Ritrovare il contatto con la natura per vivere bene e in salute

Sono ormai noti i benefici che la vicinanza ad un ambiente naturale comporta per la nostra salute, intesa come stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale. Recuperare il contatto con la natura attraverso la promozione di pratiche come le immersioni forestali, proposte in Italia da A.I.Me.F., è dunque fondamentale per vivere bene.

 “Finché c’è salute, c’è speranza” e “finché c’è natura, c’è vita”. Così potrebbero essere riletti i fondamenti della nostra esistenza di esseri umani. Specie in questo periodo, in cui la salute di tutti è tanto a rischio ed è tanto legata alle sorti dell’ambiente. Ma cos’è la salute e quali fattori la promuovono? Il concetto di Promozione della Salute è stato teorizzato in varie epoche storiche, fino ad una codifica avvenuta nel 1986 ad opera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità attraverso la Carta di Ottawa che ne fa una forma di impegno ed un obiettivo di ogni Società Civile. Nel testo, la  Salute viene definita come “il processo che consente alle persone di esercitare un maggior controllo sulla propria salute e di migliorarla”.
A che punto siamo, oggi, rispetto a questo obiettivo? È sempre più evidente che sia necessario un radicale cambio di paradigma, che avverrà forse quando inizieremo a diventare pienamente e  individualmente responsabili della nostra salute. In che modo? In primis rilanciando l’intrinseca capacità di adattamento e le risposte del nostro sistema immunitario, unica vera salvaguardia per la promozione della salute. Oltre a questo, è ormai nota a tutti l’importanza della nutrizione, della giusta idratazione, del movimento, della meditazione, del riposo e della lotta ai numerosissimi fattori stressogeni. Tutto ciò, ha un potenziale enorme di promozione della salute individuale. Accreditati studi internazionali hanno effettuato stime quantitative dell’impatto di alcuni fattori sulla longevità e la salute delle comunità. Tra questi, viene sottolineata l’incidenza dei servizi sanitari, gli stili di vita e i fattori genetici ereditari. Ma, ciò che più ci interessa mettere in evidenza, è l’importanza delle condizioni ambientali sulla salute, a cui si vorrebbe un’incidenza 20-30% (1).

Dunque, concentrare l’attenzione e le risorse sul rapporto tra salute e natura è oggi più che mai necessario se si vuole intraprendere un percorso di responsabilizzazione verso la propria salute, e quella delle persone che ci circondano.

Quali pratiche possono favorire tale rapporto, tra l’altro ancestrale e fondamentale? Molte le risposte. Una, in particolare, si caratterizza per il suo carattere innovativo ed inaspettato. Si tratta della Medicina Forestale (Forest Therapy), una scienza proveniente dall’Asia e diffusa ormai  in tutto il mondo, che sta dimostrando quanto possa essere efficace il potere terapeutico della Natura. Negli  anni ’80, il medico immunologo giapponese Qing Li e il medico ed amministratore forestale Yoshifumi Miyazaki hanno dimostrato che il semplice avvicinamento alla natura e agli alberi sia enormemente efficace nel promuovere la salute e potenziare il sistema immunitario. Le loro ricerche hanno evidenziato gli effetti calmanti, drenanti, miorilassanti, antinfiammatori, antidolorifici, antitumorali, antibatterici, antivirali e molto altro, i quali si attivano nell’organismo a seguito dell’inalazione delle sostanze volatili diffuse spontaneamente e continuamente dalle piante attraverso le foglie, la corteccia, i fiori e anche le radici. Queste sostanze, identificate a migliaia e ad oggi classificate in circa 3000 tipologie, sono definite B-VOC: Composti Organici Volatili di origine Biogenica. Sono proprio i BVOC che rendono l’ambiente forestale tanto salutare e benefico per la salute dell’ecosistema, essendo, per esempio, l’alfabeto attraverso cui gli esseri vegetali comunicano. E per noi esseri umani? A cosa si deve tanto beneficio? Per capirlo, basta guardare ai nostri antenati che si sono evoluti dentro le foreste respirando e assorbendo gli stessi B-VOC che curavano le malattie delle piante. Proprio allora è nata la prima forma di fitoterapia, branca antichissima della medicina su cui si basa oltre il 90% dei farmaci esistenti. La buona notizia è che ancora oggi, noi uomini, presunti civilizzati, conserviamo sulla nostra pelle i recettori giusti, di membrana e intracellulari, per interagire ed assorbire queste molecole volatili.

Ma, andiamo un po’ più a fondo della pratica di Forest Therapy, che niente ha a che fare con la magia o la superstizione. Tutt’altro : è scienza, ricerca ed esperienza. In Giappone, infatti, la Medicina Forestale è oggi prescritta regolarmente dai medici che raccomandano a molti pazienti lo Shinrin-yoku, traducibile con Bagno nel Bosco o Immersione Forestale, al fine di recuperare il benessere fisico e psichico mediante il lento e consapevole inoltrarsi in una foresta trascorrendo del tempo immersi nella natura a diretto contatto con gli alberi. Se opportunamente mediata da facilitatori preparati, e testata con appositi apparecchi medici, tale esperienza ha un effetto benefico per le difese immunitarie e antitumorali, per la funzionalità dei sistemi cardiovascolare, broncopolmonare, metabolico e muscolo scheletrico, oltre a combattere lo stress, di cui è cronicamente affetta la nostra società globale. Cosa prescrivere, allora, come miglior farmaco, se non la natura?! E, viceversa, come non prendersi cura di quella patologia che deriva dalla sua mancanza?! A tal proposito, il giornalista e autore Richard Louv (2), nel 2005 ha coniato il termine “Sindrome da Deficit di Natura”. Con questo concetto si riassumono tutti quei disturbi, dal diabete, all’ipertensione, la depressione, l’ansia, il deficit di memoria e le malattie neurodegenerative, riscontrati soprattutto nei cittadini abituati oggi a trascorre oltre il 95% del proprio tempo al chiuso e sotto continui stimoli di stress. Questo Deficit di Natura ci fa ammalare più facilmente facendoci divenire fragili e più soggetti all’attacco di agenti patogeni. Per fortuna, oggi, molti medici in tutto il mondo, e in piccola parte anche in Italia, stanno iniziando a fare riferimento a questa patologia prescrivendo come cura, il semplice ed economico contatto con la natura, oltre ad uno stile dai ritmi più lenti e consapevoli. In poche parole, più naturali! Ecco, allora che pratiche come i bagni di Bosco, lo Shinrin yoku, e le immersioni forestali, diventano un vero e proprio Atto Terapeutico, efficace ad ogni età e in tutte le circostanze.

Anche in Italia, dal 2018, grazie all’A.I.Me.F.,  l’Associazione Italiana di Medicina Forestale, hanno iniziato ad operare sul campo esperti facilitatori di Forest Therapy e stanno sorgendo dei Forest Bathing Center, ovvero dei luoghi qualificati e certificato dove svolgere le attività di Medicina Forestale (3). In questi luoghi, sparsi per tutta Italia, grazie all’A.I.Me.F.. è scientificamente provato che il contatto con la natura abbia un effetto benefico nella promozione della salute individuale.
Ma quanto tempo bisogna trascorrere in natura, in particolare accanto agli alberi? La medicina forestale, raccomanda almeno 4-6 ore a settimana, in ogni stagione. Ovviamente, maggiore è il tempo trascorso in foresta, in un bosco o un parco urbano, maggiori saranno i benefici a vantaggio del sistema immunitario, l’aumento delle capacità di adattamento e la promozione dei meccanismi di autoguarigione. Tuttavia, è possibile mantenere attivi gli effetti salutari della forest therapy trascorrendo anche solo 30-40 minuti ogni giorno in quei luoghi. Quindi l’invito è di favorire sempre più il processo di riavvicinamento alla natura. In fondo, come esulta il motto dell’A.I.Me.F.: “La natura siamo noi!”.

Note:

  1. Influenzano salute e longevità soltanto per il 10-15%, mentre gli stili di vita contribuiscono per il 40-50%, e i fattori genetici ereditari per un altro 20-30% (Canciani L., Struzzo P.L., 2011. La Promozione della Salute, capitolo in Gasbarrini Cricelli: Trattato di Medicina Interna. Verducci Editore, Roma)
  2. Richard Louv. Last Child in the Woods: Saving Our Children from Nature-Deficit Disorder 2005
  3. Zavarella P., Sigismundi G., Dell’Aquila L., MANIFESTO della Medicina Forestale. Edizioni A.I.R.O.P. 2019.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/ritrovare-contatto-natura-per-vivere-bene-in-salute/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Manu Manu Riforesta! In Salento si piantano alberi per combattere monocolture e desertificazione

Il territorio salentino è fortemente minacciato dalla desertificazione, dal fenomeno del disseccamento rapido delle piante, dal batterio della Xylella e dallo sfruttamento scellerato del territorio anche attraverso l’uso massiccio di pesticidi. Per combatterli è nata dal basso Manu Manu Riforesta!, un’associazione che porta avanti un progetto di piantumazione di una foresta nella storica area dei Paduli e che, anche attraverso l’espressione artistica, si batte per difendere la biodiversità del territorio.

 “Il Salento è nudo, ha perso le sue chiome, ha perso il suo ossigeno, ha perso la sua ombra. Vogliamo piantare alberi, ricreare la biodiversità, contrastare la desertificazione, lasciare un’Eredità Verde a chi verrà dopo di noi”.

Da millenni l’arte accende le coscienze, risveglia gli animi più intorpiditi, smuove montagne con la forza delle immagini e delle parole. È arte raccontare una storia, volteggiare con leggiadria su un palco o scattare una foto. Ma è arte anche piantare un albero. La creatività artistica è ciò che ha ispirato gli attivisti e le attiviste di Manu Manu Riforesta!, il progetto che sta cercando di difendere il Salento dallo scempio di chi, ormai da decenni, vede la sua Natura un tempo rigogliosa come un mero serbatoio di risorse da sfruttare. In collaborazione con Ada Martella, responsabile comunicazione dell’associazione, abbiamo approfondito il discorso, coinvolgendo anche Bruna Rotunno, fotografa, regista e autrice del cortometraggio “Canto e Controcanto”, realizzato per ManuManu Riforesta!.

Alcuni soci dell’associazione in un’immagine della campagna della campagna fotografica “Ritratti di Manu Manu” (foto di Basilio Puglia CRIO VISION) 

Com’è nata l’associazione e con quali finalità?

Manu Manu Riforesta! si è costituita nell’inverno del 2019, quando un gruppo di amici molto affiatati e attivo già da decenni nell’ambito delle numerose urgenze ambientali ha deciso di cambiare strategia: non solo combattere per difendere, ma creare. Fare una foresta qui in Salento, dove è in corso una catastrofe ambientale: 11 milioni di ulivi sono moribondi, hanno perso completamente le loro chiome, non producono più ossigeno e non fanno più ombra a una terra in corso di desertificazione da decenni. Come agiredunque? Seguendo il motto salentino: manu manu, ossia piano piano. Perché bisogna avere molta pazienza quando hai come obiettivo quello di creare una foresta, i cui tempi non sono propriamente quelli di una generazione umana. Perché ci vuole tempo per ritrovare l’abitudine a piantare alberi che i salentini hanno perso da generazioni, perché si sono trovati con un patrimonio di ulivi centenari e perché la mania della monocoltura è entrata nel loro DNA. L’intento dell’associazione è quello di contrastare la monocoltura e ricreare la biodiversità realizzando una agro-foresta, dove ci sia spazio per boschi di querce, roverelle, carpini, frassini, ma anche per frutteti minori, macchia mediterranea, piccoli orti. Con la certezza che la biodiversità, attraverso la rigenerazione dei suoli impoveriti – martoriati negli ultimi quarant’anni da pesticidi, diserbanti, discariche abusive, falde acquifere prosciugate con centinaia di pozzi abusivi – possa essere l’unica via per salvare i milioni di alberi di ulivi gravemente ammalati, manu manu. Manu Manu Riforesta!, il punto esclamativo rafforza l’intento e richiama all’urgenza di fare qualcosa per ridare ossigeno al Salento e lasciare un’eredità verde a chi verrà dopo di noi. Con l’aiuto delle comunità locali, degli enti locali e di tutti coloro che hanno a cuore l’ossigeno del pianeta.

Qual è la provenienza di chi partecipa all’iniziativa? Come vi siete incontrati?

Il terreno comune dei soci è stata l’esperienza della battaglia ambientalista ultra decennale contro il progetto di una gigantesca autostrada inutile, la s.s.275 Maglie – S.M. di Leuca, una maxi-speculazione cementizia ai danni del Basso Salento. Ed è il Capo di Leuca – il finibus terrae – il luogo di provenienza della maggior parte di loro, anche se alcuni sono salentini adottati, francesi, austriaci, tedeschi o nord italiani che hanno deciso di mettere radici in Salento, in tutti i sensi!

Prima piantumazione di Manu Manu Riforesta! nel terreno dei Kurumuni

Puoi descriverci le caratteristiche le caratteristiche della zona dei Paduli? Perché secondo voi è così importante recuperarla?

Il paesaggio che vediamo oggi – distese interminabili di ulivi – e che caratterizza il Sud della Puglia non è sempre stato così. Fino a non molto tempo fa, il Salento era ricco di boschi. Uno di questi era l’antico Bosco Belvedere, oggi noto come Paduli, una foresta plurimillenaria risalente al periodo post-glaciale. Con i suoi settemila ettari, nel cuore del Basso Salento era un vero paradiso della biodiversità e ospitava ogni tipo di querce, frassini, olmi, carpini, castagni, piccole paludi, frutteti. Fu letteralmente spazzato via a partire dalla metà dell’800, quando venne introdotta la monocoltura dell’olivo. La necessità era quella di soddisfare la richiesta delle grandi capitali europee di illuminare le strade con l’olio lampante, prima che venisse scoperto il petrolio. La caratteristica del Paduli è che la sua perimetrazione è rimasta invariata nel tempo – la foresta di querce venne sostituita con una ‘foresta’ di ulivi – così da aver sempre rappresentato il polmone verde di questo lembo di terra chiuso tra due mari. Ma questo polmone ora non è più verde, non produce più ossigeno, per via del problema del CoDiRO (disseccamento rapido) aggravato dal batterio Xylella che ha colpito gli ulivi.

All’interno dell’area meridionale dei Paduli è stato disegnato un cerchio ideale che rappresenta il campo d’azione del progetto Manu Manu Riforesta!. Il “cerchio rosso” racchiude circa 300 ettari di uliveti ammalati, molti di quali in stato di abbandono, ma con qualche sparuta e preziosa presenza di querce centenarie, memoria dell’antico bosco. Ed è proprio con le ghiande di questi patriarchi sopravvissuti che è stata avviata la “nursery di comunità”, coinvolgendo le comunità locali e con la collaborazione dell’Università di Lecce e del suo Orto Botanico, per coltivare la futura foresta. C’è poi un vero e proprio gioiello all’interno del “cerchio rosso”: l’area Padula Mancina, designata dal Progetto Europeo Habitat come area ZSC (Zone di Speciale Conservazione) poiché include tre stagni temporanei di particolare pregio paesaggistico. Uno di essi, il Bosco Don Tommaso, è il primo terreno acquistato da Manu Manu Riforesta!, grazie alla campagna di donazioni avviata nell’estate di quest’anno.

La creatività è un aspetto centrale nel vostro progetto: perché questa scelta?

Cosa accade quando si è testimoni di una catastrofe ambientale, paesaggistica, sociale ed economica? Si mette in moto l’immaginazione che, insieme all’istinto di sopravvivenza, fa sì che si possa arrivare a una visione che non miri unicamente a sostituire le piante malate, ma anche a creare un nuovo modello di paesaggio, agricoltura, turismo, economia, con tutto ciò che comporta sul piano sociale. I visionari per eccellenza sono i creativi e la Riforestazione è un atto creativo. All’interno di Manu Manu Riforesta! molti dei soci sono musicisti, attori, scrittori, fotografi, videomaker e la stessa presidente dell’associazione – Ingrid Simon – è un’artista visiva, ma tutti hanno l’uso di piantare e coltivare, poiché hanno un giardino o un’azienda agricola. La riforestazione, dunque, diventa un progetto complesso, articolato, poiché il lavoro di agro-forestazione – studio del territorio, pianificazione delle piantumazioni, cura delle stesse – si interseca e si somma con quello di coinvolgimento delle comunità attraverso la divulgazione tramite il sito, le pubblicazioni, il cortometraggio, le interviste agli anziani contadini e così via. La riforestazione è un’urgenza percepita da chiunque stia vivendo l’apocalisse degli ulivi, poiché – prendendo in prestito un verso del poeta Salvatore Toma – “[…] il selvatico che è in noi prevarrà”. Lo dimostra l’effetto “Pronto, Manu Manu?”: centinaia di messaggi e telefonate – attraverso la pagina facebook molto attiva – come se l’associazione stessa fosse diventata un elemento attrattore di tutte le speranze di verde che nessuno ha mai raccolto. Tra i tanti che offrono piante, braccia per coltivare, terreni per riforestare, ci sono anche i creativi, gli artisti che mettono a disposizione di Manu Manu Riforesta! la propria professionalità. Così è nato il progetto del cortometraggio “Canto e Controcanto”, scritto e diretto da Bruna Rotunno e con il ballerino solista della Scala Gabriele Corrado, e diversi altri progetti messi in cantiere.

Puoi raccontarci qualcosa di più sul cortometraggio “Canto e Controcanto” che sarà trasmesso il 15 dicembre?

(Risponde Bruna Rotunno, che ha scritto e diretto il cortometraggio) Vivo in Salento per metà dell’anno e ho visto morire uno a uno i miei ulivi centenari senza poter far nulla. Durante una piacevole serata salentina, la scorsa estate, ho conosciuto alcuni dei volontari dell’associazione Manu Manu Riforesta! e sono venuta a conoscenza del loro progetto e della loro caparbia e accorata visione. Il giorno dopo ho visitato con loro i terreni che avevano acquisito, ove già erano presenti alcuni alberi appena piantumati, affianco a oliveti secchi e bruciati. È scoppiata una scintilla di emozionante ed empatica intesa col progetto Manu Manu. Basta sconforto e staticità davanti ai milioni di ulivi morti….è tempo di fare qualcosa, tutti. È nata cosi l’idea di un film da girare nei territori distrutti dall’apocalisse del CodiRo e della Xylella. Anche il ballerino solista della Scala Gabriele Corrado, salentino, aveva avuto modo di conoscere il progetto e innamorarsene, mettendosi a disposizione per eventuali iniziative a sostegno di Manu Manu Riforesta! Al team del corto si è aggiunto il violoncellista Redi Hasa, anch’esso residente in Salento da vent’anni, che ha messo a disposizione alcuni brani tratti dal suo disco appena uscito. Rachele Andrioli, magica voce salentina, è entrata nel team come vocalist. Fabrizio Saccomanno, attore e regista teatrale, ha prestato la sua voce narrante. Il film mostra la realtà dell’annullamento quasi totale del patrimonio storico degli ulivi, ma anche la possibilità di evolvere da una situazione drammatica attraverso la creatività e l’azione mirata alla rinascita delle antiche foreste preesistenti. Gli occhi e i movimenti di Gabriele Corrado ci conducono attraverso la desolazione dei territori dove gli olivi sono seccati, eradicati, carbonizzati, per arrivare alla verde rinascita della zona Viva, nella quale si sta attuando il progetto di Manu Manu Riforesta! Ombra e luce, distruzione e rinascita, morte e vita. Canto e Controcanto.

Bruna Rotunno nel backstage del cortometraggio (foto di Ada Martella)

Cosa può fare chi ci legge per sostenere la causa che portate avanti?

Manu Manu Riforesta! è un’associazione senza scopo di lucro, i cui soci prestano le proprie braccia e le proprie professionalità per realizzarne gli intenti. Acquisire i terreni abbandonati, piantumare, la cura nel tempo, il lavoro di divulgazione per sensibilizzare e mettere in atto la “forza centripeta dei Paduli”: riportare le comunità in quel territorio che un tempo era un paradiso della biodiversità e che ora è un luogo quasi del tutto abbandonato. Ad oggi, i terreni acquisiti – acquistati, donati o in comodato d’uso – coprono un’area di poco più di 6 ettari, il progetto-pilota di tre anni prevede di arrivare a 6 ettari. Per questo abbiamo bisogno di aiuto. È semplice, basta visitare il nostro sito e con un semplice click su DONA ORA chiunque potrà contribuire a ridare ossigeno al Salento.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/manu-manu-riforesta-salento-alberi-combattere-monocolture-desertificazione/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Vaia, la startup che pianta nuovi alberi nei boschi delle Dolomiti distrutti dalla tempesta

Per commemorare il secondo anniversario del disastro causato dalla tempesta Vaia, domenica 25 ottobre l’omonima startup pianterà sull’altopiano di Piné 726 nuovi alberi, uno per ogni giorno trascorso da quei momenti. L’evento vuole celebrare la rinascita di una comunità resiliente e si inserisce nell’impegno dell’azienda a piantumare 50mila alberi entro la fine del 2021. Con raffiche di vento che hanno raggiunto i 190 km/h, la tempesta Vaia ha raso al suolo interi boschi, spazzando via 8,5 milioni di metri cubi di legname e causando danni economici per 630 milioni di euro. E soprattutto, ha sconvolto il panorama di vaste aree di quelle stesse Dolomiti che dal 2009 fanno parte del Patrimonio Mondiale UNESCO. Per commemorare i due anni dal passaggio della tempesta che spazzato via 40 milioni di alberi, la startup trentina Vaia organizza un evento di riapiantumazione nel quale verrà piantato un albero per ogni giorno passato dalla tempesta, per cui 726 alberi.

Il team di Vaia

La startup VAIA nasce proprio dal desiderio di Federico Stefani, ventinovenne trentino, di aiutare il suo territorio e la sua comunità a rialzarsi dalla devastazione della tempesta. Insieme a Giuseppe Addamo e Paolo Milan, Stefani decide di fondare la startup VAIA per recuperare il legno degli alberi abbattuti dalla tempesta e trasformarlo in un prodotto d’eccezione. Contribuendo ad alimentare un nuovo modo di fare impresa, in un’ottica di arricchimento per la società e l’ambiente. L’oggetto ideato dalla startup è il VAIA Cube, amplificatore passivo costruito artigianalmente (la cassa viene realizzata da artigiani e falegnami locali) che permette di propagare in modo completamente naturale qualunque suono emesso da uno smartphone. Ogni cubo è un pezzo unico e di piccole dimensioni (10 cm per lato), prodotto unicamente con il legno recuperato dagli alberi caduti: l’esterno è realizzato in abete della Val di Fassa, un pregiato tipo di abete rosso da sempre utilizzato per produrre i violini, mentre l’interno è in larice.

Per Federico Stefani “il VAIA Cube è un esempio concreto di come sia possibile produrre senza sprecare preziose materie prime, e rispondendo concretamente alle conseguenze dei cambiamenti climatici”. Allo stesso tempo, l’amplificatore punta anche a mantenere alta l’attenzione sull’emergenza climatica. Attraverso il VAIA Cube, la startup vuole consegnare alle persone una storia, un oggetto di design frutto di un progetto più ampio e basato sui valori di tutela dell’ambiente e sostenibilità, un simbolo di resilienza e fiducia nel futuro. La startup, i cui tre fondatori sono stati inseriti da Forbes Italia nella classifica “100 Number One – L’Italia dei giovani leader del futuro”, punta a piantare nelle zone colpite dalla tempesta un nuovo albero per ogni Vaia Cube venduto, e a piantumare 50mila alberi entro la fine del 2021.

L’ultima ripiantumazione di quest’anno prima dell’inizio della stagione invernale si terrà domenica 25 ottobre sull’altopiano di Pinè, in Trentino, dove saranno messi a dimora 726 alberi: uno per ogni giorno trascorso dalla tempesta Vaia. Secondo Paolo Milan, “amplificare i suoni in modo naturale attraverso il legno è una metafora forte e concreta per risvegliare la coscienza collettiva. I recenti eventi climatici ci stanno dimostrando che dobbiamo necessariamente riconsiderare il nostro modo di produrre, e soprattutto il nostro modo di consumare, restituendo una giusta priorità all’ambiente e alla natura”.

La ripiantumazione sull’altopiano di Pinè sarà trasmessa in streaming sui canali social di Vaia a partire dalle 10:00 di domenica 25 ottobre. Saranno proposti anche contenuti aggiuntivi, interviste ai fondatori e al team della comunità di VAIA, nonché agli artigiani che realizzano il prodotto.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/10/vaia-startup-pianta-alberi-dolomiti-distrutti-tempesta/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Cnr: pochi alberi e consumo di suolo favoriscono le ‘isole di calore urbano’

Lo studio condotto dal Cnr-Ibe e Ispra rivela come il consumo di suolo e la scarsa copertura arborea incide sulla formazione delle isole di calore urbano specialmente d’estate. Uno studio coordinato dal Cnr-Ibe, svolto in collaborazione con Ispra e pubblicato su Science of the Total Environment svela come l’intensità delle isole di calore estive è particolarmente elevata nelle città metropolitane dell’entroterra e cresce con l’aumentare, nel nucleo centrale della città, dell’estensione delle superfici con ridotta copertura arborea e forte impermeabilizzazione.  Oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi nelle città, ed è per questo motivo che viene dedicata sempre maggiore attenzione agli studi che indagano la vivibilità degli ambienti urbani. In Italia le persone che vivono in città sono 42 milioni, circa il 70%. L’ecosistema urbano si caratterizza per due elementi fondamentali: le superfici vegetate e quelle impermeabili (consumo di suolo). Il giusto compromesso tra la quantità di questi due elementi influenza la composizione del paesaggio urbano, modificando anche il microclima e favorendo un fenomeno tipicamente urbano noto come “isola di calore urbana”. Con questa definizione si intendono le zone centrali delle città sensibilmente più calde delle aree limitrofe o rurali.

A condurre la ricerca sono stati i ricercatori dell’Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche di Firenze (Cnr-Ibe), in collaborazione con i ricercatori dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). “Lo studio è stato condotto sul periodo diurno estivo, analizzando per la prima volta l’influenza della copertura arborea e del consumo di suolo nel favorire l’isola di calore urbana superficiale nelle 10 città metropolitane dell’Italia peninsulare”, spiega Marco Morabito del Cnr-Ibe e coordinatore del lavoro. La ricerca ha preso in considerazione la città composta dal suo nucleo metropolitano, rappresentato dal comune principale, dai comuni confinanti e da quelli periferici; sono stati esaminati inoltre la quota, la distanza dal mare e la dimensione della città. “Sono stati utilizzati dati satellitari di temperatura superficiale, riferiti al periodo diurno estivo dal 2016 al 2018, mentre utilizzando i dati ad alta risoluzione sviluppati da Ispra è stato possibile comprendere l’influenza del consumo di suolo e della copertura arborea”, aggiunge Michele Munafò dell’Ispra.

 Dall’integrazione di queste informazioni, i ricercatori hanno prodotto così un nuovo strumento informativo chiamato “Urban Surface Landscape layer”, ossia un indicatore di copertura superficiale del paesaggio urbano capace di rappresentare le zone delle città caratterizzate da differenti combinazioni di densità di consumo di suolo e copertura arborea, e in grado di individuare aree critiche urbane, con elevate temperature superficiali, che necessitano di azioni di mitigazione e in particolare di una intensificazione della copertura arborea. “Lo studio dimostra che l’intensità dell’isola di calore urbana superficiale aumenta soprattutto all’aumentare dell’estensione delle aree con bassa densità di copertura arborea nel nucleo metropolitano, oppure intensificando la copertura artificiale dovuta a edifici e infrastrutture”, conclude Morabito. “Le isole di calore più intense sono state osservate nelle città dell’entroterra e di maggiori dimensioni: a Torino, un aumento del 10% nel nucleo centrale di aree con elevato consumo di suolo e bassa copertura arborea è associato a un aumento dell’intensità dell’isola di calore media estiva di 4 °C. In generale quanto più grandi e compatte sono le città, tanto maggiore è l’intensità del fenomeno isola di calore. Quest’ultimo, invece, è risultato spesso meno intenso e poco evidente nelle città costiere a causa soprattutto dell’effetto mitigante del mare”.

Fonte: ecodallecitta.it

Seminiamoli: piantiamo sui balconi gli alberi di domani!

In questo periodo di quarantena piantiamo nei vasi sui balconi i semi della frutta che mangiamo e, quando diventeranno alberi, qualcuno li porterà nelle aree periferiche della città e se ne prenderà cura. Questo l’invito lanciato dal gruppo romano “Alberi in Periferia” che con l’iniziativa “Seminiamoli” vuole proporre un’azione semplice e concreta di tutela ambientale e partecipazione sociale.

La maggior parte di noi ricorda di aver canticchiato almeno una volta, la famosa canzone di Sergio Endrigo che diceva così:

“Per fare l’albero ci vuole il seme

Per fare il seme ci vuole il frutto

Per fare il frutto ci vuole il fiore

Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore…”

Spesso abbiamo sotto gli occhi la soluzione, a volte è talmente piccola che non la vediamo e in questo caso, è piccola proprio come il seme di un frutto. La maggior parte delle volte i semi vengono buttati via da tutti noi senza pensare che da un singolo seme può nascere un nuovo albero di frutti. Nasce da qui l’idea di “Seminiamoli”, iniziativa lanciata dal gruppo “Alberi in Periferia”. Si tratta di un invito alle persone a piantare adesso nelle case, sui nostri balconi o nei giardini quelli che diventeranno gli alberi di domani.

“Dopo la quarantena ce ne occuperemo noi”, assicura il gruppo, invitando così a dar vita ai semi della frutta, piantandoli e prendendosene cura finché diventeranno dei piccoli alberi. Il gruppo, infatti, si occuperà poi di piantarli, portando avanti un progetto nato circa un anno fa e che ha dato vita a più di cento alberi piantati in contesti urbani e nelle zone periferiche di Roma. Abbiamo parlato con Andrea Loreti, uno dei fondatori del progetto ed ecco cosa ci ha raccontato.

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Come è nata l’idea di Alberi in periferia?

Abbiamo sentito l’urgenza di fare qualcosa di concreto. Abbiamo pensato a un progetto che poteva unire tre pilastri per noi molto importanti: Ecologia, comunità e cultura.

In che modo piantare alberi ha contribuito a dare un contributo a temi così importanti?

Dal punto di vista dell’ecologia, gli alberi sono un vero toccasana per tutti noi, producono ossigeno e assorbono anidride carbonica, fanno da filtro permettendoci di respirare aria pulita. Abbiamo pensato anche al grande valore che avrebbero avuto soprattutto in luoghi di periferia che avevano la necessità di essere recuperati.

Da qui il contributo sociale?

Esatto, abbiamo coinvolto associazioni no profit che si occupano dei minori e dei ragazzi che vivono in contesti difficili. Abbiamo passato con loro delle bellissime giornate all’aperto facendoli partecipare attivamente con zappe e rastrelli nel piantare gli alberi, creando così qualcosa di importante per loro e per il loro futuro. Posso citarti alcuni di questi progetti importanti, come Il parco di fronte alla Pecora elettrica (libreria della periferia di Roma, Centocelle, incendiata il 25 aprile scorso) dove insieme ai bambini abbiamo piantato alberi di ulivo; Il Polo ex Fienile di Tor Bella Monaca, all’interno del progetto TOY for Inclusion e in collaborazione con l’Associazione 21 Luglio i ragazzi hanno partecipato attivamente e hanno piantato 15 alberi: a La Romanina, zona Tor Vergat , sono stati piantati alberi davanti alla scuola IC Raffaello con la collaborazione del Movimento per la decrescita felice. Tutti questi sono per noi esempi molto importanti perché ogni persona è mossa dal desiderio di fare qualcosa di concreto per la comunità in modo totalmente volontario (noi per primi ci autofinanziamo) ma quello che ci muove è la speranza che crea una rete sociale che resiste anche in contesti difficili. È stato bellissimo vedere i ragazzi impegnati a piantare gli alberi e hanno poi dato un nome a ciascuno.

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Come vi autofinanziate?

Qui entra in gioco l’aspetto culturale. Come anticipavo non facciamo tesseramento e non riceviamo alcun tipo di finanziamento. Organizziamo delle serate di teatro, musica e racconti di poesie. Gli artisti danno il loro contributo in forma completamente gratuita e ogni singolo Euro raccolto dalle serate viene utilizzato per acquistare gli alberi.

E ora parliamo dell’iniziativa “Seminiamoli”

Anche in questa occasione abbiamo pensato a come poter portare avanti il nostro progetto nonostante il periodo che stiamo vivendo tutti. Abbiamo così avuto questa idea, quella di piantare nelle nostre case i semi della frutta: piantiamo oggi gli alberi di domani.

Sulla nostra pagina Facebook abbiamo creato un tutorial che spiega esattamente come fare e quali frutti scegliere. Quando questo periodo sarà passato, ce ne prenderemo cura noi, verranno raccolti e ripiantati nelle aree di periferia aperte a tutti. La tua frutta darà i suoi frutti.

Cosa può fare chi non vive a Roma, dove si trova il vostro gruppo, e non ha spazio per curare le piante una volta diventate grandi?

Può piantarle nel cortile condominiale o donarle a qualche associazione no profit che ha lo spazio o la disponibilità per prendersene cura.

Qual è il vostro obiettivo?

In realtà il nostro primo traguardo l’abbiamo raggiunto e ci ha reso estremamente felici. Quando abbiamo iniziato, ci eravamo dati l’obiettivo di piantare cento alberi in contesti urbani e ce l’abbiamo fatta. Con il contributo delle associazioni che lavorano ogni giorno in contesti difficili e i ragazzi dei quartieri che hanno creduto nel nostro progetto siamo riusciti a creare e a diffondere qualcosa di pratico, tangibile e simbolico. Ora vorremmo continuare a farlo, soprattutto dove ce n’è più bisogno. Come diciamo spesso, “se vogliono il deserto, pianteremo partecipazione”. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/04/seminiamoli-piantiamo-sui-balconi-alberi-domani/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Borgopo’: “Così ho fatto rinascere la libreria che amavo da bambina”

Una giovane di Torino ha deciso di cambiare vita e lavoro per rilevare la libreria che nella sua infanzia amava e che, a distanza di anni, non sopportava di veder chiusa. Oggi la storica Borgopo’ ha riaperto i battenti e la sua proprietaria si impegna per farla tornare ad essere un punto di riferimento sociale e culturale per tutto il quartiere. Borgopo’ è una libreria di Torino recentemente riaperta da Alberta Vovk, che ha dato vita ad un luogo “magico” e accogliente dove incontrarsi per leggere o acquistare o un buon libro. È proprio Alberta a ripercorrere con noi la rinascita di questo storico spazio: una storia a lieto fine che sa di favola sin dall’inizio.

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La Libreria Borgopo’ (Foto di Giorgio Guarneri)

Raccontaci la storia della Libreria Borgopo’ e di come questa si è incrociata con la tua
La libreria nasce nel 1992 dalla passione per i libri di due brillanti signore torinesi. La libreria è sempre stata un punto di riferimento per il Borgo Po, amata e frequentata da diversi scrittori torinesi, ad esempio Nico Orengo, Carlo Fruttero e molti altri. Da bambina quando andavo a salutare i nonni che abitavano poco distante loro mi accompagnavano a comprare un libro (ricordo molto bene la collana Piccoli Brividi). In seguito la libreria è stata affidata ad una brillante ragazza che l’ha gestita fino a quando non è diventata mamma e ha dovuto chiuderla. “Da Grande” mi sono trasferita a vivere nel borgo e vederla chiusa ha smosso qualcosa dentro di me. Io sono ingegnere gestionale, ho lavorato per diverse multinazionali, mi sono occupata di programmazione e controllo della produzione, sono stata buyer, ho lavorato per anni in consulenza occupandomi di progetti prima in ambito della logistica poi in ambito finance sia in Italia che in Europa.

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Alberta Vovk nella Libreria Borgopo’

Ad un certo punto è capitata l’occasione di rilevare i muri della Libreria Borgopo’ e nonostante mi piacesse il mio lavoro è stato più forte il desiderio di un cambiamento a livello imprenditoriale. Forse dipende un po’ dal mio DNA; sia i miei bisnonni che i nonni erano artigiani qui nel Borgo. Provenendo da un altro ambiente mi sono resa conta che era necessario “imparare il mestiere” e per questa ragione mi sono rivolta ai Librai della Luxemburg (storica libreria del centro di Torino) che mi hanno aiutato ad avviare la Libreria e mi seguono per garantire la più alta qualità nelle scelte editoriali e da loro ho effettuato un training intensivo di 3 mesi.

Quali attività si svolgono presso la libreria?

Nella libreria si svolgono presentazioni, incontri con l’autore, corsi e workshop sia per bambini che per adulti ed anche mostre di giovani artisti. L’idea è di creare un salottino di cultura di cui parlare di tutto dalla Narrativa ai Tarocchi (tema a cui sono molto legata, ed ho frequentato un corso di Arcani Maggiori presso l’accademia dei Tarocchi. Si tratta di un approccio di crescita personale, evolutivo e non di cartomanzia).

La libreria è specializzata in qualche genere in particolare?

Nella libreria si possono trovare libri per ragazzi (da età prescolare ai giovani adulti), narrativa, saggistica, design, arte, giardinaggio, cucina ed un piccolo settore di qualità dedicato alla spiritualità. Inoltre si possono trovare alcuni libri per il supporto all’apprendimento.

Cosa puoi dirci di questo quartiere e che ruolo svolge la sua libreria al suo interno?

Borgo Po è un quartiere speciale, diverso da tutti gli altri. Si tratta di una zona magica anche da un punto di vista spirituale. La mia famiglia è cresciuta qua. È stato molto importante l’affetto del Borgo nella riapertura della libreria. Vorrei cercare di riportarla ad essere il punto di riferimento del quartiere. Un salottino culturale in cui parlare di tutti gli argomenti.

Collabori con altre realtà o associazioni del quartiere?

Stiamo iniziando alcune collaborazioni, è importantissimo curare i rapporti con i propri vicini di casa sia che si tratti di associazioni, di piccoli editori o altre realtà.

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Nella tua libreria c’è una stanza con le stelle sulle pareti e un’altra con gli alberi…

La libreria è composta da diverse stanze. All’ingresso c’è un bosco dipinto sulla parete eseguito da due giovani artisti e accanto una sala per bambini e ragazzi con un aereo sul soffitto. C’è poi una sala dedicata ai grandi illustrati, separata dalle altre stanze con una porta di vetro. Una sala centrale contiene i tavoli di novità e long seller sia di saggistica che di narrativa e poi scaffali di spiritualità, biografie, viaggi ed una parte dedicata a Torino. In una zona dedicata si trova la sala delle stelle o sala dei Tarocchi, che ho fortemente voluto. Lo spazio della libreria è veramente magico, mi ha aiutato e mi continua ad aiutare in questo l’Architetto Marco Gennaro che con la sua sensibilità e creatività ha reso lo spazio unico.

Si continua a parlare di crisi delle librerie. Cosa ne pensi di fenomeno e come credi si potrebbe contrastare?
È sempre una brutta notizia quando un luogo di cultura chiude i battenti. La libreria indipendente si distingue dalle grandi catene e dai colossi della vendita online per il rapporto umano. Il consiglio di un libraio può essere fondamentale nella scelta di un libro, è bello ed arricchente lo scambiarsi pareri sui libri letti o semplicemente fare una chiacchierata. È anche un momento storico in cui le persone hanno più che mai bisogno di incontrarsi e di comunicare. In questo è fondamentale il lavoro che stiamo facendo per organizzare gli eventi sia per bambini che per adulti. Abbiamo già avuto per Halloween un’attrice che leggeva storie di paura per i bimbi, Babbo Natale e le Befane. Avremo un Book Club gestito da 2 giovani blogger nonché traduttori Torinesi (Radical Ging). Nella settimana della giornata della memoria avremo la testimonianza di un sopravvissuto della Resistenza. Organizzeremo corsi insieme all’accademia dei Tarocchi di Carlo Bozzelli. Parleremo in maniera seria ed approfondita di Astrologia. Abbiamo già ospitato ed ancora ospiteremo saggisti e narratori di livello. E molto altro ancora abbiamo in programma.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/borgopo-fatto-rinascere-libreria-amavo-bambina/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’Agrinido in una tenda yurta: un atto di (r)esistenza comunitaria

Gravemente colpito dal terremoto del 2016, l’Agrinido gestito da Federica di Luca continua ad esistere e resistere grazie all’allestimento di una tenda yurta: una soluzione d’emergenza che ancora oggi consente non solo la continuità del servizio educativo, ma vuole rappresentare anche l’occasione per una rinascita del piccolo borgo montano dell’entroterra marchigiano attraverso la realizzazione di eventi culturali, formativi ed educativi. Cratere. Marche interne. Il centro di educazione ambientale Credia WWF e l’agrinido “La Quercia della Memoria”, pittoresco avamposto multifunzionale gestito da Federica Di Luca, sono stati gravemente colpiti dal terremoto del 30 ottobre 2016, nonostante il grosso lavoro di ristrutturazione antisismica del borgo rurale montano di Vallato (Comune di San Ginesio).

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Federica e il marito Franco, esuli al pianterreno del loro vecchio agriturismo, reagiscono pazienti come meglio possono, portando avanti l’attività.

«Nel gennaio 2017 grazie a un’azione corale, siamo riusciti ad allestire la tenda yurta e riaprire rapidamente l’Agrinido e l’Agrinfanzia, malgrado le difficoltà. Si è formato dal basso un gruppo multidisciplinare di progettazione costituito da diverse competenze e sguardi sull’idea di scuola, educazione, bambino e ricostruzione, formato da educatrici, genitori, dipendenti urbanistici del comune di San Ginesio, esperti di pedagogia, psicologia, geologia, ingegneria, architettura e pediatria», racconta Federica, lentamente, meditando sulle parole con attenzione e convincimento, spazzando il parquet della yurta prima dell’arrivo di Kilian, Emilie e gli altri bimbi dell’Agrinido.  Trentasei metri quadri di ambiente circolare protetto da una struttura in legno rivestita da più strati di tessuto e imbottita con oltre sessanta chili di lana per rendere stabile il calore interno. La tradizionale tenda dei nomadi mongoli è stata issata laddove, fino a qualche mese fa, trovava forma l’orto dei bambini. Ballonzolando nei dintorni, capisco che l’allestimento della mitica tenda consente non solo la continuità del servizio educativo, ma vuole rappresentare anche l’occasione per una rinascita del piccolo borgo montano attraverso la realizzazione di eventi culturali, formativi ed educativi. Importantissima è la rassegna di eventi denominata “Yurta letteraria” che da gennaio 2018 offre alla comunità e a un pubblico più vasto iniziative varie a carattere culturale e sociale su temi legati al post-terremoto.

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La paura del nostro Appennino è di rimanere fiaccato e solo, ucciso da un’indifferenza che corre sovrana in tutto il globo, ma l’apertura di una yurta rappresenta la volontà di restare nei territori feriti per vincere la scommessa di una terra pugnalata ma capace di futuro. Attorno volano gli schiamazzi dei piccoli “studenti” liberi da banchi e paccottiglie.

«Che cosa potesse significare aprire un servizio educativo permanente in una tenda yurta, di fatto era una novità – continua Federica – E anche una scommessa, perché strutturare in uno spazio aperto, gli angoli e i materiali specifici della nostra attività ha rappresentato una grossa sfida. Poi ci sono state le paure: sarà abbastanza riscaldata? Terrà il vento e la neve? 

È stato un periodo di grande soddisfazioni sulle scelte fatte, ma la yurta non può essere più una prospettiva accettabile. I bambini sono aumentati, da una parte ci sono famiglie che chiedono e continuano ad avere fiducia, dall’altra c’è uno spazio che può cominciare a diventare stretto. Quando si parla di post-emergenza si è tutti proiettati nelle necessità di adattarsi e resistere, perché quella è l’unica e migliore soluzione al momento. Ma su un tempo lungo, questa situazione di spazi ridotti si traduce in una gestione quotidiana faticosa. Ecco perché da una parte vogliamo evidenziare la straordinarietà pedagogica del lavoro fatto in questo ambiente unico e irripetibile. Dall’altra vogliamo riportare l’attenzione sui tempi della ricostruzione: questo tempo di transizione non può avere una prospettiva di anni, per lo meno per le scuole, perché si finisce per arrivare a un accumulo di stanchezza da tutti i punti di vista. 

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Questa esperienza ha lasciato molte impronte nelle vite delle persone, oltre che nel paesaggio. In un futuro prossimo c’è il progetto di costruire una nuova scuola in legno, con una raccolta fondi che ha già raggiunto il suo scopo e ha permesso l’acquisto del terreno su cui sorgerà l’edificio», racconta ancora l’educatrice, determinata a non gettar la spugna.
«Qui a Vallato di San Ginesio – aggiunge Franco, il marito di Federica – abbiamo un intero borgo da ripopolare e ricostruire dopo il terremoto. Molti residenti di un tempo sono morti e molti proprietari venderebbero volentieri. Il paradosso è che in prospettiva si ricostruiranno le case senza le persone interessate a viverle come residenti». 

«I nostri borghi ricostruiti dopo il terremoto diventeranno squallidi villaggi vacanze di seconde e terze case, deserti per gran parte dell’anno. I tanti giovani interessanti a rilanciare la vitalità dell’Appennino probabilmente resteranno senza opportunità. Quanti giovani possono oggi permettersi l’acquisto di una casa inagibile venduta a prezzi da autentica speculazione? Sarebbe grandioso riportare i giovani nell’entroterra marchigiano colpito dal sisma».

Diari estrapolati da “Il passo dell’acero rosso – alberi, pecore e macerie” (Aras Edizioni)

Per informazioni e dettagli clicca qui e qui

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/agrinido-tenda-yurta-atto-resistenza-comunitaria/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Biorfarm, l’adozione di alberi che fa incontrare contadini e consumatori

Due giovani neolaureati hanno creato una piattaforma online capace di creare un contatto diretto tra contadini e consumatori offrendo a questi ultimi la possibilità di adottare un albero per poi coglierne, o ricevere a casa, i frutti. Biorfarm vuole così rispondere da una parte alle esigenze dei piccoli produttori, spesso in difficoltà economica, e dall’altra a quelle delle persone che vogliono riscoprire il rapporto con la natura e conoscere ciò che portano in tavola. Oltre ai GAS – gruppi di acquisto solidale – e alle Food Coop si sta affermando un altro modo per dare dignità al lavoro dei contadini e garantirsi sulla tavola cibo di qualità: Biorfarm. La start-up a vocazione etica rende infatti possibile, attraverso una piattaforma, adottare un albero e coglierne i frutti o, in alternativa, farseli spedire a casa. Ci sono gli immancabili agrumi (arance, limoni, clementine e cedri, bergamotto e lime), mele, pere, pesche e ciliegie, fichi d’india e melograni. Olive da cui ricavarne del buon olio. Ma anche mandorle e castagne, mango e avocado e tanti altri frutti.

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L’adozione è semplice: sulla piattaforma sono disponibili numerosi alberi da frutto. Scelta la varietà preferita ci ritroviamo di fronte ad una simulazione del campo del contadino: siamo così chiamati a decidere, fra gli alberi disponibili, la collocazione ed il nome che vogliamo assegnare al “nostro” albero. Fin dall’inizio verremo informati della storia del contadino, della sua attività e dell’albero e continueremo a ricevere aggiornamenti fin quando i frutti non saranno maturi. Il piccolo produttore, a quel punto, avviserà che la frutta è pronta e ogni utente potrà decidere se partecipare alle giornate di raccolta o farsi arrivare i frutti a casa nelle seguenti 48-72 ore. È forse inutile dire che – diversamente da quanto accade nei supermercati – non saranno disponibili le ciliege a gennaio: è la natura e chi se ne prende cura, ovvero l’agricoltore, a decidere i tempi di vendita.

«Noi vogliamo che le persone possano riscoprire il rapporto con la natura e che cosa si nasconde dietro a ciò che portiamo sulle nostre tavole – ci ha detto Giuseppe, uno dei fondatori – ma anche far sì che i piccoli agricoltori, che sono i protettori della biodiversità, non scompaiano».

L’idea che ha dato origine a Biorfarm è nata nel 2015, a Roma, quando Osvaldo De Falco si è presentato a casa dell’amico Giuseppe Cannavale. Osvaldo è figlio di agricoltori che coltivano arance e clementine, e il padre – all’epoca – non riusciva più a sostenere la propria attività. Quella del padre di Osvaldo non è una storia isolata: ai piccoli produttori vengono corrisposti compensi troppo bassi, che coprono a malapena i costi di produzione e si stima che ogni anno 25 mila piccoli produttori abbandonino le campagne.

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Osvaldo De Falco e Giuseppe Cannavale, fondatori di Biorfarm

Se da una parte la presenza di numerosi intermediari fra i contadini e i consumatori non consente un equo compenso a coloro che si dedicano ad attività agricole, dall’altra le persone si ritrovano spesso di fronte a prodotti di bassa qualità – la frutta, per esempio, rimane stoccata per più di cinque settimane prima di arrivare esposta nei negozi e nei supermercati. Le informazioni disponibili sull’origine di ciò che portiamo a casa, inoltre, sono scarse, limitandosi a indicare il paese e i prezzi – soprattutto del biologico – sono spesso elevati. Individuato che il problema del padre di Osvaldo riguardava molti contadini e che si rifletteva anche sui consumatori finali, i due – allora neolaureati – hanno dato vita ad una piattaforma capace di far incontrare in modo più diretto i contadini e i consumatori. «All’inizio ci occupavamo di Biorfarm nei fine settimana” – ci ha raccontato Giuseppe – perché il resto del tempo lavoravamo». Poi, a metà del 2016, arriva un primo riconoscimento pubblico: Google individua Biorfarm e la premia come eccellenza digitale dell’anno. Giuseppe e Osvaldo, pur intravedendo per la prima volta la possibilità di consolidare ed espandere il proprio progetto, non potevano ancora permettersi di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi allo sviluppo di Biorfarm. Il tutto cambia a novembre dello stesso anno quando l’acceleratore di start-up H-Farm seleziona Biorfarm fra ben 500 progetti provenienti da tutto il mondo. Con un finanziamento e sei mesi di vitto e alloggio offerti da H-Farm, Giuseppe e Osvaldo hanno per la prima volta la possibilità di dedicarsi al proprio progetto a tempo pieno.

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Forti di questo primo sostegno e della campagna di crowdfunding del 2017 – Biorfarm ad oggi ha più di 15 mila alberi in adozione e dal 2016 ha spedito più di 150 tonnellate di frutta. Gli oltre 10 mila clienti di Biorfarm, attraverso la propria scelta, hanno sostenuto l’ambiente – perché la filiera è più corta e le produzioni sono biologiche – e l’economia dei piccoli produttori, che con Biorfarm prendono in media dal 50 al 100% in più rispetto ai tradizionali canali di vendita.

«Noi non abbiamo da soli la forza di fare una battaglia alla grande distribuzione – ha osservato Giuseppe – ma la coscienza dei consumatori sta cambiando».Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/biorfarm-adozione-alberi-fa-incontrare-contadini-consumatori/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il cambiamento climatico rispecchia la nostra relazione con la terra

Un’ode alla terra e un invito a riparare la nostra relazione con essa. È così che potremmo definire l’ultimo rapporto IPCC sui cambiamenti climatici dal quale emerge lo stretto legame tra l’uso del suolo ed il riscaldamento globale. Le previsioni cupe del report non rappresentano però una sentenza definitiva e gli esperti tracciano la strada da seguire per fronteggiare la crisi ambientale in atto. “Né le nostre identità individuali o sociali, né l’economia mondiale esisterebbero senza le molteplici risorse, servizi e sistemi di sostentamento forniti dagli ecosistemi terrestri e dalla biodiversità. Il valore annuale dei servizi ecosistemici terrestri totali del mondo è stato stimato a 75-85 trilioni di dollari nel 2011. Ciò supera sostanzialmente il PIL annuale mondiale. La terra e la sua biodiversità rappresentano anche benefici essenziali e immateriali per l’uomo, come l’arricchimento cognitivo e spirituale, il senso di appartenenza e i valori estetici e ricreativi. Valorizzare i servizi ecosistemici con metodi monetari spesso trascura questi servizi immateriali che modellano le società, le culture e la qualità della vita e il valore intrinseco della biodiversità. L’area terrestre della Terra è limitata. L’uso sostenibile delle risorse della terra è fondamentale per il benessere umano”.

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Si apre così, quasi con un’ode al nostro pianeta, il Rapporto speciale “Il cambiamento climatico e la terra” del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite. L’anno scorso l’IPCC ha pubblicato il famoso “Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5° C”, in cui ci dice che abbiamo 12 anni per scongiurare il peggio. Questa è la prima volta nella storia dei rapporti dell’IPCC che la maggior parte degli autori – 53% – proviene da paesi in via di sviluppo. Il team degli autori ha attinto al contributo di 96 autori partecipanti; ha incluso oltre 7000 riferimenti citati nel rapporto; e considerato un totale di 28.275 commenti di esperti e dei governi. I rapporti dell’IPCC contengono solo dati e previsioni su cui c’è accordo nella comunità scientifica, e sottolineano anche il grado di consenso esistente sulle singole affermazioni contenute nel rapporto.  

“Con l’aumento del riscaldamento, si prevede che la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi legati al calore, comprese le ondate di calore, continueranno ad aumentare nel corso del 21° secolo (alta fiducia). Si prevede che la frequenza e l’intensità della siccità aumenteranno in particolare nella regione mediterranea e nell’Africa meridionale (media fiducia). Si prevede che la frequenza e l’intensità degli eventi con precipitazioni estreme aumenteranno in molte regioni (elevata sicurezza)”. La probabilità che l’onda calda della scorsa estate si ripeta nelle prossime è praticamente certa. Meno sicuro è che in Europa faremo esperienza di siccità, seppure anche questo resta mediamente probabile. In generale, nel mondo, circa 500 milioni di persone vivono in aree soggette a desertificazione. Cosa c’entra la terra con tutto questo? Non sono solo le emissioni di gas serra a causare il riscaldamento globale? Sembra di no. Il modo in cui utilizziamo la terra, ha un impatto sul riscaldamento globale. Questo per due motivi, ci spiega il rapporto. La deforestazione dovuta all’agricoltura e le pratiche agricole industriali impoveriscono il terreno, diminuisce l’umidità e la biodiversità, e quindi la naturale capacità della terra di mitigare il clima, produrre precipitazioni e assorbire anidride carbonica dall’atmosfera.

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Contemporaneamente, però, azioni come la riforestazione, l’agricoltura rigenerativa, la protezione e il restauro degli ecosistemi, possono aumentare la capacità della terra di prelevare carbonio e immagazzinarlo nel terreno. Mentre noi esseri umani lo estraiamo dal sottosuolo e lo rilasciamo nell’atmosfera, le piante e i microrganismi del suolo lo riportano a terra. “L’agricoltura, la silvicoltura e altri tipi di utilizzo del suolo rappresentano il 23% delle emissioni umane di gas serra. Allo stesso tempo, i processi naturali terrestri assorbono l’anidride carbonica equivalente a quasi un terzo delle emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili e dall’industria ”, spiega Jim Skea, copresidente del terzo gruppo di lavoro dell’IPCC. Ci siamo indignati per il disboscamento dell’Amazzonia voluta dal Governo Bolsonaro per soddisfare gli appetiti della lobby agricola. Ma circa tre quarti della superficie terrestre libera dai ghiacci a livello globale è utilizzata dall’uomo per attività produttive. E non basta. Si legge nel rapporto che se la dieta media dei paesi ricchi fosse consumata a livello globale, “la superficie agricola necessaria per fornire queste diete aumenterebbe di 14 volte”. 

Ultimamente si parla molto di piantare alberi per contrastare l’innalzamento delle temperature, e recentemente è stata lanciata una campagna anche in Italia. Il Rapporto dedica molte pagine agli effetti dei programmi di forestazione e riforestazione. Tuttavia non tutto è così semplice. Piantare alberi dove ci sono praterie o pascoli, per esempio, può addirittura ridurre la capacità di assorbimento di carbonio del terreno. Può anche portare a un consumo maggiore di acqua. Le foreste di monoculture a rapida crescita, purtroppo diffusissime, hanno un impatto negativo sulla biodiversità, e alcune specie come il pino e l’acacia risultano spesso invasive e dannose per le specie autoctone. Se si guarda ai “potenziali effetti collaterali di tali misure su larga scala, in particolare per i paesi a basso reddito, si potrebbero verificare aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari causati dall’aumentata concorrenza per la terra”.

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Riscaldamento atmosferico, aumento di eventi climatici estremi, spostamento degli ecosistemi stanno già causando instabilità nell’approvigionamento di cibo. “I modelli previsionali globali – si legge nel rapporto – prevedono un aumento mediano del 7,6% (intervallo dall’1 al 23%) dei prezzi dei cereali nel 2050 a causa dei cambiamenti climatici, portando a un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e a un aumento del rischio di insicurezza alimentare e fame (media fiducia). Le persone più vulnerabili saranno maggiormente colpite (alta sicurezza)”. 

Ma le previsioni cupe contenute nel rapporto non sono una sentenza definitiva. Infatti, si legge, “esistono molte opzioni di gestione del territorio sia per ridurre l’entità delle emissioni sia per aumentare l’assorbimento di carbonio. Queste opzioni migliorano la produttività delle colture, lo stato dei nutrienti del suolo, il microclima o la biodiversità e quindi supportano l’adattamento ai cambiamenti climatici (elevata fiducia)”.  

Il bello è che queste opzioni coincidono con quanto sostenuto da quelli che fino a poco tempo fa apparivano come sognatori utopici. C’è infatti, scrive il rapporto, “un elevato accordo su (una combinazione di) scelte come l’agroecologia, l’agricoltura conservativa e le pratiche forestali, la diversità delle specie vegetali e forestali, adeguate rotazioni di colture e foreste, agricoltura biologica, gestione integrata dei parassiti, conservazione e protezione dei servizi di impollinazione, raccolta delle acque piovane, gestione della gamma e dei pascoli e sistemi di agricoltura di precisione. L’agricoltura e la silvicoltura conservativa utilizzano pratiche di gestione con un minimo disturbo del suolo come nessuna lavorazione del terreno o minima lavorazione, copertura del suolo permanente con pacciamatura combinata con rotazioni per garantire una superficie del suolo permanente o rapida rigenerazione della foresta dopo il raccolto”. Sono queste le pratiche agricole del futuro, perché sono le uniche che possono sia mitigare i cambiamenti climatici, che facilitare l’adattamento ad essi. Inoltre, queste opzioni “possono contribuire a sradicare la povertà eliminando la fame, promuovendo nel contempo buona salute e benessere, acqua pulita e servizi igienico-sanitari, azione per il clima e vita sulla terra”.

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Per implementare queste opzioni nella scala e rapidità necessarie, tuttavia, servono sistemi di governance innovativi, in grado di coinvolgere i diversi stakeholder, consultare le popolazioni locali, creare processi decisionali deliberativi, costruire istituzioni policentriche e multilivello e attingere alle conoscenze indigene.  “La natura, la fonte e le modalità di generazione della conoscenza sono fondamentali per garantire che le soluzioni sostenibili siano di proprietà della comunità e completamente integrate nel contesto locale. L’integrazione della conoscenza indigena e locale con le informazioni scientifiche è un prerequisito per tali soluzioni di proprietà della comunità”. 

Nel parlare dei sistemi di pensiero indigeni il Rapporto specifica che “la conoscenza indigena locale è anche olistica dal momento che gli indigeni non cercano soluzioni volte ad adattarsi ai soli cambiamenti climatici, ma cercano invece soluzioni per aumentare la loro capacità di resistenza a una vasta gamma di shock e stress”. 

Come ha scritto la biologa nativa americana Robin Wall Kimmer nel suo meraviglioso libro “Braiding Sweetgrass”, sottotitolato “Saggezza indigena, conoscenza scientifica e gli insegnamenti delle piante”, occorre integrare le antiche conoscenza indigene con le moderne indagini scientifiche. Come emerge dal Rapporto dell’IPCC, infatti, abbiamo un vitale bisogno di entrambe. Come scrive Kimmer, “antiche e nuove storie che possano essere medicina per la nostra relazione spezzata con la terra, una farmacopea di storie curative che possano consentirci di immaginare una relazione diversa, nella quale gli esseri umani e la terra siano buona medicina gli uni per l’altra”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/09/cambiamento-climatico-rispecchia-nostra-relazione-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Foreste in città? Sì, grazie!

La città ha mille potenzialità, ma anche forti limiti per la qualità della vita. Per favorire il superamento di tali limiti, diverse amministrazioni stanno investendo in quelle che vengono chiamate “infrastrutture verdi”. Vediamo cosa sono.

Le città rappresentano grandi catalizzatori di idee, cultura, produttività, commercio e sviluppo sociale e offrono ai cittadini diverse opportunità di occupazione, educazione e nuovi stili di vita. Il potenziale delle città è però minacciato da una crescita urbana senza precedenti e da un aumento esponenziale della popolazione urbana su scala globale. In molte città nel mondo, il benessere delle comunità è a rischio con l’aumento dell’inquinamento, del degrado ambientale, della domanda di acqua, cibo ed energia, e della disoccupazione, oltre alla mancanza di spazi pubblici di qualità per la socializzazione e il tempo libero. Molte amministrazioni locali stanno lottando per cercare di rispondere adeguatamente alle loro crescenti popolazioni, in particolare nei paesi a reddito medio-basso dove la popolazione urbana cresce spesso non in sintonia con il proprio sviluppo socio-economico. La mancanza di capacità nell’affrontare queste sfide poste da una crescita incontrollata della popolazione urbana produce povertà e fame, esacerbando l’esclusione sociale e aumentando il divario tra poveri e ricchi. Ciò è stato riconosciuto anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che nell’obiettivo per lo sviluppo sostenibile numero 11 (SDG 11) invita “a rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili”. E’ una sfida giornaliera quella che urbanisti e decisori politici mettono in atto al fine di mantenere un determinato livello di benessere per i cittadini, includendo l’accesso ad una alimentazione sicura, acqua pulita e potabile, energia, spazi verdi e condivisi e affrontando continuamente i conflitti di interesse legati all’utilizzo del territorio. Le soluzioni sono a portata di mano, basta volerlo. Negli ultimi decenni, diverse città hanno iniziato una vera e propria transizione verso città più verdi, più sostenibili e adottando un modello di sviluppo urbano più resiliente. Stanno investendo in foreste, zone umide e altri spazi verdi – denominati nel complesso “infrastrutture verdi” – per risolvere tematiche precedentemente affrontate con soluzioni ingegneristiche che spesso includono cemento, asfalto ed acciaio. Opportunamente pianificate, le infrastrutture verdi possono risultare più economiche e, al contempo, generare reddito ed occupazione, e aumentare anche la qualità dell’ambiente urbano. Se pienamente integrati nella pianificazione e gestione urbana locale, alberi e foreste possono aiutare a trasformare le città in luoghi più sostenibili, resilienti, salutari, equi e piacevoli in cui vivere. Come contributo alla discussione e aumentare la consapevolezza del ruolo delle foreste nelle città, lo scorso anno la FAO, in occasione della Giornata Internazionale delle Foreste, ha invitato 15 sindaci di città di diverse regioni a livello mondiale a presentare le proprie esperienze e i risultati raggiunti. La pubblicazione che ne è nata (“Forests and sustainable cities – Inspiring stories from around the world”) testimonia come, spesso sottostimati, gli alberi possono essere potenti strumenti per affrontare molte delle moderne sfide urbane, incrementando il benessere delle comunità coinvolte. Gli alberi migliorano la qualità dell’aria rimuovendone gli inquinanti; assorbono l’anidride carbonica dando un notevole contributo alla lotta al cambiamento climatico; ombreggiando strade e palazzi, essi raffrescano le città, riducendo il consumo di energia e facendo quindi risparmiare soldi; molti alberi producono frutti commestibili per l’uomo, contribuendo quindi alla sicurezza alimentare; infine, piantare alberi in spazi pubblici accresce il senso estetico dei quartieri e, di conseguenza, il valore economico delle abitazioni.

Sebbene ogni singolo albero fornisca un concreto contributo alla qualità della vita in città, è la loro integrazione nelle diverse reti di spazi verdi a massimizzarne i benefici. Ad esempio, foreste urbane e peri-urbane ben pianificate e gestite aiutano la regolazione dei flussi idrici nelle città, intercettando e assorbendo le piogge; creano un ambiente favorevole per gli animali e le piante, contribuendo quindi alla conservazione della biodiversità; forniscono spazi ideali per l’esercizio fisico e la ricreazione, aumentando quindi il benessere e la coesione sociale delle comunità urbane. Foreste ben gestite intorno alla città garantiscono ai cittadini la fornitura di acqua di buona qualità e prevengono i fenomeni di erosione e degrado del territorio.

Ecco alcuni esempi di risultati raggiunti in città in diverse parti del mondo:

–       a Pechino (Cina) sono stati piantati oltre 54 milioni di alberi tra il 2012 e il 2016;

–       a Bangkok (Thailandia) a partire dal 2014 sono stati creati 10 nuovi parchi, dando priorità alle specie vegetali locali;

–       a Phoenix (Arizona – USA) gli oltre 3 milioni di alberi forniscono benefici stimati in oltre 40 milioni di dollari all’anno;

–       a Lubiana (Slovenia) sono stati definiti 1.150 ettari di foresta naturale per scopi ricreativi;

–       a Vitoria-Gasteiz (Spagna) sono stati creati 6 nuovi parchi per un totale di 800 ettari;

–       a Moreland (area metropolitana di Melbourne – Australia), a seguito di consultazione pubblica, i fondi per le foreste urbane sono stati incrementati del 50%.

Sono solo alcuni esempi che, insieme a tutti gli altri che si possono approfondire nella pubblicazione sopra richiamata, rappresentano certamente una fonte di ispirazione per i decisori politici locali che quotidianamente si trovano a lottare contro gli effetti avversi del cambiamento climatico.

E in Italia? Cosa si fa nel nostro Paese, e in particolare nelle nostre città, per mitigare gli effetti, purtroppo già evidenti del clima che cambia? In molte città sono partiti interessanti programmi di riforestazione urbana ma oggi qui ci concentriamo sulla capitale, la città di Roma.

Roma Capitale ha aderito al Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia ed entro il mese di novembre di quest’anno dovrà presentare il proprio Piano di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC) nel quale evidenziare le azioni che concorreranno alla riduzione delle emissioni climalteranti della città di almeno il 40% entro il 2030. Una parte del PAESC di Roma Capitale, annunciata in diverse occasioni pubbliche, è dedicata alle aree forestali urbane che, questo era l’obiettivo dichiarato, avrebbero raddoppiato il numero di alberi presenti nella città entro il 2030. Stiamo parlando di circa 25-30.000 alberi da mettere a dimora ogni anno nei prossimi dieci anni. Cifre molto lontane dalla realtà odierna, laddove l’Amministrazione capitolina ha evidenziato molte carenze già nel solo mantenimento degli alberi attualmente presenti. In attesa di sapere in che modo l’Amministrazione capitolina affronterà questa sfida, credo molto utile, proprio come fonte di ispirazione, far conoscere un’iniziativa molto interessante già lanciata a Roma, in collaborazione proprio con l’Amministrazione locale nell’ambito delle iniziative PAESC: si tratta del progetto ReTree Porta Metronia.

Il progetto nasce da un’idea di un cittadino residente nel quartiere di Porta Metronia che ha presentato l’idea progettuale al Comune di Roma, dopo aver già messo in atto alcune azioni propedeutiche per il successo dell’iniziativa. Al fine di coinvolgere maggiormente la popolazione residente, il progetto è stato condiviso con il Comitato Mura Latine, storico comitato di quartiere attivo da anni sul territorio. Si tratta quindi di un progetto partecipato con l’obiettivo di ripiantare gli alberi dove non ci sono più. La zona di Porta Metronia ha visto negli ultimi anni una continua perdita di alberi senza una conseguente e pianificata azione di ripiantumazione. ReTree Porta Metronia si propone come progetto ad alto grado di replicabilità e con un duplice obiettivo: da una parte, rivalorizzare l’area, reinserendo gli alberi negli spazi già destinati a tale modalità, ridando vita e vigore al verde della zona e, dall’altra, coinvolgere gli abitanti aumentandone la consapevolezza rispetto all’importanza del tema ambientale e di cura del verde. Il progetto si sviluppa in diverse fasi: l’analisi territoriale, il finanziamento, la scelta delle specie da piantumare, l’eliminazione delle ceppaie e la piantumazione di nuovi alberi. Dall’analisi territoriale è emerso che nell’area si contano al momento un totale di 229 tazze con alberi mancanti, specificatamente categorizzate in 122 spazi liberi da ceppaie, 18 occupati da ceppaie piccole, 29 occupati da ceppaie medie, 53 occupati da ceppaie grandi e 7 occupate da piante abusive. Il finanziamento avverrà in due modalità distinte e complementari: a livello territoriale, attivando dei punti di raccolta fondi nella zona e in rete, attivando una campagna di crowdfunding per i cittadini e per le imprese. Modalità che sono già operative e che hanno portato ad oggi alla raccolta di oltre 6.000 euro a fronte di un costo totale del progetto stimato in circa 41.000 euro. Questi primi fondi raccolti sono stati subito impiegati per l’acquisto e la piantumazione di alberi in alcune strade del quartiere. Per quanto riguarda la selezione delle specie di alberi da piantumare si è fatto tesoro delle esperienze provenienti dal progetto GAIA del Comune di Bologna e da quelle del comitato di quartiere Monteverde Attiva, altro comitato di quartiere storico attivo a Roma. Per il progetto ReTree Porta Metronia si è giunti, anche in sinergia con le indicazioni ricevute dal Servizio Giardini di Roma Capitale, alla selezione di sette specie adatte alla conformazione delle strade dell’area di riferimento. Il Servizio Giardini di Roma Capitale si occuperà direttamente dell’eliminazione delle vecchie ceppaie e del coordinamento delle azioni di ripiantumazione. Una prima analisi ha stimato che le nuove piantumazioni consentiranno l’assorbimento di circa 6.700 kg di CO2 all’anno. Per maggiori informazioni e rimanere aggiornati sul progetto:  https://it.ulule.com/retree-porta-metronia/

ReTree Porta Metronia è un piccolo ma grande progetto. Piccolo nelle dimensioni ma grande nelle prospettive. Cittadini, associazioni ed imprese locali e amministrazione locale: solo se si lavorerà insieme per il bene comune si avrà successo. E ReTree Porta Metronia può essere un ottimo esempio. E’ necessario adesso che l’Amministrazione Capitolina creda fortemente in progetti di questa natura e li faciliti al massimo, magari destinando anche delle risorse economiche adeguate, al pari di quanto fatto da altre capitali nel mondo.

Fonte: ilcambiamento.it