Celocelo Food, la rete di esercizi commerciali che dona il cibo a chi ne ha bisogno

Celocelo Food è il nuovo progetto di recupero delle eccedenze alimentari che sta partendo a Torino, costruendo una rete di esercizi commerciali sensibili ai temi della responsabilità sociale e ambientale. Il progetto è realizzato dall’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario e da Equovento Onlus e rappresenta l’ultima novità del già attivo progetto Celo Celo.

Recuperare i prodotti alimentari in eccedenza dagli esercizi commerciali locali e distribuirli a persone e famiglie in difficoltà economica, attraverso l’utilizzo di una applicazione digitale. Si chiama Celocelo Food il progetto ambizioso partito proprio in queste settimane a Torino, che va ad arricchire la missione di Celo Celo, progetto che, sul territorio, mette in contatto chi opera nel sociale con chi ha qualcosa da regalare. Si tratta di una piattaforma che si basa su una rete locale di enti no profit che rende possibile l’incrocio della domanda/offerta di beni e servizi di prima necessità, favorendo la donazione e il trasporto di beni materiali a persone e famiglie in difficoltà economica. Non solo indumenti, accessori, elettrodomestici o arredamenti inutilizzati: da ora sarà possibile recuperare anche il cibo. Si tratta di prodotti perfettamente conservati e consumabili, che rischierebbero di diventare rifiuto e che vengono ridistribuiti presso strutture locali, riducendo al minimo l’impegno e i costi di natura logistica quali quelli legati allo stoccaggio, all’immagazzinamento e alla distribuzione centralizzata.

“Celocelo Food punta a costruire una rete di esercizi commerciali sensibili ai temi della responsabilità sociale e ambientale, dar loro visibilità, facilitare le donazioni di eccedenze, intercettare e coordinare cittadini attivi che abbiano voglia e motivazione di dedicare un po’ del loro tempo libero a queste attività” si legge sul sito.

Ma come funziona?

Tutti i sabati, a chiusura, i volontari e gli operatori di CeloCelo passeranno nei negozi con i materiali necessari per la raccolta delle eccedenze invendute e degli alimenti cucinati. Questi verranno portati agli operatori accreditati che gestiscono persone e famiglie in difficoltà. La donazione permetterà di accedere a sgravi fiscali, garantendo quindi vantaggi non solo a chi riceve ma anche a chi dona. Al progetto possono partecipare tutti, anche coloro che non hanno un negozio: confrontandosi con i propri negozianti di fiducia è infatti possibile comperare e donare gli alimenti che verranno distribuiti a chi ne ha più bisogno. Il progetto è realizzato dall’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus e da Equovento onlus, due realtà specializzate nel recupero e redistribuzione delle eccedenze. E’ inoltre sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, in collaborazione con le Officine Informatica Libera e la cooperativa sociale Stranaidea, che si occupa di integrazione sociale e di sostegno alla cittadinanza attiva, intervenendo a favore di persone senza fissa dimora e gestendo alcuni dormitori sul territorio e case di prima accoglienza.

Saranno in particolare due i circuiti specifici di recupero e redistribuzione di alimenti freschi e secchi: “un circuito di recupero coinvolgerà piccoli esercizi commerciali nell’area di San Salvario e dei quartieri limitrofi; un altro circuito, che partirà in un secondo momento, coinvolgerà la grande distribuzione, utilizzando un meccanismo di prenotazione dei prodotti alimentari recuperati” si legge sul sito. Gli obiettivi del progetto sono molteplici, con grandi benefici per tutti: recuperare prodotti alimentari buoni garantendone la perfetta conservazione e ridistribuirli in maniera mirata a chi ne ha davvero bisogno. Ma anche sensibilizzare gli operatori commerciali ad entrare in una rete di solidarietà e welfare locale e sollecitare i consumatori a orientare le proprie scelte di acquisto presso esercizi commerciali responsabili, oppure attivare volontari che possano farsi carico, nel tempo, delle attività di recupero e redistribuzione.

Sono diverse le realtà del quartiere che già collaborano col progetto, quali Verdessenza Ecobottega, Tomato Backpackers Hotel o Panacea.

Celocelo Food è attualmente alla ricerca di operatori commerciali grandi e piccoli che vogliano aderire al progetto, in un impegno collettivo capace di fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Celocelo Food
Autore: Verdessenza Ecobottega
Licenza: Pagina fb Verdessenza Ecobottega

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/celocelofood-rete-esercizi-commerciali-dona-cibo-chi-ne-ha-bisogno/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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“Too Good To Go”, l’app che combatte lo spreco alimentare

“Troppo buono per essere buttato” è il cibo invenduto di ristoranti, bar, panifici, hotel, supermercati e altre attività di ristorazione che, con la nuova iniziativa “Too Good To Go”, giunta a Milano e ora anche a Torino, verrà messo in vendita a prezzi ribassati tramite l’utilizzo di una applicazione, coinvolgendo sempre più persone alla lotta contro gli sprechi alimentari.

Vetrine piene di prelibatezze, abbondanza di alimenti di ogni forma e colore tra i banchi del supermercato, specialità dei ristoranti che aspettano solo di essere gustate. Tanto, troppo cibo appetitoso e pronto per essere consumato che ha un solo problema: è rimasto invenduto e andrà incontro ad un unico, triste destino… finire nell’umido. Negli ultimi anni, anche a fronte di una maggior sensibilità ad una filosofia anti-spreco, le soluzioni per salvaguardare il cibo sono aumentate in modo significativo, attraverso pratiche virtuose che coinvolgono sempre più soggetti.
A Torino è recentemente arrivata Too Good To Go, l’iniziativa che consente alle attività di ristorazione di recuperare il cibo fresco invenduto, permettendo allo stesso tempo ai consumatori, tramite l’utilizzo di un’applicazione, di ordinare il proprio pasto a prezzi ribassati. Quali sono i reali costi dello spreco del cibo? Iniziamo dal fatto che, a scala globale, ogni anno circa un terzo degli alimenti viene sprecato. Per quanto riguarda il caso italiano, come riportato sul sito di Too Good To Go, ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di alimenti viene gettato via: “Sono 20 tonnellate per minuto, 317 kg ogni secondo… che corrisponde allo stesso peso di 190 Titanic! Non è assurdo? Questo spreco aumenta ogni giorno e in termini di spesa corrisponde a €17 miliardi l’anno. Sono circa €700 l’anno spesi da ogni famiglia per acquistare del cibo che infine finisce nella spazzatura”.

Too Good To Go rappresenta, in questi termini, un movimento anti-spreco che, nato in Danimarca, è giunto fino in Italia e parte dall’affermazione di Chad Frischmann, esperto del cambiamento climatico, il quale sostiene che ridurre gli sprechi alimentari sia una delle azioni più importanti che possiamo fare per contrastare il riscaldamento globale.
In Italia la missione del progetto si basa quindi sulla volontà di creare la più ampia rete anti-spreco che faciliti un trasformazione collettiva a partire dal cibo, per generare un cambiamento positivo nella società.

“Il cibo viene continuamente sprecato durante l’intero processo che lo porta dalle fattorie alle nostre tavole. Non sono solo gli alimenti in sé che vanno sprecati, lo sono anche tutte le risorse necessarie per produrli, dall’acqua, alla terra, al lavoro delle persone. Se sprecato, il cibo ha un effetto dannoso sull’ambiente in quanto è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra” si legge sul sito.

Ma come funziona Too Good To Go?

Accedere al servizio è facile: le attività di ristorazione iscritte all’applicazione metteranno in vendita le cosiddette “Magic Box”, ovvero delle “confezioni magiche” al cui interno si possono trovare prodotti freschi a prezzi ribassati, tra i 2 e i 6 euro. I consumatori, geolocalizzandosi ed individuando i locali inclusi nella rete, potranno quindi ordinare e acquistare online il prodotto, ritirandolo nel negozio interessato. Il cibo proviene ad esempio da bar che hanno cucinato troppi prodotti freschi che non possono essere conservati, oppure da ristoranti che non hanno venduto tutti i piatti che hanno preparato. La particolarità dell’iniziativa è che il consumatore scoprirà il cibo che ha acquistato soltanto nel momento in cui ritirerà la Magic Box. Attraverso il progetto si vogliono incoraggiare i clienti a portare da casa i propri contenitori, col fine di limitare l’uso di imballaggi ed inoltre ogni Magic Box acquistata permetterà di evitare l’emissione di 2 kg di Co2.

Il progetto “Too Good to Go” rappresenta una soluzione “win-win-win” che si basa sulla strategia del “vincere assieme” ed in cui tutti gli attori coinvolti traggono benefici cooperando per un medesimo scopo. Combattere lo spreco rappresenta in questi termini un vantaggio per tutti: per le attività di ristorazione, che in questo modo potranno ridurre le eccedenze alimentari ed espanderanno la propria clientela; per i consumatori, che potranno avere a disposizione pasti freschi e a costi ribassati; per il pianeta, attraverso piccoli cambiamenti nelle nostre azioni quotidiane che possono realmente fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Lotta allo spreco alimentare
Autore: Too Good To Go
Licenza: Sito Ufficiale Too Good To Go

Fonte: http://piemonte.checambia.org/

Chi ci vaccina contro l’inquinamento di aria, acqua e cibo?

Alle campagne esasperate che allarmano la popolazione contro potenziali epidemie e che obbligano alla vaccinazione di massa, non corrispondono campagne altrettanto convinte che contrastino i livelli paurosi di inquinamento raggiunti da aria, acqua e suolo e che causano migliaia di morti anche in Italia. Come mai?

Le campagne messe in atto dalle aziende farmaceutiche per obbligare tutti a vaccinarsi per qualsiasi cosa sono condotte per continuare a guadagnare enormi somme di denaro da aggiungere a introiti già inimmaginabili. Faticosamente e contro forze soverchianti, medici, esperti, volontari, genitori, persone che si informano attraverso una letteratura scientifica ormai vastissima, cercano di mettere in guardia sull’acclarata pericolosità dei vaccini e di rendere quantomeno libera la scelta fra vaccinarsi o meno.

Che ci sia del marcio dietro e che le campagne allarmistiche trovino eco nei media, spesso prezzolati dalla stesse potenti multinazionali dei farmaci, è confermato dal fatto che, quando ci sono casi di una o l’altra malattia che si presume siano derivanti da una non vaccinazione, vengono ingigantiti a dismisura e si urla contro i nemici della “scienza” che hanno l’ardire di pensare con la loro testa e vorrebbero semplicemente essere informati correttamente.

Scienza che, va ricordato, viene presa a Dio indiscusso solo quando serve gli interessi di chi deve fare profitti; se poi la stessa scienza va contro gli interessi di quei profitti, allora non è più scienza, non conta nulla e deve essere combattuta in tutti i modi.

Quindi, stranamente, sulle migliaia di morti che ci sono per l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei cibi non si alza nessun grido o campagna a tappeto, né di informazione, né di altro tipo. Altrettanto stranamente non scatta nessun “allarme epidemico” che invece dovrebbe esserci quando tante persone sono chiaramente a rischio e danneggiate. Ma se ci si preoccupa della salute, a maggior ragione ci si dovrebbe preoccupare di tante vite in pericolo. Quindi una domanda sorge spontanea: a quando i vaccini contro l’inquinamento che miete costantemente vittime a tutto spiano? Ovvio che non ci sarà né un vaccino, né una campagna mediatica nemmeno lontanissima parente della caccia alle streghe che si fa sui vaccini.

Eppure il problema anche solo numericamente è assai più grave. Ci sono 90 mila morti l’anno in Italia per inquinamento dell’aria, e altre migliaia di morti che si manifestano in cancri e avvelenamenti vari dovuti al cibo che mangiamo e all’acqua che utilizziamo. E se tanto mi dà tanto, ci dovrebbero essere titoli a caratteri cubitali e coperture mediatiche per mesi interi su queste immani tragedie che colpiscono così tanti italiani. Invece no, perché non ci sono lobby potentissime a difendere tutti questi morti e malati; anzi, accade esattamente il contrario: le lobby potentissime producono esse stesse inquinamento e quindi si fa poco e niente.

I morti, i lutti, la disperazione di chi perde un caro, devono avere tutte la stessa importanza. Quindi si cambi completamente paradigma, si investano soldi, si facciano campagne mediatiche, si informi capillarmente la cittadinanza, si puniscano i colpevoli di chi tutti i giorni ci ammazza con i propri veleni e gli si impedisca di continuare a seminare morte indisturbato, piuttosto che dare addosso a chi si ostina a non accettare la sola versione di chi ha soldi e potere.

Fonte: ilcambiamento.it

Milano, nasce l’Hub di quartiere per promuovere il dono del cibo e ridurre lo spreco alimentare

Si tratta di un progetto innovativo in cui vi è la collaborazione di tutti gli attori del sistema: le aziende impegnate a donare e favorire il recupero delle eccedenze alimentari, le Onlus che rappresentano il punto di contatto con gli indigenti e l’autorità pubblica che ne favorisce lo sviluppo. Nel 2015 Milano ha promosso una Politica Alimentare per rendere più sostenibile il sistema alimentare della città con un approccio multidisciplinare e partecipato, nel quale il Comune assume un ruolo di stimolo e facilitazione. La riduzione dello spreco alimentare è una delle priorità della Politica Alimentare e si sviluppa attraverso l’ingaggio di diversi attori locali come centri di ricerca, istituzioni, settore privato, fondazioni ed attori sociali. Per tradurre tale priorità in azioni concrete, nel 2016 il Comune di MilanoAssolombarda e Politecnico di Milano hanno condiviso il protocollo di intesa, che hanno definito “ZeroSprechi”, con l’obiettivo di ridurre lo spreco di cibo e innovare le modalità di recupero degli alimenti da destinare agli indigenti, progettando e sperimentando un modello di recupero e ridistribuzione delle eccedenze alimentari basato su reti locali di quartiere.

Il Comune di Milano ha individuato uno spazio pubblico non utilizzato nel Municipio 9 e lo ha reso disponibile come hub del progetto per lostoccaggio e la distribuzione degli alimenti recuperati agli enti del terzo settore, organizzazioni beneficiarie e organizzazioni non profit.

Il Politecnico di Milano ha elaborato uno studio di fattibilità della rete e monitorerà l’operatività dell’hub e gli impatti generati dal progetto per 12 mesi, costruendo un modello logistico estendibile e replicabile in altri quartieri della città.

Assolombarda, dopo un importante percorso di sensibilizzazione, ha individuato e coinvolto alcune aziende che hanno aderito al progetto, e ha fornito il bollino “ZeroSprechi”, ideato e offerto dal Gruppo Armando Testa, per valorizzare le imprese virtuose e porre l’attenzione sul grande tema della gestione delle eccedenze alimentari. Banco Alimentare della Lombardia, vincitore del bando di assegnazione dell’hub, garantirà la gestione operativa e quotidiana del modello elaborato dal Politecnico, recuperando le eccedenze alimentari e distribuendole alle strutture caritative partner del territorio.

Il Programma QuBì – la ricetta contro la povertà infantile – che ha già avviato un hub simile in via degli Umiliati, aderisce al progetto finanziando allestimento e gestione dell’hub di via Borsieri e favorendo le connessioni con le reti del territorio sostenute e coinvolte dallo stesso Programma QuBì. Si tratta di un progetto innovativo in cui vi è la collaborazione di tutti gli attori del sistema: le aziende impegnate a donare e favorire il recupero delle eccedenze alimentari, le Onlus che rappresentano il punto di contatto con gli indigenti e l’autorità pubblica che favorisce lo sviluppo di queste iniziative virtuose. 

“Sono soddisfatta dell’apertura di questo hub perché è frutto degli sforzi congiunti di molti attori della città – afferma Anna Scavuzzo, Vicesindaco di Milano delegata per la Food Policy –. Questo è un primo esempio di rete locale per la raccolta e ridistribuzione del cibo prima che sia sprecato e diventi rifiuto. La collaborazione con il Municipio 9 ci ha permesso di restituire alla città uno spazio pubblico non utilizzato, e allo stesso tempo valorizzare l’impegno per ridurre gli sprechi alimentari, una delle priorità della Food Policy di Milano. Questo progetto si affianca alla riduzione del 20% della parte variabile della TARI per le imprese che donano il cibo, alla promozione di raccolta e ridistribuzione di eccedenze dalle mense scolastiche e ad azioni di sistema che stiamo studiando con AMSA. L’hub di Via Borsieri è un ulteriore passo avanti per una Milano sempre più sostenibile, inclusiva ed equa”.

“Sono orgoglioso che il Municipio 9 ospiti un progetto che mette al centro del dibattito sia il diritto dell’accesso al cibo, sia la distribuzione di quanto non utilizzato. Temi che, considerate le nuove povertà delle smart cities, esortano tutti noi a fare meglio. Senza dimenticare che ridurre lo spreco alimentare aiuta a diminuire i rifiuti e a consumare più cibi sani deperibili quali frutta e verdura – aggiunge Giuseppe LardieriPresidente del Municipio 9 –. Sono sicuro che gli attori presenti nel territorio del Municipio 9 – industria, GDO, ristorazione, Terzo Settore, Istituzioni – siano in grado di fare la loro parte per la riuscita dell’iniziativa”.

“All’interno del progetto, il Politecnico di Milano è fiero di portare il suo contributo per l’elaborazione del modello di raccolta ai fini di favorirne la replicabilità in altre parti della città e in altri luoghi – dichiara Marco Melacini, Professore di Logistica e Direttore Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano -. Il progetto non si esaurisce con l’attivazione dell’hub di via Borsieri ma saranno organizzati degli incontri periodici volti a verificarne, oltre che l’efficacia in termini di eccedenze raccolte, l’efficienza dei processi di raccolta e ridistribuzione. Il gruppo di lavoro si impegna a fornire periodicamente informazioni sullo stato di avanzamento del progetto”.

“Oggi tagliamo un importante traguardo nella sfida contro gli sprechi, inaugurando un efficace processo di raccolta e ridistribuzione delle eccedenze alimentari e promuovendo un modello replicabile che vede Milano capofila – ha sottolineato Alessandro Scarabelli, Direttore Generale di Assolombarda Confindustria Milano, Monza e Brianza, Lodi–. Un risultato frutto della virtuosa collaborazione tra associazioni, enti, imprese, università, organizzazioni non profit, che unisce i diversi contributi in una prospettiva di sistema capace di ottimizzare, attraverso circuiti veloci, la consegna e il consumo di beni in eccedenza. Inoltre, con il bollino ‘ZeroSprechi’ vogliamo mettere in evidenza le imprese che svolgono un ruolo attivo nel progetto e che, aderendo all’iniziativa, si fanno promotrici di diffondere le buone pratiche e la cultura della riduzione dello spreco alimentare”.

“Banco Alimentare della Lombardia vuole essere sempre più vicino alle organizzazioni caritative partner dei quartieri nei Municipi 8 e 9 della città di Milano nel contrasto alla povertà alimentare. Insieme a tutte le realtà profit, le istituzioni, le associazioni di categoria e le fondazioni di erogazione siamo una squadra vincente per dare risposte concrete al bisogno” afferma Marco Magnelli, Direttore Banco Alimentare della Lombardia.

“Il problema della povertà alimentare infantile a Milano è un problema che va affrontato e risolto con un modello di intervento che chieda a tutte le forze in campo di lavorare insieme. L’inaugurazione dell’Hub di Via Borsieri rappresenta un importante passo in questa direzione: il Programma QuBì ha già sostenuto il Banco Alimentare della Lombardia nell’avvio dei primi due punti di raccolta cittadini e ora, grazie alla sinergia con gli altri attori coinvolti, si potrà massimizzare la raccolta del cibo, riducendo lo spreco e rafforzando la capacità di raggiungere le famiglie in povertà alimentare. Il contrasto alla povertà alimentare è una delle azioni cardine del Programma pluriennale QuBì promosso da Fondazione Cariplo – con il sostegno di Fondazione Vismara, Intesa Sanpaolo, Fondazione Enrica e Romeo Invernizzi e Fondazione Fiera Milano- in collaborazione con il Comune di Milano e le organizzazioni del Terzo Settore che operano sul territorio. Una sfida pari a 25 milioni di euro che intende coinvolgere la città di Milano nel suo complesso: aziende, istituzioni e singoli cittadini sono chiamati a creare una ricetta comune che permetta di dare risposte concrete alle famiglie in difficoltà e creare percorsi di fuoriuscita dal bisogno” conclude Giuseppe Guzzetti, Presidente della Fondazione Cariplo.

Fonte: ecodallecitta.it

Sfreedo: la spesa su WhatsApp per ridurre gli sprechi

Ridurre lo spreco alimentare, mangiare sano e al giusto prezzo. Sono questi i vantaggi offerti da Sfreedo, un servizio semplice, diretto e gratuito che permette di risparmiare dal 20% sino al 100% su prodotti alimentari freschi di giornata o prossimi alla scadenza e impedire che cibo buono e di qualità finisca in discarica. Sfreedo è un’iniziativa nata a Caserta nel 2015 che ha come obiettivo ridurre lo spreco alimentare e mettere in collegamento diretto tra loro consumatori consapevoli e negozianti che si ritrovano sugli scaffali alimenti prossimi alla scadenza e che, nonostante siano perfettamente integri e commestibili, sarebbero costretti – per legge – a conferire in discarica. Sfreedo, che oggi è presente nelle città di Caserta e Napoli, accelera la vendita di prodotti alimentari prossimi alla scadenza e permette di ridistribuire a prezzi molto scontati cibi integri e di qualità.

La parola “sfreedo” in gergo locale significa “ciò che avanza”, “gli avanzi” ed è un servizio semplice, diretto e gratuito che permette ai consumatori di risparmiare sino al 100%. Negozianti e cittadini si iscrivono gratuitamente al WhatsApp di Sfreedo e, sempre attraverso WhatsApp, i commercianti aderenti al servizio informano in tempo reale tutti gli iscritti –  chiamati “sfreeders” – della disponibilità di cibi di cui è necessario sollecitare la vendita affinché non vadano al macero. A loro volta, gli utenti interessati ad uno o più prodotti ottimi ma in scadenza, li prenotano e si recano allo “Sfreedo Point” per concludere l’acquisto (ma per chi lo desidera, è disponibile anche un servizio di consegna a domicilio).  

I prodotti disponibili su Sfreedo sono i più vari: frutta e verdura fresca e di stagione, carne, pesce e salumi, mozzarelle di bufala, prodotti da forno e pasticceria, panettoni e pandori, nonché pizza al taglio e pasti già pronti grazie all’adesione di alcuni ristoranti e gastronomie. Gli alimenti che possono essere offerti su Sfreedo devono avere una scadenza a massimo 30 giorni e un prezzo che sia almeno di un 20% inferiore rispetto al prezzo di vendita regolare – il risparmio economico, di conseguenza, va dal 20% fino al 100%. In tre anni di attività Sfreedo ha coinvolto decine di punti vendita e dato vita ad una comunità di oltre 14.000 sfreeders, salvando dalla discarica circa 80 tonnellate di ottimo cibo.

“L’idea di Sfreedo nasce dall’esigenza personale di non voler pagare a prezzo pieno un prodotto di prossima scadenza, come un qualsiasi prodotto con scadenza più a lungo termine”, ha spiegato alla stampa Michele Bellocchi, fondatore di Sfreedo. “Ragionando intorno a questo dettaglio ne è venuto fuori che, di conseguenza, un esercente avrebbe potuto “liberarsi” più velocemente di un prodotto con scadenza a breve termine se fosse stato disposto a ridurne il prezzo (oltre alle classiche offerte a cui siamo già abituati). Le reazioni da parte di esercenti e consumatori sono state di assoluto entusiasmo, oltre ogni più rosea aspettativa, al punto che non è stato distribuito alcun volantino per pubblicizzare l’iniziativa. Ci ha pensato il passaparola a fare tutto: solo nel primo mese di test gli esercenti erano 12, di cui due ristoranti, e i consumatori 450, utilizzando semplicemente il gruppo Facebook“.  

Tramite l’iscrizione gratuita al servizio, la comunità degli sfreeders viene informata quotidianamente dei prodotti scontati in scadenza e disponibili presso i vari “Sfreedo Point” di Caserta e di Napoli. Il servizio Sfreedo, semplice, diretto e gratuito permette ai consumatori di ricevere in tempo reale notifiche dai negozi sui prodotti in Sfreedo, risparmiare portando a casa ottimi cibi e di confrontarsi con una community attenta alla spesa e sensibile al consumo consapevole. I vantaggi per gli esercenti, invece, sono la sensibile riduzione degli stock a magazzino, il recupero del capitale investito, ad esempio, in un eccessivo approvvigionamento, l’acquisizione di nuovi clienti, la riduzione dei rifiuti derivanti dallo smaltimento di imballaggi di vario tipo.

La mission di Sfreedo è accelerare la vendita di alimenti per ridurne lo spreco, tuttavia può capitare che qualche alimento resti invenduto e, in tal caso, per scongiurare la discarica, viene devoluto a titolo gratuito alle associazioni onlus aderenti al circuito Sfreedo. “In Italia e nel mondo esistono già sistemi per combattere lo spreco alimentare”, ha dichiarato Michele Bellocchi, “ma che fine fanno i prodotti che non vengono venduti nemmeno a prezzo scontato? La nostra rete di valore affonda le radici nell’etica, nell’economia civile, un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e collaborativo fondato sulle sinergie. Abbiamo scelto di lavorare con alcune persone e organizzazioni meravigliose, non solo per la grande professionalità e conoscenza dei diversi contesti, ma anche perché si occupano di curare e migliorare la nostra società. Ad oggi abbiamo salvato ben 80 tonnellate di cibo e il nostro traguardo è quello di aumentare gli utenti della nostra community, che ad oggi sono più di 14.000, e continuare la lotta allo spreco alimentare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/sfreedo-spesa-whatsapp-ridurre-sprechi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cibo, ambiente e salute: come cambiano le nostre esigenze

L’alimentazione può essere uno strumento di prevenzione e cura, di detossificazione dell’organismo e di diffusione di una cultura di sostenibilità. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Sabina Bietolini, biologa nutrizionista e membro del Comitato Ordinatore del Master di secondo livello di Nutrizione Vegetale nato dalla collaborazione dell’Università della Tuscia con la Società Scientifica di Nutrizione Vegetale (SONVE). Medici, farmacisti e biologi stanno integrando nella propria pratica professionale competenze nutrizionali come complemento o come vero strumento terapeutico. Cresce la produzione scientifica legata allo studio dell’alimentazione nella prevenzione e nella gestione di numerose patologie. 

Le medicine tradizionali da quella ippocratica, da cui proviene la nostra, a quella cinese o ayurvedica considerano la prescrizione alimentare un fondamento di cura per il ripristino della salute. Esse hanno saputo costruire negli anni una raffinata sapienza approfondendo gli effetti che ogni alimento provoca nell’organismo nelle varie circostanze.

Il prof. Franco Berrino, epidemiologo dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano, definisce il ritorno in cucina il vero atto rivoluzionario dei nostri tempi. Questo perché al giorno d’oggi molte condizioni stanno cambiando velocemente e sapersi alimentare adeguatamente risulta sempre più difficile. Vaste parti del nostro territorio sono così inquinate che bisogna prestare attenzione al Km 0. Falde acquifere contaminate dalla chimica degli insediamenti industriali e degli allevamenti intensivi, ceneri e particelle da incenerimento delle plastiche, residui tossici dell’agrochimica (non più definibile agricoltura) e, non ultimo per importanza, l’alto grado di sofisticazione degli alimenti in vendita a basso costo, impongono scelte nutrizionali più strategiche e informate. Risulta importante considerare non solo l’adeguato apporto di nutrienti, valutando la qualità degli alimenti, ma anche sostenere una alimentazione capace di detossificare l’organismo dall’accumulo di tossine in aggiunta a quelle che fisiologicamente vengono prodotte. Il significato di praticare, in alcuni periodi dell’anno, il digiuno o semi-digiuno di tante tradizioni, come la Quaresima o il Ramadan, hanno la funzione di permettere all’organismo di alleggerirsi di scorie accumulate, quindi non solo di una purificazione spirituale. Oggi vediamo patologie croniche dovute a sovraccarico degli organi deputati allo smaltimento di queste scorie come il fegato, i reni, la pelle, etc. Il sistema immunitario è sempre più impegnato a contrastare e rendere innocue le tossine ambientali risultando inadeguato al riconoscimento di ciò che può essere metabolizzato. Questo crea fenomeni compensatori a carico di diversi tessuti e organi portando alla manifestazione di patologie.

Uno dei motivi che porta sempre più persone, pazienti e professionisti a scegliere, nelle diverse accezioni e per specifici disturbi, una alimentazione 100% vegetale è proprio la capacità che essa ha di detossificare l’organismo per poter ripristinare il corretto funzionamento degli apparati. Chiediamo alla dott.ssa Bietolini, membro del Comitato Ordinatore del Master di secondo livello di Nutrizione Vegetale, nato dalla collaborazione dell’Università della Tuscia con la Società Scientifica di Nutrizione Vegetale (SONVE), qualche chiarimento.  

“È importante conoscere le evidenze scientifiche, imparare come si valuta la qualità degli alimenti, la biodisponibilità dei nutrienti, approfondire gli approcci molecolari, metabolici, nutrigenomici delle diete 100% vegetale. Il professionista può dotarsi di strategie nutrizionali per gestire patologie croniche, neuro-degenerative e metaboliche; ormai gli studi sono moltissimi. È utile anche saper consigliare alcune tipologie di pazienti come alcuni vegani ‘fai-da-te’ che sono in squilibrio nutrizionale. Tra gli errori più diffusi c’è l’eccessivo consumo di cereali, peggio ancora se raffinati, o l’eccesso di soia, soprattutto quella da reidratare o derivati come il seitan che ha un’altissima percentuale di glutine. In generale si consiglia di ruotare continuamente le diverse varietà, preferire cibo non industriale e introdurre del cibo crudo ad ogni pasto. Capitano anche casi di carenze di vit D e vit B12, spesso sottovalutate anche dai professionisti che non le includono nei controlli ematici, così è consigliabile l’uso di cibi fermentati.”  

L’argomento è complesso e delicato ma la scienza ci aiuta a capire in quali casi questa possa essere una opportunità efficace, in che misura e con quali accorgimenti.  

SONVE è membro della ong SAFE che si occupa dei diritti dei consumatori e della sicurezza alimentare, anche attraverso azione di lobbying al parlamento europeo. Insieme a SAFE, SONVE partecipa al progetto europeo TAO, dedicato alla lotta all’obesità negli adolescenti, al fine di segnalare i comportamenti a rischio, coinvolgendo la scuola come veicolo di informazione per proporre cambiamenti virtuosi tra i giovani. Grazie a questa collaborazione SONVE realizzerà a breve anche un altro progetto europeo, a Novembre, il primo evento in Italia sull’agricoltura che non utilizza prodotti animali nè chimici: “Stock Free organic farming”.  

Considerando i ripetuti appelli dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) a ridurre il consumo di carne e il sollecito dell’Onu, già dal 2010, al passaggio globale verso una dieta priva di prodotti e derivati animali  per salvare il mondo dalla fame, dalla povertà di carburante e dai peggiori impatti dei cambiamenti climatici dovuti ai danni che l’alimentazione ricca di prodotti animali determina, potrebbe essere utile iniziare a documentarsi e ad attivarsi anche per aumentare la propria resilienza al futuro.  

BIBLIOGRAFIA

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 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/cibo-ambiente-salute-come-cambiano-nostre-esigenze/

C’è un ristorante a New York che assume nonne invece di chef

A Staten Island, New York, il ristorante “Enoteca Maria” dell’italo-americano Jody Scaravella ha dato vita ad un’iniziativa singolare: a cucinare non sono chef professionisti, ma nonne di tutte le nazionalità portatrici della tradizione culinaria del paese di provenienza. L’obiettivo è duplice: proporre piatti tipici di varie parti del mondo e al contempo valorizzare una fascia di persone spesso messa da parte nella società di oggi. La domenica a pranzo dalla nonna, i tortellini fatti in casa (sempre dalla nonna), le ricette (anche quelle) sono della nonna. Saperi culinari che si trasmettono di generazione in generazione, ma che partono sempre dalle nonne, custodi di un sapere antico e popolare, genuino, fatto di esperienza: è questa l’idea che ha mosso Jody Scaravella quando nel 2011 ha deciso di aprire il suo ristorante Enoteca Maria a Staten Island, a New York, e di mettere delle nonne italiane al posto dei cuochi professionisti.4775_198232905550_7694808_n

Non si tratta di una scelta di mero business, ma di un progetto nato dalla personale esperienza del proprietario. Non a caso, nel suo vissuto c’è una figura importante di nonna italiana: «Mi ricordo di lei quando andava al supermercato portandosi il carrello: si fermava al banchetto delle verdure e mordeva una mela o assaggiava una ciliegia, e se era buona comprava, altrimenti la sputava per terra con un’espressione disgustata in viso», scrive Jody sul sito dedicato al ristorante. «Ero colpito del fatto che nessuno mai se ne lamentasse ma dopotutto lì la conoscevano tutti».

La nonna di Jody non era soltanto la protagonista di episodi simpatici al mercato, ma anche la portatrice di una tradizione culinaria forte, quella italiana. Una passione che poi ha trasmesso al nipote e che ha lasciato un segno. Jody Scaravella, infatti, decide di aprire un ristorante valorizzando proprio questi saperi antichi, consapevole che è proprio lì che risiedono i valori della buona cucina. Dunque nel 2011 nasce Enoteca Maria e ai fornelli ci sono delle nonne. Tutte italiane. Col tempo però Enoteca Maria si evolve. Perché non dare la possibilità di sperimentare anche altre culture, altri cibi, altri saperi? L’idea, infatti, è quella di portare nel ristorante non solo nonne italiane, ma nonne di tutto il mondo. Inizialmente se ne fa soltanto un libro, “Nonnas of the World”, in cui ogni nonna che lo desideri può inserire la propria ricetta assieme a tre foto e alla propria biografia. Poi, nel 2015, il libro si trasforma in un esperimento lavorativo e funziona.enoteca-maria-

Oggi, ogni giorno, accanto ad una cuoca italiana, all’Enoteca Maria c’è una nonna che propone un suo menù: può essere cibo del Bangladesh, della Grecia, della Palestina e così via. Il principio guida è sempre lo stesso (quello della tradizione culinaria), ma a questo si aggiunge un altro fattore motivante: valorizzare una fascia di persone che generalmente viene messa da parte nella società di oggi. E così si capovolge quell’assunto per cui una persona, superati i 60 anni e completata la vita lavorativa, sia inutile o debba necessariamente ‘riposarsi’: queste nonne qui sono fondamentali e sono proprio loro a mandare avanti la cucina, con la loro esperienza e con la loro forza. D’altra parte, il vantaggio non è solo di chi gusta i “piatti della tradizione” ma anche di chi li fa: queste nonne si sentono valorizzate e per qualche giorno a settimana hanno la possibilità di lavorare in un ambiente piacevole, “fra sorelle”. Inoltre ogni giorno ci si può iscrivere ad una “cooking class” della nonna di turno, che in un paio di ore spiegherà una ricetta della propria tradizione gastronomica.

Non stupisce poi che il ristorante sia sempre pieno, tanto che bisogna prenotare – dicono su internet – con giorni di anticipo.nonne-enoteca-maria

La cucina delle nonne è amata in tutto il mondo, indipendentemente da quale sia la cultura di origine. E così è anche in Italia, come emerso da un sondaggio condotto online dalla Polli Cooking Lab nel 2014 sul tema del cibo. Pare che su circa 1.200 italiani tra i 20 e i 55 anni il 49% ha detto di preferire la nonna in cucina, anche rispetto agli chef o ai ristoranti stellati. I motivi? Usa prodotti di qualità (24%) e si affida alle ricette della tradizione (33%), riuscendo a rendere gradevoli anche quei piatti fatti di verdure e legumi generalmente mal sopportati. E se un piccolo ristorante di New York è riuscito a conquistare i gusti della Grande Mela, immaginiamo cosa potrebbero fare le nonne di tutto il mondo, insieme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/ristorante-new-york-assume-nonne/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ogni anno in Europa si sprecano 88 milioni di tonnellate di cibo

In Europa sprechiamo 88 milioni di tonnellate di cibo ogni anno in media e la parte del leone la fanno frutta e verdura. La maggior parte di questi sprechi sarebbe evitabile se solo maturassero nei cittadini coscienza civica e buone pratiche.9927-10716

Secondo le stime della FAO, un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano va sprecato, nella sola Europa ogni anno se ne sprecano circa 88 milioni di tonnellate, per un costo stimato in circa 143 miliardi di euro l’anno. E a fare il punto, nello specifico, sullo spreco di frutta e verdura è uno studio curato dal Joint Research Centre della Commissione Europea (JRC), che fa il punto sul settore frutta e verdura che contribuisce a quasi il 50% degli sprechi alimentari generati dalle famiglie della UE a 28 Stati; si stima che ogni persona riduca in rifiuto 35,3 kg di frutta e verdura all’anno, 14,2 kg dei quali sarebbero evitabili. La prima differenziazione che fa lo studio è tra il non commestibile, o rifiuto inevitabile, e il commestibile, che diventa rifiuto a causa di comportamenti di acquisto e consumo sbagliati. Sono stati presi in esame 51 tipi di frutta e verdura acquistati, consumati e sprecati nel Regno Unito, Germania e Danimarca nel 2010, arrivando alla conclusione che 21,1 kg di rifiuti pro capite sarebbero inevitabili e 14,2 kg evitabili. In media, il 29% (35,3 kg per persona) di frutta e verdura fresca acquistata dalle famiglie è sprecato, e di questo il 12% (14,2 kg) potrebbe non venire gettato. Gli autori rilevano differenze a causa dei diversi livelli di comportamenti nei consumi, legati essenzialmente a fattori culturali ed economici, che influenzano direttamente la quantità di rifiuti generati. Per esempio, i dati mostrano che sebbene gli acquisti di verdure fresche siano più bassi nel Regno Unito rispetto alla Germania, la quantità di rifiuti inevitabili generati pro-capite è quasi la stessa, mentre la quantità di rifiuti evitabili è più alta nel Regno Unito.

Il problema, dunque, non è di poco conto. In proposito, la Commissione Europea sta predisponendo la seguente serie di azioni:

– elaborazione, entro marzo 2019, di una metodologia comune europea per misurare coerentemente i rifiuti alimentari, in cooperazione con gli Stati membri e le parti interessate;

– utilizzo di una piattaforma sulle perdite e gli sprechi alimentari che riunisce organizzazioni internazionali, organi dell’UE, Stati membri, attori nella catena alimentare, per contribuire a definire le misure necessarie, facilitare e sviluppare la cooperazione, analizzare l’efficacia delle iniziative di prevenzione degli sprechi alimentari, condividere le migliori pratiche e i risultati raggiunti;

– adozione di linee guida per facilitare la donazione di cibo e la valorizzazione di alimenti non più destinati al consumo umano come alimenti per animali, senza compromettere la sicurezza di alimenti e mangimi;

– esaminare i modi per migliorare l’uso della marcatura delle date di scadenza e la loro comprensione da parte dei consumatori.

Non è detto che tali misure siano destinate a funzionare, anche perché gli interventi “dall’alto” non sempre sono veloci ed efficaci e non sempre sortiscono effetti significativi. La cosa più importante sarebbe che ogni persona, ogni cittadini maturasse la consapevolezza che non è più momento per potersi permettere di sprecare nulla.

Fonte: ilcambiamento.it

Cibo e ambiente: buone pratiche di sostenibilità

La rete Agricoltura Sociale Lombardia racconta con esempi concreti le sue iniziative di contrasto allo spreco, tutela ambientale, valorizzazione della biodiversità mantenendo intatto il prezioso ingrediente dell’inclusione lavorativa e sociale. Ecco alcune pratiche virtuose dai territori di Brescia, Varese e Cremona. Il cibo è un elemento imprescindibile per la nostra vita e rappresenta un argomento che traghetta con sé numerose riflessioni, destando al contempo importanti quesiti. Si è celebrata ieri 16 ottobre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, per ricordare la fondazione della FAO – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, avvenuta nel 1979, e soprattutto per sensibilizzare l’opinione pubblica su tutto ciò che riguarda il tema. A partire dal 1981 ogni 16 ottobre è stato presentato un focus tematico speciale correlato a quello protagonista, puntando l’attenzione su diversi argomenti cardine come la biodiversità, il contrasto alla povertà, il diritto al cibo e in particolare l’agricoltura. Quest’ultima ha rappresentato il tema più ricorrente e allo stesso tempo fondamentale nelle sue diverse declinazioni: ad esempio come chiave di volta per “spezzare il ciclo della povertà rurale” (edizione 2015) o come cartina tornasole dei cambiamenti climatici (edizione 2016). Il focus principe di questo 2018 ricorda che “Le azioni sono il nostro futuro. Un mondo Fame Zero entro il 2030 è possibile”. Per l’occasione la rete di Agricoltura Sociale Lombardia, impegnata in azioni di inclusione lavorativa e sociale di persone con svantaggio di vario tipo, dà voce ad alcuni esempi di realtà che fungono da testimonial virtuosi sul fronte delle tematiche al centro di questa giornata.

“La nostra rete regionale è formata da cooperative, aziende agricole ed enti che valorizzano la biodiversità e lavorano da tempo all’insegna della promozione di un’agricoltura sostenibile e rispettosa dell’ambiente oltre che sana per i consumatori – evidenzia Adriana Pagliarini, coordinatrice della rete Agricoltura Sociale Lombardia – Tutto questo coinvolgendo sempre l’aspetto dell’inclusione che rende protagoniste in questo processo virtuoso le persone con svantaggio che trovano riscatto e un’opportunità formativa oltre che professionale”.Agricoltura-sociale-Rigenera

Il progetto Rigenera

A Cremona nulla si spreca ma tutto si Rigenera

Un nome che è tutto un programma quello del progetto della Cooperativa Nazareth del territorio cremonese. Rigenera è, infatti, il titolo metaforico e allo stesso tempo concreto dell’esperienza di orticoltura sociale a favore dell’inclusione lavorativa e formativa di persone con svantaggio. Sul fronte del tema protagonista Rigenera si impegna su ben tre livelli tutti intrecciati inscindibilmente tra loro, come conferma la coordinatrice territoriale di rete Giusy Brignoli, anche referente della coop. “Il primo livello è quello dell’informazione – spiega –  Attraverso la newsletter settimanale di Rigenera diffondiamo tra i clienti e i lettori una cultura attenta agli stili di vita e a cosiddetto basso impatto ambientale. In queste ultime settimane stiamo, ad esempio, puntando molto sul l’importanza di valorizzare quelli che in cucina sono solitamente ritenuti degli scarti: le bucce, le foglie esterne della verdura, etc. Vengono così proposte alcune ricette sfiziose per invogliare chi legge a provare qualche nuovo e gustoso esperimento che oltre a far bene all’ambiente fa molto bene anche alla salute. È, infatti, risaputo che proprio in questi apparenti scarti sono in realtà contenute sostanze molto importanti per l’organismo, come vitamine e fibre. Inoltre questo tipo di azione anti spreco è un toccasana anche per il portafoglio: spesso non ci rendiamo conto che molte cose acquistate con la spesa vengono inutilmente buttate via quando invece potremmo utilizzare al meglio”. L’altro livello di impegno è quello rappresentato dalla filiera: “Grazie alla possibilità di trasformare i nostri prodotti agricoli all’interno del laboratorio allestito nell’ambito della casa circondariale di Cremona abbiamo ottenuto il traguardo di un bassissimo scarto di verdure. L’invenduto del giorno viene, infatti, ogni volta cucinato. Ciò che invece non è utilizzabile per la trasformazione viene trasportato nei campi agricoli per divenire concime per le nostre piante. Niente viene quindi sprecato”.Coltivazioni-progetto-Rigenera-Cremona

Coltivazioni del progetto Rigenera

Informazione, sensibilizzazione, laboratorio di trasformazione agroalimentare: dalle ricette anti-spreco alla salvaguardia del valore del cibo dal campo al piatto e poi ancora al campo perché tutto torna ad essere prezioso. Il progetto di Rigenera, i cui prodotti hanno ottenuto la certificazione biologica e ambientale, tocca una terza tappa fondamentale che coinvolge la rete di distribuzione territoriale. “Il nostro terzo livello è quello che chiamiamo di educazione – racconta la referente del progetto – Grazie a una serie di convenzioni che Nazareth ha stretto con alcuni supermercati del territorio fra cui Coop Lombardia, i nostri operatori del settore dei servizi educativi settimanalmente passano in questi punti vendita a ritirare alimenti in fase di scadenza per poi distribuirli nelle parrocchie e in alcuni istituti religiosi con l’aiuto dei ragazzi aventi svantaggio coinvolti nelle attività inclusive. Questo dimostra che con un semplice gesto di attenzione e recupero di ciò che è ancora buono e utilizzabile si può offrire un aiuto concreto senza che niente venga buttato”.

“Crediamo molto in tutto questo perché lo riteniamo ricco di valore economico e sociale – evidenzia Giusy Brignoli – La nostra missione quotidiana è quella di valorizzare persone con svantaggio come migranti, detenuti, soggetti con disturbi psichici che la società ritiene scarto e che invece per noi rappresentano una risorsa fondamentale, certi che possano dare al nostro territorio un esempio virtuoso replicabile da tutti”.Agricoltura-sociale-giovani-La-Monda.jpg

La cooperativa agricola biodinamica La Monda

A Varese “La Monda” coltiva l’ingrediente prezioso della biodinamica

Un percorso che si snoda tra le radici della tradizione e i germogli di aspirazioni che coltivano il rispetto per l’ambiente e il benessere dell’uomo. La storia della cooperativa agricola biodinamica “La Monda” del territorio di Varese è all’insegna di passato, presente e futuro. Il termine “monda” deriva dal famoso “mondare nel senso di trascegliere i bozzoli e ripulirli da ogni mondiglia”. A rappresentare la struttura fisica del progetto è la cascina omonima inserita in un’area di oltre 83.000 mq di terreno agricolo, di cui 35.000 mq di bosco misto con castagni. Gli edifici si estendono per 1.200 mq circa, ai quali si aggiungono strutture agricole e un importante punto vendita di prodotti biologici e biodinamici. Il tutto coinvolge anche l’orma di una figura emblematica come quella della studiosa Irene Cattaneo che nel 1996, per volontà testamentaria, lasciò la proprietà de “La Monda” alla Società Antroposofica in Italia, con l’auspicio della realizzazione di una piccola azienda biodinamica e di un progetto di attività antroposofica. Oggi “La Monda” riunisce così sia il progetto dell’Associazione “La Monda” onlus per la Pedagogia Curativa e Socioterapia Antroposofica sia la Società Agricola Biodinamica omonima, nata nel 2001, trasformandosi poi nel 2009 in cooperativa di tipo A e B che oltre a gestire la produzione si impegna per favorire l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, sviluppando al contempo servizi educativi di vario genere. Presenti anche l’attività di fattoria sociale e agrituristica. Al centro di tutto brilla l’impegno sul fronte ambientale attraverso la tutela di una produzione che segue i principi della biodinamica derivati da Rudolf Steiner, come spiega il coordinatore della coop Mauro Vaccari: “Agricoltura biodinamica: si tratta di due parole che implicano un modo di lavorare, osservare e vivere la terra. Una filosofia di vita per apprezzare tutta l’armonia di un campo coltivato, il succedersi delle stagioni e del tempo. Attraverso il metodo biodinamico l’agricoltura è in sintonia con la natura, con la terra e con gli uomini. La concimazione, la coltivazione e l’allevamento sono attuati con modalità che rispettano e promuovono la fertilità e la vitalità del terreno e allo stesso tempo le qualità tipiche delle specie vegetali e animali. Il profondo legame con la natura e il completo rispetto dei suoi ritmi portano, con l’agricoltura biodinamica, ad abolire l’utilizzo di fertilizzanti minerali sintetici e di pesticidi chimici e a gestire il terreno seguendo i cicli cosmici e lunari”.

“La Monda” da tempo sviluppa occasioni di formazione e riscatto rivolte a giovani e a persone con handicap: “Secondo la pedagogia curativa di Rudolf Steiner il lavoro è un elemento significativo della vita di ogni uomo: lavorando ci si identifica con l’attività che viene svolta per altre persone e questo porta al riconoscimento della propria dignità e autostima” conferma Mauro Vaccari.Progetto-Antica-Terra

“L’Antica Terra”

A Brescia si scoprono i tesori dell’Antica Terra con le erbe di Ildegarda e il grano monococco

Amore per l’ambiente e impegno sul fronte dell’inclusione lavorativa: la cooperativa sociale “L’Antica Terra”, guidata da Riccardo Geminati, nasce nel 2005 con questo obiettivo che diventa un faro di riferimento dell’intera attività quotidiana. L’attività di sviluppo culturale e ambientale della pianura bresciana si affianca a quella dell’agricoltura sociale coinvolgendo professionalmente persone con disabilità psichica assunte in alcuni casi anche a tempo indeterminato.

Il tema alimentare abbraccia l’intero processo lavorativo, dalla produzione alla sensibilizzazione culturale contemplando la cura più attenta in ogni sua fase. “L’Antica Terra” svolge, infatti, attività di coltivazione del grano monococco da cui vengono sia ricavate farine grazie all’utilizzo di un proprio mulino a pietra, sia realizzati prodotti alimentari come biscotti, pasta e snack salati. “Sin dall’inizio la principale attività della cooperativa è stata la coltivazione di questo frumento introdotto in coltura circa 10mila anni fa e considerato una delle specie fondatrici dell’agricoltura – racconta Olga Ciccone, coordinatrice della rete di Agricoltura Sociale Lombardia per il territorio bresciano e consigliera amministrativa della cooperativa – Questa coltivazione è adatta anche ai terreni più poveri, ha un’ottima capacità di adattamento e una straordinaria resistenza a malattie e parassiti. Non necessita di concimazioni né di abbondanti irrigazioni quindi la sua coltivazione è a ridotto impatto ambientale. Inoltre il rinnovato interesse per questa coltura è legato alla crescente sensibilità dell’opinione pubblica per le caratteristiche dietetico nutrizionali dei prodotti da esso derivati ed è giustificato dall’ottima composizione della sua farina”. Un grano che ha destato l’attenzione anche di Regione Lombardia che nel 2008 ha finanziato un progetto biennale intitolato MonICA (Monococco per l’Innovazione Cerealicola ed Alimentare) elaborato dalla cooperativa stessa e finalizzato allo studio delle potenzialità agronomiche, tecnologiche e nutrizionali di cinque varietà di questo tipo di grano. “Abbiamo affidato la parte scientifica del progetto al Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura, dipartimento di biologia e produzione vegetale in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche dell’Università degli Studi di Milano. La cooperativa produce all’anno circa 250 quintali di grano monococco coltivato su terreni di Ghedi e Gottolengo” spiega la referente. Il progetto ha visto la partecipazione di altre importanti realtà locali e la creazione di un vero e proprio marchio.Prodotti-Antica-Terra

Altro progetto cardine curato da “L’Antica Terra” è quello intitolato “Le Erbe di Ildegarda”, “ispirato alla figura di Santa Ildegarda di Bingen, nata nel 1098, monaca benedettina oltre che grande studiosa delle piante e delle loro proprietà curative: convinta che l’alimentazione fosse importante per l’equilibrio dell’individuo, elaborò un vero e proprio libro di ricette” racconta Olga Ciccone. Protagoniste sono alcune erbe commestibili del territorio, prodotti preziosi che in passato venivano consumati per le loro qualità nutritive e che ora sono al centro di questa iniziativa di recupero e valorizzazione che recentemente ha destato l’interesse del pubblico in occasione di un evento organizzato all’interno di Palazzo Cigola Martinoni a Cigole. Coinvolta per l’occasione anche l’esperta Elisa Gennari la quale ha messo a punto un moderno processo di preparazione che intreccia innovazione e zero impatto ambientale.

“Le erbe spontanee sono un patrimonio naturale che non necessita di particolari cure o interventi umani. Sono molto facili da coltivare e cosa hanno un bassissimo impatto ambientale – sottolinea Olga Ciccone – Per il 2019 abbiamo in progetto di iniziare una coltivazione diretta e controllata delle erbe in modo da garantirne la provenienza biologica da terreni non inquinati. L’obiettivo è di creare una filiera produttiva che abbia uno sbocco sul mercato come è avvenuto con il grano monococco. Inizialmente la produzione riguarderà quattro varietà di erbe: rosolaccio, tarassaco, luppolo e aglio ursino, scelte per le loro proprietà nutrizionali e per il legame con il territorio”.

“Credo fermamente che l’Italia debba e possa sostenere, in veste di apripista, una politica legata alla sostenibilità ambientale, all’alimentazione salutare e non da ultimo alla bontà dei prodotti – commenta a questo proposito Riccardo Geminati, presidente della cooperativa –  Una triade che è anche una sfida fatta di ricerca, storia e valorizzazione del locale, carte vincenti con le quali il nostro paese può mettersi in gioco nella società attuale a favore del gusto, del piacere del cibo, della salute e dell’economia stessa”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/cibo-ambiente-buone-pratiche-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

È come e cosa decidiamo di mangiare che può salvare o condannare il pianeta

Ogni nostra azione ha effetto sul Pianeta: da come scegliamo di spostarci, a cosa utilizziamo per riscaldare e rinfrescare le nostre case, a cosa mangiamo. E proprio riguardo al cibo molte persone stanno scegliendo regimi alimentari differenti per cercare di ridurre le emissioni di gas serra o il consumo di suolo.carne

Per le persone che stanno facendo scelte sostenibili, per chi non crede sia necessario e per tutti quelli attenti alle problematiche ambientali e alla sostenibilità, la ricerca pubblicata su Science riguardo a come diminuire l’impatto del cibo tra produttori e consumatori sarà una lettura interessante e non priva di sorprese. I ricercatori della Oxford University e Agroscope, l’istituto di ricerca svizzero sull’agricoltura, hanno infatti creato il database esistente più completo sull’impatto ambientale di quasi 40.000 aziende agricole, 1.600 impianti di lavorazione, tipi di imballaggi, rivenditori. Questo ha consentito loro di stimare quali tecniche produttive e quali aree geografiche abbiano maggiore o minore impatto per 40 tra i principali alimenti.

Ci sono grandi differenze all’interno della filiera di uno stesso alimento: i produttori a più alto impatto di carne bovina arrivano a emettere 105 chilogrammi equivalenti di anidride carbonica e a utilizzare 370 metri quadrati di terreno per 100 grammi di proteine, ovvero 12 e 50 volte in più rispetto ai produttori a basso impatto. A loro volta, questi ultimi creano 6 volte più emissioni e usano 36 volte più terra di chi coltiva piselli. Eppure l’acquacoltura, ovvero l’allevamento industriale in acqua dolce o salata di pesci, molluschi e crostacei, può emettere più metano – ancora più impattante rispetto all’anidride carbonica come gas serra – per chili di peso vivo rispetto a un allevamento bovino.
Una pinta di birra potrebbe creare tre volte più emissioni e usare 4 volte più terreno rispetto a un’altra: questa variazione è stata delineata attraverso cinque indicatori dagli scienziati, tra i quali sono presenti l’utilizzo d’acqua, l’acidificazione e l’eutrofizzazione.
«Due prodotti che sembrano identici nei negozi possono avere due impatti completamente diversi sul Pianeta. Al momento non lo sappiamo quando decidiamo cosa mangiare. In più, questa variabilità non è del tutto riconosciuta nelle strategie e nelle politiche che cercano di ridurre l’impatto delle aziende agricole» sostiene Joseph Poore del Dipartimento di Zoologia e della Scuola di Geografia e Ambiente. Quello che invece, forse, è più semplice da immaginare è che il grosso dell’impatto viene creato da un piccolo numero di produttori. Appena il 15% della carne bovina che troviamo sul mercato crea 1.3 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica e utilizza circa 950 milioni di ettari di terreno. Se invece prendiamo in considerazione tutti i prodotti, il 25% delle aziende contribuisce alla produzione del 53% in media sul quantitativo del singolo alimento. Questo disallineamento mostra il potenziale nell’aumento di produzione e nella riduzione dell’impatto sull’ambiente.

«La produzione di cibo genera un immenso carico per l’ambiente, ma questo non è una conseguenza necessaria dei nostri bisogni. Quest’onere potrebbe essere ridotto in maniera significativa modificando il modo in cui produciamo e consumiamo», spiega Poore. I ricercatori hanno mostrato come l’utilizzo di nuove tecnologie per raccogliere dati e quantificare il proprio impatto ambientale potrebbe fornire consigli su come ridurlo e aumentare la produttività.
C’è però un problema: esistono limiti oltre i quali i produttori non possono andare. In particolare, i ricercatori hanno scoperto che i prodotti di origine animale avranno sempre un impatto superiore a quelli vegetali, anche con l’aiuto della tecnologia. Per esempio, un litro di latte vaccino, anche se a basso impatto, usa quasi il doppio del terreno e genera emissioni di gas serra pari a due volte quelle di un litro di latte di soia nella media.
Il cambiamento più grande per l’ambiente, quindi, lo può fare la nostra dieta, ancor più che acquistare carne o latticini sostenibili. In particolare, un regime alimentare a base di vegetali diminuirebbe le emissioni legate al cibo fino al 73%, a seconda del luogo in cui si vive. Una scelta di questo tipo, in maniera abbastanza sorprendente, ridurrebbe a livello globale il quantitativo di terreni impiegati per l’agricoltura di circa 3.1 miliardi di ettari, ovvero il 76%. Questo permetterebbe anche di togliere parte della pressione sulle foreste tropicali e di ripristinare allo stato naturale alcuni territori. Ma esistono anche soluzioni meno drastiche: per esempio, si potrebbe dimezzare il consumo di prodotti animali evitando proprio i produttori a maggiore impatto, raggiungendo così lo stesso 73% nella riduzione di emissioni di gas serra che si avrebbe se eliminassimo del tutto carne e latticini. In più, se diminuissimo del 20% il consumo di alcuni alimenti non necessari come oli, alcol, zucchero e stimolanti evitando, anche in questo caso, le filiere meno virtuose, le emissioni scenderebbero del 43%. Potrebbe non essere necessario, quindi, stravolgere completamente le nostre abitudini in materia di cibo: anche piccoli cambiamenti possono avere effetti importanti sull’ambiente. Occorrerebbe, però, un’adeguata comunicazione ai consumatori sul produttore (non solo sul prodotto), magari attraverso etichette ambientali, oltre che tasse e sussidi. «Dobbiamo trovare le modalità per cambiare un po’ le condizioni fino a rendere il fatto di agire in favore dell’ambiente la cosa migliore per produttori e consumatori», sottolinea Joseph Poore. L’idea sarebbe quella di indirizzare verso il consumo sostenibile e consapevole grazie a incentivi economici e a un’etichettatura chiara, per creare una spirale positiva in cui gli agricoltori stessi hanno bisogno di monitorare il proprio impatto, prendendo decisioni migliori su tecniche e processi e comunicando tutto ciò ai rivenditori, incoraggiandoli a rifornirsi da chi segue questo tipo di approccio.

Giulia Negri

Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell’atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell’organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it