Paesi sostenibili a zero emissioni: sarà mai possibile?/2

L’obiettivo fattibile della decarbonizzazione di interi Paesi entro la metà del secolo è la tesi centrale del rapporto appena pubblicato dalla Rete per le soluzioni sullo sviluppo sostenibile. Prosegue qui l’articolo di cui ieri abbiamo pubblicato la prima parte.

Cosa si può e deve fare?

Le raccomandazioni che scaturiscono dal rapporto vengono qui di seguito sintetizzate, relativamente ai quattro settori indagati: elettrico, industriale, trasporti ed edifici.

SETTORE ELETTRICO

Il settore elettrico sta già subendo un processo di decarbonizzazione in diversi Paesi del mondo. La tradizionale organizzazione centralizzata sta affrontando un passaggio di paradigma verso la generazione distribuita e rinnovabile. Questo nuovo modello è strettamente legato all’attuazione di reti intelligenti, in cui gli utenti finali agiscono come prosumers (produttori e al contempo consumatori di energia), fornendo alla rete l’eccesso di energia prodotta dai propri impianti distribuiti. Le tecnologie digitali saranno al centro di questa rivoluzione, sviluppando il potenziale dei diversi modelli di business come gli aggregatori virtuali e il trading energetico. Le tecnologie di oggi a supporto di questa transizione possono essere classificate in quattro gruppi principali:

(1) le fonti di energia a basse emissioni di carbonio (eolico on e offshore, solare fotovoltaico e a concentrazione, energia idroelettrica, biomassa, nucleare e geotermica);

(2) le soluzioni di accumulo di elettricità a breve e lungo termine;

(3) altre opzioni flessibili come le interconnessioni di rete, le sinergie di settore, le risposte all’offerta (bacini idro, bioenergia) e la gestione della domanda;

(4) la cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio con le varianti di carbonio da bio-energia e sua cattura diretta dall’aria (ma valgono qui più o meno gli stessi ragionamenti fatti per l’energia nucleare).

Per il nucleare menzionato nel primo gruppo è necessario ricordare che non vi sono esempi positivi da cui prendere spunto. La sacrosanta inaccettabilità sociale e gli alti costi ne limitano, e continueranno a farlo in futuro, per fortuna, la diffusione. La gestione delle scorie radioattive è un problema enorme che ci ricordiamo soltanto in occasione di incidenti o di trasferimenti da un sito all’altro. Immaginiamo se al posto degli attuali circa 500 reattori nucleari (tra quelli attivi e in costruzione) ne avessimo centinaia di migliaia in tutto il mondo: scorie ma anche “disponibilità” di uranio saranno la scintilla per nuove guerre, esattamente come quelle che stiamo vivendo oggi per le fonti fossili. Anche i “potenziali” miglioramenti ipotizzati nella generazione nucleare (sia della fissione di quarta generazione o della fusione) sono delle pie illusioni. Perché continuare quindi a pensare di investire miliardi di soldi pubblici quando, a non voler ostinatamente prendere in considerazione gli alti impatti ambientali e sociali dell’attuazione di questa tecnologia, anche la convenienza economica non c’é. Queste tecnologie si troverebbero poi a competere contro il calo dei costi delle opzioni rinnovabili che si basano, principalmente, sulle soluzioni fotovoltaiche ed eoliche unite ai sistemi di stoccaggio. E quindi, torniamo al punto principale: conviene imbarcarci su tale strada o non sarebbe meglio indirizzare fin da subito tutte le risorse (poche) disponibili verso quei settori che già adesso risultano competitivi, quali l’eolico e il solare? La risposta apparirebbe scontata.

Analogamente, tra le tecnologie al momento non ancora competitive, come lo stoccaggio di elettricità e la cattura del carbonio, si dovrebbe puntare esclusivamente su quelle che ci potranno sostenere dall’affrancamento dalla rete elettrica nazionale. Lo sviluppo delle comunità energetiche passa proprio dalla possibilità che avremo di immagazzinare e scambiare localmente l’energia prodotta da impianti rinnovabili in loco. Per quanto riguarda la cattura del carbonio, lascerei fare a chi è più esperto di noi: la natura, da sempre gli ecosistemi agro-forestali svolgono questa funzione e non c’è ragione di intromettersi. Ritengo poi un controsenso pensare di investire risorse su tecnologie che “catturino” la CO2 dall’aria invece che risolvere il problema all’origine e cioè fare in modo che tutti i processi diventino ad emissioni zero.

In definitiva, con le criticità sopra evidenziate, si concorda che l’obiettivo di decarbonizzazione totale richiederà una combinazione di più tecnologie. A seconda delle condizioni locali, il mix di opzioni disponibili varierà da paese a paese e quindi non ci sarà una soluzione unica per tutti. Tra le fonti fossili, giusto il gas può svolgere un ruolo cruciale durante il periodo di transizione verso una totale decarbonizzazione. Quanto questo periodo di transizione debba durare, e quindi il ruolo che deve assumere tale fonte fossile è una scelta che i decisori politici devono prendere, magari mostrando coraggio ad anticiparne i tempi di riduzione, puntando fortemente sullo sviluppo industriale basato sulle fonti rinnovabili.

SETTORE INDUSTRIALE

L’industria pesante emette gran parte delle emissioni globali di gas serra e a livello mondiale ha consumato più della metà (55%) di tutta l’energia erogata nel 2018. Nel settore industriale, l’industria chimica è uno dei maggiori utenti (12% del consumo globale di energia industriale). I tre settori ad alta intensità energetica considerati nel rapporto sono: il cemento, il ferro e l’acciaio e i prodotti petrolchimici (materie plastiche, solventi, prodotti chimici industriali) che contribuiscono ciascuno ad emissioni di diverso tipo (diretto, termico; diretto, chimico e indiretto). Le emissioni da questi settori industriali richiedono soluzioni che vanno al di là dell’elettrificazione degli input energetici. Per ridurre tali emissioni, si dovranno sostituire gli input energetici basati sui combustibili fossili con elettricità a basse o zero emissioni, unitamente ad una migliore integrazione con l’energia termica e l’efficienza energetica. La decarbonizzazione completa di interi settori industriali richiede un approccio multidimensionale e sono tre le aree d’azione identificate:

· ridurre la domanda di prodotti e servizi ad alta intensità di carbonio;

· migliorare l’efficienza energetica negli attuali processi produttivi;

· attuare tecnologie di decarbonizzazione in tutti i settori, che a loro volta possono essere suddivise nei quattro percorsi di decarbonizzazione dal lato dell’offerta (elettrificazione; utilizzo della biomassa; utilizzo dell’idrogeno e combustibili sintetici; utilizzo della tecnologia della cattura del carbonio).

Come già messo in evidenza, chi scrive sostiene pienamente i primi due punti e solo in parte il terzo. Nei settori più energivori, lo stesso rapporto indica alcune opzioni già praticabili. Per il cemento: ottimizzazione del progetto edilizio, riutilizzo del calcestruzzo, sostituzione dei materiali; per il ferro e l’acciaio: ottimizzazione del riciclaggio dei rottami, progettazione del prodotto, uso più intenso dei prodotti; per il petrolchimico: riciclaggio chimico e meccanico, cambiamento del comportamento sulla domanda/utilizzo di plastica, utilizzo di materie prime rinnovabili, progettazione ecocompatibile dei prodotti per consentire un migliore riciclaggio. Per questi settori, i miglioramenti dell’efficienza energetica dovrebbero andare di pari passo con l’efficienza dei materiali stessi e la riduzione della domanda. Azioni queste che dovrebbero essere sostenute attraverso adeguati incentivi.

SETTORE TRASPORTI

Il settore dei trasporti è la spina dorsale di qualsiasi sistema produttivo. Consentire la mobilità di persone e merci significa collegare persone e nazioni favorendo scambi economici e culturali con conseguente sviluppo sociale. La complessità del settore richiede l’attuazione di un mix diversificato di soluzioni di decarbonizzazione all’interno di ciascuno dei suoi quattro segmenti principali: strade, ferrovie, aviazione e navigazione. I percorsi di decarbonizzazione efficaci nei trasporti dovrebbero basarsi principalmente su alcune soluzioni tecnologiche e, soprattutto, su strategie di riduzione della domanda e di trasferimento modale. Inoltre, diversi vettori energetici avranno un ruolo strategico nella decarbonizzazione del settore: l’utilizzo diretto dell’elettricità (tramite batterie o ferrovie elettrificate e sistemi stradali elettrici), più che, come già messo in evidenza, dell’idrogeno e dei carburanti sintetici o della biomassa (concorrenza con la produzione alimentare; deforestazione o perdita di biodiversità, e anche concorrenza con le industrie che attualmente usano la biomassa per prodotti o utilizzi di maggior valore).

SETTORE EDIFICI

Gli edifici rappresentano circa il 36% del consumo finale globale di energia e il 39% delle emissioni globali di gas serra. L’obiettivo della decarbonizzazione totale nel settore degli edifici include la costruzione di nuovi edifici e distretti con zero o quasi zero consumo di energia da combustibili fossili e il rinnovamento totale di edifici esistenti con gli stessi standard di zero emissioni nette di carbonio. Gli attuali tassi di rinnovamento degli edifici si attestano sull’1% annuo circa del patrimonio edilizio esistente, ma per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio entro il 2050 sarà necessario innalzare tale tasso di rinnovo portandolo al di sopra del 3%. Importante ricordare che le emissioni di CO2 risultanti dall’uso di materiali negli edifici rappresentano quasi un terzo delle emissioni connesse all’edilizia: l’industria delle costruzioni deve cambiare radicalmente la propria struttura produttiva per ridurre la propria intensità energetica.

In generale, utilizzando una combinazione di tecnologie e processi già disponibili, edifici e distretti a zero emissioni nette di carbonio possono essere realizzati già oggi (e in effetti ci sono già degli esempi in tutto il mondo), secondo la seguente strategia suggerita dal rapporto:

· massimizzare innanzitutto l’efficienza energetica degli edifici, principalmente attraverso soluzioni passive e a basse emissioni di carbonio;

· adottare sistemi ad alta efficienza e strategie avanzate di controllo e gestione che eliminino le soluzioni inefficienti ed incoraggino sistemi a basse emissioni di carbonio quali le pompe di calore e il teleriscaldamento;

· massimizzare la produzione e l’autoconsumo di energia rinnovabile in loco o nelle vicinanze elettrificando al contempo il settore degli edifici per coprire completamente, o anche superare, la domanda totale di energia di ciascun edificio con il minimo scambio di energia con la rete, stimolando così la gestione, lo stoccaggio e lo scambio di energia a livello distrettuale e promuovendo il concetto di comunità energetica.

Le aree in cui intervenire in questo settore includono, tra le altre, le politiche e i sussidi per favorire, in via prioritaria, il retrofit di edifici esistenti; la realizzazione, con il coinvolgimento attivo del settore industriale, di involucri edilizi ad alta efficienza a costi negativi per il ciclo di vita; una strategia che sposti la domanda verso soluzioni ad alta efficienza integrate con l’obiettivo zero emissioni nette; la promozione di tecnologie per il raffreddamento e riscaldamento distrettuale da rinnovabile; la rimozione degli ostacoli per consentire un pieno autoconsumo e, infine, la promozione di idonei strumenti per la formazione e l’informazione.

E in Italia …

Anche qui, stimolato dalla lettura del rapporto Roadmap to 2050: a Manual for Nations to Decarbonize by Mid-Century della Rete per le soluzioni sullo sviluppo sostenibile e della Fondazione Eni Enrico Mattei, mi pongo alcune domande. Cosa aspettiamo a mettere in pratica queste indicazioni nel nostro Paese? C’è l’ENI, una delle aziende più grandi con oltre 30.000 dipendenti e 77 miliardi di euro di fatturato nel 2018 (ottavo gruppo petrolifero mondiale) di cui lo Stato italiano possiede una quota azionaria superiore al 30%, detenendo quindi un controllo effettivo della società (normato anche attraverso la cosiddetta golden share), che potrebbe giocare un ruolo strategico nella transizione verso un’Italia a zero emissioni. Utopia? Non credo, si tratta di lungimiranza. Questa azienda, come tutte quelle che lavorano nel mondo delle fossili, devono porsi il problema, ben prima che l’ultima goccia di petrolio verrà estratta e non cercare di abbindolare i consumatori con pubblicità distorte al limite del ridicolo. Visto che uno dei due soggetti autori del rapporto è la Fondazione Eni Enrico Mattei, non credo sia difficile che le indicazioni che ne scaturiscono, magari con una rivisitazione su alcune criticità che abbiamo cercato di mettere in evidenza in questo articolo, arrivino a chi di dovere. Ovviamente, deve essere il Governo nazionale ad indicare la strada all’ENI (in attesa di un management lungimirante e con meno scandali sulle spalle), così come a tutte quelle aziende il cui utilizzo dell’energia è una componente essenziale del proprio sviluppo. Gli annunci ascoltati in questi giorni sulla “svolta verde” della prossima Legge di Bilancio ci lasciano ben sperare. Per decidere che le principali aziende energetiche italiane entro il 2050 diventino leader nel mondo sulle energie rinnovabili e non più sulle fonti fossili ci vuole coraggio, ci vuole un Governo coraggioso ma consapevole che si possa fare. Non in tre anni, in trenta. Se l’Italia vuole veramente diventare un paese a zero emissioni entro il 2050 deve iniziare subito con indicazioni precise verso il settore industriale. Indicazioni che si possono dare con politiche chiare e una “visione” lungimirante che possa accelerare il processo di transizione verso una società a zero emissioni. Questa visione al momento ancora non c’è e come già detto più volte: quanto indicato all’interno del redigendo Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) non è compatibile con l’obiettivo della decarbonizzazione del nostro Paese al 2050.

Fonte: .ilcambiamento.it

Efficienza energetica, Airbank: evitate oltre 500 tonnellate di Co2 in atmosfera con l’impianto fotovoltaico

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Completamente indipendente dal punto di vista energetico e ad emissioni zero: grazie al suo impianto fotovoltaico, Airbank ha evitato l’emissione di oltre 65 tonnellate di CO2 nel 2017. Dal 2010 ad oggi l’energia totale da installazione dell’impianto è pari a 996.211 kWh, la CO2 totale evitata è pari a 535.981 kg, cioè 1.339 alberi equivalenti. Sono 65.783 i kg di CO2 evitati in atmosfera nel 2017 da Airbank, l’azienda leader in italia nel settore dell’antinquinamento e della sicurezza ambientale che dal 2010 ha realizzato sulla propria struttura un impianto fotovoltaico in grado di produrre oltre energia elettrica da fonte rinnovabile e quindi con impatto ambientale uguale a zero. Considerando che per produrre 1 kWh elettrico vengono bruciati mediamente l’equivalente di 2,56 kWh sotto forma di combustibili fossili e di conseguenza emessi nell’aria circa 0,5 kg di anidride carbonica, per ogni kilowattora prodotto dal sistema fotovoltaico Airbank evita l’emissione di 0,5 kg di anidride carbonica, tra i principali responsabili dell’effetto serra. La Co2 evitata nell’ultimo anno da Airbank si può quindi quantificare anche con un numero di alberi equivalenti pari a 165 nel 2017, considerando che durante la propria vita una pianta fissa mediamente 400 kg di Co2. Nell’ultimo anno sono stati prodotti 131.569 kWh: il 2017 ha rappresentato dal 2010 l’anno più produttivo in assoluto, con un picco nel mese di luglio quando si sono raggiunti i 18,428 kWh. Ogni giorno vengono prodotti in media 146.9 kWh. Dal 2010 ad oggi l’energia totale da installazione dell’impianto è pari a 996.211 kWh, la CO2 totale evitata è pari a 535.981 kg, cioè 1.339 alberi equivalenti.

“Da sempre siamo convinti che la salvaguardia dell’ambiente sia collegata al benessere dell’uomo”, spiega Gloria Mazzoni, General Manager di Airbank. “Dalle nostre strutture e i nostri edifici fino ai prodotti che ogni giorno proponiamo sul mercato, la sostenibilità e l’attenzione per la natura sono al primo posto. L’investimento fatto nel 2010 per l’impianto fotovoltaico ci ha permesso di contenere le spese energetiche dell’azienda e di essere autonomi dal punto di vista energetico: vogliamo dare un esempio reale dal punto di vista dell’efficienza energetica e dell’abbattimento delle emissioni di CO2, dimostrando dimostrare che è possibile impegnarsi concretamente per il nostro Pianeta”.

Airbank
Airbank è l’azienda leader in Italia nel settore dell’antinquinamento e della sicurezza ambientale, ma soprattutto un’azienda a bassissimo impatto ambientale. Grazie al suo impianto fotovoltaico, infatti, è autonoma dal punto  di vista energetico. Da sempre percorre le vie della ricerca, dell’innovazione tecnologica e della qualità con l’unico obiettivo di produrre articoli in grado di elevare gli standard qualitativi del lavoro dell’uomo. Tra i suoi clienti la Protezione Civile, Enel, Erg, Parmalat, Amsa e Trenitalia.

Maggiori informazioni sul sito istituzionale www.airbank.it

Fonte: agenziapressplay.it

 

Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno

Mentre è in corso la Conferenza mondiale sul clima dell’ONU, la Cop23, escono i dati sulla CO2 che nel 2017 finirà in atmosfera: 41 gigatonnellate, se si calcola l’uso di combustibili fossili e la combustione di parti di foresta.Shanghai Skyline in thick Fog

La stima è contenuta nel rapporto 2017 compilato dal Global Carbon Project, un’iniziativa che coinvolge 76 scienziati di 57 diverse istituzioni in tutto il mondo: entro la fine del 2017 ci si attende che le emissioni globali di anidride carbonica risultino in aumento del 2% rispetto allo scorso anno, con un margine di incertezza compreso tra lo 0,8 e il 3%. E questo dopo tre anni di sostanziale stallo, dal 2014 al 2016, nella crescita di anidride carbonica. Le emissioni globali di CO2 derivanti dall’uso di combustibili fossili e dal loro impiego nelle attività industriali raggiungeranno i 37 miliardi di tonnellate nell’anno in corso. Se si aggiunge l’anidride carbonica derivante dalla combustione di porzioni di foresta pluviale, la CO2 emessa arriverà a 41 gigatonnellate entro fine anno. La ricerca pubblicata sulle riviste Nature Climate Change e Environmental Research Letters, arriva nei giorni della Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (COP23), che si tiene a Bonn in Germania. Per Corinne Le Quéré, climatologa dell’Università dell’East Anglia (Inghilterra) che ha guidato lo studio, il dato è «molto preoccupante», e con queste emissioni, «la finestra di tempo per provare a tenere il riscaldamento globale sotto i + 2°C dall’era pre-industriale si sta esaurendo, per non parlare dei +1,5 °C». Potremmo insomma esserci avviati sulla strada dei  +3°C, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, che peraltro si possono già vedere. Intanto emerge che i centri urbani del pianeta sono responsabili del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili: il dato viene reso noto nel Report elaborato dal Global Covenant of Mayors for Climate & Energy, studio dedicato a tutti i progetti smart city del mondo che consentiranno di ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra (greenhouse gas) e di altri inquinanti. Il documento è stato presentato durante i lavori della Cop23.  A livello ancora teorico, i promotori del documento hanno calcolato che se tutte le 7.500 amministrazioni cittadine aderenti al patto mondiale dei sindaci per il clima e l’energia, rappresentative di 680 milioni di abitanti, iniziassero a rendere operative le misure di decarbonizzazione fin qui stabilite, si avrebbe un taglio di 1,3 miliardi di emissioni di CO2 l’anno a partire dal 2030. Ne deriva che i centri urbani del pianeta sono responsabili, appunto, del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili (principalmente petrolio e gas) nel settore energetico e dei trasporti. Nelle città italiane, secondo il Politecnico di Milano, il 64% delle emissioni di CO2 deriva proprio dagli impianti di riscaldamento, contro il 10% derivante dal traffico veicolare e il 26% derivante da attività industriali. Sempre in Italia, su dati dell’Osservatorio Autopromotec relativi a 5 città italiane (Milano, Genova, Firenze, Parma e Perugia), si è riscontrato che gli impianti termici per il riscaldamento degli edifici hanno un’incidenza sul totale delle emissioni di CO2 in ambito urbano che è fino a 6 volte superiore rispetto all’incidenza del traffico veicolare.

Fonte: ilcambiamento.it

Clima e emissioni CO2: la carne per cani e gatti inquina come 13 milioni di auto

Secondo uno studio pubblicato su PlosOne, nei soli Stati Uniti, per sfamare cani e gatti si emettono 64 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.http _media.ecoblog.it_c_c81_clima-e-emissioni-co2-la-carne-per-cani-e-gatti-inquina-come-13-milioni-di-auto

In un periodo di cambiamenti climatici e riscaldamento globale, in una delle estati più torride degli ultimi decenni con ondate di caldo che stanno creando danni economici enormi, arriva come un fulmine a ciel sereno uno studio scientifico che ci costringe a riesaminare il nostro modo di guardare alle emissioni di CO2. Da anni puntiamo il dito soprattutto su tre grandi fonti di emissioni di gas climalteranti: il settore energetico (in particolare le centrali elettriche alimentate da fonti fossili come petrolio, gas e carbone), quello dei trasporti (in particolare il trasporto privato, basato su auto di proprietà con motore a benzina o diesel a gasolio) e quello dell’alimentazione (con un occhio e un dito puntati sull’eccessivo consumo di carne). Tutto vero, ma se ci soffermiamo sull’ultimo settore, quello delle emissioni di CO2 derivanti dall’alimentazione carnivora, spunta adesso uno studio pubblicato su PlosOne che fa riflettere da cui si evince che, negli Stati Uniti, tra il 25% e il 30% delle emissioni di CO2 dipendenti dalla produzione di carne provengono dalla carne destinata al pet food. Il cibo per cani e gatti, insomma, da solo causa oltre un quarto delle emissioni del “comparto carne” americano. In questi calcoli sono incluse anche le emissioni derivanti dalle feci degli animali. Negli USA, spiega l’autore dello studio Gregory Okin, ci sono 77,8 milioni di cani e 85,6 milioni di gatti (dati 2015). Se questi 163 milioni di animali domestici fossero considerati uno Stato sovrano, esso sarebbe il quinto al mondo per consumo di carne, dopo Russia, Brasile, USA e Cina. Venendo al “lato sporco” dello studio, Okin ha stimato in 5,1 milioni le tonnellate di feci prodotte da cani e gatti in un anno negli Stati Uniti. Più o meno quante ne producono 90 milioni di americani. In totale le emissioni equivalenti di CO2 attribuibili a cani e gatti sono pari a circa 64 milioni di tonnellate. Che, più o meno, è quanto emettono 13,6 milioni di auto negli Stati Uniti ogni anno.

Okin fa notare che “Comparata a una dieta a base di piante, quella carnivora richiede più energia, territorio e acqua e ha un impatto ambientale superiore in fatto di erosione, pesticidi e rifiuti prodotti“. E di cani gatti vegani, aggiungiamo noi, ce ne sono ben pochi. Tuttavia, è lo stesso Okin che precisa che molto spesso i mangimi per cani e gatti sono prodotti partendo dagli scarti della filiera della carne e quindi non si tratterebbe, o almeno non del tutto, di tonnellate di CO2 aggiuntive rispetto a quelle emesse dall’americano medio con la sua dieta altamente carnivora. Ma lo stesso Okin, analizzando il pet food per ottenere i dati su cui iniziare il suo studio, ha notato che i “mangimi premium” contengono percentuali di carne superiore a quelli più economici. Per non parlare del fatto che l’umanizzazione degli animali domestici porta sempre più spesso i loro padroni a cucinare per loro, utilizzando alimenti utili per il consumo umano.

Questo, secondo Okin (che tra l’altro specifica e ribadisce di amare cani e gatti), può essere realmente dannoso per l’ambiente: “Un cane non ha bisogno di mangiare bistecche, un cane può mangiare cose che un umano sinceramente non può mangiare“.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

CO 2 fuori controllo, verso la catastrofe con ottimismo.

Mi ricordo anni fa un profetico Beppe Grillo che, proprio in riferimento ai cambiamenti climatici, parlava di un ironico avanzamento della civiltà verso la catastrofe con ottimismo. Sono passati dieci anni da allora…9550-10309

Poi, in questi dieci anni, si sono avvicendati governi, si sono fatte le famose conferenze internazionali sul clima, tanti dicono di salvaguardare l’ambiente, anche i peggiori inquinatori, e il risultato è che non solo non si è invertita la rotta, ma si è pigiato il piede sull’acceleratore.  Era difficile fare peggio, eppure ci siamo riusciti. Nonostante i dati inconfutabili, nonostante le costanti grida di allarme delle organizzazioni ambientaliste, nonostante una ormai compatta comunità scientifica che è d’accordo sul fatto che siamo i maggiori responsabili dei cambiamenti climatici, niente di tutto questo riesce a fermare il grill mondiale su cui allegramente ci stiamo infilzando. Non solo non si è fatto alcun progresso serio, ma il maggior paese inquinatore pro capite, cioè gli USA, ha eletto come Presidente il peggiore Attila che l’ambiente abbia mai potuto vedere all’orizzonte, che ha smantellato qualsiasi minima ipotesi di intervento contro i cambiamenti climatici  riportando in auge addirittura il carbone. Dicono che a breve andremo su Marte ma ci si alimenta ancora con il carbone dell’ottocento, strano progresso questo. Non che il predecessore di Trump avesse fatto granchè, va detto chiaramente.  I risultati di questo suicidio, al quale assistiamo senza fare nulla, sono un nuovo record delle emissioni di CO2 arrivate alla folle soglia di 412 parti per milione, dopo aver registrato il 2016 come anno più caldo da quando, cioè da fine Ottocento, si misurano le temperature a livello globale. Gli esperti di clima ci dicono che di questo passo rischiamo di avere uno stravolgimento climatico nei prossimi anni che mai si è registrato nella storia da qui a decine di milioni di anni addietro. Nell’ultima conferenza sul clima a Parigi si sono dati l’obiettivo di mitigazione a 1,5/2 gradi centigradi e anche raggiungendo questa stabilizzazione avremmo grossi problemi, ma attualmente stiamo andando dritti verso un aumento di 3 gradi e più, cioè otterremo la devastazione assicurata. Siamo tutti attenti e premurosi con i nostri figli e ci preoccupiamo di ogni loro minimo stranuto, ma il futuro che gli stiamo più o meno coscientemente regalando è un futuro da incubo e senza alcuna speranza. Ci si allarma per i profughi che arrivano oggi sulle nostre coste ma questo è niente di fronte ai milioni di rifugiati ambientali che ci aspettano se continuiamo a non fare nulla. Ma ci si chiede come mai, nonostante tanti a parole si dicano a favore dell’ambiente e si parli sempre più spesso di rinnovabili e di biologico, la situazione precipita? Facile risposta: fino a quando la crescita sarà la religione di nazioni e popoli, non avremo scampo. Alla faccia dell’ambiente si continuano a produrre montagne di prodotti superflui, con relativi rifiuti ed emissioni.  La pubblicità continua a bombardare la gente dicendo che se non hanno il vestitino alla moda, l’orologio e il profumo che fanno uomo, la macchina nuova, l’ennesimo cellulare e così via, sono poveri e sfigati. E se noi dobbiamo avere tre macchine a famiglia e venti cellulari a testa, non si capisce perché non debbano averceli anche il cinese, l’indiano, l’indonesiano, il sudafricano, il messicano, il russo, il brasiliano, ecc, ecc. Abbiamo voluto e creduto alla favoletta horror della crescita? E adesso arrostiamo e procediamo verso la catastrofe con ottimismo. Solo la crisi della crescita ci può salvare. E tutti possiamo fare la nostra parte.

Fonte: ilcambiamento.it

Solo la Crisi ci può Salvare

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I nuovi muletti di Toyota viaggiano a idrogeno

Nella fabbrica Toyota di Motomachi debuttano due nuovi muletti a idrogeno. Saranno 180 entro il 2020.muletti-a-idrogeno-toyota

Arrivano i primi muletti a idrogeno nella fabbrica Motomachi di Toyota. Dopo il lancio della Mirai, il colosso giapponese ha comunicato l’entrata in servizio di due carrelli elevatori equipaggiati con celle a combustibile nell’impianto Motomachi a Toyota City, nella Prefettura di Aichi. I muletti a idrogeno, realizzati dalla Toyota Industries Corporation, sopportano un carico di 2,5 tonnellate e sfruttano l’idrogeno per generare energia elettrica con tempi di ricarica previsti intorno ai tre minuti. Data la capacità di produrre energia elettrica, possono essere sfruttati come generatori in caso di emergenza o di black-out. Toyota si pone l’obiettivo di sostituire l’intera gamma di muletti convenzionali: arriveranno infatti altri 20 esemplari di muletti a idrogeno nel 2018 per arrivare a quota 170/180 unità entro il 2020. L’operazione è il risultato di un’iniziativa in collaborazione con il Ministero del Territorio, delle Infrastrutture, dei Trasporti e del Turismo giapponese ma soprattutto rappresenta un nuovo passo del Toyota Environmental Challenge 2050, il piano della casa per raggiungere un impatto zero di CO2 nei suoi impianti di produzione. L’adozione di muletti a idrogeno a Motomachi è solo l’ultimo tassello della politica di Toyota verso una mobilità a idrogeno. Recentemente la casa di Nagoya ha comunicato che nei primi mesi del 2017 darà inizio alle vendite di autobus a idrogeno in modo da utilizzarne 100 a pieno regime durante i Giochi Olimpici del 2020.

Fonte: ecoblog.it

Rapporto Carpooling Aziendale 2016: risparmiati 647.000 km e 105 tonnellate di CO2

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Sono 646.900,82 i km risparmiati, 16.500 i viaggi effettuati e 105.670 i kg di CO2 non emessi in atmosfera nel corso del 2016, secondo il Rapporto Carpooling Aziendale 2016 elaborato da Jojob.
Il servizio, che permette di condividere l’auto tra colleghi e dipendenti di aziende limitrofe nel tragitto casa-lavoro, consente di ottenere un risparmio medio di 611 euro all’anno e coinvolge 90.000 dipendenti di oltre 100 grandi aziende che nel 60% dei casi si trovano nel Nord Italia.
Ad utilizzarlo sono soprattutto lavoratori maschi di 35 anni, per un tragitto quotidiano medio di 25 km.
Sono 646.900,82 i km risparmiati nei tragitti casa-lavoro*, 16.500 i viaggi realizzati*, 105.670 i Kg di CO2 non emessa, 90.000 gli utenti iscritti al servizio. Questi i dati emersi dal Rapporto Carpooling Aziendale relativi all’anno 2016 elaborato da Jojob, il maggior player italiano di carpooling aziendale che, primo al mondo, con la sua applicazione mobile rende possibile la “certificazione” dei viaggi e quindi del risparmio ambientale.

 

Secondo il Rapporto, nel 2016 sono stati 16.500 i viaggi certificati effettuati* in condivisione nel tragitto casa-lavoro, da colleghi o lavoratori di aziende limitrofe. Nel corso dell’anno, sono stati 20.000 i passeggeri che hanno lasciato la propria vettura a casa scegliendo di utilizzare ogni giorno il servizio di carpooling, il 227% in più rispetto al 2015.

A viaggiare a bordo della stessa auto, grazie al carpooling aziendale di Jojob, sono in media 2,56 persone a tratta. Una pratica che non solo rende più piacevole l’esperienza lavorativa, ma che ha consentito agli utenti di ottenere un risparmio economico medio di 611 euro** nel corso dell’anno.

 

Chi usa il carpooling aziendale di Jojob

Maschio, 35 anni, tragitto quotidiano in condivisione di 25 km: è questo l’identikit del Jojobber medio che, nel 60% dei casi, è fedele, giornaliero e costante nel certificare i propri tragitti.

Dei 90.000 utenti iscritti, il 59% è uomo e il 41% donna. Per quanto riguarda le età, il 50% ha tra i 35 e i 40 anni, mentre il 25% si colloca nella fascia di età 30-35 anni, il 15% ha 40-45 anni e infine il 10% tra i 25 e i 30 anni.

I percorsi certificati con Jojob sono nella maggior parte dei casi di 20-30 km (50%), seguiti da quelli di 10-15 km (35%) e di 6-10 km (5%). Per il restante 10%, si tratta di tragitti che vanno oltre i 50 km.

Secondo l’analisi di Jojob, nella maggior parte dei casi i carpooler si muovono dai paesi limitrofi alla sede lavorativa, segnalando spesso problemi legati alla raggiungibilità dell’azienda stessa, magari localizzata in aree poco servite dal trasporto pubblico. Non mancano i casi in cui, essendo la sede aziendale in un’area adeguatamente servita dai mezzi, il servizio di Jojob si affianca al trasporto pubblico favorendo l’intermodalità: il carpooling aziendale viene infatti scelto per una parte di tragitto, come un tratto di autostrada o di statale, fino ad un parcheggio di interscambio da cui l’equipaggio è in grado di prendere autobus o metropolitana.

 

Oltre 100 grandi aziende coinvolte: il 60% è al Nord Italia

I numeri del 2016 parlano chiaro e mostrano il successo delle politiche di sharing economy applicate alla mobilità aziendale: Jojob ha coinvolto più di 100 aziende di grandi dimensioni – come Findomestic, Amazon, Ducati, YOOX NET-A-PORTER GROUP, BNL Gruppo BNP Paribas, Unicoop Firenze, Luxottica, Salvatore Ferragamo, Reale Group e OVS, tra le altre. A queste si aggiunge il Carnia Industrial Park che, con le sue oltre 200 aziende di piccole, medie e grandi dimensioni, è il primo consorzio industriale che a livello nazionale promuove il servizio di carpooling. Non mancano altre 1.000 piccole e medie imprese che contribuiscono a rafforzare i cluster interaziendali.

 

Dal rapporto risulta che sono soprattutto le aziende del Nord Italia (60%) a rispondere alla richiesta di carpooling aziendale da parte dei dipendenti, con le province di Milano e Bergamo tra le più attive in Lombardia e di Torino e Biella in Piemonte. In Veneto le province più virtuose sono quelle di Verona, Vicenza, Padova e Venezia.

Le aziende del Centro Italia attive sulla piattaforma sono in media il 30% e localizzate principalmente nelle regioni di Toscana (con le province di Lucca e Firenze in testa) ed Emilia Romagna (prime tra tutte le province di Modena, Bologna, Parma).

Fanalino di coda il Sud Italia, con una media del 10% delle aziende, localizzate per la maggior parte nel Lazio (Roma e Latina), in Campania (provincia di Napoli), Puglia (provincia di Bari) e Sardegna (provincia di Cagliari).

 

“I risultati ottenuti dalle aziende che nel corso del 2016 hanno attivato il servizio di carpooling, promuovendolo tra i dipendenti, sono stati ottimi, sia in termini di welfare aziendale che di abbattimento delle emissioni di CO2”, afferma Gerard Albertengo, founder di Jojob. “Si tratta di numeri reali, certificati tramite app, che l’azienda può inserire nel proprio bilancio di sostenibilità, intraprendendo un percorso rivolto alla sostenibilità e allo smart working”.

Tra le aziende che utilizzano Jojob, nel 2016 il primato per il maggior numero di viaggi effettuati lo conquista Amazon (3.993 viaggi), mentre Bioindustry Park si distingue per essere l’azienda con più CO2 risparmiata (14.328 kg) e con più km risparmiati (91.184,54 km).

 

Novembre il mese con più viaggi condivisi nel 2016

“L’ultimo trimestre del 2016 è stato particolarmente positivo per Jojob, con una media di quasi 200 passeggeri trasportati ogni giorno”, spiega Gerard Albertengo. In particolare, ottobre 2016 è stato il mese con maggiori iscrizioni, pari a 1.500, complice il rientro al lavoro dopo la pausa estiva, mentre il maggior numero di richieste inviate sul sito per la creazione degli equipaggi è avvenuta a cavallo fra novembre e dicembre. Novembre, inoltre, è stato il mese con più viaggi in assoluto nel 2016: sono stati 2.502 (52% in più rispetto al mese precedente).

 

 

* il dato è riferito ai soli tragitti casa-lavoro, escluse trasferte e altri utilizzi.

** il risparmio medio è calcolato su una distanza casa-lavoro media di 25 km, con a bordo 3 persone, per 220 giorni lavorativi l’anno ed un costo carburante medio di 1,5 euro/litro.unnamedd

 

 

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Chi è Jojob

Il servizio JOJOB di Bringme è un innovativo servizio di car pooling aziendale, nato con l’obiettivo di agevolare gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti di aziende limitrofe.

JOJOB è costituito da una piattaforma web e da un’applicazione mobile. Ogni utente, dopo essersi registrato su www.jojob.it, potrà visualizzare su una mappa la posizione di partenza dei propri colleghi e dei dipendenti di aziende limitrofe alla propria, mettersi in contatto e condividere l’auto nel tragitto casa-lavoro.

Con l’applicazione mobile, l’unica in grado di quantificare la reale CO2 risparmiata dopo ogni tragitto percorso in car pooling, ogni passeggero potrà certificare il tragitto effettuato, ottenendo punti trasformabili in sconti da utilizzare in locali, ristoranti, bar e palestre convenzionate, sia a livello nazionale che locale.

 

 

Fonte: agenziapressplay.it

 

Clima: nell’era della CO2 senza ritorno

img_0842È l’inizio di una nuova era climatica e c’è chi dice che è l’inizio, atteso, della fine. Per la prima volta a livello globale, nel 2015 la concentrazione media di anidride carbonica in atmosfera ha raggiunto le 400 parti per milione e nel 2016 ha registrato nuovi record. L’Organizzazione meteorologica mondiale: «I livelli non scenderanno per molte generazioni a venire».
Si I livelli di CO2 avevano già raggiunto in precedenza la soglia delle 400 parti per milione (ppm), ma solo per alcuni mesi dell’anno e in certi luoghi; mai prima d’ora su una base media globale per l’intero anno, spiega l’Omm in un comunicato che segna realmente uno spartiacque nella necessità di prendere piena coscienza di quanto sta accadendo.
Stando alle previsioni della stazione di sorveglianza dei gas ad effetto serra, le concentrazioni di CO2 resteranno al di sopra di 400 ppm per l’intero 2016 e non scenderanno sotto tale livello per molte generazioni.img_0843

La crescita sostenuta di CO2 è stata alimentata dall’evento El Nino, sottolinea l’Omm. Ma mentre “l’evento di El Nino è scomparso, i cambiamenti climatici restano”, ha affermato il segretario generale dell’Omm Petteri Taalas. Il 2015 – ha aggiunto – resterà nella storia nella misura in cui le concentrazioni record di gas a effetto serra “annunciano una nuova realtà climatica”.

Taalas si è felicitato del recente accordo raggiunto a Kigali per modificare il Protocollo di Montreal ed eliminare gradualmente gli idrofluorocarburi, potenti gas serra, “ma il vero elefante nella stanza è l’anidride carbonica, che rimane nell’atmosfera per migliaia di anni e negli oceani ancora più a lungo. Se non si affrontano le emission di CO2, non saremo in grado di affrontare i cambiamenti climatici e di mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 grandi centigradi rispetto al livello dell’era pre-industriale”, ha aggiunto, esortando a un’accelerazione dell’applicazione dell’Accordo di Parigi sul clima del dicembre 2015.
Ma c’è dell’altro.
I livelli attuali di concentrazione di CO2 in atmosfera condannano il Pianeta a infrangere la soglia del +1,5°C di riscaldamento globale rispetto ai livelli pre-industriali sbandierata nell’accordo di Parigi. Lo afferma una nuova ricerca condotta dal Centre for Ecology & Hydrology inglese insieme all’università di Exeter, e appena pubblicata sulla rivista Scientific Reports.
È più che evidente che la svolta deve essere radicale e pressoché immediata, sempre che non ci si voglia abbandonare all’ineluttabilità… come chi dice, per disincentivare ogni cambiamento, che “tanto non c’è più niente da fare”. Non cadiamo nella trappola!
Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/clima_co2

Carburante dall’inquinamento atmosferico? In Canada ci provano

La canadese Carbon Engineering ha inaugurato un impianto che ha come obiettivo di trasformare il CO2 inquinante e dannoso per la salute e per l’ambiente in un combustibile

Trasformare le sostanze e i materiali inquinanti in risorse potrebbe non essere più soltanto una prerogativa dei materiali solidi come alluminio, vetro e plastica. La canadese Carbon Engineering, infatti, propone di trasformare l’inquinamento atmosferico in combustibile. Il cofondatore della società si chiama David Keith ed è un fisico dell’Università di Harvard, mentre fra i finanziatori vi sono addirittura personalità come Bill Gates. Recentemente la Carbon Engineering ha inaugurato una fabbrica a Squamish, nella British Columbia che è stata realizzata proprio con l’obiettivo di trasformare il CO2 inquinante e dannoso per la salute e per l’ambiente in un combustibile. Un sistema di ventilatori presenti dentro la fabbrica convoglia l’aria in una soluzione liquida con un’alta percentuale di anidride carbonica in modo da ottenere anidride carbonica purificata. L’aria pulita viene rilasciata, mentre il liquido viene riutilizzato per il ciclo successivo con un processo “ispirato” da quello svolto dagli alberi. L’aspetto più interessante della tecnologia inventata dalla Carbon Engineering è quello di riuscire a captare un inquinamento già diffuso e disperso nell’aria. Finora, infatti, tutte le soluzioni contro l’inquinamento atmosferico riguardavano la parte precedente al rilascio, mentre questo prototipo interviene a posteriori. L’impianto pilota di Squamish imprigiona una tonnellata di anidride carbonica al giorno. Naturalmente bisognerà rendere il più economico e agevole possibile l’ultima fase del processo, quella in cui l’idrogeno (separato dall’ossigeno) verrà associato al biossido di carbonio creando così il combustibile idrocarburico.

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L’impianto di Squamish e l’idea della Carbon Engineering non sono un caso isolato visto che in Svizzera la Climeworks prevede di vendere l’anidride carbonica catturata per venderla a una vicina serra in modo da potenziare lo sviluppo dei vegetali lì coltivati.

Fonte:  Repubblica | Carbon Engineering

 

Con il carpooling aziendale risparmiate in 3 mesi 30 tonnellate di CO2

In occasione della chiusura della Settimana Europea della MobilitàJojob, l’innovativo servizio di carpooling aziendale che agevola gli spostamenti casa-lavoro, fa il punto sui km condivisi e sulle tonnellate di CO2 risparmiate nell’ultimo trimestre dalle aziende che hanno attivato il servizio. Ottimi i risultati di FindomesticUnicoop FirenzeYOOX GroupIstituto Italiano di Tecnologia e Amazon.unnamed

Più di 150.000 chilometri certificati4.700 viaggi condivisi30 tonnellate di CO2 risparmiate. Questi i numeri ottenuti nell’ultimo trimestre da Jojob, l’innovativo servizio di carpooling aziendale che agevola gli spostamenti casa-lavoro, diffusi in occasione della chiusura della Settimana Europea della Mobilità.
In un anno di attività, il portale di carpooling tra pendolari è riuscita a coinvolgere oltre50 aziende, tra cui Unicoop Firenze, Heineken, Findomestic e Auchan: complessivamente Jojob ha offerto un’alternativa di trasporto nei tragitti tra la propria abitazione e il luogo di lavoro ad oltre 50.000 dipendenti in Italia. Con Jojob infatti i dipendenti della stessa azienda o di aziende limitrofe possono condividere l’auto per gli spostamenti casa-lavoro attraverso un innovativo servizio che certifica i viaggi e i risparmi ambientali ottenuti. I lavoratori possono beneficiare di un concreto risparmio economico, di un’effettiva riduzione dei tempi e dello stress, di un’alternativa ai mezzi pubblici in caso di scioperi, ritardi o imprevisti, e di possibili benefit aziendali a fronte dell’impegno ecologico. Contemporaneamente, le aziende adottano una soluzione di mobilità equa e sostenibile che gli consente di ottenere certificazioni ambientali, energetiche e di Social Responsibility. Tra le aziende più attive e attente agli spostamenti sostenibili sulla propria piattaforma, Jojob segnala Findomestic che a Firenze nell’ultimo trimestre ha coinvolto oltre 1.000 dipendenti, ottenendo l’adesione al carpooling di 361 persone. YOOX Group invece ha attivato il servizio per le sedi di Bologna e Milano e si conferma come l’azienda di grandi dimensioni con il più alto tasso di adesioni degli ultimi tre mesi, con ben il 41% di dipendenti che utilizza il servizio. Il record di CO2 risparmiata va a Unicoop Firenze con quasi 3 tonnellate in 3 mesi, mentre Amazon guida la classifica dei percorsi certificati con oltre 1.400 viaggi completati. All’Istituto Italiano di Tecnologia spetta invece il primato in termini di chilometri percorsi: più di 32.000. I premi più golosi sono stati invece quelli di Gnammo, il portale di Social Eating che offre agli utenti della rete l’opportunità di organizzare eventi culinari di Home Restaurant, che ha premiato i carpooler più virtuosi con cene speciali all’insegna della sharing economy. “L’impegno profuso da queste aziende è stato eccezionale indice di sensibilità verso la mobilità sostenibile in rapida diffusione in Italia”, commenta Gerard Albertengo, CEO di Bringme, azienda ideatrice di Jojob. “La soddisfazione più grande è vedere come queste modalità di condivisione, risparmio e rispetto dell’ambiente vadano ad estendersi in maniera sempre più capillare e concreta”. Saranno tante infatti le aziende che nei prossimi mesi sceglieranno la mobilità sostenibile e si affideranno a Jojob per promuovere il carpooling aziendale: Brembo, dimostrando grande impegno e sensibilità, ha ufficializzato l’avvio del servizio per la totalità della sue sedi, coinvolgendo gli stabilimenti di Stezzano, Mapello e Curno con oltre 3.000 dipendenti. Nella Capitale, Bnp Paribas con la sede BNL sta progettando l’attivazione del servizio, mentre su Milano è in valutazione l’avvio del servizio presso la sede di Zurich. Il sistema COOP rafforza la sua presenza con l’adesione di COOP Consorzio Nord Ovest, che sta attivando il servizio su tutte le sue sedi presenti in Liguria, Lombardia e Piemonte. Si aggiunge infine il Comune di Abbiategrasso, che ha confermato l’attivazione del servizio per i dipendenti comunali e garantito la convenzione a commercianti e aziende del territorio comunale. Roberto Cingolani, Direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, afferma: “Per noi che siamo attivamente coinvolti nelle tematiche relative alla sostenibilità e all’utilizzo delle tecnologie per migliorare la qualità della vita, non può che essere una soddisfazione vedere come internamente l’utilizzo di Jojob sia stato accolto con entusiasmo, migliorando la vita di chi lavora nel nostro Istituto e aiutando l’ambiente”. Lorenza Ciacci, Direttore Marca Comunicazione e Pubblicità di Findomestic, dice: “Findomestic ha consolidato negli ultimi anni una cultura ambientale nell’assoluta convinzione che il rispetto dell’ambiente sia un valore fondamentale per indirizzare lo stile di vita di ciascuno verso un futuro ecologicamente più sostenibile. Il fatto che i dipendenti di Findomestic abbiano aderito con entusiasmo all’iniziativa Jojob testimonia come il tema della sostenibilità aziendale sia ormai diffuso nella cultura aziendale”. Emanuele Granziero, Assessore alla Viabilità del Comune di Abbiategrasso (MI), dichiara: “Il Comune di Abbiategrasso nell’ambito delle politiche di mobilità sostenibile che sta attuando negli ultimi due anni ha deciso di aderire a questo innovativo servizio di carpooling (già molto sviluppato in Europa) per gli spostamenti casa-lavoro sia per i propri dipendenti comunali che per tutte le aziende del territorio ed i cittadini che vorranno aderire all’iniziativa. Un ulteriore passo per la tutela dell’ambiente, che guarda alla nuova mobilità, il benessere del cittadino-lavoratore ed anche di risparmio economico. Un progetto all’avanguardia in continuità con le nostre politica di mobilità sostenibile che si riassumono nel motto pensare globalmente ed agire localmente”.
Chi è Jojob

Il servizio JOJOB di Bringme è un innovativo servizio di carpooling aziendale, nato con l’obiettivo di agevolare gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti di aziende limitrofe. JOJOB è costituito da una piattaforma web e da un’applicazione mobile. Ogni utente, dopo essersi registrato su www.jojob.it, potrà visualizzare su una mappa la posizione di partenza dei propri colleghi e dei dipendenti di aziende limitrofe alla propria, mettersi in contatto e condividere l’auto nel tragitto casa-lavoro. Con l’applicazione mobile, l’unica in grado di quantificare la reale Co2 risparmiata dopo ogni tragitto percorso in car pooling, ogni passeggero potrà certificare il tragitto effettuato, ottenendo punti trasformabili in sconti da utilizzare in locali, ristoranti, bar e palestre convenzionate, sia a livello nazionale che locale.

Fonte: agenziapressplay.it