L’Orto Corto, dove l’agroecologia è di casa: “Non coltiviamo ortaggi, ma la Terra”

Corta è la distanza che li separa dalla Terra e corta è la filiera attraverso cui vendono i loro prodotti. A Decollatura c’è l’Orto Corto, una realtà agricola gestita da alcuni ragazzi calabresi che hanno deciso di restare e puntare sulla terra, facendo propri i principi dell’agroecologia e recuperando i semi antichi del territorio. Il viaggio nella Calabria che cambia continua e questa volta mi dirigo verso il Reventino, un’area montuosa e boschiva a ovest della Sila piccola. In particolare sto andando a conoscere l’Orto Corto, una realtà agricola che si trova a Decollatura (CZ) e che è gestita da due cugini, Carmine e Mario Gigliotti. Dopo una lunga strada in salita costellata da alberi e boschi arrivo in paese e andiamo subito a vedere i terreni, che si trovano ai piedi dell’area boschiva del Reventino e vicini al fiume Sorbello. «Come esperienza siamo nati nel 2015, quando all’interno dell’associazione Passaggìari, di cui facevamo parte, abbiamo avuto alcune esperienze con l’agricoltura», racconta Carmine. «Poi ci siamo appassionati e abbiamo deciso di provarci in modo più strutturato, perché era anche una maniera per restare». Da qui iniziano lo studio, le sperimentazioni e la ricerca dei terreni, che sono tre ettari dislocati in punti diversi e ottenuti in comodato d’uso dai proprietari. Fino ad arrivare al 2020, anno di nascita ufficiale dell’azienda.

Mario e, sullo sfondo, Carmine Gigliotti

L’Orto Corto – lo si intuisce già dal nome – si ispira a principi che valorizzano la terra e che puntano a un’agricoltura sana e in relazione col territorio: la coltivazione è completamente naturale, fatta anche attraverso la sperimentazione di tecniche di biodinamica e permacultura. «Diciamo che più che coltivare gli ortaggi, coltiviamo la terra», spiega Mario, mentre mostra i terreni che in questo momento stanno per essere messi a coltura. «Facciamo nostri i principi dell’agroecologia, per far rigenerare il terreno e far sì che sia sempre fertile».

Inoltre, Carmine sottolinea che una parte del loro lavoro consiste anche nel valorizzare i prodotti tipici del territorio che rischiano di perdersi: recuperano semi antichi e li coltivano. In particolare, hanno un intero terreno dedicato a una varietà di grano antico, il censarola, che poi viene macinato in un mulino a pietra. Fra i semi antichi, anche quelli di molti legumi: il fagiolo monachella, l’uacchiu e vua e la chiumbina, tipici del Reventino. A tutto questo si lega un rapporto con la comunità circostante. Da un lato c’è la valorizzazione dei prodotti del territorio e delle autoproduzioni di singoli, dall’altro il tentativo di fare rete con altri agricoltori e quindi sensibilizzare su determinate tematiche: «Quello che proviamo a fare è costruire una rete o comunque rapportarci a chi coltiva come noi in questi territori: all’inizio eravamo visti come dei visionari perché non usavamo nulla di chimico, ma poi piano piano abbiamo visto che è iniziato un dialogo e che ogni tanto ci chiedevano consigli: già questo è qualcosa», racconta Carmine.

Fare rete e creare circoli virtuosi infatti è fondamentale anche per l’ultima fase, che è quella della vendita. Per il momento l’Orto Corto si affida alla vendita diretta attraverso mercati e contatti di persone già sensibilizzate sul tema. Ma l’obiettivo è allargare il cerchio: più questa rete si estende, più si innescano dei circoli virtuosi e c’è meno spazio per lo sfruttamento della terra e dei lavoratori. Con le sue difficoltà, l’Orto Corto è comunque una realtà in crescita: oltre Mario e Carmine vi lavorano anche altre due persone, in base ai periodi dell’anno. Ci sono obiettivi per il futuro, fra cui la produzione di miele: se ne sta occupando Leonardo, un giovane di 21 anni anche lui di Decollatura, che gestisce le api in fondo ad uno dei terreni. E, non appena sarà di nuovo possibile, iniziative per coinvolgere la comunità in modo più concreto e far toccare con mano cosa significhi agroecologia. Tutto questo spesso avviene in connessione con Discovering Reventino, un progetto di riscoperta e valorizzazione del territorio. Anche uno di loro è qui con noi in mezzo ai campi e sta per raccontarmi la loro storia. Do un ultimo sguardo all’Orto Corto, alla terra prima di passare alle montagne, che sono le protagoniste di questo altro progetto, nella consapevolezza che tutto è connesso.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/orto-corto-agroecologia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Speriamo che il vaccino faccia piovere…

Il Covid ha oscurato la vera crisi a livello mondiale, che è quella ambientale. I periodi di siccità sono sempre più lunghi e in moltissime zone d’Italia non piove da oltre un mese e mezzo. Cosa ci resta da fare? Sperare giusto che… il vaccino faccia anche piovere…

Il Covid ha oscurato la vera crisi a livello mondiale, che è quella ambientale. I periodi di siccità sono sempre più lunghi e in moltissime zone d’Italia non piove da oltre un mese e mezzo. Cosa ci resta da fare? Sperare giusto che… il vaccino faccia anche piovere…

La natura sta “facendo il suo corso”, ovvero risponde ai nostri continui attacchi. Più la colpiamo e più il contraccolpo diventa pesante, più la combattiamo e più ne paghiamo tragiche conseguenze. Infatti non stiamo facendo nulla di risolutivo circa la catastrofe climatica da noi provocata e attualmente, per rendere la situazione ancora più difficile, il covid ha oscurato la vera crisi a livello mondiale che è quella ambientale. Ma questo oscuramento non fa sparire i problemi, li toglie solo dall’attenzione facendo in modo che se ne parli il meno possibile e soprattutto non si agisca.

Però i problemi ci sono eccome e le basi stesse della vita, come l’acqua, sono in estremo pericolo. Oltre ad inquinarla in tutti modi, partendo dall’agricoltura chimica fino agli allevamenti intensivi, si aggiungono le attività umane che stravolgendo il clima sono responsabili di periodi sempre più prolungati di siccità. Probabilmente chi vive in città, cioè in un mondo fortemente artificiale, si interessa poco dei fenomeni atmosferici quindi non ravvede la pericolosità della situazione. Eppure anche i cittadini dovrebbero preoccuparsi, perché se in campagna c’è siccità, il cibo non cresce e gli animali non hanno acqua sufficiente, anche i cittadini non mangeranno. Nel passaggio fra l’inverno e la primavera, in moltissime zone d’Italia non piove da oltre un mese e mezzo e ci sono temperature estive. Normalmente poi quello attuale è un periodo in agricoltura in cui iniziano molte piantumazioni quindi la piovosità è quanto mai necessaria. Con sempre più siccità e quindi meno acqua, cosa succederà?

Ma non dobbiamo preoccuparci perché di sicuro il governo e i vari comitati tecnici scientifici, formati da gente che ha a cuore la nostra salute, entreranno in azione come lampi per ovviare a questa potenziale rovina. Infatti è stato già emanato un DPCM apposito per riparare tutte le falle del sistema idrico nazionale colabrodo che arriva a disperdere fino al 40% dell’acqua, a realizzare ovunque sia possibile sistemi di recupero e utilizzo dell’acqua piovana, a prevedere orti autoirriganti, ad installare in qualsiasi situazione riduttori di flusso, a costruire sistemi di fitodepurazione con il potenziale recupero delle acque, a proporre sistemi di compost toilet e con tutti questi metodi ridurre drasticamente gli sprechi. O no?

E’ poi partita una campagna a tappeto di formazione capillare a cittadini, tecnici, agricoltori sugli aspetti relativi al risparmio idrico. O no?

