Scuola, salute, green pass, crisi ambientale: ecco le soluzioni possibili

Un gruppo di persone che si riconoscono nei valori della nonviolenza e dell’ecologia, un giorno di metà ottobre 2021, si è messo al lavoro con l’intento di pensare e scrivere una lettera aperta per un cammino non-violento ed ecologista. La condividiamo allo scopo di favorire un dibattito aperto, plurale, libero da pregiudizi e finalizzato al conseguimento del bene comune nel rispetto di tutte e tutti.

Per un cammino radicalmente ecologista e non violento

Come pacifist* ed ecologist*, vorremmo contribuire al dibattito che attualmente infiamma e spacca la società.

Siamo profondamente preoccupat* per la pericolosa polarizzazione e radicalizzazione del conflitto: da una parte i gruppi più violenti ed eversivi che cavalcano il malessere sociale, dall’altra il blocco di potere politico-industriale-mediatico che governa il paese e che impone il suo programma liberista. Condanniamo nel modo più fermo i neofascisti e ogni violenza e tutti coloro che spalleggiano questi gruppi, chiedendoci perché siano stati lasciati agire impunemente dalle autorità, negli eventi del 9 ottobre a Roma. Queste violenze non fanno altro che delegittimare ogni forma di protesta e sono l’occasione per stringere e limitare il diritto a manifestare (cosa che puntualmente sta accadendo).

La nostra è una società malata e non solo a causa della pandemia Covid-19. Una società che ha ereditato, ancor prima del Covid-19, modelli socio-economici e stili di vita insostenibili che incidono fortemente sulla salute delle persone, delle comunità, dei territori e dell’intero Pianeta. Una società centrata su un modello di sviluppo che ha distrutto l’equilibrio tra le persone e l’ambiente e che alimenta enormi ingiustizie nord-sud del mondo.

Oggi più che mai, è importante coltivare un pensiero critico che metta la salute (nel suo aspetto globale), il rispetto e la nonviolenza al centro del dibattito. Contestiamo quindi la narrazione “bellica” che tende a mettere in un angolo anche il semplice diritto al dubbio. Abbiamo vissuto con sgomento e preoccupazione le “guerre all’untore” che in Italia si sono scatenate contro coloro che per dubbio, convinzioni o scelte di vita decidono di non affidarsi al vaccino. Come ecopacifist* rigettiamo l’hate speech, da ogni parte esso provenga, il linguaggio violento, umiliante, disumanizzante verso chi non la pensa allo stesso modo. Vogliamo favorire l’empatia, il dialogo, l’ascolto.

Crediamo nel sistema sanitario, una conquista da difendere, e rifiutiamo ogni malaugurata idea di un sistema sanitario dove chi ha “colpe” deve pagarsi le cure.

Purtroppo molti media hanno abdicato al proprio dovere di esercitare un controllo sull’operato del governo e di garantire un dibattito effettivamente pluralista, aperto e trasparente: ragionevoli e accorati appelli contro il green pass (di docent, student, scrittor* e filosof*), non hanno trovato adeguato spazio nei media “mainstream”.

Anche a nostro parere lo strumento del green pass (così come è declinato in Italia), è pieno di contraddizioni e fallacie sul piano sanitario, finalizzato a un rigido e burocratico controllo sociale, umiliante e divisivo, oltre a contraddire i principi contenuti nella Risoluzione 2361 (2021) dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa e nel Regolamento Ue n. 953/2021.

Sul green pass e sulle scelte politiche di gestione della pandemia, la differenza tra i singoli Stati, anche all’interno della Unione Europea, è molto forte. Perché quindi non si può discutere e criticare apertamente questa misura, che non è – come spesso si dice – “scientifica”, ma meramente “politica”?

L’11 ottobre il Collettivo Lavoratori Portuali di Trieste e Genova (gli stessi che negli ultimi anni hanno incrociato le braccia al traffico di armi diretto in Arabia Saudita), e i sindacati di base hanno indetto uno sciopero generale, anche (ma non solo) contro il green pass. Tra le altre richieste avanzate, che noi condividiamo, il reddito universale, la riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, il rilancio dello Stato sociale, investimenti nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, potenziamento del trasporto pubblico, sicurezza vera sul lavoro.

Rivendichiamo un pensiero critico sulla pervasività degli interessi economici e politici nella medicina e nella sanità, sull’invadenza del digitale e delle tecnologie del controllo, sul mito della crescita economica infinita, sulla deriva scientista che si accanisce contro visioni del mondo e approcci di cura considerati non conformi.

Se davvero la salute non è solo assenza di malattia ma presenza di uno stato di benessere psico-fisico che va dalle persone alla comunità, allora la via d’uscita è nella rivisitazione globale dei nostri stili di vita (e quindi politiche che sappiano indirizzare e favorire queste scelte, modificando l’attuale sistema economico senza lasciare impuniti i crimini ambientali che minacciano la salute pubblica).

Si è più in salute mangiando cibo sano, locale, modificando radicalmente il nostro modo di muoverci e rapportarci alla terra, riducendo la nostra impronta ecologica, i nostri frenetici e consumisti stili di vita, praticando la sobrietà e la lentezza, organizzando vere e proprie comunità educanti, rafforzando la medicina di base. La capacità di accettare i limiti che ci impone la natura ci condurrà ad un nuovo equilibrio sociale ed esistenziale, con l’ambiente e con gli altri popoli del mondo.

Siamo più in salute se ci prendiamo cura del territorio in cui viviamo, se anche la scuola diventa più democratica, esperenziale e all’aperto, (da qui l’importanza di spazi verdi, cortili, parchi e giardini anche in città), un luogo dove educare al pensiero critico, alla cittadinanza attiva, a sani stili di vita.

Purtroppo la gestione securitaria e fobica della pandemia rischia di schiacciare questo cammino, costringendoci ancora più di prima dentro vite segnate dal predominio della tecnocrazia, della farmacologia e della medicalizzazione spinta. Il continuo martellamento di messaggi ansiogeni, repressivi e colpevolizzanti ha contribuito ad aumentare sindromi depressive, consumo di alcool e psicofamaci.

La scuola è sempre più “ingessata” e chiusa in sé, con progetti e realtà educative innovative (ricordiamo ad esempio il caso di Bimbisvegli), bloccate da regole senza senso.

Oltretutto queste imposizioni controproducenti e ingiuste esasperano gli animi e rendono le persone insofferenti anche ai “limiti ambientali” che multinazionali e mafie calpestano quotidianamente in totale impunità. Limiti all’inquinamento e al consumo che saranno sempre più necessari per fronteggiare l’emergenza climatica ed ambientale.

Abbiamo bisogno di ripartire dalla salute globale di ogni essere vivente, dobbiamo creare le condizioni per iniziare un nuovo cammino, contrastando il dominio di un capitalismo che non potrà mai avere un volto umano. Non vogliamo arrenderci a una deriva che schiaccia i mondi diversi possibili o già praticati, vogliamo disegnare un nuovo umanesimo ecologista, pacifista e antifascista.

Proviamo a camminare insieme.

Per adesioni a 333/3520627 (whatsapp) oppure peruncamminoecopax@gmail.com.
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TeFFIt, alla scoperta del potere curativo delle nostre foreste

Gli effetti benefici del contatto con la natura, con i boschi e con gli alberi sono noti e documentati e sono tante le organizzazioni che favoriscono questa pratica. Oggi vi parliamo di una rete chiamata TeFFIt, che connette e unisce competenze trasversali in diversi campi per sfruttare la meglio le terapie forestali.

«I due ecosistemi più completi e autonomi presenti sul nostro pianeta sono le foreste e le barriere coralline. La foresta è il modello più evoluto al quale tende la vita emersa e tornare ad essa vuol dire tornare ad una conoscenza più profonda dei meccanismi e persino dei significati che regolano la vita stessa sul nostro pianeta». Con queste parole la dottoressa Fiammetta Piras e Raoul Fiordiponti, mi introducono in un mondo per me nuovo e affascinante. Mi riferisco a quello della rete TeFFIt – Terapie Forestali in Foreste Italiane e di Outdoor Education APS, nata grazie alla sinergia intellettuale di Università in campo medico, biologico e forestale da soggetti pubblici e privati. L’obiettivo è andare a integrare le conoscenze reciproche per realizzare azioni di studio sugli effetti benefici della fruizione di ambienti boschivi sani italiani, ma anche cercare di ottenere il riconoscimento delle Terapie Forestali come promozione della salute nel sistema sanitario italiano. Grazie a una chiacchierata con la portavoce del CTS, la dott.ssa Piras, e con il presidente dell’associazione, Raoul Fiordiponti, il quadro diventa molto più chiaro in merito a questa attività, che non ha niente a che vedere con l’escursionismo o la meditazione guidata in natura. Partiamo dal principio.

Una diversa prevenzione e promozione della salute

Le terapie forestali sono delle pratiche di prevenzione e promozione della salute, ma anche un intervento sanitario che supporta le terapie convenzionali soprattutto per malattie croniche non trasmissibili. In alcuni stati queste vengono già prescritte dai medici curanti e in paesi come Giappone, Svezia, Norvegia, Germania e Stati Uniti se ne raccomanda la pratica alla popolazione. Gli studi scientifici degli ultimi quarant’anni stanno dimostrando i benefici sulla salute psicofisica umana grazie a una regolare frequentazione di ambienti forestali maturi e ricchi di biodiversità.

«La TeFFIt è l’unica realtà in Italia a integrare i punti di vista del mondo forestale, medico, ecologico e della conduzione in ambiente naturale, creando un rapporto sinergico al fine di sviluppare ricerche finalizzate a strutturare metodi innovativi di promozione della salute e prevenzione delle malattie croniche», mi raccontano. L’Associazione promuove infatti percorsi finalizzati al benessere, studiati e sperimentati in foreste italiane sane ed evolute. 

I boschi sono detti sani quando si auto-organizzano rispetto a una serie di elementi che li caratterizzano, in particolare la quantità e diversità di organismi che li abitano – biodiversità – e le relazioni che questi instaurano tra loro – biocomplessità. I fitoncidi, ad esempio, sono segnali che emettono tutte le piante: se una di loro soffre, essendo in comunicazione con le altre, cambierà linguaggio, il quale verrà così captato da tutta la rete che si auto-organizzerà. Dopo esperienze in diverse foreste italiane, la dottoressa Piras e Raoul Fiordiponti, in contesti e situazioni diverse, si sono accorti che le esperienze vissute nelle foreste insieme ai gruppi accompagnati le reazioni positive erano sorprendenti, soprattutto per alcune patologie croniche. Anche bambini con deficit dell’attenzione hanno registrato netti miglioramenti con percorsi di terapie forestali. «Ogni persona trarrà un diverso beneficio che deve essere reciproco. Non si va nel bosco per usarlo e consumarlo, il beneficio deve continuare nel tempo e dei boschi bisogna avere cura e rispetto», sottolineano. 

La relazione tra uomo e foresta

«Tutto passa attraverso il contatto fisico con il fitto dialogo fisico chimico della foresta – spiegano la dott.ssa Piras e Raoul Fiordiponti – fatto di odori, colori, luci, suoni, forme, ma anche spore, pollini, persino microbi alleati e salutari che ci avvolgono quando ci immergiamo in essa. Quando la foresta è ricca e sana, questo “chiacchiericcio” è perfettamente orchestrato e il nostro corpo ne viene attratto e viene indotto a partecipare e adattarsi. I nostri ritmi finalmente rallentano e la foresta ci dà il “la”, come un abile direttore d’orchestra, perché anche le nostre funzioni tornino a risuonare in modo armonioso tra loro e con l’ambiente che ci circonda».

Ovviamente tutto questo è vero solo se al corpo e alla mente non viene imposto di impegnarsi in esercizi o altre attività, ma sono lasciati liberi di abbandonarsi agli stimoli che ricevono. Allora una foresta integra può trasformarsi in uno specchio che riflette un’immagine di noi più sana e serena come modello di benessere che sentiamo nostro e che possiamo raggiungere, ispirandoci anche ad adottare stili di vita migliori. Ciò non può essere vero se si va, invece, in un bosco malamente gestito, impoverito, “mutilato” del suo sottobosco, disturbato da una presenza umana indelicata e invadente, e la cui “sinfonia” risulterà inevitabilmente scarna e stonata.
«È pur vero che le persone poco abituate alla natura selvatica – continuano a raccontare – all’inizio possono sentirsi disturbate e persino infastidite o spaventate dall’apparente disordine delle foreste integre, e vanno introdotte ad esse con delicatezza e attenzione».

«Ma via via che il contatto con la Natura si approfondisce, esso evolve in una relazione sempre più stupefacente, gratificante e salutare. E le persone cominciano a percepire anche le differenze tra un bosco e l’altro, come sia diversa una pineta da una macchia mediterranea o da una faggeta. E ciascuno impara a muoversi in sintonia con foreste differenti, rispettandole e traendo da ognuna il beneficio migliore per sé. Scoperte e meraviglie non finiscono mai, basta comprendere con correttezza i dati forniti dalla scienza sul potere terapeutico delle foreste come ecosistemi e non ostinarsi a vederle come semplici luoghi dove fare attività prestabilite o assorbire qualche ingrediente terapeutico».

La TeFFIt organizza diversi corsi rivolti alle persone che vogliono capire come creare questa relazione e migliorare da soli la propria salute frequentando foreste sane, autodeterminate, biodiverse, biocomplesse. Sono corsi di Auto immersione in Foresta, di Conduttori in Immersione in Foresta e corsi relativi all’Outdoor Education basati su studi scientifici. Tutti vengono erogati da professionisti, medici, forestali e professori universitari, online, dal vivo e con parte pratica in presenza. L’obiettivo è velocizzare il ritorno alla relazione con la foresta, percepire i canti degli uccelli, ma anche ritrovare il significato dei profumi e dei colori come linguaggi che variano a seconda che si tratti di un allarme, di un richiamo o di un vero e proprio canto di gioia di vivere. Si cominciano a comprendere i diversi meccanismi esistenti, ad interpretare il significato di “parole” e “frasi” per noi esseri umani inconsuete, ma non solo perché si sono imparate cognitivamente, ma perché si è finalmente entrati in relazione con il popolo delle foreste.

Obiettivi generali

TeFFIt è l’unica realtà italiana con il registro nazionale dei conduttori iscritti all’elenco del Mise – Ministero dello Sviluppo Economico. L’idea non è fornire solo una formazione, ma individuare persone con cui sviluppare questa rete e continuare a fare ricerca, a capire come funziona questo meccanismo, ad avere più dati. Ai conduttori viene chiesto di svolgere un lavoro certosino che metta in evidenza il tipo di bosco in cui si sono fatte le immersioni, la stagione, la temperatura e altri dati scientifici che servono a rendere sempre più preciso il quadro. È improbabile, infatti, che una macchia mediterranea funzioni tal quale a una foresta di sequoie. Anche il tipo di relazione è preferibile che venga fatta da chi conosce molto bene un territorio. Nel Nord Europa sono abituati al cattivo tempo e a vivere la natura in tutte le condizioni metereologiche. Chi abita al Sud, invece, farà più fatica ad adattarsi a condizioni che nella sua quotidianità non vive. Anche le linee guida europee in merito agli studi sulle terapie forestali tengono molto in riferimento la localizzazione geografica perché la relazione con la foresta cambia in base al proprio ambiente, alle proprie necessità, alla propria realtà geografica e al proprio sistema sanitario, persino alla propria cultura, sottolineano. La rigidità, il riduzionismo o un approccio solo basato sull’intuito non aiutano molto in questo processo di relazione. Solo attraverso un metodo corretto che interseca più saperi si permetterà alle persone di trovare nel bosco quello che nei lavori scientifici viene chiamato il “luogo preferito”, inteso come quello in cui ciascuno si trova più a suo agio e ne trae il massimo beneficio per sé. Dimenticate le escursioni in natura, esercizi di meditazione o le varie forme di jogging, le attività proposte da TeffIt consistono nell’entrare in contatto con la natura attraverso sensazioni fisiche e non è richiesto neanche un impegno mentale. Al contrario, l’attenzione involontaria che usiamo quando siamo in natura non necessita di alcuno sforzo. Vagare in natura, con la mente e con il corpo, sarà la sensazione più stimolante e curativa mai provata!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/teffit-potere-foreste/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Inquinamento atmosferico, danni alla salute anche entro i limiti consentiti

Lo dice uno studio pubblicato dal progetto europeo ELAPSE che si è concentrato sull’associazione tra inquinamento dell’aria e incidenza della mortalità e di una serie di patologie, analizzando i dati di cittadini residenti in sei paesi europei dal 1990 al 2010. I ricercatori hanno trovato prove di tassi di mortalità più elevati tra le persone che erano state esposte a un maggiore inquinamento atmosferico anche se i livelli erano consentiti dagli attuali standard ufficiali

I limiti massimi di inquinamento atmosferico stabiliti dall’Unione Europea, dall’agenzia di protezione ambientale statunitense EPA e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità non sarebbero sufficienti a salvaguardare la salute delle persone. Lo dice uno studio pubblicato dal progetto europeo ELAPSE (già anticipati dal British Medical Journal), che si è concentrato sull’associazione tra inquinamento dell’aria e incidenza della mortalità e di una serie di patologie, analizzando i dati di cittadini residenti in sei paesi europei dal 1990 al 2010. I ricercatori hanno trovato prove di tassi di mortalità più elevati tra le persone che erano state esposte a un maggiore inquinamento atmosferico anche se i livelli erano consentiti dagli attuali standard ufficiali.

I ricercatori hanno analizzato i dati di otto gruppi di persone in sei paesi europei – Svezia, Danimarca, Francia, Italia, Paesi Bassi, Germania e Austria – per un totale di 325.367 adulti. L’analisi dei risultati ha mostrato che le persone che avevano una maggiore esposizione al particolato fine (PM 2.5), al biossido di azoto e al black carbon (componente del PM 2.5 emessa da motori diesel e combustione di biomasse), avevano maggiori probabilità di morire.

Con concentrazioni di PM 2.5 inferiori a 25 microgrammi al metro cubo, un aumento della concentrazione di 5 microgrammi al metro cubo comporta un aumento del rischio di morte del 13%. Considerando concentrazioni inferiori allo standard dell’EPA, cioè 12 microgrammi al metro cubo, l’aumento del rischio di morte crescerebbe del 30%. Lo stesso vale per il biossido di azoto: a concentrazioni inferiori ai 40 microgrammi al metro cubo, un aumento della concentrazione di 10 microgrammi al metro cubo comporta un aumento del rischio di morte del 10%. A concentrazioni inferiori a 30 microgrammi al metro cubo, un aumento di 10 microgrammi al metro cubo comporta un aumento del 12% del rischio di morte.

Si tratta di uno studio osservazionale e, come tale, non può stabilire la causa. Tuttavia gli autori spiegano che la ricerca “contribuisce all’evidenza che l’inquinamento dell’aria esterna è associato alla mortalità anche a livelli inferiori agli attuali standard europei e nordamericani e ai valori delle linee guida dell’OMS. Questi risultati sono quindi un importante contributo al dibattito sulla revisione dei limiti di qualità dell’aria, delle linee guida e degli standard.

Fonte: ecodallecitta.it

I suoni della natura per una salute migliore: lo studio

I suoni prodotti dalla natura aiutano ad avere una salute migliore: è ciò che è emerso da uno studio americano da poco pubblicato.

(Foto Pixabay)

Uno studio americano condotto dai ricercatori di tre università americane ha lavorato per dieci anni sulla teoria che i suoni della natura migliorino la salute. Lo studio è stato svolto dalla Michigan State University, dalla Colorado State University e dalla Carleton University in collaborazione con il Servizio Nazionale dei Parchi americano. I dati sono stati raccolti da varie parti del mondo e hanno aiutato gli studiosi a decretare che i rumori della natura non hanno soltanto un effetto rilassante.

Gli effetti dei suoni naturali sulla salute

Lo studio pubblicato dalla rivista Pnas afferma che i suoni della natura hanno proprietà benefiche sulla salute. Dopo aver raccolto delle registrazioni audio da più di cento diversi parchi americani gli studiosi hanno fatto ascoltare agli studenti i suoni della natura. I partecipanti all’esperimento hanno riscontrato vari benefici dall’ascolto come riduzione del dolore e dello stress, un umore migliore e migliori capacità cognitive.

(Foto Pixabay)

Gli studiosi sono riusciti ad individuare alcuni suoni naturali che agiscono su aree specifiche della salute. Ad esempio il rumore dell’acqua aumenta le emozioni positive e il benessere generale mentre il canto degli uccellini riduce e aiuta a combattere lo stress.

Perché è importante ascoltare i suoni della natura

I ricercatori dello studio raccomandano di trascorrere con regolarità del tempo in mezzo alla natura per trarre beneficio dai suoni che essa produce. Stare all’aria aperta è importante soprattutto per la crescita sana dei bambini. Venendo da una situazione molto particolare che è quella dei lockdown gli studiosi sottolineano il peso che ha sulla salute il trovare del tempo da trascorrere in mezzo alla natura.

(Foto Pixabay)

Stare chiusi in casa ha conseguenze che si manifestano sul nostro corpo ed è quindi importante trascorrere del tempo all’aperto. Le attività che si possono fare sono moltissime e i diversi luoghi naturali offrono un numeroso assortimento di suoni unici. Anche per rispondere al bisogno delle persone di passare del tempo in mezzo alla natura sono in aumento in tutto il mondo attività turistiche e ricreative concentrate su di essa. Le passeggiate sonore sono dei percorsi organizzati da esperti mirati all’ascolto della natura. Ai partecipanti è richiesto silenzio per ascoltare al meglio i suoni naturali e apprezzare l’ambiente che li circonda.

Fonte: inran.it

A quando i lockdown e i DPCM per tutelare l’ambiente, quindi la nostra salute?

Ma se i cambiamenti climatici e l’emergenza ecologica fanno molti più morti del coronavirus, a quando allora i lockdown e i DPCM per salvare il genere umano che rischia di non sopravvivere al disastro del Pianeta? Rischiamo una previsione: mai.

Non entriamo nel merito se siano giustificate o meno le pesantissime restrizioni della libertà a cui siamo costretti ormai da un anno ma, anche ammettendo che lo siano, se tanto ci dà tanto, visto che a livello ambientale il pericolo è molto più grande del coronavirus e le conseguenti vittime sono molte di più, da chi dice di proteggere la nostra salute ci aspetteremmo un “lockdown ambientale” e DPCM con misure rigidissime e capillari perchè in gioco c’è la sopravvivenza dell’intero genere umano. E invece niente di questo accade. Circa la catastrofe ambientale nessuna misura drastica è stata presa, niente è stato chiesto di fare ai cittadini, figuriamoci imporglielo come oggi si impongono mascherine, gel, coprifuochi, chiusure, distanziamenti, con tanto di pesanti multe e nonostante ci siano sempre più perplessità che tutte queste misure abbiano una reale efficacia. E pensare che invece per salvare l’ambiente e conseguenti vite umane, le misure che dovrebbero essere prese sarebbero di immediata e indubbia efficacia.

Ci si chiede allora: ma della salvaguardia di quale salute e di quali vite si sta parlando? Perchè per proteggere alcune vite si agisce e per altre no? Ma come può essere possibile questa incredibile e macroscopica disparità?  E se fosse vero che tutte queste misure sono necessarie per proteggere la nostra salute, allora non si capisce come mai, ad esempio, gli allevamenti intensivi, autentiche bombe ecologiche e sanitarie produttrici di sofferenza e cibo malsano, non vengano chiusi all’istante. Se si agisse così si tutelerebbe la salute di persone e animali ma ciò paradossalmente non sembra essere affatto un obiettivo di chi ci dice che sta facendo di tutto per la nostra salute e questo la dice lunga sulla sua credibilità. Una ulteriore prova della “inspiegabile” situazione di disparità in cui si adottano due pesi e mille misure ce la dà una voce ufficiale come quella del neo ministro per la transizione ecologica Cingolani (quindi non certo un “complottista”) in un suo articolo scritto recentemente per il quotidiano la Repubblicadove cita dati da ecatombe ed emergenza gravissima.

«…il riscaldamento climatico è causa di siccità, con un impatto enorme sulla fauna e l’agricoltura; lo scioglimento dei ghiacciai diminuisce le risorse di acqua dolce mentre l’innalzamento del livello dei mari porta all’erosione delle coste. I continui scambi di calore tra una terra surriscaldata e la stratosfera, più fredda, generano eventi metereologici estremi, come tifoni e nevicate improvvise, che devastano i territori. Se si eccettuano i terremoti, dal 1980 ad oggi il numero di eventi naturali catastrofici è aumentato in maniera costante di anno in anno; ciò ha causato la perdita di 400.000 vite umane e la spesa di più di un trilione di dollari, pari all’1,6% del PIL mondiale». 

«E mentre la terra si riscalda, peggiora anche la qualità dell’aria che respiriamo, con un impatto sulla salute di Sapiens e sul suo ecosistema. L’emissione di particolati carboniosi (Black Carbon), idrofluorocarburi e metano, inquina l’atmosfera e provoca il rilascio di sostanze tossiche, con gravi conseguenze sociali ed epidemiologiche. Ogni anno, l’inquinamento dell’aria causa tra i sei e i sette milioni di decessi nel mondo».

E questo senza contare i milioni di morti che si hanno per l’inquinamento di terra, cibo e acqua, laddove i cibi che mangiamo e l’acqua che beviamo sono pieni di ogni tipo di inquinante che determina malattie letali.

Dove sono i lockdown, dove sono i dpcm, dove sono le imposizioni drastiche immediate, necessarie per far fronte a questa immane catastrofe? Spieghino politici, esperti, task force varie, che tanto sembrano prodigarsi per la nostra salute, perché niente si fa in questa direzione, ma proprio niente, nemmeno lontanamente paragonabile a quello che si è fatto e che si continua a fare per il Covid. Ci spieghino il perché, ci spieghino come si fa a non vedere l’ovvio, ci spieghino perché non agiscono con la stessa solerzia, la stessa sicumera, la stessa drammaticità come quando ci snocciolano quotidianamente le cifre dei morti di serie A, cioè quelli da Covid, gli unici che per loro contano. Perchè per gli altri morti non si fanno bollettini quotidiani, aperture di telegiornali, articoli e servizi a non finire, speciali di ogni tipo, reportage chilometrici, ecc. ? Chi invoca lockdown a tutto spiano, alimentando un terrore mediatico martellante, ci chiediamo perché non faccia lo stesso per una situazione molto più grave come quella ambientale. Finché non avremo risposte o interventi in questo senso, non potremmo che continuare a dare credibilità zero per chi divide salute e morti di serie A e salute e morti di serie Zeta. E il perché lo faccia, speriamo che venga a galla presto, prima che la catastrofe ambientale si aggravi diventando ancora più irrefrenabile visto che continuiamo a non fare nulla preoccupandoci di tutt’altro. E intanto in pochi giorni a febbraio siamo passati da temperature sottozero a temperature quasi estive, ma come disse il comandante del Titanic: andiamo avanti tranquillamente…..

Fonte: ilcambiamento.it

Costi dell’inquinamento: gli Italiani pagano il prezzo più alto in Europa, Milano e Brescia tra le prime 10

Ricoveri ospedalieri, perdita di benessere, riduzione dell’aspettativa di vita: questi i fattori che fanno la somma del costo sociale, una spesa che per gli italiani ammonta a 1.400 euro per ogni cittadino. La stima da uno studio europeo a cui collabora Legambiente. I costi dell’inquinamento dell’aria connessi all’alto numero di automobili in circolazione e alla carenza del trasporto pubblico incidono sul portafoglio degli italiani più che nel resto d’Europa. Ricoveri ospedalieri, perdita di benessere, impatti indiretti sulla salute e, quindi, riduzione dell’aspettativa di vita. Sono questi i fattori che fanno la somma del costo sociale, una spesa che per gli italiani ammonta a un costo medio di 1400 euro per ogni cittadino, equivalente a circa il 5% del PIL. Il peso che ogni cittadino è costretto a sobbarcarsi per far fronte ai danni derivanti dall’inquinamento atmosferico. In Europa, invece, la stima è più bassa e si aggira intorno a quota 1250 euro per una percentuale del 3,9%. A far emergere questi dati è lo studio “Costi sanitari dell’inquinamento atmosferico nelle città europee, connesso con sistema dei trasporti”, diffuso nella giornata di oggi dalla società di consulenza CE Delf, che ha preso in esame 432 città europee, in 30 paesi (27 paesi UE più Regno Unito, Norvegia e Svizzera). Lo studio si riferisce a dati raccolti per l’anno 2018 ed è commissionato dall’Alleanza europea per la salute pubblica, una ONG di interesse pubblico presente in 10 paesi dell’Unione Europea (European Public Health Alliance – EPHA). Per quanto riguarda l’Italia è Legambiente a collaborare al progetto. 

LINK allo studio completo

Roma, Milano e Torino sono tra le prime 25 città europee per costi sociali in assoluto, mentre ben 5 città italiane sono nella top ten per costi pro capite, di cui due lombarde (Milano seconda dopo Bucarest, seguita dal terzo posto di Padova, al sesto Venezia, al settimo Brescia e al nono posto Torino). E maggiore è il numero di automobili in strada e più aumenta il tempo trascorso nel traffico più si alzano i costi sociali dell’inquinamento. “Un aumento dell’1% del tempo medio di percorrenza per recarsi al lavoro aumenta i costi sociali delle emissioni di PM10 dello 0,29% e quelli delle emissioni di NO2 anche dello 0,54%. Un incremento dell’1% del numero di autovetture in una città aumenta i costi sociali complessivi di quasi lo 0,5%”, è quanto viene evidenziato dallo studio diffuso oggi da CE Delf.

Quindi, nonostante le difficoltà oggettive di valutazione, lo studio riesce a stimare la diretta connessione tra costi dell’inquinamento dell’aria (dovuta a smog, emissioni PM10 e N20) e l’aumento dei costi sociali per gli italiani.  
«Secondo i risultati dello studio Milano ha perso poco meno di tre miliardi e mezzo di euro in un anno in welfare e costi sociali, superata soltanto da Roma» dichiaraBarbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia. «L’inquinamento continua a sprofondare i bilanci già gravemente compromessi delle nostre città. Milano è seconda in Europa dopo Bucarest per costo pro capite, con oltre 2800 €/anno, una cifra sottratta al benessere e alla capacità di spesa dei cittadini. Gli scienziati indicano chiaramente la responsabilità dei trasporti nell’emissione dei diversi inquinanti presi in esame. È ora di scelte coraggiose e convinte, basta con indulgenze e mezze misure, si deve uscire velocemente dal fossile e incentivare multimodalità e sharing».

 E i costi calcolati potrebbero essere ancora più alti se – citando lo studio – “si includessero adeguatamente i costi correlati alla pandemia COVID-19. Le comorbilità sono un elemento preponderante nella mortalità di pazienti affetti da COVID-19 e fra le più importanti vi sono quelle associate all’inquinamento atmosferico. Da diversi documenti di ricerca si evidenzia che la scarsa qualità dell’aria tende ad aumentare la mortalità di pazienti affetti da COVID-19. Pertanto, i costi sociali di una scarsa qualità dell’aria potrebbero essere maggiori rispetto a quanto stimato in questa ricerca”.  
Secondo Andrea Poggio, responsabile mobilità Legambiente «il costo dell’inquinamento, aggravato quest’anno alla pandemia Covid19, è particolarmente pesante per i redditi più bassi: l’inquinamento, come il Covid colpisce tutti, ma chi è più povero fatica a mitigarne gli effetti ed accedere alle cure. I governi nazionale e regionali devono adottare al più presto politiche pubbliche per mobilità e riscaldamento ad emissioni zero, per tutti, ma soprattutto per chi è meno abbiente. Servono mezzi pubblici elettrici, bici e auto elettriche condivise, serve in città agevolare e promuovere subito la mobilità ciclo-pedonale. Serve il superbonus (110%) se ben speso per ridurre l’inquinamento da riscaldamento. Non servono invece proroghe ai permessi di circolazione dei veicoli diesel più inquinanti, non servono bonus per l’acquisto di auto di proprietà a combustione. Iniziare a ridurre a zero, o quasi, l’inquinamento deve divenire una priorità nazionale del Recovery plan italiano». 

Fonte: ecodallecitta.it



 
 

Matteo e Chiara: giovanissimi e con il sogno di un’azienda agricola biodinamica

Matteo e Chiara, giovanissimi ma con un sogno che stanno già realizzando: un’azienda agricola biodinamica rispettosa dell’ambiente e della salute. Una scelta meditata e consapevole. In bocca al lupo!

È un piccolo paradiso terrestre in collina, a Badia Calavena, dove ci sono galline di razze ormai introvabili, asinelli, una sessantina di arnie, parcelle di grani antichi, alberi da frutto, un orto con vegetali di cui altrove si sono persi sapori e profumi. E a contrada Trettene, poco sopra l’abitato di Sant’Andrea ci sono anche loro, Matteo Caloi, 19 anni e la sua fidanzata Chiara appena maggiorenne, ma entrambi con un sogno che stanno realizzando: avviare un’azienda agricola biologica e biodinamica, rispettosa dell’ambiente, del lavoro di uomini e animali e del giusto habitat delle piante. Non è un colpo di testa di un giovane appena diplomato che si immagina imprenditore: Matteo ha frequentato l’Istituto tecnico agrario Stefani Bentegodi di Buttapietra e ora è al secondo anno di un corso post diploma di specializzazione in agricoltura biologica e biodinamica. I tecnici di Avepa, l’agenzia regionale che controlla le domande per i bandi del Piano di sviluppo rurale ammessi a contributo, sono usciti a verificare la sua richiesta di partecipazione e gli hanno fatto i complimenti, sorpresi di trovare in un giovanissimo tanta passione e altrettanta competenza. Chiara, pur arrivando dalla città e con un diploma di parrucchiera che sta mettendo a frutto con un tirocinio in un salone dove si usano solo preparati vegetali per la cura dei cappelli, è stata trascinata dall’entusiasmo di Matteo e oggi è lei che cura il pollaio, con la razza antica della Cucca Veneta, una gallina che pareva estinta, ma di cui i due sono riusciti a recuperare qualche esemplare. I grani antichi sono una specialità che Matteo coltiva in parcelle fin dal tempo della scuola media; ora ha ben una ventina di varietà e l’obiettivo è fare una miscuglio di grani che sia un piatto ricco per le loro galline: più l’alimentazione sarà buona, più le uova saranno uniche. Dietro casa c’è l’orto, anche questo con varietà rare e 700 metri quadrati coltivati a zafferano. Dei 7mila metri quadrati di proprietà, a cui si aggiungono circa due ettari in affitto, ha predisposto le zone per le piante da frutto antiche che si è innestato, quelle per il pascolo e quelle per la fienagione. Ci sono infatti tre asinelli che forniscono ottimo concime e in un angolo del podere è allestito il cumulo per il compostaggio. «Devo un grazie ai miei genitori che mi hanno allevato fin da piccolo con questa attenzione per la natura e orientato a un sistema di coltivazione biologico – ha raccontato Matteo a Vittorio Zambaldo de L’Arena  – non riesco a vedere per me altra strada diversa da questa», dice. Chiara lo guarda e sorride, ma non si sente affatto spaesata: «Vengo dalla città ma mi trovo benissimo. Anche i miei genitori condividono questa scelta che diventerà anche scelta di vita: vogliamo essere indipendenti in tutto con le nostre produzioni e il nostro lavoro», conclude.
Fonte: ilcambiamento.it

È il clima a mettere a rischio la salute dei bambini di oggi e di domani

I cambiamenti climatici stanno già danneggiando la salute dei bambini di tutto il mondo e il rischio è quello di conseguenze a lungo termine sulla loro vita, se niente cambierà. Ovvero se il mondo continuerà a seguire la rotta attuale senza perseguire l’obiettivo dell’Accordo sul Clima di Parigi. È quanto emerso da una tavola rotonda sul rapporto “The Lancet Countdown on Health and Climate Change”.

È il clima a mettere a rischio la salute dei bambini di oggi e di domani

Clima e salute, un binomio ormai indissolubile. Se ne è discusso all’Istituto superiore di Sanità in occasione di una tavola rotonda dedicata alla riflessione sul rapporto The Lancet Countdown on Health and Climate Change pubblicata su The Lancet, frutto della collaborazione tra 120 esperti di 35 istituzioni di tutto il mondo – tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il University College di Londra e l’Università di Tsinghua – che ha analizzato 41 indicatori chiave, suggerendo quali azioni intraprendere per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. I cambiamenti climatici stanno già danneggiando la salute dei bambini di tutto il mondo e minacciano conseguenze a lungo termine sulla loro vita, se niente cambierà. Ovvero se il mondo continuerà a seguire la rotta attuale senza perseguire l’obiettivo dell’Accordo sul Clima di Parigi, ratificato da tutti i paesi UE: mantenere dal 2015 al 2100 l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 2 ̊C, sotto cioè ai livelli della prima rivoluzione industriale (1861-1880).

Ecco, in sintesi, come il clima potrebbe condizionare un’intera generazione secondo il rapporto.

-I neonati saranno più soggetti alla malnutrizione: con l’aumento delle temperature, infatti, il potenziale di resa media di mais (-4%), frumento (-6%), soia (-3%) e riso (-4%) è gradualmente diminuito negli ultimi 30 anni e, di conseguenza, i prezzi degli alimenti basati su questi cereali sono aumentati.

-I bambini saranno tra i più colpiti dalle malattie infettive: il 2018 è stato il secondo anno che climaticamente ha favorito la diffusione di batteri, causa di gran parte delle malattie diarroiche e delle infezioni da ferite a livello globale.
-Durante l’adolescenza, l’impatto dell’inquinamento atmosferico peggiorerà, con morti premature che nel 2016 hanno raggiunto i 2,9 milioni (oltre 440.000 dovute al solo carbone); l’approvvigionamento energetico globale da carbone è cresciuto dell’1,7% dal 2016 al 2018, invertendo una tendenza al ribasso.

-Da adulti vedranno intensificarsi gli eventi meteorologici estremi, con 152 dei 196 paesi che hanno registrato un aumento delle persone esposte agli incendi dal 2001-2004, e un record nel 2018 di 220 milioni di persone oltre i 65 anni esposte alle ondate di calore (63 milioni in più rispetto al 2017). Invece, percorrere fino in fondo il cammino tracciato dall’accordo di Parigi potrebbe consentire ai bambini nati oggi di crescere in un mondo in grado di raggiungere l’obiettivo zero emissioni entro il loro 31° compleanno e garantire un futuro più sano per le generazioni future. Solo un taglio del 7,4% l’anno delle emissioni di CO2 fossile dal 2019 al 2050, avvertono gli studiosi, limiterà il riscaldamento globale, secondo l’obiettivo più ambizioso di mantenere questo aumento entro 1,5°C.

Gli autori di The Lancet Countdown chiedono un’azione coraggiosa per invertire la tendenza in quattro aree chiave:

-fornire una rapida, urgente e completa eliminazione graduale dell’energia a carbone in tutto il mondo;
-garantire che i paesi ad alto reddito rispettino gli impegni internazionali di finanziamento per il clima di 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per aiutare i paesi a basso reddito;

-aumentare sistemi di trasporto pubblico e attivo, in particolare a piedi e in bicicletta, come la creazione di piste ciclabili e programmi di noleggio o acquisto di biciclette a prezzi accessibili ed efficienti;

-fare grandi investimenti nell’adattamento del sistema sanitario per garantire che i danni alla salute causati dai cambiamenti climatici non sopraffacciano la capacità dei servizi sanitari e di emergenza di curare i pazienti.

Fonte: ilcambiamento.it

PFAS, storia di una contaminazione a catena

Di inquinamento da PFAS in Veneto si è iniziato a parlare nel 2013, quando è scoppiata quell’emergenza che ha ora oltrepassato I confini della “zona rossa” ed è stata dichiarata nazionale. Eppure sappiamo oggi che il più grave inquinamento delle acque della storia italiana ha avuto origine anni prima a causa di una pericolosa gestione del territorio che ha determinato negli anni contaminazioni e reazioni a catena. Tra queste la mobilitazione di mamme, cittadini e associazioni che lottano nel tentativo di limitare le conseguenze ambientali e sanitario di questo “veleno invisibile”. Eppure, oggi più che mai, la via d’uscita da questo disastro appare lontana. I PFAS sono composti chimici industriali utilizzati per rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. Sono usati nella produzione di molti oggetti di uso quotidiano come padelle di teflon, carta da forno sbiancata, packaging per fast food, abbigliamento reso impermeabile o isolante e lubrificanti. Da almeno 60 anni queste sostanze si diffondono e avvelenano le falde acquifere, acque superficiali e acquedotti del Veneto occidentale ma ormai sono diffusi nel fiume Po e quindi anche nel mare Adriatico. L’Ispra ha stimato per il solo danno ambientale 136,8 milioni di euro. Per il secondo anno il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza da contaminazione delle falde idriche di Verona, Vicenza e Padova. Man mano che la regione Veneto aggiorna i dati, aumentano i comuni contaminati oltre a quelli già presenti nella zona “rossa” attorno a Trissino dove ha sede l’incriminata azienda Miteni Spa. A sempre più persone vengono riscontrati valori elevati nel sangue di PFAS e si allargano gli screening anche alla popolazione pediatrica. Queste sostanze rappresentano un grave pericolo sia per la salute umana che per l’ambiente, sono catalogate nelle liste internazionali di sostanze estremamente preoccupanti (SVHC) perché tossiche, persistenti e bio-accumulabili cioè il nostro corpo le integra e le accumula; esse sono particolarmente subdole perché inodori, incolori e insapori.

La gestione del caso Miteni

La Miteni Spa, un’azienda chimica specializzata in produzione di intermedi fluorurati per agrochimica, farmaceutica e chimica fine, dal 1977 ha scaricato sostanze altamente tossiche nei corsi d’acqua ma l’inquinamento da tali sostanze è stato constatato solo nel 2013. Questo evento ha portato alla luce un intero sistema di pericolosa gestione del territorio. Il 20 marzo di quest’anno i carabinieri del NOA (Nucleo Operativo Ecologico) in 270 pagine certificano, con 13 rinvii a giudizio tra i dirigenti aziendali, che la Provincia di Vicenza ha nascosto l’inquinamento per 13 anni: “C’è stata la volontà di non far emergere la situazione, colpevole anche l’Agenzia Ambientale regionale, l’organo di controllo, Arpav”.  

L’attività industriale

Le attività industriali che usano questi prodotti sono quelle per la lavorazione delle pelli, del tessile, le cartiere e le produzioni con inchiostri e tinture. Le industrie rilasciano questi composti come fanghi, scarichi e contaminanti del suolo. Ma sono soprattutto le concerie le industrie incriminate. L’ltalia rappresenta il 66% della produzione conciaria europea, il Veneto il 52% della produzione italiana del settore. Ne consegue che la sola industria della pelle del Veneto consuma ogni anno, secondo i dati dell’agenzia europea ECHA che disciplina l’uso delle sostanze chimiche, circa 160 tonnellate di sostanze che rilasciano PFOA e che non sono mai state oggetto di analisi negli scarichi industriali perché precursori dei PFAS. A questi vanno ad aggiungersi 30 tonnellate di PFOA e sali di PFOA puri o utilizzati in miscele vendute in Europa. In Italia la chiusura delle indagini preliminari della procura di Vicenza sull’azienda Miteni ha sollevato gravi responsabilità di Istituzioni Pubbliche ed enti di controllo per il più grave inquinamento delle acque della storia italiana con interessamento, per ora, di 350 mila persone e più di 90.000 abitanti da sottoporre a controllo clinico. Già dal 2010 la Provincia di Vicenza era a conoscenza dell’incremento della contaminazione da PFAS dovuta alla Miteni e così l’Arpav Veneto, l’organo di controllo.

La diffusione dei PFAS si sarebbe potuta arginare 10 anni fa. 

Eppure la regione Veneto si è inserita nel fallimento della Miteni per essere risarcita di 4,8 milioni di euro. Inoltre il Ministero delle politiche economiche ha messo a disposizione fondi al Commissario Delegato, Nicola Dell’Acqua, per una quota complessiva di 56,8 milioni con il compito di iniziare, e portare avanti, gli interventi urgenti. Ulteriori 80 milioni saranno stanziati dal Ministero dopo un un Accordo di programma da sottoscrivere con la Regione Veneto. Quindi l’onere della bonifica è a carico dello Stato ma gestita dalla Regione.

Contaminazioni a catena

L’acqua è la base di ogni forma di vita e si distribuisce in ogni parte dell’ecosistema. Oltre che nei rubinetti dell’acqua potabile i PFAS sono entrati nella catena alimentare, nell’agricoltura, negli allevamenti e nella pesca. Infatti l’acqua è responsabile solo per il 20% della contaminazione, il restante 80% è dovuto agli inquinanti presenti nella catena alimentare e nell’aria (EFSA, 2017). Nessuna iniziativa, fino ad ora, è stata adottata nei confronti dell’origine alimentare della contaminazione. Infatti le Istituzioni hanno diffuso segnali rassicuranti basandosi su parametri dose/giornaliera vecchi di 10 anni quando ancora gli studi sull’impatto della contaminazione erano appena cominciati. Mentre in America già molte persone sono state risarcite per avvelenamento da PFAS, in Italia si attendono le prove causa-effetto non bastando il “probabile collegamento” che già emerge dagli studi epidemiologici. Dagli studi del Prof. Carlo Foresta dell’Università di Padova, endocrinologo e andrologo si prospetta una crescita esponenziale di infertilità nelle future generazioni, soprattutto maschile. Infatti i PFAS, interferenti endocrini, per la loro natura chimica si sostituiscono all’ormone testosterone nei tessuti dove questo dovrebbe agire. Questo determina grave insufficienza del sistema riproduttivo ma anche problematiche ormonali a lungo termine.

I valori guida di riferimento

Leggiamo dal documento/inchiesta pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land che la pubblicazione dei nuovi valori guida per la salute umana indicati dall’EFSA(organo di controllo europeo) è per ora stata sospesa per la pressione delle lobbies chimiche sulle Istituzioni Europee. Ma sono state pubblicate dalla rivista del Sindacato veterinari di medicina pubblica del Veneto: per PFOS e PFOA sono rispettivamente di 13 ng/kg e 6 ng/kg peso corporeo per settimana. Emergerebbe una enorme discrepanza con i dati di riferimento della regione attualmente in atto per le valutazioni: in totale un litro d’acqua, definita potabile, può contenere fino a 390 ng di PFAS. Ad esempio un bambino di 10kg supererebbe la soglia giornaliera solo bevendo un litro di acqua. Su tali parametri sono basati anche i pochi monitoraggi dell’istituto Superiore di Sanità sugli alimenti vegetali e animali. Questo è uno dei punti chiave che necessita di misure urgenti poiché nessuno è in grado di stimare l’entità delle contaminazioni e il nesso dose/rischio per la salute sia degli abitanti della zona sia di quelli delle altre regioni dove i prodotti vengono distribuiti. Per ora la regione Veneto ha emesso un’ordinanza che vieta fino al 30 giugno il consumo del pesce pescato proveniente dalle aree dove sono state riscontrate positività analitiche per i PFAS. Ma non c’è nessun controllo, non emerge la capacità di gestire la situazione neanche di saperla valutare.

Campi del Veneto visti dall’aereo

Le economie di zona

Storicamente la ricchezza della Regione deriva proprio dall’opera di regimentazione delle acque attraverso le bonifiche delle paludi che permisero ad una delle zone più povere d’Italia il grandioso sviluppo economico prima agricolo e poi industriale. Dagli anni ’60 lo sviluppo industriale di questo territorio ha avuto una forte connotazione chimica. Gli impianti di Marghera della Monsanto e della Sicedison hanno posto le basi per diventare uno dei più importanti poli per la produzione di materie plastiche in Europa. Poi si insediò la Rimar, che in seguito diventa appunto Miteni, costruita sulla seconda falda acquifera più grande d’Europa, grande come il Lago di Garda. La zona di Arzignano rappresenta il più grande polo europeo della concia che scarica nella zona migliaia di tonnellate di rifiuti tossici arrivando ormai alla nona discarica e con nessun intervento da parte delle autorità di controllo. Reflui conciari e reflui della Miteni viaggiano vicini, vengono diluiti con acqua pulita, paradossalmente definita “vivificazione”, ma non filtrati dai PFAS. Infatti gli impianti di depurazione continuano a non limitare il problema poiché non sono in grado di filtrarli ed eliminarli. I PFAS continuano a scorrere abbondantemente lungo la pianura e ad accumularsi, sono fatti proprio per non degradarsi. Questa stessa zona è toccata anche da una grande opera in costruzione: la superstrada Pedemontana. Corre proprio lungo la fascia di ricarica della falda acquifera di buona parte della pianura padana, è costruita “in trincea” cioè diversi metri al di sotto del livello campagna. Così in alcuni tratti si vedono i muri, appena costruiti, percolare liquami tossici. Inoltre subisce continuamente crolli e rattoppi incontrando anche discariche industriali abusive e zone instabili. Non sembra che la politica di sviluppo della regione segua una progettazione organica tra le varie problematiche né che ci sia un’adeguata analisi idrogeologica. Sicuramente si continua a seguire un modello di sviluppo che non protegge territorio e salute. Non si riscontra neanche il vantaggio economico poiché la Pedemontana negli anni ha quadruplicato i costi che nessuna banca ha voluto finanziare e quindi la Regione ha chiesto l’intervento dell’Anas cioè dello Stato. Per ora il costo ammonta a 12 miliardi.

L’altra faccia del Veneto

Già dal 2014 diverse associazioni attive sul territorio si sono riunite nel coordinamento Acqua libera da PFAS che ha cercato di sensibilizzare cittadini, enti pubblici e di controllo e ha chiesto per anni di indagare quale fosse il reale impatto sull’ambiente e sulla salute. Ora che iniziano maggiori controlli sulle acque e nel sangue degli abitanti i dati sono allarmanti e ancora molto sottostimati. 

Il movimento No PFAS è stato il motore che ha rotto un sistema di omertà e dolo ma anche di inadeguatezza e immobilismo tra Istituzioni e forti interessi economici. I partecipanti hanno subito 5 avvisi di garanzia per aver spinto alle indagini e dubitato delle rassicurazioni. Chiedono “Zero PFAS” per uscire dalle contrattazione dei cosiddetti “limiti accettabili” che sono la mediazione possibile per poter continuare a produrre. Nessuna opera di bonifica, che comunque non è neanche all’orizzonte, può funzionare se prima non si bloccano le sorgenti dell’inquinamento. Chiedono analisi e dati, di poter effettuare esami del sangue per controllare il proprio stato di contaminazione. Non possono effettuarli né gratuitamente né pagando il ticket e nemmeno privatamente poiché non sono analisi comuni. I cittadini sono pertanto privati di una forma di controllo della propria salute che rimane nelle mani di chi fa i monitoraggi ufficiali. Nella mancanza totale di informazioni si è costituita la Redazione di PFASLand che rappresenta l’Organo di informazione dei gruppi-comitati-associazioni NO PFAS della Regione del Veneto che raccoglie le più importanti realtà maturate in questi anni: Mamme No PFAS, Angry Animals dei Centri Sociali, Greenpeace, Legambiente, ISDE, Medicina Democratica, CiLLSA, associazione di Arzignano, Coordinamento Acqua Bene Comune di Vicenza e Verona, Rete Gas Vicentina, gruppi territoriali NO PFAS indipendenti, in continua nascita.

Grazie al Comitato scientifico della Redazione PFASLand il 12 aprile è nata la prima mappa digitale navigabile sulla contaminazione da PFAS, dove ogni cittadino potrà verificare quanto inquinati siano il pozzo, la risorgiva, il fiume, le acque in prossimità della propria casa, del proprio orto, le stesse acque con cui si irrigano i campi e si allevano gli animali, per arrivare poi in forma di alimenti non solo sul proprio piatto, ma anche su quello degli altri. Uno strumento popolare, un bene comune ma complesso, basato sui dati aggregati ArpaV, usando software liberi come QGIS. Dal documento pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land precedentemente citato leggiamo: “Per la bonifica di un territorio così grande, dei bacini fluviali, delle colture, per l’aiuto ai produttori danneggiati dall’inquinamento e il risanamento totale delle loro aziende, per la mano d’opera occorrente e gli strumenti, il personale medico e le strutture sanitarie, c’è bisogno di grandissime risorse economiche di cui la Regione non dispone. Sarà necessario un piano di solidarietà nazionale, coordinato dai ministeri competenti, per garantire un budget inimmaginabile ma necessario. 

Confligge con tale bisogno la logica perversa con la quale tutte le forze politiche del Veneto si sono accodate alla richiesta di Zaia che esclude ogni tipo di solidarietà nazionale nei confronti di chi produce meno o amministra male. Però non puoi chiedere aiuto agli altri se neghi il senso della solidarietà nazionale che è alla base di un paese democratico i cui governanti sappiano guardare un tantino più in là del proprio naso… Ricordo da bambino i camion pieni di vestiti e coperte che partivano, salutati dalla folla, da una Sicilia poverissima in aiuto degli alluvionati del Polesine”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/pfas-storia-contaminazione-catena/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“Siete pazzi a mangiarlo!”, l’immondizia dell’industria agroalimentare sulla nostra tavola

Il libro sconvolgente di Christophe Brusset “Siete pazzi a mangiarlo!”, scritto in qualità di manager che per vent’anni ha lavorato dell’industria agroalimentare, è una discesa horror in un sistema capace, come molti business dai grandi numeri, di azioni aberranti dove la vittima è sempre il consumatore.

Il libro sconvolgente di Christophe Brusset “Siete pazzi a mangiarlo!”, scritto in qualità di manager che per vent’anni ha lavorato dell’industria agroalimentare, è una discesa horror in un sistema capace, come molti business dai grandi numeri, di azioni aberranti dove la vittima è sempre il consumatore. Una galleria di esempi vomitevoli in cui c’è l’imbarazzo della scelta dello schifo che costantemente e in maniera imperterrita le industrie alimentari propinano alla gente senza alcuno scrupolo. Prodotti sofisticati, andati a male, con escrementi, vermi, tossici, scaduti, che provengono da paesi con controlli irrisori e fatti passare per nazionali, trucchi e falsificazioni di ogni genere, truffe, corruzioni, collusioni con le autorità pubbliche, non manca nulla. Importazione e occhi chiusi su alimenti fuori da ogni parametro a seconda della potenza politica e commerciale dal paese da cui provengono. Poi però si fanno autentiche campagne terroristiche per fare vaccinare tutti, quando il cibo a livello industriale che mangiamo è spesso quanto di più dannoso si possa immaginare. Ma attaccare e criminalizzare una famiglia che vuole solo scegliere liberamente come curarsi è molto più facile che mettersi contro grandi industrie o interi paesi dai quali importano cibo insano che avvelena la nostra salute. Del resto non c’è nulla di cui stupirsi perché Brusset ci chiarisce quali sono le regole del sistema : «Il Bene era tutto ciò che aumenta il profitto, il Male era perdere soldi. La menzogna, la dissimulazione, la malafede e persino la truffa, senza essere degli scopi in sé, erano positive, se miglioravano i risultati attesi».

E ancora: «Imbrogliare il consumatore è facilissimo, in più è legale! Mi spingerei persino a sostenere che si è istigati a farlo».

«Il liberismo non è l’assenza di regole, è l’applicazione della legge della giungla».

«Un’impresa non è un servizio sociale dello Stato. La sua finalità non è il benessere dei suoi dipendenti o la soddisfazione dei suoi clienti, ma il profitto, o il margine di guadagno».

«Siamo sinceri e diretti: l’unica cosa che interessa agli industriali e alle grandi catene di supermercati è il vostro denaro, non certo la vostra felicità e la vostra salute. Non fatevi ingannare dalle spacconate di quei parolai che vi giurano, con la mano sul cuore e la lacrima pronta, che lottano per il vostro benessere e difendono il vostro potere d’acquisto. E’ tutta una commedia, una millanteria, nient’altro. Non fidatevi di nessuno, siate vigili e soprattutto siate esigenti! Dovete rendervi conto una volta per tutte che in fin dei conti siete voi consumatori ad avere il potere. Siete voi che decidete se comprare o meno nei vari reparti quello che vi viene offerto. Usate questo potere per cambiare finalmente le cose».

Leggendo il libro si stenterà a credere di quanta autentica immondizia venga data in pasto alle persone per raggiungere il profitto ad ogni costo. E anche lo schifo è possibile venderlo, basta avere i prestigiatori della menzogna a disposizione e il gioco è fatto. «Quando si ha un prodotto da vendere, soprattutto se è di qualità mediocre o addirittura scadente e la concorrenza infuria, la cosa migliore è curare la sua presentazione: la confezione. Questo è il lavoro del marketing, gli specialisti delle apparenze, i campioni della cosmetica e del re-looking del prodotto».

Brusset indica anche delle soluzioni.

«L’ideale – e l’unica soluzione radicale- sarebbe naturalmente quella di bandire definitivamente qualsiasi prodotto industriale, e di limitarsi a prodotti grezzi, freschi, non trasformati».

«Nei vostri acquisti alimentari dovete sempre privilegiare la prossimità. Scegliete le origini locali o nazionali. Da una parte fa bene all’occupazione; dall’altra, i prodotti che non hanno attraversato molteplici frontiere, presentano necessariamente meno rischi di adulterazione, di mescolanza o di inganno sulle origini, la specie o la qualità. Abbiamo la fortuna di avere nei nostri paesi prodotti variati e di qualità: sono questi che bisogna scegliere».

E, aggiungiamo noi, autoprodursi il più possibile e il resto comprarlo in gruppi di acquisto collettivo e da piccoli produttori locali biologici in cui è possibile verificare tutta la lavorazione. Non solo si mangia più saporito e sano ma ci si prepara per tempo alle prossime inevitabili crisi di approvvigionamento che ci saranno, frutto di una società allo sbando che non sarà più in grado di garantire nulla. Quindi pensiamoci direttamente noi prima di ritrovarci nei guai.

Fonte: ilcambiamento.it