L’economia della crescita del PIL ci fa mangiare la plastica

Dio Denaro: ormai è così, dovunque. La “religione” della crescita e del soldo pervade ogni settore, ogni ambito, ogni categoria, quasi ogni mente e cuore. Dunque, poi le decisioni si prendono solo in quella direzione. Che ci sta portando alla distruzione.9944-10736

Per sostenere le loro tesi, gli adoratori del Dio Denaro, protagonista della religione della crescita economica, citano sempre il fatto che il progresso dato dalla produzione illimitata di merci ci ha portato a una situazione migliore rispetto al passato. A sostegno delle loro tesi citano quelle che erano le epidemie, le guerre, la fame, la fatica del lavoro quando non c’è l’ausilio delle macchine.

Ma vediamo se le cose stanno veramente così.

Ogni anno solo in Europa muoiono 500 mila persone per l’inquinamento atmosferico. In India e Cina, che sono gli avamposti nella corsa alla crescita dei cosiddetti paesi emergenti, complessivamente i dati indicano che si superano i due milioni di morti. Nel mondo si calcolano 9 milioni di morti, complessivamente. I morti da incidenti stradali superano abbondantemente il milione a livello mondiale, più altri milioni di feriti anche gravi. Negli anni recenti sono centinaia di migliaia i morti a causa dei cambiamenti climatici dovuti al nostro modello di sviluppo. Poi ci sono tutti i vari tipi di cancro non derivati dall’inquinamento atmosferico ma dall’impatto pesantissimo che ha la chimica disintesi, la medicina che serve solo gli interessi delle multinazionali e il cibo spazzatura. Quando poi si parla di cibo, si arriva all’apoteosi del progresso, così avanzato che ci fa mangiare direttamente la plastica.  L’università di Edimburgo in Scozia ha recentemente scoperto che ingeriamo una quantità enorme di microplastiche ogni anno. E dopo la terrificante notizia che proseguendo così nel 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci, ora ce la mangiamo direttamente. Chissà poi cosa ci succederà e cosa già ci sta succedendo con l’inquinamento da elettrosmog determinato da miliardi di telefoni cellulari e dispositivi simili. Il fantastico progresso e la crescita economica non hanno di certo debellato la fame nel mondo che colpisce oltre 800 milioni di persone, il che è assai strano dato che circolano così tanti soldi e mezzi tecnologici che il problema dovrebbe essere risolto in pochi minuti. Abbiamo forse migliorato le condizioni di lavoro nei paesi occidentali dei privilegiati ma a spese dei paesi schiavi del sud del mondo e degli schiavi che lavorano per noi a casa nostra. Milioni e milioni di persone lavorano in condizioni disumane per servire il nostro insaziabile appetito per lo spreco. I morti per le guerre ci sono ancora e con armi sempre più letali e sofisticate.

Dire poi che siamo progrediti quando abbiamo inventato armi che possono distruggere l‘intera umanità più volte, fa tragicamente ridere. Trattasi di progresso omicida. Stessa cosa si può dire dei cambiamenti climatici che stanno portando all’estinzione la specie umana e che sono la diretta conseguenza del progresso e della crescita economica. Mai nella storia siamo arrivati a essere così letali per noi stessi.

Il progresso distrugge animali, piante e tutto quanto incontra sul cammino in una maniera devastante, come mai prima d’ora; e per far accettare l’amara pillola, industriali, politici e sindacalisti senza scrupoli ci dicono che si creano posti di lavoro. Quindi va bene tutto, industrie che inquinano e ammazzano a più non posso, grandi e inutilissime opere, nucleare, organismi geneticamente modificati, armi, banche, combustibili fossili, eccetera. L’importante è dare lavoro, poi se questo determina levarlo a tanti altri e condurci all’autodistruzione, chi se ne frega; il politico passa all’incasso elettorale e non solo, l’industriale e il sindacalista passano all’incasso economico. Questi esempi dimostrano che a livello globale non regge granchè dire che oggi si sta meglio di quando si stava peggio. Ma chi ha detto che si deve accettare la distruzione contemporanea  solo perché altrimenti si torna al Medioevo?

Anzi, il modo migliore per tornare al Medioevo, o periodi ancora più remoti, lo avremo sicuramente se continuiamo a perseverare nel progresso suicida. Nè Medioevo, né la follia attuale: ci sono alternative, modi di vivere, lavorare,  fare economia, cooperare fra le persone che sono ben diversi da quelli dominanti attualmente. Ogni giorno vi presentiamo alternative, soluzioni, idee che ci confermano che il mondo può veramente progredire senza tornare alla peste o alla caccia alle streghe (che tra l’altro non è mai cessata vista la condizione di sofferenza e sfruttamento attuale a livello mondiale della donna). Non si tratta certo di tornare indietro ma di andare avanti mettendo in discussione radicalmente la balla della crescita che è paragonabile a quando la Chiesa credeva che il sole ruotasse intorno alla terra.

Cominciamo a cambiare le cose, partendo da noi stessi: il 10 e 11 novembre partecipa al 36° corso “Cambia vita e lavoro, istruzioni per l’uso”.

QUI tutte le informazioni

Fonte: ilcambiamento.it

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Ispra: nel 2017 aumenta il Pil e diminuiscono le emissioni di gas serra

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Presentato l’inventario nazionale ISPRA delle emissioni in atmosfera dei gas serra e le proiezioni al 2030

In Italia, per il 2017, le prime stime delle emissioni mostrano una diminuzione pari allo 0.3%, a fronte di un incremento del PIL pari a 1,5%, che conferma il disaccoppiamento in Italia tra la crescita economica e le emissioni di gas serra. Tale andamento sembra confermato anche nel primo trimestre del 2018.

Nel 2016, le emissioni totali di gas serra sono diminuite del 17,5% rispetto al 1990, passando da 518 a 428 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, e dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Il principale contributo alla diminuzione delle emissioni di gas serra negli ultimi anni è da attribuire alla crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico) e all’incremento dell’efficienza energetica nei settori industriali. Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nell’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra presentato da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che fornisce anche le proiezioni al 2030. Scopo del Rapporto è fornire dati che siano utile strumento per la definizione di ottimali politiche di riduzione delle emissioni.

I settori della produzione di energia e dei trasporti sono responsabili di circa la metà delle emissioni nazionali di gas climalteranti. Rispetto al 1990, le emissioni di gas serra del settore trasporti sono aumentate del 2,4%, a causa dell’incremento della mobilità di merci e passeggeri; per il trasporto su strada, ad esempio, le percorrenze complessive (veicoli-km) per le merci sono aumentate del 16%, e per il trasporto passeggeri del 19%. Sempre rispetto al 1990, nel 2016 le emissioni delle industrie energetiche sono diminuite del 23,9%, a fronte di un aumento della produzione di energia termoelettrica da 178,6 Terawattora (TWh) a 198,7 TWh, e dei consumi di energia elettrica da 218,7 TWh a 295,5 TWh. Dall’analisi dell’andamento delle emissioni di CO2 per unità energetica totale, emerge che l’andamento delle emissioni di CO2 negli anni ’90 ha seguito sostanzialmente quello dei consumi energetici.

Negli ultimi anni, al contrario, si è registrata una diminuzione delle emissioni e la sostituzione di combustibili a più alto contenuto di carbonio con il gas naturale sia nella produzione di energia elettrica che nell’industria oltre ad un incremento dell’utilizzo di fonti rinnovabili. Nel periodo 1990-2016, le emissioni energetiche dal settore residenziale e servizi sono aumentate dell’4,5% a fronte di un incremento dei consumi energetici pari al 18,3%. In Italia il consumo di metano nel settore civile era già diffuso nei primi anni ’90 e la crescita delle emissioni, in termini strutturali, è invece correlata all’aumento del numero delle abitazioni e dei relativi impianti di riscaldamento oltre che, in termini congiunturali, ai fattori climatici annuali. L’incremento dei consumi è strettamente collegato al maggior utilizzo di biomasse.

Le emissioni del settore dell’industria manifatturiera sono diminuite del 48,6% rispetto al 1990, prevalentemente in considerazione dell’incremento nell’utilizzo del gas naturale in sostituzione dell’olio combustibile per produrre energia e calore e, per gli ultimi anni, a seguito del calo o della delocalizzazione delle produzioni industriali. Per quel che riguarda il settore dei processi industriali, nel 2016 le emissioni sono diminuite del 58,1% rispetto al 1990. L’andamento delle emissioni è determinato prevalentemente dalla forte riduzione delle emissioni di Ossido di diazoto – N2O (-92,0%) nel settore chimico, grazie all’adozione di tecnologie di abbattimento delle emissioni nella produzione dell’acido nitrico e acido adipico. Le emissioni dal settore dell’agricoltura sono diminuite del 13,4% tra il 1990 e il 2016. Tale riduzione si è ottenuta per la diminuzione dei capi allevati, in particolare bovini e vacche da latte, e, grazie a un minor uso di fertilizzanti azotati. Negli ultimi anni si è registrato un incremento della produzione e raccolta di biogas dalle deiezioni animali a fini energetici, evitando emissioni di metano dallo stoccaggio delle stesse.

Nella gestione e trattamento dei rifiuti, le emissioni sono aumentate del 5,6%, principalmente a causa dell’aumento delle emissioni derivanti dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in discarica (+11,6%). Le emissioni del settore sono destinate a ridursi nei prossimi anni, attraverso il miglioramento dell’efficienza di captazione del biogas e la riduzione di materia organica biodegradabile in discarica grazie alla raccolta differenziata.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni da tali settori del 13% rispetto al 2005. Tale obiettivo sarà molto probabilmente raggiunto: negli anni, infatti, dal 2013 al 2016, le emissioni di tali settori sono state pari in media a 272 Mt di CO2 equivalente contro un obiettivo al 2020 pari a 291 Mt di CO2 equivalente.

Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 sono definiti, a livello europeo, dal pacchetto “Unione dell’energia” che prevede una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Per raggiungere l’obiettivo di una riduzione delle emissioni almeno del 40%:

→ i settori interessati dal sistema di scambio di quote di emissione (ETS) dell’UE dovranno ridurre le

emissioni del 43% (rispetto al 2005);

→ i settori non interessati dall’ETS dovranno ridurre le emissioni del 30% (rispetto al 2005) e ciò dovrà essere tradotto in singoli obiettivi vincolanti nazionali per gli Stati membri.

Per raggiungere gli obiettivi 2030, in accordo con gli ultimi scenari di proiezioni, l’Italia dovrà ridurre, rispetto al 2016, le emissioni di gas serra in questi settori di una quantità pari a circa 50 Mt di CO2 equivalente annui, che equivale alla metà delle emissioni dal trasporto stradale.

L’Inventario è disponibile sul sito web dell’ISPRA: www.isprambiente.gov.it/

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Ansia e panico: quando il mio corpo mi chiese di cambiare vita

“Di giorno stringevo mani di politici e speculatori. Di sera contavo i soldi e nutrivo la lista degli oggetti da comprare per costruire la famiglia del Mulino Bianco. Ero fiero di me. La mia vita contribuiva ad aumentare il PIL. Poi, d’un tratto, l’ansia. Fortissima e costante. Era davvero quella la felicità?”.

Fortunatamente del costume dell’uomo felice mi sono spogliato da un pezzo. Mi spiego.

Ricordate il monologo finale di Trainspotting? Il lavoro, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd, l’apriscatole elettrico, il mutuo, la polizza vita, ecc. Ecco, io ci ero arrivato col più regolare dei percorsi: laurea col massimo dei voti, master, stage, primo contratto, rinnovo, rapida carriera. Project manager in ambito “sviluppo locale”: 2,5mila euro al mese più bonus, trasferte, buoni pasto e telefono aziendale. Di giorno stringevo mani di politici e speculatori senza scrupoli. Di sera contavo i soldi e nutrivo la lista degli oggetti da comprare per costruire quella che la mia compagna di allora chiamava – con sguardo sognante – “la famiglia del Mulino Bianco”. Di notte non avevo tempo di pensare ai progetti di devastazione ambientale legalizzata che contribuivo a finanziare col mio lavoro; la mattina dopo dovevo svegliarmi presto per stringere altre mani. Ero fiero di me. La mia vita contribuiva ad aumentare il PIL. Poi, d’un tratto, l’ansia. Fortissima e costante. Era davvero quella la felicità?Edvard-Munch-The-Scream-detail

