Clima e alluvioni: “Ripensare l’urbanistica per evitare i disastri”

È necessario ripensare la progettazione urbanistica, limitando le nuove costruzioni, lasciando grandi spazi verdi e permeabili ed evitando di costruire in zone a rischio. È quanto sottolinea la Lipu riguardo gli ultimi tragici eventi che hanno colpito il nostro territorio, e in particolare il disastro di Livorno. Oltre alle piogge eccezionali ad uccidere sono state le pessime scelte urbanistiche, come cementificare i terreni, tagliare la vegetazione lungo i fiumi e interrare i torrenti. È quanto pensa la Lipu riguardo gli ultimi tragici eventi che hanno colpito il nostro territorio, e in particolare il disastro di Livorno. Dove è chiaro che la scelta di interrare il Rio Maggiore e costruirvi sopra un quartiere, la cementificazione del territorio e, più di recente, l’errato calcolo nella costruzione delle quattro casse di espansione del torrente, insufficienti a contenere una massa d’acqua importante come quella caduta due giorni fa a Livorno, sono alle origini del disastro. Se pensiamo poi – aggiunge la Lipu – alla recente costruzione del Parco di Levante, che se fosse stato adibito a parco con verde urbano (come peraltro la Lipu aveva chiesto) invece di essere ricoperto di cemento per costruirvi un centro commerciale avrebbe contribuito in maniera importante a evitare il disastro e le vittime. Si continua poi – prosegue la Lipu – a pensare che la vegetazione lungo i fiumi vada eliminata perché ciò garantisce maggiore sicurezza idraulica; nulla di più errato, come dimostrano, per fare un esempio, i recentissimi tagli selvaggi effettuati sul torrente Ugione, che regolarmente è esondato nonostante “la messa in sicurezza”.M.Dinetti

Foto di Marco Dinetti

In realtà le piante lungo i fiumi assicurano servizi ecosistemici fondamentali come la limitazione dell’erosione, il rallentamento della corrente, la mitigazione delle piene, la ricarica delle falde acquifere sotterranee, e dunque vanno lasciate, salvo i casi, singoli e circoscritti, in cui possano facilmente spezzarsi e rischiare di essere portate a valle dall’acqua e intasare i ponti. L’unica strada per rimediare ai grossolani errori fatti nel passato è quella di ripensare totalmente la progettazione urbanistica, limitando le nuove costruzioni, (vedi la cementificazione in corso della rotonda di Ardenza), lasciando grandi spazi verdi e permeabili (quali l’area degli orti di Via Goito, altra “battaglia” a difesa del territorio in cui la Lipu è tuttora impegnata) che possano captare e assorbire le acque, evitando di costruire in zone a rischio. E ancora, risanare le situazioni più pericolose e permettere ai fiumi di svolgere il loro prezioso ruolo di corridoi ecologici, senza interventi di tagli indiscriminati della vegetazione (un preoccupante fenomeno in aumento a livello nazionale), e senza cementificarne le sponde, ridurre le aree golenali o deviarne il corso.

“La natura va rispettata – afferma Fulvio Mamone Capria, presidente della Lipu – perché essa può svolgere un ruolo fondamentale nella mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, che purtroppo sempre più di frequente colpiranno il nostro Paese e per i quali è indispensabile predisporre un piano nazionale di adattamento e una politica energetica che riduca drasticamente le emissioni di gas serra nell’atmosfera.

“La Lipu è fortemente contraria anche ai rimboschimenti post incendi che oltre ad essere illegali sarebbero la risposta peggiore, soprattutto nelle aree protette, a seguito del disegno criminoso che ha visto ridurre in cenere un patrimonio boschivo di straordinaria bellezza”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/clima-alluvioni-ripensare-urbanistica-evitare-disastri/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Partiamo dal cibo che compriamo per cambiare il clima

Le parole di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sul clima hanno fatto da apripista: «Non c’è qualità alimentare senza rispetto dell’ambiente». E l’associazione ha lanciato “Menu for Change”, campagna internazionale sul rapporto tra cambiamento climatico e cibo.9659-10433

L’associazione Slow Food ha lanciato la campagna “Menu for Change”, che evidenzia la relazione tra produzione alimentare e clima che cambia. L’annuncio è stato dato dal fondatore di Slow Food, Carlo Petrini: «A chi si domanda perché un’associazione che si occupa di cultura alimentare dovrebbe promuovere una campagna sulle questioni del cambiamento climatico, posso rispondere questo: è incosciente chi si bea della qualità alimentare di un prodotto senza chiedersi se a monte c’è distruzione dell’ambiente e sfruttamento del lavoro».

Tutti noi, ha continuato Petrini, «siamo responsabili di quello che mangiamo e anche di quello che coltiviamo: «Il più grande terreno da coltivare è la lotta allo spreco. Tutte le istituzioni internazionali ripetono che siccome nel 2050 saremo 9 miliardi e mezzo “bisogna produrre più cibo”, ma già oggi abbiamo cibo per 12 miliardi di viventi. Significa che un’ampia parte di quello che viene raccolto, trasformato e venduto finisce nella pattumiera».

C’è un intero paradigma agricolo e agroalimentare da cambiare, mentre la produzione va concentrandosi nelle mani di pochi. Un esempio drammatico viene dalla filiera del pomodoro: «Tonnellate di pomodori arrivano in Italia dalla Cina, vengono lavorati e colonizzano i Paesi africani, invasi da scatole di concentrato prodotto da aziende con nomi come Gino e la bandiera tricolore sul barattolo. Questi marchi simil-italiani stanno distruggendo le produzioni agricole africane perché hanno prezzi perfino più bassi delle loro. Il risultato è che i giovani abbandonano la terra e vanno a lavorare come schiavi nei campi del Sud Italia. Siamo tutti chiamati in causa, le piccole azioni moltiplicate per milioni di persone possono cambiare il mondo».

A questi paradossi del mercato si aggiunge l’impatto devastante del cambiamento climatico. Tumal Orto Galibe, pastore del nord del Kenya, racconta che negli ultimi quindici anni «perfino l’aspettativa di vita si è ridotta. Nelle comunità dei pastori abbiamo visto un aumento delle patologie. Ed è sempre più difficile adattarsi a un clima che cambia nell’arco di mesi mentre prima cambiava nei decenni: nell’aprile di quest’anno, in una sola notte di piogge improvvise e torrenziali ho perso più di 230 capi di bestiame».

Un produttore di formaggi di Cuba ha raccontato di recente che l’isola ha già ceduto terreno al mare ed è stata battuta di recente da cinque diversi uragani, la cui potenza è correlata alla crescente temperatura delle acque. L’uragano Irma possedeva una potenza pari a 7mila miliardi di watt (circa 2 volte le bombe usate durante la guerra mondiale) e ha lasciato il 40% della popolazione priva di elettricità, danneggiando la parte più turistica del Paese. Non si tratta certo di impressioni individuali, perché ad avallarle ci sono i dati scientifici: «Siamo in chiusura della seconda estate più calda e della quarta più secca dal 1753, in Italia e in buona parte dell’Europa mediterranea» ricorda il climatologo Luca Mercalli.

Dopo il record del 2003, tutte le estati sono state più calde della media. Con conseguenze che l’agricoltura e l’alimentazione pagano fino in fondo: «Un recente studio francese ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle razze animali e i formaggi. Anche in alta montagna l’aumento delle temperature sta cambiando il modo di condurre gli alpeggi e i malgari sono costretti a tornare in pianura anche con un mese di anticipo. Siccità e parassiti arrivano dove finora non si erano mai visti».

Finora questi sconvolgimenti hanno avuto un impatto disomogeneo: alcune aree dell’emisfero nord ne hanno addirittura beneficiato. Ma non per molto ancora, affermano i ricercatori della Società Meteorologica Italiana Guglielmo Ricciardi e Alessandra Buffa: «Dal 2030 la riduzione dei raccolti vedrà un aumento esponenziale dei danni rispetto ai benefici».

Il settore agricolo è tra i più impattanti in termini di gas serra: con il 21% di emissioni è secondo solo alle attività legate all’energia (37%). La fermentazione enterica degli allevamenti industriali copre il 70% di questo dato.

«Non ci dobbiamo però concentrare solo sulla valutazione delle attività principali – avvertono i meteorologi – ma valutare le attività di preproduzione (mangimi e concimi) e di postproduzione (trasporto, stoccaggio, packaging). Le emissioni di CO2, poi, non sono l’unico parametro da considerare: vanno tenuti in conto anche il contesto geografico di produzione, la qualità dei suoli e il loro livello di tossicità e l’uso in quanto risorsa scarsa, l’utilizzo di acqua e di biosfera (water footprint e ecological footprint)».

Sebbene anche la Fao sottolinei la necessità di andare verso un’indagine multiprospettica, che tenga conto degli influssi del cambiamento climatico su sicurezza alimentare, nutrizione e perdita di biodiversità, siamo ancora lontani dall’avere una visione complessiva della filiera. Così come troppo poco sappiamo del funzionamento globale degli oceani, conferma il biologo marino Silvio Greco: «Mentre in terra il cambiamento climatico offre diversi segnali, nelle acque questo non avviene. Sappiamo per certo solo che l’oceano fa qualcosa di straordinario: ci dà il 50% del nostro respiro, immagazzinando CO2. Eppure noi lo stiamo mettendo in crisi».

Quest’anno i biologi australiani hanno decretato la morte della Grande barriera corallina, il reef più vasto del pianeta con oltre 2300 km di coralli ormai quasi interamente sbiancati. Ma non va meglio in acque a noi più familiari: «Il Mediterraneo è ancora più compromesso. Al problema dell’innalzamento dei mari qui si sommano la forte salinità di un ambiente chiuso, l’acidificazione, l’arrivo di 300 specie aliene invasive».

Il Mare Nostrum conserva il 25% della biodiversità marina mondiale e ospita il 30% dei traffici commerciali, ma ora conta anche 1 tonnellata di plastica ogni 3 tonnellate di pesce. Di fronte a tutto questo, conclude Greco, «non possiamo fare come Ulisse davanti alle sirene: la comunità scientifica è costretta a sentire il grido della Terra e a dire le cose come stanno».

Ma anche noi possiamo fare molto: scegliere cosa mettere nel piatto è un atto politico.

Fonte: ilcambiamento.it

Clima: con l’aumento delle temperature cambiano i consumi elettrici in Europa

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Entro la fine del secolo la domanda di elettricità si sposterà dai Paesi del Nord come la Svezia e la Norvegia, che avranno a che fare con temperature meno rigide in inverno, ai Paesi del Sud come la Spagna e il Portogallo, dove le estati saranno ancora più calde e richiederanno un maggior impiego dei condizionatori. L’aumento delle temperature che interesserà il Pianeta a causa delle emissioni di gas serra comporterà, in Europa, un cambiamento dei consumi energetici. Entro la fine del secolo la domanda di elettricità si sposterà dai Paesi del Nord come la Svezia e la Norvegia, che avranno a che fare con temperature meno rigide in inverno e quindi con un minor consumo energetico di riscaldamento, ai Paesi del Sud come la Spagna e il Portogallo, dove le estati saranno ancora più calde e richiederanno un maggior impiego dei condizionatori. A delineare la situazione è uno studio internazionale capitanato dall’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico. Le variazioni della domanda energetica in base al termometro sono simili in tutta l’Europa. “I picchi di consumo e l’utilizzo complessivo di elettricità sono più bassi nei giorni in cui la temperatura massima è di 22 gradi, e aumentano sia quando la colonnina di mercurio sale, sia quando scende”, spiega Leonie Wenz, autore dello studio pubblicato sulla rivista Pnas. Stando alla ricerca, che ha preso in esame i dati orari sull’elettricità in 35 Paesi europei, i consumi si sposteranno non solo verso il meridione, ma anche dagli inverni – più miti in tutto il Vecchio Continente – alle estati, che saranno più calde. “Il principale meccanismo di adattamento che l’uomo ha per combattere le alte temperature esterne è raffreddare gli ambienti interni, il che comporta un maggior uso di elettricità”, rileva Max Coffhammer dell’università di Berkeley, coautore dello studio, che mette in guardia sulla maggiore pressione a cui saranno sottoposte le reti elettriche. Detlef van Vuuren, professore in valutazione integrata del cambiamento ambientale globale dell’Università di Utrecht, ha affermato che la ricerca coincide con i risultati dei suoi ultimi studi sull’impatto mondiale dei cambiamenti climatici, ma ha aggiunto che non ha tenuto conto di fattori come il passaggio a vetture elettriche o l’aumento della ricchezza: “Il cambiamento climatico non è la cosa più importante per le richieste di elettricità in futuro”. Inoltre, van Vuuren sostiene che nell’Europa meridionale ci si aspetta uno sviluppo sempre maggiore dei sistemi fotovoltaici, che potrebbe contribuire ad attenuare i problemi e i costi dovuti alla crescente domanda di energia.  Lucas Davis, dell’Università della California, Berkeley, che non era coinvolto nello studio, ha invece dichiarato che la ricerca potrebbe rivelarsi preziosa nel pianificare le infrastrutture per le future necessità energetiche. Ha anche evidenziato un problema significativo: “Quelli che [gli autori] hanno stabilito sono grandi aumenti del consumo di elettricità nei giorni caldi, ma se questo dovesse accadere domani il sistema energetico attuale non sarebbe pronto”.

 

Fonte: ecodallecitta.it

 

Clima e emissioni CO2: la carne per cani e gatti inquina come 13 milioni di auto

Secondo uno studio pubblicato su PlosOne, nei soli Stati Uniti, per sfamare cani e gatti si emettono 64 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.http _media.ecoblog.it_c_c81_clima-e-emissioni-co2-la-carne-per-cani-e-gatti-inquina-come-13-milioni-di-auto

In un periodo di cambiamenti climatici e riscaldamento globale, in una delle estati più torride degli ultimi decenni con ondate di caldo che stanno creando danni economici enormi, arriva come un fulmine a ciel sereno uno studio scientifico che ci costringe a riesaminare il nostro modo di guardare alle emissioni di CO2. Da anni puntiamo il dito soprattutto su tre grandi fonti di emissioni di gas climalteranti: il settore energetico (in particolare le centrali elettriche alimentate da fonti fossili come petrolio, gas e carbone), quello dei trasporti (in particolare il trasporto privato, basato su auto di proprietà con motore a benzina o diesel a gasolio) e quello dell’alimentazione (con un occhio e un dito puntati sull’eccessivo consumo di carne). Tutto vero, ma se ci soffermiamo sull’ultimo settore, quello delle emissioni di CO2 derivanti dall’alimentazione carnivora, spunta adesso uno studio pubblicato su PlosOne che fa riflettere da cui si evince che, negli Stati Uniti, tra il 25% e il 30% delle emissioni di CO2 dipendenti dalla produzione di carne provengono dalla carne destinata al pet food. Il cibo per cani e gatti, insomma, da solo causa oltre un quarto delle emissioni del “comparto carne” americano. In questi calcoli sono incluse anche le emissioni derivanti dalle feci degli animali. Negli USA, spiega l’autore dello studio Gregory Okin, ci sono 77,8 milioni di cani e 85,6 milioni di gatti (dati 2015). Se questi 163 milioni di animali domestici fossero considerati uno Stato sovrano, esso sarebbe il quinto al mondo per consumo di carne, dopo Russia, Brasile, USA e Cina. Venendo al “lato sporco” dello studio, Okin ha stimato in 5,1 milioni le tonnellate di feci prodotte da cani e gatti in un anno negli Stati Uniti. Più o meno quante ne producono 90 milioni di americani. In totale le emissioni equivalenti di CO2 attribuibili a cani e gatti sono pari a circa 64 milioni di tonnellate. Che, più o meno, è quanto emettono 13,6 milioni di auto negli Stati Uniti ogni anno.

Okin fa notare che “Comparata a una dieta a base di piante, quella carnivora richiede più energia, territorio e acqua e ha un impatto ambientale superiore in fatto di erosione, pesticidi e rifiuti prodotti“. E di cani gatti vegani, aggiungiamo noi, ce ne sono ben pochi. Tuttavia, è lo stesso Okin che precisa che molto spesso i mangimi per cani e gatti sono prodotti partendo dagli scarti della filiera della carne e quindi non si tratterebbe, o almeno non del tutto, di tonnellate di CO2 aggiuntive rispetto a quelle emesse dall’americano medio con la sua dieta altamente carnivora. Ma lo stesso Okin, analizzando il pet food per ottenere i dati su cui iniziare il suo studio, ha notato che i “mangimi premium” contengono percentuali di carne superiore a quelli più economici. Per non parlare del fatto che l’umanizzazione degli animali domestici porta sempre più spesso i loro padroni a cucinare per loro, utilizzando alimenti utili per il consumo umano.

Questo, secondo Okin (che tra l’altro specifica e ribadisce di amare cani e gatti), può essere realmente dannoso per l’ambiente: “Un cane non ha bisogno di mangiare bistecche, un cane può mangiare cose che un umano sinceramente non può mangiare“.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

l clima ci condanna ma ci ostiniamo a far finta di nulla

Il meteorologo, divulgatore scientifico e climatologo Luca Mercalli ha recentemente affermato che parlare di emergenza climatica non ha ormai alcuna presa sull’opinione pubblica, genera indifferenza, proprio mentre intorno a noi il pianeta ci manda chiari segnali di disastro. L’unica possibilità che abbiamo è scrollarci di dosso l’intorpidimento che ci porta dritti verso l’abisso.9610-10378

I rapporti sui mutamenti climatici in atto parlano – nel caso più favorevole – dell’aumento di un grado di temperatura su scala globale al 2100. Sembra una piccola variazione.

Può spiegarci che cosa significa in termini di ripercussioni sull’ambiente e, di conseguenza, sulla nostra vita, l’aumento anche di un solo grado?

Facciamo un esempio: la temperatura di un corpo umano in salute è di 37 gradi. A 38 gradi ci sentiamo male e con due gradi in più siamo già a letto con l’aspirina. Con tre gradi in più possiamo ritrovarci in ospedale e con 5 gradi in più rischiamo di morire. Piccole variazioni in sistemi delicati che coinvolgono il nostro pianeta e la nostra vita, possono avere conseguenze importantissime. Inoltre, aggiungiamo che quando parliamo di cambiamento climatico, il dato è sempre riferito alla media di un intero pianeta. Poi ci sono le variazioni locali. Dire che c’è un grado in più sulla Terra significa che alcune zone e alcune stagioni possono anche registrarne 4 o 5 in più. Anche in Italia, in questi giorni, quando abbiamo avuto l’ondata di caldo di fine giugno, i gradi in più erano 7 o 8 che spalmati come media annuale possono rappresentare l’aumento di un grado ma teniamo presente che stiamo parlando di fenomeni generalizzati su una grande superficie e su tempi lunghi. E’ una buona abitudine considerare questo indicatore esattamente come si fa con la febbre per il corpo umano. Ci si accorge, così, di quale fragilità abbia il sistema.

Quali sono le cause del riscaldamento globale e quando è iniziato?

Possiamo dire che è iniziato, come cause vere e proprie, con la rivoluzione industriale e cioè con la combustione del carbone e poi del petrolio. I combustibili fossili, infatti, aggiungono CO2 all’atmosfera.

In che modo la CO2 causa l’aumento della temperatura?

L’anidride carbonica è un gas a effetto serra e cioè trattiene una parte del calore del sole che, altrimenti, dovrebbe andare disperso. In sostanza questo gas lascia raffreddare meno la terra. Una certa quantità di CO2 è necessaria, altrimenti la Terra sarebbe un pianeta gelato. Questa quantità di CO2 fluttuava in passato, diciamo così, per ragioni assolutamente naturali ma a partire dalla combustione del carbone e del petrolio abbiamo cominciato ad aggiungerne una certa quantità. Più ne immettiamo in atmosfera, più fa caldo. Sostanzialmente, questo è il legame.

Qual è al momento e come è aumentata nel tempo la quantità di CO2 nell’aria?

Vi sono misure precise: dal 1958 la quantità di CO2 nell’atmosfera viene misurata ogni giorno e sappiamo che sta aumentando.  Siamo in grado di sapere quanta ce n’era addirittura un milione di anni fa grazie ai carotaggi dei ghiacci del Polo Sud. Dentro il ghiaccio, infatti, rimane imprigionata un po’ d’aria che, sottoposta ad analisi, rivela la presenza di CO2. Si è visto che negli ultimi due secoli c’è stata un’impennata e oggi siamo a 410 parti per milione mentre il valore massimo naturale  in una storia di un milione di anni, è di 300 parti per milione. Da meno di 300, quindi, siamo passati a 410 per effetto della combustione del carbone e del petrolio.

La popolazione su scala mondiale è in continuo aumento. Che relazione c’è tra riscaldamento globale e crescita demografica?

La relazione c’è perché il carbone e il gas vengono consumati dagli uomini per produrre energia. Più gente c’è, più si consuma. Tuttavia, va considerato che ci sono pochi paesi molto industrializzati e relativamente poco abitati che consumano molto e ce ne sono altri molto abitati che consumano meno. Per fare un esempio, gli Stati Uniti sono un paese relativamente poco abitato con 320 milioni di persone ma sono anche i maggiori consumatori di energia pro capite. Si sente spesso dire che il paese che inquina di più è la Cina e questo è senz’altro vero considerato che ha un miliardo e 300 milioni di abitanti ma non si mette in evidenza, troppo spesso, l’inquinamento per persona. Se consideriamo quest’ultimo parametro, i paesi che inquinano di più sono gli americani e gli australiani. I cinesi inquinano molto meno: circa un terzo per persona. In sostanza, ci vogliono tre cinesi per fare l’inquinamento di un solo americano. Poi ci sono paesi in cui questo dato è quasi pari a zero. Si tratta di paesi poveri in cui la gente non possiede nulla come alcuni paesi africani in cui le persone vivono come si viveva mille anni fa. E’ chiaro che se non si possiede la macchina, non si ha corrente e acqua in casa, si vive coltivandosi pochi ortaggi, quando è possibile, non si producono emissioni fossili perché non si usa nulla della moderna civiltà basata sul petrolio.

Che relazione c’è tra alimentazione e mutamenti climatici?

La nostra agricoltura è industrializzata ed è basata, anch’essa, sul petrolio. Circa il 25 per cento delle emissioni globali derivano dalla filiera agroalimentare e anche in questo caso possiamo dire che un’agricoltura che usa molti mezzi meccanici e pesticidi, una volta raccolto il cibo, lo fa girare per il mondo. Il cibo viaggia continuamente alla ricerca dei mercati più vantaggiosi. Quello che arriva sulla nostra tavola ha un contenuto occulto di emissioni.  L’allevamento degli animali per la produzione di carne è legato all’emissione di metano che è un altro gas a effetto serra  più potente della Co2. A tutto il petrolio che viene usato nel processo aggiungiamo, quindi, il metano prodotto direttamente dagli animali. Possiamo, perciò, dire che la produzione di cibo rappresenta circa un quarto delle emissioni globali.

La crisi economica può, in realtà, rappresentare una grande opportunità per l’uomo. Possiamo dire la stessa cosa dei mutamenti climatici? Possono essere un’occasione di cambiamento?

Al punto in cui siamo ormai arrivati, no. Ci siamo spinti troppo avanti. Non dimentichiamo, poi, che il riscaldamento globale è solo uno dei problemi ambientali gravi che andranno a peggiorare la nostra qualità di vita. E’ molto difficile, quindi, pensare in termini di opportunità. L’unica cosa che possiamo fare adesso è limitare i danni.

Quali sono gli indicatori di cui tenere conto oltre i mutamenti climatici?

C’è l’inquinamento chimico di aria, acqua e suoli, che è molto dannoso per la nostra salute, l’uso eccessivo dell’acqua, la perdita di biodiversità, la cementificazione e la deforestazione, e l’acidificazione degli oceani sempre dovuta all’eccesso di CO2.

Secondo lei per quale ragione l’uomo si percepisce separato dall’ambiente?

E’ un problema filosofico, culturale e antropologico. Personalmente lo concepisco come un grosso limite alla consapevolezza. Molto spesso noi, come civiltà, ci percepiamo solo come utilizzatori e sfruttatori della natura senza capire che, invece, vi siamo immersi e, se la natura non funziona, questo si ripercuote su di noi. Questa cosa è stata capita già molto tempo fa ma sempre ignorata dalle masse. Il Cantico delle Creature  di San Francesco è basato proprio sulla connessione tra uomo e natura. Questo concetto è stato ripreso da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Sii. Si tratta di problemi strorici, solo che una volta avevamo meno possibilità di nuocere alla natura e, con una tecnologia molto limitata, potevamo al massimo abbattere alberi e distruggere boschi. Oggi, invece, 7 miliardi e mezzo di abitanti e i mezzi tecnologici a disposizione stanno massacrando totalmente i sistemi naturali. Papa Francesco dice esattamente questo e cioè che noi facciamo parte della natura, che essa è la nostra casa comune. E’ assurdo, quindi, chiamarci fuori e avere un atteggiamento dominatorio e di sfruttamento. Se l’ha detto anche il papa e nessuno sostanzialmente l’ha ascoltato, questo è emblematico di quanto radicata sia questa resistenza a percepirci come un pezzo di natura da rispettare.

I paesi che si incontrano per accordarsi sulle misure da adottare per ridurre le emissioni sembrano non rendersi conto della situazione e i protocolli parlano di tempistiche molto lunghe all’interno delle quali essi si impegnano a fare qualcosa. Quanto tempo abbiamo realisticamente prima che sia troppo tardi anche per contenere i danni?

Il tempo non c’è più. La malattia esiste già. La nostra febbre è già a 38. Possiamo solo fare in fretta per evitare che arrivi a 42 e contenerla a questi valori.  Stiamo spostando semplicemente degli obiettivi di gravità, prima un grado, poi due…  Un recente lavoro uscito su Nature dice che abbiamo tre anni a disposizione affinché la scelta dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento di temperatura a due gradi rispetto al periodo preindustriale, entro il 2100 sia efficace. Tuttavia, questo non significa affatto che abbiamo tre anni per salvare la situazione. Abbiamo tre anni per mantenere le emissioni entro una certa soglia ma vent’anni fa dicevamo la stessa cosa per un grado e non l’abbiamo fatto. Continuiamo a spostare in avanti l’asticella ma prima o poi, se andiamo avanti così, entreremo nel territorio della catastrofe e non ci sarà più niente da fare.

I giovani sembrano poco interessati alle questioni ambientali. Come se lo spiega? E che ruolo hanno, secondo lei, stampa e social?

Vedo i giovani distratti e inermi. Loro sono, in realtà, il principale bersaglio di questa situazione. Sono coloro che subiranno i danni ambientali maggiori per motivi di tempo poiché stiamo gradualmente caricando il sistema di conseguenze future, loro vivendo più nel futuro dovranno affrontare i problemi maggiori. Dovrebbero essere quelli che si informano di più e che lottano di più per difendere il loro avvenire. Al contrario, mi sembrano completamente distratti e disinformati. Non accedono all’informazione e sembrano rifiutarla. Quando riescono a comprenderla, almeno parlo per la mia esperienza di formatore per trent’anni, in genere abbiamo solo reazioni individuali e mai collettive. Vedo ragazzi che magari capiscono e cercano di fare qualcosa ma quasi sempre da soli. Di conseguenza rimangono isolati e frustrati perché da soli non si conclude nulla. I social media permetterebbero rapidissime forme di aggregazione ma non vengono usati in questo senso o per la discussione di temi importanti ma solo per svago e divertimento. I giovani non usano questo mezzo potentissimo di relazione tra loro. Nel 1986 ero un ventenne e discutevo già di questi problemi ma potevo discuterne all’oratorio o a scuola. Non ho mai frequentato l’oratorio né ho mai fatto associazionismo ma mi rendevo conto che in quegli anni le occasioni di aggregazione non erano molte. Se ne poteva parlare col proprio piccolo gruppo di amici o nella sezione del proprio partito ma, se si voleva emergere, era difficilissimo. Oggi se si apre una pagina facebook, nel giro di poche ore si potrebbe creare un gruppo di persone che la pensano allo stesso modo. Eppure c’è una fortissima mancanza di consapevolezza che porti all’azione. I giovani hanno i mezzi ma non li usano. Rimangono, certamente, i casi di persone che si preparano e studiano ma sempre in modo individuale e isolato. Mai che si formi un movimento vero e proprio, un movimento studentesco, per fare un esempio, che dica: “Adesso basta. Adesso ci pensiamo noi. Ci riprendiamo in mano il nostro futuro”.

Spesso chi inizia ad interessarsi alle tematiche ambientali se ne sente anche sopraffatto e teme di non poter incidere direttamente o di non poter essere parte della soluzione. Così, si rischia, però, di trovarci a passare dall’indifferenza al panico, nel giro di pochi anni. Che cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo, nella nostra casa, quotidianamente, per cambiare la situazione?

L’azione, anche piccola, è un fortissimo antidoto al panico. Il panico arriva quando ci si trova a fronteggiare qualcosa di ingestibile e ci si sente completamente oppressi. I problemi ambientali sono esattamente il contrario. Derivano infatti dalla somma dei miliardi di comportamenti personali e non sono un mostro che arriva da fuori. Siamo noi stessi, il nostro vicino di casa, la nostra famiglia. Quindi, possiamo agire con concretezza ed è un buon modo per far diminuire l’ansia perché il fare allontana quel senso di impotenza. Il panico, però, o dire che il problema è talmente grosso che non serve a niente cominciare a fare qualcosa, può diventare facilmente un alibi. Prendiamo la raccolta e la differenziazione dei rifiuti. E’ una cosa molto semplice. Fare attenzione ai nostri rifiuti e a quelli degli altri  è un gesto piccolissimo e rivoluzionario. Se tutti lo facessimo, la situazione migliorerebbe nel giro di poco tempo. Invece, si pensa che il proprio gesto sia inutile. E’ un problema grave di atteggiamento irresponsabile e infantile. Non voglio affatto dire che si risolva tutto con l’iniziativa del singolo. Abbiamo bisogno della politica e di grandi decisioni ma si comincia così e, soprattutto nei paesi democratici, i leader che vedono i cittadini prendere una determinata direzione, sono portati a seguirli. Fanno esattamente il contrario se nei cittadini prevale, invece, il disinteresse. Come mai i paesi nordici sono più concreti nei confronti dell’ambiente? Proprio perché c’è un atteggiamento individuale più responsabile.

Qual è la più grande sfida che dobbiamo prepararci ad affrontare ora?

Quella di renderci conto che il pianeta ha dei limiti. Se non prenderemo coscienza di questo e continueremo a pensare che tutto è possibile arriveremo semplicemente all’epoca delle conseguenze gravi. Ci siamo già in parte dentro, ma la situazione sarà ancora peggiore se oggi non cambiamo atteggiamento, comportamenti, politica, economia.

Alcuni parlano di fine del mondo se non cambieremo direzione. E’ così?

La fine del mondo non c’è. Evito sempre la retorica del catastrofismo. Il mondo come pianeta finirà tra cinque miliardi di anni quando verrà bruciato con l’espansione del sole. La Terra si governerà tranquillamente da sola anche senza l’uomo. Quello che cerco di far capire è che in gioco c’è l’umanità e non il mondo. E’ la fine del benessere dell’umanità in discussione. Se facciamo troppi errori non avremo più un ambiente vivibile. Sarà la specie umana a subire le conseguenze più gravi. Né apocalisse né fine del mondo. Queste retoriche allontanano dalla presa di coscienza quotidiana del problema. Il problema sei tu. Il problema è quello che hai consumato oggi e il rifiuto che hai prodotto, la benzina che hai bruciato e lo spreco che hai fatto. Ciascuno di noi con i suoi comportamenti è una parte del problema. Il mondo che abbiamo adesso semplicemente si deteriorerà in seguito ai nostri gesti, ma potrebbe invece essere conservato con nuove abitudini più sobrie ed efficienti.

Qualcuno dice che sostanzialmente l’uomo è un animale stupido orientato verso l’autodistruzione. Cosa ne pensa?

Penso esattamente il contrario e credo che ci siano troppi stupidi che hanno il sopravvento sugli intelligenti. L’intelligenza nel mondo c’è e ci ha portato grandissimi vantaggi, se pensiamo alla scienza. Se viene usata male, invece, porta enormi danni. Sarebbe bello usare il sapere prodotto da una certa parte dell’umanità per fecondare anche quell’altra parte che si comporta in modo stupido.

Si sente ottimista o pessimista?

Comincio ad essere pessimista. Non perché non ci siano i mezzi per uscire dal problema ma perché ci ostiniamo a non praticarli. E questa perdita di tempo è cruciale perché se non usiamo bene i prossimi anni subiremo tutti i danni causati dalle nostre azioni. E questo significa sofferenza distribuita per tutti.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Clima: investimenti in petrolio e gas a rischio

Se le economie più sviluppate decideranno di raggiungere realmente gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima sarà una catastrofe per l’industria delle fossili: rischiano di saltare 2,3 trilioni di dollari di investimenti in petrolio e gas.http _media.ecoblog.it_2_246_clima-investimenti-in-petrolio-e-gas-a-rischio

Gli accordi di Parigi sulla riduzione delle emissioni di CO2 e di contenimento del riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi sono un pericolo, e anche serio, per le grandi e piccole industrie del settore oil&gas. Secondo uno studio di Carbon Tracker, infatti, se realmente si mettessero in atto le contromisure necessarie a restare sotto i 2 gradi di aumento delle temperature le aziende petrolifere non avrebbero praticamente più motivo di investire. Secondo Carbon Tracker, infatti, gli investimenti non più necessari sarebbero pari a circa 2.300 milioni di dollari. Calcoli fatti da qui al 2025. Una enorme massa di capitali che, a livello globale, dovrebbe essere spostata dal petrolio e dal gas verso le energie rinnovabili, il risparmio energetico e la mobilità sostenibile elettrica o con carburanti alternativi. Tutti settori, al contrario, utili al raggiungimento degli obiettivi di Parigi.http _media.ecoblog.it_6_6f4_clima-accordo-di-parigi-ripercussioni-investimenti

Sono 69 le società, pubbliche e private, del settore petrolifero che, secondo Carbon Tracker, avranno ripercussioni. Il budget eccedente varia dal 20-40% fino al 50-70%, ma la maggior parte delle grandi società rientrano nel range 30-50%. Tra queste anche big del settore come Exxon e l’italiana Eni. Da notare che, applicando politiche utili a restare entro i 2 gradi di riscaldamento, sarebbero soprattutto le società private a perderci. Non è un caso, fa notare Carbon Tracker, che a maggio di quest’anno il 62% degli azionisti di Exxon abbia chiesto all’azienda di produrre un report dettagliato sulle implicazioni di questo scenario sul bilancio della società. A questo punto, se Exxon dovesse produrre dati anche lontanamente simili a quelli di Carbon Tracker, rischierebbe la fuga degli azionisti.

Fonte: ecoblog.it

Energia, trasporti e clima, IEA: senza un cambiamento forte non c’è futuro

Secondo la International Energy Agency solo veicoli elettrici, accumulo energetico, fotovoltaico ed eolico crescono al ritmo giusto per limitare i cambiamenti climatici.http _media.ecoblog.it_0_0f0_energia-clima-trasporti-iea

L’ultimo report Energy Technology Perspectives 2017 della IEA, la International Energy Agency, fa il punto sullo sviluppo delle tecnologie green che ci dovrebbero permettere di limitare fortemente l’aumento della temperatura globale e i conseguenti cambiamenti climatici. Secondo l’agenzia solo in tre aree su 26 in totale il mondo è sufficientemente avanti, sia nella tecnologia che nell’implementazione pratica, per evitare che si superino i 2 gradi centigradi di aumento delle temperature globali entro il 2025. Queste tre aree sono: auto elettriche, energy storage (cioè l’accumulo di energia, in batterie di vario tipo) e l’area formata dalla coppia di energie rinnovabili elettriche del solare fotovoltaico e dell’eolico on shore.

Tutto il resto è preoccupantemente indietro, come mostra l’infografica IEA:http _media.ecoblog.it_a_a6c_iea-aree-sviluppo-tecnologie-verdi

Si nota facilmente che le bioenergie, il solare a concentrazione, l’energia dalle onde marine e quella geotermica sono nettamente indietro rispetto agli obiettivi. Stessa cosa vale per il risparmio energetico negli edifici, nella cattura e stoccaggio della CO2, nella diminuzione delle centrali a carbone, nell’efficienza delle spedizioni internazionali, nelle rinnovabili termiche e nei biocarburanti per i trasporti. Per quanto riguarda le auto elettriche, secondo la IEA, i veicoli verdi circolanti nel 2016 sono saliti a 2 milioni nel mondo. Il trend di crescita è positivo, ma il totale dei veicoli elettrici è ancora troppo basso. Con i ritmi di crescita attuali le auto elettriche aumenteranno di numero di 28 volte entro il 2030, se verranno rispettati gli impegni di Parigi sul clima. Per restare entro i 2 gradi di aumento delle temperature serviranno 160 milioni di veicoli elettrici, per scendere sotto i 2 gradi ne serviranno 200 milioni fino ad arrivare al 90% di auto elettriche entro il 2060. La IEA non perde l’occasione per ribadire che per raggiungere questi obiettivi saranno necessari enormi investimenti in tecnologia e infrastrutture (basti pensare alla diffusione delle colonnine elettriche super veloci) e un chiaro e duraturo impegno politico, che punti anche sul trasporto pubblico collettivo.

Credit foto: IEA

Fonte: ecoblog.it

Carbone in declino: “Merito delle rinnovabili e svolta per il clima”

Dismissione delle centrali obsolete e nessun progetto di realizzazione di nuovi impianti. Il 2016 ha registrato un forte declino dell’economia del carbone, grazie anche alla crescita delle rinnovabili. È quanto riferisce Greenpeace che afferma: “Siamo ad un punto di svolta per il clima”. Il numero di centrali a carbone in via di realizzazione nel mondo ha registrato un forte decremento nel 2016, principalmente per l’instabilità della politica industriale di alcuni Paesi asiatici. È quanto emerge dal nuovo rapporto “Boom and Bust 2017: Tracking The Global Coal Plant Pipeline”, realizzato da Greenpeace, Sierra Club e CoalSwarm, e giunto alla sua terza edizione annuale. Secondo il rapporto, l’effetto congiunto del rallentamento nella costruzione di nuovi impianti e della dismissione di parte della flotta di quelli operativi apre alla possibilità di contenere l’aumento delle temperature medie globali nei 2 gradi centigradi, a patto che i Paesi coinvolti nell’”economia del carbone” proseguano in questa direzione.10_15_2015_Bobby_Magill_CC_Carbon_XPrize1_1050_718_s_c1_c_c

Il declino dell’economia del carbone si articola in una riduzione del 48 per cento nelle attività che precedono l’inizio della costruzione delle centrali (realizzazione dei progetti, richiesta di permessi, attività finanziarie dedicate), in una riduzione del 62 per cento nell’avvio di nuovi cantieri e in un decremento dell’85 per cento nel rilascio di nuovi permessi in Cina. Questo andamento è dovuto principalmente a due fattori: ai provvedimenti restrittivi adottati dalle autorità centrali cinesi nella concessione di autorizzazioni alla realizzazione di nuovi impianti; ai tagli di budget degli investitori che operano in India. In questi due Paesi, al momento, sono stati congelati più di 100 progetti di nuove centrali. Oltre al declino dei trend di costruzione di nuovi impianti, lo studio rivela anche la cifra record di 64 GW di potenza installata a carbone dismessi nel 2015 e nel 2016, principalmente nell’Unione europea e negli Stati Uniti: l’equivalente di circa 120 grandi centrali.

“Il 2016 rappresenta un autentico punto di svolta per il clima”, commenta Lauri Myllyvirta, responsabile della campagna globale Carbone e Inquinamento atmosferico per Greenpeace e co-autore del rapporto. “La Cina, ad esempio, ha fermato la realizzazione di molte nuove centrali a carbone dopo che la fortissima crescita delle energie rinnovabili in quel Paese le ha rese superflue per il sistema energetico. Dal 2013, le energie pulite hanno in pratica colmato il deficit energetico cinese”.newseventsimages

Sempre nel 2016, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno registrato un forte decremento delle emissioni, grazie al ritiro dalla produzione di molte centrali a carbone. Anche il Belgio e l’Ontario hanno chiuso la loro ultima centrale, mentre tre Stati del G8 hanno annunciato una data ultima per il *phase out* della fonte più nociva per il clima.

“Il trend che emerge da questo rapporto ricalca la situazione del nostro Paese”, dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace in Italia. “L’età del carbone non si è conclusa, ma si vanno dismettendo le centrali più obsolete. E soprattutto non vi sono progetti per la realizzazione di nuovi impianti. L’ultimo che si minacciava di voler realizzare, a Saline Joniche, è stato definitivamente cancellato. Ma il nostro governo, al contrario di altri, non trova il coraggio di indicare una data ultima per l’uscita dal carbone: è il sintomo più evidente, questo, della mancanza di una strategia energetica veramente orientata al futuro e alla salvaguardia del clima”, conclude Boraschi.

In un quadro complessivamente molto positivo, nel rapporto emergono alcuni Paesi che non stanno investendo nelle energie rinnovabili e che sono invece fortemente impegnati a realizzare nuovi impianti a carbone: Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Vietnam e Turchia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/carbone-declino-rinnovabili-svolta-clima/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Clima, via libera da commissione Ambiente al parere sul ddl di ratifica all’accordo di Parigi

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Si tratta di un passo decisivo seppur tardivo verso la ratifica definitiva dell’Italia, chiesta a gran voce da tutte le principali associazioni ambientaliste del paese. Il Parlamento Europeo aveva approvato la ratifica dell’Ue il 4 ottobre.

La commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera ha dato il via libera al parere sul ddl del Governo per la ratifica degli Accordi di Parigi. Si tratta di un passo decisivo seppur tardivo verso la ratifica definitiva, chiesta a gran voce da tutte le principali associazioni ambientaliste del paese.

“È importante che l’Italia abbia avviato la ratifica dell’Accordo sul Clima prima della imminente COP22 di Marrakech – ha detto Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente Territorio e Lavori pubblici della Camera – Nel parere sul ddl proposto dalla collega Braga e approvato all’unanimità la Commissione da me presieduta ha chiesto con forza che il Governo inserisca già nella Legge di Bilancio misure adeguate a raggiungere gli obiettivi dell’intesa sul clima, riveda una Strategia Energetica Nazionale ormai invecchiata e palesemente inadeguata agli impegni sottoscritti a Parigi e che si faccia promotore, in sede europea, di politiche e impegni da parte dei vari Stati membri adeguati al raggiungimento degli obiettivi stabiliti per l’Europa dall’Accordo”.

Chiara Braga rende noto a questo proposito di aver proposto al Governo “di assumere, anche in vista del prossimo appuntamento della COP22 di Marrakech, un’ impegnativa ‘roadmap climatica’ prevedendo, già a partire dal prossimo disegno di legge di bilancio, in fase di predisposizione, misure atte a garantire il perseguimento degli obiettivi fissati a livello internazionale dal richiamato Accordo, sia rivedendo la Strategia energetica per il ‘Sistema Italia’ che si muova nella prospettiva di tali obiettivi anche in vista dei target per  il clima e l’energia al 2030 fissati dall’Unione Europea”.

Il parlamento Europeo ha approvato la ratifica da parte della UE dell’Accordo di Parigi il 4 ottobre; tale decisione sarà formalmente approvata dai ministri e poi registrata alle Nazioni Unite. Non è ancora chiaro se la ratifica UE peserà per intero, o se verranno conteggiati ai fini dell’entrata in vigore dell’accordo solo i Paesi UE che hanno già ratificato a livello nazionale.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

 

Com’è cambiato il clima delle Alpi nel XX secolo?

A dircelo è un carotaggio effettuato sull’Adamello, che ha raggiunto i 45 metri di profondità. Attraverso l’analisi del Dna dei pollini, il progetto POLLiCE studierà l’evoluzione del clima in questa zona delle AlpiPOLLiCE

Credits: POLLiCe

(Muse) – Una carota di ghiaccio, della lunghezza di 45 metri, è stata prelevata in questi giorni sull’Adamello. La profondità raggiunta nel carotaggio dai ricercatori del progetto POLLiCE mette a disposizione delle analisi uno scrigno di informazioni che non ha eguali. Obiettivo dell’operazione – svoltasi durante la notte a una temperatura inferiore al -10°C con l’utilizzo di una carotatrice di origine svizzera – era prelevare una carota di ghiaccio di 40 m al fine di analizzarne la componente vegetale e leggere l’evoluzione del clima del XX secolo nell’intorno dell’Adamello. All’analisi della componente biologica vegetale, ora, si affiancherà la ricostruzione della composizione chimica dell’atmosfera e la sua variazione nel tempo, anche alla luce delle emissioni antropiche intrappolate nelle precipitazioni nevose. A darsi appuntamento per eseguire il carotaggio a Pian di Neve, sul Ghiacciaio dell’Adamello a 3.100 metri di quota, sono stati Antonella Cristofori e Cristiano Vernesi della Fondazione Edmund Mach, Elena Bertoni del MUSE, Daniela Festi dell’Università di Innsbruck, assieme ai tecnici addetti alla perforazione Marco Filippazzi e Stefano Banfi dell’Università di Milano Bicocca, Fabrizio Frascati e Saverio Panichi di ENEA Brasimone, coordinati da Valter Maggi dell’Università di Milano Bicocca. Il progetto è finanziato dall’Assessorato provinciale alle infrastrutture e all’ambiente attraverso il “Fondo per lo sviluppo sostenibile e per la lotta ai cambiamenti climatici” e vede l’appoggio del Servizio geologico PAT.

Le Analisi

La parola passa ora alle analisi che saranno svolte dalla Fondazione Edmund Mach e dalle Università di Innsbruck e Milano, mentre il MUSE, forte di un’esperienza maturata a partire dal 2006 nell’analisi dei bilanci di massa dei ghiacciai trentini, elaborerà i dati glaciologici. Il polline ritrovato potrà stabilire una cronologia stagionale e annuale del ghiaccio e fornire informazioni sulla composizione della vegetazione del passato. Le piante, infatti, rilasciano una grande quantità di pollini nell’atmosfera. Trasportati dalle correnti atmosferiche, i granuli si depositano sulla superficie del ghiacciaio, in corrispondenza di specifici momenti di fioritura. Ogni granulo di polline verrà analizzato sia per forma e dimensione (metodo morfologico tradizionale) che attraverso il DNA (approccio innovativo di metabarcoding del DNA), risalendo quindi alla tipologia di pianta che lo ha rilasciato. Attraverso il cambiamento delle specie vegetali presenti nell’intorno dell’Adamello, sarà così possibile leggere l’evoluzione del clima. Ma non è tutto. In questa seconda fase, infatti, oltre all’analisi della componente biologica vegetale, verranno ricostruite la composizione chimica dell’atmosfera e la sua variazione nel tempo, con particolare attenzione alle emissioni antropiche che raggiungono l’arco alpino e vengono intrappolate nelle precipitazioni nevose. Tra queste solfati, cloruri, nitrati, ma anche polveri carboniose provenienti dalla combustione di carburanti fossili e sostanze organiche emesse dalle attività industriali che caratterizzano le aree fortemente antropizzate (come la Pianura Padana) e che circondano il massiccio dell’Adamello.

Il sito di perforazione

Il sito di perforazione è il luogo glacializzato più esteso e profondo in Italia: il Ghiacciaio dell’Adamello, quasi 17 km quadrati di superficie e una profondità massima di 270 metri, spessore stimato da recenti studi geofisici effettuati dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste.

Il progetto Pollice

Dall’inglese pollen, polline, e ice, ghiaccio, POLLiCE è un progetto di ricerca che parte dall’esperienza di un gruppo della Fondazione Edmund Mach che, dal 1988, studia i pollini nelle aree alpine. La ricerca ha per obiettivo l’analisi dei ghiacciai, ottenuta incrociando indagini biologiche, glaciologiche e chimiche, finalizzate alle ricostruzioni climatiche e all’individuazione di eventuali inquinanti. Nel corso dei prossimi 12 mesi, il prezioso materiale glaciale, uno scrigno di informazioni che non ha eguali e che oggi è a disposizione dei ricercatori verrà quindi analizzato per leggere, attraverso il riconoscimento delle specie vegetali presenti, l’evoluzione del clima del XX secolo nell’intorno dell’Adamello. All’analisi della componente biologica vegetale, si affiancherà la ricostruzione della composizione chimica dell’atmosfera e la sua variazione nel tempo anche alla luce delle emissioni antropiche intrappolate nelle precipitazioni nevose.Il prossimo appuntamento del progetto POLLiCE è fissato per l’inverno 2017, con il tentativo di estrazione della carota di ghiaccio italiana più lunga mai ottenuta, che arriverà a toccare la base del Ghiacciaio dell’Adamello a 270 metri di profondità con l’obiettivo di ricostruire la storia climatica e vegetazionale degli ultimi mille anni.

Fonte: galileonet.it