I tre pilastri dell’agricoltura di domani: autoconsumo, scambio e vendita delle eccedenze

Il cibo come merce, reso un “oggetto” di consumo a prescindere. Ma così non può essere e non può durare. E chi ancora non se n’è accorto, dovrà accorgersene presto. La vera agricoltura di domani (anche da porre in essere da oggi) deve basarsi su autoconsumo, scambio e vendita delle eccedenze.

La società per la quale l’unico metro di paragone e motivo di esistenza sono i soldi dimostra tutto il suo fallimento, soprattutto negli aspetti essenziali che ci sostengono.

Nell’agricoltura e alimentazione la mercificazione estrema ha avuto tragiche conseguenza. Come è possibile infatti mercificare quello che tutti dovrebbero avere in maniera gratuita perché base della sopravvivenza?

Si considera il cibo come merce in cambio di denaro, rendendolo un oggetto qualsiasi del quale viene persa qualsiasi importanza e sacralità. Che non abbia più sacralità lo dimostra anche lo spreco enorme che contraddistingue le nostre società opulente ma poverissime di anima. Così povere che si permettono di buttare tonnellate e tonnellate di cibo ogni giorno, in spregio a qualsiasi minima regola di coesistenza umana laddove i paesi più ricchi sono malati di obesità e nei paesi cosiddetti poveri circa un miliardo di persone soffre la fame. Ma ovviamente tutto ciò ai paladini della salute (del proprio conto in banca) non interessa nulla, né interessa la loro obesità che provoca malattie e morti al confronto dei quali il covid impallidisce, né della morte delle altre persone che il sistema dello spreco e sfruttamento determina.

L’agricoltura e l’alimentazione vanno quindi ripensate completamente ribaltando il paradgima per il quale sono considerate esclusivamente merce da vendere.

Quando si vuole vendere qualcosa e si deve competere ferocemente, spesso non si hanno limiti e scrupoli; infatti, per vendere sempre di più si avvelena tranquillamente qualsiasi cosa: aria, acqua e terra e il cibo  diventa così mezzo di malattie e morti di ogni tipo, minando dalle fondamenta la salute delle persone. Per ovviare a questo problema, per ritornare ad avere il controllo di quello che si mangia e smettere di inquinare l’impossibile, l’agricoltura del prossimo domani dovrà essere contraddistinta da tre aspetti: l’autoconsumo, lo scambio o baratto e la vendita delle eccedenze. 

In un’ottica di risparmio, contatto con la natura, aumento della qualità della vita e diminuzione dei costi, la produzione agricola per autoconsumo dovrà essere una prassi normale e diffusa fra tutte le persone. Non esiste nessuno che non sia in grado di autoprodursi gran parte del proprio cibo, a maggior ragione utilizzando le varie tecniche e derivazioni dell’agricoltura biologica connesse a sistemi di food forest ovvero foreste commestibili che, entrate a regime, hanno bisogno di poco lavoro e danno buoni risultati. Progetti come quello francese di Bec  Hellouin , e migliaia di altri simili, ci dimostrano che anche con piccoli appezzamenti si possono avere raccolti ottimi e abbondanti. E per avere terreno a disposizione non bisogna certo essere ricchi o disporre di ettari. Terre in affitto si trovano per cifre basse e partecipare a orti collettivi è ormai accessibile quasi in ogni città visto le esperienze che si diffondono dappertutto. Terre in abbandono poi ce ne sono ovunque e chiedere ai proprietari un comodato d’uso può essere una buona alternativa. Ci sono anche gli usi civici, quindi per chi vuole coltivare esistono varie possibilità. L’obiettivo principale deve essere l’autoconsumo, e per ciò che si produce in più si possono effettuare scambi con chi produce altre varietà e in ultima ipotesi si può prevedere la vendita delle eccedenze. In questo modo si riducono drasticamente le spese, si produce qualità, si ricostruiscono relazioni sociali comunitarie, si fa sana attività fisica, si lavora all’aria aperta, si apprezza e rispetta la natura che ci dà la vita, si elimina l’utilizzo di veleni vari; di conseguenza si migliora la salute nostra e del pianeta e si relega a un posto non prioritario l’aspetto mercantile, la cui predominanza assoluta ci sta portando alla catastrofe globale. Direi che è proprio il caso di andare speditamente in questa direzione e guardare all’agricoltura con occhi diversi da quelli ormai ciechi a cui siamo abituati.

Fonte: ilcambiamento.it

Permacultura, rigenerazione e una food forest: la nuova vita di Chris e Mario in Calabria

Due giovani, uno svizzero e uno spagnolo, hanno unito i loro cammini in un percorso comune che li ha portati a Badolato, in Calabria. Qui hanno lanciato un progetto in permacultura che punta alla rigenerazione del suolo e alla creazione di un modello incentrato sulla condivisione, sulla sostenibilità e sull’autosufficienza.

CatanzaroCalabria – È difficile riassumere in poche righe la ricchezza trasmessa da Chris e Mario, due giovani europei interessati alla permacultura che hanno deciso di cambiare vita e portare avanti il loro progetto di rigenerazione del suolo a Badolato, un paesino di circa 3000 abitanti sulle pendici della costa ionica in Calabria. «Non abbiamo ancora molto da far vedere, il nostro progetto è soltanto all’inizio», mi avevano detto prima che li incontrassi. Eppure non mi ero lasciata fermare da queste parole. Già tante volte mi ero chiesta come mai uno svizzero (Chris) e uno spagnolo (Mario) dovrebbero decidere di venire a vivere qui in Calabria, in un piccolo paese, e intuivo la complessità di questa scelta. Così, ancora una volta, decido di macinare qualche chilometro per andare a trovarli. Il casolare in cui vivono Chris e Mario è nella campagna badolatese, a metà fra la montagna e il mare. È un’oasi di verde, azzurro e tante sfumature di giallo, molto intense in un periodo caldo come l’agosto 2021.

Il loro progetto è frutto di tanti anni di viaggio e cambiamento interiore: Chris ha lavorato per molto tempo nel mondo del cinema e Mario in quello del marketing, prima di decidere che questo tipo di vita non faceva per loro. Inizia una fase di ricerca legata al mondo della permacultura e a un tipo di vita che fosse in connessione con loro stessi, con gli altri e con la natura. Durante questa fase, i loro cammini si sono incrociati nel 2016 in Portogallo in occasione di un corso e i due hanno capito di essere destinati a rimanere connessi nel tempo, anche se si trovano in diverse parti d’Europa.

«Cercavo un posto in cui applicare i principi di permacultura che stavo studiando e costruire un progetto di vita, finché non sono arrivato qui a Badolato nel 2018 perché la mia ex ragazza partecipava a un progetto di home school e ho visto tutta la ricchezza e la biodiversità di questa terra», racconta Chris, che coinvolge anche Mario in questa possibilità. La ricchezza della terra, il calore degli abitanti del paese, la possibilità di una vita più sana e a contatto con la natura e la bellezza del borgo li convincono a compiere il passo definitivo: nel marzo 2020 si trasferiscono così in un casolare che decidono di acquistare con i loro risparmi. E così cominciano i lavori, che mirano in primo luogo a rigenerare il suolo e la terra. È questo il punto focale del loro impegno, nella convinzione che «non esistono terreni poveri, ma piuttosto una mancanza di vita nel suolo». Si dedicano molto allo studio del terreno e istituiscono il primo laboratorio di vita del suolo in Calabria, grazie al quale possono valutare gli ecosistemi presenti nel terreno (così come nei compost e negli stagni) e quindi anche la loro capacità di dare vita.

«Nel corso delle mie ricerche mi chiedevo quale fosse l’elemento che fa davvero la differenza nella vita e alla fine mi sono detto: è il suolo, la terra. Perché quando la terra è in salute, anche l’essere umano che ci vive sta bene», racconta Mario.

In connessione a questo studio, iniziano a lavorare alla creazione di compost, proprio nell’ottica di nutrire la terra e darle la capacità – a lungo andare – di riprendersi le sostanze vitali che anni di agricoltura convenzionale le hanno tolto. Tramite un processo di compostaggio a caldo creano compost solido biologicamente attivo, composto di tre parti (letame, materiale carbonioso e materiale ricco azoto come le foglie verdi) ed estremamente nutriente per il terreno. Inoltre, utilizzano il compost solido per creare compost liquido per due scopi: in un caso lo utilizzano così com’è per irrigare in modo più nutriente il terreno; in altri lo mescolano con delle sostante nutrienti al fine di creare il “té di compost”, cioè un fungicida completamente naturale che può poi essere spruzzato su alberi e piante, formando una patina protettiva. La rigenerazione del suolo è quindi il filo conduttore di ogni lavoro e nel futuro Chris e Mario sognano di costruire un impianto di compostaggio per lavorare meglio e con quantità più grandi. Ma già ci sono i primi frutti di questo impegno, dal momento che nel giro di un anno e mezzo sono riusciti a ripristinare un piccolo orto (la cui terra non era più fertile) e a gestire l’uliveto, producendo olio. L’attenzione per il suolo poi, si ritrova anche in altri progetti già in campo, sempre ispirati alla permacultura: uno di questi, ad esempio, è il bosco alimentare, che si trova in un piccolo avvallamento del terreno e che, mi spiegano, è «una piantagione diversificata di piante commestibili che cerca di imitare gli ecosistemi e i modelli trovati in natura». Annone, arance, pesche, bergamotti sono solo alcuni dei frutti che crescono in questo piccolo giardino dell’Eden che, una volta stabile, sarà resistente in modo naturale e a sua volta nutrimento per la terra che lo ospita.

«Il nostro obiettivo nel lungo termine è costruire una comunità in questo spazio», spiega Chris. «Qui ognuno porta un pezzetto, che però è in sincronia con il tutto». Anche chi viene per un breve periodo: in questo anno e mezzo, infatti, già molte persone sono passate di qui, grazie alla piattaforma workaway o anche semplicemente tramite il passaparola.

E così nel corso del tempo Chris, Mario e gli altri volontari hanno attrezzato l’area in modo da poter accogliere diverse persone: c’è un’area camping, dove ci sono docce fatte con canne di bambù, un’area comune e una compost toilet, come a rimarcare il concetto che non siamo separati dalla terra su cui poggiamo i piedi ma che, anzi, contribuiamo noi stessi a sostenerla, come insegna la permacultura. Sempre grazie ai volontari, sono riusciti a costruire due cisterne che raccolgono l’acqua piovana: questo garantisce un’autosufficienza di circa sei mesi all’anno.

Possiamo quindi affermare che quella che vi abbiamo appena raccontato non è affatto la storia di chi decide di scappare dal mondo perché è brutto e cattivo e quindi isolarsi, ma è anzi quella che celebra chi ha voglia di cercare la bellezza che già c’è e condividerla con altre persone. Per questo Mario e Chris hanno continuato a ripetermi fino all’ultimo che «ci sono ancora tante cose da fare», perché di certo non tutto si è concluso con la loro sistemazione a Badolato. «Sentiamo che stiamo crescendo molto e che c’è un processo che segue tanti impulsi diversi, è parte di un percorso», aggiunge Chris e conlcude: «Siamo ancora in viaggio».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/09/permacultura-calabria/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’Italia ritorni alla sua vocazione agricola e artigianale

Nel seguire l’impossibile coesistenza di un sistema della crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite, l’Italia ha stravolto la sua natura e vocazione. Le vere risposte sono artigianato, agricoltura e benessere vero.

Nel seguire l’impossibile coesistenza di un sistema della crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite, l’Italia ha stravolto la sua natura e vocazione. Scimmiottando i paesi anglosassoni si è pensato di competere sul piano della potenza industriale. Una gara che ci ha visto sempre rincorrere affannosamente anche per la mancanza di risorse interne di fonti fossili e ora per l’impossibilità di uscire economicamente vincitori da una competizione con paesi come la Cina. Inoltre una industrializzazione senza freni e scrupoli, ha il non indifferente contraccolpo della distruzione ambientale, quindi delle nostre risorse e ricchezze. L’Italia infatti è storicamente un paese a vocazione agricola e artigianale. La capacità di produrre con la nostra inventiva e le nostre mani si riflette anche nelle bellezze artistiche che ci sono sulla penisola in una innumerevole quantità. Non è certo un caso che l’Italia sia meta turistica ambita anche per le sue realizzazioni create da persone di una capacità artigianale eccezionale che erano lo specchio di una conoscenza diffusa nella popolazione. Che gli italiani siano ottimi artigiani dalla grande creatività è un fatto evidente. Inoltre la nostra ricchezza e varietà dal punto di vista agricolo e alimentare è testimoniata anche dal movimento Slow Food diffuso a livello internazionale. Dove se non in Italia una realtà con queste caratteristiche poteva nascere? Un paese dove cresce una varietà e qualità strepitosa di piante commestibili e alberi da frutto, dove in ogni angolo, anche il più remoto, c’è una specialità alimentare. Tutto questo è stato progressivamente messo in pericolo dalla massiccia e costante importazione di “cinafrusaglie” e di cibo spazzatura prodotto da paesi che hanno una cultura e ricchezza del cibo neanche lontanamente paragonabile a quella italiana. Cibo e altri prodotti realizzati con prezzi ambientali e umani altissimi e quindi conseguentemente con costi irrisori. Come si fa a competere con chi utilizza milioni di lavoratori super sfruttati e pagati miserie e non mette in nessun conto i disastri ambientali che provoca nella realizzazione delle merci?

Tentare di competere su piani che ci vedono sconfitti in partenza, non solo è illusorio ma assai poco intelligente e per nulla lungimirante. Non è certo correndo la corsa alla produzione illimitata di merci, per lo più superflue e dannose per l’ambiente, che faremo un servizio al nostro paese che invece deve necessariamente ritrovare la sua inclinazione, la sua natura che è il saper fare e il saper coltivare. Artigianato, agricoltura e benessere quindi sono la risposta, laddove il nostro “saperci godere la vita” ci è invidiato proprio da quei paesi anglosassoni e non, continuamente protesi alla performance, al segno più, mentre la loro vita si consuma in grafici e numeri. Anche noi però rischiamo di non saperci più godere la vita in questa impossibile rincorsa alla “performance” che con la nostra natura e saggezza mediterranea, hanno ben poco a che vedere.

E se si ritiene che ritrovare la via dell’artigianato e dell’agricoltura sia impossibile, anacronistico, utopico, si valuti se è più realistico proseguire a sfruttare tutte le risorse possibili e immaginabili, produrre quantità incalcolabili e ingestibili di rifiuti, competere con il mondo per vendere qualsiasi cosa, crescere in una corsa sfrenata verso il nulla e con ciò ottenere solo due risultati: una vita impazzita priva di senso e una natura distrutta dal nostro agire che ci porterà all’inevitabile suicidio collettivo. Quindi volenti o nolenti, anche a causa dell’esaurimento delle risorse e della catastrofe ambientale, bisognerà ritornare a quello che ci contraddistingue e in cui siamo grandi maestri: costruire una società a misura di persona il più possibile autosufficiente e con un forte tessuto artigianale ed agricolo. Agendo in questo modo si possono ridurre drasticamente le importazioni di merci superflue, spesso dannose e ambientalmente impattanti, considerato che tutto quello che arriva da lontano lascia una scia di inquinamento non indifferente. Cosa c’è poi di più bello che creare con le proprie mani o coltivare vedendo crescere e assaporare i propri alimenti? Si può in questa direzione calibrare e pianificare una industria utile e sostenibile, alimentata da fonti rinnovabili, per le quali, a differenza delle fonti fossili, abbiamo potenzialità enormi e che supporti i settori artigianale e agricolo biologico. L’Italia può ridiventare un giardino fiorito pieno di creatività, saggezza e prelibatezze, dove finalmente vivere e non competere, dove aiutarsi, cooperare e non farsi la guerra, tanto alla fine non ci sarà nessun vincitore e saremo tutti perdenti. Abbiamo il nostro paese che è già potenzialmente un paradiso terrestre, bisogna solo riscoprirlo e riscoprire i nostri talenti e le nostre capacità. Possiamo diventare un faro internazionale per un cambiamento epocale, sta a noi renderlo possibile.

Fonte: https://www.ilcambiamento.it/articoli/l-italia-ritorni-alla-sua-vocazione-agricola-e-artigianale?idn=113&idx=29812&idlink=7

L’Orto Corto, dove l’agroecologia è di casa: “Non coltiviamo ortaggi, ma la Terra”

Corta è la distanza che li separa dalla Terra e corta è la filiera attraverso cui vendono i loro prodotti. A Decollatura c’è l’Orto Corto, una realtà agricola gestita da alcuni ragazzi calabresi che hanno deciso di restare e puntare sulla terra, facendo propri i principi dell’agroecologia e recuperando i semi antichi del territorio. Il viaggio nella Calabria che cambia continua e questa volta mi dirigo verso il Reventino, un’area montuosa e boschiva a ovest della Sila piccola. In particolare sto andando a conoscere l’Orto Corto, una realtà agricola che si trova a Decollatura (CZ) e che è gestita da due cugini, Carmine e Mario Gigliotti. Dopo una lunga strada in salita costellata da alberi e boschi arrivo in paese e andiamo subito a vedere i terreni, che si trovano ai piedi dell’area boschiva del Reventino e vicini al fiume Sorbello. «Come esperienza siamo nati nel 2015, quando all’interno dell’associazione Passaggìari, di cui facevamo parte, abbiamo avuto alcune esperienze con l’agricoltura», racconta Carmine. «Poi ci siamo appassionati e abbiamo deciso di provarci in modo più strutturato, perché era anche una maniera per restare». Da qui iniziano lo studio, le sperimentazioni e la ricerca dei terreni, che sono tre ettari dislocati in punti diversi e ottenuti in comodato d’uso dai proprietari. Fino ad arrivare al 2020, anno di nascita ufficiale dell’azienda.

Mario e, sullo sfondo, Carmine Gigliotti

L’Orto Corto – lo si intuisce già dal nome – si ispira a principi che valorizzano la terra e che puntano a un’agricoltura sana e in relazione col territorio: la coltivazione è completamente naturale, fatta anche attraverso la sperimentazione di tecniche di biodinamica e permacultura. «Diciamo che più che coltivare gli ortaggi, coltiviamo la terra», spiega Mario, mentre mostra i terreni che in questo momento stanno per essere messi a coltura. «Facciamo nostri i principi dell’agroecologia, per far rigenerare il terreno e far sì che sia sempre fertile».

Inoltre, Carmine sottolinea che una parte del loro lavoro consiste anche nel valorizzare i prodotti tipici del territorio che rischiano di perdersi: recuperano semi antichi e li coltivano. In particolare, hanno un intero terreno dedicato a una varietà di grano antico, il censarola, che poi viene macinato in un mulino a pietra. Fra i semi antichi, anche quelli di molti legumi: il fagiolo monachella, l’uacchiu e vua e la chiumbina, tipici del Reventino. A tutto questo si lega un rapporto con la comunità circostante. Da un lato c’è la valorizzazione dei prodotti del territorio e delle autoproduzioni di singoli, dall’altro il tentativo di fare rete con altri agricoltori e quindi sensibilizzare su determinate tematiche: «Quello che proviamo a fare è costruire una rete o comunque rapportarci a chi coltiva come noi in questi territori: all’inizio eravamo visti come dei visionari perché non usavamo nulla di chimico, ma poi piano piano abbiamo visto che è iniziato un dialogo e che ogni tanto ci chiedevano consigli: già questo è qualcosa», racconta Carmine.

Fare rete e creare circoli virtuosi infatti è fondamentale anche per l’ultima fase, che è quella della vendita. Per il momento l’Orto Corto si affida alla vendita diretta attraverso mercati e contatti di persone già sensibilizzate sul tema. Ma l’obiettivo è allargare il cerchio: più questa rete si estende, più si innescano dei circoli virtuosi e c’è meno spazio per lo sfruttamento della terra e dei lavoratori. Con le sue difficoltà, l’Orto Corto è comunque una realtà in crescita: oltre Mario e Carmine vi lavorano anche altre due persone, in base ai periodi dell’anno. Ci sono obiettivi per il futuro, fra cui la produzione di miele: se ne sta occupando Leonardo, un giovane di 21 anni anche lui di Decollatura, che gestisce le api in fondo ad uno dei terreni. E, non appena sarà di nuovo possibile, iniziative per coinvolgere la comunità in modo più concreto e far toccare con mano cosa significhi agroecologia. Tutto questo spesso avviene in connessione con Discovering Reventino, un progetto di riscoperta e valorizzazione del territorio. Anche uno di loro è qui con noi in mezzo ai campi e sta per raccontarmi la loro storia. Do un ultimo sguardo all’Orto Corto, alla terra prima di passare alle montagne, che sono le protagoniste di questo altro progetto, nella consapevolezza che tutto è connesso.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/06/orto-corto-agroecologia/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Speriamo che il vaccino faccia piovere…

Il Covid ha oscurato la vera crisi a livello mondiale, che è quella ambientale. I periodi di siccità sono sempre più lunghi e in moltissime zone d’Italia non piove da oltre un mese e mezzo. Cosa ci resta da fare? Sperare giusto che… il vaccino faccia anche piovere…

Il Covid ha oscurato la vera crisi a livello mondiale, che è quella ambientale. I periodi di siccità sono sempre più lunghi e in moltissime zone d’Italia non piove da oltre un mese e mezzo. Cosa ci resta da fare? Sperare giusto che… il vaccino faccia anche piovere…

La natura sta “facendo il suo corso”, ovvero risponde ai nostri continui attacchi. Più la colpiamo e più il contraccolpo diventa pesante, più la combattiamo e più ne paghiamo tragiche conseguenze. Infatti non stiamo facendo nulla di risolutivo circa la catastrofe climatica da noi provocata e attualmente, per rendere la situazione ancora più difficile, il covid ha oscurato la vera crisi a livello mondiale che è quella ambientale. Ma questo oscuramento non fa sparire i problemi, li toglie solo dall’attenzione facendo in modo che se ne parli il meno possibile e soprattutto non si agisca.

Però i problemi ci sono eccome e le basi stesse della vita, come l’acqua, sono in estremo pericolo. Oltre ad inquinarla in tutti modi, partendo dall’agricoltura chimica fino agli allevamenti intensivi, si aggiungono le attività umane che stravolgendo il clima sono responsabili di periodi sempre più prolungati di siccità. Probabilmente chi vive in città, cioè in un mondo fortemente artificiale, si interessa poco dei fenomeni atmosferici quindi non ravvede la pericolosità della situazione. Eppure anche i cittadini dovrebbero preoccuparsi, perché se in campagna c’è siccità, il cibo non cresce e gli animali non hanno acqua sufficiente, anche i cittadini non mangeranno. Nel passaggio fra l’inverno e la primavera, in moltissime zone d’Italia non piove da oltre un mese e mezzo e ci sono temperature estive. Normalmente poi quello attuale è un periodo in agricoltura in cui iniziano molte piantumazioni quindi la piovosità è quanto mai necessaria. Con sempre più siccità e quindi meno acqua, cosa succederà?

Ma non dobbiamo preoccuparci perché di sicuro il governo e i vari comitati tecnici scientifici, formati da gente che ha a cuore la nostra salute, entreranno in azione come lampi per ovviare a questa potenziale rovina. Infatti è stato già emanato un DPCM apposito per riparare tutte le falle del sistema idrico nazionale colabrodo che arriva a disperdere fino al 40% dell’acqua, a realizzare ovunque sia possibile sistemi di recupero e utilizzo dell’acqua piovana, a prevedere orti autoirriganti, ad installare in qualsiasi situazione riduttori di flusso, a costruire sistemi di fitodepurazione con il potenziale recupero delle acque, a proporre sistemi di compost toilet e con tutti questi metodi ridurre drasticamente gli sprechi. O no?

E’ poi partita una campagna a tappeto di formazione capillare a cittadini, tecnici, agricoltori sugli aspetti relativi al risparmio idrico. O no?

Non ve ne siete accorti di tutti questi provvedimenti emanati? Eppure li hanno diramati a reti unificate, li hanno ripresi da tutti i media, dando loro l’importanza che la situazione urgente richiede, visto che si tratta della nostra sopravvivenza, senza acqua infatti non si vive. O forse non è stato così?

Noi comunque suggeriamo una soluzione efficacissima: grazie alla scienza e al progresso ora abbiamo il divino vaccino che risolverà ogni problema. Basterà infatti fare iniezioni al terreno con il liquido santo e come per incanto l’acqua sgorgherà miracolosamente a fiumi. Allo stesso tempo basterà spruzzare un po’ dello stesso liquido santo verso il cielo e verranno giù acquazzoni fenomenali. Quindi, grazie al lavoro indefesso e teso solo al nostro bene di comitati tecnico scientifici e governi, il vaccino darà acqua agli assetati, cibo agli affamati, lavoro ai bisognosi, casa ai senza tetto e farà vincere anche alla lotteria di Capodanno.

Grazie scienza, grazie vaccino!

E visto che non arriverà nessun DPCM e nessun intervento per salvaguardare la nostra salute e tanto meno la nostra sopravvivenza, ognuno inizi a pensare, magari anche mettendosi insieme ad altri, a come risolvere il problema vitale dell’approvvigionamento di acqua e conseguentemente di cibo, perché né la scienza, né la politica che siano legati ad interessi economici ci salveranno.

Fonte: ilcambiamento.it

Agricoltura e alimentazione: ecco come cambiarle

Abbiamo provato a immaginare come potrebbero essere l’agricoltura e l’alimentazione del mondo di domani e quali passi individuali e collettivi possiamo fare, a partire da oggi, per realizzare questa visione. Abbiamo scelto la Provincia di Cuneo cimentandoci in un lavoro condiviso e partecipato che ci ha coinvolti nel 2020, ma ci auguriamo che ciò che abbiamo realizzato possa essere di ispirazione per molti altri luoghi d’Italia. Ecco la nostra Visione2040 su Agricoltura e alimentazione, immaginata e sognata da coloro che vivono questo territorio! Immaginiamo… una pianura coltivata con metodi di agroforestazione che combinano piante perenni e colture annuali, riducendo lavorazioni profonde del suolo e trattamenti chimici, incrementando la biodiversità e la protezione degli insetti impollinatori. Immaginiamo… una montagna in cui i terreni sono coltivati e non solo lasciati a pascolo o abbandonati; una collina che permette a boschi e a nuovi orti di intersecarsi alle vigne e ai noccioleti. Immaginiamo ancora cittadini che collaborano, rompendo la divisione tra produttori e consumatori e dimostrando che l’agricoltura contadina offre cibo sano utilizzando le risorse in modo ottimale.

Il tema della produzione alimentare su scala industriale, dello sfruttamento dei terreni e di un’agricoltura sempre più intensiva sono certamente alcuni tra i principali temi dei nostri tempi. Da nord a sud del mondo, ci sembrano questioni così grandi e insormontabili da farci credere di non poter fare la differenza. Ma siamo qui per dimostrarvi il contrario! In fondo, immaginare tutto questo non è stato così male, vero?

Vi raccontiamo oggi il primo dei diversi documenti che abbiamo elaborato in questi mesi insieme agli esperti e agli attori del territorio cuneese. Insieme ci siamo confrontati su come potranno essere agricoltura e alimentazione nel 2040. Mettendoci in ascolto, superando anche la frustrazione del lavoro online imposto dalla pandemia, questo percorso è stato un’occasione che ci ha aiutato ad accorciare le distanze. E abbiamo colmato questa distanza partendo dalle emozioni, per confrontarci poi su cos’è successo all’agricoltura cuneese in questi anni. Per farlo, abbiamo prima “scattato una fotografia” della situazione attuale, perchè, se è vero che dietro ogni problema c’è un’opportunità, allora il nostro obiettivo è capire come farla sbocciare.

LA FOTOGRAFIA ATTUALE

Come abbiamo approfondito nel documento, il Cuneese, come d’altronde altri territori in Italia, è una provincia dalla forte tradizione agricola ma, nella fotografia attuale, la sua agricoltura sta vivendo in una sorta di stallo. Da una parte troviamo i fautori dell’agroindustria convenzionale che si rendono conto dell’attuale crisi del sistema e della sua insostenibilità ma che sembrano non intravedere ancora possibilità di cambiamento. Dall’altra, riscontriamo la grande presenza di monocolture che non rispetta i tempi e le esigenze naturali del territorio, oltre ai prezzi molto alti dei terreni che stanno sempre più attraendo l’interesse di investitori stranieri. Ma allora, in che direzione possiamo andare? Ovviamente i problemi non sono gli unici aspetti che caratterizzano questo enorme territorio! Ad esempio, pensiamo che la biodiversità del territorio sia notevole e siamo felici della presenza di sempre più realtà attive e dinamiche tra le piccole e medie aziende nelle aree interne. Sono loro i custodi del territorio che pensiamo sia fondamentale valorizzare! Contadini e contadine da cui cresce la spinta verso un’agricoltura diversa e che si impegnano ad aumentare il numero di varietà prodotte o recuperare quelle tradizionalmente coltivate. Poi ci sono le aziende del vino (prodotto d’eccellenza nel cuneese) che stanno adottando tecniche di coltivazione biologica, attraverso un’inversione di tendenza.

QUALE VISIONE PER IL 2040?

Ogni azione avrà una conseguenza nell’immediato e nel futuro. Da questa riflessione è partito il nostro tavolo di lavoro per ripensare la provincia di Cuneo tra vent’anni. E allora, per cambiare il destino dei nostri territori, perché non partire proprio dal concetto di responsabilità? Per capire qual è la direzione giusta da prendere, abbiamo deciso di rispondere a questa domanda con un’altra domanda: chi si occuperà principalmente di produrre, chi di mangiare, chi di comunicare, chi di studiare, chi di regolamentare tutte queste azioni?

Su un aspetto concordiamo in pieno: nel futuro in cui aspiriamo a vivere, ognuno di questi attori dovrebbe avere un comportamento responsabile nei confronti di sé stesso, degli altri e della terra che ci ospita. E questo segnerebbe il vero cambiamento di cui abbiamo bisogno per sovvertire le criticità del presente.

Che cosa abbiamo sognato per il cuneese? Vi riportiamo quattro ambiti di azione sui quali ci siamo concentrati e che potrete approfondire nel documento dedicato!

1. Nuove tecniche agricole: tra vent’anni ci prenderemo cura dei nostri ecosistemi, coltiveremo e diffonderemo specie e varietà locali attraverso metodi biointensivi che rispettino i terreni. Trasmetteremo i valori di una produzione locale alle nuove generazioni di contadini e contadine affinché siano sempre più aggiornati sui modi migliori per produrre cibo;

2. Nuovi e diffusi modelli di cooperazione tra produttori e consumatori: la filiera del cibo, dal seme alla tavola, sarà gestita a livello locale tra aziende che opereranno con una visione comune e i prezzi di prodotti di qualità saranno accessibili a tutte le fasce della popolazione;

3. Il riconoscimento del ruolo dei contadini come custodi del suolo e della sua fertilità;

4. Le campagne saranno popolate di persone che amano vivere a stretto contatto con la natura e saranno valorizzate anche agli occhi delle nuove generazioni. Avremo nuove aziende e cooperative agricole che coinvolgeranno attivamente i lavoratori in qualità di soci (e non solo di dipendenti) e le scuole diventeranno luoghi dove educare a riconoscere e apprezzare la bellezza e la complessità del territorio in cui viviamo.

AZIONI CONCRETE. COSA POSSO FARE IO?

Va bene, abbiamo voluto sognare in grande… ma è proprio partendo da piccoli passi che è possibile arrivare insieme alla meta. Per questo il documento che abbiamo realizzato riporta una serie di azioni concrete che ognuno di noi può fare a partire da oggi. Andatele a leggere e fatevi ispirare! Il lungo lavoro partecipato realizzato in questi mesi vuole essere uno strumento per noi, per voi, per tutti. Nessuno escluso.

RINGRAZIAMO PER IL LAVORO

Hanno contribuito: Pietro Cigna – Italia che Cambia e NEMO – Nuova Economia in Montagna|Attilio Ianniello – Comizio Agrario di Mondovì | Stefano Vegetabile – Organismo Agricolo Nuove Rotte | Maria Luisa Gonella – Medico | Giulia Jannelli e Maurizio Giraudo – Germinale Cooperativa Agricola di Comunità | Claudio Naviglia – Humus Job | Lorenza Borsarelli – Intrecci – rete di aziende agricole del monregalese.

Arianna Carmignano – Azienda Agricola Il vecchio gelso | Denis Beoletto | Giulia Minero –Mieleapi | Guido Moraglio – MDF | Lauro Manfrin – MDF | Lorenza Borsarelli – Rete di Impresa Intrecci Solidali | Lorenzo Barra – Azienda agricola Cresco | Marialuisa Gonella | Marisa Lanzone – MDF | Maurizio Pilone – Sgasà | Noemi Boglione | Paolo Montrucchio –  MDF – La Fattoria del Risveglio | Rita Brao

LEGGI IL DOCUMENTO COMPLETO

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/cambiare-agricoltura-alimentazione-futuro-migliore/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Uso del suolo e cambiamenti climatici: nuovo studio CMCC sul settore zootecnico verso emissioni zero

I settori agricolo, forestale e zootecnico possono contribuire agli obiettivi globali di mitigazione e di sviluppo di un territorio, se vengono messe in atto delle attività sostenibili di uso del suolo. Lo dice un nuovo studio diretto dalla Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

Le emissioni di gas serra del settore agricolo, forestale e altri usi del suolo (il cosiddetto settore AFOLU, Agriculture, Forestry and Other Land Use), rappresentano il 24% delle emissioni globali; i principali driver sotto accusa sono le emissioni legate alla deforestazione, le emissioni di metano degli allevamenti o prodotte dalla fermentazione anaerobica di materia organica, principalmente dalle coltivazioni di riso, o di protossido di azoto (N2O) legate all’uso di fertilizzanti in agricoltura. Tale settore è pertanto uno dei principali responsabili del cambiamento climatico, secondo solo al settore energetico. Un nuovo studio diretto dalla Fondazione CMCC esplora come la gestione sostenibile del territorio possa contribuire agli obiettivi di mitigazione globali e di sviluppo sostenibile a livello locale. I ricercatori hanno identificato alcune possibili opzioni di mitigazione land-based per ridurre e compensare le emissioni del settore zootecnico, che rappresenta attualmente una delle principali fonti di gas serra dell’intero settore agricolo. Anche se a partire dagli anni ’90 le emissioni degli allevamenti sono infatti diminuite, con una riduzione del 20% in Europa nel 2018, ancora oggi a livello europeo rappresentano più del 60% del totale delle emissioni del comparto agricolo.

“Il settore agricolo”, spiega Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice CMCC e primo autore dello studio, “ha la caratteristica unica di essere sia parte del problema che della soluzione: da un lato genera emissioni di gas serra, dall’altro può riassorbirle, soprattutto con un’appropriata gestione sostenibile, grazie all’attività di fotosintesi e alla biodiversità dei suoli, rappresentando un importante sink di carbonio. Tutti gli altri settori (energia, edilizia, trasporti) possono impegnarsi per ridurre le proprie emissioni e farle tendere progressivamente a zero, ma non hanno possibilità di sottrarre dall’atmosfera quell’eccesso di CO2 ormai già presente. Il nostro approccio si articola in due fasi successive: per prima cosa realizziamo una stima delle emissioni di gas serra derivanti dalle attività delle aziende zootecniche, ovvero calcoliamo la loro impronta di carbonio, quindi valutiamo il potenziale di alcune attività nel settore agricolo e forestale per la mitigazione delle emissioni stimate nel passaggio precedente.”

I risultati dello studio hanno messo in luce come le opzioni di mitigazione prese in esame, basate sulle pratiche agricole maggiormente sostenibili, possano non solo compensare, ma persino arrivare a portare il settore zootecnico a zero emissioni, a raggiungere, cioè, la carbon neutralityI ricercatori CMCC si sono concentrati su un primo caso studio pilota in Italia centrale, in un’area della provincia di Viterbo con una forte vocazione agricola, con l’obiettivo di comprendere come e in che misura le emissioni di gas serra delle aziende zootecniche potevano essere ridotte o compensate attraverso rimozioni di carbonio nella stessa area. Con questo obiettivo in mente, i ricercatori hanno sviluppato e messo a punto un approccio land-based dato dalla combinazione di diverse metodologie, come elaborazioni GIS, misurazioni delle emissioni delle aziende zootecniche attraverso il metodo LCA (life cycle assessment) e altre metodologie dell’IPCC, per arrivare a una stima precisa delle emissioni di gas serra del comparto zootecnico e del potenziale di mitigazione di diverse opzioni d gestione agricola e forestale su scala locale, nelle immediate vicinanze della fonte emissiva (cioè in prossimità delle aziende zootecniche presenti nell’area analizzata).

“I risultati del nostro studio”, commenta il Prof. Riccardo Valentini (Fondazione CMCC e Università della Tuscia), mostrano la possibilità di una totale compensazione delle emissioni delle aziende zootecniche dell’area pilota, indicando i percorsi possibili per arrivare alla carbon neutrality, cioè a zero emissioni o persino a emissioni negative. Se opportunamente gestito il settore agricolo appare quindi un settore chiave, in grado di contribuire in maniera significativa agli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici a livello globale.”

“È importante sottolineare”, aggiunge Maria Vincenza Chiriacò, “il concetto di prossimità alla base di questo approccio. Esistono già molti meccanismi di compensazione delle emissioni, ma spesso seguono una logica di compensazione su scala globale, per cui l’assorbimento del carbonio emesso in atmosfera avviene in aree geograficamente molto distanti da quelle in cui sono state generate le emissioni da compensare. Nell’approccio di prossimità realizzato dal CMCC, la compensazione delle emissioni avviene vicino alla fonte emissiva. Questo, oltre a contribuire al raggiungimento degli obiettivi globali di mitigazione del cambiamento climatico, comporta un miglioramento ad ampio raggio dell’intero sistema agro-forestale su scala locale, fornendo tutta una serie di co-benefici ambientali e socio-economici per la comunità e il territorio.”

L’approccio land-based sviluppato dai ricercatori CMCC è diventato di recente anche un web tool. Ideato e sviluppato da CMCC e Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA), con il supporto finanziario del Programma “Rete Rurale Nazionale 2014–2020”, il tool è completamente gratuito e accessibile online. Strumento rigorosamente scientifico, basato su dati e informazioni scientificamente fondate, il web tool nasce con l’obiettivo di essere facilmente accessibile a tutti i suoi potenziali utenti. La piattaforma consente agli allevatori zootecnici italiani di fare una stima dell’impronta di carbonio della propria azienda zootecnica compilando un breve questionario: poche domande che prendono in considerazione le principali caratteristiche dell’azienda, dal numero di capi allevati, al consumo energetico, alla tipologia di allevamento e al foraggio e ai mangimi acquistati, etc. In questa prima fase si ottiene una stima delle emissioni generate dall’azienda zootecnica. Quindi si passa a una seconda fase dove sono ipotizzate tutta una serie di azioni, ciascuna con il suo protocollo, per ridurre e compensare le emissioni dell’allevamento. Il tool aiuterà pertanto i diversi portatori d’interesse a individuare le migliori opzioni per una gestione più sostenibile del territorio in Italia, in special modo a livello locale. I ricercatori CMCC stanno lavorando con ISMEA e il Programma “Rete Rurale Nazionale 2014–2020” alla creazione di un sistema di tracciabilità della sostenibilità dell’uso del suolo, basato sull’approccio sviluppato, attraverso un meccanismo volontario di incentivazione di pratiche agricole e forestali sostenibili per ridurre e compensare le emissioni zootecniche a livello locale. Il meccanismo utilizzerà dei crediti, che i ricercatori hanno soprannominato “crediti di sostenibilità”, per i molteplici benefici, non solo climatici, che porteranno alle comunità e ai distretti agricoli locali. L’approccio land-based presentato in questo studio è stato sviluppato nell’ambito delle attività del Programma “Rete Rurale Nazionale 2014–2020” grazie a uno specifico accordo tra Fondazione CMCC Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA) per il progetto Il distretto agricolo-zootecnico-forestale: un nuovo approccio territoriale per la mitigazione dei cambiamenti climatici

Leggi la versione integrale dell’articolo (scaricalo gratuitamente entro il 23 febbraio 2021):

Maria Vincenza Chiriacò, Riccardo Valentini, A land-based approach for climate change mitigation in the livestock sector, Journal of Cleaner Production, Volume 283, 2021,

124622, ISSN 0959-6526, https://doi.org/10.1016/j.jclepro.2020.124622.

Fonte: ecodallecitta.it

Negli ultimi sette anni abbiamo visto l’esplosione della piccola agricoltura in Italia. Parola di Nicola Savio

La piccola agricoltura a basso impatto ha avuto una crescita esponenziale nel nostro paese, dando vita a un movimento maturo, fatto di tante reti di piccoli produttori. Ne abbiamo parlato con Nicola Savio, che assieme alla compagna Noemi Zago porta avanti da anni una microfattoria familiare, Officina Walden, e commercia macchinari innovativi per un’agricoltura a bassissimo impatto ambientale. Lo avevamo – o meglio li avevamo, Nicola Savio e Noemi Zago – lasciati alle prese con una piccola fattoria familiare che stava appena nascendo, lo ritroviamo quasi otto anni dopo con un’attività fiorente, un commercio di macchinari per una agricoltura a basso impatto, persino la necessità di diminuire la produzione agricola per evitare il burnout da troppo lavoro. La cosa più incredibile di questi anni, tuttavia, è stata a detta di Nicola quello che è successo attorno a lui, nel resto del Paese.  Ma andiamo con ordine. La seconda puntata di “Dove eravamo rimasti” – il nuovo format video di Italia che Cambia in cui riprendiamo le fila delle prime interviste pubblicate per vedere come sono evoluti nel tempo i progetti – ci porta nelle campagne vicino Ivrea, dove vivono Nicola e Noemi.  

Nicola Savio

La loro prima intervista (che trovate qui) era stata la seconda in assoluto pubblicata sul giornale Italia che Cambia. L’articolo è del 2013, ma il girato è dell’anno precedente. Stavolta di fronte alla telecamera c’è solo Nicola, che però ci rassicura: «Con Noemi siamo ancora felicemente sposati e nostro figlio è cresciuto un bel po’. Solo non le piace apparire davanti a una videocamera»

«Sono passati otto anni – commenta Nicola – e di cose ne sono cambiate tante. Quando Daniel passò a girare il video avevamo appena finito di costruire la casa in cui abitiamo e uscivamo da 3-4 mesi di vita tra il cantiere di casa e un camper nel quale avevamo trascorso l’inverno. Ed era quello il motivo dell’aspetto “asciugato”».

In effetti l’aspetto di Nicola è piuttosto cambiato nel tempo, capelli più lunghi, qualche chilo in più, un’aria più riposata. «La situazione di allora era al limite. Fortunatamente le basi che abbiamo messo in quel momento sono ci hanno permesso di crescere, di mettere su un po’ di ciccia e di prosperare allegramente nel nostro piccolo progetto». 

Piccolo progetto che nel frattempo si è stabilizzato ed è cresciuto, diventando una microfattoria familiare, chiamata Officina Walden, che produce verdura per il mercato locale attraverso un sistema di abbonamento e cassette, sullo stile delle Community supported agriculture, un modello nato negli Usa e diffusosi anche da noi basato sulla consociazione fra produttori e consumatori.  All’attività di coltivatore, da qualche anno Nicola ha affiancato anche quella di rivenditore di attrezzatura tecnica per un’agricoltura a basso impatto. «Nello strutturare la nostra attività abbiamo scoperto degli strumenti, delle attrezzature e delle tecniche di pianificazione e di progettazione che abbiamo cominciato a divulgare. A un certo punto ci siamo resi conto che una delle cose che un mancava nel panorama della piccola agricoltura italiana erano proprio gli attrezzi e la conoscenza di come usarli. Quindi ci siamo buttati in questo nuovo campo tant’è che adesso il nostro lavoro si divide a metà: da un lato la produzione di cibo, dall’altro il lavoro di supporto per chi sta facendo il nostro stesso percorso, attraverso il rifornimento di attrezzature e una formazione continua».

Oltre alla crescita dell’attività familiare, Nicola è testimone – e forse anche un pizzico testimonial – della crescita vertiginosa della piccola agricoltura non invasiva in Italia. «La crescita di questo movimento è stata quasi esponenziale, dieci anni fa io ero uno dei pochi che faceva cose del genere, oggi ce ne sono centinaia, migliaia. Siamo collegati a tante piccole reti di produttori, progetti che lavorano bene, crescono, si stabilizzano. Che fosse un fenomeno in crescita era evidente già otto anni fa, ma ci sono caratteristiche diverse fra queste due “ondate”. Allora parte dei progetti rischiavano di fallire perché erano basati più sull’idea del ritorno alla campagna che sul lavoro e lo sviluppo di professionalità. Ma chi è riuscito a superare quelle difficoltà iniziali ed è rimasto in piedi, oggi sta dando vita a questa seconda primavera, più consapevole».

Nemmeno la pandemia sembra aver fermato la crescita di queste esperienze. Anzi, sembrerebbe essere successo il contrario. «Le piccole realtà, che erano anche quelle più flessibili, più in grado di modificare il proprio assetto in corsa, sono riuscite a svilupparsi ad aumentare i propri clienti, ad aumentare la propria rete di relazioni. Durante il lockdown molte persone non potevano o non volevano più andare ai supermercati, perciò hanno iniziato ad approfittare dei produttori vicini a casa loro. Produttori che in molti casi si sono anche attrezzati con sistemi di consegne a domicilio, per cui molti sono cresciuti. E forse per la prima volta tutta la rete di piccoli produttori si è presentata al mondo come un’entità professionale: non più come persone che hanno pensato di trasferirsi in campagna e vivono in mezzo alle galline, ma come gli unici in grado di farti arrivare il cibo a casa». 

Molti fra i lettori di Italia che Cambia sognano, o stanno pianificando, o stanno già intraprendendo iniziative simili a quella di Nicola, e allora non possiamo non chiedergli quali consigli può dispensare a chi stia iniziando adesso. «Per gli aspetti pratici consiglio prima di tutto e contattare qualche ente locale che si occupi di agricoltura, che sia Confagricoltura, la Coldiretti, o quello che capita tra le mani, perché loro hanno informazioni su burocrazia e pratiche necessarie per quella che comunque è un’attività professionale». 

«Noi siamo partiti con l’idea che non volevamo avere nessun debito, perché non avevamo soldi da parte per coprirli, i debiti, e non c’era nessuna certezza di guadagnare abbastanza in futuro. Per cui siamo partiti piccoli, con una semplice partita Iva in regime di esenzione e poi piano piano siamo cresciuti. Certo, niente vieta di aprire fin da subito un’azienda agricola, accedere ai fondi, però lì si va direttamente su un campo in cui bisogna fare un business plan, diventa tutto più articolato». 

Un aspetto importante è scegliere dove aprire la propria attività. «Sconsiglio vivamente a chiunque voglia fare una cosa del genere di ritirarsi in un eremo. La base del nostro sostentamento è la vendita di parte dei nostri prodotti sul mercato locale, perciò deve esistere un mercato locale. Molti dei progetti che abbiamo visto fallire erano progetti di persone che avevano scelto di vivere magari in valli bellissime, con panorami stupendi, ma dove non c’è anima viva nel raggio di 50 chilometri». 

Prima di salutarci, Nicola ci lascia con un auspicio. «Se dovessimo risentirci fra 8 anni, mi auguro che siano aumentati ancora i miei colleghi, e che i mercati locali così come le realtà delle produzioni locali siano ormai dati per scontati, diventati la normalità».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/esplosione-piccola-agricoltura-italia-nicola-savio/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Cambiamo Agricoltura: il nuovo Ministro delle Politiche agricole punti a transizione agroecologica

CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiede una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente. Sostenuta da oltre 70 sigle della società civile è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista e del biologico italiane. E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo

La Coalizione CambiamoAgricoltura augura buon lavoro al nuovo Ministro alle politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ed auspica che il cambio alla guida del Ministero di Via XX Settembre determini un rilancio della transizione agro-ecologica della nostra agricoltura.

Nella sua agenda il Ministro Patuanelli avrà alcuni appuntamenti importanti, primo fra tutti l’avvio del tavolo di concertazione con le parti sociali ed economiche e la società civile per la redazione del Piano Strategico Nazionale della PAC (Politica Agricola Comune) post 2020, atteso da oltre un anno. Il Trilogo UE dovrebbe completare l’iter della riforma della PAC entro il mese di maggio e la partita della prossima programmazione, che sarà operativa dal gennaio 2023, si sposterà completamente nel terreno dei singoli Stati membri. Molti Stati hanno già avviato da tempo il confronto con le Associazioni agricole e ambientaliste, mentre il nostro paese è rimasto fermo al palo, nonostante ripetuti solleciti inviati dalla Coalizione #CambiamoAgricoltura, rimasti inascoltati. Le Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, con i loro obiettivi sfidanti (riduzione del 50% dei pesticidi e antibiotici, riduzione del 20% dei fertilizzanti chimici, aumento della superficie in agricoltura biologica fino al 25% a livello europeo, aumento fino almeno al 10% delle aree agricole destinate alla conservazione della biodiversità) impongono un cambio di rotta all’agricoltura italiana, per fare della sostenibilità ambientale e sociale un punto di forza delle produzioni “Made in Italy”.

Per la Coalizione #CambiamoAgricoltura l’Italia ha le carte in regola per puntare ad obiettivi più ambiziosi, come il 40% di superficie agricola utilizzata certificata in agricoltura biologica entro il 2030, e l’utilizzo degli aiuti PAC condizionati alla ristrutturazione delle filiere della zootecnia intensiva, per affrontare la crescente insostenibilità di questo comparto, in particolare in Pianura Padana, e scegliendo senza remore la strada  della transizione agroecologica per tutta l’agricoltura, l’unica in grado di coniugare la salute dell’uomo con quella dell’ambiente, nell’ottica di “One Health”.

Per questo sarà importante l’imminente approvazione da parte del Parlamento della nuova Legge sull’agricoltura biologica e il Ministero dovrà assicurare il massimo impegno per la sua rapida e concreta attuazione. Un altro impegno prioritario per il nuovo Ministro, condiviso con i suoi colleghi della Salute e della Transizione Ecologica, è l’approvazione del nuovo Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, ormai scaduto dal febbraio 2018. Si tratta del principale strumento per l’attuazione della Direttiva UE sui pesticidi, 2009/128/CE, fondamentale per poter raggiungere gli obiettivi delle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”.

La Coalizione #CambiamoAgricoltura è disponibile su tutti questi temi e sul futuro dell’agricoltura italiana ad un confronto e collaborazione costruttiva con il nuovo Ministro ed invierà per questo nei prossimi giorni una richiesta d’incontro.

CambiamoAgricoltura è una coalizione nata nel 2017 per chiede una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, I cittadini e l’ambiente. Sostenuta da oltre 70 sigle della società civile è coordinata da un gruppo di lavoro che comprende le maggiori associazioni del mondo ambientalista e del biologico italiane (Associazione Consumatori ACU, Accademia Kronos Onlus, AIDA, AIAB, Associazione Italiana Biodinamica,CIWF Italia Onlus, FederBio, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia e WWF Italia). E’ inoltre supportata dal prezioso contributo di Fondazione Cariplo.

Fonte: ecodallecitta.it

Le donne guidano la transizione ecologica in agricoltura

Con creatività e passione, le donne hanno costruito e guidano aziende agricole multifunzionali in grado di rispondere al bisogno della società di cibo genuino, prodotto con pratiche rispettose dell’ambiente, di servizi alla persona, di inclusione sociale e di attenzione alla tutela delle tradizioni e delle biodiversità locali. Queste aziende, più di altre, hanno saputo contrastare gli effetti negativi della crisi sviluppando azioni di resilienza. È quanto ha sottolineato il WWF in occasione dell’International Day of Rural Women. In Italia circa 1 impresa agricola su 3 è a conduzione femminile e il 32% (dato in crescita) vede la presenza di donne imprenditrici nel settore agricolo, titolari di 361.420 aziende su un totale di 1.145.680 (1). L’agricoltura “in rosa” conta 234.000 donne su un totale di 872.000 addetti, il 26,8%, ma nelle aziende cosiddette multifunzionali, quelle cioè che praticano agriturismo, mercati contadini, fattorie didattiche, fattorie sociali, trasformazione e vendita diretta di prodotti di fattoria, la percentuale di presenza femminile è più alta. Le donne tendono a rendere quindi l’agricoltura più ‘umanistica’ e sostenibile, una maggiore incidenza che si spiega con la naturale propensione femminile all’innovazione e alla multifunzionalità, la maggiore capacità di adattamento, il legame più forte con il territorio, la cultura, la tradizione e i saperi locali. Questa tendenza è anche legata al fatto che le donne non percepiscono l’azienda solo come fonte di reddito, ma anche come stile di vita.

La transizione ecologica del sistema agricolo quindi è donna, un dato importante che il WWF sottolinea in occasione dell’International Day of Rural Women – Giornata Internazionale delle Donne Rurali, una data istituita dall’Onu e che per l’Italia assume quindi un valore importante. L’agricoltura, infatti, è il principale ‘imputato’ per la perdita di biodiversità in Europa e in Italia il modello della multifunzionalità per il WWF è un riferimento per lo sviluppo socio-economico nei paesi che vivono gravi crisi, la via maestra per una transizione agroecologica dell’agricoltura.

© Morgan Heim – WWF US

Non solo fattorie: la realtà italiana

L’azienda agricola multifunzionale è per il WWF una via preferenziale per promuovere e realizzare pratiche di lavoro basate sulla tutela e la valorizzazione del capitale naturale (natura – biodiversità), definendo e realizzando nuovi servizi (turistici, didattici e sociali), focalizzati su azioni nel settore della tutela e della fruizione dell’ ambiente e valorizzando il ruolo delle aziende agricole multifunzionali nel mercato del turismo di qualità e dei servizi pubblici. L’Italia, con oltre 4,9 miliardi di euro, detiene il primato per valore della produzione delle attività di servizi forniti dall’agricoltura multifunzionale, seguita dalla Francia (4,5 miliardi) e dalla Germania (2,7 miliardi). In termini di incidenza delle attività di servizi sull’intero valore della produzione agricola per singoli paesi, l’agricoltura italiana si conferma essere la più multifunzionale d’Europa. Sono 22.661 il numero di aziende agrituristiche autorizzate ad operare in Italia nel 2016 (+1,9% rispetto al 2015), di cui circa il 39% sono a conduzione femminile. Sono 2.291 il totale delle fattorie didattiche iscritte negli elenchi regionali istituiti dalle Regioni nel 2016, ma il numero stimato di fattorie didattiche in Italia è di 2.500 – 2.900 (se si considerano anche le aziende non riconosciute dalle Regioni). Sono invece 1.000 le aziende agricole in Italia coinvolte in progetti di agricoltura sociale, fra imprese agricole, cooperative sociali ed aggregazioni. Le fattorie didattiche e sociali sono essenzialmente aziende a conduzione femminile (2).

Le donne hanno saputo costruire, con creatività e passione, aziende in gran parte a conduzione familiare, in grado di rispondere al bisogno della società di cibo genuino, prodotto con pratiche rispettose dell’ambiente, di servizi alla persona, di inclusione sociale e di attenzione alla tutela delle tradizioni e delle biodiversità locali. Queste aziende, più di altre, hanno saputo contrastare gli effetti negativi della crisi sviluppando azioni di resilienza.

© WWF: Elma Okic

Le aziende al femminile hanno maggiori rendimenti economici

Dalla Banca dati RICA (2016) risulta che l’incidenza percentuale delle attività connesse in agricoltura sulla Produzione Lorda Vendibile (PLV) è passata a livello nazionale da 2.51% del 2008 al 7.04% del 2016. In particolare, per le aziende condotte da uomini aumenta dal 2.44% del 2008 a 6.80% del 2016, mentre per quelle condotte da donne dal 2.81% del 2008 all’8.19% del 2016. Le aziende a conduzione femminile sono efficienti anche nell’utilizzo dei fondi della Politica Agricola Comune dell’Unione Europea (PAC). Dal 2007 al 2013 sono state pagate 120.613 aziende condotte (27%) da imprenditrici e hanno ricevuto importi pari a circa 5.381 miliardi di euro (17%) – (Dati Rete Rurale Nazionale 2017)

Le maggiori difficoltà per le imprese agricole al femminile in Italia

Le imprenditrici che vogliono aprire una loro attività hanno spesso difficoltà a reperire terreni in zone ad alta redditività e questo le costringe a ripiegare verso zone di montagna o comunque svantaggiate. Inoltre, un ulteriore aspetto di difficoltà per le aziende condotte da donne, tendenzialmente di piccole dimensioni, è rappresentato dal minore accesso al credito. Infatti, in seguito alla crisi economica il sistema bancario ha fortemente inasprito i criteri di erogazione dei prestiti aumentando le richieste di garanzie provocando un peggioramento delle condizioni di accesso al credito da parte delle imprese, soprattutto per quelle più piccole (Macrì e Scornaienghi, 2014).

© James Morgan – WWF US

Parità di genere nel mondo: per l’agricoltura siamo ancora indietro

Le donne sono un potente vettore di cambiamento nelle aree rurali del mondo, hanno un ruolo chiave nella gestione della famiglia e contribuiscono in modo preponderante all’attività agricola e non solo. Purtroppo le ineguaglianze tra i sessi impediscono loro di esprimere pienamente il proprio potenziale. Le donne rurali rappresentano oltre un quarto della popolazione mondiale. Esse sono protagoniste attive dello sviluppo economico, sociale e ambientale sostenibile dell’intero pianeta.

Nei paesi in via di sviluppo rappresentano circa il 43 per cento della forza lavoro e producono la maggior parte del cibo disponibile, ricoprendo così un ruolo primario per la sicurezza alimentare (il 70% del cibo consumato da oltre 7 miliardi di persone viene oggi prodotto da piccole aziende agricole di tipo familiare dove le donne svolgono un ruolo fondamentale). Malgrado ciò, la maggior parte di esse vive nell’insicurezza e subisce gravi discriminazioni e violenza, che sono aggravate dagli effetti prodotti dalla povertà, dalla crisi economica, alimentare e dal cambiamento climatico. Se infatti le donne potessero accedere a determinate agevolazioni (l’accesso al credito, alla formazione, etc.) al pari degli uomini, automaticamente si ridurrebbe del 17% il numero delle persone affamate, dati (riferiti all’anno 2013) che non possono essere trascurati, se si pensa oltretutto che in due dei cinque continenti (Africa e Asia) le donne lavorano 52 ore in più al mese rispetto agli uomini.

  1. Elaborazioni ISMEA su dati Eurostat – Farm structure survey – FSS 2016
  2. Fonte Rete Rurale Nazionale, 2017

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/10/donne-guidano-transizione-ecologica-agricoltura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email