Edvard Munch, L’Urlo

Ho resistito qualche anno. Come fai a mollare subito quando cresci col mito di Fonzie e degli eroi hollywoodiani? Poi il mio corpo lo ha fatto per me. Attacchi di panico, ipocondria, gastrite, insonnia. Uno dei tanti medici conosciuti nelle mie passeggiate serali (e seriali) al Pronto Soccorso mi disse, in napoletano: “lei non è malato; è solo nu poco filosofo”. La ricetta, secondo lui, era smettere di rimuginare all’ingranaggio di cui facevo parte, alle conseguenze di quel sistema globale fondato sulla rapina e la distruzione delle risorse chiamato sviluppo. “Fottitene! E pigliate ‘na pastiglia” (di ansiolitico). Ci ho pensato un po’ su. Poi ho stracciato la ricetta. All’inizio non è stato facile. Frase fatta, ma è la verità. Il mondo attorno a me indossava o ambiva a indossare lo stesso costume che mi ero tolto. Tutti credevano che mi sarei solo preso un anno sabbatico per tornare poi alla carriera più determinato di prima. Del resto “come fai a vivere senza lavorare?”. In effetti la risposta non ce l’avevo. Non ancora, almeno. Mi limitai a stringere la cinghia, scoprendo che potevo sopravvivere anche senza cambiare l’auto ogni due anni e che col couchsurfing potevo viaggiare (e aiutare altri viaggiatori) senza pagare alberghi. Qualcuno mi disse che stavo facendo Downshifting (letteralmente: scalare la marcia).

Non avendo il lavoro, ero tornato ad appropriarmi del mio tempo. Lo utilizzavo per scrivere racconti e sceneggiature su personaggi che ricercavano se stessi e il proprio ruolo nel mondo. Per scrivere mi documentavo. Fu così che mi capitò per le mani un libro di Maurizio Pallante: La decrescita felice. Dopo tre capitoli mi accorsi che mia madre, nei pranzi di famiglia, cucinava il doppio del necessario; e che, ogni volta che avevo sete, compravo spazzatura a forma di bottiglia con dentro mezzo litro d’acqua del rubinetto. La Decrescita mi fece scoprire che il lavoro – mito della società industriale per il quale si scrivono gli articoli iniziali delle costituzioni – può essere utile sì, ma anche dannoso, e che la crescita economica non è sempre positiva, come dicono al TG. Se cresce il consumo di ansiolitici o di incidenti d’auto sarà positivo per le case farmaceutiche e automobilistiche, ma non per noi e per l’ambiente. A chiarirmi che la critica allo sviluppo era una roba seria e che veniva da lontano, fu un vecchio video su Robert Kennedy, assassinato qualche mese dopo avere pronunciato un celebre discorso sull’inadeguatezza del PIL  come misura del benessere.

Nel frattempo avevo iniziato a lavorare qui e là su cose che mi interessavano: organizzazione di eventi, marketing per una casa editrice, sceneggiatura e regia. Guadagnavo molto di meno ma avevo tempo per viaggiare, leggere, cucinare, andare in bici. Avevo cambiato i miei valori di riferimento. Non potevo più vivere nello stesso mondo. E così lo lasciai. Vendetti la mia auto e partii per la Spagna per fare WWOOF. Da volontario in aziende di agricoltura naturale mi spiegarono che il sistema biologico perfetto, circolare e autorigenerante, è la foresta. Il sistema “permanente” per eccellenza. Per vivere meglio e “permanere” nel mondo l’uomo dovrebbe limitarsi a osservare la natura e progettare i propri insediamenti imitandola. Su una verde collina nel nord dell’Andalusia, la Permacultura aveva fatto capolino nella mia vita.Facendo-wwoofing-in-Andalusia

Facendo wwoofing in Andalusia

Tornato alla base, mi misi a navigare sul web alla ricerca di associazioni, imprese e progetti virtuosi ai quali offrire una mano. Ne trovai tanti. Addirittura realizzai che ci sono intere città che si stanno organizzando per affrontare la Transizione da un modello economico basato sulla disponibilità di petrolio e sulla logica di consumo delle risorse, a un nuovo modello sostenibile, basato sulle energie rinnovabili e caratterizzato da un alto livello di resilienza. Mi accorsi che nessuno di questi progetti virtuosi sarebbe nato se le persone che li avevano promossi non avessero deciso di spogliarsi del loro costume di scena, inseguendo una felicità diversa da quella, artefatta, somministrata a dosi massicce da pubblicità, disinformazione e brutti programmi televisivi. Le persone: ecco quello che mi mancava. Il tassello finale che nessun libro poteva fornirmi. Cominciai a incontrarne parecchie, specie dopo l’inizio della mia collaborazione con Italia che Cambia, che con la sua mappa aveva appena creato una rete di persone in cambiamento e iniziava a raccontare le loro storie. La grande sorpresa fu la scoperta che, per molte di costoro, la spia lampeggiante del malessere che le aveva portate al cambiamento aveva lo stesso, cupo colore della mia: gli attacchi di panico.18676341_10213148274451229_2009560568_o

“Progettare il cambiamento” all’ecovillaggio Tempo di Vivere

Il passo successivo è stato chiedermi quanta gente non abbia ancora il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort per trovare, insieme ad altri potenziali compagni di viaggio, un nuovo equilibrio. Quanta gente è possibile salvare da una sofferenza annunciata semplicemente dandogli la possibilità di incontrare un’alternativa di valori? È nato così “Progettare il Cambiamento”, il percorso formativo che ho ideato per Italia che Cambia.
Tre appuntamenti in diversi ecovillaggi con i massimi esponenti del Cambiamento italiano (fra cui Maurizio Pallante, che coi suoi libri aveva dato inizio a quello mio personale: quale onore lavorare al suo fianco!). E se credete che sia per puro caso che abbiamo inserito nel primo modulo, dal titolo “Il Pensiero del Cambiamento”, materie come Downshifting, Decrescita, Permacultura e Transizione… beh, rileggetevi questo articolo. Saranno una decina d’anni da quando mi sono spogliato del costume di scena. Ora non ho più niente addosso. Dell’uomo felice mi è rimasta la pelle.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/ansia-panico-corpo-chiese-cambiare-vita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Dal PIL alla Felicità Interna Lorda: la lezione del Bhutan

Il Bhutan occupa il 160° posto nella classifica mondiale del PIL, che misura la ricchezza economica. Eppure i suoi abitanti sono felici, tanto che il benessere viene calcolato attraverso un indicatore chiamato “felicità interna lorda”. Abbiamo intervistato il dottor Saamdu Chetri, direttore del GNH, il centro che si occupa della diffusione di questo concetto. Fra i relatori del NESI Forum di Malaga, di cui Italia Che Cambia è media partner italiano, ci saranno anche i rappresentanti del GNH Centre del Bhutan. GNH sta per Gross National Happiness, che possiamo tradurre alla lettera come “felicità interna lorda”. Si tratta infatti di un indice che misura il benessere di un popolo attraverso la felicità e la consapevolezza e non calcolando la ricchezza economica. Ne abbiamo parlato con il dottor Saamdu Chetri, direttore esecutivo del GNH Centre. Oltre a spiegarci come funziona questo indicatore – che trova un omologo anche il Italia: il BIL, benessere interno lordo –, il dottor Chetri si sofferma su alcuni aspetti fondamentali come il rapporto con la natura, la decrescita e il percorso di cambiamento interiore da cui deve partire tutto.GNHC1

Una domanda un po’ scontata, ma che offre l’opportunità di spiegare meglio la vostra filosofia: perché i due concetti di PIL e Felicità Interna Lorda sono divergenti?

Se guardiamo questi concetti dal punto di visa olistico, sono divergenti al punto da diventare opposti. In ogni caso, l’idea di PIL nella sua accezione squisitamente economica è inglobata nel concetto di FIL. Mi spiego meglio: il GNH riguarda lo sviluppo olistico dell’Uomo grazie al bilanciamento del benessere materiale e spirituale dei bhutanesi. La crescita del GNH si misura attraverso l’incremento o il decremento della felicità sociale e diventa così indice di progresso. Noi sosteniamo che se un bhutanese ha dal 50% al 65% delle condizioni a sua disposizione nei nove domini allora accede al livello di persona appena felice. Se queste condizioni si verificano in una percentuale dal 66% al 76%, è abbastanza felice. Se questa percentuale supera il 76% è profondamente felice. Non consideriamo la felicità soggettiva, che è individuale, effimera e momentanea – la felicità misurata dal GNH è servire gli altri, vivere in armonia con la Natura e realizzare la bontà dei valori e della saggezza delle persone. Il GNH si basa sui concetti di confini planetari, di un’economia fondata sui bisogni e non sull’avidità e di una crescita sostenibile che prosegua anche quando arriveranno le generazioni future.  D’altra parte, il PIL si basa sulla distruzione e sull’eccesivo consumo delle risorse naturali. L’80% del territorio del Bhutan è verde e il 72% è coperto da foreste. Gli alberi vivi non hanno valore secondo la logica del PIL, ma se li uccidiamo e li abbattiamo gli indicatori economici salgono improvvisamente… ma qual è il prezzo da pagare in termini di equilibrio biologico e biodiversità? Allo stesso tempo, per esempio, se ci sono dei conflitti, se cresce il consumo di droghe, l’alcolismo, il fumo, allora la compravendita di armi e di sostanze che creano dipendenza fa aumentare automaticamente il PIL. E ancora: se uno dei due genitori smette di lavorare e rimane a casa per curare il futuro del Paese, che sono i figli, non c’è alcuna crescita economica. In altre parole, come abbiamo visto, ciò che fa progredire l’economia non si traduce in felicità e benessere per le persone.

Dunque il PIL non è un concetto negativo di per sé…

Non siamo contrari al PIL, nella misura in cui ha una ricaduta positiva sull’Uomo e sulla Natura, sulla lotta ai combustibili fossili o sul contenimento delle emissioni, in modo che il riscaldamento globale si riduca; in questi termini, può continuare a crescere! Ma per chi stiamo costruendo? Quale sarà l’utilità per le generazioni future se tutto verrà esaurito mentre ci siamo noi? Stiamo vivendo per noi stessi o per i posteri? Se è per loro che lo stiamo facendo, allora dobbiamo modificare il nostro stile di vita, mentre se è per noi, non abbiamo alcun diritto di mettere al mondo dei figli e lasciare loro in eredità un futuro di sofferenza. Scienza e tecnologia possono continuare a crescere finché noi saremo capaci di essere rigenerativi e sostenibili nel nostro approccio alla crescita, che sia legato al PIL o ad altri concetti equivalenti. “Sviluppo” è una parola fluida senza confini precisi. Uno dei nove domini del GNH è lo stile di vita e mira a un concetto sostenibile di PIL: crescere ma in modo sensato e non essere solo dei voraci consumatori.gnhc2

Abbiamo ancora la possibilità di recuperare il nostro rapporto con la Natura? 

Sì, possiamo ancora farlo. Sappiamo tutti che noi siamo la Natura e la Natura è noi. Quando distruggiamo la Natura, stiamo distruggendo noi stessi. Circa l’80% della superficie coltivabile è usata per produrre cibo per nutrire 1000 miliardi di animali ogni anno. 700 miliardi di essi vengono uccisi e macellati per soddisfare la voracità di una popolazione di 7,5 miliardi di persone. Gli allevamenti contribuiscono a circa l’11% dell’inquinamento atmosferico attraverso il metano prodotto dagli animali. Non abbiamo bisogno di carne e prodotti di origine animale per sostentarci e se qualcuno è convinto del contrario, lasci che chiediamo ai cavalli, agli elefanti, ai rinoceronti, alle giraffe, alle zebre e ad altri animali che tipo di carne mangiano e mangiamola anche noi! Se smettessimo di mangiare carne e altri prodotti di origine animale, restituiremmo alla Natura questo 80% di terra fertile ed essa si rigenererebbe. Il 20% della superficie coltivata secondo metodi biologici sarebbe sufficiente per mantenere il triplo dell’attuale popolazione terrestre. Questo è stato dimostrato dalla dottoressa Vandana Shiva presso la fattoria Navdanya dell’Università della Terra nel Deharadun indiano e dal professor Ganesh Bagaria dell’Istituto Indiano di Tecnologia di Kanpur attraverso il concetto del valore umano. Ciò che l’America Settentrionale e l’Europa sprecano ogni anno sarebbe abbastanza per il fabbisogno di tre anni dell’intera popolazione mondiale.gnhc4

Quali sono quindi le misure più urgenti da adottare?

Abbiamo bisogno di superare le barriere imposte dal pensiero attuale e imparare a condividere e curarci degli altri, ovvero redistribuire. La Terra si vendicherà presto con l’aumento del livello dei mari, calamità naturali e il ritorno di antiche malattie e la comparsa di nuove. Per l’umanità è arrivato il momento di distaccarsi dal vecchio paradigma e abbracciarne uno nuovo e siamo convinti che il GNH possa essere di grande aiuto in questo. Dobbiamo anche placare la nostra sete di consumo, condividere l’uso delle auto alimentate a combustibili fossili, usare di più il trasporto pubblico, non utilizzare gli impianti di condizionamento se non quando è strettamente necessario, utilizzare la luce elettrica il minimo indispensabile – dal momento che la maggior parte di essa è generata da fonti fossili –, non comprare una quantità eccessiva di vestiti, scarpe e altri oggetti – prima di acquistarle dobbiamo chiederci se ne abbiamo davvero bisogno, mangiare per nutrire il nostro corpo e smetterla con il cibo spazzatura… e molte altre cose! Prosegue la nostra intervista (qui la prima parte) con Saamdu Chetri, direttore esecutivo del GNH Centre del Bhutan. In questo paese da anni il PIL è stato sostituito dall’idea di Gross National Happiness, ovvero felicità interna lorda. Abbandonando il paradigma economico per misurare il benessere di un popolo cambiano molte cose, come il modo di rapportarsi fra Uomo e Natura e fra gli stessi uomini.saamdu1

Secondo lei, perché il GNH è nato proprio in Bhutan?

Perché il nostro leader, il Re, era al servizio dell’umanità e non in carica come semplice reggente. Egli, il nostro Quarto Re Jigme Singye Wangchick, aveva a cuore la felicità dei suoi cittadini e del mondo intero. È diventato Re a soli 17 anni, ma già a quella giovane età aveva realizzato che il modello economico convenzionale era basato sulla distruzione della natura, sul consumismo e sullo spreco – tutte cose lontanissime dalla vera felicità. Sapeva che lo scopo ultimo di ogni essere umano è essere felice e per questo era alla ricerca di un nuovo paradigma di sviluppo. In più, sapeva che l’antico codice legale del 1729 diceva che se il Governo non è in grado di provvedere alla pace e alla felicità del suo popolo, allora non ha ragione di esistere. Voleva che il suo Governo non seguisse il modello convenzionale fondato sul PIL, ma si affidasse a uno che portasse felicità alle persone, così propose che il GNH diventasse l’indicatore principale per il Bhutan e i bhutanesi al posto del PIL. A 52 anni, all’apice della sua popolarità, abdicò per consegnare la democrazia nelle mani del popolo bhutanese. Spesso la gente pensa che il GNH sia nato in Bhutan per via del buddhismo, ma esso si basa su valori universali e secolari. In nostro attuale Re Jmge Khesar Nagyel Wangchuck ha scelto il GNH come indicatore, legando lo sviluppo ai valori e i valori alla bontà, all’uguaglianza e all’umanità. In questo modo ha attribuito al GNH uno scopo superiore, che ha inizio con l’amore e termina con la fiducia.saamdu2

Pensa che i principi del GNH potrebbero essere applicati anche in altri paesi?

Sì, i principi del GNH sono adatti a qualsiasi paese, poiché sono al centro di questa idea ci sono gli esseri umani. Gli indicatori che utilizziamo non sono universalmente validi e hanno bisogno di essere adattati da caso a caso. Ma il GNH non è altro che un’occasione per proporre un nuovo paradigma di sviluppo per il futuro.

Avete ma provato a esportarlo?

No, il Bhutan non ha mai ricevuto richieste da altri paesi di misurare la loro felicità attraverso il GNH, anche se potrebbe essere fatto con alcuni adattamenti al contesto specifico. Abbiamo convissuto con questa idea per più di 40 anni prima che il mondo ci chiedesse di misurarlo. Ora lo facciamo e questo ci ha indicato una buona strada verso l’obiettivo della crescita della felicità umana.

In Italia esiste un movimento chiamato Decrescita Felice. Pensa che questi due aspetti – decrescita e felicità – possano essere compatibili?

 Questo è il momento giusto per un salto in avanti in termini di consapevolezza, a beneficio delle generazioni future. Non conosco bene questo movimento, ma posso dire che la decrescita è una cosa diversa dalla non-crescita: si riferisce a una crescita consapevole. I giapponesi hanno lanciato il cosiddetto “approccio minimalista”, che non è esattamente decrescere, ma usare solo le risorse necessarie per sostentare la vita e gli esseri viventi. E questo genera appagamento, che sta alla base della felicità. Se siamo contenti con quello che abbiamo, diventiamo connessi come parte dell’”inter-essere” – per usare il termine del Maestro del buddhismo zen Thich Nhat Hanh – e favoriamo l’interdipendenza, diventando così consapevoli e, quindi, felici. Se siamo consapevoli infatti, siamo sempre felici, poiché impariamo a vivere nel presente. La mia risposta quindi è: sì, decrescita e felicità sono compatibili.saamdu3

Cosa suggerirebbe a chi volesse cambiare la propria vita, rendendola più consapevole e sostenibile?

Di imparare a vivere con consapevolezza. Siate voi stessi, non cercate termini di paragone, non lamentatevi, non mettetevi in competizione con gli altri. Imparate a guardare profondamente dentro di voi e siate consci della natura della vostra mente – la felicità è interiore ed esteriore. Sappiate che siete costituiti per due terzi da acqua e per un terzo da aria e dal cibo che mangiamo, proveniente dalla Terra. Quindi, siamo al 99,99% Natura. Se prendiamo coscienza di questo fatto, impariamo a rispettare l’interdipendenza e diventiamo esseri consapevoli. Vedete, non possiamo essere tutti primi ministri, dottori, ingegneri e così via, ma chiunque saremo nella vita siamo destinati a morire e questa è la verità definitiva. Dobbiamo ricordarlo ogni giorno a noi stessi e dedicare una parte della nostra esistenza a servire gli altri. Servono solo tre cose per vivere: cibo, qualche cambio di vestiti a seconda della stagione e un tetto sopra la testa. Dobbiamo passare dalla consapevolezza animale alla consapevolezza umana costruendo relazioni più solide, più sane e più amorevoli fra l’Uomo e tutti gli altri esseri senzienti.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/ricchi-benestanti-felici-consapevoli/

Maurizio Pallante e la Decrescita Felice: il benessere al posto del PIL

Decrescita è preferire la qualità alla quantità. Decrescita è cercare di conseguire il benessere anziché la ricchezza economica. Decrescita è migliorare la produzione dei beni e ridurre quella delle merci superflue. Decrescita è rinunciare a un’economia finalizzata alla crescita a ogni costo in favore di alternative concrete ed efficaci basate su nuovi paradigmi, come la sostenibilità e la solidarietà.

Maurizio Pallante è fondatore e presidente del Movimento per la Decrescita Felice, che dal 2007 sta cercando di dare corpo e attuazione a questa visione del mondo. L’obiettivo di questa esperienza, che prende ispirazione dal libro di Pallante “La decrescita felice”, è ripensare la società e l’economia con un approccio pratico e operativo, proponendo soluzioni ai problemi che emergono dall’analisi. È questa la missione dei Circoli della Decrescita Felice, una trentina di realtà disseminate su tutto il territorio nazionale che portano avanti localmente le battaglie del Movimento. «La causa della crisi che stiamo vivendo – ci ha spiegato Maurizio quando l’abbiamo incontrato a casa sua, a Chieri – è la crescita. E se la crescita è la causa, non può essere la soluzione». La via d’uscita va quindi ricercata altrove. Prima di tutto è necessario abbandonare la convinzione che il benessere delle persone aumenti di pari passo con il Prodotto Interno Lordo del paese, quindi con una crescita sempre maggiore di produzione e consumo di merci. Tale crescita compulsiva è possibile solo grazie al meccanismo del debito, «che consente di tenere alta la domanda e di assorbire tutta quanta l’offerta». Tutto ciò a discapito delle tasche dei cittadini, a cui viene data la possibilità di comprare prodotti di cui spesso non hanno necessità, nonostante il loro reale potere d’acquisto non glielo permetta.IMG_7812-660x330

Ma quella economica non è che una delle tante facce del modello consumista. Ci sono altre fondamentali variabili che vengono regolarmente trascurate, come la sostenibilità ambientale, i consumi energetici, le ineguaglianze sociali che vengono prodotte, le ricadute sulla salute. È per questo che il Movimento per la Decrescita Felice ha elaborato un insieme di linee guida attinenti ai più disparati ambiti – amministrazione, mobilità, sanità, energia, gestione dei rifiuti, educazione, agricoltura e così via – che ripensino unnuovo modello di comunità più sano e sostenibile. Viene presentata una serie di proposte politiche, di provvedimenti normativi da adottare per passare dalla teoria alla pratica. Le infrastrutture energetiche sono carenti? Il Movimento per la Decrescita Felice chiede di attuare una «Incentivazione alla trasformazione della rete di distribuzione in rete di reti locali per favorire lo scambio delle eccedenze tra autoproduttori». La raccolta differenziata non raggiunge percentuali accettabili? Una delle proposte in tema di rifiuti consiste nella «Abolizione della tassa raccolta rifiuti e applicazione in tempi rigidamente definiti di una tariffa commisurata alle quantità di rifiuti indifferenziati conferiti allo smaltimento». La cementificazione selvaggia sta uccidendo il territorio? Allora è necessario attuare un «Blocco delle aree di espansione edilizia nei piani regolatori delle aree urbane». Punto per punto, una soluzione per ogni problema, un mattone sull’altro per costruire un nuovo edificio sociale ed economico. Uno dei temi centrali è quello della tecnologia: spesso si accomuna erroneamente la decrescita alla regressione, ma la ricerca e lo sviluppo tecnologico sono centrali nel pensiero decrescitista, in particolare se finalizzati al raggiungimento di traguardi come l’abbattimento delle emissioni inquinanti, lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili, la riduzione del digital divide.

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L’azione del movimento guidato da Pallante però non si limita alla critica del modello di crescita: vengono studiate soluzioni teoriche e forniti strumenti pratici per la costruzione delle alternative. A questo scopo, una delle istituzioni più importanti è l’Università del Saper Fare, nata nella primavera del 2009 a Torino e portata avanti da alcuni Circoli territoriali. L’esperimento è nato dalla volontà di responsabilizzare il singolo individuo, facendogli capire che un cambiamento reale può essere innescato solo se ciascuno di noi si attiva nella propria quotidianità e insegnandogli come sostituire via via le pratiche insostenibili, energivore e malsane proprie dello stile consumista con altre di segno opposto. Cosa possiamo imparare dunque in questa speciale università? Autoproduzione, riciclaggio, riuso, autocostruzione, ma anche come relazionarsi meglio con la comunità, per esempio attraverso un corso di “Economia del dono”. Tutte le attività hanno un minimo comune denominatore: rendere chi partecipa il più possibile autosufficiente. Coltivare un orto, realizzare in casa dentifrici, saponi e detersivi, effettuare la manutenzione della propria bicicletta, costruire e montare un pannello solare, sono tutte piccole azioni che consentono di raggiungere un grande obiettivo: la resilienza, ovvero la capacità di una comunità di adattarsi al cambiamento. Già, il cambiamento. Il destino del modello attuale, che pretende di perseguire la crescita infinita su un pianeta con delle risorse finite, è segnato. L’inversione di rotta è l’unica soluzione ed essa può essere frutto di un’imposizione oppure di una libera scelta. «Una persona che non mangia perché non ha da mangiare non fa una scelta e sta peggio; una seconda persona che non mangia per fare una dieta fa una scelta e la fa per stare meglio». Pallante utilizza questo semplice esempio per spiegare la differenza fra recessione e decrescita, fra la modifica forzata di uno stile di vita dovuta all’improvviso esaurimento delle risorse necessarie per alimentarlo e la decisione consapevole di chi, rendendosi conto di aver imboccato un vicolo cieco, ha il coraggio e la consapevolezza sufficienti per tornare indietro e scegliere una strada diversa, sostenibile, giusta.

Fonte : italiachecambia.org

Decrescita, “che confusione”

‘Decrescita’, una parola che a molti non piace, un concetto ancora troppo spesso frainteso. Non è importante come la chiamiamo, scrive Paolo Ermani, Presidente PAEA, in commento ad un articolo del giornalista Furio Colombo, “l’importante è mettere in pratica, per realizzare una società dove il PIL non sia la fede a cui prostrarsi”.

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In un recente articolo sul Fatto quotidiano si legge una analisi di Furio Colombo, giornalista e scrittore, su crescita e decrescita. Per giustificare in qualche modo il termine crescita cita la solita storia che in natura tutto cresce, anche i bambini, gli alberi, etc. Peccato che non prosegue il ragionamento logico che ci dice che in natura tutto cresce ma non all’infinito, cosa di cui invece il meccanismo della crescita economica imperante necessita. In natura non c’è nulla che cresce all’infinito, quindi il bambino cresce e muore, così come l’albero, etc. Lo stesso cancro si espande in tutto il corpo ma poi quando muore il corpo, muore anche lui, non si espande all’infinito. E il meccanismo della crescita infinita in un mondo finito è esattamente come il cancro, si espande fino alla morte del mondo e conseguentemente di sé stesso. E questo piccolo grande particolare, che capirebbe chiunque tanto è banale e lampante, è proprio quello che rende l’attuale meccanismo di crescita economica infinita in un mondo dalle risorse finite, qualcosa di folle, impossibile e suicida. Bisognerebbe distinguere fra ‘crescita in natura’ con regole e limiti ben precisi e ‘crescita infinità dell’economia, e le due cose mai dovrebbero essere paragonate visto che non c’entrano assolutamente nulla l’una con l’altra. Colombo cita poi chi sta nella parte salva del mondo, cioè dove la crescita produce opulenza, senza citare il fatto che questa opulenza è figlia di uno sfruttamento pesante di persone e ambiente nei vari paesi di appartenenza e ancora più pesantemente in tante altre parti del mondo, quindi se si considera il genere umano come un tutt’uno il sistema della crescita è fallimentare in toto anche da questo punto di vista. Che qualcosa non gli torni del suo stesso ragionamento sulla crescita, Colombo se ne accorge forse involontariamente, quando cita il caso delle automobili dove è evidente che non si possano vendere automobili all’infinito se non altro perché non sappiamo più dove metterle già adesso. Non piace il termine decrescita? Come la si voglia chiamare a mio avviso non è particolarmente importante, molto più importante è mettere in pratica una società della decrescita o della post-crescita, o della a-crescita, comunque una società dove il PIL(anche quello tinteggiato un po’ di verde) non sia la fede e il dio a cui prostrarsi. Colombo prosegue scrivendo di una futura e auspicabile immaginazione al potere, come se le alternative praticabili, i modi, il lavoro che va in una direzione di un mondo “bello e desiderabile” siano qualcosa di là da venire, un araba fenice, un sogno. L’Associazione PAEA ed altri soggetti simili, da anni praticano, lavorano e propongono progetti concreti che dimostrano che un’altra strada è possibile ma non abbiamo sponsor di case automobilistiche, milioni di euro dallo Stato, grandi media per poterlo sbandierare ai quattro venti e quindi lo stesso Colombo evidentemente non ne è al corrente. Nella nostra povertà di mezzi economici ma ricchezza di contenuti, continuiamo a costruire; e prima o poi volenti o nolenti si dovranno fare i conti con la realtà e allora, le analisi, le teorie, gli intellettualismi, le chiacchiere, le zuffe per il potere, lasceranno il passo ai fatti concreti. Nel frattempo consiglio a Colombo due libri: Pensare come le montagne e Ufficio di Scollocamento, dove troverà tutte le indicazioni pratiche per la realizzazione di una nuova società senza aspettare fantomatiche immaginazioni al potere.

Fonte: il cambiamento

 

12.4 Analisi di regressione per il costo dell’investimento nelle tecnologie specifiche

L’analisi di regressione è stata effettuata sul costo degli investimenti per tecnologie specifiche, utilizzando le stesse quattro variabili indipendenti. I risultati per ciascuna tecnologia e per le quattro variabili sono mostrati nella tabella 12.3.

Tabella 12.3 Risultati dell’analisi di regressione per il costo dell’investimento nelle tecnologie specifiche

12.3

I risultati per l’investimento complessivo per famiglia generalmente si riflettono nei risultati per le singole tecnologie: con tre t-test significativi per i “gradi giorno” e con due t-test significativi e due quasi significativi per “spesa familiare non alimentare e non energetica”.

Per interventi su solare termico, come era prevedibile, i “gradi giorno” non sono risultati significativi. Solamente la variabile “spesa familiare non alimentare e non energetica” ha un coefficiente quasi significativo.

Gli investimenti in solare termico offrono comunque un aspetto particolare. A causa della maggiore insolazione nel Sud Italia85, avremmo dovuto trovare più applicazioni nel sud che nel nord, ma questo non è riscontrabile nei dati osservati. Come indicato nella figura 11.4, ci sono quattro eccezioni nel Nord: Valle D’Aosta, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia presentano un valore di investimento per famiglia nel solare termico più alto rispetto al Sud. Nel Sud, sei regioni presentano un valore di investimento medio per famiglia inferiore a quello registrato nel centro Italia, con la Sardegna unica eccezione.

Questo risultato mette in luce l’importanza dei fattori locali, non considerati nell’analisi in quanto di difficile quantificazione a livello regionale, quali la differente attenzione posta verso l’organizzazione di campagne locali di promozione e la differente presenza di installatori qualificati o di società di servizi energetici.

 

85 Si passa da circa 1.250-1.850 kWh/m2 di insolazione media

 

Figura 12.4: Costo medio di investimento nel solare termico, anni 2008-2010 (Euro/famiglia)

12.4

12.5 Conclusioni

Le principali indicazioni che è possibile trarre dalla combinazione dei risultati ottenuti risultano:

– Gli investimenti effettuati nel triennio sono fortemente correlati alla capacità di spesa delle singole famiglie. Sarebbe opportuno approfondire il tema di come effettuare interventi di efficienza energetica nelle famiglie con una bassa capacità di spesa.

– I gradi giorno influenzano in misura positiva il comportamento di investimento delle famiglie; questa relazione trova conferma nel minor investimento riscontrato nel sud Italia.

– Quest’ultimo punto non trova però conferma negli investimenti osservati per il solare termico, che avrebbero dovuto seguire un andamento collegato alla maggiore insolazione. Le motivazioni alla base di questa “anomalia” sono probabilmente legate ad una insufficiente disponibilità sul territorio di tecnologie, installatori e personale qualificato, nonché di campagne di informazione e promozione locali.

– Per capire meglio questi fenomeni locali, andrebbe rafforzata la raccolta sistematica di informazioni e dati dei programmi regionali di promozione dell’efficienza energetica, in collaborazione con i diversi stakeholder nazionali e locali (Regioni e Enti Locali, ENEA, distributori di energia, associazioni industriali/imprenditoriali, agenzie energetiche locali, ..).

– Inoltre, sarebbe opportuno accelerare le attività di qualificazione degli operatori nel campo dell’efficienza energetica, in particolare nel Sud e nelle aree rurali.

– Le decisioni di investimento non sono risultate strettamente ricollegabili a un’analisi di tipo economico tesa a valutare il rientro dell’investimento attraverso i risparmi ottenibili. Le stime del modello non hanno infatti evidenziato una correlazione significativa né con il ‘payback’ energetico né con la spesa famigliare energetica. Per poter raffinare l’analisi sarebbe opportuno raccogliere oltre al costo totale dell’intervento anche il costo per capacità energetica installata, che permette anche un’analisi dei prezzi.

 

Fonte: ENEA

12.3 Analisi di regressione e risultati ottenuti

E’ stata ipotizzata una relazione lineare tra le variabili elencate al paragrafo precedente e la stima del modello adottato ha prodotto i risultati evidenziati in tabella 12.1.

Tabella 12.1: Risultati dell’analisi di regressione

12.1

I coefficienti delle variabili indipendenti indicano che solo i gradi giorno e la spesa familiare non alimentare e non energetica sono statisticamente significativi, con un buon indice di accostamento del modello ai dati, come desumibile dai valori dell’R2 e R2 aggiustato.

Il test di F è significativo e la statistica di Durbin-Watson è accettabile.

Come risultato, utilizzando solo queste due variabili indipendenti significative, si ottiene un nuovo modello e un confronto tra i valori osservati e quelli ottenuti dalla regressione.

Tabella 12.2: Risultati della regressione lineare con le due variabili significative

12.2

I coefficienti standardizzati indicano che la variabile “spese familiari non alimentare e non energetiche” apporta un contributo al modello doppio rispetto a quello dei gradi giorno.

Figura 12.3: Confronto tra valori osservati dell’investimento totale per famiglie e i risultati dell’ analisi di regressione

12.3

Fonte:ENEA

12.2 Variabili dipendenti e variabili indipendenti

Disponendo le Regioni da nord a sud (fig.11.2), è possibile osservare un andamento discendente degli investimenti per famiglia.

La variabile dipendente utilizzata nelle analisi è stata “l’investimento medio per famiglia” per gli anni 2008-2010.

Questi valori possono essere ulteriormente suddivisi in relazione agli interventi oggetto dell’incentivo:

– isolamento orizzontale e verticale,

– infissi,

– solare termico,

– impianti termici,

– interventi integrati.

 

Quali variabili indipendenti sono state utilizzate quelle concernenti la situazione socio-economica della famiglia, con lo scopo di stabilire quali fattori potessero riferirsi all’investimento, quali escludere e su quali concentrare un eventuale approfondimento.

La prima variabile considerata per la decisione di investimento è stata la “spesa familiare” che, in parte, riflette la capacità della famiglia di sostenere la spesa per l’intervento che beneficia del meccanismo di detrazione fiscale80. In

particolare, è stato preso in considerazione il valore relativo alla “spesa media mensile familiare per non alimentare”81 (in euro correnti) depurato dal valore della “spesa media mensile per combustibili ed energia82”(in euro correnti).

Il secondo indicatore è quello relativo alla “spesa media mensile familiare per combustibili ed energia”, ipotizzando l’esistenza di una relazione positiva tra il valore della spesa e la propensione a ridurla quale probabile fattore motivante.

Come “proxy” per le famiglie con reddito imponibile insufficiente è stato utilizzato un indicatore di povertà, vale a dire il valore osservato per la variabile “incidenza di povertà relativa tra le famiglie” (valori percentuali)83.

Inoltre è stata valutata anche la possibilità che il clima stesso potesse avere un’influenza sulle decisioni di investimento, a causa delle maggiori esigenze di riscaldamento e isolamento del nord del paese. A tale proposito è stato calcolato un valore medio dei gradi giorno per ciascuna regione, utilizzato poi come variabile indipendente84.

Infine, è stato utilizzato il rapporto fra l’investimento medio e il risparmio di energia primaria ottenuto, per ciascuno dei tre anni. Su questo valore è stata calcolata la media dei risultati, da utilizzare come variabile indipendente per ciascuna regione. Questo indicatore, in un certo modo, misura l’attrattività dell’investimento indicandone un tempo di ritorno energetico; più alto è questo valore, minore sarà l’economicità dell’intervento.

 

80 Il tipo di incentivo utilizzato, vale a dire la detrazione fiscale del 55%, presuppone che una famiglia (per uno o più dei suoi componenti) abbia un reddito imponibile sufficiente a utilizzarla.

81 ISTAT (2008), Sistema di Indicatori Territoriali, Condizione economiche delle famiglie, anno 2008.

82 Idem.

83 Idem.

84 Valore media anni 2000-2009 dati Eurostat

fonte: ENEA

 

12 Analisi relativa agli investimenti effettuati con il meccanismo di detrazione fiscale del 55%

12.1 Introduzione

Nel seguito si riportano i primi risultati dell’attività di analisi mirata a identificare le variabili che hanno determinato gli investimenti all’interno del meccanismo di detrazione fiscale del 55% (DF55) a livello regionale.

I dati relativi agli investimenti76 provengono dai rapporti ENEA77 e dalle banche dati collegate alle domande di incentivazione pervenute78.

Figura 12.1: Valore totale degli investimenti effettuati nel triennio 2008-2010, suddivisione per regione (milioni di Euro)

12.1

Per riuscire a “spiegare” le differenze osservate su base regionale in figura 12.1, è stata ipotizzata una relazione tra il valore degli investimenti e le condizioni economiche e sociali delle famiglie nelle diverse regioni, caratterizzate per numero di famiglie residenti.

Per ciascuna regione è stato calcolato il valore degli investimenti complessivi per famiglia residente, utilizzando il numero medio di famiglie residenti per gli anni 2008, 2009, e 201079. I risultati sono mostrati nella figura 12.2.

 

76 Per evitare problemi legati all’avvio delle campagne regionali durante il primo anno ed avere un quadro generale della domanda, è stata considerata la somma degli investimenti effettuati negli anni 2008, 2009 e 2010.

77ENEA (2008, 2009, 2010), Rapporti: Le detrazioni fiscali del 55% per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente 2008, Idem per 2010.

78 ENEA (2009), finanziaria2009.acs.enea.it

79 ISTAT (2008, 2009, 2010), Sistema di Indicatori Territoriali, Popolazione famiglie residenti al 31.12, per anni 2008, 2009, e 2010.

  Figura 12.2: Valore medio degli investimenti effettuati per il triennio 2008-2010 per famiglia residente, suddivisi per Regione

12.2

Fonte: ENEA