Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.9541-10298

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

Fonte: ilcambiamento.it

Milano, recuperati nelle mense 100mila chili di frutta e 60mila di pane all’anno

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Con il programma “Siticibo” di Banco Alimentare Onlus e Milano Ristorazione in un anno sono stati salvati nelle mense milanesi 98 tonnellate di frutta e 57 tonnellate di pane. L’80% del cibo recuperato proviene dalle scuole, il resto dalle mense aziendali. A Milano lo spreco di cibo si combatte anche nelle scuole. Con il programma “Siticibo” di Banco Alimentare Onlus e Milano Ristorazione in un anno sono stati recuperati nelle mense milanesi 98 tonnellate di frutta e 57 tonnellate di pane. L’80% del cibo recuperato proviene dalle scuole, il resto dalle mense aziendali. I refettori scolastici coinvolti sono 99 mentre le strutture caritative milanesi aiutate con il programma “Siciticibo” sono 79. (Dati pubblicati su http://www.milanoristorazione.it/notizie-eventi/progetti/progetti-attivi/1070-progetti-di-contenimento-sprechi-alimentari-collaborazione-con-siticibo)

Siticibo è attivo dal 2003 ed è la prima applicazione della Legge n. 155/2003, nota come legge del Buon Samaritano, che ha lo scopo di recuperare il cibo cotto e fresco in eccedenza nella ristorazione organizzata e dunque anche nei refettori scolastici. L’iniziativa è partita da una mamma, oggi volontaria di Banco Alimentare, che preoccupata nel vedere i quantitativi di cibo sprecati nella scuola frequentata dai figli ha contattato il Banco Alimentare proponendo alcune iniziative per recuperare le eccedenze e sensibilizzare alunni e insegnanti. Oltre al recupero e alla distribuzione del cibo Banco Alimentare propone azioni educative. “Entrando nelle scuole ci siamo accorti che i bimbi e gli insegnanti erano desiderosi di sapere perché salviamo gli alimenti. Nasce dunque l’attività sull’educazione al valore del cibo che non va sprecato e neanche sciupato sui tavoli”

Le iniziative contro lo spreco di cibo nelle scuole milanesi sono davvero tante.  

Nel corso degli anni, sono stati distribuiti in più di 80 plessi scolastici di Milano più di 24.700 sacchetti “Salva merenda”. Gli alunni delle scuole che hanno aderito al progetto “Io non spreco” usano il sacchetto per portare a casa frutta, pane, budini UHT e prodotti da forno, da loro stessi non consumati durante il pranzo e la merenda a scuola.387407_2

Invece negli asili dove sono stati distribuiti i kit “Riciclo e coltivo”gli avanzi si trasformano in compost da usare nei giardini delle scuole che hanno aderito all’iniziativa. Da non sottovalutare anche la scelta di consumare la frutta a metà mattina anticipando la distribuzione della frutta prevista a fine pasto. Con il progetto “Frutta a metà mattina” di Milano Ristorazione i bambini infatti apprezzano di più la frutta e si evitano gli sprechi a pranzo dato che spesso non si riesce a finire il pasto. Ma non solo. Lo spreco di cibo si combatte anche là dove viene cucinato. Milano Ristorazione cucina un numero di pasti tenendo conto degli alunni presenti a scuola il giorno prima. A metà mattina ricevono i fax con il numero di presenze per quella data giornata e se le porzioni preparate fossero in più non saranno consegnate ma conservate grazie agli abbattitori rapidi di temperatura e distribuite alle associazioni che operano sul territorio.  Sulle pagine di Eco dalle città abbiamo parlato più volte delle azioni contro lo spreco di cibo grazie anche al progetto “Formichine Salvacibo” finanziato dalla Fondazione Cariplo che ha visto la partecipazione e la premiazione di alcune scuole milanesi impegnate con attività di sensibilizzazione contro gli sprechi alimentari.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Alessandra Guigoni: valorizzare i territori partendo dal cibo locale – Meme #5

Partire dai prodotti alimentari per valorizzare i territori, favorendo il recupero dei saperi, il turismo e l’economia locale. Di questo e di altri temi legati all’alimentazione abbiamo parlato con Alessandra Guigoni, antropologa culturale che anni si occupa di storia e cultura del cibo. Alessandra Guigoni è un’antropologa culturale sarda specializzata in alimentazione da oltre venti anni. È una collaboratrice del festival Scirarindi, che da anni Italia che Cambia ha il piacere di seguire e raccontare. Si occupa di storia e cultura del cibo, nell’ottica della valorizzazione delle produzioni locali, del patrimonio agro-alimentare e delle eccellenze enogastronomiche.

“Un lavoro che non è fine a se stesso – ci spiega Alessandra – perché cercando di valorizzare le comunità del cibo si prova a valorizzare i territori che sono alle spalle dei prodotti, i saperi a volte millenari che accompagnano la storia di questi prodotti: il legame tra le comunità del cibo che realizzano i prodotti e il cibo è un legame che è doveroso far emergere, d’altronde è in questo frangente che la storia del cibo diventa anche la storia degli uomini e dei luoghi che li circondano”.

Una valorizzazione che assume un aspetto ancora più importante in anni in cui il processo della globalizzazione, oltre che a governare processi umani ed economici notevoli, influenza anche il cibo, i consumi e gli stili alimentari verso una sempre maggiore omologazione. In questo contesto il ruolo centrale della ripartenza delle economie locali si collega al cibo, il quale gioca un ruolo considerevole nella valorizzazione del turismo. Alessandra nel suo lavoro parla di Food Experience, che come ci spiega “non è da intendersi come la semplice foto della pietanza, o farsi il selfie con lo chef. C’è molto di più: noi attraverso il cibo raccontiamo la storia e la cultura delle persone che lo preparano, c’è un plus-valore in questo che non viene compreso e il mio lavoro è cercare di raccontarlo e valorizzarlo”.11796455_438081003041365_5433422733796718966_n

Alessandra Guigoni

Da diversi anni, oltre che con Scirarindi, Alessandra Guigoni collabora con enti pubblici e privati, associazioni, con piccoli comuni (“più piccoli sono più mi piacciono”, ci confida) e anche con singoli in base ad un singolo progetto ma soprattutto in base all’autenticità della realtà rispetto ai valori sopra elencati. Con la condotta di Slow Food di Cagliari ha contribuito a far nascere alcune Comunità del Cibo in Sardegna come quella del cappero selargino, dei produttori di materiali edili e sostenibili e dell’Anguria di Gonnosfanadiga. Oltre a questo collabora con riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive su temi sempre legati al cibo.

Antropologia e alimentazione insieme: quali strumenti ci danno per capire davvero noi stessi e di riflesso la realtà che percepiamo? Come facciamo a scoprire di noi attraverso il cibo?

L’antropologia culturale (anche la sociologia, per certi versi) offre una chiave interpretativa della realtà che ci circonda che non è mai banale e mira a scardinare pregiudizi e luoghi comuni: tratta come straordinario ciò che è ordinario e quotidiano, come il cibo, e considera come ordinario, comune, ciò che ci appare, ad un primo momento, come straordinario. Uno sguardo ironico, attento e straniante, che toglie la maschera a tanti atteggiamenti e comportamenti che non hanno niente di “naturale”, ma sono appunto, figli del proprio tempo. L’antropologia dell’alimentazione si occupa del cibo a trecentosessanta gradi, e cerca di saldare il passato al presente, attraverso la ricerca sul campo, l’interpretazione dei dati raccolti e la sistematizzazione in teorie organiche e convincenti.

Siamo ciò che mangiamo: secondo te, i problemi ai quali assistiamo in questa fase eternamente delicata del nostro Pianeta sono direttamente collegati alla standardizzazione e al netto peggioramento della qualità del nostro cibo?

Potenzialmente, in Occidente, non si è mai mangiato meglio, nel senso di quantità di cibo e sicurezza alimentare. Sino alla Seconda Guerra Mondiale la mortalità infantile era disastrosa e si moriva, mediamente, abbastanza giovani. Il cibo era spesso di scarsa qualità, non c’erano frigoriferi, non c’erano le tecnologie di conservazione e stoccaggio odierne… Oggi c’è cibo per tutti e potenzialmente il cibo è salubre, ma, c’è sempre un ma, l’Industria alimentare negli ultimi venti anni ha deteriorato la qualità del cibo riempiendola di zuccheri, grassi, coloranti e conservanti inutili. Ho visto un integratore alimentare che sembrava attraente, scontato del 50%, in una parafarmacia. A parte che se si mangiano le 5 porzioni quotidiane di frutta e verdura non ci servono vitamine e sali minerali da integratori ma… comunque ho letto l’etichetta con gli ingredienti. Sai quali erano i primi due in lista, quindi i più rilevanti? Acqua e fruttosio. Molte persone preferiscono prendere questi beveroni invece di sbucciare un paio di arance e preparare un insalata con verdure fresche di stagione, convinti che l’assunzione di questi prodotti equivalga a mangiare in modo sano e consapevole, ma ovviamente non è così. Manca l’educazione alimentare, totalmente, e le cucine -pubbliche e domestiche- spesso non sono sostenibili: si spreca troppo cibo, si usano troppi oggetti che hanno packaging di plastica, alluminio, cartone, ci sono troppi prodotti monouso. Non si utilizzano scarti e avanzi, si butta tutto.localfoodnetworkslidedeck

Secondo te, meno cibo e coltivato meglio sarebbe davvero catastrofico per l’umanità? In tanti dicono che la produzione industriale e chimica del cibo ha risolto la fame, hai degli strumenti per dirmi che c’è anche un’altra strada e questa non sia l’unica?

“La produzione industriale e l’uso dei concimi chimici, la cosiddetta rivoluzione verde ha risolto la fame nel venti per cento della popolazione, ma l’ottanta per cento fa ancora la fame, e le cause sono davvero complesse e sono connesse a fattori sociali, economici, politici. Oggi nel mondo c’è cibo a sufficienza per sfamare tutti, così dicono molti scienziati, ma è distribuito in modo ineguale e molto va sprecato. Non ne va prodotto di meno, almeno allo stato odierno, ma meglio. Con tecnologie meno impattanti, inquinanti. E poi vanno redistribuite le calorie: in Occidente ci sono tassi di sovrappeso e obesità preoccupanti, si parla di epidemia mondiale di obesità perché anche nei paesi emergenti, come Cina, India, Messico, i tassi sono in aumento, mentre c’è parte delle loro popolazioni che soffrono la fame, esistono molte disparità socio-economiche. Noi mangiamo troppo e male, si parla di “malnutrizione” anche in Italia, ma intendendo l’esagerato consumo di cibi confezionati, pieni di zuccheri e grassi, che sono consumati soprattutto dalle fasce deboli della popolazione, deboli culturalmente e economicamente. Ricordi l’orto di Michelle Obama? Negli USA i ricchi sono magri, seguono la dieta mediterranea e mangiano bio, i poveri, e sono tanti, fanno colazione e pranzo da McDonald’s e la loro speranza di vita sta diventando drammaticamente inferiore a quella dei loro concittadini ricchi.

Le élite politico-economiche si assomigliano molto: i giovani ricchi di Teheran fanno una vita assai più simile a quella dei giovani ricchi russi o italiani, rispetto a quella dei loro coetanei iraniani. E nello stile di vita ci metto anche l’alimentazione, che discrimina anche nella speranza di vita, nella qualità della vita e nello sviluppo del corpo nei bambini, oggi come cento anni fa. Tutto questo è insopportabile e intollerabile. Il cibo deve essere democratico, e la consapevolezza alimentare deve essere uno dei diritti inviolabili. Poi credo che aiutare i produttori locali faccia bene all’ambiente, all’economia e allo sviluppo locale. Non capisco perché devo nutrirmi di arance che vengono dall’altra parte del mondo quando nelle campagne attorno a Cagliari è pieno di agrumi. L’impronta che questi trasporti di merci alimentari lasciano è molto importante. Certo fare la spesa al giorno d’oggi è complicato: ci sono troppe sirene che abbagliano i sensi, e alla fine si riempie il carrello di porcherie anonime, dimenticando i sapori della propria identità, i sapori di casa, i sapori della propria terra. È un peccato…”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/alessandra-guigoni-valorizzare-territori-partendo-cibo-locale-meme-5/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.orti

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

fonte: ilcambiamento.it

 

 

Torino: nelle scuole dei comuni Covar14 si impara anche a non sprecare il cibo

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Alle ormai tradizionali lezioni su raccolta differenziata e compostaggio domestico si affianca una nuova tipologia di intervento volta a sensibilizzare sul tema dello spreco alimentare. E’ in pieno svolgimento da un mese circa, il progetto scolastico gestito da Achab Group “La differenza si (ri)fa a scuola”, erede di quello dello scorso anno ed ennesima edizione, come da tradizione ormai pluriennale per Covar14, di interventi di educazione ambientale presso i plessi scolastici (scuole dell’infanzia, primarie e secondarie) dei 19 comuni consorziati (area sud ovest di Torino). Grande successo ha avuto l’iniziativa del Consorzio di affiancare alle ormai tradizionali lezioni su raccolta differenziata e compostaggio domestico una nuova tipologia di intervento (per le primarie e le secondarie di primo grado) ovvero quella volta a sensibilizzare sul tema dello spreco alimentare. Una visione proposta ai bambini che va dalll’impatto della produzione globale di cibo fino alla gestione del frigo di casa propria e che ha raccolto le preferenze di più di 100 classi. In totale (da segnalare anche la novità di lezioni sui RAEE per le scuole secondarie di primo grado) sono aumentate le adesioni rispetto allo scorso anno con ben 215 lezioni in classe, 37 laboratori di compostaggio domestico e 17 classi aderenti (anche superiori) a visite a impianti del territorio (termovalorizzatore del Gerbido o Ecocentri consortili). Per un totale di circa 4.500 studenti coinvolti e 269 attività. Tira le somme Leonardo Di Crescenzo, presidente del Consiglio di Amministrazione di Covar14 : “Il confronto con i 215 appuntamenti del 2016 prova che, anno per anno, cresce la sensibilità degli insegnanti verso questo argomento e le scuole si mettono in gioco per fare la loro parte. La loro collaborazione per la nostra attività è molto importante e proporre loro un’iniziativa che riscuote gradimento è un motivo di orgoglio”.

Come al solito l’offerta didattica è integrata da materiali informativi per gli insegnanti (spreco alimentare e RAEE i temi) e alunni con un opuscolo sul rifiuto organico a 360° (dalla raccolta differenziata al compostaggio, oltre che utili consigli per evitare lo spreco degli alimenti) e con interessanti pieghevoli sempre a tema RAEE e riciclo degli imballaggi.

Fonte (testo e foto): Achab Group

 

Quando il cibo è anche la via per il perdono…

Una giornata intensa, dedicata al cibo, ma anche all’anima e alle emozioni. Sabato 11 marzo si è tenuta a Roma l’iniziativa “AlimentAmo – La Grande Via del Perdono” con il dottor Franco Berrino, epidemiologo, già in forze all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, e Daniel Lumera, scrittore e fondatore di “My Life Design Foundation”.9512-10268

Alimentarsi non significa soltanto mangiare e bere, come siamo abituati a pensare, ma nutrirsi anche delle nostre emozioni, dei nostri pensieri, delle nostre esperienze passate, delle nostre relazioni. E’ necessario, quindi, nutrire non solo il nostro corpo ma anche la nostra mente, il nostro spirito e la nostra coscienza in modo sano ed equlibrato. È questo quello di cui si è parlato e che si è concluso all’interessantissimo incontro che si è tenuto sabato scorso a Roma.

Il cibo, in sostanza, è strettamente legato al nostro modo di pensare e di agire. Le nostre esperienze negative profonde: l’abbandono, il rifiuto, l’umiliazione, l’ingiustizia e il tradimento possono essere devastanti e tutti conosciamo l’impatto profondo e doloroso che possono avere sulla nostra vita, sui nostri comportamenti e sulle nostre relazioni. Il primo passo, però, dice Berrino, è accettarle invece di rimuoverle o respingerle. Se abbiamo fatto un’esperienza profondamente negativa possiamo cambiare la nostra vita, scegliere di amarci. Solo amando noi stessi possiamo amare gli altri. Amare se stessi significa accettarsi e rispettare il proprio corpo e la propria anima nutrendoli con cibo semplice e sano. Abbiamo il potere di riequilibrarci, di guarirci. Noi siamo direttamente responsabili della nostra salute. E l’unica malattia che non si può guarire è l’arroganza. Ma che cosa riequilibra il nostro corpo e quali sono gli elementi di base per iniziare a prenderci cura di noi? «Basate la vostra alimentazione – ha spiegato Berrino – su cibi prevalentemente vegetali, bandendo cibo industriale e spazzatura, zucchero, bibite in generale. La malattia che ci arriva in un momento della nostra vita è, tuttavia, anche un’opportunità reale di cambiamento, di acquisizione di una consapevolezza che non avevamo. Noi abbiamo l’enorme potere di tornare e mantenerci sani. Una delle strade per farlo è sicuramente recuperare la connessione che abbiamo perso con la natura, tornare da un approccio di sfruttamento a uno di interconnessione con essa e liberare la nostra vita da questa visione distorta significa liberarsi. Un’altra è l’amore di cui siamo spesso carenti. Il vuoto di amore può essere riempito senza successo dal cibo, spesso cibo dannoso per il nostro corpo e per il nostro ambiente. Amare ed amarsi, conoscere, cambiare e perdonare sembrano essere le grandi vie da percorrere. E il perdono, dice Berrino, deve chiederlo per primo il medico, per la sua profonda ignoranza».

«Il cibo che mangiamo è talmente importante che è in grado – ha detto Daniel Lumera – di influire sulla nostra interpretazione della vita. Abbiamo bisogno di integratori sia emozionali che spirituali per essere sani. Tra questi integratori c’è il perdono come abilità basilare di un nuovo modo di essere umani. Esso sviluppa capacità fondamentali della sfera personale, aiuta a gestire conflitti e a trasformare i problemi in risorse. Il perdono, dice Lumera, è uno strumento fondamentale per la salute e la qualità della vita. Non si tratta, tuttavia, di un perdono di tipo “religioso” ma basato su un approccio assolutamente laico come strumento e abilità di vita. Il perdono, infatti, è uin valore che non appartiene a nessuna religione. Vuol dire agire liberi dall’odio. Chi impara a perdonare, infine, si ammala di meno e ha una qualità di vita nettamente migliore».

Alimentazione e perdono, quindi, come due delle grandi vie che portano alla cura del nostro corpo, della nostra energia vitale, delle nostre relazioni, del nostro benessere. Intraprendere queste due strade con consapevolezza influisce profondamente sulla salute della società e del nostro pianeta.

Fonte: ilcambiamento.it

Il Cibo della Gratitudine
€ 18

Food ReLOVution, il film. Cosa mangiamo e cosa si nasconde dietro a ciò che mangiamo

“Food reLOVution” è il nuovo film del regista Thomas Torelli. Il filo logico che percorre questo lavoro è la parola “connessione”. Ed è proprio un pensiero di connessione che manca alla maggior parte di noi. Connessione con il pianeta che ci ospita: con la terra, il mare, l’aria che respiriamo, gli altri esseri umani, gli animali, le piante.9508-10264

E la connessione manca perché troppi sono ormai i passaggi tra noi e ciò che mangiamo. Abbiamo perso i profumi, le forme, il contatto con ciò che mettiamo nel piatto. Non siamo più in grado di capire di cosa ci nutriamo tanto è trattato, trasformato, reso appetibile e “buono” in modo artificiale, spesso irriconoscibile. Food Relovution è un’opera di perfetto equilibrio che riesce a parlare delle verità nascoste dietro il consumo di carne senza sembrare un prodotto da crociata vegana, che riesce a porre la questione della produzione e del consumo del cibo a livello mondiale evidenziandone le mostruosità senza usare la facile leva della sola emotività momentanea e superficiale. Il consumo di carne negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale ed è andato di pari passo con l’aumento delle malattie cardiovascolari, dell’obesità, del diabete, del cancro. Il consumo di carne, però, non significa solo questo. E’, appunto, connesso anche allo sfruttamento senza limiti e senza sosta delle risorse naturali, all’emissione di gas serra così pericolosi per l’equilibrio ambientale e climatico e a un approccio profondamente disumano nei confronti degli animali.locandina-foodrelovution_a3_print300

Ma non basta ancora: la produzione di carne ha costi elevatissimi anche per un enorme numero di persone costrette a morire di fame. La fame è un fenomeno talmente lontano da noi che pensiamo non ci riguardi affatto e di cui, soprattutto, non percepiamo una responsabilità diretta. Tutto, invece,  è strettamente collegato. Pochissimi di noi riescono a vedere in una bistecca o in un bicchiere di latte, l’allevamento intensivo dal quale proviene: allevamenti neppure degni di questo nome ma vere e proprie industrie il cui scopo non è nutrire ma guadagnare. E’ difficile riuscire a capire che dietro la nostra richiesta sempre maggiore di carne ci debba essere una ricerca continua di terra da disboscare e poi coltivare a cereali per nutrire gli animali che mangiamo. La maggior parte dei cereali coltivati nel mondo non viene, infatti, usata per nutrire le persone ma per quegli animali destinati alle nostre tavole. La fame da una parte, lo spreco di cibo dall’altra (che arriva al 50 per cento, globalmente), l’obesità e la malnutrizione che si presentano spesso insieme nei nostri malati dando origine a degli obesi denutriti, l’enorme aumento delle malattie degenerative e l’aspettativa di vita, per la prima volta in calo in alcuni paesi occidentali sono facce dello stesso fenomeno. Si tratta di un sistema che si regge su un’economia basata sullo sfruttamento senza limiti di altri esseri viventi e sulla distruzione sistematica delle risorse. Un’economia che, nonostante le informazioni false, fuorvianti e ingannevoli che ci arrivano attraverso la  pubblicità che invade ogni spazio della nostra vita, non può che avere i giorni contati. Thomas Torelli fa parlare medici, scienziati ed esperti di fama mondiale: Franco Berrino, Colin e Thomas Campbell, Marilù Mengoni, Vandana Shiva, Frances Moore Lappé, Carlo Petrini, Peter Singer, James Wildman. Attraverso la loro testimonianza e le splendide illustrazioni animate di Michele Bernardi (il tratto e i colori sono perfetti), le bellissime musiche di Giulio del Prato, l’autore accompagna chi guarda senza giudizi di sorta, con l’unico intento di offrire elementi che facciano scattare quella “connessione” nello spettatore. Venire a conoscenza delle conseguenze di ogni nostra, anche minima, scelta alimentare è il punto nodale del film: scoprire cosa si cela dietro il cibo che compriamo ogni giorno può renderci persone finalmente consapevoli, farci pensare con attenzione, responsabilità e amore a ciò che vogliamo essere e diventare. Per noi stessi, per i nostri figli, per il pianeta, per ogni essere vivente. Intervenire criticamente attraverso le nostre scelte quotidiane significa crescere in consapevolezza. E la consapevolezza, si sa, è il primo passo per il cambiamento.

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Fonte: ilcambiamento.it

 

Puglia: una legge contro gli sprechi alimentari per contrastare la povertà ma non solo

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Intervista a Ruggiero Mennea primo firmatario della legge: “Bisogna farsi trovare pronti e mettersi in rete per costruire un sistema virtuoso e veloce nel trasferire queste eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno”

La Regione Puglia a breve si doterà di una nuova legge e di uno strumento in più per combattere lo spreco alimentare, un fenomeno non marginale della nostra società che influisce negativamente sulla produzione e sul corretto smaltimento dei rifiuti e, indirettamente, sottrae risorse a tutti coloro che per mille ragioni fanno fatica anche a reperire il cibo. In Puglia, dove quasi la metà dei residenti (per la precisione il 47,8%, dati Istat dicembre 2016) risulta a rischio povertà o esclusione sociale, ogni anno si sprecano circa 310mila tonnellate di cibo ancora edibile, pari a 76 chili a testa. A fine giugno dello scorso anno era stato il consigliere regionale Ruggiero Mennea, primo firmatario e grande sostenitore della legge, a presentare in anteprima il provvedimento all’Urban Centre di Giovinazzo durante un dibattito con i cittadini, operatori del Terzo settore, della ristorazione collettiva, delle mense di carità e studenti che a vario titolo sono impegnati su progetti di recupero e ridistribuzione del cibo. Per capire meglio a che punto è l’iter legislativo e quali sono i punti cardini di una legge che ha tutte le carte in regola per diventare uno strumento forte per il contrasto allo spreco alimentare abbiamo raggiunto telefonicamente il consigliere Mennea.387010_2

A che punto è l’iter della legge?

C’è stato il primo passaggio in commissione attività produttive e sviluppo economico dove ho esposto la ratio della legge. Il testo è stato condiviso anche dal rappresentante dell’assessorato Risorse agro alimentari con alcuni suggerimenti nel merito di problematiche tecnico legislative, con relativa proposta di emendamenti da parte del governo regionale. C’è stata una condivisione da parte di tutti i gruppi politici. Mercoledì 15 febbraio sarà convocata la commissione congiunta Sviluppo economico e Welfare dove sarà esaminato in via definitiva il testo e poi sotto posto al consiglio regionale. Nell’arco di un mese la legge dovrebbe essere approvata e pubblicata.

C’è qualche differenza con la Legge Gadda, e quali sono i soggetti interessati dalla legge regionale?

Siamo in perfetta sincronia con l’impianto legislativo della Legge Gadda, infatti quella pugliese ne prevede le procedure e individua i soggetti attuatori. Da un lato chi produce le eccedenze alimentari come commercianti, gdo, produttori agricoli, ristorazione collettiva; e dall’altro i soggetti che devono attuare questa distribuzione, in una catena virtuosa che sposta le eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno e dove servono attraverso i comuni con i propri piani di zona, fondazioni, cooperative sociali, di promozione sociale, associazioni caritative e tutto il Terzo settore. Per agevolare questa attività di partenza abbiamo previsto una dotazione di 600mila euro che andrà a beneficio non solo dei soggetti attuatori ma verranno utilizzati per una campagna d’informazione che dovrà arrivare in tutte le case dei pugliesi, perché è lì che si produce circa il 50% di tutti gli sprechi. Questo ha un implicazione non solo sulla povertà ma anche sull’inquinamento, perché questi sprechi si trasformano in rifiuti e quindi con i relativi costi di smaltimento e gli evidenti danni ambientali.

Quale sarà lo strumento per coordinare i soggetti coinvolti e le azioni operative?

Lo strumento operativo della legge è una tavolo di coordinamento composto dai rappresentanti degli assessorati al welfare e alle attività produttive, l’Anci, Città metropolitana e rappresentati del terzo settore. Una volta messi insieme tutti i soggetti attuatori della legge e coordinati dagli assessori regionali, a quel punto verrà fatto il programma per attuare la legge e per far partire in prima battuta la campagna di informazione e comunicazione.

Quando prevede che la legge diventi attiva e venga licenziata dal Consiglio regionale?

Nell’arco di un mese la legge dovrebbe essere approvata e pubblicata.

Vuole fare appello in vista dell’imminente approvazione?

A tutte le associazioni del terzo settore e ai sindaci dico di prepararsi e organizzarsi in reti di solidarietà, di farsi trovare già pronti, mettersi insieme per costruire un sistema virtuoso e veloce nel trasferire queste eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno. Bisogna farsi trovare pronti all’applicazione di questa legge perché abbiamo bisogno di una risposta efficacie da parte di chi già opera in questo settore ma non è organizzato a sufficienza per gestire questa nuova sfida o ha bisogno di un ulteriore stimolo da parte delle istituzioni per fare rete e per rispondere efficacemente alla domanda di povertà che sta crescendo sempre di più in questi ultimi anni.

Fonte: ecodallecitta.it

 

India, sui treni il pasto si ordina con un click

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In India ogni giorno 23 milioni di passeggeri viaggiano su 65mila chilometri di ferrovia, uno dei mezzi di trasporto più usati nel Paese soprattutto per coprire lunghe distanze. Milioni di passeggeri spesso affamati, a causa della scarsa presenza di vagoni ristorante e della cattiva qualità del cibo proposto, problemi che da qualche tempo è possibile aggirare con un click. Un nuovo servizio permette di scegliere fra una selezione di ristoranti: si ordina il cibo e dopo qualche click il piatto viene fatto trovare alla stazione desiderata e consegnato di persona.

“Ho appena scaricato l’app, e stavo pensando di ordinare e provare il servizio per la prima volta”, dice un nuovo cliente. Un nuovo mercato in cui stanno entrando ristoranti internazionali e locali che si appoggiano per la distribuzione ad una piattaforma specializzata, TravelKhana, fondata da Pushpinder Singh.

“Ero ad una stazione dove c’era stato un incidente e i treni erano fermi. Per molte ore i passeggeri dei treni sono rimasti senza cibo e acqua”, racconta spiegando come è nata l’idea. A causa dei frequenti problemi di connessione è possibile ordinare il cibo anche via sms. Il prossimo passo sarà installare alcune cucine direttamente nelle stazioni per preparare i pasti.

Fonte:  Askanews

Sempre più attivisti partecipano a “Recup”, il recupero di cibo ancora buono nei mercati di Milano

Continua il recupero di frutta e verdura nei mercati del capoluogo lombardo da parte degli attivisti di Recup, che collaborano con #QuartieriRicicloni. 81 kg di frutta e verdura e 5 kg di pane recuperati mercoledì 5 ottobre. E anche molti fiori e piantine386309_1

Un altro mercoledì virtuoso dal punto di vista ambientale e sociale, quello del 5 ottobre, al mercato rionale di piazza Martini, in Zona 4, dove i volontari di Recup, il gruppo che collabora anche al progetto#QuartieriRicicloni di Eco dalle Città e Giacimenti Urbani, con il sostegno di #FondazioneCariplo, ha recuperato ben 81 kg di frutta e verdura e 5 kg di pane. E questa volta la generosìtà dei venditori ambulanti del mercato è andata oltre le donazioni di frutta, verdura e pane, perché una bancarella ha messo a disposizione anche fiori e piantine, avanzate a fine giornata.386309_2

Il gruppo dei volontari, inoltre, era più numeroso del solito, grazie alla partecipazione di altre associazioni amiche e di alcune realtà presenti nei quartieri Molise e Calvairate. C’era anche un videomaker di Repubblica.

Ricordiamo i mercati e i giorni nei quali i volontari di Recup recuperano e ridistribuiscono il cibo a Milano:

Lunedì ore 14, via Cambini, M1 Rovereto 

Mercoledì ore 14, piazzale Martini, bus 90/91 e 92 

Venerdì ore 14, via Termopili, M1 Pasteur 

Sabato ore 16, piazzale Sant’Agostino, M2 Sant’Agostino

Fonte: ecodallecitta.it