L’orto sul tetto: l’esperienza di OrtiAlti a Torino

“Farm your rooftop. Enjoy sharing!” è il motto dell’associazione di promozione ed innovazione sociale dal nome OrtiAlti, che ha come visione ed obiettivo l’utilizzo e la trasformazione dei tetti piani dei palazzi in Torino e la loro riconversione in nuovi spazi di rigenerazione urbana, quali luoghi di socialità collettiva e di produzione alimentare.

Emanuela Saporito ed Elena Carmagnani sono due giovani architetti che, nel loro studio di Via Goito 14, situato nel quartiere di San Salvario, lavorano con intraprendenza e passione nell’ottica di ripensare nuove, sostenibili e partecipative progettualità per la città, di cui gli OrtiAlti si rivelano essere un esempio rappresentativo. A conoscere tale realtà più approfonditamente, ci si accorge subito come questi siano ben più che semplici orti urbani. Si potrebbero definire catalizzatori di idee ed esperienze innovative: sono innanzitutto esperimenti di rigenerazione urbana, sono spazi collettivi aperti alla comunità, sono aree di produzione alimentare e di ritorno alla natura. Gli OrtiAlti si inseriscono in un nuovo modo di vivere lo spazio pubblico, più aperto ed inclusivo, proprio come ci racconta Emanuela.

Parlaci di come è nata l’associazione OrtiAlti e di cosa si occupa.

Orti Alti nasce ufficialmente come associazione nel 2015, però è un progetto che esiste dal 2013 a partire da una collaborazione tra me ed Elena Carmagnani. Io ed Elena abbiamo due approcci all’architettura differenti ma complementari: lei ha una precedente preparazione sui temi della progettazione sostenibile e paesaggistica, mentre io mi sono occupata sin dalla tesi di laurea, di processi partecipativi applicati alla trasformazione della città, così come dell’impatto sociale delle trasformazioni spaziali.

Nel complesso il progetto nasce dall’idea di individuare e sperimentare delle soluzioni smart per la rigenerazione degli spazi urbani che tengano insieme più aspetti, quali quello ambientale, sociale ed economico. Elena, insieme ai suoi colleghi, aveva realizzato nel 2010 un orto sopra al tetto dell’ufficio, che aveva avuto moltissimo successo. A partire da questo prototipo, abbiamo provato a immaginare in che modo queste realizzazione potessero essere diffuse sul tessuto urbano e, se inserite in una rete di gestione di tipo collaborativo, potessero rappresentare delle micro agopunture urbane capaci di innescare processi in città potenzialmente ad alto impatto.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190321

Nel 2015 si costituisce l’associazione che ha come scopo la divulgazione culturale di questa visione, tentando di costruire un progetto di impresa sociale tramite la volontà di lavorare su progetti sperimentali che possano aggregare interessi ed attori urbani differenti, apportando effetti e benefici sulla cittadinanza.
Sempre nello stesso anno, abbiamo vinto il premio WE-Women for Expo, bandito da fondazione Expo Milano nell’ambito, appunto, di Expo Milano 2015. Quel premio per noi è stato molto importante perchè ci ha dato la visibilità e le risorse per poter lavorare sul primo progetto pilota, l’OrtoAlto delle Fonderie Ozanam.
Perché gli orti urbani?

Abbiamo deciso di approfondire il tema del verde pensile per diverse ragioni. Innanzitutto, è una tecnologia che ha ottimi benefici dal punto di vista ambientale ed energetico. Inoltre, ci interessava molto il tema dell’uso comunitario legato al recupero degli spazi, come ne sono esempio i tetti piani che ad oggi sono costruiti ma inutilizzati e che consumano porzioni di suolo. D’altra parte, reputiamo molto significativo il tema della produzione del cibo, che ha una doppia valenza: da un lato simbolica, poiché è un veicolo comunicativo e relazionale molto potente e che permette alle persone di aggregarsi con facilità, dall’altro, perchè la produzione ha a che fare con la possibilità di autosostentarsi e di pensare in un’ottica di consumo diretto ed a km 0, oltre che con l’educazione alimentare e l’educazione alla salute.

Quali progetti state portando avanti a Torino?

Un primo progetto di sperimentazione è l’OrtoAlto Ozanam, in Via Foligno. L’orto si trova sopra un ristorante, quindi parte della produzione alimentare è destinata ad esso, mentre la restante parte viene ridistribuita ai volontari che si prendono cura dello spazio. La dimensione partecipativa è sia nella cura diretta che nell’animazione: il luogo è diventato nel tempo uno spazio condiviso e di socialità per tutto il quartiere, in quanto utilizzato per attività aperte al pubblico e l’anno scorso abbiamo intrapreso dei laboratori per i bambini sul tema dell’orticoltura urbana ed attività artistiche legate alla sostenibilità ambientale. Un’altra dimensione esplorata è poi quella relativa all’inserimento lavorativo, in quanto siamo riusciti ad attivare una borsa di lavoro per due ragazzi migranti richiedenti asilo e recentemente uno di questi è divenuto l’apicultore ufficiale delle Fonderie Ozanam. Un secondo progetto è l’Orto Fai da Noi, realizzato insieme a Leroy Merlin ed adiacente al negozio stesso in corso Giulio Cesare. Il progetto nasce su un’area di circa 1600 mq di loro competenza e totalmente inutilizzata. Ad oggi lo spazio è stato trasformato in un orto di comunità affidato a 20 famiglie del quartiere, che si occupano della progettazione degli orti e della loro cura.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190417

Un altro progetto attualmente attivo è Or-TO, realizzato in collaborazione con Eataly Torino e allestito sul piazzale di fronte al negozio del Lingotto. Il progetto nasce con la volontà di agire su uno spazio pubblico che non funziona in modo efficace perché, pur essendo un piazzale di passaggio, di fatto non è né un luogo di incontro, né di sosta, nè uno spazio di interazione sociale. L’inserimento di tale progetto, gestito da abitanti delle case popolari adiacenti ed utilizzato come spazio per le scuole presenti in sua prossimità, ha cambiato completamente la vita e l’uso del piazzale, tanto che da intervento temporaneo, di fatto si è trasformato in un intervento mobile che si modifica e si rinnova ad ogni stagione.
L’aspetto partecipativo e di empowerment è nato col progetto: sin dall’inizio abbiamo parlato con alcune associazioni del quartiere e coi cittadini per decidere con loro se l’intervento poteva rispondere alle loro esigenze e successivamente abbiamo deciso insieme in che modo si sarebbe potuto gestire lo spazio.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190219

Qual è il ruolo del cittadino all’interno di tale progettualità partecipata?

Il cittadino di fatto è il protagonista: se non esiste una comunità di cura, questi luoghi non hanno senso di esistere. Le piante in particolar modo richiedono una cura continuativa e quindi il rapporto col cittadino è coevolutivo: esiste uno se esiste l’altro. Ciascun orto, nello specifico, ha la sua comunità di cura: in un contesto condominiale, ad esempio, è più facile immaginare che siano gli abitanti di quel condominio che se ne occupano, mentre nel caso di edifici pubblici, para-pubblici o spazi privati, si ha una maggior varietà di soggetti. C’è una tradizione di Community Gardening antichissima che si sviluppa in particolare negli Stati Uniti negli anni ’70, proprio in un momento di grande partecipazione politica e popolare, con un’anima di attivismo e coinvolgimento totale e diretto dei cittadini nel prendersi cura di uno spazio urbano.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190552

Come vorreste trasformare l’identità della città tramite questa pratica?

L’OrtoAlto è funzionale ad una trasformazione dei tetti piani in spazi verdi produttivi ed è capace di agire direttamente sulla città: cambia il punto di vista del paesaggio urbano, ma cambia anche dal punto di vista del metabolismo urbano, della capacità del sistema di essere un grado di autogestire e autoregolare la produzione ed il consumo delle risorse. Ovviamente si tratta di interventi minimi, però nel loro essere minimi sono prototipo di un modello di vita e di uso della città diverso, che cerca di trovare un equilibrio tra consumo e produzione e che si immagina una comunità di abitanti più solidale e collaborativa.

Foto copertina
Didascalia: OrtoAlto Torino

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/ortialti-orto-sul-tetto-torino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Annunci

Lo Yoga della Risata, una vera filosofia di vita

Ritornare a ridere come quando eravamo bambini privi di giudizio. È quanto ci aiuta a fare lo Yoga della risata, disciplina che comporta molteplici benefici a livello neurobiologico e psicologico relazionale. Ce ne parla Lucia Berdini, che da tre anni conduce nel suo paese un Club della Risata e tiene corsi in tutta Italia.

“Non ridiamo perché siamo felici, siamo felici perché ridiamo”

William James

Lo Yoga della Risata è una disciplina nata in India nel 1995 grazie al medico Madan Kataria e si basa sull’idea unica che ognuno di noi è capace di ridere incondizionatamente, ovvero senza un motivo, senza l’uso di comicità o barzellette. Si fonda sulla scoperta incredibile che il nostro corpo non riconosce la differenza tra una risata “indotta” e una “spontanea” e ci fornisce comunque gli stessi benefici. Probabilmente, se non lo avete mai sperimentato, avrete dipinta in volto un’espressione scettica. Sì, perché per la mente adulta questo è un concetto difficile da digerire. Pensate ad un bambino di qualche mese che – pur non comprendendo linguisticamente una battuta – ride di gusto quando vede qualcuno ridere. Come ci riesce? I modelli della risata nell’adulto e nel bambino (specialmente quando non padroneggia ancora il linguaggio) sono molto differenti. Quando l’adulto ride lo fa sempre per un motivo, o rischia di essere considerato pazzo. Il bambino invece ride quasi sempre per motivi legati alla percezione e ai sensi. Lo Yoga della Risata ci aiuta a fare questo: ritornare a ridere come quando eravamo bambini privi di giudizio.1

Perché dovrei praticarlo?

Perché i benefici, a livello fisico, mentale ed emotivo sono innumerevoli ma soprattutto perché, se aspetti un buon motivo per ridere potresti aspettare anche tutta la vita. Per avere accesso ai benefici della risata, è necessario ridere per almeno dieci minuti e in maniera diaframmatica. Ti sembra impossibile vero? In realtà, nei club della risata, i partecipanti sbloccano la risata con molta facilità, perché grazie all’interazione giocosa con il gruppo e all’attivazione dei neuroni specchio – attraverso il contatto visivo – si riesce per un po’ a mandare in tilt il nostro emisfero destro. Dopo 10 minuti di risate diaframmatiche (no, ridacchiare non funziona), il corpo comincia a liberare un cocktail di ormoni della felicità e a migliorare moltissime funzioni fisiche e psichiche.

Ricontattare la propria risata, quella che parte dal corpo e non è indotta da scherzi o battute, non è sempre immediato. Dipende infatti da quanto la nostra sovrastruttura adulta, negli anni, si è ispessita. Tuttavia, presto o tardi, chiunque può ritrovarla, con la possibilità di andare a sciogliere emozioni bloccate da tempo. Non è inusuale infatti, specialmente durante gli intensivi di due giorni, che anche il pianto venga a galla. Spesso si pensa che, poiché ridiamo, vogliamo nascondere a noi stessi le brutture della vita, che vogliamo essere felici a tutti i costi. È vero esattamente il contrario. Ridendo – e quindi riattivando potentemente il diaframma – ci rimettiamo in contatto con il calderone delle emozioni (tutte!) e ricominciamo a sentirci, e a vivere. La combinazione delle tecniche di respirazione prese in prestito dallo Yoga (Pranayama), della giocosità tipica dei bambini e degli esercizi di risata, ci permette di ottenere di un lungo elenco di benefici neuro-biologici che la PNEI ha confermato grazie a numerose ricerche scientifiche.2

I benefici neuro-biologici

– Aumento dell’efficienza delle capacità respiratorie grazie al miglioramento della ventilazione polmonare
– Aumento dell’efficienza del sistema cardiocircolatorio
– Miglioramento delle funzionalità dell’endotelio
– Regolazione della pressione arteriosa
– Riduzione dei livelli di glucosio nel sangue
– Sensibile riduzione della produzione di cortisolo e regolazione dei livelli di adrenalina (ormoni dello stress)
– Attivazione dell’apparato linfatico
– Incremento della produzione endogena di: betaedorfine (antidolorifici naturali), serotonina (neurotrasmettitore che regola i cicli sonno veglie e antidepressivo naturale), ossitocina (ormone dell’amore), encefaline (rinforzano il sistema immunitario aumentando la produzione di immunoglobuline IgA e IgG)
– Aumento dell’attività interferomonica e delle cellule NK (Natural Killer) antitumorali.
– Stabilizzazione del ciclo della dopamina (regolatrice dei processi dell’apprendimento, della ricompensa, della motivazione e del benessere).3

I benefici psicologico relazionali

– Riduce in modo drastico lo stress (mentale ed emotivo, oltre che fisico)
– Favorisce un aumento dell’autostima e della sicurezza in sé
– Aumenta le capacità di attenzione e concentrazione
– Migliora le capacità di ascolto e di assertività
– Potenzia le doti di leadership
– Motiva alla responsabilità
– Promuove lo spirito di condivisione e di cooperazione
– Aiuta il superamento di idee e pregiudizi limitanti
– Stimola le capacità creative e di problem solving
– Genera le risorse fisiche e neuro-biologiche necessarie a superare momenti difficili nella vita personale, familiare, sociale e lavorativa.
Ridere incondizionatamente, oltre a essere divertente e gratuito, ci permette di diventare più resilienti, di creare una forte rete sociale (la prima necessità per una vita felice), di liberarci dal giudizio. Solo quando decidi di sorridere – e ridere – alla vita, anche la vita comincerà a sorriderti.

Fonti e studi rilevanti sui benefici dello Yoga della Risata

Foto dal Club della Risata condotto da Lucia Berdini

La pagina Facebook di Lucia Berdini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/yoga-della-risata-vera-filosofia-vita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Aboca: così le piante hanno conquistato la scienza

Un museo, una casa editrice, dei progetti sul territorio e… 40 anni di storia nel settore dei prodotti per la salute. Possono sembrare elementi slegati tra loro e invece in una valle toscana, la Val Tiberina, ad Aboca, esiste un’azienda che fa tutto ciò! Aboca nasce nel 1978 quando l’attuale Presidente Valentino Mercati acquista la villa di Aboca, piccola frazione da cui prese il nome l’azienda. Dopo una prima analisi, Mercati decise di coltivare piante medicinali in un’epoca in cui il settore era quasi inesistente e la scelta si rivelò vincente. Da allora, infatti, l’innovazione è stata continua fino ad arrivare ad oggi, in cui Aboca può vantare 1300 dipendenti, e 1400 ettari di terra coltivata con agricoltura biologica a piante medicinali per realizzare dispositivi medici e integratori alimentari.

La produzione è verticalizzata: dalla coltivazione, alla trasformazione, alla ricerca e sviluppo, ai cosiddetti ‘colletti blu’, tutto avviene internamente o in stabilimenti che insistono su territori limitrofi. Ma quello che contraddistingue  Aboca è probabilmente dato dalla sua capacità di sviluppare relazioni con la comunità scientifica diventando protagonista delle ricerche di settore sia in ambito scientifico che in ambito medico e farmaceutico facendo incontrare “natura e terapia”.

“La nostra sfida – ci spiega Davide Mercati – è stata portare la medicina naturale basata sull’utilizzo delle piante nell’ambito della medicina allopatica moderna basata su evidenze cliniche. Siamo stati una sorta di traghettatore che ha portato il mondo delle piante medicinali fuori dalla tradizione della medicina cosiddetta alternativa per portarla nel mondo scientifico. Siamo passati dalla vecchia tisana allo studio clinico. Il mondo scientifico fino agli anni ’80 guardava con diffidenza a questi mondi, poi la convinzione e la caparbietà di Valentino Mercati e dalla sua famiglia, nonché dei suoi dipendenti, ha permesso di trasportare il mondo delle erbe nel mondo della scienza. Oggi università, ospedali e centri di ricerca fanno studi clinici basati su sostanze vegetali. Spesso sono loro che vengono a cercarci!”.

Oggi Aboca è presente in 14 nazioni. La crescita di fatturati e dipendenti è stata costante nel tempo ma negli ultimi sei anni ha avuto un’impennata. Questo grazie ad un aumento costante della sensibilità degli italiani verso questo settore.

“Una volta il nostro cliente tipo era quello che cercava la natura e la vita naturale – continua Davide Mercati – oggi a questo si è affiancato il cliente che cerca semplicemente un prodotto efficace e sicuro. Il farlo nel rispetto dell’ambiente e dell’organismo umano garantisce l’assenza di effetti collaterali e la consapevolezza di agire in modo sostenibile.

Aboca ha una visione di lungo periodo – spiega ancora Mercati –  non guarda solo alla crescita di fatturato per l’anno in corso, ma investe ingenti risorse economiche, umane e intellettuali per far evolvere tutto il settore delle sostanze vegetali ed allargare il numero di patologie che siamo in grado di affrontare. Il nostro futuro sarà costellato da un numero crescente di collaborazioni con università e istituti di ricerca insieme ad una crescente attenzione all’ambiente e alla natura. Per questo, tutte le nostre coltivazioni sono biologiche, senza uso di OGM o di sostanze chimiche di sintesi dannose per l’ambiente. Inoltre, per il confezionamento dei nostri prodotti usiamo solo cartone e vetro. Abbiamo eliminato i cosiddetti blister, non usiamo plastica. I nostri “opuscoli” sono in carta certificata, cerchiamo di ridurre costantemente sprechi ed educhiamo il nostro personale affinché i nostri atteggiamenti siano sempre più ecosostenibili. Infine, abbiamo una casa editrice per sensibilizzare sul tema dell’ambiente”.

Ma non è tutto. Come detto all’inizio, Aboca ha anche fondato “Aboca Museum”: un Museo delle Erbe che recupera e tramanda la storia del millenario rapporto tra l’Uomo e le Piante. Si legge sul sito: “Aboca Museum, attraverso il percorso Erbe e Salute nei Secoli, nella prestigiosa sede rinascimentale di Sansepolcro, con suggestive e fedeli ricostruzioni di antichi laboratori, diffonde l’antica tradizione delle Erbe Medicinali con le fonti del passato: preziosi erbari, libri di botanica farmaceutica, antichi mortai, ceramiche e vetrerie”.IMG_0960

Passeggiando per le sale rimaniamo colpiti dalla cura del dettaglio, sia nella conservazione di testi antichi, di prodotti o dei reperti, che per la bellezza delle sale. Entrando nella libreria, inoltre, ci sentiamo a casa. Tra i testi pubblicati, accanto a quelli legati al settore erboristico e artistico, spiccano autori come Ugo Mattei, Fritjof Capra, Antonio Cianciullo, Stefano Mancuso e molti altri nomi noti. Infine, Aboca svolge una serie di attività nelle scuole: “L’azienda Aboca, nell’ambito della sua specializzazione nella coltivazione e trasformazione di piante medicinali, offre agli studenti di tutte le età percorsi didattici differenziati con l’obiettivo di favorire la riscoperta del rapporto millenario che lega l’uomo alle piante medicinali”.

Oggi l’azienda è sempre guidata dalla famiglia Mercati ma è passata da azienda a conduzione famigliare ad azienda “glocale” o multinazionale che dir si voglia. Spiega Davide Mercati: “Oggi seguiamo modelli strutturali aziendali con l’aiuto di consulenti esterni. Non possiamo più avere ‘un solo padrone’, ma una serie di manager in grado di incarnarne lo spirito e i valori alla base dell’azienda, per far sì che dai vertici alle basi ci siano valori condivisi nonché un rapporto bidirezionale di idee, dall’alto al basso e viceversa”.

Non male per un’azienda quarantenne. Buon Compleanno!

Intervista e riprese: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/aboca-piante-hanno-conquistato-scienza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Berrino: “La decrescita nel campo della sanità è la prevenzione”

Quanto è importante la salute psichica nel benessere di un individuo? Cosa vuol dire che “la decrescita nel campo della sanità è la prevenzione”? Ne abbiamo parlato con il dottor Franco Berrino. Ecco l’ultima parte dell’intervista. Ecco l’ultima parte dell’intervista al dottor Franco Berrino. In quest’ultima sezione abbiamo approfondito l’importanza nel benessere dell’individuo della salute psichica, passando per la sua meditazione camminata in Nepal. La risposta all’ultima domanda sulla decrescita ha, invece, una forza dirompente, delicatamente impetuosa, sulla quale dovremmo riflettere. Partiamo così con l’ultimo giro di domande.

Quanto incide la salute psichica nel benessere di un individuo? Tale parametro è più difficilmente quantificabile… Se incide, in che maniera lo fa?

Berrino dichiara subito che sono stati fatti molti studi sull’importanza della nostra psiche nello sviluppo delle malattie, anche se sono piuttosto difficili da fare. È più facile studiare quello che uno mangia, anche se anch’esso porta con sé le sue difficoltà. “Vi sono sempre più dati che dimostrano quanto la nostra vita mentale e spirituale influenzi il rischio di ammalarsi”. Oggi con le nuove tecniche formidabili della biologia molecolare, si è stati in grado di dimostrare che “chi ha una pratica di meditazione modifica l’attività di certi geni”. Si può così spegnere l’attività dei geni che aumenta l’infiammazione. “Ed è una cosa molto importante”. L’infiammazione è un meccanismo di difesa dell’organismo: ci difende dagli agenti infettivi, dalle ferite e così via. Se non abbiamo una malattia infiammatoria ma le sostanze dell’infiammazione sono alte nel sangue, all’interno comunque di valori normali, ci si ammala di più di diverse patologie.  Berrino conferma che ci si ammala più di cuore e ci si ammala più di cancro in particolare. E anche i malati di cancro se hanno le citochine infiammatorie alte nel sangue hanno più facilmente delle recidive.

“E allora dobbiamo tenere bassa l’infiammazione e possiamo farlo con il cibo, ma possiamo farlo anche con la nostra mente”. La meditazione o la preghiera, ad esempio, sono efficaci. Tipicamente molte pratiche di meditazione si basano sul concentrarsi e fare attenzione, mantenendo una consapevolezza del proprio respiro. Rallentando la respirazione, si attiva il nervo vago, così si modifica il nostro sistema nervoso autonomo e si abbassa il livello di infiammazione.origin_3870

Sono stati fatti degli studi su chi recita i mantra della filosofia orientale, ma anche su chi prega. C’è un bellissimo studio che ha confrontato il mantra tibetano che si chiama Oṃ Maṇi Padme Hūm con le persone che recitano l’Ave Maria in latino (funziona di più che in italiano). In entrambi i casi si rallenta la frequenza del respiro e si sta concentrati su quel che si dice.

“Queste pratiche influenzano l’attivazione di quel che c’è scritto nei nostri geni, nel nostro DNA.” Vi sono studi che suggeriscono che le pratiche di controllo dello stress migliorano la prognosi di certi tumori. “Però è un campo che non ha ancora una grande solidità di ricerca”.

Sarà per colpa del papillon, che tra le altre cose adoriamo, ma ci è venuto in mente Luca Mercalli, che abbiamo incontrato qualche tempo fa a Torino, il quale ci ha detto che “Se continuiamo il business as usual, avremo bisogno dell’equivalente di tre terre al 2050 con nove miliardi e sei di umani. Non ci sono! Natura in bancarotta! Punto. L’alternativa è rientrare prima possibile nelle possibilità dell’unico pianeta che abbiamo che però imporranno una certa decrescita, volenti o nolenti”. Cosa pensa della decrescita felice, in particolare nel campo della sanità? Nei suoi anni di lavoro si è dovuto scontrare molto con l’idea che la sanità sia un business come tutti gli altri oppure no?

Il nome dell’associazione La grande via, creata dal dottor Berrino e il suo team, prende nome dal famoso libro “La rivoluzione del filo di paglia” di Fukuoka, il quale diceva che il giorno in cui avremmo ucciso l’ultimo albero e avvelenato l’ultimo fiume, ci accorgeremo che non possiamo vivere mangiando denaro.storia1-1

Il dottor Franco Berrino

Effettivamente – ci ricorda l’epidemiologo di Fornovo di Taro – il mondo è governato da leggi finanziarie che hanno un loro particolare percorso e che non rispettano l’ordine della natura. Pur non possedendo speciali competenze economiche, il dottor Berrino sa bene che nel campo della sanità, tutta la strategia delle istituzioni sanitarie è basata sull’aumentarne il mercato, basato sul modello della crescita economica.

“Più ci ammaliamo, più aumenta il PIL, più aumenta il lavoro dei medici e delle case farmaceutiche”. Stiamo parlando di spese non produttive, considerate non utili per l’umanità. Così “oggi il successo della medicina è legato al fatto che è bene ammalarsi sempre di più”.

“Ammalarsi e non morire, perché questa è la cosa fantastica. La medicina ha avuto dei successi meravigliosi negli ultimi quaranta-cinquant’anni con delle evoluzioni tecnologiche fantastiche, diagnostiche, farmacologiche e terapeutiche. Però si è arrivati al punto che grossomodo il 90% della popolazione anziana, oltre i 65 anni, prende quotidianamente medicine. Spesso più medicine, comprese quelle per contrastare gli effetti collaterali. Sono le medicine per la pressione, per le aritmie cardiache, per fluidificare il sangue, per il colesterolo, per i trigliceridi, per il diabete. Queste medicine sono molto efficaci effettivamente, nel senso che riescono a mantenere le persone in vita che altrimenti sarebbero morte di queste malattie. ”

Nel caso del cancro, vi sono dei nuovi farmaci che sono molto efficaci e non riescono a guarire la malattia: la trasformano, la cronicizzano e tengono più a lungo in vita il paziente. “E questa è la gallina dalle uova d’oro! Un qualcosa che costi molto cara e che sia moderatamente efficace. Efficace per mantenere in vita ma non per guarire. Questo è il principio del business dell’industria farmaceutica oggigiorno”.pills-lo-res-600x350

Continua così nel suo discorso, in un crescendo rossiniano in termini di efficacia e spunti di riflessione generati: “Dobbiamo invece renderci conto che possiamo benissimo decrescere, è sufficiente vivere in un modo diverso, mangiare in un modo diverso, fare più esercizio fisico, dare un po’ più spazio alla nostra vita mentale per non sviluppare la pressione alta, per non sviluppare il colesterolo alto, i trigliceridi alti, la glicemia alta, per ridurre il nostro rischio di ammalarci di cancro. Quindi la decrescita nel campo della sanità è la prevenzione. Eccome se possiamo decrescere! Siccome le istituzioni non hanno interesse per promuovere questa decrescita, dobbiamo farlo noi. E’ il piano B, dobbiamo occuparci noi della nostra prevenzione. Tutti possiamo fare qualcosa, occorre diffondere la consapevolezza. La consapevolezza che c’è una via alternativa a morire per malattia, possiamo benissimo diventare vecchi e morire sani”. Nessuno ci da la garanzia di non ammalarci, però si può ridurre moltissimo il rischio di ammalarsi.

“Il concetto di morire sani mi colpisce, perché ne parlo spesso nei convegni medici e i medici pensano che io sia suonato! Cos’è questa storia di morire sano? Tutti sappiamo che moriamo di malattia. E’ vero che generalmente moriamo di malattia, ma si può benissimo diventare vecchi e morire quando sarà la nostra ora senza esserci ammalati, senza avere trascinato la nostra famiglia in anni di dolore e di fatica per occuparsi dei nonni con l’Alzheimer, nonni paralizzati. Di tutte queste fatiche che comportano le malattie croniche. Viviamo sempre più a lungo ma viviamo anche in condizioni disastrose”.adult helping senior in hospital

L’esperienza nel Nepal

 

“Faccio spesso le mie vacanze camminando sui sentieri dell’Himalaya e vado in Nepal”. Ci informa che sono vacanze molto economiche: il costo principale è il viaggio per andare là però poi la vita in loco è poco costosa. La gente dei villaggi nelle montagne del Nepal, abitate fino ai 4.000 metri, si è adattata a ospitare le persone che passano, dando da mangiare ai forestieri.

“Il loro cibo tradizionale è di una bontà formidabile, come ad esempio il dal bhat con riso, piselli e lenticchie.” Ci mette al corrente che tale ricetta segue esattamente le raccomandazioni del Codice Europeo per la prevenzione dei tumori.

Inoltre “sei a 4.000 metri e sei circondato dagli 8.000 metri. E’ una splendida occasione per fare la meditazione camminata.” E’ quella insegnata da un monaco vietnamita che vive in Francia, Thich Nhat Hanh.  Egli insegna a meditare in qualunque nostra azione quotidiana. “Quando tu fai fatica a camminare mentre stai andando in salita con lo zaino sulle spalle, puoi essere estremamente concentrato: su quel che fai, sul tuo corpo, sulla fatica che stai facendo, sul tuo respiro. Questa è una cosa che libera la mente in un modo meraviglioso”.Newsgroups & Internet sharing 

www.artbible.net

Sono tanti anni che va in Nepal, e ci va volentieri anche quest’anno. “C’è stato questo grande terremoto qualche tempi fa ed ho approfittato della popolarità che ho sviluppato in questi anni con le mie attività divulgative per raccogliere un po’ di fondi per aiutare i Nepalesi e per aiutare in particolare una struttura che è stata messa in piedi da un Fausto De Stefani, alpinista”. Ci informa così dell’attività di Fausto, il quale gestisce anche un centro a Solferino (VR) chiamato La Collina di Lorenzo: un bosco dedicato all’educazione ambientale, al rispetto ed alla conoscenza della natura. In Nepal ha creato una scuola e l’ha successivamente trasformata in un centro di assistenza per la gente bisognosa. Davvero lodevole l’iniziativa di Fausto e l’aiuto portato dal dottor Berrino che, in conclusione, ci confida che il suo piacere è quello “di andare in alta montagna per meditare sotto la protezione dei grandi esseri, le montagne meravigliose dell’Himalaya.”

Ringraziamo così il dottore per tanti motivi: per averci messo a disposizione il suo tempo e le sue conoscenze, per la voglia che mette nel diffondere e donare al mondo quel che negli anni ha scoperto grazie alla sua determinazione e capacità. Gli siamo grati soprattutto per averci fatto capire quanto e in che modo sia possibile scrivere un’altra storia nei nostri geni, e così nella nostra vita. Cambiare si può, basta solo volerlo.

Riprese: Fabio Dipinto di QQ.WeDo
Agente di Cambiamento: Alberto Paolillo

Si ringrazia la pasticceria Dezzutto  per lo spazio donatoci al fine di registrare l’intervista.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/05/berrino-decrescita-sanita-prevenzione/

 

Berrino e Tarozzi: scoprire l’Italia attraverso il cibo

Franco Berrino e Daniel Tarozzi presentano La Guida Nomade, un progetto che vede l’incontro tra Italia che Cambia e La Grande Via. Insieme mapperemo produttori di cibo veramente etici ed ecologici, nonché luoghi adatti alla meditazione e al movimento, per costruire un percorso che contribuisca all’aumento della consapevolezza nelle persone. Oggi pubblichiamo la nostra storia 200. Sembra impossibile, avremmo giurato che era solo ieri il giorno in cui abbiamo girato il video per la centesima storia e invece sono passati due anni! E ne sono trascorsi addirittura cinque da quando io e Paolo, in camper, realizzavamo le prime interviste – le prime storie! – senza neppure sapere che sarebbero diventati i primi mattoncini di questo percorso e di questo progetto. Eppure ci siamo, le storie pubblicate e gli incontri vissuti aumentano e con essi la percezione che non abbiamo ancora visto niente rispetto allo straordinario pullulare di esperienze di cambiamento concreto che costellano il nostro Paese. I numeri, inoltre, possono spesso essere simboli e i simboli hanno per noi una grande rilevanza. Ed ecco, quindi, che abbiamo deciso di cogliere questa occasione – questo bel numero tondo – per annunciare un nuovo inizio, una nuova collaborazione che Italia che Cambia ha deciso di intraprendere: quella con Franco Berrino ed Enrica Bortolazzi e – attraverso loro – con La Grande Via per realizzare una Guida Nomade. Ma andiamo con ordine.

Cibo, meditazione, movimento. Sono queste le tre parole d’ordine alla base del lavoro della Grande Via. Tre parole che racchiudono molto del lavoro che portiamo avanti quotidianamente nella nostra redazione. Parlare di cibo, infatti, significa parlare di salute, agricoltura, economia, ambiente. Parlare di meditazione, conduce nei pressi della facilitazione, della transizione interiore, della zona doppio zero in permacultura, dell’olismo e del lavoro su noi stessi. Movimento, infine, incontra la rinascita dei cammini in Italia, la ricerca di altri modelli di mobilità, la centralità della bicicletta, il rifiuto della schiavitù imposta dall’automobile. Parallelamente, La Grande Via si presenta con queste parole: “Noi crediamo nella possibilità di ridurre il numero delle persone che soffrono di patologie croniche e nella possibilità che sempre più persone giungano ad un’età avanzata senza malattie. Si può giungere a morire serenamente”. Inoltre spiegano: “Il 90% delle persone anziane consumano quotidianamente farmaci, generalmente più farmaci, compresi i farmaci per proteggerci dagli effetti nocivi di altri, che troppo spesso non le rendono autosufficienti. Un mercato immenso. Ci sono sempre più prove scientifiche, invece, che opportune scelte nutrizionali e di esercizio fisico, associate a tecniche di respirazione e di meditazione siano essenziali per favorire una longevità in salute e prevenire e curare le malattie croniche tipiche della nostra era”.IMG-20180221-WA0015

Non potevamo che entusiasmarci all’idea di una collaborazione. Ma cosa faremo insieme? Contribuiremo alla realizzazione e alla promozione de La Guida Nomade. L’idea è venuta da sola. Quando ho incontrato la prima volta Enrica Bortolazzi eravamo seduti in un bar della Stazione Centrale di Milano. Enrica mi spiegava come dopo anni di convegni lei e il Dottor Berrino avessero deciso di provare a rispondere alla domanda che sempre più persone ponevano loro quando li ascoltavano parlare di un altro modo di alimentarsi e di vivere: “Bello! Ma dove troviamo questo tipo di cibo? Come facciamo a seguire queste indicazioni quando siamo in viaggio?”. Da lì è nata l’idea di raccogliere in una guida i produttori, i ristoranti e gli agriturismi che in qualche modo offrissero o rendessero possibile questo tipo di alimentazione.

“Cerchiamo chi produce il cibo semplice – afferma Berrino – quel cibo della nostra tradizione contadina, della nostra cucina mediterranea, che davvero fa bene alla nostra salute e contestualmente cerchiamo dei luoghi in cui meditare e in cui stare connessi con noi stessi. Ci rivolgiamo a chi ha la consapevolezza dell’importanza delle scelte quotidiane. In generale questa consapevolezza per fortuna sta crescendo nelle persone. L’obiettivo della Grande Via è di contribuire ad accelerare questo processo”.

L’incontro con Italia che Cambia, che da anni cerca di raccontare e mappare persone, imprese, gruppi ed associazioni che costruiscono uno altro modo di vivere ed esistere era a quel punto inevitabile. Ed eccoci quindi a presentarvi il progetto nella certezza che la collaborazione sarà lunga e proficua. Anche perché le “coincidenze” tra il nostro e il loro cammino sono davvero molteplici. Il luogo in cui hanno deciso di porre la sede di questi percorsi, infatti, è l’ormai mitico (almeno per i nostri lettori) Casentino, che diventa sede di un’altra straordinaria risonanza tra i due progetti. Inevitabilmente, quindi, sarà proprio in questa valle Toscana che le nostre attività congiunte prenderanno il via. Ma di questo parleremo un’altra volta. Restate sintonizzati.

 

Riprese: Andrea Boretti
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/io-faccio-cosi-200-berrino-tarozzi-scoprire-italia-attraverso-cibo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

I cittadini “misurano” quanto i parchi urbani fanno bene alle città

Un’associazione romana, insieme ai cittadini, sta studiando l’ecosistema di un parco urbano per capire e “misurare” l’impatto positivo che ha sulla salute della popolazione e dell’ambiente. Un modello che potrebbe essere riprodotto anche altrove e che può darci l’esatta dimensione di quanto sono indispensabili i parchi nelle città.9758-10536

Il Parco Regionale Urbano di Aguzzano, con una superficie di circa 60 ettari, si trova nella periferia nord est di Roma, compreso tra i quartieri di Rebibbia, Casal de’ Pazzi, S. Basilio e Podere Rosa, tra le vie Tiburtina e Nomentana. L’Associazione Casale Podere Rosa è impegnata da alcuni mesi in un’indagine conoscitiva del parco, per studiare i “servizi ecosistemici” che l’area verde rende alla cittadinanza. Si tratta di un progetto di ricerca scientifica svolto insieme a un gruppo di dieci cittadini volontari del quartiere opportunamente formati e coordinati dall’associazione ed è, pertanto, una tipica attività di “citizen science” svolta in un’area – il parco di Aguzzano – molto amata dalla cittadinanza.

Quante tonnellate annue di inquinanti atmosferici la copertura vegetale del parco riesce a trattenere? Quante affezioni respiratorie e malattie letali il nostro parco ci evita ogni anno? Quante spese sanitarie ci fa risparmiare? Lo studio che l’Associazione Casale Podere Rosa sta svolgendo, aiuterà a capirlo.

Incontriamo Stefano Petrella, coordinatore scientifico del progetto

Come si svolge la vostra ricerca?

Abbiamo suddiviso la superficie del parco di Aguzzano in due sottozone: una zona prevalentemente alberata e una prevalentemente occupata da prato e piccole coltivazioni e in queste zone abbiamo stabilito in maniera random 119 aree di campionamento della vegetazione, ciascuna di circa 300 mq. Per svolgere questa parte preliminare abbiamo utilizzato un software GIS open source, gratuito e disponibile per tutti (QGIS). Nelle aree individuate abbiamo effettuato il censimento di tutti gli alberi e arbusti presenti. Per gli alberi in particolare abbiamo registrato la specie e misurato con una procedura standard l’altezza, la circonferenza del tronco, l’area di insidenza (ampiezza della proiezione a terra della chioma), le coordinate geografiche di ciascun albero all’interno dell’area di campionamento e il loro stato di salute. Tutti questi dati una volta ultimate le analisi forniranno i principali parametri per definire la struttura dell’ecosistema, l’indice di superficie fogliare (LAI – Leaf Area Index) e tutte le altre variabili necessarie a caratterizzare i servizi ecosistemici resi dalla foresta urbana di Aguzzano. I valori delle concentrazioni degli inquinanti atmosferici sono stati acquisiti tramite le stazioni di monitoraggio di ARPA Lazio mentre i valori delle precipitazioni sono stati acquisiti tramite ARSIAL. Le analisi vengono effettuate tramite il software ad accesso libero i-Tree Eco che utilizza il modello matematico UFORE (Urban Forest Effects) sviluppato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

L’obiettivo della ricerca è quello di valutare l’importanza del parco nella riduzione dell’inquinamento atmosferico locale e fornire un indice di rimozione di O3, PM2,5, CO, NO2 e SO2 da parte delle diverse tipologie di piante (conifere, latifoglie sempreverdi e latifoglie decidue). Intendiamo inoltre produrre una stima, almeno orientativa, del valore economico di questi servizi ecosistemici. In definitiva intendiamo dimostrare che un’importante forma di valorizzazione del territorio consiste nella tutela e gestione dei parchi e delle foreste urbane, perché questo produce benefici di lunga durata per l’intera comunità.

Qual è la situazione attuale nelle nostre città? E con quali conseguenze sulla salute e sull’ambiente?

Attualmente la metà della popolazione mondiale vive nelle metropoli e nelle città mediograndi. L’ONU stima che entro il 2050 oltre 6 miliardi di persone saranno concentrate nelle megalopoli del mondo e ciò genererà problemi di gestione, riduzione dei servizi, abbassamento della qualità della vita, tensioni sociali e gravi emergenze ambientali. Ma già oggi l’inquinamento atmosferico nelle grandi città è un killer silenzioso. L’OMS ha valutato che nel 2012 le polveri sottili e ultrasottili generate dai riscaldamenti domestici e dal traffico veicolare e l’ozono troposferico (quello col quale entriamo in contatto) hanno causato almeno sette milioni di decessi nel mondo – soprattutto bambini e anziani – scatenando malattie cardiovascolari, respiratorie e tumori. La copertura vegetale è in grado di rimuovere grandi quantità di inquinanti atmosferici e di polveri sottili e di migliorare sensibilmente la qualità dell’aria e la salute dei cittadini.

Che cosa sono le foreste urbane?

La FAO definisce “urban forest” l’insieme delle aree verdi urbane e peri-urbane, comprese le aree boscate di parchi, giardini e ville storiche, le alberature stradali, il verde condominiale, alberi e cespugli delle superfici abbandonate in via di ri-naturalizzazione. Le foreste urbane costituiscono le infrastrutture verdi che collegano le città con le campagne circostanti e rivestono pertanto l’importante ruolo di corridoi ecologici.

Che cosa sono i servizi ecosistemici? Quali sono i loro effetti sulla città, sulle persone e gli animali?

Gli “Ecosystem Services”  sono i benefici che gli ecosistemi naturali e seminaturali rendono alle comunità locali. I servizi ecosistemici associati alle foreste urbane – a patto che queste siano manutenute e ben gestite – sono numerosi. Oltre alle funzioni di tipo sociale e ricreativo, meno note ma altrettanto importanti sono la mitigazione dell’effetto “isola di calore” delle grandi città, l’isolamento termico a beneficio degli edifici prossimi alle aree verdi con conseguente riduzione delle spese di riscaldamento e raffrescamento, l’isolamento acustico, l’assorbimento delle acque meteoriche e la decongestione delle reti fognarie, la fitodepurazione delle acque superficiali, l’effetto barriera contro gli eventi atmosferici anomali, la protezione del suolo dai fenomeni di inaridimento ed erosione, la conservazione della biodiversità animale e vegetale e l’abbattimento dei principali inquinanti atmosferici, quali ozono, monossido di carbonio, polveri sottili, biossido di azoto e biossido di zolfo.

Come avviene la riduzione dell’inquinamento atmosferico da parte delle foreste urbane?

Le foglie interagiscono con gli inquinanti atmosferici in tre modi principali: fase solida (gli inquinanti penetrano attraverso gli stomi delle foglie e reagiscono con i tessuti fogliari); fase gassosa (le piante emettono numerosi composti chimici organici volatili che reagiscono con gli inquinanti); fase liquida (gli inquinanti entrano in soluzione con pioggia, neve o rugiada e successivamente reagiscono con i componenti delle cellule vegetali). Tutti questi processi sono influenzati dalla specifica concentrazione degli inquinanti, dalla radiazione solare, dalla velocità del vento, dalla struttura e dalla composizione vegetale delle foreste urbane.

Perché avete deciso di attivarvi, cosa vi ha spinto?

La nostra associazione da più di venti anni svolge attività di tutela e valorizzazione del parco (il Casale Podere Rosa si trova proprio a poche centinaia di metri dal parco). Tra le altre cose abbiamo svolto numerose attività di didattica ambientale con le scuole del territorio, censimenti della fauna e della flora, abbiamo creato un grande orto urbano – l’Orto Giardino di Aguzzano – oggi autogestito dai cittadini, tutt’ora teniamo in vita un frutteto didattico di varietà frutticole del Lazio a rischio di erosione genetica e siamo pertanto inseriti nella Rete di Conservazione e Sicurezza istituita dall’ARSIAL. Inoltre in passato abbiamo dato vita al Centro di Cultura Ecologica, che aveva tra i suoi scopi l’approfondimento delle conoscenze sul parco e la diffusione della cultura ecologica, e alla Biblioteca “Fabrizio Giovenale”, biblioteca tematica ad indirizzo scientifico e ambientale che oggi prosegue la sua attività come Biblioteca Passepatout del Casale Podere Rosa.

Qual è la storia del parco e quali sono le sue condizioni?

Si tratta di un lembo di campagna romana divenuto parco nel 1989 dopo strenue battaglie dei cittadini. Attualmente fa parte delle aree protette gestite dall’ente regionale Roma Natura (in rete sono disponibili numerose informazioni sul parco, la sua origine e la sua storia). Risente, come molte altre aree protette della città, di una cronica assenza di interventi di gestione, manutenzione e sorveglianza e presenta pertanto i tipici problemi di incuria (vandalismi, incendi, microdiscariche abusive con presenza di amianto, ecc). Tuttavia nel corso dei nostri censimenti abbiamo potuto constatare anche aspetti decisamente positivi quali un’area di rinnovamento spontaneo di vegetazione ripariale in un settore scarsamente frequentato e interessanti presenze faunistiche.

Qual è il ruolo del parco nel territorio in cui si inserisce?

Dal punto di vista sociale il parco è vissuto come un grande polmone verde, essenziale per migliorare la qualità della vita in quartieri densamente popolati e congestionati. Il fatto di essere costituito principalmente da vaste aree aperte di prato (63% dell’intera superficie) lo rende facilmente fruibile in condizioni di sicurezza da tutte le tipologie di cittadini. La nostra ricerca dimostrerà che oltre alle funzioni ricreative ed estetiche (peraltro importantissime per la comunità residente), il parco produce anche servizi ecosistemici altrettanto importanti per il benessere psicofisico. Dal punto di vista ecologico il parco di Aguzzano contribuisce ad una sorta di corridoio biologico che collega la campagna romana della Marcigliana a nord, con la città, attraverso l’Aniene, il Tevere, Villa Ada, Villa Glori e Villa Borghese.

Chi ha elaborato i risultati e che cosa evidenziano?

Siamo ancora in fase di elaborazione e di questo ci occupiamo essenzialmente in due persone che hanno competenze scientifiche, un po’ più di tempo e hanno dedicato più ore all’apprendimento del software i-Tree. I primi dati, scorporati però da un’analisi di contesto più ampia, ci dicono che la vegetazione di Aguzzano rimuove ogni anno oltre 2 tonnellate di inquinanti atmosferici e produce oltre 163 tonnellate di ossigeno. Inoltre trattiene nei tessuti vegetali 1,2 tonnellate di carbonio e ne sequestra ogni anno circa 70. Anche le precipitazioni atmosferiche assorbite dalla superficie del parco che andranno a ricaricare la falda acquifera (invece di allagare le strade, caricarsi al suolo di inquinanti e finire in fogna) sono interessanti: si tratta di 3.700 m3 di acqua ogni anno.

Chi ha finanziato il progetto e quali sono i costi?

Il progetto è interamente ideato, autoprodotto e autofinanziato dall’Ass. Casale Podere Rosa. Questo, che per noi può essere anche un vanto, vuol dire però che la pubblica amministrazione è ancora una volta indifferente alle proposte che vengono dalla società civile. E tuttavia, le analisi che contiamo di concludere entro la primavera 2018 e descrivere attraverso un report pubblico, saranno indirizzate, oltre che all’informazione e alla sensibilizzazione della cittadinanza, anche a verificare la volontà degli amministratori pubblici di recepire i problemi e assumersi le proprie responsabilità. Infatti la corretta gestione delle aree verdi, così come la valutazione dei servizi ecosistemici sono obiettivi chiave della strategia 2020 dell’Unione Europea. Per quanto riguarda i costi, sono difficilmente quantificabili. Zero euro per i software, perché QGIS e i-Tree sono liberi. Per i censimenti ci siamo mossi soprattutto a piedi e in bicicletta, essendo tutti i rilevatori residenti in zona, quindi i costi di spostamento sono stati trascurabili; per i materiali abbiamo utilizzato quelli già in nostro possesso (calibri e metro forestale a nastro). Abbiamo speso qualche decina di euro per le fotocopie delle schede di rilevamento. La voce però più impegnativa è il tempo di lavoro (addestramento sul software, censimenti, elaborazione dati, consultazione della letteratura scientifica, scrittura del report). Tutta questa parte è fatta completamente a titolo volontario e ciascuno di noi ha utilizzato il proprio tempo libero. Abbiamo presentato una richiesta di finanziamento (bando otto per mille della chiesa valdese) per realizzare una seconda fase, di approfondimento, del progetto, che se verrà accolta ci consentirà di acquisire una strumentazione un po’ più efficiente e di pagarci qualche ora di lavoro. Ma questo, in caso, sarà per il futuro.

Qual è la durata complessiva del progetto?

Il progetto è iniziato a giugno 2017 e terminerà, salvo imprevisti, a maggio-giugno 2018 con la presentazione del report conclusivo. Quindi, diciamo 12 mesi.

Per chi volesse saperne di più, info: Stefano Petrella 3498176498 info@centrodiculturaecologica.it

QUI il sito web

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Orto in Condotta di Slow Food: l’esempio della Scuola primaria Nino Costa a Torino

orto-in-condotta-slow-food-torino

Orto in Condotta è un progetto di educazione alimentare e ambientale di Slow Food dedicato alle scuole. Coinvolge genitori, produttori locali, insegnanti e nonni, uniti nell’obiettivo di condurre e accompagnare i bambini alla scoperta della vita e del piacere del cibo. L’esempio della Scuola primaria “Nino Costa – I.c. San Mauro Torinese” di Torino. Il progetto Orto in Condotta di Slow Flood prende avvio in Italia nel 2004 e nel corso degli anni è diventato lo strumento principale dell’Organizzazione per le attività di educazione ambientale e alimentare nelle scuole. Ispirato al primo school garden di Berkeley, California, coinvolge genitori, nonni, insegnanti, bambini e produttori locali in numerosi percorsi volti a creare una comunità dell’apprendimento, per la trasmissione alle giovani generazioni dei saperi legati alla cultura del cibo e alla salvaguardia dell’ambiente.orto-in-condotta-slow-food-torino-1518510315

La rete italiana delle scuole aderenti al programma è ormai vastissima, con oltre cinquecento orti realizzati in tutta Italia. Una delle scuole aderenti al programma è la Scuola primaria “Nino Costa – I.c. San Mauro Torinese” di Torino, che ha aderito al progetto Orto in Condotta con una particolare iniziativa: la scuola, con l’obiettivo di rafforzare la coscienza co-produttiva dei bambini, ha infatti aderito ad alcune feste locali e tra i banchetti dei produttori locali c’erano anche i prodotti dell’orto realizzato dagli alunni a scuola: i prodotti sono andati letteralmente a ruba, per la gioia dei piccoli produttori.  All’interno dell’Istituto gli insegnanti hanno deciso di lavorare sodo per fare in modo che i bambini conoscano attivamente il mondo del cibo, degli orti e della natura, grazie anche alla preziosa collaborazione dei nonni dei bambini che collaborano affinchè essi possano rastrellare, seminare, innaffiare e alla fine raccogliere i prodotti.
Le piantagioni sono in parte coltivate all’aperto (le numerose erbe aromatiche, i piselli, i fagiolini, rucola, insalata, ravanelli) e in parte in serra. I piccoli studenti hanno inoltre costruito dei semenzai, organizzato dei laboratori del gusto con i prodotti dell’orto e si sono presi cura di una piantina ciascuno, seguendone la crescita.
Uno degli obiettivi che si pone la scuola è quello di coltivare e recuperare alberi da frutto dimenticati come il giuggiolo, l’azzeruolo e il sorbo, così come alcuni fiori.orto-in-condotta-slow-food-torino-1518510340

Per quanto riguarda la regione Piemonte, sono attualmente settantatrè gli istituti che hanno deciso di collaborare al programma Orto in Condotta, e le varie attività delle scuole si pongono tutte l’obiettivo comune di condurre e accompagnare i piccoli studenti alla scoperta della vita, del piacere del cibo, del rispetto della natura e di chi la coltiva.

Foto copertina
Autore: Slow Food Italia

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/orto-in-condotta-slow-food-torino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Inquinamento e danni alla salute: “Evitiamo di sottovalutare il problema”

L’inquinamento dell’aria è causa di patologie acute e croniche e ad essere maggiormente a rischio sono bambini, anziani e donne in gravidanza. È quanto denunciano ISDE Italia e la Sezione Provinciale ISDE Torino. Respirare aria contenente elevate concentrazioni di polveri sottili, come da tempo succede agli abitanti della pianura Padana, provoca patologie acute e croniche. È quanto afferma la Sezione Isde di Torino, anche in relazione all’articolo comparso il 19/10/2017 su La Stampa dal titolo “Allarme smog a Torino, ma l’esperto frena: ‘Non esageriamo, le sigarette fanno molto peggio’”.air-pollution1

Si legge nel comunicato stampa a cura di Sede nazionale ISDE Italia e Sezione Provinciale ISDE Torino “Il raffronto, tra i danni causati dal vizio del fumo e i rischi conseguenti ad una esposizione forzosa ad aria inquinata, è improprio e fuorviante perché nel primo caso si tratta di una scelta individuale che ricade su chi la compie, nel secondo caso, viceversa, i rischi ricadono sull’insieme della collettività, comprese le sue frangie più suscettibili quali bambini, donne in gravidanza, anziani. Un simile approccio è, a nostro avviso, molto pericoloso, perché può influenzare negativamente sia le scelte cautelative individuali che, soprattutto, quelle dei decisori politici volte a migliorare la qualità dell’aria, scelte che appaiono sempre più necessarie ed urgenti, visto che – come emerge anche dal rapporto “Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease”, pubblicato nel 2016, la Pianura Padana è una delle zone più inquinate d’Europa. È ormai ampiamente documentato che a breve termine (qualche giorno) per ogni incremento di 10 mg/m3 di PM10 si hanno eccessi di mortalità per cause respiratorie e per cause cardio-polmonari ed eccessi di ricoveri per cause cardiache e respiratorie. Secondo quanto emerso da recenti studi non sembra trattarsi di un’anticipazione di eventi che sarebbero comunque accaduti, ma di un effetto netto di mortalità che sarebbe stata evitata se i livelli dell’inquinante fossero stati inferiori. Ancora più consistenti i rischi per la salute conseguenti all’esposizione a particolato fine dato che, per ogni incremento di 10 µg/m3 di PM 2.5 –si registra a lungo termine un incremento del rischio di morte del 6% per ogni causa, del 12% per malattie cardiovascolari e del 14% per cancro del polmone.random-pollution-facts

Nel 2013 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato l’inquinamento atmosferico (outdoor air pollution) come cancerogeno per polmone e vescica, ricordando che l’esposizione a polveri sottili (PM 2,5) ha causato nel mondo 3,2 milioni di morti premature nell’anno 2010 (prevalentemente per patologie cardiovascolari) e circa 223.000 morti per tumore del polmone.  Nell’ultimo Report “ Air quality in Europe” 2017 si stima che in 41 paesi europei si siano registrate per soli 3 inquinanti (PM2,5, NO2, O3) nel 2014 ben 520.400 decessi prematuri e che, solo in Italia, essi ammontino ad oltre 90.000. È inoltre documentato da tutti gli studi svolti a livello nazionale e internazionale che la cattiva qualità dell’aria si associa anche ad aumentato rischio di mortalità infantile, abortività spontanea, nascite pre termine, aumento dei disturbi dello spettro autistico, diabete, Alzheimer, brocopneumopatie e asma, solo per citare le patologie di maggior rilievo.  È parimenti necessario far rilevare come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la European Respiratory Society, raccomandino limiti più restrittivi sia per il PM10 che per il PM2,5, considerando non cautelativi per la salute pubblica quelli attualmente previsti dalla normativa vigente. Solo una maggior consapevolezza delle conseguenze che un ambiente inquinato ha sulla salute di tutti noi, unita alla ricerca e al riconoscimento delle molteplici fonti emissive, può far sì, tramite la lungimiranza dei decisori politici, che siano messe in atto delle misure strutturali efficaci (con tempi medio-lunghi di attuazione). Una riduzione dell’inquinamento atmosferico contribuirebbe altresì ad arrestare i cambiamenti climatici in atto che, come è noto, a loro volta aggravano il problema dell’inquinamento e sono ulteriore causa di danni incalcolabili alla salute umana”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/inquinamento-danni-salute-evitiamo-sottovalutare-problema/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

FoodReLOVution: ciò che mangiamo può cambiare il mondo

“Food ReLOVution” è l’ultimo documentario di Thomas Torelli – lo stesso registra di “Un altro mondo” – nel quale vengono analizzate le conseguenze che hanno le nostre scelte alimentari sulla salute pubblica, sull’ambiente e gli ecosistemi, sulla fame nel mondo e sul benessere degli animali.

 “Food Relovution: tutto ciò che mangi ha una conseguenza” è l’ultimo documentario di Thomas Torelli – lo stesso regista di “Un altro mondo” – nel quale vengono analizzate le conseguenze che hanno le scelte alimentari quotidiane sulla nostra salute e sulla salute pubblica, sull’ambiente e gli ecosistemi naturali, sulla fame nel mondo e sulla distribuzione delle risorse, sul benessere degli animali. Il film-documentario ci mostra, attraverso dati scientifici, statistiche e interviste ad esperti di fama mondiale, come tutte le scelte che ci sembrano innocue, in realtà influiscano pesantemente su tutte queste tematiche globali. Un atto così personale e “banale” come fare la spesa sotto casa non solo è correlato con il resto del mondo, ma lo è anche molto di più di quanto immaginiamo.

Tutto ciò che mangiamo, dicevamo, ha conseguenze ben precise e conoscere i dati scientifici, sapere da dove viene e come è stato trasformato il cibo che mettiamo nel piatto, ci permette di valutare in modo critico i “dogmi” alimentari che ci vengono raccomandati e di fare scelte non condizionate da pubblicità e mass media. Gli esperti intervistati in “Food ReLOVution” – tra cui scienziati e ricercatori (il biochimico T. Colin Campbell e il figlio Thomas. M. Campbell, il fisico Noam Mohr, il medico ed epidemiologo italiano Franco Berrino, Vandana Shiva) filosofi e attivisti (Peter Singer, Frances Moore Lappé, James Wildman e Carlo Petrini) – sono concordi nell’affermare che scegliere il cibo con consapevolezza è un atto rivoluzionario che può davvero cambiare il mondo. Il film-documentario di Torelli parte dagli studi di T. Colin Campbell relativi alla correlazione fra cibo e malattie per arrivare ai danni che il consumo eccessivo di proteine animali produce sulla salute pubblica e sull’ambiente. Per produrre 1 kg di carne da allevamento intensivo si consumano migliaia di litri d’acqua e gli animali mangiano i cereali che potrebbero sfamare direttamente migliaia e migliaia di persone malnutrite (allo stesso costo di una singola bistecca, si potrebbero riempire 50 scodelle di cereali cotti e sfamare 50 persone). Gli animali allevati per produrre bistecche, inoltre, vivono in modo del tutto innaturale, spesso condizioni di crudeltà indescrivibile.Food_ReLOVution_1

L’industria alimentare – in particolare l’industria della carne – è diventata un processo finalizzato solo al guadagno e il suo fine non è nutrire, sfamare, ma generare il massimo profitto. Oggi assistiamo al paradosso per cui, da un lato, gli abitanti dei paesi ad alto reddito hanno accesso al cibo prodotto dall’industria che, nella maggior parte dei casi, è dannoso per la salute e, dall’altro gli abitanti dei paesi a medio-basso reddito non hanno accesso alle risorse alimentari prodotte nei loro paesi perché queste sono destinate all’esportazione versi i paesi ad alto reddito. Ogni cosa che mettiamo nel piatto ha un impatto sul Pianeta e avere informazioni corrette e oggettive sulle conseguenze delle nostre azioni ci permette di fare scelte alimentari consapevoli e finalizzate a salvaguardare la nostra salute, l’ambiente, gli animali e le popolazioni più povere del Pianeta. “Food ReLOVution”, ha spiegato il regista Thomas Torelli ad una recente proiezione del film sul Lago di Garda, “vuole fornire gli strumenti necessari a chi è abituato a mangiare carne senza preoccuparsi delle conseguenze, ma mi preme sottolineare che il film non vuole trasformare tutti in vegani o demonizzare in alcun modo chi mangia carne. Da parte nostra non c’è alcun giudizio di fondo o pregiudizio, ma solo ed esclusivamente il desiderio di stimolare una riflessione, una ricerca personale, una presa di coscienza del volto nascosto dell’industria alimentare – in particolare dell’industria della carne” – e del consumo esasperato di proteine animali che fa ammalare l’uomo e l’ambiente e fa soffrire inutilmente gli animali.”locandina-Food_A3_web

“Man mano che giravamo il film”, ha raccontato Torelli, “il mio rapporto con il cibo, in senso lato, è molto cambiato. Qualche anno fa, in quanto vegano, avevo un atteggiamento di giudizio e pre-giudizio nei confronti dei ‘carnivori’, ma ho lentamente compreso che in questo modo non sarei arrivato da nessuna parte. Il primo titolo che avevo dato al film era “Food killers” perché, in buona fede, ero convinto che chiunque si cibasse di carne e prodotti animali (uova, latte, ecc.) fosse un triplice killer: di se stesso, del pianeta e degli animali. Durante la lavorazione del film, però, mi sono reso conto che spesso le persone mangiano in un certo modo solo perché hanno informazioni incomplete sulla produzione di cibo industriale e sulle conseguenze delle loro scelte alimentari. E col tempo ho constatato che quando le persone acquisiscono queste informazioni, tendono a fare scelte molto più salutari e consapevoli e a fare proprio il motto di Ippocrate, il medico greco che già nel IV secolo a.C. affermava “fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”.

“Mi sono accorto, inoltre – ha continuato – che essere costantemente nel giudizio non fa altro che generare divisioni e fazioni opposte – carnivori contro vegetariani, vegetariani contro vegani, vegani contro tutti, ecc. – che non portano da nessuna parte. Se dividiamo il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ non riusciremo mai a raggiungere l’obiettivo di parlare a tutti, di comunicare come alcune scelte siano oggettivamente deleterie per salute, ambiente e animali. Il modo migliore per affrontare l’argomento alimentazione e per arrivare a più gente possibile è evitare le ‘etichette’ e rispettare tutte le scelte alimentari. Se ci dividiamo in fazioni sul fronte alimentare, allora manca l’arma vincente per tutti, cioè l’unione che fa la forza. Ognuno di noi ha il suo percorso, i suoi tempi, e l’idea di fondo del film è questa: mangia ciò che vuoi, ma sappi cosa succede ogni volta che mangi e interrogati su quello che c’è ne tuo piatto. L’obiettivo è rendere consapevoli più persone possibile, perché solo quando si sa e si conosce, le abitudini e gli sili di vita cambiano”.

“Sono convinto che il primo passo per cambiare il mondo, per renderlo migliore – ha concluso Torelli – sta nelle azioni quotidiane e, tra queste, la prima è la consapevolezza di ciò che mangiamo. La produzione di cibo ha tre macro-conseguenze impattanti a livello globale: sull’essere umano (cioè sulla sua salute), sull’ambiente e sugli animali, ma il punto di partenza di tutto è l’informazione.Food_ReLOVution_3

Lo scopo del film FoodReLOVution non è raggiungere i ‘carnivori’ per ‘convertirli’, anzi è l’esatto contrario: è dare informazioni corrette e scientificamente documentate al maggior numero di persone affinché comprendano cosa succede quando scelgono la carne. Se poi, chi guarda il film decide di passare da un hamburger al giorno a due hamburger a settimana, per me è già una vittoria a livello globale. Fare scelte consapevoli anche solo in una delle tre grandi categorie trattate nel film corrisponde già ad un miglioramento globale. Bisogna sfatare una volta per tutte il mito che il comportamento individuale non influisce sul tutto: come il mare è fatto da singole gocce e ogni goccia che si muove, muove tutto il mare, così ogni singola azione ha conseguenze su tutto il pianeta. Oggi sapere esattamente cosa mangiamo, è davvero il primo passo verso un mondo migliore”.

Ricordiamoci, quindi, che ogni cosa che mangiamo e acquistiamo ha un impatto preciso sul Pianeta, che siamo perfettamente in grado di cercare e discernere in modo autonomo i dati e le informazioni che ci servono e che possiamo cambiare le cose partendo da noi stessi. Il cambiamento che attendiamo non arriva dall’esterno, ma parte dall’interno, da noi stessi. L’arma più potente per migliorare il mondo è la scelta basata sulla conoscenza, una scelta che ci permette di agire con coerenza, consapevolezza, amore e rispetto per la Vita in tutte sue forme.

Fonte:

http://www.italiachecambia.org/2017/10/foodrelovution-cio-che-mangiamo-puo-cambiare-mondo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vaccini, la lettera aperta di un medico: “I pazienti vanno ascoltati”

“Ascoltare i pazienti è uno dei compiti del medico. I medici sono gli esperti della salute, ma i pazienti sono coloro che ricevono i trattamenti che i medici somministrano, per tanto hanno tutto il diritto di chiedere, mettere in discussione e soprattutto scegliere”. Pubblichiamo la lettera aperta di Chiara Mussi, medico chirurgo, che esprime le sue considerazioni sul decreto vaccini, la libertà di scelta e l’importanza della condivisione tra medico e paziente. Quando ho iniziato a lavorare in ospedale, come studente, la maggior parte dei miei mentori mi insegnarono una regola molto importante: ascoltare i pazienti. Su questa base, vorrei invitare ad una riflessione i medici e tutti i cittadini sul decreto legge Lorenzin sull’obbligo vaccinale. Tra le premesse alla riflessione vorrei ricordare alcuni punti.doctor-thinkstock-2-1-1

Nella pratica clinica, i trattamenti sanitari obbligatori (TSO), vengono raramente utilizzati e riservati a situazioni di emergenza e soggetti incapaci di intendere e volere. Caratteristiche che non vedo applicabili ai genitori di neonati sani.

La medicina moderna , è andata sempre più verso la condivisione tra medico e paziente delle scelte terapeutiche. L’alleanza terapeutica che si crea tra chi cura e chi è curato, aumenta la compliance del paziente e porta a migliori risultati. Il consenso informato è nato a garanzia del paziente e rappresenta una tutela importantissima per il cittadino, alla quale una società civile non dovrebbe rinunciare. La nostra Costituzione e numerosi altre leggi e convenzioni nazionali ed internazionali, riconoscono l’inalienabilità del corpo umano, tutelano la salute del singolo cittadino, anche nei confronti degli obiettivi di salute pubblica e limitano fortemente l’utilizzo di trattamenti sanitari obbligatori. A fronte di queste premesse mi chiedo se sia invece lecito che la classe medica si ponga così al di sopra del cittadino. Con questo approccio, gli “esperti” decidono che cosa rappresenta il meglio per i singoli e per la collettività, ma non sono tenuti a convincerli, possono imporre multipli trattamenti, anche in assenza di malattia, di emergenza, di incapacità di intendere e di volere. Con questo approccio, i genitori, ma direi in generale i pazienti, non contano più nulla. Sono assimilati ad interdetti mentali, poiché evidentemente ritenuti tali.Baby-Vaccine-Shot-2

Ho ascoltato in questi giorni i racconti di molti genitori. Non mi sono per nulla infastidita nel vedere mamme che hanno fatto ricerche bibliografiche su internet, degne di uno studente universitario. Anzi mi sono commossa. Mi sono ricordata di quello che diceva Sant’Agostino: “solo chi ama conosce”. Mi sono ricordata dei miei grandi professori che mi hanno più volte suggerito, quando non capivo le complicazioni e la patologia di un paziente, di ascoltarlo, di visitarlo ancora, di sedermi al suo fianco a pensare e ripensare.

Tra le migliaia di persone che hanno manifestato in questi giorni contro il decreto, nel silenzio assordante dei media e nell’indifferenza generale, ci sono moltissime famiglie che hanno figli con qualche disabilità in casa, che loro ritengono essere il risultato di un danno da vaccino. Far finta che queste persone non esistano, censurarne la voce, multarle, deriderle, non ha nulla né di etico né di scientifico.

Queste malattie, richiedono un focus da parte della comunità scientifica, che analizzi nel dettaglio cosa è capitato nel singolo soggetto e nella collettività. Questo focus può essere solo positivo, poiché darà chiarezza e conoscenza. Non è sufficiente laconicamente affermare che non sappiamo cosa è successo.

Queste famiglie necessitano inoltre di un’attenzione umana e sociale, da parte dei medici, delle istituzioni e della comunità. L’indifferenza non fa che aumentare la rabbia.  A questo proposito ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto per le associazioni pazienti e per i patient advocacy groups. Credo che diano un contributo fondamentale alla medicina e siano da incoraggiare, non scoraggiare.

Ascoltare i pazienti è uno dei compiti del medico. I medici sono gli esperti della salute, ma i pazienti sono coloro che ricevono i trattamenti che i medici somministrano, per tanto hanno tutto il diritto di chiedere, mettere in discussione e soprattutto scegliere.

Il dibattito scientifico sui vaccini è complesso, così come lo è il nostro sistema immunitario ed il corpo umano. Il dottor Berrino ha paragonato questo decreto ad una tortura di un sistema totalitario, in cui si ripetono slogan che rappresentano un’enorme semplificazione della realtà e si minacciano coloro ancora non del tutto persuasi del lavaggio del cervello a cui vengono sottoposti.

Spero che in questa confusione, che ha creato una vera frattura sociale, si possa riprendere un vero dibattito scientifico, che è quello che appassiona e libera la mente. Poiché la medicina deve andare avanti e non si deve mai accontentare dei risultati raggiunti. Spero soprattutto che si possa ridare serenità alle famiglie, che si sentono private del diritto all’informazione e alla scelta.

Per quanto riguarda il diritto alla scelta, continuo a riflettere sul fatto che ogni nostra decisione influenza gli altri, da quando prendiamo la macchina al mattino per andare al lavoro, inquinando l’aria che è di tutti, a quando saliamo in metropolitana col mal di gola, esponendo altri al contagio. Per quanto riguarda i vaccini, questa riflessione dovrebbe tener conto di tutta la popolazione, non solo di quella pediatrica.istock_000019041370_large

Dal punto di vista tecnico, va invece ricordato che questo tema riguarda solo quelle malattie per le quali il vaccino dovrebbe produrre un effetto gregge (no tetano, pertosse, improbabile per meningite, etc) e questo effetto gregge dovrebbe essere scientificamente dimostrato e non solo desiderato. Dal punto di vista giuridico, il diritto dei pazienti che vorrebbero vaccinarsi ma non possono e la cui salute in qualche modo potrebbe dipendere dalla vaccinazioni di altri, si contrappone a quello di chi non vuole essere vaccinato perché teme complicazioni da vaccino o per altre ragioni. Dal mio punto di vista, questi diritti hanno pari dignità e credo che debba essere lasciata libertà di scelta, come per tutti i trattamenti che riguardano il nostro corpo e la nostra salute. In ogni caso, questo è sicuramente un complesso tema di riflessione, che necessita di approfondimenti giuridici e non di frettolosi provvedimenti.

In generale penso che sia questa la differenza tra una tirannia e la democrazia. Nella democrazia i singoli hanno diritto a contribuire liberamente al raggiungimento del proprio bene e del bene pubblico. Nei regimi totalitari il bene pubblico è conosciuto da pochi, che lo impongono ai cittadini, che non sono più visti come protagonisti, ma come sudditi, da comandare, poiché incapaci di riconoscere la giusta strada da percorrere.

Con tutti i limiti della democrazia e pur conscia che la verità non è democratica, continuo a ritenere il sistema democratico il meno peggiore che l’uomo possa produrre.

Infine, vorrei invitare tutti, anche coloro che non hanno figli ad immedesimarsi nella situazione. Provate ad immaginare se foste voi a ricevere una lettera, in cui gli esperti hanno deciso che dovete sottoporvi, per garantire la vostra salute e quella pubblica, a 12 (+X) vaccinazioni (decise ad hoc dai tecnici, adeguate ai vostri rischi e alla vostra fascia d’età) . Pena non poter andare più al lavoro. Per quest’anno. L’anno prossimo potrebbero essere di più, a seconda dei nuovi preparati a disposizione. Il numero verrà deciso da una commissioni di esperti e vi verrà comunicato. Ma dovete farle tutte e, altrimenti in ufficio non si entra. E si paga anche una multa. Così e basta.

È questo il modo con cui vorreste che venga trattato il tema della vostra salute e del benessere della comunità? Questa lettera non è fantasia. È la realtà che stanno vivendo in questi giorni migliaia di famiglie. È così che i medici vogliono far valere le loro buone ragioni? È questo il futuro del rapporto medico paziente?

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/vaccini-lettera-aperta-medico/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni