Agricoltura sostenibile: usare un drone per limitare i pesticidi

PBK, startup dell’incubatore I3P del Politecnico di Torino, sta sperimentando un drone in grado di effettuare trattamenti mirati nei campi agricoli. Per risparmiare fitofarmaci e avere meno pesticidi nel piatto.agricoltura-drone-pesticidi

Meno pesticidi in agricoltura, meno pesticidi nel piatto. Questa è l’idea che sta alla base di una agricoltura sostenibile, dalla quale possa derivare una alimentazione sana e sicura per tutti noi. La tecnologia, per fortuna, può aiutare molto a raggiungere questi obiettivi. PBK, startup dell’incubatore I3P del Politecnico di Torino, sta lavorando in questa direzione con un primo prototipo di drone UAV (cioè radioguidato a distanza) finalizzato alla agricoltura di precisione. Cioè quel tipo di agricoltura che utilizza le più moderne tecnologie per minimizzare il lavoro e gli interventi fitosanitari in campo. Ad esempio tramite l’utilizzo di un GPS che, collegato alle macchine agricole, permette la guida automatica di trattori e mietitrebbiatrici. Oppure, come nel caso del “PBKopter“, tramite l’utilizzo di un drone che grazie alla elevata libertà di movimento può raggiungere i punti più ostici di una coltura agricola e spruzzare gli agrofarmaci solo dove effettivamente serve. Una strategia, per capirci, esattamente opposta a quella attualmente in uso negli Stati Uniti.

I trattamenti mirati – spiegano gli ideatori del drone – consentono di utilizzare solo la quantità di fitofarmaci necessari a garantire l’efficacia dell’azione, senza dispersioni nell’aria o a terra, con contenimento dell’inquinamento anche acustico“.
Con lo stesso drone si possono ottenere benefici, ad esempio, nella lotta alle zanzare: la leggerezza e manovrabilità del PBKopter permette interventi estremamente mirati e selettivi, ben diversi dalle vecchie disinfestazioni massicce effettuate spruzzando centinaia di litri di prodotti chimici sulle piante. Un esempio pratico sono le immense risaie del nord Italia, dove l’ambiente estremamente umido è perfetto per la proliferazione delle zanzare. Fino ad oggi, per limitare il problema, si è ricorso all’uso di elicotteri che spruzzavano veleno anti zanzare dal cielo, disperdendone una gran parte dove non serviva. Con il passaggio ai droni si potrà, al contrario, utilizzare solo la quantità realmente necessaria di prodotti chimici con un enorme risparmio economico e una maggior tutela per l’ambiente.

Fonte: ecoblog.it

 

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Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.9541-10298

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

Fonte: ilcambiamento.it

Dentro al santuario degli attivisti pro-ogm

L’anno scorso su twitter il vicepresidente di Monsanto, Robert Fraley, postò il link a un articolo secondo cui coloro che mantengono diffidenze nei confronti degli ogm sarebbero confusi, spinti dall’ideologia o vittima di disinformazione conseguenza dell’accesso libero alla cosiddetta “università di Google”, o addirittura teorici della cospirazione. Non avvertite anche in Italia la tendenza a etichettare così chi è critico? L’invito è a leggere le acute riflessioni di Colin Todhunter, scrittore indipendente che pubblica su diverse testate, tra cui Countercurrents e Global Research.ogm_ricerca_scienza

Dall’articolo di Colin Todhunter: QUI.

QUI il link postato da Fraley.

Fraley si chiedeva perchè le persone dubitassero della scienza e dava l’idea che coloro che criticavano gli ogm fossero degli agitatori o degli adepti della pseudo-scienza, spiega Todhunter nel suo articolo.

«L’industria e la sua corte di attivisti pro-ogm nel mondo scientifico e nei media hanno una visione del mondo che esige che la popolazione si inchini a qualche sorta di sacerdote della scienza le cui conoscenze e opinioni non devono mai essere messe in discussione (ascoltate questa recente presentazione alla Oxford Real Farming Conference, dal minuto 17:00). Esigono che crediamo ciecamente nella capacità della scienza di risolvere i problemi dell’umanità. Deferenza e fede sono le chiavi della religione. Il problema è che ricche multinazionali e ricchi individui hanno manipolato l’idea di scienza e sono riusciti a distorcere la ricerca scientifica. Hanno trasformato la loro vasta influenza economica in influenza politica, in controllo della scienza e delle istituzioni scientifiche. Il risultato è che gli istituti scientifici, i programmi di ricerca e chi la ricerca la fa sono oggi troppo spesso servi compiacenti degli interessi delle multinazionali. Lungi dal rendere libera l’umanità, il controllo della scienza e della ricerca scientifica e il dibattito influenzato dai media sono diventati uno strumento di inganno».

«La ragione per la quale così tante persone dubitano della scienza sta nel fatto che vedono quanto sia corrotta e manipolata dalle multinazionali. Quindi ritengono tali multinazionali irresponsabili e le loro attività e prodotti non adeguatamente regolati dai governi». Il sociologo Robert Merton ha sottolineato  come il patto tacito su cui si dovrebbe fondare la scienza vorrebbe una ricerca non dedita ad interessi personali, la vorrebbe votata alla proprietà intellettuale condivisa e comune, alla collaborazione e impegnata ad assoggettare i risultati a scrutinio organizzato e rigoroso. Non dovrebbero esistere i segreti, i dogmi e gli interessi privati».

«La realtà – prosegue Todhunter – è che le carriere, le reputazioni, gli interessi commerciali e i finanziamenti, tutto va nella direzione di minare questi fondamenti».

Scienza distorta, verità alterata

«Nel 2014 il segretario Usa per l’agricoltura, Tom Vilsack,invocava dati scientifici solidi a sostegno degli scambi alimentari tra Usa ed Europa. Le associazioni dei consumatori in Usa stanno spingendo per l’etichettatura degli ogm, ma Vilsack ha detto che mettere un’etichetta sugli alimenti per dire che contengono ogm “rischia di dare l’errata impressione che ci siano problemi di sicurezza”. Malgrado quanto Vilsack vuole farci credere, molti studi scientifici dimostrano che gli ogm rappresentano realmente un grosso problema di sicurezza e hanno anche conseguenze pesanti a livello ambientale, sociale ed economico (per esempio QUI su ogm e pesticidi in Argentina , QUI su come l’agricoltura ogni rappresenti un ecocidio in Sud America e QUI sugli effetti e l’impatto degli ogm)».

Vilsack non vuole permettere che i consumatori, malgrado lo richiedano, sappiano cosa mangiano; sta cercando di chiudere un dibattito scomodo per le multinazionali, perchè l’etichettatura darebbe la possibilità alla gente di rifiutare gli ogm. Eliminando i confronti aperti sugli ogm si vuole naturalmente chiudere la bocca a tutti i critici ed eliminare la discussione scientifica, politica e pubblica.

«Il concetto di scienza solida è stato manipolato – continua Todhunter – per un obiettivo preciso: gli ogm sono una strategia portata avanti dall’agrobusiness mondiale per controllare la proprietà intellettuale e le catene di approvvigionamento alimentare a livello globale».

«L’industria conduce studi inadeguati, a breve termine e nasconde i dati prodotti dalle proprie ricerche adducendo il segreto commerciale, ma ci sono ormai numerose ricerche che evidenziano i pericoli e i potenziali effetti dannosi degli ogm (si veda QUI e QUI). È stata accusata di falsità in India, di corruzione in Indonesia e intimidazioni contro chi sfida gli interessi delle multinazionali, così come di distorsione e censura dei dati scientifici  (si veda QUI e QUI)».

«Con l’obiettivo di modificare gli organismi per creare brevetti che assicurino sempre maggiori controlli su sementi, mercati e catena alimentare, il settore degli ogm si preoccupa solo di un certo tipo di scienza, quella che sostiene gli obiettivi dell’industria. Se veramente la scienza è tenuta in così alta considerazione da queste multinazionali, allora perché negli Usa non si etichettano i cibi ogm e non si permette che gli studi delle industrie siano pienamente accessibili e sottoposti a pubblico controllo invece di tenerli segreti, limitare la ricerca indipendente o ricorrere a tattiche manipolatorie? Se la scienza è tenuta in così alta considerazione dal settore degli ogm, perché allora in Usa si è permesso che i cibi ogm arrivassero sul mercato senza adeguati test a lungo termine? L’argomento usato come giustificazione è che i cibi ogm sono sostanzialmente equivalenti al cibo convenzionale. Ciò è sbagliato (si veda anche QUI). La “sostanziale equivalenza” è una strategia di mercato che semplicemente sottrae gli ogm dal tipo di controllo solitamente applicato alle sostanze potenzialmente tossiche o pericolose».

«Le industrie degli ogm sanno di soccombere nel dibattito scientifico (malgrado i pr assoldati sostengano il contrario), quindi catturano l’attenzione del pubblico propagando menzogne. Parte di esse si fondano sull’emotività: il mondo ha bisogno degli ogm per sconfiggere la fame. Ormai questo mito è crollato (si veda QUI , QUI e QUI)».

«La fede della gente nella ricerca è stata scossa a più livelli, non ultimo perché le multinazionali hanno accesso garantito alle decisioni politiche e stanno finanziando sempre di più la ricerca. Dice Kamalakar Duvvuru: “Andrew Neigbour, ex amministratore della Washington University di St. Louis, che ha gestito il legame milionario con la Monsanto, ammette che il denaro dell’industria arriva a certe condizioni: limita ciò che si fa, quando lo si fa e chi deve approvarlo”. La realtà è che Monsanto sta finanziando la ricerca non a beneficio dei contadini o della gente, ma per i propri interessi commerciali». La gente non dubita della scienza in sé, ma della scienza assoggettata alle pressioni delle multinazionali che vogliono ottenere risultati compiacenti oppure bypassare certe procedure. Basti leggere il rapporto Seedy Business per capire come la scienza sia vittima dell’agrobusiness. Scrive Claire Robinson: «Non sorprende che molti scienziati di enti pubblici e organizzazioni si alleino con l’industria degli ogm, dal momento che dipendono pesantemente dai fondi che arrivano da lì. Le multinazionali degli ogm hanno rappresentanti nei comitati universitari e della ricerca così come tra i decisori politici. Monsanto ha donato almeno un milione di dollari alla University of Florida Foundation. Alcuni scienziati accademici sono titolari di brevetti e sono coinvolti in spin-off che sviluppano ogm».

Per non parlare della revisione degli articoli che approdano sulle riviste scientifiche.

Scienziati come preti: opinioni personali mascherate da fatti

«Gli scienziati non rendono giustizia nè a se stessi nè alla scienza quando smerciano retorica sugli ogm». Si pensi a chi ha dichiarato che Greenpeace dovrebbe essere accusata di crimini contro l’umanità per la sua ferma opposizione agli ogm».

«Oppure a chi sostiene che certi enti agiscono come regimi totalitari responsabili della morte di milioni di persone solo perché propongono argomenti credibili e scienza a supporto della critica agli ogm».

«La realtà è che la retorica è il tentativo di chiudere la bocca ai critici e di marginalizzare le analisi legittime sulle vere cause della povertà e della fame e le soluzioni vere per un’agricoltura sostenibile che può sfamare l’umanità».

 

Fonte: ilcambiamento.it

Legge sulla Biodiversità: Il Senato approva. Il testo ora passa alla Camera

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Il Senato, con 211 voti favorevoli e 4 astenuti, ha approvato il disegno di legge sulla tutela e valorizzazione della biodiversità agraria e alimentare. Il testo ora dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva. Il provvedimento dispone la creazione dell’Anagrafe, della Rete, del Comitato permanente e del Portale nazionale, che andranno a costituire il sistema nazionale di tutela e di valorizzazione dell’agricoltura sostenibile. L’approccio della norma tenta di sistematizzare tutti i passaggi della filiera, attraverso educazione e integrazione delle competenze. Ricerca, conservazione e distribuzione, dunque, dovrebbero divenire momenti di un unico processo. Inoltre, il nuovo programma appoggia la lotta ai cambiamenti climatici e, quindi, si oppone alla deforestazione selvaggia. I punti più interessanti della legge, riportati anche nel comunicato di seduta del Senato, sono così riassumibili: 1) libero scambio delle sementi all’interno della Rete nazionale della biodiversità agraria e alimentare; 2) istituzione del Registro della biodiversità agricola, con l’agricoltore che ne diventa custode; 3) 500mila euro l’anno per il Fondo per la tutela della biodiversità e la creazione di una giornata sulla biodiversità agricola il 22 maggio; 4) sensibilizzazione dei giovani attraverso le scuole e il finanziamento di progetti da parte del ministero dell’Ambiente. La senatrice del Pd, Leana Pignedoli, relatrice del provvedimento, ha evidenziato che “l’obiettivo del ddl, è quello di dettare una normativa quadro che integri e metta a sistema la legislazione regionale, gli indirizzi di carattere internazionale e l’ordinamento nazionale nella materia“. Come riporta il quotidiano Repubblica, anche il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, si è detto soddisfatto per l’approvazione a Palazzo Madama. Ed ha aggiunto: “La legge sulla tutela della biodiversità rappresenta un passo fondamentale in questo senso: l’obiettivo è quello di salvaguardare la distintività delle nostre ricchezze naturali, vegetali e animali. Con questo provvedimento, infatti, riconosciamo il ruolo attivo che gli agricoltori svolgono come custodi del paesaggio e della biodiversità, per la conservazione dei nostri territorio“. Sul ddl hanno votato a favore anche i senatori del Movimento 5 Stelle. A tale riguardo, la senatrice Daniela Donno ha dichiarato: “In merito alla discussione del disegno di legge 1728 sulla biodiversità agraria e alimentare abbiamo formulato proposte migliorative, ed alcune sono passate in Commissione Agricoltura al Senato. Abbiamo ottenuto tempi legislativi certi: 90 giorni per l’emanazione del decreto ministeriale riguardante il Comitato permanente per la biodiversità agraria e alimentare. Nessuno finora si era posto il problema del termine temporale

Fonte: ecoblog.it

Streccapogn, agricoltura sostenibile per una comunità autosufficiente

Tenace, resiliente e attaccato alla terra. Sono queste le caratteristiche dello streccapogn, “stringi-pugno” in dialetto bolognese, un radicchio che cresce sull’appennino emiliano. Cibo biologico e a km0, filiera corta e recupero delle tradizioni locali sono invece gli obiettivi principali dell’omonima associazione, nata nel 2009 a Monteveglio, la prima Città in Transizione d’Italia.

La transizione ha un approccio sistemico, favorisce la partecipazione spontanea e sincera dei cittadini al percorso di cambiamento, non forza i processi e rispetta i ritmi naturali. Ma tutte queste caratteristiche, già sperimentate con successo nella creazione di comunità solidali e resilienti, potevano essere tranquillamente applicate anche in campo agricolo. È questo ciò che ha pensato alcuni anni fa Davide Bochicchio, “padre” degli Streccapogn: «Da molti anni mi occupo di ricerca in campo agroalimentare e dopo essermi avvicinato alla Transizione ho pensato di trasferire nel mio settore di competenza ciò che avevo appreso, applicando una visione sistemica ai miei interessi. Nel 2009 ho avviato un ciclo di conferenze sull’alimentazione sostenibile, poi mi sono reso conto che c’era bisogno di intervenire a monte, sul processo di produzione e trasformazione delle materie prime alimentari».vendemmia

Davide, che per lavoro conosce e frequenta il mondo del biologico italiano, ha provato a coinvolgere le attività agricole della zona, ottenendo però scarsi risultati: «C’era molta resistenza da parte dei contadini, troppo legati alle tecniche di coltivazione convenzionali e, in generale, alle loro abitudini». Allora l’azienda l’ha creata lui, insieme ad alcuni amici: «Abbiamo preso in gestione un’azienda biologica già avviata. Così è nata l’associazione Streccapogn». L’obiettivo? Creare inclusione in campo agricolo. «Produciamo, trasformiamo e vendiamo alimenti, diamo lavoro a chi vuole entrare in agricoltura, intesa come tutta la filiera dal seme al piatto finito. Tutto ciò che interessa il cibo per noi è agricoltura perché, come diceva Wendell Berry, “mangiare è un atto agricolo”». Ma l’associazione crea anche reddito, salari e mercato: «Chi lavora con noi naturalmente viene retribuito. Vogliamo anche porci come facilitatori nei confronti di piccole aziende che, per via delle caratteristiche e delle dimensioni della loro attività, sono tagliate fuori dai circuiti economici maggiori, tarati sul modello della grande industria. Possiamo vendere per loro conto il cibo che producono, comprarlo direttamente noi oppure trasformare le loro materie prime. Stiamo creando una comunità che abbia anche una propria autosufficienza economica».prodotti-1024x544

In tutto questo appare sempre con chiarezza l’imprinting transizionista: «Monteveglio in Transizione rimane la vision e il contenitore. L’associazione Streccapogn è la materializzazione, l’esempio pratico di come la transizione può funzionare. Ma dall’approccio di transition abbiamo preso anche un altro aspetto: l’importanza delle relazioni, che vanno coltivate a livello personale, di fiducia. Oggi siamo arrivati a condurre 25 ettari di terreni agricoli biologici in maniera totalmente gratuita e c’è la fila di persone che ci vuole lasciare i propri appezzamenti in gestione. Questo grazie alle reti di solidarietà che si sono create e che sono supportate da un’attività che assicura anche dei buoni risultati in termini produttivi ed economici». A proposito di reti, l’associazione è anche socia di Arvaia, la cooperativa agricola creata dai cittadini di Bologna, e di Campi Aperti, il gruppo di produttori biologici che organizza i mercati contadini e che fa capo a Genuino Clandestino, di cui pure gli Streccapogn fanno parte. «Il nostro obiettivo è l’inclusione, così entriamo in contatto e contagiamo positivamente le realtà a noi più affini, creando anche percorsi concreti di sostenibilità, come piccoli circuiti commerciali e filiere interne». Destinatari finali di questo percorso di messa in rete sono ovviamente i cittadini: «Portiamo avanti attività di formazione e divulgazione di una nuova cultura della sostenibilità, riforniamo i gruppi d’acquisto solidale, facciamo vendita diretta dei nostri prodotti nei mercati locali e presso gli amici e i sostenitori dell’associazione». Un circuito solidale e sostenibile che si autoalimenta, cresce e prospera, dimostrando tutta la propria resilienza.focaccia-1024x604

È un’epidemia di buone pratiche quella che si sta diffondendo e che, almeno in parte, ha le sue origini fra le colline di Monteveglio: «Quello che vedo in giro per l’Italia – conclude Davide – è che sta cambiando tutto: le possibilità si restringono, le idee buone emergono, il tempo stringe ma molti processi sono già attivati. Quello che stiamo facendo noi è il massimo, adesso e con i mezzi che abbiamo. Ciò che possiamo fare in più è scoprire nuove realtà, prendere esempio e contaminarle».

Visita il sito dell’Associazione Steccapogn.

Visualizza la scheda dell’Associazione Streccapogn sulla mappa dell’Italia che cambia.

Fonte : italiachecambia.org

“Basta ai pesticidi killer”: api attiviste in tutta Italia

In 26 città italiane gli attivisti di Greenpeace vestiti da api hanno visitato mercati ed eventi lanciando un appello per dire basta alla moria delle api e ricordare che la gran parte del nostro cibo dipende direttamente dall’opera di impollinazione delle api e altri insetti minacciati da pesticidi e pratiche agricole di stampo industriale.attivisti_greenpeace_api

Attivisti vestiti da api in tutta Italia per dire basta alla moria delle api. In 26 città italiane i volontari di Greenpeace hanno visitato mercati ed eventi con un appello  per ricordare che la gran parte del nostro cibo dipende direttamente dall’opera di impollinazione delle api che, insieme agli altri insetti impollinatori, sono a rischio a causa di pesticidi e pratiche agricole di stampo industriale. A Roma, in piazza Campo dei Fiori, uno “sciame” composto da una ventina di attivisti in costume da api ha portato il colorato messaggio a consumatori e commercianti. “Le evidenze scientifiche sulle conseguenze dei pesticidi più dannosi per le api sono chiare. Non possiamo permetterci di perdere le api e il resto degli impollinatori naturali: l’Italia e gli altri Paesi europei devono agire per vietare queste sostanze killer – afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace. – La drastica riduzione delle api è solo un sintomo di un sistema agricolo che ha fallito, basato sull’uso intensivo di prodotti chimici e ostaggio degli interessi di potenti multinazionali come Bayer e Syngenta. Incrementare subito metodi agricoli sostenibili è l’unica soluzione a lungo termine per salvare le api e l’agricoltura in Europa”.api_attivisti_greenpeace

Sul sito www.salviamoleapi.org Greenpeace ha lanciato una petizione indirizzata al ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Nunzia De Girolamo. Le richieste: vietare l’uso dei pesticidi dannosi per api e impollinatori a cominciare dai sette più pericolosi (clothianidin, imidacloprid, thiametoxam, fipronil, clorpirifos, cipermetrina e deltametrina), adottare piani d’azione per gli impollinatori al fine di sviluppare pratiche agricole non dipendenti da prodotti chimici e incrementare la biodiversità in agricoltura. “Sono già più di 50 mila i messaggi inviati in pochi giorni al Ministro De Girolamo. Le api e gli altri insetti impollinatori sono i migliori alleati degli agricoltori, fondamentali per la produzione di cibo. Per fermare il loro declino, dobbiamo vietare l’uso dei pesticidi più dannosi e investire invece sulla sostenibilità: meno sostanze chimiche, più finanziamenti per ricerca, sviluppo e applicazione di pratiche agricole ecologiche” continua Ferrario.api__attivisti_greenpeace

Il legame tra api, agricoltura e cibo che portiamo sulle nostre tavole è molto stretto. Fino al 35 per cento della produzione mondiale di cibo dipende dal servizio di impollinazione naturale offerto da questi insetti. Delle 100 colture da cui dipende il 90 per cento della produzione globale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api. Solo in Europa, ben quattromila varietà agricole dipendono dalle api. Su www.salviamoleapi.org è disponibile in esclusiva il trailer italiano del film-documentario “Un mondo in pericolo” (More than honey) del regista svizzero Markus Imhoof che descrive, con riprese spettacolari, la vita delle api minacciate dai pesticidi che la campagna di Greenpeace chiede di bandire. Inoltre si possono ascoltare le video testimonianze di apicoltori italiani ed europei, che raccontano i fenomeni di morie delle api e ricordano che tutti possiamo fare qualcosa per difenderle. Dal sito è possibile scaricare un kit di azione con un volantino informativo, moduli raccolta firme per la petizione, cartello per identificare “aree salva-api” – da mettere in giardini, orti e balconi dove non vengono utilizzati insetticidi –  informazioni sui fiori utili a fornire polline e quindi cibo per api e impollinatori e le istruzioni per costruire un rifugio per le api selvatiche.

Fonte: il cambiamento

Permacultura. Intervista ad Elena Parmiggiani

Il concetto di permcultura viene spesso associato a quello di agricoltura sostenibile. La permacultura, in realtà, è molto di più. Ne abbiamo parlato con Elena Parmiggiani esperta di Permacultura, Agricoltura Sinergica e Città in Transizione, che ci ha raccontato anche la sua esperienza al Krameterhof, azienda agricola di Sepp Holzer.permacultura_krameterhof

“Siamo nell’epoca del tempo senza attesa”

G. Zavalloni, “La pedagogia della lumaca”

A chi verrebbe in mente oggi, di piantare una ghianda sapendo che saranno i suoi pronipoti ad ammirare un maestoso albero secolare? Purtroppo abbiamo perso la capacità di aspettare: vogliamo tutto e lo vogliamo subito, in tempo reale, a qualunque costo, disposti a saccheggiare qualunque risorsa come se non ci fosse un domani. Nulla tra ciò che ci circonda è progettato per durare a lungo, dagli apparecchi tecnologici ai governi. In un contesto come questo, cosa c’è di più rivoluzionario di cercare di progettare ecosistemi sostenibili e permanenti? Cosa c’è di più affascinante e necessario della permacultura? Ne abbiamo parlato con Elena Parmiggiani esperta di Permacultura, Agricoltura Sinergica e Città in Transizione, collaboratrice della Rivista ViviConsapevole e della Fattoria dell’Autosufficienza, approfittandone anche per farci raccontare la sua esperienza al Krameterhof, l’azienda agricola di Sepp Holzer presso la quale organizzeremo un corso per italiani in giugno. Ora che anche in Italia il termine permacultura comincia a diventare lentamente più familiare si genera spesso confusione sul suo significato, spesso associandolo riduttivamente al concetto di agricoltura sostenibile. In realtà la permacultura è molto di più. Cosa rappresenta per te?

La mia esperienza con la permacultura risale al 2009 quando ho frequentato il corso di progettazione in permacultura con John Button. Subito dopo ho iniziato a cercare di fare chiarezza su cosa fosse davvero questo termine affascinante e a come applicarlo: cultura permanente. Col tempo mi sono resa conto che la Permacultura è tante cose, tanti strati differenti, si va dal “metodo di progettazione”, alla filosofia di vita, all’autoproduzione, all’indipendenza energetica, all’orto nelle scuole, alle Città Transizione (nate dall’idea di un permacultore), al modo nuovo di concepire la vita sociale, a nuovi modelli di fare impresa, al riduco riuso riciclo, alla lotta per salvare i semi dalle multinazionali e agli ogm, al come allevare i bambini, al come arrivare alla fine della propria vita, all’agricoltura rigenerativa, al recuperare saperi perduti e all’integrazione di nuove tecnologie, tra le quali la biomimetica basata sui modelli naturali. Insomma, tutto quello che attiene all’essere umano nelle sue varie esperienze di vita che si possono ricondurre ad una cultura permanente.permacultura_1_

Per me, per la mia esperienza, la Permacultura rappresenta prima di tutto un metodo di progettazione di ecosistemi: potente, intelligente e lungimirante. Questo metodo ci aiuta a creare ambienti umani sostenibili ed ecosistemi integrati, grazie al recupero di saperi tradizionali, a basi di conoscenza ecologiche e grazie alla scienza. D’altro canto è uno strumento, una filosofia di vita, tramite il quale le persone possono imparare a vedere il mondo con occhi nuovi e acquisire delle abilità e competenze che vanno dall’autoproduzione di cibo alla ristrutturazione di casa, solo per fare due esempi molto semplici. Non a caso il binomio permacultura e coltivazione è molto conosciuto, diffuso ed apprezzato, visto che un terzo delle risorse del mondo circa vanno nella produzione di cibo, cominciare a coltivare qualcosa, anche solo le erbe aromatiche, è un gesto rivoluzionario, che ci aiuta nel raggiungimento di un primo livello di indipendenza e che non trovo affatto riduttivo. Inoltre la Permacultura è anche un movimento di attivisti, di persone che vogliono cambiare il mondo e sono in cerca di un nuovo paradigma, e a quanto pare abbiamo almeno un Permacultore anche in Parlamento nel momento in cui scrivo. Con la permacultura ci si prende la propria responsabilità, si aderisce alle etiche e si applicano i principi in un ciclo di progettazione (osservare, riflettere, progettare, fare), sia che si facciano i germogli o il sapone in un appartamento di città, sia che si progetti un’azienda agricola di 4.000 ettari (un esempio dal Messico).

Quali sono ad oggi le esperienze più interessanti in Italia?

Le esperienze più interessanti per me sono quelle di Permacultura Sociale e delle Città in Transizione, presenti un po’ in ogni regione, un esempio famoso è TT Monteveglio, ma anche esempi di Permacultura Urbana a Venezia con Spiazzi, a Catania col Gruppo permacultura Sicilia ed in altre parti d’Italia c’è molto di quello che io chiamo fermento. Sono rimasta molto colpita dalle mie recenti visite in Sardegna e Sicilia dove c’è un grande movimento che include creazione di orti, mutuo aiuto, incontri, sviluppo di monete locali, bellissime esperienze con i bambini e tanto altro. Poi ci sono alcune storiche esperienze come l’ecovillaggio di Torri Superiore in Liguria e Basilico in Toscana e tanti altri esempi più recenti come Tertulia sempre in Toscana o Consolida in Emilia Romagna, che con grande impegno stanno portando avanti sogni che danno speranza a tutti noi. Non posso non citare i piccoli e grandi esperimenti di orti urbani a Roma e la miriade di orti sinergici che stanno punteggiando l’Italia, rendendo possibile anche lo stare in città e il non doversi trasferire in campagna. E come dimenticare la grande e bellissima esperienza che si sta diffondendo sempre più che sono gli orti nelle scuole. Come dice un grande permacultore, la Permacultura è rivoluzione cammuffata da giardinaggio bio! (Graham Bell, Permaculture – A Beginner’s Guide)

Ci sono aziende agricole che operano utilizzando i principi della permacultura?

Sì, anche se in alcuni casi le aziende agricole sono veramente giovani, con solo due o tre anni di attività alle spalle. Il tempo necessario per avere risultati “visibili” in un ecosistema a volte supera i 10 anni (affinché le piante crescano e prosperino) e in alcuni casi l’Azienda stessa si è focalizzata su zone o settori come la costruzione degli edifici, il risparmio energetico, la sostenibilità della produzione, l’apertura al pubblico per diffondere la permacultura, rendendo difficile a volte identificare chiaramente nella realtà idee che magari ci siamo fatti vedendo un documentario, leggendo un libro o solo sentendone parlare.permacultura_9

Aziende nel territorio italiano che sono nate grazie ad un progetto permaculturale sono tantissime, una tra le più famose è l’Azienda Agricola Terra ed Acqua nota come Cascina Santa Brera, che ha rotazioni con mucche, maiali, polli e un grande orto comunitario proprio alla periferia di Milano e che fa scuola di pratiche sostenibili.

Altri esempi molto interessanti sono:

– l’Azienda Agricola di Alessandro Caddeo in Sardegna, che impiega una rotazione di asini, pecore e galline;

– Ragas di Giovanni Zanni, azienda agricola sita nelle colline bolognesi è specializzata in piccoli frutti

e ancora la Roverella in Molise specializzata in coltivazione di foraggere.

Un esempio che non è esplicitamente permaculturale ma che rappresenta per me un vero modello è Remedia, azienda erboristica delle colline romagnole, che non solo è molto affascinante ma ci sono spunti concreti ed interessanti per imparare e da applicare nel proprio progetto.

Altre realtà, create dai pionieri della permacultura in Italia:

– Zebrafarm di Saviana Parodi con olivi ed altre colture;

– la Boa di Stefano Soldati con casa in paglia, orti e food forest;

– l’allevamento di maiali Cinta Senese di Fabio Pinzi;

– la Tana del Bianconiglio di Franz Quondam.

Io stessa lavoro presso un’Azienda Agricola nell’appennino romagnolo, la Fattoria dell’Autosufficienza.

Nel tuo percorso hai avuto esperienze formative e lavorative in questi ambiti in Italia e all’estero, pensi che la situazione sia molto diversa?

La cosa che si nota di più quando si va all’estero è l’anzianità di certi progetti. È abbastanza evidente che un progetto che ha 40 anni (sono 40 anni che la permacultura è arrivata in Europa) ed è magari di un solo proprietario ha un effetto dirompente su chi ha possibilità di conoscere il progetto e visitarlo. Penso sicuramente ai posti che ho visitato in Inghilterra, Austria, Germania, Spagna, Irlanda. Da noi tutto è cominciato con i primi pionieri nel 1994, soprattutto grazie ad un movimento di persone che volevano riavvicinarsi alla natura, creando comunità ed ecovillaggi, da informazioni che ho molti progetti sono decaduti quando le persone che li animavano si sono trasferiti, perdendo l’esperienza. È un peccato, avere perso tanti esempi di permacultura in Italia, ma forse questo ha portato ad un desiderio ancora più forte e straordinario di realizzare una cultura permanente su tutto il territorio nazionale._permacultura7

Questa estate organizzeremo un corso per italiani al Krameterhof, l’azienda di Sepp Holzer sulle Alpi austriache. Tu ci sei stata due anni fa, cosa ne pensi della sua esperienza?

Andare al Krameterhof è stato illuminante. Ho finalmente toccato con mano cosa significa un progetto dove tutto funziona da anni come un organismo, come un ecosistema e dove tutto è abbondanza (intesa come ricchezza a cui possiamo attingere e da cui possono trarre beneficio anche piante ed animali). Una ricchezza di acqua, di piante, di animali e pesci mai viste se non a Plitvice (che però è una riserva naturale croata). Il tocco di Sepp Holzer è ovunque e i risultati sono talmente concreti da lasciare una traccia profonda in chiunque ci vada. Il messaggio del Krameterhof è: sì tutto quel che si dice nei principi di permacultura si può fare concretamente e su vasta scala, permettendo anche agli agricoltori in posti svantaggiati di prosperare (il Lungau, la regione in cui si trova il Krameterhof, era una regione arretrata dell’UE fino a poco tempo fa). L’esperienza al Krameterhof è molto educativa e possiamo anche noi riprendere ed adattare le soluzioni proposte da Holzer alla nostra specifica esperienza italiana. Una cosa da ricordare è che ci vogliono a volte mesi, altre volte anni per ottenere risultati permanenti, soprattutto nel ristabilire l’equilibrio idrogeologico e ricaricare la falda acquifera, quindi non è lungimirante avere fretta.

Ci racconti qualcosa della tua esperienza al Krameterhof? C’è qualche cosa che non ti ha convinto?

Il Krameterhof è un’azienda agricola funzionante e produttiva di 45 ettari con circa 70 bacini d’acqua e un dislivello di circa 400 metri, progettata da Sepp Holzer e realizzata da lui e dalla sua famiglia. Sono partiti da scarsità d’acqua e una piantagione di abeti che stava impoverendo irrimediabilmente il terreno e con paziente osservazione hanno ottenuto risultati molto importanti. I quattro giorni passati al Krameterhof sono stati molto belli, ricchi di sorprese. Il clima era piovoso, eravamo in luglio e si stava decisamente bene con il maglione, ma appena si affacciava il sole vai di maniche corte e crema abbronzante! Ci hanno accolti molto bene, e subito siamo partiti per visitare il luogo. In quattro giorni abbiamo fatto su e giù per la montagna e abbiamo visto cantine, essiccatoi, casette di legno, le sorgenti, i laghi, l’allevamento di galline, pecore, mucche, maiali allo stato brado. Campi appena seminati, orti ricchi di verdure, luppolo chilometrico, tante tantissime trote, mi sono fatta una scorpacciata di lamponi e abbiamo fatto tantissime foto. Ho avuto l’onore di conoscere i figli di Holzer, persone veramente gentili e squisite che ci hanno accolto ottimamente! La cosa che mi ha colpito di più è stata l’abbondanza di lamponi, che da me a Reggio Emilia vengono ma ci sono voluti tre anni senza irrigazione per ottenere un raccolto decente. L’altra cosa bellissima, per me amante dei fiori e delle erbe spontanee, è stata la vitalità e la biodiversità del luogo, che ricordiamoci era una piantagione di abeti con un suolo orribile e poco profondo. Quarant’anni fanno una bella differenza, ma anche le tecniche adottate sono di aiuto per velocizzare le cose, infatti Holzer cambia periodicamente e sperimenta, soprattutto esplorando nuove nicchie di mercato.permacultura__6

Dove c’è acqua c’è vita e Sepp Holzer lo sa bene. Holzer però non si è limitato a creare dei laghetti, ogni singolo sasso nei suoi terreni svolge funzioni specifiche, le piante e gli animali altrettanto, così come ogni terrazzamento e rialzo nel terreno. Per avere trote e gamberi di acqua dolce, così come patate di colori e sapori diversi, ortaggi, cereali, prodotti animali e miele, Holzer fa largo uso di trappole solari, masse termiche, fitodepurazione, sfruttando anche ogni vantaggio nella creazione di microclimi (con orti a cumulo, orti a monticello Hugelbed) e raccolta di acqua piovana direttamente nel suolo vicino alle piante. Dal punto di vista economico, l’azienda di Holzer si basa su entrate di vario tipo, che cambiano spesso e sono il risultato di studi che fa Holzer stesso sulle nicchie di mercato. C’è molto da imparare a tutti i livelli, al Krameterhof, non solo sulla gestione ambientale, ma anche turistica, di produzione, di diffusione, di trasmissione d’impresa (entrambi i figli lavorano, anche se in ambiti differenti, nell’azienda paterna). Quello di Holzer è un approccio olistico che prende in esame moltissimi aspetti relativi ad un’azienda agricola e della famiglia che se ne occupa, garantendo un futuro sostenibile nella Alpi austriache, con precipitazioni annue di 700mm e una temperatura media di 5 gradi annui. Aggiungo che la settimana scorsa sono andata a visitare un altro progetto famoso di Holzer, Tamera in Portogallo. Ci sono andata perchè volevo vedere altre tecniche di Holzer e per verificare se in altri climi il suo approccio avrebbe continuato a funzionare. Lì ho percepito di nuovo il tocco di Holzer, perchè il terreno è con poco dislivello, aperto e poco ondulato e quindi l’impatto del cambiamento è visibile e forte. A Tamera ci sono frutteti lungo tutti i bacini artificiali, serre, policolture di ortaggi ed erbe medicinali ovunque. Il lago più grande creato da Holzer a Tamera è di circa 5 ettari e contribuirà a ristabilire l’equilibrio idrologico di questo ecovillaggio che comprende 130 ettari di terreni. Una cosa che non mi aveva convinto durante la mia visita al Krameterhof è stata la tecnica con cui vengono costruiti i bacini idrici, dubbio che però ho chiarito meglio dopo, dubbio dovuto più ad un mio convincimento che ad altro. Invece il dubbio sull’esistenza dei limoni ce l’ho ancora, perchè nel nostro visitare l’azienda sono sfuggiti alla nostra attenzione, quindi quando sarete là fateveli mostrare e fate tante foto!

Molte persone sinceramente interessate alla permacultura pensano che possa fornire spunti interessanti per l’orto di casa, o comunque solo per produzioni su scala molto ridotta. Cosa ne pensi? I principi sono applicabili anche su larga scala? È possibile per un’azienda agricola intraprendere questa direzione?

Oltre che possibile è auspicabile che le aziende agricole prendano in considerazione la Permacultura ed i suoi principi. Soprattutto perchè i principi si basano su una pianificazione energetica efficiente e quindi portano al risparmio di denaro, di risorse, di tempo e soprattutto creano un futuro in settori, come quello agricolo, in forte crisi e dipendenti da contributi e fondi europei che con la crisi economica attuale non sono proprio garantiti. Ci sono moltissime aziende all’estero che fanno permacultura con successo, in Italia non mancano esempi, forse l’unica cosa che manca è l’informazione, ovvero una mappa aggiornata delle realtà italiane.

Che passi consiglieresti a chi volesse intraprendere questa direzione?

È molto importante visitare realtà come il Krameterhof che sono attive da moltissimi anni e funzionano in modo coerente rispetto al progetto in Permacultura, che è stato pensato per quel luogo dal progettista. Io stessa consiglio a chiunque di andare a visitare (se possibile) l’azienda di Sepp Holzer, chiarisce moltissimi dubbi e indecisioni e fornisce una base solida e concreta se si sta già studiando permacultura. Molte cose realizzate lì sono esempi reali di quel che si legge nei libri o si vede su Internet e quindi si può toccare con mano il risultato. Molti agricoltori ed imprenditori agricoli possono trarre insegnamento, esempio ed ispirazione da una realtà economica in attivo, senza togliere nulla all’ambiente ma anzi favorendolo. In secondo luogo consiglio di visitare le aziende agricole e i luoghi che applicano la permacultura o che hanno iniziato la progettazione in Italia. Favorendo all’inizio quei progetti che siano nella propria regione, nel proprio clima, facili da visitare e con interessi simili ai propri. Parteciperei poi agli incontri semestrali dell’Accademia di Permacultura, per cominciare a fare rete e conoscere i vari permacultori sulla scena italiana.

Per chi volesse confrontarsi, imparare e conoscere meglio la permacultura, ma non avesse la possibilità di farlo con Sepp Holzer, ci sono le giornate di introduzione ed i corsi di progettazione che si svolgono in varie parti d’Italia.

Fonte: il cambiamento

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