FoodReLOVution: ciò che mangiamo può cambiare il mondo

“Food ReLOVution” è l’ultimo documentario di Thomas Torelli – lo stesso registra di “Un altro mondo” – nel quale vengono analizzate le conseguenze che hanno le nostre scelte alimentari sulla salute pubblica, sull’ambiente e gli ecosistemi, sulla fame nel mondo e sul benessere degli animali.

 “Food Relovution: tutto ciò che mangi ha una conseguenza” è l’ultimo documentario di Thomas Torelli – lo stesso regista di “Un altro mondo” – nel quale vengono analizzate le conseguenze che hanno le scelte alimentari quotidiane sulla nostra salute e sulla salute pubblica, sull’ambiente e gli ecosistemi naturali, sulla fame nel mondo e sulla distribuzione delle risorse, sul benessere degli animali. Il film-documentario ci mostra, attraverso dati scientifici, statistiche e interviste ad esperti di fama mondiale, come tutte le scelte che ci sembrano innocue, in realtà influiscano pesantemente su tutte queste tematiche globali. Un atto così personale e “banale” come fare la spesa sotto casa non solo è correlato con il resto del mondo, ma lo è anche molto di più di quanto immaginiamo.

Tutto ciò che mangiamo, dicevamo, ha conseguenze ben precise e conoscere i dati scientifici, sapere da dove viene e come è stato trasformato il cibo che mettiamo nel piatto, ci permette di valutare in modo critico i “dogmi” alimentari che ci vengono raccomandati e di fare scelte non condizionate da pubblicità e mass media. Gli esperti intervistati in “Food ReLOVution” – tra cui scienziati e ricercatori (il biochimico T. Colin Campbell e il figlio Thomas. M. Campbell, il fisico Noam Mohr, il medico ed epidemiologo italiano Franco Berrino, Vandana Shiva) filosofi e attivisti (Peter Singer, Frances Moore Lappé, James Wildman e Carlo Petrini) – sono concordi nell’affermare che scegliere il cibo con consapevolezza è un atto rivoluzionario che può davvero cambiare il mondo. Il film-documentario di Torelli parte dagli studi di T. Colin Campbell relativi alla correlazione fra cibo e malattie per arrivare ai danni che il consumo eccessivo di proteine animali produce sulla salute pubblica e sull’ambiente. Per produrre 1 kg di carne da allevamento intensivo si consumano migliaia di litri d’acqua e gli animali mangiano i cereali che potrebbero sfamare direttamente migliaia e migliaia di persone malnutrite (allo stesso costo di una singola bistecca, si potrebbero riempire 50 scodelle di cereali cotti e sfamare 50 persone). Gli animali allevati per produrre bistecche, inoltre, vivono in modo del tutto innaturale, spesso condizioni di crudeltà indescrivibile.Food_ReLOVution_1

L’industria alimentare – in particolare l’industria della carne – è diventata un processo finalizzato solo al guadagno e il suo fine non è nutrire, sfamare, ma generare il massimo profitto. Oggi assistiamo al paradosso per cui, da un lato, gli abitanti dei paesi ad alto reddito hanno accesso al cibo prodotto dall’industria che, nella maggior parte dei casi, è dannoso per la salute e, dall’altro gli abitanti dei paesi a medio-basso reddito non hanno accesso alle risorse alimentari prodotte nei loro paesi perché queste sono destinate all’esportazione versi i paesi ad alto reddito. Ogni cosa che mettiamo nel piatto ha un impatto sul Pianeta e avere informazioni corrette e oggettive sulle conseguenze delle nostre azioni ci permette di fare scelte alimentari consapevoli e finalizzate a salvaguardare la nostra salute, l’ambiente, gli animali e le popolazioni più povere del Pianeta. “Food ReLOVution”, ha spiegato il regista Thomas Torelli ad una recente proiezione del film sul Lago di Garda, “vuole fornire gli strumenti necessari a chi è abituato a mangiare carne senza preoccuparsi delle conseguenze, ma mi preme sottolineare che il film non vuole trasformare tutti in vegani o demonizzare in alcun modo chi mangia carne. Da parte nostra non c’è alcun giudizio di fondo o pregiudizio, ma solo ed esclusivamente il desiderio di stimolare una riflessione, una ricerca personale, una presa di coscienza del volto nascosto dell’industria alimentare – in particolare dell’industria della carne” – e del consumo esasperato di proteine animali che fa ammalare l’uomo e l’ambiente e fa soffrire inutilmente gli animali.”locandina-Food_A3_web

“Man mano che giravamo il film”, ha raccontato Torelli, “il mio rapporto con il cibo, in senso lato, è molto cambiato. Qualche anno fa, in quanto vegano, avevo un atteggiamento di giudizio e pre-giudizio nei confronti dei ‘carnivori’, ma ho lentamente compreso che in questo modo non sarei arrivato da nessuna parte. Il primo titolo che avevo dato al film era “Food killers” perché, in buona fede, ero convinto che chiunque si cibasse di carne e prodotti animali (uova, latte, ecc.) fosse un triplice killer: di se stesso, del pianeta e degli animali. Durante la lavorazione del film, però, mi sono reso conto che spesso le persone mangiano in un certo modo solo perché hanno informazioni incomplete sulla produzione di cibo industriale e sulle conseguenze delle loro scelte alimentari. E col tempo ho constatato che quando le persone acquisiscono queste informazioni, tendono a fare scelte molto più salutari e consapevoli e a fare proprio il motto di Ippocrate, il medico greco che già nel IV secolo a.C. affermava “fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”.

“Mi sono accorto, inoltre – ha continuato – che essere costantemente nel giudizio non fa altro che generare divisioni e fazioni opposte – carnivori contro vegetariani, vegetariani contro vegani, vegani contro tutti, ecc. – che non portano da nessuna parte. Se dividiamo il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ non riusciremo mai a raggiungere l’obiettivo di parlare a tutti, di comunicare come alcune scelte siano oggettivamente deleterie per salute, ambiente e animali. Il modo migliore per affrontare l’argomento alimentazione e per arrivare a più gente possibile è evitare le ‘etichette’ e rispettare tutte le scelte alimentari. Se ci dividiamo in fazioni sul fronte alimentare, allora manca l’arma vincente per tutti, cioè l’unione che fa la forza. Ognuno di noi ha il suo percorso, i suoi tempi, e l’idea di fondo del film è questa: mangia ciò che vuoi, ma sappi cosa succede ogni volta che mangi e interrogati su quello che c’è ne tuo piatto. L’obiettivo è rendere consapevoli più persone possibile, perché solo quando si sa e si conosce, le abitudini e gli sili di vita cambiano”.

“Sono convinto che il primo passo per cambiare il mondo, per renderlo migliore – ha concluso Torelli – sta nelle azioni quotidiane e, tra queste, la prima è la consapevolezza di ciò che mangiamo. La produzione di cibo ha tre macro-conseguenze impattanti a livello globale: sull’essere umano (cioè sulla sua salute), sull’ambiente e sugli animali, ma il punto di partenza di tutto è l’informazione.Food_ReLOVution_3

Lo scopo del film FoodReLOVution non è raggiungere i ‘carnivori’ per ‘convertirli’, anzi è l’esatto contrario: è dare informazioni corrette e scientificamente documentate al maggior numero di persone affinché comprendano cosa succede quando scelgono la carne. Se poi, chi guarda il film decide di passare da un hamburger al giorno a due hamburger a settimana, per me è già una vittoria a livello globale. Fare scelte consapevoli anche solo in una delle tre grandi categorie trattate nel film corrisponde già ad un miglioramento globale. Bisogna sfatare una volta per tutte il mito che il comportamento individuale non influisce sul tutto: come il mare è fatto da singole gocce e ogni goccia che si muove, muove tutto il mare, così ogni singola azione ha conseguenze su tutto il pianeta. Oggi sapere esattamente cosa mangiamo, è davvero il primo passo verso un mondo migliore”.

Ricordiamoci, quindi, che ogni cosa che mangiamo e acquistiamo ha un impatto preciso sul Pianeta, che siamo perfettamente in grado di cercare e discernere in modo autonomo i dati e le informazioni che ci servono e che possiamo cambiare le cose partendo da noi stessi. Il cambiamento che attendiamo non arriva dall’esterno, ma parte dall’interno, da noi stessi. L’arma più potente per migliorare il mondo è la scelta basata sulla conoscenza, una scelta che ci permette di agire con coerenza, consapevolezza, amore e rispetto per la Vita in tutte sue forme.

Fonte:

http://www.italiachecambia.org/2017/10/foodrelovution-cio-che-mangiamo-puo-cambiare-mondo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Annunci

Vaccini, la lettera aperta di un medico: “I pazienti vanno ascoltati”

“Ascoltare i pazienti è uno dei compiti del medico. I medici sono gli esperti della salute, ma i pazienti sono coloro che ricevono i trattamenti che i medici somministrano, per tanto hanno tutto il diritto di chiedere, mettere in discussione e soprattutto scegliere”. Pubblichiamo la lettera aperta di Chiara Mussi, medico chirurgo, che esprime le sue considerazioni sul decreto vaccini, la libertà di scelta e l’importanza della condivisione tra medico e paziente. Quando ho iniziato a lavorare in ospedale, come studente, la maggior parte dei miei mentori mi insegnarono una regola molto importante: ascoltare i pazienti. Su questa base, vorrei invitare ad una riflessione i medici e tutti i cittadini sul decreto legge Lorenzin sull’obbligo vaccinale. Tra le premesse alla riflessione vorrei ricordare alcuni punti.doctor-thinkstock-2-1-1

Nella pratica clinica, i trattamenti sanitari obbligatori (TSO), vengono raramente utilizzati e riservati a situazioni di emergenza e soggetti incapaci di intendere e volere. Caratteristiche che non vedo applicabili ai genitori di neonati sani.

La medicina moderna , è andata sempre più verso la condivisione tra medico e paziente delle scelte terapeutiche. L’alleanza terapeutica che si crea tra chi cura e chi è curato, aumenta la compliance del paziente e porta a migliori risultati. Il consenso informato è nato a garanzia del paziente e rappresenta una tutela importantissima per il cittadino, alla quale una società civile non dovrebbe rinunciare. La nostra Costituzione e numerosi altre leggi e convenzioni nazionali ed internazionali, riconoscono l’inalienabilità del corpo umano, tutelano la salute del singolo cittadino, anche nei confronti degli obiettivi di salute pubblica e limitano fortemente l’utilizzo di trattamenti sanitari obbligatori. A fronte di queste premesse mi chiedo se sia invece lecito che la classe medica si ponga così al di sopra del cittadino. Con questo approccio, gli “esperti” decidono che cosa rappresenta il meglio per i singoli e per la collettività, ma non sono tenuti a convincerli, possono imporre multipli trattamenti, anche in assenza di malattia, di emergenza, di incapacità di intendere e di volere. Con questo approccio, i genitori, ma direi in generale i pazienti, non contano più nulla. Sono assimilati ad interdetti mentali, poiché evidentemente ritenuti tali.Baby-Vaccine-Shot-2

Ho ascoltato in questi giorni i racconti di molti genitori. Non mi sono per nulla infastidita nel vedere mamme che hanno fatto ricerche bibliografiche su internet, degne di uno studente universitario. Anzi mi sono commossa. Mi sono ricordata di quello che diceva Sant’Agostino: “solo chi ama conosce”. Mi sono ricordata dei miei grandi professori che mi hanno più volte suggerito, quando non capivo le complicazioni e la patologia di un paziente, di ascoltarlo, di visitarlo ancora, di sedermi al suo fianco a pensare e ripensare.

Tra le migliaia di persone che hanno manifestato in questi giorni contro il decreto, nel silenzio assordante dei media e nell’indifferenza generale, ci sono moltissime famiglie che hanno figli con qualche disabilità in casa, che loro ritengono essere il risultato di un danno da vaccino. Far finta che queste persone non esistano, censurarne la voce, multarle, deriderle, non ha nulla né di etico né di scientifico.

Queste malattie, richiedono un focus da parte della comunità scientifica, che analizzi nel dettaglio cosa è capitato nel singolo soggetto e nella collettività. Questo focus può essere solo positivo, poiché darà chiarezza e conoscenza. Non è sufficiente laconicamente affermare che non sappiamo cosa è successo.

Queste famiglie necessitano inoltre di un’attenzione umana e sociale, da parte dei medici, delle istituzioni e della comunità. L’indifferenza non fa che aumentare la rabbia.  A questo proposito ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto per le associazioni pazienti e per i patient advocacy groups. Credo che diano un contributo fondamentale alla medicina e siano da incoraggiare, non scoraggiare.

Ascoltare i pazienti è uno dei compiti del medico. I medici sono gli esperti della salute, ma i pazienti sono coloro che ricevono i trattamenti che i medici somministrano, per tanto hanno tutto il diritto di chiedere, mettere in discussione e soprattutto scegliere.

Il dibattito scientifico sui vaccini è complesso, così come lo è il nostro sistema immunitario ed il corpo umano. Il dottor Berrino ha paragonato questo decreto ad una tortura di un sistema totalitario, in cui si ripetono slogan che rappresentano un’enorme semplificazione della realtà e si minacciano coloro ancora non del tutto persuasi del lavaggio del cervello a cui vengono sottoposti.

Spero che in questa confusione, che ha creato una vera frattura sociale, si possa riprendere un vero dibattito scientifico, che è quello che appassiona e libera la mente. Poiché la medicina deve andare avanti e non si deve mai accontentare dei risultati raggiunti. Spero soprattutto che si possa ridare serenità alle famiglie, che si sentono private del diritto all’informazione e alla scelta.

Per quanto riguarda il diritto alla scelta, continuo a riflettere sul fatto che ogni nostra decisione influenza gli altri, da quando prendiamo la macchina al mattino per andare al lavoro, inquinando l’aria che è di tutti, a quando saliamo in metropolitana col mal di gola, esponendo altri al contagio. Per quanto riguarda i vaccini, questa riflessione dovrebbe tener conto di tutta la popolazione, non solo di quella pediatrica.istock_000019041370_large

Dal punto di vista tecnico, va invece ricordato che questo tema riguarda solo quelle malattie per le quali il vaccino dovrebbe produrre un effetto gregge (no tetano, pertosse, improbabile per meningite, etc) e questo effetto gregge dovrebbe essere scientificamente dimostrato e non solo desiderato. Dal punto di vista giuridico, il diritto dei pazienti che vorrebbero vaccinarsi ma non possono e la cui salute in qualche modo potrebbe dipendere dalla vaccinazioni di altri, si contrappone a quello di chi non vuole essere vaccinato perché teme complicazioni da vaccino o per altre ragioni. Dal mio punto di vista, questi diritti hanno pari dignità e credo che debba essere lasciata libertà di scelta, come per tutti i trattamenti che riguardano il nostro corpo e la nostra salute. In ogni caso, questo è sicuramente un complesso tema di riflessione, che necessita di approfondimenti giuridici e non di frettolosi provvedimenti.

In generale penso che sia questa la differenza tra una tirannia e la democrazia. Nella democrazia i singoli hanno diritto a contribuire liberamente al raggiungimento del proprio bene e del bene pubblico. Nei regimi totalitari il bene pubblico è conosciuto da pochi, che lo impongono ai cittadini, che non sono più visti come protagonisti, ma come sudditi, da comandare, poiché incapaci di riconoscere la giusta strada da percorrere.

Con tutti i limiti della democrazia e pur conscia che la verità non è democratica, continuo a ritenere il sistema democratico il meno peggiore che l’uomo possa produrre.

Infine, vorrei invitare tutti, anche coloro che non hanno figli ad immedesimarsi nella situazione. Provate ad immaginare se foste voi a ricevere una lettera, in cui gli esperti hanno deciso che dovete sottoporvi, per garantire la vostra salute e quella pubblica, a 12 (+X) vaccinazioni (decise ad hoc dai tecnici, adeguate ai vostri rischi e alla vostra fascia d’età) . Pena non poter andare più al lavoro. Per quest’anno. L’anno prossimo potrebbero essere di più, a seconda dei nuovi preparati a disposizione. Il numero verrà deciso da una commissioni di esperti e vi verrà comunicato. Ma dovete farle tutte e, altrimenti in ufficio non si entra. E si paga anche una multa. Così e basta.

È questo il modo con cui vorreste che venga trattato il tema della vostra salute e del benessere della comunità? Questa lettera non è fantasia. È la realtà che stanno vivendo in questi giorni migliaia di famiglie. È così che i medici vogliono far valere le loro buone ragioni? È questo il futuro del rapporto medico paziente?

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/vaccini-lettera-aperta-medico/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Camminare a piedi: benefici per la salute e per l’ambiente

Muoversi a piedi fa bene alla salute e all’ambiente. Ma quanto si deve camminare per avere dei benefici?camminare-a-piedi-benefici

Dalle grandi e trafficate metropoli ai piccoli paesi di provincia la mobilità, oggi, sta cambiando faccia. Sempre più persone, per scelta o per necessità rinunciano ai mezzi di locomozione privati e pubblici per i propri spostamenti quotidiani. E scelgono di camminare a piedi. Ancora più persone, però, fanno questa scelta in modo parziale. Cioè rinunciando ai mezzi solo per brevi tratti di strada, ma più volte al giorno. In entrambi i casi i vantaggi si vedono in breve tempo e chi fa questa scelta difficilmente torna indietro.

Camminare a piedi: i benefici per la salute

Camminare a piedi fa bene, molto bene. Il primo beneficio che noterete sarà una diversa percezione delle distanze: se siete sedentari due chilometri di strada, nella vostra mente, saranno una discreta distanza ma se siete dei camminatori due chilometri saranno più o meno una ventina di minuti di passeggiata di buon passo. Camminare a piedi aiuta poi il cuore e il sistema cardio-circolatorio a restare in forma, specialmente se parliamo di camminata veloce. Per muovere le gambe deve cuore pompare più sangue, i polmoni devono fornire più ossigeno, i muscoli devono attivarsi. Sembra la cosa più banale del mondo ma, altrettanto banalmente, molte persone fanno finta di non capire questi benefici della camminata sulla salute. Camminare a piedi fa dimagrire, a parità di calorie mangiate ogni giorno. Quante calorie si consumano camminando? Onestamente poche: un uomo adulto che sceglie di camminare un’ora al giorno consuma tra le 300 e le 400 calorie in più rispetto a un sedentario, in base al proprio peso corporeo. Ma questo basta per riattivare il metabolismo e iniziare a dimagrire.

Camminare dopo mangiato, poi, aiuta molto a digerire e ad evitare la sonnolenza post pranzo dovuta all’afflusso dei nutrienti nel sangue dopo il pasto.

Camminare a piedi: i benefici per l’ambiente

Anche i benefici per l’ambiente del camminare a piedi sono ampiamente sottovalutati, sebbene siano del tutto scontati. Ogni metro fatto a piedi (o in bicicletta o altro mezzo a “propulsione umana”) è un metro non percorso con un mezzo che consuma carburante o elettricità (in caso si utilizzi la metro o il tram). Con conseguente riduzione di emissioni di CO2.

Se la vostra distanza casa-lavoro è uguale o superiore ai quattro o cinque chilometri, siamo onesti, andare a piedi è dura. Non solo per la distanza, ma anche per i tempi di percorrenza. Non possiamo camminare quattro ore al giorno per andare e tornare da lavoro. Ma se abitiamo ad un paio di chilometri dall’ufficio, dal negozio, dalla fabbrica allora si può fare. E spesso i tempi di percorrenza si equivalgono: pensate a quanto tempo perdete a cercare parcheggio o ad aspettare autobus, metro, tram. E se quei due o tre chilometri sono molto trafficati potete star certi che, per percorrerli in auto, consumerete un bel po’ di carburante rilasciando in atmosfera anidride carbonica, particolato, polveri fini e una infinità di altre sostanze dannose per l’ambiente. Camminare a piedi, poi, è una scelta di civiltà ed un esempio per gli altri che, vedendo voi che andate a piedi, capiranno una cosa: si può fare.

Quanti passi al giorno

La prima domanda da farsi, prima di scegliere di camminare a piedi, è quella relativa alle distanze da percorrere sulle proprie gambe quotidianamente. C’è chi dice che bastano 5.000 passi al giorno per avere grandi benefici, c’è chi dice che servono 10.000 passi al giorno. Chi ha ragione?

Entrambi: se non siete abituati a muovervi a piedi, infatti, cinquemila passi al giorno sono già un bel traguardo. Una volta raggiunto stabilmente tale traguardo non tarderà molto prima che vediate sul vostro fisico, sul vostro umore e sul vostro modo di affrontare la giornata notevoli cambiamenti. Quando i cinquemila passi saranno per voi la norma passare a diecimila non sarà facilissimo, ma sarà il vostro traguardo successivo che vi porterà ad ulteriori vantaggi.

Come misurare i passi

Per contare i propri passi ci sono principalmente due metodi: o vi affidate all’elettronica o ve li calcolate da soli in base alle distanze percorse. Entrambi i metodi, va precisato, hanno margini di errore anche grandi da accettare. Se scegliete la “soluzione smart” le opzioni più diffuse sono due: le app contapassi per smartphone e gli smartwatch con funzioni per lo sport. Di app per contare i passi ce ne sono ormai decine e, sempre più spesso, i cellulari di gamma media e alta ne integrano già una preinstallata. Il consiglio, in questo caso, è di usare quella: una app di terze parti va ben tarata e non offre sempre la stessa affidabilità sugli smartphone di tutte le marche. Dovete trovare quella adatta al vostro, facendo più tentativi. Con gli smartwatch, invece, tutto è più semplice perché il contapassi è una delle funzioni base di questi apparecchi. Il consiglio, se è questa la vostra scelta, è di fare riferimento alla guida ai migliori smartwatch per lo sport del 2017 su Gadgetblog. Se invece volete calcolare da soli i vostri passi non vi resta altro che misurare la distanza percorsa con ogni vostro passo. Il consiglio è di prendere una misura fissa e sicura, come cinque o dieci metri, e contare quanti passi fate per percorrerla a piedi. A questo punto dividete la distanza che siete certi di aver percorso a piedi in un giorno (ad esempio casa-lavoro e ritorno) per la distanza percorsa con ogni singolo passo.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

Onu: “I pesticidi sono inutili e uccidono 200.000 persone ogni anno”

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi chimici sono largamente utilizzati dall’agro-industria da svariati decenni. Prodotti ed applicati nei paesi industriali, sono ormai esportati ed imposti anche nei paesi così detti in via di sviluppo attraverso le stesse aziende produttrici, che si propongono come banche, fornitrici di sementi, fornitrici di agrochimici, acquirenti dei prodotti finali e formatori professionali, in barba al libero mercato.pesticides

Uno dei motivi principali del loro uso è quello di incrementare la produttività delle colture, un tema molto caro anche al mondo dello sviluppo internazionale, viste le proiezioni demografiche, che prevedono un incremento significativo della popolazione mondiale nei prossimi trent’anni, e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. La produttività è legata anche all’aumento della redditività per gli imprenditori agricoli, sia in Occidente che nei paesi in via di sviluppo. Il mantra è rimasto invariato per decenni: per sopperire alla domanda di cibo crescente e renderla accessibile al più grande numero di esseri umani è necessario usare pesticidi e fertilizzanti chimici in grandi quantità. Tuttavia, è comprovato scientificamente che l’uso di pesticidi chimici degrada l’ambiente e le specie animali, e non solo quelle che vivono in prossimità dei campi irrorati, perché aria, acqua, insetti e uccelli trasportano i composti chimici per migliaia di chilometri. Il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Stato della scienza sugli  interferenti endocrini, dichiara  che una serie di comuni prodotti chimici di uso quotidiano, pongono gravi problemi di salute tra cui il cancro, asma, riduzione della fertilità e anche difetti di nascita. La salute umana dipende da un buon funzionamento del sistema endocrino che regola il rilascio di alcuni ormoni che sono essenziali per le funzioni quali il metabolismo, la crescita e lo sviluppo, il sonno e l’umore. Tra i composti nocivi vi sono anche i pesticidi, collegati a diversi disturbi ormonali nelle donne e negli uomini, come i fibromi uterini, l’endometriosi, l’ipotiroidismo e la sindrome di Hashimoto, l’ipospadia e il cancro alla prostata, per citarne solo alcuni.1450513463_92abf89916_b

Il mese scorso (marzo 2017) un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha assestato un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso dei pesticidi sia necessario per garantire la produttività delle culture e dunque l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di azzerare il numero di persone denutrite. L’ONU sostiene che il problema della denutrizione sia causato da ineguaglianze e dunque sia fondamentalmente un problema di distribuzione, non di quantità. L’organizzazione continua lanciando pesanti accuse all’industria agro-chimica, tacciata di “negare sistematicamente i danni (causati dai pesticidi, ndr)” che invece causano “danni catastrofici sull’ambiente, la salute umana e la società; di usare “tattiche di marketing aggressive e immorali”; e di operare pesanti pressioni sui governi che hanno “ostacolato riforme e paralizzato le restrizioni internazionali sui pesticidi”. I pesticidi usati in agricoltura, emerge dal rapporto, causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Una ricerca francese pubblicata a marzo 2017 sulla rivista scientifica peer-reviewed Nature Plants sembra dare il colpo di grazia a questo falso mito. Lo studio prende in esame quasi 1000 aziende agricole francesi che utilizzano quantità ingenti o viceversa, scarse, di pesticidi e ha rilevato che il 94% delle aziende non subirebbe un calo di produttività se tagliasse l’uso dei pesticidi, anzi, due quinti delle aziende aumenterebbero la produttività riducendoli, secondo il Guardian che oggi riporta la notizia (“Farms ‘could cut pesticides without loss’”, 7 aprile 2017). Per quanto riguarda l’uso specifico di insetticidi, così nocivi per le api che garantiscono il perpetuarsi della vita sulla Terra, lo studio afferma che un uso ridotto comporterebbe un aumento di produzione per l’86% delle aziende e che nessuna azienda ridurrebbe la quantità prodotta. Inoltre, il 78% delle azienda manterrebbe o aumenterebbe la propria redditività (ibidem).Tractor-spraying-pesticide-128Kb

Il problema, evidenziato anche dai ricercatori, è che l’agro-chimica monopolizza il settore non solo per quanto concerne la vendita di pesticidi e l’acquisto dei prodotti coltivati, ma anche per quanto riguarda la formazione degli agricoltori, che di conseguenza ignorano le alternative disponibili, efficaci ed economicamente efficienti, pensando che la chimica sia la sola opzione disponibile. Uno di questi pesticidi, il Chlorpyrofos, oltre a inquinare le acque italiane, è oggetto di diatribe legali proprio in questi giorni negli USA, dove l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) si rifiuta di bandirlo nonostante le proprie ricerche, pubblicate a novembre 2016 (quando Obama era ancora presidente) abbiano comprovato che incrementa del 140% il rischio di disturbi dello sviluppo nei bambini. Il nuovo capo di EPA è Scott Pruitt, legato al neoeletto Presidente Donald Trump, entrambi negazionisti del cambio climatico. Il glifosato, tra gli altri, sta causando gravissimi problemi ambientali e di salute in Costa Rica, come denunciano da molti anni le organizzazioni locali e da Transparency International. In Italia, la contaminazione da glifosato  interessa il 63,9% delle acque superficiali e il 31,7% delle acque sotterranee, nonostante gli esperti della Fondazione Mach  lo avessero negato o sminuito quando interpellati  dal quotidiano L’Adige nel 2014. I pesticidi sono eccezionalmente dannosi per gli ecosistemi e fortemente sopravvalutati per quanto riguarda la lotta alla fame. Il cittadino che sceglie di produrre e comprare prodotti biologici, magari rinunciando a qualcos’altro di meno importante, può contribuire a formare quella massa critica necessaria per cambiare gli equilibri di potere, preservare gli ecosistemi e proteggere il proprio sistema endocrino, fondamentale per la salute riproduttiva, mentale e psicologica.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/onu-pesticidi-inutili-uccidono/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Remedia, la filiera etica e locale delle piante medicinali

Una realtà imprenditoriale innovativa che realizza prodotti erboristici e cosmetici naturali, che coltiva e rispetta le proprie piante e i processi produttivi, che pratica la sociocrazia e diffonde un concetto di lavoro che va di pari passo con la bellezza. Tutto questo è Remedia, realtà romagnola simbolo di un’imprenditoria che cambia. Remedia è un’azienda agricola che coltiva con il metodo bioenergetico piante officinali, le raccoglie e le trasforma in preparati erboristici e in prodotti per la cosmesi naturali. Nasce negli anni novanta dalla visione e dall’incontro (di vita e di amore) di Lucilla Satanassi e Hubert Bosch, in occasione di un convegno sull’utilizzo dell’omeopatia in agricoltura. I due sin da bambini hanno avuto un forte legame con la natura, specialmente con gli alberi e le erbe.

Nel 1992 hanno cominciato questa attività nel podere dei genitori di Lucilla e oggi, dopo venticinque anni, Remedia è un’azienda “a misura d’uomo” che conta ventotto persone in organico, attenta al benessere dei propri collaboratori che sono liberi di gestire al meglio il proprio tempo lavorativo, che usa la sociocrazia come metodo decisionale e impegnata da sempre nella diffusione del messaggio delle piante, riconoscendo l’importanza delle forze invisibili in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale.

Che cosa fa Remedia

L’azienda Remedia si trova in un podere esposto a sud nell’appennino tosco-romagnolo, precisamente a Quarto di Sarsina in provincia di Forlì-Cesena. Il terreno è grande circa venti ettari, di cui sette coltivabili, il resto è bosco. Oltre il podere, Remedia ha in affitto altri terreni su cui coltivare le piante officinali. Realizza circa milleduecento prodotti in gran parte erboristici utili al benessere,tra cui spiccano lo Spirito degli Alberi,  i Fiori di Bach, i gemmoderivati, gli olii essenziali, ma anche tisane, oleoliti, estratti idroalcolici e altri tipi di estratti, e la bellezza con un settore dedicato alla cosmesi naturale. Oltre a questi prodotti, Remedia realizza delle miscele personalizzate: “Abbiamo un contatto diretto sia con persone che sono nostri clienti affezionati, sia con i nuovi” ci racconta Hubert Bosch “cerchiamo di consigliarli direttamente affinché possano diventare indipendenti nell’attenzione e nei rimedi da attuare per il loro benessere”.10525911_753155188063797_2157581847116323343_n

I punti fondamentali di Remedia

La missione primaria di Remedia è quella di diffondere il messaggio delle piante tramite la diffusione della conoscenza appresa da esse, per questo scopo Hubert e Lucilla hanno scritto dei libri e tengono corsi, seminari e conferenze anche all’estero. Uno dei punti più importanti legati a Remedia è la qualità delle piante e dei prodotti ricavati da esse: “Noi non facciamo irrigazione se non di soccorso” ci spiega Hubert “ciò significa che raccogliamo di meno rispetto a chi fa un altro tipo di coltivazione, però l’erba ha tutta un’altra forza e concentrazione che è garantita anche dalle nostre continue ricerche sulle varietà e sui loro possibili utilizzi. Inoltre secondo la nostra visione, le piante officinali non agiscono principalmente tramite principi attivi ma attraverso il messaggio che rappresenta la pianta: noi lavoriamo molto su questo, secondo noi il tipo di agricoltura ha un’ influenza diretta sul tipo di pianta che cresce ed ecco perché abbiamo scelto il metodo bioenergetico. Forza e chiarezza sono due principi fondamentali. La trasformazione delle erbe avviene appena raccolta la pianta, aspettare già delle ore implica una perdita del messaggio che le piante vogliono comunicare. Sul messaggio che le piante vogliono comunicarci, è importante capire anche che il nostro atteggiamento è fondamentale, ci deve essere una fiducia e una tranquillità di base da parte delle persone.13620876_1114118578634121_5467090609060905286_n

Il lavoro: il tempo, la sociocrazia e l’influenza sul prodotto

In Remedia “il lavoro è considerato un percorso di realizzazione personale a misura d’uomo in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale”. È per questo che come realtà imprenditoriale, Remedia dimostra anche un’attenzione e una sensibilità particolare al significato del concetto di lavoro. Secondo Hubert e Lucilla, è necessario lavorare il più possibile sull’avere un posto di lavoro il più armonico possibile, in quanto l’efficacia dei preparati di Remedia è direttamente collegata al benessere armonico del luogo in cui vengono realizzati. Ecco perché i collaboratori di Remedia sono liberi di decidere quanto lavorare e ci sono diverse persone che hanno scelto il part-time spontaneamente. Particolare attenzione è dedicata al processo decisionale all’interno dell’azienda: Remedia ha introdotto negli ultimi tre anni all’interno del proprio gruppo di lavoro la sociocrazia, un metodo decisionale basato sui valori della sussidiarietà, della trasparenza e dove ogni decisione strategica viene raggiunta tramite l’ascolto e la partecipazione di ciascuno dei membri del gruppo di lavoro.

Obiettivi e cambio di visione

Ci racconta Hubert che “forse la gioia più grande è quella di poter dare alle persone il messaggio che si può vivere in un altro modo: ormai credo che in Italia il sentimento di voler cambiare vita sia molto forte tra le persone. Il nostro esempio vorremmo che dimostri che si può fare economia in un modo diverso, noi ci confrontiamo giornalmente con le difficoltà (tra cui la burocrazia gioca un ruolo primario) ma testimoniamo che ce la possiamo fare anche con queste e speriamo che anche altri possano ripetere la nostra esperienza con un loro percorso. Diverse persone che sono passate di qui e hanno collaborato in passato con noi oggi lavorano individualmente o con altre realtà, per noi questa è una grande soddisfazione e realizzazione professionale. Noi non abbiamo segreti, pubblichiamo anche le formule dei nostri prodotti: vogliamo davvero che il nostro messaggio si diffonda il più possibile”.419672_340282929351027_284347715_n

In conclusione del nostro incontro, Hubert ci descrive come è cambiata nel corso degli anni la sensibilità delle persone sul mondo legato a Remedia e alle sue attvitità: “In passato, dopo due anni dalla nostra nascita, io e Lucilla di giorno coltivavamo le piante e di sera andavamo al mare a vendere i nostri preparati nelle bancarelle e nei mercati della riviera romagnola. Allora le persone che si fermavano al nostro banchetto, ci domandavano letteralmente: ma cos’è questa roba?! Era una gran fatica spiegare di cosa stavamo parlando e cosa realizzavamo. Oggi è tutto molto più semplice, la sensibilità riguardo al tema del benessere naturale è aumentata esponenzialmente, così come abbiamo notato che in questi ultimi tre anni c’è stata un’accelerazione enorme del cambiamento. Le persone sono sempre più pronte, è arrivato il momento in cui dobbiamo  decidere da che parte stare e non farci schiacciare dalla pigrizia e dall’illusione della sicurezza economica, mito che tra l’altro non esiste. Per noi rimane importante incoraggiare le persone, e facciamo del nostro meglio per farlo insieme a tante altre piccole realtà. Ecco perché la rete e il fare rete è sempre più importante tra le realtà che lavorano per realizzare un mondo nuovo”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-165-remedia-filiera-etica-locale-piante-medicinali/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Auto a gasolio: noi soffochiamo e i “decisori” prendono tempo

Giovanni Peronato, dell’associazione di medici e operatori sanitari “No Grazie Pago Io”, propone un’accurata disamina dell’impatto delle auto a gasolio sull’ambiente e sulla salute e una denuncia dell’immobilismo dei governi.9511-10267

«Grazie all’intuito dell’anestesista John Snow, il colpevole era stato alla fine scoperto; era stata la pompa d’acqua di Broad Street a spargere il colera per Londra, migliaia di persone erano morte, ma non ci fu sanzione, e passata l’epidemia la pompa riprese a funzionare. Robin Russel-Jones, di Help Rescue the Planet, una no-profit che opera sensibilizzando i cittadini sui cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico, prende a paragone le vicende della Londra di metà ‘800 per descrivere l’inerzia dei governi nei confronti dei motori diesel. Il titolo dell’articolo apparso su BMJ è già un proclama di guerra: dirty diesel.(1)

Oggi si sa che i motori a gasolio sono il maggiore responsabile dell’inquinamento ambientale da traffico nelle nostre città. Il colpevole è stato individuato, ma le azioni conseguenti stentano ad arrivare. Alla fine del secolo scorso (meno di vent’anni fa) in Gran Bretagna non più del 10% del parco macchine montava un motore diesel, mentre oggi, come del resto in Europa, il gasolio predomina. In Italia, ad esempio, questo tipo di automobile rappresentava nel 2015 più del 55% delle nuove immatricolazioni, cresciute l’anno dopo ancora del 17%. Questa ascesa è stata favorita in parte dagli allettanti prezzi del carburante (solo inizialmente, oggi non più), ma soprattutto dalla migliore performance del motore. Più efficienza, si sosteneva (qualcuno sostiene ancora oggi) uguale meno inquinamento. In effetti un motore diesel ha un rendimento relativamente elevato pari al 25-30% (il resto è dissipato nell’ambiente come calore e fumi di scarico). Emette il 15-20% di meno di CO2 per Km percorso rispetto ad un motore a benzina, che oltretutto ha un rendimento minore, attorno al 15-20%. Ma il prezzo da pagare è una emissione di NO2 4-5 volte sopra i limiti europei e un inquinamento da polveri sottili (residui carboniosi, che poi contribuiscono più della CO2, a parità di massa, al riscaldamento globale). Ma non basta. Nel settembre 2015 si è scoperta negli USA la presenza di una modifica illegale operata da Volkswagen attraverso software che alterano i test ufficiali di emissione degli scarichi. Questo ha permesso (sembra dal 2008) di vendere auto con emissioni fino a 40 (quaranta) volte i limiti ammessi dalle leggi federali. Scuse ufficiali al governo e ai consumatori, perdita di immagine e patteggiamento per 15.3 miliardi di dollari. Non c’è da stare tranquilli. Bosch, il produttore del software incriminato, fornisce attualmente tecnologia e centraline a gran parte delle case automobilistiche. È notizia di questi giorni che l’EPA (U.S. Environmental Protection Agency) avrebbe aperto un contenzioso anche con FCA e che in Francia il colosso Renault trema per lo stesso motivo: alterazione dei dati di emissione. Andando a leggere quanto rivelato dalla stampa sembra che il motore diesel abbia una curiosa peculiarità. Presenta emissioni contenute se testato dalla ditta produttrice, a temperatura e umidità costanti su un banco di laboratorio; si comporta ben diversamente se controllato su strada, magari da tecnici indipendenti e in condizioni atmosferiche avverse. Buono in laboratorio, cattivo nella vita reale, un poco come alcuni farmaci che funzionano benissimo negli RCT super controllati e super randomizzati, ma poi si rivelano meno efficienti nella vita reale. D’altra parte, si controbatte, il controllo su banco con metodica standardizzata è il solo metodo che permette il confronto fra i vari motori. In agosto 2016, raccolti i dati della commissione di inchiesta voluta dal governo francese a seguito del dieselgate americano, la stessa ministra dell’ambiente Segolène Royal concludeva in modo sibillino che “non è stato provato l’uso di dispositivi illegali, ma questo non esclude la possibilità…” Alcuni membri della commissione indipendente avrebbero poi raccontato al Financial Times che alcuni dati dei test su 86 modelli circolanti di varie case produttrici sarebbero stati omessi, in particolare quelli della Renault Captur, se non altro per non evidenziare il palese conflitto di interessi del governo francese controllore e controllato, come primo azionista del gruppo Renault- Nissan. Gli stessi investigatori francesi avrebbero rilevato un software denominato Trap (trappola) che cattura i NOx durante i test su banco e ne libera invece una quantità fino a 10 volte superiore durante la circolazione su strada.(2)

In Europa sarebbe difficile un dieselgate come in USA, con multe di alcuni miliardi di dollari. Qui da noi, infatti, secondo l’Ong T&E (Transport & Environment), una volta testati i motori dalle singole ditte produttrici e forniti i dati di emissione, non ci sarebbe virtualmente possibilità che un controllo su strada ne contesti la performance. Capita talora che il test e l’approvazione vengano effettuate dalla stessa organizzazione. Su questo punto la legislazione europea è carente, manca la possibilità concreta di richiamare un veicolo inquinante e farlo modificare dal produttore. Così la FIAT 500X, pur se omologata in classe euro6, avrebbe emissioni di ossido d’azoto quindici volte sopra la norma. Sempre secondo una indagine pubblicata nel settembre 2016 da T&E su 230 modelli europei, risulta che 4 su 5 auto euro5 (immatricolazioni 2014/15) sarebbero fuori legge per emissioni di NOx tre volte la norma (180g/1,000km), come anche 2/3 di euro6 immatricolate nel 2016 (limite 80 g/1.000km). In Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia circola ben il 69% dei 50 modelli euro6 più inquinanti.(3) Il presidente dei costruttori francesi di automobili Christian Peugeot ha dichiarato recentemente a Le Monde che quella automobilistica è un’industria sporca e che i nuovi diesel rispettosi degli standard attuali non potranno essere pronti prima del 2020.(4)

Abbiamo visto i dati sconfortanti delle emissioni di ossidi di azoto (NOx) e se a questi sommiamo il CO (da inevitabile cattiva combustione) e le polveri sottili (ottimo veicolo per assorbire una marea di elementi inquinanti e veicolarli fino agli alveoli polmonari), i risultati sulla nostra salute non possono essere che disastrosi. L’inquinamento dell’aria ha comportato in Gran Bretagna una mortalità prematura annua seconda solo all’uso del tabacco, con 29mila casi attribuiti al particolato e 23mila agli ossidi di azoto. Gli stessi agenti inquinanti, secondo il Collegio del pediatri inglesi, hanno prodotto 40mila decessi infantili in più all’anno.(1) Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, l’Italia nel 2012 ha avuto il record di decessi prematuri per inquinamento, 84.400 su un totale di 491mila a livello Ue.(5)

Tra gli inquinanti emessi dalla combustione (riscaldamento, automobili) ci sono anche i PAH (idrocarburi aromatici policiclici), dei quali il più noto è il cancerogeno benzopirene. Nel 2015 l’88% della popolazione urbana europea è stata esposta a livelli superiori ai limiti suggeriti dall’OMS. In Veneto, la regione di chi scrive, l’ARPA ha rilevato l’esposizione a benzopirene tramite il monitoraggio su 18 stazioni di campionamento di PM10. Nel 2015 i valori soglia sono stati superati nel 72% dei casi.

Alla conferenza internazionale sul clima di Parigi, nel dicembre 2016, i sindaci di Mexico City, Madrid ed Atene, unitamente a quello di Parigi stessa, hanno annunciato il bando dei motori diesel nelle loro città entro il 2025. Sarà vero?(6) Può essere un timido inizio, come i 9 bus a celle di idrogeno che circolano a Londra, contro i 9300 a gasolio.(1)

Ma non ci sarà soluzione al problema finché il diesel continuerà a circolare nelle città. A tutt’oggi non sembrano esistere scelte radicalmente alternative proposte dall’industria automobilistica, se non il palliativo dei motori ibridi, meno inquinanti ma meno efficienti. Quelli elettrici e ibridi plug-in scontano al momento costi non competitivi, oltre a limiti notevoli su autonomia e punti di rifornimento. Il motore a cellule di idrogeno sembra ancora fantascienza. È difficile che l’industria automobilistica investa cifre consistenti nella ricerca (magari gli enormi profitti ottenuti dalla vendita dei motori diesel), ma potrebbe farlo se indotta da norme sempre più restrittive che stentano ad arrivare. Per ora dunque la pompa di Broad Street rimane aperta».

Per chi è interessato alle tematiche ambientali, si segnala che su ogni numero delle Pagine Elettroniche di Quaderni ACP  è presente almeno un articolo su questi argomenti.

  1. Robin Russel-Jones. Dirty Diesel. BMJ 2016;355:i6726
  2. http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-08-23/dieselgate-renault-ue-chiede-governo-francese-dati-

test-86-modelli-auto-205007.shtml?uuid=AD8D398

  1. https://www.transportenvironment.org/publications/dieselgate-who-what-how
  2. http://www.lemonde.fr/automobile/article/2017/01/13/renault-fiat-chrysler-et-les-autres-6-questions-sur-la-nouvelle- saison-du-dieselgate_5062368_1654940.html
  3. http://www.lastampa.it/2015/11/30/italia/cronache/in-italia-il-record-europeo-di-morti-per-inquinamento- bsgdSfGmEL1FUvwOqtuc1N/pagina.html
  4. http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/inquinamento/2016/12/02/sindaci-4-metropoli-via-diesel-da-centro-citta- entro-2025_eab0286b-7f1f-4cce-8828-b01f05cf0b2f.html

Fonte: ilcambiamento.it

eBook - Trivelle Insostenibili - pdf
€ 4.9899

Inquinamento e Salute dei Bambini
€ 19

associaz

Armonie Animali: veterinari a servizio della salute globale

Una rete italiana di veterinari impegnati per promuovere la salute degli animali tramite un approccio sistemico che connetta la salute animale, ambientale e umana al fine di porre le basi per una Medicina Veterinaria personalizzata, etica e sostenibile. È questo l’obiettivo di Armonie Animali. Armonie Animali è il primo network di veterinari in Italia che integra l’approccio scientifico con le Medicine non Convenzionali (MnC) e l’approccio sistemico. Uno dei punti base di Armonie Animali è il concetto One Health, che connette la salute animale, ambientale e umana verso un’unica strategia volta a creare una medicina veterinaria rinnovata, etica e sostenibile, dove le patologie animali vengono affrontate non solo con l’utilizzo di farmaci o rimedi omeopatici ma valutando anche i fattori ambientali, sociali e psico-emozionali.

“In Italia abbiamo una grande quantità di Pet, di animali da compagnia, in Italia sono sessanta milioni” ci spiega Pietro Luciano Venezia, medico veterinario della rete di Armonie Animali e co-fondatore dell’iniziativa “e di questi sessanta, circa quindici milioni sono cani e gatti. Sono numerose le questioni che nascono approfondendo questo dato: bisogna capire come relazionarsi con questi animali, che sono sempre più membri della famiglia e non sono animali, di come curarli e di come alimentarli. Spesso noi siamo portati a porre giustamente l’accento su altri allevamenti e ci scordiamo che qui stiamo parlando di uno dei più grandi allevamenti di predatori che ci sia in Italia. Il che pone anche questioni ambientali molto importanti, a partire dall’alimentazione”.

Perché Armonie Animali

Secondo Stefano Cattinelli, anche lui medico veterinario e co-fondatore di Armonie Animali, è stata la spinta dall’esterno una delle prime cause che ha accelerato la nascita del network di veterinari, mappati su scala regionale sul sito; a dicembre 2016 il numero dei veterinari iscritti era di cinquantadue (l’associazione è nata nell’estate del 2016) . L’obiettivo fondamentale è infatti quello di riunirsi sistematicamente per discutere di diversi argomenti (Italia Che Cambia ha già seguito il primo convegno nazionale di Armonie Animali il 10 e 11 dicembre 2016, dedicato all’alimentazione) per poi poter aprire al pubblico questi argomenti che stanno suscitando un interesse sempre maggiore tra le persone. La rete è composta da professionisti che da decenni si occupano di questi argomenti, e si pone l’obiettivo di proporre delle soluzioni sostenendo la salute globale partendo dal benessere dell’animale, dalle scelte alimentari e dalla riduzione di terapie chimiche che inquinano l’ambiente. Formazione e informazione vanno di pari passo per mettere in luce delle problematiche alle quali spesso non pensiamo.15420823_1811566959090855_388098997509168595_n

Il convegno organizzato da Armonie Animali qualche mese fa


Le problematiche ambientali, sociali e umane

La salute umana è inestricabilmente connessa tra la salute sociale, ambientale e umana. Non sono legami sconnessi. Quando si parla di animali oggi, si parla di milioni di essere senzienti: in Italia abbiamo cinquecento milioni di polli, sessanta milioni di animali da compagnia, nove milioni di maiali, dodici milioni tra capre e pecore e circa dieci milioni di bovini. Riferendoci solo ai Pet, a seconda di quello che cane e gatti mangiano io muovo un sistema, che è sia economico che un sistema sociale e ambientale. “A seconda dove vanno i soldi che escono dal mio portafoglio, io posso tenere in piedi un sistema patologico che è legato alla deforestazione, al land grabbing e a molti altri temi spinosi” ci spiega Pietro Venezia “altrimenti scelgo un’altra strada: è chiaro che se il mio cane viene alimentato ad esempio con scarti di macelleria che vengono da allevamenti o produzioni bio per l’alimentazione vegetale, chiaramente io sposto l’asse in una direzione più sana, che potrebbe permettere anche a chi ha terra di poter produrre del cibo per gli animali. Fino ad oggi è come se cani e gatti non sporcassero, non importa quello che mangiano, è come se vivessero su una nuvola ma bisogna proprio cominciare a parlarne”. L’obiettivo di Armonie Animali è proprio quello di far incontrare i veterinari di tutta Italia per poter trovare insieme delle soluzioni che non siano solo di opposizione, ma anche propositive.

La relazione uomo-animale: le costellazioni familiari

 

Stefano Cattinelli all’interno di Armonie Animali si occupa specificatamente della relazione che la persona ha con il proprio animale. “Abbiamo realizzato il nostro primo convegno proprio sull’alimentazione animale, perché il semplice comprare le crocchette per il proprio cane o gatto è un gesto distratto che necessita di un cambiamento e di una presa di coscienza, e questo cambiamento avviene all’interno della relazione” ci racconta Stefano. “Iniziare a fare da mangiare al proprio animale significa stare maggiormente dentro alla sua salute e dentro la relazione. Sostenere la responsabilità all’interno della relazione con il proprio animale per me è fondamentale”.

Quando un’animale entra in casa avviene sempre un cambiamento: “La mia esperienza professionale mi ha spinto anche verso le costellazioni familiari per gli animali: in questa esperienza mi sto accorgendo sempre di più che l’animale assume un ruolo che porta al movimento interiore della persona che si relaziona con lui, è un essere che accompagna la crescita della persona. Nell’esperienza delle costellazioni si può scoprire come l’animale attraverso il suo disagio cerca di far cambiare e di far muovere l’interiorità umana verso una nuova posizione. Questo è molto bello, la persona tramite questo lavoro si rende conto del valore spirituale che ha l’animale e dunque prende coscienza c del ruolo importante che ha anche nella sua interiorità”.

Ci resta una considerazione finale che faccio da ospite del primo convegno nazionale di Armonie Animali: vedere questi professionisti riuniti insieme, da tutta Italia, mi ha emozionato profondamente. Approcci spesso molto diversi nelle relazioni, discussioni difficili su argomenti spinosi non sono mai sfociate in contrapposizioni sterili, bensì in veri dibattiti così profondi da coinvolgere (lo ammetto) un perfetto ignorante dei temi trattati come il sottoscritto: mi è sembrato un contesto dove davvero la ricerca della diversità fa rima con la voglia di arricchirsi. È anche uno dei nostri pilastri della nostra esperienza, e auguriamo lunga vita a questa nuova e originale, bellissima rete.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/io-faccio-cosi-158-armonie-animali-veterinari-servizio-salute-globale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ambiente, salute e sostenibilità entrano a scuola

Una scuola con menù vegetariano/vegano e una grande attenzione al rispetto dell’ambiente. Esiste ed è alle porte di Roma, si chiama La tribù del sole. Scopritela con noi.9477-10218

Alle porte di Roma, immersa  nel parco del Veio, nasce la scuola Tribù del Sole, basata sulla pedagogia steineriana, sul metodo montessoriano, sullo stile libertario e sull’outdoor education. Questa scuola, in Decrescita felice, ha scelto di adottare un menù vegetariano tendente al vegano, e di compiere scelte in un’ottica di rispetto per l’ambiente e per gli esseri che lo popolano. Cercano di autoprodurre il più possibile, dai dolci, al pane, alla pizza, ma anche estratti, germogli, erbe officinali, erbe aromatiche e quanto il loro piccolo orto sinergico può offrirgli. A parlare della Tribù del Sole è la  giovanissima co-fondatrice della scuola, Giada Prata.

Perché avete scelto di adottare per tutti un menù vegetariano tendente al vegano?

Sia io che Paola Rusconi, la co-fondatrice della scuola, che le  maestre che collaborano, siamo molto sensibili all’argomento sia in termini di salute che etici. Da quando la scuola è iniziata  siamo entrati in contatto con le abitudini alimentari delle famiglie e ci ha fatto riflettere come, proponendo in mesa  piatti con prodotti animali, ci fosse un sovraccarico di proteine animali nell’arco della giornata. Così dopo il confronto con il nostro pediatra e alcuni nutrizionisti abbiamo deciso adottare un menù vegetariano tendente  al vegano. Questa scelta è stata accolta con un grande entusiasmo, aiutando talvolta alcune famiglie a fare un percorso di consapevolezza, forti del fatto anche che questa scelta alimentare  ha portato a cambiamenti positivi ed evidenti nei bimbi stessi. Questa scelta comporta la libertà di gestire le proteine animali nelle modalità che ogni famiglia senza creare un sovraccarico. Allo stesso tempo sarà un’occasione per i genitori per mettersi in discussione, per informarsi e perché no, magari fare scelte più consapevoli.

Che altre motivazioni ti hanno spinto a fare questa scelta?

Le motivazioni che ci hanno portato a compiere questa scelta sono dovute al fatto che noi educhiamo al rispetto alla vita, di ogni essere vivente. Il fatto di mangiare degli animali portava ad una sorta di ipocrisia pedagogica in quello che noi stavamo conducendo perché noi dicevamo al bimbo , qualora se ne presentasse l’occasione, di accompagnare  qualsiasi insetto lui trovasse fuori dalla finestra con gentilezze e senza fargli del male. Servendogli poi mucca o  pesce nel piatto, questi nostri insegnamenti crollavano come un enorme castello di carta.  Alcuni bimbi hanno coscienza che ciò che hanno nel piatto è un animale, altri lo negano. Lo negano perché il mondo dei grandi fondamentalmente dice tante bugie perciò loro vivono in una sorta di realtà quasi parallela per cui c’è una negazione del fatto che ciò che hanno nel piatto è un essere vivente . E’ una menzogna chiaramente, vivono nella menzogna.  Io credo che si debba vivere nella verità qualsiasi essa sia e poi dopo rispettare qualsiasi tipo di scelta che venga  fatta in relazione a quella verità. Perché ci sono bimbi che dicono che gli animali non si dovrebbero mai mangiare, altri che dato che sono solo animali si possono mangiare. Per me ogni loro scelta è una scelta da rispettare.

Sulla scia di questa scelta etica quali attività fate?

Cerchiamo di autoprodurre il più possibile, coinvolgendo i bimbi nelle nostre autoproduzioni. Facciamo un ottimo gelato con il latte di mandorla, lievitati e snack senza olio di palma, germogli e dolci. Da noi sono bandite le visite in fattorie, delfinari, zoo o circhi, dove gli animali sono relegati e imprigionati. Preferiamo ammirare la natura, e gli animali in libertà, nelle nostre passeggiate nel parco naturale del Sorbo. Inoltre, gli avanzi della nostra mensa, nella misura in cui questo è possibile, li portiamo agli animali abbandonati.

Che attività fate basate sul rispetto dell’ambiente?

Al di là delle singole attività il nostro intero fare educativo è volto e permeato dall’idea del  rispetto di tutto ciò che ci circonda, delle creature che lo popolano, degli esseri umani nelle loro varie diversità e animali. Questo nostro sentire viene  dalla pedagogia Waldorf che propone a livello educativo una continua interazione dell’uomo con il mondo animale, vegetale , minerale e che gli dà l’idea di come egli sia intessuto in un sistema e che non sia da solo nel mondo. Un’altra attività per noi importate sono le passeggiate nella natura, che noi chiamiamo anche passeggiate ecologiche dove mettiamo il focus sull’intruso che troviamo nell’ambiente che può essere un rifiuto come una cartaccia, un tappo. E  in più di una circostanza i bimbi hanno dimostrato un disappunto nel trovare inquinamento lungo la strada. Inoltre  leggiamo fiabe dedicate alla tematica ambientale. Sapendo che la fiaba è un incredibile mezzo di comunicazione all’interno della relazione educativa,  la usiamo anche come strumento . Talvolta le  fiabe  si trasformano in laboratorio teatrale.

In che modo gestite il riciclo e gli sprechi?

Gran parte dei nostri lavori sono fatti con materiale di riciclo, non solo riciclando il materiale all’interno della scuola ma chiediamo ai genitori di recuperare oggetti e materiali che altrimenti andrebbero gettati.  Questo dà  l’idea ai bimbi che una cosa non debba morire ma che possa dare vita a nuove cose egualmente belle e funzionali , attività che tra l’altro sviluppano la loro creatività. Limitiamo al massimo l’uso della plastica, nulla di usa e getta e utilizziamo per quanto possiamo materiali biodegradabili.  Propositi per l’anno prossimo è organizzare un gruppo di acquisto per acquistare pannolini biodegradabili. Inoltre facciamo compost con i cibo e utilizziamo detersivi con marchio vegan ok.

In base a quale criteri scegliete le aziende che orbitano attorno a voi?

Le scegliamo in base a principi etici: un’azienda che collabora con noi deve avere un codice etico molto chiaro e sviluppato. Sono per lo più piccole realtà come piccole aziende agricole o piccoli artigiani, quasi sempre a km zero. Questo è molto importante per avere un minore impatto ambientale e dare maggior impulso all’economia locale. Noi crediamo nella decrescita felice. Quindi all’interno dei nostri mercatini cerchiamo di chiamare tutti i piccoli produttori locali

Che insegnamenti volete trasmettere ai bimbi?

Noi crediamo nella decrescita felice, e pensiamo che l’attuale sistema di continua crescita non stia portando a uno stile di vita migliore, anzi. Crediamo nell’autodeterminazione e nel fatto che questo mondo fatto di delega, alimentare, medica, pedagogica non possa più funzionare perché purtroppo abbiamo subito un degenero in termini di non qualità in tutto ciò che abbiamo: cibo, medicina ed educazione dei nostri figli. Quindi quello che noi vogliamo trasmettere ai nostri bambini è la consapevolezza che un nuovo paradigma di vita è possibile e auspicabile  se ognuno di loro mette il suo contributo affinché ciò avvenga . E’ finita secondo noi l’era della sterilità, l’era di prodotti fatti in serie con materie prime scadenti e fatto con poco cuore. Si sta riscoprendo un mondo fatto di persone che amano quello che fanno dal produrlo al proporlo agli altri. Quello che noi auspichiamo è anche che si passi da una visione egocentrica, di un uomo che spadroneggia nella natura e che succhia risorse come se avesse un pianeta di scorta, a una visione ecocentrica, dove l’uomo è al cento di un sistema ed è portatore come essere umano, quindi senziente e pensante e volitivo,  di una grandissima responsabilità nei confronti di tutto ciò che lo circonda.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Il Parlamento Ue approva il CETA: a rischio salute, ambiente e democrazia

Un grave rischio per la democrazia, l’ambiente e la salute dei cittadini a tutto vantaggio degli interessi delle multinazionali. È altamente preoccupante lo scenario che si prospetta in seguito al via libera al CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada appena approvato dal Parlamento Ue. Con 408 voti a favore e 254 contrari, il Parlamento Europeo ha deciso di ratificare il CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada. Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) dovrà essere ora ratificato dal parlamento di ciascuno stato membro, ma nelle sue parti fondamentali entrerà in vigore già da aprile. Secondo i favorevoli, l’approvazione del CETA rappresenta una risposta a Donald Trump, che ha espresso la volontà di congelare il TTIP, accordo fra Ue e Usa per abbattere i dazi doganali e uniformare i regolamenti dei due continenti con lo scopo di creare la più ampia area di libero scambio mai esistita. Il TTIP, che il nuovo presidente americano vuole congelare, ed il CETA, che ha appena avuto il via libera, sono due di una serie di trattati internazionali fortemente contestati poiché minano molte delle norme che tutelano i cittadini su alcune tematiche di fondamentale importanza, in primis nel settore agroalimentare.ceta-belgium

La protesta a Strasburgo

Molte le voci di protesta che si sono levate contro l’approvazione del trattato tra Ue e Canada, prime fra tutte quelle di movimenti, cittadini, sindacati e agricoltori che hanno esposto a Stasburgo frutta locale nelle cassette e striscioni all’ingresso del Parlamento per denunciare i rischi che questo accordo comporta per le produzioni locali europee.

“Un grande regalo alle grandi lobby industriali che nell’alimentare puntano all’omologazione e al livellamento verso il basso della qualità”. È quanto afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel commentare l’impatto dell’approvazione da parte dell’Europarlamento del Ceta. “Nei trattati – sottolinea Moncalvo – va riservata all’agroalimentare una specificità che tuteli la distintività della produzione e possa garantire la tutela della salute, la protezione dell’ambiente e della libertà di scelta dei consumatori”.

“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, dichiara Federica Ferrario di Greenpeace Italia.
“L’obiettivo principale del CETA – continua Greenpeace – non è solo l’eliminazione delle barriere tariffarie, ma soprattutto la rimozione di ogni ostacolo al commercio e agli investimenti dovuto a norme differenti vigenti in Canada e in Europa. Questa operazione rischia di trasformarsi in un attacco diretto verso gli standard di protezione per persone, diritti e ambiente”.image

Secondo uno studio indipendente al quale fa riferimento Greenpeace, inoltre, l’entrata in vigore del CETA causerebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea e, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, con l’adozione di questo trattato, nel lungo periodo in Europa si registrerebbe una irrisoria crescita economica.

“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori”.

Con l’applicazione provvisoria del CETA, sottolineano i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia, cadranno tariffe e quote su una vasta linea di beni e servizi commerciati tra i due blocchi, con prospettive negative per le piccole e medie imprese, i diritti del lavoro, la sicurezza alimentare, l’ambiente e i servizi pubblici.

“La campagna italiana chiede che dopo la giornata di oggi, il Parlamento italiano smetta di tenere il commercio internazionale fuori dai propri radar e metta all’ordine del giorno il dossier CETA, aprendo una consultazione con la società civile per venire a conoscenza dei gravi rischi che corrono l’economia del Paese, l’occupazione e la stessa architettura democratica”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/parlamento-ue-approva-ceta-rischio-salute-ambiente-democrazia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Volontari del sorriso: ridere è una medicina!

È ormai dimostrato che ridere è una vera e propria terapia che, in Italia e in Europa, ha tra i suoi pionieri Leonardo Spina, da decenni formatore di clown-dottori e volontari del sorriso. Il ridere e le buone emozioni possono essere fortissimi elementi di prevenzione, riabilitazione e terapia. È stato dimostrato scientificamente che la gelotologia (comicoterapia) è in grado di agire positivamente sul corpo e sulla mente delle persone in difficoltà che, grazie al supporto di clown dottori e “volontari del sorriso”, vedono migliorare la loro salute.dott_sorriso_110

“Ogni volta che si parla di comicità si pensa erroneamente a qualcosa di stupido e non ci si rende conto che ridere è una vera e propria medicina: non è un caso che una persona divertente venga definita spiritosa. La risata crea un’energia rigenerante, emanando vibrazioni positive per la mente e il corpo”.

È quanto afferma Leonardo Spina, autore, clown dottore e pioniere della gelotologia della comico-terapia in Europa. Conosciamo Leonardo, oggi anche Agente del Cambiamento, da molto tempo e abbiamo avuto il piacere di intervistare lui e la sua compagna Sonia che, partendo da un’esperienza personale, hanno cambiato il loro approccio alla salute ed iniziato a credere in una guarigione diversa. Tra i pilastri di questo approccio un noto proverbio, vero alla lettera: ridere fa buon sangue! “Quando parliamo di buon sangue parliamo della composizione chimica del sangue, ed il ridere alimenta la produzione di certe sostanze che oggi sappiamo essere benefiche per il nostro organismo. Trovammo così il modo per unire la parte scientifica-psicologica di Sonia e la parte più artistica, buffa e comica che appartiene a me”.

Leonardo ancora oggi forma operatori socio-sanitari professionali, i “volontari del sorriso” e i clown-dottori. Sarà tra i docenti del corso “Verso il clown dottore (primo step della Scuola): diventa volontario del sorriso!”  presentato dalla Scuola Europea di Alta Formazione per operatori socio-sanitari, insegnanti e clown-dottori “Norman Cousins”.

Donare una parte del proprio tempo di vita in situazioni di disagio sociosanitario – scrivono i promotori del corso – è un atto d’amore che in questi tempi centuplica il suo valore. Si scopre poi che quello che si riceve è molto ma molto di più di quello che si dà”.000208c3_medium

“Ridendo – afferma Leonardo – esprimiamo un’energia vitale positiva e rigenerante, e vibriamo in modo particolare. Proprio questa vibrazione è quella giusta per approcciare il dolore”.

“Facendo formazione per i clown-dottori – continua Leonardo – di fatto abbiamo inventato un mestiere che in Italia e Europa non esisteva, ad eccezione dell’esperienza di Jacopo Fo che ha cominciato a lavorare su questo parallelamente a noi”.

“Secondo noi la formazione è fondamentale – precisa Leonardo – bisogna imparare a rapportarsi con il proprio dolore per saper approcciare bene quello degli altri”.

Per maggiori informazioni sul corso “Verso il clown dottore (primo step della Scuola): diventa volontario del sorriso!” clicca qui

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/volontari-sorriso-ridere-medicina/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni