Juri Chiotti, lo chef stellato che ha cambiato vita per la montagna

Juri Chiotti è uno chef stellato che ha deciso di cambiare vita e tornare alle sue origini: le Alpi piemontesi. Tra questi monti, dopo anni di esperienze in Italia e nel mondo, ha ora dato vita al ristorante agriturismo “REIS Cibo Libero di Montagna”. Oggi Juri non vive solamente in cucina: si occupa anche dell’orto e degli animali perché, come ha scoperto, agricoltura, allevamento e cucina sono profondamente legati. Il suo nuovo sogno? il recupero del borgo di famiglia.

Uno chef stellato Michelin decide di cambiare vita e molla il suo lavoro per trasferirsi a duemila metri di altitudine, per gestire un rifugio tra le montagne in cui è nato. Dopodiché apre un agriturismo e un ristorante, REIS Cibo Libero di Montagna, con l’obiettivo di recuperare e rivalorizzare un borgo semi-abbandonato. Non è la trama di un romanzo d’avventura e nemmeno le gesta di un supereroe, ma parte della storia di Juri Chiotti, che incontriamo a Frassino in piena Valle Varaita in provincia di Cuneo, nel suo “REIS Cibo libero di Montagna”, un agriturismo e ristorante dove Juri sta cercando di portare avanti il suo percorso: avvicinare sempre di più la cucina all’agricoltura e all’allevamento per valorizzare le proprie origini e la montagna.

Al nostro arrivo a REIS ci colpisce una bandiera: “Ti posso chiedere un favore? Riprendila con la videocamera. Ne vado fiero”. Si tratta della bandiera dell’Occitania, un’area storico-geografica che comprende diverse vallate alpine piemontesi, liguri e francesi: una di queste è la Valle Varaita, dove ci troviamo. Juri ha quasi trentatré anni ed un percorso di vita già caratterizzato da traguardi importanti. Di professione nasce cuoco ed esercita in diversi ristoranti in giro per l’Italia e nel mondo, ed a venticinque anni raggiunge l’importante traguardo della Stella Michelin, per due anni di fila, mentre lavora in un ristorante di Cuneo. Ma non era quello il mondo dove Juri voleva vivere e lavorare: “Non posso essere ipocrita, per me è stato un traguardo importante e l’esperienza nei vari ristoranti mi ha formato tantissimo. Ma volevo qualcos’altro: già allora, nel ristorante, cominciavo a sperimentare e a proporre piatti tipici provenienti dalle mie montagne e il richiamo si faceva sempre più forte”. 

Da qui la decisionedi lasciare il lavoro come cuoco e accettare una sfida importante:gestire il rifugio Meira Garneri, nel comune di Sampeyre in provincia di Cuneo,a pochi passi da casa sua, accessibile nei mesi invernali solamente inmotoslitta. “Il rifugio si trova a milleottocentocinquanta metri e sono rimastolì quattro anni. Un’esperienza che mi ha donato tantissimo e che considero l’iniziodel mio percorso che mi ha condotto fino a qua. Innanzitutto tramite questaesperienza sono tornato a casa, e poi ho capito ciò che amavo veramente:mettere al servizio del territorio il mio lavoro e la mia esperienza,realizzare qui in montagna qualcosa di significativo. Non poteva esistere Reissenza questo passaggio”.

REIS: cibo libero di montagna

Nel novembre 2016 Juri ha lasciato il rifugio. Uno dei motivi è la nascita delle sue due figlie (“logisticamente si faceva davvero difficile…”), ma l’altro motivo era la voglia di ricominciare con un nuovo progetto personale legato alla sua professione di cuoco. Viene così a conoscenza di una baita di mezza montagna nel comune di Frassino e se ne innamora: “In più di un mese mi sono concentrato nella pulizia e nelle migliorie del luogo e nell’aprile del 2017 siamo partiti”. 

REIS Cibo Libero di Montagna è oggi un agriturismo con un ristorante di trenta posti, l’orto, un pollaio e un gregge di circa trenta ovini (capre e pecore), che si pone l’obiettivo di far avvicinare i mondi della cucina, dell’allevamento e dell’agricoltura, che secondo Juri si sono allontanati negli ultimi decenni: “Ho fatto in modo che si realizzasse l’ambizione di fare ciò che mi riusciva meglio, cioè cucinare, in un luogo che conoscevo come le mie tasche. Qui so dove andare a cogliere le erbe spontanee nei campi, i boschi dove raccogliere i funghi, i fornitori e i produttori affidabili. In questa maniera riesco a vivere direttamente tutto il processo legato al cibo, non a vivere la cucina come un ambiente distaccato dalle materie prime che utilizza”.

La paura di aprire un’attività in un posto più isolato rispetto alla città non gli ha impedito di tentare il rischio: “Sono soddisfatto: è logico che aprire un ristorante in una valle a novecento metri di altezza non è la stessa cosa che aprirlo nel centro di una città, per quanto riguarda il bacino d’utenza. Però sono sempre stato convinto della bontà delle mie idee, la mia cucina piace, le persone arrivano e soprattutto non vivo solamente in cucina ma sto riscoprendo l’esterno, il mondo che ruota attorno ad essa e che ne è parte integrante allo stesso tempo. La cucina non è solo il piatto che ti porto, esiste tutto il discorso della filiera che è fondamentale ed è necessario ed importante che le persone siano consapevoli: ogni giorno miliardi di persone fanno scelte sul cibo che sono fondamentali per il nostro presente e il nostro futuro. È per questo che REIS,in futuro, avrà un occhio di riguardo sempre maggiore per la cucina vegetale: serviremo anche prodotti di origine animale, come facciamo ora, ma saranno sempre più da contorno e ulteriormente selezionati in base all’etica con la quale vengono prodotti. Sto capendo poi che bisogna collaborare, bisogna essere più soggetti per poter creare un’azienda sana in montagna”.

Il borgo Chiot Martin

Il Borgo Chiot Martin

Chiot Martin è un borgo di montagna che si trova a circa quindici chilometri da Frassino, nel vallone di Valmala, ed è il luogo di nascita del papà di Juri. Il futuro di Reis si intreccia al progetto dello chef di recuperare questo luogo e rivalorizzare le abitazioni presenti. Con un nuovo spazio anche per Reis.. ed un nuovo socio: “Stiamo lavorando ad uno spazio nuovo per Reis, che si lega al recupero del borgo di Chiot Martin. Un mio amico allevatore, Gian Vittorio Porasso, si sta unendo al progetto per fare di Reis uno spazio sempre più connesso all’ecosistema che ha intorno”. Gian Vittorio è un allevatore, con un centinaio di capre tenute a pascolo, ed un produttore di formaggi realizzati solo con latte crudo. Trasferirà il suo pascolo e la produzione a Chiot Martin, che diventerà parte integrante di Reis e del progetto di ristorazione. 

“Per reperire il terreno necessario ad allevare le capre stiamo cercando di creare un’associazione fondiaria, con l’aiuto del Professor Cavallero. Ci siamo inoltre rivolti, per il recupero degli abitati e la creazione del nuovo ristorante, ad uno sportello a Torino che si chiama ‘Vado a vivere in montagna’ e che si occupa di rendere sostenibili delle idee di ritorno in montagna, con la possibilità di accedere a finanziamenti agevolati. Abbiamo presentato il progetto e cercheremo di reperire i fondi per fare tutto quello che è necessario per rendere reale il progetto, che ha come pilastro principale non solo il recupero di una borgata ma quello di un intero ecosistema, rivalorizzato grazie all’allevamento sostenibile e alla valorizzazione dei boschi. Un ritorno alla simbiosi tra natura e uomo, che un tempo qui in montagna si respirava a pieni polmoni”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-231-juri-chiotti-chef-stellato-ha-cambiato-vita-montagna/

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Lombricoltura Clandestina: quando i lombrichi aiutano il pianeta

La lombricoltura o vermicompostaggio è una tecnica alternativa e sconosciuta ai più ma con grandi potenzialità: si basa sulla trasformazione di scarti vegetali in humus ad opera dei lombrichi e permette il riciclo di rifiuti organici e la conseguente produzione di fertilizzante naturale in agricoltura e orticoltura con innumerevoli benefici dal punto di vista ambientale, economico e sociale.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta

Allevare lombrichi per produrre compost è una pratica semplice e possibile: si chiama lombricoltura e grazie alle sue caratteristiche di sostenibilità ed economicità è capace di meravigliare chiunque sia abbastanza curioso da volerla sperimentare. I lombrichi rappresentano degli ottimi alleati nella produzione di humus e nell’arricchimento del terreno con sostanze preziose grazie alla loro capacità di trasformare gli scarti organici in concime. Essi hanno inoltre la capacità di vivere in diversi tipi di suolo e ne favoriscono la salute, rendendo questa pratica una delle più biologiche in assoluto.
Effettuata in molti Paesi del mondo, in Italia sempre più persone ne stanno conoscendo i benefici e le potenzialità. Una realtà virtuosa che opera in questo settore è “Lombricoltura Clandestina”, progetto che favorisce la diffusione e la conoscenza di questa curiosa tecnica, proprio come ci racconta Mirko Pepe, uno dei fondatori.

Da dove nasce il termine “Lombricoltura Clandestina”?

“Questa è una domanda che molte persone mi fanno, stupite dalla mia passione per la lombricoltura. Le ragioni per cui ho scelto questo nome sono molteplici: mi piace il suono armonioso di questo aggettivo che si adatta perfettamente alla vita dei lombrichi. “Clandestino” è inoltre una delle canzoni più popolari e conosciute di Manu Chao, attivista e musicista che ha lottato e lotta tuttora per i diritti umani con un’attenzione, sensibilità e generosità rivolta all’intero ecosistema.
Il termine deriva dal latino e unisce l’avverbio “clam” alla parola “dies” che nel complesso significa “che sta nascosto al giorno, che odia la luce del sole, occulto”, quindi quale migliore parola per definire il lavoro dei nostri infaticabili amici lombrichi che lavorano sottoterra ed escono solo di notte?”lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540514460

Quando hai iniziato questa attività?

“Ho iniziato ad allevare lombrichi circa 10 anni fa nel piccolo terreno lasciato da mio padre, nel quale abbiamo passato molto tempo assieme prima della sua scomparsa. La svolta è avvenuta 5 anni fa, quando il mio ormai amico e socio Martino Salvatico, grazie alla sua visione lungimirante, ha avuto interesse nel conoscere più approfonditamente il mio lavoro, proponendomi di collaborare. Abbiamo quindi acquistato qualche centinaio di metri quadrati di lettiere e abbiamo dato avvio all’attività per la produzione di vermicompost e la vendita di impianti. Da circa un anno siamo azienda agricola attiva a Sezzadio in provincia di Alessandria e composta da un gruppo di sei collaboratori, con i quali stiamo pensando di dare vita ad una associazione. Tra i miei partner c’è Giacomo, soprannominato Jack, che ha dato avvio ad uno dei primi allevamenti di lombrichi al chiuso presenti in Italia, presso la sua azienda a Scarnafigi; Roberto, il nostro apicoltore di fiducia e sperimentatore della “lombricoltura domestica”, che si sta cimentando nella costruzione di vasche per fare impianti di lombricoltura a ciclo continuo; Massimo Mancin, allevatore dell’azienda “Non solo capre” che ci fornisce sempre dell’ottimo letame, alimento fondamentale per i nostri lombrichi ed infine mia sorella Monica, che si occupa di un progetto di lombricoltura e apicoltura in collaborazione con Roberto e Martino che partirà il prossimo anno in Marocco”.

Perché i lombrichi?

“La lombricoltura rispetto ad altre tecniche ha molti vantaggi in quanto si dimezzano i tempi di compostaggio ed inoltre non necessita di macchinari o attrezzature particolari, apportando un minor dispendio di energie. E’ un processo naturale che viene perfezionato dall’uomo ma che avviene spontaneamente in natura e se si creano le condizioni ideali per il lombrico, lui lavora in totale autonomia. Noi, in piccola o grande scala, possiamo offrire ai lombrichi un ambiente ideale per la sopravvivenza, contribuendo anche allo smaltimento dei nostri rifiuti organici a favore dell’ambiente, dell’economia domestica e della salute, poiché non acquisteremo più concimi d’incerta provenienza”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540205772

In quale modo i lombrichi producono compost?

“Il compost viene ricavato dalla decomposizione di materiale organico quale residui di potatura, letame o scarti di cucina da parte di macrorganismi e microrganismi aerobi. In natura la trasformazione da materia a compost avviene in tempi piuttosto lunghi (fino a 2 anni) poiché diversi fattori come umidità, temperatura e ossigenazione del terreno influenzano il processo di compostaggio. La parte più attiva del compost si chiama humus ed è conosciuto in America anche come “Black Magic” ovvero “magia nera” date le sue innumerevoli proprietà quali l’elevata ricchezza di azoto, fosforo, potassio, calcio e magnesio che lo rendono il miglior fertilizzante presente in natura. Questo è infatti utilizzato in diverse tecniche agronomiche sostenibili come la permacultura, la biodinamica, l’agricoltura biologica. Tutti noi possiamo produrre questo prezioso fertilizzante naturale utilizzando un sistema alternativo che velocizza il processo di compostaggio rispettandone la genuinità. Alcune famiglie di lombrichi sono ottimi produttori di compost: questi anellidi si nutrono di terriccio e, digerendo la materia organica, lo arricchiscono di humus e lo rendono maggiormente areato”.

Chi sono i soggetti interessati alla vostra attività?

“I soggetti che si rivolgono a noi sono i piccoli agricoltori per quanto riguarda la richiesta di humus ed inoltre singole persone, famiglie, comunità ed ecovillaggi per quanto riguarda la realizzazione di impianti”.

Quale messaggio volete trasmettere alle persone?

“Uno dei nostri obiettivi quotidiani è quello di sensibilizzare e favorire un tipo di coltura che abbia un approccio eco-sostenibile oltre che portare a conoscenza il valore che ha l’humus di lombrico, ricco di sostanze che vanno a “rigenerare” quei terreni aridi e sofferenti in conseguenza ad una agricoltura intensiva e al limite. Nel concreto vogliamo diffondere questa pratica in modo che raggiunga più persone possibili e creare colture a km 0, dove il compost lavorato dai lombrichi diventa il migliore concime organico in assoluto”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540514733

Chi può praticare la lombricoltura?

“La lombricoltura può essere praticata da chiunque e ha una flessibilità tale da poter essere realizzata in qualsiasi luogo: nel proprio cortile o giardino, dove uno spazio di 2mq è più che sufficiente per una famiglia oppure su un balcone utilizzando delle adeguate compostiere. La dimensione e la tipologia di impianto per uso domestico varia a seconda degli scarti prodotti in cucina quali bucce di frutta e verdura, rimanenze di pane o cereali. Chi produce compost ha diritto a risparmiare sulla tassa dei rifiuti, con una riduzione che può arrivare al 30%. Per un piccolo periodo della mia vita ho vissuto in città con la mia famiglia e sul terrazzino avevamo una lombri-compostiera domestica che ci ha permesso di ottenere tale piccolo sconto sulla tassazione dei rifiuti e allo stesso tempo di attuare una scelta ecologica potenziale per l’ambiente”.

Avete in atto altri progetti?

“Tre anni fa abbiamo dato il nostro contributo e collaborato con l’associazione ERI di Torino al progetto “rACCOGLIAMO” che nasce dalla volontà di offrire concrete possibilità d’inclusione e autonomia economico-sociale ai soggetti svantaggiati che vivono nel Comune di Solero. Attualmente stiamo partecipando ad uno scambio culturale con il Marocco ed in particolare con l’Institut Agricole Ben Khelil, l’istituto tecnico di agricoltura localizzato nella regione di Béni Mellal-Khenifra, nel quale realizzeremo un impianto di vermicompost. Il Marocco sta portando avanti diverse collaborazioni in tema di agricoltura con una grande apertura verso progetti e pratiche innovative che ne favoriscono il processo di sviluppo eco-sostenibile”.lombricoltura-clandestina-lombrichi-aiutano-pianeta-1540515139

Avete dei propositi per il futuro?

“Il nostro più grande proposito per il futuro è poter diffondere la pratica della lombricoltura e realizzare numerosi impianti sui territori per smaltire i rifiuti umidi, evitando al contempo il loro continuo trasporto. Con l’indispensabile presenza della mia compagna Cinzia, psicologa di professione ed attiva nel sociale, vorrei inoltre intraprendere delle attività nelle scuole per divulgare i principi e i valori della lombricoltura, al fine di trasmettere a mio figlio e a tutte le nuove generazioni una maggiore consapevolezza e attenzione per l’ambiente”.

Qual è l’aspetto più bello della tua attività?

“L’aspetto più bello della mia attività è la possibilità di lavorare all’aria aperta, relazionarmi tutti i giorni con persone “connesse” a quei valori di tutela e salvaguardia dell’ambiente che ad oggi sembrano perduti.
Chi decide di approfondire con etica l’allevamento dei lombrichi, chi vuole conoscere e sentire sulla propria mano l’humus, chi avvia un allevamento amatoriale o professionale addentrandosi in questo mondo sotterraneo, deve aver già conseguito un grande percorso di crescita dentro di sè. Io sono grato, la mia gratitudine è verso i lombrichi, i quali aiutano il pianeta trasformando i materiali che alcuni chiamano scarti in ottimo humus, dove l’humus è vita”.

Fonte: piemonte.checambia.org

 

“I soldi pubblici sostengono chi inquina”

In agricoltura chi inquina viene pagato. La quasi totalità delle sovvenzioni europee e nazionali viene destinato infatti all’agricoltura che usa pesticidi e fertilizzanti sintetici. Al biologico, che copre quasi il 15% delle superfici agricole italiane, va meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali. È quanto emerge dal Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)”. Nei nostri campi, chi inquina viene pagato. È all’agricoltura che utilizza pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici che va la quasi totalità delle sovvenzioni europee e nazionali: in sostanza, i soldi pubblici servono per sostenere l’utilizzo della chimica di sintesi.

La politica agricola comunitaria sovvenziona infatti per il 97,7% l’agricoltura convenzionale. E quando ai fondi Ue si aggiungono anche quelli italiani, il risultato non cambia: al biologico, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola coltivata del nostro Paese, va il 2,9% delle risorse. Anche senza tirare in causa i costi consistenti che l’utilizzo della chimica di sintesi e quindi l’inquinamento provocano sulla nostra salute e su quella dell’ambiente, è evidente che si tratta di una palese inversione della regola “chi inquina paga”.agricoltura-pesticidi

È quanto emerge dal Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” presentato oggi alla Festa del BIO che si tiene a Bologna in occasione del SANA, la fiera del biologico italiano, da Maria Grazia Mammuccini, responsabile del progetto Cambia la Terra- FederBio; Susanna Cenni, Vicepresidente Commissione Agricoltura Camera; Giorgio Zampetti, Direttore Legambiente; Franco Ferroni, Responsabile Agricoltura WWF; Fulvio Mamone Capria, Presidente LIPU; Lorenzo Ciccarese, Ricercatore ISPRA; Patrizia Gentilini di ISDE International Society of Doctors for Environment – Associazione medici per l’ambiente. Per i dati elaborati dall’Ufficio studi della Camera dei deputati, su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europee: anche solo in termini puramente aritmetici, senza calcolare il contributo del biologico alla difesa dell’ambiente e della salute, circa sei volte meno di quanto gli spetterebbe. Se ai dati dei fondi europei si aggiunge il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardi, il risultato rimane praticamente invariato: su un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.barley-1117282_960_720

“In altre parole – ha detto Maria Grazia Mammuccini di FederBio – gli italiani e gli europei in generale pagano per sostenere pratiche agricole che alla fine si ritorcono contro l’ambiente e contro la loro salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. Inoltre, non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi: il costo della certificazione; il costo della burocrazia (ancora più alto che per gli agricoltori convenzionali); il costo della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace e a proteggere il raccolto dai parassiti , senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti; il costo della fascia di rispetto tra campi convenzionali e campi biologici”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/09/agricoltura-soldi-pubblici-sostengono-chi-inquina/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Morto Fabian Tomasi, simbolo della lotta contro Monsanto e i pesticidi

È morto ieri in Argentina Fabian Tomasi, divenuto un simbolo della lotta contro il glifosato, pesticida con cui l’uomo, deceduto per una polineuropatia, era entrato a contatto durante il suo lavoro nell’agrochimica. Ammalatosi dieci anni fa, Fabian ha dedicato gli ultimi anni della sua vita alla lotta contro i pesticidi. Padre di una figlia, quest’uomo ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a mettere in guardia sul pericolo correlato all’uso di erbicidi e ha accettato di farsi fotografare, mostrando il suo corpo malato e scheletrico, ferita di guerra di questa battaglia. Fabian Tomasi, che lavorò per anni al rifornimento di erbicidi per gli aerei utilizzati per lo spargimento e poi si trasformò in un simbolo della lotta ai pesticidi in Argentina, è morto all’età di 53 anni per una polineuropatia. Tomasi era un grande oppositore della Monsanto, colosso della produzione di prodotti chimici per l’agricoltura.58b2faf016ea0

Foto tratta da 03442.com.ar

“Venerdì l’assassinio si è compiuto. Fabian si è ammalato 10 anni fa. Ha resistito tanto prima di morire per poter denunciare la politica agricola criminale che lo ha devastato”, ha dichiarato sabato all’AFP Medardo Avila, membro della Rete dei Medici delle Città Intossicate, che affiancò Fabian nella sua lotta.

“Siamo addolorati e indignati per la sua morte. Abbiamo un sistema produttivo che sta contaminando mezzo paese, ha sottolineato il medico-attivista. Nelle sue testimonianze, Tomasi aveva dichiarato di non aver mai usato protezioni durante il suo lavoro perché nessuno lo aveva avvertito di quanto fosse pericoloso maneggiare il glifosato, un erbicida che secondo l’OMS è “probabilmente cancerogeno” e che viene utilizzato sulle colture nate da semi OGM. Mesi prima di morire, in una intervista rilanciata alla AFP, Tomasi aveva dichiarato che il glifosato è qualcosa di “tremendamente ingannevole, una trappola che ha piazzato gente molto pericolosa. Adesso non ci rimane nulla. Tutta la terra che possediamo non è sufficiente per accogliere tutta questa morte”, ha detto in quel momento, quando a causa della malattia non poteva neanche più ingerire alimenti solidi, aveva perso massa muscolare e soffriva di dolori articolari che limitavano i suoi movimenti.agriculture-1359862_960_720

Tomasi aveva cominciato a lavorare nell’agrochimica nel 2005 per un’azienda che spruzzava pesticidi nella provincia di Entre Rios, nella città dove poi è morto. “I prodotti chimici hanno compromesso la sua salute, fino a ucciderlo. Se ne va un simbolo della lotta ai pesticidi, una persona che ha svolto un ruolo decisivo nel far capire che questo modello uccide”, ha scritto su Twitter Patricio Eleisegui, pubblicista e autore di “Avvelenati”, un libro che racconta la vita di Tomasi.  In Argentina la semina di soia OGM, che richiede l’utilizzo di milioni di litri di glifosato, ha cominciato a diffondersi alla fine degli anni ’90. Principale prodotto dell’export di questo paese, la soia ha gradualmente rimpiazzato l’allevamento e la coltivazione di alti prodotti meno remunerativi.

 

Fonte: AFP

“La terra è viva e guarisce”: gli ortolani degli chef lanciano un nuovo progetto

Dopo aver cambiato vita e portato in Italia la figura professionale del “culinary gardener”, gli “ortolani degli chef” Lorena Turrini e Davide Rizzi hanno avviato un nuovo progetto chiamato “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” con l’obiettivo di portare vitalità alla terra, all’ambiente e, di conseguenza, all’uomo. Organismo Agricolo Vivente. È questo il nome del nuovo progetto intrapreso da Lorena Turrini e Davide Rizzi, un’artista e un musicista che qualche tempo fa hanno deciso di mettersi in gioco e ripensare la loro vita professionale, scegliendo di dedicarsi alla produzione di cibo sano secondo i principi dell’agricoltura biodinamica e avviando il progetto chiamato “culinary gardener”.

Come “culinary gardener”, Davide e Lorena producono frutta e verdura nel loro orto-giardino biodinamico in Toscana a stretto contatto con gli chef al fine di fornire materie prime ad hoc per i loro piatti. Per chi non conosce questa figura professionale, il culinary gardener è il consulente-produttore personale di uno chef: in pratica, produttore e chef decidono insieme cosa seminare per creare un menù stagionale di verdure e frutti freschi, sani e ricchi di sostanze nutritive e scelgono insieme cosa coltivare per ottenere i sapori e i profumi ricercati dallo chef.LorenaTurrini_DavideRizzi

Davide Rizzi e Lorena Turrini

Originari di Modena, Davide e Lorena si occupano di orticoltura biodinamica dal 2010 e sono culinary gardener presso una società che possiede strutture di pregio in Toscana, nelle quali lavorano due chef stellati. “Dopo sette anni passati tra le dolci colline toscane collaborando con chef stellati”, ci spiegano, “abbiamo deciso di concederci un intenso anno di studio e collaborazione presso un istituto di ricerca di Udine. Abbiamo approfondito il mondo della biodinamica da un punto di vista più antroposofico, sviluppando un modo più ‘sensibile’ di dialogare con la natura, e abbiamo messo a punto un nuovo progetto che diventa completamento del primo: l’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico”, un progetto sostenibile a livello sociale-terapeutico ed economico, nel quale esistono un aspetto terapeutico-passivo e uno terapeutico-attivo”.

L’aspetto terapeutico-passivo dell’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” è costituito dalla presenza di siepi con alberi di specie diverse, piantumate in base agli studi sulle consociazioni arboree, dove ogni pianta irradia una particolare “forza” che agisce come stimolo o riequilibrio per l’essere umano che si avvicina ad esse. La natura, lo sappiamo, ha capacità curative-terapeutiche ed è una fonte inesauribile di energia e forza vitale per l’uomo e gli animali. È importante la presenza di essenze a portamento verticale perché questa forma costituisce una specie di “antenna” atta a captare e trattenere le forze vitali che arrivano dal cielo. Inoltre, per amplificare queste forze bisogna seguire legge del ciclo chiuso: tutto va riciclato attraverso il compost, perché compostando si amplificano sia le forze vitali sia le naturali “difese immunitarie” dell’Organismo Agricolo rendendolo sano e longevo. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto terapeutico-attivo ed economico, oltre all’orto vero e proprio, nell’Organismo Agricolo vengono inserite piante aromatiche (privilegiando le specie autoctone e naturalizzate) utilizzabili anche per produrre olii essenziali, piante a fioritura a scalare per la vendita di fiori recisi, essenze nettarifere per il miele e alberi da frutto, insieme a frutti antichi e autoctoni per realizzare succhi o marmellate.

“Abbiamo già progettato un paio di Organismi Agricoli“, ci raccontano Lorena e Davide, “che hanno due tipologie e due finalità completamente diverse e che sono attualmente in fase di realizzazione. A Novembre 2017 ad Ibiza abbiamo ideato il nostro primo progetto di “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” (presso una struttura) per soggiorni di riequilibrio terapeutico da stress lavorativo. A febbraio 2018 abbiamo iniziato una collaborazione con Coopattiva, storica cooperativa sociale modenese, per il progetto di un ‘Organismo Agricolo’ in ambito sociale a Nonatola (Modena) che estende su tre ettari. Non si tratta solo di un orto, ma di un intero organismo agricolo vivente costituito da frutteto, piccola vigna, piccoli frutti, bosco, siepe terapeutica, serre, punto ristoro. Abbiamo già lavorato con ragazzi in difficoltà psichiche e con bambini e adulti con disagio e conosciamo i benefici che il lavoro nella natura offre a queste persone, al fine di migliorarne le abilità e svilupparne di nuove”.Lorena4

“Viste le nuove richieste che ci sono arrivate sia in ambito sociale, (anche) per persone anziane e per gli orti scolastici, sia da privati ed aziende, abbiamo elaborato una sorta di “progetto base” da poter utilizzare in contesti diversi, personalizzandolo di volta in volta a seconda delle specifiche del luogo e delle esigenze dei fruitori. Il ‘modello’ è uguale per tutti: un ‘Organismo Agricolo Vivente Terapeutico’, del quale cambieranno di volta in volta le forme, gli aspetti terapeutici, che saranno tarati secondo le necessità specifiche, e l’attività economica, che dipenderà dai diversi obiettivi da raggiungere. Ci sarà sempre l’aspetto terapeutico-passivo e il lavoro quotidiano in agricoltura che è l’aspetto terapeutico-attivo”.

“Non abbiamo inventato nulla. La natura esiste da molto prima di noi ed è sempre lei la protagonista. L’orto sociale è già stato fatto e funziona bene: si è visto come il contatto con la natura ed il lavoro nell’orto porti grandi benefici alle persone. Noi abbiamo fatto un piccolo passo in avanti progettando Organismi Agricoli Viventi Terapeutici, non solo orto. Abbiamo studiato molto le forme da inserire che possono già di per sé ‘curare’. L’orto stesso, ad esempio, è a forma di pentagono, cioè la forma che riporta l’uomo all’armonia. Tutto origina dai solidi platonici nei quali si manifestano due forze: forze di disgregazione terrestri e forze di vita celesti. Quando disegniamo un Organismo Agricolo lo pensiamo sempre in analogia con il corpo umano. Ogni ‘organo’ del progetto corrisponde ad un organo del corpo umano. Portando armonia nell’organismo agricolo questa si riflette specularmente nel corpo umano ristabilendo l’equilibrio, quindi la salute fisica e mentale. Di conseguenza, inseriamo in percentuali ben precise il bosco, il frutteto, l’orto, il laghetto, le siepi ed ognuno di essi è direttamente collegato ad un organo del nostro corpo (polmoni, cuore, fegato, ecc.).

“Il nostro obiettivo e missione”, concludono Lorena e Davide, “è, da sempre, quello di portare vitalità alla terra, all’ambiente e di conseguenza all’uomo favorendo l’aumento del suo sistema immunitario anche con la qualità del cibo e la bellezza delle forme. Lo facciamo con i progetti di culinary gardener e ora anche con gli Organismi Agricoli Viventi Terapeutici. Il primo amore non si scorda mai: continuiamo a collaborare con gli chef, perciò non abbandoniamo il nostro progetto culinary gardener, ma lo arricchiamo e l’idea è quella di poter creare, un giorno, un Organismo Agricolo Vivente Terapeutico anche per gli chef”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/terra-viva-guarisce-ortolani-chef-nuovo-progetto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’Europa vieta i pesticidi che uccidono le api

L’Europa salva le api e vieta i pesticidi che le uccidono. Gli Stati membri dell’Unione Europea, hanno infatti approvato una proposta della Commissione, per vietare l’uso di tre pesticidi neonicotinoidi, che potranno essere utilizzati solo all’interno di serre permanenti, senza contatto con gli insetti. I Paesi membri dell’Ue hanno approvato la proposta della Commissione europea che introduce il divieto di utilizzo all’aperto di tre pesticidi perché nocivi per le api. L’impiego dei principi attivi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, noti come neonicotinoidi), che è molto diffuso in agricoltura, sarà consentito solo in serra. Anche l’Italia ha votato a favore del bando, insieme alla maggioranza dei Paesi membri.

“Quello fatto dai Paesi membri dell’UE che hanno approvato la proposta della Commissione di introdurre il divieto di utilizzo all’aperto di 3 pesticidi, noti come neonicotinoidi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam), è un primo e importante passo avanti per la protezione delle api e degli altri impollinatori”, afferma il WWF.RTXZ3DT-e1487891078282-1024x629

“Tuttavia – continua l’associazione – la decisione di oggi riduce i rischi ma non li elimina: è necessario continuare la battaglia affinché si arrivi al bando totale di queste sostanze. Lasciando in commercio queste molecole per le produzioni in serra, infatti, non solo non si esclude il rischio di contaminazione dell’ambiente esterno ma anche l’utilizzo illecito. È quindi urgente predisporre un sistema di controlli efficaci e prevedere sanzioni adeguate per chi non dovesse rispettare il divieto di utilizzo in campo aperto”.

Anche Greenpeace accoglie con grande soddisfazione il bando permanente e quasi totale di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api. “Questa è una notizia importante per le api, l’ambiente e tutti noi. Il voto a favore dell’Italia certifica l’attenzione dei cittadini italiani per la protezione degli impollinatori”, dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. “I danni di questi neonicotinoidi sono ormai incontestabili. Bandire questi insetticidi è un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti”.

Il bando votato oggi estende quello parziale già in essere dal 2013 per tre neonicotinoidi – l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta. Rimane consentito il loro utilizzo solo all’interno di serre permanenti.whats-the-big-deal-with-pesticides-x1280

I Paesi che hanno votato a favore del divieto sono: Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Grecia, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Estonia, Cipro, Lussemburgo, Malta, che rappresentano il 76,1% della popolazione dell’Ue. Quattro i Paesi contrari al divieto: Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Danimarca. Otto gli astenuti: Polonia, Belgio, Slovacchia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Lettonia e Lituania. Oltre ai 3 insetticidi in discussione, ce ne sono altri che costituiscono una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso in Ue: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos. Per evitare che questi tre insetticidi ora vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche che potrebbero essere altrettanto dannose, Greenpeace ritiene che l’Ue debba bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, come la Francia sta già considerando di fare. È inoltre necessario applicare gli stessi rigidi standard utilizzati per questo bando alla valutazione di tutti i pesticidi e, soprattutto, ridurre l’uso di pesticidi sintetici e sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.download

Sul divieto introdotto dall’Ue si è espressa anche la Coldiretti. “Per salvare le api è ora necessario che il divieto riguardi coerentemente anche l’ingresso in Italia e in Europa di prodotti stranieri trattati con i principi attivi sotto accusa”.

“Non è accettabile che alle importazioni sia consentito di aggirare le norme previste in Italia ed in Europa, anche grazie agli accordi di libero scambio, ed è necessario, invece, che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Le api – sottolinea la Coldiretti – sono un indicatore dello stato di salute dell’ambiente e servono al lavoro degli agricoltori con l’impollinazione dei fiori tanto che Albert Einstein sosteneva che: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/europa-vieta-pesticidi-uccidono-api/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Funghi Espresso: come coltivare funghi dai fondi del caffè

Un progetto imprenditoriale, un esempio di economia circolare, un modello educativo e un messaggio contro lo spreco: questo e altro è Funghi Espresso, realtà toscana che a partire dal fondo di caffè produce tre tipologie di funghi. Deliziosi da assaggiare e ricchi di nutrienti. Sapete quanti fondi di caffè vengono prodotti in Italia in un anno? Trecentomila tonnellate, risultato del lavoro di circa centoventimila bar presenti nel nostro Paese. Non sono tantissime invece le persone che sanno che il fondo di caffè, da scarto, può diventare una preziosa risorsa; ad esempio, per coltivare funghi.

L’originale trovata è la base della storia di Funghi Espresso che vi raccontiamo oggi, una dimostrazione pratica di imprenditoria “a chilometri zero” che sposa perfettamente i principi dell’Economia circolare: Funghi Espresso coltiva funghi commestibili e dal buon sapore a partire dai fondi di caffè recuperati dai bar locali, che vengono poi venduti tramite i mercati locali ed anche in dei kit dove le persone possono provare a continuare la coltivazione dei funghi in casa.

Il progetto vede le sue basi nel 2013, quando il coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero (con sede a Capannori in provincia di Lucca) Rossano Ercolini avvia uno studio sui possibili riutilizzi del fondo di caffè in agricoltura, affiancato già allora dal co-fondatore di Funghi Espresso ed agronomo Antonio di Giovanni. Successivamente, dall’incontro tra Antonio di Giovanni e l’architetto Vincenzo Sangiovanni, nasce l’avventura di Funghi Espresso. Inizialmente avviata a Capannori, oggi Funghi Espresso ha la sua sede produttiva all’interno delle Scuderie Leopoldine di Firenze, all’interno di un Istituto tecnico agrario che ha deciso di ospitare l’esperienza e di portarla avanti in collaborazione, perché il progetto vuole essere innanzitutto educativo e si pone l’obiettivo di coinvolgere sempre più studenti nella ricerca di nuovi potenziali scarti organici, sempre per la produzione di funghi.17884680_1359421047458436_3006771240319826447_n

Dal fondo di caffè ai funghi

Da quando il progetto ha preso vita a Capannori, Antonio di Giovanni ci racconta che è stata recuperata la media di circa una tonnellata e mezza di fondi di caffè al mese, per un totale finora di circa sessanta tonnellate di fondi di caffè, che provengono dai bar limitrofi: “In media il bar più lontano dal quale recuperiamo i fondi è a circa due chilometri di distanza”, ci spiega Antonio. Il fondo di caffè si è dimostrato lo “scarto” ideale per poter coltivare i funghi, grazie alla sua ricchezza di minerali e sostanze nutritive adatte alla loro crescita. Una volta recuperati i fondi del caffè, con un processo ben delineato, Funghi Espresso coltiva tre tipologie di funghi: il Pleurotus Ostreatus, il Pleurotus Djamor e il Pleurotus Cornucopiae: “Funghi buonissimi e gustosi da mangiare, ricchi di sostanze nutrienti, che poi noi vendiamo ai vari mercatini locali sia tramite i classici canali di vendita come i gruppi di acquisto solidale che tramite i mercati contadini”. Nel corso del tempo Funghi Espresso ha anche ideato un kit apposito per la vendita dei funghi, con un substrato già pronto, che permette a chi vorrebbe coltivare i funghi direttamente a casa di poterlo fare.17634817_1349022631831611_2817465097780462966_n

“Quando il fondo di caffè raccolto dai bar arriva fresco all’interno della nostra fungaia viene pulito, setacciato e inoculato lo stesso giorno della raccolta. Questo è importante per favorire la buona riuscita di tutto il processo: il sacchetto appena prodotto con il fondo di caffè viene messo all’interno di una camera di incubazione al buio, per circa venticinque giorni. Dopodiché, quando il sacchettino diviene bianco e il fungo comincia a svilupparsi, il sacchetto viene aperto, inciso e trasferito nella seconda camera, chiamata camera di fruttificazione: qui l’ambiente è molto umido e luminoso, dopo circa una decina di giorni otteniamo il primo raccolto, per poi completare il ciclo dopo circa trenti giorni”.

Ma non finisce qui, perché anche in questo caso lo scarto diventa risorsa: “Lo scarto derivato dalla coltivazione dei funghi viene utilizzato sia per il compostaggio ma soprattutto per la lombricoltura: il risultato finale è che, dal nostro scarto, riusciamo ad ottenere humus di lombrico e lombrichi, che possiamo riutilizzare in diversi modi e sul quale stiamo studiando diversi progetti”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi e Daniela Bartolini
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/io-faccio-cosi-206-funghi-espresso-coltivare-funghi-fondi-caffe/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Il “Giardino Sostenibile”, la mostra-mercato all’Orto Botanico di Torino

Per il primo anno, l’Orto Botanico di Torino ha ospitato per un’intera giornata la mostra-mercato dal nome “Il Giardino Sostenibile”, evento pensato ed organizzato con l’obiettivo di divulgare e condividere buone pratiche nell’ambito del giardinaggio, delle coltivazioni e dell’agricoltura sinergica, con una forte attenzione nei confronti degli impatti ambientali, della progettazione e della riduzione del dispendio energetico in giardino.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino

L’iniziativa Il giardino sostenibile è stata pensata e realizzata all’interno dell’Orto Botanico, luogo legato alla divulgazione, alla ricerca scientifica e alla conoscenza della cultura botanica e della sua conservazione.
Per l’intera giornata di sabato 7 aprile, l’Orto Botanico ha ospitato diversi espositori attivi nel campo della sostenibilità, col fine di raccontare le rispettive e differenti esperienze e dando vita a momenti di interazione, confronto e diffusione di conoscenze. Ormai è chiaro come il tema della sostenibilità si relazioni con una molteplicità di contesti, tra cui quello dell’agricoltura ma anche del giardinaggio, della costruzione del paesaggio e del verde urbano. Come definito per la prima volta dal rapporto Bruntland nel 1987, “lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”, generando una forte attenzione al mantenimento delle risorse, alla tutela e all’equilibrio ambientale, economico e sociale. In relazione a tale aspetto, l’evento ha riunito alcuni espositori appartenenti a realtà diverse che condividono una visione ed una metodologia di lavoro comune, strettamente connessa al tema del sostenibile.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522276

Tra i vari ospiti era presente l’Erbaio della Gorra, attività vivaistica che si occupa di coltivare, fornire consulenze progettuali e realizzare giardini di erbacee perenni e graminacee ornamentali, con un gusto strettamente legato ad un’idea di giardino spontaneo e dinamico, in continuità con l’ambiente circostante. Ha poi partecipato l’attività di produzione artigianale di cippato dal nome Ramaglie, fondata da Marta Mariani e Luca Cappuzzo, che hanno precedentemente intrapreso un percorso all’insegna del giardinaggio sostenibile. Appassionati di botanica, hanno saputo combinare le rispettive preparazioni in due ambiti differenti ma complementari, quali quello dell’architettura e quello del giardinaggio, dando vita ad una conoscenza della tematica a 360 gradi. In base alla loro esperienza, la produzione di cippato e lo studio dei suoi utilizzi in giardino ed in terrazzo si basa sull’insegnamento di chi prima di loro si è appassionato a questa tecnica, come ne è esempio l’esperienza del giardiniere francese Jacky Dupety, da cui le loro pratiche prendono spunto. Il cippato nello specifico rappresenta una risorsa attualmente valorizzata e maggiormente richiesta sul mercato rispetto al passato e possiede molteplici qualità tra cui la capacità di garantire un forte risparmio di energia, rappresentando una riserva idrica che protegge dalla siccità, da stress termici e dall’erosione. Il cippato è inoltre un biocombustibile a basso costo dalla resa elevata, prodotto da arbusti coltivati senza pesticidi né concimi chimici e collabora alla ricostruzione dell’ecosistema del suolo.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522467.jpg

All’evento era poi presente Maiac, azienda che si pone come centro completo per la distribuzione di tutto ciò che attiene al giardinaggio, sia familiare, sia professionale, affiancando alla vendita delle macchine da giardino, quella di nuovi prodotti come concimi, sementi, vasi e prodotti per l’irrigazione per giardini ed orti. L’azienda ripone un’attenzione particolare al tema dell’agricoltura biologica e dell’irrigazione, e più nello specifico del risparmio idrico. In relazione a quest’ultimo, tramite l’irrigazione a goccia, si ottengono diversi vantaggi tra cui una buona efficienza ed una maggior semplicità nell’utilizzo rispetto ad altri sistemi di irrigazione, poiché distribuisce l’acqua in prossimità delle radici, con una frequenza di emissione e quantità di acqua più adatte alla coltivazione.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522344

L’evento ha visto come protagonista anche Orto al quadrato, progetto nato circa un anno fa, a partire dalla volontà e dall’entusiasmo di un gruppo di studenti della facoltà di Scienze Naturali dell’Università degli Studi di Torino, che riunisce ed accoglie ragazzi e ragazze da diverse facoltà e che si occupa attivamente di agricoltura sinergica.
Obiettivo del progetto è quello di dare vita, all’interno dello stesso Orto Botanico, ad un orto sinergico e ad un orto biologico tradizionale, realizzando un lavoro congiunto che permetta di sperimentare e mettere a confronto le due diverse pratiche di coltivazione.giardino-sostenibile-mostra-mercato-orto-botanico-torino-1523522412

In particolare, l’agricoltura sinergica si caratterizza per l’attenzione a sfruttare le dinamiche naturali del suolo, coltivando la terra proprio come se fosse un bosco. Tale pratica si basa su alcuni principi quali mantenere e rispettare la terra, partendo dal presupposto che quest’ultima è in grado di rigenerarsi da sé grazie alla penetrazione ed alla ramificazione delle radici ed alla presenza di microrganismi, insetti o lombrichi. Fondamentale è poi assicurare il mantenimento della fertilità senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici o concimi organici, così come garantire la pacciamatura, ovvero la protezione “naturale” del suolo tramite paglia, foglie e scarti vegetali, creando humus naturale che mantenga la temperatura e l’umidità. La componente sinergica si basa nel complesso sull’equilibrio e la collaborazione tra animali, piante ed altri organismi viventi, assicurando un vero e proprio ecosistema spontaneo.

L’agricoltura biologica si focalizza poi sul benessere del suolo, delle piante, degli animali, degli esseri umani e del pianeta come un insieme unico ed indivisibile, attraverso il rispetto dei cicli ecologici viventi. Importante in tale ottica è garantire un impatto ambientale minimo, una stagionalità dei prodotti nel rispetto dei cicli naturali, una filiera corta al km 0, un’assenza di sostanze chimiche ed una rotazione delle colture che eviti lo sfruttamento intensivo.
Nel complesso, accanto all’orto, gli studenti hanno realizzato la spirale delle erbe, una struttura tipica in permacultura che unisce diverse erbe aromatiche in un piccolo spazio. L’orto sinergico e quello biologico tradizionale sono attualmente in fase di realizzazione e sperimentazione, grazie alla cura e alla dedizione degli studenti che sono riusciti a creare un ambiente dinamico e vivace, di scambio e crescita collettiva.

In definitiva, la mostra-mercato del “Giardino Sostenibile” ha dato la possibilità di dare vita ad un primo ed iniziale momento di condivisione e confronto su una tematica che ha al giorno d’oggi più che mai bisogno di essere conosciuta, compresa e vissuta, con l’augurio di rinnovarsi ed ampliarsi in future edizioni.

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Didascalia: Il giardino sostenibile Torino 2018

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L’orto sul tetto: l’esperienza di OrtiAlti a Torino

“Farm your rooftop. Enjoy sharing!” è il motto dell’associazione di promozione ed innovazione sociale dal nome OrtiAlti, che ha come visione ed obiettivo l’utilizzo e la trasformazione dei tetti piani dei palazzi in Torino e la loro riconversione in nuovi spazi di rigenerazione urbana, quali luoghi di socialità collettiva e di produzione alimentare.

Emanuela Saporito ed Elena Carmagnani sono due giovani architetti che, nel loro studio di Via Goito 14, situato nel quartiere di San Salvario, lavorano con intraprendenza e passione nell’ottica di ripensare nuove, sostenibili e partecipative progettualità per la città, di cui gli OrtiAlti si rivelano essere un esempio rappresentativo. A conoscere tale realtà più approfonditamente, ci si accorge subito come questi siano ben più che semplici orti urbani. Si potrebbero definire catalizzatori di idee ed esperienze innovative: sono innanzitutto esperimenti di rigenerazione urbana, sono spazi collettivi aperti alla comunità, sono aree di produzione alimentare e di ritorno alla natura. Gli OrtiAlti si inseriscono in un nuovo modo di vivere lo spazio pubblico, più aperto ed inclusivo, proprio come ci racconta Emanuela.

Parlaci di come è nata l’associazione OrtiAlti e di cosa si occupa.

Orti Alti nasce ufficialmente come associazione nel 2015, però è un progetto che esiste dal 2013 a partire da una collaborazione tra me ed Elena Carmagnani. Io ed Elena abbiamo due approcci all’architettura differenti ma complementari: lei ha una precedente preparazione sui temi della progettazione sostenibile e paesaggistica, mentre io mi sono occupata sin dalla tesi di laurea, di processi partecipativi applicati alla trasformazione della città, così come dell’impatto sociale delle trasformazioni spaziali.

Nel complesso il progetto nasce dall’idea di individuare e sperimentare delle soluzioni smart per la rigenerazione degli spazi urbani che tengano insieme più aspetti, quali quello ambientale, sociale ed economico. Elena, insieme ai suoi colleghi, aveva realizzato nel 2010 un orto sopra al tetto dell’ufficio, che aveva avuto moltissimo successo. A partire da questo prototipo, abbiamo provato a immaginare in che modo queste realizzazione potessero essere diffuse sul tessuto urbano e, se inserite in una rete di gestione di tipo collaborativo, potessero rappresentare delle micro agopunture urbane capaci di innescare processi in città potenzialmente ad alto impatto.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190321

Nel 2015 si costituisce l’associazione che ha come scopo la divulgazione culturale di questa visione, tentando di costruire un progetto di impresa sociale tramite la volontà di lavorare su progetti sperimentali che possano aggregare interessi ed attori urbani differenti, apportando effetti e benefici sulla cittadinanza.
Sempre nello stesso anno, abbiamo vinto il premio WE-Women for Expo, bandito da fondazione Expo Milano nell’ambito, appunto, di Expo Milano 2015. Quel premio per noi è stato molto importante perchè ci ha dato la visibilità e le risorse per poter lavorare sul primo progetto pilota, l’OrtoAlto delle Fonderie Ozanam.
Perché gli orti urbani?

Abbiamo deciso di approfondire il tema del verde pensile per diverse ragioni. Innanzitutto, è una tecnologia che ha ottimi benefici dal punto di vista ambientale ed energetico. Inoltre, ci interessava molto il tema dell’uso comunitario legato al recupero degli spazi, come ne sono esempio i tetti piani che ad oggi sono costruiti ma inutilizzati e che consumano porzioni di suolo. D’altra parte, reputiamo molto significativo il tema della produzione del cibo, che ha una doppia valenza: da un lato simbolica, poiché è un veicolo comunicativo e relazionale molto potente e che permette alle persone di aggregarsi con facilità, dall’altro, perchè la produzione ha a che fare con la possibilità di autosostentarsi e di pensare in un’ottica di consumo diretto ed a km 0, oltre che con l’educazione alimentare e l’educazione alla salute.

Quali progetti state portando avanti a Torino?

Un primo progetto di sperimentazione è l’OrtoAlto Ozanam, in Via Foligno. L’orto si trova sopra un ristorante, quindi parte della produzione alimentare è destinata ad esso, mentre la restante parte viene ridistribuita ai volontari che si prendono cura dello spazio. La dimensione partecipativa è sia nella cura diretta che nell’animazione: il luogo è diventato nel tempo uno spazio condiviso e di socialità per tutto il quartiere, in quanto utilizzato per attività aperte al pubblico e l’anno scorso abbiamo intrapreso dei laboratori per i bambini sul tema dell’orticoltura urbana ed attività artistiche legate alla sostenibilità ambientale. Un’altra dimensione esplorata è poi quella relativa all’inserimento lavorativo, in quanto siamo riusciti ad attivare una borsa di lavoro per due ragazzi migranti richiedenti asilo e recentemente uno di questi è divenuto l’apicultore ufficiale delle Fonderie Ozanam. Un secondo progetto è l’Orto Fai da Noi, realizzato insieme a Leroy Merlin ed adiacente al negozio stesso in corso Giulio Cesare. Il progetto nasce su un’area di circa 1600 mq di loro competenza e totalmente inutilizzata. Ad oggi lo spazio è stato trasformato in un orto di comunità affidato a 20 famiglie del quartiere, che si occupano della progettazione degli orti e della loro cura.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190417

Un altro progetto attualmente attivo è Or-TO, realizzato in collaborazione con Eataly Torino e allestito sul piazzale di fronte al negozio del Lingotto. Il progetto nasce con la volontà di agire su uno spazio pubblico che non funziona in modo efficace perché, pur essendo un piazzale di passaggio, di fatto non è né un luogo di incontro, né di sosta, nè uno spazio di interazione sociale. L’inserimento di tale progetto, gestito da abitanti delle case popolari adiacenti ed utilizzato come spazio per le scuole presenti in sua prossimità, ha cambiato completamente la vita e l’uso del piazzale, tanto che da intervento temporaneo, di fatto si è trasformato in un intervento mobile che si modifica e si rinnova ad ogni stagione.
L’aspetto partecipativo e di empowerment è nato col progetto: sin dall’inizio abbiamo parlato con alcune associazioni del quartiere e coi cittadini per decidere con loro se l’intervento poteva rispondere alle loro esigenze e successivamente abbiamo deciso insieme in che modo si sarebbe potuto gestire lo spazio.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190219

Qual è il ruolo del cittadino all’interno di tale progettualità partecipata?

Il cittadino di fatto è il protagonista: se non esiste una comunità di cura, questi luoghi non hanno senso di esistere. Le piante in particolar modo richiedono una cura continuativa e quindi il rapporto col cittadino è coevolutivo: esiste uno se esiste l’altro. Ciascun orto, nello specifico, ha la sua comunità di cura: in un contesto condominiale, ad esempio, è più facile immaginare che siano gli abitanti di quel condominio che se ne occupano, mentre nel caso di edifici pubblici, para-pubblici o spazi privati, si ha una maggior varietà di soggetti. C’è una tradizione di Community Gardening antichissima che si sviluppa in particolare negli Stati Uniti negli anni ’70, proprio in un momento di grande partecipazione politica e popolare, con un’anima di attivismo e coinvolgimento totale e diretto dei cittadini nel prendersi cura di uno spazio urbano.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190552

Come vorreste trasformare l’identità della città tramite questa pratica?

L’OrtoAlto è funzionale ad una trasformazione dei tetti piani in spazi verdi produttivi ed è capace di agire direttamente sulla città: cambia il punto di vista del paesaggio urbano, ma cambia anche dal punto di vista del metabolismo urbano, della capacità del sistema di essere un grado di autogestire e autoregolare la produzione ed il consumo delle risorse. Ovviamente si tratta di interventi minimi, però nel loro essere minimi sono prototipo di un modello di vita e di uso della città diverso, che cerca di trovare un equilibrio tra consumo e produzione e che si immagina una comunità di abitanti più solidale e collaborativa.

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Didascalia: OrtoAlto Torino

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/ortialti-orto-sul-tetto-torino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Solo pasta scotta nel piatto: l’ultimo regalo dei cambiamenti climatici

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In futuro nei nostri piatti solo pasta scotta. Gli effetti dei cambiamenti climatici sul grano stanno portando a un calo della qualità del prodotto. Ecco cosa hanno scoperto i ricercatori. Il futuro potrebbe riservare delle tristi sorprese per gli amanti della pasta: la massiccia presenza di CO2 nell’aria, infatti, porterebbe ad avere nel piatto solo pasta scotta. In Italia si sta cercando di correre ai ripari per evitare che i cambiamenti climatici abbiano effetti nocivi su un prodotto che rappresenta l’eccellenza del nostro Paese. Ecco cosa potrebbe accadere.

Pasta scotta e cambiamenti climatici: quale rapporto

“Maccarone, m’hai provocato e io te distruggo”! Recitava Alberto Sordi nel film “Un Americano a Roma”. La pasta, da sempre tra gli emblemi dell’italianità potrebbe essere messa a dura prova dai cambiamenti climatici. Ne sa qualcosa il Genomic Reserch Center del Crea di Fiorenzuola d’Arda, in Emilia Romagna, dove si studiano gli effetti dei cambiamenti climatici sul grano, per evitare in futuro di avere solo pasta scotta nel piatto. I risultati delle ricerche non lasciano adito a dubbi: dosi extra di anidride carbonica aumentano la produzione di grano, ma ne compromettono la qualità. La CO2, infatti, non solo riduce il contenuto di proteine, essenziali per la produzione di pasta e per la sua tenuta durante la cottura, ma causa una diminuzione anche del contenuto di ferro e zinco.

Quale soluzione?

I ricercatori stanno cercando la strada migliore per porre rimedio a questo declino. La soluzione, per loro, è il miglioramento genetico. A Fiorenzuola d’Arda, si continuano a studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla qualità del grano: qui, l’aria ha un contenuto di CO2 di 570-600 parti per milione: la stima di ciò che potrebbe essere la normalità nel 2050.

«Qui – spiega Luigi Cattivelli, il direttore del Genomic Research Centre – studiamo gli effetti del mutare delle condizioni esterne sulle piante e vediamo come agire, con il miglioramento genetico, per adattarle a queste nuove condizioni». Lo studio cercherà di evitare che la pasta scotta diventi la normalità e non un semplice errore di stima dei tempi.

Non solo pasta scotta: gli effetti dei cambiamenti climatici sui cereali più consumati

Ma quello della pasta scotta, naturalmente, non è l’unico effetto che i cambiamenti climatici possono avere sull’alimentazione mondiale. Una ricerca apparsa su Proceedings of the National Academy of Sciences, ad esempio, ha dimostrato come l’innalzamento delle temperature porterà conseguenze importanti su grano, riso e mais, tre colture fondamentali per la vita dell’uomo.

Lo studio è una revisione di oltre 70 ricerche che hanno indagato la relazione tra agricoltura e riscaldamento globale.

Secondo i ricercatori: «I risultati ottenuti da tutti i metodi analizzati suggeriscono che l’aumento delle temperature ha un effetto negativo importante sul rendimento dei principali cereali: per ogni aumento di un grado celsius della temperatura media globale si stima una riduzione delle rese globali del grano del 6 per cento». Lo stesso aumento di temperatura potrebbe ridurre la produzione di riso del 3,2%. Quella del mais del 7,4%. Si tratta di dati importanti, perché toccano colture chiave per la sopravvivenza dell’umanità, visto che forniscono a livello globale due terzi del nostro fabbisogno calorico. Peccato che ci sia ancora chi nega l’esistenza dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze.

Fonte: ambientebio.it