Non ve ne siete accorti di tutti questi provvedimenti emanati? Eppure li hanno diramati a reti unificate, li hanno ripresi da tutti i media, dando loro l’importanza che la situazione urgente richiede, visto che si tratta della nostra sopravvivenza, senza acqua infatti non si vive. O forse non è stato così?

Noi comunque suggeriamo una soluzione efficacissima: grazie alla scienza e al progresso ora abbiamo il divino vaccino che risolverà ogni problema. Basterà infatti fare iniezioni al terreno con il liquido santo e come per incanto l’acqua sgorgherà miracolosamente a fiumi. Allo stesso tempo basterà spruzzare un po’ dello stesso liquido santo verso il cielo e verranno giù acquazzoni fenomenali. Quindi, grazie al lavoro indefesso e teso solo al nostro bene di comitati tecnico scientifici e governi, il vaccino darà acqua agli assetati, cibo agli affamati, lavoro ai bisognosi, casa ai senza tetto e farà vincere anche alla lotteria di Capodanno.

Grazie scienza, grazie vaccino!

E visto che non arriverà nessun DPCM e nessun intervento per salvaguardare la nostra salute e tanto meno la nostra sopravvivenza, ognuno inizi a pensare, magari anche mettendosi insieme ad altri, a come risolvere il problema vitale dell’approvvigionamento di acqua e conseguentemente di cibo, perché né la scienza, né la politica che siano legati ad interessi economici ci salveranno.

Fonte: ilcambiamento.it

Agricoltura e alimentazione: ecco come cambiarle

Abbiamo provato a immaginare come potrebbero essere l’agricoltura e l’alimentazione del mondo di domani e quali passi individuali e collettivi possiamo fare, a partire da oggi, per realizzare questa visione. Abbiamo scelto la Provincia di Cuneo cimentandoci in un lavoro condiviso e partecipato che ci ha coinvolti nel 2020, ma ci auguriamo che ciò che abbiamo realizzato possa essere di ispirazione per molti altri luoghi d’Italia. Ecco la nostra Visione2040 su Agricoltura e alimentazione, immaginata e sognata da coloro che vivono questo territorio! Immaginiamo… una pianura coltivata con metodi di agroforestazione che combinano piante perenni e colture annuali, riducendo lavorazioni profonde del suolo e trattamenti chimici, incrementando la biodiversità e la protezione degli insetti impollinatori. Immaginiamo… una montagna in cui i terreni sono coltivati e non solo lasciati a pascolo o abbandonati; una collina che permette a boschi e a nuovi orti di intersecarsi alle vigne e ai noccioleti. Immaginiamo ancora cittadini che collaborano, rompendo la divisione tra produttori e consumatori e dimostrando che l’agricoltura contadina offre cibo sano utilizzando le risorse in modo ottimale.

Il tema della produzione alimentare su scala industriale, dello sfruttamento dei terreni e di un’agricoltura sempre più intensiva sono certamente alcuni tra i principali temi dei nostri tempi. Da nord a sud del mondo, ci sembrano questioni così grandi e insormontabili da farci credere di non poter fare la differenza. Ma siamo qui per dimostrarvi il contrario! In fondo, immaginare tutto questo non è stato così male, vero?

Vi raccontiamo oggi il primo dei diversi documenti che abbiamo elaborato in questi mesi insieme agli esperti e agli attori del territorio cuneese. Insieme ci siamo confrontati su come potranno essere agricoltura e alimentazione nel 2040. Mettendoci in ascolto, superando anche la frustrazione del lavoro online imposto dalla pandemia, questo percorso è stato un’occasione che ci ha aiutato ad accorciare le distanze. E abbiamo colmato questa distanza partendo dalle emozioni, per confrontarci poi su cos’è successo all’agricoltura cuneese in questi anni. Per farlo, abbiamo prima “scattato una fotografia” della situazione attuale, perchè, se è vero che dietro ogni problema c’è un’opportunità, allora il nostro obiettivo è capire come farla sbocciare.

LA FOTOGRAFIA ATTUALE

Come abbiamo approfondito nel documento, il Cuneese, come d’altronde altri territori in Italia, è una provincia dalla forte tradizione agricola ma, nella fotografia attuale, la sua agricoltura sta vivendo in una sorta di stallo. Da una parte troviamo i fautori dell’agroindustria convenzionale che si rendono conto dell’attuale crisi del sistema e della sua insostenibilità ma che sembrano non intravedere ancora possibilità di cambiamento. Dall’altra, riscontriamo la grande presenza di monocolture che non rispetta i tempi e le esigenze naturali del territorio, oltre ai prezzi molto alti dei terreni che stanno sempre più attraendo l’interesse di investitori stranieri. Ma allora, in che direzione possiamo andare? Ovviamente i problemi non sono gli unici aspetti che caratterizzano questo enorme territorio! Ad esempio, pensiamo che la biodiversità del territorio sia notevole e siamo felici della presenza di sempre più realtà attive e dinamiche tra le piccole e medie aziende nelle aree interne. Sono loro i custodi del territorio che pensiamo sia fondamentale valorizzare! Contadini e contadine da cui cresce la spinta verso un’agricoltura diversa e che si impegnano ad aumentare il numero di varietà prodotte o recuperare quelle tradizionalmente coltivate. Poi ci sono le aziende del vino (prodotto d’eccellenza nel cuneese) che stanno adottando tecniche di coltivazione biologica, attraverso un’inversione di tendenza.

QUALE VISIONE PER IL 2040?

Ogni azione avrà una conseguenza nell’immediato e nel futuro. Da questa riflessione è partito il nostro tavolo di lavoro per ripensare la provincia di Cuneo tra vent’anni. E allora, per cambiare il destino dei nostri territori, perché non partire proprio dal concetto di responsabilità? Per capire qual è la direzione giusta da prendere, abbiamo deciso di rispondere a questa domanda con un’altra domanda: chi si occuperà principalmente di produrre, chi di mangiare, chi di comunicare, chi di studiare, chi di regolamentare tutte queste azioni?

Su un aspetto concordiamo in pieno: nel futuro in cui aspiriamo a vivere, ognuno di questi attori dovrebbe avere un comportamento responsabile nei confronti di sé stesso, degli altri e della terra che ci ospita. E questo segnerebbe il vero cambiamento di cui abbiamo bisogno per sovvertire le criticità del presente.

Che cosa abbiamo sognato per il cuneese? Vi riportiamo quattro ambiti di azione sui quali ci siamo concentrati e che potrete approfondire nel documento dedicato!

1. Nuove tecniche agricole: tra vent’anni ci prenderemo cura dei nostri ecosistemi, coltiveremo e diffonderemo specie e varietà locali attraverso metodi biointensivi che rispettino i terreni. Trasmetteremo i valori di una produzione locale alle nuove generazioni di contadini e contadine affinché siano sempre più aggiornati sui modi migliori per produrre cibo;

2. Nuovi e diffusi modelli di cooperazione tra produttori e consumatori: la filiera del cibo, dal seme alla tavola, sarà gestita a livello locale tra aziende che opereranno con una visione comune e i prezzi di prodotti di qualità saranno accessibili a tutte le fasce della popolazione;

3. Il riconoscimento del ruolo dei contadini come custodi del suolo e della sua fertilità;

4. Le campagne saranno popolate di persone che amano vivere a stretto contatto con la natura e saranno valorizzate anche agli occhi delle nuove generazioni. Avremo nuove aziende e cooperative agricole che coinvolgeranno attivamente i lavoratori in qualità di soci (e non solo di dipendenti) e le scuole diventeranno luoghi dove educare a riconoscere e apprezzare la bellezza e la complessità del territorio in cui viviamo.

AZIONI CONCRETE. COSA POSSO FARE IO?

Va bene, abbiamo voluto sognare in grande… ma è proprio partendo da piccoli passi che è possibile arrivare insieme alla meta. Per questo il documento che abbiamo realizzato riporta una serie di azioni concrete che ognuno di noi può fare a partire da oggi. Andatele a leggere e fatevi ispirare! Il lungo lavoro partecipato realizzato in questi mesi vuole essere uno strumento per noi, per voi, per tutti. Nessuno escluso.

RINGRAZIAMO PER IL LAVORO

Hanno contribuito: Pietro Cigna – Italia che Cambia e NEMO – Nuova Economia in Montagna|Attilio Ianniello – Comizio Agrario di Mondovì | Stefano Vegetabile – Organismo Agricolo Nuove Rotte | Maria Luisa Gonella – Medico | Giulia Jannelli e Maurizio Giraudo – Germinale Cooperativa Agricola di Comunità | Claudio Naviglia – Humus Job | Lorenza Borsarelli – Intrecci – rete di aziende agricole del monregalese.

Arianna Carmignano – Azienda Agricola Il vecchio gelso | Denis Beoletto | Giulia Minero –Mieleapi | Guido Moraglio – MDF | Lauro Manfrin – MDF | Lorenza Borsarelli – Rete di Impresa Intrecci Solidali | Lorenzo Barra – Azienda agricola Cresco | Marialuisa Gonella | Marisa Lanzone – MDF | Maurizio Pilone – Sgasà | Noemi Boglione | Paolo Montrucchio –  MDF – La Fattoria del Risveglio | Rita Brao

LEGGI IL DOCUMENTO COMPLETO

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/cambiare-agricoltura-alimentazione-futuro-migliore/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Uso del suolo e cambiamenti climatici: nuovo studio CMCC sul settore zootecnico verso emissioni zero

I settori agricolo, forestale e zootecnico possono contribuire agli obiettivi globali di mitigazione e di sviluppo di un territorio, se vengono messe in atto delle attività sostenibili di uso del suolo. Lo dice un nuovo studio diretto dalla Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

Le emissioni di gas serra del settore agricolo, forestale e altri usi del suolo (il cosiddetto settore AFOLU, Agriculture, Forestry and Other Land Use), rappresentano il 24% delle emissioni globali; i principali driver sotto accusa sono le emissioni legate alla deforestazione, le emissioni di metano degli allevamenti o prodotte dalla fermentazione anaerobica di materia organica, principalmente dalle coltivazioni di riso, o di protossido di azoto (N2O) legate all’uso di fertilizzanti in agricoltura. Tale settore è pertanto uno dei principali responsabili del cambiamento climatico, secondo solo al settore energetico. Un nuovo studio diretto dalla Fondazione CMCC esplora come la gestione sostenibile del territorio possa contribuire agli obiettivi di mitigazione globali e di sviluppo sostenibile a livello locale. I ricercatori hanno identificato alcune possibili opzioni di mitigazione land-based per ridurre e compensare le emissioni del settore zootecnico, che rappresenta attualmente una delle principali fonti di gas serra dell’intero settore agricolo. Anche se a partire dagli anni ’90 le emissioni degli allevamenti sono infatti diminuite, con una riduzione del 20% in Europa nel 2018, ancora oggi a livello europeo rappresentano più del 60% del totale delle emissioni del comparto agricolo.

“Il settore agricolo”, spiega Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice CMCC e primo autore dello studio, “ha la caratteristica unica di essere sia parte del problema che della soluzione: da un lato genera emissioni di gas serra, dall’altro può riassorbirle, soprattutto con un’appropriata gestione sostenibile, grazie all’attività di fotosintesi e alla biodiversità dei suoli, rappresentando un importante sink di carbonio. Tutti gli altri settori (energia, edilizia, trasporti) possono impegnarsi per ridurre le proprie emissioni e farle tendere progressivamente a zero, ma non hanno possibilità di sottrarre dall’atmosfera quell’eccesso di CO2 ormai già presente. Il nostro approccio si articola in due fasi successive: per prima cosa realizziamo una stima delle emissioni di gas serra derivanti dalle attività delle aziende zootecniche, ovvero calcoliamo la loro impronta di carbonio, quindi valutiamo il potenziale di alcune attività nel settore agricolo e forestale per la mitigazione delle emissioni stimate nel passaggio precedente.”

I risultati dello studio hanno messo in luce come le opzioni di mitigazione prese in esame, basate sulle pratiche agricole maggiormente sostenibili, possano non solo compensare, ma persino arrivare a portare il settore zootecnico a zero emissioni, a raggiungere, cioè, la carbon neutralityI ricercatori CMCC si sono concentrati su un primo caso studio pilota in Italia centrale, in un’area della provincia di Viterbo con una forte vocazione agricola, con l’obiettivo di comprendere come e in che misura le emissioni di gas serra delle aziende zootecniche potevano essere ridotte o compensate attraverso rimozioni di carbonio nella stessa area. Con questo obiettivo in mente, i ricercatori hanno sviluppato e messo a punto un approccio land-based dato dalla combinazione di diverse metodologie, come elaborazioni GIS, misurazioni delle emissioni delle aziende zootecniche attraverso il metodo LCA (life cycle assessment) e altre metodologie dell’IPCC, per arrivare a una stima precisa delle emissioni di gas serra del comparto zootecnico e del potenziale di mitigazione di diverse opzioni d gestione agricola e forestale su scala locale, nelle immediate vicinanze della fonte emissiva (cioè in prossimità delle aziende zootecniche presenti nell’area analizzata).

“I risultati del nostro studio”, commenta il Prof. Riccardo Valentini (Fondazione CMCC e Università della Tuscia), mostrano la possibilità di una totale compensazione delle emissioni delle aziende zootecniche dell’area pilota, indicando i percorsi possibili per arrivare alla carbon neutrality, cioè a zero emissioni o persino a emissioni negative. Se opportunamente gestito il settore agricolo appare quindi un settore chiave, in grado di contribuire in maniera significativa agli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici a livello globale.”

“È importante sottolineare”, aggiunge Maria Vincenza Chiriacò, “il concetto di prossimità alla base di questo approccio. Esistono già molti meccanismi di compensazione delle emissioni, ma spesso seguono una logica di compensazione su scala globale, per cui l’assorbimento del carbonio emesso in atmosfera avviene in aree geograficamente molto distanti da quelle in cui sono state generate le emissioni da compensare. Nell’approccio di prossimità realizzato dal CMCC, la compensazione delle emissioni avviene vicino alla fonte emissiva. Questo, oltre a contribuire al raggiungimento degli obiettivi globali di mitigazione del cambiamento climatico, comporta un miglioramento ad ampio raggio dell’intero sistema agro-forestale su scala locale, fornendo tutta una serie di co-benefici ambientali e socio-economici per la comunità e il territorio.”

L’approccio land-based sviluppato dai ricercatori CMCC è diventato di recente anche un web tool. Ideato e sviluppato da CMCC e Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA), con il supporto finanziario del Programma “Rete Rurale Nazionale 2014–2020”, il tool è completamente gratuito e accessibile online. Strumento rigorosamente scientifico, basato su dati e informazioni scientificamente fondate, il web tool nasce con l’obiettivo di essere facilmente accessibile a tutti i suoi potenziali utenti. La piattaforma consente agli allevatori zootecnici italiani di fare una stima dell’impronta di carbonio della propria azienda zootecnica compilando un breve questionario: poche domande che prendono in considerazione le principali caratteristiche dell’azienda, dal numero di capi allevati, al consumo energetico, alla tipologia di allevamento e al foraggio e ai mangimi acquistati, etc. In questa prima fase si ottiene una stima delle emissioni generate dall’azienda zootecnica. Quindi si passa a una seconda fase dove sono ipotizzate tutta una serie di azioni, ciascuna con il suo protocollo, per ridurre e compensare le emissioni dell’allevamento. Il tool aiuterà pertanto i diversi portatori d’interesse a individuare le migliori opzioni per una gestione più sostenibile del territorio in Italia, in special modo a livello locale. I ricercatori CMCC stanno lavorando con ISMEA e il Programma “Rete Rurale Nazionale 2014–2020” alla creazione di un sistema di tracciabilità della sostenibilità dell’uso del suolo, basato sull’approccio sviluppato, attraverso un meccanismo volontario di incentivazione di pratiche agricole e forestali sostenibili per ridurre e compensare le emissioni zootecniche a livello locale. Il meccanismo utilizzerà dei crediti, che i ricercatori hanno soprannominato “crediti di sostenibilità”, per i molteplici benefici, non solo climatici, che porteranno alle comunità e ai distretti agricoli locali. L’approccio land-based presentato in questo studio è stato sviluppato nell’ambito delle attività del Programma “Rete Rurale Nazionale 2014–2020” grazie a uno specifico accordo tra Fondazione CMCC Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA) per il progetto Il distretto agricolo-zootecnico-forestale: un nuovo approccio territoriale per la mitigazione dei cambiamenti climatici

Leggi la versione integrale dell’articolo (scaricalo gratuitamente entro il 23 febbraio 2021):

Maria Vincenza Chiriacò, Riccardo Valentini, A land-based approach for climate change mitigation in the livestock sector, Journal of Cleaner Production, Volume 283, 2021,

124622, ISSN 0959-6526, https://doi.org/10.1016/j.jclepro.2020.124622.

Fonte: ecodallecitta.it

Negli ultimi sette anni abbiamo visto l’esplosione della piccola agricoltura in Italia. Parola di Nicola Savio

La piccola agricoltura a basso impatto ha avuto una crescita esponenziale nel nostro paese, dando vita a un movimento maturo, fatto di tante reti di piccoli produttori. Ne abbiamo parlato con Nicola Savio, che assieme alla compagna Noemi Zago porta avanti da anni una microfattoria familiare, Officina Walden, e commercia macchinari innovativi per un’agricoltura a bassissimo impatto ambientale. Lo avevamo – o meglio li avevamo, Nicola Savio e Noemi Zago – lasciati alle prese con una piccola fattoria familiare che stava appena nascendo, lo ritroviamo quasi otto anni dopo con un’attività fiorente, un commercio di macchinari per una agricoltura a basso impatto, persino la necessità di diminuire la produzione agricola per evitare il burnout da troppo lavoro. La cosa più incredibile di questi anni, tuttavia, è stata a detta di Nicola quello che è successo attorno a lui, nel resto del Paese.  Ma andiamo con ordine. La seconda puntata di “Dove eravamo rimasti” – il nuovo format video di Italia che Cambia in cui riprendiamo le fila delle prime interviste pubblicate per vedere come sono evoluti nel tempo i progetti – ci porta nelle campagne vicino Ivrea, dove vivono Nicola e Noemi.  

Nicola Savio

La loro prima intervista (che trovate qui) era stata la seconda in assoluto pubblicata sul giornale Italia che Cambia. L’articolo è del 2013, ma il girato è dell’anno precedente. Stavolta di fronte alla telecamera c’è solo Nicola, che però ci rassicura: «Con Noemi siamo ancora felicemente sposati e nostro figlio è cresciuto un bel po’. Solo non le piace apparire davanti a una videocamera»

«Sono passati otto anni – commenta Nicola – e di cose ne sono cambiate tante. Quando Daniel passò a girare il video avevamo appena finito di costruire la casa in cui abitiamo e uscivamo da 3-4 mesi di vita tra il cantiere di casa e un camper nel quale avevamo trascorso l’inverno. Ed era quello il motivo dell’aspetto “asciugato”».

In effetti l’aspetto di Nicola è piuttosto cambiato nel tempo, capelli più lunghi, qualche chilo in più, un’aria più riposata. «La situazione di allora era al limite. Fortunatamente le basi che abbiamo messo in quel momento sono ci hanno permesso di crescere, di mettere su un po’ di ciccia e di prosperare allegramente nel nostro piccolo progetto». 

Piccolo progetto che nel frattempo si è stabilizzato ed è cresciuto, diventando una microfattoria familiare, chiamata Officina Walden, che produce verdura per il mercato locale attraverso un sistema di abbonamento e cassette, sullo stile delle Community supported agriculture, un modello nato negli Usa e diffusosi anche da noi basato sulla consociazione fra produttori e consumatori.  All’attività di coltivatore, da qualche anno Nicola ha affiancato anche quella di rivenditore di attrezzatura tecnica per un’agricoltura a basso impatto. «Nello strutturare la nostra attività abbiamo scoperto degli strumenti, delle attrezzature e delle tecniche di pianificazione e di progettazione che abbiamo cominciato a divulgare. A un certo punto ci siamo resi conto che una delle cose che un mancava nel panorama della piccola agricoltura italiana erano proprio gli attrezzi e la conoscenza di come usarli. Quindi ci siamo buttati in questo nuovo campo tant’è che adesso il nostro lavoro si divide a metà: da un lato la produzione di cibo, dall’altro il lavoro di supporto per chi sta facendo il nostro stesso percorso, attraverso il rifornimento di attrezzature e una formazione continua».

Oltre alla crescita dell’attività familiare, Nicola è testimone – e forse anche un pizzico testimonial – della crescita vertiginosa della piccola agricoltura non invasiva in Italia. «La crescita di questo movimento è stata quasi esponenziale, dieci anni fa io ero uno dei pochi che faceva cose del genere, oggi ce ne sono centinaia, migliaia. Siamo collegati a tante piccole reti di produttori, progetti che lavorano bene, crescono, si stabilizzano. Che fosse un fenomeno in crescita era evidente già otto anni fa, ma ci sono caratteristiche diverse fra queste due “ondate”. Allora parte dei progetti rischiavano di fallire perché erano basati più sull’idea del ritorno alla campagna che sul lavoro e lo sviluppo di professionalità. Ma chi è riuscito a superare quelle difficoltà iniziali ed è rimasto in piedi, oggi sta dando vita a questa seconda primavera, più consapevole».

Nemmeno la pandemia sembra aver fermato la crescita di queste esperienze. Anzi, sembrerebbe essere successo il contrario. «Le piccole realtà, che erano anche quelle più flessibili, più in grado di modificare il proprio assetto in corsa, sono riuscite a svilupparsi ad aumentare i propri clienti, ad aumentare la propria rete di relazioni. Durante il lockdown molte persone non potevano o non volevano più andare ai supermercati, perciò hanno iniziato ad approfittare dei produttori vicini a casa loro. Produttori che in molti casi si sono anche attrezzati con sistemi di consegne a domicilio, per cui molti sono cresciuti. E forse per la prima volta tutta la rete di piccoli produttori si è presentata al mondo come un’entità professionale: non più come persone che hanno pensato di trasferirsi in campagna e vivono in mezzo alle galline, ma come gli unici in grado di farti arrivare il cibo a casa». 

Molti fra i lettori di Italia che Cambia sognano, o stanno pianificando, o stanno già intraprendendo iniziative simili a quella di Nicola, e allora non possiamo non chiedergli quali consigli può dispensare a chi stia iniziando adesso. «Per gli aspetti pratici consiglio prima di tutto e contattare qualche ente locale che si occupi di agricoltura, che sia Confagricoltura, la Coldiretti, o quello che capita tra le mani, perché loro hanno informazioni su burocrazia e pratiche necessarie per quella che comunque è un’attività professionale». 

«Noi siamo partiti con l’idea che non volevamo avere nessun debito, perché non avevamo soldi da parte per coprirli, i debiti, e non c’era nessuna certezza di guadagnare abbastanza in futuro. Per cui siamo partiti piccoli, con una semplice partita Iva in regime di esenzione e poi piano piano siamo cresciuti. Certo, niente vieta di aprire fin da subito un’azienda agricola, accedere ai fondi, però lì si va direttamente su un campo in cui bisogna fare un business plan, diventa tutto più articolato». 

Un aspetto importante è scegliere dove aprire la propria attività. «Sconsiglio vivamente a chiunque voglia fare una cosa del genere di ritirarsi in un eremo. La base del nostro sostentamento è la vendita di parte dei nostri prodotti sul mercato locale, perciò deve esistere un mercato locale. Molti dei progetti che abbiamo visto fallire erano progetti di persone che avevano scelto di vivere magari in valli bellissime, con panorami stupendi, ma dove non c’è anima viva nel raggio di 50 chilometri». 

Prima di salutarci, Nicola ci lascia con un auspicio. «Se dovessimo risentirci fra 8 anni, mi auguro che siano aumentati ancora i miei colleghi, e che i mercati locali così come le realtà delle produzioni locali siano ormai dati per scontati, diventati la normalità».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/esplosione-piccola-agricoltura-italia-nicola-savio/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Cambiamo Agricoltura: il nuovo Ministro delle Politiche agricole punti a transizione agroecologica

CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiede una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente. Sostenuta da oltre 70 sigle della società civile è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista e del biologico italiane. E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo

La Coalizione CambiamoAgricoltura augura buon lavoro al nuovo Ministro alle politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ed auspica che il cambio alla guida del Ministero di Via XX Settembre determini un rilancio della transizione agro-ecologica della nostra agricoltura.

Nella sua agenda il Ministro Patuanelli avrà alcuni appuntamenti importanti, primo fra tutti l’avvio del tavolo di concertazione con le parti sociali ed economiche e la società civile per la redazione del Piano Strategico Nazionale della PAC (Politica Agricola Comune) post 2020, atteso da oltre un anno. Il Trilogo UE dovrebbe completare l’iter della riforma della PAC entro il mese di maggio e la partita della prossima programmazione, che sarà operativa dal gennaio 2023, si sposterà completamente nel terreno dei singoli Stati membri. Molti Stati hanno già avviato da tempo il confronto con le Associazioni agricole e ambientaliste, mentre il nostro paese è rimasto fermo al palo, nonostante ripetuti solleciti inviati dalla Coalizione #CambiamoAgricoltura, rimasti inascoltati. Le Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, con i loro obiettivi sfidanti (riduzione del 50% dei pesticidi e antibiotici, riduzione del 20% dei fertilizzanti chimici, aumento della superficie in agricoltura biologica fino al 25% a livello europeo, aumento fino almeno al 10% delle aree agricole destinate alla conservazione della biodiversità) impongono un cambio di rotta all’agricoltura italiana, per fare della sostenibilità ambientale e sociale un punto di forza delle produzioni “Made in Italy”.

Per la Coalizione #CambiamoAgricoltura l’Italia ha le carte in regola per puntare ad obiettivi più ambiziosi, come il 40% di superficie agricola utilizzata certificata in agricoltura biologica entro il 2030, e l’utilizzo degli aiuti PAC condizionati alla ristrutturazione delle filiere della zootecnia intensiva, per affrontare la crescente insostenibilità di questo comparto, in particolare in Pianura Padana, e scegliendo senza remore la strada  della transizione agroecologica per tutta l’agricoltura, l’unica in grado di coniugare la salute dell’uomo con quella dell’ambiente, nell’ottica di “One Health”.

Per questo sarà importante l’imminente approvazione da parte del Parlamento della nuova Legge sull’agricoltura biologica e il Ministero dovrà assicurare il massimo impegno per la sua rapida e concreta attuazione. Un altro impegno prioritario per il nuovo Ministro, condiviso con i suoi colleghi della Salute e della Transizione Ecologica, è l’approvazione del nuovo Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, ormai scaduto dal febbraio 2018. Si tratta del principale strumento per l’attuazione della Direttiva UE sui pesticidi, 2009/128/CE, fondamentale per poter raggiungere gli obiettivi delle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”.

La Coalizione #CambiamoAgricoltura è disponibile su tutti questi temi e sul futuro dell’agricoltura italiana ad un confronto e collaborazione costruttiva con il nuovo Ministro ed invierà per questo nei prossimi giorni una richiesta d’incontro.

CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiede una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, I cittadini e l’ambiente. Sostenuta da oltre 70 sigle della società civile è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista e del biologico italiane (Associazione Consumatori ACU, Accademia Kronos Onlus, AIDA, AIAB, Associazione Italiana Biodinamica,CIWF Italia Onlus, FederBio, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia). E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo.

Fonte: ecodallecitta.it

Le donne guidano la transizione ecologica in agricoltura

Con creatività e passione, le donne hanno costruito e guidano aziende agricole multifunzionali in grado di rispondere al bisogno della società di cibo genuino, prodotto con pratiche rispettose dell’ambiente, di servizi alla persona, di inclusione sociale e di attenzione alla tutela delle tradizioni e delle biodiversità locali. Queste aziende, più di altre, hanno saputo contrastare gli effetti negativi della crisi sviluppando azioni di resilienza. È quanto ha sottolineato il WWF in occasione dell’International Day of Rural Women. In Italia circa 1 impresa agricola su 3 è a conduzione femminile e il 32% (dato in crescita) vede la presenza di donne imprenditrici nel settore agricolo, titolari di 361.420 aziende su un totale di 1.145.680 (1). L’agricoltura “in rosa” conta 234.000 donne su un totale di 872.000 addetti, il 26,8%, ma nelle aziende cosiddette multifunzionali, quelle cioè che praticano agriturismo, mercati contadini, fattorie didattiche, fattorie sociali, trasformazione e vendita diretta di prodotti di fattoria, la percentuale di presenza femminile è più alta. Le donne tendono a rendere quindi l’agricoltura più ‘umanistica’ e sostenibile, una maggiore incidenza che si spiega con la naturale propensione femminile all’innovazione e alla multifunzionalità, la maggiore capacità di adattamento, il legame più forte con il territorio, la cultura, la tradizione e i saperi locali. Questa tendenza è anche legata al fatto che le donne non percepiscono l’azienda solo come fonte di reddito, ma anche come stile di vita.

La transizione ecologica del sistema agricolo quindi è donna, un dato importante che il WWF sottolinea in occasione dell’International Day of Rural Women – Giornata Internazionale delle Donne Rurali, una data istituita dall’Onu e che per l’Italia assume quindi un valore importante. L’agricoltura, infatti, è il principale ‘imputato’ per la perdita di biodiversità in Europa e in Italia il modello della multifunzionalità per il WWF è un riferimento per lo sviluppo socio-economico nei paesi che vivono gravi crisi, la via maestra per una transizione agroecologica dell’agricoltura.

© Morgan Heim – WWF US

Non solo fattorie: la realtà italiana

L’azienda agricola multifunzionale è per il WWF una via preferenziale per promuovere e realizzare pratiche di lavoro basate sulla tutela e la valorizzazione del capitale naturale (natura – biodiversità), definendo e realizzando nuovi servizi (turistici, didattici e sociali), focalizzati su azioni nel settore della tutela e della fruizione dell’ ambiente e valorizzando il ruolo delle aziende agricole multifunzionali nel mercato del turismo di qualità e dei servizi pubblici. L’Italia, con oltre 4,9 miliardi di euro, detiene il primato per valore della produzione delle attività di servizi forniti dall’agricoltura multifunzionale, seguita dalla Francia (4,5 miliardi) e dalla Germania (2,7 miliardi). In termini di incidenza delle attività di servizi sull’intero valore della produzione agricola per singoli paesi, l’agricoltura italiana si conferma essere la più multifunzionale d’Europa. Sono 22.661 il numero di aziende agrituristiche autorizzate ad operare in Italia nel 2016 (+1,9% rispetto al 2015), di cui circa il 39% sono a conduzione femminile. Sono 2.291 il totale delle fattorie didattiche iscritte negli elenchi regionali istituiti dalle Regioni nel 2016, ma il numero stimato di fattorie didattiche in Italia è di 2.500 – 2.900 (se si considerano anche le aziende non riconosciute dalle Regioni). Sono invece 1.000 le aziende agricole in Italia coinvolte in progetti di agricoltura sociale, fra imprese agricole, cooperative sociali ed aggregazioni. Le fattorie didattiche e sociali sono essenzialmente aziende a conduzione femminile (2).

Le donne hanno saputo costruire, con creatività e passione, aziende in gran parte a conduzione familiare, in grado di rispondere al bisogno della società di cibo genuino, prodotto con pratiche rispettose dell’ambiente, di servizi alla persona, di inclusione sociale e di attenzione alla tutela delle tradizioni e delle biodiversità locali. Queste aziende, più di altre, hanno saputo contrastare gli effetti negativi della crisi sviluppando azioni di resilienza.

© WWF: Elma Okic

Le aziende al femminile hanno maggiori rendimenti economici

Dalla Banca dati RICA (2016) risulta che l’incidenza percentuale delle attività connesse in agricoltura sulla Produzione Lorda Vendibile (PLV) è passata a livello nazionale da 2.51% del 2008 al 7.04% del 2016. In particolare, per le aziende condotte da uomini aumenta dal 2.44% del 2008 a 6.80% del 2016, mentre per quelle condotte da donne dal 2.81% del 2008 all’8.19% del 2016. Le aziende a conduzione femminile sono efficienti anche nell’utilizzo dei fondi della Politica Agricola Comune dell’Unione Europea (PAC). Dal 2007 al 2013 sono state pagate 120.613 aziende condotte (27%) da imprenditrici e hanno ricevuto importi pari a circa 5.381 miliardi di euro (17%) – (Dati Rete Rurale Nazionale 2017)

Le maggiori difficoltà per le imprese agricole al femminile in Italia

Le imprenditrici che vogliono aprire una loro attività hanno spesso difficoltà a reperire terreni in zone ad alta redditività e questo le costringe a ripiegare verso zone di montagna o comunque svantaggiate. Inoltre, un ulteriore aspetto di difficoltà per le aziende condotte da donne, tendenzialmente di piccole dimensioni, è rappresentato dal minore accesso al credito. Infatti, in seguito alla crisi economica il sistema bancario ha fortemente inasprito i criteri di erogazione dei prestiti aumentando le richieste di garanzie provocando un peggioramento delle condizioni di accesso al credito da parte delle imprese, soprattutto per quelle più piccole (Macrì e Scornaienghi, 2014).

© James Morgan – WWF US

Parità di genere nel mondo: per l’agricoltura siamo ancora indietro

Le donne sono un potente vettore di cambiamento nelle aree rurali del mondo, hanno un ruolo chiave nella gestione della famiglia e contribuiscono in modo preponderante all’attività agricola e non solo. Purtroppo le ineguaglianze tra i sessi impediscono loro di esprimere pienamente il proprio potenziale. Le donne rurali rappresentano oltre un quarto della popolazione mondiale. Esse sono protagoniste attive dello sviluppo economico, sociale e ambientale sostenibile dell’intero pianeta.

Nei paesi in via di sviluppo rappresentano circa il 43 per cento della forza lavoro e producono la maggior parte del cibo disponibile, ricoprendo così un ruolo primario per la sicurezza alimentare (il 70% del cibo consumato da oltre 7 miliardi di persone viene oggi prodotto da piccole aziende agricole di tipo familiare dove le donne svolgono un ruolo fondamentale). Malgrado ciò, la maggior parte di esse vive nell’insicurezza e subisce gravi discriminazioni e violenza, che sono aggravate dagli effetti prodotti dalla povertà, dalla crisi economica, alimentare e dal cambiamento climatico. Se infatti le donne potessero accedere a determinate agevolazioni (l’accesso al credito, alla formazione, etc.) al pari degli uomini, automaticamente si ridurrebbe del 17% il numero delle persone affamate, dati (riferiti all’anno 2013) che non possono essere trascurati, se si pensa oltretutto che in due dei cinque continenti (Africa e Asia) le donne lavorano 52 ore in più al mese rispetto agli uomini.

  1. Elaborazioni ISMEA su dati Eurostat – Farm structure survey – FSS 2016
  2. Fonte Rete Rurale Nazionale, 2017

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/10/donne-guidano-transizione-ecologica-agricoltura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La storia di Sara, giovane birraia artigianale con la passione per l’agricoltura

Poco più che ventenne, Sara ha già avviato un suo birrificio nato dall’amore per la Terra, per la coltivazione del luppolo e per i processi di birrificazione. Questa passione le ha consentito di scoprire un mondo incentrato sul saper fare, sulla tradizione, ma anche sulla creatività. Vi raccontiamo la sua storia. Sulle pendici del Gran Sasso, nell’antico borgo medievale di Castel del Monte, c’è una giovane ragazza che ha unito l’amore per la sua terra all’interesse nella coltivazione del luppolo, dando vita a un’azienda agricola che si è già distinta fra le Eccellenze Italiane 2020: l’azienda agricola Mappavel’s. La ragazza in questione si chiama Sara Aromatario. Ventunenne, titolare dell’azienda già dai diciannove anni, ci ha raccontato un po’ di com’è nato e cresciuto il suo interesse per il luppolo e il suo progetto.

«Ho aperto l’azienda agricola tre anni fa, quando ancora andavo a scuola – frequentavo il liceo scientifico. Durante la gita del quarto anno eravamo andati a Praga e lì ho visto delle piante di luppolo. Avendo sempre avuto una passione per l’agricoltura mi sono incuriosita e tornata a casa ho messo su le prime quattro piante». Raccolte le prime quattro piante di luppolo, Sara ha contattato il CREA, ente governativo che curava il progetto luppolo.it. «Hanno analizzato le mie piante e mi hanno raccomandato di metterne di più così da poter far parte dei loro campi sperimentali. Quindi, con il loro supporto e monitoraggio, ho messo su settanta piante». Da lì, il passo verso la nascita dell’azienda agricola è stato breve. «Quello che riesco lo faccio io, con l’aiuto di mio padre e del mio fidanzato. Altre cose, invece, le facciamo ancora per conto terzi e anche per la produzione della birra ci appoggiamo a un birrificio di Pescara – comprare un impianto sarebbe costosissimo».

La coltivazione delle piante necessarie alla produzione della birra e la sperimentazione di nuove ricette, realizzate con grani antichi, ricopre un ruolo centrale nell’attività avviata da Sara. «La prima birra che ho fatto è stata al farro. Poi c’è stata una seconda, al grano di sorrina – un grano antico che cresce solo sopra ai 1300 metri. Castel del Monte si trova a 1346 metri, quindi riusciamo a coltivarlo senza problemi. C’è stata poi una Red Ale, una rossa tradizionale che ho voluto dedicare a una manifestazione importante qui in paese, la Notte delle Streghe, che ogni 17 e 18 agosto rianima le antiche credenze popolari nel centro storico attraverso spettacoli itineranti».

Da un incidente di percorso, infine, è nata anche un’altra attività importante di Mappavel’s: la tintura della lana con il luppolo, che ben intreccia l’innovazione alla tradizione agropastorale presente sul territorio. «Qualche tempo fa abbiamo avuto dei problemi nella procedura di essiccamento del luppolo, che ha reso un lotto non birrificabile. Mi dispiaceva buttarlo, anche se noi destiniamo gli scarti alla zootecnia, e siccome qui ci sono delle ragazze che tingono la lana con dei prodotti vegetali mi sono chiesta se fosse possibile tingere la lana con il luppolo. Il risultato è stato buono: un filato di un color giallo ocra molto particolare».

Negli anni passati Sara e la sua azienda agricola hanno avuto modo di farsi conoscersi e apprezzare in varie fiere e, con l’intenzione di rendere disponibili le proprie birre con più continuità a Mappavel’s, si era perfino pensato di aprire una birreria in centro. L’emergenza sanitaria di quest’anno, tuttavia, ha messo in discussione il progetto e portato all’annullamento delle fiere a cui Sara era solita partecipare. Anche in questo caso la risposta di Sara è stata creativa. «Abbiamo avviato una collaborazione con un’altra azienda agricola di Castel del Monte, specializzata nella trasformazione di salumi e formaggi. Loro propongono dei taglieri, mentre io somministro la birra: sta andando molto bene».

Guardando al futuro, oggi particolarmente difficile da prevedere, Sara procede passo per passo, portando avanti l’attività e studiando Scienze e Tecnologie Agroalimentari presso l’Università di Perugia.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/08/sara-giovane-birraia-artigianale-passione-agricoltura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La CSA di Roma: la comunità che supporta l’agricoltura e costruisce nuovi legami.

Nella campagna a nord di Roma ha preso vita una comunità fondata sulla fiducia, la condivisione e la coltivazione del cibo sano. Si tratta della CSA Semi di Comunità, un modello di produzione e distribuzione dei prodotti alimentari nonché un esperimento sociale di successo da diffondere e replicare. Una delle particolarità della città di Roma (se davvero fosse possibile generalizzare la sua variegata geografia) è la sua capacità di cambiare aspetto da un momento all’altro. Come si usa dire, “tutte le strade portano a Roma” così come molte, allo stesso tempo, partono da qui. Una di queste è la Via Cassia, via di fuga verso Nord dal centro cittadino, che percorro praticamente da sempre. Una delle ramificazioni di questa arteria è la Via Cassia Veientana, al suo inizio caratterizzata da un grande cavalcavia. Per raccontarvi la storia di oggi, per la prima volta ho attraversato questo ponte da sotto, percorrendo una strada di campagna che, quasi in un battito di ciglia, mi ha condotto nel cuore della campagna romana per andare a scoprire un “esperimento sociale” di compartecipazione tra agricoltori e comunità: la CSA Semi di Comunità. CSA sta per “Community Supported Agricolture”, traducibile in italiano come “Comunità che Supporta l’Agricoltura”. Si tratta di un modello di reciproco supporto tra una determinata comunità di persone e una cooperativa di agricoltori: la comunità diventa “proprietaria”, insieme agli agricoltori, di una qualsiasi iniziativa di produzione agricola, investendo una quota per finanziare la produzione e ricavandone in cambio una certa quantità di cibo per la famiglia, regolarmente distribuita. Insieme, dunque, si condividono rischi e opportunità di un’iniziativa del genere, si sperimenta la condivisione in gruppo di decisioni strategiche come, ad esempio, quali colture produrre, quali costi sostenere e quali investimenti programmare, come ripartire le quote tra i diversi soci e quale modello organizzativo scegliere. Stabilite queste basi comuni, non esiste un modello organizzativo comune per tutte le CSA: noi vi abbiamo raccontato, tempo fa, la “madre” di tutte le CSA in Italia, cioè Arvaia, alla quale la CSA romana “Semi di Comunità” si ispira. Vi invitiamo a guardare il video qui da noi realizzato, dove potrete scoprire il modello organizzativo e distributivo che incarna il senso di questa esperienza.

L’asta delle quote: come funziona nella pratica la CSA Semi di Comunità

In “Semi di Comunità” esistono dei concetti cardine: naturalmente la creazione di comunità, come avete potuto vedere all’interno del video. Un altro concetto fondamentale è l’accessibilità al cibo naturale: «Un esperimento che rende ancora più orizzontale il nostro progetto – ci racconta Saverio Carrara, socio lavoratore e Presidente della Cooperativa – è lo strumento dell’asta delle quote. Una volta stabilito il piano economico annuale, i costi e gli investimenti previsti vengono divisi in quote, che ogni singolo socio deve versare. Il problema è che se i costi delle quote sono cari non tutti possono partecipare. Durante l’asta delle quote da noi qualche socio offre un quantitativo di denaro più alto rispetto al dovuto, per permettere così ad altri di partecipare anche con una quota più bassa. Il tutto a parità di prodotto, naturalmente: il quantitativo di verdure rimane lo stesso. Abbiamo usato per la prima volta questo strumento quest’anno ed abbiamo chiuso il nostro piano economico con seicento euro di avanzo. Questo strumento, condiviso da tutto il gruppo, ci ha così consentito di rendere la CSA il più inclusiva possibile, permettendo di raggiungere l’obiettivo fondamentale di rendere il cibo sano e naturale accessibile possibilmente a tutti».

Oggi “Semi di Comunità”, nata a Gennaio 2019, conta circa duecentotrenta soci, contribuendo al fabbisogno alimentare di circa centotrenta famiglie. Il terreno su cui opera è grande circa cinque ettari, di cui tre a seminativo e due a bosco: attualmente sono già giunti alla giusta proporzione tra soci fruitori e capacità produttiva.

La differenza Tra CSA e GAS (Gruppo di Acquisto Solidale)

Perché la CSA rappresenta, probabilmente, l’evoluzione naturale dei Gruppi di Acquisto Solidale, in termini di partecipazione e responsabilizzazione delle persone? Non solo per la compartecipazione al rischio di impresa. «Non è sufficiente acquistare una quota e basta per fare parte di Semi di Comunità – ci spiega il socio Davide Gentili – Siamo divisi in soci volontari e soci fruitori, ma anche il socio fruitore che acquista le quote deve garantire la presenza sui campi almeno quattro volte l’anno. Noi, tutti insieme, stiamo costruendo a partire dal cibo una comunità, perché il cibo sano e genuino rappresenta il collante giusto per tenere unite le persone e condividere momenti insieme. Il nostro è anche un atto politico: è un modo di stare a contatto con i campi diverso,evitando le storture messe in pratica dalla GDO e appoggiando un certo modo di fare agricoltura che sia rispettoso dell’uomo e dell’ambiente circostante. Chiunque può venire sui campi e può partecipare, provare cosa significa fare parte di una comunità inclusiva come questa: il problema è proprio capire come far partecipare tutte le persone che vogliono far parte di questa esperienza».

Altra differenza fondamentale rispetto al GAS è la distribuzione, ben spiegata nel video sopra dal socio volontario Bruno Sclavo: «Alla fine del raccolto, che di solito avviene di martedì pomeriggio o di mercoledì, si effettua la suddivisione delle verdure in base ai nostri otto attuali punti di distribuzione. Questi otto punti di distribuzione sono suddivisi in varie parti di Roma ed ognuno dei soci fruitori si occupa della distribuzione qui in sede. I soci fruitori si recheranno al punto di distribuzione e sapranno la parte che spetta loro: a differenza delle cassette tradizionali su ordinazione, i soci non trovano una cassetta già preparata, ma una tabella con la quantità di ortaggi che possono prendere, componendo loro stessi le proprie cassette. Ciò introduce il discorso della fiducia, altro tassello importante per noi: nessuno controlla il singolo socio fruitore quanto prende per la propria cassetta, ed ognuno si assume la propria responsabilità nella buona riuscita della distribuzione».

La costruzione della Comunità e gli obiettivi futuri

Semi di Comunità non è solo produzione e distribuzione di cibo ma costruzione di reti e relazioni: «io sono venuta a conoscenza di questa realtà tramite mia madre» ci racconta divertita la socia volontaria Marta de Marinis «e sapevo che per diventare almeno socio sostenitore bastava compilare un formulario su Internet. A dir la verità mi sono innamorata di questo luogo frequentandolo prima come volontaria che come socia, perché l’atmosfera che si crea è davvero particolare».

«È come una seconda casa per me, ormai» aggiunge la socia volontaria Giada Serina «e le occasioni di incontro non sono legate solamente al lavoro sui campi e alla produzione di cibo. Anche nella gestione degli spazi qui in sede, vale il discorso della condivisione: ad esempio prossimamente, insieme ai soci volontari, ci ritroveremo a sistemare nuovamente la cucina e gli spazi comuni. Organizziamo eventi di incontro con la comunità come la proiezione di film. E poi ci sono i tornei a biliardino tra di noi, le serate passate a parlare e a godere di tramonti stupendi. È davvero bello trascorrere le giornate qui».

Un altro tentativo per costruire una comunità attiva in Semi di Comunità è stato quello della condivisione dei saperi: «Una volta al mese, prima del lockdown – spiega Saverio – abbiamo organizzato dei corsi di formazione anche non direttamente collegati alla produzione di cibo, come quelli per la costruzione di forni in terra cruda o per produrre saponi naturali . L’idea alla base di questa iniziativa è mettere a disposizione la propria competenza di tutti i soci come dono. Questo significa condivisione pura e possibilità di crescita per tutti, perché la condivisione del sapere aiuta a costruire dei legami forti tra le persone».

A questo link trovate l’intervista integrale.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/csa-roma-comunita-che-supporta-agricoltura-costruisce-nuovi-legami-io-faccio-cosi-298/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Comunità, autosufficienza, ritorno alla terra e resilienza: questo è quello che ci serve

Non poteva andare in altro modo, lo sapevamo perfettamente e lo diciamo da sempre: una società che adora il dio denaro, alla prima crisi, crolla miseramente.

Comunità, autosufficienza, ritorno alla terra e resilienza: questo è quello che ci serve

Non poteva andare in altro modo, lo sapevamo perfettamente e lo diciamo da sempre: una società che adora il dio denaro, alla prima crisi, crolla miseramente. La gente ha così fiducia in se stessa e nello Stato in cui vive, che svuota i supermercati presa dal panico; del resto, se si costruisce una società basata sulla dipendenza energetica e alimentare in primis, i risultati non potevano che essere questi catastrofici in cui veniamo privati anche delle libertà fondamentali.

E perché siamo arrivati a questo punto? Per fare contenti i mercanti che ci vendono qualsiasi cosa e attraverso la pubblicità ci hanno fatto credere di essere nel paese dei balocchi dove tutto si può comprare all’infinito senza nessun problema di approvvigionamento, di inquinamento, di esaurimento risorse. Poi arriva una crisi qualsiasi, vera o presunta che sia, e l’intera Italia si ferma. E questa sarebbe la sicurezza, la modernità, il progresso tanto decantato?   

Se fossimo in un paese che ha a cuore i propri abitanti, la prima cosa da fare da tempo sarebbe stata di garantire il più possibile proprio l’autosufficienza alimentare e energetica; ma, al contrario, nonostante l’Italia sia un paese dalle ricchezze immense in questi settori, siamo fortemente dipendenti sia dal punto di vista energetico che alimentare.

Invece di darci più sicurezza ed autonomia, continuiamo a creare dipendenza e insicurezza. Costruiamo il metanodotto TAP riempiendoci di gas che viene dall’estero e scoppiamo di sole, facciamo arrivare cibo scadente e di bassissima qualità da tutto il mondo, quando in Italia, paese fertilissimo e baciato da una posizione geoclimatica eccezionale, si potrebbe produrre di tutto. Si spera quindi che non ci sia bisogno di ulteriori drammi per capire che la vera soluzione sta nell’aumentare il più possibile l’autosufficienza energetica e alimentare, ricostruendo i legami comunitari distrutti da un sistema che per guadagnare ci vuole tutti individualisti e dipendenti, con i pessimi risultati che si vedono in questi giorni. Ovvio quindi che bisogna collaborare e anche ripensare un graduale ma deciso ritorno alla terra, non solo per la pura e semplice sopravvivenza ma anche per la tutela, salvaguardia del territorio e delle basi della vita. E speriamo che finalmente la si smetta di dire che non è realistico coltivare la terra e ripopolare le campagne.

Ma elenchiamo ancora una volta il perché è necessario e possibile.

1) L’Italia è strapiena di posti abbandonati e campagne che vanno in rovina e i luoghi sono così tanti che sono ormai molte le proposte degli stessi Comuni per fare ritornare le persone, anche dando contributi, vendendo le case a un euro, ecc. E spesso chi ne approfitta? Gli stranieri che apprezzano ben più di noi le nostre meravigliose ricchezze.

2) Anche in città è possibile creare le condizioni di resilienza diminuendo drasticamente gli sprechi e creando orti ovunque sia possibile; certo bisognerà smettere di cementificare per speculare producendo edifici vuoti ma invece ridare alla città spazi verdi e coltivabili. Del resto non stiamo dicendo nulla di fantascientifico, dato che ormai già varie città al mondo si stanno orientando in questa inevitabile direzione.

3) In Italia si continua a cementificare e ci sono milioni di alloggi vuoti e tantissimi sono proprio in zone di campagna; non si può certo dire che non ci sia posto.

4) Per avere una buona produzione agricola non servono chissà quanti ettari e coltivare la terra non è più il massacro di fatica che ci raccontano i nonni. Con le varie tecniche e conoscenze di agricoltura biologica e naturale di tutti i tipi che stanno nascendo come funghi,  la fatica si è ridotta di molto e le rese sono migliori dell’agricoltura chimica, soprattutto nei piccoli appezzamenti. Su questi aspetti si veda il bellissimo libro Abbondanza miracolosa che sfata tutti i falsi miti che dicono che l’agricoltura chimica sia più produttiva di quella biologica.

5) In Italia meno del 4% delle persone lavora nel campo agricolo e la stragrande maggioranza di questo 4% esercita una agricoltura di dipendenza totale dai combustibili fossili.  L’inversione di tendenza è quindi inevitabile se si pensa che fino agli anni sessanta (non mille anni fa), le persone impegnate in agricoltura erano il 30%.

In merito all’autosufficienza energetica, un paese pieno di sole, dalle potenzialità geoclimatiche immense, è agonizzante, ancora attaccato alla flebo dei combustibili fossili che generano costi, rischi enormi, inquinamento e ci tengono dipendenti dall’estero. Sarà il caso di cambiare rotta? Ognuno di noi può ridurre drasticamente gli sprechi a parità di confort e potenzialmente autoprodursi l’energia che gli serve e anche in città si possono fare moltissimi passi avanti in questa direzione. Quindi agendo così non solo ridurremmo dipendenza, inquinamento e spese ma daremmo da lavorare a milioni di persone nei settori che sono per noi vitali come quelli agricoli ed energetici. Ritrovare poi il senso di comunità è la soluzione alla disperazione, solitudine, paura e senso di dipendenza. Ricostruire i legami comunitari significa anche far fiorire lo scambio, la conoscenza, la cultura e la resilienza cioè la capacità di reagire efficacemente a cambiamenti improvvisi. E tutto questo si può fare senza limitare le libertà di nessuno anzi esaltando la libertà, le qualità e l’intelligenza di ognuno. I soldi, e le carte di credito potranno ben poco in situazioni di emergenza dove se non sai coltivare, se non sai produrti energia, rimani con i tuoi soldi in mano senza farci granchè. Puoi provare a mangiarli o ad accenderci un fuoco ma non si avranno grossi risultati. E vista la situazione attuale, non sarà il caso di rivedere tutte quelle sicurezze che si stanno dimostrando totalmente illusorie e smettere di credere a coloro che ci dicono che bisogna crescere a tutti i costi? Ma quale crescita? Qui l’unica cosa importante che deve crescere sono le piante dei propri orti. Deve crescere la  collaborazione, l’aiuto reciproco, devono crescere le idee, le soluzioni affinché tutti si possa vivere dignitosamente, liberi, in pace, salvaguardando l’ambiente e i nostri simili.

Fonte: ilcambiamento.it