Pitaya: «Realizzo assorbenti lavabili per diffondere consapevolezza e sostenibilità»

Laura ha deciso di fare delle sue scelte consapevoli durante i giorni di ciclo mestruale una nuova missione di vita. Ha imparato a usare la macchina da cucire e ha creato il progetto Pitaya: ora produce assorbenti lavabili tutti realizzati a mano e diffonde consapevolezza sul rapporto con il proprio corpo e sull’impatto ambientale. Per dire basta alla plastica e all’usa e getta!

Genova – Ligure d’adozione, milanese di origine, Laura lavora da sei anni come tecnico ambientale in una ONG italiana nata nel 2012, Source International, che studia gli impatti sociali e ambientali delle attività di estrazione in diversi territori, come quelli con monocolture di palma da olio. L’intento è quello di valorizzare le risorse naturali locali e supportare le comunità e organizzazioni presenti in loco. Amante dell’ambiente, che fa parte della sua vita a 360°, sia nel tempo libero che sul lavoro, da qualche tempo Laura ha espresso questa sua sensibilità anche in una nuova attività: Pitaya – Autoproduzioni naturali, un progetto nato per offrire prodotti realizzati a mano e a basso impatto ambientale. Lontani dalle fabbriche, vicini alle persone.

LA STORIA

«Durante il lockdown – racconta Laura – mi sono resa conto di quali sono le cose realmente necessarie nella vita e mi sono detta che ognuno dovrebbe almeno provare a essere autosufficiente. Ho deciso quindi di imparare a produrmi da sola le cose di cui ho bisogno».

Complice il tanto tempo libero, Laura decide di adattarsi a un nuovo stile di vita, improntato sull’attenzione al proprio impatto e sul desiderio di fare da sé. Da dove iniziare? Lei ha scelto gli assorbenti lavabili come punto di avvio. Comincia subito a lavorare con una macchina da cucire regalatale da un’amica, crea cartamodelli e produce i primissimi campioni con stoffe di riciclo. «Anche se uso da tempo la coppetta mestruale, ci sono giorni in cui il ciclo è particolarmente doloroso e ho la necessità di usare gli assorbenti, scegliendo però quelli a basso impatto».

Oltre agli assorbenti, Laura ora dà vita anche a giochi per neonati plastic-free in pannolenci, borse in tessuti originali del Mozambico e dischetti struccanti lavabili: «Ho iniziato con materiali di recupero, come spugne, pile e asciugamani. Poi è partito il passaparola, amiche delle amiche hanno iniziato a interessarsi ed è nato il progetto Pitaya».

Da lì prende corpo l’idea di farlo diventare una professione che occupi di più le sue giornate. «Un’amica mi ha disegnato il logo, poco dopo ho creato la pagina Facebook e ho iniziato al tempo stesso a cambiare materiali: ora uso esclusivamente cotone organico biologico».

I prossimi step? Iscriversi a Etsy e iniziare a partecipare ai mercatini dell’artigianato. Nel frattempo Pitaya sta diventando anche un canale di divulgazione dei temi ambientali, per sensibilizzare sempre più persone sull’impatto degli oggetti in plastica usa-e-getta.

I VANTAGGI DEGLI ASSORBENTI LAVABILI

«Certo, con il recente abbassamento dell’IVA, ora ci si sta rendendo conto che gli assorbenti femminili non sono beni di lusso, ma di prima necessità. Ma facendo un rapido calcolo, il confronto economico tra lavabili e usa-e-getta resta comunque impari: considerando che una donna in età fertile utilizza una ventina di assorbenti al mese, nella vita ne userà circa 11.000, spendendo complessivamente almeno 5/6mila euro. Con quelli lavabili ne bastano 5/6 per ciclo, più un paio salvaslip: in 35 anni quindi, contando che ogni assorbente ha una vita media di 5 anni, si spenderebbe sui 600 euro».

Alcuni assorbenti lavabili Pitaya

Oltre al discorso economico c’è poi la questione sanitaria e ambientale. Recentemente è uscito un dossier dell’ANSES, l’Autorità francese per la sicurezza sanitaria, in cui attraverso studi a campione sono stati rilevati pesticidi, glifosato, cloro e diossine all’interno degli assorbenti usa-e-getta. Sostanze tossiche a diretto contatto con la pelle, in una zona del corpo che è delicatissima.

«Dal punto di vista ambientale parliamo di un oggetto che viene usato per 2/3 ore e poi viene buttato nell’indifferenziata per finire in discarica. E lì resta 500 anni. Per tutti questi motivi è urgente iniziare a cambiare stile di vita».

UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA

Grazie a una consulente mestruale, Laura nel contempo ha acquisito una nuova consapevolezza sul ciclo. Avere coscienza di sé, per conoscersi meglio e imparare ad ascoltare il proprio corpo, è diventata una sua personale missione per avvicinare sempre più ragazze al tema.

«Sono tantissime le donne, anche giovanissime, che hanno un blocco forte su questo argomento, che però ritengo sia facilmente superabile se si pensa che con un piccolo cambio di abitudine si contribuisce a ridurre l’inquinamento, ma anche a volersi bene, evitando al proprio corpo di entrare in contatto con gli svariati materiali plastici con cui sono realizzati gli assorbenti monouso». L’esperienza di Laura suggerisce un insegnamento semplice: le soluzioni per cambiare ci sono, basta solo volerlo!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/pitaya-assorbenti-lavabili/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Frigo di quartiere: le comunità si reinventano per aiutare chi ha bisogno

Spreco alimentare e povertà sono due concetti che sempre più spesso si incontrano nei progetti di solidarietà e mutuo aiuto: oggi vi parliamo del “Frigo di quartiere”, iniziativa che si sta diffondendo in sempre più città e che è pensata per donare cibo alle persone in difficoltà attraverso frigoriferi collocati in spazi urbani e a completa disposizione di chi ne ha bisogno. Un esempio è l’esperienza di Torino.

Torino – Avete mai sentito parlare del frigorifero di quartiere o di comunità? Si tratta di un’iniziativa che sta facendo molto parlare di sè e che vede negli angoli delle strade, nei condomini o nei parchi, piccoli o grandi frigo in cui i cittadini si impegnano a riporre cibo a disposizione delle persone bisognose.

In particolare, quella del frigo di quartiere è una tra le numerose iniziative incluse nel progetto Im.patto, lanciato da Nova Coop in sinergia con realtà piemontesi e che porterà nelle diverse province della regione progetti che coinvolgeranno la cittadinanza sul tema del cibo, del benessere e della salute.

A Torino, ad esempio, è pensata per coinvolgere le periferie attraverso un effettivo “patto” con il territorio che si concretizza in nuove alleanze con i soggetti che a diverso titolo hanno partecipato alla Call for Ideas di Nova Coop: un patto che vuole mettere in atto azioni di partecipazione ma anche progetti di scambio e reciprocità capaci di generare benefici sull’intera comunità.

L’INIZIATIVA DEL FRIGO DI QUARTIERE

In cosa consiste il progetto? Due frigoriferi verranno allestiti presso Il Boschetto di via Errico Petrella, progetto che vi abbiamo già raccontato in un nostro precedente articolo e che nel quartiere di Barriera di Milano, grazie al lavoro di Re.Te Ongun angolo di città è stato trasformato in questi anni in un progetto di agricoltura urbana dove bambini, famiglie, soggetti fragili e residenti si prendono cura degli orti che qui sorgono.

L’obiettivo, sin dalla sua nascita, è agevolare l’inclusione sociale di soggetti vulnerabili e svantaggiati attraverso pratiche agroecologiche e stimolare valori di cittadinanza attiva, avvicinando le persone alle pratiche di agricoltura urbana sostenibile e alle tematiche ambientali.

Foto di Peter Wendt tratta da Unsplash

Proprio per questo, il progetto del frigo di quartiere vuole diventare un simbolo per promuovere l’impegno sociale e la solidarietà: i frigoriferi saranno infatti destinati ai cittadini che ne hanno bisogno o che si trovano in condizioni di povertà. Al loro interno potranno trovare frutta fresca, oltre che le eccedenze alimentari donate da Coop e altri negozi, aziende e ristoranti che aderiranno all’iniziativa.

DAI COMMUNITY FRIDGES AL PEOPLE’S FRIDGE

L’iniziativa non è solo pensata per sostenere le persone in difficoltà, ma anche per diventare un elemento culturale di aggregazione sociale e un mezzo di promozione della salute e rafforzamento del legame tra cibo e sostenibilità. D’altronde, l’esperienza dei “frighi di comunità” si sta diffondendo in sempre più città, attraversando i continenti. È il caso dell’America, dove sono nati i “Community fridges”, grazie a movimenti spontanei organizzati dalla comunità per la comunità, per offrire un aiuto concreto a migliaia di americani che si trovano in situazioni di fragilità e la cui situazione già critica è stata resa ancora più difficile con l’arrivo della pandemia. Un altro esempio virtuoso è “The People’s fridge“, iniziativa che è stata realizzata a Brixton da un gruppo di commercianti, ispirata da esperienze simili e precedentemente avviate in Germania, Spagna, India. Così il progetto ha preso piede grazie all’ampio quantitativo di donazioni ricevute dai cittadini attraverso una campagna di crowdfunding che ha riscosso grande successo, stimolando altri quartieri londinesi a replicare l’esperienza. Un’esperienza che riguarda il Regno Unito è poi la comunità formatasi intorno alla Community Fridge Network, rete che ad oggi conta circa 200 realtà che hanno dato vita al loro frigo di comunità. La rete vuole incentivare la nascita di progetti analoghi e per questo offre una guida gratuita ai gruppi di persone che desiderano creare il proprio frigorifero comunitario, fornendo un supporto tra pari e consigli per la progettazione.

Foto tratta da Peoplesfridges

DARE SUPPORTO A CHI È IN DIFFICOLTÁ

Le esperienze, che oltrepassano i confini e si diffondo da una città all’altra, sono diverse e variegate: dai frigoriferi che ospitano cibo appena scaduto o vicino alla scadenza ai frigo collocati nei cortili dei condomini aderenti ai progetti che “salvano” avanzi di frutta e verdura che, a causa di qualche ammaccatura, non sono più considerati facilmente “vendibili”. Ciò che accomuna tutti questi progetti è l’impatto sociale e ambientale che li contraddistingue.

Tutti questi progetti nascono e si sviluppano per creare supporto alle nuove fragilità, con azioni di sostegno basate sulla reciproca responsabilità. La visione di fondo è rafforzare la connessione tra le persone e verso l’ambiente circostante, valorizzare la ricchezza culturale e la tradizione delle comunità locali, dare attenzione alla cura di sé, degli altri e del proprio contesto di vita, educare al consumo consapevole e, certamente, contribuire a una società migliore basata su convivialità e mutuo aiuto.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/11/frigo-di-quartiere-comunita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Ludì la sfuseria creata da due giramondo a caccia della sostenibilità

Le botteghe artigiane della capitale spagnola, il circuito hippie dell’Australia meridionale, ma anche l’amore della comunità in cui sono nati, nell’entroterra abruzzese. Sono questi gli ingredienti che hanno utilizzato due giovani di Lanciano, paese in provincia di Chieti, per dare corpo alle loro aspirazioni e aprire Ludì, un negozio di prodotti sfusi.

ChietiAbruzzo – Ludovica e Matteo fondatori di Ludì, la prima Sfuseria d’Abruzzo, un negozio dove la coppia propone prodotti alla spina, locali e biologici. Ma questa iniziativa imprenditoriale non è un lavoro come gli altri. È il coronamento di un sogno diventato realtà dopo aver viaggiato tanto, progettato, ricercato e aspettato pazientemente il “momento giusto”. I due fondatori ci raccontano il loro lungo percorso che li ha portati in Spagna, in Australia e poi nella natia Lanciano, dove hanno raccolto tutte le idee, la consapevolezza e le competenze maturate nel corso degli anni trascorsi on the road per lanciare un’iniziativa che fosse non solo un’attività che garantisse loro di vivere, ma anche uno strumento per diffondere le buone pratiche e la cultura della sostenibilità nella loro comunità.

Vi potete presentare?

Siamo una coppia di giovani abruzzesi, entrambi di Lanciano in provincia di Chieti. Sei anni fa ci siamo trasferiti a vivere a Madrid per lavoro. Entrambi abbiamo intrapreso studi “alternativi” perché facevamo fatica a trovare una dimensione lavorativa in Italia. Matteo è allenatore di atletica leggera, Ludovica insegnate di Yoga. Madrid è stato il palcoscenico dell’inizio dei nostri progetti, ci ha dato quella grinta e quella voglia di fare di cui avevamo tanto bisogno.

Ludovica e Matteo

Com’è nata l’idea di aprire una sfuseria?

Siamo della famosa generazione Y e conosciamo bene il precariato, la mancanza di sicurezza e di certezze. In Spagna vivevamo in un quartiere artistico particolarmente stimolante e da subito Ludovica si è lasciata affascinare dalle varie botteghe presenti nelle vie del barrio; in particolar modo un piccolo negozio di cereali e farine sfuse, ha subito colto la sua attenzione. Cristina, la proprietaria, è diventata da subito grande amica di Ludovica la quale spendeva giornate a curiosare nel negozio e aiutare occasionalmente la proprietaria. Cristina è arrivata addirittura a proporle di aprire un franchising del suo negozio a Firenze, ma i tempi non coincidevano perché, in cerca di nuovi stimoli e avventure, abbiamo deciso di trasferirci in Australia e di fare un’esperienza di due anni come backpackers, ragazzi con lo zaino!

Raccontateci di questa esperienza.

Abbiamo comprato un piccolo furgoncino e lo abbiamo aggiustato e decorato così da renderlo pratico e confortevole allo stesso tempo. Bob – così abbiamo battezzato il mitico Mitsubishi Starwagon – è stata la nostra casa per i 24 mesi. Viaggiando e lavorando lungo la East Coast della Down Under ci siamo riempiti il cuore e la mente di esperienze straordinarie, accrescendo la lista dei nostri desideri e la nostra creatività. Abbiamo passato sei mesi a Byron Bay, nel New South Wales, patria dei surfisti, del buon cibo e di tutto ciò che sia hippie e sostenibile! Abbiamo avuto la fortuna di lavorare in due locali totalmente plant based e devoti alla causa Zero Rifiuti. Frequentavamo il mercato locale tutti i venerdì mattina, mangiando in eateries vegane e passando i lunedì sera al cinema a guardare documentari di attivismo e natura e frequentando ogni weekend un circolo di conversazione su temi sociali.

Che effetto ha avuto questa differenza culturale così marcata rispetto al contesto europeo?

Improvvisamente ci siamo ritrovati catapultati in un mondo lontano e al tempo stesso vicino ai nostri valori. Ci siamo sentiti a casa ed entrambi ci siamo convinti di aver trovato la nostra dimensione: uno stile di vita minimalista e consapevole, compiendo scelte accurate e attente. Abbiamo iniziato poco a poco a mettere in discussione il nostro “vecchio” stile di vita e ad acquisire consapevolezza di quanti sprechi possiamo evitare.

A quali scelte di vita ha dato origine questa nuova consapevolezza?

Abbiamo iniziato con piccole scelte, dal diventare vegana (Ludovica) a consumare carne solo nel weekend (Matteo). Abbiamo eliminato la plastica dove non necessaria, iniziato ad acquistare localmente e a km0 quando possibile oppure prodotti biologici. Ci siamo dedicati allo studio e alla formazione in educazione sostenibile, permacultura, costruzione di abitazioni energicamente indipendenti, apicoltura naturale. Ogni passo ci ha spalancato le porte anuove opportunità e con ogni piccola scelta ci siamo sentiti sempre più sereni, avvertendo una sorta di calma e felicità nella nostra quotidianità.

Fino a che non è arrivato il momento di ritornare.

Quando il visto è scaduto e ci siamo preparati a tornare in Italia dopo tanti anni, sapendo che la nostra vita sarebbe stata ormai diversa e impegnandoci entrambi, come coppia e come individui, a rispettare queste nuove scelte. La cosa più difficile è stata sicuramente trovare il giusto equilibrio tra informare le nostre famiglie, educarle, ma lasciare loro lo spazio di compiere le loro scelte senza risultare invadenti ed estremisti! Ma ce l’abbiamo fatta e questo lungo lockdown, così come l’arrivo della pandemia in sé, ci ha insegnato che non potevamo più “scappare” dalla nostra terra con la scusa che “qui non si può fare mai nulla”.

È a quel punto che è arrivata la decisione di mettervi in gioco in prima persona?

Proprio così: per vedere cambiamento dovevamo schierarci in prima linea con coraggio e dedizione. Lo abbiamo fatto e a novembre del 2020 abbiamo deciso di iniziare il percorso dell’apertura di Ludì, un negozio di prodotti alimentari totalmente privi di imballaggio e di oggettistica zero rifiuti che potesse accompagnare ogni individuo nella transizione verso uno stile di vita sostenibile.

Raccontateci com’è andata.

La strada non è stata facile: Lanciano è un grande paesotto e trovare il giusto locale che fosse sufficientemente grande da garantirci spazio per organizzare anche incontri e seminari, senza però finire per pagare affitti stratosferici, è stata dura. Ci sono voluti sei mesi solo per questo! Insieme abbiamo compiuto i lavori di ristrutturazione del locale scelto in un quartiere residenziale con ampi marciapiedi e posti macchina, così da garantire facile accesso a tutti. Fortunatamente in Australia abbiamo anche imparato a fare svolgere lavori di manutenzione e questo ci ha permesso di abbattere di molto i costi dell’apertura. Finita questa fase, è iniziata l’ardua impresa della ricerca e scelta dei fornitori. Ci tenevamo ad avere prodotti locali, ma anche prodotti biologici e coltivati con i principi della biodinamica e della permacultura. La più grande difficoltà è stata convincere i vari fornitori a venderci i loro prodotti in grandi sacchi. Da noi il concetto di sfuso è ancora complesso e lontano. Ma ce l’abbiamo fatta: tre mesi dopo, con l’aiuto della nostra commercialista e della nostra agente di HACCP – due donne meravigliose! –, abbiamo completato il nostro negozio.

Quali prodotti vendete?

Da Ludì si può trovare cereali, legumi, farine, pasta, riso, oli, muesli e granole, biscotti, caffè fresco da macinare, tè e tisane, spezie, sale e zucchero, erbe, superpolveri, frutta secca, semi. In più tutta la parte di oggettistica, dai detersivi bio alla spina ai saponi artigianali al taglio, spugne compostabili, posate e spazzolini in bambù, contenitori e cannucce in acciaio, teli cerati e carte forno riutilizzabili, sacchetti di stoffa, pannolini e assorbenti lavabili e tante altre cosine! Il nostro budget non era molto alto e siamo stati bravi nel rispettarlo, ricercando mobili di seconda mano, riutilizzando bancali come mensole, recuperando arredi da nonni, rigattieri ed amici. La famiglia è stata il più grande supporto, ognuno ha apportato qualcosa. Fino al giorno dell’apertura c’era chi si arrampicava sulle scale per fissare le ultime cosine ai muri, chi lavava barattoli, chi scriveva a mano 353 etichette!

Il risultato è stato come ve l’aspettavate?

Sì: il negozio è una piccola oasi di pace, con un profumo di buono che solleva l’animo a chiunque entra e porta il sorriso a tutti. All’ingresso c’è un divanetto per rilassarsi e chiacchierare perché da Ludì ogni prodotto ha la sua storia e il suo perché che va raccontato adeguatamente. Siamo sempre attivi, inventandoci costanti collaborazioni, eventi, servizi per far conoscere la nostra realtà, ma anche per portare soluzioni lì dove il mercato non è ancora arrivato. La spesa la consegniamo a domicilio o la prepariamo per un ritiro facile e veloce, vendiamo online e prepariamo kit di merende per i bambini che vanno a scuola e menù settimanali per le famiglie impegnate. Ci ricordiamo bene le difficoltà incontrate nella transizione verso la sostenibilità e anticipiamo soluzioni ai bisogni della nostra comunità che giorno dopo giorno diventa una grande famiglia dove ci si aiuta e si collabora.

Cosa vuol dire per voi “sostenibilità”?

La sostenibilità è un mondo, uno stato, un concetto, uno stile di vita incredibilmente ampio e può far paura all’inizio. Ricordiamo sempre a tutti l’importanza di fare le cose poco alla volta. Scegliere di acquistare prodotti imballati in vetro, piuttosto che acquistare prodotti bio o fare la spesa dal contadino vicino casa. I passi sono molteplici e vanno compiuti lentamente e pazientemente. È un percorso fatto di domande, di continua messa in discussione con curiosità e senza giudizio, perché basta poco a sentirsi in colpa!

Cosa consigliate a chi volesse applicare questo concetto nella propria vita di tutti i giorni?

Si può iniziare da qualunque ambito: oggi scelgo un vasetto di ceci in vetro, domani acquisto una farina sfusa, tra una settimana provo a usare un telo cerato e tra un mese utilizzo la carta di giornale per fare pacchetti. Magari una volta a settimana vado a piedi a lavoro o mi organizzo con un collega. Prendo l’abitudine di tenere una busta di stoffa in macchina e se mi dimentico mi faccio una carezza, non un rimprovero! Quando sono al mare o in montagna a passeggiare mi porto un sacchetto nel quale raccogliere i rifiuti che trovo per strada. La cicca della sigaretta la ripongo in un fazzolettino e attendo un cestino per buttarla. Compro un bel libro di cucina dalla libreria locale – che se non ha quel che trovo può procurarselo! – e attendo pazientemente e con desiderio l’arrivo del mio acquisto.

Questo nel personale. Ma in famiglia e nella comunità in cui viviamo?

Inizio a rallentare i ritmi della mia famiglia con organizzazione e pianificazione. Spiego a mio figlio che a 9 anni davvero non ha bisogno di un telefono e che per produrre e poi smaltire uno smartphone si crea un grande impatto sull’ecosistema. Scelgo di ascoltare come mi sento e rispettare il mio corpo e i miei ritmi, che rispondono a quelli della natura. Potremmo andare avanti per ore! Nei confronti di Governi, istituzioni e grandi tavoli invece, mi impegno come cittadino a ricordare che sostenibilità significa anche “poterselo permettere”.

Lo Stato ci deve aiutare a compiere scelte sostenibili, mantenendo le nostre strade pulite, dando incentivi validi, utili e soprattutto inclusivi, informando ed educando, abbassando le aliquote dei prodotti che guariscono e aiutano il pianeta. C’è così tanto da fare! Ma questo non deve scoraggiarci bensì darci la forza di non mollare mai perché è un cammino che appaga, che rende felici e che ci fa vivere meglio, garantendo un futuro migliore ai nostri pargoli, alle prossime generazione e a Mamma Terra che è così bella e così unica.

Come trovano spazio queste idee nella vostra attività commerciale?

Ludì si impegna a garantire informazione, educazione e guida per chi vuole iniziare a cambiare, a scegliere con consapevolezza. Aiutiamo chi si serve da noi a scegliere i prodotti che più si avvicinano ai vostri gusti e alle vostre esigenze. Forniamo una guida sulle quantità da acquistare e prepariamo i prodotti in sacchetti di carta, se qualcuno dimentica i propri contenitori. Siamo sempre disponibili a fornire ricette e suggerimenti che si possono poi ritrovare sui nostri social e sul nostro sito. Abbiamo scelto pubblicità e divulgazione digitale proprio per minimizzare gli sprechi di carta. A chi viene da noi chiediamo un po’ della sua fiducia e del suo tempo, perché da Ludì non si viene con la fretta! Correre ci rende difficile assaporare, ascoltare, riflettere e noi ci teniamo che anche fare spesa nel nostro negozio sia simbolo di sostenibilità. Rallentare, respirare, lasciarsi trasportare!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/09/ludi-sogno-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Boscopiano: un gruppo di giovani realizza il sogno di far rivivere la propria valle

Sono giovani, pieni di entusiasmo e voglia di far conoscere a tutti il bellissimo territorio in cui vivono: si chiamano Giovanni, Diletta, Marta e Camilla e vivono in Val Borbera, in provincia di Alessandria. Per rilanciare il territorio, soggetto a un progressivo spopolamento, hanno dato vita a Boscopiano, un’area attrezzata che vuole essere non solo un luogo di socialità ma anche e soprattutto una “vetrina della valle”, capace di promuovere il turismo e tutte quelle attività di ristorazione, le botteghe e i piccoli negozi che rendono unico questo territorio. Esistono dei luoghi dove tutto è più bello, dove puoi trovare il punto giusto per ammirare un tramonto, dove l’acqua è più pulita e dove la natura si riappropria dei suoi spazi. Luoghi di estrema bellezza che aspettano solo di essere valorizzati. E proprio da queste suggestioni ha inizio la storia che vi raccontiamo oggi e che vi porta lontano, in una bellissima valle del Piemonte, la Val Borbera. Questo territorio, riconosciuto come area di interesse comunitario, ha subìto negli anni passati un progressivo spopolamento dovuto all’abbandono di molte famiglie, richiamate nei vicini centri urbani da nuove occasioni lavorative. Molti hanno lasciato questo territorio non vedendo alcuna possibilità, ma c’è chi, invece, ha deciso di scommetterci: Giovanni Moro, Diletta Leale, Marta Bisio e Camilla Cadella Bisio sono quattro giovani ragazzi e ragazze che amano la loro terra e proprio qui hanno deciso di rimanere, per rilanciare la Val Borbera in chiave turistica.

Foto di Fabio Passaro

Così tre anni fa Giovanni e Diletta hanno partecipato a un bando del Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale, tramite un bando del GAL Giarolo Leader, che dava un contributo economico per l’avvio, nella zona, di attività extra agricole in ambito turistico. «Quest’occasione è stata essenziale per iniziare. Noi siamo molto giovani, abbiamo tra i 21 e i 24 anni e quando abbiamo avviato questo progetto non avevamo esperienza pregressa, avevamo però tanta voglia di cambiare le cose. Il nostro obiettivo è stato sin dall’inizio quello di creare un valore condiviso che coinvolgesse le persone, le attività e il territorio».

Lo hanno chiamato Boscopiano e sorge in corrispondenza di un grande canyon formatosi dall’azione del torrente Borbera che, con le sue acque limpide, è il simbolo della valle. Qui i protagonisti della nostra storia hanno realizzato un’area pic-nic, un chiosco, un percorso che porta fino al greto balneabile, gestiti ora assieme a Marta e Camilla. Nella stagione calda, dalla primavera all’inizio dell’autunno, è operativo il bar, dove servono ottimi aperitivi che si basano sui prodotti naturali e biologici del territorio, per aiutare le attività locali e valorizzare le eccellenze gastronomiche che sono i simboli autentici della Val Borbera.

«Boscopiano, per come è strutturato, potrebbe funzionare anche come ristorazione ma noi abbiamo deciso di puntare su un aperitivo, in modo che i visitatori non siano obbligati a fermarsi da noi ma possano spostarsi nelle attività di ristorazione che già esistono in valle e che noi proponiamo».

Ma l’area vuole essere anche e soprattutto un luogo di riferimento per l’intera valle e per questo i nostri giovani lo hanno reso un punto di informazione turistica per coloro che qui giungono e possono essere guidati alla scoperta del territorio. Perché, come ci racconta Giovanni, «visto che siamo all’imbocco della valle da noi arrivano in tanti ma in pochi vanno oltre, perdendosi i paesaggi e le attività che qui sorgono».

Come punto informativo i giovani sponsorizzano le attività del territorio, pubblicizzano gli eventi organizzati per la stagione estiva e attualmente stanno collaborando con le proloco dei comuni della zona per aprire un portale dove pubblicare le iniziative locali.

«Siamo sperduti ma al centro di tutto», scherza Giovanni, proprio perché l’area, che porta alla Val Borbera e ai suoi comuni montani, si trova al centro di quattro regioni quali l’Emilia Romagna, il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, conservando allo stesso tempo una sua identità e degli aspetti tradizionali molto peculiari. Diletta, Giovanni, Camilla e Marta hanno deciso di rendere Boscopiano sempre accessibile: «Abbiamo creato un’area che, coerentemente con la nostra filosofia di vita basata sulla condivisione, è aperta a tutti. Aperta vuol dire che non c’è un biglietto di ingresso, ma è accessibile ogni giorno dell’anno, anche quando noi non ci siamo. E in questi anni abbiamo visto che questo atteggiamento ha portato ad un risvolto positivo: vedendo la sua trasformazione rispetto al passato, molte persone hanno preso a cuore questo luogo».

Il progetto di Boscopiano, oltre che essere sostenibile dal punto di vista ambientale, etico e legale, vuole essere sostenibile anche dal punto di vista economico e, come ci viene spiegato, «rappresenta un’attività lavorativa che ci occupa il periodo estivo e ci permette allo stesso tempo di portare avanti gli studi universitari».

Il sogno è dare una prospettiva a un territorio che si spera abbia già toccato il fondo e da cui non si possa fare altro che risalire. «Per questo vogliamo lanciare un messaggio concreto e dire che “si può lottare per fare la differenza”».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/boscopiano-gruppo-giovani-realizza-sogno-far-rivivere-propria-valle/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Vaia, la startup che pianta nuovi alberi nei boschi delle Dolomiti distrutti dalla tempesta

Per commemorare il secondo anniversario del disastro causato dalla tempesta Vaia, domenica 25 ottobre l’omonima startup pianterà sull’altopiano di Piné 726 nuovi alberi, uno per ogni giorno trascorso da quei momenti. L’evento vuole celebrare la rinascita di una comunità resiliente e si inserisce nell’impegno dell’azienda a piantumare 50mila alberi entro la fine del 2021. Con raffiche di vento che hanno raggiunto i 190 km/h, la tempesta Vaia ha raso al suolo interi boschi, spazzando via 8,5 milioni di metri cubi di legname e causando danni economici per 630 milioni di euro. E soprattutto, ha sconvolto il panorama di vaste aree di quelle stesse Dolomiti che dal 2009 fanno parte del Patrimonio Mondiale UNESCO. Per commemorare i due anni dal passaggio della tempesta che spazzato via 40 milioni di alberi, la startup trentina Vaia organizza un evento di riapiantumazione nel quale verrà piantato un albero per ogni giorno passato dalla tempesta, per cui 726 alberi.

Il team di Vaia

La startup VAIA nasce proprio dal desiderio di Federico Stefani, ventinovenne trentino, di aiutare il suo territorio e la sua comunità a rialzarsi dalla devastazione della tempesta. Insieme a Giuseppe Addamo e Paolo Milan, Stefani decide di fondare la startup VAIA per recuperare il legno degli alberi abbattuti dalla tempesta e trasformarlo in un prodotto d’eccezione. Contribuendo ad alimentare un nuovo modo di fare impresa, in un’ottica di arricchimento per la società e l’ambiente. L’oggetto ideato dalla startup è il VAIA Cube, amplificatore passivo costruito artigianalmente (la cassa viene realizzata da artigiani e falegnami locali) che permette di propagare in modo completamente naturale qualunque suono emesso da uno smartphone. Ogni cubo è un pezzo unico e di piccole dimensioni (10 cm per lato), prodotto unicamente con il legno recuperato dagli alberi caduti: l’esterno è realizzato in abete della Val di Fassa, un pregiato tipo di abete rosso da sempre utilizzato per produrre i violini, mentre l’interno è in larice.

Per Federico Stefani “il VAIA Cube è un esempio concreto di come sia possibile produrre senza sprecare preziose materie prime, e rispondendo concretamente alle conseguenze dei cambiamenti climatici”. Allo stesso tempo, l’amplificatore punta anche a mantenere alta l’attenzione sull’emergenza climatica. Attraverso il VAIA Cube, la startup vuole consegnare alle persone una storia, un oggetto di design frutto di un progetto più ampio e basato sui valori di tutela dell’ambiente e sostenibilità, un simbolo di resilienza e fiducia nel futuro. La startup, i cui tre fondatori sono stati inseriti da Forbes Italia nella classifica “100 Number One – L’Italia dei giovani leader del futuro”, punta a piantare nelle zone colpite dalla tempesta un nuovo albero per ogni Vaia Cube venduto, e a piantumare 50mila alberi entro la fine del 2021.

L’ultima ripiantumazione di quest’anno prima dell’inizio della stagione invernale si terrà domenica 25 ottobre sull’altopiano di Pinè, in Trentino, dove saranno messi a dimora 726 alberi: uno per ogni giorno trascorso dalla tempesta Vaia. Secondo Paolo Milan, “amplificare i suoni in modo naturale attraverso il legno è una metafora forte e concreta per risvegliare la coscienza collettiva. I recenti eventi climatici ci stanno dimostrando che dobbiamo necessariamente riconsiderare il nostro modo di produrre, e soprattutto il nostro modo di consumare, restituendo una giusta priorità all’ambiente e alla natura”.

La ripiantumazione sull’altopiano di Pinè sarà trasmessa in streaming sui canali social di Vaia a partire dalle 10:00 di domenica 25 ottobre. Saranno proposti anche contenuti aggiuntivi, interviste ai fondatori e al team della comunità di VAIA, nonché agli artigiani che realizzano il prodotto.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/10/vaia-startup-pianta-alberi-dolomiti-distrutti-tempesta/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il futuro di eventi e festival musicali? Ripartiamo dalla sostenibilità!

Questo momento di sospensione forzata di moltissimi eventi live, può rappresentare l’occasione giusta per ripensare il settore in un’ottica di maggiore attenzione per l’ambiente. Ne abbiamo parlato con Katia Costantino che da anni si occupa di progettazione sostenibile di festival e manifestazioni culturali e musicali. Il mondo della cultura, della musica e degli eventi live è stato il primo comparto a scontrarsi con l’emergenza Covid-19 e a rimanere a tutt’oggi in una fase di stasi. L’espressione oggi più usata da chi è motore di questo settore è “ripartenza con proposte concrete”. Così lavoratori, imprenditori, professionisti della musica e dello spettacolo hanno stilato un documento programmatico, “LaMusicaCheGira”, per promuovere una riforma definitiva del settore. Tra le istanze un punto è dedicato alla sostenibilità degli eventi e dei festival, ne abbiamo parlato con la sua autrice Katia Costantino.

Katia Costantino da anni si occupa di progettazione sostenibile di festival e manifestazioni culturali e musicali

Puoi presentarti e dirci di cosa ti occupi?

Sono nata a Torino, anni fa feci un master sulla Sostenibilità Ambientale cioè sullo sviluppo sostenibile. Nel 2013 mi sono trasferita in Inghilterra e lì sono riuscita ad unire le mie due passioni quella per la salvaguardia dell’ambiente e quella per la musica quando ho incontrato A Greener Festival un’associazione no profit che si occupa di aiutare eventi musicali che vogliono intraprendere un percorso verso la sostenibilità. Dal 2016 collaboro con loro come Environment Assessor, un perito ambientale: vado nei festival che hanno aderito ad un protocollo e verifico che effettivamente abbiano attuato quelle azioni che hanno dichiarato di fare tramite un questionario che noi mandiamo preventivamente.

Ho pensato che sarebbe stato bello replicarlo anche in Italia così dall’anno scorso ho iniziato da consulente freelance con un nuovo progetto che si chiama Eco.Reverb e aiuto i festival a progettare, disegnare un evento ad hoc. Mi rendo conto che una figura come la mia di Sustainability Project Manager non è forse considerata una professione a tutti gli effetti com’è in tutte le altre parti d’Europa”.

In base alla tua esperienza, come valuti la consapevolezza rispetto alla tematica in Italia?

Undici anni fa quando feci il master la sostenibilità era un’idea abbastanza vaga. Negli ultimi anni la consapevolezza è assolutamente cambiata, la conoscenza e la determinazione nel voler fare qualcosa stanno emergendo fortemente. Quando parlo di sostenibilità la declino sempre alle tre definizioni: ambientale, economica e sociale. Sto considerando questo momento di crisi sanitaria, di blocco, come un momento per poter ridisegnare gli eventi, un nuovo approccio di qualsiasi aspetto dei live in cui la centralità per ripartire sia dallo sviluppo sostenibile e l’interesse per l’ambiente. In Italia ci sono tanti festival che già adottano azioni sostenibili, ma in realtà non le intendono come tali bensì come normali, ad esempio il servizio di acqua gratuita, l’utilizzo di bicchieri riutilizzabili anziché monouso, la possibilità di raggiungere il festival con shuttle o pulmini. Il problema è che non esiste una mappatura effettiva di cosa fanno i festival e di cosa potrebbero fare.

Dopo una delle serate del ToDays Festival 2019 l’arena dei concerti era completamente pulita avendo usato i bicchieri riutilizzabili

Nello specifico quando segui un evento come consulente, quali sono le azioni che proponi?

Ogni evento che prendo in carico ha delle specificità diverse. Quello che dico sempre è che le azioni sono replicabili perché si va ad agire su determinate aree: trasporti, riduzione o diminuzione dei rifiuti, ma anche tutta la parte degli “acquisti verdi” , banalmente il catering per gli artisti per cui si utilizzerà piatti e bicchieri biodegradabili.

Per ogni evento scrivo un Action Plan per individuare gli interventi che posso fare. Se ci sono state edizioni precedenti, raccolgo tutti i dati per cercare di capire qual è il comparto più impattante ed andare ad agire in prima fase. La sostenibilità è un progetto che si sviluppa negli anni, va programmata, bisogna capire quali sono i limiti e quali le possibilità. Si può ambire al 100% di sostenibilità. Ci sono festival come il DGTL di Amsterdam che quest’anno avrebbe dovuto essere totalmente sostenibile ma anche questo è andato in streaming.

Pensi che si possa continuare a portare avanti questi eventi solo in streaming?

È stata una bella iniziativa nell’immediato, una reazione per far sentire la propria voce, per far capire che il comparto della musica, della cultura esiste e ha bisogno di farsi sentire. Non credo però che lo streaming possa essere il futuro. Per quanto bello manca di un fattore fondamentale che è quello sociale: la maggior parte degli eventi si fonda sul coinvolgimento e la socializzazione tra le persone. In questo momento bisogna progettare nuove soluzioni per far sì che ci siamo ancora eventi live rispettando tutte le misure, però bisogna attuare soluzioni diverse rispetto a quelle che ho letto negli ultimi tempi.

Immagino tu ti riferisca al ritorno del Drive In…

Io lo dico a gran voce: il Drive In secondo me non è la soluzione ottimale! Comprendo la necessità di dare un lavoro a chi al momento è senza, anche la necessità per le persone di sentirsi vive e di andare a vedere uno spettacolo perché la voglia c’è. Eppure questa è a mio avviso un’idea aberrante sotto l’aspetto sociale e ambientale, è un progetto che va in antitesi rispetto alla gestione sostenibile degli eventi. Utilizzare le auto riporta un auge la dipendenza dai combustibili fossili. In questo momento bisogna parlare di responsabilità: tutte le persone si devono rendere conto che se davvero vogliono rispettare le regole e riuscire a godere della musica lo possono fare senza aumentare l’impatto ecologico di un evento che è già altamente impattante. Da dati recuperati in Inghilterra (in Italia mancano molte delle misurazioni) a livello annuale per evento, il trasporto incide a livello di CO2 per l’80%, rientra nel dato sia l’utilizzo di mezzi privati per raggiungere l’evento sia anche i mezzi con cui si sposta un’artista durante il tour.

Ci sono già degli esempi virtuosi di sostenibilità in campo musicale?

Molti artisti si sono già impegnati per un cambiamento, ad esempio i Massive Attack l’anno scorso hanno dichiarato che le tappe del tour le avrebbero percorse in treno, stessa cosa per gli artisti italiani come gli Eugenio in Via di Gioia che hanno raggiunto il Festival di Sanremo arrivando in bici. Ritengo che l’artista abbia sempre un potere molto forte di influenzare il suo pubblico.

A quali iniziative stai lavorando in questo momento?

Come Eco.Reverb sto lavorando ad un progetto che consiste nello scrivere due manifesti/decalogo, con questi claim: il primo rivolto agli eventi “CutEmissionIsTheMission”, propone azioni sinergiche per la conversione energetica verso fonti rinnovabili, trasporti sostenibili, riduzione dei rifiuti, ecc. Per i festival IWishYouWereGreen parafrasando una famosa canzone, invece per gli artisti che appoggiano i valori di sostenibilità degli eventi SingingInTheTrash. Le idee ci sono, le figure professionali anche. Abbiamo però bisogno di un aiuto e che ci sia la volontà di investire sul Green. Se veramente oggi dobbiamo ridisegnare tutto, cambiamo in meglio e cerchiamo soluzioni che rispettino l’ambiente.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/futuro-eventi-festival-musicali-ripartiamo-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Sostenibilità: un bando di 15 milioni per la cooperazione degli enti territoriali

L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) ha aperto un bando per finanziare attività di partenariato territoriale: l’iniziativa è tesa a contribuire al raggiungimento dei 17 SDGs delle Nazioni Unite nell’ambito di uno sviluppo economico, ambientale e sociale. Favorire le azioni degli Enti territoriali, soprattutto in partenariato, dirette a contribuire al concreto raggiungimento, nei territori, degli obiettivi previsti dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: è questo l’obiettivo del nuovo bando Promozione dei Partenariati Territoriali e implementazione territoriale dell’Agenda 2030 dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. All’iniziativa dell’AICS possono partecipare le Regioni e gli Enti territoriali nazionali che propongono azioni dirette volte al raggiungimento due obiettivi generali. Il primo è dedicato a contribuire allo sviluppo dei Paesi partner (Obiettivo 1), operando a sostegno della capacità di governo delle istituzioni locali, rimuovendo gli ostacoli che impediscono – a livello territoriale – i processi di sviluppo sostenibile; un percorso che è anche teso a promuovere lo sviluppo di servizi del territorio, socio-sanitari, anagrafici, educativi, di formazione professionale, che garantiscano un accesso inclusivo soprattutto per le donne, i minori, i giovani, gli anziani e le persone con disabilità.

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Winding Road through a City Park

Foto tratta da Freepik

L’altro macro obiettivo prevede di contribuire alla promozione di uno sviluppo urbano/territoriale sostenibile e resiliente (Obiettivo 2), attraverso l’implementazione di misure di adattamento ai cambiamenti climatici in ambiente urbano,  con la riduzione degli effetti dell’inquinamento nelle città e/o in territori più ampi. Tutto senza dimenticare di sostenere l’aumento dell’efficienza dei servizi di pubblica utilità che possano impattare positivamente sull’ambiente. “Per entrambi gli Obiettivi Generali – si legge nel bando dell’AICS – sarà importante il trasferimento, da parte degli enti territoriali italiani, di esperienze e migliori pratiche sviluppate dagli stessi”.

Le proposte di progetto dovranno essere inviate via email – con l’opportuna documentazione – entro il 25 marzo 2020 all’indirizzo PEC bando.rel@pec.aics.gov.it. Il bando intende quindi favorire il coinvolgimento e valorizzare il ruolo di enti locali e soggetti no profit, presenti nel territorio di riferimento dell’Ente proponente; i beneficiari, a questo proposito, accederanno al fondo di 15 milioni di euro e potranno richiedere un contributo non superiore all’80% del costo totale dell’iniziativa.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Fa’ la cosa giusta! Torna la fiera del consumo critico e della sostenibilità

Ambiente, giustizia sociale e sostenibilità. Questi i temi portanti della 17esima edizione di Fa’ la cosa giusta!, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili che torna a Milano dal 6 all’8 marzo prossimi. Dal 6 all’8 marzo 2020 , si rinnova l’appuntamento con Fa’ la cosa giusta!, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, che arriva alla sua diciassettesima edizione. Una grande mostra-mercato, organizzata da Terre di mezzo Editore, con centinaia di espositori da tutta Italia e un ricco calendario di incontri, laboratori e presentazioni, a ingresso gratuito per tutti i visitatori. Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2020 “Anno internazionale della salute delle Piante”, con l’intento di sensibilizzare i governi e la società civile a tutelare il mondo vegetale, anche allo scopo di contrastare il dissesto idrogeologico e i cambiamenti climatici.

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fa la cosa giusta 2019

Uno dei temi portanti della prossima edizione di Fa’ la cosa giusta! sarà proprio “ambiente, giustizia sociale e sostenibilità”, che mette al centro il prezioso, e spesso sottovalutato, rapporto tra vita vegetale, umana e animale , e la loro interdipendenza. La presenza delle piante, infatti, concorre a ridurre la povertà e a migliorare il nostro benessere psicofisico . La vegetazione influenza in maniera importante le condizioni meteorologiche, garantendo precipitazioni piovose e mitigando il cambiamento climatico . Fenomeni come la deforestazione e la perdita di biodiversità hanno ripercussioni concrete sulla vita quotidiana degli esseri umani e sui processi migratori causati da desertificazione e carestie. Fa’ la cosa giusta! affronterà questi temi con incontri, approfondimenti e laboratori per adulti e ragazzi. “La Foresta di città” sarà uno spazio dedicato a grandi e bambini, caratterizzato da laboratori in cui sperimentare i molteplici usi delle piante: erboristici, farmaceutici, cosmetici e alimentari; conoscere la biodiversità presente nelle aree urbane e non del nostro territorio, imparando a tutelarla . A Fa’ la cosa giusta! 2020 ci sarà anche spazio per il cibo biologico e a kmzero, il turismo consapevole e la cosmesi naturale, la moda etica e l’arredamento sostenibile, ma anche proposte vegan, cruelty free e per intolleranti. Il programma di incontri, laboratori e appuntamenti si affiancherà a 32mila m 2 di spazio espositivo, suddiviso in sezioni tematiche che ospiteranno centinaia di realtà, aziende, associazioni e le loro proposte di servizi, prodotti e tecnologie per ridurre l’impatto della nostra vita quotidiana.

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fa la cosa giusta 2019

Fa’ la cosa giusta! 2019 – Foto di Alessia Gatta

Infine, Fa’ la cosa giusta! 2020 ospiterà la terza edizione del salone Sfide. La scuola di tutti, dedicato a insegnanti, dirigenti, studenti e famiglie , con un fitto programma di incontri, laboratori e seminari che affronteranno, tra i molti temi: l’insegnamento e l’apprendimento “con gli altri”, il legame tra scuola, territorio e cittadinanza e lo stretto legame tra libri e libertà. Il convegno principale sarà dedicato alla valorizzazione degli elementi di eccellenza della scuola italiana, ad esempio nel campo dell’inclusione delle differenti abilità e culture. Il programma di Sfide offrirà anche 2 giorni di formazione specifica per i dirigenti scolastici . L’edizione 2019 di Fa’ la cosa giusta! si è chiusa con 65mila visitatori registrati, oltre 700 aziende e realtà presenti e 450 appuntamenti nel programma culturale. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/02/fa-la-cosa-giusta-torna-fiera-consumo-critico-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Adottare a distanza coltivatori per salvare antiche tradizioni e vecchi borghi

Coltivatori di emozioni è la prima piattaforma di social farming volta a promuovere la salvaguardia del patrimonio agricolo nazionale attraverso un modello che permetta di “adottare a distanza” coltivatori custodi di antiche tradizioni agricole. L’obiettivo è quello di creare una rete sostenibile per recuperare zone a rischio di abbandono e rilanciare tradizioni contadine in via di estinzione, riattivando le microeconomie locali e valorizzando le realtà rurali. L’Italia è un paese ricco di biodiversità, di conoscenze e di tradizioni rurali: un patrimonio inestimabile che oggi è a rischio. Osservando l’attuale scenario di abbandono delle terre, spopolamento dei borghi e le difficoltà delle piccole aziende agricole, un gruppo di appassionati di natura, tradizioni ed enogastronomia ha lanciato nel 2016 il progetto Coltivatori di Emozioni, piattaforma italiana di social farming che promuove adozioni a distanza di coltivatori e tradizioni. Gli obiettivi sono proprio la salvaguardia delle tradizioni rurali, la tutela del paesaggio, il recupero dei terreni incolti e il ripopolamento dei borghi.

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Per riattivare le microeconomie locali i Coltivatori di Emozioni hanno individuato negli ultimi anni degli agricoltori, custodi di antiche tradizioni, per promuoverne i prodotti, supportarli nelle lavorazioni sul campo offrendo un contributo per l’inserimento e il reinserimento lavorativo e per comunicarne le esperienze al fine di sensibilizzare i consumatori alla cultura e alle attività agricole. Attualmente i produttori che collaborano con i Coltivatori di Emozioni sono presenti in 13 regioni. Si passa dal riso Carnaroli della Lomellina nel pavese al farro della Garfagnana, per poi scendere al peperone di Pontecorvo DOP di Frosinone e ai grani antichi siciliani, come il Timilia, il Senatore Cappelli, il Maiorca e il Percia Sacchi. Tradizioni agroalimentari dunque, ma non solo. Nel piccolo borgo molisano di Ripalimosani, per esempio, i Coltivatori di Emozioni hanno collaborato con i produttori, il comune e le associazioni del territorio al fine di recuperare un piccolo canapaio di 2,5 ettari: una tipicità del luogo che, dopo aver a lungo trainato un’economia locale fortemente connotata dalla produzione delle funi e dalla lavorazione dei tessuti, meritava di essere nuovamente valorizzata. Qui, ripartendo dalla canapa è stata avviato un orto collettivo e solidale attraverso la formazione professionale di soggetti in condizioni di fragilità, utilizzando terreni incolti e abbandonati. L’attenzione per la natura si intreccia così con una sensibilità sociale.

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Le aziende agricole che collaborano con i Coltivatori di Emozioni sono perlopiù a gestione familiare o singoli produttori attivi nel preservare uno specifico prodotto del proprio territorio. «Nella selezione delle aziende agricole cerchiamo, oltre a prodotti di alta qualità, un’attenzione ai valori della sostenibilità e della tradizione. Poi chiediamo coinvolgimento, perché i produttori non siano solo dei fornitori ma veri e propri partner del progetto, con cui instaurare un dialogo e svolgere insieme delle attività sul campo, com’è accaduto con il tartufo del monte Alpe», spiega il co-fondatore Biagio Amantia. Fra l’Oltrepò Pavese e l’Appennino Ligure, il borgo di Menconico si contraddistingue per un’importante produzione di tartufo nero, “sebbene pochi lo sappiano”, sottolinea Biagio. Insieme ai cavatori della zona, i Coltivatori di Emozioni si sono attivati sia per la riqualificazione del borgo sia per rendere nota la tipicità di questo prodotto. «Secondo noi mettendo insieme produttori agricoli, amministrazioni comunali, associazioni, aziende sponsor, utenti, enti di formazione e istituzioni scolastiche è possibile dar vita a progetti che abbiano una valenza importante per lo sviluppo socio-economico del nostro territorio». ha ribadito Biagio. Nel futuro, dunque, i Coltivatori di Emozioni cercheranno di valorizzare ancor di più questo tipo di collaborazioni così da andare sul territorio con attività concrete a sostegno dei produttori agricoli.

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Chi volesse sostenere il progetto è invitato ad adottare una delle piccole realtà agricole, acquistandone i prodotti o donando delle ore di lavoro. Le imprese che per finalità sociali o di sostenibilità vogliano collaborare con i Coltivatori di Emozioni possono attivarsi insieme a loro per sostenere una causa territoriale dai risvolti ambientali, dunque a sostegno della biodiversità, e sociali, favorendo l’occupazione, il recupero del territorio e contrastando lo spopolamento dei borghi.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/adottare-distanza-coltivatori-per-salvare-tradizioni-antiche-borghi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Nativa e le B Corp: così è nato il business che può cambiare il mondo

Si può fare business ottenendo, oltre che un valore economico, anche un impatto positivo nel mondo, in termini di rigenerazione ambientale e giustizia sociale. Un approccio agli affari che premia le imprese e rappresenta la chiave di volta per cambiare e salvare il mondo. Ne abbiamo parlato con Eric Ezechieli, cofondatore di Nativa, la prima B Corp e Benefit Corporation in Europa. Oggi l’Italia ha una leadership mondiale in questo settore. Ci sono interviste che realizzi al primo colpo e altre che rimandi per settimane, mesi, anni. Quella con i fondatori di Nativa e il mondo delle B Corp, nella mia avventura di giornalista, fa parte del secondo gruppo.  È  da almeno quattro anni, infatti, che mi ripromettevo di organizzare questo incontro, ma per un motivo o per l’altro era sempre stato rinviato. Ed eccomi finalmente giunto nella sede milanese di questa società. Siamo ad aprile 2019 e dopo una breve attesa incontro Eric Ezechieli, cofondatore con Paolo Di Cesare, di Nativa. Ci sediamo e iniziamo subito a parlare. Lui è un fiume in piena e tanto sono preso dall’ascoltarlo che non mi accorgo che la mia telecamera ha un difetto nella messa a fuoco. Ma tant’è, ormai è fatta.

Parliamo. Parliamo di B Corporation e aziende B Corp, di criteri di sostenibilità, di rischio greenwashing e capitalismo giunto ad un bivio, di Fridays for future e cambiamenti sistemici. Ci interroghiamo sul futuro del mondo, sulle nostre possibilità (come specie umana) di sopravvivere, sul ruolo dell’Italia in questo momento storico. Rimango colpito, mentre lo ascolto, dalle molteplici similitudini tra il suo e il nostro approccio: cambiamento sistemico, approccio transizionista, voglia di fare grandi salti e necessità di fare piccoli passi, difficoltà a distinguere cosa sia lavoro e cosa non, in una passione che tutto travolge. Eric e “i suoi” vogliono cambiare le imprese, le aziende, quelle con gli azionisti. Come in molti sanno, una SPA da statuto deve rispondere appunto agli azionisti e quando dico rispondere, intendo produrre utili. Idem le SRL per i loro soci. Produrre utili. Punto. Ad oggi il modello economico delle più grandi aziende del mondo (e anche di gran parte di quelle medie e piccole) ha questo come primo, e spesso unico, obiettivo.  

Produrre utili. A che prezzo? “Non importa – sembra affermare una voce invisibile – Taglia personale, inquina, investi in speculazioni finanziarie, non interrogarti sui diritti delle donne, non migliorare la qualità della vita dei lavoratori”. Produci utili. E allora qualcuno ha cominciato ad interrogarsi e ha pensato di misurare l’impatto di ogni azienda e di inserire nello statuto di ogni società la sostenibilità sociale e ambientale. Può sembrare un gesto puramente simbolico, e forse in alcuni casi lo sarà anche, ma come vedremo può essere l’avvio di una piccola o grande rivoluzione. Lo statuto di un’azienda, infatti, guida le azioni e le scelte dei management. Se questi “devono” rispondere ad un unico dictat, fare utili, non hanno alcuno strumento per cercare di realizzare politiche di altro genere, ma se tra i loro compiti “statutari” c’è la sostenibilità ambientale, l’etica del lavoro, il sociale e così via, ecco che iniziano ad avvenire piccoli miracoli. Ci si interroga sulle filiere, sugli investimenti, sulle scelte interne ed esterne, sui modelli produttivi e così via. Si entra in transizione. Ci si attiva, si cambia. Si entra a far parte dell’Italia che Cambia, insomma. Ma facciamo un passo indietro e andiamo ad ascoltare la storia di Eric e della sua Nativa. Nativa nasce nel 2012 e fu la prima B Corp e Benefit Corporation in Europa. Oggi occupa circa 15 persone tra Roma e Milano e accompagna le aziende che decidono di intraprendere il percorso per diventare una B Corp o una Società Benefit fungendo da catalizzatore di cambiamenti tesi a progettare futuri sostenibili.

Ma cosa significa essere una B Corp?

Essere una B Corp (Certified B Corporation) significa intraprendere un cammino di sostenibilità sociale e ambientale partendo dall’analisi del proprio impatto sulla società e sul pianeta. Oggi, infatti, la maggior parte delle aziende consuma più risorse di quante ne produce e non è quindi rigenerativa, bensì estrattiva. Per cercare di invertire questa rotta il primo passo consiste nel misurare le proprie attività usando un protocollo che si chiama b impact assessment, uno standard usato oggi in tutto il mondo da oltre 150.000 aziende. “Quando vai a misurare – mi spiega Eric – ti trovi a comprendere se stai creando un valore economico a discapito di un valore sociale e ambientale o lo stai creando rigenerando la società, la natura, la biosfera. Purtroppo oggi moltissime aziende non perseguono il valore sociale e ambientale anche perché la legge non glielo impone… Le B Corp nascono invece esattamente con questa intenzione”. In un mondo ideale, mi confida Eric, un’azienda dovrebbe poter distribuire utili solo se prima ha dimostrato di essere rigenerativa e di non danneggiare ambiente e società. Le B Corp, inoltre, hanno mostrato in questi anni una particolare resilienza. Quando ci sono crisi, infatti, hanno una tenuta migliore perché fondano il proprio business su un modello più radicato sul territorio, sulla fiducia delle persone e così via. Caratteristiche che abbiamo incontrato nella maggior parte delle aziende raccontate dal nostro giornale!

