Presentata la terza edizione del Festival del Giornalismo Alimentare, a Torino dal 22 al 24 febbraio 2018

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Al Centro Congressi “Torino Incontra” tre giorni di confronto su cibo e alimentazione, attraverso un’alternanza di panel di approfondimento, eventi collaterali, laboratori ed educational sul territorio per una platea eterogenea di giornalisti, comunicatori, foodblogger, aziende, istituzioni, uffici stampa, scienziati, alimentaristi e influencer italiani e internazionali

Dal 22 al 24 febbraio 2018, il Centro Congressi “Torino Incontra” della Camera di commercio di Torino ospiterà la terza edizione del Festival del Giornalismo Alimentare.

Tre giorni di confronto su cibo e alimentazione, attraverso un’alternanza di panel di approfondimento, eventi collaterali, laboratori ed educational sul territorio per una platea eterogenea di giornalisti, comunicatori, foodblogger, aziende, istituzioni, uffici stampa, scienziati, alimentaristi e influencer italiani e internazionali. L’evento sarà tra i primi appuntamenti dell’“anno del cibo italiano nel mondo”, proclamato dal Ministero dei beni e delle attività culturali con il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Il Festival avrà la media partnership di Rai Radio 1, che seguirà tutti i lavori dedicando alla manifestazione l’intera puntata della trasmissione Coltivando il futuro di sabato 24 febbraio e, per la prima volta, accoglierà una regione ospite: la Valle d’Aosta.

Il programma dei panel

Ad aprire i lavori, la mattina di giovedì 22 Febbraio, sarà un tema decisamente attuale, in vista anche delle imminenti elezioni: “Quali politiche alimentari per la prossima legislatura?”. I principali enti e associazioni di categoria della filiera alimentare avranno l’occasione di presentare le proprie aspettative e richieste da inserire ai vertici dell’agenda della prossima legislatura. Il dibattito si concentrerà poi sul protagonista del 2018, il cibo italiano, per capire quanto il marchio made in Italy sia effettivamente garanzia di sicurezza e qualità e quanto sia minacciato da contraffazioni e prodotti italian sounding. La comunicazione sulla sicurezza alimentare avrà anche una visione più “europea”, con l’intervento dell’Ue e dell’EFSA (European food safety authority) e con un’analisi dei nuovi trattati sul cibo come Ceta e Ttip. All’ordine del giorno anche il giornalismo investigativo con un focus sulla filiera alimentare, in un panel realizzato insieme al Premio Morrione, e quello di denuncia sugli investimenti della criminalità organizzata nella ristorazione e nella distribuzione. Sarà aperto uno spazio di confronto tra vegani e onnivori, in collaborazione con la rivista Funny Vegan, mentre panel di approfondimento saranno dedicati a prodotti “eccellenti” come latte, formaggio e carne e a una risorsa sempre più preziosa: l’acqua. Attenzione, poi, agli sprechi alimentari, anche attraverso progetti come Una Buona Occasione della Regione Piemonte; alle etichette e ai “nuovi cibi”, tra costume, informazione sanitaria e cambiamenti climatici. La comunicazione delle aziende food sarà un altro dei temi di riflessione, tra gestione di crisi e trappole del web e dei social media. Ma evidenziando anche iniziative innovative a supporto delle piccole realtà enogastronomiche locali come #MaestriDigital, progetto di formazione sull’utilizzo dei nuovi media ideato dalla Camera di commercio di Torino e rivolto ai Maestri del Gusto di Torino. Il cibo sarà visto anche come fattore economico sempre più strategico nel mercato attuale e come valore vincente per la comunicazione di un territorio, anche per merito di progetti come Bocuse d’Or, che nel 2018 si svolgerà per la prima volta in territorio piemontese. Non mancheranno, infine, momenti di formazione e confronto tra le diverse anime della comunicazione alimentare focus sulla deontologia professionale. Dal seminario sui contributi per un “giornalismo consapevole e responsabile” a quello dedicato alle “nuove frontiere dell’informazione 4.0.” tra freelance, food blogger, food writer e brand journalist, in collaborazione rispettivamente con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Stampa Subalpina.

Le novità della terza edizione

Nasce in seno al Festival il primo appuntamento Business to Business dedicato alle aziende del food e ai professionisti della comunicazione, con l’obiettivo di incentivare l’integrazione tra questi due mondi. Da una parte del tavolo siederanno alcuni Maestri del Gusto di Torino e Provincia, selezionati dalla Camera di commercio di Torino in collaborazione con Slow Food Italia. Dall’altra, le nuove professionalità della comunicazione (blogger, social media manager, influencer), che potranno promuoversi come consulenti. Si svolgerà giovedì 22 febbraio dalle 14.30 alle 17 in uno spazio riservato di Torino Incontra. Altra grande novità saranno i laboratori pratici del giovedì e venerdì pomeriggio (14,30-17), realizzati in collaborazione con il Laboratorio Chimico della Camera di commercio di Torino, l’Istituto Zooprofilattico di Piemonte Liguria e Valle d’Aosta e SMAT, Società Metropolitana Acque di Torino. Nel pomeriggio di giovedì 22 gli “idrosommelier” SMAT accompagneranno gli interessati in un “assaggio dell’acqua”, fornendo le basi da cui partire per una sua corretta analisi sensoriale. Il venerdì pomeriggio sarà la volta dello Showlab: muniti di camice e microscopio e seguiti dai tecnici dell’Istituto Zooprofilattico, i partecipanti effettueranno le analisi di base abitualmente condotte sui campioni di cibo contaminati da funghi e batteri; per poi passare alla lettura delle etichette alimentari. Un esperto del Laboratorio Chimico della Camera di commercio di Torino analizzerà quelle presenti sul mercato e commenterà gli errori più frequenti, facendo chiarezza nel complesso panorama legislativo. Anche CinemAmbiente aderisce al Festival, organizzando un’edizione speciale intitolata “Una buona occasione al cinema” e dedicata al tema dell’alimentazione e della sostenibilità ambientale. Appuntamento nelle serate di giovedì e sabato, a partire dalle 18.30 circa presso il Cinema Centrale di Torino con ingresso gratuito.

Eventi off e press tour

Accanto ai panel di lavoro anche quest’anno torneranno gli eventi off e i press tour.

Giovedì 22, a partire dalle 19.30, Palazzo Birago (Via Carlo Alberto 16), sede istituzionale della Camera di commercio di Torino, ospiterà nelle sale auliche un aperitivo dedicato alle attività camerali per l’agroalimentare: da Maestri del Gusto alla selezione dei vini TorinoDOC, miscelati in cocktail originali in collaborazione con l’Enoteca regionale dei vini della provincia di Torino e Onav. Protagonista della serata il nuovo progetto#MaestriDigital, proposto nella prima edizione a 23 eccellenti Maestri del Gusto. Alle 20, Fiorfood di Coop ospiterà uno showcooking dal titolo“Come valorizzare il cibo italiano senza sprecarlo” in collaborazione con Aici, Associazione insegnanti di cucina italiana. Musica e animazione a cura dei programmi radiofonici Cocina Clandestina e Tasta la Notizia di Radio Grp e di Danilo Poggio, Direttore di Grp Tv.

Venerdì 23 alle 20, M**BUN in Via Rattazzi 4, invita a una serata tra degustazioni e scoperta della carne piemontese, materia prima fondamentale per gli hamburgher dello slow fast food piemontese, mentre presso Cookin’ Factory, in via Savonarola 2m, l’artista del gusto Claudia Fraschini svelerà i segreti della cucina vietnamita.

Sabato 24 sarà invece la giornata dedicata agli educational sul territorio con la collaborazione di Regione Piemonte, Regione Valle d’Aosta, Comune di Chieri e Camera di commercio di Torino.

La Valle d’Aosta, regione ospite, aprirà le proprie porte per un viaggio all’insegna di alcune delle più pregiate eccellenze enogastronomiche locali. La razza bovina piemontese sarà invece “la portata principale” a Carrù, in collaborazione con Coalvi, in un tour che terminerà con la visita alla Cantina Sociale di Clavesana. Dalla carne ai latticini nello stabilimento di produzione e nelle stalle sperimentali di Inalpi, con una degustazione guidata dei migliori prodotti dell’azienda piemontese. Le eccellenze dei Maestri del Gusto saranno protagoniste in tre diversi itinerari: nel suggestivo borgo diChieri in un percorso che, dopo il pranzo all’Ex Mattatoio, approderà al Martini Bar Academy di Casa Martini a Pessione; nell’affascinante quartiere San Donato di Torino, tra pane, grissini, carne cruda e gelato, con un intrigante assaggio finale di birra e cioccolato al birrificio artigianale La Piazza, e a Caluso presso l’Enoteca regionale dei vini della provincia di Torino, per finire con il pranzo da Eataly Lingotto. Dopo le lezioni di caffè nell’elegante“Diamante” Costadoro, e di acqua, curiosando tra gli impianti di produzione e trattamento delle acque potabili Smat, lo chef Simone Salviniillustrerà le nuove tendenze della cucina vegetale presso il ristorante vegano Soul Kitchen. Tra cultura e sapore in un tour che si apre con la visita al magnifico castello di Costigliole d’Asti, prosegue con uno showcooking a opera dello Chef Massimiliano Careri presso l’Orangerie di ICIF e si conclude con l’assaggio dei vini tutelati dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato. Dopo la prima colazione presso l’innovativo polo gastronomico torinese di EDIT, si andrà invece alla scoperta del progetto di economia carceraria Freedhome, per poi consumare il pranzo “dietro alle sbarre” nella Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino in compagnia di “LiberaMensa”. Dopo un’aperispesa all’Angolo dei Sapori, infine,Cooking Factory, in collaborazione con Nikon, ospiterà un workshop di cucina e fotografia. Per l’accoglienza di tutti i partecipanti, il Festival potrà contare sul supporto degli studenti della Scuola Alberghiera di Stresa, dell’Istituto Beccari di Torino e dell’Istituto Colombatto di Torino. I pranzi durante i lavori del Festival saranno offerti dall’Associazione gastronomica peruviana di Torino.

Per fare incontrare le diverse professioni l’evento è stato inserito tra quelli validi per i crediti formativi dei giornalisti, delle professioni scientifiche e sanitarie e degli agronomi. Il Festival del Giornalismo Alimentare ha il patrocinio di “2018 anno del cibo italiano”, Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino e Comune di Torino, Università degli Studi di Torino, Slow Food Italia, Federazione Nazionale Stampa Italiana e Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Associazione Stampa Subalpina. È realizzato con il contributo di Compagnia di San Paolo e Camera di commercio di Torino, oltre a una partnership con Regione Piemonte. Main partner: Coalvi, Coop Italia, Costadoro, DUSSMAN, ESCP Europe, Ferrero, INALPI, Smat, M**BUN e MoleCola con il supporto scientifico del Barilla Center for Food and Nutrition e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.

Documenti scaricabili:

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Programma 2018 [3,83 MB]

Eventi Off e Press Tour [0,73 MB]

 

Fonte: ecodallecitta.it

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Il Serraglio: una filiera di agricoltura locale e biodinamica

Passione per la natura, attenzione alla qualità dei processi produttivi e la ricerca di rapporti più autentici e diretti con i consumatori. L’Azienda Agricola Biodinamica Il Serraglio, una realtà che da 30 anni opera nel settore dell’agricoltura biodinamica proponendo beni alimentari, servizi e attività formative. Arriviamo al Serraglio col leggero affanno tipico di quando giriamo in camper e incastriamo interviste una dopo l’altra. Eravamo – Paolo, Daniel ed io – in giro da un po’ di giorni per la Romagna a girare video e quella mattina avevamo sconfinato in Emilia, provincia di Ferrara. Ci scusiamo per il ritardo ma Angelica ci guarda con aria comprensiva e dice “tanto siamo qui, prendetevela pure comoda” e chiede a sua madre di prepararci un caffè di benvenuto.

 

L’azienda agricola biodinamica Il Serraglio è una realtà storica, attiva fin dal 1983, portata avanti da una famiglia allargata composta da Marco e Renza, marito e moglie, i due figli Angelica e Daniele a cui si aggiungono alcuni lavoratori più o meno occasionali, fra cui Alessandro, il compagno di Angelica. Oltre al cane Yuri, festoso e giocherellone, grande protagonista della nostra intervista. È una di quelle aziende che, come si suol dire, riesce bene a combinare tradizione e innovazione. Questo si nota sia nel connubio in cucina – giacché Il Serraglio è anche un ristorante – fra i sapori tradizionali di Renza e l’innovazione culinaria di Alessandro, che ha studiato da chef, sia nelle tecniche avanzate di agricoltura biodinamica che vengono praticate. Inoltre si tratta di un’azienda a ciclo chiuso, che produce praticamente tutte le materie prima che servono per l’allevamento del bestiame e per il cibo del ristorante.IMGP2698

L’agricoltura biodinamica, per chi non la conoscesse, si basa su una serie di tecniche elaborate da Rudolf Steiner (già, lo stesso dell’educazione steineriana) che nascono dalla sua visione spirituale antroposofica dell’uomo e dell’universo. Esse tengono conto di molti fattori, fra cui l’influenza della luna, le interazioni interne al suolo e si basano su una visione olistica. Finita l’intervista ci invitano a fermarci per pranzo. Ravioli, insalata di zucca, pomodori appena colti: la decisione è presa, restiamo. Gli ingredienti sono genuini ed incredibilmente saporiti e vengono cucinati in una maniera sapiente, per esaltarne il gusto senza camuffarlo con troppi ingredienti. Faremo un po’ tardi anche all’intervista successiva, ma anche questa è la dura vita del giornalista.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/io-faccio-cosi-190-serraglio-filiera-agricoltura-locale-biodinamica/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Imballaggi e cibo: focus sulla plastica

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Intervista a Luca Stramare, progetti speciali e rapporti con le associazioni Corepla

Tutti gli alimenti possono essere conservati negli imballaggi in plastica?

Oggi, salvo casi veramente particolari, non esiste alimento che non possa essere confezionato in plastica. Le eccezioni sono legate a processi produttivi particolari come nel caso della sterilizzazione dove sarebbe difficile trovare un polimero resistente ad altissime temperature. Nelle condizioni di confezionamento normalmente utilizzate dall’industria alimentare, invece, non c’è nessun problema.

In generale qual è la shelf-life (vita sullo scaffale) dei prodotti conservati negli imballaggi in plastica?

La shelf-life è conseguenza dell’abbinamento tra le caratteristiche del prodotto, le prestazioni dell’imballaggio e il tipo di distribuzione, normale o attraverso la catena del freddo. Le aziende hanno a disposizione più scelte. Facciamo l’esempio della frutta sciroppata. L’utilizzo di un barattolo in acciaio permette di conservare il prodotto per lungo tempo, il che per l’azienda può rappresentare un vantaggio quando il prodotto viene confezionato a migliaia di chilometri di distanza da noi, deve essere trasportato su lunghe distanze e viene tenuto molto a lungo in magazzino prima di essere distribuito al supermercato. Ma l’azienda può anche scegliere di utilizzare un barattolo di plastica. In questo caso, a fronte di una shelf-life inferiore, si può realizzare un barattolo trasparente che permette al consumatore di vedere il prodotto contenuto, con un design personalizzato che faciliti il riconoscimento sullo scaffale e con un coperchio che è più facile da aprire per il consumatore (non richiede un apriscatole e non c’è il rischio di tagliarsi) e che può essere richiuso. Sono entrambe scelte possibili, sta all’azienda valutare e decidere.

Come avviene allora la scelta di un imballaggio in plastica piuttosto che in un altro materiale?

Come dicevo all’inizio, quasi tutti gli alimenti possono essere confezionati in imballaggi in plastica. Tocca poi all’azienda fare la scelta opportuna in base all’ottimizzazione del sistema “imballaggio – prodotto – logistica e shelf-life desiderata”.

Agli imballaggi viene richiesto di soddisfare requisiti normativi, prestazionali, di costo e di marketing. Questi sono i quattro pilastri che guidano la scelta di un’azienda. I primi sono cogenti, non puoi farne a meno. Gli altri tre, invece, un’azienda li bilancia. Ad essi si aggiunge la tutela dell’ambiente, che sta diventando sempre più importante nelle scelte delle aziende e dei consumatori. Lo dimostra il numero crescente di aziende che contattano COREPLA chiedendo informazioni su come possono intervenire migliorare la riciclabilità dei propri imballaggi, utilizzare plastica riciclata per produrre nuovi imballaggi e comunicare queste informazioni ai consumatori. Le materie plastiche presentano numerosi vantaggi. Gli imballaggi in plastica sono leggeri, resistenti, versatili, possono essere realizzati in una ampia varietà di forme e dimensioni, adatte alle più svariate tipologie di prodotti, offrono elevati livelli di protezione e quindi evitano la perdita o il danneggiamento del contenuto, e al termine del loro ciclo di vita possono essere riciclati se conferiti nella raccolta differenziata. Nel 2050 su questo pianeta saremo nove miliardi di persone, la maggior parte delle quali vivrà in grandi città, lontano dai luoghi di produzione del cibo. Senza il contributo degli imballaggi sarà difficile, se non impossibile, far arrivare tutto il cibo necessario dai luoghi di produzione ai consumatori, nella massima efficienza, sicurezza e senza sprechi. Vista la continua evoluzione nel mondo degli imballaggi, c’è da credere che gli imballaggi di domani saranno ancora più performanti e rispettosi dell’ambiente di quelli di oggi.

Nei mesi scorsi abbiamo affrontato il tema della birra conservata nelle bottiglie di plastica che in Italia hanno una diffusione molto marginale. In questo caso pesa il fattore shelf-life?

Occorre ricordare che la birra è un alimento estremamente sensibile al contatto con l’ossigeno. Basta una parte per milione di ossigeno per alterare il gusto della birra. Il contenitore deve quindi avere particolari proprietà barriera. Se l’esigenza prioritaria dell’azienda è la shelf-life, la bottiglia in vetro permette di conservare la birra per un anno. Nel caso in cui leggerezza, infrangibilità, maggiore sicurezza (si pensi ad esempio alle bottiglie che vengono vendute nel corso di manifestazioni ed eventi) e la possibilità di richiudere la bottiglia siano esigenze importanti per l’azienda, questa può decidere di accettare una shelf-life inferiore (e comunque adeguata), optando una bottiglia per birra in plastica. Esistono soluzioni tecniche che permettono la realizzazione di queste bottiglie in plastica ad elevata barriera senza comprometterne la riciclabilità. Infatti in alcuni paesi esteri in cui i tempi di commercializzazione e consumo della birra sono più rapidi e di conseguenza la shelf-life richiesta dal mercato è inferiore, le bottiglie in plastica per birra hanno una diffusione maggiore che da noi.

Qual è il comportamento dei polimeri a contatto con cibo e bevande? Ci sono casi o situazioni che possono alterare le caratteristiche organolettiche del cibo o della bevanda contenuta all’interno dell’imballaggio?

“L’imballaggio non deve alterare il prodotto”. È quanto recita l’articolo 3 della normativa europea per i materiali e gli oggetti destinati al contatto con gli alimenti. Un vero e proprio comandamento per gli addetti ai lavori. Per quanto riguarda l’utilizzo delle plastiche a contatto con gli alimenti, si tratta del materiale più normato che esista. Esiste un corpus di normative che è estremamente esteso. Si va dalla composizione della plastica stessa, che deve essere fatta secondo una “lista positiva” di ingredienti approvati a livello europeo, ai test di migrazione (obbligatori) per l’utilizzo delle plastiche a contatto con alimenti.

In cosa consistono questi test?

Faccio un esempio. Per le bottiglie d’acqua minerale si fanno test di migrazione che le sottopongono a condizioni estreme. La bottiglia viene riempita e mantenuta per dieci giorni a 60°C. Al termine si procede all’analisi del contenuto e si verifica che la concentrazione delle sostanze eventualmente rilasciate dal contenitore sia inferiore ai limiti stabiliti dalle autorità europee. Questo test serve per simulare la conservazione a temperatura ambiente per un tempo molto lungo, cioè quello indicato sulla bottiglia. Nessun consumatore sottoporrebbe infatti a quella situazione una bottiglia d’acqua.

Quindi il sole d’estate che batte sulla bottiglia di plastica non deve spaventarci…

Anche se lasciata per breve tempo sotto il sole, l’acqua non si altera. È proprio per questo che i test vengono fatti a condizioni così estreme. Servono a garantire l’integrità del prodotto anche nella stagione calda.

In chiusura vorrei chiederle qual è il contributo degli imballaggi in plastica per quanto riguarda la riduzione degli sprechi alimentari? E’ un tipo di materiale che si presta anche all’asporto di pietanze (ad esempio al ristorante)?

Sì. Lo abbiamo sperimentato in provincia di Padova nell’ambito dell’iniziativa “Family Bag – Non sprecare, un nuovo stile di vita”. Unioncamere Veneto ha individuato 100 ristoranti ai quali sono state recapitate le family bag. Si tratta di confezioni in plastica, realizzate grazie al riciclo di imballaggi post consumo, destinate ai ristoranti per conservare e portare a casa quanto avanzato nei locali pubblici, evitando che diventi inutile spreco di cibo. Ma sempre in tema di riduzione degli sprechi di cibo, occorre ricordare anche i vantaggi che la plastica offre in ambito casalingo. Quando acquistiamo o cuciniamo più cibo di quello che ci serve al momento e decidiamo che lo vogliamo congelare per poterlo consumare in un secondo tempo, cosa adoperiamo? La plastica. Non classici imballaggi ma sacchetti che vengono venduti al consumatore finale per la conservazione nel freezer. Anche questo è un modo con cui la plastica aiuta a ridurre lo spreco alimentare.

Fonte: ecodallecitta.it

 

FoodReLOVution: ciò che mangiamo può cambiare il mondo

“Food ReLOVution” è l’ultimo documentario di Thomas Torelli – lo stesso registra di “Un altro mondo” – nel quale vengono analizzate le conseguenze che hanno le nostre scelte alimentari sulla salute pubblica, sull’ambiente e gli ecosistemi, sulla fame nel mondo e sul benessere degli animali.

 “Food Relovution: tutto ciò che mangi ha una conseguenza” è l’ultimo documentario di Thomas Torelli – lo stesso regista di “Un altro mondo” – nel quale vengono analizzate le conseguenze che hanno le scelte alimentari quotidiane sulla nostra salute e sulla salute pubblica, sull’ambiente e gli ecosistemi naturali, sulla fame nel mondo e sulla distribuzione delle risorse, sul benessere degli animali. Il film-documentario ci mostra, attraverso dati scientifici, statistiche e interviste ad esperti di fama mondiale, come tutte le scelte che ci sembrano innocue, in realtà influiscano pesantemente su tutte queste tematiche globali. Un atto così personale e “banale” come fare la spesa sotto casa non solo è correlato con il resto del mondo, ma lo è anche molto di più di quanto immaginiamo.

Tutto ciò che mangiamo, dicevamo, ha conseguenze ben precise e conoscere i dati scientifici, sapere da dove viene e come è stato trasformato il cibo che mettiamo nel piatto, ci permette di valutare in modo critico i “dogmi” alimentari che ci vengono raccomandati e di fare scelte non condizionate da pubblicità e mass media. Gli esperti intervistati in “Food ReLOVution” – tra cui scienziati e ricercatori (il biochimico T. Colin Campbell e il figlio Thomas. M. Campbell, il fisico Noam Mohr, il medico ed epidemiologo italiano Franco Berrino, Vandana Shiva) filosofi e attivisti (Peter Singer, Frances Moore Lappé, James Wildman e Carlo Petrini) – sono concordi nell’affermare che scegliere il cibo con consapevolezza è un atto rivoluzionario che può davvero cambiare il mondo. Il film-documentario di Torelli parte dagli studi di T. Colin Campbell relativi alla correlazione fra cibo e malattie per arrivare ai danni che il consumo eccessivo di proteine animali produce sulla salute pubblica e sull’ambiente. Per produrre 1 kg di carne da allevamento intensivo si consumano migliaia di litri d’acqua e gli animali mangiano i cereali che potrebbero sfamare direttamente migliaia e migliaia di persone malnutrite (allo stesso costo di una singola bistecca, si potrebbero riempire 50 scodelle di cereali cotti e sfamare 50 persone). Gli animali allevati per produrre bistecche, inoltre, vivono in modo del tutto innaturale, spesso condizioni di crudeltà indescrivibile.Food_ReLOVution_1

L’industria alimentare – in particolare l’industria della carne – è diventata un processo finalizzato solo al guadagno e il suo fine non è nutrire, sfamare, ma generare il massimo profitto. Oggi assistiamo al paradosso per cui, da un lato, gli abitanti dei paesi ad alto reddito hanno accesso al cibo prodotto dall’industria che, nella maggior parte dei casi, è dannoso per la salute e, dall’altro gli abitanti dei paesi a medio-basso reddito non hanno accesso alle risorse alimentari prodotte nei loro paesi perché queste sono destinate all’esportazione versi i paesi ad alto reddito. Ogni cosa che mettiamo nel piatto ha un impatto sul Pianeta e avere informazioni corrette e oggettive sulle conseguenze delle nostre azioni ci permette di fare scelte alimentari consapevoli e finalizzate a salvaguardare la nostra salute, l’ambiente, gli animali e le popolazioni più povere del Pianeta. “Food ReLOVution”, ha spiegato il regista Thomas Torelli ad una recente proiezione del film sul Lago di Garda, “vuole fornire gli strumenti necessari a chi è abituato a mangiare carne senza preoccuparsi delle conseguenze, ma mi preme sottolineare che il film non vuole trasformare tutti in vegani o demonizzare in alcun modo chi mangia carne. Da parte nostra non c’è alcun giudizio di fondo o pregiudizio, ma solo ed esclusivamente il desiderio di stimolare una riflessione, una ricerca personale, una presa di coscienza del volto nascosto dell’industria alimentare – in particolare dell’industria della carne” – e del consumo esasperato di proteine animali che fa ammalare l’uomo e l’ambiente e fa soffrire inutilmente gli animali.”locandina-Food_A3_web

“Man mano che giravamo il film”, ha raccontato Torelli, “il mio rapporto con il cibo, in senso lato, è molto cambiato. Qualche anno fa, in quanto vegano, avevo un atteggiamento di giudizio e pre-giudizio nei confronti dei ‘carnivori’, ma ho lentamente compreso che in questo modo non sarei arrivato da nessuna parte. Il primo titolo che avevo dato al film era “Food killers” perché, in buona fede, ero convinto che chiunque si cibasse di carne e prodotti animali (uova, latte, ecc.) fosse un triplice killer: di se stesso, del pianeta e degli animali. Durante la lavorazione del film, però, mi sono reso conto che spesso le persone mangiano in un certo modo solo perché hanno informazioni incomplete sulla produzione di cibo industriale e sulle conseguenze delle loro scelte alimentari. E col tempo ho constatato che quando le persone acquisiscono queste informazioni, tendono a fare scelte molto più salutari e consapevoli e a fare proprio il motto di Ippocrate, il medico greco che già nel IV secolo a.C. affermava “fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”.

“Mi sono accorto, inoltre – ha continuato – che essere costantemente nel giudizio non fa altro che generare divisioni e fazioni opposte – carnivori contro vegetariani, vegetariani contro vegani, vegani contro tutti, ecc. – che non portano da nessuna parte. Se dividiamo il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’ non riusciremo mai a raggiungere l’obiettivo di parlare a tutti, di comunicare come alcune scelte siano oggettivamente deleterie per salute, ambiente e animali. Il modo migliore per affrontare l’argomento alimentazione e per arrivare a più gente possibile è evitare le ‘etichette’ e rispettare tutte le scelte alimentari. Se ci dividiamo in fazioni sul fronte alimentare, allora manca l’arma vincente per tutti, cioè l’unione che fa la forza. Ognuno di noi ha il suo percorso, i suoi tempi, e l’idea di fondo del film è questa: mangia ciò che vuoi, ma sappi cosa succede ogni volta che mangi e interrogati su quello che c’è ne tuo piatto. L’obiettivo è rendere consapevoli più persone possibile, perché solo quando si sa e si conosce, le abitudini e gli sili di vita cambiano”.

“Sono convinto che il primo passo per cambiare il mondo, per renderlo migliore – ha concluso Torelli – sta nelle azioni quotidiane e, tra queste, la prima è la consapevolezza di ciò che mangiamo. La produzione di cibo ha tre macro-conseguenze impattanti a livello globale: sull’essere umano (cioè sulla sua salute), sull’ambiente e sugli animali, ma il punto di partenza di tutto è l’informazione.Food_ReLOVution_3

Lo scopo del film FoodReLOVution non è raggiungere i ‘carnivori’ per ‘convertirli’, anzi è l’esatto contrario: è dare informazioni corrette e scientificamente documentate al maggior numero di persone affinché comprendano cosa succede quando scelgono la carne. Se poi, chi guarda il film decide di passare da un hamburger al giorno a due hamburger a settimana, per me è già una vittoria a livello globale. Fare scelte consapevoli anche solo in una delle tre grandi categorie trattate nel film corrisponde già ad un miglioramento globale. Bisogna sfatare una volta per tutte il mito che il comportamento individuale non influisce sul tutto: come il mare è fatto da singole gocce e ogni goccia che si muove, muove tutto il mare, così ogni singola azione ha conseguenze su tutto il pianeta. Oggi sapere esattamente cosa mangiamo, è davvero il primo passo verso un mondo migliore”.

Ricordiamoci, quindi, che ogni cosa che mangiamo e acquistiamo ha un impatto preciso sul Pianeta, che siamo perfettamente in grado di cercare e discernere in modo autonomo i dati e le informazioni che ci servono e che possiamo cambiare le cose partendo da noi stessi. Il cambiamento che attendiamo non arriva dall’esterno, ma parte dall’interno, da noi stessi. L’arma più potente per migliorare il mondo è la scelta basata sulla conoscenza, una scelta che ci permette di agire con coerenza, consapevolezza, amore e rispetto per la Vita in tutte sue forme.

Fonte:

http://www.italiachecambia.org/2017/10/foodrelovution-cio-che-mangiamo-puo-cambiare-mondo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Partiamo dal cibo che compriamo per cambiare il clima

Le parole di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sul clima hanno fatto da apripista: «Non c’è qualità alimentare senza rispetto dell’ambiente». E l’associazione ha lanciato “Menu for Change”, campagna internazionale sul rapporto tra cambiamento climatico e cibo.9659-10433

L’associazione Slow Food ha lanciato la campagna “Menu for Change”, che evidenzia la relazione tra produzione alimentare e clima che cambia. L’annuncio è stato dato dal fondatore di Slow Food, Carlo Petrini: «A chi si domanda perché un’associazione che si occupa di cultura alimentare dovrebbe promuovere una campagna sulle questioni del cambiamento climatico, posso rispondere questo: è incosciente chi si bea della qualità alimentare di un prodotto senza chiedersi se a monte c’è distruzione dell’ambiente e sfruttamento del lavoro».

Tutti noi, ha continuato Petrini, «siamo responsabili di quello che mangiamo e anche di quello che coltiviamo: «Il più grande terreno da coltivare è la lotta allo spreco. Tutte le istituzioni internazionali ripetono che siccome nel 2050 saremo 9 miliardi e mezzo “bisogna produrre più cibo”, ma già oggi abbiamo cibo per 12 miliardi di viventi. Significa che un’ampia parte di quello che viene raccolto, trasformato e venduto finisce nella pattumiera».

C’è un intero paradigma agricolo e agroalimentare da cambiare, mentre la produzione va concentrandosi nelle mani di pochi. Un esempio drammatico viene dalla filiera del pomodoro: «Tonnellate di pomodori arrivano in Italia dalla Cina, vengono lavorati e colonizzano i Paesi africani, invasi da scatole di concentrato prodotto da aziende con nomi come Gino e la bandiera tricolore sul barattolo. Questi marchi simil-italiani stanno distruggendo le produzioni agricole africane perché hanno prezzi perfino più bassi delle loro. Il risultato è che i giovani abbandonano la terra e vanno a lavorare come schiavi nei campi del Sud Italia. Siamo tutti chiamati in causa, le piccole azioni moltiplicate per milioni di persone possono cambiare il mondo».

A questi paradossi del mercato si aggiunge l’impatto devastante del cambiamento climatico. Tumal Orto Galibe, pastore del nord del Kenya, racconta che negli ultimi quindici anni «perfino l’aspettativa di vita si è ridotta. Nelle comunità dei pastori abbiamo visto un aumento delle patologie. Ed è sempre più difficile adattarsi a un clima che cambia nell’arco di mesi mentre prima cambiava nei decenni: nell’aprile di quest’anno, in una sola notte di piogge improvvise e torrenziali ho perso più di 230 capi di bestiame».

Un produttore di formaggi di Cuba ha raccontato di recente che l’isola ha già ceduto terreno al mare ed è stata battuta di recente da cinque diversi uragani, la cui potenza è correlata alla crescente temperatura delle acque. L’uragano Irma possedeva una potenza pari a 7mila miliardi di watt (circa 2 volte le bombe usate durante la guerra mondiale) e ha lasciato il 40% della popolazione priva di elettricità, danneggiando la parte più turistica del Paese. Non si tratta certo di impressioni individuali, perché ad avallarle ci sono i dati scientifici: «Siamo in chiusura della seconda estate più calda e della quarta più secca dal 1753, in Italia e in buona parte dell’Europa mediterranea» ricorda il climatologo Luca Mercalli.

Dopo il record del 2003, tutte le estati sono state più calde della media. Con conseguenze che l’agricoltura e l’alimentazione pagano fino in fondo: «Un recente studio francese ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle razze animali e i formaggi. Anche in alta montagna l’aumento delle temperature sta cambiando il modo di condurre gli alpeggi e i malgari sono costretti a tornare in pianura anche con un mese di anticipo. Siccità e parassiti arrivano dove finora non si erano mai visti».

Finora questi sconvolgimenti hanno avuto un impatto disomogeneo: alcune aree dell’emisfero nord ne hanno addirittura beneficiato. Ma non per molto ancora, affermano i ricercatori della Società Meteorologica Italiana Guglielmo Ricciardi e Alessandra Buffa: «Dal 2030 la riduzione dei raccolti vedrà un aumento esponenziale dei danni rispetto ai benefici».

Il settore agricolo è tra i più impattanti in termini di gas serra: con il 21% di emissioni è secondo solo alle attività legate all’energia (37%). La fermentazione enterica degli allevamenti industriali copre il 70% di questo dato.

«Non ci dobbiamo però concentrare solo sulla valutazione delle attività principali – avvertono i meteorologi – ma valutare le attività di preproduzione (mangimi e concimi) e di postproduzione (trasporto, stoccaggio, packaging). Le emissioni di CO2, poi, non sono l’unico parametro da considerare: vanno tenuti in conto anche il contesto geografico di produzione, la qualità dei suoli e il loro livello di tossicità e l’uso in quanto risorsa scarsa, l’utilizzo di acqua e di biosfera (water footprint e ecological footprint)».

Sebbene anche la Fao sottolinei la necessità di andare verso un’indagine multiprospettica, che tenga conto degli influssi del cambiamento climatico su sicurezza alimentare, nutrizione e perdita di biodiversità, siamo ancora lontani dall’avere una visione complessiva della filiera. Così come troppo poco sappiamo del funzionamento globale degli oceani, conferma il biologo marino Silvio Greco: «Mentre in terra il cambiamento climatico offre diversi segnali, nelle acque questo non avviene. Sappiamo per certo solo che l’oceano fa qualcosa di straordinario: ci dà il 50% del nostro respiro, immagazzinando CO2. Eppure noi lo stiamo mettendo in crisi».

Quest’anno i biologi australiani hanno decretato la morte della Grande barriera corallina, il reef più vasto del pianeta con oltre 2300 km di coralli ormai quasi interamente sbiancati. Ma non va meglio in acque a noi più familiari: «Il Mediterraneo è ancora più compromesso. Al problema dell’innalzamento dei mari qui si sommano la forte salinità di un ambiente chiuso, l’acidificazione, l’arrivo di 300 specie aliene invasive».

Il Mare Nostrum conserva il 25% della biodiversità marina mondiale e ospita il 30% dei traffici commerciali, ma ora conta anche 1 tonnellata di plastica ogni 3 tonnellate di pesce. Di fronte a tutto questo, conclude Greco, «non possiamo fare come Ulisse davanti alle sirene: la comunità scientifica è costretta a sentire il grido della Terra e a dire le cose come stanno».

Ma anche noi possiamo fare molto: scegliere cosa mettere nel piatto è un atto politico.

Fonte: ilcambiamento.it

Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.9541-10298

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

Fonte: ilcambiamento.it

Milano, recuperati nelle mense 100mila chili di frutta e 60mila di pane all’anno

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Con il programma “Siticibo” di Banco Alimentare Onlus e Milano Ristorazione in un anno sono stati salvati nelle mense milanesi 98 tonnellate di frutta e 57 tonnellate di pane. L’80% del cibo recuperato proviene dalle scuole, il resto dalle mense aziendali. A Milano lo spreco di cibo si combatte anche nelle scuole. Con il programma “Siticibo” di Banco Alimentare Onlus e Milano Ristorazione in un anno sono stati recuperati nelle mense milanesi 98 tonnellate di frutta e 57 tonnellate di pane. L’80% del cibo recuperato proviene dalle scuole, il resto dalle mense aziendali. I refettori scolastici coinvolti sono 99 mentre le strutture caritative milanesi aiutate con il programma “Siciticibo” sono 79. (Dati pubblicati su http://www.milanoristorazione.it/notizie-eventi/progetti/progetti-attivi/1070-progetti-di-contenimento-sprechi-alimentari-collaborazione-con-siticibo)

Siticibo è attivo dal 2003 ed è la prima applicazione della Legge n. 155/2003, nota come legge del Buon Samaritano, che ha lo scopo di recuperare il cibo cotto e fresco in eccedenza nella ristorazione organizzata e dunque anche nei refettori scolastici. L’iniziativa è partita da una mamma, oggi volontaria di Banco Alimentare, che preoccupata nel vedere i quantitativi di cibo sprecati nella scuola frequentata dai figli ha contattato il Banco Alimentare proponendo alcune iniziative per recuperare le eccedenze e sensibilizzare alunni e insegnanti. Oltre al recupero e alla distribuzione del cibo Banco Alimentare propone azioni educative. “Entrando nelle scuole ci siamo accorti che i bimbi e gli insegnanti erano desiderosi di sapere perché salviamo gli alimenti. Nasce dunque l’attività sull’educazione al valore del cibo che non va sprecato e neanche sciupato sui tavoli”

Le iniziative contro lo spreco di cibo nelle scuole milanesi sono davvero tante.  

Nel corso degli anni, sono stati distribuiti in più di 80 plessi scolastici di Milano più di 24.700 sacchetti “Salva merenda”. Gli alunni delle scuole che hanno aderito al progetto “Io non spreco” usano il sacchetto per portare a casa frutta, pane, budini UHT e prodotti da forno, da loro stessi non consumati durante il pranzo e la merenda a scuola.387407_2

Invece negli asili dove sono stati distribuiti i kit “Riciclo e coltivo”gli avanzi si trasformano in compost da usare nei giardini delle scuole che hanno aderito all’iniziativa. Da non sottovalutare anche la scelta di consumare la frutta a metà mattina anticipando la distribuzione della frutta prevista a fine pasto. Con il progetto “Frutta a metà mattina” di Milano Ristorazione i bambini infatti apprezzano di più la frutta e si evitano gli sprechi a pranzo dato che spesso non si riesce a finire il pasto. Ma non solo. Lo spreco di cibo si combatte anche là dove viene cucinato. Milano Ristorazione cucina un numero di pasti tenendo conto degli alunni presenti a scuola il giorno prima. A metà mattina ricevono i fax con il numero di presenze per quella data giornata e se le porzioni preparate fossero in più non saranno consegnate ma conservate grazie agli abbattitori rapidi di temperatura e distribuite alle associazioni che operano sul territorio.  Sulle pagine di Eco dalle città abbiamo parlato più volte delle azioni contro lo spreco di cibo grazie anche al progetto “Formichine Salvacibo” finanziato dalla Fondazione Cariplo che ha visto la partecipazione e la premiazione di alcune scuole milanesi impegnate con attività di sensibilizzazione contro gli sprechi alimentari.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Alessandra Guigoni: valorizzare i territori partendo dal cibo locale – Meme #5

Partire dai prodotti alimentari per valorizzare i territori, favorendo il recupero dei saperi, il turismo e l’economia locale. Di questo e di altri temi legati all’alimentazione abbiamo parlato con Alessandra Guigoni, antropologa culturale che anni si occupa di storia e cultura del cibo. Alessandra Guigoni è un’antropologa culturale sarda specializzata in alimentazione da oltre venti anni. È una collaboratrice del festival Scirarindi, che da anni Italia che Cambia ha il piacere di seguire e raccontare. Si occupa di storia e cultura del cibo, nell’ottica della valorizzazione delle produzioni locali, del patrimonio agro-alimentare e delle eccellenze enogastronomiche.

“Un lavoro che non è fine a se stesso – ci spiega Alessandra – perché cercando di valorizzare le comunità del cibo si prova a valorizzare i territori che sono alle spalle dei prodotti, i saperi a volte millenari che accompagnano la storia di questi prodotti: il legame tra le comunità del cibo che realizzano i prodotti e il cibo è un legame che è doveroso far emergere, d’altronde è in questo frangente che la storia del cibo diventa anche la storia degli uomini e dei luoghi che li circondano”.

Una valorizzazione che assume un aspetto ancora più importante in anni in cui il processo della globalizzazione, oltre che a governare processi umani ed economici notevoli, influenza anche il cibo, i consumi e gli stili alimentari verso una sempre maggiore omologazione. In questo contesto il ruolo centrale della ripartenza delle economie locali si collega al cibo, il quale gioca un ruolo considerevole nella valorizzazione del turismo. Alessandra nel suo lavoro parla di Food Experience, che come ci spiega “non è da intendersi come la semplice foto della pietanza, o farsi il selfie con lo chef. C’è molto di più: noi attraverso il cibo raccontiamo la storia e la cultura delle persone che lo preparano, c’è un plus-valore in questo che non viene compreso e il mio lavoro è cercare di raccontarlo e valorizzarlo”.11796455_438081003041365_5433422733796718966_n

Alessandra Guigoni

Da diversi anni, oltre che con Scirarindi, Alessandra Guigoni collabora con enti pubblici e privati, associazioni, con piccoli comuni (“più piccoli sono più mi piacciono”, ci confida) e anche con singoli in base ad un singolo progetto ma soprattutto in base all’autenticità della realtà rispetto ai valori sopra elencati. Con la condotta di Slow Food di Cagliari ha contribuito a far nascere alcune Comunità del Cibo in Sardegna come quella del cappero selargino, dei produttori di materiali edili e sostenibili e dell’Anguria di Gonnosfanadiga. Oltre a questo collabora con riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive su temi sempre legati al cibo.

Antropologia e alimentazione insieme: quali strumenti ci danno per capire davvero noi stessi e di riflesso la realtà che percepiamo? Come facciamo a scoprire di noi attraverso il cibo?

L’antropologia culturale (anche la sociologia, per certi versi) offre una chiave interpretativa della realtà che ci circonda che non è mai banale e mira a scardinare pregiudizi e luoghi comuni: tratta come straordinario ciò che è ordinario e quotidiano, come il cibo, e considera come ordinario, comune, ciò che ci appare, ad un primo momento, come straordinario. Uno sguardo ironico, attento e straniante, che toglie la maschera a tanti atteggiamenti e comportamenti che non hanno niente di “naturale”, ma sono appunto, figli del proprio tempo. L’antropologia dell’alimentazione si occupa del cibo a trecentosessanta gradi, e cerca di saldare il passato al presente, attraverso la ricerca sul campo, l’interpretazione dei dati raccolti e la sistematizzazione in teorie organiche e convincenti.

Siamo ciò che mangiamo: secondo te, i problemi ai quali assistiamo in questa fase eternamente delicata del nostro Pianeta sono direttamente collegati alla standardizzazione e al netto peggioramento della qualità del nostro cibo?

Potenzialmente, in Occidente, non si è mai mangiato meglio, nel senso di quantità di cibo e sicurezza alimentare. Sino alla Seconda Guerra Mondiale la mortalità infantile era disastrosa e si moriva, mediamente, abbastanza giovani. Il cibo era spesso di scarsa qualità, non c’erano frigoriferi, non c’erano le tecnologie di conservazione e stoccaggio odierne… Oggi c’è cibo per tutti e potenzialmente il cibo è salubre, ma, c’è sempre un ma, l’Industria alimentare negli ultimi venti anni ha deteriorato la qualità del cibo riempiendola di zuccheri, grassi, coloranti e conservanti inutili. Ho visto un integratore alimentare che sembrava attraente, scontato del 50%, in una parafarmacia. A parte che se si mangiano le 5 porzioni quotidiane di frutta e verdura non ci servono vitamine e sali minerali da integratori ma… comunque ho letto l’etichetta con gli ingredienti. Sai quali erano i primi due in lista, quindi i più rilevanti? Acqua e fruttosio. Molte persone preferiscono prendere questi beveroni invece di sbucciare un paio di arance e preparare un insalata con verdure fresche di stagione, convinti che l’assunzione di questi prodotti equivalga a mangiare in modo sano e consapevole, ma ovviamente non è così. Manca l’educazione alimentare, totalmente, e le cucine -pubbliche e domestiche- spesso non sono sostenibili: si spreca troppo cibo, si usano troppi oggetti che hanno packaging di plastica, alluminio, cartone, ci sono troppi prodotti monouso. Non si utilizzano scarti e avanzi, si butta tutto.localfoodnetworkslidedeck

Secondo te, meno cibo e coltivato meglio sarebbe davvero catastrofico per l’umanità? In tanti dicono che la produzione industriale e chimica del cibo ha risolto la fame, hai degli strumenti per dirmi che c’è anche un’altra strada e questa non sia l’unica?

“La produzione industriale e l’uso dei concimi chimici, la cosiddetta rivoluzione verde ha risolto la fame nel venti per cento della popolazione, ma l’ottanta per cento fa ancora la fame, e le cause sono davvero complesse e sono connesse a fattori sociali, economici, politici. Oggi nel mondo c’è cibo a sufficienza per sfamare tutti, così dicono molti scienziati, ma è distribuito in modo ineguale e molto va sprecato. Non ne va prodotto di meno, almeno allo stato odierno, ma meglio. Con tecnologie meno impattanti, inquinanti. E poi vanno redistribuite le calorie: in Occidente ci sono tassi di sovrappeso e obesità preoccupanti, si parla di epidemia mondiale di obesità perché anche nei paesi emergenti, come Cina, India, Messico, i tassi sono in aumento, mentre c’è parte delle loro popolazioni che soffrono la fame, esistono molte disparità socio-economiche. Noi mangiamo troppo e male, si parla di “malnutrizione” anche in Italia, ma intendendo l’esagerato consumo di cibi confezionati, pieni di zuccheri e grassi, che sono consumati soprattutto dalle fasce deboli della popolazione, deboli culturalmente e economicamente. Ricordi l’orto di Michelle Obama? Negli USA i ricchi sono magri, seguono la dieta mediterranea e mangiano bio, i poveri, e sono tanti, fanno colazione e pranzo da McDonald’s e la loro speranza di vita sta diventando drammaticamente inferiore a quella dei loro concittadini ricchi.

Le élite politico-economiche si assomigliano molto: i giovani ricchi di Teheran fanno una vita assai più simile a quella dei giovani ricchi russi o italiani, rispetto a quella dei loro coetanei iraniani. E nello stile di vita ci metto anche l’alimentazione, che discrimina anche nella speranza di vita, nella qualità della vita e nello sviluppo del corpo nei bambini, oggi come cento anni fa. Tutto questo è insopportabile e intollerabile. Il cibo deve essere democratico, e la consapevolezza alimentare deve essere uno dei diritti inviolabili. Poi credo che aiutare i produttori locali faccia bene all’ambiente, all’economia e allo sviluppo locale. Non capisco perché devo nutrirmi di arance che vengono dall’altra parte del mondo quando nelle campagne attorno a Cagliari è pieno di agrumi. L’impronta che questi trasporti di merci alimentari lasciano è molto importante. Certo fare la spesa al giorno d’oggi è complicato: ci sono troppe sirene che abbagliano i sensi, e alla fine si riempie il carrello di porcherie anonime, dimenticando i sapori della propria identità, i sapori di casa, i sapori della propria terra. È un peccato…”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/alessandra-guigoni-valorizzare-territori-partendo-cibo-locale-meme-5/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.orti

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

fonte: ilcambiamento.it

 

 

Torino: nelle scuole dei comuni Covar14 si impara anche a non sprecare il cibo

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Alle ormai tradizionali lezioni su raccolta differenziata e compostaggio domestico si affianca una nuova tipologia di intervento volta a sensibilizzare sul tema dello spreco alimentare. E’ in pieno svolgimento da un mese circa, il progetto scolastico gestito da Achab Group “La differenza si (ri)fa a scuola”, erede di quello dello scorso anno ed ennesima edizione, come da tradizione ormai pluriennale per Covar14, di interventi di educazione ambientale presso i plessi scolastici (scuole dell’infanzia, primarie e secondarie) dei 19 comuni consorziati (area sud ovest di Torino). Grande successo ha avuto l’iniziativa del Consorzio di affiancare alle ormai tradizionali lezioni su raccolta differenziata e compostaggio domestico una nuova tipologia di intervento (per le primarie e le secondarie di primo grado) ovvero quella volta a sensibilizzare sul tema dello spreco alimentare. Una visione proposta ai bambini che va dalll’impatto della produzione globale di cibo fino alla gestione del frigo di casa propria e che ha raccolto le preferenze di più di 100 classi. In totale (da segnalare anche la novità di lezioni sui RAEE per le scuole secondarie di primo grado) sono aumentate le adesioni rispetto allo scorso anno con ben 215 lezioni in classe, 37 laboratori di compostaggio domestico e 17 classi aderenti (anche superiori) a visite a impianti del territorio (termovalorizzatore del Gerbido o Ecocentri consortili). Per un totale di circa 4.500 studenti coinvolti e 269 attività. Tira le somme Leonardo Di Crescenzo, presidente del Consiglio di Amministrazione di Covar14 : “Il confronto con i 215 appuntamenti del 2016 prova che, anno per anno, cresce la sensibilità degli insegnanti verso questo argomento e le scuole si mettono in gioco per fare la loro parte. La loro collaborazione per la nostra attività è molto importante e proporre loro un’iniziativa che riscuote gradimento è un motivo di orgoglio”.

Come al solito l’offerta didattica è integrata da materiali informativi per gli insegnanti (spreco alimentare e RAEE i temi) e alunni con un opuscolo sul rifiuto organico a 360° (dalla raccolta differenziata al compostaggio, oltre che utili consigli per evitare lo spreco degli alimenti) e con interessanti pieghevoli sempre a tema RAEE e riciclo degli imballaggi.

Fonte (testo e foto): Achab Group