Il futuro di eventi e festival musicali? Ripartiamo dalla sostenibilità!

Questo momento di sospensione forzata di moltissimi eventi live, può rappresentare l’occasione giusta per ripensare il settore in un’ottica di maggiore attenzione per l’ambiente. Ne abbiamo parlato con Katia Costantino che da anni si occupa di progettazione sostenibile di festival e manifestazioni culturali e musicali. Il mondo della cultura, della musica e degli eventi live è stato il primo comparto a scontrarsi con l’emergenza Covid-19 e a rimanere a tutt’oggi in una fase di stasi. L’espressione oggi più usata da chi è motore di questo settore è “ripartenza con proposte concrete”. Così lavoratori, imprenditori, professionisti della musica e dello spettacolo hanno stilato un documento programmatico, “LaMusicaCheGira”, per promuovere una riforma definitiva del settore. Tra le istanze un punto è dedicato alla sostenibilità degli eventi e dei festival, ne abbiamo parlato con la sua autrice Katia Costantino.

Katia Costantino da anni si occupa di progettazione sostenibile di festival e manifestazioni culturali e musicali

Puoi presentarti e dirci di cosa ti occupi?

Sono nata a Torino, anni fa feci un master sulla Sostenibilità Ambientale cioè sullo sviluppo sostenibile. Nel 2013 mi sono trasferita in Inghilterra e lì sono riuscita ad unire le mie due passioni quella per la salvaguardia dell’ambiente e quella per la musica quando ho incontrato A Greener Festival un’associazione no profit che si occupa di aiutare eventi musicali che vogliono intraprendere un percorso verso la sostenibilità. Dal 2016 collaboro con loro come Environment Assessor, un perito ambientale: vado nei festival che hanno aderito ad un protocollo e verifico che effettivamente abbiano attuato quelle azioni che hanno dichiarato di fare tramite un questionario che noi mandiamo preventivamente.

Ho pensato che sarebbe stato bello replicarlo anche in Italia così dall’anno scorso ho iniziato da consulente freelance con un nuovo progetto che si chiama Eco.Reverb e aiuto i festival a progettare, disegnare un evento ad hoc. Mi rendo conto che una figura come la mia di Sustainability Project Manager non è forse considerata una professione a tutti gli effetti com’è in tutte le altre parti d’Europa”.

In base alla tua esperienza, come valuti la consapevolezza rispetto alla tematica in Italia?

Undici anni fa quando feci il master la sostenibilità era un’idea abbastanza vaga. Negli ultimi anni la consapevolezza è assolutamente cambiata, la conoscenza e la determinazione nel voler fare qualcosa stanno emergendo fortemente. Quando parlo di sostenibilità la declino sempre alle tre definizioni: ambientale, economica e sociale. Sto considerando questo momento di crisi sanitaria, di blocco, come un momento per poter ridisegnare gli eventi, un nuovo approccio di qualsiasi aspetto dei live in cui la centralità per ripartire sia dallo sviluppo sostenibile e l’interesse per l’ambiente. In Italia ci sono tanti festival che già adottano azioni sostenibili, ma in realtà non le intendono come tali bensì come normali, ad esempio il servizio di acqua gratuita, l’utilizzo di bicchieri riutilizzabili anziché monouso, la possibilità di raggiungere il festival con shuttle o pulmini. Il problema è che non esiste una mappatura effettiva di cosa fanno i festival e di cosa potrebbero fare.

Dopo una delle serate del ToDays Festival 2019 l’arena dei concerti era completamente pulita avendo usato i bicchieri riutilizzabili

Nello specifico quando segui un evento come consulente, quali sono le azioni che proponi?

Ogni evento che prendo in carico ha delle specificità diverse. Quello che dico sempre è che le azioni sono replicabili perché si va ad agire su determinate aree: trasporti, riduzione o diminuzione dei rifiuti, ma anche tutta la parte degli “acquisti verdi” , banalmente il catering per gli artisti per cui si utilizzerà piatti e bicchieri biodegradabili.

Per ogni evento scrivo un Action Plan per individuare gli interventi che posso fare. Se ci sono state edizioni precedenti, raccolgo tutti i dati per cercare di capire qual è il comparto più impattante ed andare ad agire in prima fase. La sostenibilità è un progetto che si sviluppa negli anni, va programmata, bisogna capire quali sono i limiti e quali le possibilità. Si può ambire al 100% di sostenibilità. Ci sono festival come il DGTL di Amsterdam che quest’anno avrebbe dovuto essere totalmente sostenibile ma anche questo è andato in streaming.

Pensi che si possa continuare a portare avanti questi eventi solo in streaming?

È stata una bella iniziativa nell’immediato, una reazione per far sentire la propria voce, per far capire che il comparto della musica, della cultura esiste e ha bisogno di farsi sentire. Non credo però che lo streaming possa essere il futuro. Per quanto bello manca di un fattore fondamentale che è quello sociale: la maggior parte degli eventi si fonda sul coinvolgimento e la socializzazione tra le persone. In questo momento bisogna progettare nuove soluzioni per far sì che ci siamo ancora eventi live rispettando tutte le misure, però bisogna attuare soluzioni diverse rispetto a quelle che ho letto negli ultimi tempi.

Immagino tu ti riferisca al ritorno del Drive In…

Io lo dico a gran voce: il Drive In secondo me non è la soluzione ottimale! Comprendo la necessità di dare un lavoro a chi al momento è senza, anche la necessità per le persone di sentirsi vive e di andare a vedere uno spettacolo perché la voglia c’è. Eppure questa è a mio avviso un’idea aberrante sotto l’aspetto sociale e ambientale, è un progetto che va in antitesi rispetto alla gestione sostenibile degli eventi. Utilizzare le auto riporta un auge la dipendenza dai combustibili fossili. In questo momento bisogna parlare di responsabilità: tutte le persone si devono rendere conto che se davvero vogliono rispettare le regole e riuscire a godere della musica lo possono fare senza aumentare l’impatto ecologico di un evento che è già altamente impattante. Da dati recuperati in Inghilterra (in Italia mancano molte delle misurazioni) a livello annuale per evento, il trasporto incide a livello di CO2 per l’80%, rientra nel dato sia l’utilizzo di mezzi privati per raggiungere l’evento sia anche i mezzi con cui si sposta un’artista durante il tour.

Ci sono già degli esempi virtuosi di sostenibilità in campo musicale?

Molti artisti si sono già impegnati per un cambiamento, ad esempio i Massive Attack l’anno scorso hanno dichiarato che le tappe del tour le avrebbero percorse in treno, stessa cosa per gli artisti italiani come gli Eugenio in Via di Gioia che hanno raggiunto il Festival di Sanremo arrivando in bici. Ritengo che l’artista abbia sempre un potere molto forte di influenzare il suo pubblico.

A quali iniziative stai lavorando in questo momento?

Come Eco.Reverb sto lavorando ad un progetto che consiste nello scrivere due manifesti/decalogo, con questi claim: il primo rivolto agli eventi “CutEmissionIsTheMission”, propone azioni sinergiche per la conversione energetica verso fonti rinnovabili, trasporti sostenibili, riduzione dei rifiuti, ecc. Per i festival IWishYouWereGreen parafrasando una famosa canzone, invece per gli artisti che appoggiano i valori di sostenibilità degli eventi SingingInTheTrash. Le idee ci sono, le figure professionali anche. Abbiamo però bisogno di un aiuto e che ci sia la volontà di investire sul Green. Se veramente oggi dobbiamo ridisegnare tutto, cambiamo in meglio e cerchiamo soluzioni che rispettino l’ambiente.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/futuro-eventi-festival-musicali-ripartiamo-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Sostenibilità: un bando di 15 milioni per la cooperazione degli enti territoriali

L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) ha aperto un bando per finanziare attività di partenariato territoriale: l’iniziativa è tesa a contribuire al raggiungimento dei 17 SDGs delle Nazioni Unite nell’ambito di uno sviluppo economico, ambientale e sociale. Favorire le azioni degli Enti territoriali, soprattutto in partenariato, dirette a contribuire al concreto raggiungimento, nei territori, degli obiettivi previsti dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: è questo l’obiettivo del nuovo bando Promozione dei Partenariati Territoriali e implementazione territoriale dell’Agenda 2030 dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. All’iniziativa dell’AICS possono partecipare le Regioni e gli Enti territoriali nazionali che propongono azioni dirette volte al raggiungimento due obiettivi generali. Il primo è dedicato a contribuire allo sviluppo dei Paesi partner (Obiettivo 1), operando a sostegno della capacità di governo delle istituzioni locali, rimuovendo gli ostacoli che impediscono – a livello territoriale – i processi di sviluppo sostenibile; un percorso che è anche teso a promuovere lo sviluppo di servizi del territorio, socio-sanitari, anagrafici, educativi, di formazione professionale, che garantiscano un accesso inclusivo soprattutto per le donne, i minori, i giovani, gli anziani e le persone con disabilità.

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Winding Road through a City Park

Foto tratta da Freepik

L’altro macro obiettivo prevede di contribuire alla promozione di uno sviluppo urbano/territoriale sostenibile e resiliente (Obiettivo 2), attraverso l’implementazione di misure di adattamento ai cambiamenti climatici in ambiente urbano,  con la riduzione degli effetti dell’inquinamento nelle città e/o in territori più ampi. Tutto senza dimenticare di sostenere l’aumento dell’efficienza dei servizi di pubblica utilità che possano impattare positivamente sull’ambiente. “Per entrambi gli Obiettivi Generali – si legge nel bando dell’AICS – sarà importante il trasferimento, da parte degli enti territoriali italiani, di esperienze e migliori pratiche sviluppate dagli stessi”.

Le proposte di progetto dovranno essere inviate via email – con l’opportuna documentazione – entro il 25 marzo 2020 all’indirizzo PEC bando.rel@pec.aics.gov.it. Il bando intende quindi favorire il coinvolgimento e valorizzare il ruolo di enti locali e soggetti no profit, presenti nel territorio di riferimento dell’Ente proponente; i beneficiari, a questo proposito, accederanno al fondo di 15 milioni di euro e potranno richiedere un contributo non superiore all’80% del costo totale dell’iniziativa.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Fa’ la cosa giusta! Torna la fiera del consumo critico e della sostenibilità

Ambiente, giustizia sociale e sostenibilità. Questi i temi portanti della 17esima edizione di Fa’ la cosa giusta!, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili che torna a Milano dal 6 all’8 marzo prossimi. Dal 6 all’8 marzo 2020 , si rinnova l’appuntamento con Fa’ la cosa giusta!, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, che arriva alla sua diciassettesima edizione. Una grande mostra-mercato, organizzata da Terre di mezzo Editore, con centinaia di espositori da tutta Italia e un ricco calendario di incontri, laboratori e presentazioni, a ingresso gratuito per tutti i visitatori. Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2020 “Anno internazionale della salute delle Piante”, con l’intento di sensibilizzare i governi e la società civile a tutelare il mondo vegetale, anche allo scopo di contrastare il dissesto idrogeologico e i cambiamenti climatici.

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fa la cosa giusta 2019

Uno dei temi portanti della prossima edizione di Fa’ la cosa giusta! sarà proprio “ambiente, giustizia sociale e sostenibilità”, che mette al centro il prezioso, e spesso sottovalutato, rapporto tra vita vegetale, umana e animale , e la loro interdipendenza. La presenza delle piante, infatti, concorre a ridurre la povertà e a migliorare il nostro benessere psicofisico . La vegetazione influenza in maniera importante le condizioni meteorologiche, garantendo precipitazioni piovose e mitigando il cambiamento climatico . Fenomeni come la deforestazione e la perdita di biodiversità hanno ripercussioni concrete sulla vita quotidiana degli esseri umani e sui processi migratori causati da desertificazione e carestie. Fa’ la cosa giusta! affronterà questi temi con incontri, approfondimenti e laboratori per adulti e ragazzi. “La Foresta di città” sarà uno spazio dedicato a grandi e bambini, caratterizzato da laboratori in cui sperimentare i molteplici usi delle piante: erboristici, farmaceutici, cosmetici e alimentari; conoscere la biodiversità presente nelle aree urbane e non del nostro territorio, imparando a tutelarla . A Fa’ la cosa giusta! 2020 ci sarà anche spazio per il cibo biologico e a kmzero, il turismo consapevole e la cosmesi naturale, la moda etica e l’arredamento sostenibile, ma anche proposte vegan, cruelty free e per intolleranti. Il programma di incontri, laboratori e appuntamenti si affiancherà a 32mila m 2 di spazio espositivo, suddiviso in sezioni tematiche che ospiteranno centinaia di realtà, aziende, associazioni e le loro proposte di servizi, prodotti e tecnologie per ridurre l’impatto della nostra vita quotidiana.

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fa la cosa giusta 2019

Fa’ la cosa giusta! 2019 – Foto di Alessia Gatta

Infine, Fa’ la cosa giusta! 2020 ospiterà la terza edizione del salone Sfide. La scuola di tutti, dedicato a insegnanti, dirigenti, studenti e famiglie , con un fitto programma di incontri, laboratori e seminari che affronteranno, tra i molti temi: l’insegnamento e l’apprendimento “con gli altri”, il legame tra scuola, territorio e cittadinanza e lo stretto legame tra libri e libertà. Il convegno principale sarà dedicato alla valorizzazione degli elementi di eccellenza della scuola italiana, ad esempio nel campo dell’inclusione delle differenti abilità e culture. Il programma di Sfide offrirà anche 2 giorni di formazione specifica per i dirigenti scolastici . L’edizione 2019 di Fa’ la cosa giusta! si è chiusa con 65mila visitatori registrati, oltre 700 aziende e realtà presenti e 450 appuntamenti nel programma culturale. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/02/fa-la-cosa-giusta-torna-fiera-consumo-critico-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Adottare a distanza coltivatori per salvare antiche tradizioni e vecchi borghi

Coltivatori di emozioni è la prima piattaforma di social farming volta a promuovere la salvaguardia del patrimonio agricolo nazionale attraverso un modello che permetta di “adottare a distanza” coltivatori custodi di antiche tradizioni agricole. L’obiettivo è quello di creare una rete sostenibile per recuperare zone a rischio di abbandono e rilanciare tradizioni contadine in via di estinzione, riattivando le microeconomie locali e valorizzando le realtà rurali. L’Italia è un paese ricco di biodiversità, di conoscenze e di tradizioni rurali: un patrimonio inestimabile che oggi è a rischio. Osservando l’attuale scenario di abbandono delle terre, spopolamento dei borghi e le difficoltà delle piccole aziende agricole, un gruppo di appassionati di natura, tradizioni ed enogastronomia ha lanciato nel 2016 il progetto Coltivatori di Emozioni, piattaforma italiana di social farming che promuove adozioni a distanza di coltivatori e tradizioni. Gli obiettivi sono proprio la salvaguardia delle tradizioni rurali, la tutela del paesaggio, il recupero dei terreni incolti e il ripopolamento dei borghi.

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Per riattivare le microeconomie locali i Coltivatori di Emozioni hanno individuato negli ultimi anni degli agricoltori, custodi di antiche tradizioni, per promuoverne i prodotti, supportarli nelle lavorazioni sul campo offrendo un contributo per l’inserimento e il reinserimento lavorativo e per comunicarne le esperienze al fine di sensibilizzare i consumatori alla cultura e alle attività agricole. Attualmente i produttori che collaborano con i Coltivatori di Emozioni sono presenti in 13 regioni. Si passa dal riso Carnaroli della Lomellina nel pavese al farro della Garfagnana, per poi scendere al peperone di Pontecorvo DOP di Frosinone e ai grani antichi siciliani, come il Timilia, il Senatore Cappelli, il Maiorca e il Percia Sacchi. Tradizioni agroalimentari dunque, ma non solo. Nel piccolo borgo molisano di Ripalimosani, per esempio, i Coltivatori di Emozioni hanno collaborato con i produttori, il comune e le associazioni del territorio al fine di recuperare un piccolo canapaio di 2,5 ettari: una tipicità del luogo che, dopo aver a lungo trainato un’economia locale fortemente connotata dalla produzione delle funi e dalla lavorazione dei tessuti, meritava di essere nuovamente valorizzata. Qui, ripartendo dalla canapa è stata avviato un orto collettivo e solidale attraverso la formazione professionale di soggetti in condizioni di fragilità, utilizzando terreni incolti e abbandonati. L’attenzione per la natura si intreccia così con una sensibilità sociale.

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Le aziende agricole che collaborano con i Coltivatori di Emozioni sono perlopiù a gestione familiare o singoli produttori attivi nel preservare uno specifico prodotto del proprio territorio. «Nella selezione delle aziende agricole cerchiamo, oltre a prodotti di alta qualità, un’attenzione ai valori della sostenibilità e della tradizione. Poi chiediamo coinvolgimento, perché i produttori non siano solo dei fornitori ma veri e propri partner del progetto, con cui instaurare un dialogo e svolgere insieme delle attività sul campo, com’è accaduto con il tartufo del monte Alpe», spiega il co-fondatore Biagio Amantia. Fra l’Oltrepò Pavese e l’Appennino Ligure, il borgo di Menconico si contraddistingue per un’importante produzione di tartufo nero, “sebbene pochi lo sappiano”, sottolinea Biagio. Insieme ai cavatori della zona, i Coltivatori di Emozioni si sono attivati sia per la riqualificazione del borgo sia per rendere nota la tipicità di questo prodotto. «Secondo noi mettendo insieme produttori agricoli, amministrazioni comunali, associazioni, aziende sponsor, utenti, enti di formazione e istituzioni scolastiche è possibile dar vita a progetti che abbiano una valenza importante per lo sviluppo socio-economico del nostro territorio». ha ribadito Biagio. Nel futuro, dunque, i Coltivatori di Emozioni cercheranno di valorizzare ancor di più questo tipo di collaborazioni così da andare sul territorio con attività concrete a sostegno dei produttori agricoli.

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Chi volesse sostenere il progetto è invitato ad adottare una delle piccole realtà agricole, acquistandone i prodotti o donando delle ore di lavoro. Le imprese che per finalità sociali o di sostenibilità vogliano collaborare con i Coltivatori di Emozioni possono attivarsi insieme a loro per sostenere una causa territoriale dai risvolti ambientali, dunque a sostegno della biodiversità, e sociali, favorendo l’occupazione, il recupero del territorio e contrastando lo spopolamento dei borghi.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/adottare-distanza-coltivatori-per-salvare-tradizioni-antiche-borghi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Nativa e le B Corp: così è nato il business che può cambiare il mondo

Si può fare business ottenendo, oltre che un valore economico, anche un impatto positivo nel mondo, in termini di rigenerazione ambientale e giustizia sociale. Un approccio agli affari che premia le imprese e rappresenta la chiave di volta per cambiare e salvare il mondo. Ne abbiamo parlato con Eric Ezechieli, cofondatore di Nativa, la prima B Corp e Benefit Corporation in Europa. Oggi l’Italia ha una leadership mondiale in questo settore. Ci sono interviste che realizzi al primo colpo e altre che rimandi per settimane, mesi, anni. Quella con i fondatori di Nativa e il mondo delle B Corp, nella mia avventura di giornalista, fa parte del secondo gruppo.  È  da almeno quattro anni, infatti, che mi ripromettevo di organizzare questo incontro, ma per un motivo o per l’altro era sempre stato rinviato. Ed eccomi finalmente giunto nella sede milanese di questa società. Siamo ad aprile 2019 e dopo una breve attesa incontro Eric Ezechieli, cofondatore con Paolo Di Cesare, di Nativa. Ci sediamo e iniziamo subito a parlare. Lui è un fiume in piena e tanto sono preso dall’ascoltarlo che non mi accorgo che la mia telecamera ha un difetto nella messa a fuoco. Ma tant’è, ormai è fatta.

Parliamo. Parliamo di B Corporation e aziende B Corp, di criteri di sostenibilità, di rischio greenwashing e capitalismo giunto ad un bivio, di Fridays for future e cambiamenti sistemici. Ci interroghiamo sul futuro del mondo, sulle nostre possibilità (come specie umana) di sopravvivere, sul ruolo dell’Italia in questo momento storico. Rimango colpito, mentre lo ascolto, dalle molteplici similitudini tra il suo e il nostro approccio: cambiamento sistemico, approccio transizionista, voglia di fare grandi salti e necessità di fare piccoli passi, difficoltà a distinguere cosa sia lavoro e cosa non, in una passione che tutto travolge. Eric e “i suoi” vogliono cambiare le imprese, le aziende, quelle con gli azionisti. Come in molti sanno, una SPA da statuto deve rispondere appunto agli azionisti e quando dico rispondere, intendo produrre utili. Idem le SRL per i loro soci. Produrre utili. Punto. Ad oggi il modello economico delle più grandi aziende del mondo (e anche di gran parte di quelle medie e piccole) ha questo come primo, e spesso unico, obiettivo.  

Produrre utili. A che prezzo? “Non importa – sembra affermare una voce invisibile – Taglia personale, inquina, investi in speculazioni finanziarie, non interrogarti sui diritti delle donne, non migliorare la qualità della vita dei lavoratori”. Produci utili. E allora qualcuno ha cominciato ad interrogarsi e ha pensato di misurare l’impatto di ogni azienda e di inserire nello statuto di ogni società la sostenibilità sociale e ambientale. Può sembrare un gesto puramente simbolico, e forse in alcuni casi lo sarà anche, ma come vedremo può essere l’avvio di una piccola o grande rivoluzione. Lo statuto di un’azienda, infatti, guida le azioni e le scelte dei management. Se questi “devono” rispondere ad un unico dictat, fare utili, non hanno alcuno strumento per cercare di realizzare politiche di altro genere, ma se tra i loro compiti “statutari” c’è la sostenibilità ambientale, l’etica del lavoro, il sociale e così via, ecco che iniziano ad avvenire piccoli miracoli. Ci si interroga sulle filiere, sugli investimenti, sulle scelte interne ed esterne, sui modelli produttivi e così via. Si entra in transizione. Ci si attiva, si cambia. Si entra a far parte dell’Italia che Cambia, insomma. Ma facciamo un passo indietro e andiamo ad ascoltare la storia di Eric e della sua Nativa. Nativa nasce nel 2012 e fu la prima B Corp e Benefit Corporation in Europa. Oggi occupa circa 15 persone tra Roma e Milano e accompagna le aziende che decidono di intraprendere il percorso per diventare una B Corp o una Società Benefit fungendo da catalizzatore di cambiamenti tesi a progettare futuri sostenibili.

Ma cosa significa essere una B Corp?

Essere una B Corp (Certified B Corporation) significa intraprendere un cammino di sostenibilità sociale e ambientale partendo dall’analisi del proprio impatto sulla società e sul pianeta. Oggi, infatti, la maggior parte delle aziende consuma più risorse di quante ne produce e non è quindi rigenerativa, bensì estrattiva. Per cercare di invertire questa rotta il primo passo consiste nel misurare le proprie attività usando un protocollo che si chiama b impact assessment, uno standard usato oggi in tutto il mondo da oltre 150.000 aziende. “Quando vai a misurare – mi spiega Eric – ti trovi a comprendere se stai creando un valore economico a discapito di un valore sociale e ambientale o lo stai creando rigenerando la società, la natura, la biosfera. Purtroppo oggi moltissime aziende non perseguono il valore sociale e ambientale anche perché la legge non glielo impone… Le B Corp nascono invece esattamente con questa intenzione”. In un mondo ideale, mi confida Eric, un’azienda dovrebbe poter distribuire utili solo se prima ha dimostrato di essere rigenerativa e di non danneggiare ambiente e società. Le B Corp, inoltre, hanno mostrato in questi anni una particolare resilienza. Quando ci sono crisi, infatti, hanno una tenuta migliore perché fondano il proprio business su un modello più radicato sul territorio, sulla fiducia delle persone e così via. Caratteristiche che abbiamo incontrato nella maggior parte delle aziende raccontate dal nostro giornale!

B Corp e Benefit Corporation (o Società Benefit)

Abbiamo visto come la B Corp sia una tipologia di impresa che ha come obiettivo quello di rigenerare la società, la natura, la biosfera nonché di condurre un’attività economica che generi un profitto risolvendo problemi ambientali e sociali. L’obiettivo è creare business orientati ad essere primariamente fonti di rigenerazione. Per ottenere questi obiettivi (e salvare il mondo) secondo questo approccio occorrono due passaggi: 

1) La misurazione degli impatti: come anticipato, grazie al protocollo b impact assessment si può “scansionare” a 360 gradi un’azienda per capire se sta creando valore economico sociale e ambientale per la società. Le aziende che creano più valore di quanto ne “consumino” si possono qualificare come B Corp certificate dopo aver superato un percorso di verifica, validazione e certificazione svolto dalla non profit che ha sviluppato il modello: B Lab. Per essere certificati occorre ottenere almeno 80 punti su una scala di 100. 

2) Il secondo passaggio è legato allo stato giuridico dell’impresa. Fino ad oggi, secondo i codici civili e le leggi vigenti in tutto il mondo, lo scopo unico di una società di capitali è stato distribuire dividendi agli azionisti. Ambiente e persone, di conseguenza, non sono mai rientrati negli scopi statutari di un’azienda. Le Benefit Corporation (chiamate in Italia Società Benefit), invece, non solo devono misurare gli impatti e generare valore, ma devono anche avere una forma giuridica che ti consenta di creare un impatto positivo sia per gli azionisti che per gli altri portatori di interessi (un nuovo scopo giuridico, quindi, con una specifica forma d’impresa oggi disponibile in Usa, Italia e altri paesi). Eric Ezechieli definisce questo strumento un “nuovo sistema operativo per il capitalismo” che consente alle aziende di diventare portatrici di rigenerazione! 

La società Benefit deve specificare esattamente in che modo va a creare questi benefici e deve rendicontare questi impatti, utilizzando il protocollo segnalato prima. È importante precisare che assumere questa forma giuridica non comporta sgravi fiscali o altri vantaggi economici. È uno strumento le cui ricadute, quindi, sono “esclusivamente” sociali e ambientali. Il rischio di greenwashing, però, è sempre dietro l’angolo. Secondo Eric, questo è fortemente limitato proprio dall’assenza di vantaggi fiscali nel modello e, inoltre, l’adozione nel proprio statuto di determinati obiettivi misurabili, potrebbe portare alla denuncia dell’azienda inadempiente che andrebbe controllata dal garante per la concorrenza essendoci gli elementi di “condotta sleale”.  

Il protocollo b impact assessment (disponibile on line gratuitamente e utilizzabile da chiunque) è molto vasto e misura impatti su persone, ambiente, comunità, lavoratori, nonché la trasparenza, i sistemi di governance e il business model. In realtà, non esiste un unico protocollo, ma anzi ci sono più di 150 modelli che variano con dimensioni, area geografica, settore di appartenenza e così via, consentendo a chi aderisce di confrontare le proprie performance con altre aziende di settore che stanno facendo percorsi analoghi.

Summit 2018 delle B Corp

Un avvio difficile… e poi una leadership mondiale!

Quando Eric e Paolo hanno deciso di fondare Nativa come Benefit Corporation hanno redatto uno statuto ispirato a quello americano. Nel luglio 2012, quindi, lo hanno presentato alla Camera di Commercio e… sono stati respinti perché “illegali” avendo costruito un soggetto che non aveva come unico scopo quello di distribuire dividendi. Loro non si sono arresi e al quinto tentativo la camera di commercio li ha accettati “per sfinimento” ma senza che esistesse un ordinamento giuridico in cui potessero davvero rientrare. A quel punto, hanno deciso di attivarsi e grazie anche ad un Senatore, Mauro Del Barba, sono riusciti a far riconoscere il modello di Società Benefit in Italia. Il gruppo di lavoro si costituì nel 2014 e scrisse un disegno di legge che, dopo circa 14 mesi, fu approvato. Dal 1 gennaio 2016 l’Italia è quindi diventata il primo tra gli stati sovrani ad avere una legislazione che riconosceva questo status d’impresa. Oggi, il modello di Benefit Corporation esiste in 34 Stati degli USA, in Italia, in Colombia e Perù e ci sono altri 15 Stati che si stanno ispirando alla legislazione italiana, soprattutto in America Latina. L’Italia ha quindi una leadership mondiale in questo settore ed è il Paese in cui stanno nascendo più B Corp certificate (circa 100 hanno ottenuto la registrazione mentre oltre 2000 si stanno misurando) e Società Benefit (più di 300: da piccole aziende e start up a grandi aziende e multinazionali).

Il modello capitalista deve cambiare

“Per me non si dovrebbe più poter concepire un business che non abbia al centro la rigenerazione ambientale e sociale – mi spiega Eric -. Quando inizi a ragionare in questi termini diventa quasi inconcepibile che un’azienda possa trarre profitti avendo generato impatto negativo a persone o natura. Un’azienda dovrebbe poter distribuire utili solo se non ha causato danni ad ambiente e persone! Siamo ad un punto di non ritorno. O il modello capitalista diventa rigenerativo o… Un modello che sistematicamente danneggia la società non può continuare nel futuro. I limiti ci sono. Se non si autoriforma il sistema, interverranno dei fattori che porteranno all’eliminazione di questo modello. Non va certo dimenticato che il modello capitalista ha portato una fetta di mondo ad emanciparsi da fame e miseria, ma oggi il modello deve cambiare. È giunto al capolinea! Le B Corp rappresentano una delle evoluzioni più forti di questo modello e dimostrano che cambiarlo è possibile anche in modo esponenziale. Ecco perché vedo il ruolo di Nativa come quello di un catalizzatore utile ad accelerare questa trasformazione”.

Le Nazioni Unite e il B Lab

L’ONU, due anni e mezzo fa, ha chiesto a B Lab di collaborare per sviluppare uno strumento utile per misurare il progresso delle aziende rispetto ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030. Questo sarà pronto entro fine 2019. A quel punto, l’ONU proporrà la diffusione di questo strumento a tutte le aziende del mondo.

B Corp ed EBC (Economia per il Bene Comune)

Eric Ezechieli ritiene che ci siano moltissimi elementi di sinergia e allineamento tra i due movimenti. La matrice di EBC viene più dal mondo dell’associazionismo e dell’impresa sociale, quella di B Corp più dal business classico. Ma i due strumenti sono complementari. “Con i rappresentanti di EBC abbiamo iniziato a scambiare alcune idee – conferma Eric – ma ora vogliamo incontrarci per approfondire. Quando ho sentito parlare Christian Felber mi sono ritrovato! Diciamo praticamente le stesse cose”.

Il cambiamento dipende da noi

“Mi occupo di sostenibilità da quando ho 14 anni – conclude il cofondatore di Nativa – studiavo i modelli del MIT che già mostravano i rischi ambientali e sociali a cui saremmo andati incontro e pensavo che gli adulti avrebbero aggiustato le cose. Si sapeva già tutto… Poi passavano gli anni e non cambiava quasi niente. Ho quindi deciso di dedicare la mia vita al cambiamento. Oggi le trasformazioni (e i problemi e le sfide) stanno accelerando in modo esponenziale. Diventa quindi fondamentale agire tutti insieme e in modo rapido per contrastare questi processi. Il modello vigente, che è quello estrattivo, non ha nessuna possibilità di funzionare in futuro! L’Italia, da questo punto di vista, è all’avanguardia nel mondo […]”. 

Ho tagliato volutamente il finale di questa intervista perché vi invito a guardare il video che trovate all’inizio di questo articolo. Nell’ultimo minuto riassume quanto da anni cerchiamo di raccontare con il lavoro di Italia che Cambia. Nonostante il racconto ossessivamente negativo dei media e dei luoghi comuni siamo all’avanguardia nel cambiamento. Un’avanguardia mondiale. Che facciamo, ci attiviamo anche noi?

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/nativa-b-corp-business-puo-cambiare-mondo-io-faccio-cosi-248/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni#

L’importanza dell’Autocostruzione, tra innovazione e tradizione

Collaborare per diffondere e divulgare i principi e le tecniche sostenibili è uno degli obiettivi della Rete Solare per l’Autocostruzione che, grazie a una rete capillare di esperti competenti in diverse regioni di Italia, favorisce la conoscenza e l’apprendimento di tecniche nel campo della bioedilizia e dell’autoproduzione.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione

“La rete è una struttura aperta a tutti coloro che sono interessati all’autocostruzione e alla condivisione dei saperi in un’ottica di partecipazione, di relazione e di fiducia”. Con queste parole si presenta la Rete Solare per l’Autocostruzione, Associazione che nasce nell’anno 2006 in Emilia Romagna con lo scopo di diffondere le tecniche legate alla sostenibilità e alla bioedilizia, promuovendone la conoscenza e divulgazione in Italia.  La rete nasce inizialmente con l’obiettivo di favorire la diffusione del solare termico, riponendo in un secondo tempo l’attenzione anche ad altri campi della bioedilizia. La volontà è quella di creare una solida collaborazione tra persone ed organizzazioni presenti sul territorio quali realtà associazionistiche, privati, enti pubblici o scuole. Daniela Re è presidente nonché una delle fondatrici dell’Associazione che in questo progetto crede molto e che, grazie alla preparazione nel campo dell’architettura, all’esperienza nell’ambito dell’efficienza energetica ed alla passione per le energie rinnovabili ed i materiali naturali, opera attivamente per aumentare la consapevolezza verso tali tematiche, contribuendo a renderle alla portata di tutti, proprio come ci racconta nell’intervista.

Di cosa si occupa l’Associazione?

“Obiettivo della rete è lavorare nell’ambito dell’autocostruzione promuovendo in Italia la diffusione e la conoscenza delle energie rinnovabili e dei materiali naturali in bioedilizia. L’Associazione è composta da esperti che conducono corsi e laboratori nelle diverse regioni di Italia in base alla richiesta dei soggetti interessati favorendo forme di condivisione e autoproduzione tramite un approccio prettamente pratico che consente loro di apprendere metodologie e tecniche sostenibili. Si tratta di una rete diffusa nelle varie regioni di Italia quali Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio e prevede la collaborazione e la cooperazione tra diverse realtà dislocate sul territorio”.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione-1536821291

Quali sono le attività e le esperienze che proponete?

“Proponiamo corsi di autocostruzione eolica che prevedono la realizzazione ed il collaudo di un aerogeneratore; corsi di solare termico per adulti che includono la costruzione di un vero e proprio impianto solare termico ed inoltre attività per le scuole che sono indirizzate alla produzione di un pannello solare per la produzione di acqua calda a scopo didattico. Promuoviamo corsi su intonaci a base di terra e a base di calce; corsi sulla costruzione di forni in terra cruda; autoproduzione di oggetti in feltro con cui produciamo tappeti o pannelli isolanti; laboratori di recupero e riciclo creativo. Infine, da circa un anno, abbiamo avviato corsi di orticoltura secondo i principi dell’agricoltura sinergica, attraverso la realizzazione di impianti di irrigazione goccia a goccia o la piantumazione di piante”.

Come sono strutturati i corsi e chi sono i destinatari?

“I destinatari sono nel complesso persone curiose ed interessate a conoscere i principi dell’autocostruzione e che vorrebbero applicarne le tecniche nella ristrutturazione della propria abitazione. Altri soggetti sono i tecnici con capacità ed interessi progettuali quali gli idraulici, gli architetti o gli ingegneri ed infine gli artigiani come i restauratori o i decoratori, stimolati ad apprendere nuove tecniche e a specializzarsi in nuovi materiali. I nostri laboratori hanno la caratteristica di essere destinati a tutti in modo che chiunque possa imparare, anche chi si trova alle prime armi. Le attività si svolgono prevalentemente durante i week end e sono pensate per realizzare il manufatto della persona che ci ospita e che ne usufruirà”.

Quali sono i principi su cui si basa la rete?

“I principi sono sicuramente lo sviluppo di tecnologie efficienti, semplici, appropriate ed economiche. Nei progetti che implicano un lavoro sull’esistente quali cascinali, rustici o abitazioni in campagna, cerchiamo di proporre l’utilizzo di materiali tradizionali “come si faceva una volta” e quindi favorendone il valore culturale ed evitando l’impiego di prodotti preconfezionati provenienti dall’industria”.

Quali sono gli ambiti in cui ricevete più richieste di consulenza?

“Le richieste più numerose che l’Associazione riceve riguardano i lavori di autocostruzione con la calce, i forni e le stufe in terra cruda. Negli anni passati abbiamo riscontrato un maggior richiamo nei confronti della tecnologia del solare termico che è andata sempre più consolidandosi. Recentemente abbiamo assistito ad un risveglio di interesse nei confronti dei materiali naturali e tradizionali che sosteniamo proponendo corsi con costi non proibitivi ed accessibili al maggior numero di persone”.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione-1536821321

Quali sono le criticità legate alla sensibilizzazione a tali pratiche?

“Riscontro nel complesso un grande interesse da parte delle persone ad approfondire le conoscenze su queste tematiche ma molte di loro si arrendono nell’esecuzione di un progetto a causa della difficoltà nel confrontarsi con gli addetti ai lavori causata dalla scarsa presenza di esperti che facciano formazione e che abbiano buone competenze nel campo della bioedilizia. Nel complesso la sensibilità nei confronti dei materiali tradizionali è cambiata positivamente, il problema è che tali tecniche negli ultimi vent’anni non sono più state trasmesse e praticate poiché sostituite dall’utilizzo massivo del cemento che, per via delle sue caratteristiche di praticità, comodità, resistenza e malleabilità, ha rappresentato la soluzione più conveniente. Un progetto che vorremmo sviluppare è proprio quello di proporre corsi formativi alle scuole edili, agli architetti ed agli addetti ai lavori al fine di diffondere e far scoprire le potenzialità delle tecniche sostenibili”.

Quali progettualità svolgi nel tuo studio a Torino?

“A Torino ho uno studio di architettura dal nome “Ecoprogetto” che, coerentemente coi principi della bioedilizia, è stato ristrutturato con tecniche di rivestimento tradizionali quali legno, calce e vernici naturali coniugando i miei interessi nel campo della sostenibilità con il contesto urbano circostante. Le attività che svolgo sono improntate all’efficienza energetica, alle energie rinnovabili e ai materiali naturali. Mi occupo della formazione di tecnici ed artigiani mostrando loro le pratiche da attuare tramite l’uso di materiali tradizionali e fornisco consulenze energetiche sull’utilizzo del solare termico.  Lo studio nel quale lavoro vuole essere uno spazio aperto a tutti, un luogo nel quale proporre attività, incontri e condivisione di pratiche di autocostruzione. Elemento qualificante è la presenza di un piccolo spazio verde che ho recentemente convertito in orto sinergico e dal quale provengono prodotti a Km0. La sua realizzazione è avvenuta in collaborazione con un gruppo di abitanti del quartiere con i quali abbiamo fondato un comitato dal nome “Oltre la Barriera” che si occupa di facilitare i processi sociali sul territorio in cui viviamo, ovvero Barriera di Milano”.

Cosa rappresenta la realizzazione dei tuoi progetti?

“La soddisfazione più grande che ricevo durante i corsi è entrare in contatto e condividere esperienze con persone che hanno una volontà e visioni comuni e che in questo modo creano una forte energia positiva.
Ciò che amo di più del mio lavoro è la consapevolezza di aver contribuito ad apportare un miglioramento nel mondo”.

Foto copertina
Didascalia: Rete Solare per l’Autocostruzione
Autore: Pagin Fb Rete Solare per l’Autocostruzione

Fonte: piemonte.checambia.org

Non c’è sostenibilità possibile se non è ecologica e sociale allo stesso tempo

Non molti se ne rendono conto, purtroppo. Ma la natura offre all’uomo una serie di servizi che hanno un enorme valore, ma non di mercato. Ci sembrano gratuiti. E tali li considerano, ancora una volta purtroppo, anche gli economisti che aderiscono alla scuola classica.9879-10667

Ma gratuiti non lo sono affatto, perché quasi tutti i beni che la natura ci offre sono soggetti a depletion (esaurimento) e/o a pollution (inquinamento). Sentono l’impronta umana. È nostro interesse e, insieme, nostro dovere morale dare un valore ai beni della natura che sfuggono all’unico sistema di valutazione universalmente conosciuto o, almeno, concretamente applicato: il valore di mercato. Perché solo se ne riconosciamo il valore possiamo utilizzarli, quei beni della natura, in maniera sostenibile.  Di recente gli economisti ecologici hanno trovato un metodo – perfettibile, per carità – per dare un valore ai beni della natura al di là di quello di mercato: lo chiamano willingness to pay (WTP), che potremmo tradurre in “disponibilità a pagare”. Quanti quattrini sei disposto a tirar fuori per una spiaggia pulita e per un’aria tersa e per fermare l’erosione della biodiversità e per contrastare i cambiamenti climatici? Chi studia il rischio sa bene quanto conti la sua percezione. Se noi percepiamo che una spiaggia sporca o un’aria inquinata o la perdita di biodiversità o i cambiamenti del clima sono un rischio, allora siamo disponibili a impegnarci per minimizzarlo. Il willingness to pay altro non è che un modo di quantificare la percezione del rischio o anche, se volete, a valorizzare i capitali della natura che non hanno un valore di mercato. Ebbene, molte analisi, sia teoriche che empiriche, hanno dimostrato che la willingness to pay, la disponibilità a pagare per un bene naturale che non ha mercato cresce con il reddito. Con il reddito familiare, per una persona singola. Con il Prodotto interno lordo per una nazione. Più si è ricchi, più si è disposti a pagare. Ma la disponibilità a pagare e a riconoscere un valore ai beni della natura che non hanno un valore di mercato, dicono da tempo gli economisti ecologici, non cresce indefinitamente con il reddito. Al contrario, tende asintoticamente a un valore soglia. Non è sorprendente. A tutte le cose attribuiamo un valore massimo, che dipende sì dal nostro reddito, ma non solo da esso. Per una bella giornata al mare siamo disposti a pagare molto, ma non più di tanto. Per la sicurezza di un nostro figlio non c’è prezzo. È evidente che nell’attribuire un valore a beni – come una bella giornata al mare o a un figlio – intervengono altri fattori che non sono solo economici. Così è anche per la willingness to pay per i beni della natura. Quando attribuiamo (o non attribuiamo) loro un valore, entrano in gioco fattori economici ma anche fattori di altro tipo. Già, ma di che tipo?

Per quanto strano possa sembrare, pochi finora hanno tentato di rispondere a questa domanda. Alcuni, di recente, hanno tentato di farlo per via teorica. Ma solo ora abbiamo un’analisi che sia di tipo teorico che empirico: l’hanno resa pubblica nei giorni sulla rivista Ecological Economics il tedesco Moritz A. Drupp, dell’Università di Amburgo, e un gruppo di suoi collaboratori. Ed è una risposta inattesa, almeno in apparenza: oltre che dal reddito la willingness to pay dipende dal tasso di equità sociale del Paese in cui si vive. Il che significa che a parità di reddito, uno svedese o un tedesco (che vivono in paesi con alto tasso di uguaglianza sociale) è disponibile a pagare di più per un bene della natura di un americano o di un italiano, Paesi dove la disuguaglianza sociale è altissima. La risposta è solo in apparenza sorprendente, perché è chiaro che la percezione dei beni comuni è maggiore proprio lì dove la ricchezza individuale è meglio distribuita. È evidente, concludono Drupp e colleghi, che per diminuire l’impatto umano sull’ambiente e consumare meno e con maggiore oculatezza i capitali della natura dobbiamo lavorare anche per abbattere l’indice di Gini, ovvero il tasso di disuguaglianza di una società. Non è una proposta nuova, a ben vedere. In fondo lo sappiamo dai tempi del Rapporto Brundtland reso pubblico nel 1987 da una commissione indipendente proposta dalle Nazioni Unite che prendeva il nome dal suo presidente, la signora Gro Harlem Brundtland, primo ministro di Norvegia. Il rapporto sosteneva, né più e né meno, che non c’è sostenibilità possibile se non è, nel medesimo tempo, ecologica e sociale. E che il miglior modo per tutelare l’ambiente è costruire una società più giusta.

Pietro Greco

Laureato in chimica, giornalista scientifico e scrittore. È responsabile del Centro Studi di Città della Scienza e direttore della Rivista Scienza&Società. È autore di oltre venti monografie sulla scienza e sulla storia della scienza. È conduttore di Radio3Scienza. Collabora con le università Bicocca di Milano e Sapienza di Roma. Ha fondato, insieme ad altri, il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. È membro del consiglio scientifico di ISPRA. Collabora con la rivista Micron

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Piano d’azione Torino 2030, una visione sostenibile e resiliente del futuro

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Dopo l’elaborazione del Piano Torino 2030 da parte dell’Amministrazione si avvierà una fase di apertura e di condivisione con il territorio con quattro incontri (21 settembre, 10 ottobre, 7 e 28 novembre 2018, che si terranno presso la Scuola Holden) a cura di Urban Center Metropolitano.  “Torino 2030” è un Piano d’Azione che presenta la visione a medio termine delle scelte dell’Amministrazione. Un progetto fondato sulla sostenibilità e sulla resilienza, fili conduttori delle azioni che sono e saranno poste in essere. Il Piano presenta i progetti già avviati e quelli da avviare dall’Amministrazione e li colloca in uno scacchiere pluriennale con un importante obiettivo: realizzare una città che metta al primo posto il benessere delle cittadine e dei cittadini e la qualità della vita. Il Piano stabilisce obiettivi da raggiungere e azioni da compiere per realizzare la visione di Torino 2030, identificando priorità d’intervento. La metodologia: comunicare la visione della Città a cittadini e portatori d’interesse, condividere con loro obiettivi strategici e azioni strutturanti e cogliere dal confronto progetti e iniziative pubbliche e private con cui fare sinergia. Il Piano d’Azione Torino 2030 considera le vocazioni produttive e culturali già acquisite nella cassetta degli attrezzi della città: le trasformazioni già avvenute, che ci hanno permesso di diversificare un panorama di monocultura industriale che non si addiceva né alla complessità del passato di Torino, dotata di un patrimonio storico, naturale e culturale di primissimo piano e riconosciuto dall’Unesco tra i suoi tesori, né alle opportunità del futuro. Allo stesso tempo, il Piano indica nuove prospettive e linee di sviluppo improntate sui concetti di sostenibilità e resilienza. Sostenibilità nelle relazioni tra cittadini e tra quartieri; resilienza intesa come equilibrio che favorisce stimolo reciproco tra le comunità che compongono la nostra città. Sostenibilità economica per sanare i conti e indurre processi produttivi virtuosi e filiere più circolari. Sostenibilità energetica e dei consumi, sostenibilità dell’ambiente attraverso una gestione del territorio improntata alla qualità della vita dei suoi cittadini. Resilienza intesa come capacità di adattamento ai cambiamenti epocali, quelli economici sempre meno prevedibili, le trasformazioni sociali che ne derivano, e i cambiamenti climatici, ma anche come forza d’animo, pulsione positiva che stimola una risposta creativa alle sfide dei nostri tempi. Quattro i principi sui quali costruire i progetti e le politiche: una città deve essere partecipata, dinamica, vivibile e solidale, altrettante linee che si intersecano con i dieci settori di intervento dell’Amministrazione comunale (Urbanistica, Cultura, Economia, Istruzione, Welfare, Mobilità, Sport, Ambiente, Pari Opportunità, Innovazione) più il capitolo dei progetti speciali. In questa rete vanno a collocarsi i progetti d’innovazione e i nomi degli assessori cui fanno riferimento.

L’importante non è prevedere il futuro ma renderlo possibile”, scriveva Antoine De Saint Exupéry. Capire la strada che stiamo percorrendo e ipotizzare le deviazioni e gli ostacoli che avremo davanti, dotandoci di una visione come bussola nel tempo a medio termine che ci attende. Questi i prossimi passi: dopo l’elaborazione del Piano Torino 2030 da parte dell’Amministrazione, si avvierà una fase di apertura e di condivisione con il territorio con quattro incontri (21 settembre, 10 ottobre, 7 e 28 novembre 2018, che si terranno presso la Scuola Holden dalle ore 17,30 alle ore 19,30) a cura di Urban Center Metropolitano, per stimolare il dibattito sulle prospettive future della città. Poi il piano sarà portato all’attenzione della Città Metropolitana di Torino e saranno avviati confronti mirati con enti, istituzioni pubbliche e private, associazioni e imprese per costruire collaborazioni e sinergie. Il piano sarà monitorato con attenzione, nello svolgimento di ogni sua azione.

Non viene meno dunque la capacità di Torino di prepararsi ad affrontare il futuro attraverso la definizione di una visione che ponga in relazione la sua identità economica, sociale e ambientale con una realtà in continua evoluzione – spiega la sindaca di Torino, Chiara Appendino -. Costruire una città sostenibile e resiliente, dunque, significa prendersi cura dell’ambiente urbano, delle eccellenze e delle criticità; operare per il superamento di fratture e divari tra le sue parti, per raggiungere un equilibrio positivo tra le diverse dimensioni (sociali, economiche e ambientali) della vita dei cittadini e delle cittadine. Significa, soprattutto, chiudere la forbice delle disuguaglianze per creare le condizioni affinché a ciascuno sia data la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita”.

 

Qui il video dove la Sindaca e il Vice Sindaco Montanari presentano il Piano d’Azione Torino 2030

Fonte: Comune di Torino

YOUseful, la resilienza familiare

La modernità ci ha rincitrulliti, ci ha tolto immaginazione, prontezza di riflessi, versatilità; ci ha resi schiavi di tecnologia e fragilità superflue. Come uscirne? Con lo YOUseful, la resilienza familiare. Vi spiego cos’è.New plant germinate from the crack concrete of survival

Da vent’anni mi occupo di autosufficienza e sostenibilità con il progetto PeR, il Parco dell’Energia Rinnovabile. Facendo l’imprenditore ho cominciato a chiedermi come mai, se hai un’azienda, sei obbligato a fare un piano di sicurezza, avere un estintore, una cassetta di pronto soccorso e magari avere alle spalle un corso specifico antincendio e di pronto soccorso, mentre nelle nostre case la gestione dell’imprevisto e delle emergenze è lasciata al caso e all’improvvisazione.

Inconsciamente ci rassicuriamo con la speranza che qualcuno, in caso di difficoltà, arrivi e ci risolva il problema. E’ vero inoltre che questi argomenti, proprio perché evocano qualcosa di negativo, sono molto spesso sepolti nelle nostre coscienze, probabilmente perché se si verificasse uno degli incidenti possibili non sapremmo veramente come reagire. Ci troveremmo facilmente in una situazione dove lo stress, la paura, la tensione e una serie innumerevole di reazioni chimico/fisiche del nostro organismo ci farebbero agire veramente in modo poco efficace. Investendo molte delle mie energie nella bella realtà del Parco delle Energie Rinnovabili per la diffusione di buone pratiche ambientali e cercando di ispirare nelle persone il desiderio e il piacere di cambiare verso uno stile di vita più sostenibile, circa un anno fa ho cominciato a valutare la possibilità di ricavare da questa esperienza un progetto formativo che aiutasse le persone  a risolvere gli imprevisti con maggiore facilità. L’indipendenza dal sistema e l’autosufficienza sono elementi chiave che contrastano la forte dipendenza tecnologica che tutti noi oggi abbiamo. Io stesso per anni ho pensato che l’alta tecnologia fosse la risposta più logica ed efficace su cui investire e specializzarsi. Oggi a distanza di diversi anni spesi in quella direzione, ho riscontrato che la tecnologia è fragile, spesso instabile; per questo è molto importante avere un piano “B” . Se doveste rintracciare votro figlio per un determinato motivo e la comunicazione cellulare non funzionasse, come fareste?

Tutto il nostro sapere, le relazioni, i contatti, le immagini sono nel “cloud”. Permettetemi l’inglesismo, ma è l’immagine della società moderna. Non siamo interessati ad approfondire nozioni perché tanto abbiamo Wikipedia. Non sappiamo più a memoria numeri e riferimenti significativi dei nostri cari perché tanto li abbiamo salvati sul cellulare. Non abbiamo neanche una foto stampata dei nostri cari nel portafoglio, perché tanto l’abbiamo salvata sul web. Non voglio fare una retorica negativa, ma soltanto cercare di essere realistico. Se dovessi chiedere aiuto a qualcuno per cercare, supponiamo, la mia compagna e non funzionasse il web, come potrei mostrare che aspetto ha? La modernità ci ha un pò rincitrulliti; il fuoco, che ci ha resi diversi dalle scimmie, in caso di difficoltà sapreste accenderlo senza un accendino o un fiammifero?

Non dobbiamo dimenticarci che vivendo in Europa, abbiamo un’impronta ecologia di livello 4. Ossia utilizziamo risorse naturali pari a 4 pianeti!!! Non pensate che potremmo avere qualche difficoltà nel prossimo futuro? Potremmo sicuramente cambiare il nostro stile di vita ed è quello che cerchiamo di promuovere al PeR; ma se qualcosa andasse storto e i cambiamenti sociali ed ambientali arrivassero prima, come li affrontereste? La mia esperienza in Africa mi ha insegnato che la scarsità di cibo e risorse a cui sono sottoposti gli abitanti di quel continente, li rende capaci di improvvisare cose inimmaginabili con quello che si trovano a disposizione. Se aggiungiamo un forte istinto di sopravvivenza, i risultati si traducono in una resilienza invidiabile sulla quale riflettere. Proprio questa riflessione, unita a curiosità e interesse a trovare soluzioni che migliorino la vita su questo pianeta e all’enorme sapere che il genere umano ha sviluppato, mi ha ispirato l’idea di mettere a punto una nuova disciplina, lo YOUseful.

E’ ovviamente una delle molte strade percorribili e sicuramente ciascuno di voi potrà trovarne di altrettanto valide per affrontare gli imprevisti. Nello YOUseful ho cercato di non utilizzare una retorica negativa tipica dei corsi americani, ma propositiva, sviluppando tecniche e metodi che aiutino a far emergere le qualità di ognuno di noi, imparando a pianificare preventivamente con calma e metodo un piano di sicurezza familiare da applicare dove e quando serve. Aumentare la “resilienza familiare” significa  essere pronti, anche se quel qualcosa non dovesse mai accadere; questo approccio ci aiuterà a vivere la quotidianità con maggiore serenità. Il solo fatto di aver analizzato i rischi a cui la vostra casa potenzialmente potrebbe essere esposta, ed esservi organizzato nell’affrontarli, vi darà uno strumento in più per rendere il vostro futuro sicuramente migliore.

Fonte: ilcambiamento.it

Torino. Università verso la sostenibilità: risultati dei primi due anni di attività di Unito Green Office

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Una comunità di quasi 80.000 persone, 120 edifici distribuiti sul territorio cittadino e 8 sedi extrametropolitane per oltre 1 milione di metri quadrati. Egidio Dansero, Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale: “Ci piacerebbe costituire dei gruppi territoriali di UniToGO presso ciascun polo dell’Ateneo”

Giovedì 10 maggio 2018 presso l’Aula Magna della Cavallerizza Reale si è svolto l’evento UniToGO+2, confronto aperto per condividere le azioni svolte da UniToGO – Unito Green Office, nei suoi primi due anni di attività e per comunicare i risultati raggiunti, raccogliere le suggestioni relative alle linee di indirizzo future, confrontarsi sulle difficoltà riscontrate e comprendere quali sono i passi da fare per superarle.

“L’Ateneo è fortemente impegnato per la sostenibilità ambientale che rientra a pieno titolo tra gli obiettivi del nostro Piano Strategico” ha dichiarato Gianmaria Ajani, Rettore dell’Università “ed è sempre più attivo nelle reti internazionali e nazionali, a partire dalla Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile. Due anni fa, catalizzando gli stimoli provenienti da tutta la comunità accademica, abbiamo voluto dare concretezza e sistematicità a questo impegno con l’avvio sperimentale del progetto UniToGO e la nomina di un Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale. Con la recente riorganizzazione abbiamo fatto un ulteriore passo avanti trasformando UniToGO in una Unità di Progetto della neonata Direzione Amministrazione e Sostenibilità. La sostenibilità ambientale diventa quindi sempre più organica ad UniTo, facilitando il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione concreta dei nostri impatti sul territorio, grazie al contributo di tutta la comunità

“I primi due anni di attività sono stati densi di impegno e soddisfazioni e non privi di difficoltà” ha spiegato Egidio Dansero, Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale “ La sfida di operare con numeri come quelli di UniTo è ambiziosa… siamo una comunità di quasi 80.000 persone, abbiamo 120 edifici distribuiti sul territorio cittadino e 8 sedi extrametropolitane per oltre 1 milione di metri quadrati. In prospettiva, oltre a rafforzare le positive collaborazioni attive con gli Enti locali e le società di servizi, ci piacerebbe costituire dei gruppi territoriali di UniToGO presso ciascun polo dell’Ateneo. Partendo dai soggetti già attivi – associazioni, coordinamenti, gruppi di lavoro, singoli docenti e studenti – opereremo in stretta sinergia con i referenti dei poli dell’Amministrazione, nella convinzione che “dal basso” si possano più facilmente individuare problematiche e possibili soluzioni, grazie alla conoscenza degli spazi consentita dal vivere quotidiano dei luoghi. Abbiamo seminato bene, ora vogliamo radicarci in tutte le sedi e oggi avviamo in particolare la collaborazione “locale”.

“Raccontare i grandi temi contemporanei attraverso le piccole storie individuali che hanno fatto la Storia con la “S” maiuscola” ha affermato Alessandro Pontremoli Responsabile scientifico del Social Community Theatre Centre (Dip. di Studi Umanistici) “è uno degli obiettivi del Social Community Theatre Centre (SCT Centre). Negli ultimi anni, attraverso il teatro, abbiamo coinvolto decine di comunità in tutta Europa e in alcuni paesi dell’Africa sui temi della sostenibilità ambientale e della responsabilità individuale nei confronti del nostro pianeta”.

Cos’è UniToGO 

UniToGO è un’Unità di progetto della Direzione Amministrazione e Sostenibilità e, allo stesso tempo, un progetto, un processo e un contesto di confronto, coordinamento e programmazione con funzione di raccordo tra le Linee strategiche, il Rapporto di sostenibilità, la Cattedra Unesco in sviluppo sostenibile e gestione del territorio e gruppi di lavoro per la promozione di piani, progetti e azioni concrete. L’obiettivo, formalizzato nel Piano d’Azione per la sostenibilità ambientale di Ateneo 2018-2020, è la riduzione dell’impatto ambientale dell’Università, coinvolgendo l’intera comunità universitaria. Coordinata da un Delegato del Rettore per la sostenibilità ambientale (prof. Dansero), l’attività di UniToGO è condotta da cinque gruppi di lavoro, composti da tre co-referenti (uno per ognuna delle tre componenti: docenti, personale t/a, studenti) e da assegnisti/e e borsisti/e di ricerca e studenti e studentesse. I gruppi di lavoro sono aperti alla partecipazione non solo di tutta la comunità universitaria ma anche di esperti e interessati esterni all’Università, in particolare degli enti e delle organizzazioni con cui UniToGO collabora (Comune, Città Metropolitana, Arpa, Amiat, Gtt…).

Gli obiettivi dei gruppi tematici

acquisti pubblici ecologici: aumento della quota di acquisti ecologici sul totale degli approvvigionamenti di Ateneo

cibo: miglioramento della qualità e sostenibilità del cibo consumato in Ateneo

energia: miglioramento dell’efficienza energetica, diminuzione dei consumi

mobilità: incentivazione della mobilità sostenibile per la comunità universitaria

rifiuti: potenziamento della raccolta differenziata e gestione del ciclo dei rifiuti

Le cifre dei primi risultati

Le azioni si sviluppano lungo tre direttrici complementari per conoscere (costruire una base di dati condivisa sulla sostenibilità ambientale e sulle buone pratiche interne a UniTo, nazionali e internazionali), coinvolgere (potenziare il networking interno a UniTo ed esterno con gli attori di rilievo a scala locale, nazionale e internazionale e soggetti interessati a trasferire e condividere conoscenza scientifica e tecnologica con attori del territorio) e cambiare (progettare e realizzare interventi di riduzione concreta dell’impatto ambientale).

I primi risultati in cifre, sono rilevanti:

Conoscere

– 17.500 risposte all’indagine sugli spostamenti casa-università della comunità di UniTo condotta con il Coordinamento Nazionale dei Mobility Manager delle Università Italiane;

– quasi 80% acquisti pubblici ecologici sul totale degli acquisti effettuati nelle categorie merceologiche per cui il Ministero dell’Ambiente ha definito i “Criteri Ambientali Minimi”.

Coinvolgere & comunicare

– oltre 4.000 persone coinvolte in diverse iniziative tra seminari, convegni, workshop, corsi di formazione, pedalate sulle ciclabili cittadine, cineforum, campagne nazionali e locali di sensibilizzazione (M’illumino di meno, Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, Settimana Europea dei Rifiuti, Festival dello sviluppo sostenibile, Terra Madre…);
– 2° posto tra le Università italiane (55° su 619 università partecipanti da 75 paesi di tutto il mondo) nella classifica UI Green Metric World University Rankings, iniziativa internazionale nata nel 2010 per valutare la sostenibilità ambientale degli Atenei a livello globale;

– 8 reti internazionali e nazionali (International Sustainable Campus Network; European University Association; Green Office Movement; UniTown Network of excellence for University Cities; Regional Networks for Sustainable Procurement; Sustainable Development Solutions Network; Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile; Rete Acquisti Pubblici Ecologici della Città Metropolitana di Torino).

Cambiare
– oltre 9 milioni di €
 il valore stimato del capitolato eco-innovativo per la nuova concessione del servizio di distribuzione automatica di alimenti e bevande in tutto l’Ateneo (60 edifici, 236 distributori automatici, 9 erogatori di acqua di rete);
– oltre 20.000 persone possono fare la raccolta differenziata dei rifiuti. Servizio avviato nel 2017 al Campus Luigi Einaudi e alle sedi di San Salvario e del centro città (16 sedi complessive);
– 100% energia elettrica da fonti rinnovabili. Da maggio 2016 Unito, tra energia autoprodotta e acquistata con l’opzione “verde”, non consuma più energia da fonti fossili per la fornitura elettrica.

Fonte: ecodallecitta.it