B Corp e Benefit Corporation (o Società Benefit)

Abbiamo visto come la B Corp sia una tipologia di impresa che ha come obiettivo quello di rigenerare la società, la natura, la biosfera nonché di condurre un’attività economica che generi un profitto risolvendo problemi ambientali e sociali. L’obiettivo è creare business orientati ad essere primariamente fonti di rigenerazione. Per ottenere questi obiettivi (e salvare il mondo) secondo questo approccio occorrono due passaggi: 

1) La misurazione degli impatti: come anticipato, grazie al protocollo b impact assessment si può “scansionare” a 360 gradi un’azienda per capire se sta creando valore economico sociale e ambientale per la società. Le aziende che creano più valore di quanto ne “consumino” si possono qualificare come B Corp certificate dopo aver superato un percorso di verifica, validazione e certificazione svolto dalla non profit che ha sviluppato il modello: B Lab. Per essere certificati occorre ottenere almeno 80 punti su una scala di 100. 

2) Il secondo passaggio è legato allo stato giuridico dell’impresa. Fino ad oggi, secondo i codici civili e le leggi vigenti in tutto il mondo, lo scopo unico di una società di capitali è stato distribuire dividendi agli azionisti. Ambiente e persone, di conseguenza, non sono mai rientrati negli scopi statutari di un’azienda. Le Benefit Corporation (chiamate in Italia Società Benefit), invece, non solo devono misurare gli impatti e generare valore, ma devono anche avere una forma giuridica che ti consenta di creare un impatto positivo sia per gli azionisti che per gli altri portatori di interessi (un nuovo scopo giuridico, quindi, con una specifica forma d’impresa oggi disponibile in Usa, Italia e altri paesi). Eric Ezechieli definisce questo strumento un “nuovo sistema operativo per il capitalismo” che consente alle aziende di diventare portatrici di rigenerazione! 

La società Benefit deve specificare esattamente in che modo va a creare questi benefici e deve rendicontare questi impatti, utilizzando il protocollo segnalato prima. È importante precisare che assumere questa forma giuridica non comporta sgravi fiscali o altri vantaggi economici. È uno strumento le cui ricadute, quindi, sono “esclusivamente” sociali e ambientali. Il rischio di greenwashing, però, è sempre dietro l’angolo. Secondo Eric, questo è fortemente limitato proprio dall’assenza di vantaggi fiscali nel modello e, inoltre, l’adozione nel proprio statuto di determinati obiettivi misurabili, potrebbe portare alla denuncia dell’azienda inadempiente che andrebbe controllata dal garante per la concorrenza essendoci gli elementi di “condotta sleale”.  

Il protocollo b impact assessment (disponibile on line gratuitamente e utilizzabile da chiunque) è molto vasto e misura impatti su persone, ambiente, comunità, lavoratori, nonché la trasparenza, i sistemi di governance e il business model. In realtà, non esiste un unico protocollo, ma anzi ci sono più di 150 modelli che variano con dimensioni, area geografica, settore di appartenenza e così via, consentendo a chi aderisce di confrontare le proprie performance con altre aziende di settore che stanno facendo percorsi analoghi.

Summit 2018 delle B Corp

Un avvio difficile… e poi una leadership mondiale!

Quando Eric e Paolo hanno deciso di fondare Nativa come Benefit Corporation hanno redatto uno statuto ispirato a quello americano. Nel luglio 2012, quindi, lo hanno presentato alla Camera di Commercio e… sono stati respinti perché “illegali” avendo costruito un soggetto che non aveva come unico scopo quello di distribuire dividendi. Loro non si sono arresi e al quinto tentativo la camera di commercio li ha accettati “per sfinimento” ma senza che esistesse un ordinamento giuridico in cui potessero davvero rientrare. A quel punto, hanno deciso di attivarsi e grazie anche ad un Senatore, Mauro Del Barba, sono riusciti a far riconoscere il modello di Società Benefit in Italia. Il gruppo di lavoro si costituì nel 2014 e scrisse un disegno di legge che, dopo circa 14 mesi, fu approvato. Dal 1 gennaio 2016 l’Italia è quindi diventata il primo tra gli stati sovrani ad avere una legislazione che riconosceva questo status d’impresa. Oggi, il modello di Benefit Corporation esiste in 34 Stati degli USA, in Italia, in Colombia e Perù e ci sono altri 15 Stati che si stanno ispirando alla legislazione italiana, soprattutto in America Latina. L’Italia ha quindi una leadership mondiale in questo settore ed è il Paese in cui stanno nascendo più B Corp certificate (circa 100 hanno ottenuto la registrazione mentre oltre 2000 si stanno misurando) e Società Benefit (più di 300: da piccole aziende e start up a grandi aziende e multinazionali).

Il modello capitalista deve cambiare

“Per me non si dovrebbe più poter concepire un business che non abbia al centro la rigenerazione ambientale e sociale – mi spiega Eric -. Quando inizi a ragionare in questi termini diventa quasi inconcepibile che un’azienda possa trarre profitti avendo generato impatto negativo a persone o natura. Un’azienda dovrebbe poter distribuire utili solo se non ha causato danni ad ambiente e persone! Siamo ad un punto di non ritorno. O il modello capitalista diventa rigenerativo o… Un modello che sistematicamente danneggia la società non può continuare nel futuro. I limiti ci sono. Se non si autoriforma il sistema, interverranno dei fattori che porteranno all’eliminazione di questo modello. Non va certo dimenticato che il modello capitalista ha portato una fetta di mondo ad emanciparsi da fame e miseria, ma oggi il modello deve cambiare. È giunto al capolinea! Le B Corp rappresentano una delle evoluzioni più forti di questo modello e dimostrano che cambiarlo è possibile anche in modo esponenziale. Ecco perché vedo il ruolo di Nativa come quello di un catalizzatore utile ad accelerare questa trasformazione”.

Le Nazioni Unite e il B Lab

L’ONU, due anni e mezzo fa, ha chiesto a B Lab di collaborare per sviluppare uno strumento utile per misurare il progresso delle aziende rispetto ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030. Questo sarà pronto entro fine 2019. A quel punto, l’ONU proporrà la diffusione di questo strumento a tutte le aziende del mondo.

B Corp ed EBC (Economia per il Bene Comune)

Eric Ezechieli ritiene che ci siano moltissimi elementi di sinergia e allineamento tra i due movimenti. La matrice di EBC viene più dal mondo dell’associazionismo e dell’impresa sociale, quella di B Corp più dal business classico. Ma i due strumenti sono complementari. “Con i rappresentanti di EBC abbiamo iniziato a scambiare alcune idee – conferma Eric – ma ora vogliamo incontrarci per approfondire. Quando ho sentito parlare Christian Felber mi sono ritrovato! Diciamo praticamente le stesse cose”.

Il cambiamento dipende da noi

“Mi occupo di sostenibilità da quando ho 14 anni – conclude il cofondatore di Nativa – studiavo i modelli del MIT che già mostravano i rischi ambientali e sociali a cui saremmo andati incontro e pensavo che gli adulti avrebbero aggiustato le cose. Si sapeva già tutto… Poi passavano gli anni e non cambiava quasi niente. Ho quindi deciso di dedicare la mia vita al cambiamento. Oggi le trasformazioni (e i problemi e le sfide) stanno accelerando in modo esponenziale. Diventa quindi fondamentale agire tutti insieme e in modo rapido per contrastare questi processi. Il modello vigente, che è quello estrattivo, non ha nessuna possibilità di funzionare in futuro! L’Italia, da questo punto di vista, è all’avanguardia nel mondo […]”. 

Ho tagliato volutamente il finale di questa intervista perché vi invito a guardare il video che trovate all’inizio di questo articolo. Nell’ultimo minuto riassume quanto da anni cerchiamo di raccontare con il lavoro di Italia che Cambia. Nonostante il racconto ossessivamente negativo dei media e dei luoghi comuni siamo all’avanguardia nel cambiamento. Un’avanguardia mondiale. Che facciamo, ci attiviamo anche noi?

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/nativa-b-corp-business-puo-cambiare-mondo-io-faccio-cosi-248/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni#