I cambiamenti climatici sono già nel Tirreno

Grazie all’operazione “Mare Caldo”, Greenpeace Italia ha effettuato una serie di rilevamenti e misurato le temperature nel Mar Tirreno. In questo comunicato vengono descritte le conclusioni dello studio, tutt’altro che confortanti. Siamo tornati nelle acque dell’Isola d’Elba con la barca Bamboo della Fondazione Exodus di don Mazzi per la spedizione di ricerca “Difendiamo il Mare”: proprio qui, nel novembre scorso, avevamo posizionato, insieme all’Università di Genova, una stazione pilota per misurare le variazioni delle temperature del mare a diverse profondità. In poche parole, termometri per misurare la febbre del mare. Oggi pubblichiamo i primi risultati di questo progetto, che abbiamo chiamato “Mare Caldo” e la foto che scattiamo è preoccupante: sia dai termometri installati lo scorso inverno in mare a varie profondità, sia dalle osservazioni preliminari fatte durante i monitoraggi sugli ecosistemi marini a fine giugno, emergono chiaramente i segnali degli impatti dei cambiamenti climatici sui nostri mari. I primi dati registrati dai nostri termometri posizionati fino a 40 metri di profondità indicano, oltre a un aumento repentino delle temperature a inizio giugno che attorno ai 35 metri di profondità sono arrivate fino a 20°C, anche un aumento delle temperature invernali, con una temperatura media minima tra dicembre e marzo di 15°C, di ben un grado più alta delle medie registrate in superficie fino al 2006.

Foto di Greenpeace

Questo riscaldamento delle acque favorisce lo spostamento verso nord di tutte le specie termofile, cioè quegli organismi che normalmente vivono e si riproducono a temperature più elevate, fatto che è confermato da quanto osservato durante le nostre immersioni, abbiamo potuto rilevare la presenza di pesci normalmente abbondanti in aree più calde del Mediterraneo, come la donzella pavonina (Thalassoma pavo) o alcune specie di stelle marine (Hacelia attenuata) o specie considerate “aliene” come l’alga verde Caulerpa cylindracea, originaria delle coste occidentali dell’Australia.

Con le ricercatrici del DiSTAV dell’Università di Genova ci siamo immersi in vari punti intorno all’Isola d’Elba e all’Isola di Pianosa per monitorare gli impatti dell’aumento delle temperature del mare sugli organismi marini. Quello che abbiamo osservato è preoccupante, specie simbolo dei nostri fondali come la gorgonia gialla (Eunicella cavolini) e la gorgonia bianca (Eunicella singularis) presentano evidenti fenomeni di necrosi, con morie che in alcune aree arrivano fino al 50% delle colonie. Nel caso delle gorgonie rosse (Paramuricea clavata) il 10% circa di quelle osservate è risultata impattata, e la maggior parte delle colonie sono state trovate ricoperte da mucillagine. È proprio questo che preoccupa. Nei siti di immersione monitorati abbiamo registrato una copertura quasi totale dei fondali tra i 10 e i 30 metri da parte della mucillagine, fenomeno in parte correlato proprio all’aumento delle temperature e che provoca la morte degli organismi marini per soffocamento aggravando la situazione. Durante le immersioni abbiamo visto anche altri chiari impatti delle anomalie termiche pregresse, come lo sbiancamento o la morte di alcuni coralli (la madrepora a cuscino – Cladocora caespitosa, e alcune alghe corallineacee), nonché la morte di numerosi individui di nacchere di mare o Pinna nobilis, (specie ultimamente decimata proprio da malattie la cui diffusione è favorita dall’aumento delle temperature). Ma se alcuni di questi segnali si osservano anche a Pianosa, in generale la situazione su quest’Isola che è un’ area totalmente protetta è ben diversa: qui l’assenza di invasioni di campo da parte dell’uomo ha favorito il mantenimento di vere e proprie foreste algali, habitat ormai rari in quasi tutto il Mediterraneo e il proliferare della biodiversità – abbiamo incontrato tantissime specie di pesci, e si ha molto meno traccia della mucillagine, chiaro segnale che, laddove il mare è totalmente protetto, le specie hanno una maggiore resilienza a un cambiamento che è già in atto. Che fare per difendere il mare da questo destino “scottante”? Inutile girarci intorno: da un lato servono politiche urgenti per tagliare le emissioni di gas serra e fermare l’aumento delle temperature e dall’altro dobbiamo tutelare le aree più sensibili. I cambiamenti climatici sono solo l’ultimo tassello, che aggrava la crisi di un ecosistema già al collasso per via dell’inquinamento da plastica e della pesca distruttiva. Se l’Italia è seria rispetto all’impegno di tutelare un 30% dei propri mari entro il 2030, dovrà mettere in atto meccanismi precisi per fermare da un lato le attività più distruttive e inquinanti e dall’altro rafforzare la rete già esistente di aree protette. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/07/rilevamenti-cambiamenti-climatici-tirreno/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia

La Danimarca sempre più lanciata nella transizione verde con un progetto ambizioso: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Praticamente il doppio dell’obiettivo che si è posto l’Italia…

La Danimarca verso il 100% di elettricità da energie rinnovabili: un esempio per l’Italia

Pochi giorni fa, il 30 ottobre, è accaduto un fatto in Danimarca ormai entrato nella routine di un governo che si impegna seriamente nella lotta al cambiamento climatico: l’incontro a Copenaghen tra Dan Jørgensen, Ministro per il clima, l’energia e i servizi pubblici e i giornalisti stranieri presso la sede di State of Green, un’organizzazione molto attiva in Danimarca sui temi della transizione energetica.

Prima di raccontare cosa il Ministro ha riportato, due considerazioni: la prima è che mi ha colpito il nome del dicastero da lui presieduto che indica chiaramente l’approccio danese al tema dell’energia, non slegato dall’emergenza climatica in corso e dal ruolo dei servizi pubblici. La seconda, mi domando: tra i giornalisti stranieri ve ne erano di italiani? Non credo, in quanto non mi sembra che la stampa nazionale ne abbia parlato, sebbene delle cose interessanti siano state dette.

Oggetto dell’incontro era illustrare alla stampa straniera (in quanto quella nazionale è ben edotta) le politiche su energia e clima che la Danimarca intende perseguire in futuro. Quindi discutere sulla transizione verde, gli obiettivi climatici e il ruolo internazionale della Danimarca nella lotta al cambiamento climatico. Ve la immaginate una cosa del genere in Italia? Fantascienza! Tanto che nel nostro Paese, senza che minimamente la stampa nazionale se ne (pre)occupi si sta finalizzando il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) che, secondo le raccomandazioni giunte dalla Commissione Europea, dovrebbe subire una notevole rivisitazione, ma sembra che per il nostro Governo vada bene così come è uscito in prima bozza, a parte qualche lieve correzione da apportare.

Tornando alla Danimarca, il Ministro ha riportato l’ambizioso obiettivo che il Paese si è posto: tagliare le emissioni di gas climalteranti del 70% entro il 2030. Avete letto bene, praticamente il doppio di quanto si è posta al momento l’Italia. Questo obiettivo numerico è parte di una ben definita strategia che mira a far diventare la Danimarca una “super-potenza verde” con obiettivi ambiziosi a livello nazionale ed una consistente leadership a livello internazionale. Il Ministro danese ha sottolineato l’importanza strategica di un approccio alla transizione verde che sia sistemico in quanto consapevole dell’elevata impronta carbonica del suo Paese, ad oggi, circa il 20% in più della media europea, sebbene di rilevanza marginale in quanto pari a solo lo 0,1% delle emissioni globali di CO2.

”L’Occidente ha inquinato per centinaia di anni – ha detto il ministro – Adesso, economie emergenti e paesi in via di sviluppo stanno iniziando ad inquinare di più e nonostante questo possiamo veramente condannarli? La responsabilità è più sulle nostre spalle che sulle loro e ci dovremmo sentire obbligati ad aiutare questi Paesi affinché possano percorrere la strada verso uno sviluppo sostenibile”.

Il Ministro ha sottolineato anche che la transizione verde della Danimarca terrà conto delle eventuali conseguenze sociali al fine di evitare ripercussioni come accaduto in Francia con i “gilet gialli”.

Attualmente la Danimarca ha accordi di partenariato con 15 paesi che in totale sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali, inclusi Paesi come gli Usa, la Cina, la Germania e l’India. L’ultimo, in ordine di tempo, tra gli accordi di collaborazione sottoscritti è quello con il Governo vietnamita che contribuirà alla riduzione delle emissioni nel Paese asiatico stimate, in totale, a 370 milioni di tonnellate annue. Non c’è bisogno di specificare che, sebbene si dia enfasi alla riduzione delle emissioni climalteranti, dietro ci sono accordi commerciali per lo sviluppo e la promozione di tecnologie a basso impatto ambientale. Giusto per ricordarlo a coloro che, per pura ignoranza o malafede, ancora tengono separati i concetti di “sviluppo industriale”, “sostenibilità ambientale” e “nuovi posti di lavoro”. 

Sembra paradossale ma proprio mentre il Presidente Usa Donald Trump annuncia l’uscita del suo Paese dagli Accordi di Parigi, facciamo il tifo per Paesi come la Danimarca che, seppur non paragonabili in termini dimensionali, possono assumere un nuovo ruolo di leader a livello mondiale. A titolo di esempio, secondo le proiezioni dell’Agenzia Danese per l’Energia, l’elettricità in Danimarca sarà 100% rinnovabile entro il 2028. E la Danimarca non ha nemmeno il sole di cui è baciata l’Italia, quindi a rigor di logica noi potremmo arrivare tranquillamente a risultati simili. Perché non lo si fa?

Fonte: ilcambiamento.it

È come e cosa decidiamo di mangiare che può salvare o condannare il pianeta

Ogni nostra azione ha effetto sul Pianeta: da come scegliamo di spostarci, a cosa utilizziamo per riscaldare e rinfrescare le nostre case, a cosa mangiamo. E proprio riguardo al cibo molte persone stanno scegliendo regimi alimentari differenti per cercare di ridurre le emissioni di gas serra o il consumo di suolo.carne

Per le persone che stanno facendo scelte sostenibili, per chi non crede sia necessario e per tutti quelli attenti alle problematiche ambientali e alla sostenibilità, la ricerca pubblicata su Science riguardo a come diminuire l’impatto del cibo tra produttori e consumatori sarà una lettura interessante e non priva di sorprese. I ricercatori della Oxford University e Agroscope, l’istituto di ricerca svizzero sull’agricoltura, hanno infatti creato il database esistente più completo sull’impatto ambientale di quasi 40.000 aziende agricole, 1.600 impianti di lavorazione, tipi di imballaggi, rivenditori. Questo ha consentito loro di stimare quali tecniche produttive e quali aree geografiche abbiano maggiore o minore impatto per 40 tra i principali alimenti.

Ci sono grandi differenze all’interno della filiera di uno stesso alimento: i produttori a più alto impatto di carne bovina arrivano a emettere 105 chilogrammi equivalenti di anidride carbonica e a utilizzare 370 metri quadrati di terreno per 100 grammi di proteine, ovvero 12 e 50 volte in più rispetto ai produttori a basso impatto. A loro volta, questi ultimi creano 6 volte più emissioni e usano 36 volte più terra di chi coltiva piselli. Eppure l’acquacoltura, ovvero l’allevamento industriale in acqua dolce o salata di pesci, molluschi e crostacei, può emettere più metano – ancora più impattante rispetto all’anidride carbonica come gas serra – per chili di peso vivo rispetto a un allevamento bovino.
Una pinta di birra potrebbe creare tre volte più emissioni e usare 4 volte più terreno rispetto a un’altra: questa variazione è stata delineata attraverso cinque indicatori dagli scienziati, tra i quali sono presenti l’utilizzo d’acqua, l’acidificazione e l’eutrofizzazione.
«Due prodotti che sembrano identici nei negozi possono avere due impatti completamente diversi sul Pianeta. Al momento non lo sappiamo quando decidiamo cosa mangiare. In più, questa variabilità non è del tutto riconosciuta nelle strategie e nelle politiche che cercano di ridurre l’impatto delle aziende agricole» sostiene Joseph Poore del Dipartimento di Zoologia e della Scuola di Geografia e Ambiente. Quello che invece, forse, è più semplice da immaginare è che il grosso dell’impatto viene creato da un piccolo numero di produttori. Appena il 15% della carne bovina che troviamo sul mercato crea 1.3 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica e utilizza circa 950 milioni di ettari di terreno. Se invece prendiamo in considerazione tutti i prodotti, il 25% delle aziende contribuisce alla produzione del 53% in media sul quantitativo del singolo alimento. Questo disallineamento mostra il potenziale nell’aumento di produzione e nella riduzione dell’impatto sull’ambiente.

«La produzione di cibo genera un immenso carico per l’ambiente, ma questo non è una conseguenza necessaria dei nostri bisogni. Quest’onere potrebbe essere ridotto in maniera significativa modificando il modo in cui produciamo e consumiamo», spiega Poore. I ricercatori hanno mostrato come l’utilizzo di nuove tecnologie per raccogliere dati e quantificare il proprio impatto ambientale potrebbe fornire consigli su come ridurlo e aumentare la produttività.
C’è però un problema: esistono limiti oltre i quali i produttori non possono andare. In particolare, i ricercatori hanno scoperto che i prodotti di origine animale avranno sempre un impatto superiore a quelli vegetali, anche con l’aiuto della tecnologia. Per esempio, un litro di latte vaccino, anche se a basso impatto, usa quasi il doppio del terreno e genera emissioni di gas serra pari a due volte quelle di un litro di latte di soia nella media.
Il cambiamento più grande per l’ambiente, quindi, lo può fare la nostra dieta, ancor più che acquistare carne o latticini sostenibili. In particolare, un regime alimentare a base di vegetali diminuirebbe le emissioni legate al cibo fino al 73%, a seconda del luogo in cui si vive. Una scelta di questo tipo, in maniera abbastanza sorprendente, ridurrebbe a livello globale il quantitativo di terreni impiegati per l’agricoltura di circa 3.1 miliardi di ettari, ovvero il 76%. Questo permetterebbe anche di togliere parte della pressione sulle foreste tropicali e di ripristinare allo stato naturale alcuni territori. Ma esistono anche soluzioni meno drastiche: per esempio, si potrebbe dimezzare il consumo di prodotti animali evitando proprio i produttori a maggiore impatto, raggiungendo così lo stesso 73% nella riduzione di emissioni di gas serra che si avrebbe se eliminassimo del tutto carne e latticini. In più, se diminuissimo del 20% il consumo di alcuni alimenti non necessari come oli, alcol, zucchero e stimolanti evitando, anche in questo caso, le filiere meno virtuose, le emissioni scenderebbero del 43%. Potrebbe non essere necessario, quindi, stravolgere completamente le nostre abitudini in materia di cibo: anche piccoli cambiamenti possono avere effetti importanti sull’ambiente. Occorrerebbe, però, un’adeguata comunicazione ai consumatori sul produttore (non solo sul prodotto), magari attraverso etichette ambientali, oltre che tasse e sussidi. «Dobbiamo trovare le modalità per cambiare un po’ le condizioni fino a rendere il fatto di agire in favore dell’ambiente la cosa migliore per produttori e consumatori», sottolinea Joseph Poore. L’idea sarebbe quella di indirizzare verso il consumo sostenibile e consapevole grazie a incentivi economici e a un’etichettatura chiara, per creare una spirale positiva in cui gli agricoltori stessi hanno bisogno di monitorare il proprio impatto, prendendo decisioni migliori su tecniche e processi e comunicando tutto ciò ai rivenditori, incoraggiandoli a rifornirsi da chi segue questo tipo di approccio.

Giulia Negri

Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell’atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell’organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

Ispra: nel 2017 aumenta il Pil e diminuiscono le emissioni di gas serra

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Presentato l’inventario nazionale ISPRA delle emissioni in atmosfera dei gas serra e le proiezioni al 2030

In Italia, per il 2017, le prime stime delle emissioni mostrano una diminuzione pari allo 0.3%, a fronte di un incremento del PIL pari a 1,5%, che conferma il disaccoppiamento in Italia tra la crescita economica e le emissioni di gas serra. Tale andamento sembra confermato anche nel primo trimestre del 2018.

Nel 2016, le emissioni totali di gas serra sono diminuite del 17,5% rispetto al 1990, passando da 518 a 428 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, e dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Il principale contributo alla diminuzione delle emissioni di gas serra negli ultimi anni è da attribuire alla crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico) e all’incremento dell’efficienza energetica nei settori industriali. Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nell’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra presentato da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che fornisce anche le proiezioni al 2030. Scopo del Rapporto è fornire dati che siano utile strumento per la definizione di ottimali politiche di riduzione delle emissioni.

I settori della produzione di energia e dei trasporti sono responsabili di circa la metà delle emissioni nazionali di gas climalteranti. Rispetto al 1990, le emissioni di gas serra del settore trasporti sono aumentate del 2,4%, a causa dell’incremento della mobilità di merci e passeggeri; per il trasporto su strada, ad esempio, le percorrenze complessive (veicoli-km) per le merci sono aumentate del 16%, e per il trasporto passeggeri del 19%. Sempre rispetto al 1990, nel 2016 le emissioni delle industrie energetiche sono diminuite del 23,9%, a fronte di un aumento della produzione di energia termoelettrica da 178,6 Terawattora (TWh) a 198,7 TWh, e dei consumi di energia elettrica da 218,7 TWh a 295,5 TWh. Dall’analisi dell’andamento delle emissioni di CO2 per unità energetica totale, emerge che l’andamento delle emissioni di CO2 negli anni ’90 ha seguito sostanzialmente quello dei consumi energetici.

Negli ultimi anni, al contrario, si è registrata una diminuzione delle emissioni e la sostituzione di combustibili a più alto contenuto di carbonio con il gas naturale sia nella produzione di energia elettrica che nell’industria oltre ad un incremento dell’utilizzo di fonti rinnovabili. Nel periodo 1990-2016, le emissioni energetiche dal settore residenziale e servizi sono aumentate dell’4,5% a fronte di un incremento dei consumi energetici pari al 18,3%. In Italia il consumo di metano nel settore civile era già diffuso nei primi anni ’90 e la crescita delle emissioni, in termini strutturali, è invece correlata all’aumento del numero delle abitazioni e dei relativi impianti di riscaldamento oltre che, in termini congiunturali, ai fattori climatici annuali. L’incremento dei consumi è strettamente collegato al maggior utilizzo di biomasse.

Le emissioni del settore dell’industria manifatturiera sono diminuite del 48,6% rispetto al 1990, prevalentemente in considerazione dell’incremento nell’utilizzo del gas naturale in sostituzione dell’olio combustibile per produrre energia e calore e, per gli ultimi anni, a seguito del calo o della delocalizzazione delle produzioni industriali. Per quel che riguarda il settore dei processi industriali, nel 2016 le emissioni sono diminuite del 58,1% rispetto al 1990. L’andamento delle emissioni è determinato prevalentemente dalla forte riduzione delle emissioni di Ossido di diazoto – N2O (-92,0%) nel settore chimico, grazie all’adozione di tecnologie di abbattimento delle emissioni nella produzione dell’acido nitrico e acido adipico. Le emissioni dal settore dell’agricoltura sono diminuite del 13,4% tra il 1990 e il 2016. Tale riduzione si è ottenuta per la diminuzione dei capi allevati, in particolare bovini e vacche da latte, e, grazie a un minor uso di fertilizzanti azotati. Negli ultimi anni si è registrato un incremento della produzione e raccolta di biogas dalle deiezioni animali a fini energetici, evitando emissioni di metano dallo stoccaggio delle stesse.

Nella gestione e trattamento dei rifiuti, le emissioni sono aumentate del 5,6%, principalmente a causa dell’aumento delle emissioni derivanti dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in discarica (+11,6%). Le emissioni del settore sono destinate a ridursi nei prossimi anni, attraverso il miglioramento dell’efficienza di captazione del biogas e la riduzione di materia organica biodegradabile in discarica grazie alla raccolta differenziata.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni da tali settori del 13% rispetto al 2005. Tale obiettivo sarà molto probabilmente raggiunto: negli anni, infatti, dal 2013 al 2016, le emissioni di tali settori sono state pari in media a 272 Mt di CO2 equivalente contro un obiettivo al 2020 pari a 291 Mt di CO2 equivalente.

Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 sono definiti, a livello europeo, dal pacchetto “Unione dell’energia” che prevede una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Per raggiungere l’obiettivo di una riduzione delle emissioni almeno del 40%:

→ i settori interessati dal sistema di scambio di quote di emissione (ETS) dell’UE dovranno ridurre le

emissioni del 43% (rispetto al 2005);

→ i settori non interessati dall’ETS dovranno ridurre le emissioni del 30% (rispetto al 2005) e ciò dovrà essere tradotto in singoli obiettivi vincolanti nazionali per gli Stati membri.

Per raggiungere gli obiettivi 2030, in accordo con gli ultimi scenari di proiezioni, l’Italia dovrà ridurre, rispetto al 2016, le emissioni di gas serra in questi settori di una quantità pari a circa 50 Mt di CO2 equivalente annui, che equivale alla metà delle emissioni dal trasporto stradale.

L’Inventario è disponibile sul sito web dell’ISPRA: www.isprambiente.gov.it/

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Cibo sprecato: impatto devastante sull’ambiente

Il 30% del cibo prodotto viene sprecato e se le emissioni di gas serra derivanti dallo spreco di cibo fossero assimilabili a quelle di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina.9447-10183

L’impatto sull’ambiente dello spreco alimentare è pesantissimo, più di quanto forse tanti immaginano. A fare conti e stime è il rapporto della FAO. Dal rapporto FAO Global food losses and waste. Extent, causes and prevention emerge che va sprecato il 30% del cibo prodotto.

Lo spreco proviene da tutte le fasi della filiera:

produzione agricola primaria (inclusi gli allevamenti di animali),

trasporto e stoccaggio dei prodotti primari,

lavorazione degli stessi,

distribuzione del prodotto finito alle rivendite e da queste ai consumatori,

consumo,

rifiuto dei residui.

Nella stima FAO non sono considerate altre fonti di cibo tranne quelle terrestri, evidentemente tralasciando la parte marina. Circa 1 miliardo di abitanti del pianeta è sotto-alimentato e il quantitativo di cibo sprecato ne potrebbe alimentare circa 2 miliardi, quindi occorre veramente agire su questo fronte. Poi c’è l’impatto ambientale dovuto allo spreco di tonnellate di cibo, di cui il rapporto FAO Food Wastage Footprint Impacts on natural resources calcola la “carbon footprint”. In termini di emissioni di anidride carbonica equivalente dovute alla produzione di cibo non consumato, se fossero assimilabili alle emissioni di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina.

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A questo impatto sul clima si aggiunge il fatto che il 30% della terra coltivabile è appunto dedicata al cibo non consumato (che è il 30% di quello prodotto), ma soprattutto che l’acqua sprecata è pari a 21% dell’utilizzo globale di acqua. Il rapporto sottolinea come per prevenire gli sprechi sia necessario cambiare atteggiamenti e tecnologie lungo l’intera catena di produzione/distribuzione/consumo, con un diverso approccio locale. Infatti nei paesi in via di sviluppo il 41% degli sprechi avviene nelle fasi subito successive alla coltivazione e raccolta dei prodotti primari e anche durante le fasi di lavorazione; nei paesi sviluppati più del 40% degli sprechi avviene a livello di distribuzione e di consumo. Queste differenze sono dovute sia alle abitudini delle popolazioni e al livello di industrializzazione che alla tipologia di alimento prodotto e consumato. I maggiori sprechi si hanno per la produzione di cereali (25%), verdura (24%) e tuberi amidacei (18%, simili alla frutta, 16%) e i maggiori impatti ambientali sono dovuti a cereali (34%), carne (21%) e verdura (21%).

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Legenda:

Cerals =cereali

Starchy roots = tuberi amidacei

Oilcrops and Pulses = olivi e legume

Fruits = frutta

Meat = carne

Fish and seafood = pesce e molluschi

Milk and eggs = latte e uova

Vegetables = verdure

Le emissioni di gas serra dell’agricoltura sono principalmente dovute all’impiego di fertilizzanti azotati, che rilasciano anidride carbonica e protossido di azoto, e quindi le emissioni di anidride carbonica equivalente di cereali e verdura sono proporzionali alle quantità di vegetali sprecate (per i cereali il coefficiente di proporzionalità è maggiore che per le verdure, in quanto alcuni cereali, tra cui il riso, possono emettere metano dai residui dei raccolti lasciati sul campo).

Le emissioni di gas serra dovute all’allevamento di bestiame provengono sia dai fertilizzanti, utilizzati per la produzione dei mangimi, sia dalla gestione degli animali. Tuttavia c’è una distinzione tra animali monogastrici e ruminanti: questi ultimi, oltre alle emissioni dei mangimi, rilasciano ingenti quantità di metano prodotto dalla fermentazione enterica. Per questo, ad uno spreco di carne corrispondente al solo 4% del totale di sprechi, è dovuto il 21% del contributo di emissioni di anidride carbonica equivalente. La lotta allo spreco di cibo e alla malnutrizione richiede anche una modifica delle abitudini alimentari; occorre passare a una dieta più sostenibile e più largamente accessibile (rapporto JRC 2015 Global Food Security 2030 – Assessing trends with a view to guiding future EU policies).

Fonte: Silvia Maltagliati per Arpat Toscana

Tratto da: ilcambiamento.it

Bill Gates promette 2 miliardi di dollari di investimento nelle rinnovabili

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A maggio The Guardian aveva lanciato un appello per chiamare Bill Gates, il miliardario e filantropo, fondatore di Microsoft, a un impegno forte per l’ambiente. Ora Gates si muove con decisione a sostegno delle energie rinnovabili e negli scorsi giorni ha annunciato di voler investire 2 miliardi di dollari in tecnologie volte ad accelerare lo sviluppo dell’energia da fonti pulite e la riduzione delle emissioni di gas serra. In un’intervista rilasciata all’autorevole magazine The Atlantic, Gates ha spiegato che, visto lo stallo della politica, le iniziative volte a contrastare i cambiamenti climatici devono venire da investimenti privati. Gates chiede di superare la politica obamiana che vuole passare gradualmente dal petrolio e dal carbone al gas naturale: quello che è necessario è abbandonare le fonti fossili. Gates sostiene che tutti coloro che hanno immense disponibilità finanziaria dovrebbero dedicarne una parte per sostenere le start-up che lavorano per la ricerca e lo sviluppo di sistemi di produzione e distribuzione dell’energia da fonti pulite. Laddove gli Stati e i Governi non possono più arrivare per carenze di cassa, deve intervenire il settore privato. “Abbiamo bisogno di un’innovazione che ci dia energia più economica degli idrocarburi, a zero emissioni e affidabile quanto il sistema energetico odierno. Abbiamo bisogno di un miracolo energetico. Può sembrare scoraggiante, ma nella scienza i miracoli avvengono di continuo”, spiega Gates. E se i privati dovranno fare la loro parte, i Governi non potranno esimersi dalle tasse sulle emissioni: “Senza una carbon tax considerevole, non ci sarà l’incentivo a passare alle energie pulite”. Il traguardo? Arrivare a un 2050 in cui Stati Uniti e Cina, i grandi inquinatori del Pianeta, raggiungeranno le emissioni zero, smettendo di aggiungere CO2 all’aria.

Fonte:  The Atlantic

 

La Cina annuncia un piano per combattere le emissioni di gas serra

Partità nel 2017 e sarà simile al cap-and-trade già sperimentato in Occidente.gettyimages-489974638

Era già stato anticipato, adesso ne abbiamo la conferma: il presidente Xi Jinping ha approfittato del suo viaggio negli Stati Uniti per svelare il nuovo impegno della Cina in favore dell’ambiente: a partire dal 2017 combatterà le emissioni di gas serra attraverso il sistema del cap and trade. Era nell’aria (sic) da un po’ che la Cina sarebbe stata costretta a breve a prendere qualche misura concreta per combattere un inquinamento che già da anni ha superato la soglia di allarme e che l’ha reso oggi, stando a quanto riporta il New York Times, la nazione più inquinante al mondo. Il sistema porterà quindi le grandi industrie siderurgiche, del cemento, della carta, energetiche a ridurre le proprie emissioni. Il piano cinese, come riportano i portavoce dell’amministrazione Obama, è parte dello sforzo da parte di Stati Uniti e Cina per fermare il cambiamento climatico e usare la loro influenza a livello internazionale per fare pressioni su altre nazioni affinché seguano il loro esempio. I due presidenti si sono detti d’accordo nel proseguire i lavori per arrivare a mettere in piedi un vero accordo sul cambiamento climatico a Parigi, a dicembre, che impegni ogni stato a diminuire le proprie emissioni di gas serra. Fin qui la propaganda, che comunque fa venire meno una delle critiche attraverso le quali i repubblicani hanno sempre combattuto le iniziative in questo senso: se i rivali economici degli Usa non prendono impegni ambientali, come possono farlo gli Stati Uniti?

Detto questo, non è chiaro come la Cina possa mettere in piedi un programma efficace in così poco tempo, visto che la sua economia si basa in maniera ancora importante sul carbone e vista anche la riluttanza nell’accettare controlli esterni sulle sue industrie. Si tratta, comunque, del primo impegno della Cina in questo senso, cosa che sicuramente rappresenta un passo importante.

Fonte: ecoblog.it

Pacchetto clima 2030: il Parlamento UE chiede obiettivi vincolanti e più ambiziosi

Il Parlamento europeo ha votato favorevolmente alla proposta di nuovi obiettivi vincolanti per gli Stati membri in materia di fonti rinnovabili, efficienza energetica ed emissioni di gas serra378059

Il Parlamento europeo vuole che agli Stati membri vengano indicati obiettivi nazionali vincolanti in materia di fonti rinnovabili, efficienza energetica ed emissioni di gas serra. Con 341 voti a favore e 263 contrari, inoltre, gli eurodeputati hanno chiesto tre target comunitari vincolanti per 2030, più ambiziosi di quelli proposti qualche settimana fa dalla Commissione: un taglio del 40% dei gas serra (rispetto ai livelli del 1990), almeno il 30% di energia da fonti rinnovabili sui consumi totali dell’Europa, e un aumento del 40% dell’efficienza energetica. Secondo i parlamentari, in particolare, i tre impegni salva clima «devono essere obbligatori, e messi in atto sulla base di singoli obiettivi nazionali, tenendo conto della situazione e del potenziale di ogni Stato membro».

La recente proposta della Commissione, invece, comprendeva un target del 27% per le rinnovabili, nessun obiettivo di efficienza energetica, e, soprattutto, zero impegni vincolanti per i singoli stati membri (come era invece prevedeva il precedente pacchetto di misure salva clima per il 2020). Una libea che, evidentemente, non piace all’aula di Strasburgo, che si è espressa a favore di una impostazione più “green”. Il voto del Parlamento non è vincolante, ma ha un valore politico di cui il Consiglio europeo, chiamato a discutere dell’argomento a marzo prossimo, dovrà in qualche modo tenere conto.

Positivi i commenti delle associazioni ambientaliste e delle aziende delle rinnovabili. Stephane Bourgeois, della European Wind Energy Association (EWEA) ha dichiarato: «Il Parlamento europeo ha dimostrato ancora una volta la lungimiranza della maggior parte delle istituzioni dell’Unione. Ha resistito all’azione di lobby contraria cui è stato sottoposto, sferrando un calcio nei denti alla Commissione e alla sua esangue proposta per il 2030 del mese scorso. I Capi di Stato dovranno prestare attenzione al Parlamento».

Esulta anche il WWF. «Un pacchetto completo di obiettivi vincolanti per il 2030 ridurrà in Europa la dipendenza dalle importazioni di energia, potrà creare occupazione in settori a basso tenore di carbonio, fornire benefici per la salute dei cittadini europei e contribuire a garantire la prevenzione del cambiamento climatico», ha commentato Jason Anderson, responsabile europeo clima ed energia dell’associazione.

Per quanto riguarda la scena politica nazionale, un plauso al voto di Strasburgo è giunto da Francesco De Angelis, eurodeputato del Pd e membro della Commissione Industria, ricerca, energia dell’Europarlamento. «Con il voto di oggi il Parlamento europeo conferma obiettivi ambiziosi e vincolanti sulle politiche energetiche e climatiche al 2030 – ha dichiarato – Così facendo, mette la Commissione davanti alle sue responsabilità».

Gli fanno eco gli esponenti di Green Italia Francesco Ferrante e Monica Frassoni, che è anche co-presidente del Partito Verde europeo. «Bene il voto del Parlamento europeo sulla necessità di perseguire il triplice obiettivo su efficienza, rinnovabili e taglio della CO2 per raggiungere in maniera ambiziosa ed efficace l’obiettivo del 2030 sul pacchetto clima ed energia – scrivono in una nota – Il Parlamento sconfessa la posizione miope e troppo conservativa della Commissione, che ha risentito troppo delle pressioni esercitate dalle lobby degli idrocarburi e dei grandi inquinatori».

Fonte: ecodallecittà

E’ documentato il grave impatto ambientale del fracking su terra, aria, acqua (e persone)

Gli 80000 pozzi di fracking scavati negli USA negli ultimi 8 anni hanno consumato territorio e prodotto enormi quantità di acque tossiche di scarto e di emissioni di gas serra.  Poichè i pozzi si esauriscono velocemente il gioco non vale la candela.Impatto-ambientale-fracking-USA-586x414

E’ stato prodotto un km³ di acque tossiche di scarto(nell’infografica in alto tale volume è confrontato con il più alto edificio del pianeta), un po’ di più della portata mensile del Ticino, il secondo fiume italiano. Queste acque contengono materiali radioattivi e cancerogeni e vengono stoccate in bacini all’aperto (vedi gallery), con possibilità di esondazione o contaminazione della falda, come è avvenuto in centinaia di luoghi dalla Pennsylvania al New Mexico. Le emissioni di CO2 equivalenti sono pari a 100 milioni di tonnellate, soprattutto sotto forma di perdite di metano (gas serra con un GWP pari a25 volte quello della CO2), paria circa il 2% delle emissioni complessive USA. A 27°C e un’atmosfera questo gas occuperebbe circa 55 km³, cioè più del volume dell’intero lago di Garda. Occorre inoltre aggiungere altre 450000 t  di inquinamento atmosferico da particolato, NOx, monossido di carbonio, diossido di zolfo e componenti organici volatili. Per la realizzazione dei pozzi e delle strade di accesso è stato consumato suolo per oltre 1450 km², un’area grande quasi quanto la provincia di Milano. L’impatto sul paesaggio è particolarmente devastante, come si può notare dalle immagini nella gallery. Anche nelle zone non produttive dal punto di vista agricolo, è comunque evidente la frammentazione degli habitat naturali. I rischi per la popolazione stanno aumentando: malattie indotte dall’inquinamento e dal traffico, rischio di esplosioni, aumento dell’attività sismica e competizione con l’agricoltura per le risorse idriche. Tutto questo avviene per pozzi che si esauriscono molto in fretta. Molti hanno già capito che il gioco non vale la candela. Occorre che questa consapevolezza si diffonda nei vari governi statali e a livello federale.fracking-devastazione-paesaggiothn_fracking-fanghi-da-scavo

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Fonte: ecoblog

Quanto è inquinata l’Italia

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Siamo un paese abbastanza virtuoso per quanto riguarda emissioni di gas serra e superficie boscata. Ma dobbiamo ancora lavorare molto per migliorare la qualità dell’aria nelle zone metropolitane e tenere sotto controllo il rischio idrogeologico. Sono queste le principali conclusioni cui sono giunti gli esperti dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), relative all’anno 2012 e appena pubblicate nell’Annuario dei dati ambientali presentato il 17 luglio scorso. Ecco una rapida carrellata dei dati più significativi emersi dallo studio.

Gli italiani si spostano sempre meno, sia per vacanza sia per lavoro: il 2011 ha visto diminuire il numero di viaggi effettuati dai connazionali di ben il 16,6%. Per contro, aumentano gli arrivi e le presenze di turisti stranieri, rispettivamente del 5% e del 3%. Le stagioni calde sono quelle di maggior afflusso turistico, per lo più diretto sulle coste. Nel 2011, l’Italia presenta 4.901 acque di balneazione, di cui il 91,9% è conforme ai limiti imposti dalla Direttiva 76/160/CEE. Per 7 regioni costiere la percentuale di conformità ai valori guida è compresa tra il 90% e il 100%, in 4 è superiore all’80%, nelle restanti 4 è tra il 50% e il 72%. Il mezzo di trasporto più utilizzato dagli italiani per i viaggi e dagli stranieri che visitano il nostro paese rimane l’automobile(rispettivamente il 62,9% e il 65%). Il settore trasporti, in Italia, nel 2012, è responsabile del 23,4% delle emissioni totali di gas serra. Le stime provvisorie di emissioni di gas serra per il 2012 (aggiornate al 30 giugno 2013), pari a 464,55 milioni di tonnellate di CO2equivalente, evidenziano un’ulteriore diminuzione del 5% rispetto al 2011, per il perdurare della congiuntura economica negativa, mostrando una riduzione complessiva rispetto al 1990 del 10,5%. La distanza dall’obiettivo del Protocollo di Kyoto si assottiglia sempre di più, tanto da consentire all’Italia di arrivare al traguardo con uno sforzo limitato, attraverso l’utilizzo dei crediti consentiti dai meccanismi del Protocollo stesso e dei crediti derivanti dalle attività forestali. Buone notizie, come anticipavamo, per quanto riguarda i preziosi “polmoni verdi” del nostro paese: si attesta al 36%, nel 2010, il coefficiente di boscosità, ben più alto di quel 28,8% registrato nel 1985. Un contributo importante alla crescita della superficie boscata è dato dall’espansione delle foreste sulle aree abbandonate dall’agricoltura. Fenomeno, questo, condizionato dalla crisi del settore agricolo e dalle politiche comunitarie. La principale minaccia è oggi ancora rappresentata dagli incendi, il 72% dei quali, nel 2011, è risultato essere di natura dolosa, il 14% colposa e il restante 14% di natura dubbia. Rimane tuttavia pesante la pressione esercitata sull’ambiente dalle attività industriali: continuano a preoccupare, infatti, gli effetti negativi sulla salute dell’uomo e sugli ecosistemi causati dalla presenza di sostanze pericolose nel suolo, nel sottosuolo, nei sedimenti e nelle acque sotterranee. Rilasciati, nel 2012, 13 provvedimenti di Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale): 1 raffineria, 3 centrali termoelettriche e 9 impianti chimici. Negli anni, il ricorso a questo provvedimento è fortemente cresciuto: gli impianti vigilati sono passati da 25 nel 2009 a 140 nel 2012, mentre quelli ispezionati da 5 nel 2009 a 76 nel 2012. Per quanto riguarda i pollini, l’Ispra ha rilevato che i valori dell’Italia centrale, tendenzialmente sopra la media, risentono della forte presenza di cupressaceae, che determinano anche i picchi di Firenze, Perugia e Castel di Lama; i valori del Nord sono, invece, più condizionati dai pollini di urticaceae e, nell’Arco prealpino, dalla spiccata biodiversità. La componente aerobiologica diventa particolarmente importante per la corretta valutazione della qualità dell’aria, soprattutto nelle aree metropolitane, dove si registrano dati stazionari per quanto riguarda biossido di azoto e benzene ma cifre insoddisfacenti per quanto riguarda il PM10, il cui valore limite giornaliero è stato superato nel 48% delle stazioni di monitoraggio. Ozono oltre i limiti (obiettivo a lungo termine) nel 92% delle stazioni, mentre nel 20% di esse si è rilevato un superamento dei limiti annuali consentiti di biossido di azoto. Preoccupante il dato relativo al benzo(a)pirene i cui livelli, seppur misurati in un numero ancora troppo limitato di stazioni di monitoraggio (69), superano i valori consentiti nel 20% dei casi. L’Italia ha un territorio particolarmente tendente al dissesto geologico-idraulico, sia per le proprie caratteristiche geologiche e geomorfologiche, sia per l’impatto dei fenomeni meteoclimatici oltre che per la diffusa e incontrollata presenza dell’uomo e delle sue attività. Dal 1 novembre 2011 al 31 dicembre 2012, sul territorio nazionale, sono avvenuti 4.129 terremoti di magnitudo maggiore o uguale a 2, ed è sensibilmente aumentato il numero di quelli con magnitudo superiore a 5. Le frane censite sono circa 487.000 e interessano un’area pari al 6,9% del territorio nazionale. La popolazione esposta a fenomeni franosi ammonta a 987.650 abitanti. Nel 2012 sono stati censiti dall’ISPRA 85 eventi di frana principali sul territorio nazionale. È stato inoltre stimato che in Italial e persone esposte ad alluvioni sono 6.153.860. Arriviamo infine alla cementificazione. In Italia, secondo l’Ispra, sono stati consumati, in media, 7 m2 al secondo per oltre 50 anni; oggi il consumo di suolo raggiunge gli 8 m2 al secondo. In pratica, ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una superficie pari alla somma di quelle dei comuni di Milano e Firenze.

Riferimenti: Ispra

Tratto : galileonet.it