“Come autoristrutturare la casa? Lo spiego nei miei video”

Il nostro lettore Ivan Piga è impegnato da diversi anni in un’opera di autoristrutturazione della sua casa fondata sull’isolamento e sul risparmio energetico. Un aspetto fondamentale del suo lavoro consiste nella condivisione e diffusione della sua esperienza. Ivan vive in un paese della pianura padana e nel 2012 ha iniziato una imponente opera di autoristrutturazione della sua abitazione. La prima cosa che fece all’inizio del lavoro fu cercare tips in rete: consigli, video tutorial, persone che avevano già svolto imprese analoghe e lo raccontavano. Ma rimase profondamente deluso…

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«Sin dal principio mi sono posto un po’ di domande – racconta Ivan – ho fatto delle ricerche su internet per capire come procedere e ho visto che c’era pochissimo materiale riguardante progettazione, isolamento, scelta dei materiali, in particolare il sughero. Ho cercato, invano, di capire perché non ci fossero né richiesta né interesse».

Così, scottato dal problema, oltre a portare avanti i lavori pratici Ivan si è posto come missione quella di contribuire alla diffusione della cultura dell’autoristrutturazione. Ma, come ci spiega, non è stato facile: «Ho cominciato a girare e mettere in rete i video della mia opera, ma l’inizio è stato in salita. Ringrazio Italia Che Cambia che ha creduto nel mio progetto e ha pubblicato una mia intervista, portando interesse sul tema e lanciando i miei canali social».

Oggi il canale di YouTube di Ivan ha più di 3000 iscritti e i suoi video sono stati visualizzati nel compresso da circa 1,3 milioni di utenti, segno che l’attenzione su questi argomenti sta crescendo. «Molti ignoravano persino la possibilità di fare una cosa del genere, quasi tutti quelli che mi contattano mi dicono che non c’è informazione e non si ha idea di quanto sia semplice potersi isolare una casa, al di là delle competenze pratiche. Ci vogliono più informazione e più cultura».

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Ivan Piga al festival Ecofuturo

Grazie ai canali che ha creato Ivan sta avendo da qualche tempo tanti contatti di persone che vogliono iniziare ad auto-isolarsi la casa. C’è stato anche chi ha provato addirittura ad “assoldarlo”, ma lui ha rifiutato: «Intanto non posso per questioni legali, non essendo un professionista. E poi io sono per l’autocostruzione: mi sono trovato in questa situazione per motivi di forza maggiore [ha perso il lavoro, NdR], ma in questa attività ho trovato un’importanza essenziale, un significato più alto, ovvero riuscire ad avere il tempo per poter fare delle cose per me stesso».

Proprio il tempo è il bene più prezioso, quello che a detta di tutti manca sempre. «C’è stato qualcuno che ha iniziato ad autoristrutturare seguendo il mio esempio. Una delle persone che mi ha contattato ha deciso di riservare tre ore al giorno a questo progetto; ci sentiamo costantemente via skype e lo seguo raccontandogli la mia esperienza e supportandolo Poi ognuno prende liberamente spunto perché ogni casa è diversa, così come le esigenze personali».

A proposito di tempo, gli abbiamo chiesto quanto ci ha impiegato per portare a termine l’opera: «Non ho segnato l’intero monte ore, ma posso dire che ci ho messo cinque anni lavorando tre o quattro ore al giorno, un paio di giorni alla settimana. Soprattutto nella fase iniziale però, la maggior parte del tempo l’ho impiegata per reperire in rete le informazioni e per decidere il materiale da usare e come applicarlo. L’obiettivo dei miei video è far risparmiare agli altri questo lavoro e il tempo che esso richiede».

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Nel primo articolo che gli dedicammo, Ivan ci spiegò molti dettagli su come aveva impostato il lavoro basandosi sul sughero, un materiale dalle grandi proprietà in termini di isolamento termico ma anche acustico. Allora l’opera non era ancora conclusa, mentre adesso ha finalmente finito di isolare e ristrutturare la propria abitazione. Deve ancora sostituire gli infissi, ma il microclima interno, il comfort e le prestazioni della casa sono già migliorate moltissimo.

«È impressionante come cambia il clima una volta isolata internamente la casa con il sughero», ci racconta. «L’ambiente è più fresco, più confortevole per il corpo. Semplicemente si sta meglio. Si vede anche dalle reazioni di chi entra per la prima volta, che avverte il comfort».

È difficile trasmettere queste sensazioni attraverso i video e i dati, ma Ivan ci racconta come sono cambiati i suoi consumi negli ultimi anni: «La mia casa non ha impianto di riscaldamento, faccio ricorso solo ad alcune stufette elettriche. Nel 2015/16 ho speso circa 1200 euro, nel 2017/18 ho quasi dimezzato i costi arrivando a 620 euro grazie al cambio di gestore. Sono passato a Dolomiti Energia, non solo per una questione economica ma anche perché volevo un provider che fornisse solo energia pulita certificata. Nel 2018/19, quando l’isolamento delle pareti è stato completato, ho speso 530 euro, riducendo i consumi del 25% rispetto a tre anni prima».

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Complessivamente per ristrutturare la propria casa – 80 metri quadri disposti su due piani – Ivan ha speso circa 6300 euro, quota che non comprende solo elementi isolanti, ma anche accessori come scaldabagno, sanitari, mobili e quant’altro. Molti di questi oggetti sono stati realizzati dallo stesso Ivan utilizzando materiali di scarto.

Anche senza riscaldamento d’inverno la temperatura interna non scende mai sotto i 16°. Quando esternamente il termometro supera la soglia dei 5° accende le stufette, portando la temperatura interna intorno ai 18/20°. Ovviamente ogni stanza è diversa e ha il suo microclima, che dipende da molteplici fattori. Durante l’estate, con il caldo, in camera da letto – esposta a sud – la temperatura interna non ha mai superato i 29°, anche con temperature esterne vicine ai 40°; mediamente in questa stagione è intorno ai 24/25°.

La sua opera gli è valsa anche la partecipazione a EcoFuturo, dove ha raccontato non solo gli aspetti pratici del progetto, ma anche l’importanza di condividere e diffondere la cultura dell’autoristrutturazione. Per chi volesse seguirlo, questi sono i suoi canali social:

Pagina Facebook

Pagina YouTube

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/come-autoristrutturare-casa-spiego-video/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Clima e Teachers for Future: otto le regioni d’Italia dove i gruppi di insegnanti sono attivi

L’emergenza climatica entra ormai a pieno titolo nella scuola, anche per iniziativa del ministro dell’istruzione che ne renderà obbligatorio l’insegnamento. E intanto i Teachers for Future, gli insegnanti che affiancano i ragazzi nelle mobilitazioni, sono già presenti e organizzati in otto regioni italiane. Ce ne parla la portavoce nazionale, Monica Capo.

Clima e Teachers for Future: otto le regioni d'Italia dove i gruppi di insegnanti sono attivi

Teachers for Future Italia è il nome che si è dato il collettivo nazionale che include insegnanti, educatori, dirigenti scolastici e rettori, professori e ricercatori che aderiscono al Manifesto degli Insegnanti per il Futuro, pubblicato in occasione del primo sciopero globale per il clima. Ed è il collettivo, rappresentato e organizzayo in otto regioni italiane, che affianca e sostiene gli studenti che si mobilitano per chiedere un efficace contrasto ai cambiamnenti climatici.

Le otto regioni dove attualmente è rappresentata la rete dei Teachers for Future sono Liguria, Piemonte, Veneto, Campania, Puglia, Lazio, Friuli e Sicilia, «ma stiamo continuando a crescere e rispetto agli studenti di Fridays For Future Italia ci poniamo in una posizione di collaborazione costante e di sostegno alle iniziative e agli scioperi per il clima» spiega la portavoce nazionale della rete, Monica Capo, insegnante napoletana.

«Il Movimento è uscito con le idee molto chiare dalla seconda Assemblea Nazionale ribadendo che la giustizia climatica è strettamente connessa alla giustizia sociale e che per la transizione ecologica è fondamentale il cambio di sistema economico e di sviluppo – spiega Capo – L’obiettivo comune di studenti e insegnanti è quello di continuare a fare pressione sui governi per arrivare a riforme ambiziose e sarà perseguito a vari livelli, anche con le azioni non violente di disobbedienza civile e disruption (disturbo, blocco) come è nello stile del movimento ecologista Extinction Rebellion».

«Come insegnanti ci siamo ripromessi di insegnare la verità nelle scuole perché crediamo che vada ammesso, senza se e senza ma, il fallimento del nostro modello di sviluppo considerato criminale e colpevole della distruzione dell’ecosistema ma soprattutto perché crediamo che sia necessaria una immediata riconversione industriale ed economica per la rigenerazione del pianeta – prosegue la portavoce dei Teachers for Future Italia – Nei giorni precedenti al secondo sciopero globale per il clima abbiamo pubblicato un altro appello in cui chiedevamo alle scuole di dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica. Un atto, a un tempo simbolico e fattuale, di pressione sulle istituzioni locali, regionali, nazionali, affinché siano intraprese azioni di governo e di organizzazione internazionale più efficaci nel contenere gli effetti del collasso climatico e dell’estinzione di massa del vivente oggi in corso. A questo appello erano allegate delle Linee Guida. Molte scuole hanno raccolto il nostro invito a dichiarare emergenza climatica e l’Università di Genova è stata il primo ateneo a firmare una lettera di intenti sull’emergenza climatica ed ecologica attraverso l’adesione a The Sustainable Development Goals (SDG) Accord, coordinata dalla Youth and Education Alliance dell’UN Environment».

«Recentemente abbiamo lanciato la campagna TEACH THE TRUTH – INSEGNATE LA VERITÁ NELLE SCUOLE! per invitare gli insegnanti italiani a segnalare casi analoghi al progetto “Circular School” proposto da #ENISCUOLA – prosegue Capo – un progetto che ufficialmente intenderebbe insegnare l’economia circolare ai bambini ma che, in realtà, è esclusivamente finalizzato ad evidenziare un illusorio impegno di Eni all’interno delle comunità nelle città in cui opera. Da qualche giorno abbiamo appreso dal Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti che, dal prossimo anno scolastico, l’Italia diventerà il primo paese al mondo a rendere obbligatorio, per gli studenti, lo studio dei cambiamenti climatici».

«Come Teachers For Future Italia avevamo chiesto, già dal nostro primo Manifesto, l’aggiornamento delle linee guida per la gestione dell’emergenza climatica e non possiamo perciò che accogliere positivamente la notizia tuttavia pensiamo che, data l’accelerazione della catastrofe, si debba rivoluzionare totalmente il ruolo che ha la scuola nella nostra società, nel senso che essa non possa più permettersi di riprodurre l’ideologia che ritiene per esempio che automobili e industrie chimiche, allevamenti intensivi e cementificazione, si possano chiamare “progresso”».

«Occorre sicuramente cambiare la didattica ma non aggiungendo l’ennesima materia in più quanto piuttosto rivoltando i paradigmi fondativi di tutte le materie, comprese la storia, l’italiano, l’educazione civica – aggiunge ancora Capo – ovvero declinando le materie di studio tramite un approccio critico al modello di sviluppo dominante e non solo come applicazione del criterio dello sviluppo sostenibile. Va quindi rilanciato il tema della scuola come modello di organizzazione che si basa sull’applicazione di un nuovo paradigma ecologico, sia come strutture materiali che in merito all’organizzazione interna e dei rapporti tra le componenti, dove dovrebbero giocare un ruolo maggiore proprio gli studenti».

«Ribadiamo altresì la necessità che il Ministero abbandoni ogni collaborazione con aziende che basano le proprie attività sulla commercializzazione di energia da fonti fossili (Eni, Enel, ecc.) e che imponga i più alti standard di certificazione ambientale alle aziende coinvolte nei percorsi di alternanza scuola/lavoro. Se un insegnante volesse avvicinarsi al movimento Teachers For Future può unirsi al gruppo Facebook e partecipare alle nostre iniziative: fondamentale l’adesione alle Linee guida per la dichiarazione di emergenza climatica. E se nella sua città o regione non si è costituito può rivolgersi a noi e forniremo il nostro sostegno per la creazione della rete».

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/teachers-for-future-otto-le-regioni-d-italia-dove-gli-inseganti-si-mobilitano

Clima, a rischio anche le specie comuni

I cambiamenti climatici accelerano e la fauna non riesce ad adattarsi. A rischiare l’estinzione non sono solo animali esotici o lontano da noi, ma anche specie più comuni. Vi proponiamo la documentata analisi di Francesca Buoninconti, collaboratrice della rivista Micron.

Il clima cambia troppo velocemente e gli animali non riescono a tenere il passo. Non stiamo parlando delle specie che già sappiamo essere a rischio di estinzione, ma di quelle molto comuni e abbondanti, e perciò insospettabili. Così il capriolo (Capreolus capreolus), la gazza (Pica pica) o la cinciallegra (Parus major) potrebbero essere spazzati via dalla faccia della Terra proprio a causa dei cambiamenti climatici. A lanciare l’allarme stavolta non è l’ennesimo studio singolo, ma una meta-analisi di oltre 10.000 paper scientifici appena pubblicata sulla rivista Nature Communications e redatta da un team internazionale di 64 ricercatori. Per studiare la capacità di “adattarsi” al clima il team ha tenuto conto di due fattori: la morfologia e la fenologia delle specie. La morfologia, è risaputo, varia in relazione al clima e alla latitudine, dalle dimensioni corporee, alla lunghezza degli arti, fino allo spessore del derma o di una pelliccia. Mentre la fenologia di una specie è l’insieme dei fenomeni e delle diverse fasi che si succedono nell’arco di una vita: la nascita, la riproduzione, l’involo per gli uccelli, il letargo o le migrazioni. E dunque, per reagire al cambiamento climatico le specie animali hanno mostrato differenze nella morfologia? O cambiamenti nella fenologia? Si sono riprodotte prima o hanno modificato i tempi di migrazione? Proprio per rispondere a queste domande il gruppo di scienziati guidato da Viktoriia Radchuk, Alexandre Courtiol e Stephanie Kramer-Schadt del Leibniz-Institut für Zoo-und Wildtierforschung (IZW) di Berlino ha esaminato oltre 10.000 studi, trovando però dati completi e soddisfacenti per dare una risposta definitiva solo per 17 specie. Tutte terrestri o volatrici. Più in dettaglio? Quasi tutti uccelli e il capriolo. Per altre 1400 circa ci sono solo dati parziali. E purtroppo i risultati della meta-analisi sono decisamente preoccupanti per due motivi. Il primo è che gli animali rispondono al cambiamento climatico modificando più che altro la loro fenologia. Nelle regioni temperate, per esempio, l’aumento delle temperature è correlato con l’anticipazione di alcuni eventi biologici. Ma tali risposte adattative – affermano gli autori – sono generalmente insufficienti per far fronte alla rapida impennata delle temperature e talvolta vanno persino nella direzione sbagliata. Un esempio? I citelli della Columbia (Urocitellus columbianus), scoiattoli di terra nordamericani, ritardano il loro risveglio dal letargo, mentre invece dovrebbero anticiparlo. Così facendo non riescono a cogliere la primavera in anticipo per via dei cambiamenti climatici. Gli uccelli, invece, provano a deporre prima le uova o a migrare più in fretta riducendo la durata delle soste durante il percorso. Così facendo, però, rendono il lungo viaggio ancora più rischioso e arrivano – se arrivano – debilitati. Dall’analisi, quindi, è emerso che il riscaldamento globale non ha influenzato in modo sistematico i tratti morfologici di queste specie, come dimensioni e massa corporea, ma solo la tempistica degli eventi biologici, come la riproduzione e la migrazione, che avvengono in anticipo rispetto al passato. Nonostante l’impegno, però, i cambiamenti messi in atto dagli animali per star dietro al climate change stanno avvenendo troppo lentamente. E tra chi ne risentirà nell’immediato futuro ci sono anche specie oggi molto comuni, come la cinciallegra, il capriolo, la gazza, e persino la balia nera (Ficedula hypoleuca), la “regina delle faggete vetuste”. Specie di norma considerate abbastanza “brave” nel rispondere ai cambiamenti climatici. «Questo suggerisce che le specie potrebbero rimanere nel loro habitat, purché cambino abbastanza velocemente da far fronte ai cambiamenti climatici» spiega uno degli autori dello studio, Steven Beissinger dell’università della California – Berkeley. Però «è improbabile che ciò avvenga perché anche le popolazioni che mostrano un cambiamento adattativo lo fanno a un ritmo che non garantisce la loro sopravvivenza» gli fa eco Alexandre Courtiol. Certo è che, come dichiara il team, «restano ancora da analizzare le risposte adattative di specie rare o in via di estinzione. Ma temiamo che le previsioni sulla persistenza delle popolazioni di tali specie siano ancora più pessimistiche», spiega Stephanie Kramer-Schadt. Infatti, il prossimo passo sarà quello di estendere l’analisi anche ad altre specie per mettere a punto modelli di previsione. Nel frattempo, come dicevamo sopra, questa meta-analisi preoccupa però per un secondo motivo. Dal lavoro, infatti, emergono una serie di criticità che riguardano più da vicino la scienza e gli scienziati: c’è un “gap”, un “buco”, nella nostra capacità di fare previsioni a lungo termine sul destino che stiamo imprimendo agli altri abitanti del pianeta. Un gap che va colmato. Innanzitutto, la maggior parte dei 10.000 studi esaminati si riferisce a specie che popolano l’emisfero settentrionale (quello più studiato dall’alba dei tempi, in particolare l’Europa) e tutte le misurazioni vengono fatte nel periodo primaverile. È su questo e sull’anticipo della primavera che si concentrano la maggior parte delle ricerche. Inoltre, nonostante il numero enorme di paper scientifici presi in considerazione, sin da subito i ricercatori hanno capito che non tutti i taxa avevano ricevuto la stessa attenzione e che nella stragrande maggioranza dei casi non c’erano dati sufficienti. Le oltre 10.000 pubblicazioni sono infatti relative a 4.835 studi sul campo che, però, hanno analizzato solo 1.413 specie terrestri o volatrici, presenti in 23 paesi. E solo 71 ricerche hanno raccolto dati sufficienti per poter stabilire definitivamente che tipo di risposta adattativa abbiano gli animali al climate change. Purtroppo queste 71 studi riguardano solo 17 specie, quelle su citate, diffuse in soli 13 paesi. Per lo più uccelli «perché i dati completi su altri gruppi erano scarsi» come spiegano gli autori. E non c’è da stupirsi: gli uccelli detengono il primato per il numero di studi scientifici pubblicati in tutto il mondo. Bisogna quindi rimboccarsi le maniche e dare spazio alle specie – e alle loro “armi di sopravvivenza” – di cui sappiamo meno.  La speranza del team, infatti, è che questa analisi e i dataset messi insieme considerando 10.000 pubblicazioni diverse, «stimolino la ricerca sulla resilienza delle popolazioni animali di fronte al cambiamento climatico globale e contribuiscano a migliorare il quadro predittivo per poter intraprendere azioni di gestione e conservazione della fauna più efficaci e in tempi più rapidi» conclude Viktoriia Radchuk.

Chi è Francesca Buoninconti

Dopo la laurea in Scienze Naturali e il Master “La scienza nella pratica giornalistica” all’Università La Sapienza di Roma, ha lavorato alla Città della Scienza prima come redattrice per il Centro Studi con Pietro Greco e poi per il nuovo museo sul corpo umano Corporea. Per il festival di Scienza Futuro Remoto si è occupata delle grandi conferenze. Ha scritto di scienza per Radio Kiss Kiss e oggi collabora con Radio 3 e diverse testate come Il Tascabile, repubblica.it e la rivista Micron.

Fonte: ilcambiamento.it

Extinction Rebellion: i “ribelli” del clima occupano Londra

Sono parecchie migliaia le persone che da una decina di giorni stanno occupando alcuni punti nevralgici del traffico di Londra per chiedere misure contro i cambiamenti climatici: sono gli attivisti di Extinction Rebellion.

Sono ormai migliaia e da una decina di giorni stanno occupando alcuni snodi importanti del traffico di Londra, mandando l’intero centro città in tilt. Sono i “disobbedienti civili” di Extinction Rebellion , un movimento nato a ottobre 2018 in Gran Bretagna e rapidamente cresciuto in oltre 40 paesi del mondo. Anche la sedicenne svedese Greta Thunberg li ha raggiunti ed è brevemente intervenuta sul palco allestito a Marble Arch e al Parlamento inglese, mentre i “ribelli” organizzavano una marcia verso Parliament Square.

«Alcuni commentatori del Guardian vedono in questo evento l’inizio di una possibile confluenza tra i Fridays for Future ed Extinction Rebellion – spiega Gianluca Cavallo, attivista del movimento – e quindi un momento potenzialmente cruciale per il futuro delle lotte in difesa del pianeta. L’obiettivo è di costringere il governo a prendere radicali provvedimenti in difesa del clima. Convinti che i metodi tradizionali del movimento ecologista non abbiano sortito risultati soddisfacenti, gli aderenti a Extinction Rebellion hanno scelto la via della disobbedienza civile pacifica di massa. E la strategia sembra vincente».

«I manifestanti si lasciano portare via senza opporre alcuna resistenza: sono centinaia le persone arrestate dalle forze dell’ordine ma poi rilasciate dopo qualche ora – prosegue Gianluca – Così la maggioranza ha potuto tornare sui ponti e sulle piazze. Inoltre il carattere pacifico, spensierato e festoso delle manifestazioni continua a ispirare nuove persone, che ogni giorno si aggiungono alla protesta. Si può dunque prevedere che Extinction Rebellion riesca nell’intento di proseguire il blocco».

«Anche il rifiuto di andare a scuola il venerdì è un’azione di disobbedienza civile e non è da escludere che le manifestazioni dei Fridays for Future prendano una strada più radicale, se i governi dovessero continuare ad applaudirli per poterli più facilmente ignorare – prosegue l’attivista di Extinction Rebellion – I manifestanti hanno l’intenzione di mantenere il blocco finché l’amministrazione non ascolterà le rivendicazioni provenienti dalla strada. Primo, che la politica e i media trasmettano la verità in tutta la sua crudezza: che informino la popolazione sul fatto che stiamo attraversando la più grande estinzione di massa dai tempi dei dinosauri e che l’umanità stessa potrebbe essere estinta entro questo secolo. Una prognosi confermata da dati scientifici, ripresa, tra l’altro, da un recente rapporto dell’ESPAS (European Strategy and Policy Analysis System), secondo cui “un aumento di 1,5° è il massimo che il pianeta può tollerare; se le temperature dovessero crescere oltre questo limite dopo il 2030, dovremo confrontarci con più siccità, inondazioni, ondate di caldo estremo e la povertà per centinaia di milioni di persone; la probabile scomparsa delle popolazioni più deboli – e, nel peggiore dei casi – l’estinzione dell’intera specie umana”. Il secondo obiettivo di Extinction Rebellion riguarda ciò che sarebbe necessario, anche se forse impossibile: il governo deve attuare le misure necessarie per ridurre a zero le emissioni di anidride carbonica entro il 2025. Terza rivendicazione, che venga dichiarato lo stato di emergenza climatica e vengano create assemblee popolari su tutto il territorio nazionale per le gestione democratica della transizione ecologica».

«Se Londra è l’epicentro della rivolta, il movimento conta comunque migliaia di aderenti in altre parti del mondo – prosegue Gianluca Cavallo – a Berlino alcune centinaia di persone hanno dichiarato l’inizio della ribellione e bloccato uno dei maggiori ponti della città per alcune ore, senza scontri con la polizia. Le proteste sono poi proseguite in tutta la Germania. A Parigi oltre 2 mila persone hanno partecipato a un’azione di disobbedienza civile, bloccando per circa 12 ore gli ingressi dei palazzi di diverse industrie inquinanti (come Total) e del ministero dell’ambiente, accusando Macron di essere il “presidente della repubblica degli inquinanti”. A New York circa 60 persone sono state tratte in arresto in seguito ad un blocco del traffico. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Anche in Italia sta crescendo il movimento, che ha realizzato diverse azioni minori dal nord al sud del paese, non disponendo ancora di grandi numeri. Considerando le tendenze attuali, c’è da aspettarsi che Extinction Rebellion continui a crescere. Forse riuscirà finalmente a costringere al cambiamento di cui abbiamo bisogno da decenni? Potrebbe essere l’ultima occasione per la nostra specie».

fonte: ilcambiamento.it

La riverniciatina verde di politici e imprese per comprarsi i giovani che protestano per il clima

Dopo le manifestazioni di milioni di studenti nel mondo e centinaia di migliaia in Italia come non se ne vedeva da tempo, è partita la corsa per dimostrare che si è tutti ambientalisti, tutti fanno la loro parte e non è colpa di nessuno se il mondo è sull’orlo del collasso. Soprattutto da parte dei politici e dei partiti…

Dopo le manifestazioni di milioni di studenti nel mondo e centinaia di migliaia in Italia come non se ne vedeva da tempo, è partita la corsa per dimostrare che si è tutti ambientalisti, tutti fanno la loro parte e non è colpa di nessuno se il mondo è sull’orlo del collasso. Il tentativo di comprarsi il favore dei giovani è assai ipocrita e ridicolo, ordito da chi l’ambiente non sa nemmeno cosa sia, se non una cloaca su cui scaricare le immondizie della crescita economica.

Vari politici si complimentano con gli studenti, supportano la loro causa; ma cosa hanno fatto fino ad ora? Assolutamente nulla. 

Uno degli esempi più clamorosi ha riguardato il neo leader del PD Nicola Zingaretti che ha dedicato la sua vittoria a Greta Thunberg e subito dopo è andato a omaggiare la TAV dal suo collega Chiamparino dicendo: «I bandi non si interrompano: sarebbe criminale pensare di perdere centinaia di milioni di investimenti e migliaia di posti di lavoro».

In questo modo ha chiarito subito da che parte sta e quali interessi serve. Infatti se c’è un’opera devastante dal punto di vista ambientale è proprio la TAV; quindi più che dedicare a Greta Thunberg la sua vittoria sarebbe stato molto più coerente dedicarla alle varie lobby che vogliono spolpare l’osso della TAV sulla pelle dei valsusini. Già da questo gesto si capisce quanto sia inesistente la credibilità dei politici.

Giuseppe Sala sindaco di Milano dice di essere d’accordo con le rivendicazioni degli studenti ma amministra una città che è fra le più inquinate del mondo, misteri e miserie della politica.  Questa gente che vive fuori dal mondo, forse non ha capito o più probabilmente non vuole capire, che ormai non reggono più le frottole, i palliativi, i maquillage, le belle parole o le misure minime, qui bisogna ricostruire tutto dalle fondamenta. Non si vuole fare? Non piace? Si pensa che sia impossibile? Non conviene politicamente? Tocca interessi intoccabili? Non c’è problema, ci sta pensando la natura a farcelo capire e intanto il fiume Po a marzo, non ad agosto, è già in secca. Vediamo chi è più forte, se i politici mentalmente lillipuziani o la natura. E chissà cosa si inventerà ora Salvini per dare addosso agli ambientalisti circa la siccità, di cui, è risaputo, sono i responsabili tramite riti magici e danze per non fare piovere… 

A proposito di ipocrisia, la stessa extraterrestre svedese Greta Thunberg a una domanda sui quei politici che a parole appoggiano la sua causa, ha risposto che pensa che lo facciano per normalizzare la situazione. Molto sveglia la ragazza, forse non sarà facile comprarla così come viene fatto con tutto e tutti. Quindi, visto il successo delle manifestazioni a difesa dell’ambiente da parte degli studenti/consumatori, da adesso in poi si accelererà la corsa, anche fra le imprese, per dimostrare (falsa) attenzione all’ambiente. E più i colpevoli e responsabili della catastrofe sono evidenti e più tenteranno di far vedere che loro sono buoni e bravi.

