YOUseful, la resilienza familiare

La modernità ci ha rincitrulliti, ci ha tolto immaginazione, prontezza di riflessi, versatilità; ci ha resi schiavi di tecnologia e fragilità superflue. Come uscirne? Con lo YOUseful, la resilienza familiare. Vi spiego cos’è.New plant germinate from the crack concrete of survival

Da vent’anni mi occupo di autosufficienza e sostenibilità con il progetto PeR, il Parco dell’Energia Rinnovabile. Facendo l’imprenditore ho cominciato a chiedermi come mai, se hai un’azienda, sei obbligato a fare un piano di sicurezza, avere un estintore, una cassetta di pronto soccorso e magari avere alle spalle un corso specifico antincendio e di pronto soccorso, mentre nelle nostre case la gestione dell’imprevisto e delle emergenze è lasciata al caso e all’improvvisazione.

Inconsciamente ci rassicuriamo con la speranza che qualcuno, in caso di difficoltà, arrivi e ci risolva il problema. E’ vero inoltre che questi argomenti, proprio perché evocano qualcosa di negativo, sono molto spesso sepolti nelle nostre coscienze, probabilmente perché se si verificasse uno degli incidenti possibili non sapremmo veramente come reagire. Ci troveremmo facilmente in una situazione dove lo stress, la paura, la tensione e una serie innumerevole di reazioni chimico/fisiche del nostro organismo ci farebbero agire veramente in modo poco efficace. Investendo molte delle mie energie nella bella realtà del Parco delle Energie Rinnovabili per la diffusione di buone pratiche ambientali e cercando di ispirare nelle persone il desiderio e il piacere di cambiare verso uno stile di vita più sostenibile, circa un anno fa ho cominciato a valutare la possibilità di ricavare da questa esperienza un progetto formativo che aiutasse le persone  a risolvere gli imprevisti con maggiore facilità. L’indipendenza dal sistema e l’autosufficienza sono elementi chiave che contrastano la forte dipendenza tecnologica che tutti noi oggi abbiamo. Io stesso per anni ho pensato che l’alta tecnologia fosse la risposta più logica ed efficace su cui investire e specializzarsi. Oggi a distanza di diversi anni spesi in quella direzione, ho riscontrato che la tecnologia è fragile, spesso instabile; per questo è molto importante avere un piano “B” . Se doveste rintracciare votro figlio per un determinato motivo e la comunicazione cellulare non funzionasse, come fareste?

Tutto il nostro sapere, le relazioni, i contatti, le immagini sono nel “cloud”. Permettetemi l’inglesismo, ma è l’immagine della società moderna. Non siamo interessati ad approfondire nozioni perché tanto abbiamo Wikipedia. Non sappiamo più a memoria numeri e riferimenti significativi dei nostri cari perché tanto li abbiamo salvati sul cellulare. Non abbiamo neanche una foto stampata dei nostri cari nel portafoglio, perché tanto l’abbiamo salvata sul web. Non voglio fare una retorica negativa, ma soltanto cercare di essere realistico. Se dovessi chiedere aiuto a qualcuno per cercare, supponiamo, la mia compagna e non funzionasse il web, come potrei mostrare che aspetto ha? La modernità ci ha un pò rincitrulliti; il fuoco, che ci ha resi diversi dalle scimmie, in caso di difficoltà sapreste accenderlo senza un accendino o un fiammifero?

Non dobbiamo dimenticarci che vivendo in Europa, abbiamo un’impronta ecologia di livello 4. Ossia utilizziamo risorse naturali pari a 4 pianeti!!! Non pensate che potremmo avere qualche difficoltà nel prossimo futuro? Potremmo sicuramente cambiare il nostro stile di vita ed è quello che cerchiamo di promuovere al PeR; ma se qualcosa andasse storto e i cambiamenti sociali ed ambientali arrivassero prima, come li affrontereste? La mia esperienza in Africa mi ha insegnato che la scarsità di cibo e risorse a cui sono sottoposti gli abitanti di quel continente, li rende capaci di improvvisare cose inimmaginabili con quello che si trovano a disposizione. Se aggiungiamo un forte istinto di sopravvivenza, i risultati si traducono in una resilienza invidiabile sulla quale riflettere. Proprio questa riflessione, unita a curiosità e interesse a trovare soluzioni che migliorino la vita su questo pianeta e all’enorme sapere che il genere umano ha sviluppato, mi ha ispirato l’idea di mettere a punto una nuova disciplina, lo YOUseful.

E’ ovviamente una delle molte strade percorribili e sicuramente ciascuno di voi potrà trovarne di altrettanto valide per affrontare gli imprevisti. Nello YOUseful ho cercato di non utilizzare una retorica negativa tipica dei corsi americani, ma propositiva, sviluppando tecniche e metodi che aiutino a far emergere le qualità di ognuno di noi, imparando a pianificare preventivamente con calma e metodo un piano di sicurezza familiare da applicare dove e quando serve. Aumentare la “resilienza familiare” significa  essere pronti, anche se quel qualcosa non dovesse mai accadere; questo approccio ci aiuterà a vivere la quotidianità con maggiore serenità. Il solo fatto di aver analizzato i rischi a cui la vostra casa potenzialmente potrebbe essere esposta, ed esservi organizzato nell’affrontarli, vi darà uno strumento in più per rendere il vostro futuro sicuramente migliore.

Fonte: ilcambiamento.it

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Torino. Università verso la sostenibilità: risultati dei primi due anni di attività di Unito Green Office

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Una comunità di quasi 80.000 persone, 120 edifici distribuiti sul territorio cittadino e 8 sedi extrametropolitane per oltre 1 milione di metri quadrati. Egidio Dansero, Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale: “Ci piacerebbe costituire dei gruppi territoriali di UniToGO presso ciascun polo dell’Ateneo”

Giovedì 10 maggio 2018 presso l’Aula Magna della Cavallerizza Reale si è svolto l’evento UniToGO+2, confronto aperto per condividere le azioni svolte da UniToGO – Unito Green Office, nei suoi primi due anni di attività e per comunicare i risultati raggiunti, raccogliere le suggestioni relative alle linee di indirizzo future, confrontarsi sulle difficoltà riscontrate e comprendere quali sono i passi da fare per superarle.

“L’Ateneo è fortemente impegnato per la sostenibilità ambientale che rientra a pieno titolo tra gli obiettivi del nostro Piano Strategico” ha dichiarato Gianmaria Ajani, Rettore dell’Università “ed è sempre più attivo nelle reti internazionali e nazionali, a partire dalla Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile. Due anni fa, catalizzando gli stimoli provenienti da tutta la comunità accademica, abbiamo voluto dare concretezza e sistematicità a questo impegno con l’avvio sperimentale del progetto UniToGO e la nomina di un Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale. Con la recente riorganizzazione abbiamo fatto un ulteriore passo avanti trasformando UniToGO in una Unità di Progetto della neonata Direzione Amministrazione e Sostenibilità. La sostenibilità ambientale diventa quindi sempre più organica ad UniTo, facilitando il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione concreta dei nostri impatti sul territorio, grazie al contributo di tutta la comunità

“I primi due anni di attività sono stati densi di impegno e soddisfazioni e non privi di difficoltà” ha spiegato Egidio Dansero, Delegato del Rettore alla Sostenibilità Ambientale “ La sfida di operare con numeri come quelli di UniTo è ambiziosa… siamo una comunità di quasi 80.000 persone, abbiamo 120 edifici distribuiti sul territorio cittadino e 8 sedi extrametropolitane per oltre 1 milione di metri quadrati. In prospettiva, oltre a rafforzare le positive collaborazioni attive con gli Enti locali e le società di servizi, ci piacerebbe costituire dei gruppi territoriali di UniToGO presso ciascun polo dell’Ateneo. Partendo dai soggetti già attivi – associazioni, coordinamenti, gruppi di lavoro, singoli docenti e studenti – opereremo in stretta sinergia con i referenti dei poli dell’Amministrazione, nella convinzione che “dal basso” si possano più facilmente individuare problematiche e possibili soluzioni, grazie alla conoscenza degli spazi consentita dal vivere quotidiano dei luoghi. Abbiamo seminato bene, ora vogliamo radicarci in tutte le sedi e oggi avviamo in particolare la collaborazione “locale”.

“Raccontare i grandi temi contemporanei attraverso le piccole storie individuali che hanno fatto la Storia con la “S” maiuscola” ha affermato Alessandro Pontremoli Responsabile scientifico del Social Community Theatre Centre (Dip. di Studi Umanistici) “è uno degli obiettivi del Social Community Theatre Centre (SCT Centre). Negli ultimi anni, attraverso il teatro, abbiamo coinvolto decine di comunità in tutta Europa e in alcuni paesi dell’Africa sui temi della sostenibilità ambientale e della responsabilità individuale nei confronti del nostro pianeta”.

Cos’è UniToGO 

UniToGO è un’Unità di progetto della Direzione Amministrazione e Sostenibilità e, allo stesso tempo, un progetto, un processo e un contesto di confronto, coordinamento e programmazione con funzione di raccordo tra le Linee strategiche, il Rapporto di sostenibilità, la Cattedra Unesco in sviluppo sostenibile e gestione del territorio e gruppi di lavoro per la promozione di piani, progetti e azioni concrete. L’obiettivo, formalizzato nel Piano d’Azione per la sostenibilità ambientale di Ateneo 2018-2020, è la riduzione dell’impatto ambientale dell’Università, coinvolgendo l’intera comunità universitaria. Coordinata da un Delegato del Rettore per la sostenibilità ambientale (prof. Dansero), l’attività di UniToGO è condotta da cinque gruppi di lavoro, composti da tre co-referenti (uno per ognuna delle tre componenti: docenti, personale t/a, studenti) e da assegnisti/e e borsisti/e di ricerca e studenti e studentesse. I gruppi di lavoro sono aperti alla partecipazione non solo di tutta la comunità universitaria ma anche di esperti e interessati esterni all’Università, in particolare degli enti e delle organizzazioni con cui UniToGO collabora (Comune, Città Metropolitana, Arpa, Amiat, Gtt…).

Gli obiettivi dei gruppi tematici

acquisti pubblici ecologici: aumento della quota di acquisti ecologici sul totale degli approvvigionamenti di Ateneo

cibo: miglioramento della qualità e sostenibilità del cibo consumato in Ateneo

energia: miglioramento dell’efficienza energetica, diminuzione dei consumi

mobilità: incentivazione della mobilità sostenibile per la comunità universitaria

rifiuti: potenziamento della raccolta differenziata e gestione del ciclo dei rifiuti

Le cifre dei primi risultati

Le azioni si sviluppano lungo tre direttrici complementari per conoscere (costruire una base di dati condivisa sulla sostenibilità ambientale e sulle buone pratiche interne a UniTo, nazionali e internazionali), coinvolgere (potenziare il networking interno a UniTo ed esterno con gli attori di rilievo a scala locale, nazionale e internazionale e soggetti interessati a trasferire e condividere conoscenza scientifica e tecnologica con attori del territorio) e cambiare (progettare e realizzare interventi di riduzione concreta dell’impatto ambientale).

I primi risultati in cifre, sono rilevanti:

Conoscere

– 17.500 risposte all’indagine sugli spostamenti casa-università della comunità di UniTo condotta con il Coordinamento Nazionale dei Mobility Manager delle Università Italiane;

– quasi 80% acquisti pubblici ecologici sul totale degli acquisti effettuati nelle categorie merceologiche per cui il Ministero dell’Ambiente ha definito i “Criteri Ambientali Minimi”.

Coinvolgere & comunicare

– oltre 4.000 persone coinvolte in diverse iniziative tra seminari, convegni, workshop, corsi di formazione, pedalate sulle ciclabili cittadine, cineforum, campagne nazionali e locali di sensibilizzazione (M’illumino di meno, Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, Settimana Europea dei Rifiuti, Festival dello sviluppo sostenibile, Terra Madre…);
– 2° posto tra le Università italiane (55° su 619 università partecipanti da 75 paesi di tutto il mondo) nella classifica UI Green Metric World University Rankings, iniziativa internazionale nata nel 2010 per valutare la sostenibilità ambientale degli Atenei a livello globale;

– 8 reti internazionali e nazionali (International Sustainable Campus Network; European University Association; Green Office Movement; UniTown Network of excellence for University Cities; Regional Networks for Sustainable Procurement; Sustainable Development Solutions Network; Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile; Rete Acquisti Pubblici Ecologici della Città Metropolitana di Torino).

Cambiare
– oltre 9 milioni di €
 il valore stimato del capitolato eco-innovativo per la nuova concessione del servizio di distribuzione automatica di alimenti e bevande in tutto l’Ateneo (60 edifici, 236 distributori automatici, 9 erogatori di acqua di rete);
– oltre 20.000 persone possono fare la raccolta differenziata dei rifiuti. Servizio avviato nel 2017 al Campus Luigi Einaudi e alle sedi di San Salvario e del centro città (16 sedi complessive);
– 100% energia elettrica da fonti rinnovabili. Da maggio 2016 Unito, tra energia autoprodotta e acquistata con l’opzione “verde”, non consuma più energia da fonti fossili per la fornitura elettrica.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Rapporto PEFC 2017: più di 1000 aziende in Italia gestiscono legno e carta in modo sostenibile. Certificati 745.559 ettari di boschi e foreste.

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Superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, segnando un +8% rispetto al 2016. Alla fine del  2017 risultano  certificati PEFC 745.559,04 ettari di foreste e boschi: al primo posto le aree del Trentino Alto Adige, con gli ettari gestiti dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Provincia Autonoma di Trento. Il 2017 in Italia si è chiuso con un grande risultato per la certificazione forestale: sono infatti ben 77 (+8% rispetto al 2016) le nuove aziende in Italia che hanno scelto di certificare la propria attenzione all’ambiente con lo standard PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes).  Si è quindi superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, per un totale di 1.005 che hanno scelto di dimostrare a tutti i consumatori di avere un’attenzione forte all’ambiente e in particolare al modo in cui viene gestito il patrimonio forestale italiano.
Il Triveneto è l’area con più aziende virtuose in Italia, con Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia ai primi tre posti (rispettivamente con 236, 183 e 174 aziende certificate PEFC); la medaglia di “legno”, decisamente appropriata vista il contesto, alla Lombardia con 121 aziende di trasformazione con la tracciabilità fino al bosco d’origine. Le segherie, il commercio, edilizia e carpenteria, mobilio, editori e tipografie sono le categorie con maggiori aziende certificate (fanalino di coda, ma di grande rilevanza, i prodotti forestali non legnosi, come miele, funghi, sughero, oli essenziali).

Nel 2017 certificati 745.559,04 ettari, al primo posto Bolzano

Secondo i dati del PEFC Italia, sul territorio italiano sono 745.559,04 gli ettari gestiti in maniera sostenibile attestati dalla certificazione PEFC. In particolare, aumentano i pioppeti certificati che, con 340 nuovi ettari, hanno portato la superficie totale a 4.690,90 ettari.

A livello geografico, l’area a maggior certificazione è quella gestita dal Südtiroler Bauernbund – Unione Agricoltori di Bolzano (con 300.899,70 ettari, il 40,3% del totale PEFC italiano), seguita dall’area gestita dal Consorzio dei Comuni Trentini – AR Trentino (con 258.566,72 ettari, il 34,6%) e da quella gestita dall’UNCEM in Friuli Venezia Giulia (con 81.913 ettari, il 10,9%). Seguono poi le superfici forestali certificate della Lombardia, Toscana, Piemonte, Emilia Romagna, Liguria, Basilica, Umbria e Veneto.

Certificazione: impegno etico e strumento di marketing per la green economy

“Siamo orgogliosi che sempre più aziende abbiano i requisiti per ottenere il marchio di certificazione di Catena di Custodia PEFC, che garantisce la sostenibilità di tutta la filiera della lavorazione dei prodotti di origine forestale, tra cui carta e legno”, spiega Antonio Brunori, segretario di PEFC Italia.

La Catena di Custodia è un sistema di tracciabilità a livello aziendale, utilizzato per tutte le fasi di lavorazione e distribuzione di legno e carta, che attesta che il sistema di registrazione del flusso della materia prima applicato dall’impresa soddisfa i requisiti stabiliti dallo schema di certificazione ed esige che la materia prima forestale non provenga da fonti controverse (es: abbattimento illegale o in aree protette) possa entrare nella catena dei prodotti certificati.

“La certificazione di ‘Catena di Custodia’ della propria azienda – conclude Brunori – rappresenta non soltanto un impegno etico nei confronti dell’ambiente, ma anche uno strumento di marketing, di differenziazione rispetto ai concorrenti e di comunicazione positiva verso il consumatore”.unnamed2

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Chi è PEFC Italia

PEFC Italia è un’associazione senza fini di lucro che costituisce l’organo di governo nazionale del sistema di certificazione PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes), cioè il Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale. Il PEFC è un’iniziativa internazionale basata su una larga intesa delle parti interessate all’implementazione della gestione forestale sostenibile a livello nazionale e regionale. Partecipano allo sviluppo del PEFC i rappresentanti dei proprietari forestali e dei pioppeti, organizzazioni ambientaliste, dei consumatori finali, degli utilizzatori, dei liberi professionisti, della ricerca, del mondo dell’industria del legno e dell’artigianato. Tra i suoi obiettivi si segnala quello di migliorare l’immagine della selvicoltura e della filiera foresta–legno-carta, fornendo di fatto uno strumento di mercato che consenta di commercializzare legno, carta e prodotti della foresta derivanti da boschi e impianti gestiti in modo sostenibile.

 

Fonte: – agenziapressplay.it

 

Italiani più veg, più attenti alla sostenibilità e al risparmio: l’Eurispes “fotografa” una crescente consapevolezza

Il Rapporto Eurispes 2018 “fotografa” l’italianità in tutte le sue caratteristiche, positive e negative: abitudini, scelte, tendenze che vanno per la maggiore, convinzioni. Fra queste ci sono anche segnali incoraggianti.9750-10527

Magari sono segnali ancora timidi, sicuramente graduali, ma qualcosa c’è. Il Rapporto Eurispes 2018 indica che nell’acquisto di beni alimentari gli italiani prediligono innanzi tutto i prodotti Made in Italy (74,1%). Molti (53,1%) acquistano spesso prodotti con marchio Dop, Igp, Doc. In oltre la metà dei casi (59,3%) ad essere privilegiati sono i prodotti a km zero e nell’80,4% quelli di stagione. Più basso invece, il numero (39,4%) di chi acquista spesso prodotti biologici. Il 75,4% dei consumatori controlla l’etichettatura e la provenienza degli alimenti; evita di comperare prodotti nei negozietti etnici (62%) e di marche che non conosce (66,9%). Il 59,9%, inoltre, preferisce non acquistare prodotti contenenti olio di palma. Il 7,6% del campione segue una dieta vegetariana o vegana. In particolare, il 4,6% degli intervistati si dichiara vegetariano (-2,5% rispetto al 2016) mentre i vegani raggiungono il 3% della popolazione (erano l’1%). Anche la sharing economy è entrata nell’ottica italiana, almeno in qualche sua parte: quasi 2 persone su 10 usano il car sharing, ad esempio. Nell’era della condivisione, il 18,6% degli italiani ha usato il servizio di car sharing (+7,5% rispetto al 2016), il 17,1% ha utilizzato biciclette pubbliche con il servizio di bike sharing (+9%), il 15,4% ha provato il servizio di ride sharing (+5%) e il 14,7% ha condiviso libri tramite la pratica del bookcrossing (+1,7%); solo l’8,4% ha fatto couchsurfing(+3,8%), mentre il 6,2% ha condiviso un ufficio con il coworking (+1,1%). I cambiamenti climatici fanno paura al 77,5% degli italiani. La larga maggioranza è disposta ad adottare comportamenti di virtuosi per risparmiare energia elettrica e acqua. Ma occorre sottolineare che tra il 2008 e il 2018 i timori dell’opinione pubblica sulla questione dei cambiamenti climatici, pur restando largamente condivisi, sono complessivamente diminuiti: dall’81,5% del 2008 al 77,5% del 2018. Ridurre i consumi quotidiani al fine di limitare il riscaldamento terrestre è un comportamento da adottare, ma che serve solo se lo fanno in tanti tutti i giorni (è quello che pensa il 41% della popolazione italiana, nel 2008 la pensava così il 34,9% dei cittadini); sono invece convinti che si tratti di una strategia giusta da adottare sempre e comunque il 23% degli italiani (erano il quasi il 40% nel 2008). Un cittadino su 5 pensa al riscaldamento terrestre come un problema troppo grande, che il singolo non può affrontare (+6,7 rispetto al 2008). Per risparmiare energia elettrica e acqua, si è pronti ad usare meno il riscaldamento durante l’inverno (61,4%) e i condizionatori in estate (70,3%), a diminuire i consumi di acqua (72,6%), a far installare pannelli fotovoltaici (61,6%), ad acquistare lampadine a basso consumo energetico (81,6%), a prendere meno l’automobile privata (61,9%). Bene, se da oggi stesso tutti mettessero in pratica tendenze, convinzioni e opinioni su sobrietà e decrescita, avremmo già fatto un enorme passo avanti. Che aspettiamo?

Fonte: ilcambiamento.it

Summit biogas e biometano: ‘Eccellenza italiana modello esportabile di sostenibilità, occupazione e sviluppo’

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Dall’evento Biogas Italy in corso a Roma, la filiera del biogas/biometano in agricoltura può contribuire a ridurre le emissioni in atmosfera­ (-197 mln ton/CO2 evitate al 2050), creando oltre 21mila posti di lavoro e 16 mld di € in gettito all’Erario al 2030, per un totale di 85,8 mld di € di ricadute economiche. La filiera italiana del biogas e del biometano in agricoltura, la seconda per grandezza in Europa e la quarta al mondo, si riunisce oggi a Roma al Nazionale Spazio Eventi – Rome Life Hotel per il secondo e ultimo giorno del summit annuale Biogas Italy. L’evento – patrocinato da Presidenza del Consiglio dei Ministri, MiSE, MiPAAF e MATTM – ha coinvolto i massimi esperti internazionali del settore per fare il punto sul ruolo del comparto del gas rinnovabile da agricoltura nelle pressanti sfide ambientali che attendono il nostro Paese. Le aziende agricole italiane produttrici di biogas sono tra le più avanzate al mondo nel settore. L’eccellenza del “modello italiano” è riconosciuta anche dal gruppo di ricerca internazionale coordinato dal professor Bruce Dale della Michigan University, già consulente del governo USA, e comprendente i professori Jorge Hilbert dell’INTA Argentina, Jeremy Woods dell’Imperial College London, Tom Richard della Penn State University e Kurt Thelen della Michigan State University. Il gruppo del prof. Dale ha decretato la possibilità e l’opportunità di “esportare” il modello italiano del Biogasfattobene® ad altre latitudiniper rispondere già oggi alle necessità pressanti di riduzione delle emissioni, di produzione energetica rinnovabile e di valorizzazione economica delle aziende agricole. Secondo le stime del gruppo di lavoro, l’Argentina potrebbe sostituire completamente le importazioni di gas naturale con biogas prodotto con il metodo Biogasfattobene®; negli USA le potenzialità del Biogasfattobene® potrebbero superare del 20% quelle del gas di origine fossile.

Il biogas non è una bioenergia come le altre – dichiara Piero Gattoni, Presidente del CIB – Consorzio Italiano Biogas – in quanto, se “fatto bene”, non solo produce energia rinnovabile e programmabile, ma diventa anche uno strumento essenziale per decarbonizzare le pratiche agricole correnti, rendendo concreta la prospettiva di un’agricolturacarbon negative. Tutto ciò è perseguibile grazie alla maggiore capacità produttiva del suolo e a pratiche agronomiche che favoriscono lo stoccaggio del carbonio nel terreno”.

Il gas rinnovabile può avere un ruolo fondamentale nel permettere al nostro Paese di raggiungere gli obiettivi imposti dagli Accordi di Parigi e di arrivare al traguardo di un’economia a emissioni zero entro il 2050. Secondo stime CIB, l’Italia sarebbe nelle condizioni di raggiungere una produzione di 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. Uno studio presentato oggi dalla società di consulenza ambientale Althesis parte da questa stima per definire uno scenario al 2050, dove un potenziamento della produzione di biometano potrebbe evitare emissioni di CO2 per 197 mln di tonnellate. Lo sviluppo della filiera consentirebbe, inoltre, già entro il 2030, di creare oltre 21mila posti di lavoro e di generare un gettito tributario di 16 mld di € tra imposte sulle imprese e fiscalità di salari e stipendi. Le ricadute economiche complessive al 2030 si misurerebbero in 85,8 mld di €, di cui 17,7 mld € nell’uso elettrico, 15 mld € nel settore dei trasporti e 53,1 mld € grazie all’immissione nella rete.

Uno studio commissionato da Gas for Climate  consorzio formato dalle principali aziende europee di trasporto di gas (Enagas, Fluxys, Gasunie, GRTgaz, Open Grid Europe, SNAM, TIGF­) e da CIB ed EBA – e presentato oggi da Ecofys, società di consulenza energetica e climatica leader a livello internazionale, riconosce il ruolo fondamentale del gas rinnovabile nel percorso di decarbonizzazione dell’economia europea.

Un impianto biogas – aggiunge Gattoni –, se connesso sia con la rete gas sia con la rete elettrica, diventa una piccola bioraffineria, flessibile e decentralizzata in grado di produrre biometano, elettricità, calore, fertilizzanti organici. Il greening della rete gas fa diventare la rete stessa un’infrastruttura che raccoglie energia rinnovabile dal territorio, la concentra, la accumula e la trasporta a costi competitivi. L’energia può essere usata dove e quando è più conveniente e nella forma più consona, come elettricità, carburante, combustibile per i fabbisogni di calore dell’industria.

“E’ evidente che il nostro Paese si trova ad avere una risorsa verde d’inestimabile valore – conclude il Presidente CIB Gattoni – per questo chiediamo che venga sostenuta in modo adeguatole nostre aziende hanno bisogno di un quadro normativo chiaro e definito per poter effettuare gli investimenti necessari a introdurre nelle loro attività le tecnologie più performanti e più sostenibili a disposizione sul mercato. Il varo del decreto biometano, ad oggi ancora in fase di valutazione da parte della Commissione UE, potrebbe gettare le basi per una forte crescita del nostro comparto e consentire alle nostre aziende di velocizzare il processo di decarbonizzazione dell’economia nazionale, nel rispetto degli impegni presi con gli Accordi di Parigi”.

PER APPROFONDIRE

Le potenzialità del biometano. Il biometano è il risultato di un processo di upgrading del biogas che a sua volta si ottiene dalla digestione anaerobica di biomasse agro-industriali, quali sottoprodotti agricoli, reflui zootecnici, colture di integrazione, dalla frazione organica dei rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata. In Italia sono operativi quasi 2000 impianti di biogas, dei quali l’80% in ambito agricolo, con una potenza elettrica installata di circa 1.400 MW, equivalente a una produzione di biometano pari a 2,8 miliardi di metri cubi l’anno. Potenzialmente il nostro Paese potrebbe produrre entro il 2030 fino a 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole, pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. La filiera del biogas-biometano risulta inoltre il settore a maggiore intensità occupazionale tra le rinnovabili con 6,7 addetti per MW installato e ha già favorito la creazione di oltre 12 mila posti di lavoro stabili e specializzati.

Il quadro normativo. Il biometano è stato disciplinato per la prima volta con l’approvazione del decreto interministeriale 5 dicembre 2013, che ne ha autorizzato l’utilizzo nell’autotrasporto, nella rete nazionale del gas e nella cogenerazione ad alto rendimento. L’immissione nella rete nazionale del gas non è stata, tuttavia, pienamente regolamenta e ora si attende l’approvazione di un nuovo decreto (attualmente in fase di valutazione da parte della Commissione Europea) che dovrebbe prevedere la revisione dell’intervallo temporale per l’accesso agli incentivi; un target annuo minimo di immissione di biometano in rete; un sistema di contabilizzazione che valorizzi maggiormente i benefici ambientali prodotti dalla digestione anaerobica.

Il CIB è un consorzio nazionale che rappresenta tutta la filiera del biogas agricolo, dai produttori di biogas, ai produttori di impianti e servizi per la produzione di biogas e biometano. I suoi obiettivi sono la promozione, la diffusione e il coordinamento delle attività di tutto il settore del biogas in Italia. Il CIB promuove attivamente il modello del Biogasdoneright® o Biogasfattobene® come modello sostenibile e concreto per la produzione di alimenti, foraggi ed energia che nel contempo permette la decarbonizzazione del settore agricolo. Attualmente il CIB conta quasi 800 aziende associate e più di 440 MW di capacità installata. Per ulteriori informazioni: www.consorziobiogas.it

Fonte: ecodallecitta.it

 

Slow Food: il documento sulla prossima Politica Agricola Comune non va nella direzione della sostenibilità

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La Comunicazione sul Futuro del Cibo e dell’Agricoltura non propone misure pratiche in grado di favorire una transizione verso sistemi alimentari realmente sostenibili.

Oggi, mercoledì 29 novembre, la Commissione europea ha presentato la sua Comunicazione sul Futuro del Cibo e dell’Agricoltura, che definisce il tono delle discussioni sulla riforma della Politica Agricola Comune (Pac), al via da metà 2018. Il testo cita molte delle questioni sollevate dalla società civile, ma non propone misure pratiche in grado di favorire una transizione verso sistemi alimentari realmente sostenibili.

Secondo Slow Food, la Comunicazione non considera il sistema alimentare in modo olistico e non permette un cambiamento reale dell’attuale produzione agricola europea. Malgrado il titolo Il Futuro del Cibo e dell’Agricoltura, il documento si concentra esclusivamente sulla produzione agricola, ignorando il sistema alimentare nel suo insieme. E nonostante il riferimento a un approccio più orientato ai risultati, la Commissione continua a sostenere l’attuale sistema di pagamenti diretti, che prende in considerazione solo i diritti relativi agli ettari. La Commissione sottolinea l’importanza delle tecnologie moderne, che sono utili solo se accessibili a tutti, se sostengono la sovranità alimentare e se affrontano alla radice le problematiche in gioco. Ma le tecnologie che promettono soluzioni rapide per affrontare l’impatto del cambiamento climatico, ad esempio, daranno buoni frutti solo se considerate nel breve termine. La Comunicazione trascura del tutto il ruolo dei sistemi agroecologici e dei loro principi, fondamentali secondo Slow Food: l’agro-biodiversità in agricoltura, la minore dipendenza da fattori esterni, la promozione delle relazioni sociali e delle filiere corte, per sviluppare ecosistemi agricoli resilienti e garantire una vita dignitosa agli agricoltori. Per farla breve, secondo Slow Food, le proposte formulate nella Comunicazione non appoggiano una transizione verso sistemi alimentari sostenibili e non giustificano la spesa di quasi il 40% del bilancio Ue sulla Pac. Ritoccare le misure parzialmente non fornirà soluzioni a lungo termine. Slow Food chiede di passare a una Politica Alimentare Comune che tenga in considerazione l’intero sistema alimentare: è necessario un approccio integrato e coerente che guardi a tutta la filiera del cibo. La proposta legislativa sulla Pac sarà presentata dopo l’adozione del quadro finanziario pluriennale, prevista per la prima metà del 2018, che fissa i limiti per i bilanci generali annuali dell’Unione europea. Le discussioni sul bilancio peseranno in modo forte sul futuro della Pac, in particolare vista la perdita di contributi netti al bilancio dell’Ue di oltre 10 miliardi di euro in seguito alla Brexit.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Rigenerazione urbana sostenibile, la Puglia proroga il bando da 109 milioni all’11 settembre

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Più tempo per i comuni pugliesi per partecipare al bando “Rigenerazione urbana sostenibile” che con 109 milioni di euro mira a migliorare la vivibilità e la sostenibilità nelle aree urbane attraverso una rigenerazione ecologica e sociale

A seguito delle numerose richieste pervenute da parte dei singoli Comuni, rappresentate anche dall’Anci Puglia, per andare incontro alle effettive difficoltà soprattutto espresse dai Comuni che hanno appena completato la fase elettorale, la scadenza del bando Rigenerazione urbana sostenibile è stata prorogata all’11 settembre 2017.

Accogliamo con soddisfazione lo slittamento all’11 settembre 2017 del termine di scadenza del bando regionale sulla Rigenerazione urbana – ha dichiarato il presidente Anci Puglia sen. Luigi PerroneRingrazio il presidente Emiliano e l’assessore Curcuruto, il tempestivo riscontro alla nostra richiesta dimostra sensibilità istituzionale e senso di responsabilità verso le amministrazioni locali. La proroga è importante per consentire la più ampia partecipazione dei Comuni al bando, opportunità di rilancio da non perdere per le nostre città e per il territorio“.

La proroga, varata con atto dirigenziale regionale, riguarda il Bando per la selezione delle Aree Urbane e per l’individuazione delle Autorità Urbane in attuazione dell’Asse prioritario XII “Sviluppo Urbano Sostenibile” Azione 12.1 “Rigenerazione urbana sostenibile” del P.O.R. FESR-FSE 2014-2020. Il bando, approvato con deliberazione GR n. 650/2017 e pubblicato sul B.U.R.P n. 59 del 23-5-2017, è rivolto a tutti i Comuni, piccoli, medi e grandi della Puglia, che potranno concorrere in forma singola o associata, presentando le proprie proposte di Aree Urbane, entro cui saranno attuati interventi di sviluppo urbano sostenibile, attraverso azioni integrate. La Strategia di Sviluppo Urbano dell’Asse XII del POR intende migliorare la vivibilità e la sostenibilità nelle aree urbane ponendo particolare attenzione alle zone urbane e alle fasce di popolazione più disagiate e marginali sotto il profilo socio-economico attraverso soluzioni sostenibili, inclusive e integrate tra loro. Il bando si rivolge, più nello specifico, alle città pugliesi in possesso di una Strategia Integrata di Sviluppo Urbano Sostenibile (SISUS) che affronti una specifica sfida politica di rigenerazione ecologica e sociale.

 

Foto via Eyeonterlizzi

Fonte: ecodallecitta.it

Uso del metano: risparmi economici e ambientali nel 2016

Uso del metano, il Centro Studi Promotor diffonde i dati sui risparmi economici e ambientali nel 2016 del metano per autotrazione.http _media.ecoblog.it_d_d79_elenco-auto-a-metano

L’uso del metano per autotrazione ha consentito cospicui risparmi economici e ambientali nel 2016. In occasione del convegno “Gas naturale e biometano, eccellenze nazionali per la sostenibilità”, svoltosi a Bologna lo scorso 7 giugno, sono stati diffusi i risultati di uno studio realizzato dal Centro Studi Promotor denominato “Vantaggi economici ed ecologici del metano per autotrazione nel 2016”: nello scorso anno le famiglie e le imprese italiane hanno risparmiato quasi 2 miliardi di euro (1.882 milioni) nella spesa per il carburante grazie all’uso del metano nell’autotrazione. Contemporaneamente è stato possibile evitare emissioni di CO2 per quasi un milione e mezzo di tonnellate. Durante il convegno tre regione sono state premiate per essersi maggiormente distinte nel settore: la graduatoria delle regioni in funzione dei risparmi di spesa e dei risparmi di emissioni vede in testa l’Emilia Romagna con un risparmio di 416 milioni di euro e minori emissioni di CO2 di quasi 324mila tonnellate (davanti a Marche e Veneto) mentre la Lombardia negli ultimi sei anni ha visto la maggior crescita di distributori di gas naturale compresso e liquefatto. Alla Puglia, invece, è stato consegnato un riconoscimento per la maggiore produzione d’Italia di energia da fonti alternative, per il suo piano di utilizzo del gas naturale per la decarbonizzazione delle sue industrie e per l’effettivo uso nell’ambito dei trasporti, tra le regioni del sud. Per quanto riguarda la diffusione dei veicoli a metano la provincia più virtuosa è risultata Ancona, con un parco circolante costituito per il 13,9% da veicoli a gas naturale. Se la percentuale del capoluogo delle Marche fosse la stessa in tutte le province italiane, i risparmi economici possibili sarebbero stati di 11 miliardi di euro e le emissioni di CO2 sarebbero state inferiori di 8 milioni e mezzo di tonnellate. Alfredo Altavilla, Chief Operating Officer di Fiat Chrysler Automobiles per l’area EMEA, ha affermato che “il metano è la soluzione che oggi offre il miglior rapporto tra costo e rispetto dell’ambiente. Grazie al maggiore contenuto di energia, con un chilogrammo di metano si percorre in media il 50 per cento in più di strada che con un litro di benzina. Dal punto di vista ambientale, il gas naturale è il combustibile con il rapporto più elevato tra energia sviluppata e CO2 emesso”.

In attesa di una strategia che comprenda anche le auto elettriche, FCA guarda a futuro utilizzo del biometano: “Senza dimenticare che il gas naturale può diventare una vera e propria fonte rinnovabile grazie al biometano, che è ricavato dai rifiuti di origine domestica, industriale o agricola. L’analisi ‘well to wheel’ (che considera l’intero ciclo di produzione e utilizzo dell’energia) dimostra che il vantaggio ecologico delle vetture a biometano può essere paragonato a quello dell’elettrico da fonti rinnovabili. In Italia si stima che il potenziale di produzione di biometano sia pari a circa 8 miliardi di metri cubi all’anno”. Gli fa ha fatto eco il CEO di Snam, Marco Alverà: “Le auto a gas naturale hanno sostanzialmente le stesse performance, e potenzialmente superiori, rispetto a quelle a diesel e benzina. Consentono di eliminare le polveri sottili che inquinano le nostre città e in termini di CO2 emettono circa il 40 per cento in meno rispetto ai combustibili tradizionali. E il biometano ha addirittura un impatto simile all’elettrico derivato al 100 per cento da fonti rinnovabili. Metano e biometano non rappresentano quindi una soluzione di transito, ma una soluzione definitiva di mobilità a zero emissioni”.

Il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha ribadito l’impegno già manifestato dai Ministri dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio in occasione della firma del memorandum a ottobre: l’investimento nella filiera italiana del gas metano rientra tra le scelte che il governo ha definito nella Strategia Energetica Nazionale.

Fonte: ecoblog.it

Nelle Marche il primo passo verso un ecovillaggio sostenibile e autosufficiente

Un ecovillaggio completamente autosufficiente dal punto di vista energetico ed economico situato nello splendido contesto delle colline marchigiane, tra mare e montagna. Nasce dall’impresa sociale Montefauno, azienda agricola di prodotti biologici, il progetto dell’ecovillaggio “La Magione”, un esempio concreto di un nuovo modo di abitare e vivere su questo pianeta. L’impresa sociale Monte Fauno è un’azienda agricola marchigiana che produce prodotti biologici certificati, “con l’intento di racchiudere in un vasetto” – si legge sul sito – tutti gli odori e i sapori della migliore cucina italiana”. Nata su iniziativa di Luigi Quarato, la Montefauno è il primo passo per un progetto molto più ampio che sta poco a poco prendendo vita, quello di costruire l’ecovillaggio “La Magione”  nel Maceratese, presso il comune di Montefano.la-magione2

“Per arrivare alla fase esecutiva di un ecovillaggio in linea con la nostra filosofia abbiamo seguito un percorso diverso dal solito”, spiega Luigi, “e prima di trovare il gruppo con cui condividere questa esperienza abbiamo voluto verificare la fattibilità del progetto”. “La Magione” sarà un ecovillaggio completamente autosufficiente economicamente, vi si stabiliranno 40 famiglie e in ciascuna di esse uno dei membri potrà lavorare a una delle diverse attività che nasceranno.la-magione

L’azienda agricola Montefauno farà parte dell’ecovillaggio e oltre alla consueta produzione di ortaggi (prevalentemente), è prevista la costruzione di un piccolo capannone per la trasformazione dei prodotti. Sorgeranno poi un’azienda per la lavorazione di piante officinali per l’estrazione di oli essenziali e pigmenti naturali, una struttura turistica dotata di sette camere e una cooperativa sociale per le attività di assistenza e formazione professionale (bioedilizia, agricoltura, gestione dei fondi comunitari ecc…). Le unità abitative, circa 40, saranno tutte autocostruite in paglia e terra cruda e verrà garantita una qualità eccellente, anche grazie alla convenzione instaurata con l’Università Politecnica delle Marche di Ancona, per cui ogni abitazione sarà ecocompatibile, ecosostenibile e autosufficiente. L’ecovillaggio che verrà (l’inizio dei lavori è previsto per la primavera 2018 e avranno durata di circa un anno), vuole rivedere nel complesso il modo di vivere odierno fornendo un’alternativa concreta e diventando esempio di sostenibilità dal punto di vista abitativo e alimentare, per la creazione di posti di lavoro etici e integrati nel contesto socio-economico locale, per le attività socio-culturali e – infine – per un nuovo modo di abitare e costruire.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/marche-ecovillaggio-sostenibile-autosufficiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Ambiente, salute e sostenibilità entrano a scuola

Una scuola con menù vegetariano/vegano e una grande attenzione al rispetto dell’ambiente. Esiste ed è alle porte di Roma, si chiama La tribù del sole. Scopritela con noi.9477-10218

Alle porte di Roma, immersa  nel parco del Veio, nasce la scuola Tribù del Sole, basata sulla pedagogia steineriana, sul metodo montessoriano, sullo stile libertario e sull’outdoor education. Questa scuola, in Decrescita felice, ha scelto di adottare un menù vegetariano tendente al vegano, e di compiere scelte in un’ottica di rispetto per l’ambiente e per gli esseri che lo popolano. Cercano di autoprodurre il più possibile, dai dolci, al pane, alla pizza, ma anche estratti, germogli, erbe officinali, erbe aromatiche e quanto il loro piccolo orto sinergico può offrirgli. A parlare della Tribù del Sole è la  giovanissima co-fondatrice della scuola, Giada Prata.

Perché avete scelto di adottare per tutti un menù vegetariano tendente al vegano?

Sia io che Paola Rusconi, la co-fondatrice della scuola, che le  maestre che collaborano, siamo molto sensibili all’argomento sia in termini di salute che etici. Da quando la scuola è iniziata  siamo entrati in contatto con le abitudini alimentari delle famiglie e ci ha fatto riflettere come, proponendo in mesa  piatti con prodotti animali, ci fosse un sovraccarico di proteine animali nell’arco della giornata. Così dopo il confronto con il nostro pediatra e alcuni nutrizionisti abbiamo deciso adottare un menù vegetariano tendente  al vegano. Questa scelta è stata accolta con un grande entusiasmo, aiutando talvolta alcune famiglie a fare un percorso di consapevolezza, forti del fatto anche che questa scelta alimentare  ha portato a cambiamenti positivi ed evidenti nei bimbi stessi. Questa scelta comporta la libertà di gestire le proteine animali nelle modalità che ogni famiglia senza creare un sovraccarico. Allo stesso tempo sarà un’occasione per i genitori per mettersi in discussione, per informarsi e perché no, magari fare scelte più consapevoli.

Che altre motivazioni ti hanno spinto a fare questa scelta?

Le motivazioni che ci hanno portato a compiere questa scelta sono dovute al fatto che noi educhiamo al rispetto alla vita, di ogni essere vivente. Il fatto di mangiare degli animali portava ad una sorta di ipocrisia pedagogica in quello che noi stavamo conducendo perché noi dicevamo al bimbo , qualora se ne presentasse l’occasione, di accompagnare  qualsiasi insetto lui trovasse fuori dalla finestra con gentilezze e senza fargli del male. Servendogli poi mucca o  pesce nel piatto, questi nostri insegnamenti crollavano come un enorme castello di carta.  Alcuni bimbi hanno coscienza che ciò che hanno nel piatto è un animale, altri lo negano. Lo negano perché il mondo dei grandi fondamentalmente dice tante bugie perciò loro vivono in una sorta di realtà quasi parallela per cui c’è una negazione del fatto che ciò che hanno nel piatto è un essere vivente . E’ una menzogna chiaramente, vivono nella menzogna.  Io credo che si debba vivere nella verità qualsiasi essa sia e poi dopo rispettare qualsiasi tipo di scelta che venga  fatta in relazione a quella verità. Perché ci sono bimbi che dicono che gli animali non si dovrebbero mai mangiare, altri che dato che sono solo animali si possono mangiare. Per me ogni loro scelta è una scelta da rispettare.

Sulla scia di questa scelta etica quali attività fate?

Cerchiamo di autoprodurre il più possibile, coinvolgendo i bimbi nelle nostre autoproduzioni. Facciamo un ottimo gelato con il latte di mandorla, lievitati e snack senza olio di palma, germogli e dolci. Da noi sono bandite le visite in fattorie, delfinari, zoo o circhi, dove gli animali sono relegati e imprigionati. Preferiamo ammirare la natura, e gli animali in libertà, nelle nostre passeggiate nel parco naturale del Sorbo. Inoltre, gli avanzi della nostra mensa, nella misura in cui questo è possibile, li portiamo agli animali abbandonati.

Che attività fate basate sul rispetto dell’ambiente?

Al di là delle singole attività il nostro intero fare educativo è volto e permeato dall’idea del  rispetto di tutto ciò che ci circonda, delle creature che lo popolano, degli esseri umani nelle loro varie diversità e animali. Questo nostro sentire viene  dalla pedagogia Waldorf che propone a livello educativo una continua interazione dell’uomo con il mondo animale, vegetale , minerale e che gli dà l’idea di come egli sia intessuto in un sistema e che non sia da solo nel mondo. Un’altra attività per noi importate sono le passeggiate nella natura, che noi chiamiamo anche passeggiate ecologiche dove mettiamo il focus sull’intruso che troviamo nell’ambiente che può essere un rifiuto come una cartaccia, un tappo. E  in più di una circostanza i bimbi hanno dimostrato un disappunto nel trovare inquinamento lungo la strada. Inoltre  leggiamo fiabe dedicate alla tematica ambientale. Sapendo che la fiaba è un incredibile mezzo di comunicazione all’interno della relazione educativa,  la usiamo anche come strumento . Talvolta le  fiabe  si trasformano in laboratorio teatrale.

In che modo gestite il riciclo e gli sprechi?

Gran parte dei nostri lavori sono fatti con materiale di riciclo, non solo riciclando il materiale all’interno della scuola ma chiediamo ai genitori di recuperare oggetti e materiali che altrimenti andrebbero gettati.  Questo dà  l’idea ai bimbi che una cosa non debba morire ma che possa dare vita a nuove cose egualmente belle e funzionali , attività che tra l’altro sviluppano la loro creatività. Limitiamo al massimo l’uso della plastica, nulla di usa e getta e utilizziamo per quanto possiamo materiali biodegradabili.  Propositi per l’anno prossimo è organizzare un gruppo di acquisto per acquistare pannolini biodegradabili. Inoltre facciamo compost con i cibo e utilizziamo detersivi con marchio vegan ok.

In base a quale criteri scegliete le aziende che orbitano attorno a voi?

Le scegliamo in base a principi etici: un’azienda che collabora con noi deve avere un codice etico molto chiaro e sviluppato. Sono per lo più piccole realtà come piccole aziende agricole o piccoli artigiani, quasi sempre a km zero. Questo è molto importante per avere un minore impatto ambientale e dare maggior impulso all’economia locale. Noi crediamo nella decrescita felice. Quindi all’interno dei nostri mercatini cerchiamo di chiamare tutti i piccoli produttori locali

Che insegnamenti volete trasmettere ai bimbi?

Noi crediamo nella decrescita felice, e pensiamo che l’attuale sistema di continua crescita non stia portando a uno stile di vita migliore, anzi. Crediamo nell’autodeterminazione e nel fatto che questo mondo fatto di delega, alimentare, medica, pedagogica non possa più funzionare perché purtroppo abbiamo subito un degenero in termini di non qualità in tutto ciò che abbiamo: cibo, medicina ed educazione dei nostri figli. Quindi quello che noi vogliamo trasmettere ai nostri bambini è la consapevolezza che un nuovo paradigma di vita è possibile e auspicabile  se ognuno di loro mette il suo contributo affinché ciò avvenga . E’ finita secondo noi l’era della sterilità, l’era di prodotti fatti in serie con materie prime scadenti e fatto con poco cuore. Si sta riscoprendo un mondo fatto di persone che amano quello che fanno dal produrlo al proporlo agli altri. Quello che noi auspichiamo è anche che si passi da una visione egocentrica, di un uomo che spadroneggia nella natura e che succhia risorse come se avesse un pianeta di scorta, a una visione ecocentrica, dove l’uomo è al cento di un sistema ed è portatore come essere umano, quindi senziente e pensante e volitivo,  di una grandissima responsabilità nei confronti di tutto ciò che lo circonda.

Fonte: ilcambiamento.it