Greenpeace: «Il governo giapponese mente sull’impatto di Fukushima su lavoratori e bambini»

A pochi giorni dall’ottavo anniversario del disastro di Fukushima, una nuova indagine di Greenpeace Giappone fornisce nuovi dettagli sugli effetti dell’incidente nucleare avvenuto l’11 marzo del 2011. E denuncia scorrettezze da parte del governo giapponese.

Aerial radiation survey with a drone conducted by Greenpeace in Namie, Fukushima prefecture.

A pochi giorni dall’ottavo anniversario del disastro di Fukushima, una nuova indagine di Greenpeace Giappone fornisce nuovi dettagli sugli effetti dell’incidente nucleare avvenuto l’11 marzo del 2011. L’indagine, spiega l’associazione ambientalista, rivela come «il governo giapponese stia deliberatamente ingannando gli organismi e gli esperti delle Nazioni Unite che si occupano di violazioni dei diritti umani».

Il rapporto “Sul fronte dell’incidente nucleare di Fukushima: lavoratori e bambini”, diffuso dall’organizzazione ambientalista, rivela che esistono ancora alti livelli di radiazioni sia nelle zone di esclusione che nelle aree aperte, anche dopo gli enormi sforzi di decontaminazione. Il lavoro realizzato da Greenpeace documenta inoltre quanto siano estese le violazioni del governo in materia di diritti umani regolati da convenzioni e linee guida internazionali, in particolare per quanto concerne lavoratori e bambini.

«Nelle aree in cui operano alcuni di questi addetti alle bonifiche, i livelli di radiazione rilevati sarebbero considerati un’emergenza se fossero registrati all’interno di un impianto nucleare», afferma Shaun Burnie, esperto sul nucleare di Greenpeace Germania. «Questi lavoratori non hanno praticamente ricevuto nessuna formazione sulla tutela da radiazioni. Poco protetti e mal pagati, sono esposti ad alti livelli di radiazioni e se denunciano qual è la situazione rischiano di perdere il posto di lavoro. I relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno assolutamente ragione nel mettere in guardia il governo giapponese su questi rischi e violazioni»

Dall’indagine di Greenpeace in Giappone, come spiega la stessa organizzazione in una nota, emerge che:

● I livelli di radiazione nella zona di esclusione e le aree di evacuazione di Namie e Iitate rappresentano un rischio significativo per i cittadini, bambini inclusi. I livelli sono da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo raccomandato a livello internazionale e rimarranno tali per molti decenni e nel prossimo secolo.

● Nella zona di esclusione di Obori in Namie, i livelli medi registrati di irradiazione erano pari a 4,0 μSv all’ora. Questi livelli sono così alti che se un operatore lavorasse lì per otto ore al giorno durante un intero anno, potrebbe ricevere una dose equivalente a più di cento radiografie del torace.

● In una foresta situata di fronte all’asilo e alla scuola della città di Namie, dove sono state revocate le ordinanze di evacuazione, il livello medio di radiazioni era di 1,8 μSv all’ora. Tutti i 1.584 punti misurati hanno superato l’obiettivo di decontaminazione a lungo termine fissato dal governo giapponese di 0,23 μSv all’ora. Nel 28 per cento di questa area, la dose annuale di radiazioni a cui sarebbero esposti i bambini potrebbe essere 10-20 volte superiore al massimo raccomandato a livello internazionale.

● Lo sfruttamento dei lavoratori è un fenomeno molto diffuso, compreso il reclutamento di persone svantaggiate e senzatetto a cui non viene effettuata alcuna seria formazione in materia di radioprotezione. Spesso vengono falsificati i certificati di identificazione o sanitari e si attuano registrazioni ufficiali non affidabili.

«Il rapporto- spuega Greenpeace – arriva a un mese dalla stesura di una serie di severe raccomandazioni che il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha indirizzato al governo giapponese. Se attuate, queste raccomandazioni porrebbero fine alle attuali politiche condotte a Fukushima e avrebbero come effetto il ripristino degli ordini di evacuazione, il pieno risarcimento agli sfollati e la piena applicazione di tutti gli obblighi relativi al rispetto dei diritti umani nei confronti degli sfollati e dei lavoratori».

«Alla radice del disastro nucleare di Fukushima, con le violazioni dei diritti umani che ne conseguono, c’è la pericolosa politica energetica promossa dal governo giapponese», dichiara Kazue Suzuki, della campagna Energia di Greenpeace Giappone. «Quello che la maggioranza dei giapponesi chiede è una transizione verso le fonti rinnovabili. Eppure, il governo sta cercando di riavviare i reattori nucleari e allo stesso tempo aumentare drasticamente il numero di centrali a carbone, il che contribuirà ad alimentare i cambiamenti climatici», conclude Suzuki.

Fonte: ilcambiamento.it

Greenpeace: «COP24, nessun impegno determinante»

È terminata a Katowice in Polonia la COP24, la ventiquattresima conferenza delle parti dalla quale il mondo auspicava uscissero volontà serie, impegni concreti, azioni importanti per il pianeta. Invece no, benché ormai non ci sia più tempo…

Environmental activist protests against fossil fuel in front of the the venue of the COP24 UN Climate Change Conference 2018 in Katowice, Poland December 10, 2018. Agencja Gazeta/Grzegorz Celejewski via REUTERS ATTENTION EDITORS – THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. POLAND OUT.

«Nonostante solo due mesi fa l’IPCC abbia lanciato un chiaro allarme, affermando che restano a disposizione solo dodici anni per salvare il clima del Pianeta, la COP24 di Katowice si è conclusa oggi senza nessun chiaro impegno a migliorare le azioni da intraprendere contro i cambiamenti climatici»: è l’amara constatazione di Greenpeace alla chiusura del summit che avrebbe potuto dare una svolta alle azioni sul clima se solo si fosse voluto. 

«Se è vero che la COP24 ha approvato un regolamento relativo all’applicazione dell’accordo di Parigi, a dispetto delle attese non è stato raggiunto alcun impegno collettivo chiaro per migliorare gli obiettivi di azione sul clima, i cosiddetti Nationally Determined Contributions (NDC)» ha aggiunto l’associazione ambientalista.

«Un anno di disastri climatici e il terribile monito lanciato dai migliori climatologi dovevano condurre a risultati molto più incisivi», afferma Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. «Invece i governi hanno deluso i cittadini e ignorato la scienza e i rischi che corrono le popolazioni più vulnerabili. Riconoscere l’urgenza di un aumento delle ambizioni, e adottare una serie di regole per l’azione per il clima, non è neanche lontanamente sufficiente allorquando intere nazioni rischiano di sparire».

Greenpeace esorta i governi ad accelerare immediatamente le azioni volte a ridurre le emissioni di gas serra e a dimostrare di aver ascoltato le richieste che arrivano dalla società. Il rapporto del IPCC è un campanello d’allarme che richiede azioni urgenti all’altezza delle minacce.

«Senza un’azione immediata, anche le regole più forti non ci porteranno da nessuna parte», continua Morgan. «Le persone si aspettavano azioni concrete da questa COP24, ma non è quello che emerge da quanto hanno deciso i governi. Ciò è moralmente inaccettabile e ora i leader globali dovranno farsi carico dell’indignazione delle persone e presentarsi al summit del Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 2019, con obiettivi più ambiziosi sul clima».

Secondo l’organizzazione ambientalista, questa COP «ha confermato l’irresponsabile distanza tra i Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici e coloro che continuano a bloccare un’azione decisa per il clima o che vergognosamente stanno agendo con lentezza».

Tra le poche note positive di questo summit c’è, per Greenpeace, l’adozione di una serie di regole (il cosiddetto “rulebook”) che se supportato da ambizioni adeguate può contribuire alla difesa del clima.

«Se Parigi ha dettato la strada, il rulebook adottato da questa COP è la tabella di marcia per arrivarci», dichiara Li Shuo di Greenpeace East Asia. «Ora disponiamo di una guida con regole comuni vincolanti per la trasparenza e la revisione degli obiettivi, utili per garantire che le azioni sul clima possano essere confrontate e per tener conto delle preoccupazioni dei Paesi vulnerabili. Completare il regolamento non solo dimostra la volontà delle grandi economie emergenti di fare di più, ma fornisce un palese sostegno al multilateralismo. Un segnale chiaro che definire regole comuni è ancora possibile nonostante la turbolenta situazione geopolitica. Queste regole forniscono ora una spina dorsale all’accordo di Parigi», conclude Shuo.

«Ora non sono possibili ulteriori rinvii. Serve – ha detto Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente – un forte protagonismo dell’Europa in vista del Summit sul Clima, convocato dal Segretario Generale dell’ONU Guterres per il prossimo settembre 2019 a New York, che deve valutare lo stato di avanzamento del processo di revisione degli attuali impegni, da concludersi entro il 2020 secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi. Ben prima del Summit l’Europa, con il pieno sostegno dell’Italia, deve rivedere il suo obiettivo al 2030, in coerenza con la soglia critica di 1.5°C, andando ben oltre il 55% di riduzione delle emissioni proposto già da diversi governi e dall’Europarlamento, in modo da essere per davvero il pilastro di una forte e sempre più larga Coalizione degli Ambiziosi in grado finalmente di tradurre in azione l’Accordo di Parigi».

La 25ª sessione della Conferenza delle parti (COP25) delle Nazioni Unite si svolgerà in Cile dall’11 al 25 novembre 2019, con la PreCOP in Costa Rica.

Fonte: ilcambiamento.it

Greenpeace: il pesce che mangiamo contiene plastica

I risultati dei test effettuati dall’associazione ambientalista parlano chiaro: quasi un terzo del pesce contiene microplastiche.http _media.ecoblog.it_8_826_greenpeace-pesce-plastica

Sono molto preoccupanti i risultati della ricerca condotta da Università Politecnica delle Marche, Greenpeace e Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova che conferma la presenza di particelle di microplastica anche in pesci e invertebrati pescati nel Mar Tirreno. I campionamenti, centinaia, sono stati effettuati l’estate scorsa dai volontari di Greenpeace a bordo della nave Rainbow Warrior. Tra il 25% e il 30% del pesce analizzato, proveniente da diversi siti di campionamento nel Tirreno, contiene almeno una particella di plastica di dimensioni inferiori a 5 millimetri. Sono interessate diverse specie di pesci con differenti abitudini alimentari, dalle specie planctoniche, agli invertebrati, fino ai pesci predatori. Percentuali simili si riscontrano anche nel pesce dell’Adriatico.

I risultati ottenuti confermano ancora una volta che l’ingestione di microplastiche da parte degli organismi marini è un fenomeno diffuso e sottolineano la rilevanza ambientale del problema dei rifiuti plastici in mare – commenta la docente di Biologia Applicata alla Università Politecnica delle Marche Stefania Gorbi È urgente quindi che la ricerca scientifica acquisisca nuove conoscenze e contribuisca a sensibilizzare la coscienza di tutti su questa tematica emergente.

La maggior parte delle plastiche ritrovate nel pesce è polietilene (PE), cioè il polimero con cui si produce il packaging e dei prodotti usa e getta.

Ciò che ci preoccupa maggiormente è la rapida evoluzione di questo problema e la graduale trasformazione delle microplastiche in nanoplastiche – precisa Serena Maso, Campagna Mare di Greenpeace – particelle ancora più piccole che se ingerite dai pesci possono trasferirsi nei tessuti ed essere quindi ingerite anche dall’uomo“.

Secondo le stime più accurate, ogni anno finiscono in mare circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici di vario tipo con una netta prevalenza di imballaggi monouso usa e getta: bottiglie d’acqua e bibite ma anche fustini di detersivi liquidi.

Foto: Unsplash

Fonte: ecoblog.it

Giornata Mondiale dell’Ambiente: Greenpeace lancia il Plastic Radar

Il tema di quest’anno della Giornata Mondiale dell’Ambiente è l’inquinamento da plastica, soprattutto in mare. Ecco una iniziativa Greenpeace per combatterlo.http _media.ecoblog.it_5_5d3_giornata-mondiale-ambiente-plastica-green-peace

Si svolge oggi la Giornata Mondiale per l’Ambiente promossa dall’ONU e il tema che la caratterizza quest’anno è la lotta all’inquinamento da plastica nei mari e sulla terra ferma. Le stime parlano chiaro: ogni anno finiscono in mare almeno 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Per la stragrande maggioranza si tratta di imballaggi monouso, o uso e getta se preferite, derivanti dal consumo di acqua e bibite in bottiglia di plastica o fustini di detersivi liquidi. Greenpeace non perde occasione per dichiarare che i principali responsabili di questo inquinamento sono Coca-Cola, Unilever, Nestlé e Procter&Gamble: “È necessario che i governi e le grandi multinazionali riconoscano che il riciclo non è la soluzione del problema – spiega Graham Forbes, responsabile della campagna plastica di Greenpeace – Bisogna fermare l’inquinamento da plastica prima che sia troppo tardi. In tutto il mondo, migliaia di persone si battono quotidianamente contro l’inquinamento da plastica, ma questa crisi ambientale necessita di interventi urgenti e azioni concrete per ridurre la produzione e il consumo di plastica monouso”.

Secondo l’associazione ambientalista la soluzione non sta nella raccolta differenziata e nel riciclo, ma nella non produzione dei rifiuti: alcuni imballaggi in plastica sono del tutto evitabili e il consumo di acqua minerale e bibite zuccherate (che tra l’altro, queste ultime, fanno anche male alla salute) deve essere nettamente ridotto.

Nel frattempo Greenpeace Italia ha lanciato l’iniziativa Plastic Radar: se trovi un rifiuto plastico in spiaggia puoi fotografarlo, attivando la geolocalizzazione, e inviarlo all’associazione che raggrupperà le segnalazioni raccolte per stilare una mappa dell’inquinamento delle coste italiane. Il tutto funziona tramite WhatsApp, quindi l’operazione è alla portata di tutti. L’importante, spiega Greenpeace, è che si veda il simbolo che identifica il tipo di plastica, la marca del prodotto imballato in plastica, e che sia attivata la localizzazione GPS. Greenpeace insiste sul fatto che si fotografi la marca: “Negli ultimi mesi, McDonald’s, Starbucks, Procter & Gamble, Nestlé, Coca-Cola, Pepsi e Unilever hanno pubblicato piani volontari relativi all’inquinamento da plastica, ma nessuna delle aziende ha adottato interventi drastici per ridurre la produzione di imballaggi monouso“.

Una mappa contenente l’indicazione di chi ha prodotto il rifiuto non fa altro che mettere nero su bianco chi sta inquinando le nostre coste e i nostri mari.

Fonte: ecoblog.it

Trivelle entro 12 miglia, il ministero aggira il divieto. Greenpeace, Legambiente e Wwf Italia: ‘Inaccettabile’

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Le associazioni : “Il meccanismo introdotto dal MISE consente alle società petrolifere titolari di concessioni entro le 12 miglia dalla costa già rilasciate di modificare il programma di sviluppo originario e quindi costruire nuovi pozzi e piattaforme”

Inaccettabile per Greenpeace, Legambiente e Wwf Italia il decreto ministeriale che deroga al divieto di nuovi pozzi e nuove piattaforme entro le 12 miglia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 aprile. È la smentita definitiva di tutte le parole spese dal governo durante il periodo referendario di aprile scorso per dire che il referendum sollevava questioni di lana caprina, in particolare perché la legge escludeva già nuove trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa. Il meccanismo introdotto dal MISE consente, infatti, alle società petrolifere titolari di concessioni entro le 12 miglia dalla costa già rilasciate di modificare, e quindi ampliare, il loro programma di sviluppo originario per recuperare altre riserve esistenti, e dunque costruire nuovi pozzi e nuove piattaforme. Fino all’altro ieri, nuovi pozzi e nuove piattaforme entro le 12 miglia potevano essere realizzati solo se già previsti dal programma di sviluppo originario. Ora chi ha la concessione può farci sostanzialmente quello che vuole per tutta la vita utile del giacimento. Per le tre associazioni ambientaliste è gravissimo che il governo proceda in questo modo su una questione così delicata, escludendo il Parlamento e non tenendo minimamente conto della volontà chiarissima espressa da 15 milioni di italiani nonostante il mancato raggiungimento del quorum al referendum contro le trivelle.

Fonte: ecodallecitta.it

Greenpeace in azione a Roma: “Yes, we can stop TTIP”

Il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti punta ad abbassare standard di sicurezza e tutele in quasi tutti i settori dell’economia, dall’agricoltura all’industria tessile, dall’informatica al settore bancariogreen peace

La giornata di mobilitazione nazionale contro il TTIP (Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti) è stata inaugurata da uno striscione che Greenpeace ha calato dalla terrazza del Pincio uno striscione raffigurante il presidente Usa Barack Obama intento a parafrasare il proprio arcinoto slogan elettorale: “Yes we can stop TTIP!”

Come abbiamo già spiegato da tempo su Ecoblog, il TTIP è una minaccia per la democrazia, la protezione dell’ambiente, gli standard di sicurezza sulla salute, le condizioni dei lavoratori, a tutto vantaggio delle multinazionali, a cui verrebbe dato un potere senza precedenti. Milioni di persone si sono già mobilitate in tutta Europa per fermare questo accordo, scegliendo di difendere gli standard comunitari sulla sicurezza del cibo, sull’uso di sostanze tossiche, sull’assistenza sanitaria e sui diritti dei lavoratori. Negli scorsi giorni Greenpeace ha allestito una sorta di aula studio a ridosso della Porta di Brandeburgo per consentire ai berlinesi di conoscere che cosa potrebbe accadere se Ue e Usa riuscissero a condurre in porto questa intesa.

“È necessario uno stop immediato ai negoziati sul TTIP, ed è l’ora della trasparenza”, dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia:

“Chiediamo che vengano immediatamente resi pubblici i capitoli mancanti dell’accordo, oltre a quelli già noti grazie ai leaks di Greenpeace Olanda, e che si dia inizio a un vero dibattito pubblico. Sono molti i cittadini e i rappresentanti della società civile che hanno già espresso forte preoccupazione su questo trattato: è ora fare chiarezza”.

L’obiettivo del TTIP è quello di abbattere le cosiddette barriere al commercio tra Stati Uniti e Unione europea, e proteggere gli investimenti esteri prima di ogni altra cosa. Con tariffe sul commercio transatlantico già molto basse, il focus dei negoziati è rimuovere le barriere “non tariffarie”, che si tradurrebbe nell’abbassare standard di sicurezza e tutele in quasi tutti i settori dell’economia, dall’agricoltura all’industria tessile, dall’informatica al settore bancario. Un caso esemplare sono gli evidenti tentativi di eliminare con il TTIP l’applicazione del principio di precauzione, anche per permettere l’ingresso libero sul mercato europeo dei “nuovi OGM”, camuffati con nomi fantasiosi come “prodotti delle moderne tecnologie agricole”.

Fonte:  Askanews

Fukushima, Greenpeace effettua una ricerca sulle acque radioattive

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A cinque anni dalla tragedia giapponese di Fukushima Daiichiil più catastrofico incidente nucleare dopo Chernobyl, non sono ancora chiare le dimensioni del disastro ambientale che l’incidente nel reattore nucleare della centrale Tepco ha causato. Nel tentativo di raffreddare i reattori infatti fu la stessa Tepco a gettare acqua nei reattori, producendo oltre 1,4 milioni di tonnellate di acqua radioattiva, cosa che scongiurò la fissione e un disastro molto più grande. Tuttavia questa opzione ha provocato una contaminazione che non ha interessato solo le acque del Pacifico, dove resterà per almeno 300 anni, ma ha coinvolto anche il terreno, le foreste e le montagne della zona. Fukushima deve fronteggiare una gigantesca crisi legata alle acque radioattive sversate nell’oceano e i cui veleni finiscono per concentrarsi nella catena alimentare. Per questo motivo Greenpeace Japan ha deciso di avviare un’indagine sui livelli di radioattività delle acque del Pacifico:

“Nell’oceano si trovano aree di sofferenza e dobbiamo identificare queste zone con precisione. […] È un’informazione fondamentale per i pescatori perché esistono altre zone dove pescare è sicuro. Per questo dobbiamo mappare quelle a rischio”

ha spiegato Jan Vande Putte, ricercatore di Greenpeace.

Fonte: ecoblog.it

Londra, blitz di Greenpeace con Emma Thompson alla Shell

LONDON, ENGLAND - SEPTEMBER 02:  Emma Thompson places a giant paw sticker on the outside of the Shell Building on September 2, 2015 in London, England. The sticker contains the names of some of the 7 million people who have signed up to the arctic movement. As part of the protest, 64 activists and puppeteers have also manoeuvred a giant polar bear puppet the size of a double decker bus to rest just metres away from Shell's front entrance. It's intended the polar bear titan will remain fixed there until Shell's Arctic drilling window ends later this month.  (Photo by Ben Pruchnie/Getty Images)

LONDON, ENGLAND - SEPTEMBER 02:  A general view of the giant polar bear puppet outside the Shell Building on September 2, 2015 in London, England. As part of the protest, 64 activists and puppeteers manoeuvred a giant polar bear puppet the size of a double decker bus to rest just metres away from Shell's front entrance. It's intended the polar bear titan will remain fixed there until Shell's Arctic drilling window ends later this month.  (Photo by Ben Pruchnie/Getty Images)

Sessantaquattro attivisti di Greenpeace, tra i quali c’è anche la famosa attrice britannica Emma Thompson, hanno portato oggi una grande riproduzione di un orso polare, alto quanto un autobus a due piani, davanti all’ingresso del quartier generale della Shell a Londra. Aurora, così è stato chiamato il gigantesco orso finto, resterà davanti al palazzo della multinazionale petrolifera anglo-olandese fino alla fine del mese, perché questo è il tempo limite per la Shell per trovare gli idrocarburi nell’Artico prima della fine dell’inverno. La multinazionale ha ottenuto solo pochi giorni fa il permesso dall’amministrazione Obama di iniziare le trivellazioni. Sei attivisti si sono incatenati tra le zampe dell’orso per evitare che venga spostato. Aurora ogni tanto emette una sorta di ruggito. Lo scopo di questa azione è ovviamente quello di chiedere alla Shell di disattivare i suoi impianti di perforazione e abbandonare l’Artico. Oltre sette milioni di persone hanno già aderito all’appello di Greenpeace per difendere l’Artico. L’attrice Emma Thomson, che sostiene l’iniziativa in prima persona, ha commentato:

“Ho deciso di unirmi agli attivisti perché soffro nel pensare che la Shell sia lì, a trivellare per cercare il petrolio. Sono qui per dire no. Perché tutto questo deve finire. Insieme ad altri milioni di persone chiedo che vada via dall Artico prima del 28 settembre. Stiamo a vedere cosa accade. Io sono orgogliosa di essere qui con loro per questa causa”

Fonte: ecoblog.it

Civitanova Marche, Greenpeace protesta contro le trivelle a 3 km dalla costa

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Non ci si riesce a credere, ma la piattaforma offshore Sarago Mare A è posizionata a soli tre chilometri dalla costa di Civitanova Marche, uno splendido monumento all’atteggiamento che l’Italia ha assunto negli ultimi due decenni nei confronti del proprio comparto turistico. Invece di investire su un settore non delocalizzabile che, in passato, faceva invidia al mondo, si punta alle risorse fossili che concentrano i benefici dell’industria estrattiva. Un gruppo di attivisti di Greenpeace ha inscenato una protesta pacifica, girando un ironico video proprio sotto la struttura gestita dalla Edison. I due protagonisti si sono finti turisti di un possibile futuro prossimo in cui la balneazione si svolgerà all’ombra della piattaforma petrolifera. “Stop trivelle” è lo slogan dello striscione che compare nel video con cui l’associazione ambientalista mette in guardia l’opinione pubblica dai piani del governo di Matteo Renzi, intenzionato a concedere alla compagnie petrolifere i permessi per estrarre petrolio nei nostri mani. Nelle ultime settimane, oltre 43mila persone hanno già firmato la petizione di Greenpeace per chiedere una radicale revisione della strategia energetica basata sull’estrazione di petrolio e gas dai fondali marini. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un attacco inedito e su vasta scala ai nostri mari Con questa protesta vogliamo mostrare in maniera concreta la minaccia che incombe sui litorali italiani. È davvero questo il futuro che vogliamo, fatto di airgun, trivelle e piattaforme? Di petrolio sotto i nostri fondali ce n’è pochissimo: quantità irrisorie per il fabbisogno energetico del Paese, ma occasione di profitto per una manciata di aziende. Dovrebbe essere chiaro a tutti che il gioco non vale la candela, ha spiegato Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. Greenpeace ha inoltre ricordato come il Ministero dell’Ambiente abbia autorizzato, fra il 3 e il 12 giugno, ben undici progetti di prospezione di idrocarburi in mare con la tecnica dell’airgun. L’area concessa alle compagnie petrolifere copre tutto l’Adriatico e una parte significativa dello Ionio. Matteo Renzi ha smesso da tempo di parlare di green economy e il suo Governo, anche nelle scelte compiute nel settore energetico, assomiglia sempre di più alla politica che diceva di voler “rottamare” fino a un paio d’anni fa. E l’industria petrolifera ringrazia.

Fonte: Greenpeace

Greenpeace: blitz sulla piattaforma Polar Pioneer

Sei attivisti di Greenpeace sono saliti sulla piattaforma Shell che dovrebbe trivellare nelle acque dell’Oceano Artico. Che il new deal “eco” di Obama fosse propaganda a scopo elettorale e una delle leve su cui costruire la propria immagine di presidente vicino ai problemi della contemporaneità non lo scopriamo oggi, certo è che nelle ultime settimane le contraddizioni dell’attuale amministrazione Usa sono emerse in tutta la loro evidenza. Se da una parte è stato presentato l’Unfccc per ridurre le emissioni di gas serra, a bilanciare questa scelta virtuosa è arrivato l’imprimatur presidenziale all’Arctic Drilling Plan della Shell, un progetto di trivellazione dell’Artico contro cui gli ambientalisti si battono da tempo. E Greenpeace Usa ha deciso di organizzare un’azione dimostrativa delle sue, ieri, lunedì 6 aprile, sei climbers hanno intercettato una piattaforma petrolifera Arctic-bound della Shell nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a circa 750 miglia a nord-ovest delle Hawaii e si sono arrampicati sul lato inferiore del ponte principale del Polar Pioneer. Anche se “appesi” a centinaia di miglia da terra, i sei attivisti – provenienti da Usa, Germania, Nuova Zelanda, Australia, Svezia e Austria – sono stati dotati di una tecnologia che gli permetterà di comunicare con i supporter di tutto il mondo. La mediatizzazione delle azioni di disturbo di Greenpeace è uno degli elementi fondamentali dell’attività dell’ong “eco”. L’operazione di “assalto” alla Polar Pioneer è avvenuta dopo che alcuni gommoni sono stati messi in mare dalla Greenpeace Esperanza. Aliyah Field ha pubblicato alcuni tweet dalla Polar Pioneer in cui dopo avere informato del successo dell’operazione ha chiamato a raccolta gli ambientalisti di tutto il mondo a dar loro man forte. Fra meno di 100 giorni Shell potrebbe iniziare la perforazione nell’Alaska artica, dando il via a quello che gli attivisti di Greenpeace definiscono un “climate-killing plan”. La Polar Pioneer è una delle due piattaforme Shell che stanno viaggiando verso l’Artico, l’altra si chiama Noble Discover ed è una delle più vecchie al mondo. Entrambe dovrebbero arrivare a Seattle fra una settimana, per poi essere trasferite nel mare dei Chukchi. Secondo i piani di Shell le trivellazioni esplorative per l’estrazione del petrolio dovrebbero iniziare già quest’estate: i timori di Greenpeace sono legati sia alla dimensione locale, con la paura per le eventuali fuoriuscite nelle acque artiche annichiliscano definitivamente la fauna selvatica, sia alla dimensione globale, con la preoccupazione connessa a un’attività estrattiva che rappresenterà un ulteriore incremento per le emissioni di gas serra, in un contesto nel quale la superficie dei ghiacci marini artici ha raggiunto il record più basso. Il Polar Pioneer ha lasciato la Malesia ai primi di marzo e dovrebbe rappresentare – insieme a Noble Discover – il ritorno di Shell nell’Oceano Artico, dove la compagnia non perfora dal 2012.

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Fonte:  The Guardian Greenpeace

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