Onu: “I pesticidi sono inutili e uccidono 200.000 persone ogni anno”

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi chimici sono largamente utilizzati dall’agro-industria da svariati decenni. Prodotti ed applicati nei paesi industriali, sono ormai esportati ed imposti anche nei paesi così detti in via di sviluppo attraverso le stesse aziende produttrici, che si propongono come banche, fornitrici di sementi, fornitrici di agrochimici, acquirenti dei prodotti finali e formatori professionali, in barba al libero mercato.pesticides

Uno dei motivi principali del loro uso è quello di incrementare la produttività delle colture, un tema molto caro anche al mondo dello sviluppo internazionale, viste le proiezioni demografiche, che prevedono un incremento significativo della popolazione mondiale nei prossimi trent’anni, e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. La produttività è legata anche all’aumento della redditività per gli imprenditori agricoli, sia in Occidente che nei paesi in via di sviluppo. Il mantra è rimasto invariato per decenni: per sopperire alla domanda di cibo crescente e renderla accessibile al più grande numero di esseri umani è necessario usare pesticidi e fertilizzanti chimici in grandi quantità. Tuttavia, è comprovato scientificamente che l’uso di pesticidi chimici degrada l’ambiente e le specie animali, e non solo quelle che vivono in prossimità dei campi irrorati, perché aria, acqua, insetti e uccelli trasportano i composti chimici per migliaia di chilometri. Il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Stato della scienza sugli  interferenti endocrini, dichiara  che una serie di comuni prodotti chimici di uso quotidiano, pongono gravi problemi di salute tra cui il cancro, asma, riduzione della fertilità e anche difetti di nascita. La salute umana dipende da un buon funzionamento del sistema endocrino che regola il rilascio di alcuni ormoni che sono essenziali per le funzioni quali il metabolismo, la crescita e lo sviluppo, il sonno e l’umore. Tra i composti nocivi vi sono anche i pesticidi, collegati a diversi disturbi ormonali nelle donne e negli uomini, come i fibromi uterini, l’endometriosi, l’ipotiroidismo e la sindrome di Hashimoto, l’ipospadia e il cancro alla prostata, per citarne solo alcuni.1450513463_92abf89916_b

Il mese scorso (marzo 2017) un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha assestato un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso dei pesticidi sia necessario per garantire la produttività delle culture e dunque l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di azzerare il numero di persone denutrite. L’ONU sostiene che il problema della denutrizione sia causato da ineguaglianze e dunque sia fondamentalmente un problema di distribuzione, non di quantità. L’organizzazione continua lanciando pesanti accuse all’industria agro-chimica, tacciata di “negare sistematicamente i danni (causati dai pesticidi, ndr)” che invece causano “danni catastrofici sull’ambiente, la salute umana e la società; di usare “tattiche di marketing aggressive e immorali”; e di operare pesanti pressioni sui governi che hanno “ostacolato riforme e paralizzato le restrizioni internazionali sui pesticidi”. I pesticidi usati in agricoltura, emerge dal rapporto, causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Una ricerca francese pubblicata a marzo 2017 sulla rivista scientifica peer-reviewed Nature Plants sembra dare il colpo di grazia a questo falso mito. Lo studio prende in esame quasi 1000 aziende agricole francesi che utilizzano quantità ingenti o viceversa, scarse, di pesticidi e ha rilevato che il 94% delle aziende non subirebbe un calo di produttività se tagliasse l’uso dei pesticidi, anzi, due quinti delle aziende aumenterebbero la produttività riducendoli, secondo il Guardian che oggi riporta la notizia (“Farms ‘could cut pesticides without loss’”, 7 aprile 2017). Per quanto riguarda l’uso specifico di insetticidi, così nocivi per le api che garantiscono il perpetuarsi della vita sulla Terra, lo studio afferma che un uso ridotto comporterebbe un aumento di produzione per l’86% delle aziende e che nessuna azienda ridurrebbe la quantità prodotta. Inoltre, il 78% delle azienda manterrebbe o aumenterebbe la propria redditività (ibidem).Tractor-spraying-pesticide-128Kb

Il problema, evidenziato anche dai ricercatori, è che l’agro-chimica monopolizza il settore non solo per quanto concerne la vendita di pesticidi e l’acquisto dei prodotti coltivati, ma anche per quanto riguarda la formazione degli agricoltori, che di conseguenza ignorano le alternative disponibili, efficaci ed economicamente efficienti, pensando che la chimica sia la sola opzione disponibile. Uno di questi pesticidi, il Chlorpyrofos, oltre a inquinare le acque italiane, è oggetto di diatribe legali proprio in questi giorni negli USA, dove l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) si rifiuta di bandirlo nonostante le proprie ricerche, pubblicate a novembre 2016 (quando Obama era ancora presidente) abbiano comprovato che incrementa del 140% il rischio di disturbi dello sviluppo nei bambini. Il nuovo capo di EPA è Scott Pruitt, legato al neoeletto Presidente Donald Trump, entrambi negazionisti del cambio climatico. Il glifosato, tra gli altri, sta causando gravissimi problemi ambientali e di salute in Costa Rica, come denunciano da molti anni le organizzazioni locali e da Transparency International. In Italia, la contaminazione da glifosato  interessa il 63,9% delle acque superficiali e il 31,7% delle acque sotterranee, nonostante gli esperti della Fondazione Mach  lo avessero negato o sminuito quando interpellati  dal quotidiano L’Adige nel 2014. I pesticidi sono eccezionalmente dannosi per gli ecosistemi e fortemente sopravvalutati per quanto riguarda la lotta alla fame. Il cittadino che sceglie di produrre e comprare prodotti biologici, magari rinunciando a qualcos’altro di meno importante, può contribuire a formare quella massa critica necessaria per cambiare gli equilibri di potere, preservare gli ecosistemi e proteggere il proprio sistema endocrino, fondamentale per la salute riproduttiva, mentale e psicologica.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/onu-pesticidi-inutili-uccidono/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Remedia, la filiera etica e locale delle piante medicinali

Una realtà imprenditoriale innovativa che realizza prodotti erboristici e cosmetici naturali, che coltiva e rispetta le proprie piante e i processi produttivi, che pratica la sociocrazia e diffonde un concetto di lavoro che va di pari passo con la bellezza. Tutto questo è Remedia, realtà romagnola simbolo di un’imprenditoria che cambia. Remedia è un’azienda agricola che coltiva con il metodo bioenergetico piante officinali, le raccoglie e le trasforma in preparati erboristici e in prodotti per la cosmesi naturali. Nasce negli anni novanta dalla visione e dall’incontro (di vita e di amore) di Lucilla Satanassi e Hubert Bosch, in occasione di un convegno sull’utilizzo dell’omeopatia in agricoltura. I due sin da bambini hanno avuto un forte legame con la natura, specialmente con gli alberi e le erbe.

Nel 1992 hanno cominciato questa attività nel podere dei genitori di Lucilla e oggi, dopo venticinque anni, Remedia è un’azienda “a misura d’uomo” che conta ventotto persone in organico, attenta al benessere dei propri collaboratori che sono liberi di gestire al meglio il proprio tempo lavorativo, che usa la sociocrazia come metodo decisionale e impegnata da sempre nella diffusione del messaggio delle piante, riconoscendo l’importanza delle forze invisibili in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale.

Che cosa fa Remedia

L’azienda Remedia si trova in un podere esposto a sud nell’appennino tosco-romagnolo, precisamente a Quarto di Sarsina in provincia di Forlì-Cesena. Il terreno è grande circa venti ettari, di cui sette coltivabili, il resto è bosco. Oltre il podere, Remedia ha in affitto altri terreni su cui coltivare le piante officinali. Realizza circa milleduecento prodotti in gran parte erboristici utili al benessere,tra cui spiccano lo Spirito degli Alberi,  i Fiori di Bach, i gemmoderivati, gli olii essenziali, ma anche tisane, oleoliti, estratti idroalcolici e altri tipi di estratti, e la bellezza con un settore dedicato alla cosmesi naturale. Oltre a questi prodotti, Remedia realizza delle miscele personalizzate: “Abbiamo un contatto diretto sia con persone che sono nostri clienti affezionati, sia con i nuovi” ci racconta Hubert Bosch “cerchiamo di consigliarli direttamente affinché possano diventare indipendenti nell’attenzione e nei rimedi da attuare per il loro benessere”.10525911_753155188063797_2157581847116323343_n

I punti fondamentali di Remedia

La missione primaria di Remedia è quella di diffondere il messaggio delle piante tramite la diffusione della conoscenza appresa da esse, per questo scopo Hubert e Lucilla hanno scritto dei libri e tengono corsi, seminari e conferenze anche all’estero. Uno dei punti più importanti legati a Remedia è la qualità delle piante e dei prodotti ricavati da esse: “Noi non facciamo irrigazione se non di soccorso” ci spiega Hubert “ciò significa che raccogliamo di meno rispetto a chi fa un altro tipo di coltivazione, però l’erba ha tutta un’altra forza e concentrazione che è garantita anche dalle nostre continue ricerche sulle varietà e sui loro possibili utilizzi. Inoltre secondo la nostra visione, le piante officinali non agiscono principalmente tramite principi attivi ma attraverso il messaggio che rappresenta la pianta: noi lavoriamo molto su questo, secondo noi il tipo di agricoltura ha un’ influenza diretta sul tipo di pianta che cresce ed ecco perché abbiamo scelto il metodo bioenergetico. Forza e chiarezza sono due principi fondamentali. La trasformazione delle erbe avviene appena raccolta la pianta, aspettare già delle ore implica una perdita del messaggio che le piante vogliono comunicare. Sul messaggio che le piante vogliono comunicarci, è importante capire anche che il nostro atteggiamento è fondamentale, ci deve essere una fiducia e una tranquillità di base da parte delle persone.13620876_1114118578634121_5467090609060905286_n

Il lavoro: il tempo, la sociocrazia e l’influenza sul prodotto

In Remedia “il lavoro è considerato un percorso di realizzazione personale a misura d’uomo in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale”. È per questo che come realtà imprenditoriale, Remedia dimostra anche un’attenzione e una sensibilità particolare al significato del concetto di lavoro. Secondo Hubert e Lucilla, è necessario lavorare il più possibile sull’avere un posto di lavoro il più armonico possibile, in quanto l’efficacia dei preparati di Remedia è direttamente collegata al benessere armonico del luogo in cui vengono realizzati. Ecco perché i collaboratori di Remedia sono liberi di decidere quanto lavorare e ci sono diverse persone che hanno scelto il part-time spontaneamente. Particolare attenzione è dedicata al processo decisionale all’interno dell’azienda: Remedia ha introdotto negli ultimi tre anni all’interno del proprio gruppo di lavoro la sociocrazia, un metodo decisionale basato sui valori della sussidiarietà, della trasparenza e dove ogni decisione strategica viene raggiunta tramite l’ascolto e la partecipazione di ciascuno dei membri del gruppo di lavoro.

Obiettivi e cambio di visione

Ci racconta Hubert che “forse la gioia più grande è quella di poter dare alle persone il messaggio che si può vivere in un altro modo: ormai credo che in Italia il sentimento di voler cambiare vita sia molto forte tra le persone. Il nostro esempio vorremmo che dimostri che si può fare economia in un modo diverso, noi ci confrontiamo giornalmente con le difficoltà (tra cui la burocrazia gioca un ruolo primario) ma testimoniamo che ce la possiamo fare anche con queste e speriamo che anche altri possano ripetere la nostra esperienza con un loro percorso. Diverse persone che sono passate di qui e hanno collaborato in passato con noi oggi lavorano individualmente o con altre realtà, per noi questa è una grande soddisfazione e realizzazione professionale. Noi non abbiamo segreti, pubblichiamo anche le formule dei nostri prodotti: vogliamo davvero che il nostro messaggio si diffonda il più possibile”.419672_340282929351027_284347715_n

In conclusione del nostro incontro, Hubert ci descrive come è cambiata nel corso degli anni la sensibilità delle persone sul mondo legato a Remedia e alle sue attvitità: “In passato, dopo due anni dalla nostra nascita, io e Lucilla di giorno coltivavamo le piante e di sera andavamo al mare a vendere i nostri preparati nelle bancarelle e nei mercati della riviera romagnola. Allora le persone che si fermavano al nostro banchetto, ci domandavano letteralmente: ma cos’è questa roba?! Era una gran fatica spiegare di cosa stavamo parlando e cosa realizzavamo. Oggi è tutto molto più semplice, la sensibilità riguardo al tema del benessere naturale è aumentata esponenzialmente, così come abbiamo notato che in questi ultimi tre anni c’è stata un’accelerazione enorme del cambiamento. Le persone sono sempre più pronte, è arrivato il momento in cui dobbiamo  decidere da che parte stare e non farci schiacciare dalla pigrizia e dall’illusione della sicurezza economica, mito che tra l’altro non esiste. Per noi rimane importante incoraggiare le persone, e facciamo del nostro meglio per farlo insieme a tante altre piccole realtà. Ecco perché la rete e il fare rete è sempre più importante tra le realtà che lavorano per realizzare un mondo nuovo”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-165-remedia-filiera-etica-locale-piante-medicinali/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una Scuola di Pratiche Sostenibili alle porte di Milano

Permacultura, agricoltura organica, corsi di autoproduzione. Alle porte di Milano, ospitata dalla Cascina Santa Brera, si trova la Scuola di Pratiche Sostenibili, uno spazio di sperimentazione aperto a tutti. Nel cuore del Parco Agricolo Sud alle porte di Milano sorge l’antica Cascina Santa Brera, un’oasi di bellezza e sostenibilità. Restaurata secondo i principi della bioarchitettura da Irene di Carpegna – la proprietaria – oltre ad essere un’azienda agricola biologica e un agriturismo, oggi la struttura ospita numerose attività formative per adulti, bambini e ragazzi.  Nel 2006 è stata fondata la Scuola di Pratiche Sostenibili iniziando la formazione per adulti con corsi di progettazione in Permacultura. Diversamente dai percorsi formativi che vengono svolti solitamente, qui le lezioni si distribuiscono durante tutto l’anno solare, arrivando anche a 160 ore di lezione. “Lo facciamo sia per approfondire gli argomenti trattati – spiega Roberta Donati, referente della scuola – sia per consolidare la rete umana e relazionale, non solo tra i frequentanti ma anche tra gli alunni e i docenti”.orto

All’inizio il numero medio di iscritti arrivava anche a trenta persone, oggi le cifre sono diminuite perché l’offerta formativa in questo ambito è aumentata molto, sia nella zona che in tutta Italia, e molti degli ex alunni sono diventati docenti avviando corsi in proprio o passando da alunni a docenti proprio all’interno della Cascina stessa. Sempre in ambito agricolo, un anno e mezzo fa è partito un corso di agricoltura organica rigenerativa, una pratica (non solo di coltivazione ma anche di allevamento) molto diffusa in Sud America – dove è nata – e in via di espansione in Italia anche grazie a realtà come questa che ne diffondono la conoscenza. Alla formazione hanno partecipato infatti piccoli agricoltori con aziende agricole a conduzione familiare ma anche consulenti e periti agrari che operano in tutto il paese e potranno a loro volta trasmetterne le tecniche.

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Oltre a permacultura e agricoltura organica, sono disponibili tantissimi corsi di autoproduzione, dal sapone ai formaggi, e dal sito della scuola si dà agli utenti la possibilità di segnalare esigenze e richieste. Anche per i più piccoli si organizzano nella cascina tantissime attività, con le famiglie e le scuole. Ogni estate la struttura ospita campi estivi dove bambini e ragazzi possono sperimentare la vita in cascina, prendendosi cura del’orto e degli animali, cucinando secondo la raccolta di stagione ma anche godendosi lunghe passeggiate nel Parco Agricolo, immersi in un magnifico paesaggio tra bosco, chiuse e canali.

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“L’agricoltura del futuro? Piccola, locale e naturale”

Da precario a contadino autodidatta, Gianni Fagnoli è oggi impegnato nel recupero dei frutti antichi della Romagna e, nel suo podere in provincia di Forlì, pratica e promuove quella che considera l’agricoltura del futuro: piccola, locale e naturale. Un approccio rispettoso della terra, che restituisce prodotti sani e gustosi. A Rocca San Casciano, sull’Appennino romagnolo alle spalle di Forlì, si trova un podere che produce frutti antichi e ritrovati della Romagna e che si dedica all’orticoltura naturale, castanicoltura e selvicoltura e allo sviluppo di un modello agricolo differente: piccolo, locale e naturale.PereVolpine

Il podere – chiamato “I Fondi” – appartiene a Gianni Fagnoli, agricoltore autodidatta che, dopo aver conseguito la laurea in scienze politiche, ha lavorato per anni con contratti provvisori (a tempo determinato, co.co.co, a progetto, ecc.). La sua vita cambia a luglio 2015 quando, oltre all’ennesima promessa non mantenuta di un contratto a tempo indeterminato, arriva anche l’occasione di rilevare 13 ettari di terreno a Rocca San Casciano. Insieme alla moglie e alla famiglia, Gianni decide di acquistare il podere e abbandonare una vita lavorativa precaria per dedicarsi a tempo pieno allo sviluppo del progetto “Podere I Fondi”.

“La mia famiglia – ci racconta Gianni – possedeva già una casetta con un ettaro di terreno in quest’area e a luglio 2015 è stato messo in vendita il fondo confinante, che conta circa 10 ettari di bosco più 3 ettari di terreno. Mio padre ha sempre avuto l’orto e mi ha trasmesso la passione per la terra, perciò quando mi è stato negato l’ennesimo contratto a tempo indeterminato, io e la mia famiglia abbiamo deciso di investire nell’acquisto del podere confinante. Il mio obiettivo è di elevare questo podere a presidio della biodiversità attraverso il recupero, la custodia e la riattivazione dell’antico patrimonio varietale e autoctono romagnolo”.I-Fondi-2

“Il lavoro di recupero del fondo è molto impegnativo e solo tre ettari sono adatti alla coltivazione vera e propria, il resto è bosco. Mio padre e mia moglie, quando non lavora, mi danno una mano, ma in genere sono da solo e non ho macchinari. Io lavoro soltanto con le mani e la zappa”, continua, “anche nel ripristino delle opere idrauliche e dei terrazzamenti, nel recupero della boscaglia degradata e nel restauro della storica “marroneta” (cioè il castagneto). Ho un impianto di circa un ettaro e mezzo di frutti storici della Romagna come le pere volpina e santa lucia; le pesche sanguinella e percoca romagnola; le albicocche reali di Imola; le melagrane verde di Russi e grossa di Faenza. Poi, nello spazio tra gli alberi da frutto coltivo la verdura di stagione. Ho anche frutta a guscio (marroni, noci, nocciole), nespole, mele cotogne e mele rosa, ma prediligo i frutti antichi perché, essendo stati selezionati dai contadini in centinaia di anni, sono piante molto rustiche che necessitano di pochissima acqua, hanno radici più resistenti e profonde, i frutti sono molto più saporiti e si conservano a lungo in modo naturale”.13782268_526743547522769_5591926286438914888_n

“Il mio personale approccio all’agricoltura – spiega Gianni – è di tipo sinergico, ma cerco di prendere il meglio da tutte le pratiche agricole naturali, ad esempio la biodinamica e la permacultura. Il terreno agricolo, nei primi 20 cm, è un vero e proprio ‘organismo’ vivente e vitale ed è fondamentale salvaguardarne l’auto-fertilità, avvalendosi della collaborazione degli organismi della rizosfera ed evitando l’aratura, che porta con sé la distruzione della sostanza organica, il dilavamento e la desertificazione del terreno. Qui ai Fondi cerco di rispettare ed assecondare la terra nel suo essere ‘organismo’, per portarne lo stato di salute e vitalità alla sua massima condizione, che è poi quella del ‘suolo forestale’. Per quanto riguarda i 10 ettari di boscaglia, sto cercando di ripulirla da rovi e piante infestanti (la maggior parte delle quali non sono nemmeno autoctone) per poter ripristinare il bosco originario, costituito di carpini, frassini, castagni”.

“L’agricoltura del futuro – conclude Gianni – sarà piccola, locale e naturale: non ha alcun senso distruggere e desertificare sistematicamente la vita del suolo per poi passare alla concimazione e ai trattamenti stabiliti dal modello agro-industriale. Deve farne un tesoro, una ricchezza da valorizzare, investendo in colture attentamente selezionate. Ciò che voglio ottenere qui ai Fondi è un cibo degno di questo nome per valori organolettici, biologici e gustativi, ottenuti rinnovando in modo naturale la fertilità generata dalla terra”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/agricoltura-futuro-piccola-locale-naturale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

In Liguria il libero scambio di semi e cultura

Il 14 e 15 gennaio nei pressi di Genova abbiamo potuto assistere ad una “due giorni” davvero fuori dal comune, caratterizzata dal premio Parole di Terra e dal Mandillo dei Semi. Tra interviste, conferenze di Giorgio Diritti e Massimo Angelini, scambio di semi e riunioni del consorzio la Quarantina, abbiamo potuto assaporare assaggi di un mondo che ci piace, un mondo in cui natura, cultura, coltura e relazioni siano davvero i protagonisti indiscussi del nostro presente e del nostro futuro. Nel 2012, mentre esploravo l’Italia in camper, ebbi il privilegio di incontrare a Genova Massimo Angelini, ruralista, filosofo della terra, “padre” del Mandillo dei Semi, della Rete Semi Rurali, della casa editrice Pentàgora  e tra i protagonisti della battaglia che ha permesso dal 2007 all’Italia di essere uno dei pochi Paesi europei in cui non è vietato lo scambio di semi.img_5215

Sì, sembra assurdo, ma prima anche da noi era vietato donare, scambiare e vendere i propri semi.
Angelini mi introdusse quindi a questi straordinari mondi e mi permise di scoprire che una volta all’anno, dal 2001, centinaia di persone si ritrovano nei pressi di Genova per scambiare semi (prevalentemente locali), esperienze, amicizie.

Quando un altro uomo speciale nonché agente del cambiamento ligure Davide Capone, pochi mesi fa ci ha proposto di partecipare al raduno di inizio 2017 non ho esitato un attimo ad urlare il mio entusiasmo. Ed è così che pochi giorni fa ho potuto toccare con mano, finalmente di persona, questo semplice, quasi banale e quindi straordinario evento di “pace”.IMG_5156.jpg

Massimo Angelini

“Quando nacque il Mandillo – mi spiega Massimo Angelini – in Italia eravamo praticamente gli unici a scambiare semi. C’eravamo solo noi e quelli della Fierucola di Firenze. Ora ci sono decine di eventi come questi, eppure ogni anno le presenze al nostro incontro aumentano. Non so dire se sia un segnale di aumento di consapevolezza o una moda”.

In un caso o nell’altro io trovo fantastico che questo tipo di incontri e di azioni stia avendo una diffusione così virale. Il 15 gennaio a Ronco Scrivia sono transitate, tra i banchi degli scambiatori di semi, oltre 2000 persone! Ma non è tutto. All’interno di questi due giorni, ho potuto assistere anche al premio letterario organizzato dall’Associazione Parole di Terra, che vedeva come ospite speciale il regista Giorgio Diritti. Ho assistito alla sua conferenza, ho apprezzato la proiezione di un suo documentario e soprattutto ho potuto conversare con lui e ne sono uscito ulteriormente arricchito.giorgio-diritti.jpg

Giorgio Diritti

Nel video che vi proponiamo, trovate un assaggio di tutto questo.
Nelle prossime settimane, avremo modo di approfondire gli incontri più significativi.
Buona visione!

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/liguria-libero-scambio-semi-cultura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Un Libro Bianco sul futuro delle foreste italiane

Il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura ha un obiettivo: realizzare un Libro Bianco sul futuro delle foreste italiane in cui raccogliere e sviluppare le proposte di valorizzazione e tutale uscite dal Forum che nei giorni scorsi ha visto impegnati istituzioni e associazioni nell’ambito della Rete Rurale Nazionale.Fall Color in Northern Italy's Val di Funes

Basta con la distorsione secondo cui le foreste sono semplicemente una risorsa economica; in realtà sono, e occorre riconoscerlo con urgenza, un patrimonio ambientale e paesaggistico,legato a valori storici, culturali, ricreativi e turistici. «Un bene comune in grado, cioè, di fornire servizi eterogenei che possono essere conciliati fra loro» spiegano dal CREA, anima del Forum che porterà al Libro Bianco delle foreste. «Proprio per questo, la tutela e la valorizzazione della risorsa forestale passano per una sua corretta e attiva gestione, che garantisca la sicurezza e il presidio del territorio, la salvaguardia del paesaggio e della biodiversità e il rilancio dei processi di sviluppo socioeconomico locale e del sistema paese».

Il Forum ha rappresentato un momento di confronto e partecipazione fra i principali soggetti nazionali e regionali coinvolti a vario titolo nel settore. L’incontro è nato con l’intento di definire in modo partecipato e condiviso, principi e indirizzi utili in ambito politico, normativo e operativo, necessari alla costruzione di un nuovo quadro politico e legislativo nazionale.

«È stato, quindi, un importante momento di riflessione per contribuire all’aggiornamento della Strategia Forestale Nazionale e alla redazione della nuova normativa nazionale in materia forestale». «Il Forum – ha spiegato Raoul Romano, referente CREA per la segreteria organizzativa del Forum – rappresenta il primo step di un percorso che troverà completamento con la redazione di un “Libro Bianco” per il futuro delle Foreste italiane in cui saranno raccolte e rielaborate le proposte emerse dal Forum».

A dicembre 2015 la superficie forestale italiana certificata PEFC (Programma per il riconoscimento di schemi nazionali di Certificazione Forestale) era di 824.048,76 ettari (cioè l’8% dei boschi italiani). La prima certificazione di Gestione Forestale Sostenibile PEFC in Italia è stata quella del Consorzio Forestale dell’Amiata che l’ha ricevuta il 7 maggio 2003 con i suoi 3181,61 ettari di faggeta e conifere, mentre l’Associazione Regionale PEFC Friuli Venezia Giulia (38 proprietari forestali per una superficie totale di 67.348 ha) ha ricevuto la certificazione l’8 luglio 2004.
Dopo l’approvazione degli standard di certificazione italiani a livello mondiale (29 ottobre 2004), il Gruppo PEFC Veneto ha ottenuto la certificazione di Gestione Forestale Sostenibile al gruppo costituito da 27 proprietari forestali, che comprende Enti, Regole, Comuni e Privati, per una superficie certificata complessiva di 35.195 ettari (nel 2015 83.714,74).  Il 17 dicembre 2004 anche l’Unione Agricoltori–BauerBund della Provincia di Bolzano (22.926 piccoli proprietari forestali) ha certificato 250.643 ettari, la più grande superficie in Europa con queste caratteristiche (nel 2015 301.247,31 ettari). La certificazione regionale del Trentino (Consorzio dei Comuni Trentini e Magnifivca Comunità di Fiemme),  ottenuta il 16 dicembre 2005, rappresenta altri 246.842 ettari di foresta produttiva distribuiti tra oltre 310 proprietari pubblici e privati (nel 2015 271.183,72). Poi dal 2006 ad oggi sono state certificati boschi e pioppeti e Consorzi forestali in Piemonte e Lombardia, ma anche in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, in Liguria e in Sardegna.

Fonte: ilcambiamento.it

Regione Lazio approva proposta di legge su Filiera Corta. Legambiente “Un passo fondamentale per un’agricoltura sana e sostenibile nel Lazio”

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In arrivo dalla Regione Lazio sostegno e finanziamenti alle tradizioni ed alle eccellenze agroalimentari del Lazio. Verrà istituito anche un logo da apporre ai prodotti delle aziende più virtuose.

13 ottobre, 2016

Sostenibilità

Ieri sera il Consiglio Regionale del Lazio ha approvato all’unanimità la proposta di legge 151 sulla Filiera Corta, volta a valorizzare e sostenere il consumo dei prodotti agricoli e alimentari di qualità provenienti dai territori della Regione. Con questa legge nel Lazio troveranno sostegno, finalmente, produzioni locali e peculiarità territoriali. Per filiera corta si intendono tutti quei prodotti rientranti in un circuito economico dove c’è rapporto diretto tra produttore e consumatore, in forma singola o associata.

“L’approvazione della proposta di legge sulla filiera corta è un passo davvero importante per l’agricoltura della nostra regione – commenta Roberto Scacchi presidente di Legambiente Lazio– e da oggi ci sarà più sostegno per tutti quei piccoli prodotti, custodi delle tradizioni territoriali e delle peculiarità agroalimentari del Lazio. Ora va concretizzato questo nuovo strumento legislativo costruendo un modello di agricoltura sostenibile e di qualità, e che sia volano per la green economy, per salvaguardare la biodiversità soprattutto nelle aree protette, nel rafforzare le vocazioni agricole territoriali, nel ridurre emissioni inquinanti da trasporto o da concimi chimici.”

Tra le altre cose la legge prevede: la promozione dei prodotti agricoli da filiera corta, l’assegnazione di logo apposito alle aziende che ne fanno uso per almeno la metà della propria filiera, vieta di somministrare di prodotti contenenti OGM, obbliga i Comuni a riservare nei nuovi mercati almeno il 20% ai prodotti provenienti da filiera corta, istituisce il Bando delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario, valorizza i prodotti provenienti dalla pesca “a miglio zero”.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Bill Mollison e la permacultura in Italia

Abbiamo intervistato Ignazio Schettini che sta portando avanti un ambizioso progetto di traduzione del manuale pubblicato nel 1988 da Bill Mollison, co-fondatore della permacultura scomparso pochi giorni fa.

Se n’è andato appena qualche giorno fa il padre fondatore della permacultura, Bill Mollison; il grosso di questo articolo invece è stato creato più di un mese fa. Spiace doverlo pubblicare dopo la scomparsa dell’uomo al quale si è ispirato. La redazione di Italia che Cambia ha deciso di rendergli omaggio in questo modo, sicura del fatto che contribuendo a diffondere gli studi sulla permacultura non si possa che giovare all’intero pianeta. Oggi pubblichiamo infatti l’intervista realizzata un mese fa ad Ignazio Schettini proprio sull’ambizioso progetto di traduzione del manuale di permacultura che Bill Mollison pubblicò nel 1988.

Chi è (era) Bill Mollison?

Bill Mollison è (era, n.d.r.) un nonnetto di 88 anni che ha co-fondato con David Holmgren la permacultura. Poi la disciplina nel corso degli anni ’80 è diventata un vero e proprio movimento. Holmgren a dire il vero era un alunno di Bill Mollison, poiché Mollison è sì uno scienziato, ma è anche prevalentemente un accademico. Dopo aver co-fondato il movimento ha diffuso la disciplina viaggiando per il mondo e facendo dei corsi, i noti Permaculture Design Certificate (PDC): i famosi corsi da 72 ore di progettazione in permacultura.bill_mollison_0111

Bill Mollison

 Cos’è la permacultura?

Mollison ha ideato una disciplina che viene definita come “una scelta di progettazione”: progettando o ri-progettando le fondamenta di una società in modo tale che questa possa soddisfare i propri bisogni senza però intaccare l’ambiente naturale e in molti casi rigenerandolo. Inizialmente si chiamava “permacoltura”, ma poiché non è solo una questione di coltura o di agri-coltura, il termine è poi stato ribattezzato“permacultura”, poiché necessita di un vero e proprio cambiamento culturale. La permacultura è appunto un sistema di progettazione che indica alla società come soddisfare le proprie esigenze nel rispetto dell’ambiente. Oggi purtroppo consumiamo tutto, senza pensare a cosa rimarrà alle generazioni future, dunque nel momento storico in cui ci troviamo applicare i metodi della permacultura non significa solo essere sostenibili, ma significa anche essere rigenerativi rispetto al danno che abbiamo causato sino ad oggi all’ambiente ed alle risorse naturali. Dovremmo riorganizzarci e fare delle 3 etiche il nostro motto, 1: cura della terra, 2: cura delle persone 3: ritorno del surplus alle prime 2 etiche; infatti qualsiasi surplus tu produca come individuo, coppia, famiglia, comunità, tanto di informazioni, quanto di energia, moneta, prodotto, qualunque surplus esso sia, deve ritornare alle altre 2 etiche. Quest’ultimo punto viene anche chiamato quello del “fair share” ovvero dell’equa condivisione. Basandosi su queste 3 etiche tutti quanti insieme, siamo in grado di riprogettare la società facendo in modo che questa si preoccupi anche di ciò che lasceremo alle generazioni future. Da qui il nome permacultura, ovvero cultura permanente. Un qualcosa che sappia vedere più in là e più a lungo delle normali politiche a cui siamo abituati.permacultura_bill_mollison1-700x330

Quindi la permacultura non ha a che vedere esclusivamente con l’organizzazione degli orti e dei giardini, dico bene?
Esatto, anche se è vero che il tutto parte da una questione agricola, visto che l’agricoltura è uno di quei settori che ha causato più danni all’ambiente. Lo stesso Bill Mollison dice che: “Non puoi definirti un rivoluzionario se non sei in grado di produrti del cibo” e aggiunge: “Se metti la tua opera, la tua energia, il tuo lavoro al servizio di un’industria che distrugge, sei un distruttore!”. Ma anche continuando a comprare o vendere prodotti plastificati ed imballati, non facciamo altro che contribuire alla distruzione. Dovremmo invece essere in grado di auto-produrci ciò di cui abbiamo bisogno partendo dal cibo, infatti uno dei principi più importanti della permacultura è: “prima di tutto metti a posto il tuo stomaco” in modo tale che tu possa anche ragionare sul resto. Poi si può riorganizzare ad esempio l’architettura, utilizzando materiali naturali e locali, sempre con la preoccupazione di rigenerare ciò che già esisteva e non di consumare. La permacultura ti dà una maggiore lungimiranza sulle scelte che ognuno di noi intraprende oggi. In definitiva si tratta proprio di buonsenso, nel senso più profondo del termine. Di occuparsi della popolazione presente e quella futura. Quindi per forza di cose la permacultura non è incentrata solo sulla questione agricola, ma indica strategie economiche, legali, amministrative etc. a supporto di una società che sviluppa una cultura permanente.

 

Parlaci del progetto di traduzione del manuale di permacultura che incredibilmente non era mai stato tradotto prima nella nostra lingua

La traduzione di “Permacultura – manuale di progettazione” (dal testo originale in inglese: “Permaculture – A Designer’s Manual”; Tagari, 1988) è praticamente ultimata, grazie al fatto che ci stiamo lavorando dall’aprile del 2015. Abbiamo creato un team di 10 persone, tra cui traduttori professionisti e tecnici permacultori. Come dici tu stessa è incredibile che in 30 anni questo preziosissimo libro, in tutto il mondo sia stato tradotto solo dai tedeschi e la Russia è il secondo paese che sta portando avanti una traduzione, ma non l’ha ancora completata. Noi abbiamo chiesto la possibilità di tradurre il testo direttamente alla casa editrice australiana, “Tagari”, fondata proprio da Bill Mollison e dalla moglie Lisa e abbiamo ottenuto il mandato per la traduzione con 12 mesi di tempo per poterla ultimare. Per questo abbiamo iniziato autonomamente prima, sapendo che l’opera sarebbe stata molto impegnativa e che i tempi per portarla a termine sarebbero stati ristretti. Ora, dopo la traduzione, c’è la fase di rilettura e revisione, proprio perché sono state 10 persone a tradurlo, con 10 cervelli diversi, che devono essere armonizzati in un unico stile. Anche noi tecnici abbiamo tradotto, a supporto dei traduttori ogni qualvolta non capissero i concetti, che sono abbastanza complessi, soprattutto se spiegati in inglese. Abbiamo dovuto fare le nostre ricerche e dobbiamo ancora farne delle altre. Ora appunto dovremo far fare la revisione di tutti e 14 i capitoli, rilegare il volume, confezionarlo e darlo ad un’agenzia di traduzioni esterna. Il 16 giugno 2017 è la data ultima entro la quale dobbiamo aver finito tutto.ignazio-schettini-con-bill-mollison

Ignazio Schettini e Bill Mollison

 

Perché avete deciso di lanciare una campagna di crowdfunding a sostegno del progetto?

Non avendo finanze a sufficienza per dar vita a questa start up si hanno a disposizione le banche e la raccolta fondi dal basso come strumenti per finanziar il progetto. Tu che faresti? Noi abbiamo deciso di affidarci alla sensibilità di coloro che di questo già si occupano, di coloro che sono le locomotive di questo movimento e che sono coloro che oggi nella nostra Italia che cambia fanno continuamente cultura. E’ con loro, insieme, che riusciremo nella realizzazione di questo progetto.

Quindi il vostro è in tutto e per tutto un lavoro di squadra

Certamente, la casa editrice “Laboratorio di Permacultura Mediterranea” è l’associazione stessa che ha raccolto queste persone, le ha messe insieme: sono tutti soci. Con la campagna di crowdfunding siamo appena partiti e nel contempo cerchiamo di dare la maggior diffusione possibile a quest’opera che potrebbe definirsi ragionevolmente “la Bibbia della permacultura”.

Chi è Ignazio Schettini e come mai ti sei appassionato di permacultura?

Ho studiato agraria fino all’età di 25 anni e poi ho lavorato per delle aziende vitivinicole dell’agro-alimentare. In seguito lasciai un lavoro redditizio a Londra per dedicarmi ad altro ed avere più tempo libero per pensare, perché sono convinto che molte delle problematiche di questa società siano legate proprio alla mancanza di tempo. Allora feci una lunga ricerca che mi portò finalmente a scoprire la permacultura. Un anno dopo organizzai un primo corso di permacultura di 72 ore che è visibile sul canale youtube  della nostra associazione, “MEDIPERlab” (Laboratorio di Permacultura Mediterranea). Fatto questo corso dovevo decidere se occuparmi sul serio della permacultura o meno. È una disciplina che ti strega nel momento in cui la conosci perché ti dà una visione del mondo completamente diversa, che pur facendo riferimento a precisi fondamenti scientifici, si basa fondamentalmente anche sul buonsenso e su una serie di principi etici insiti appunto nella permacultura (v. sopra). Decisi allora di partire per l’Australia perché è lì che è nata la permacultura. Girai tutto il continente con il Woofing  e andai a finire proprio nell’azienda agricola di colui che oggi si occupa di diffondere la permacultura a livello mondiale: Geoff Lawton e proprio lui mi mandò a lavorare da Bill Mollison in persona! Sono stato estremamente fortunato in quanto Bill non fa più corsi da anni ormai, ciononostante, grazie a Geoff ho potuto lavorare per tre mesi nell’azienda agricola di Bill Mollison, in Tasmania, a stretto contatto con lui; così stretto che in quel periodo sono diventato la sua ombra ed ho avuto un’opportunità davvero unica per conoscere da vicino il fondatore del movimento della permacultura. Tornato in Italia mi sono rimboccato le maniche ed ho deciso di partire proprio con la traduzione del manuale di permacultura, poiché mi sembra un passaggio dovuto per quanti in Italia si interessano di permacultura e non solo ed ho cominciato a cercare i traduttori che mi permettessero di realizzare questo sogno. Ed arriviamo ad oggi: dal 7 all’11 settembre scorso si é tenuta per la prima volta in Italia e più precisamente a Bolsena (VT) la Convergenza Europea di Permacultura (EUPC), un evento che ha rappresentato un importante momento di incontro e scambio per tutti coloro che si interessano di permacultura. Lì abbiamo ufficialmente presentato il nostro progetto per la prima volta al pubblico.convergenza-europea-di-permacultura-eupc-bolsena-7-11-settembre-2016

Convergenza Europea di Permacultura (EUPC). Bolsena, 7-11 settembre 2016

Tornando a Bill Mollison, ti ha detto da dove gli è venuta l’ispirazione per ideare la permacultura?
A Bill l’ispirazione gli è venuta dal fatto che l’Australia vive una situazione ambientale disastrosa a causa degli allevamenti bovini e della deforestazione ad essi strettamente legata ed anche a causa dell’industria estrattiva. Nel breve lasso di tempo che parte dall’epoca coloniale, l’Australia ha subito una distruzione ambientale estremamente accelerata. Bill Mollison ha vissuto questo scempio sin dalla nascita. Ecco perché i suoi studi scientifici lo portarono a cercare il modo per creare un sistema che potesse sostituirsi a quello vigente.

Quindi la lettura di questo libro la si può consigliare a tutti coloro che hanno a cuore il benessere delle persone e del pianeta, è così?

Proprio così: non è solo un per appassionati di permacultura. Bill Mollison in questo libro è stato capace di cogliere ed illustrare tutti gli aspetti di progettazione di un territorio e della società che vi risiede. È un libro che richiede tutta la tua attenzione e che ti appassiona se sei veramente interessato e motivato al cambiamento. Ed in questo particolare periodo storico di transizione da un sistema obsoleto ed ottuso il cambiamento è tangibile. Io stesso nel mio piccolo, nella mia transizione ad un’esperienza di vita più consapevole, mi accorgo di quanta gente stia compiendo questa transizione ed attuando il cambiamento. Il fatto che siamo in tanti ci permette di capire che le cose stanno effettivamente cambiando.  L’appello che faccio quindi, non è rivolto solo alla comunità italiana che si occupa di permacultura, ma a quanti hanno a cuore il futuro del pianeta: aiutateci a divulgare i temi affrontati nel libro: solo cooperando possiamo riuscire a pubblicare in Italia questo libro con tutti gli oneri e l’impegno che questo prevede.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/09/bill-mollison-permacultura-italia/

 

Fusione Monsanto-Bayer: dichiarazione di guerra a persone e ambiente

Due Terminator (industria dei farmaci e agricoltura) si sposano; o meglio, la Bayer si mangia la Monsanto pagandola la “quisquilia” di 66 miliardi di dollari. Così nasce un altro colosso che sferra un attacco ancora più pesante ad ambiente e persone.

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La lista di nefandezze di questi soggetti è interminabile e, quando si accorpano, lo fanno perché è la conseguenza naturale del capitalismo che non conosce altro che lo schiacciamento della concorrenza con tutti i mezzi; e per farlo bisogna mangiarsi più marchi possibili e partire all’assalto degli altri concorrenti. Di fronte a forze così soverchianti che controllano tutto, politici, giornali, televisioni, ci si sente impotenti. Pensate che macchine da guerra sono con le migliaia di persone che lavorano quotidianamente per fare credere alla gente l’impossibile: che i diabolici OGM sono cosa buona e giusta, che produrre sementi morte che non si riproducono e lasciano strisce di contadini sucidi e nella miseria siano il progresso. Vogliono brevettare la vita e farne un marchio di loro proprietà, praticamente così da diventare i nuovi Dei della nostra era. Ci vogliono far credere che inondare la terra di pesticidi, che inquinano tutto e sono la causa della tragica morìa di api, sia un beneficio per tutti noi. Senza api ci spegneremo tutti lentamente, ma di questo ai padroni della chimica e della farmaceutica non importa nulla, loro devono guadagnare, devono presentare agli azionisti il segno più a fine anno. A loro della vita, della natura, non interessa nulla, ma ci regalano spot meravigliosi, idilliaci, in cui ci dicono quanto è bello e buono quello che fanno. Come fermare questi colossi apparentemente inarrestabili e dalle forze economiche stratosferiche? Le loro bugie hanno le gambe cortissime e senza il loro gigantesco apparato di convincimento non potrebbero prosperare, tanto è assurdo e falso ciò che dicono e fanno. C’è chi spera nella politica ma i suoi tempi sono biblici e troppo spesso la politica, soprattutto ad alti livelli, è direttamente pagata e manipolata da questi soggetti in modo che ad ognuno venga garantita una sostanziosa fetta di torta: ai venditori di armi, chimica e medicinali, ai petrolieri, agli asfaltatori, ai produttori di auto, tutti ottengono la loro parte e agiscono come lobby sulle varie marionette governative. Ma soluzioni per opporsi a tutto ciò ci sono e sono quelle che stanno percorrendo molte persone che agiscono direttamente, senza aspettare una politica che non arriverà probabilmente mai o comunque troppo tardi. Queste persone comprano biologico direttamente dai produttori e sempre più spesso si autoproducono il cibo e l’energia, scoprendo che la prima prevenzione dalla malattie è una vita sana, il più possibile a contatto con la natura, e una sana alimentazione che non è certo quella dei Frollini del Mulino Bianco. Persone che non comprano i prodotti dei Terminator, persone che fanno cultura e aggregazione, che costruiscono alternative reali dal basso perché sanno che rafforzando la comunità e il locale, i mostri non avranno vita facile. Laddove le comunità sono unite e perseguono modelli alternativi di vita e lavoro, per i Terminator la vita è più dura e le loro fandonie fanno fatica ad essere bevute. Bisogna quindi creare orti comunitari, piantare alberi, proteggere varietà antiche, salvaguardare e scambiare sementi come fanno già da anni alcune importanti organizzazioni.  Costruendo una fitta rete di comunità che si riappropriano della basi dell’esistenza, del controllo diretto di ciò che mangiano, dell’energia che gli serve, le persone saranno sempre meno ricattabili e sempre più forti. Sembra una strada lunga e difficile ma è invece quella più breve, fattibile e dai risultati più concreti e duraturi. Certo, bisogna rimboccarsi le maniche e fare, smettendo di lamentarsi o inveire contro questo o quel politico seduti sulla propria poltrona di fronte all’ultimo modello di televisore ultrapiatto di mille pollici e centomila canali. E se lavorate per i Terminator, iniziate a pensare di scollocarvi, l’intero pianeta e i vostri figli e nipoti ve ne saranno grati; e come primo atto per festeggiare il vostro licenziamento, piantate alberi e fatevi un orto biologico.

Fonte: ilcambiamento.it

Consumo di suolo: l’Italia perde terra per l’agricoltura

La progressiva urbanizzazione del territorio italiano rischia di mettere in ginocchio la produttività agricola del nostro paese, con pesanti conseguenze anche sul rischio idrogeologico. Basterà una legge appena approvata dalla Camera a invertire la rotta?agricoltura

(Credits: Denkrahm/Flickr CC)

L’eccellenza italiana nel settore agroalimentare rischia di diventare presto un lontano ricordo. E il motivo è semplice: la percentuale di suolo fertile a disposizione degli agricoltori continua a diminuire. Secondo la Coldiretti, negli ultimi venticinque anni in Italia si è registrata una perdita del 28% della terra coltivata. Le conseguenze, in termini di quantità e qualità della produzione, sono ormai tangibili. In quindici anni sono scomparsi circa 140mila ettari di piante da frutto, tra cui mele, pere, pesche e albicocche, mentre il primato dell’enogastronomia Made in Italy è a forte rischio, tanto che la percentuale di carne, salumi, latte e formaggi importati dall’estero e immessi sul mercato italiano è ormai vicina al 40%. Secondo l‘ultimo rapporto dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul consumo di suolo, ossia la progressiva copertura artificiale del territorio dovuta all’urbanizzazione, la percentuale di territorio italiano urbanizzato è passata dal 2,7% degli anni Cinquanta a circa il 7% nel 2014. In particolare, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2013 il consumo di suolo ha inciso in prevalenza (60%) proprio sulle aree agricole coltivate.

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La politica recentemente ha provato a correre ai ripari, attraverso un disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo approvato dalla Camera lo scorso 12 maggio (vedi a seguire). La legge si pone un obiettivo ambizioso: arrivare all’azzeramento della cementificazione entro il 2050. “La legge va nella giusta direzione – sottolinea ancora la Coldiretti nel commentare l’approvazione del provvedimento – ma non basta: l’Italia deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile con un adeguato riconoscimento sociale, culturale ed economico del ruolo dell’attività agricola”. Ma le conseguenze del consumo di suolo agricolo, oltre a intaccare pesantemente la produttività, ricadono inevitabilmente anche sul dissesto idrogeologico. Secondo un altro rapporto dell’Ispra pubblicato lo scorso marzo, più di sette milioni di persone in Italia vivono in territori potenzialmente a rischio per frane e alluvioni. Alessandro Trigila, geologo dell’Ispra e co-autore del rapporto, spiega in che modo il consumo di suolo incide sul rischio idrogeologico: “I fattori che contribuiscono a quantificare il rischio sono tre: la pericolosità, cioè la probabilità che si verifichi una frana o un’alluvione in un certo posto e in un dato intervallo di tempo, gli elementi esposti, cioè la presenza di abitazioni e infrastrutture, e la vulnerabilità, ossia la propensione degli elementi esposti a essere danneggiati in seguito a un fenomeno violento. Un aumento del consumo di suolo comporta automaticamente un aumento degli elementi esposti, e quindi una crescita del rischio. Se poi ciò che si costruisce non è realizzato a regola d’arte, come a volte accade, si ha un aumento anche della vulnerabilità e il rischio cresce ulteriormente”. Altra cosa è quantificare quanto sia aumentato realmente il dissesto idrogeologico a causa del consumo di suolo: “Non avendo a disposizione mappe dettagliate dell’urbanizzato nel passato, non è possibile sbilanciarsi. Solo oggi siamo in grado di produrre mappe con un sufficiente grado di risoluzione, che potranno essere utilizzate come riferimento in futuro”.

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Tra il 2008 e il 2013 si è registrata una lieve flessione della velocità di avanzamento del consumo di suolo, che resta però alta: tra i sei e i sette metri quadrati al secondo. È difficile prevedere se la legge appena approvata sarà davvero sufficiente a cambiare il trend, soprattutto a breve scadenza, ma i numeri in gioco impongono un’inversione di rotta immediata, sia per preservare la produttività agricola del nostro paese che per evitare un’esposizione ancora maggiore dei cittadini al rischio idrogeologico.

La nuova legge sul contenimento del consumo di suolo

Con 256 voti favorevoli, 140 contrari e 4 astenuti, lo scorso 12 maggio la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo. Si tratta di una legge in qualche modo storica: è infatti la prima volta che nel nostro ordinamento viene introdotto il concetto di consumo di suolo. Per l’approvazione definitiva, si attende ora il via libera del Senato. Il provvedimento ha avuto un iter molto lungo: presentato per la prima volta nel novembre 2012 dall’allora ministro delle Politiche Agricole Mario Catania, è rimasto a lungo in naftalina prima di subire l’accelerata decisiva negli ultimi mesi. L’obiettivo del disegno di legge è arrivare all’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050, come richiesto dall’Unione Europea. Il punto di partenza per raggiungere questo traguardo è semplice: il consumo di suolo sarà consentito solo quando non esistono alternative al riutilizzo di aree già edificate e dismesse. E si parte da subito: tra le norme transitorie della legge c’è una moratoria di tre anni per tutte le costruzioni che comportino nuovo consumo di suolo, a meno che non siano già inserite in piani urbanistici. I comuni avranno poi un ruolo importante: dovranno predisporre censimenti di edifici e aree dismesse, per verificare se eventuali nuove costruzioni possano essere realizzate attraverso la riqualificazione di queste stesse aree degradate. Per fare questo, riceveranno finanziamenti statali e agevolazioni fiscali, mentre le procedure burocratiche saranno semplificate. Il ddl prevede infine che i fondi comunitari destinati a terreni agricoli non possano essere destinati a usi diversi per cinque anni.

Articolo Realizzato in collaborazione con il Master Sgp

Fonte: galileonet.it