Il cambiamento climatico rispecchia la nostra relazione con la terra

Un’ode alla terra e un invito a riparare la nostra relazione con essa. È così che potremmo definire l’ultimo rapporto IPCC sui cambiamenti climatici dal quale emerge lo stretto legame tra l’uso del suolo ed il riscaldamento globale. Le previsioni cupe del report non rappresentano però una sentenza definitiva e gli esperti tracciano la strada da seguire per fronteggiare la crisi ambientale in atto. “Né le nostre identità individuali o sociali, né l’economia mondiale esisterebbero senza le molteplici risorse, servizi e sistemi di sostentamento forniti dagli ecosistemi terrestri e dalla biodiversità. Il valore annuale dei servizi ecosistemici terrestri totali del mondo è stato stimato a 75-85 trilioni di dollari nel 2011. Ciò supera sostanzialmente il PIL annuale mondiale. La terra e la sua biodiversità rappresentano anche benefici essenziali e immateriali per l’uomo, come l’arricchimento cognitivo e spirituale, il senso di appartenenza e i valori estetici e ricreativi. Valorizzare i servizi ecosistemici con metodi monetari spesso trascura questi servizi immateriali che modellano le società, le culture e la qualità della vita e il valore intrinseco della biodiversità. L’area terrestre della Terra è limitata. L’uso sostenibile delle risorse della terra è fondamentale per il benessere umano”.

impronta-terra

Si apre così, quasi con un’ode al nostro pianeta, il Rapporto speciale “Il cambiamento climatico e la terra” del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite. L’anno scorso l’IPCC ha pubblicato il famoso “Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5° C”, in cui ci dice che abbiamo 12 anni per scongiurare il peggio. Questa è la prima volta nella storia dei rapporti dell’IPCC che la maggior parte degli autori – 53% – proviene da paesi in via di sviluppo. Il team degli autori ha attinto al contributo di 96 autori partecipanti; ha incluso oltre 7000 riferimenti citati nel rapporto; e considerato un totale di 28.275 commenti di esperti e dei governi. I rapporti dell’IPCC contengono solo dati e previsioni su cui c’è accordo nella comunità scientifica, e sottolineano anche il grado di consenso esistente sulle singole affermazioni contenute nel rapporto.  

“Con l’aumento del riscaldamento, si prevede che la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi legati al calore, comprese le ondate di calore, continueranno ad aumentare nel corso del 21° secolo (alta fiducia). Si prevede che la frequenza e l’intensità della siccità aumenteranno in particolare nella regione mediterranea e nell’Africa meridionale (media fiducia). Si prevede che la frequenza e l’intensità degli eventi con precipitazioni estreme aumenteranno in molte regioni (elevata sicurezza)”. La probabilità che l’onda calda della scorsa estate si ripeta nelle prossime è praticamente certa. Meno sicuro è che in Europa faremo esperienza di siccità, seppure anche questo resta mediamente probabile. In generale, nel mondo, circa 500 milioni di persone vivono in aree soggette a desertificazione. Cosa c’entra la terra con tutto questo? Non sono solo le emissioni di gas serra a causare il riscaldamento globale? Sembra di no. Il modo in cui utilizziamo la terra, ha un impatto sul riscaldamento globale. Questo per due motivi, ci spiega il rapporto. La deforestazione dovuta all’agricoltura e le pratiche agricole industriali impoveriscono il terreno, diminuisce l’umidità e la biodiversità, e quindi la naturale capacità della terra di mitigare il clima, produrre precipitazioni e assorbire anidride carbonica dall’atmosfera.

desert-279862_960_720

Contemporaneamente, però, azioni come la riforestazione, l’agricoltura rigenerativa, la protezione e il restauro degli ecosistemi, possono aumentare la capacità della terra di prelevare carbonio e immagazzinarlo nel terreno. Mentre noi esseri umani lo estraiamo dal sottosuolo e lo rilasciamo nell’atmosfera, le piante e i microrganismi del suolo lo riportano a terra. “L’agricoltura, la silvicoltura e altri tipi di utilizzo del suolo rappresentano il 23% delle emissioni umane di gas serra. Allo stesso tempo, i processi naturali terrestri assorbono l’anidride carbonica equivalente a quasi un terzo delle emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili e dall’industria ”, spiega Jim Skea, copresidente del terzo gruppo di lavoro dell’IPCC. Ci siamo indignati per il disboscamento dell’Amazzonia voluta dal Governo Bolsonaro per soddisfare gli appetiti della lobby agricola. Ma circa tre quarti della superficie terrestre libera dai ghiacci a livello globale è utilizzata dall’uomo per attività produttive. E non basta. Si legge nel rapporto che se la dieta media dei paesi ricchi fosse consumata a livello globale, “la superficie agricola necessaria per fornire queste diete aumenterebbe di 14 volte”. 

Ultimamente si parla molto di piantare alberi per contrastare l’innalzamento delle temperature, e recentemente è stata lanciata una campagna anche in Italia. Il Rapporto dedica molte pagine agli effetti dei programmi di forestazione e riforestazione. Tuttavia non tutto è così semplice. Piantare alberi dove ci sono praterie o pascoli, per esempio, può addirittura ridurre la capacità di assorbimento di carbonio del terreno. Può anche portare a un consumo maggiore di acqua. Le foreste di monoculture a rapida crescita, purtroppo diffusissime, hanno un impatto negativo sulla biodiversità, e alcune specie come il pino e l’acacia risultano spesso invasive e dannose per le specie autoctone. Se si guarda ai “potenziali effetti collaterali di tali misure su larga scala, in particolare per i paesi a basso reddito, si potrebbero verificare aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari causati dall’aumentata concorrenza per la terra”.

equipment-2047314_960_720

Riscaldamento atmosferico, aumento di eventi climatici estremi, spostamento degli ecosistemi stanno già causando instabilità nell’approvigionamento di cibo. “I modelli previsionali globali – si legge nel rapporto – prevedono un aumento mediano del 7,6% (intervallo dall’1 al 23%) dei prezzi dei cereali nel 2050 a causa dei cambiamenti climatici, portando a un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e a un aumento del rischio di insicurezza alimentare e fame (media fiducia). Le persone più vulnerabili saranno maggiormente colpite (alta sicurezza)”. 

Ma le previsioni cupe contenute nel rapporto non sono una sentenza definitiva. Infatti, si legge, “esistono molte opzioni di gestione del territorio sia per ridurre l’entità delle emissioni sia per aumentare l’assorbimento di carbonio. Queste opzioni migliorano la produttività delle colture, lo stato dei nutrienti del suolo, il microclima o la biodiversità e quindi supportano l’adattamento ai cambiamenti climatici (elevata fiducia)”.  

Il bello è che queste opzioni coincidono con quanto sostenuto da quelli che fino a poco tempo fa apparivano come sognatori utopici. C’è infatti, scrive il rapporto, “un elevato accordo su (una combinazione di) scelte come l’agroecologia, l’agricoltura conservativa e le pratiche forestali, la diversità delle specie vegetali e forestali, adeguate rotazioni di colture e foreste, agricoltura biologica, gestione integrata dei parassiti, conservazione e protezione dei servizi di impollinazione, raccolta delle acque piovane, gestione della gamma e dei pascoli e sistemi di agricoltura di precisione. L’agricoltura e la silvicoltura conservativa utilizzano pratiche di gestione con un minimo disturbo del suolo come nessuna lavorazione del terreno o minima lavorazione, copertura del suolo permanente con pacciamatura combinata con rotazioni per garantire una superficie del suolo permanente o rapida rigenerazione della foresta dopo il raccolto”. Sono queste le pratiche agricole del futuro, perché sono le uniche che possono sia mitigare i cambiamenti climatici, che facilitare l’adattamento ad essi. Inoltre, queste opzioni “possono contribuire a sradicare la povertà eliminando la fame, promuovendo nel contempo buona salute e benessere, acqua pulita e servizi igienico-sanitari, azione per il clima e vita sulla terra”.

plume-2428666_960_720

Per implementare queste opzioni nella scala e rapidità necessarie, tuttavia, servono sistemi di governance innovativi, in grado di coinvolgere i diversi stakeholder, consultare le popolazioni locali, creare processi decisionali deliberativi, costruire istituzioni policentriche e multilivello e attingere alle conoscenze indigene.  “La natura, la fonte e le modalità di generazione della conoscenza sono fondamentali per garantire che le soluzioni sostenibili siano di proprietà della comunità e completamente integrate nel contesto locale. L’integrazione della conoscenza indigena e locale con le informazioni scientifiche è un prerequisito per tali soluzioni di proprietà della comunità”. 

Nel parlare dei sistemi di pensiero indigeni il Rapporto specifica che “la conoscenza indigena locale è anche olistica dal momento che gli indigeni non cercano soluzioni volte ad adattarsi ai soli cambiamenti climatici, ma cercano invece soluzioni per aumentare la loro capacità di resistenza a una vasta gamma di shock e stress”. 

Come ha scritto la biologa nativa americana Robin Wall Kimmer nel suo meraviglioso libro “Braiding Sweetgrass”, sottotitolato “Saggezza indigena, conoscenza scientifica e gli insegnamenti delle piante”, occorre integrare le antiche conoscenza indigene con le moderne indagini scientifiche. Come emerge dal Rapporto dell’IPCC, infatti, abbiamo un vitale bisogno di entrambe. Come scrive Kimmer, “antiche e nuove storie che possano essere medicina per la nostra relazione spezzata con la terra, una farmacopea di storie curative che possano consentirci di immaginare una relazione diversa, nella quale gli esseri umani e la terra siano buona medicina gli uni per l’altra”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/09/cambiamento-climatico-rispecchia-nostra-relazione-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Glifosato al bando: dopo l’Austria anche la Germania. E l’Italia?

Dopo l’Austria, anche la Germania (patria della Bayer) mette al bando il glifosato. L’Italia invece nicchia e lo fa pubblicando la bozza del nuovo Piano d’azione nazionale per “l’uso sostenibile” dei pesticidi (Pan) con parecchi mesi di ritardo e… partorendo il consueto topolino.