Imprese e multinazionali di ogni genere, che hanno inquinato e inquinano a più non posso, si daranno l’ennesima riverniciatina di verde; si veda ad esempio McDonald’s che offre anche l’insalata nel suo menù e lo pubblicizza come se con questo gesto magnanimo i suoi fast food diventassero un santuario per la protezione animali e il cibo sano.

Vedremo pubblicità raccontare balle sempre più fantastiche pur di non lasciarsi sfuggire un target così appetitoso come quello dei manifestanti ambientalisti che sembra in grado di influenzare l’opinione pubblica. Una ulteriore schizofrenia di questa situazione si mostra laddove in qualsiasi intervista, reportage, foto degli studenti in piazza, seguono prima, durante e dopo, pubblicità di ogni tipo. Abiti, automobili, cosmetici, profumi, viaggi in aereo, cibo spazzatura, cellulari ecc, cioè proprio quei prodotti e quel consumismo che sta mettendo in ginocchio il pianeta. Però c’è da dire che ogni giornale o media che si rispetti fa il decalogo di quello che si deve fare per salvare il pianeta. Ovviamente questo decalogo è rivolto sempre ai consumatori, ai cittadini, perché gli sponsor del media di turno non possono essere disturbati con decaloghi per loro. In questi consigli vengono indicate le misure minime da fare che si ripetono da anni più o meno sempre uguali a se stesse: non scordarsi di spegnere la luce, mettere una valvola termostatica ai termosifoni, mangiare un pochino meno carne e così via. Peccato però che non ci sia mai un decalogo base per i media stessi dove si dica innanzitutto di rifiutare pubblicità contro persone e ambiente, dandosi un codice etico per il quale almeno vagliare le pubblicità invece di accettare di tutto, basta che paghino. Ma mica sono tutti “ingenui” come il nostro giornale online; già, perché noi pubblicità del genere mica le accettiamo!  I media mainstream (e non solo) non si fanno né scrupoli, né problemi, incassano e avanti a pubblicizzare e lucrare sulla rovina del mondo.

Media, politici e potentati vari le tenteranno tutte, come hanno sempre fatto, per smorzare qualsiasi cambiamento reale che possa mettere in pericolo le loro poltrone e i loro affari. Loderanno l’impegno dei giovani e forse offriranno loro posti nei partiti dove qualsiasi velleità di cambiamento viene tacitata a suon di quattrini, prestigio e potere. Le imprese offriranno posti di lavoro ai giovani più creativi e, così come è successo dopo il ’68 e le varie stagioni di contestazioni, faranno in modo che tali giovani, con la loro creatività, aiutino a vendere ancora di più ,aggiungendo quel pizzico di ambiente e impegno sociale che non fa mai male e aumenta i fatturati. Ma se c’è un insegnamento che si può trarre da questi atteggiamenti, di gente senza scrupoli e senza valori, è che non si può più barare perché ci rimettiamo tutti e pesantemente. Politici, media, imprese non cambieranno di loro iniziativa, a meno che non siano spinti a farlo e c’è un solo modo: ridurre drasticamente il loro potere e costruire realtà che vadano in tutt’altra direzione rispetto a quella suicida in cui ci stanno conducendo. Realtà dove non ci sia spazio per la distruzione dell’ambiente, il consumismo sfrenato, la rapina delle risorse, lo sfruttamento bestiale delle persone, l’ipocrisia, l’arrivismo, la competizione, lo spreco, la disumanità, il razzismo, le criminali diseguaglianze dove pochi miliardari detengono più soldi di gran parte dell’umanità. Piaccia o no, si deve cambiare, attrezziamoci per farlo assieme ai ragazzi e ragazze che hanno dato un segnale chiaro ed inequivocabile: siamo stufi delle vostre chiacchiere e delle vostre prese per i fondelli, bisogna agire!

Fonte: ilcambiamento.it

Greta Thunberg e i venerdì per il futuro

Ispirato ai venerdì di protesta iniziati la scorsa estate a Stoccolma dall’attivista adolescente Greta Thunberg, il movimento di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici “Friday For Future” sta moltiplicando, anche in Italia, sia le sue iniziative che il numero di manifestanti. Partecipare è semplicissimo. Basta organizzare un flash mob con pochi amici e qualche cartello davanti a un palazzo istituzionale, scattare una foto, taggare Greta e condividere l’immagine sui social.

Ha 16 anni compiuti lo scorso 3 gennaio ed è già un simbolo del Cambiamento possibile. Dal 20 agosto scorso, infatti, ogni venerdì mattina si presenta armata solo di cartelli e della sua determinazione davanti al Parlamento svedese per protestare contro lo scarso impegno della politica sui cambiamenti climatici. Una protesta che l’ha resa celebre al punto da essere invitata a intervenire durante la Cop24, la Conferenza Mondiale sul Clima svoltasi dal 3 al 14 dicembre 2018 a Katowice, in Polonia. Stiamo parlando di Greta Thunberg, la studentessa svedese che, proprio dal palco della Cop24, ha accusato i rappresentanti dei governi in platea di continuare a perseguire la crescita economica come soluzione e non come causa dei cambiamenti climatici. “La nostra civiltà e la biosfera stanno per essere sacrificate per continuare a garantire a un piccolissimo numero di persone di accumulare enormi quantità di denaro e vivere nel lusso”, era stato il suo durissimo monito che abbiamo raccontato in questo articolo. A distanza di due mesi da quell’evento, Greta diventa sempre più popolare e sono tanti i giovani da tutto il mondo che hanno iniziato a emularla.

Greta su un palco di Helsinki dopo aver parlato a una folla di 10mila persone (Foto tratta dal profilo Twitter di Svante Thunberg)

Ispirato dall’impegno di Greta, infatti, è nato il movimento internazionale Friday For Future, che riprende su scala globale le proteste settimanali della giovanissima “change-maker” scandinava. In diversi paesi d’Europa i venerdì di protesta vedono l’adesione di un numero sempre più alto di persone. Il record fino a questo momento risale a venerdì 1 febbraio, quando nella sola Germania si sono contati circa 30mila manifestanti. Ma tutto lascia pensare che questo record sarà battuto molto presto. Ora Friday For Future è arrivato anche in Italia. I primi sit-in si sono svolti lo scorso dicembre a Milano, di fronte a Palazzo Marino, sede del Comune. E se all’inizio i presenti si contavano sulle dita di una mano, a distanza di poche settimane – potenza del passaparola – si può già dire che nel capoluogo lombardo è operante una solida base di attivisti, composta di diverse decine di giovani. Dopo Milano, si sono attivati gruppi a Pisa, Torino, Roma, Brescia, Genova, Taranto, Bari, Napoli, Como, Udine, Brescia, Treviso, Vicenza, Venezia, Padova, Parma, Modena, Bologna, Firenze, Catania, Varese e presto anche a Messina e Arezzo.

Greta Thunberg racconta a TED com’è nato il suo impegno (attiva i sottotitoli)

La formula è quella classica del flash-mob. Non c’è un coordinamento centrale; c’è solo un appuntamento per il venerdì successivo davanti al luogo prescelto – generalmente un palazzo che rappresenta le istituzioni – diffuso via Facebook. A quel punto chiunque può presentarsi con il proprio cartello e aggregarsi al gruppo. A chi chiede come fare per partecipare se si vive in una città in cui non c’è ancora nessun gruppo, gli attivisti più esperti – che in Italia hanno aperto una pagina Facebook chiamata Gruppo FFF Strikers italiani – rispondono che la mobilitazione è libera e spontanea. Per esempio, Sarah di Roma replica in questo modo a Elena di Arezzo, che vorrebbe attivare un gruppo nella sua città: “Devi solo andare in piazza, meglio se davanti alla sede del comune, con qualche amico; preparare dei cartelli colorati, magari prendendo spunti fra i tanti presenti sul web; farvi scattare una foto e pubblicarla sui tuoi social personali taggando Greta Thunberg e amici vari. Il passo successivo è aprire una pagina Facebook “Fridays For Future Arezzo” e cominciare a impegnarti come striker organizer”.

Il Friday For Future del 25 gennaio a Milano (foto tratta dal gruppo Facebook Fridays For Future Italy)

I membri di Fridays For Future sono per la maggior parte giovani liceali e universitari, segno che il movimento potrà contare su grande energia e lunga vita, ma gli adulti che si attivano sono sempre più numerosi. In Italia, fra gli adulti che sostengono l’iniziativa c’è anche il noto meteorologo e divulgatore scientifico della RAI Luca Mercalli, che ha pubblicato un video nel quale esorta ad aderire alla prima grande iniziativa mondiale di FFF: lo sciopero mondiale della scuola per il clima previsto per venerdì 15 marzo e chiamato SchoolStrike4Climate al quale hanno già aderito le scuole di più di 40 paesi da tutto il mondo. La speranza di Greta e di tutti gli attivisti di FFF è che, di fronte a una diffusione così virale della protesta, i governi occidentali – ossia i maggiori responsabili dell’emergenza clima e, al contempo, i detentori delle ultime leve rimaste affinché si inverta la tendenza attuale – cessino di affrontare la questione con la timidezza e l’inconcludenza che hanno mostrato nel corso degli ultimi decenni. E si convincano che, se non le danno la priorità che merita, nel giro di pochi decenni potrebbero sparire tutte le altre urgenze che sono state ritenute più importanti di questa. Per ritrovarci alla fine, nessuno escluso, con un’unica emergenza ma senza più leve per affrontarla. Vuoi sapere se esiste una protesta vicino alla tua città o come organizzare uno sciopero o un evento Fridays For Future (FFF)? O vuoi dare una mano al movimento? Iscriviti su Facebook al Gruppo FFF Strikers Italiani.  Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/greta-thunberg-venerdi-per-il-futuro/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Studenti per il clima: cresce il movimento nel mondo. E si sciopera anche in Italia

È il caso di dirlo: Greta Thunberg ha fatto scuola! La sedicenne svedese che ha fatto parlare di se agli ultimi meeting per il clima ha mobilitato quello che si va configurando come un movimento a livello mondiale, che per il 15 marzo sta organizzando manifestazioni in 40 paesi. E anche in Italia, intanto, gli studenti scioperano per chiedere interventi radicali.

Centinaia di migliaia di studenti nel mondo hanno preso ispirazione da Greta Thunberg in queste ultime settimane e hanno iniziato a scioperare il venerdì con manifestazioni davanti a palazzi istituzionali e di governo per chiedere interventi radicali a difesa del clima. Il movimento si è dato il nome di Fridays For Future e conta ormai l’adesione di città e nazioni in Europa e non solo. Anche in Italia gruppi di studenti si sono mobilitati in svariate città, da Milano a Torino, da Pisa a Roma, da Genova a Napoli e il fermento è continuo. Si stanno preparando gruppi a Udine, Brescia, Taranto e molte altre città italiane. Inoltre, il movimento globale sta anche organizzando una manifestazione che si svolgerà contemporaneamente in una quarantina di Stati (tanti sono quelli dai quali finora sono arrivate le adesioni, tra cui l’Italia) venerdì 15 marzo prossimo. Ogni città e nazionale avrà completa autonomia, ma il comune denominatore sarà la protesta contro l’inerzia di governi e potenti sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici. Per aggiornare tutti gli interessati sulla mobilitazione globale che porterà alle proteste del 15 marzo è stato realizzato il sito www.schoolstrike4climate.com

La mobilitazione giovanile corre innanzitutto sui social. «Ogni città ha il suo gruppo WhatsApp per comunicare», racconta Ivan, ventenne studente universitario che ogni venerdì da dicembre manifesta a Milano: «Quando vogliamo vederci in faccia teniamo delle conferenze su Skype, anche con i gruppi stranieri. Altrimenti ci incontriamo il venerdì».

Sicuramente hanno preso esempio dai loro coetanei tedeschi, che già nelle scorse settimane avevano scioperato in 30 mila, ma anche da quelli svizzeri, belgi e francesi, che ugualmente si sono mobilitati per dire la loro sul futuro del pianeta. Negli altri Stati europei la protesta e la sensibilizzazione è probabilmente a uno stadio più avanzato, ma anche in Italia si stanno compiendo passi avanti benché non senza sforzo. David, quattordicenne al primo anno di liceo scientifico in provincia di Torino, spiega: «Sto programmando un’app usata dai gamer, Discord, in modo che tutte le nostre chat sparse tra WhatsApp, social e Skype, convergano su un’unica piattaforma», dice. «Sono sempre stato interessato all’ambiente, ma non sapevo che fare. Questo movimento mi piace perché è pacifico e non è legato a partiti».

Per informazioni sui gruppi locali e le loro attività, cercare gli hashtag: #fridaysforfutureitaly o italia e #fridaysforfuture+nome delle città #climatestrikeitaly o italia e #climatestrike+nome delle città.

Intanto, il meteorologo Luca Mercalli ha diffuso un video in cui sostiene la protesta degli studenti

Fonte: ilcambiamento.it

Greta Thunberg a Davos: «Clima, dovete agire come se la vostra casa fosse in fiamme»

La sedicenne Greta Thunberg, dopo la partecipazione a Cop24 in Polonia, è salita sul palco anche a Davos al World Economic Forum e ha lanciato un monito: «Sul clima voglio che andiate nel panico, dovreste agire come la vostra casa fosse in fiamme».

Occorre agire immediatamente per il clima, «come se la vostra casa fosse in fiamme, voglio che andiate nel panico». Sono state le parole che la sedicenne svedese Greta Thunberg, che da tempo si batte per portare l’attenzione sui cambiamenti climatici, ha pronunciato al meeting di Davos del World Economic Forum. Non ha mancato di fare effetto sui media la comparsa della ragazza alla ribalta dell’incontro in Svizzera tra i “guru” della crescita; un po’ meno effetto e suggestione probabilmente ha ottenuto sui leader stessi presenti al meeting, estremamente indaffarati a concentrarsi invece sugli interventi dedicati al rallentamento della crescita cinese o alla Brexit. Quella di Davos si è riconfermata una routine, la routine dell’elite economica mondiale, concentrata su se stessa e autoreferenziale. Ma almeno per qualche minuto, l’adolescente svedese ha catturato qualche sguardo. Greta Thunberg ha solo 16 anni ma è già il “volto” della rinnovata consapevolezza che le nuove generazioni stanno sviluppando sull’emergenza climatica e ambientale e sui tempi strettissimi per individuare e imboccare in velocità una via d’uscita. Lo scorso dicembre aveva fatto parlare di sé e della sua battaglia alla Cop24 in Polonia, con un suo intervento alla conferenza Onu sul clima. Qualche giorno fa, al suo arrivo nella stazione della località sciistica nelle Alpi svizzere dove si è tenuto il World Economic Forum, Greta ha affermato: «È un evento molto importante, dove si ritrovano le persone più potenti al mondo, e sto andando lì, la mia intenzione è quella di attirare l’attenzione sul clima».

Dall’agosto 2018, tutti i venerdì Greta salta la scuola, un’originale protesta per chiedere misure concrete nella lotta al surriscaldamento globale.

«Se non ci preoccupiamo di questo – ha detto – allora nessun altro argomento avrà importanza. Io guardo i fatti e vedo che ciò che bisogna fare e ho deciso di farlo perché se non lo facessi mi sentirei male e vorrei, quando sarò più grande, essere capace di guardarmi indietro e dire che ho fatto quello che potevo». E non ha mancato di sottolineare come alcuni politici sappiano benissimo quali valori hanno sacrificato per guadagnare cifre di denaro inimmaginabili.

«Non voglio il vostro aiuto, non voglio che siate senza speranza – ha detto a Davos – Voglio che andiate nel panico per sentire la paura che provo io ogni giorno. È il momento di essere chiari: risolvere la crisi climatica è la sfida più grande e complessa che l’umanità abbia mai affrontato».

Le azioni di Greta hanno ispirato altri adolescenti e giovani che hanno scioperato per focalizzare l’attenzione sul problema del cambiamento climatico. Il 18 gennaio migliaia di giovani sono scesi nelle strade di tutta la Svizzera per uno “sciopero del clima”. Scolari, studenti e apprendisti hanno saltato le lezioni per manifestare, chiedendo che le emissioni di gas serra siano eliminate entro il 2030 e che venga dichiarata l’emergenza ambientale. A Losanna vi erano oltre 8000 giovani. Eloquenti i numerosi cartelloni branditi dalla folla, che hanno preso di mira il nucleare e affrontato temi come l’innalzamento del livello degli oceani. “Salvare la Terra non è domandare la Luna” e “Non c’è un pianeta B” recitavano alcune delle scritte apparse. A Zurigo erano in 2000, altre migliaia a Ginevra e Basilea, in centinaia in altre città svizzere.

Lo scorso novembre in migliaia di studenti erano invece scesi in piazza nelle città australiane con l’azione chiamata “Strike 4 Climate Action” e avevano chiesto al primo ministro misure per contrastare il cambiamento climatico.

Fonte: ilcambiamento.it

Smog, rumore e clima in Europa: impatto maggiore sui più poveri e vulnerabili. Italia ai primi posti

La relazione dell’Agenzia dell’Ue per l’ambiente (Eea )richiama l’attenzione sugli stretti legami esistenti tra i problemi sociali e quelli ambientali in tutta l’Europa. Il reddito, la situazione occupazionale o il livello di istruzione fattori decisivi

L’inquinamento e altri pericoli ambientali rappresentano un rischio per la salute di tutti, con tuttavia un impatto maggiore su alcune persone a causa della loro età o del loro stato di salute. Il reddito, la situazione occupazionale o il livello di istruzione incidono ulteriormente sulla capacità delle persone di evitare questi rischi o di farvi fronte. La relazione dell’Agenzia dell’Ue per l’ambiente (Eea) «Unequal exposure and unequal impacts: social vulnerability to air pollution, noise and extreme temperatures in Europeen» (Disparità di esposizione e di effetti: vulnerabilità sociale all’inquinamento atmosferico, al rumore e alle temperature estreme in Europa) richiama l’attenzione sugli stretti legami esistenti tra i problemi sociali e quelli ambientali in tutta l’Europa. Sebbene la politica e la legislazione dell’UE negli ultimi decenni abbiano condotto a miglioramenti significativi delle condizioni di vita, sia in termini economici che di qualità dell’ambiente, le disparità tra le varie aree persistono. La relazione sottolinea la necessità di un migliore allineamento delle politiche sociali e ambientali e di interventi più incisivi a livello locale per affrontare con successo le questioni di giustizia ambientale.

«La Commissione europea ha costantemente sottolineato che, per quanto riguarda le questioni ambientali, la nostra è un’Europa che protegge. Il modo migliore per mettere alla prova questo principio è studiare come tutelare i più vulnerabili, i deboli e gli indifesi. L’Agenzia europea dell’ambiente merita apprezzamento per questa relazione che esamina come i poveri, gli anziani e i giovanissimi siano le persone più a rischio a causa della scarsa qualità dell’aria, dell’eccessivo rumore e delle temperature estreme. Questa relazione supporta i nostri sforzi per garantire che la nostra sia un’Europa che protegge tutti», ha dichiarato Karmenu Vella, Commissario europeo per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca.

«Nonostante il successo altamente significativo delle politiche europee nel corso degli anni per migliorare la qualità della vita e proteggere l’ambiente, sappiamo che in tutta l’UE si può fare di più per garantire che tutti gli europei, indipendentemente dall’età, dal reddito o dall’istruzione, siano adeguatamente protetti dai rischi ambientali con cui ci confrontiamo», ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA.

Exposure to PM2.5 mapped against GDP per capita, 2013-2014

Note: Exposure is expressed as population-weighted concentrations; mapped for NUTS 3 regions
Source: Based on ETC/ACM (2018a)

Risultati principali

Inquinamento atmosferico e acustico

L’area dell’Europa orientale (tra cui Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) e dell’Europa meridionale (tra cui Spagna, Portogallo, Italia e Grecia), dove i redditi e l’istruzione sono inferiori e i tassi di disoccupazione superiori alla media europea, sono state maggiormente esposte agli inquinanti atmosferici, tra cui il particolato (PM) e l’ozono troposferico (O3).Le regioni più ricche, comprese le grandi città, tendono ad avere in media livelli più elevati di biossido di azoto (NO2), soprattutto a causa dell’elevata concentrazione del traffico stradale e delle attività economiche.
Tuttavia, all’interno di queste stesse aree, sono ancora le comunità più povere che tendono a essere esposte a livelli localmente più elevati di NO2.  L’esposizione al rumore è molto più localizzata rispetto all’esposizione all’inquinamento atmosferico e i livelli ambientali variano notevolmente sulle brevi distanze. L’analisi ha riscontrato che esiste un possibile nesso tra i livelli di rumore nelle città e redditi familiari più bassi: tale dato suggerisce che le città con una popolazione più povera hanno livelli di rumore più elevati.

Temperature estreme

Le aree dell’Europa meridionale e sudorientale sono maggiormente esposte alle alte temperature. Molte regioni di Bulgaria, Croazia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna sono, inoltre, caratterizzate da redditi e istruzione più bassi, livelli più elevati di disoccupazione e una popolazione anziana più numerosa. Questi fattori socio-demografici possono ridurre la capacità delle persone di prendere misure per affrontare il caldo e di evitarlo, con conseguenti effetti negativi sulla salute. In alcune parti d’Europa un gran numero di persone non è in grado di mantenere la propria casa adeguatamente calda a causa della scarsa qualità degli alloggi e del costo dell’energia; di conseguenza, si continuano a registrare malattie e decessi associati all’esposizione alle basse temperature.

Che cosa si sta facendo per affrontare il problema?

L’Unione europea (UE) nel suo insieme ha compiuto progressi significativi negli ultimi decenni in termini di riduzione dell’inquinamento atmosferico e gli Stati membri hanno attuato varie politiche europee per migliorare l’adattamento al cambiamento climatico. La politica regionale dell’UE ha dimostrato di avere apportato un efficace contributo nell’affrontare le disuguaglianze sociali ed economiche. Diverse autorità regionali e comunali sono inoltre proattive nel ridurre l’impatto dei rischi ambientali sui membri più vulnerabili della società:

– una migliore pianificazione territoriale e una migliore gestione del traffico stradale, come, ad esempio, l’introduzione di zone a basse emissioni nei centri urbani, contribuiscono a ridurre l’esposizione all’inquinamento atmosferico e acustico nelle zone in cui vivono gruppi socialmente vulnerabili;

– anche il divieto di alcuni combustibili per il riscaldamento domestico, come il carbone, porta ad un miglioramento della qualità dell’aria nelle zone caratterizzate da un reddito basso. Tuttavia, deve essere associato a sovvenzioni per il passaggio a soluzioni di riscaldamento più pulite per le famiglie a basso reddito;

– tra gli esempi di iniziative volte a proteggere i bambini dal rumore degli aerei e della strada si possono citare le barriere antirumore e le strutture di protezione nelle aree gioco all’aperto;

molte autorità nazionali e locali hanno messo in atto piani d’azione al fine di migliorare la risposta alle emergenze in aiuto ad anziani e ad altri gruppi vulnerabili durante le ondate di calore o le punte di freddo intenso. Tali piani sono spesso integrati da iniziative comunitarie o del settore del volontariato;

– l’adattamento al cambiamento climatico aiuta a prepararsi ad affrontare ondate di calore sempre più frequenti ed estreme. In particolare, prevedere più spazi verdi contribuisce ad abbassare la temperatura nei centri urbani, apportando, al contempo, benefici per la salute e la qualità della vita dei residenti.

Fonte: ecodallecitta.it

“L’Eni continua a rilanciare le fonti fossili”: le associazioni scrivono a Di Maio

“Sempre più impegnata nel rilancio di fonti fossili in tutto il mondo a fronte di investimenti minimi nelle rinnovabili, in conflitto con gli impegni presi dall’Italia sul clima”. Legambiente, Greenpeace e Wwf contestano le scelte di Eni e scrivono al vicepremier Di Maio affinché si definiscano all’interno del Piano Nazionale energia e clima gli indirizzi strategici per l’azienda controllata dallo Stato. 

“Serve una profonda riconversione del sistema energetico e industriale italiano, se vogliamo raggiungere gli obiettivi firmati con l’Accordo di Parigi sul Clima, a partire dalle imprese direttamente controllate dal Governo. Per questo chiediamo al Ministro Di Maio di chiarire al più presto le scelte e gli investimenti da parte di Eni. L’azienda controllata dallo Stato è, infatti, sempre più impegnata nel rilancio di estrazioni petrolifere e ampliamento dei giacimenti di idrocarburi in tutto il Mondo, a fronte di investimenti minimi nelle fonti rinnovabili. Scelte in evidente conflitto con gli impegni presi dall’Italia per combattere i cambiamenti climatici. Dal Governo ci aspettiamo un impegno concreto per aiutare il nostro Paese e il suo sistema di imprese ad accelerare nella direzione dell’innovazione e del cambiamento”.

È l’appello che Legambiente, Greenpeace e Wwf lanciano al Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio affinché si definisca all’interno del Piano Nazionale energia e clima – che dovrà essere trasmesso alla Commissione europea entro la fine di dicembre – gli indirizzi strategici per l’azienda, perché possa passare dall’essere un ostacolo sulla strada degli impegni sul Clima a diventare una leva e uno strumento virtuoso nella complessa sfida climatica. Nella lettera inviata oggi al vicepresidente del Consiglio – a firma di Stefano Ciafani (presidente di Legambiente), Giuseppe Onufrio(Direttore Esecutivo Greenpeace Italia) e Donatella Bianchi (presidente Wwf Italia) – si sottolinea che gli investimenti dell’azienda “riguardano direttamente le scelte politico-istituzionali sul piano interno e internazionale del nostro Paese, perché possono contribuire ad accelerare la transizione attraverso investimenti in innovazione e ricerca oppure ritardarla ulteriormente”.  

Un impegno da parte del Governo anche alla luce della discussione in corso a Katowice (in Polonia) dove si sta svolgendo la Conferenza sul Clima, un appuntamento di grande importanza per il futuro dell’Accordo di Parigi. Il recente rapporto IPCC ha infatti fornito solide prove sulla necessità e l’urgenza di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°C per poter vincere la sfida climatica e contenere in maniera significativa i danni climatici non solo per i paesi più poveri e vulnerabili, ma anche per l’Europa.

“Il successo della COP24 dipenderà dall’Europa, ma anche dagli impegni degli dagli Stati – scrivono le tre associazioni – In questo scenario diventa determinante che le scelte portate avanti dai Governi e dalle imprese controllate siano coerenti con questa direzione strategica”. A oggi, invece, le attività di Eni sono arrivate ad interessare 71 Paesi, movimentando nel 2017 migliaia di barili/giorno di idrocarburi (gas e petrolio) con esplorazioni che stanno andando a interessare sempre più aree del mondo, tra l’altro assai delicate da un punto di vista ambientale: dal circolo polare artico ai tanti pozzi già produttivi  o di cui è prevista l’entrata in produzione in varie aree nel Mediterraneo, passando per il Golfo del Messico e l’Oceano Indiano, il Mar Caspio e quello di Barents, la foresta amazzonica e le coste africane. È preoccupante inoltre che pure i minimi investimenti nelle fonti rinnovabili portati avanti da Eni, sottolineano ancora Greenpeace, Legambiente e Wwf, “coinvolgono anche l’uso di materie prime come l’olio di palma, che deriva da attività spesso connesse alla deforestazione e che contribuiscono in maniera rilevante alle emissioni di gas serra”. Così come “non è più possibile accettare acriticamente le ripetute dichiarazioni sulla ‘sostenibilità climatica’ del gas naturale, sui cui tanto Eni afferma di puntare. Numerosi rapporti confermano infatti che il computo complessivo delle emissioni di gas clima-alteranti connesse alle produzioni di gas naturale sono, e sono state, ampiamente sottostimate. Se l’utilizzo del gas è un elemento degli scenari di transizione energetica, la scala del proposto sviluppo di una ulteriore dipendenza dal gas naturale della nostra economia è contraria a ogni ipotesi ragionevole di tutela del clima e di indipendenza energetica”.
  Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2018/12/eni-continua-rilanciare-fonti-fossili-associazioni-di-maio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni