Il nuovo governatore della Pennsylvania ha vietato il fracking in foreste e parchi pubblici

Ora non sara’ piu’ possibile cercare gas e petrolio sotto alle foreste demaniali, nemmeno trivellando da terre private confinanti. Un brutto colpo per l’industria del fracking. Il nuovo governatore della Pennsylvania, il democratico Tom Wolfha firmato un ordine esecutivo per vietare il fracking su tutte le foreste e i parchi pubblici. In questo modo ha iniziato a rovesciare la politica pro-fracking del suo predecessore, il repubblicano Corbett. Fino ad ora le compagnie potevano usare il fracking su terre pubbliche a patto che trivellassero orizzontalmente da terre private confinanti. Ora questo non e’ piu’ possibile. Ben due terzi delle foreste pubbliche della Pennsylvania sono situate sopra al giacimento Marcellus Shale; si comprende quindi bene quanto fosse grande il rischio di inquinamento e devastazione delle risorse boschive e quale enorme affare abbiano visto sfumare i petrolieri. Il fracking ha portato occupazione nello stato, ma anche enormi problemi ambientali e per la salute, dal metano nell’acqua potabile e nelle urine, ai gravi danni all’industria casearia, alle migliaia di violazioni di sicurezza. E’ da notare che in Pennsylvania tuttora non esiste alcun registro epidemiologico dei problemi di salute legati alle trivellazioni. Wolf e’ su posizioni piu’ moderate rispetto a Cuomo, governatore di New York, che nel dicembre scorso ha vietato tout court il fracking in tutto lo stato. Sta pero’ rendendo piu’ difficile l’attivita’ di fracking, anche con la proposta di alzare le tasse per le concessioni, in modo da poter finanziare l’educazione pubblica.Tom-wolf

Fonte: ecoblog.it

Lo smog e gli italiani: dati e percezioni non coincidono

Confrontando le concentrazioni di Pm10 registrate in Italia negli ultimi anni con le risposte date dai cittadini al sondaggio Istat, emerge una forte discrepanza tra le tendenze dello smog e la sua percezione. Emblematico il caso Lombardia, in cui ogni anno sono diametralmente opposte378114

L’inquinamento dell’aria rappresenta indubbiamente uno dei principali problemi ambientali, soprattutto in ambito urbano. La concentrazione di inquinanti e odori sgradevoli varia considerevolmente sul territorio, in relazione alla densità abitativa, alla concentrazione di attività economiche, al traffico stradale. È interessante perciò la dichiarazione delle famiglie italiane circa la propria percezione della presenza di tali elementi nella zona in cui vivono.
Vediamo cosa hanno risposto ai sondaggi Istat racchiusi nell’edizione 2014 del Rapporto Annuale Noi Italia.
Nel 2013, il 36,7% delle famiglie italiane segnala problemi relativi all’inquinamento dell’aria e il 18,7% lamenta la presenza di odori sgradevoli. Il confronto con il 2012 mostra una sostanziale stabilità nella quota di famiglie che evidenziano i problemi suddetti nella zona in cui abitano.  Ma è rimasto stabile anche lo smog? In realtà no. Tra 2011, 2012 e 2013 le variazioni del Pm10 sono state piuttosto ingenti, soprattutto nelle città più inquinate d’Italia,Torino Milano. Nel 2011 i risultati erano stati pessimi, soprattutto in confronto con un 2010 particolarmente positivo (Smog: 2011 annus horribilis o 2010 particolarmente fortunato?). Nel 2012 la situazione era leggermente migliorata, confermando poi la tendenza positiva anche nel 2013, per quanto ben lungi dall’essere al riparo delle soglie europee, come invece si è letto su alcuni quotidiani.(Pm10 nei limiti europei? Veramente no…). E’ interessante vedere come invece la percezione dell’inquinamento atmosferico da parte dei cittadini sia andata aumentando negli stessi tre anni di riferimento.

Dati e percezione, perennemente in contrasto?

Nel Rapporto 2011 i cittadini lombardi che dichiaravano di avvertire la presenza di inquinamento nell’aria erano il 49,2% della popolazione regionale. Attenzione: il dato fa in realtà riferimento alla percezione sull’anno 2010. Nel Rapporto 2012 erano scesi al 47,5%, proprio mentre invece il 2011 – anno sul quale si esprimevano – aveva registrato un incremento delle polveri particolarmente alto. Nel Rapporto 2013 la quota saliva invece al 50,1%, nuovamente in contrasto con i dati che indicavano un miglioramento della qualità dell’aria. La percentuale è rimasta costante nel Rapporto 2014, evidenziando quindi la mancata registrazione da parte della popolazione dell’ulteriore miglioramento.
Il Rapporto 2014 nelle diverse RegioniSecondo Istat, la quota di famiglie che dichiarano la presenza di problemi di inquinamento dell’aria è sistematicamente superiore a quella delle famiglie che lamentano la presenza di odori sgradevoli. Nel 2013, per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria, è il 44,4% dalle famiglie del Nord-ovest a segnalare il problema, ma la quota sale al 50,1% tra le famiglie che vivono in Lombardia. Nel Nord-est la quota scende al 33%; in Veneto, tuttavia, raggiunge il 36,5%, mentre la quota più bassa si osserva in Trentino-Alto Adige (24,7%). Tra le regioni del Centro, il Lazio registra un significativo aumento rispetto al 2012 e mostra il valore più elevato (43,6%); ToscanaUmbria Marche presentano percentuali inferiori alla media nazionale. Nel Mezzogiorno la situazione peggiore è quella della Puglia, dove il41,9% delle famiglie segnala il problema; seguono le famiglie della Campania(40,1%) e della Sicilia (35,1%). Nel resto delle regioni del Mezzogiorno si osservano valori molto più bassi, in particolare in Molise (11,2%) e in Sardegna (15,6%). Per ciò che riguarda la percezione di odori sgradevoli, la situazione appare migliore su tutto il territorio nazionale. Nel Nord-ovest la regione con la percentuale più alta di famiglie che segnalano questo problema è la Lombardia (22,6%); nel Nord-est è il Veneto(20,0%). Nel Centro sono le famiglie del Lazio a mostrare il valore più elevato (21,3%), mentre nel Mezzogiorno sono quelle della Campania (22,8%), Puglia(21,4%), Calabria (19,9%) e Sicilia (19,6%).

Fonte: ecodallecittà

Smog in Europa, a rischio il 90% dei cittadini

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Quasi il 90% delle persone che vivono nelle città europee sono esposti a livelli di inquinamento dell’aria considerati dannosi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. È quanto emerge dall’ultimo rapporto sulla qualità dell’aria in Europa da parte dell’Agenzia europea dell’Ambiente che lancia l’allarme in particolare sugli effetti dei microscopici granelli di polvere e fuliggine, causati dalla combustione dei combustibili fossili. Il problema, spiega l’Aea, non riguarda solo le città: anche alcune aree rurali sono infatti caratterizzate da livelli significativi di inquinamento atmosferico. Italia, Polonia, Slovacchia, Turchia e la regione dei Balcani sono le aree più critiche per gli elevati livelli di Pm10 e Pm2,5. Critica la situazione in Italia anche per i livelli di ozono e ossidi di azoto. Ad alimentare l’inquinamento atmosferico in Europa sono il trasporto su strada, l’industria, l’agricoltura e il settore residenziale. Malgrado la riduzione delle emissioni e delle concentrazioni di alcuni inquinanti in atmosfera osservata negli ultimi decenni, il rapporto dimostra che il problema dell’inquinamento atmosferico in Europa è lungi dall’essere risolto. Due sostanze inquinanti in particolare, il particolato e l’ozono troposferico, continuano a causare problemi respiratori, malattie cardiovascolari e una minore aspettativa di vita, mentre nuovi dati scientifici indicano che la salute umana può essere compromessa da concentrazioni di sostanze inquinanti inferiori a quanto si pensava in passato. “L’inquinamento atmosferico sta causando danni alla salute umana e agli ecosistemi- spiega Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Aea – un’ampia parte della popolazione non vive in un ambiente sano secondo gli standard attuali. Per avviare un percorso che porti alla sostenibilità, l’Europa deve essere ambiziosa e rendere più severa l’attuale normativa”. Il rapporto “La qualità dell’aria in Europa – rapporto 2013”analizza anche i problemi ambientali legati all’inquinamento atmosferico. Tra questi vi è l’eutrofizzazione, un processo che avviene quando una quantità eccessiva di azoto danneggia gli ecosistemi, mettendo a rischio la biodiversità. Tale processo secondo l’Aea continua ad essere un problema molto diffuso che riguarda la maggior parte degli ecosistemi europei. Secondo Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, i dati diffusi dall’Agenzia europea dell’ambiente confermano che “l’inquinamento dell’aria resta uno dei principali problemi per la salute delle persone e per la salvaguardia dell’ambiente”. Secondo Zampetti si tratta di “una vera e propria emergenza che colpisce anche e soprattutto il nostro Paese. “Le cause dell’inquinamento atmosferico – continua Zampetti – sono chiare e conosciute da tempo. Sono il trasporto su strada, i processi industriali e di produzione di energia e i riscaldamenti domestici. Per arginare l’emergenza smog serve una nuova strategia – evidenzia – che intervenga sui settori più inquinanti, a partire da quello dei trasporti. Su questo in Italia serve una nuova capacità politica che invece di guardare alla realizzazione di inutili infrastrutture punti, attraverso interventi immediati e mirati, su una mobilità sostenibile basata su trasporto pubblico efficiente, mobilità pedonale e ciclabile e trasporto su ferro per ridurre il parco auto circolante, che nel nostro Paese raggiunge da sempre livelli da primato rispetto al resto d’Europa”.

A.P.

Fonte. Il cambiamento

Prepariamoci…a vivere meglio con meno

Luca Mercalli ci spiega come ridurre la nostra impronta ecologica sul Pianeta. Risparmiando…Immagine

Luca Mercalli ci spiega quale futuro ci attende a livello di cambiamenti globali del clima e della gestione delle risorse e come possiamo ridurre, attraverso semplici e impor­tanti gesti, la nostra impronta ecolo­gica sulla terra. Con la certezza che l’impegno di ognuno è importante e significativo, dal momento che i pro­blemi del pianeta altro non sono che la somma dei comportamenti di sette miliardi di persone, chi più chi meno.

Il titolo del suo ultimo libro “Prepariamoci” è un invito a impe­gnarci tutti, in prima persona, per far fronte al mondo che verrà, un mondo che si prospetta ben diver­so da quello in cui siamo abituati a vivere. Quali sono secondo lei le sfide più difficili e i cambiamenti più drastici a cui dobbiamo essere preparati? La preoccupazione maggiore deriva dalla combinazione di tanti cambia­menti, che presi uno per uno sarebbe­ro più facili da affrontare ma che ten­dono ormai a combinarsi in un unico stato di crisi: i cambiamenti climatici si sommano all’esaurimento delle fonti di energia a basso costo, alla crisi della produzione di cibo, all’au­mento della popolazione terrestre, ai problemi ambientali legati per esem­pio all’inquinamento chimico dell’ac­qua, dell’aria e dei suoli, alla cemen­tificazione e conseguente riduzione di terreno fertile per l’agricoltura, al costo maggiore delle materie prime e dei minerali. Mettendo insieme tutti questi fattori, abbiamo a livello glo­bale, ma ancor più a livello nazionale, una elevata fragilità. Se però comin­ciamo a ragionare su questi fatti con un certo anticipo ecco che è possibile attrezzarsi per non avere poi delle sor­prese sgradite. Perché abituandoci a vivere con meno possiamo essere più felici? Se guardiamo alla nostra società occi­dentale ci accorgiamo prima di tutto che è affetta da un’enorme quantità di sprechi, almeno il 30% di tutto ciò che facciamo e utilizziamo è spreco. Ci siamo abituati ad avere una bassa efficienza: quando le cose costavano di meno era più facile sprecare che occu­parsi di usare al meglio le risorse. Oggi, in un momento di contrazione economica, tagliare lo spreco non significa ridurre la propria qualità di vita, significa soltanto avere un po’ di attenzioni e non rinunciare a nulla. Anzi, si comincia a guadagnare perché lo spreco si traduce in spreco di denaro. Ne guadagniamo noi e ne guadagna l’ambiente in termini di meno rifiuti, meno emissioni di gas a effetto serra. Dopo l’abbattimento dello spreco viene una visione del mondo un po’

La maggior parte delle case, in Italia, è un colabrodo energeticoImmagine

diversa: si vede chiaro che nei Paesi occidentali oltre un certo limite di crescita economica e di consumi, la felicità non cresce di conseguenza – filosofi e sociologi stanno studiando questo fenomeno da tempo. C’è in tutti noi una sorta di effetto satura­zione e al di là della soddisfazione dei nostri bisogni fondamentali – che sono sacrosanti e inviolabili – quando si entra nel campo dei desideri si sco­pre che gran parte di essi sono indotti dalla pubblicità. I messaggi pubbli­citari sono ingannevoli e ci dicono che saremo persone adeguate e che valgono nella società solo se acquiste­remo il determinato profumo, vestito, automobile. Dobbiamo imparare a fermarci un attimo e a pensare che di tante cose non abbiamo davvero alcun bisogno.

Secondo lei è veramente possibile che ognuno, nel proprio piccolo, attraverso costanti azioni quotidia­ne di risparmio delle risorse possa contribuire significativamente alla salvaguardia del Pianeta? Di fronte ai piccoli sacrifici che nuovi stili di vita comportano molti si demotiva­no pensando di essere una piccolis­sima goccia nell’oceano… I problemi del Pianeta altro non sono che la somma dei comportamenti di sette miliardi di persone, chi più chi meno. E anche le grandi lobby eco­nomiche che controllano in parte le nostre scelte, alla fine terminano nel mercato dei consumatori. Quindi, in fondo, il piccolo può anche controllare il grande attraverso i propri consumi, attraverso la gestione oculata del pro­prio portafoglio e quindi delle scelte di ogni giorno: se compro un certo ogget­to faccio una scelta ben precisa, do un voto. Anche il cambiamento delle abi­tudini può influire sulle grandi scelte economiche, certo non su tutte, penso ad esempio alla difficoltà d’influire sulle spese militari.

Quali sono le principali azioni che una famiglia che vive in città può adottare per ridurre il proprio impatto ambientale? Prima di tutto penso si debba fare un bilancio non solo economico ma anche e soprattutto energetico della propria vita. Una delle voci di spesa più impor­tanti di una famiglia è proprio quella dell’energia: riscaldamento, gas, elet­tricità, combustibile per la macchina. Avendo chiaro qual è il proprio bilancio energetico possiamo agire sull’efficien­zaImmagine1Immagine2

e diminuire i nostri consumi. Ad esempio, la maggior parte delle case, in Italia, è un colabrodo energeti­co: attraverso opere di ristrutturazione, sulle quali ci sono anche sgravi fiscali e incentivi, possiamo cominciare a taglia­re del 50-70% i consumi della nostra abitazione, a parità di confort. Anche per l’automobile vale lo stesso discorso: è molto diverso muoversi in suv piuttosto che con una piccola utilitaria. Conosco molte persone che hanno fatto bene i loro conti e hanno deciso di vendere la macchina, riuscendo a spostarsi age­volmente con i mezzi pubblici e noleg­giandola o utilizzandola in car sharing quelle poche volte all’anno in cui non è proprio possibile farne a meno. La voce “energie” è sicuramente la più importante in un discorso di descrescita felice; poi viene quella delle mode: abiti, cosmetici, profumi e tanti altri beni di consu­mo costano davvero cari solo perché “firmati”. Eliminando molti di questi orpelli la vita diventa più semplice, non si deve rispondere a nessuno del proprio comportamento e si rispar­miano un bel po’ di soldi.

Ci racconta brevemente come vive con la sua famiglia? Quali scelte ha intrapreso verso la resilienza? Oltre a quella del risparmio energe­tico della casa (isolamento termico e installazione di pannelli fotovoltaici per la produzione dell’energia elettri­ca) sono riuscito a fare scelte ancora più ampie trasformando un improdut­tivo giardino che assorbiva risorse in un fecondissimo orto che mi dà delle ottime verdure e mi evita di andare a fare attività fisica a pagamento in palestra: la mia palestra è diventata l’orto e in più produce i pomodori. Inoltre ho modificato radicalmente le mie scelte di acquisto – cosa che tutti possono fare. La classica spesa settimanale al supermercato si è tra­sformata per me in una spesa ormai più che bimestrale andando ad acqui­stare solo quello di cui ho veramente bisogno e facendo una scelta molto ragionata sui prodotti che metto nel carrello. Ho ridotto sempre più il prodotto alimentare confezionato, precotto, a favore di cibi freschi o che possono essere cucinati in mille modi e hanno un basso costo iniziale, come i fantastici legumi.

In un mondo in cui tutto si compra, si rompe e si butta e in cui nelle nostre case siamo sempre al caldo e l’acqua esce abbondante dai nostri rubinetti, come possiamo insegnare ai nostri figli il valore del risparmio delle risorse? Penso ad esempio alla scuola materna di mia figlia in cui usano i bicchieri di plastica usa e getta ad ogni merenda o pasto: fanno tre pasti al giorno e sono sessanta bambini, il conto è presto fatto… Prima di tutto è un fatto culturale: dobbiamo far capire anche ai bambini da un lato la preziosità delle risorse, quindi riflettere sul fatto che quel bicchiere di plastica è del petrolio che magari ha creato una guerra in un Paese lontano e che è arrivato con un lungo viaggio da noi: lo usiamo cinque minuti e poi si trasforma in un rifiuto. Dobbiamo far capire loro che il rifiuto fa male alla salute, che poi lo ritroviamo nell’acqua che beviamo, nell’aria, nei cibi. Dopo questo passo viene il momento del comitato dei cittadini, dei genitori che chiedono alla scuola, al comune di cambiare metodo: so che questa battaglia è già stata fatta in diversi comuni italiani e ho nella mente il chiaro esempio degli studenti dell’U­niversità di Padova, che hanno dato vita a un comitato per l’abolizione dei bicchieri in plastica alla mensa universitaria, presentando uno studio realizzato da loro, relativo all’impatto ambientale di questa prassi. A questo punto la grande politica dovrebbe intervenire: riconosciuta l’evidenza dell’impatto ambientale nocivo delle stoviglie usa e getta, una legge nazionale dovrebbe proibirne l’uso in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Pensa che in Italia ci sia una mag­giore difficoltà a far passare un certo tipo di concetti di risparmio, tutela, bene comune e senso civico rispetto ad altri Paesi? Questo è sicuramente vero anche per un fatto di pessima educazione ambientale: queste tematiche non si studiano a scuola, si studiano male o non sono collegate in una visione complessiva. Non ci sono spesso le basi per spie­gare a gran parte dei nostri concit­tadini cosa s’intende per risparmio delle risorse, tutela del territorio e del paesaggio ecc. Mentre queste tema­tiche sono molto meglio comprese e convertite in pratica dalla politica nei Paesi del Nord Europa, che sono cer­tamente da prendere come modello: non bisogna neanche sforzarsi molto, basterebbe imparare a copiare da chi le cose le ha già fatte bene.

Abbiamo intervistato Luca Mercalli

Nato a Torino nel 1966, ha iniziato giovanissimo a interessarsi di atmosfera.

Ha studiato scienze agrarie all’Università di Torino, con indirizzo uso e difesa dei suoli e agrometeorologia, ma ha approfondito la preparazione in climatologia e glaciologia in Francia, tra Grenoble e Chambéry, dove si è laureato in geografia e scienze della montagna. È autore di centinaia di articoli scientifici, di saggi di divulgazione sui temi ambientali e di ricerca sul clima e non solo. Ha tenuto un migliaio di conferenze, in Italia e all’estero. Svolge incarichi di docenza per università, corsi di specializzazione e formazione professionale in scuole di ogni ordine e grado. Divulga le tematiche che gli sono care anche in numerosi programmi televisivi tra cui Che Tempo Che Fa condotto da Fabio Fazio. Abita in Val di Susa, si scalda con legna e pannelli solari, fa una differenziazione minuziosa dei rifiuti, coltiva l’orto e ama le biblioteche.

Fonte: viviconsapevole.it

Prepariamoci - Libro

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Amianto, riproposto il disegno di legge

Un nuovo documento, già discusso due volte negli anni passati, è stato presentato al Senato. Il suo obiettivo è quello di fornire finalmente un quadro preciso e definitivo per affrontare i problemi sanitari e giuridici collegati all’amianto e ben lungi dall’essere risolti.

Firmato dal senatore del PD Felice Casson e da una trentina di suoi colleghi, il 15 marzo è stato presentato al Senato un testo – già atto n. 3696 nel 2005 e atto n. 23 nel 2006 – che è diventato la proposta di legge n. 8 di questa XVII legislatura e che si propone di riattivare il dibattito sul delicato tema dell’amianto, dei gravi rischi per la salute che ha provocato e continua a provocare e del trattamento legale ed economico che spetta alle persone esposte e contaminate. Il documento inizia prendendo atto della grave immobilità dello Stato di fronte alla drammaticità della situazione, affrontata solo tramite il decreto legislativo 257 del 2006, attuativo della direttiva europea sulla protezione dei lavoratori dai rischi da esposizione all’amianto. Da allora, l’unico piccolo passo avanti è stato il decreto ministeriale del 2011 che ha istituito il Fondo per le Vittime dell’Amianto, già previsto dalla finanziaria 2008. Dalle discussioni che si sono tenute in sede parlamentare sono emerse alcune priorità, finalizzate ad affrontare argomenti sinora trascurati e a correggere l’approccio carente e poco efficace con cui ne sono state affrontate altre. In particolare, i grandi temi sul tappeto sono: le modalità di erogazione di aiuti e prestazioni in favore delle persone che hanno contratto malattie asbesto-correlate, l’istituzione di un fondo per mettere ciascuna Regione nelle condizioni di attuare un programma specifico in merito, la calendarizzazione degli interventi di risanamento di siti ed edifici ancora contaminati e, infine, la definizione di criteri più precisi per inquadrare la posizione dei cittadini che ancora non sono riconosciuti come vittime dell’amianto. Il registro nazionale dei mesoteliomi – patologia pleurica generata dall’esposizione all’asbesto – ha registrato fino al marzo 2004 3.670 decessi, ma il dato è del tutto parziale e destinato ad aumentare vertiginosamente nel prossimo decennio, poiché la malattia ha una latenza temporale molto elevata, nell’ordine delle decine di anni. Inoltre, colpisce non solo i lavoratori che operano in siti contaminati, ma anche la popolazione che può venire in contatto con le fibre di amianto, quindi i familiari, i vicini e tutti coloro che abitano nelle zone a rischio.

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Piccoli passi avanti sono stati fatti dal 1992, quando la legge 257 ha dichiarato il divieto di utilizzo di questo materiale e ha avviato il processo di bonifica nel nostro territorio, che fra l’altro è stato uno dei primi ad adottare queste misure, seguito dalla Germania, dalla Francia e, solo nel 2000, dalla Svizzera. Da 2006, in virtù della già citata direttiva 2003/18/CE, tutti gli stati membri sono soggetti al divieto di produzione. Ciononostante, il quadro della mortalità è destinato ad aggravarsi notevolmente e nel ventennio 1998-2018 i decessi per amianto passeranno da 5.000 a 9.000 all’anno. A livello mondiale, secondo i dati dell’Ufficio Internazionale del Lavoro, i casi di morte dovuti all’asbesto sono circa 120.000 all’anno, 70.000 per cancro e 50.000 per mesotelioma. A oggi, sono ancora più di due milioni le tonnellate di amianto prodotte ogni anno, una parte delle quali è di “amianto sporco”, non trattato e quindi ancora più pericoloso. È inquietante osservare come nella graduatoria dei maggiori produttori figurino non solo paesi reduci da decenni di economia di industria pesante, ben poco attenta alla salute dei lavoratori, come Russia, Kazakistan, Zimbabwe e Bulgaria, ma anche nazioni considerate all’avanguardia come Canada e Stati Uniti. Tornando in Italia e alla proposta di legge ripresentata per la terza volta il 15 marzo scorso, vediamo quali sono i punti chiave affrontati nei vari articoli del documento. Anzitutto, all’articolo 1, ci si propone di definire meglio le categorie a rischio, includendo anche i non lavoratori che possono venire a contatto con le fibre trasportate e diffuse in ambienti non direttamente esposti. Conseguentemente, si ravvisa la necessità di stabilire, in collaborazione con l’INAIL, una disciplina di erogazione dei risarcimenti più precisa e snella, imperniata sull’attività del Fondo per le Vittime dell’Amianto. Di questo si parla nell’articolo 2, mentre quello successivo prevede la creazione di un piano quinquennale di bonifica dell’edilizia pubblica, da attuarsi tramite un Fondo Nazionale per il Risanamento degli Edifici Pubblici. Degli edifici privati si occupa invece l’articolo 4, che prevede una serie di incentivi e agevolazioni per l’eliminazione dell’amianto. Gli articoli 5, 6 e 9 tutelano i lavoratori che sono stati esposti per un tempo prolungato all’asbesto e contemplano il primo una maggiorazione dei periodi di esposizione a fini pensionistici, mentre il secondo e il terzo la gratuità delle prestazioni sanitarie e legali a beneficio dei soggetti a rischio.

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L’articolo 7 stabilisce l’istituzione di una Commissione per la valutazione dei problemi ambientali e dei rischi sanitari connessi all’impiego dell’amianto, l’11 di una Commissione regionale e l’8 prevede l’organizzazione di Conferenze regionali e nazionali con scadenza annuale. Dell’attuazione di una campagna informativa si occupa l’articolo 10, mentre il 12 delibera la redazione di un Testo Unico che raccolga le disposizioni legislative riguardanti l’esposizione all’amianto. Il 14 disciplina le procedure di notifica dei lavori di bonifica e, infine, il 13 vieta l’estrazione e l’utilizzo delle ofioliti, le “pietre verdi”, che contengono asbesto e sono nocive. Il prossimo appuntamento è previsto per il 28 aprilegiornata mondiale in memoria delle vittime dell’amianto, quando si svolgerà un incontro parlamentare promosso dall’Associazione Italiana Esposti Amianto e a cui aderiranno i firmatari del progetto di legge e le organizzazioni e i comitati che lo appoggiano. Nel frattempo, l’invito rivolto agli altri gruppi politici è quello di sottoscrivere e sostenere il documento in aula, mentre tutte le altre realtà della società civile possono fare la loro parte diffondendo la notizia dell’iniziativa e, più in generale, sensibilizzando l’opinione pubblica in merito ai gravissimi rischi che tutt’oggi corriamo e al grande lavoro che ancora rimane da fare per risolvere la situazione.

Fonte: il cambiamento

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