Glifosato al bando: dopo l'Austria anche la Germania. E l'Italia?

Riportiamo l’interessante intervento che l’avvocato Stefano Palmisano, esperto di diritto ambientale, ha reso disponibile sul blog che cura per Il Fatto Quotidiano.

«In Austria, meno di due mesi fa, il Parlamento ha approvato un divieto totale di utilizzo dei pesticidi a base di glifosato sul proprio territorio. Questo nonostante il noto rinnovo dell’autorizzazione all’uso del più celebre erbicida al mondo concesso dalla Commissione Europea nel dicembre 2017 per altri cinque anni. Lo strumento grazie al quale l’assemblea austriaca ha potuto permettersi questo mirabile esempio di tutela dell’ambiente, dell’alimentazione e della salute pubblica per via legislativa è il principio di precauzione. Quello sancito nella legge fondamentale della sicurezza alimentare dell’Unione europea, il regolamento n. 178/2002, che all’art. 7 statuisce: “Qualora, in circostanze specifiche a seguito di una valutazione delle informazioni disponibili, venga individuata la possibilità di effetti dannosi per la salute ma permanga una situazione d’incertezza sul piano scientifico, possono essere adottate le misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue, in attesa di ulteriori informazioni scientifiche per una valutazione più esauriente del rischio.”

Principio che, peraltro, governa la più complessiva materia della tutela ambientale in ambito unionale in forza di un’altra norma, ancor più cogente perché contenuta nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al cui art. 191 si dispone che “la politica dell’Unione in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni dell’Unione. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio ‘chi inquina paga’.”

Il Parlamento austriaco ha fatto proprio questo: pur in presenza di una situazione di, più o meno effettiva, incertezza sul piano scientifico, ha adottato le misure di gestione del rischio.

Siccome il rischio, nel caso di specie, è del livello ormai notorio – e che si ricorderà nelle prossime righe – le misure che in una situazione siffatta competono, anzi gravano su un’assemblea legislativa – quelle “necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue” – non possono che essere drastiche: come quella che ha adottato Vienna. Come dovrebbe essere sempre quando la “possibilità di effetti dannosi per la salute” emerge in maniera sempre più concreta. E, nel caso del glifosato, quella possibilità ha assunto ormai da tempo le vesti sinistre di una elevata probabilità. Senza ripercorrere la storia, ormai lunga e sempre meno contrastata, delle evidenze e dei pronunciamenti scientifici sugli effetti nocivi di questa sostanza sulla salute umana (che annoverano, tra l’altro, anche una monografia dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro – IARC); senza indugiare sui numerosi e convergenti “precedenti giudiziari” del glifosato (di cui ci siamo più volte occupati su questo blog), qui è solo il caso di rammentare che appena pochi mesi fa è stato pubblicato un altro studio in tal senso. Si tratta di una meta-analisi dell’Università di Washington, ossia una ricerca particolarmente rilevante perché “fornisce l’analisi più aggiornata delle correlazioni tra glifosato e il linfoma non-Hodgkin, includendo uno studio del 2018 su oltre 54.000 persone che nelle loro attività lavorative utilizzano pesticidi autorizzati”, come ha spiegato Rachel Shaffer, co-autrice della ricerca. L’esito del lavoro scientifico in questione è difficilmente equivocabile: “Complessivamente, in accordo con le evidenze che vengono dagli studi sperimentali sugli animali e da quelli meccanicistici, la nostra attuale meta-analisi degli studi epidemiologici umani suggerisce un legame convincente tra esposizioni al Gbh (glifosato, ndr) e aumento del rischio di Nhl (linfoma non Hodgkin)”. Anche sulla base di queste ultime e autorevolissime evidenze scientifiche, appena qualche settimana fa, la Federazione internazionale di ginecologia e ostetricia – che collabora con l’Oms e ha un ruolo consultivo con l’Onu – ha pubblicato una dichiarazione con la quale chiede la messa al bando del glifosato nel mondo. Presa di posizione che – si legge – affonda le sue radici nei risultati emersi negli anni da numerosi studi scientifici; ma anche nello stesso principio di precauzione illustrato all’inizio di questo scritto. Insomma, è una massa sempre più ponderosa e concludente di dati scientifici. E tale deve averla ritenuta non solo il Parlamento austriaco, autore della decisione storica su citata; ma anche, e soprattutto, le Autorità della locomotiva d’Europa, la Germania, che proprio in questi giorni hanno approvato un piano che prevede progressive restrizioni nell’uso del glifosato per arrivare a una riduzione del 75% entro metà del 2023 e a un completo divieto unilaterale dalla fine di quell’anno, cioè alla scadenza dell’autorizzazione quinquennale concessa alla sostanza dalla Commissione Europea.

La decisione di Berlino risulta oltremodo emblematica se si considerano, tra l’altro, due elementi:

1. la Germania è la patria della Bayer, la società che ha incorporato poco più di un anno fa la Monsanto, la “madre” mondiale del glifosato nella forma del rinomato Roundup – operazione di mercato che, peraltro, non dovrebbe regalare ai suoi ideatori un posto nel Pantheon dei capitani più illuminati dell’industria germanica;

2. il rinnovo della licenza d’uso del glifosato su ricordato era stato rilasciato anche e soprattutto per il decisivo ruolo giocato nella vicenda dall’agenzia federale tedesca per la valutazione dei rischi, la Bfr, la quale avrebbe effettuato la valutazione del rischio seguendo peculiari protocolli scientifici nella stesura della propria relazione. Tipo il copia-incolla di oltre il 50% degli studi che i produttori, tra cui l’ovvia Monsanto, avevano presentato a sostegno della domanda di rinnovo dell’autorizzazione. In pratica, il controllato avrebbe scritto più della metà del parere rilasciato dal controllore. E alla fine il verdetto della Bfr è stato curiosamente favorevole. Oggi la Germania, ad appena due anni di distanza, dichiara di voler cambiare radicalmente rotta. Significherà qualcosa in ordine alla reale natura dell’oggetto della questione, ossia il glifosato. Anzi, significherà parecchio. Nel Belpaese, intanto, un mese fa è stata pubblicata la bozza del nuovo Piano d’azione nazionale per “l’uso sostenibile” dei pesticidi (Pan), con parecchi mesi di ritardo rispetto alla scadenza del primo Pan (febbraio 2019). Secondo i primi commenti, ad onta delle grandi aspettative che circondavano questo atto, si tratterebbe dell’ennesima montagna che ha prodotto il consueto topolino.

Ma a questo tema specifico toccherà dedicare qualche riga ad hoc a brevissimo».

Fonte: ilcambiamento.it

La Tabacca: due donne si autocostruiscono il futuro tra permacultura e socialità

Vi proponiamo la storia di Giorgia e Francesca, due giovani donne che hanno riabitato una vecchia casa nell’entroterra ligure, ristrutturando l’abitazione e ridando vita al terreno agricolo, passo dopo passo e seguendo i principi della permacultura. La Tabacca è oggi un progetto ambientale e sociale e la dimostrazione di come si possa passare dalla teoria alla pratica rimboccandosi le maniche e avendo chiaro l’obiettivo da raggiungere. Il giorno in cui finalmente intervisto Giorgia Bocca e Francesca Bottero (dopo anni in cui ci ripromettiamo di incontrarci) è davvero fuori dal comune. Arrivo, infatti, con il mio camper a Voltri, nei pressi di Genova, e lì incontro una troupe della Rai, “capitanata” dalla giornalista Elisabetta Mirarchi. Sono venuti ad intervistarmi sul nostro lavoro con Italia che Cambia e contestualmente a seguirmi mentre intervisto Giorgia e Francesca. Lasciamo il mio camper e la macchina della RAI in un vicino parcheggio e saliamo su una piccola auto 4X4 con la quale è venuto a prenderci un volontario che collabora a La Tabacca. La strada per raggiungere la sede del nostro incontro, infatti, è impervia e impossibile da percorrere con mezzi ordinari. In effetti ci inerpichiamo su una stradina tipicamente ligure che ci porta a passare in pochi minuti dal mare a terre interne, premontane, selvatiche. Ed eccoci giunti a casa di Giorgia e Francesca. Dopo aver gustato tutti insieme un pranzo meraviglioso e aver visitato gli orti e la casa che si sono auto-ristrutturate in molti anni e secondo i criteri della bioedilizia, intervistiamo le due ragazze.

I primi passi

Francesca e Giorgia si sono conosciute molti anni fa e hanno lavorato entrambe per l’Associazione Terra! Onlus. Qui hanno incontrarono uno psichiatra di Torino che, inaspettatamente, decise di donar loro la sua casa e il suo terreno a patto che ci realizzassero un progetto sociale. Racconta Francesca: “È stato un percorso travagliato, perché lui non era mai venuto qua, e aveva a sua volta ereditato questo luogo da alcuni zii, ma in breve tempo siamo riuscite a risolvere i problemi di successione. Il primo gennaio 2011 siamo venute qui in perlustrazione per la prima volta. Abbiamo incontrato subito gli alberi che custodiscono questo luogo, che ti accompagnano lungo il sentiero. È spuntata questa casa in mezzo alla natura spoglia, completamente rustica; una casa che aveva l’imprinting della casa contadina di un tempo; sotto c’erano stalle e mangiatoie, cucina con vecchi manufatti, un vecchio forno di mattoni e una vecchia cucina fatta con un rufo. Questo era lo scenario: una casa immersa in un bosco, con un solo pezzo di terra coltivato. Non c’era una strada di accesso e tutta la casa era da ricostruire… ma il sogno era talmente grande che ci siamo messe subito in cammino per poterlo realizzare”. 

Il primo passo fu ricostruire il tetto. Per farlo, tagliarono 12 castagni del loro bosco e con essi costruirono le travi del nuovo tetto. “L’inizio è stato abbastanza turbolento – continua Giorgia – qui non ci conoscevano, eravamo come piantine infestanti che si stavano insediando in un luogo non loro. Abbiamo cercato sin da subito di creare rapporti con le famiglie del borgo, ma all’inizio è stato un po’ difficoltoso: siamo due donne, che volevano vivere di agricoltura in un bosco e che per di più si portavano dietro tutti questi giovani vestiti colorati che sapevano di spezie e curcuma… sembravamo una banda del ’68 e questo ha creato resistenza. Ma piano piano, le persone si sono abituate a vederci, a parlare con noi, i bambini hanno iniziato a curiosare, e oggi in molti ci vogliono bene. La signora Tina, ad esempio, ci prepara le focacce”.

La progettazione in permacultura

La ristrutturazione della casa e la coltivazione della terra sono state realizzate seguendo i principi della permacultura e le logiche della bioedilizia. La progettazione è stata realizzata su tutto: l’uso e riutilizo dei materiali, la luce e il design interno, i mobili antichi, il recupero delle acque di sorgente e la successiva fitodepurazione. Prima hanno sperimentato “nel piccolo” e poi replicato “nel grande”. Per questo ci sono voluti otto anni per ristrutturare l’abitazione e avviare l’azienda agricola. Questa è composta da sette ettari di bosco. Francesca si sta occupando personalmente del miglioramento boschivo così come in passato molti dei lavori di ristrutturazione sono stati eseguiti fisicamente con l’aiuto delle due donne. Qui, infatti, mancava fino a pochi mesi fa una strada di accesso. Giorgia e Francesca, quindi, hanno trasportato con la carriola i materiali dalla strada alla casa, attraversando il bosco, giorno dopo giorno e spesso con l’aiuto di amici e volontari. Lo stesso è avvenuto con bosco e parte agricola: Francesca ha lasciato la sua attività in Terra Onlus per avviare l’azienda agricola e realizzare potature e giardini. Racconta Francesca: “Nelle zone limitrofe a casa abbiamo già avviato un piccolo frutteto recuperando delle vecchie varietà di prugne che erano tipiche di questo luogo. Inoltre stiamo valorizzando piante autoctone, come la Mela Carla, tipica delle zone liguri, e abbiamo inserito altre varietà generose, per la futura autosufficienza delle galline. Coltiviamo anche alcuni grani antichi e facciamo orticultura”.

Le attività ambientali e sociali

Non è tutto. Accanto alle attività agricole, la Tabacca ospita percorsi di educazione ambientale ed è la sede di riferimento de La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni. Non meno importante, il filone sociale: “Crediamo – continua Giorgia – che nello scambio con le persone ci sia sempre un aumento di possibilità e una maggiore capacità di risolvere i problemi. Inizialmente abbiamo coinvolto la nostra prima rete sociale, costituita dalle persone amiche e da quelle collegate all’Associazione, per poi passare ad innescare processi di partecipazione con il territorio, con le famiglie vicine, facendo comunicazione, creando relazione, facendoci conoscere, coinvolgendo le persone e mettendo a disposizione quello che noi avevamo in competenze e risorse in termini di scambio. Questo ha soddisfatto i bisogni anche di altri. In questo momento storico, infatti, sempre più persone sentono il bisogno di luoghi di accettazione, senza giudizio. Partecipiamo e organizziamo eventi culturali, occasioni di divulgazione, campeggi. L’apporto dell’associazione Terra Onlus è fondamentale in questo processo e cambia completamente il nostro approccio, perché ci permette di fare formazione con obiettivi precisi da raggiungere”.  

Molte delle scelte portate avanti dalle due donne hanno anche un risvolto politico: l’idea, infatti, è quella di andare a influenzare il legislatore locale per rendere più semplici le soluzioni architettoniche e di servizio che loro stanno mettendo in pratica nella loro abitazione in modo che possano poi essere adottate anche da altri.

la-tabacca--

Le radici

“Ho memoria delle mie fotografie da bambina – confida Francesca – venivo sempre ritratta mentre scavavo una buca per terra o in mezzo alle vigne o in un campo, e rivedendo quelle foto ho visto il mio desiderio di vivere in campagna, in modo semplice, a contatto con la natura, e forse questo è stato il regalo più bello di questi sette ettari di bosco”.  

“Il nome La Tabacca – continua Giorgia – deriva dal contrabbando del tabacco che – come ci hanno narrato gli anziani del posto – si svolgeva in queste terre. Già allora, una donna teneva le fila della famiglia e curava le piante. Il luogo viveva quindi una gestione molto matriarcale: i bambini venivano qui a giocare e c’era una forte integrazione. Noi ci sentiamo un prolungamento di questa famiglia”. 

Il futuro

“Io sono pronta per La Tabacca 2.0 – esclama Giorgia – a ottobre verremo finalmente a vivere qui e saremo pronte per valorizzare l’esterno soprattutto dal punto di vista dell’economia basata sul turismo culturale. Sogno una multifunzionalità dell’agricoltura legata all’accoglienza e al turismo. Stiamo già collaborando con una azienda agricola vicina, che è sempre di una donna, con cui faremo trasformazione del prodotto e quindi piano piano vorremo espandere il nostro modello nella valle. Vogliamo creare un modello replicabile che sia utile per tutti”. 

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi

Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/la-tabacca-due-donne-autocostruiscono-futuro-permacultura-socialita-io-faccio-cosi-255/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una comunità agricola nella capitale: nasce la prima CSA di Roma

Ispirata ad Arvaia, è nata “Semi di comunità”, la prima CSA romana. Si tratta di una forma di organizzazione pensata per produrre e distribuire prodotti agricoli in modo nuovo e collaborativo e, al contempo, tessere relazioni umane basate sulla condivisione e le buone pratiche di sostenibilità. Anche a Roma… si può!

“Il cibo può essere una dimensione attraverso la quale possiamo trovare delle connessioni. La ricerca di buon cibo locale può diventare parte della costruzione della comunità. Tra le città europee Roma possiede i più ampi spazi dedicati al verde e dove c’è verde può nascere buon cibo. Insieme agli agricoltori si possono creare luoghi per la rigenerazione dell’economia, della democrazia, della conoscenza e della nostra libertà”. 

Mentre ascolto il racconto di Saverio e Alice sulla nascita della prima CSA romana, mi tornano alla mente le parole pronunciate da Vandana Shiva mentre parlavamo di sovranità alimentare in uno dei tanti orti/giardini inaspettati della capitale. Il tema della terra, dell’agricoltura, solidale e sostenibile, della provenienza del cibo che mangiamo, della sua produzione, e conseguentemente della nostra salute, è un tema centrale nel cambiamento di paradigma. Ad esso si legano strettamente molti temi, compreso quello, meno scontato, del tessere relazioni e ricreare comunità. Un aspetto ben chiaro a questa neonata CSA che non a caso si chiama Semi di Comunità e in seno a due comunità è stata ideata, ponendo come base del progetto “la creazione di una comunità agricola di persone e competenze”.

Ma che cosa è una CSA?

Il termine CSA significa Comunità che Supporta l’Agricoltura ed è una particolare forma di organizzazione, in cui la comunità dei soci è legata da un reciproco impegno di collaborazione. Tutti i soci prendono insieme le decisioni sulle scelte aziendali, sostengono la produzione e si distribuiscono cibo fresco, sano e prodotto nel rispetto dell’ambiente. Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da tra tutti soci. In Italia la prima CSA è stata quella di Arvaia, fondata nel 2013, una delle storie che abbiamo raccontato e da cui Semi di Comunità ha tratto ispirazione e sostegno. 

“I semi di questo progetto risalgono a un anno e mezzo fa. Io sono arrivato quando si era da poco costituito un gruppo incubatore di idee – racconta Saverio Inti Carrara, uno dei soci lavoratori della CSA – Tutto è partito da due comunità che fanno parte dell’associazione nazionale MCF “Mondo di Comunità e Famiglia”, quella di Casale Vecchio, a Prima Porta, dove ci sono anche i campi che coltiviamo, e l’altra in zona Bufalotta, La collina del Barbagianni. In questo gruppo lavoravamo su varie idee e buone pratiche da poter trasferire anche nel mondo del lavoro e che avessero come base la solidarietà, l’etica, l’uguaglianza. Ho fatto studi artistici ma a 23 anni ho deciso di dedicarmi all’azienda familiare, un’azienda agricola biologica nel bergamasco. Per 5 anni mi sono occupato del frutteto, dell’orto, facendo di tutto, dalla potatura alle consegne ed ho poi continuato a lavorare e sperimentare anche una volta approdato a Roma”. 

Un’esperienza che ha fatto ben comprendere a Saverio come in agricoltura ci siano pochi margini economici. “Poi un giorno ho ricevuto una mail in cui si parlava di Arvaia e sono partito, sono andato a trovarli , ho riportato l’idea che avevo trovato al gruppo ed abbiamo deciso di intraprendere la strada della CSA. Due soci di Arvaia sono poi venuti da noi per due giorni e abbiamo allargato la condivisione dell’idea, coinvolgendo attraverso il passaparola tra le persone che ruotano intorno a queste due comunità. Ed è stato tutto molto veloce, il 23 gennaio di quest’anno abbiamo costituito la cooperativa. C’erano già circa cinquanta persone interessate e volevamo tenere alto questo interesse partendo con la produzione dalla primavera. A livello pratico, i lavori sui campi sono iniziati a metà marzo. Abbiamo autocostruito insieme ai soci quattro serre, seminato 10000 piante, sistemato il vivaio, pulito i campi che abbiamo in affitto dalla comunità in via del Prato della Corte 1602/a, all´interno del Parco di Veio. Ci sono 2 ettari e mezzo di terreno coltivabile e altrettanto di bosco e sono campi già certificati biologici”.

Come funziona la CSA

A raccontare come funziona la CSA è Alice Bognetti, l’altra attuale socia lavoratrice, che è arrivata a settembre a cavallo della prima assemblea pubblica in cui si cominciava a proporre il progetto già delineato. “All’interno della CSA ci sono diversi tipi di socio. C’è il “socio semplice” che aderisce alla cooperativa attraverso un contributo di 100€ al capitale sociale, e che, come tutti gli altri può partecipare alla fattoria didattica, alle giornate conviviali e di scambi di sapere, e alla produzione, contribuendo volontariamente con qualche giornata di lavoro durante l’anno. Ci sono poi i soci sovventori e prestatori, che con nostro grande stupore sono arrivati sin da subito, che fanno donazioni a fondo perduto o prestiti alla cooperativa. E ci sono i soci lavoratori che garantiscono il raccolto, stilano un piano delle colture e sottopongono il bilancio dei costi a tutti i soci per l’approvazione. Secondo il nostro piano ideale dovrebbero essere una persona a tempo pieno e due part time ma attualmente c’è una persona full time e un partime diviso tra due soci lavoratori. Infine i soci fruitori a cui spetta settimanalmente una parte dei prodotti coltivati”.  

“Un punto cardine della CSA è l’asta delle quote – prosegue Saverio – Prima dell’asta viene condivisa con i soci la proposta di piano economico annuale che comprende tutti i costi previsti e, in base a questo, si calcola il costo di una quota ideale, facendo una divisione per il numero di soci fruitori. Se ad esempio si prevedono 80000€ di costi e abbiamo 100 soci, la quota ideale sarebbe 800€ a testa, questo significa che se ognuno mettesse 800€ il progetto sarebbe sostenibile e si potrebbe partire con la produzione.

L’asta però è uno strumento che serve anche per garantire l’accesso alla CSA alle fasce meno abbienti, quindi durante l’asta si concorda un valore minimo, inferiore alla quota ideale, e uno massimo, superiore alla quota ideale, e ogni socio scrive la cifra che può dare. A questo punto si calcola il totale raggiunto e, se ad esempio mancano 2000€ per raggiungere le previsioni di spesa, si propone di dividerli fra tutti i soci fruitori. Nel caso di 100 soci sarebbero 20€ a testa in più. Quest’anno però non è stato possibile perché sapevamo già che non avevamo i numeri per farlo, la quota ideale sarebbe stata altissima e abbiamo quindi stabilito una quota fissa di 800€ scommettendo che il progetto che si allargasse. Oggi i soci sono arrivati a 100 e a 40 le quote per quanto riguarda i soci fruitori. Considerando che si possono acquisire anche mezze quote, sono circa 60 i soci fruitori. Ma per essere sostenibili abbiamo bisogno di arrivare almeno a 50 quote. Anche se dalla seconda metà maggio inizieremo la distribuzione, continueremo la campagna per l’acquisizione di nuovi soci”. 

Le quote, che si possono pagare in due rate entro la fine di giugno, garantiscono 5/6 chili di verdura a settimana per le quote intere, e ¾ chili per le mezze quote, per 48 settimane l’anno, escludendo quindi il mese di agosto durante il quale le porte dell’azienda rimangono aperte a chi vuole prendere li prodotti in autonomia.

Semi di comunità ha già anche un piano per la distribuzione che conta sette punti della città: il primo direttamente in azienda, uno presso la comunità de La collina del Barbagianni, presso un vivaio in zona Monteverde, a Capena e in due parrocchie a Piramide e Nomentana e a Testa di Lepre. 

“L’intento della CSA è sì distribuire il prodotto ma anche creare rapporti umani, comunità, per fare questo ci siamo di nuovo ispirati ad Arvaia anche per la distribuzione. Dall’azienda partono delle cassette monovarietari e nei punti di distribuzione c’è una bilancia e una bacheca con la lista delle persone e le quantità di prodotti per tipologia che ognuno può prendere in autonomia e in fiducia. E poi c’è una cassetta per gli scambi. Ciò che eventualmente avanza viene lasciato a chi ci ospita per la distribuzione. Da statuto la nostra idea è quella di una cooperativa a impatto zero, che si basa sul riuso e sul minor spreco di cibo, di materie e non solo. E questa sarà una delle nostre sfide”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/comunita-agricola-capitale-nasce-prima-csa-roma/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Massimo Angelini, il filosofo della terra che ha reso libero lo scambio dei semi –

Filosofo della terra e della parola, Massimo Angelini ha incentrato gran parte delle sue attività sul mondo agricolo e sulla riscoperta della cultura contadina. Un’attenzione ed una passione che hanno portato a risultati straordinari, come una storica legge sullo scambio dei semi e la nascita di una Rete che oggi riunisce ben 40 associazioni impegnate per la custodia della biodiversità. Un essere umano, quando non si arrende, può davvero cambiare il mondo. Pacificamente.

Massimo Angelini… Massimo Angelini è una persona talmente speciale che non basta una storia per raccontarla e infatti abbiamo deciso di dedicargliene due. Massimo Angelini è un uomo che ha talmente tante cose da dire che l’ho dovuto intervistare tre volte prima di scrivere questo articolo. Massimo Angelini è un attore del cambiamento talmente poliedrico che è praticamente impossibile definirlo. Ma ci proverò lo stesso.

Partiamo dalla fine, ovvero dal nostro ultimo incontro: novembre 2018, Cagliari – Scirarindi. Io e il collega e amico Paolo Cignini lo intervistiamo nella hall del B&B in cui siamo ospitati. Massimo parla a bassa voce, come di sua consuetudine, eppure tu ti sforzi di non perdere nemmeno una parola quando lo ascolti perché ti rendi presto conto che nessuna sua parola è utilizzata a caso. E infatti Massimo si descrive come un “filosofo della terra e della parola”. E continua: “È difficile definirsi… siamo abituati a darci un’etichetta quando invece siamo diamanti e abbiamo moltissime sfaccettature ed è molto bello farle rilucere tutte quante anche se queste non comunicano tra di loro se non attraverso di noi”. 

E ha ragione. Tra una sfaccettatura e l’altra, Massimo – studioso di storia e filosofia – in questi anni ha (in ordine sparso e non cronologico) creato una casa editrice dedicata al mondo agricolo (Pentàgora), guidato la Rete Semi Rurali, curato il Bugiardino (il famoso almanacco rurale), cofondato il Mandillo dei semi e il Consorzio della Quarantina, ispirato la legge che oggi permette lo scambio di semi, nonché – ovviamente – scritto libri e tenuto decine di conferenze. Capite che tutto in un articolo o in un video non può stare, per cui oggi ci concentreremo sulle sue attività più legate al mondo agricolo e nella prossima puntata (che uscirà tra qualche settimana) approfondiremo la sua attività “culturale”, anche se mi rendo conto che è una decisione arbitraria e parziale. Sfaccettature. “Mi occupo da oltre trentacinque anni di studi legati al mondo rurale e alla cultura contadina – ci spiega Massimo – e da lì sono germinati tanti interessi: la mia attenzione verso le sementi, verso le biodifferenze (1), verso un’editoria attenta a questi mondi”.

Il consorzio della quarantina

“L’attenzione verso il mondo rurale mi ha portato a viaggiare per anni tra i contadini della montagna ligure e lì mi sono accorto (allora non si sapeva) che in passato i contadini si autoproducevano le sementi, mentre in quegli anni lo facevano solo i vecchi. Tra i ‘60 e gli ‘80, è come se si fosse saltata una generazione di conoscenze: i giovani questa autoproduzione non la facevano più”. 

“Andavo in giro – continua Angelini – e pur parlando in dialetto non venivo compreso dagli anziani. Non capivano come mai un ragazzo di 20 anni invece di uscire con la fidanzata andasse a chiedere dei semi: erano diffidenti e avevano ragione visto che i contadini sono sempre stati fregati da chi veniva dalla città. Dovevo quindi conquistarmi la loro fiducia. Inoltre non capivano l’interesse verso semi che loro stessi avevano abbandonato o in qualche modo dimenticato; li tenevano in qualche scantinato, ma erano fuori dall’orizzonte del loro sguardo. E quando una cosa è fuori dall’orizzonte dello sguardo presto tende ad uscire anche dalla memoria e dalla terra. Quindi mi ero organizzato! Usavo un’oretta per guadagnare la loro fiducia e una per fare domande ai contadini che piano piano ti parlavano della migrazione e della guerra. Ti offrivano il vino nel frattempo. Un vino che non era mai troppo buono, ma non potevi né dire che era buono (o eri percepito come ipocrita), né che era cattivo (perché risultavi maleducato). Così dicevo in genovese che ‘non era male’. E potevo andare avanti. Dopo vari tentativi, cominciavano ad aprirsi”. E con l’apertura arrivavano i racconti veri che spesso non seguivano logiche facili da comprendere per un ‘cittadino’.

“Ricordo ancora – ci confida Massimo – di un uomo nato nel secolo precedente che aveva tirato fuori un po’ di semini piccolini che teneva da più di 60 anni. Ovviamente pensai che fossero di qualche varietà speciale e lui invece mi spiegò che li teneva perché li aveva portati la moglie l’anno che si erano sposati, e ogni anno era come se rifacesse il matrimonio. 

Le sementi, infatti, le portavano le donne con il corredo”. 

Un aneddoto tra mille. E infatti Massimo ce ne racconta molti. Mentre parla traspare l’amore per queste genti e anche la gratitudine verso la loro ‘pazienza’. “Avevo voglia di restituire qualcosa a queste persone che mi avevano donato informazioni, tempo, emozioni. Non volevo agire secondo una sorta di ‘attività estrattiva’ nei loro confronti”. Da qui nasce l’idea del Consorzio della Quarantina (una particolare varietà di patate tipica di quelle zone). 

“Le patate sono una sorta di esperanto. Ognuno coltiva qualcosa di specifico, ma tutti coltivano le patate. Queste diventano un linguaggio comune a tutti. Ho quindi invitato una ventina di contadini della zona di Genova a non coltivare le patate ‘commerciali’ bensì qualche varietà locale. E così è nato il progetto del Consorzio. Una struttura associativa intorno a una varietà (e poi nel tempo di più) di patate, con lo scopo di creare un mercato protetto e dare la possibilità ai contadini di ottenere da queste varietà più reddito. Coltivando varietà specifiche, infatti, il mercato e il prezzo avremmo potuto stabilirli noi, uscendo da logiche subalterne insostenibili per un’agricoltura di montagna. Contestualmente si fermava l’abbandono di queste zone e i conseguenti danni che poi subisce anche chi abita in pianura!”.

La Rete Semi Rurali e una legge che cambia il mondo

Nel 1998 la comunità europea, con la direttiva 95, ha emesso le regole per riformare le leggi sementiere. E nel primo articolo veniva stabilito, tra le altre cose, che i semi si sarebbero potuti scambiare (anche gratuitamente) solo da soggetti iscritti ai registri sementieri nazionali. Questo comportava che le varietà non iscritte e che non rientravano nelle ‘caratteristiche di uniformità’, non potevano essere né vendute né regalate.  

“Il dono di una pannocchia o dei fagioli tipici diventava reato penale” – ci spiega Massimo. – Per questo nel 2000, insieme a Isabella Dalla Ragione, Oriana Porfiri e pochissime altre persone, abbiamo deciso di lanciare un coordinamento fra chi si occupava di questi argomenti per lavorare su una proposta di legge che permettesse all’Italia di andare in deroga rispetto a quella direttiva europea. Obiettivo raggiunto nel 2007 quando la proposta approda in Parlamento e diventa legge. Oggi, quindi, si possono scambiare le sementi purché esse ‘siano di varietà conservate da una famiglia nel corso delle generazioni’. 

Nel frattempo, e contestualmente, nasce la Rete Semi Rurali che si dà il compito di creare una sorta di coordinamento di secondo livello tra molte associazioni contadine. Massimo per un periodo è coordinatore nazionale. Oggi la rete è una struttura importante, che riunisce 40 associazioni, con uno staff di 10 persone che ci lavora a tempo pieno. La Rete – come spiega il sito – “sostiene, facilita, promuove il contatto, il dialogo, lo scambio e la condivisione di informazioni e iniziative tra quanti affermano i valori della biodiversità e dell’agricoltura contadina e si oppongono a ciò che genera erosione e perdita della diversità e all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e/o sulle colture geneticamente modificate”.

Il mandillo dei semi

In seguito all’uscita della direttiva 98/95, che di fatto vietava lo scambio o dono dei semi, era nata una giornata di libero scambio di semi autoprodotti, del tutto fuorilegge. Ovviamente tra gli ideatori troviamo Massimo.  “Lo abbiamo fatto nel 2000 come azione di resistenza, di obiezione di coscienza. Lo abbiamo chiamato Mandillo (che in genovese vuol dire fazzoletto, con cui si conservano frutto e funghi, è un po’ l’antenato del sacchetto di plastica). Abbiamo invitato anche i media comunicando loro che ci autodenunciavamo facendo qualcosa di vietato ma allo stesso tempo espressione di un diritto originario, legato alla sussistenza, che non poteva quindi essere limitato o disciplinato. La sussistenza viene prima di ogni norma”. L’evento fu subito un successo. Il Mandillo dei semi si è ripetuto anno dopo anno. In particolare dopo l’approvazione della legge del 2007 c’è stata ‘l’esplosione’ degli scambi che tutt’ora continua.

Ribellarsi alla bruttezza

Ancora una volta un uomo che non si arrende, unitosi ad altri uomini e donne pronti come lui ad attivarsi, ha dimostrato che il mondo si può cambiare eccome, partendo da un piccolo seme e arrivando ad approvare leggi in parlamento.  

“La mia idea – conclude Massimo – è che se non ci ribelliamo, in modo attivo e partecipato, alla bruttezza arriviamo ad un’anestesia che ci fa precipitare nel privato con soluzioni che ci chiudono dentro di noi. È fondamentale riflettere sulla bellezza, intesa come la definivano nel primo millennio i padri di lingua greca, ovvero espressione della luce, la luce che si rivela con i colori. È bello ciò che è vario, che esprime luce, così come fanno gli occhi di una persona. Se richiamiamo alla bellezza e alla luce abbiamo la speranza di ritrovare un mondo bello, di reagire in modo gentile a ciò che è brutto. Questo può portarci a risvegliarci all’esterno e alla politica”. 

Continua…. 

1. “Meglio utilizzare la parola biodifferenze che biodiversità”, ci spiega Massimo. La parola biodiversità, infatti, contiene diversità che viene da divergere. Quindi qualcosa che allontana i soggetti in questione. Meglio dire biodifferenza, che è un termine che indica invece ricchezza. 

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Riprese intervista e montaggio: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/massimo-angelini-filosofo-terra-reso-libero-scambio-semi-io-faccio-cosi-249/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Xylella, opportunità o disastro ecologico?

Si è conclusa qualche giorno fa con l’archiviazione dei dieci indagati l’inchiesta della procura di Lecce sul caso Xylella. Eppure sono molti gli aspetti ancora da chiarire circa il batterio incriminato per il disseccamento degli ulivi del Salento. Sebbene ci siano pareri discordanti circa le cause del fenomeno e l’entità dell’emergenza, non è stato previsto dal Governo nessun intervento curativo ma solo l’eradicazione di piante secolari o addirittura millenarie. Una misura che cambierebbe per sempre il volto della Puglia. Perché non prendere in considerazione un altro approccio?

Il CoDiRO (Complesso Disseccamento Rapido dell’Olivo) in Puglia porta con sé perplessità e contraddizioni da ogni punto di vista si voglia guardare il problema. Scontri tra enti, produttori, ricercatori, politici e società civile stanno caratterizzando il processo in atto dal 2013. Anche la recente sentenza della procura di Lecce fa emergere un quadro allarmante di come si è affrontato il problema. Ma partiamo dalla fine.

L’inchiesta leccese

L’inchiesta della Procura di Lecce sul caso Xylella degli ulivi salentini si chiude con l’archiviazione dei 10 indagati tra ricercatori dell’Ipsp-Cnr di Bari, dell’allora commissario per l’emergenza Silletti, generale della Forestale, dirigenti dell’Osservatorio Fitosanitario della Puglia, dirigenti di centri di Ricerca e un docente dell’Università di Bari. Non è stato provato un nesso causale tra le condotte degli indagati e la diffusione del batterio. Sono state però accertate condotte con “molteplici aspetti di irregolarità, pressappochismo, negligenza”, scrive il Gip e ancora definisce i comportamenti di “Incredibile sciatteria da mettere in seri dubbi anche gli accertamenti in campo su cui poi si sono basate le conclusioni degli enti coinvolti”; “di omertà insuperabili e insuperate”; “un’imbarazzante attenzione ai riflessi della notorietà sul piano scientifico e alle prospettive economiche della gestione del fenomeno, avvenuta in regime di sostanziale monopolio”. 
In una mail del 2014 il ricercatore Donato Boscia scrive alla collega Maria Saponari: “Non banalizziamo la prova, se usiamo la Coratina [una varietà di ulivo] la infettiamo con la (Xylella, ndr) fastidiosa, la osserviamo asintomatica per uno, due, tre …quindici anni. Poi quando Martelli sarà morto, Savino forse, io non so, la professoressa avrà avuto una crisi isterica perché non ci ha guadagnato nulla in tutti i sensi, tu avrai la mia età e pubblicherai che (Xylella, ndr) non è patogenica (ma questo lo sappiamo già): embé?”. Resta l’accusa di falso che passa alla Procura di Bari. 

Il quadro descritto lascia sgomenti. Non c’è certezza se il batterio incriminato sia endemico o importato, se sia la causa del disseccamento, quali siano le varietà realmente resistenti, né se le manovre di ricerca e monitoraggio finora decise siano state opportunamente svolte. 

Vi sono inoltre dubbi sulla fattibilità tecnica, sulle prove di efficacia e sostenibilità del Piano Silletti che ha imposto a proprietari di ulivi e amministrazioni comunali l’espianto degli alberi, malati e non. Su quali basi tecniche e scientifiche si è scelto l’abbattimento della popolazione del presunto vettore “sputacchina” a mezzo dell’irrorazione di pesticidi, da ripetere più volte nell’anno e a tempo indefinito? Eppure l’EFSA , l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, ha più volte documentato l’impossibilità di eradicare la Xylella una volta entrata in campo aperto: quando il batterio penetra in un territorio e vi si insedia, la sua eradicazione non è più possibile. Dichiarazioni fatte anche dal professor Purcell che è uno dei maggiori esperti mondiali sulla Xylella.

La scienza ufficiale, i protocolli e i finanziamenti

Gli enti europei che hanno accolto gli studi dei ricercatori di Bari e che hanno investito e promosso politiche sulla questione Xylella si sono basati sulle informazioni del CNR di Bari, quindi gli esiti finali della ricerca rimangono sempre gli stessi e la ricerca chiusa. Anche se questi esiti non sono mai apparsi su riviste scientifiche internazionali, come accade normalmente per le pubblicazioni scientifiche, hanno costituito il fondamento per tutti i decreti, le azioni politiche e i finanziamenti per la ricerca e per gli espianti. Lascia perplessi proprio questo aspetto di monopolio scientifico dei ricercatori di Bari, degli unici laboratori accreditati e dei decreti dell’ex ministro Martina e dell’attuale ministro dell’Agricoltura Centinaio con cui si ostruisce la via ad un pluralismo scientifico, ad una più ampia collaborazione scientifica. Quindi la scienza “ufficiale”, enti nazionali ed europei, associazioni di categoria non hanno dubbi: il problema è la Xylella e vanno abbattuti gli alberi e reimpiantate le 2 varietà resistenti, le cui certificazioni sono basate sul parere degli stessi enti indagati dalla procura di Lecce. Così si è deciso che il Leccino e l’F17, quest’ultimo brevettato appunto dal Isps-Cnr con enormi ricadute economiche, siano le uniche varietà permesse per accedere ai protocolli. Già l’Unione Europea ha investito 30 milioni di euro per 2 progetti di ricerca entrambi coordinati dall’Ipsp, senza bando. E solo 3 vivai (in Sicilia, Puglia e Umbria) hanno la licenza per coltivarli e venderli. (Il fatto quotidiano 24/01/2019).
Molte aziende agricole, grazie alla pioggia di finanziamenti in arrivo, si adeguano alle direttive ufficiali, così anche la Coldiretti. Le due varietà sono adatte alle coltivazioni super-intensive e meccanizzate con ciclo di vita di 12/15 anni; ci sono protocolli già pronti, anche per l’uso di fitofarmaci ed erbicidi e per altre sperimentazioni chimiche e batteriologiche. Grazie agli aiuti economici europei, le aziende intravedono un futuro assistito, più sicuro. A Gennaio il ministro per l’agricoltura Centinaio ha stanziato 100 milioni per l’espianto di massa degli ulivi infetti, per poi reimpiantare le 2 varietà selezionate nei 23.000 ettari della provincia di Lecce, piantine di 1 metro che in 5 anni entreranno in produzione. Chi si oppone all’espianto rischia 5 anni di carcere.

L’emergenza
Ma vediamo quale è l’entità delle piante infette. I dati ufficiali disponibili forniti dalla Regione Puglia su 450.000 piante campionate, solo il 2% risulta infetto dal batterio Xylella fastidiosa e non tutte si disseccano.  A Melendugno, in piena zona infetta, quando nell’aprile 2018 la Trans Adriatic Pipeline (TAP) per la costruzione del gasdotto ha chiesto alla Regione Puglia l’autorizzazione allo spostamento di piante di olivo, è emerso che su 450 solo 3 erano positive al batterio, lo 0,7%. Dallo stesso Piano Xylella risulta che all’analisi sono state individuate il 2% di piante infette nella zona di contenimento e 0,1 % nella zona cuscinetto. 

“La xylella non sembra avere numeri superiori ad una qualsiasi batteriosi vegetale con cui gli ulivi ben trattati hanno imparato a convivere nei secoli – ripetono i ricercatori indipendenti e – bisognerebbe sapere quante di queste piante infette siano veramente malate”.

Tanto è vero che nella classificazione della EPPO, organizzazione intergovernativa che si occupa di protezione delle piante in area euromediterranea, la Xylella è stata declassata nella lista A2, quindi catalogata tra gli organismi da quarantena ormai endemici, sebbene non largamente diffusi, e considerati sotto controllo. La situazione risulta ambigua: migliaia di piante malate che non hanno la Xylella e ancora più piante che hanno la Xylella ma che non sono malate, di solito attorno agli alberi malati. Il piano finanziato dal ministro Centinaio non prevede il ricorso a trattamenti curativi, solo espianti. Invece la Regione Puglia dal 2015 sta investendo negli agricoltori che studiano rimedi per il disseccamento. Queste le richieste da parte dei salentini: perché se cento ulivi guariscono, essi non possono essere l’oggetto di uno studio scientifico approfondito prima che due milioni di alberi della Puglia vengano distrutti e che il volto della Regione cambi per sempre?

L’approccio agro-ecologico

La diffusione del CoDiRO (il disseccamento) ha una serie di concause: i suoli analizzati hanno meno dell’1% di materia organica: humus ridottissimo cioè la terra è ormai inerte. Proprio la provincia Leccese è quella in cui si è fatto il maggior uso di diserbanti che hanno impoverito e inquinato il terreno. Altre concause possibili: le potature che “capitozzano” la chioma, la grande uniformità delle varietà coltivate, la monocoltura e la trascuratezza di imprenditori agricoli o contadini che hanno mal gestito i propri appezzamenti. Leggiamo in questo approfondito documento a cura di Massimiliano Bianco, ricercatore dell’Ispra e dirigente di European Consumers, che “pur riconoscendo la gravità del contesto, anche gli oliveti salentini, se ben gestiti, possono guarire e che quelli gestiti in modo biologico stanno già meglio di quelli convenzionali adiacenti. Considerano del tutto irrazionali, dannose e inutili le misure draconiane, di sradicamento e avvelenamento diffuso e propongono accorgimenti mirati, naturali ed ecocompatibili. Le misure agro-ecologiche mirano a rendere possibile, e non sintomatica, la coesistenza con il batterio, tramite il rafforzamento delle capacità di autodifesa biologica degli ulivi e di altre specie vegetali, da ottenersi con le buone pratiche agronomiche generali sulle piante, con la rigenerazione della fertilità naturale organica e microbiologica del suolo e con l’uso, quando necessario e con le opportune dosi, sia del rame, dello zolfo o altri minerali da contatto, che di oligoelementi per nutrizione fogliare”.

Esperienze Positive nella cura degli ulivi ammalati

Cominciano ad accumularsi evidenze osservazionali e scientifiche di risultati positivi, sotto il profilo della netta ripresa vegeto-produttiva di ulivi malati o perfino ischeletriti e dati per morti, di prove sperimentali in campo condotte da vari gruppi di ricerca e perfino da singoli olivicoltori. (Prof. Lopes e Prof.sa Carlucci, in collaborazione con COPAGRI, ecc.). Nel territorio di Seclì (Lecce), Giorgio Greco, piccolo proprietario, ha da tempo avviato una “cura” degli alberi a base di Potatura, Arieggiamento, Cenere ed Erba (il metodo “PACE”). Dopo 6 anni dalla rilevazione dell’infezione i suoi alberi “infetti” resistono al disseccamento rapido dell’Olivo, pur appartenendo alle varietà sensibili Cellina di Nardò ed Ogliarola Leccese. Le piante hanno ricominciato a vegetare già con la potatura, eliminando il secco, evitando di fare tagli drastici, trattando le ferite con solfato di rame. Si è trattato il terreno sovesciando i mugnuli sulle ferite della potatura con solfato di rame; tronchi e branche principali sono state  disinfettate con solfato di ferro, pure usato in agricoltura biologica, la chioma con biofertilizzante. 450 alberi di Giuseppe Coppola, proprietario di un oliveto in contrada Santo Stefano, tra Alezio e Gallipoli, molti dei quali secolari, sono tornati a germogliare dopo un anno di cure tradizionali e biologiche. Altre attività sono proposte da Federbio in questo documento che descrive le proprie proposte; le aziende biologiche hanno visto mettere in pericolo le proprie coltivazioni per l’imposizione dell’uso massiccio di fitofarmaci ed erbicidi non permessi nel biologico. Buoni risultati ha la cura Scortichini, dirigente al Consiglio per l’Agricoltura (Crea): un aerosol di zinco, rame e acido citrico che penetra nel sistema vascolare dell’ulivo, qui la pubblicazione scientifica

Ivano Gioffreda, Presidente dell’Associazione Spazi Popolari e agricoltore, porta avanti da qualche anno una sperimentazione su circa 100 ulivi che presentavano segno di disseccamento e che sono stati interamente salvati: gli alberi sono floridi, vivi, stanno benissimo: “Perché la scienza non ha voluto approfondire le cure degli alberi come abbiamo fatto noi ed altre associazioni che stanno portando avanti la sperimentazione con l’aiuto di centri scientifici? Si sarebbe potuto fare su larga scala”.

Altre esperienze sono raccontate nel sito di Elena Tioli da tempo impegnata nel raccontare e promuovere esperienze realmente sostenibili. Grazie a lei e all’incontro con altre realtà come Il bosco di Ogigia e altri giornalisti è in lavorazione un documentario sulla situazione pugliese: Xylella Favolosa. Qui il sito per vedere l’anteprima e partecipare alla raccolta fondi. Sembrano quasi fuori dal tempo le diffamazioni dirette a chi sperimenta metodi di cura alternativi a quelli ufficiali: santoni, antiscientifici. Emerge una visione obsoleta della biologia che la mentalità scientifica riduzionista non ha ancora superato: la ricerca solo del singolo agente causale (il batterio), dai risvolti economicamente vantaggiosi, ignorando che agiamo in un sistema complesso, dove processi di autoregolazione, adattamento e integrazione richiedono strumenti di valutazione sistemica. Le industrie della chimica, dei brevetti e delle biotecnologie condizionano pesantemente la catena di eventi anche dei singoli territori, avvicinano facilmente una scienza “ufficiale” priva di finanziamenti pubblici e con dubbie basi etiche, la quale chiude le porte a qualsiasi confronto; la scienza lo può fare, non mettersi in discussione. Ormai dall’Onu alla Fao si è indicato chiaramente che per i problemi del futuro non si può che scegliere una agricoltura sostenibile, per l’ambiente, la salute e le economie delle comunità. L’agricoltura intensiva basata sulla monocoltura, meccanizzata e inquinante peggiora le condizioni di tutto il sistema e fa perdere velocemente fertilità al suolo. La perdita di biodiversità condanna agli eventi catastrofici, frane, epidemie, instabilità del clima.
In questo caso risulta evidente anche la responsabilità di chi non ha saputo trattare e curare la propria terra, non ha saputo far evolvere le proprie conoscenze e ha delegato alla consuetudine, non ha curato le risorse che aveva a disposizione o non ha riconosciuto la propria terra come una risorsa. 

Per le altre fonti dell’articolo clicca qui Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/xylella-opportunita-disastro-ecologico/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vandana Shiva: “Fermiamo la deriva tossica del mondo”

Incarna lo spirito della guerriera, combatte contro la povertà globale e sostiene le lotte per il diritto alla salute delle persone in tutto il mondo, denunciando le multinazionali che avvelenano il cibo e rendono sterile il suolo. Ecco la nostra intervista all’attivista indiana Vandana Shiva, esperta mondiale di ecologia sociale. Incontriamo Vandana Shiva a Roma il 7 e l’8 marzo. Conoscerla di persona in questa data dedicata al femminile sembra una coincidenza interessante. Questa donna indiana, laureata in Canada in Fisica, da quasi 40 anni sta portando avanti un movimento internazionale contro la povertà globalizzata, promuovendo in tutto il mondo sistemi di ecologia sociale basati su alternative agro-ecologiche rispettose della biodiversità, della salute e della dignità dei popoli. Lo fa dirigendo diversi centri scientifici, interessandosi di bioetica, biotecnologie e ingegneria genetica e in qualità di presidente di Navdanya – il braccio operativo di Vandana in India – e di Navdanya International, la onlus che sostiene le lotte delle comunità per il diritto ad una alimentazione sana, all’autodeterminazione e alla cura del pianeta in tutto il mondo.

Alcuni stati e regioni del mondo stanno già portando avanti quest’alternativa basata sull’agricoltura biologica e sulle economie locali, capace di proteggere i territori e la biodiversità. Le comunità hanno infatti un ruolo centrale nel contrastare le lobby della chimica e dell’agro-industria, per questo è necessario che conquistino strumenti di democrazia reale. Solo sistemi agro-alimentari sani possono liberarci dalla povertà, combattere i cambiamenti climatici e promuovere la salute di tutti. L’occasione della sua presenza a Roma è quella della presentazione e partenza del “Tour di mobilitazione per un cibo e un’agricoltura senza veleni” che ha toccato varie località italiane, da Campobasso a Bassano del Grappa, Bolzano, Malles, Trento e Torino. Un viaggio e tanti eventi in occasione dei quali Vandana ha incontrato esempi concreti di buone pratiche, testimonianze di come non solo sia possibile, ma addirittura più efficiente e conveniente produrre e consumare senza ricorrere a sostanze chimiche velenose. Ma ha anche potuto constatare l’estensione e l’impatto delle monocolture intensive sulle comunità del nostro paese, incontrando i tanti cittadini che stanno facendo rete contro questa deriva tossica e contro lo sfruttamento del territorio.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Risuonano le parole che Vandana Shiva ha pronunciato al fianco di Don Ciotti nella tappa torinese: “Se siamo seri, quando diciamo di voler mettere fine alla povertà allora dobbiamo mettere fine ai sistemi che creano la povertà derubando i poveri dei loro beni comuni, dei loro stili di vita e dei loro guadagni. Prima di poter far diventare la povertà storia dobbiamo considerare correttamente la storia della povertà. Il punto non è quanto le nazioni ricche possono dare, il punto è quanto meno possono prendere”. 

In questo contesto, la Campagna internazionale di Navdanya International Per un’alimentazione e un’agricoltura libera da veleni si propone di sviluppare un movimento globale coeso per un cambiamento del paradigma produttivo. I cittadini italiani e di tutto il mondo sono pronti per una transizione basata su un modello economico che garantisca tutti un’alimentazione nutriente, sana, che non faccia esclusivamente gli interessi delle grandi multinazionali dell’agrobusiness e della grande distribuzione organizzata.

“Penso che l’Italia e l’India siano due civiltà che hanno riconosciuto che il cibo è centrale e che hanno riconosciuto che il cibo è cultura, ecologia, che il cibo è eredità e tradizione, che il cibo riguarda come gestisci la terra e il cuore di un territorio, il cibo è identità”, ci dice Vandana. “Quindi il punto di partenza, sia per l’Italia che per l’India, è molto ‘alto’, ma c’è un’aggressione globale ai sistemi alimentari e alle colture, attraverso la produzione di prodotti tossici e fraudolenti causati dall’utilizzo di pesticidi, che vede i piccoli produttori, così come le api, come nemici da sterminare. E vede inoltre le economie locali basate sulla sovranità come una minaccia. Tutto questo dovrebbe farci riflettere sul sistema alimentare globale che è stato creato, considerato che anche in Italia l’impatto economico globale è molto alto.

C’è un’economia globalizzata, distorta e disonesta, che è sotto il controllo di compagnie tossiche come Cargill, che scarica fertilizzanti tossici che distruggono la pasta italiana, oppure delle aziende che trasformano il cibo buono che cresce nei nostri campi in rifiuti tossici come la Nestlè, la Coca Cola e la Pepsi, le compagnie chimiche come Yara e le grandi multinazionali come Walmart, Amazon e Carrefour che lavorano insieme e si fanno chiamare ‘Fresh Alliance’. Loro vogliono la fine del cibo fresco. Quindi ci troviamo a fronteggiare una minaccia comune che è ormai ovunque. Ma Italia e India hanno molto da perdere perché hanno di più”. 

Vandana Shiva incarna lo spirito della guerriera, combatte contro la povertà globale, sostiene le lotte al diritto alla salute delle persone in tutto il mondo denunciando le multinazionali che avvelenano e rendono sterile il suolo. Proprio dal cibo, dal sistema agroalimentare si possono rigenerare i territori e le comunità. E nella rigenerazione del suolo, nel ritrovare la fertilità della terra, le donne possono giocare un grande ruolo: “Il primo ruolo delle donne è non mollare mai. Abbiamo un’intelligenza che solo noi conosciamo. In India è nato un grande movimento di non-cooperazione contro il sistema alimentare distruttivo, fatto dalle donne che dicono ‘noi sappiamo cos’è il buon cibo e non vi lasceremo cancellarlo e criminalizzarlo. Non permetteremo che un’economia distruttiva ci nutra con cibo spazzatura, avvelenato e tossico’.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Non solo le donne hanno una buona conoscenza del cibo, ma sanno anche che la vita è intelligente, che ogni cellula del nostro corpo è intelligente. Quando si perde l’intelligenza si perde la capacità di autoregolazione e arriva il cancro. Il cancro non è altro che una malattia derivante dal collasso del processo regolatore del nostro corpo. Stiamo uccidendo la capacità delle nostre cellule, dei nostri batteri, del nostro corpo, della terra di regolare sé stessa. Le donne hanno questa conoscenza, anche se è spesso attaccata da un sistema antiscientifico che dichiara che la natura è morta e le donne sono ignoranti, ma il sistema antiscientifico non è stato in grado di uccidere la vera conoscenza e ciò che le donne hanno appreso nel corso dei secoli e che la scienza adesso valida: che l’ecologia è la scienza della relazione e ciò che danneggia la terra danneggia il nostro corpo. Qui è dove abbiamo una connessione con la rigenerazione. La rigenerazione della salute delle donne, dei bambini, della terra è anche la liberazione delle donne, che deve andare avanti e non può essere separata dalla liberazione della terra.

La nostra intervista a Vandana Shiva presso la Casa delle Donne di Roma

Le crisi dei rifugiati, dei cambiamenti climatici, della sovranità alimentare e della salute globale dipendono dalle comunità agricole, dalle economie locali, dal sistema di produzione di cibo e dalla gestione delle sementi che ormai sono in mano a pochissimi. Infatti sono quattro gruppi industriali (Monsanto, Bayer, DuPont, Dow Chemical) che controllano il monopolio mondiale della chimica e delle sementi.  Ingegnerizzando, e quindi brevettando, semi e piante si detiene il potere sulla vita del pianeta e sulla libertà dei popoli”. 

L’esperta mondiale di ecologia sociale denuncia che queste sono battaglie di democrazia. Il principio di sussidiarietà è il diritto di poter scegliere le priorità per la tutela dei propri diritti. “Bisogna decolonizzare corpi e cervello, essere capaci di pensarsi liberi. La libertà ha a che vedere con il ristabilire le relazioni di interdipendenza tra noi, il cibo, l’agricoltura e il pianeta. Siamo cicli di una rete alimentare, si dà e si riceve. La terra va protetta, custodita e ringraziata”.

Intervista e riprese: Daniela Bartolini e Annalisa Jannone
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/vandana-shiva-fermiamo-deriva-tossica-mondo-meme-21/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Biodiversità: rischiamo il collasso del sistema alimentare

La Fao ha pubblicato il primo rapporto sullo Stato delle Biodiversità nel Mondo e i risultati non sono incoraggianti. Secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura siamo vicini al collasso dell’intero sistema di produzione alimentare.

“Arginare la perdita di biodiversità deve diventare una priorità nelle agende dei governi mondiali”. È quanto afferma Slow Food commentando il primo rapporto pubblicato dallo FAO sullo stato della biodiversità secondo cui siamo vicini al collasso dell’intero sistema di produzione alimentare. Il modello attuale di agricoltura, industriale ed estensivo, alla base dei nostri sistemi alimentari è al collasso, con gravi ripercussioni anche per la nostra salute. È questa la conclusione del rapporto Stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura che la Fao ha pubblicato illustrando prove preoccupanti rispetto al danno irreversibile e catastrofico sulla biodiversità del nostro pianeta, in particolare quella legata al cibo.

Tra le altre cose, il rapporto denuncia la riduzione nella diversità delle coltivazioni e delle razze da cui dipende la nostra alimentazione, la distruzione di habitat e terre destinate alle coltivazione e la gestione insostenibile delle risorse naturali.  

“Sono trent’anni che Slow Food denuncia questi pericoli e ogni tanto abbiamo avuto la sensazione di predicare nel vuoto. Oggi la situazione sta cambiando, ci pare che la gente sia più sensibile, ma forse non ci si rende conto della gravità del problema: un conto è una perdita, un conto è un collasso catastrofico. Dobbiamo sperare di essere ancora in tempo evitare questa estinzione di massa ma abbiamo bisogno dell’impegno di tutti, non solo della Fao e di Slow Food, ma di tutta la gente di buona volontà”, commenta Piero Sardo presidente della Fondazione Biodiversità Onlus.  

Da molto tempo Slow Food lavora insieme alla Fao per definire e sviluppare un modello migliore per i consumatori, per i produttori e per il pianeta. Inoltre, il presidente di Slow Food Carlo Petrini è da diversi anni ambasciatore speciale della Fao in Europa per Fame Zero.

“Non resta più molto tempo – commenta Slow Food – Abbiamo 10 anni per invertire lo stato attuale delle cose o si rischia un collasso totale e irreversibile. E questo cambio di rotta si può innescare unendo le conoscenze e le tecnologie moderne ai saperi tradizionali, ridefinendo il nostro approccio all’agricoltura e alla produzione di cibo, ponendo la tutela della biodiversità e l’ecologia al centro delle agende politiche. A ogni livello, dalle piccole produzioni fino ai governi, è necessario adottare regolamenti – come ad esempio le politiche agricole comunitarie in Europa – che proteggano la biodiversità alimentare e agricola. Non dobbiamo perdere le speranze che lo stato attuale possa cambiare. Il successo dei progetti di Slow Food ne è la prova. Dobbiamo agire insieme, e dobbiamo agire subito, per salvare il nostro cibo, per salvare il nostro pianeta, per salvarci”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/biodiversita-rischiamo-collasso-sistema-alimentare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Dall’agricoltura che distrugge la natura a quella del non fare: il grande insegnamento di Fukuoka

Molti grandi maestri hanno indicato strade alternative in diversi campi e uno di questi è senz’altro Masanobu Fukuoka, agricoltore giapponese vissuto dal 1913 al 2008 che ha rivoluzionato l’idea stessa di agricoltura.

L’insegnamento di Masanobu Fukuoka si componeva di quattro principi: nessuna lavorazione del terreno che quindi non deve essere arato, né rivoltato; nessun fertilizzante chimico, né compost preparato; non si estirpano le erbacce né a mano, né con erbicidi; nessuna dipendenza dalla chimica. A una visione così lungimirante e rispettosa della terra si aggiungono: una visione del mondo come un tutto unico, interconnesso e interdipendente, perfettamente organizzato così com’è; rispetto di tutte le creature e garanzia per esse di uguale opportunità di prosperare; tutela della capacità della natura di rigenerarsi, valorizzazione e sostegno della biodiversità; conoscenza e cura della propria casa, sobrietà, riutilizzo e riciclo diffuso evitando la creazione di rifiuti; vita vissuta con spirito di tolleranza, umiltà e gratitudine.

Uno delle convinzioni diffuse che Fukuoka, morto a 95 anni, ha sfatato è quella che fare agricoltura significa la distruzione fisica e psicologica dell’individuo e questa convinzione viene sempre citata quando si vuole denigrare, sminuire o prendere in giro chi dice che un riavvicinamento alla terra è auspicabile. Immediatamente i critici parlano di ritorno alle caverne, dei servi della gleba, della fatica inenarrabile di nonni e bisnonni. Fukuoka spazza via tutte queste teorie utilizzate per spaventare chi vuole trovare strade diverse e vuole spacciare il modello industriale e della crescita come l’unico possibile. Leggendo gli insegnamenti di Fukuoka si rimane sorpresi nell’apprendere quanto poco tempo dedicasse al lavoro agricolo e quanto sia stata longeva e sana la sua vita. Non solo non è morto con la schiena spezzata in due, ma la sua agricoltura era sana per la terra e sana per lui. La sua grande rivoluzione era che la natura ci insegna tutto, più la seguiamo, la osserviamo e più benefici ne traiamo. Più cerchiamo di combatterla, di piegarla, di dominarla e più faremo fatica e avremo problemi. La sua agricoltura a bassa intensità di lavoro ha dimostrato anche di essere produttiva quanto e più di quella tradizionale, fatta con macchinari, energia fossile e largo uso di concimi chimici e pesticidi, che non solo alla lunga producono meno cibo ma che comportano danni a non finire e la distruzione della fertilità del suolo. Di conseguenza si hanno costi enormi che vengono fatti pagare alla collettività e non a chi produce l’inquinamento. Nel libro “L’agricoltura del non fare” scritto da Larry Korn sulla vita di Fukuoka, si racconta come l’agricoltore giapponese, andando negli Stati Uniti, si accorga che le tecniche agricole degli indiani d’America fossero molto vicine a quelli che erano i suoi insegnamenti e le sue idee. Del resto la cultura indigena ha vissuto in armonia con l’ambiente circostante imparando dalla natura e non combattendo contro di essa.

Korn prendendo spunto dalle idee sui popoli indigeni di Fukuoka e descrive così questo importante passaggio:

«Lo stile di vita dei nativi, immutato per millenni, non ha esercitato ripercussioni negative sull’ambiente. Quando l’uomo ha cominciato a separarsi dalla natura, abbandonando le fonti tradizionali della conoscenza – la comprensione intuitiva, l’apprendimento diretto dagli altri esseri viventi, gli insegnamenti provenienti dalle generazioni precedenti – ha perso la capacità di comprendere l’unicità del Creato. Ha cominciato così ad affidarsi all’intelletto che però può comprendere solo piccoli pezzi della realtà, uno alla volta. Questo modo frammentario di vedere il mondo si è tradotto infine nella scienza ed è diventato lo standard secondo cui le persone organizzano l’esperienza e decidono cosa fare. Le società tribali erano considerate società dell’abbondanza perché producevano tutto ciò di cui avevano bisogno con il minimo sforzo. La nostra società moderna, invece, ha un appetito insaziabile. Anziché l’economia dell’abbondanza, il nostro sistema, così altamente produttivo, è da considerarsi “l’economia della scarsità” perché non è importante quanto si produce, la certezza è che non sarà mai abbastanza. Il nostro sistema economico istituzionalizza il bisogno di espansione, nel tentativo, assolutamente futile, di autoalimentarsi. Tutto questo viene chiamato “crescita” o “progresso”,  e nella sua applicazione pratica si traduce nell’estrazione delle risorse naturali con la maggiore velocità ed efficienza possibile».

Fukuoka faceva già negli anni Ottanta un’analisi della nostra organizzazione sociale assai veritiera e lucida. Ecco quanto riporta ancora Korn:

«Tutto nel mondo moderno è diventato rumoroso e complicatissimo e la gente vuole tornare a una vita più semplice e tranquilla, come quella che si svolge nella mia fattoria. Quanto più ci si separa dalla natura e ci si allontana dal centro immobile e immutabile della realtà, tanto più si innesca  un effetto centripeto che fa desiderare il ritorno alla natura – il vero centro. Credo che la proposta dell’agricoltura naturale sgorghi proprio da quel centro immobile e immutabile della vita. C’è anche da dire che la diffusa consapevolezza dei guasti causati a lungo termine dall’agricoltura convenzionale sta favorendo il rinnovato interesse  verso i metodi agricoli alternativi. Molte persone stanno apprezzando il mio metodo di coltivazione e cominciano a constatare che ciò che prima ritenevano primitivo o antiquato è forse più all’avanguardia della scienza moderna. La verità è che la natura fa molto meglio senza “l’aiuto” dell’uomo».

In fondo raggiungere la felicità o una vita appagante per Fukuoka non è così difficile come si pensa e non passa attraverso il successo, la carriera o l’arricchimento monetario. Si legge ancora nel libro:

«Il fatto di servire semplicemente la natura vivendo modestamente e avere ciò che è sufficiente per le nostre necessità quotidiane viene ritenuta la via più diretta verso l’auto consapevolezza. Non ci sono meditazioni, yoga, letture richieste o altro. E’ un metodo senza metodo. Man mano che il terreno sempre più torna al suo stato originale, anche la mente dell’agricoltore trova la sua strada per tornare allo stato originale. Si diventa liberi e si riesce semplicemente a godere la vita».

Fonte: ilcambiamento.it

Damiano, il giovane contadino musicista

Un’agricoltura lenta e locale che pur mantenendo stretto il legame tra chi la pratica e la terra lascia all’agricoltore il tempo e lo spazio per altre passioni. È questa la strada seguita da Damiano, il giovanissimo contadino e musicista protagonista del primo documentario della serie “TERRE” che narra la vita ed il lavoro di alcuni piccoli produttori agricoli, partendo dalle zone piacentine. Damiano Sprega ha vent’anni ed è un agricoltore. Il primo cortometraggio della serie di documentari “TERRE” è incentrato su di lui e sull’azienda agricola Casa Della Memoria Casella (San Protaso di Firenzuola – Piacenza). È una storia semplice, nel senso più positivo del termine. Damiano è genuino e spontaneo, lo si percepisce vedendolo rispondere alle domande.

Il documentario non si apre però discutendo di agricoltura. Damiano parla della sua più grande passione: la musica. Racconta delle emozioni che gli dà, di come abbia intenzione di dedicare il suo tempo e le sue energie in una carriera da musicista. Ma, allora? Stiamo andando fuori tema? No, questo documentario ha un messaggio da estrapolare dalle sensazioni del giovane agricoltore-musicista. L’agricoltore è un mestiere totalizzante, per come lo intendiamo ai giorni nostri, l’imprenditore agricolo deve produrre e guadagnare il più possibile, questo è il dogma. L’agricoltura industriale spinge a produrre sempre più, così l’agricoltura è nelle mani di poche persone che devono lavorare tantissimo, a questo siamo abituati. Ma Damiano non vuole tutto ciò. Ama la sua terra, la stessa terra che suo nonno ha coltivato e coltiva ancora con cura e dedizione. Rispetta la natura e il lavoro con cui la sua famiglia può vivere dignitosamente e sostenere la sua grande passione musicale. Non ha intenzione di lasciare questa occupazione, gli piace. Dice che continuerà a prendersene cura, anche l’agriturismo dovesse chiudere, anche se il contadino non sarà il suo primo lavoro.

Damiano Sprega

Quando diciamo che nel futuro bisognerà tornare ad un’agricoltura più lenta e locale, legata al territorio, fatta dai contadini e non dai grandi imprenditori agricoli quello che m’immagino sono tanti ragazzi come Damiano che torneranno alla terra. Come molti giovani d’oggi avranno altre passioni, ma avranno anche l’esigenza di rimanere a contatto con la natura e col cibo, prendendosi cura di un campo, di un orto o un giardino. Sarà quell’attività quotidiana che ci manterrà sani fisicamente e mentalmente. In futuro l’agricoltura non sarà per forza un lavoro full-time? Potrà essere un lavoro che svolgeremo al di fuori dalle logiche di mercato, allo scopo di produrre cibo e curare l’ambiente? Queste sono le domande che sono sorte dalla visione del corto. In passato non è stato così per vari motivi. I giovani che si affacciano all’agricoltura adesso hanno davanti un nuovo mondo, hanno vecchi schemi da archiviare e nuovi metodi da inventare. Non sarà facile, questo anche Damiano lo sa, ma è una strada che vale la pena percorrere. Il progetto indipendente di documentari “TERRE”, prodotto e ideato dalla casa di produzione MaGestic Film, si propone di narrare la vita e il lavoro di alcuni piccoli produttori agricoli, partendo dalle zone piacentine, espandendosi poi su altri territori, coinvolgendo anche enti, associazioni e fondazioni locali. Qui in seguito il link al primo episodio, scritto e diretto da Silvia Onegli, disponibile gratuitamente anche su YouTube.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/damiano-giovane-contadino-musicista/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni