Disastro ambientale a Pomezia: cosa c’è dietro?

Il disastro ambientale di Pomezia avrà conseguenze pesantissime e mette in luce una situazione tutt’altro che chiara: a sostenerlo e a scrivere al ministro dell’ambiente e alle autorità della Regione Lazio sono i Gruppi di Ricerca Ecologica del Lazio.9561-10321

Dopo il disastroso incendio al sito Eco X di rifiuti speciali di Pomezia (scoppiato all’inizio di maggio), il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha affermato che «I dati dei campionamenti sui terreni e sugli alimenti ci dicono che le cose sono molto positive», anche se secondo Arpa Lazio il livello di diossine era 700 volte superiore alla soglia di salute

Ad intervenire con una dura presa di posizione e con una lettera aperta a ministro della salute e dell’ambiente, autorià della Regione Lazio, alla Procura, all’Ausl e all’Arpa sono i gruppi di Ricerca Ecologica, per bocca dei portavoce Marco Tiberti  e Carlo De Falco.

Ecco il testo della lettera aperta.

Dieci interrogativi sul disastro ambientale di Pomezia

1) L’impianto e l’attività svolta erano in regola con le autorizzazioni?

Premesso che la Eco X S.r.l. non risulta tra i soggetti per i quali sia stata rilasciata autorizzazione integrata ambientale (conosciuta anche con l’acronimo AIA, o in inglese IPPC) di cui al D.lgs. n. 59/2005, le attività effettivamente condotte all’interno del perimetro aziendale venivano svolte in modo regolare, in particolare rispetto al D.lgs. 152/06 e alla L.R. 27/98 come modificata con successiva Deliberazione di Giunta 5 agosto 2014 n. 548? Ed era in possesso del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) di cui agli artt. 17 e 28 del D.lgs. 81 del 9 aprile 2008 e s.m.i., di cui la valutazione del rischio incendio è parte integrante? Chi ha effettuato i controlli periodici?

2) Cosa ha scatenato l’incendio la mattina del 5 maggio?

Negli ultimi due anni sono andate a fuoco oltre cento tra discariche e aziende per il trattamento dei rifiuti. Nel sito sulla Pontina Vecchia, dove già 10 anni fa ci sarebbe stato un incendio, avrebbero dovuto esserci esclusivamente materiali speciali in attesa di smaltimento, ed in particolare imballaggi: quindi carta, lavorati del legno, plastiche, metalli. Forse anche cemento, secondo quanto dichiarato alla stampa dall’amministratore della ditta. E parrebbe anche rifiuti ospedalieri. Era effettivamente così o nel sito erano stoccati anche rifiuti tossici o pericolosi? Inoltre, quali sono state le dinamiche dell’incendio? Diversi testimoni hanno parlato di un boato e di fiamme sprigionatesi dall’esterno, probabilmente dalle enormi quantità di materiali stoccati ripetutamente denunciate alle autorità competenti dai cittadini e dal Comitato di quartiere Cinque Poderi, ma senza apparenti risultati: sono stati effettuati controlli, a seguito di quelle reiterate segnalazioni?

3) La polizza rumena sull’impianto vale come carta straccia?

Come è stato possibile che nel 2014 la Regione Lazio, nonostante l’IVASS avesse posto il divieto alla compagnia rumena City Insurance S.A. di assunzione di nuovi affari in Italia sin dal 2 luglio 2012 (provvedimento n. 2988), con una “presa d’atto” dell’affitto del ramo d’azienda inerente il magazzino di Pomezia alla Eco Servizi per l’Ambiente Srl (Determinazione n. G14725 del 17 ottobre 2014 a firma del direttore Manuela Manetti) abbia autorizzato la Eco X S.r.l. anche alla sostituzione della garanzia fideiussoria di € 725.000,00 con cui, dal 2010 e per 12 anni, doveva essere assicurato l’impianto, proprio con l’istituto assicurativo italiano ma con sede a Bucarest (tra l’altro attenzionato anche dal Gico della GdF)? Chi risarcirà i cittadini, le aziende e le amministrazioni pubbliche da questa polizza dai danni e per il risanamento ambientale?

4) Perché le istituzioni preposte stanno minimizzando l’accaduto?

Gianfranco Amendola, ex Procuratore della Repubblica di Civitavecchia, dalle pagine del Corriere della Sera del 10 maggio 2017 ha lanciato un appello ad Arpa e ASL a non sottovalutare l’incidente. Perché, soprattutto nelle prime fasi dell’emergenza e soprattutto da parte di Arpa e dai massimi vertici della Regione Lazio, è sembrato che si volesse minimizzare l’accaduto e tranquillizzare i cittadini, addirittura arrivando ad ipotizzare che nella struttura non fosse presente amianto nonostante le indicazioni dell’ASL Roma 6 fossero tutt’altre, come accertato e confermato anche dalla Procura della Repubblica di Velletri? Perché, inoltre, non è stato immediatamente allertato anche l’ISPRA del Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare?

5) Con chi intratteneva relazioni industriali la Eco X S.r.l.?

La Eco X S.r.l. di Pomezia è stata autorizzata per dieci anni dalla Regione Lazio all’esercizio di un impianto di stoccaggio e trattamento di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi (Determinazione del 21.04.2010, B2232 a firma del Direttore Dipartimento del Territorio Raniero De Filippis). Ma con chi intratteneva relazioni industriali? Aveva anche partner pubblici o aziende pubbliche? Quali i legami con le associazioni ambientali pubblicizzati sul sito istituzionale? E quali i rapporti con la “Caturano Autotrasporti Srl” di Maddaloni (azienda colpita da interdittiva antimafia a titolo definitivo, giusta sentenza del Consiglio di Stato n.3208 del 5 giugno 2014), i cui automezzi il 13 gennaio 2015 furono sopresi dalla Guardia di Finanza di Avezzano trasportare rifiuti della stessa Eco Servizi per l’Ambiente Srl in un capannone abbandonato ed appena riacquistato all’asta, sito nel nucleo industriale di Avezzano, in via Nobel?

6) La gestione locale della fase di emergenza è stata idonea?

I piani di emergenza sono l’insieme delle procedure operative di intervento per fronteggiare una qualsiasi calamità attesa in un determinato territorio, incluso quindi il rischio industriale ed ambientale: sono obbligatori ai sensi della legge 100 del 12 luglio 2012. Un piano d’emergenza deve recepire il programma di previsione e prevenzione, ed è lo strumento che consente alle autorità di predisporre e coordinare gli interventi di soccorso a tutela della popolazione e dei beni in un’area a rischio. Sulla base dei dati del Dipartimento dalla Regione Lazio, tra quelli interessati dell’evento disastroso del 5/5/2017, i Comuni di Pomezia, Aprilia, Velletri, Ciampino, Marino, Artena, Grottaferrata, Roma, Nettuno, Rocca Massima, Rocca Priora, Cisterna di Latina, Norma, Sermoneta risultano tra quelli che si sono dotati di un piano di emergenza comunale: nell’occasione, sono stati tempestivamente ed idoneamente attivati? Sebbene sia obbligatorio, inoltre, Ardea, Albano Laziale, Anzio, Cori, Lariano, Genzano, Nemi, Ariccia, Castel Gandolfo, non risulterebbero mai aver adottato il piano di emergenza comunale.

7) Sono stati avviati controlli straordinari nelle mense scolastiche?

Molte delle mense scolastiche dei territori delle provincie di Roma e Latina servono quotidianamente pasti preparati utilizzando materie prime fresche provenienti da produttori locali. Ad esempio, il servizio di refezione scolastica del Comune di Roma Capitale (suddiviso in 11 Lotti) è stato affidato valutando positivamente le politiche di approvvigionamento dei prodotti alimentari che valorizzino l’impiego di alimenti a filiera corta, cioè di prodotti che abbiano viaggiato poco e subito pochi passaggi commerciali prima di arrivare alla cucina e alla tavola, nonché considerando le misure volte al contenimento degli impatti legati al trasporto delle merci: di conseguenza, l’8 maggio il Direttore del Dipartimento Servizi Educativi e Scolastici di Roma Capitale ha disposto in via precauzionale il divieto di approvvigionamento delle derrate alimentari destinate alle mense provenienti da un raggio di 50 km dall’evento, fino a nuova disposizione. Gli altri sindaci hanno adottato analoghe misure precauzionali straordinarie per la tutela della salute dell’intera platea scolastica, verificando e disponendo che i pasti serviti nelle scuole dalle ditte appaltatrici non contenessero prodotti anche solo potenzialmente contaminati dagli inquinanti?

8) Chi ci proteggerà da diossina e amianto?

Mentre Arpa si è affrettata a misurare le concentrazioni di particolato ed idrocarburi nei luoghi esposti al disastro, il vero pericolo è rappresentato:

– dalle DIOSSINE (sottoposte alla Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti del 2001) emesse in atmosfera dalla combustione del sito e che possono essere trasportate per grandi distanze e successivamente depositarsi, ed essere ritrovate nell’acqua, nei terreni e nei sedimenti: possono quindi depositarsi sul suolo e sulle parti arboree dei pascoli e dei seminativi rendendosi così disponibili per l’ingestione da parte degli animali da pascolo e da allevamento; possono inoltre essere trasportate dalle acque superficiali e raccolte nei sedimenti e raggiungere quindi la fauna ittica. In ogni caso penetrando nella catena alimentare: le diossine sono composti estremamente tossici per l’uomo e gli animali, sono tra i più potenti veleni conosciuti, provocano l’endometriosi, e sono classificate come sicuramente cancerogene (gruppo 1, Cancerogeni per l’uomo dalla IARC, dal 1997 la TCDD);

– dall’AMIANTO, incapsulato nella copertura del sito sulla Pontinia Vecchia e polverizzatosi in miliardi di fibre che hanno ormai contaminato tutto il territorio e che semineranno malattie e morte in tutto il circondario nei prossimi decenni, come già ipotizzato dall’Osservatorio Nazionale Amianto: oltre ad avere effetti fibrogeni, capaci di provocare l’insorgenza di asbestosi, placche pleuriche, ispessimenti pleurici, complicazioni cardiovascolari, l’amianto ha effetti cancerogeni provocando, oltre al mesotelioma della pleura, del peritoneo, del pericardio e della tunica vaginale del testicolo e del polmone, anche altre neoplasie, quali il cancro alla laringe e alle ovaie. Inoltre è stata confermata l’associazione tra esposizione ad amianto e una maggiore incidenza di cancro alla laringe, allo stomaco e al colon-retto.

Eventi quali quello in esame possono costituire una possibilità di contaminazione dei comparti suolo, aria e acqua. Quale strategia verrà posta in essere di fronte a questo disastro ambientale? Sono stati elaborati dei modelli per definire l’area a rischio anche in relazione alla ricaduta a distanza delle sostanze emesse? Quali inquinanti, anche alla luce della bibliografia riconosciuta scientificamente, si intende analizzare? È stata avviata la raccolta di campioni di prodotti agricoli, suolo, acqua?

9) Chi riparerà i danni all’ambiente e ci sarà trasparenza?

Chi monitorerà, negli anni, i danni ai delicati ecosistemi dei seguenti patrimoni naturali del Lazio e, in caso di contaminazione, l’eventuale pericolo per i fruitori nonché la bonifica (ove mai fosse possibile)?

-Parco Regionale dei Castelli Romani

-Riserva Naturale Regionale “Sughereta” di Pomezia

-Riserva Naturale Statale “Tenuta di Castelporziano” di Roma (con al suo interno la ZPS 
IT6030084 ed i SIC IT6030027 e IT6030028)

-Riserva Naturale Regionale “Decima Malafede” di Roma (la cui sughereta di Castel di 
Decima è il SIC IT6030053)

-Riserva Naturale “Tor Caldara” di Anzio (che è anche SIC IT6030046)

-Riserva Naturale Regionale “Villa Borghese” di Nettuno

-Monumento Naturale “Giardino di Ninfa” di Cisterna di Latina

-Monumento Naturale “Torrecchia Vecchia” di Cisterna di Latina

-Monumento Naturale “Lago di Giulianello” di Cori

-Monumento Naturale “Madonna della Neve” di Rocca Priora

-ZPS “Monti Lepini” di Artena (IT6030043)

-ZPS “Lago di Albano” a Castel Gandolfo (IT6030038 e SIC IT6030039)

-SIC “Maschio dell’Artemisio” (IT6030017) tra i comuni di Lariano – Nemi – Rocca di Papa – 
Rocca Priora – Velletri

-SIC “Cerquone – Doganella” (IT6030018) tra Rocca di Papa – Rocca Priora – Artena

-SIC Litorale di Torre Astura (IT6030048) a Nettuno

-SIC “zone umide ad ovest del Fiume Astura” (IT6030049) a Nettuno

-SIC “Bosco di Foglino” a Nettuno (IT6030047)

-SIC “Macchia della Spadellata e Fosso S. Anastasio” (IT6030044) ad Anzio

-SIC “Lido dei Gigli” (IT6030045) ad Anzio
Il D.lgs. 14 marzo 2013, n. 33 in attuazione della legge 190/2012 (cosiddetta legge “anticorruzione”) obbliga le Amministrazioni pubbliche a pubblicare sui loro siti istituzionali le informazioni ambientali di cui sono in possesso. Quali azioni si sono intraprese e si intendono intraprendere per informare la popolazione sui livelli di contaminazione ambientale in relazione anche alle disposizioni di maggior tutela recate dalle norme di settore, ovvero il D.lgs. 152/2006 (articolo 3), la legge 108/2001 (ratifica della Convenzione di Aarhus del 1998, testo base a livello Ue sull’accesso alle informazioni ambientali e alla giustizia ambientale) e il D.lgs. 195/2005 che in attuazione della direttiva 2003/4/Ce regolano forme e modi dell’accesso del pubblico alle informazioni ambientali?

10) Chi ripagherà i danni all’economia tradizionale?

Gli inquinanti sprigionati dall’incendio di Pomezia possono mettere letteralmente in ginocchio il comparto agroalimentare di un territorio pari a circa un sesto dell’intera Regione Lazio. Le produzioni di eccellenze nonché addirittura gli stessi riconoscimenti di tipicità potrebbero svanire: i vini Cannellino di Frascati, il Frascati Superiore, l’Aprilia, il Cori, il Frascati, il Nettuno, il Velletri, i derivati del latte di bufala campana, il kiwi Latina, fragoline di Nemi, il pinolo del litorale Laziale, l’uva pizzutello. Oltre a migliaia di ettari di produzioni biologiche frutto degli sforzi degli imprenditori agrari. Chi ripagherà tutto ciò? 
I Gruppi Ricerca Ecologica Lazio, associazione regionale dei Gruppi di Ricerca Ecologica riconosciuti dal Ministero dell’Ambiente ai sensi dell’art. 13 della L. 349/86, annunciano sin d’ora che si costituiranno parte civile nel processo penale

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

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Ecocidio, la denuncia delle mamme campane: “8 bimbi morti in poco tempo”

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Protesta nei pressi della prefettura di Napoli per richiamare l’attenzione sull’ecocidio infantile in corso. Ben 8 bambini morti di tumore da novembre ad oggi. Ma i vertici ospedalieri ne confermano solo 5, in linea con la media nazionale.

Sono persone che prima non si conoscevano tra loro, diverse tra loro e senza niente in comune. Se non di essere genitori di bambini uccisi dal cancro. E di vivere in una terra conosciuta come “quella dei Fuochi”. Una terra che invece di essere casa e rifugio si è rivelata killer silenzioso per molti. Un luogo dove per anni si è consumato un vero e proprio ecocidio, “l’uccisione” dell’ambiente naturale. Che ha significato la morte per tanti, adulti e bambini. Lunedì 6 Febbraio la decisione di risvegliare l’attenzione delle istituzioni, cadute nell’immobilismo sulla questione. Le mamme denunciano le bonifiche non fatte (ma i fondi ricevuti?), gli screening promessi e mai realizzati, o realizzati in misura non sufficiente. Tante, troppe promesse che non hanno trovato riscontro nella realtà. E intanto i figli di questa terra muoiono.

Otto bambini morti, ma l’ospedale ne conferma solo cinque

Gli Angeli guerrieri della terra dei fuochi sono un gruppo di genitori, per lo più mamme che, come si legge dalla pagina Facebook, hanno pubblicamente denunciato l’ecocidio che sta avvenendo ai danni dei loro figli. Perché “la prima causa del cancro infantile è l’inquinamento ambientale e dunque tutti noi siamo chiamati a fare prevenzione primaria e politiche a tutela dell’ambiente perché nessun bambino merita il cancro e noi dobbiamo evitare in ogni modo che ciò avvenga”.

Pubblicano i nomi di 14 piccoli, tra i 7 mesi e i 14 anni, di cui ben 8 deceduti tra novembre e gennaio. Ma i dati del comitato non coincidono con quelli forniti dai vertici ospedalieri. Domenico Ripaldi, il direttore di Oncoematologia dell’ospedale Santobono Pausillipon (struttura partenopea di riferimento per la pediatria), replica che i decessi sarebbero solo 5 (e non 8). Dato considerato perfettamente in linea con la media nazionale.

I don Chichotte contro l’ecocidio

La preoccupazione delle mamme è l’immobilismo avvertito da parte delle istituzioni. Dopo lo scalpore iniziale e le promesse dei politici davanti alle telecamere, la Terra dei Fuochi non fa più notizia. È una realtà a cui ormai ci si è abituati. I riflettori si sono spenti sull’ecocidio e l’attivismo sembra una battaglia contro i mulini al vento. Intanto, pochi giorni fa un pentito della camorra rivela che non è solo la Terra dei Fuochi a essere stata utilizzata per lo smaltimento illegale dei rifiuti. Ha indicato anche la zona vesuviana, all’interno del Parco Nazionale che, da oasi verde all’ombra del Vesuvio, è diventata una discarica a cielo aperto.

È necessaria la cooperazione tra istituzioni e cittadini

«Vivere qui non è normale. Noi qui non abbiamo avuto nessun intervento – spiega la mamma di Enrico, 8 anni, membro degli Angeli, delle mamme guerriere – Lottiamo. Noi non siamo medici. Non abbiamo soluzioni, ma le istituzioni non possono negare che qui si muore. Mio figlio si chiama ancora Enrico. Per me è vivo ancora. Aveva otto anni e oggi non lo vedo giocare in strada. Fa male pensare che le istituzioni, i politici, la gente si abituino tutti alla morte dei bimbi. Fa male».
Sulla questione dell’illegalità ambientale, riportiamo la testimonianza di Don Maurizio Patriciello, sacerdote da sempre attivo nella lotta contro l’ecocidio, che su Facebook scrive: «Napoli ha bisogno di uomini e donne che facciano il proprio dovere con magnanimità, coraggio, severità. Ha bisogno di complicità buona tra la politica locale, regionale e nazionale dove i responsabili sappiano ascoltarsi e rispettarsi e non litigare come sta avvenendo tra il governatore e i commissari della sanità inviati dal governo. I cittadini hanno il diritto di essere tutelati».

Fonte: ambientebio.it

Perdita di acque contaminate da fracking in north Dakota

Circa diecimila metri cubi di fanghi di salamoia utilizzati da fracking sono usciti dalle condutture contaminando il terreno. Circa diecimila metri cubi di acque contaminate da fracking si sono sversati sui terreni del North Dakota in seguito ad una perdita nelle condutture. Si tratta di salamoia, soluzione salina ad alta concentrazione che e’ fortemente tossica per la vegetazione. Le acque reflue del fracking possono contenere anche metalli pesanti e materiali radioattivi. La perdita e’ stata scoperta il 6 gennaio scorso, ma solo la scorsa settimana la compagnia Summit Midstream Partners che gestisce le condutture si e’ resa conto dell’ entita’ del disastro. Le acque contaminate si sono sversate in due torrenti, ma al momento per fortuna non minacciano la falda acquifera. La Midstream sta aspirando le acque contaminate, ma in questo modo e’ costretta a prelevare anche l’acqua dolce dei torrenti. Il portavoce della compagnia ha candidamente ammesso che loro svuotano, ma poi il torrente si riempie di nuovo… Questa perdita si aggiunge ai numerosi gravi problemi ambientali posti dalla contestatissima tecnica del fracking: terremotiperdite di metanospreco di acquacontaminazione delle falde,danni alla salute umana ed emissioni di gas serra. Il triste esempio della devastazione delle campagne della Pennsylvania dovrebbe essere un monito per tutti.North-Dakota-Brine-spill

Fonte: ecoblog.it

Disastro ambientale, 190 mila litri di petrolio finiscono nello Yellowstone River in Montana

Camion carichi di acqua potabile sono stati spediti nella città di Glendive in Montana dopo che ieri è stata riscontrata la contaminazione dell’acqua pubblica a causa della perdita di 190 mila litri di petrolio greggio nel fiume Yellowstone. Oltre 190 mila litri di greggio sono finiti nel fiume Yellowstone, contaminando anche le falde acquifere della cittadina di Glendive e inquinando così l’acqua bevuta da 6 mila persone. L’incidente si è verificato sabato scorso e già squadre addette alla pulizia stanno provando a recuperare il greggio fuoriuscito anche se sono ostacolati dal ghiaccio presente sulla superficie delle acque. I residenti domenica hanno denunciato alle autorità il cattivo odore che proveniva dall’acqua potabile che fuoriusciva dai rubinetti e solo ieri le autorità hanno vietato alle persone di bere l’acqua contaminata.B7ud69XCMAA-qoz

Secondo la società Bridger Pipeline che gestisce l’oleodotto la fuoriuscita è stata causata dalla rottura di un tubo d’acciaio del diametro di 30 cm a 8 Km da Glendive, all’altezza del confine tra Montana e North Dakota e collocato otto metri sotto il letto del fiume. Per la società, sono finiti nello Yellowstone river 1200 barili di petrolio greggio, pari a circa 190 mila litri. Nel 2011 finirono nello Yellowstone River, all’altezza della cittadina di Laurel, sempre in Montana, circa 238 mila litri di petrolio. Alcuni giorni dopo la fuoriuscita, Alexis Bonogofsky allevatore di capre fu ricoverato per esposizione acuta a idrocarburi, dopo aver notato chiazze di petrolio lungo la riva del fiume a ridosso del suo ranch. Dal 2013 lo Stato del Montana è ancora in contenzioso con la Exxon in merito ai danni e alla pulizia del fiume. L’oleodotto della Bridger Pipeline va dal Canada in Montana e Tad True vice presidente della società si scusato e ha annunciato che la sua organizzazione si è assunta la responsabilità della pulizia del fiume.

Fonte: ThinkprogressThinkrpogressThe Guardian

Nigeria, Shell risarcirà la comunità del Delta del Niger

I singoli pescatori e la comunità di Bodo verranno risarciti con 55 milioni di sterline, pari a 70 milioni di euro

Shell risarcirà con 55 milioni di sterline (70 milioni di euro) la comunità nigeriana danneggiata da due importanti fughe di petrolio nel 2008. Oggi, mercoledì 7 gennaio 2015, si chiude con un accordo privato fra la compagnia petrolifera e le vittime del disastro ambientale del 2008 una battaglia legale durata tre anni. In ben due occasioni, alla fine del 2008, due fughe di un oleodotto avevano provocato due devastanti disastri ambientali nella zona del Delta del Niger. La filiale nigeriana del gruppo anglo-olandese verserà 35 milioni di sterline ripartiti fra 15600 persone e 20 milioni di sterline destinati all’insieme della comunità di Bodo che vive sostanzialmente di pesca. Ci sono voluti oltre sei anni per arrivare a questo successo: le pressioni di Amnesty International su Shell avevano fatto sì che la compagnia petrolifera riconoscesse le proprie responsabilità, ma la compagnia petrolifera non era mai giunta a un accordo e all’orizzonte si profilava – su sollecitazione della comunità investita dalla marea nera – un processo all’Alta Corte di Londra che avrebbe dovuto iniziare nel maggio 2015. Ora l’accordo che prevede per i 15600 pescatori una tantum di 2200 sterline, pari a tre anni di salario minimo.

Noi siamo contenti per i nostri clienti e felici per la buona decisione presa da Shell, ma devo dire che è stata molto deludente avere dovuto attendere sei anni perché Shell prendesse seriamente questa questione e riconoscesse la vera natura dei danni causati da queste fughe sia sull’ambiente che coloro che ne dipendono per vivere,

ha dichiarato Martyn Day, avvocato dello studio Leigh Day che ha difeso la comunità di Bodo durante i tre anni di battaglia legale.Crimini-ambientali-Shell-1-586x389

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

Disastro ambientale in Israele: milioni di litri di greggio nella riserva di Evrona

In seguito all’incidente si è creato un fiume di greggio della lunghezza di 7 chilometri. Conseguenze anche in Giordania. Ci vorranno anni perché il disastro avvenuto in Israele la scorsa settimana possa essere normalizzato: milioni di litri di greggio sono fuoriusciti da un oleodotto nel deserto dell’Aravà causando uno dei maggiori disastri ambientali mai avvenuti in territorio israeliano. A causa dell’incidente alle tubature dell’oleodotto si è creato un fiume di greggio lungo 7 chilometri nella riserva naturale di Evrona, in una regione nota per ospitare una folta popolazione di cervi. Da giorni pompieri, polizia, squadre di emergenza e protezione civile sono impegnati per contenere il disastro causato da un incidente avvenuto durante i lavori per la costruzione del nuovo aeroporto di Timna, nel sud del Paese. La fuoriuscita di greggio, avvenuto nei pressi del kibbutz Keturà, è stata stoppata chiudendo l’oleodotto a monte della dispersione, ma l’intervento è stato effettuato solamente due ore dopo l’incidente quando diversi milioni di litri di greggio erano ormai dispersi nel terreno. L’oleodotto nel quale è avvenuto l’incidente collega le città di Ashkelon ed Eilat e fu aperto negli anni Sessanta per consentire al petrolio iraniano di arrivare sul Mediterraneo, per essere venduto sui mercati europei. Il Ministero della Protezione dell’ambiente israeliano ha avviato un’inchiesta che dovrà chiarire, oltre alle cause del disastro, quelle del ritardo nelle operazioni di tamponamento e il clamoroso errore nella prevenzione dell’incidente. Il disastro ambientale ha avuto conseguenze anche in Giordania, dove 80 persone sono state ricoverate per problemi respiratori conseguenti all’inalazione dei fumi nocivi.israele

Fonte:  La Stampa

© Foto Getty Images

Sversamento di cherosene a Maccarese: animali morti e danni ambientali gravissimi

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Un vero e proprio disastro ambientale di cui ancora non si conosce esattamente la portata. È questo ciò che si sta vivendo a Maccarese (Fiumicino) dove da qualche giorno uno sversamento di cherosene sta inquinando irrimediabilmente il Rio Tre Cannelle. E mentre l’ondata di morte si appresta a sfociare nel mare, trascinando con sé le carcasse di quello che è stato il patrimonio faunistico del luogo, i terreni agricoli vengono contaminati. Secondo gli ultimi aggiornamenti, sembra che i volontari del Centro Habitat Mediterraneo Lipu di Ostia e del Wwf abbiano già raccolto 50 carcasse di animali uccisi dallo sversamento di cherosene. Aironi, garzette, cormorani, pesci. Ma si tratta, purtroppo, soltanto dell’inizio. Le volpi mangiano gli uccelli che hanno predato i pesci contaminati. Una vera e propria catena della morte. Sono veramente tanti gli animali trovati senza vita nelle perlustrazioni dei volontari: si parla anche di testuggini, gallinelle d’acqua, germani reali, nutrie. Mentre ancora resta da verificare la contaminazione delle falde acquifere, il sindaco di Fiumicino ha emanato ieri un’ordinanza urgente che prevede il divieto di bere l’acqua o usarla per l’irrigazione. Oltre naturalmente al divieto di pesca e caccia in tutti i corsi d’acqua e torrenti all’interno della Riserva Statale del litorale romano e in tutto il comune di Fiumicino. La catena alimentare è stata intaccata a più livelli e potrebbero essere a rischio anche altri animali che popolano queste aree, zone di svernamento per uccelli, volpi, tassi, donnole e faine, fanno sapere i volontari del Wwf. Lo sversamento del cherosene, così come confermato dall’Eni in una nota, sembra sia stato causato dai tentativi di furto effettuati all’oleodotto Civitavecchia-Pantano, avvenuti tra giovedì e venerdì scorsi. In base a quanto riportato dalle agenzie di stampa, e dichiarato dall’azienda, le aree sarebbero state messe subito in sicurezza, ponendo fine al flusso di carburante poche ore dopo l’effrazione e contenendo le quantità sversate. Eppure, c’è chi appare critico sulla rapidità da parte dell’Eni nelle operazioni di ripristino della situazione. Secondo quanto riportato da Il Corriereinfatti, il sindaco di Fiumicino avrebbe accusato l’assenza di “un piano di sicurezza e di rilevamento ambientale in situazioni di emergenza”. “Servono monitoraggi in tempo reale su queste condotte, in modo da controllare ladri o simili. E mi auguro che tali controlli di sicurezza vengano attivati a breve. Ora sarà l’Eni, insieme all’Arpa, a effettuare il piano di bonifica a lungo termine”, ha continuato Montino. E mentre continua l’azione di bonifica e di riassorbimento del carburante attraverso panne galleggianti oleoassorbenti e autobotti, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha dato disposizione al Nucleo Operativo Ecologico (Noe) dei Carabinieri di procedere ai necessari accertamenti sulle aree colpite, avvalendosi del supporto tecnico dell’Ispra. Dal canto loro, i volontari del Wwf che sono instancabilmente impegnati da giorni a Maccarese, per recuperare gli animali morti e soccorrere quelli ancora in vita, lanciano un appello: “È una corsa contro il tempo qui ci sono solo ragazzi volontari del Wwf e della Lipu, con propri scatoloni e retine, ma sarebbe necessaria una task force di sostegno con personale qualificato e con materiale idoneo, anche per scongiurare rischi per la salute e l’igiene […] bisogna rimuovere al più presto tutte le carcasse, ed è una vera e propria strage, che richiamano al banchetto altri animali e rapaci. Anche oggi abbiamo rimosso tanti animali morti ma da soli non possiamo farcela. È necessario poi individuare le responsabilità di quanto accaduto, i cui effetti e le ricadute nel tempo non sono quantificabili”.

(Foto: Romareport)

Fonte: ambientebio.it

Mantova, 5mila metri cubi di liquami nei canali: è disastro ambientale

Le analisi dell’Arpa hanno evidenziato lo sversamento di residui di un allevamento zootecnico di suini nel canale Seriola. Ci vorranno anni perché l’ecosistema ritorni alle condizioni precedenti. L’allarme è scattato martedì 28 ottobre e a poche ore dall’accaduto le guardie forestali del mantovano hanno parlato di “disastro ambientale mai visto” in quella zona: fra Carpenedolo e Gazoldo, nelle acque del canale Seriola sono stati sversati cinquemila metri cubici di liquami che hanno ricoperto con una schiuma maleodorante dodici chilometri di acqua corrente arrivando all’Osone e al vaso Gambino. Flora e fauna sono andate distrutte e ci vorranno anni perché l’ecosistema possa tornare allo stato precedente e le acque possano essere nuovamente ripopolate. I danni non sono limitati alle acque, ma interessano anche i terreni adiacenti al corso d’acqua. Gli agenti della polizia locale sono intervenuti sul posto insieme alle guardie forestali e ai referenti per le questioni ambientali dei diversi comuni interessati. I tecnici dell’Arpa hanno effettuato i prelievi e nel giro di poche ore sono stati resi pubblici i risultati delle analisi: si tratta di liquami provenienti da un allevamento zootecnico di suini. Principale indiziata per il reato di disastro ambientale è un’azienda di Gozzolina di Castiglione, già denunciata in passato per violazioni delle leggi ambientali. In questa azienda sono presenti due vasche contenenti 5mila metri cubici di liquami ciascuna e l’ipotesi è che una delle due sia stata collegata con un tubo al canale permettendo lo sversamento degli escrementi suini. Il canale Seriola nasce a Carpenedolo di Brescia e attraversa numerosi comuni mantovani: Castiglione, Medole, Castel Goffredo, Ceresara, Piubega, Gazoldo. Inoltre il canale è collegati ad altri corsi d’acqua come l’Osone e il vaso Gambino, il che rende estremamente difficoltoso circoscrivere l’area del disastro ambientale.Immagine-620x344

Fonte:  Gazzetta di Mantova

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Disastro ambientale nel Quesnel Lake: 4,5 milioni di metalli pesanti in acqua

Continuano le proteste dei canadesi dopo l’incidente dello scorso 3 agosto che ha provocato un ingente sversamento di arsenico, barite, calcite, fluorite, materiali radioattivi, mercurio, zolfo, cadmio e idrocarburi nelle acque lacustri del British Alberta

Lo scorso 3 agosto la rottura di un bacino di decantazione di una miniera di oro e rame si è rotto rilasciando in acqua 4,5 milioni di metri cubi di metalli pesanti nell’area di Hazeltine CreekQuesnel Lake Lake Polley. Si tratta di arsenico, barite, calcite, fluorite, materiali radioattivi, mercurio, zolfo, cadmio, idrocarburi, introdotti dagli impianti di estrazione e lavorazione (oli e grassi), un mix letale che rischia di compromettere l’ecosistema di uno dei laghi più grandi del mondo, il Quesnel. Undici giorni dopo l’incidente, lo scorso 14 agosto, il governo della British Columbia, di concerto con le autorità competenti e con i proprietari delle miniera, avevano dichiarato potabile l’acqua del lago e dei suoi affluenti. Una biologa marina, Alexandra Morton, ha voluto andare a fondo della questione e nelle scorse settimane si è recata sul posto con l’attrezzatura necessaria a campionare le acque, dimostrando come queste fossero contaminate da una sostanza blu. Il contatto con questa sostanza provoca una reazione simile al tocco della medusa, seccando la pelle e provocando un forte bruciore. Valutati i risultati della ricerca il governo dello Stato ha deciso di vietare l’utilizzo delle acque del lago. Le proteste, però, continuano senza sosta: perché quello consumato in Canada è un disastro a tempo indeterminato, per alcuni il più grande della storia mineraria canadese, se non mondiale. Anche se il divieto di potabilizzazione e di utilizzo diretto dell’acqua lacustre sembra mettere al sicuro la salute degli abitanti dell’area interessata dal disastro ambientale, in realtà i veleni sversati nelle acque lacustri potrebbero tornare entrando nella catena alimentare, per esempio quando i salmoni andranno a depositare le loro uova nella parte più profonda dei laghi oppure nel caso gli alci vadano ad abbeverarsi in una zona resa tossica dai metalli utilizzati nelle operazioni di estrazione mineraria.CHINA-ACCIDENT-ENERGY

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Fonte: ecoblog.it

Attenzione a non scivolare sull’olio assassino

Sono sempre più numerose le grandi aziende che si fregiano di produrre olio di palma in modo sostenibile, dalla Procter & Gamble alla PepsiCo. C’è un gran fermento per cercare di far accettare un prodotto che finora non ha avuto che colpe nel disastro ambientale dei paesi in via di sviluppo. Green-washing? Viene da chiederselo. Intanto si appena conclusa a Jakarta la quinta edizione della fiera dell’olio di palma, la International Conference Exhibition on Palm Oil 2014. Se questo da una parte ci fa comprendere la portata colossale di questa commodity, dall’altra ci induce ad aumentare il nostro senso di responsabilità come consumatori.olio_di_palma

Frigge le patate e scalda gli animi. L’olio di palma è uno dei nuovi mostri che contribuiscono a distruggere il pianeta. Una versatile ed economica materia prima ricavata dalla polpa del frutto della palma, coltivata in immense piantagioni nel Sud-Est asiatico, ma anche in alcune zone africane e sudamericane, e presente in una stupefacente moltitudine di prodotti, dai cosmetici ai saponi, dalle margarine ai dolciumi confezionati, dalle paste pronte ai prodotti da forno. Pochi sapranno che, nell’elenco degli ingredienti, spesso non compare neppure con il suo vero nome; viene genericamente indicato come olio (o grasso) vegetale (talvolta idrogenato). In forte crescita, anche l’utilizzo dell’olio come biocarburante. Ma da dicembre 2014 sarà obbligatorio riportare sull’etichetta, stando al regolamento UE 1169/2011, la tipologia di olio o grasso vegetale contenuto in ciascun prodotto. Sarà quindi più facile decidere come e cosa acquistare. La produzione globale di olio di palma è mastodontica. Dai dati di oilworld.biz si evince che nel 2006 ne sono state prodotte quasi 37 milioni di tonnellate, mentre nel 2009, appena 3 anni dopo, la produzione è aumentata di circa un quinto superando i 45 milioni di tonnellate; per il 2013 l’Agriculture Department Database statunitense stima una produzione di più di 58 milioni di tonnellate. Per comprendere meglio gli ordini di grandezza, ricordiamo che gli oli di girasole e colza vengono prodotti rispettivamente in ragione di 10 e 20 milioni di tonnellate annue. L’olio di oliva, invece, si attesta, per lo stesso anno, su poco più di 3 milioni di tonnellate: un’inezia. L’olio di palma è quindi l’olio più prodotto al mondo, avendo guadagnato questo primato nel 2005, quando ha doppiato l’olio di soia, grazie a un tasso di crescita dell’8% annuo, come si evince da uno studio globale sulla produzione di oli vegetali. Con questi dati si possono comprendere, seppur in estrema sintesi, i termini di questo enorme flagello di dannosità sempre maggiore: distruzione di ecosistemi, sterminio di animali, emissione di gas serra, lesione di diritti umani. Le principali nazioni produttrici sono Indonesia e Malesia, che insieme ne producono quasi l’86%, paesi il cui grado di biodiversità è sempre più minacciato dal continuo disboscamento di foresta primaria: proprio l’Indonesia si aggiudica un tristissimo record, comparendo nel Guinness dei Primati del 2008 come il distruttore più veloce di foresta al mondo: all’ora viene raso al suolo l’equivalente di 300 campi da calcio, come ci documenta l’associazione Say No to Palm Oil. La distruzione delle foreste di torba su cui poi impiantare le coltivazioni viene attuata con incendi sistematici: ciò porta con sé, proprio per la natura di questa particolare foresta, il rilascio di grandissime quantità di anidride carbonica che costituiscono una quota del 4% annuo sulla quota globale planetaria. Come se tutto ciò non bastasse, tale conversione alla monocoltura, già di per sé gravissima, si trascina dietro la devastazione permanente di ecosistemi e l’uccisione di moltissimi animali. Per esempio, ad essere colpiti sono gli oranghi che vivono proprio nelle foreste del Borneo e Sumatra. Negli ultimi dieci anni la popolazione degli oranghi è diminuita di un terzo, passando da 60 mila a 40 mila, l’80% del loro habitat è già stato distrutto e questi meravigliosi animali potrebbero, se si resta a guardare, estinguersi, secondo gli esperti, in circa venticinque anni, addirittura meno per altri. Si è calcolato che all’anno vengano uccisi tra i 1000 e i 5000 oranghi. E con loro a farne le spese si annoverano tigri, rinoceronti, elefanti, scimmie, leopardi. Basti dire che l’ecosisistema locale conta circa 300 mila specie. Un’ecatombe. Per non parlare di tutte le comunità locali che vivono in armonia con la natura e che, è facile presumerlo, vengono per sempre soppiantate dai luoghi che abitano per far spazio alla cieca avidità delle multinazionali oppure vengono sfruttate come manodopera a basso costo. Si fa credere che siano stati fissati dei paletti per tentare di regolamentare la produzione. Nel 2001 alcune organizzazioni internazionali, di concerto, fondano la Roundtable on Susainable Palm Oil (RSPO), un gruppo in cui sono rappresentati produttori, trasformatori, ONG, banche ed esponenti del settore commerciale che si occupa di certificare la produzione sostenibile di olio di palma. Al contrario di rari casi di effettiva regolamentazione, molte certificazioni sono risultate di fatto fasulle, nel caso in cui a dare la certificazione fossero le stesse società proprietarie delle piantagioni, come è successo per la prima certificazione rilasciata per esempio. La foto qui riportata, tratta da rainforest-rescue.org, testimonia un salvataggio di un orango operato durante un disboscamento da parte di una società aderente al RSPO. La questione è dunque assai delicata innanzitutto perché, ancora una volta, il controllato è anche il controllore e perché non è possibile parlare di sostenibilità senza prendere in considerazione la quantità. Si parla sempre di diverse modalità, ma mai di riduzione delle produzioni e dei consumi. Cosa fare? Presto detto: innanzi tutto smettere di comprare quel prodotto “X” che si è scoperto contenere olio di palma e diffondere l’informazione. L’europeo medio è il più grande consumatore di olio di palma con quasi 60 chili annui pro capite ed è un produttore a dichiararlo in un suo studio. Se ogni singolo cinese o indiano consumasse olio di palma con la stessa intensità, delle foreste primarie di Indonesia e Malesia non ci sarebbe più traccia. Occorre leggere attentamente le etichette e depennare dalla lista della spesa prodotti anche solo sospetti. Ma non finisce qui. L’olio di palma viene anche utilizzato come biocarburante e l’obiettivo, di questo si è parlato tanto a Jakarta, è quello di aumentarne la quota per questo utilizzo, ora solo in fase iniziale. Una materia prima che porta con sé moltissime criticità. Dal sito biofuel-news, si apprende che i responsabili che presiedono i vari enti che gravitano attorno alla produzione di questo olio hanno intenzione di sviluppare la piena potenzialità produttiva e perciò economica di tale sostanza. Stringente in questo senso la denuncia, per quanto riguarda la realtà italiana, del gruppo Earthriot, che aveva già manifestato dissenso contro Eni che per motivi energetici importa olio di palma da Indonesia e Malesia. Il gruppo di attivisti porta avanti una costante attività di sensibilizzazione anche attraverso una campagna di raccolta firme indirizzata al Parlamento Europeo per bloccare le importazioni in territorio europeo di olio di palma. L’economia globalizzata basata sulla libertà di mercato poggia sulla monotonia della monocoltura, che si nutre grazie ad una elefantiaca catena di distruzione. E’ ora di dire basta.

Fonte: il cambiamento.it