Milano, food policy: oltre 100 orti didattici nelle scuole, pubblicate le linee guida per crearli

Anche in vista della riapertura di questo particolare anno scolastico, che richiede l’individuazione di progetti all’aperto, sono state pubblicate dal Comune di Milano le “Linee Guida per gli orti didattici nelle scuole milanesi”

La realizzazione di un orto scolastico è tra le opportunità formative più efficaci e coinvolgenti per bambini e ragazzi. Già oggi sono 107 quelli attivi nelle scuole comunali e statali di Milano: 62 nelle Scuole dell’Infanzia e 20 nei Nidi, 12 in Istituti comprensivi, 9 in Scuole Primarie, 2 in Scuole secondarie di I grado e 2 in Scuole dell’Infanzia statali. Tra gli orti didattici realizzati nelle scuole del Comune di Milano, 36 sono stati creati e vengono gestiti con il supporto di professionisti, 26 con l’aiuto di volontari e 20 sono completamente ‘fai-da-te’.  Proprio partendo da queste esperienze e con l’obiettivo di educare al valore della natura e del cibo fin da piccoli e garantire attività costruttive all’aperto – a maggior ragione in vista della riapertura di questo particolare anno scolastico, che richiede l’individuazione di progetti all’aperto per fronteggiare l’emergenza Covid-19 – sono state pubblicate dal Comune di Milano le “Linee Guida per gli orti didattici nelle scuole milanesi”: www.foodpolicymilano.org/wp-content/uploads/2020/02/Linee-Guida-Orti-Didattici.pdf.

All’interno vengono spiegati tutti gli aspetti più pratici. Dai costi (intorno ai mille euro, se ci si avvale dell’aiuto di professionisti) alle possibili fonti di finanziamento, dalle fasi della realizzazione del progetto (definizione delle opzioni tecniche, presentazione agli uffici, acquisto del materiale, formazione, preparazione del terreno, semina, raccolta e produzione) alle diverse tipologie (dall’orto a pieno campo a quello nei cassoni, dalla serra al frutteto), fino alle tante esperienze di successo da cui prendere spunto: ‘MiColtivo’ di Fondazione Riccardo Catella, ‘Scuola nell’orto’ dell’Istituto Rinnovata Pizzigoni, il metodo montessoriano dell’Istituto Riccardo Massa, gli orti di via Padova di Legambiente Lombardia, quelli delle associazioni Quei dei Tredesin e Nonni amici, della Scuola Rinascita, ‘Orto in condotta’ di Slow Food e quelli a pieno campo del Rotary Club San Siro. L’idea alla base della realizzazione dell’orto didattico è che diventi uno stimolo per l’apprendimento attivo. Per questo il progetto deve mettere insieme diverse materie, come scienze, matematica, educazione civica, geografia, letteratura e arte. La realizzazione permetterà a bambini e ragazzi di sviluppare competenze sociali, di rafforzare il lavoro di gruppo e la responsabilità individuale, di favorire dialogo e scambio intergenerazionale e fornirà, soprattutto ai più grandi, elementi per valutare la sostenibilità nel tempo di un’iniziativa e gli aspetti imprenditoriali ad essa legati. Ultimo, ma non meno importante in una città che vuole ripensare anche ai suoi tempi, è che la realizzazione di un orto può insegnare il valore dell’attesa dei tempi della natura

Lo scorso autunno, la Food Policy del Comune di Milano, insieme agli assessorati al Verde, all’Educazione ed Edilizia scolastica e alla Direzione Quartieri, aveva lanciato l’idea di un vademecum sugli orti didattici traendo spunto dalle esperienze virtuose di insegnanti, educatori e addetti ai lavori di tante scuole della città. Da qui sono nate le linee guida, promosse insieme alla Fondazione Cariplo, nell’ambito delle azioni attuative della Food Policy di Milano, e realizzate con il supporto del centro di ricerca Està – Economia e Sostenibilità: saranno distribuite alle scuole in autunno, dopo la riapertura.

Fonte: ecodallecitta.it

Il Coronavirus e la fragilità della globalizzazione

È bastato un virus per creare il panico mondiale, con tanto di crisi economiche, perdite di punti del PIL, turismo in pericolo, merci e container fermi, fabbriche vuote, personale a spasso. Tutto questo è un poco simpatico regalo della globalizzazione.

Il Coronavirus e la fragilità della globalizzazione

È bastato un virus per creare il panico mondiale, con tanto di crisi economiche, perdite di punti del PIL, turismo in pericolo, merci e container fermi, fabbriche vuote, personale a spasso. Tutto questo è un poco simpatico regalo della globalizzazione, che poi è il nome più gentile di mercantilizzazione. Nel mondo dove tutto è mercato e le merci devono attraversare continenti in meno di un attimo, ci si è accorti che chi dipende da questo sistema va in tilt in poco tempo. Non sembrerebbe una bella cosa, infatti è il cappio che ci siamo messi al collo da soli.

Se la Cina è il supermercato mondiale, quindi anche il nostro, e se per qualche motivo si ferma, cosa succede? Grandissimi problemi. 

La mercantilizzazione infatti significa la dipendenza totale. Siamo dipendenti  dai combustibili fossili, dagli alimenti chimici e dal supermercato cinese che grazie al suo esercito di schiavi ci rifornisce di tutto a prezzi irrisori. E così la nostra società è un gigante dai piedi di argilla che va in crisi velocemente proprio a causa delle sue dimensioni, della sua rigidità e della sua incapacità di reagire a eventi improvvisi. E’ chiaro che i fautori di quello che erroneamente si considera progresso, della tecnologia lanciata a tutta velocità al solo servizio del profitto, non possono che percorrere la strada della dipendenza perché è quella che gli garantisce i maggiori profitti. E quindi ci siamo cacciati in questa situazione estremamente pericolosa dove basta un niente per metterci nei guai. Ma quando suonano questi campanelli d’allarme, si spera che passi la nottata e poi si continua tutto come prima, senza avere imparato nulla e soprattutto senza fare nulla per evitare nuove possibili crisi. Perché la mercantilizzazione  non può aspettare, non si può fermare e chi primo arriva, vince. Quale è la soluzione per non rimanere incastrati in questo gioco perverso? Innanzitutto diventare il meno dipendenti possibile nei due aspetti fondamentali per la sopravvivenza: il cibo e l’energia. Poi si dovrebbero progressivamente diminuire i consumi superflui e la conseguente dipendenza dai supermercati cinesi o di chiunque sia, che sfornano cianfrusaglie a getto continuo.  Contare il più possibile sulle nostre forze, riscoprire i tanti talenti e risorse che abbiamo, senza doverle fare arrivare da chissà dove. Abbiamo troppo abbandonato la nostra eccezionale creatività e capacità di saper fare, abbiamo importato cibo spazzatura che è un insulto alla nostra tradizione di cibo sublime e cosa ci ha portato tutto questo? Le case piene di merci di scarsissima qualità, poco durevoli e i nostri corpi avvelenati da alimenti che non meritano questo nome. Per non parlare poi dell’inquinamento e delle montagne di rifiuti che sono il fardello immancabile della mercantilizzazione. Di fronte ad una presa di coscienza in cui si iniziasse ad emanciparsi, gli apprendisti stregoni della crescita e del falso progresso, grideranno allo scandalo, al ritorno indietro, all’autarchia, senza tenere presente che indietro ci torniamo di sicuro se si prosegue nella strada della dipendenza totale e sarà un indietro doloroso dalle tinte assai fosche. Meglio quindi andare avanti e progredire nella giusta direzione, quella della riscoperta di quanto di bello, efficace, utile e importante abbiamo già qui da noi in Italia senza dover dipendere dal vero virus che è quello della mercantilizzazione di tutto e tutti

Fonte: ilcambiamento.it

Foodbusters: acchiappacibo in azione per salvare gli avanzi degli eventi

Recuperare il cibo avanzato degli eventi, in particolare dei matrimoni, per donarlo a chi ne ha bisogno. Un’idea semplice ma necessaria in un momento storico in cui regna il paradosso della povertà alimentare e dello spreco di cibo, che proprio in alcune occasioni raggiunge livelli elevatissimi. Ne abbiamo parlato con Diego Ciarloni, portavoce di Foodbusters, la prima associazione di recupero cibo delle Marche e tra le primissime in Italia. Immaginatevi la scena: il vostro giorno più bello, programmato nei minimi dettagli, finalmente la festa può iniziare. Tutto è perfetto proprio come ve lo eravate immaginato, la location, l’atmosfera, i fiori, la musica e i vostri invitati che condividono con voi questa gioia. Ovunque ci sono prelibatezze, il buffet degli antipasti, i vari angoli a tema, i dolci. La parola d’ordine è: abbondanza. A fine evento, quando avete salutato tutti e iniziate a pensare alla luna di miele nel lasciare il ristorante, vi rendete conto che di tutte quelle prelibatezze, molte sono ancora intatte nei vassoi e notate la grande quantità di cibo avanzato. Riflettete sul fatto che molto probabilmente tutto questo ben di Dio verrà buttato via. E poi vi viene un’idea: perché non donare tutto quello che è avanzato a chi ne ha bisogno?

Molte persone oggi sono in seria difficoltà economica, anche chi fino al giorno prima aveva una vita “normale” può ritrovarsi per una serie di eventi a non riuscire a mettere insieme tre pasti al giorno. Di contro le statistiche parlano chiaro: in Italia gli sprechi alimentari superano i 15 miliardi di euro all’anno. Un aiuto concreto si può dare. Nelle Marche c’è un gruppo di persone che hanno fondato la prima associazione Onlus di recupero del cibo, fra le primissime in Italia. Abbiamo incontrato il portavoce di Foodbusters, Diego Ciarloni, ed ecco cosa ci ha raccontato.

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Quando e come è nato il progetto?

Il progetto è nato nel 2016 da un gruppo di amici. Una sera mi sono trovato a parlare con una signora con gravi problemi di salute che si è ritrovata all’improvviso senza lavoro e in seria difficoltà. Mi ha raccontato che lei ed altre persone nella sua situazione hanno trovato un grande aiuto da un fruttivendolo e un macellaio della loro zona che a fine serata, dona loro quanto è avanzato. Mi è quindi venuta l’idea, pensando ai retroscena degli eventi, soprattutto i matrimoni, dove spesso avanza una grande quantità di cibo che quasi sempre viene buttata via. Ho sentito l’urgenza di fare qualcosa di concreto, sono tornato a casa e ne ho parlato con mia moglie e con una coppia di amici e così ci è venuta l’idea.

E poi?

E poi abbiamo dovuto pensare a come poterlo fare concretamente perché sappiamo bene che non basta prelevare il cibo avanzato ma bisogna fare in modo che arrivi a destinazione rispettando tutte le norme igienico sanitarie.

Come avviene il vostro lavoro?

Previo accordo con gli sposi o con gli organizzatori dell’evento, ci rechiamo personalmente a evento finito e ci occupiamo della raccolta del cibo cotto, prestando particolare attenzione alla suddivisione in base alle esigenze alimentari delle persone, per cui stiamo attenti a dividere le pietanze senza glutine o vegetariane. Utilizziamo guanti di protezione, contenitori di alluminio termici e antibatterici. Una volta terminata la raccolta, lo consegniamo personalmente alla mensa sociale più vicina.

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In base a quali criteri avviene la distribuzione?

Abbiamo mappato le mense sociali in modo da individuare la mensa più vicina alla location dell’evento garantendo così che il cibo arrivi il più velocemente possibile e inoltre, chiunque si trova in difficoltà, visitando il nostro sito può sapere dove si trovano le mense non trovandosi così nella situazione di dover chiedere.

In che modo chi organizza l’evento può aiutarvi?

Noi chiediamo un contributo di 1 euro a persona, parlando con gli sposi o gli organizzatori degli eventi, forniamo tutto il materiale informativo e diamo la possibilità di usare il nostro logo e i nostri riferimenti. Potranno così spiegare ai loro invitati, che ci stanno dando una mano concreta, che il loro giorno speciale lo sarà ancora di più perché avranno la possibilità di aiutare chi è meno fortunato.

In quali altri modi cercate di sensibilizzare le persone a questo argomento?

Andiamo agli eventi, alle fiere e soprattutto nelle scuole dove parliamo con i ragazzi. Li coinvolgo, lancio loro delle “sfide” e gli chiedo di partecipare attivamente allo spreco alimentare, l’ultima volta ho ricevuto una telefonata da una maestra che mi ha messo in viva voce i ragazzi che in coro mi hanno detto: “Sfida accettata”! Andiamo inoltre nelle università parlando con chi fa ricerca e proponendo loro di lavorare a progetti che affrontano questo problema reale.

Un evento particolare?

Una volta siamo andati ad un matrimonio, a fine evento e siamo entrati cercando di dare nell’occhio il meno possibile, non volevamo disturbare o creare imbarazzo. All’improvviso abbiamo sentito un applauso e al momento ho pensato che forse gli sposi stavano entrando in cucina per qualche ragione e l’applauso fosse per loro. Dopo qualche minuto ho capito che gli invitati stavano applaudendo noi, è stato bello, abbiamo sentito tutto il loro sostegno.

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Quali sono invece le difficoltà?

Purtroppo ne abbiamo trovate parecchie, altrimenti non si chiamerebbe “lotta allo spreco”. Abbiamo ricevuto molte porte in faccia, persone che non vedono quanto sia reale e grave questo problema e che riguarda tutti noi. Inoltre spesso le persone non comprendono come mai richiediamo un contributo. Ci tengo a precisare che di tutto quello che raccogliamo noi non tratteniamo assolutamente nulla. Chiunque può vedere che documentiamo online in tempo reale sia il ritiro che la consegna del materiale. Il contributo ci serve per poter affrontare i costi che dobbiamo sostenere per portare a termine ogni ritiro e consegna. Spesso non ci riusciamo e non è raro che ci rimettiamo del nostro, spesso abbiamo macinato chilometri in piena notte per recuperare cibo che altrimenti sarebbe finito in discarica. Ci crediamo, abbiamo un sogno e quindi andiamo avanti.

Quali sono i prossimi progetti?

Gli scenari in cui il cibo viene sprecato sono moltissimi, oltre agli eventi stiamo cercando di sensibilizzare i ristoranti, gli hotels e i supermercati. Vorremmo far capire loro che il valore aggiunto è enorme. Oltre a dare un contributo concreto donando il cibo avanzato a chi ne ha bisogno, renderanno i loro clienti consapevoli che la loro azienda è a favore della lotta allo spreco e inoltre, avranno un potenziale risparmio sui tributi comunali.

Ma si può fare ancora di più.

Cioè?
Pensa a come sarebbe se grazie a questo contributo che chiediamo ci fosse la possibilità di creare un nuovo lavoro magari proprio per chi è disoccupato: il “recuperatore”, una persona che recupera il cibo e lo consegna direttamente a casa delle persone anziane in difficoltà. Molte di loro hanno problemi seri e non hanno più la forza né di fare la spesa, né di cucinare. Così facendo il recuperatore consegna fino alla loro porta di casa del cibo pronto creando così un circolo virtuoso: il potenziale alimento-rifiuto mantiene le sue qualità intatte divenendo una risorsa che sfama e offre anche un’occasione di reintegro sociale creando valore etico.

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Cosa può fare il singolo?

Ognuno di noi può fare piccole azioni per evitare lo spreco. Piccoli gesti quotidiani che facciamo inconsapevolmente ma che possono fare una grande differenza. Un esempio? Al supermercato scegliete prodotti vicini alla scadenza, sarete così più attenti a consumarli per primi anziché lasciarli nel frigo fino alla scadenza e come spesso accade buttandoli via senza averli consumati. A una pizzata tra amici, anziché ordinare qualcosa mentre si aspetta, sforzatevi di aspettare che vi arrivi quello che avete ordinato e se proprio desiderate prendere qualcos’altro, fatelo dopo che avete terminato la prima portata. Spesso ho visto tornare indietro pizze quasi intere perché ci si era riempiti con i vari antipasti e stuzzichini durante l’attesa oppure, pratica che inizia per fortuna a prendere piede anche da noi, non abbiate timore di chiedere il doggy bag.

Avete un motto?

Certo: “Non salviamo il mondo ma insieme possiamo provarci”.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/foodbusters-acchiappacibo-azione-salvare-avanzi-eventi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Celocelo Food, la rete di esercizi commerciali che dona il cibo a chi ne ha bisogno

Celocelo Food è il nuovo progetto di recupero delle eccedenze alimentari che sta partendo a Torino, costruendo una rete di esercizi commerciali sensibili ai temi della responsabilità sociale e ambientale. Il progetto è realizzato dall’Agenzia per lo Sviluppo Locale di San Salvario e da Equovento Onlus e rappresenta l’ultima novità del già attivo progetto Celo Celo.

Recuperare i prodotti alimentari in eccedenza dagli esercizi commerciali locali e distribuirli a persone e famiglie in difficoltà economica, attraverso l’utilizzo di una applicazione digitale. Si chiama Celocelo Food il progetto ambizioso partito proprio in queste settimane a Torino, che va ad arricchire la missione di Celo Celo, progetto che, sul territorio, mette in contatto chi opera nel sociale con chi ha qualcosa da regalare. Si tratta di una piattaforma che si basa su una rete locale di enti no profit che rende possibile l’incrocio della domanda/offerta di beni e servizi di prima necessità, favorendo la donazione e il trasporto di beni materiali a persone e famiglie in difficoltà economica. Non solo indumenti, accessori, elettrodomestici o arredamenti inutilizzati: da ora sarà possibile recuperare anche il cibo. Si tratta di prodotti perfettamente conservati e consumabili, che rischierebbero di diventare rifiuto e che vengono ridistribuiti presso strutture locali, riducendo al minimo l’impegno e i costi di natura logistica quali quelli legati allo stoccaggio, all’immagazzinamento e alla distribuzione centralizzata.

“Celocelo Food punta a costruire una rete di esercizi commerciali sensibili ai temi della responsabilità sociale e ambientale, dar loro visibilità, facilitare le donazioni di eccedenze, intercettare e coordinare cittadini attivi che abbiano voglia e motivazione di dedicare un po’ del loro tempo libero a queste attività” si legge sul sito.

Ma come funziona?

Tutti i sabati, a chiusura, i volontari e gli operatori di CeloCelo passeranno nei negozi con i materiali necessari per la raccolta delle eccedenze invendute e degli alimenti cucinati. Questi verranno portati agli operatori accreditati che gestiscono persone e famiglie in difficoltà. La donazione permetterà di accedere a sgravi fiscali, garantendo quindi vantaggi non solo a chi riceve ma anche a chi dona. Al progetto possono partecipare tutti, anche coloro che non hanno un negozio: confrontandosi con i propri negozianti di fiducia è infatti possibile comperare e donare gli alimenti che verranno distribuiti a chi ne ha più bisogno. Il progetto è realizzato dall’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus e da Equovento onlus, due realtà specializzate nel recupero e redistribuzione delle eccedenze. E’ inoltre sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, in collaborazione con le Officine Informatica Libera e la cooperativa sociale Stranaidea, che si occupa di integrazione sociale e di sostegno alla cittadinanza attiva, intervenendo a favore di persone senza fissa dimora e gestendo alcuni dormitori sul territorio e case di prima accoglienza.

Saranno in particolare due i circuiti specifici di recupero e redistribuzione di alimenti freschi e secchi: “un circuito di recupero coinvolgerà piccoli esercizi commerciali nell’area di San Salvario e dei quartieri limitrofi; un altro circuito, che partirà in un secondo momento, coinvolgerà la grande distribuzione, utilizzando un meccanismo di prenotazione dei prodotti alimentari recuperati” si legge sul sito. Gli obiettivi del progetto sono molteplici, con grandi benefici per tutti: recuperare prodotti alimentari buoni garantendone la perfetta conservazione e ridistribuirli in maniera mirata a chi ne ha davvero bisogno. Ma anche sensibilizzare gli operatori commerciali ad entrare in una rete di solidarietà e welfare locale e sollecitare i consumatori a orientare le proprie scelte di acquisto presso esercizi commerciali responsabili, oppure attivare volontari che possano farsi carico, nel tempo, delle attività di recupero e redistribuzione.

Sono diverse le realtà del quartiere che già collaborano col progetto, quali Verdessenza Ecobottega, Tomato Backpackers Hotel o Panacea.

Celocelo Food è attualmente alla ricerca di operatori commerciali grandi e piccoli che vogliano aderire al progetto, in un impegno collettivo capace di fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Celocelo Food
Autore: Verdessenza Ecobottega
Licenza: Pagina fb Verdessenza Ecobottega

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/celocelofood-rete-esercizi-commerciali-dona-cibo-chi-ne-ha-bisogno/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“Too Good To Go”, l’app che combatte lo spreco alimentare

“Troppo buono per essere buttato” è il cibo invenduto di ristoranti, bar, panifici, hotel, supermercati e altre attività di ristorazione che, con la nuova iniziativa “Too Good To Go”, giunta a Milano e ora anche a Torino, verrà messo in vendita a prezzi ribassati tramite l’utilizzo di una applicazione, coinvolgendo sempre più persone alla lotta contro gli sprechi alimentari.

Vetrine piene di prelibatezze, abbondanza di alimenti di ogni forma e colore tra i banchi del supermercato, specialità dei ristoranti che aspettano solo di essere gustate. Tanto, troppo cibo appetitoso e pronto per essere consumato che ha un solo problema: è rimasto invenduto e andrà incontro ad un unico, triste destino… finire nell’umido. Negli ultimi anni, anche a fronte di una maggior sensibilità ad una filosofia anti-spreco, le soluzioni per salvaguardare il cibo sono aumentate in modo significativo, attraverso pratiche virtuose che coinvolgono sempre più soggetti.
A Torino è recentemente arrivata Too Good To Go, l’iniziativa che consente alle attività di ristorazione di recuperare il cibo fresco invenduto, permettendo allo stesso tempo ai consumatori, tramite l’utilizzo di un’applicazione, di ordinare il proprio pasto a prezzi ribassati. Quali sono i reali costi dello spreco del cibo? Iniziamo dal fatto che, a scala globale, ogni anno circa un terzo degli alimenti viene sprecato. Per quanto riguarda il caso italiano, come riportato sul sito di Too Good To Go, ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di alimenti viene gettato via: “Sono 20 tonnellate per minuto, 317 kg ogni secondo… che corrisponde allo stesso peso di 190 Titanic! Non è assurdo? Questo spreco aumenta ogni giorno e in termini di spesa corrisponde a €17 miliardi l’anno. Sono circa €700 l’anno spesi da ogni famiglia per acquistare del cibo che infine finisce nella spazzatura”.

Too Good To Go rappresenta, in questi termini, un movimento anti-spreco che, nato in Danimarca, è giunto fino in Italia e parte dall’affermazione di Chad Frischmann, esperto del cambiamento climatico, il quale sostiene che ridurre gli sprechi alimentari sia una delle azioni più importanti che possiamo fare per contrastare il riscaldamento globale.
In Italia la missione del progetto si basa quindi sulla volontà di creare la più ampia rete anti-spreco che faciliti un trasformazione collettiva a partire dal cibo, per generare un cambiamento positivo nella società.

“Il cibo viene continuamente sprecato durante l’intero processo che lo porta dalle fattorie alle nostre tavole. Non sono solo gli alimenti in sé che vanno sprecati, lo sono anche tutte le risorse necessarie per produrli, dall’acqua, alla terra, al lavoro delle persone. Se sprecato, il cibo ha un effetto dannoso sull’ambiente in quanto è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra” si legge sul sito.

Ma come funziona Too Good To Go?

Accedere al servizio è facile: le attività di ristorazione iscritte all’applicazione metteranno in vendita le cosiddette “Magic Box”, ovvero delle “confezioni magiche” al cui interno si possono trovare prodotti freschi a prezzi ribassati, tra i 2 e i 6 euro. I consumatori, geolocalizzandosi ed individuando i locali inclusi nella rete, potranno quindi ordinare e acquistare online il prodotto, ritirandolo nel negozio interessato. Il cibo proviene ad esempio da bar che hanno cucinato troppi prodotti freschi che non possono essere conservati, oppure da ristoranti che non hanno venduto tutti i piatti che hanno preparato. La particolarità dell’iniziativa è che il consumatore scoprirà il cibo che ha acquistato soltanto nel momento in cui ritirerà la Magic Box. Attraverso il progetto si vogliono incoraggiare i clienti a portare da casa i propri contenitori, col fine di limitare l’uso di imballaggi ed inoltre ogni Magic Box acquistata permetterà di evitare l’emissione di 2 kg di Co2.

Il progetto “Too Good to Go” rappresenta una soluzione “win-win-win” che si basa sulla strategia del “vincere assieme” ed in cui tutti gli attori coinvolti traggono benefici cooperando per un medesimo scopo. Combattere lo spreco rappresenta in questi termini un vantaggio per tutti: per le attività di ristorazione, che in questo modo potranno ridurre le eccedenze alimentari ed espanderanno la propria clientela; per i consumatori, che potranno avere a disposizione pasti freschi e a costi ribassati; per il pianeta, attraverso piccoli cambiamenti nelle nostre azioni quotidiane che possono realmente fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Lotta allo spreco alimentare
Autore: Too Good To Go
Licenza: Sito Ufficiale Too Good To Go

Fonte: http://piemonte.checambia.org/

Chi ci vaccina contro l’inquinamento di aria, acqua e cibo?

Alle campagne esasperate che allarmano la popolazione contro potenziali epidemie e che obbligano alla vaccinazione di massa, non corrispondono campagne altrettanto convinte che contrastino i livelli paurosi di inquinamento raggiunti da aria, acqua e suolo e che causano migliaia di morti anche in Italia. Come mai?

Le campagne messe in atto dalle aziende farmaceutiche per obbligare tutti a vaccinarsi per qualsiasi cosa sono condotte per continuare a guadagnare enormi somme di denaro da aggiungere a introiti già inimmaginabili. Faticosamente e contro forze soverchianti, medici, esperti, volontari, genitori, persone che si informano attraverso una letteratura scientifica ormai vastissima, cercano di mettere in guardia sull’acclarata pericolosità dei vaccini e di rendere quantomeno libera la scelta fra vaccinarsi o meno.

Che ci sia del marcio dietro e che le campagne allarmistiche trovino eco nei media, spesso prezzolati dalla stesse potenti multinazionali dei farmaci, è confermato dal fatto che, quando ci sono casi di una o l’altra malattia che si presume siano derivanti da una non vaccinazione, vengono ingigantiti a dismisura e si urla contro i nemici della “scienza” che hanno l’ardire di pensare con la loro testa e vorrebbero semplicemente essere informati correttamente.

Scienza che, va ricordato, viene presa a Dio indiscusso solo quando serve gli interessi di chi deve fare profitti; se poi la stessa scienza va contro gli interessi di quei profitti, allora non è più scienza, non conta nulla e deve essere combattuta in tutti i modi.

Quindi, stranamente, sulle migliaia di morti che ci sono per l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei cibi non si alza nessun grido o campagna a tappeto, né di informazione, né di altro tipo. Altrettanto stranamente non scatta nessun “allarme epidemico” che invece dovrebbe esserci quando tante persone sono chiaramente a rischio e danneggiate. Ma se ci si preoccupa della salute, a maggior ragione ci si dovrebbe preoccupare di tante vite in pericolo. Quindi una domanda sorge spontanea: a quando i vaccini contro l’inquinamento che miete costantemente vittime a tutto spiano? Ovvio che non ci sarà né un vaccino, né una campagna mediatica nemmeno lontanissima parente della caccia alle streghe che si fa sui vaccini.

Eppure il problema anche solo numericamente è assai più grave. Ci sono 90 mila morti l’anno in Italia per inquinamento dell’aria, e altre migliaia di morti che si manifestano in cancri e avvelenamenti vari dovuti al cibo che mangiamo e all’acqua che utilizziamo. E se tanto mi dà tanto, ci dovrebbero essere titoli a caratteri cubitali e coperture mediatiche per mesi interi su queste immani tragedie che colpiscono così tanti italiani. Invece no, perché non ci sono lobby potentissime a difendere tutti questi morti e malati; anzi, accade esattamente il contrario: le lobby potentissime producono esse stesse inquinamento e quindi si fa poco e niente.

I morti, i lutti, la disperazione di chi perde un caro, devono avere tutte la stessa importanza. Quindi si cambi completamente paradigma, si investano soldi, si facciano campagne mediatiche, si informi capillarmente la cittadinanza, si puniscano i colpevoli di chi tutti i giorni ci ammazza con i propri veleni e gli si impedisca di continuare a seminare morte indisturbato, piuttosto che dare addosso a chi si ostina a non accettare la sola versione di chi ha soldi e potere.

Fonte: ilcambiamento.it

Milano, nasce l’Hub di quartiere per promuovere il dono del cibo e ridurre lo spreco alimentare

Si tratta di un progetto innovativo in cui vi è la collaborazione di tutti gli attori del sistema: le aziende impegnate a donare e favorire il recupero delle eccedenze alimentari, le Onlus che rappresentano il punto di contatto con gli indigenti e l’autorità pubblica che ne favorisce lo sviluppo. Nel 2015 Milano ha promosso una Politica Alimentare per rendere più sostenibile il sistema alimentare della città con un approccio multidisciplinare e partecipato, nel quale il Comune assume un ruolo di stimolo e facilitazione. La riduzione dello spreco alimentare è una delle priorità della Politica Alimentare e si sviluppa attraverso l’ingaggio di diversi attori locali come centri di ricerca, istituzioni, settore privato, fondazioni ed attori sociali. Per tradurre tale priorità in azioni concrete, nel 2016 il Comune di MilanoAssolombarda e Politecnico di Milano hanno condiviso il protocollo di intesa, che hanno definito “ZeroSprechi”, con l’obiettivo di ridurre lo spreco di cibo e innovare le modalità di recupero degli alimenti da destinare agli indigenti, progettando e sperimentando un modello di recupero e ridistribuzione delle eccedenze alimentari basato su reti locali di quartiere.

Il Comune di Milano ha individuato uno spazio pubblico non utilizzato nel Municipio 9 e lo ha reso disponibile come hub del progetto per lostoccaggio e la distribuzione degli alimenti recuperati agli enti del terzo settore, organizzazioni beneficiarie e organizzazioni non profit.

Il Politecnico di Milano ha elaborato uno studio di fattibilità della rete e monitorerà l’operatività dell’hub e gli impatti generati dal progetto per 12 mesi, costruendo un modello logistico estendibile e replicabile in altri quartieri della città.

Assolombarda, dopo un importante percorso di sensibilizzazione, ha individuato e coinvolto alcune aziende che hanno aderito al progetto, e ha fornito il bollino “ZeroSprechi”, ideato e offerto dal Gruppo Armando Testa, per valorizzare le imprese virtuose e porre l’attenzione sul grande tema della gestione delle eccedenze alimentari. Banco Alimentare della Lombardia, vincitore del bando di assegnazione dell’hub, garantirà la gestione operativa e quotidiana del modello elaborato dal Politecnico, recuperando le eccedenze alimentari e distribuendole alle strutture caritative partner del territorio.

Il Programma QuBì – la ricetta contro la povertà infantile – che ha già avviato un hub simile in via degli Umiliati, aderisce al progetto finanziando allestimento e gestione dell’hub di via Borsieri e favorendo le connessioni con le reti del territorio sostenute e coinvolte dallo stesso Programma QuBì. Si tratta di un progetto innovativo in cui vi è la collaborazione di tutti gli attori del sistema: le aziende impegnate a donare e favorire il recupero delle eccedenze alimentari, le Onlus che rappresentano il punto di contatto con gli indigenti e l’autorità pubblica che favorisce lo sviluppo di queste iniziative virtuose. 

“Sono soddisfatta dell’apertura di questo hub perché è frutto degli sforzi congiunti di molti attori della città – afferma Anna Scavuzzo, Vicesindaco di Milano delegata per la Food Policy –. Questo è un primo esempio di rete locale per la raccolta e ridistribuzione del cibo prima che sia sprecato e diventi rifiuto. La collaborazione con il Municipio 9 ci ha permesso di restituire alla città uno spazio pubblico non utilizzato, e allo stesso tempo valorizzare l’impegno per ridurre gli sprechi alimentari, una delle priorità della Food Policy di Milano. Questo progetto si affianca alla riduzione del 20% della parte variabile della TARI per le imprese che donano il cibo, alla promozione di raccolta e ridistribuzione di eccedenze dalle mense scolastiche e ad azioni di sistema che stiamo studiando con AMSA. L’hub di Via Borsieri è un ulteriore passo avanti per una Milano sempre più sostenibile, inclusiva ed equa”.

“Sono orgoglioso che il Municipio 9 ospiti un progetto che mette al centro del dibattito sia il diritto dell’accesso al cibo, sia la distribuzione di quanto non utilizzato. Temi che, considerate le nuove povertà delle smart cities, esortano tutti noi a fare meglio. Senza dimenticare che ridurre lo spreco alimentare aiuta a diminuire i rifiuti e a consumare più cibi sani deperibili quali frutta e verdura – aggiunge Giuseppe LardieriPresidente del Municipio 9 –. Sono sicuro che gli attori presenti nel territorio del Municipio 9 – industria, GDO, ristorazione, Terzo Settore, Istituzioni – siano in grado di fare la loro parte per la riuscita dell’iniziativa”.

“All’interno del progetto, il Politecnico di Milano è fiero di portare il suo contributo per l’elaborazione del modello di raccolta ai fini di favorirne la replicabilità in altre parti della città e in altri luoghi – dichiara Marco Melacini, Professore di Logistica e Direttore Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano -. Il progetto non si esaurisce con l’attivazione dell’hub di via Borsieri ma saranno organizzati degli incontri periodici volti a verificarne, oltre che l’efficacia in termini di eccedenze raccolte, l’efficienza dei processi di raccolta e ridistribuzione. Il gruppo di lavoro si impegna a fornire periodicamente informazioni sullo stato di avanzamento del progetto”.

“Oggi tagliamo un importante traguardo nella sfida contro gli sprechi, inaugurando un efficace processo di raccolta e ridistribuzione delle eccedenze alimentari e promuovendo un modello replicabile che vede Milano capofila – ha sottolineato Alessandro Scarabelli, Direttore Generale di Assolombarda Confindustria Milano, Monza e Brianza, Lodi–. Un risultato frutto della virtuosa collaborazione tra associazioni, enti, imprese, università, organizzazioni non profit, che unisce i diversi contributi in una prospettiva di sistema capace di ottimizzare, attraverso circuiti veloci, la consegna e il consumo di beni in eccedenza. Inoltre, con il bollino ‘ZeroSprechi’ vogliamo mettere in evidenza le imprese che svolgono un ruolo attivo nel progetto e che, aderendo all’iniziativa, si fanno promotrici di diffondere le buone pratiche e la cultura della riduzione dello spreco alimentare”.

“Banco Alimentare della Lombardia vuole essere sempre più vicino alle organizzazioni caritative partner dei quartieri nei Municipi 8 e 9 della città di Milano nel contrasto alla povertà alimentare. Insieme a tutte le realtà profit, le istituzioni, le associazioni di categoria e le fondazioni di erogazione siamo una squadra vincente per dare risposte concrete al bisogno” afferma Marco Magnelli, Direttore Banco Alimentare della Lombardia.

“Il problema della povertà alimentare infantile a Milano è un problema che va affrontato e risolto con un modello di intervento che chieda a tutte le forze in campo di lavorare insieme. L’inaugurazione dell’Hub di Via Borsieri rappresenta un importante passo in questa direzione: il Programma QuBì ha già sostenuto il Banco Alimentare della Lombardia nell’avvio dei primi due punti di raccolta cittadini e ora, grazie alla sinergia con gli altri attori coinvolti, si potrà massimizzare la raccolta del cibo, riducendo lo spreco e rafforzando la capacità di raggiungere le famiglie in povertà alimentare. Il contrasto alla povertà alimentare è una delle azioni cardine del Programma pluriennale QuBì promosso da Fondazione Cariplo – con il sostegno di Fondazione Vismara, Intesa Sanpaolo, Fondazione Enrica e Romeo Invernizzi e Fondazione Fiera Milano- in collaborazione con il Comune di Milano e le organizzazioni del Terzo Settore che operano sul territorio. Una sfida pari a 25 milioni di euro che intende coinvolgere la città di Milano nel suo complesso: aziende, istituzioni e singoli cittadini sono chiamati a creare una ricetta comune che permetta di dare risposte concrete alle famiglie in difficoltà e creare percorsi di fuoriuscita dal bisogno” conclude Giuseppe Guzzetti, Presidente della Fondazione Cariplo.

Fonte: ecodallecitta.it

Sfreedo: la spesa su WhatsApp per ridurre gli sprechi

Ridurre lo spreco alimentare, mangiare sano e al giusto prezzo. Sono questi i vantaggi offerti da Sfreedo, un servizio semplice, diretto e gratuito che permette di risparmiare dal 20% sino al 100% su prodotti alimentari freschi di giornata o prossimi alla scadenza e impedire che cibo buono e di qualità finisca in discarica. Sfreedo è un’iniziativa nata a Caserta nel 2015 che ha come obiettivo ridurre lo spreco alimentare e mettere in collegamento diretto tra loro consumatori consapevoli e negozianti che si ritrovano sugli scaffali alimenti prossimi alla scadenza e che, nonostante siano perfettamente integri e commestibili, sarebbero costretti – per legge – a conferire in discarica. Sfreedo, che oggi è presente nelle città di Caserta e Napoli, accelera la vendita di prodotti alimentari prossimi alla scadenza e permette di ridistribuire a prezzi molto scontati cibi integri e di qualità.

La parola “sfreedo” in gergo locale significa “ciò che avanza”, “gli avanzi” ed è un servizio semplice, diretto e gratuito che permette ai consumatori di risparmiare sino al 100%. Negozianti e cittadini si iscrivono gratuitamente al WhatsApp di Sfreedo e, sempre attraverso WhatsApp, i commercianti aderenti al servizio informano in tempo reale tutti gli iscritti –  chiamati “sfreeders” – della disponibilità di cibi di cui è necessario sollecitare la vendita affinché non vadano al macero. A loro volta, gli utenti interessati ad uno o più prodotti ottimi ma in scadenza, li prenotano e si recano allo “Sfreedo Point” per concludere l’acquisto (ma per chi lo desidera, è disponibile anche un servizio di consegna a domicilio).  

I prodotti disponibili su Sfreedo sono i più vari: frutta e verdura fresca e di stagione, carne, pesce e salumi, mozzarelle di bufala, prodotti da forno e pasticceria, panettoni e pandori, nonché pizza al taglio e pasti già pronti grazie all’adesione di alcuni ristoranti e gastronomie. Gli alimenti che possono essere offerti su Sfreedo devono avere una scadenza a massimo 30 giorni e un prezzo che sia almeno di un 20% inferiore rispetto al prezzo di vendita regolare – il risparmio economico, di conseguenza, va dal 20% fino al 100%. In tre anni di attività Sfreedo ha coinvolto decine di punti vendita e dato vita ad una comunità di oltre 14.000 sfreeders, salvando dalla discarica circa 80 tonnellate di ottimo cibo.

