Al via nelle scuole i corsi per formare gli insegnanti all’educazione ambientale

#SOStenibilmente è il progetto di Cifa Onlus rivolto a tutte le scuole di Italia con l’obiettivo di avviare dei percorsi didattici sull’educazione ambientale. Partiranno da Torino il 23 e il 24 novembre le giornate di formazione per insegnanti che si terranno in diverse città italiane per supportare i docenti delle scuole elementari, medie e superiori nella promozione dello sviluppo sostenibile e della cittadinanza attiva.

«Ti piacerebbe coinvolgere al meglio i tuoi studenti in un percorso di educazione allo sviluppo sostenibile? Vorresti capire come arricchire la didattica con metodologie interattive basate su un approccio teatrale?». È in fase di avvio il nuovo corso di #SOStenibilmente organizzato da Cifa Onlus che si svolgerà nell’anno scolastico 2019-2020 e che si articola in un percorso di educazione ambientale proposto agli insegnanti di tutte le scuole italiane con l’obiettivo di supportare i docenti nella costruzione di un nuovo sistema di valori tramite metodologie didattiche attive, attraverso momenti di riflessione collettiva con gli studenti ed attività ludiche. Si tratta di uno strumento rivolto a tutti gli insegnanti, che da un lato potranno apprendere nuove tecniche per trasmettere l’educazione ambientale in modo dinamico e partecipato e dall’altra favorire il rafforzamento del protagonismo giovanile in campo ambientale attraverso percorsi didattici di educazione allo sviluppo sostenibile.

Vuoi cambiare la situazione dell’educazione in italia?

ATTIVATI

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«In tutto il Paese l’attivismo e il protagonismo dei giovani sui temi ambientali sta vivendo un momento decisamente fertile» si legge sul sito di Cifa. «I ragazzi hanno voglia di agire e di essere protagonisti del loro futuro. Educare allo Sviluppo Sostenibile risulta di importanza cruciale per innescare cambiamenti negli stili di vita di ciascuno e per costruire una cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sui principi della sostenibilità».

I prossimi corsi partiranno tra novembre e marzo iniziando da Torino fino a giungere a Napoli, Falconara Marittima, Mirano e Bitonto. A Torino i formatori esperti di tematiche ambientali di Legambiente, Museo A come Ambiente e Italia che cambia affiancheranno gli insegnanti di metodologie teatrali del Centro di Teatro Sociale e di Comunità, guidando i docenti attraverso un percorso formativo volto a rafforzare le competenze di gestione della classe e a fornire gli strumenti per stimolare gli studenti ad essere “attivatori” di buone pratiche. La formazione tratterà inoltre metodi di comunicazione non verbale ed esplorazione delle proprie capacità relazionali, improvvisazione, creatività e ideazione di attività.

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#SOStenibilmente è un progetto di Educazione alla Cittadinanza Globale cofinanziato da Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Il progetto è realizzato da Cifa Onlus, Legambiente, Associazione A come Ambiente, COREP – Consorzio per la Ricerca e l’Educazione Permanente, Associazione Italia che cambia, ACHAB srl, Università di Torino, La Stampa, Regione Piemonte, Comune di Torino, Comune di Lecce, Comune di Mirano, Comune di Falconara Marittima, Comune di Figline-Incisa Val D’Arno, Comune di Marsciano, Comune di Narni, Comune di Bitonto.

Come iscriversi alle giornate di formazione

A Torino il corso coinvolgerà un massimo di 30 partecipanti in un modulo di 16 ore di formazione (crediti MIUR) che si terrà sabato 23 e domenica 24 novembre 2019 presso lo spazio Open 011 in Corso Venezia, 11. È possibile iscriversi alle giornate di formazione attraverso la piattaforma S.O.F.I.A. che rilascerà l’attestato di partecipazione, cercando il corso tramite il titolo “L’educazione continua per l’ambiente” oppure tramite il soggetto erogatore Associazione Legambiente Scuola e Formazione. L’iscrizione è gratuita e include il pranzo.

La formazione si svolgerà anche nelle seguenti date e città:

  • 7 e 8 marzo 2020 a Bitonto (BA)
  • 14 e 15 dicembre 2019 a Napoli
  • 18 e 19 gennaio 2020 a Falconara Marittima (AN)
  • 8 e 9 febbraio 2020 a Mirano (VE)

È possibile trovare tutte le informazioni sul progetto #SOStenibilmente e sui nuovi percorsi didattici.
Per maggiori informazioni è possibile contattare l’indirizzo e-mail SOStenibilmente@cifaong.it e la pagina facebook @SOStenibilmenteofficial.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/sostenibilmente-citta-italiane-nuovi-corsi-formare-insegnanti-educazione-ambientale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

#SOStenibilmente: al via un innovativo progetto di educazione ambientale per le scuole

Supportare i docenti delle scuole elementari, medie e superiori nella promozione di cambiamenti nelle azioni quotidiane e negli stili di vita di ciascuno, per costruire una cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sui principi della sostenibilità. Italia che Cambia partecipa al progetto #SOStenibilmente promosso dal Centro Internazionale per l’Infanzia e la Famiglia (CIFA Onlus) e finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Italia che Cambia partecipa al progetto #SOStenibilmente che prenderà il via a settembre ed è riservato a studenti e studentesse delle scuole elementari, medie e superiori, che potranno aderire su base volontaria e gratuitamente, alla luce del cofinanziamento dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Il progetto mira al rafforzamento del protagonismo giovanile in campo ambientale attraverso percorsi didattici di educazione allo sviluppo sostenibile e attivazioni giovanili. Alle circa 500 classi in tutta Italia che ne faranno richiesta per prime, saranno spediti dei kit didattici/scientifici elaborati da un team di esperti di cui fa parte anche Italia che Cambia ed è coordinato da Legambiente, che consentiranno agli Insegnanti di guidare i propri studenti per tutto l’anno scolastico 2019/20 dalla mera consapevolezza dei problemi ambientali globali, a forme di mobilitazione e di azione concreta di tutela e cittadinanza attiva.

Il team di #SOStenibilmente riunito a Torino

L’autorevolezza dei soggetti istituzionali coinvolti e la notevole esperienza dei professionisti che hanno progettato il “kit” garantisce la massima qualità didattica e scientifica del progetto. In tutto il Paese l’attivismo e il protagonismo dei giovani sui temi ambientali sta vivendo un momento decisamente fertile. I ragazzi hanno voglia di agire e di essere protagonisti del loro futuro. Educare allo Sviluppo Sostenibile risulta di importanza cruciale per innescare cambiamenti negli stili di vita di ciascuno, e per costruire una cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sui principi della sostenibilità. L’urgenza è quella di supportare i Docenti nella costruzione di un nuovo sistema di valori, promuovendo cambiamenti nel nostro modo di pensare e nelle nostre azioni quotidiane, tenendo presente l’età degli studenti. Per questo i kit sono differenziati in tre tipologie:

– scuole primarie: ci si concentra sulle abitudini domestiche, tentando così di innescare processi di imitazione delle nuove prassi ecologiche anche all’interno delle famiglie dei giovani studenti;

– scuole secondarie di primo grado: maggiore attenzione alla tutela ambientale all’interno del microcosmo scolastico e nel quartiere;

– scuole secondarie di secondo grado: prevale la componente di attivazione civica con l’analisi dei problemi e delle risorse dei territori, e l’organizzazione di eventi in grado di coinvolgere volontari, imprese, amministratori pubblici e il mondo dei mass media.

Ciascun kit conterrà:

– una guida per gli insegnanti (che potranno beneficiare anche di specifici moduli di formazione);

– una serie di giochi, personalizzati a seconda delle tre fasce d’età coinvolte, che tuttavia in questa fase preferiamo non svelare;
– accanto ai supporti ludici, vengono forniti dettagliati input per la realizzazione del prodotto finale che verrà presentato il 5 giugno 2020 nella giornata conclusiva. 

I kit saranno disponibili a partire da settembre 2019. I kit verranno distribuiti fino ad esaurimento delle copie disponibili!
Per informazioni: www.cifaong.it/sostenibilmente.pdf, facebook: @SOStenibilmente, oppure scriveteci a SOStenibilmente@cifaong.it.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/sostenibilmente-innovativo-progetto-di-educazione-ambientale-scuole/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile spiega cosa cambia con le nuove direttive europee per l’economia circolare

388989_1Gli obiettivi di riciclo per gli RSU salgono al 65%, riduzione degli sprechi alimentari al 50%, discariche sempre più marginali: in anteprima le novità contenute nel pacchetto Ue su rifiuti e circular economy. On line il comunicato sul primo convegno per i 10 anni della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Obiettivi di riciclo dei rifiuti urbani più impegnativi, maggiore coinvolgimento dei produttori, nuovi target per gli imballaggi, taglio dello smaltimento in discarica, riduzione degli sprechi alimentari. Queste alcune delle novità contenute nel nuovo pacchetto di direttive europee sui rifiuti e la circular economy -approvate dal Consiglio, Commissione e Parlamento europeo- che sono stati presentati in anteprima nel corso del convegno, “Circular Economy, le direttive europee appena approvate”, cui hanno partecipato il Ministro dell’ Ambiente, Gian Luca Galletti, la relatrice del provvedimento al parlamento Ue, Simona Bonafè, il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi e i rappresentati delle organizzazioni e delle filiere dei rifiuti e della circular economy. Il convegno, è il primo di una serie di iniziative che si svolgeranno quest’ anno in occasione dei 10 anni della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

“Abbiamo sostenuto e promosso – ha affermato Gian Luca Galletti – la sfida europea dell’economia circolare che vede in più ambiziosi target di riciclo dei rifiuti uno dei suoi punti cardine. In Italia abbiamo realtà in cui i tali obiettivi sono stati già abbondantemente raggiunti e superati, mentre altre zone sono ancora indietro. Dobbiamo lavorare nei prossimi anni per portare tutto il paese agli ottimi standard raggiunti nelle aree più virtuose. Ci vuole un impegno coeso, programmato, determinato, che abbiamo delineato nel Documento di posizionamento strategico ‘Verso un modello di economia Circolare’. Gli obiettivi europei sono alla nostra portata e l’Italia deve raggiungerli per mantenere e implementare il ruolo di protagonista che cha assunto nel nuovo sistema globale della green economy”.

“Con l’economia circolare – ha sottolineato Simona Bonafè – i rifiuti finalmente si trasformano da un problema da risolvere a un’opportunità da sfruttare. Il riciclo e l’ottimizzare dei processi produttivi orientati all’eliminazione degli scarti non solo sposteranno l’economia sempre di più verso una crescita davvero sostenibile ma creeranno nuove sfide competitive per le nostre aziende, nuovi posti di lavoro e, in definitiva, ad un aumento del Pil. Sfide che l’Italia sta cogliendo e farà sempre più sue, soprattutto adesso che la partita dell’economia circolare si sposterà sul recepimento delle direttive europee”.

“Le nuove direttive –ha affermato Edo Ronchi – avviano la svolta dell’economia circolare, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti. Siamo alla vigilia di una nuova svolta, di più ampia portata di quella avviata con la riforma di oltre 20 anni fa, che ci ha fatto passare dalla discarica come sistema largamente prevalente di gestione dei rifiuti, alla priorità del riciclo. Sarebbe bene preparare il recepimento delle nuove norme europee in materia di rifiuti e circular economy con un’ampia partecipazione”.

Queste alcune novità del nuovo pacchetto europeo :

1) Per i rifiuti urbani si alzano al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035 gli obiettivi di riciclo (oggi siamo al 42%). Per raggiungere il target del 2035 sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi almeno al 75% (oggi la media nazionale è del 52,5% ).

2) Viene rafforzata la responsabilità estesa del produttore che, nella gestione dei rifiuti che derivano dai loro prodotti, dovranno assicurare il rispetto dei target di riciclo, la copertura dei costi di gestioni efficienti della raccolta differenziata e delle operazioni di cernita e trattamento, quelli dell’informazione, della raccolta e della comunicazione dei dati. Per gli imballaggi tale copertura sarà dell’80% dei costi dal 2025, per i settori non regolati da direttive europee la copertura dei costi sarà almeno del 50%, per RAEE, veicoli e batterie restano le direttive vigenti in attesa di aggiornamenti.

3) Per il riciclo degli imballaggi l’Italia è già a buon punto: si dovrà aumentare il riciclo dall’ attuale 67% al 70% del totale degli imballaggi entro il 2030. Per gli imballaggi in legno oggi il riciclo è al 61% a fronte di un obiettivo del 30%; per quelli ferrosi l’ obiettivo è dell’l’80% (oggi si è al 77,5%); per l’alluminio l’ obiettivo è del 60% (oggi si è già al 73%); per gli imballaggi in vetro l’ obiettivo è del 75% (oggi si è al 71,4%); per gli imballaggi di carta si dovrà passare dall’ attuale 80% all’85% . Maggiori difficoltà, a causa degli imballaggi in plastiche miste, ci sono per il riciclo di quelli in plastica che dovrà aumentare dal 41% attuale al 55% al 2030 .

4) Lo smaltimento in discarica non dovrà superare il 10% dei rifiuti urbani prodotti. Oggi in Italia la media è del 26%, però con Regioni in forte ritardo: il Molise (90% in discarica), la Sicilia (80%), la Calabria (58%), l’Umbria (57%), le Marche (49%) e la Puglia (48%).

5) Per attuare a una strategia contro gli sprechi alimentari vengono introdotti target di riduzione degli sprechi del 30% al 2025 e del 50% al 2030.

