La Vallescura: “Così produciamo una birra contadina sana e sostenibile”

La storia dell’azienda agricola “La Vallescura”, un’azienda a conduzione familiare con sede a Piozzano, nell’appennino piacentino, che si è dotata per prima in Italia di una malteria che ha permesso di realizzare una vera birra contadina di eccellenza, grazie anche alla coltivazione dell’orzo biologico nei propri campi. Un percorso che ha comportato anche una scelta coraggiosa di cambiamento di vita dei suoi fondatori. Una scelta che il tempo ha ampiamente ripagato e non solo in denaro. A Piozzano, nel cuore dell’appennino Piacentino, l’azienda agricola “Vallescura” è riuscita a chiudere la filiera agricola della birra artigianale, realizzando una birra contadina omonima, grazie al fatto di essere la prima azienda agricola italiana ad essersi dotata di una malteria.

La storia dell’azienda agricola inizia il 2 agosto del 1985. E’ il giorno in cui Mauro Lafranconi e sua moglie, originari della provincia di Lecco, decidono di lasciare i rispettivi lavori di perito elettrotecnico e di gestrice di un supermercato per realizzare il sogno di dar vita ad un’azienda agricola in un ambiente, quello di Piozzano, molto meno antropizzato e più legato ai cicli naturali: “mia moglie ha assecondato le mie pazzie” ci racconta Mauro “e abbiamo abbandonato il certo per l’incerto. L’unico modo razionale per tentare di realizzare quello che io chiamo il sogno lucido.”

La coppia dà vita ad un’azienda agricola che inizialmente si occupa soprattutto di cereali e zootecnia (allevamento di capre e pecore, con la produzione di un formaggio di qualità) per poi ampliare il suo interesse verso il mondo della birra artigianale. “E’ stato soprattutto grazie alla spinta dei miei tre figli, che lavorano insieme a noi in azienda. Nel 2008 abbiamo così scelto di realizzare una birra artigianale e agricola. In quegli anni quando in pochi ne parlavano, mentre oggi l’argomento è molto inflazionato e il settore in crescita. Noi volevamo che il nostro orzo biologico, che coltiviamo nei nostri terreni, diventasse materia prima per le nostre birre. Siamo stati in Germania a fare delle ricerche, che poi sono sfociate nella costruzione e nel brevetto di quella che è stata la prima micromalteria italiana.”

Nel 2009 arriva una prima grave battuta d’arresto: una frana colpisce duramente la casa della famiglia e una parte dell’azienda. Insieme al problema giunge però anche la soluzione: “nel 2010 la birra è diventata un prodotto agricolo, ma dopo la frana del 2009 abbiamo messo a disposizione la nostra malteria e i macchinari per altre aziende agricole e oggi realizziamo diverse birre a marchio per diverse aziende agricole. Questo perché, essendo noi sull’Appennino piacentino e non avendo una visione legata all’affarismo ma solamente alla passione per l’agricoltura sana, non abbiamo una grossa rete commerciale e lavoriamo moltissimo in conto lavorazione, il che ci permette di rendere sostenibile l’attività. Abbiamo identificato un luogo dove vivere e dove crescere la famiglia e la birra per noi è un modo che ci permette di vivere e sopravvivere.”img_2338

La birra Vallescura prodotta ha quattro nomi: Melodia, Armonia, Melania, Apami, Pociuo, ognuna è una diversa varietà di birra. Rifiutando la Grande Distribuzione e i circuiti più altisonanti, viene venduta principalmente attraverso i G.A.S. “ma stanno aumentando anche i consumatori sempre più consapevoli che la acquistano, anche perché noi cerchiamo di sensibilizzare le persone su cosa davvero significhi e comporti la qualità di un prodotto, che va di pari passo con la sua storia.”

Oggi due dei tre figli di Mauro, Daniele e Giacomo, e Mauro stesso lavorano a tempo pieno a questa attività: “io continuo anche a condurre un piccolo allevamento di maiali biologici” ci spiega Mauro “perché tutto lo scarto della produzione della birra come l’orzo, le trebbie di birra e i germogli essiccati vengono utilizzati nell’allevamento di questi maiali bradi. Invece di scappare all’estero, con sacrifici e abnegazione, i miei tre figli hanno deciso di rimanere qui e questo per me è un motivo di grande soddisfazione, oggi come nonno vedo le mie nipotine giocare nei prati e nel torrente, quindi non è solo un lavoro ma una scelta di vita e una condivisione di valori.”3

Concludiamo il nostro incontro con una considerazione di Mauro: “Per chiudere completamente la filiera bisogna avere una lucida follia e una grande grinta. Le normative privilegiano i grossi investimenti e i grossi agricoltori, un giovane che vuole realizzare una simile attività trova tantissime difficoltà, non ultime quelle burocratiche e amministrative. Deve sopperire una forza di volontà importante, ma le cose si possono fare grazie anche ad una lucidità di base che è indispensabile.”

Consigliamo vivamente la lettura di approfondimento di Giuliana Cassizzi sulla storia dell’azienda agricola “La Vallescura”, e cogliamo l’occasione per ringraziarla per la concessione del materiale fotografico e delle immagini video relative alla malteria.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/io-faccio-cosi-186-la-vallescura-birra-contadina-sana-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Nasce la Scuola diffusa della Terra

Fornire conoscenze e competenze pratiche nel settore dell’agricoltura ecologica offrendo nuove possibilità d’impiego. Nasce con questo obiettivo la Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni, un programma di formazione proposto dall’associazione Terra! e rivolto ai giovani in cerca di occupazione. L’associazione Terra!, nata nel 2008 e impegnata nella difesa del territorio, ha deciso di proporre un progetto di formazione ecologica rivolto a giovani aspiranti agricoltori. La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni intende mettere in connessione le piccole realtà agro-ecologiche offrendo una risposta concreta ai tanti giovani che in questi anni chiedono un aiuto per avvicinarsi all’agricoltura e, allo stesso tempo, vuole sostenere un modello agricolo ecologico, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità. Per saperne di più abbiamo intervistato Daniel Monetti, biologo ambientalista, responsabile di questo percorso formativo.DSC00728.jpg

Parlaci della vostra associazione e del perché avete deciso di fondare la Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni
Terra! è un’associazione ambientalista che mette in rete tante realtà che vogliono contribuire a un reale cambiamento attraverso metodiche radicali, nel senso positivo del termine, dopo aver preso le distanze dall’attuale modello di sviluppo e proponendo soluzioni alternative che risolvano realmente i problemi di natura ambientale e sociale. Quindi portiamo avanti sia progetti con altre associazioni, che campagne che mirano ad andare al nocciolo dei problemi fornendo determinate soluzioni. All’interno dell’associazione è particolarmente forte il campo dell’agricoltura e abbiamo tutta una serie di progetti, tra cui quello della Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni, un progetto finanziato da una fondazione privata (Nando and Elsa Peretti Foundation) che tiene conto di due filoni essenziali: la sostenibilità ambientale in campo agricolo promuovendo l’agroecologia, quindi agricoltura ecologica che prevede un approccio sistemico più complesso della semplice agricoltura biologica, mettendo in atto soluzioni radicali anche da un punto di vista delle filiere, delle vendite, dell’approccio culturale. Dall’altra, ovviamente nel suo piccolo, poiché trattasi di un’associazione ambientalista, no-profit, cerca di dare un esempio per quelle che possono essere le possibilità d’impiego per i giovani. Questo avviene attraverso delle borse lavoro per il tirocinio all’interno di aziende da noi conosciute già da tempo, ognuna con la sua peculiarità, ma che ha adottato soluzioni di coltivazione o d’allevamento in qualche modo radicalmente differenti rispetto a quelli che sono i modelli attuali e quindi anche da questo punto di vista è sembrato giusto averle come partner del progetto. Quindi siamo andati a coniugare l’agricoltura ecologica per cercare di ovviare al problema dell’impoverimento dei terreni, del drastico cambiamento dei paesaggi e della perdita di biodiversità con un problema di carattere sociale: oggi in Italia c’è un’alta disoccupazione giovanile, perciò ci sembrava giusto unire l’aspetto sociale con l’aspetto ambientale e coniugarli per trovare una soluzione. Chiaramente si tratta di numeri piccoli, ma ci piacerebbe che in futuro questa scuola possa servire da esempio di cui tenere conto e che possa essere d’aiuto per tante/i che hanno deciso di intraprendere un cammino alternativo ma non trovano una soluzione praticabile. Per dare valore scientifico alla Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni ci siamo dotati di un comitato scientifico che si avvale di docenti universitari e specialisti di vari settori dell’ecologia, ambientalisti e rappresentanti delle aziende agricole, che possa fungere da riferimento costante all’interno del progetto e che aiuti a portare avanti quella che è la nostra visione dell’agricoltura del futuro, con un approccio scientifico rigoroso, ma aperto alla sperimentazione, in quanto siamo coscienti del fatto che la scienza non sia una materia finita, ma in continua evoluzione.

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Ecologia, agricoltura di qualità e resilienza. Sono dei concetti chiave per voi, ci puoi spiegare perché?
Per cominciare la nostra scuola è stata intitolata ad Emilio Sereni (1907-1977) perché non è stato solo Ministro della Repubblica italiana, ma anche un personaggio di grande ispirazione a quel tempo, nel dopoguerra, per quella che era la visione dell’agricoltura del domani. Nel dopoguerra si operava la ricostruzione ed Emilio Sereni fu una delle prime persone a porsi il problema della conservazione del paesaggio rurale e ad esprimere il concetto che la terra è di chi la lavora e non di chi la gestisce. Nell’idea di Sereni, l’agricoltura moderna si sarebbe dovuta basare su piccole realtà, libere e volontariamente associate e lo spirito dell’agricoltura ecologica di nuova generazione affonda le sue radici proprio in questo modello, con aziende orientate alla riduzione dell’impronta ecologica, per ristabilire un equilibrio tra attività umane e risorse naturali. Per questo ci sembrava che intitolare questa scuola a Emilio Sereni non volesse dire sostanzialmente ritornare al passato, ma guardare verso il futuro. L’agricoltura di qualità infatti è un’agricoltura che prevede un nuovo approccio a tutto tondo che parte da una consapevolezza delle criticità legate all’attuale modello di sviluppo fornendo una serie di soluzioni a determinati problemi. Ad esempio ai cambiamenti climatici che anche quest’anno hanno provocato fortissime siccità in Italia. Questo tipo di agricoltura ecologica prevede ad esempio una gestione consapevole dell’acqua anche attraverso metodi di riciclo. Per far questo nel nostro progetto non portiamo soltanto avanti un’agricoltura di tipo biologico, ma anche un tipo di agricoltura biodinamica sinergica, che mette in sinergia varie specie vegetali e anche animali e quindi prevede una conoscenza del mondo agricolo non settorailizzata, un’agricoltura che guardi alle problematiche ambientali e sociali. Anche la permacultura è al centro dello scambio di saperi delle realtà coinvolte, infatti all’interno del progetto della Scuola Diffusa della Terra è presente anche una parte fondamentale di scambio di saperi tradizionali e non, per poter migliorare le aziende agricole che fanno parte del progetto. Oggi parlare di agricoltura di qualità e di resilienza può sembrare scontato, ma nei fatti non lo è per nulla. Partire da un approccio critico verso il proprio stile di vita non è affatto scontato. Per noi però ecologia, resilienza e agricoltura sono un trittico che può essere elemento di ripensamento e di critica costruttiva dello stile di vita attuale.  Nell’agricoltura tradizionale ci sono tanti sprechi e l’ecologia può diventare un concetto assai fumoso e abbastanza ampio, che però applicato alla vita di tutti i giorni riveste un ruolo fondamentale: dobbiamo ricordarci in ogni momento che il nostro pianeta ha risorse finite e dobbiamo trattarlo con rispetto. Con resilienza noi intendiamo una critica dell’attuale modello di sviluppo che prevede una serie infinita di sprechi e un totale disinteresse verso le risorse finite in cui anche l’autoproduzione è un concetto estraneo. Anche l’approccio dei coordinatori del progetto della Scuola Diffusa della Terra tiene in considerazione la possibilità del telelavoro in modo da evitare il più possibile spostamenti con mezzi inquinanti. L’idea di scuola diffusa ha un significato sia in campo agricolo che in altri ambiti, in particolare noi intendiamo una metodologia formativa che sia replicabile non solo da noi ma anche da altri e che possa appunto avvenire dovunque ci sia una maggiore consapevolezza sulle risorse limitate di questo pianeta.292

Come si accede ai vostri corsi e in cosa consistono?

Per accedere ai nostri corsi è necessario avereda alcuni requisiti base, come avere meno di 40 anni ed essere disoccupati o inoccupati, persone intraprendenti, tendenti all’innovazione e sensibili a tematiche ambientali o persone che in passato abbiano svolto attività di volontariato in associazioni ambientaliste; diamo modo di partecipare anche a coloro che vogliono cambiare totalmente vita, anche se poi durante il processo pre-selettivo si terrà conto di chi ha già avuto una formazione in campo agrario. Nel 2018 ci saranno 2 corsi, nel 2019 altri 2 e nel 2020 l’ultimo, per un totale di 4 anni e di 6 corsi di formazione in tutto. Attualmente stiamo definendo il secondo ciclo: il bando probabilmente uscirà a Novembre, la pre-selezione verrà fatta a dicembre, la comunicazione agli alunni prescelti a gennaio e poi i corsi inizieranno a marzo 2018. Comunque tutte le informazioni verranno messe sul sito. I nostri corsi prevedono 15 giorni di formazione teorica e altri 15 giorni di formazione pratica. Un mese in totale di formazione quindi in cui i giovani e le giovani saranno chiamati/e non solo ad apprendere le nozioni specifiche all’interno del concetto Scuola Diffusa della Terra, ma anche a metterle in pratica. Una peculiarità di questo progetto è anche che oggigiorno non si hanno tante possibilità di partecipare a tirocini pratici e per questo noi desideriamo dare un’opportunità ai/alle giovani anche in questo modo. Quindi un giovane avrà non solo l’opportunità di apprendere, ma anche di capire praticamente cosa vuol dire lavorare in un’azienda agricola. Dopo questa prima fase iniziale, attraverso un processo selettivo sceglieremo un tirocinante per ogni azienda che presterà la sua opera per sei mesi e porterà avanti il tirocinio con il tutoring da parte della scuola e pagato con una borsa lavoro, per dare ovviamente anche un incentivo economico al giovane che presterà servizio all’interno dell’azienda.

Dove si svolgerà il tirocinio degli studenti?

Con questo progetto di Scuola Diffusa abbiamo cominciato quest’anno, il primo ciclo di formazione è già terminato e attualmente ci sono tre tirocinanti che stanno svolgendo la loro opera all’interno di tre aziende una sul Monte Amiata in Toscana che si chiama il Felcetone, un’azienda che mira al recupero delle specie animali autoctone in via d’estinzione, nello specifico si stanno occupando del Suino nero macchiaiolo maremmana (una specie toscana che è stata recuperata nei boschi della zona), l’antico cavallo maremmano che rispetto al maremmano attuale è una specie maggiormente adatta al lavoro e quindi più robusta, la Capra di Montecristo, anch’essa una specie in via d’estinzione e presto arriveranno anche le Pecore Sopravissane, originarie dell’Appennino Centrale e anch’esse in via d’estinzione. L’altra azienda, La Tabacca, si trova invece nelle campagne sopra Genova-Voltri, si occupa di agricoltura sinergica, di permacultura e recupero di risorse di vario tipo, anche perché il territorio ligure è parecchio difficile. In particolare si occupa di progettazione ecologica basandosi sui principi della permacultura per attivare sistemi quali il recupero dell’acqua e la fitodepurazione, l’utilizzo delle risorse locali e le conoscenze tradizionali per la ristrutturazione della struttura aziendale e la sperimentazione di tecniche innovative. Nel Lazio poi lavoriamo con la Cooperativa Co.r.ag.gio, che si trova a Roma sulla Via Cassia, all’interno del Parco di Veio. Si tratta di una cooperativa di giovani agricoltori che si è avvalsa di un bando del comune di Roma per l’affidamento di terre pubbliche in stato di abbandono e attualmente è un’azienda multifunzionale che opera sia in campo agricolo che in campo socio-culturale attraverso una serie di iniziative. Nei 22 ettari si predilige la coltura di specie vegetali che necessitano di scarsa o scarsissima acqua. Nella scuola infatti vige anche la regola di promuovere le peculiarità del territorio, la preservazione del paesaggio, la salvaguardia dei semi rurali autoctoni.20150524_151257

Altri progetti rilevanti dell’associazione?

Siamo anche presenti a Lampedusa, dove stiamo realizzando un progetto di giardini e orti comunitari di alto valore sociale e ambientale, sperimentando alcune forme di massimizzazione della resa del raccolto anche per mezzo di cupole geodetiche. Il progetto viene realizzato dalla comunità locale dei lampedusani e coordinato da Terra!. si creano orti sociali in aree pubbliche inutilizzate, nel rispetto della biodiversità e del recupero delle risorse. L’orto comunitario in sè è un forte elemento aggregante per la popolazione, crea identità. Attraverso il coinvolgimento e  l’impegno di utenti diversamente abili del Centro Diurno di Lampedusa si cerca di eliminare le barriere apparenti e di creare comunità attorno a certi luoghi. Senza dubbio è un attività che crea valore,  soprattutto in termini sociali. Poi Lampedusa dal punto di vista ecologico deve tener conto del problema della scarsità dell’acqua, della perdita di specie autoctone e quindi si sta cercando di recuperare un dialogo anche con gli anziani contadini del luogo affinché affinché poi ci sia non solo la trasmissione di vecchi saperi tradizionali, ma anche la raccolta ed una conpreservazione di quelle sementi antiche che nel corso dei secoli si sono adattate a condizioni climatiche estreme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/nasce-scuola-diffusa-della-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Partiamo dal cibo che compriamo per cambiare il clima

Le parole di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sul clima hanno fatto da apripista: «Non c’è qualità alimentare senza rispetto dell’ambiente». E l’associazione ha lanciato “Menu for Change”, campagna internazionale sul rapporto tra cambiamento climatico e cibo.9659-10433

L’associazione Slow Food ha lanciato la campagna “Menu for Change”, che evidenzia la relazione tra produzione alimentare e clima che cambia. L’annuncio è stato dato dal fondatore di Slow Food, Carlo Petrini: «A chi si domanda perché un’associazione che si occupa di cultura alimentare dovrebbe promuovere una campagna sulle questioni del cambiamento climatico, posso rispondere questo: è incosciente chi si bea della qualità alimentare di un prodotto senza chiedersi se a monte c’è distruzione dell’ambiente e sfruttamento del lavoro».

Tutti noi, ha continuato Petrini, «siamo responsabili di quello che mangiamo e anche di quello che coltiviamo: «Il più grande terreno da coltivare è la lotta allo spreco. Tutte le istituzioni internazionali ripetono che siccome nel 2050 saremo 9 miliardi e mezzo “bisogna produrre più cibo”, ma già oggi abbiamo cibo per 12 miliardi di viventi. Significa che un’ampia parte di quello che viene raccolto, trasformato e venduto finisce nella pattumiera».

C’è un intero paradigma agricolo e agroalimentare da cambiare, mentre la produzione va concentrandosi nelle mani di pochi. Un esempio drammatico viene dalla filiera del pomodoro: «Tonnellate di pomodori arrivano in Italia dalla Cina, vengono lavorati e colonizzano i Paesi africani, invasi da scatole di concentrato prodotto da aziende con nomi come Gino e la bandiera tricolore sul barattolo. Questi marchi simil-italiani stanno distruggendo le produzioni agricole africane perché hanno prezzi perfino più bassi delle loro. Il risultato è che i giovani abbandonano la terra e vanno a lavorare come schiavi nei campi del Sud Italia. Siamo tutti chiamati in causa, le piccole azioni moltiplicate per milioni di persone possono cambiare il mondo».

A questi paradossi del mercato si aggiunge l’impatto devastante del cambiamento climatico. Tumal Orto Galibe, pastore del nord del Kenya, racconta che negli ultimi quindici anni «perfino l’aspettativa di vita si è ridotta. Nelle comunità dei pastori abbiamo visto un aumento delle patologie. Ed è sempre più difficile adattarsi a un clima che cambia nell’arco di mesi mentre prima cambiava nei decenni: nell’aprile di quest’anno, in una sola notte di piogge improvvise e torrenziali ho perso più di 230 capi di bestiame».

Un produttore di formaggi di Cuba ha raccontato di recente che l’isola ha già ceduto terreno al mare ed è stata battuta di recente da cinque diversi uragani, la cui potenza è correlata alla crescente temperatura delle acque. L’uragano Irma possedeva una potenza pari a 7mila miliardi di watt (circa 2 volte le bombe usate durante la guerra mondiale) e ha lasciato il 40% della popolazione priva di elettricità, danneggiando la parte più turistica del Paese. Non si tratta certo di impressioni individuali, perché ad avallarle ci sono i dati scientifici: «Siamo in chiusura della seconda estate più calda e della quarta più secca dal 1753, in Italia e in buona parte dell’Europa mediterranea» ricorda il climatologo Luca Mercalli.

Dopo il record del 2003, tutte le estati sono state più calde della media. Con conseguenze che l’agricoltura e l’alimentazione pagano fino in fondo: «Un recente studio francese ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle razze animali e i formaggi. Anche in alta montagna l’aumento delle temperature sta cambiando il modo di condurre gli alpeggi e i malgari sono costretti a tornare in pianura anche con un mese di anticipo. Siccità e parassiti arrivano dove finora non si erano mai visti».

Finora questi sconvolgimenti hanno avuto un impatto disomogeneo: alcune aree dell’emisfero nord ne hanno addirittura beneficiato. Ma non per molto ancora, affermano i ricercatori della Società Meteorologica Italiana Guglielmo Ricciardi e Alessandra Buffa: «Dal 2030 la riduzione dei raccolti vedrà un aumento esponenziale dei danni rispetto ai benefici».

Il settore agricolo è tra i più impattanti in termini di gas serra: con il 21% di emissioni è secondo solo alle attività legate all’energia (37%). La fermentazione enterica degli allevamenti industriali copre il 70% di questo dato.

«Non ci dobbiamo però concentrare solo sulla valutazione delle attività principali – avvertono i meteorologi – ma valutare le attività di preproduzione (mangimi e concimi) e di postproduzione (trasporto, stoccaggio, packaging). Le emissioni di CO2, poi, non sono l’unico parametro da considerare: vanno tenuti in conto anche il contesto geografico di produzione, la qualità dei suoli e il loro livello di tossicità e l’uso in quanto risorsa scarsa, l’utilizzo di acqua e di biosfera (water footprint e ecological footprint)».

Sebbene anche la Fao sottolinei la necessità di andare verso un’indagine multiprospettica, che tenga conto degli influssi del cambiamento climatico su sicurezza alimentare, nutrizione e perdita di biodiversità, siamo ancora lontani dall’avere una visione complessiva della filiera. Così come troppo poco sappiamo del funzionamento globale degli oceani, conferma il biologo marino Silvio Greco: «Mentre in terra il cambiamento climatico offre diversi segnali, nelle acque questo non avviene. Sappiamo per certo solo che l’oceano fa qualcosa di straordinario: ci dà il 50% del nostro respiro, immagazzinando CO2. Eppure noi lo stiamo mettendo in crisi».

Quest’anno i biologi australiani hanno decretato la morte della Grande barriera corallina, il reef più vasto del pianeta con oltre 2300 km di coralli ormai quasi interamente sbiancati. Ma non va meglio in acque a noi più familiari: «Il Mediterraneo è ancora più compromesso. Al problema dell’innalzamento dei mari qui si sommano la forte salinità di un ambiente chiuso, l’acidificazione, l’arrivo di 300 specie aliene invasive».

Il Mare Nostrum conserva il 25% della biodiversità marina mondiale e ospita il 30% dei traffici commerciali, ma ora conta anche 1 tonnellata di plastica ogni 3 tonnellate di pesce. Di fronte a tutto questo, conclude Greco, «non possiamo fare come Ulisse davanti alle sirene: la comunità scientifica è costretta a sentire il grido della Terra e a dire le cose come stanno».

Ma anche noi possiamo fare molto: scegliere cosa mettere nel piatto è un atto politico.

Fonte: ilcambiamento.it

Due aspiranti contadine in difesa della biodiversità

Valorizzare la biodiversità, diffondere la cultura dei semi antichi e delle erbe spontanee, promuovere il rispetto per la natura. È questa la missione delle “aspiranti contadine”, come loro stesse amano definirsi, Elena e Roberta, fondatrici dell’Associazione SemiLune e ideatrici di tantissime iniziative legate al mondo naturale, tra cui “Erbacce e dintorni”, festival che si tiene ogni anno a Bracciano, in provincia di Roma. Dal percorso umano e lavorativo delle due “aspiranti contadine” (come amano definirsi) Elena Rosa Carone Fabiani e Roberta Rossini, nasce a Bracciano in provincia di Roma l’Associazione SemiLune, da anni impegnata nel recupero della cultura del “mangiare sano” e nella diffusione dei saperi e delle competenze legati al mondo dei semi antichi, delle erbe spontanee, del saper fare manuale. Costruendo un ponte tra passato e presente, grazie al gruppo Facebook “Erbacce e Dintorni” da loro creato e all’omonimo Festival annuale scopriamo insieme il percorso dell’Associazione e il suo importantissimo contributo nella diffusione di questi temi. Elena e Roberta sono due contadine: guai a dirglielo, loro si autodefiniscono “aspiranti contadine” perché, come amano dire, “l’attività del contadino è un’attività estremamente delicata, basata sul rispetto, sulla cura, sull’attenzione e sull’umiltà. Noi tutti non siamo abituati a questo tipo di atteggiamento, siamo aspiranti contadine!”. Ma per essere due aspiranti, il loro percorso è già costellato di azioni che vanno ben oltre le sole intenzioni, e non solo sul “campo” (stavolta il termine è adeguato…), ma anche nell’impegno costante della divulgazione delle tematiche a loro care: i semi antichi, le erbe spontanee, l’attenzione al rispetto per la natura e alla valorizzazione della biodiversità. Tanto da organizzare un Festival nazionale per valorizzare tutto questo lavoro e per riunire sempre più persone interessate o incuriosite sull’argomento. Perché l’obiettivo principale dell’Associazione SemiLune, da loro fondata, è proprio la trasmissione di un sapere che è quello legato alla biodiversità. Facciamo un passo indietro. Elena Rosa Carone Fabiani lascia Roma nel 1986: al tempo lavorava nel settore manageriale, ma era giunto il momento di lasciare una città divenuta “sempre più inospitale”. Elena aveva già dei trascorsi familiari che la legavano fortemente al mondo naturale: “quando ero bambina facevo l’orto con mio zio ed è stato con mia nonna che ho imparato le prime nozioni sulle erbe spontanee e sui loro vari utilizzi”.

“Dopo aver lasciato la città, ho preso una casa in affitto qui a Bracciano per vedere se era la soluzione ideale per me. Poi dopo due anni appena sono riuscita a comprare un terreno, cominciando a produrre olio. Nel frattempo in questi anni ho insegnato nelle scuole elementari. Alla base di tutte le cose che ho fatto c’è sempre stato l’amore per la cura, la passione per far crescere qualcosa di importante”, racconta Elena.18813558_1526185610756517_1398830867076274262_n

Ora da un po’ di anni a questa parte si dedica esclusivamente all’attività agricola ed ha unito le forze con Roberta Rossini, che ha iniziato il suo percorso nella sua azienda agricola nel 2010, perché “prima mi sono occupata di altro: ho lavorato per tanti anni in una casa editrice e poi come educatrice in una casa famiglia. Anche io ho un trascorso familiare nella quale si faceva l’orto e si coltivava ciò che si mangiava e ho sempre sognato di poter tornare alle mie origini. Quando mi sono spostata in città per studio, ai tempi dell’università, sentivo fortemente la mancanza del contatto profondo con la natura.” Oggi Roberta ed Elena mantengono le due rispettive aziende agricole ma hanno unito gli sforzi: organizzano mercati in comune e sono protagoniste della nascita dell’Associazione SemiLune.

L’Associazione SemiLune: dare forma concreta ad una prospettiva

Oltre al desiderio divenuto realtà di diventare “aspiranti” contadine a tutti gli effetti, il sogno di Elena e Roberta è sempre stato quello di poter condividere e diffondere i saperi della tradizione legati alla biodiversità, alla conoscenza e salvaguardia delle proprietà dei semi antichi e delle erbe spontanee. “Noi pratichiamo un’agricoltura completamente naturale” ci spiega Elena “senza l’uso di nessun tipo di prodotto chimico. Facciamo crescere le cosiddette “erbacce” tra i nostri ortaggi ma sempre in maniera controllata: questo perché esse rappresentano una ricchezza infinita sia per quanto riguarda la biodiversità ma anche da un punto di vista alimentare, perché si possono mangiare. Nei nostri mercati spesso le vendiamo e consigliamo a chi ci viene a trovare come utilizzarle e cucinarle.

Lavorare in questo modo ci ha consentito, nonostante la fatica che richiede questo approdo, di conoscere davvero il concetto di prendersi cura e abbiamo così deciso di promuoverlo sempre di più,per cercare di creare una rete tra quanti si occupano di natura, biodiversità, sostenibilità e cibo sano, promuovendo progetti e collaborazioni in tal senso per riscoprire e diffondere un patrimonio naturale e culturale che, attualmente, è a conoscenza solo di pochi appassionati”.

Nasce così nel 2014 l’Associazione SemiLune, per dare una veste formale alle attività che Roberta ed Elena hanno sempre realizzato. Fin dall’inizio l’obiettivo dell’Associazione è stato quello di lavorare sul territorio: fin da subito si è iniziato con delle collaborazioni e dei laboratori con le scuole, per poi proseguire con una delle attività più importanti per l’Associazione che è la coltivazione, la salvaguardia e lo scambio di semi, con eventi dedicati allo scopo di creare una rete tra coltivatori e appassionati che possano continuare a coltivarli e a diffonderli, in collaborazione con altri gruppi come Seed Freedom e  Amici dell’Orto 2.19059699_1532508353457576_4638566577477673865_n

Oltre a questo, periodicamente l’Associazione SemiLune propone dei corsi di una o più giornate, con nozioni teoriche e pratiche, per imparare a riconoscere e a utilizzare le erbe spontanee. L’Associazione è anche la promotrice di un Gruppo di Acquisto Solidale, che coinvolge alcune aziende del territorio che operano nel territorio sabatino (il territorio che comprende anche Bracciano) attivo dall’aprile 2016, che il giovedì pomeriggio distribuisce i prodotti a chi non può recarsi al banchetto mattutino “Bricchiorto e Ortoggi”, dove ogni martedì e giovedì mattina Elena e Roberta distribuiscono le erbe spontanee e gli ortaggi dei loro terreni e dove “ogni giorno consigliamo direttamente alle persone come cucinare o utilizzare come tisane le erbe spontanee di ogni tipo, non solo quelle che abbiamo noi al banchetto. È una specie di missione quotidiana la nostra, perché le persone hanno perso il contatto con la natura e aiutarle a ritornare a queste conoscenze può essere un aiuto per ritrovare una forma di benessere. D’altro canto, nel nostro Gruppo di Acquisto le aziende agricole partecipanti sono portate avanti soprattutto da giovani che hanno fatto il loro percorso di studi e poi sono tornati alla terra, riprendendo le attività dei genitori e dei nonni. È un segnale importante questo per noi, vuol dire che anche da qui si può diffondere un bagaglio esperienziale che è antico”.

“Nel corso del tempo” approfondiscono Roberta ed Elena “possiamo affermare che abbiamo incontrato sempre più persone interessate a queste tematiche, ai nostri corsi e incontri sono sempre più numerose. Non abbiamo certo numeri da massa critica, ma sarà interessante vedere quanto e come questa continua curiosità si evolverà nel tempo. Stesso discorso vale per la nostra Associazione, che si è arricchita del contributo di più persone e di competenze per poter lavorare al meglio sugli eventi di divulgazione che organizziamo.”  Uno di questi eventi, giunto alla terza edizione e che attrae persone anche al di fuori del territorio di Bracciano, è il Festival di Erbacce e Dintorni, nato quasi per gioco…21272165_10214067331902363_3416158247912963557_n

Erbacce e Dintorni: il festival della biodiversità

Roberta è una persona alla quale piace molto sperimentare diverse forme e possibilità per poter comunicare ciò che ama a chi desidera apprendere. Da anni, tramite la sua pagina aziendale su Facebook, ha cominciato a pubblicare foto di erbe spontanee, semi e ortaggi rari e antichi ed altre curiosità legate alla conoscenza della natura. Dopo un po di tempo alcuni conoscenti, avendo notato questa sua predisposizione, gli suggeriscono: “perché non ci fai un gruppo dedicato?”. Fu così che nacque per caso “Erbacce e Dintorni”, gruppo Facebook che attualmente conta quasi quarantasettemila membri e che riunisce una comunità di persone appassionate del tema delle erbe e della natura in generale: “le persone postano foto di erbe e piante, solitamente chiedendo agli altri di aiutarli ad identificarne il nome” spiega Roberta “Il termine Dintorni perché il gruppo non è strettamente legato al mondo delle erbe spontanee, ma volto alla conoscenza e al confronto su tutto ciò che la natura ci offre e come possiamo utilizzarlo senza deturparla. Compreso il rispetto per la fauna”.

Dato l’insperato successo della pagina, l’Associazione SemiLune ha deciso così di organizzare un Festival-Raduno  nazionale della pagina, giunto alla terza edizione che si terrà a Bracciano dal 15 al 17 settembre 2017, un festival nato allo scopo di far incontrare le persone iscritte al gruppo ma non solo,per valorizzare i saperi della tradizione, delle erbe spontanee e della biodiversità grazie a laboratori, conferenze, buon cibo, una mostra mercato, musica, proiezioni e molto altro.

“Uno dei nostri obiettivi come SemiLune”, ci raccontano Elena e Roberta “è quello di rendere questo Festival un esperimento che possa essere sentito come proprio da tutti. Per ragioni logistiche lo realizziamo nel nostro territorio qui a Bracciano, ma il nostro desiderio è coinvolgere sempre più le persone affinché tutti i corsi e i laboratori siano in futuro gratuiti e aperti a tutti. Un altro forte desiderio è quello che l’esperienza possa ripetersi in altri luoghi d’Italia, che il Festival possa essere replicato da coloro che lo sentono come un’iniziativa importante anche al di fuori e lontano da Bracciano perchè in tanti ci scrivono che vorrebbero tanto venire ma purtroppo la distanza fisica diventa un ostacolo. Un Festival davvero condiviso e che rispecchi il principale obiettivo per cui SemiLune lavora da anni: creare una rete tra quanti si occupano di natura, biodiversità, sostenibilità e cibo sano”.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/io-faccio-cosi-180-due-aspiranti-contadine-in-difesa-della-biodiversita/

Onu: “I pesticidi sono inutili e uccidono 200.000 persone ogni anno”

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi usati in agricoltura causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Un rapporto dell’Onu assesta un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso di questi prodotti sia necessario per garantire la produttività delle culture e combattere la denutrizione nel mondo.

I pesticidi chimici sono largamente utilizzati dall’agro-industria da svariati decenni. Prodotti ed applicati nei paesi industriali, sono ormai esportati ed imposti anche nei paesi così detti in via di sviluppo attraverso le stesse aziende produttrici, che si propongono come banche, fornitrici di sementi, fornitrici di agrochimici, acquirenti dei prodotti finali e formatori professionali, in barba al libero mercato.pesticides

Uno dei motivi principali del loro uso è quello di incrementare la produttività delle colture, un tema molto caro anche al mondo dello sviluppo internazionale, viste le proiezioni demografiche, che prevedono un incremento significativo della popolazione mondiale nei prossimi trent’anni, e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. La produttività è legata anche all’aumento della redditività per gli imprenditori agricoli, sia in Occidente che nei paesi in via di sviluppo. Il mantra è rimasto invariato per decenni: per sopperire alla domanda di cibo crescente e renderla accessibile al più grande numero di esseri umani è necessario usare pesticidi e fertilizzanti chimici in grandi quantità. Tuttavia, è comprovato scientificamente che l’uso di pesticidi chimici degrada l’ambiente e le specie animali, e non solo quelle che vivono in prossimità dei campi irrorati, perché aria, acqua, insetti e uccelli trasportano i composti chimici per migliaia di chilometri. Il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Stato della scienza sugli  interferenti endocrini, dichiara  che una serie di comuni prodotti chimici di uso quotidiano, pongono gravi problemi di salute tra cui il cancro, asma, riduzione della fertilità e anche difetti di nascita. La salute umana dipende da un buon funzionamento del sistema endocrino che regola il rilascio di alcuni ormoni che sono essenziali per le funzioni quali il metabolismo, la crescita e lo sviluppo, il sonno e l’umore. Tra i composti nocivi vi sono anche i pesticidi, collegati a diversi disturbi ormonali nelle donne e negli uomini, come i fibromi uterini, l’endometriosi, l’ipotiroidismo e la sindrome di Hashimoto, l’ipospadia e il cancro alla prostata, per citarne solo alcuni.1450513463_92abf89916_b

Il mese scorso (marzo 2017) un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) ha assestato un duro colpo all’uso dei pesticidi, dichiarando un “falso mito” il mantra ripetuto dalle aziende agro-chimiche che l’uso dei pesticidi sia necessario per garantire la produttività delle culture e dunque l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di azzerare il numero di persone denutrite. L’ONU sostiene che il problema della denutrizione sia causato da ineguaglianze e dunque sia fondamentalmente un problema di distribuzione, non di quantità. L’organizzazione continua lanciando pesanti accuse all’industria agro-chimica, tacciata di “negare sistematicamente i danni (causati dai pesticidi, ndr)” che invece causano “danni catastrofici sull’ambiente, la salute umana e la società; di usare “tattiche di marketing aggressive e immorali”; e di operare pesanti pressioni sui governi che hanno “ostacolato riforme e paralizzato le restrizioni internazionali sui pesticidi”. I pesticidi usati in agricoltura, emerge dal rapporto, causano 200.000 morti all’anno nel mondo, quasi tutti nei paesi in via di sviluppo, e non sono necessari per garantire l’aumento della produzione agricola per una popolazione in crescita. Una ricerca francese pubblicata a marzo 2017 sulla rivista scientifica peer-reviewed Nature Plants sembra dare il colpo di grazia a questo falso mito. Lo studio prende in esame quasi 1000 aziende agricole francesi che utilizzano quantità ingenti o viceversa, scarse, di pesticidi e ha rilevato che il 94% delle aziende non subirebbe un calo di produttività se tagliasse l’uso dei pesticidi, anzi, due quinti delle aziende aumenterebbero la produttività riducendoli, secondo il Guardian che oggi riporta la notizia (“Farms ‘could cut pesticides without loss’”, 7 aprile 2017). Per quanto riguarda l’uso specifico di insetticidi, così nocivi per le api che garantiscono il perpetuarsi della vita sulla Terra, lo studio afferma che un uso ridotto comporterebbe un aumento di produzione per l’86% delle aziende e che nessuna azienda ridurrebbe la quantità prodotta. Inoltre, il 78% delle azienda manterrebbe o aumenterebbe la propria redditività (ibidem).Tractor-spraying-pesticide-128Kb

Il problema, evidenziato anche dai ricercatori, è che l’agro-chimica monopolizza il settore non solo per quanto concerne la vendita di pesticidi e l’acquisto dei prodotti coltivati, ma anche per quanto riguarda la formazione degli agricoltori, che di conseguenza ignorano le alternative disponibili, efficaci ed economicamente efficienti, pensando che la chimica sia la sola opzione disponibile. Uno di questi pesticidi, il Chlorpyrofos, oltre a inquinare le acque italiane, è oggetto di diatribe legali proprio in questi giorni negli USA, dove l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) si rifiuta di bandirlo nonostante le proprie ricerche, pubblicate a novembre 2016 (quando Obama era ancora presidente) abbiano comprovato che incrementa del 140% il rischio di disturbi dello sviluppo nei bambini. Il nuovo capo di EPA è Scott Pruitt, legato al neoeletto Presidente Donald Trump, entrambi negazionisti del cambio climatico. Il glifosato, tra gli altri, sta causando gravissimi problemi ambientali e di salute in Costa Rica, come denunciano da molti anni le organizzazioni locali e da Transparency International. In Italia, la contaminazione da glifosato  interessa il 63,9% delle acque superficiali e il 31,7% delle acque sotterranee, nonostante gli esperti della Fondazione Mach  lo avessero negato o sminuito quando interpellati  dal quotidiano L’Adige nel 2014. I pesticidi sono eccezionalmente dannosi per gli ecosistemi e fortemente sopravvalutati per quanto riguarda la lotta alla fame. Il cittadino che sceglie di produrre e comprare prodotti biologici, magari rinunciando a qualcos’altro di meno importante, può contribuire a formare quella massa critica necessaria per cambiare gli equilibri di potere, preservare gli ecosistemi e proteggere il proprio sistema endocrino, fondamentale per la salute riproduttiva, mentale e psicologica.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/onu-pesticidi-inutili-uccidono/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Remedia, la filiera etica e locale delle piante medicinali

Una realtà imprenditoriale innovativa che realizza prodotti erboristici e cosmetici naturali, che coltiva e rispetta le proprie piante e i processi produttivi, che pratica la sociocrazia e diffonde un concetto di lavoro che va di pari passo con la bellezza. Tutto questo è Remedia, realtà romagnola simbolo di un’imprenditoria che cambia. Remedia è un’azienda agricola che coltiva con il metodo bioenergetico piante officinali, le raccoglie e le trasforma in preparati erboristici e in prodotti per la cosmesi naturali. Nasce negli anni novanta dalla visione e dall’incontro (di vita e di amore) di Lucilla Satanassi e Hubert Bosch, in occasione di un convegno sull’utilizzo dell’omeopatia in agricoltura. I due sin da bambini hanno avuto un forte legame con la natura, specialmente con gli alberi e le erbe.

Nel 1992 hanno cominciato questa attività nel podere dei genitori di Lucilla e oggi, dopo venticinque anni, Remedia è un’azienda “a misura d’uomo” che conta ventotto persone in organico, attenta al benessere dei propri collaboratori che sono liberi di gestire al meglio il proprio tempo lavorativo, che usa la sociocrazia come metodo decisionale e impegnata da sempre nella diffusione del messaggio delle piante, riconoscendo l’importanza delle forze invisibili in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale.

Che cosa fa Remedia

L’azienda Remedia si trova in un podere esposto a sud nell’appennino tosco-romagnolo, precisamente a Quarto di Sarsina in provincia di Forlì-Cesena. Il terreno è grande circa venti ettari, di cui sette coltivabili, il resto è bosco. Oltre il podere, Remedia ha in affitto altri terreni su cui coltivare le piante officinali. Realizza circa milleduecento prodotti in gran parte erboristici utili al benessere,tra cui spiccano lo Spirito degli Alberi,  i Fiori di Bach, i gemmoderivati, gli olii essenziali, ma anche tisane, oleoliti, estratti idroalcolici e altri tipi di estratti, e la bellezza con un settore dedicato alla cosmesi naturale. Oltre a questi prodotti, Remedia realizza delle miscele personalizzate: “Abbiamo un contatto diretto sia con persone che sono nostri clienti affezionati, sia con i nuovi” ci racconta Hubert Bosch “cerchiamo di consigliarli direttamente affinché possano diventare indipendenti nell’attenzione e nei rimedi da attuare per il loro benessere”.10525911_753155188063797_2157581847116323343_n

I punti fondamentali di Remedia

La missione primaria di Remedia è quella di diffondere il messaggio delle piante tramite la diffusione della conoscenza appresa da esse, per questo scopo Hubert e Lucilla hanno scritto dei libri e tengono corsi, seminari e conferenze anche all’estero. Uno dei punti più importanti legati a Remedia è la qualità delle piante e dei prodotti ricavati da esse: “Noi non facciamo irrigazione se non di soccorso” ci spiega Hubert “ciò significa che raccogliamo di meno rispetto a chi fa un altro tipo di coltivazione, però l’erba ha tutta un’altra forza e concentrazione che è garantita anche dalle nostre continue ricerche sulle varietà e sui loro possibili utilizzi. Inoltre secondo la nostra visione, le piante officinali non agiscono principalmente tramite principi attivi ma attraverso il messaggio che rappresenta la pianta: noi lavoriamo molto su questo, secondo noi il tipo di agricoltura ha un’ influenza diretta sul tipo di pianta che cresce ed ecco perché abbiamo scelto il metodo bioenergetico. Forza e chiarezza sono due principi fondamentali. La trasformazione delle erbe avviene appena raccolta la pianta, aspettare già delle ore implica una perdita del messaggio che le piante vogliono comunicare. Sul messaggio che le piante vogliono comunicarci, è importante capire anche che il nostro atteggiamento è fondamentale, ci deve essere una fiducia e una tranquillità di base da parte delle persone.13620876_1114118578634121_5467090609060905286_n

Il lavoro: il tempo, la sociocrazia e l’influenza sul prodotto

In Remedia “il lavoro è considerato un percorso di realizzazione personale a misura d’uomo in un contesto armonico e creativo di bellezza naturale”. È per questo che come realtà imprenditoriale, Remedia dimostra anche un’attenzione e una sensibilità particolare al significato del concetto di lavoro. Secondo Hubert e Lucilla, è necessario lavorare il più possibile sull’avere un posto di lavoro il più armonico possibile, in quanto l’efficacia dei preparati di Remedia è direttamente collegata al benessere armonico del luogo in cui vengono realizzati. Ecco perché i collaboratori di Remedia sono liberi di decidere quanto lavorare e ci sono diverse persone che hanno scelto il part-time spontaneamente. Particolare attenzione è dedicata al processo decisionale all’interno dell’azienda: Remedia ha introdotto negli ultimi tre anni all’interno del proprio gruppo di lavoro la sociocrazia, un metodo decisionale basato sui valori della sussidiarietà, della trasparenza e dove ogni decisione strategica viene raggiunta tramite l’ascolto e la partecipazione di ciascuno dei membri del gruppo di lavoro.

Obiettivi e cambio di visione

Ci racconta Hubert che “forse la gioia più grande è quella di poter dare alle persone il messaggio che si può vivere in un altro modo: ormai credo che in Italia il sentimento di voler cambiare vita sia molto forte tra le persone. Il nostro esempio vorremmo che dimostri che si può fare economia in un modo diverso, noi ci confrontiamo giornalmente con le difficoltà (tra cui la burocrazia gioca un ruolo primario) ma testimoniamo che ce la possiamo fare anche con queste e speriamo che anche altri possano ripetere la nostra esperienza con un loro percorso. Diverse persone che sono passate di qui e hanno collaborato in passato con noi oggi lavorano individualmente o con altre realtà, per noi questa è una grande soddisfazione e realizzazione professionale. Noi non abbiamo segreti, pubblichiamo anche le formule dei nostri prodotti: vogliamo davvero che il nostro messaggio si diffonda il più possibile”.419672_340282929351027_284347715_n

In conclusione del nostro incontro, Hubert ci descrive come è cambiata nel corso degli anni la sensibilità delle persone sul mondo legato a Remedia e alle sue attvitità: “In passato, dopo due anni dalla nostra nascita, io e Lucilla di giorno coltivavamo le piante e di sera andavamo al mare a vendere i nostri preparati nelle bancarelle e nei mercati della riviera romagnola. Allora le persone che si fermavano al nostro banchetto, ci domandavano letteralmente: ma cos’è questa roba?! Era una gran fatica spiegare di cosa stavamo parlando e cosa realizzavamo. Oggi è tutto molto più semplice, la sensibilità riguardo al tema del benessere naturale è aumentata esponenzialmente, così come abbiamo notato che in questi ultimi tre anni c’è stata un’accelerazione enorme del cambiamento. Le persone sono sempre più pronte, è arrivato il momento in cui dobbiamo  decidere da che parte stare e non farci schiacciare dalla pigrizia e dall’illusione della sicurezza economica, mito che tra l’altro non esiste. Per noi rimane importante incoraggiare le persone, e facciamo del nostro meglio per farlo insieme a tante altre piccole realtà. Ecco perché la rete e il fare rete è sempre più importante tra le realtà che lavorano per realizzare un mondo nuovo”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-165-remedia-filiera-etica-locale-piante-medicinali/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una Scuola di Pratiche Sostenibili alle porte di Milano

Permacultura, agricoltura organica, corsi di autoproduzione. Alle porte di Milano, ospitata dalla Cascina Santa Brera, si trova la Scuola di Pratiche Sostenibili, uno spazio di sperimentazione aperto a tutti. Nel cuore del Parco Agricolo Sud alle porte di Milano sorge l’antica Cascina Santa Brera, un’oasi di bellezza e sostenibilità. Restaurata secondo i principi della bioarchitettura da Irene di Carpegna – la proprietaria – oltre ad essere un’azienda agricola biologica e un agriturismo, oggi la struttura ospita numerose attività formative per adulti, bambini e ragazzi.  Nel 2006 è stata fondata la Scuola di Pratiche Sostenibili iniziando la formazione per adulti con corsi di progettazione in Permacultura. Diversamente dai percorsi formativi che vengono svolti solitamente, qui le lezioni si distribuiscono durante tutto l’anno solare, arrivando anche a 160 ore di lezione. “Lo facciamo sia per approfondire gli argomenti trattati – spiega Roberta Donati, referente della scuola – sia per consolidare la rete umana e relazionale, non solo tra i frequentanti ma anche tra gli alunni e i docenti”.orto

All’inizio il numero medio di iscritti arrivava anche a trenta persone, oggi le cifre sono diminuite perché l’offerta formativa in questo ambito è aumentata molto, sia nella zona che in tutta Italia, e molti degli ex alunni sono diventati docenti avviando corsi in proprio o passando da alunni a docenti proprio all’interno della Cascina stessa. Sempre in ambito agricolo, un anno e mezzo fa è partito un corso di agricoltura organica rigenerativa, una pratica (non solo di coltivazione ma anche di allevamento) molto diffusa in Sud America – dove è nata – e in via di espansione in Italia anche grazie a realtà come questa che ne diffondono la conoscenza. Alla formazione hanno partecipato infatti piccoli agricoltori con aziende agricole a conduzione familiare ma anche consulenti e periti agrari che operano in tutto il paese e potranno a loro volta trasmetterne le tecniche.

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Oltre a permacultura e agricoltura organica, sono disponibili tantissimi corsi di autoproduzione, dal sapone ai formaggi, e dal sito della scuola si dà agli utenti la possibilità di segnalare esigenze e richieste. Anche per i più piccoli si organizzano nella cascina tantissime attività, con le famiglie e le scuole. Ogni estate la struttura ospita campi estivi dove bambini e ragazzi possono sperimentare la vita in cascina, prendendosi cura del’orto e degli animali, cucinando secondo la raccolta di stagione ma anche godendosi lunghe passeggiate nel Parco Agricolo, immersi in un magnifico paesaggio tra bosco, chiuse e canali.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/scuola-di-pratiche-sostenibili-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“L’agricoltura del futuro? Piccola, locale e naturale”

Da precario a contadino autodidatta, Gianni Fagnoli è oggi impegnato nel recupero dei frutti antichi della Romagna e, nel suo podere in provincia di Forlì, pratica e promuove quella che considera l’agricoltura del futuro: piccola, locale e naturale. Un approccio rispettoso della terra, che restituisce prodotti sani e gustosi. A Rocca San Casciano, sull’Appennino romagnolo alle spalle di Forlì, si trova un podere che produce frutti antichi e ritrovati della Romagna e che si dedica all’orticoltura naturale, castanicoltura e selvicoltura e allo sviluppo di un modello agricolo differente: piccolo, locale e naturale.PereVolpine

Il podere – chiamato “I Fondi” – appartiene a Gianni Fagnoli, agricoltore autodidatta che, dopo aver conseguito la laurea in scienze politiche, ha lavorato per anni con contratti provvisori (a tempo determinato, co.co.co, a progetto, ecc.). La sua vita cambia a luglio 2015 quando, oltre all’ennesima promessa non mantenuta di un contratto a tempo indeterminato, arriva anche l’occasione di rilevare 13 ettari di terreno a Rocca San Casciano. Insieme alla moglie e alla famiglia, Gianni decide di acquistare il podere e abbandonare una vita lavorativa precaria per dedicarsi a tempo pieno allo sviluppo del progetto “Podere I Fondi”.

“La mia famiglia – ci racconta Gianni – possedeva già una casetta con un ettaro di terreno in quest’area e a luglio 2015 è stato messo in vendita il fondo confinante, che conta circa 10 ettari di bosco più 3 ettari di terreno. Mio padre ha sempre avuto l’orto e mi ha trasmesso la passione per la terra, perciò quando mi è stato negato l’ennesimo contratto a tempo indeterminato, io e la mia famiglia abbiamo deciso di investire nell’acquisto del podere confinante. Il mio obiettivo è di elevare questo podere a presidio della biodiversità attraverso il recupero, la custodia e la riattivazione dell’antico patrimonio varietale e autoctono romagnolo”.I-Fondi-2

“Il lavoro di recupero del fondo è molto impegnativo e solo tre ettari sono adatti alla coltivazione vera e propria, il resto è bosco. Mio padre e mia moglie, quando non lavora, mi danno una mano, ma in genere sono da solo e non ho macchinari. Io lavoro soltanto con le mani e la zappa”, continua, “anche nel ripristino delle opere idrauliche e dei terrazzamenti, nel recupero della boscaglia degradata e nel restauro della storica “marroneta” (cioè il castagneto). Ho un impianto di circa un ettaro e mezzo di frutti storici della Romagna come le pere volpina e santa lucia; le pesche sanguinella e percoca romagnola; le albicocche reali di Imola; le melagrane verde di Russi e grossa di Faenza. Poi, nello spazio tra gli alberi da frutto coltivo la verdura di stagione. Ho anche frutta a guscio (marroni, noci, nocciole), nespole, mele cotogne e mele rosa, ma prediligo i frutti antichi perché, essendo stati selezionati dai contadini in centinaia di anni, sono piante molto rustiche che necessitano di pochissima acqua, hanno radici più resistenti e profonde, i frutti sono molto più saporiti e si conservano a lungo in modo naturale”.13782268_526743547522769_5591926286438914888_n

“Il mio personale approccio all’agricoltura – spiega Gianni – è di tipo sinergico, ma cerco di prendere il meglio da tutte le pratiche agricole naturali, ad esempio la biodinamica e la permacultura. Il terreno agricolo, nei primi 20 cm, è un vero e proprio ‘organismo’ vivente e vitale ed è fondamentale salvaguardarne l’auto-fertilità, avvalendosi della collaborazione degli organismi della rizosfera ed evitando l’aratura, che porta con sé la distruzione della sostanza organica, il dilavamento e la desertificazione del terreno. Qui ai Fondi cerco di rispettare ed assecondare la terra nel suo essere ‘organismo’, per portarne lo stato di salute e vitalità alla sua massima condizione, che è poi quella del ‘suolo forestale’. Per quanto riguarda i 10 ettari di boscaglia, sto cercando di ripulirla da rovi e piante infestanti (la maggior parte delle quali non sono nemmeno autoctone) per poter ripristinare il bosco originario, costituito di carpini, frassini, castagni”.

“L’agricoltura del futuro – conclude Gianni – sarà piccola, locale e naturale: non ha alcun senso distruggere e desertificare sistematicamente la vita del suolo per poi passare alla concimazione e ai trattamenti stabiliti dal modello agro-industriale. Deve farne un tesoro, una ricchezza da valorizzare, investendo in colture attentamente selezionate. Ciò che voglio ottenere qui ai Fondi è un cibo degno di questo nome per valori organolettici, biologici e gustativi, ottenuti rinnovando in modo naturale la fertilità generata dalla terra”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/agricoltura-futuro-piccola-locale-naturale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

In Liguria il libero scambio di semi e cultura

Il 14 e 15 gennaio nei pressi di Genova abbiamo potuto assistere ad una “due giorni” davvero fuori dal comune, caratterizzata dal premio Parole di Terra e dal Mandillo dei Semi. Tra interviste, conferenze di Giorgio Diritti e Massimo Angelini, scambio di semi e riunioni del consorzio la Quarantina, abbiamo potuto assaporare assaggi di un mondo che ci piace, un mondo in cui natura, cultura, coltura e relazioni siano davvero i protagonisti indiscussi del nostro presente e del nostro futuro. Nel 2012, mentre esploravo l’Italia in camper, ebbi il privilegio di incontrare a Genova Massimo Angelini, ruralista, filosofo della terra, “padre” del Mandillo dei Semi, della Rete Semi Rurali, della casa editrice Pentàgora  e tra i protagonisti della battaglia che ha permesso dal 2007 all’Italia di essere uno dei pochi Paesi europei in cui non è vietato lo scambio di semi.img_5215

Sì, sembra assurdo, ma prima anche da noi era vietato donare, scambiare e vendere i propri semi.
Angelini mi introdusse quindi a questi straordinari mondi e mi permise di scoprire che una volta all’anno, dal 2001, centinaia di persone si ritrovano nei pressi di Genova per scambiare semi (prevalentemente locali), esperienze, amicizie.

Quando un altro uomo speciale nonché agente del cambiamento ligure Davide Capone, pochi mesi fa ci ha proposto di partecipare al raduno di inizio 2017 non ho esitato un attimo ad urlare il mio entusiasmo. Ed è così che pochi giorni fa ho potuto toccare con mano, finalmente di persona, questo semplice, quasi banale e quindi straordinario evento di “pace”.IMG_5156.jpg

Massimo Angelini

“Quando nacque il Mandillo – mi spiega Massimo Angelini – in Italia eravamo praticamente gli unici a scambiare semi. C’eravamo solo noi e quelli della Fierucola di Firenze. Ora ci sono decine di eventi come questi, eppure ogni anno le presenze al nostro incontro aumentano. Non so dire se sia un segnale di aumento di consapevolezza o una moda”.

In un caso o nell’altro io trovo fantastico che questo tipo di incontri e di azioni stia avendo una diffusione così virale. Il 15 gennaio a Ronco Scrivia sono transitate, tra i banchi degli scambiatori di semi, oltre 2000 persone! Ma non è tutto. All’interno di questi due giorni, ho potuto assistere anche al premio letterario organizzato dall’Associazione Parole di Terra, che vedeva come ospite speciale il regista Giorgio Diritti. Ho assistito alla sua conferenza, ho apprezzato la proiezione di un suo documentario e soprattutto ho potuto conversare con lui e ne sono uscito ulteriormente arricchito.giorgio-diritti.jpg

Giorgio Diritti

Nel video che vi proponiamo, trovate un assaggio di tutto questo.
Nelle prossime settimane, avremo modo di approfondire gli incontri più significativi.
Buona visione!

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/liguria-libero-scambio-semi-cultura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni