strumento di marketing, di differenziazione rispetto ai concorrenti e di comunicazione positiva verso il consumatore”.unnamed2

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Chi è PEFC Italia

PEFC Italia è un’associazione senza fini di lucro che costituisce l’organo di governo nazionale del sistema di certificazione PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes), cioè il Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale. Il PEFC è un’iniziativa internazionale basata su una larga intesa delle parti interessate all’implementazione della gestione forestale sostenibile a livello nazionale e regionale. Partecipano allo sviluppo del PEFC i rappresentanti dei proprietari forestali e dei pioppeti, organizzazioni ambientaliste, dei consumatori finali, degli utilizzatori, dei liberi professionisti, della ricerca, del mondo dell’industria del legno e dell’artigianato. Tra i suoi obiettivi si segnala quello di migliorare l’immagine della selvicoltura e della filiera foresta–legno-carta, fornendo di fatto uno strumento di mercato che consenta di commercializzare legno, carta e prodotti della foresta derivanti da boschi e impianti gestiti in modo sostenibile.

 

Fonte: – agenziapressplay.it

 

Italiani più veg, più attenti alla sostenibilità e al risparmio: l’Eurispes “fotografa” una crescente consapevolezza

Il Rapporto Eurispes 2018 “fotografa” l’italianità in tutte le sue caratteristiche, positive e negative: abitudini, scelte, tendenze che vanno per la maggiore, convinzioni. Fra queste ci sono anche segnali incoraggianti.9750-10527

Magari sono segnali ancora timidi, sicuramente graduali, ma qualcosa c’è. Il Rapporto Eurispes 2018 indica che nell’acquisto di beni alimentari gli italiani prediligono innanzi tutto i prodotti Made in Italy (74,1%). Molti (53,1%) acquistano spesso prodotti con marchio Dop, Igp, Doc. In oltre la metà dei casi (59,3%) ad essere privilegiati sono i prodotti a km zero e nell’80,4% quelli di stagione. Più basso invece, il numero (39,4%) di chi acquista spesso prodotti biologici. Il 75,4% dei consumatori controlla l’etichettatura e la provenienza degli alimenti; evita di comperare prodotti nei negozietti etnici (62%) e di marche che non conosce (66,9%). Il 59,9%, inoltre, preferisce non acquistare prodotti contenenti olio di palma. Il 7,6% del campione segue una dieta vegetariana o vegana. In particolare, il 4,6% degli intervistati si dichiara vegetariano (-2,5% rispetto al 2016) mentre i vegani raggiungono il 3% della popolazione (erano l’1%). Anche la sharing economy è entrata nell’ottica italiana, almeno in qualche sua parte: quasi 2 persone su 10 usano il car sharing, ad esempio. Nell’era della condivisione, il 18,6% degli italiani ha usato il servizio di car sharing (+7,5% rispetto al 2016), il 17,1% ha utilizzato biciclette pubbliche con il servizio di bike sharing (+9%), il 15,4% ha provato il servizio di ride sharing (+5%) e il 14,7% ha condiviso libri tramite la pratica del bookcrossing (+1,7%); solo l’8,4% ha fatto couchsurfing(+3,8%), mentre il 6,2% ha condiviso un ufficio con il coworking (+1,1%). I cambiamenti climatici fanno paura al 77,5% degli italiani. La larga maggioranza è disposta ad adottare comportamenti di virtuosi per risparmiare energia elettrica e acqua. Ma occorre sottolineare che tra il 2008 e il 2018 i timori dell’opinione pubblica sulla questione dei cambiamenti climatici, pur restando largamente condivisi, sono complessivamente diminuiti: dall’81,5% del 2008 al 77,5% del 2018. Ridurre i consumi quotidiani al fine di limitare il riscaldamento terrestre è un comportamento da adottare, ma che serve solo se lo fanno in tanti tutti i giorni (è quello che pensa il 41% della popolazione italiana, nel 2008 la pensava così il 34,9% dei cittadini); sono invece convinti che si tratti di una strategia giusta da adottare sempre e comunque il 23% degli italiani (erano il quasi il 40% nel 2008). Un cittadino su 5 pensa al riscaldamento terrestre come un problema troppo grande, che il singolo non può affrontare (+6,7 rispetto al 2008). Per risparmiare energia elettrica e acqua, si è pronti ad usare meno il riscaldamento durante l’inverno (61,4%) e i condizionatori in estate (70,3%), a diminuire i consumi di acqua (72,6%), a far installare pannelli fotovoltaici (61,6%), ad acquistare lampadine a basso consumo energetico (81,6%), a prendere meno l’automobile privata (61,9%). Bene, se da oggi stesso tutti mettessero in pratica tendenze, convinzioni e opinioni su sobrietà e decrescita, avremmo già fatto un enorme passo avanti. Che aspettiamo?

Fonte: ilcambiamento.it

Summit biogas e biometano: ‘Eccellenza italiana modello esportabile di sostenibilità, occupazione e sviluppo’

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Dall’evento Biogas Italy in corso a Roma, la filiera del biogas/biometano in agricoltura può contribuire a ridurre le emissioni in atmosfera­ (-197 mln ton/CO2 evitate al 2050), creando oltre 21mila posti di lavoro e 16 mld di € in gettito all’Erario al 2030, per un totale di 85,8 mld di € di ricadute economiche. La filiera italiana del biogas e del biometano in agricoltura, la seconda per grandezza in Europa e la quarta al mondo, si riunisce oggi a Roma al Nazionale Spazio Eventi – Rome Life Hotel per il secondo e ultimo giorno del summit annuale Biogas Italy. L’evento – patrocinato da Presidenza del Consiglio dei Ministri, MiSE, MiPAAF e MATTM – ha coinvolto i massimi esperti internazionali del settore per fare il punto sul ruolo del comparto del gas rinnovabile da agricoltura nelle pressanti sfide ambientali che attendono il nostro Paese. Le aziende agricole italiane produttrici di biogas sono tra le più avanzate al mondo nel settore. L’eccellenza del “modello italiano” è riconosciuta anche dal gruppo di ricerca internazionale coordinato dal professor Bruce Dale della Michigan University, già consulente del governo USA, e comprendente i professori Jorge Hilbert dell’INTA Argentina, Jeremy Woods dell’Imperial College London, Tom Richard della Penn State University e Kurt Thelen della Michigan State University. Il gruppo del prof. Dale ha decretato la possibilità e l’opportunità di “esportare” il modello italiano del Biogasfattobene® ad altre latitudiniper rispondere già oggi alle necessità pressanti di riduzione delle emissioni, di produzione energetica rinnovabile e di valorizzazione economica delle aziende agricole. Secondo le stime del gruppo di lavoro, l’Argentina potrebbe sostituire completamente le importazioni di gas naturale con biogas prodotto con il metodo Biogasfattobene®; negli USA le potenzialità del Biogasfattobene® potrebbero superare del 20% quelle del gas di origine fossile.

Il biogas non è una bioenergia come le altre – dichiara Piero Gattoni, Presidente del CIB – Consorzio Italiano Biogas – in quanto, se “fatto bene”, non solo produce energia rinnovabile e programmabile, ma diventa anche uno strumento essenziale per decarbonizzare le pratiche agricole correnti, rendendo concreta la prospettiva di un’agricolturacarbon negative. Tutto ciò è perseguibile grazie alla maggiore capacità produttiva del suolo e a pratiche agronomiche che favoriscono lo stoccaggio del carbonio nel terreno”.

Il gas rinnovabile può avere un ruolo fondamentale nel permettere al nostro Paese di raggiungere gli obiettivi imposti dagli Accordi di Parigi e di arrivare al traguardo di un’economia a emissioni zero entro il 2050. Secondo stime CIB, l’Italia sarebbe nelle condizioni di raggiungere una produzione di 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. Uno studio presentato oggi dalla società di consulenza ambientale Althesis parte da questa stima per definire uno scenario al 2050, dove un potenziamento della produzione di biometano potrebbe evitare emissioni di CO2 per 197 mln di tonnellate. Lo sviluppo della filiera consentirebbe, inoltre, già entro il 2030, di creare oltre 21mila posti di lavoro e di generare un gettito tributario di 16 mld di € tra imposte sulle imprese e fiscalità di salari e stipendi. Le ricadute economiche complessive al 2030 si misurerebbero in 85,8 mld di €, di cui 17,7 mld € nell’uso elettrico, 15 mld € nel settore dei trasporti e 53,1 mld € grazie all’immissione nella rete.

Uno studio commissionato da Gas for Climate  consorzio formato dalle principali aziende europee di trasporto di gas (Enagas, Fluxys, Gasunie, GRTgaz, Open Grid Europe, SNAM, TIGF­) e da CIB ed EBA – e presentato oggi da Ecofys, società di consulenza energetica e climatica leader a livello internazionale, riconosce il ruolo fondamentale del gas rinnovabile nel percorso di decarbonizzazione dell’economia europea.

Un impianto biogas – aggiunge Gattoni –, se connesso sia con la rete gas sia con la rete elettrica, diventa una piccola bioraffineria, flessibile e decentralizzata in grado di produrre biometano, elettricità, calore, fertilizzanti organici. Il greening della rete gas fa diventare la rete stessa un’infrastruttura che raccoglie energia rinnovabile dal territorio, la concentra, la accumula e la trasporta a costi competitivi. L’energia può essere usata dove e quando è più conveniente e nella forma più consona, come elettricità, carburante, combustibile per i fabbisogni di calore dell’industria.

“E’ evidente che il nostro Paese si trova ad avere una risorsa verde d’inestimabile valore – conclude il Presidente CIB Gattoni – per questo chiediamo che venga sostenuta in modo adeguatole nostre aziende hanno bisogno di un quadro normativo chiaro e definito per poter effettuare gli investimenti necessari a introdurre nelle loro attività le tecnologie più performanti e più sostenibili a disposizione sul mercato. Il varo del decreto biometano, ad oggi ancora in fase di valutazione da parte della Commissione UE, potrebbe gettare le basi per una forte crescita del nostro comparto e consentire alle nostre aziende di velocizzare il processo di decarbonizzazione dell’economia nazionale, nel rispetto degli impegni presi con gli Accordi di Parigi”.

PER APPROFONDIRE

Le potenzialità del biometano. Il biometano è il risultato di un processo di upgrading del biogas che a sua volta si ottiene dalla digestione anaerobica di biomasse agro-industriali, quali sottoprodotti agricoli, reflui zootecnici, colture di integrazione, dalla frazione organica dei rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata. In Italia sono operativi quasi 2000 impianti di biogas, dei quali l’80% in ambito agricolo, con una potenza elettrica installata di circa 1.400 MW, equivalente a una produzione di biometano pari a 2,8 miliardi di metri cubi l’anno. Potenzialmente il nostro Paese potrebbe produrre entro il 2030 fino a 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole, pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. La filiera del biogas-biometano risulta inoltre il settore a maggiore intensità occupazionale tra le rinnovabili con 6,7 addetti per MW installato e ha già favorito la creazione di oltre 12 mila posti di lavoro stabili e specializzati.

Il quadro normativo. Il biometano è stato disciplinato per la prima volta con l’approvazione del decreto interministeriale 5 dicembre 2013, che ne ha autorizzato l’utilizzo nell’autotrasporto, nella rete nazionale del gas e nella cogenerazione ad alto rendimento. L’immissione nella rete nazionale del gas non è stata, tuttavia, pienamente regolamenta e ora si attende l’approvazione di un nuovo decreto (attualmente in fase di valutazione da parte della Commissione Europea) che dovrebbe prevedere la revisione dell’intervallo temporale per l’accesso agli incentivi; un target annuo minimo di immissione di biometano in rete; un sistema di contabilizzazione che valorizzi maggiormente i benefici ambientali prodotti dalla digestione anaerobica.

Il CIB è un consorzio nazionale che rappresenta tutta la filiera del biogas agricolo, dai produttori di biogas, ai produttori di impianti e servizi per la produzione di biogas e biometano. I suoi obiettivi sono la promozione, la diffusione e il coordinamento delle attività di tutto il settore del biogas in Italia. Il CIB promuove attivamente il modello del Biogasdoneright® o Biogasfattobene® come modello sostenibile e concreto per la produzione di alimenti, foraggi ed energia che nel contempo permette la decarbonizzazione del settore agricolo. Attualmente il CIB conta quasi 800 aziende associate e più di 440 MW di capacità installata. Per ulteriori informazioni: www.consorziobiogas.it

Fonte: ecodallecitta.it

 

Slow Food: il documento sulla prossima Politica Agricola Comune non va nella direzione della sostenibilità

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La Comunicazione sul Futuro del Cibo e dell’Agricoltura non propone misure pratiche in grado di favorire una transizione verso sistemi alimentari realmente sostenibili.

Oggi, mercoledì 29 novembre, la Commissione europea ha presentato la sua Comunicazione sul Futuro del Cibo e dell’Agricoltura, che definisce il tono delle discussioni sulla riforma della Politica Agricola Comune (Pac), al via da metà 2018. Il testo cita molte delle questioni sollevate dalla società civile, ma non propone misure pratiche in grado di favorire una transizione verso sistemi alimentari realmente sostenibili.

Secondo Slow Food, la Comunicazione non considera il sistema alimentare in modo olistico e non permette un cambiamento reale dell’attuale produzione agricola europea. Malgrado il titolo Il Futuro del Cibo e dell’Agricoltura, il documento si concentra esclusivamente sulla produzione agricola, ignorando il sistema alimentare nel suo insieme. E nonostante il riferimento a un approccio più orientato ai risultati, la Commissione continua a sostenere l’attuale sistema di pagamenti diretti, che prende in considerazione solo i diritti relativi agli ettari. La Commissione sottolinea l’importanza delle tecnologie moderne, che sono utili solo se accessibili a tutti, se sostengono la sovranità alimentare e se affrontano alla radice le problematiche in gioco. Ma le tecnologie che promettono soluzioni rapide per affrontare l’impatto del cambiamento climatico, ad esempio, daranno buoni frutti solo se considerate nel breve termine. La Comunicazione trascura del tutto il ruolo dei sistemi agroecologici e dei loro principi, fondamentali secondo Slow Food: l’agro-biodiversità in agricoltura, la minore dipendenza da fattori esterni, la promozione delle relazioni sociali e delle filiere corte, per sviluppare ecosistemi agricoli resilienti e garantire una vita dignitosa agli agricoltori. Per farla breve, secondo Slow Food, le proposte formulate nella Comunicazione non appoggiano una transizione verso sistemi alimentari sostenibili e non giustificano la spesa di quasi il 40% del bilancio Ue sulla Pac. Ritoccare le misure parzialmente non fornirà soluzioni a lungo termine. Slow Food chiede di passare a una Politica Alimentare Comune che tenga in considerazione l’intero sistema alimentare: è necessario un approccio integrato e coerente che guardi a tutta la filiera del cibo. La proposta legislativa sulla Pac sarà presentata dopo l’adozione del quadro finanziario pluriennale, prevista per la prima metà del 2018, che fissa i limiti per i bilanci generali annuali dell’Unione europea. Le discussioni sul bilancio peseranno in modo forte sul futuro della Pac, in particolare vista la perdita di contributi netti al bilancio dell’Ue di oltre 10 miliardi di euro in seguito alla Brexit.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Rigenerazione urbana sostenibile, la Puglia proroga il bando da 109 milioni all’11 settembre

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Più tempo per i comuni pugliesi per partecipare al bando “Rigenerazione urbana sostenibile” che con 109 milioni di euro mira a migliorare la vivibilità e la sostenibilità nelle aree urbane attraverso una rigenerazione ecologica e sociale

A seguito delle numerose richieste pervenute da parte dei singoli Comuni, rappresentate anche dall’Anci Puglia, per andare incontro alle effettive difficoltà soprattutto espresse dai Comuni che hanno appena completato la fase elettorale, la scadenza del bando Rigenerazione urbana sostenibile è stata prorogata all’11 settembre 2017.

Accogliamo con soddisfazione lo slittamento all’11 settembre 2017 del termine di scadenza del bando regionale sulla Rigenerazione urbana – ha dichiarato il presidente Anci Puglia sen. Luigi PerroneRingrazio il presidente Emiliano e l’assessore Curcuruto, il tempestivo riscontro alla nostra richiesta dimostra sensibilità istituzionale e senso di responsabilità verso le amministrazioni locali. La proroga è importante per consentire la più ampia partecipazione dei Comuni al bando, opportunità di rilancio da non perdere per le nostre città e per il territorio“.

La proroga, varata con atto dirigenziale regionale, riguarda il Bando per la selezione delle Aree Urbane e per l’individuazione delle Autorità Urbane in attuazione dell’Asse prioritario XII “Sviluppo Urbano Sostenibile” Azione 12.1 “Rigenerazione urbana sostenibile” del P.O.R. FESR-FSE 2014-2020. Il bando, approvato con deliberazione GR n. 650/2017 e pubblicato sul B.U.R.P n. 59 del 23-5-2017, è rivolto a tutti i Comuni, piccoli, medi e grandi della Puglia, che potranno concorrere in forma singola o associata, presentando le proprie proposte di Aree Urbane, entro cui saranno attuati interventi di sviluppo urbano sostenibile, attraverso azioni integrate. La Strategia di Sviluppo Urbano dell’Asse XII del POR intende migliorare la vivibilità e la sostenibilità nelle aree urbane ponendo particolare attenzione alle zone urbane e alle fasce di popolazione più disagiate e marginali sotto il profilo socio-economico attraverso soluzioni sostenibili, inclusive e integrate tra loro. Il bando si rivolge, più nello specifico, alle città pugliesi in possesso di una Strategia Integrata di Sviluppo Urbano Sostenibile (SISUS) che affronti una specifica sfida politica di rigenerazione ecologica e sociale.

 

Foto via Eyeonterlizzi

Fonte: ecodallecitta.it