Fonte: http://www.ecodallecitta.it/notizie/388989/fondazione-per-lo-sviluppo-sostenibile-spiega-cosa-cambia-con-le-nuove-direttive-europee-per-leconomia-circolare

L’antropologa: «Impariamo dalle culture che rispettano la natura»

Come si può vivere cambiando paradigma e modificando il nostro quotidiano per mettere un freno al consumismo e allo sfruttamento di risorse che ci sta condannando a morte? Può essere utile guardare ad altre culture che hanno mantenuto un legame più stretto con la natura? Ne parliamo con Federica Giunta, antropologa ambientale.Senza nome

 

 

 

 

 

 

Nelle società capitaliste sembra aumentare sempre di più la distanza tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Le società sembrano muoversi, andare avanti o “correre”, come si dice quando ci si esalta perorando la causa della necessità della crescita,  indifferenti o ignare della distanza tra il consumo sempre maggiore e le risorse che quel consumo dovrebbero sostenere. Per molti, considerati i più sensibili al problema, è fondamentale e urgente uno sviluppo sostenibile. Tuttavia, c’è chi crede che questo sia solo una bella favola che qualcuno continua a raccontarci e che uno sviluppo davvero sostenibile non esista perché basato su un fondamentale squilibrio tra chi di quello sviluppo gode e chi lo deve, molto lontano da noi, sostenere. A carissimo prezzo. Le questioni che si aprono e le domande che si pongono in questo ambito sono moltissime e complesse. Ne parliamo con Federica Giunta, antropologa culturale, specializzata in Antropologia ambientale e attivista per i diritti umani e della natura. Ha svolto ricerche in Asia, Africa e, attualmente in America Latina dove studia e supporta comunità indigene e rurali in lotta per la salvaguardia socio-territoriale. È membro dell’organizzazione ecuadoriana Clínica Ambiental-Acción Ecologica e attualmente impegnata alla frontiera fra Turchia e Siria in un progetto di sensibilizzazione ambientale in un centro di accoglienza per profughi afgani e siriani.

Di che cosa si occupa un’antropologa ambientale?

Un’antropologa ambientale studia le relazioni fra gli esseri umani e l’ambiente che li circonda, cercando di interpretare le dinamiche che sostengono questa relazione e di comparare le differenti tecniche adattative dei membri di una determinata società all’ambiente. Personalmente ho sempre provato a lavorare in contesti rurali ed indigeni così da rendere visibile, attraverso le mie ricerche e le mie lotte sociali, quella differenza fondamentale fra le società dove gli esseri umani ancora vivono in forte interdipendenza con il territorio che li accoglie e quelle in cui dinamiche capitaliste e di sfruttamento hanno allontanato questi due mondi. Gli interessi di un’antropologa ambientale possono comprendere questioni legate alla giustizia e all’accessibilità delle varie comunità alle risorse naturali e alla gestione dei beni comuni. Si tiene, inoltre, sempre presente la valutazione di nuove forme di stratificazione e disuguaglianza legate alla mercificazione e a vari aspetti dell’economia liberista, sviluppando nuovi modi di pensare alle interdipendenze. Si dettagliano, infine, le traiettorie storiche (tra cui il colonialismo, il capitalismo, l’imperialismo) che modellano le opinioni contemporanee a livello locale e globale.

Quando è nata l’antropologia ambientale?

L’antropologia ambientale è nata negli anni settanta, subito dopo la formazione di movimenti ambientalisti, di protesta e di sensibilizzazione rispetto a tematiche legate alla salvaguardia ambientale. Con l’aumento dei movimenti ambientali e dei paradigmi ecologici del XX secolo, anche gli antropologi hanno adottato nuove prospettive. Infatti l’antropologia ambientale è nata in concomitanza con un’altra disciplina, l’antropologia della crisi, nel momento in cui ci si è resi conto che la crisi dovuta alla contaminazione e alle pratiche di sfruttamento estremo della natura coinvolgeva anche la vita delle società in qualsiasi latitudine. Antropologia della crisi e antropologia ambientale sono nate insieme e sono relazionate in modo stretto perché nel momento in cui una struttura culturale affronta una criticità ambientale deve affrontare una serie di crisi sistemiche interconnesse. Questo ha fatto nascere il desiderio e la necessità di capire quelle dinamiche.

Antropologia della crisi?

Sì, si chiama esattamente così. Il prodursi di una crisi determina, infatti, un momento di perturbazione che tende a determinare un’incertezza strutturale, come può essere quello di una formazione sociale o di una dinamica eco-sistemica. Ed è per questo che questa disciplina si trova in stretta relazione con l’antropologia ambientale: dal momento in cui una società: si trova ad affrontare una criticità ambientale deve confrontarsi anche con una serie di problemi correlati, come lacerazioni del tessuto sociale e contaminazioni delle risorse naturali.

Può farci un esempio?

Prendiamo l’estrattivismo come pratica umana che coinvolge con pesanti ripercussioni la dimensione territoriale. Creare un sistema estrattivo non significa solamente l’azione meccanica di estrazione, che possa essere petrolifera o mineraria. Estrarre significa creare una geografia, ambientale ed umana, che va a cambiare il territorio che ci circonda attraverso la creazione di strade di collegamento in zone naturali spesso incontaminate; creare immigrazione di lavoratori e tecnici che provengono dall’altra parte del mondo (per esempio cinesi o nordamericani in Sudamerica); significa introdurre non solo qualcosa di alieno in un contesto culturale e ambientale, che in un mondo globalizzato è sempre più usuale, ma sfruttare ed abusare di un sistema naturale e sociale senza consulta previa o attenzione verso le realtà locali. Le azioni che si attuano sul territorio determinano danni anche in ambito culturale e le problematiche e crisi ambientali hanno effetti nocivi sempre di più sugli aspetti della formazione e interazione sociale. Da qui nasce l’antropologia ambientale.

Lei dice che l’antropologia dell’ambiente e quella dell’ambientalismo sono due cose diverse. Qual è la differenza?

La differenza è che l’antropologia dell’ambiente è lo studio delle interazioni fra esseri umani e ambiente circostante, mentre quella dell’ambientalismo, nata negli anni Sessanta, si basa sull’analisi delle formazioni sociali di protesta contro contaminazioni ambientali e di movimenti critici nei confronti di un sistema economico che ha iniziato a creare “crisi ambientali”. Kay Milton, una delle più importanti antropologhe ad aver analizzato l’ambientalismo, si chiede come mai gli esseri umani si possano dividere fra chi si batte in difesa dell’ambiente e chi non si cura di questo, sfruttandolo e contaminandolo. Nonostante non si riesca ad arrivare a nessuna conclusione, in alcune parti la Milton parla di un approccio emozionale alle questioni ambientali, basandosi su studi che parlano di una romanticizzazione della natura, anche se secondo me potrebbe essere un errore, portare qualcosa di politico sul piano dell’emozionalità personale.

Che cosa si intende per cultura?

In questo mondo dominato da dinamiche di globalizzazione, migrazioni e crisi è difficile dare una definizione. Se si pensa all’antropologia questa è una disciplina che nasce dalla constatazione che la specie umana è una specie sociale, che si basa cioè sulle relazioni che intercorrono fra individui e sulla loro creazione di strutture sociali e fatti sociali, che persistono o mutano. La cultura potrebbe definirsi come un sistema di credenze e valori condivisi, comportamenti e oggetti materiali che i membri di una società utilizzano per affrontare il proprio mondo e per affrontare il rapporto interpersonale, e che vengono trasmessi da generazione in generazione attraverso la trasmissione e l’apprendimento.

Possiamo dire che è tutto ciò che non è natura?

Non direi, proprio perché secondo me è errato creare una divisione così netta fra i concetti di natura e cultura, che in realtà, proprio per superare le numerose crisi ambientali che stiamo vivendo, dovrebbero essere riavvicinati e messi in dialogo fra di essi. È infatti l’ambiente naturale che determina le caratteristiche proprie di una determinata cultura, le sue dinamiche di adattamento e distribuzione, le sue forme di parentela e le sue cosmogonie. Dall’altro lato la cultura formatasi, per l’antropologia ecologica, è stata vista conseguentemente come mezzo di adattamento ambientale delle popolazioni umane. Sulla base di una tale teoria, gli antropologi ecologici si sono concentrati su come gli aspetti del comportamento culturale mantengano equilibrio o “homeostasi” nei rapporti tra un gruppo locale e le sue risorse ambientali e promuovano così la sua sopravvivenza a lungo termine.

Quando è iniziato il distacco tra uomo e natura? Qual è la differenza tra l’uomo e gli altri animali?

C’è la descrizione quantitativa e biologica che parla di pollice opponibile, postura eretta, la struttura del cranio, ecc. C’è però una teoria interessante. L’uomo, sarebbe un animale biologicamente incompleto, come riferisce l’antropologo tedesco Arnold Il Gehlen, tesi supportata per esempio anche da Remotti e Speranza. Le sue caratteristiche non sono adeguate a livello fisico e istintuale e non gli permettono di sopravvivere in contesti territoriali apparentemente avversi alla sua permanenza. La creazione di strumenti “culturali” ha permesso quindi all’uomo di adattarsi: è infatti l’unica specie che troviamo a tutte le latitudini. La sua inadeguatezza fisica è stata compensata dalla capacità di creare cultura, cioè tutti quegli elementi prodotti artificialmente come il linguaggio, gli utensili, la conoscenza tecnica, le tradizioni, le istituzioni, etc. atti a modificare a proprio vantaggio le condizioni d’esistenza. Molti antropologi danno questa interpretazione. La maggior parte degli animali sono intelligenti, probabilmente anche più degli esseri umani, ma in maniera differente. Si pensi al linguaggio, per esempio.

Però anche gli altri animali comunicano.

Sì, ma si tratta di un suono. L’uomo ha creato un linguaggio articolato e che può essere simbolico. Se articolo qualcosa, costruisco e posso ricordare ed è da questo momento che posso iniziare a mettere insieme immagini, simboli, fatti, a ricordarli e a dar loro una struttura. L’essere umano è l’unico che si autopercepisca e racconti una storia che è frutto di una memoria personale che poi, in una formazione culturale, diviene collettiva. E’ capace di percepire un io e di conseguenza un ego, un individualismo e un egocentrismo che porta poi a desiderare per sé. Forse proprio da qui questa tendenza di allontanarsi dal naturale, esacerbata nella modernità dal momento in cui la dipendenza dalle risorse naturali non è più così diretta.

Se l’uomo è così intelligente come mai non riesce a percepire i pericoli cui sta andando incontro?

Il punto non è che l’uomo è “così” intelligente. Il punto è che ha un tipo di intelligenza differente dagli altri animali (quindi differenza qualitativa e non quantitativa). Nella società in cui viviamo noi credo si sia esacerbata la dinamica di individualismo ed egocentrismo che non permette di valutare una visione d’insieme che quindi ci collochi in un territorio, in un contesto “mondo”. Questo crea una forte inconsapevolezza rispetto a quanto le nostre azioni influenzino l’ambiente a livello macroscopico e a quanto la salvaguardia della natura possa essere di beneficio ad ognuno di noi, come parte di una collettività. Infatti, nel momento in cui ci siamo affidati ad una logica capitalista in cui la natura viene depredata, siamo arrivati ad una alienazione totale non solo come esseri umani ma anche nei confronti della natura.

Che cos’è l’intelligenza?

Il discorso sarebbe lunghissimo ma molto in breve è la capacità di adattamento dell’essere umano. Nonostante questo, se riportiamo questa capacità ad un discorso contemporaneo e critico nei confronti del sistema capitalista, credo che stia diventando sempre più difficile per noi sostenere i cambiamenti (erroneamente chiamati sviluppo!) di cui siamo responsabili. Pensiamo alle malattie alle epidemie, ad esempio la malaria o il colera o l’aids, sempre più connesse con dinamiche contemporanee ed acutizzati da un deterioramento socio-ambientale. La nostra “intelligenza” dovrebbe quindi suggerirci di politicizzare la lotta alle varie crisi ambientali, smettendola di relegarla solamente ad una questione individuale.

Le popolazioni indigene e incontattate vivono in equilibrio col territorio?

Nella maggior parte dei casi sì, dal momento in cui la loro vita dipende strettamente dal contesto territoriale e delle risorse che la natura può offrire loro per vivere. Nel contesto ecuadoriano in cui ho lavorato quest’anno si ha ancora la presenza di popolazioni indigene incontattate. Sfortunatamente devono ridisegnare costantemente i loro confini dal momento in cui sono costretti a sfuggire a dinamiche di sfruttamento capitalista delle risorse naturali, sia questo il petrolio, il legname o il caucciù. In questi casi delicati non bisogna romanticizzare troppo la visione delle popolazioni indigene, anzi bisogna rivendicare con loro un loro territorio e la dignità della loro espressione culturale. Non condivido molto l’ecologia emozionale e per questo credo che sia molto importante la conservazione. E’, tuttavia, necessario fare attenzione a trasformarla in segregazione (per esempio attraverso la costruzione di parchi naturali dove far vivere le comunità indigene). Ho conosciuto popolazioni che ancora non fanno uso del denaro e non fanno parte dell’economia neoliberista. Queste popolazioni sono riuscite a mantenere un approccio egalitario nei confronti della natura, anche attraverso conoscenze ancestrali che permettono loro di “preservarsi”: per esempio la visione e l’uso dell’acqua o dei beni comuni. I loro miti sono strettamente correlati con la natura: l’acqua per esempio è spesso associata ad una delle divinità più importanti di molti pantheon di differenti comunità, perché si è consapevoli della sua vitale importanza e che non si può contare su strumenti meccanici o scientifici per depurarla o ricrearla: si deve solo ascoltare e salvaguardare. Credo così che un problema delle società capitaliste sia proprio che la distanza tra consumo e risorse sia sempre più grande.

Raccontare e fare testimonianza sui limiti delle risorse è utile? Molti negano che esse possano finire. Gli ambientalisti sono destinati ad essere le “Cassandre” della situazione?

Credo che faccia comodo etichettare gli ambientalisti come allarmisti o catastrofisti, soprattutto a chi si sente che agire non gli competa perché le ripercussioni sulla sua vita non sono poi così ingenti. Inoltre, pensiamo sempre di non avere la responsabilità diretta sul nostro ambiente o che le crisi ambientali siano lontane, ben oltre il nostro giardinetto (da vedere il movimento NIMBY). Questo è vero soprattutto perché attraverso il colonialismo abbiamo obbligato altre nazioni e comunità, ben lontane dall’Italia, a farsi carico di processi estrattivi, trasformativi, produttivi e di smaltimento altamente contaminanti. Qui si pensa erroneamente che solo delegando i politici e relegando le responsabilità alle istituzioni si stia agendo a favore della salvaguardia del nostro territorio.

Lei è ottimista o pessimista sul futuro che ci aspetta?

Personalmente penso che si vada incontro ad un collasso della struttura sociale esistente ma sono per natura un’ottimista e credo che possiamo ancora ristabilire dinamiche che riportino equilibrio nel rapporto fra essere umano e ambiente, soprattutto se ci si organizza attraverso una costruzione sociale di partecipazione attiva comunitaria. Dobbiamo svegliarci e muoverci adesso, smettere di lamentarci e fare qualcosa di concreto e coraggioso, senza rimandare le responsabilità ad altri.

Che cosa si deve fare, in concreto?

Smetterla di delegare ad altri ed agire.Vivo in America Latina e, probabilmente per le forti crisi ambientali causate per esempio dall’estrattivismo, ho incontrato movimenti sociali più attivi, singoli individui più coinvolti, forse perché ancora impregnati di speranza, con una visione meno cinica della questione. La speranza porta ad agire, porta a sviluppare azioni concrete di intere comunità, di movimenti dal basso che possono determinarsi e quindi riappropriarsi dei processi decisionali.

Cosa pensa dello sviluppo sostenibile?

Penso che non esista. E’ un ossimoro. Il concetto stesso di sviluppo attuato da una società capitalista e colonialista non può dirsi sostenibile, se non per quella stessa società. Perché in fondo a discapito di chi lo stiamo effettuando? Per chi questo sviluppo risulta sostenibile? La nostra società lo perpetua, però sono altre società che realmente lo “sostengono”, società spesso discriminate e sfruttate proprio in nome dello sviluppo di qualcuno ben lontano da loro. Si dovrebbe rivedere la nostra proiezione del futuro non in maniera lineare ma circolare, dall’estrazione e trasformazione delle materie prime alla gestione degli scarti che queste producono. Ormai abbiamo capito che il solo sviluppo non è sostenibile per nessuno: né per noi né per l’ambiente.

Si dice che il capitalismo sia il problema. E questo sembra un modo per chiamarsi fuori dalla questione, come se non dipendesse da noi.

Il problema non è solamente il sistema capitalistico ma che tutti noi ormai lo attuiamo attraverso atteggiamenti e dinamiche capitaliste, adattando le nostre vite e i nostri bisogni a necessità innecessarie. Per me non può esistere un ambientalista che non si definisca anche anticapitalista. E non basta più solamente definirsi: si deve andare oltre l’apparenza e rivoluzionare le nostre vite, i nostri circuiti sociali, il nostro sistema economico. È importante infatti che l’indignazione per le problematiche moderne (si pensi all’immigrazione o al dilagante maschilismo) ci porti ad unirci e a creare la necessità di formare movimenti sociali che vadano oltre le nostre buone azioni quotidiane individuali ed individualiste.

Fonte: ilcambiamento.it

Possiamo trasformare il mondo

«Possiamo trasformare il mondo» è lo slogan con cui la coalizione Together for Global Justice ha lanciato un appello ai potenti della Terra che si ritroveranno al vertice sul clima di Parigi il 7 e 8 dicembre prossimi.cambiare_il_mondo

Together for Global Justice è una coalizione di 17 organizzazione europee e del nord America che combattono contro povertà e disuguaglianze. Sollecitano da anni governi, mondo degli affari, confessioni religiose e organismi internazionali ad adottare politiche e condotte che promuovano i diritti umani, la giustizia sociale e lo sviluppo sostenibile. Ora hanno lanciato un appello, già sottoscritto da numerosi esponenti internazionali, affinchè i rappresentanti dei governi che si ritroveranno a Parigi il 7 e 8 dicembre diano prova di un impegno vero per cambiare paradigmi e azioni.

Ecco cosa si legge nell’appello:

«Possiamo colmare il gap esistente tra i pochi che posseggono la metà delle ricchezze mondiali e il resto della popolazione.

Possiamo assicurare una piena equità tra uomini e donne.

Possiamo garantire il diritto al cibo per miliardi di persone, soprattutto per i piccoli produttori che producono la maggior parte del cibo che si consuma nel mondo ma i cui diritti sono violati in maniera pervasiva.

Possiamo impedire che le temperature aumentino più di 1,5 gradi Celsius.

Possiamo garantire che i più poveri e i più vulnerabili siano protetti e supportati nelle loro battaglie per adattarsi ai cambiamenti climatici e possiamo realizzare una società globale più giusta e uguale.

Possiamo smettere di sfruttare la terra e limitare l’estrazione di risorse naturali.

Possiamo trasformare la cultura del dominio, del consumo e dell’estrazione in una cultura dell’autosufficienza, del prendersi cura e della solidarietà.

Possiamo garantire una giusta transizione ad economie dove sia garantito un lavoro dignitoso a tutti e dove sia valorizzato il lavoro che si prende cura degli altri.

Possiamo creare un mondo dove uomini e donne possono vivere, pensare, esprimere se stessi e muoversi in pace e libertà.

Molte volte nel corso della storia la comunità internazionale ha dato prova di riuscire a superare le divisioni in uno sforzo comune per rispondere alle paure; occorre perseguire un mondo di pace e di rispetto per l’ambiente, per il clima, per la giustizia sociale ed economica e per l’eguaglianza di genere.

Nei quattro anni appena trascorsi abbiamo assistito ad un livello senza precedenti di discussioni, consultazioni e mobilitazioni in preparazione dei nuovi obiettivi globali. La speranza è e deve essere quella secondo cui la comunità internazionale riuscirà a fare la cosa giusta».

Durante il summit Onu sullo sviluppo sostenibile, conclusosi domenica 27 settembre a New York  e al quale l’appello è stato pure rivolto, è stata adottata e discussa la piattaforma “Transforming Our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development” il cui obiettivo è rispondere alle sfide più urgenti di un mondo che così non può più reggere le proprie sorti. La coalizione che ha sottoscritto l’appello ritiene la piattaforma dell’ONU «un’agenda universale che riconosce gli obiettivi ormai non più procrastinabili».

Ma viene anche messa in luce la sostanziale contraddizione insita nel concetto stesso di sviluppo sostenibile, laddove ciò significhi priorità nel continuare ad alimentare la crescita delle nazioni a discapito dell’armonia con la natura. Occorre limitare fortemente l’utilizzo delle risorse naturali e non bastano meccanismi di tassazione o nuove regole di finanza globale e di investimento. Ci vuole un radicale cambio di paradigma per rendere possibile il cambiamento, per dare corpo allo slogan “Possiamo cambiare il mondo”.

Ci sono comunità che stanno sviluppando soluzioni alternative e le stanno mettendo in pratica basandosi sul concetto che il benessere è anche prosperità condivisa e migliori relazioni di cura tra le persone. Si diffonde l’agroecologia tra i piccoli produttori per costruire filiere alimentari locali e solidali; nascono comunità dove si decentralizza anzichè centralizzare, si usano energie alternative, si modificano stili di vita. Insomma, si dimostra che cambiare è possibile, basta farlo con azioni concrete, con coerenza e non solo nella facciata.

Ma governi ed enti internazionali devono imparare a resistere (o volerlo, se non altro) alle forti pressioni dei gruppi di potere economico, devono esigere e praticare la trasparenza di ogni transazione e trattativa, di ogni scelta e decisione.

La gente nel mondo è pronta a vivere un futuro (che deve cominciare però già domani) di uguaglianza, giustizia, diritti e vita in armonia con la natura. Bisogna chiarire se il potere costituito è ugualmente pronto. Se non lo è, è probabile che la forza delle popolazioni lo costringa a prepararsi.

I sottoscrittori:
1. Dereje Alemayehu, World Citizen and Tax Justice Activist, Etiopia
2.
Marcia Anfield, Mariannridge Coordinating Committee, Sud Africa
3. Attilio Ascani, Direttore Focsiv, Italia
4. Georges Bach, europarlamentare, Lussemburgo

  1. Chris Bain, direttore CAFOD, Regno Unito
    6. Fr. Dário Bossi, missionario comboniano, International Alliance of those Affected by Vale, Brasile
    7. Jenny Boyce-Hlongwa, Mariannridge Coordinating Committee, Sud Africa
    8. Adriano Campolina, Chief Executive, ActionAid International
    9. Marian Caucik, Direttore eRko, Slovacchia
    10. Alistair Dutton, Direttore SCIAF, Scozia
    11. Hilal Elver, docente di legge, Turchia, e UN Special Rapporteur on the Right to Food
    12. Simone Filippini, Direttore Cordaid, Olanda
  2. Susan George PhD, presidente del Transnational Institute, Olanda
    14.
    Patrick Godar-Bernet, Direttore del Bridderlech Deelen, Lussemburgo
    15.Mamadou Goïta, Executive Director, Institut de Recherche et de Promotion des Alternatives de Développement en Afrique (IRPAD), Mali
    16. Arcivescovo Theotonius Gomes, vescovo ausiliario emerito di Dhaka, Federation of Asian Bishops’ conferences, Bangladesh
    17. Rev. Fletcher Harper, Executive Director, Greenfaith, USA
    18. Lieve Herijgers, Director, Broederlijk Delen, Belgio
    19. Jason Hickel, Lecturer, London School of Economics and Political Science, Regno Unito
    20.Wael Hmaiden, Executive Director, CAN International, Libano
    21.
    Heinz Hödl, CIDSE presidente e direttore, KOO, Austria
    22. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo del Lussemburgo
    23. Nicolas Hulot, Special Envoy del president della Repubblica francese per la protezione del pianeta, Francia
    24. Pa Ousman Jarju, Ministro dell’ambiente, Gambia
    25. Aloys Jousten, vescovo onorario di Liège, Belgio
    26.
    David Leduc, Executive Director, Development and Peace, Canada
    27. Jorge Libano Monteiro, Amministratore FEC – Fundação Fé e Cooperação, Portogallo
    28.
    Bill McKibben, Co-fondatore di 350.org, USA
    29. Eamonn Meehan, Direttore Trócaire, Irlanda
    30.
    Daniel Misleh, Executive Director, Catholic Climate Covenant, USA
    31. Bhumika Muchhala, Senior Policy Analyst, Finance and Development, Third World Network, Malesia
    32. Fr. Stan Muyebe, Justice and Peace Commission, Southern Africa Catholic Bishops Conference, Sud Africa
    33. Kumi Naidoo, Executive Director, Greenpeace International, Sud Africa
    34. Bernd Nilles, Secretary General, CIDSE, Belgio
    35. Allen Ottaro, Executive Director, Catholic Youth Network for Environmental Sustainability in Africa (CYNESA), Kenya
    36. Peter-John Pearson, Dirertore Southern African Catholic Bishops’ Conference Parliamentary Liaison Office, Sud Africa
    37.
    Bernard Pinaud, Director, CCFD-Terre Solidaire, Francia
    38. Viviane Reding, ex Vice-Presidente della Commissione Europea ed europarlamentare, Lussemburgo
    39. Susana Réfega, Executive Director, FEC – Fundação Fé e Cooperação, Portogallo
    40. Cécile Renouard, filosofo ed economista, Francia
    41. Patrick Renz, Direttore Fastenopfer, Svizzera
    42. Andy Ridley, Managing Director, Circle Economy, Olanda
    43.Michel Roy, Secretary General, Caritas Internationalis, Città del Vaticano
    44.
    Jeff Rudin, Secretary, Alternative Information and Development Centre, Sud Africa
    45.Naderev “Yeb” Saño, Leader of The People’s Pilgrimage for Climate Action, OurVoices, Filippine
    46.
    Angelo Simonazzi, segretario generale di Entraide et Fraternité, Belgio
    47. Colette Solomon, Direttore di Women on Farms’ Project, Sud Africa
    48. Pablo Solón, Executive Director, Fundación Solón, Bolivia
    49. Pirmin Spiegel, Direttore di Misereor, Germania
    50. Soledad Suárez Miguélez, Presidente di Manos Unidas, Spagna
    51.Monicah Wanjiru, segretario generale del Coordinamento internazionale dei giovani lavoratori cristiani, Italia

Fonte: ilcambiamento.it

Green economy e auto a gas, una scommessa da 66mila posti di lavoro

Fondazione per lo sviluppo stima in 66mila posti di lavoro in quindici anni le potenzialità occupazionali del settore delle auto a gas. Quanto potrà rendere in termini occupazionali la green economy nel mercato dell’automobile nei prossimi quindici anni? La Fondazione per lo sviluppo sostenibile, con la collaborazione di Assogasliquidi Federchimica e Consorzio Ecogas ha provato a rispondere a questa domanda con il rapporto Green economy e veicoli stradali: una via italiana dedicato alle potenzialità delle imprese in qualche modo connesse ai veicoli a gas. Il binomio fra mobilità sostenibile green economy sarà una delle strade per diminuire una delle principali cause di emissioni di C02 in atmosfera: il 28% dei consumi di energie e, quindi, un quarto delle emissioni di CO2 sono attribuibili al miliardo di veicoli che circolano nel mondo. Le soluzioni tecnologiche alternative in grado di aiutare la transizione verso l’auto a emissioni zero e l’auto a gas esistono e possono offrire sviluppo e occupazione tra i 22.700 e i 66mila posti aggiuntivi nel 2030. Molto dipenderà dalle scelte economiche di questo e dei prossimi governi. Il premier Matteo Renzi e la compagine attualmente al governo con il decreto Sblocca Italia sembra voler intraprendere in maniera decisa la strada delle fonti fossili, riproponendo la logica industriale e concentrazionaria delle energie da fonti non rinnovabili. Una vera e propria retromarcia rispetto alle promesse di rilancio della green economy che vengono puntualmente riproposte a ogni tornata elettorale (che sia per le primarie Pd o per le elezioni europee). Perché i posti di lavoro aggiuntivi siano più vicini ai 66mila che non ai 22.700 occorrerà una decisa inversione di rotta della politica nostrana. Nonostante la crisi abbia pesato sulle immatricolazioni delle auto tradizionali, quelle a gas hanno continuato a crescere passando tra il 2011 e il 2012 dal 5,55% al 13%; nel 2013 la quota di mercato è arrivata al 14,1% (8,9% GPL e 5,2% metano). Le auto a gas in Italia rappresentano il 76,8% del parco europeo per quelle a metano e il 26% per quelle a GPL, numeri che alimentano “una piccola e grande industria” che va dalla produzione di impianti per la conversione a GPL e metano, alla rete di trasformazione e assistenza (più di 6000 officine), fino al rifornimento stradale (3000 distributori GPL e 1000 metano).1812-586x377

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images

L’Italia del Riciclo: aumentano imprese e occupazione, 34 miliardi di fatturato

L’Italia dei rifiuti genera più occupazione e aziende in crescita: negli ultimi 5 anni le imprese del settore della gestione della spazzatura sono aumentate del 10%, di queste il 94% fanno attività di recupero, ed i posti di lavoro registrano un incremento del 13%, mentre il fatturato del recupero dei rifiuti sfiora i 34 miliardi381264

Un’industria della green economy, quella della gestione dei rifiuti, è cresciuta negli ultimi 5 anni: sono aumentati il numero di addetti (+13%) e di aziende (+10%), il 94% delle quali svolge attività di recupero. E’ questa la fotografia scattata dal rapporto ‘L’Italia del riciclo’ 2014, promosso e realizzato da Fise Unire (l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile.
Secondo il report resta preponderante il numero delle piccole impreseaumentano le società di capitali e cala il peso delle ditte individuali. Nonostante “l’impatto della crisi dei mercati internazionali e dei consumi, l’incertezza del quadro normativo e l’inadeguatezza dei mercati di sbocco delle materie riciclate”, continua a crescere il riciclo degli imballaggi (più 1% nel 2013 rispetto all’anno precedente) che sostiene settori industriali (siderurgia, mobili, carta, vetro) strategici per il nostro Paese. Oltre il 68% dei nostri imballaggi viene avviato a riciclo, con un miglioramento delle performance delle filiere alluminio, carta, legno, plastica e vetro. E – spiega lo studio – sarebbero “notevoli i margini di ulteriore sviluppo con un quadro normativo più chiaro e omogeneo”. Secondo il rapporto “il valore aggiunto generato in totale ammonta a circa 8 miliardi di euro”, cioè “oltre mezzo punto di Pil”. Le imprese che in Italia fanno attività di recupero dei rifiuti sono in tutto oltre 9000, soprattutto micro-aziende con meno di 10 addetti. La crescita sia delle imprese che del numero di occupati – viene spiegato – “a fronte di un andamento generale negativo per il manifatturiero, si può considerare una manifestazione concreta del processo di transizione verso la green economy”. Il riciclo degli imballaggi cresce dell’1%: 7,6 milioni di tonnellate contro le 7,5 del 2012. L’incremento c’è in tutte le filiere con punte d’eccellenza nel tasso di riciclo, per esempio, di carta (86%), acciaio (74%) e vetro (65%).
Risultati altalenanti registrano le altre filiere. In particolare sono in calo i materiali ottenuti da bonifica e demolizione di veicoli fuori uso e la raccolta pro-capite media nazionale di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. C’è molto spazio di miglioramento per la raccolta dei tessili. “Proprio in considerazione delle dimensioni di queste imprese – evidenzia Anselmo Calò, presidente di Unire – le profonde carenze ed inefficienze che affliggono il settore, a livello soprattutto normativo ed amministrativo, sono ancora più difficili da sopportare”. Per Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “il riciclo dei rifiuti in Italia potrebbe crescere con norme più chiare”, tra cui un decreto ministeriale per la classificazione dei rifiuti. Infine è “indispensabile scoraggiare il ricorso allo smaltimento in discarica”.

Corretta gestione rifiuti,risparmio 600 mld e meno gas serra 

Un ulteriore risparmio di 600 miliardi di euro e una riduzione delle emissioni di gas serra tra il 2 e il 4%. Questa la stima – riportata dal rapporto di Fise Unire e Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ‘L’Italia del riciclo’ 2014 – che la ricetta sulla ‘prevenzione dei rifiuti’ potrebbe portare a livello nazionale ed europeo guardando alle prospettive di crescita per il settore del riciclaggio. Secondo il report “il conseguimento dei nuovi obiettivi in materia di rifiuti creerebbe circa 600.000 nuovi posti di lavoro, rendendo l’Europa più competitiva e riducendo la domanda di risorse scarse e costose”. Le misure proposte, che consentirebbero peraltro di ridurre l’impatto ambientale, prevedono “il riciclaggio del 70% dei rifiuti urbani e dell’80% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030 e, a partire dal 2025, il divieto di collocare in discarica i rifiuti riciclabili”.

Fonte: ecodallecitta.it

Strategia marina, l’Italia punta alla sostenibilità del mar Mediterraneo

Strategia marina per garantire la sicurezza dei prodotti itici che consumiamo, se n’è discusso in un convegno a Livorno organizzato dal ministero per l’Ambiente. Di strategia marina, Blue economy, risorse, conoscenza e turismo del mare si è discusso per due giorni a Livorno al convegno Il Mare: la sostenibilità come motore di sviluppo, Marine Strategy e Blue Growth.L’evento, che rientra nell’ambito delle iniziative del Semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea, ha riunito istituzioni, operatori del mare, associazioni di categoria, esperti di settore e della ricerca per sviluppare un dibattito intorno al mare che tenga conto della necessità di preservare le risorse biologiche, non biologiche e che pianifichi uno sviluppo sostenibile del mare.silvia-velo-620x350

Al termine dei lavori, chiusi ieri a Livorno, Silvia Velo Sottosegretario all’Ambiente, ha presentato la Carta di Livorno, un documento di proposte per lo sviluppo della Blue Economy attraverso la Strategia Marina. Ha detto Silvia Velo:

L’economia del mare ha avuto nel 2013 un giro d’ affari di 41,5 miliardi di euro, con un’ incidenza sul valore aggiunto del 3% e ricadute positive per l’ occupazione del 3,3%, pari a 800 mila occupati. Proprio per questo le politiche di sviluppo dovranno saper coniugare crescita economica e sostenibilità ambientale. In questo, diventa determinante il ruolo del ministero dell’ Ambiente per definire le linee di sviluppo sostenibile da seguire.

All’evento vi hanno preso parte oltre 400 persone in rappresentanza di 20 Università, 50 Enti e Istituzioni, 20 Istituti scientifici e di ricerca, 60 associazioni e rappresentanti delle categorie epiù di 50 tra operatori e aziende di settore. Teniamo conto che l’economia del mare coinvolge 180 mila imprese (censite alla fine del 2013) che rappresentano il 3 per cento del totale delle imprese del nostro Paese; di queste circa 72 mila, poco meno della metà, dunque, copre il settore ristorazione e alloggio; seguono circa 34 mila imprese della filiera ittica (il 18,9 per cento); poi la filiera della cantieristica navale con 28.000 imprese (il 15,7 per cento); il settore delle attività sportive e ricreative con il 28.000 attività (il 15,7 per cento); la movimentazione marittima di merci e persone conta 11.000 imprese, pari al 6,1% e infine quasi 6.000 imprese (il 3,3 per cento) operano nel settore della ricerca, regolamentazione e tutela ambientale. Le regioni a alta vocazione imprenditoriale marittima sono la Liguria (8,7 per cento), la Sardegna (5,3 per cento) e il Lazio (5 per cento), mentre tra le province sono in testa Rimini (12,7 per cento), Livorno (12,1 per cento) e La Spezia (11,4 per cento).

Foto | Paolo Foti @ facebook

Fonte: ecoblog.it

Sviluppo sostenibile: la top ten del traffico marittimo

Sette dei dieci porti con il maggior traffico commerciale sono in Cina. I dati relativi al trasporto marittimo delle merci decretano, se ancora ce ne fosse bisogno, l’assoluta supremazia degli scali asiatici, di quelli cinesi in modo particolare. Dai mercati asiatici a basso costo del lavoro si arriva a quelli occidentali o, comunque, extra-asiatici pronti ad accogliere i frutti dell’economia globale. I costi ecologici (ben descritti dal video di apertura di Steve Cutts) sono sotto gli occhi di tutti: qualche giorno fa la Nrdc ha lanciato allarme relativamente all’inquinamento provocato dalle navi a Shanghai. Un allarme piuttosto tardivo per una città di 23,5 milioni di abitanti, più cauti dei quali sono costretti a camminare per strada con una mascherina. L’unità di misura del volume di trasporti è il numero di container che hanno due misure standard di 2,44×2,59×6,10 metri e di 2,44×2,59×12,20 metri. A Shanghai, città leader a livello globale, transitano ogni anno 33,6 milioni di container pari al 5% del volume globale di movimentazioni. Con “appena” un milione di container in meno Singapore (32,6 milioni) è seconda. La differenza fra le due città è data dal fatto che a Shanghai vivono 23,6 milioni di persone, mentre a Singapore 5,6 milioni (il che equivale a circa 6 container di merci per ogni abitante…). Sul terzo gradino del “podio” c’è Shenzhen, fino a pochi decenni fa un piccolo borgo di pescatori, oggi terzo porto al mondo, con una popolazione di 10,5 milioni di abitanti. Il quarto posto è di Hong Kong che a oltre quindici anni dall’“handover” continua a essere uno scalo strategico con 22,3 milioni di container movimentati ogni anno. La top ten è tutta quanta asiatica con bene sette città cinesi (Ningbo-Zhoushan, sesta, Qinghdao, settima,Guangzhou, ottava, Tianjin, decima) una coreana (Busan, quinta) e una degli Emirati Arabi Uniti (Dubai). Considerando che ogni anno sono circa 670 i milioni di container movimentati nei porti di tutto il mondo, i sette porti cinesi della top ten rappresentano, da soli, oltre il 20% dello scambio complessivo su scala globale, con Shanghai che – come accennato in precedenza – accatasta sulle navi commerciali un ventesimo delle merci spostate attraverso le vie marittime.

I porti commerciali più trafficati del mondo

  1. Shanghai 33,6 milioni di container
    2. Singapore 32,6 milioni
    3. Shenzhen 23,3 milioni
    4. Hong Kong 22,3 milioni
    5. Busan 17,7 milioni
    6. Ningbo-Zhoushan 17,4 milioni
    7. Qingdao 15,5 milioni
    8. Guangzhou 12,8 milioni
    9. Dubai 13,5 milioni
    10. Tianjin 13 milioniImmagine-620x467

Fonte: Nrdc
Infografica | Nrdc

Ad Ecomondo arrivano Ecopunti ed Ecoquiz, per stimolare le buone pratiche di sostenibilità

ecoquiz

A poco più di un mese dall’inizio di Ecomondo 2014 (5-8 novembre, Fiera di Rimini),Achab Group anticipa le novità che presenterà in occasione della fiera dedicata allo sviluppo sostenibile. Si tratta di due nuovi progetti per stimolare la conoscenza e le buone pratiche per la difesa dell’ambiente: Ecopunti, formula di marketing non convenzionale che incentiva i comportamenti virtuosi dei cittadini, ed Ecoquizgioco per smartphone e pc che permette di migliorare le proprie conoscenze sui temi della sostenibilità. Dal 5 all’8 novembre torna Ecomondo, il principale evento fieristico dedicato alle soluzioni e alle tecnologie per lo sviluppo sostenibile che trasformerà la Fiera di Rimini nel centro internazionale della green economy. Tra le realtà che animeranno il programma 2014 della fiera anche Achab Group, agenzia di comunicazione ambientale che opera in tutta Italia a fianco di aziende e comunità, per migliorare la qualità ambientale e costruire processi concreti di sostenibilità. In occasione di Ecomondo, Achab Group presenterà al pubblico due nuovi progetti che hanno al centro i cittadini e la sostenibilitàEcopunti ed Ecoquiz. Ecopunti è una formula di marketing non convenzionale che ruota intorno alla stimolazione dei comportamenti virtuosi dei cittadini. Il progetto punta ad incentivare buone pratiche come la raccolta differenziata, il compostaggio domestico o l’utilizzo di trasporto pubblico, che il comune premierà generando degli “ecosconti” da spendere nelle attività commerciali locali convenzionate. Promuovendo valori condivisi, si innescherà un circolo virtuoso che rafforzerà il senso di comunità e incentiverà a raggiungere obiettivi comuni, come l’abbattimento dell’impatto ambientale, il sostegno all’economia locale e alla diminuzione delle spese quotidiane delle persone. Con Ecoquiz, invece, ogni utente potrà verificare e migliorare le sue conoscenze sui temi della sostenibilità attraverso il concetto dell’edutaiment, ovvero l’intrattenimento a sfondo educativo. Si tratta di una app personalizzabile con domande a risposta multipla, integrata con Facebook, utilizzabile per partite singole o tornei con amici e avversari casuali. Con quasi 1.000 domande a risposta multipla su ambiente, energia, rifiuti e mobilità, è un gioco divertente rivolto sia agli studenti che agli adulti che coniuga informazione e intrattenimento, e stimola la curiosità su temi importanti come la difesa dell’ambiente. “Siamo fieri di essere presenti a questa nuova edizione di Ecomondo dove avremo l’opportunità di presentare al pubblico queste due nuove creazioni ideate da Achab per favorire lo sviluppo di una coscienza green tra cittadini e consumatori” ha sottolineato Paolo Silingardi, presidente Achab Group.

Qui il press kit: https://www.dropbox.com/sh/9l46i2dvrdpj6w0/AACWi8O2hMYZeVdP8PXPuF1Ta?dl=0

Achab Group è un’agenzia di comunicazione ambientale che sviluppa idee e progetti per la sostenibilità. Dal 1999 ha consolidato la propria esperienza grazie a centinaia di progetti realizzati con clienti pubblici e privati: attivazione raccolte porta a porta, progetti riduzione rifiuti, gruppi acquisto fotovoltaico, mobilità sostenibile, processi di partecipazione.
In questi anni l’agenzia ha coniugato passione, esperienza, e investito sulle competenze di chi lavora con Achab Group, impegnandosi sempre più per ideare progetti di sostenibilità e svilupparli a fianco dei propri clienti. Achab Group è attiva in tutta Italia e opera con clienti sia pubblici che privati per migliorare la qualità ambientale e costruire processi concreti di sostenibilità.

Maggiori informazioni sul sito: http://www.achabgroup.it/

Fonte: PressPlay