“L’idea di Sfreedo nasce dall’esigenza personale di non voler pagare a prezzo pieno un prodotto di prossima scadenza, come un qualsiasi prodotto con scadenza più a lungo termine”, ha spiegato alla stampa Michele Bellocchi, fondatore di Sfreedo. “Ragionando intorno a questo dettaglio ne è venuto fuori che, di conseguenza, un esercente avrebbe potuto “liberarsi” più velocemente di un prodotto con scadenza a breve termine se fosse stato disposto a ridurne il prezzo (oltre alle classiche offerte a cui siamo già abituati). Le reazioni da parte di esercenti e consumatori sono state di assoluto entusiasmo, oltre ogni più rosea aspettativa, al punto che non è stato distribuito alcun volantino per pubblicizzare l’iniziativa. Ci ha pensato il passaparola a fare tutto: solo nel primo mese di test gli esercenti erano 12, di cui due ristoranti, e i consumatori 450, utilizzando semplicemente il gruppo Facebook“.  

Tramite l’iscrizione gratuita al servizio, la comunità degli sfreeders viene informata quotidianamente dei prodotti scontati in scadenza e disponibili presso i vari “Sfreedo Point” di Caserta e di Napoli. Il servizio Sfreedo, semplice, diretto e gratuito permette ai consumatori di ricevere in tempo reale notifiche dai negozi sui prodotti in Sfreedo, risparmiare portando a casa ottimi cibi e di confrontarsi con una community attenta alla spesa e sensibile al consumo consapevole. I vantaggi per gli esercenti, invece, sono la sensibile riduzione degli stock a magazzino, il recupero del capitale investito, ad esempio, in un eccessivo approvvigionamento, l’acquisizione di nuovi clienti, la riduzione dei rifiuti derivanti dallo smaltimento di imballaggi di vario tipo.

La mission di Sfreedo è accelerare la vendita di alimenti per ridurne lo spreco, tuttavia può capitare che qualche alimento resti invenduto e, in tal caso, per scongiurare la discarica, viene devoluto a titolo gratuito alle associazioni onlus aderenti al circuito Sfreedo. “In Italia e nel mondo esistono già sistemi per combattere lo spreco alimentare”, ha dichiarato Michele Bellocchi, “ma che fine fanno i prodotti che non vengono venduti nemmeno a prezzo scontato? La nostra rete di valore affonda le radici nell’etica, nell’economia civile, un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e collaborativo fondato sulle sinergie. Abbiamo scelto di lavorare con alcune persone e organizzazioni meravigliose, non solo per la grande professionalità e conoscenza dei diversi contesti, ma anche perché si occupano di curare e migliorare la nostra società. Ad oggi abbiamo salvato ben 80 tonnellate di cibo e il nostro traguardo è quello di aumentare gli utenti della nostra community, che ad oggi sono più di 14.000, e continuare la lotta allo spreco alimentare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/sfreedo-spesa-whatsapp-ridurre-sprechi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cibo, ambiente e salute: come cambiano le nostre esigenze

L’alimentazione può essere uno strumento di prevenzione e cura, di detossificazione dell’organismo e di diffusione di una cultura di sostenibilità. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Sabina Bietolini, biologa nutrizionista e membro del Comitato Ordinatore del Master di secondo livello di Nutrizione Vegetale nato dalla collaborazione dell’Università della Tuscia con la Società Scientifica di Nutrizione Vegetale (SONVE). Medici, farmacisti e biologi stanno integrando nella propria pratica professionale competenze nutrizionali come complemento o come vero strumento terapeutico. Cresce la produzione scientifica legata allo studio dell’alimentazione nella prevenzione e nella gestione di numerose patologie. 

Le medicine tradizionali da quella ippocratica, da cui proviene la nostra, a quella cinese o ayurvedica considerano la prescrizione alimentare un fondamento di cura per il ripristino della salute. Esse hanno saputo costruire negli anni una raffinata sapienza approfondendo gli effetti che ogni alimento provoca nell’organismo nelle varie circostanze.

Il prof. Franco Berrino, epidemiologo dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano, definisce il ritorno in cucina il vero atto rivoluzionario dei nostri tempi. Questo perché al giorno d’oggi molte condizioni stanno cambiando velocemente e sapersi alimentare adeguatamente risulta sempre più difficile. Vaste parti del nostro territorio sono così inquinate che bisogna prestare attenzione al Km 0. Falde acquifere contaminate dalla chimica degli insediamenti industriali e degli allevamenti intensivi, ceneri e particelle da incenerimento delle plastiche, residui tossici dell’agrochimica (non più definibile agricoltura) e, non ultimo per importanza, l’alto grado di sofisticazione degli alimenti in vendita a basso costo, impongono scelte nutrizionali più strategiche e informate. Risulta importante considerare non solo l’adeguato apporto di nutrienti, valutando la qualità degli alimenti, ma anche sostenere una alimentazione capace di detossificare l’organismo dall’accumulo di tossine in aggiunta a quelle che fisiologicamente vengono prodotte. Il significato di praticare, in alcuni periodi dell’anno, il digiuno o semi-digiuno di tante tradizioni, come la Quaresima o il Ramadan, hanno la funzione di permettere all’organismo di alleggerirsi di scorie accumulate, quindi non solo di una purificazione spirituale. Oggi vediamo patologie croniche dovute a sovraccarico degli organi deputati allo smaltimento di queste scorie come il fegato, i reni, la pelle, etc. Il sistema immunitario è sempre più impegnato a contrastare e rendere innocue le tossine ambientali risultando inadeguato al riconoscimento di ciò che può essere metabolizzato. Questo crea fenomeni compensatori a carico di diversi tessuti e organi portando alla manifestazione di patologie.

Uno dei motivi che porta sempre più persone, pazienti e professionisti a scegliere, nelle diverse accezioni e per specifici disturbi, una alimentazione 100% vegetale è proprio la capacità che essa ha di detossificare l’organismo per poter ripristinare il corretto funzionamento degli apparati. Chiediamo alla dott.ssa Bietolini, membro del Comitato Ordinatore del Master di secondo livello di Nutrizione Vegetale, nato dalla collaborazione dell’Università della Tuscia con la Società Scientifica di Nutrizione Vegetale (SONVE), qualche chiarimento.  

“È importante conoscere le evidenze scientifiche, imparare come si valuta la qualità degli alimenti, la biodisponibilità dei nutrienti, approfondire gli approcci molecolari, metabolici, nutrigenomici delle diete 100% vegetale. Il professionista può dotarsi di strategie nutrizionali per gestire patologie croniche, neuro-degenerative e metaboliche; ormai gli studi sono moltissimi. È utile anche saper consigliare alcune tipologie di pazienti come alcuni vegani ‘fai-da-te’ che sono in squilibrio nutrizionale. Tra gli errori più diffusi c’è l’eccessivo consumo di cereali, peggio ancora se raffinati, o l’eccesso di soia, soprattutto quella da reidratare o derivati come il seitan che ha un’altissima percentuale di glutine. In generale si consiglia di ruotare continuamente le diverse varietà, preferire cibo non industriale e introdurre del cibo crudo ad ogni pasto. Capitano anche casi di carenze di vit D e vit B12, spesso sottovalutate anche dai professionisti che non le includono nei controlli ematici, così è consigliabile l’uso di cibi fermentati.”  

L’argomento è complesso e delicato ma la scienza ci aiuta a capire in quali casi questa possa essere una opportunità efficace, in che misura e con quali accorgimenti.  

SONVE è membro della ong SAFE che si occupa dei diritti dei consumatori e della sicurezza alimentare, anche attraverso azione di lobbying al parlamento europeo. Insieme a SAFE, SONVE partecipa al progetto europeo TAO, dedicato alla lotta all’obesità negli adolescenti, al fine di segnalare i comportamenti a rischio, coinvolgendo la scuola come veicolo di informazione per proporre cambiamenti virtuosi tra i giovani. Grazie a questa collaborazione SONVE realizzerà a breve anche un altro progetto europeo, a Novembre, il primo evento in Italia sull’agricoltura che non utilizza prodotti animali nè chimici: “Stock Free organic farming”.  

Considerando i ripetuti appelli dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) a ridurre il consumo di carne e il sollecito dell’Onu, già dal 2010, al passaggio globale verso una dieta priva di prodotti e derivati animali  per salvare il mondo dalla fame, dalla povertà di carburante e dai peggiori impatti dei cambiamenti climatici dovuti ai danni che l’alimentazione ricca di prodotti animali determina, potrebbe essere utile iniziare a documentarsi e ad attivarsi anche per aumentare la propria resilienza al futuro.  

BIBLIOGRAFIA

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 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/cibo-ambiente-salute-come-cambiano-nostre-esigenze/

C’è un ristorante a New York che assume nonne invece di chef

A Staten Island, New York, il ristorante “Enoteca Maria” dell’italo-americano Jody Scaravella ha dato vita ad un’iniziativa singolare: a cucinare non sono chef professionisti, ma nonne di tutte le nazionalità portatrici della tradizione culinaria del paese di provenienza. L’obiettivo è duplice: proporre piatti tipici di varie parti del mondo e al contempo valorizzare una fascia di persone spesso messa da parte nella società di oggi. La domenica a pranzo dalla nonna, i tortellini fatti in casa (sempre dalla nonna), le ricette (anche quelle) sono della nonna. Saperi culinari che si trasmettono di generazione in generazione, ma che partono sempre dalle nonne, custodi di un sapere antico e popolare, genuino, fatto di esperienza: è questa l’idea che ha mosso Jody Scaravella quando nel 2011 ha deciso di aprire il suo ristorante Enoteca Maria a Staten Island, a New York, e di mettere delle nonne italiane al posto dei cuochi professionisti.4775_198232905550_7694808_n

Non si tratta di una scelta di mero business, ma di un progetto nato dalla personale esperienza del proprietario. Non a caso, nel suo vissuto c’è una figura importante di nonna italiana: «Mi ricordo di lei quando andava al supermercato portandosi il carrello: si fermava al banchetto delle verdure e mordeva una mela o assaggiava una ciliegia, e se era buona comprava, altrimenti la sputava per terra con un’espressione disgustata in viso», scrive Jody sul sito dedicato al ristorante. «Ero colpito del fatto che nessuno mai se ne lamentasse ma dopotutto lì la conoscevano tutti».

La nonna di Jody non era soltanto la protagonista di episodi simpatici al mercato, ma anche la portatrice di una tradizione culinaria forte, quella italiana. Una passione che poi ha trasmesso al nipote e che ha lasciato un segno. Jody Scaravella, infatti, decide di aprire un ristorante valorizzando proprio questi saperi antichi, consapevole che è proprio lì che risiedono i valori della buona cucina. Dunque nel 2011 nasce Enoteca Maria e ai fornelli ci sono delle nonne. Tutte italiane. Col tempo però Enoteca Maria si evolve. Perché non dare la possibilità di sperimentare anche altre culture, altri cibi, altri saperi? L’idea, infatti, è quella di portare nel ristorante non solo nonne italiane, ma nonne di tutto il mondo. Inizialmente se ne fa soltanto un libro, “Nonnas of the World”, in cui ogni nonna che lo desideri può inserire la propria ricetta assieme a tre foto e alla propria biografia. Poi, nel 2015, il libro si trasforma in un esperimento lavorativo e funziona.enoteca-maria-

Oggi, ogni giorno, accanto ad una cuoca italiana, all’Enoteca Maria c’è una nonna che propone un suo menù: può essere cibo del Bangladesh, della Grecia, della Palestina e così via. Il principio guida è sempre lo stesso (quello della tradizione culinaria), ma a questo si aggiunge un altro fattore motivante: valorizzare una fascia di persone che generalmente viene messa da parte nella società di oggi. E così si capovolge quell’assunto per cui una persona, superati i 60 anni e completata la vita lavorativa, sia inutile o debba necessariamente ‘riposarsi’: queste nonne qui sono fondamentali e sono proprio loro a mandare avanti la cucina, con la loro esperienza e con la loro forza. D’altra parte, il vantaggio non è solo di chi gusta i “piatti della tradizione” ma anche di chi li fa: queste nonne si sentono valorizzate e per qualche giorno a settimana hanno la possibilità di lavorare in un ambiente piacevole, “fra sorelle”. Inoltre ogni giorno ci si può iscrivere ad una “cooking class” della nonna di turno, che in un paio di ore spiegherà una ricetta della propria tradizione gastronomica.

Non stupisce poi che il ristorante sia sempre pieno, tanto che bisogna prenotare – dicono su internet – con giorni di anticipo.nonne-enoteca-maria

La cucina delle nonne è amata in tutto il mondo, indipendentemente da quale sia la cultura di origine. E così è anche in Italia, come emerso da un sondaggio condotto online dalla Polli Cooking Lab nel 2014 sul tema del cibo. Pare che su circa 1.200 italiani tra i 20 e i 55 anni il 49% ha detto di preferire la nonna in cucina, anche rispetto agli chef o ai ristoranti stellati. I motivi? Usa prodotti di qualità (24%) e si affida alle ricette della tradizione (33%), riuscendo a rendere gradevoli anche quei piatti fatti di verdure e legumi generalmente mal sopportati. E se un piccolo ristorante di New York è riuscito a conquistare i gusti della Grande Mela, immaginiamo cosa potrebbero fare le nonne di tutto il mondo, insieme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/ristorante-new-york-assume-nonne/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni