L’uomo che pianta gli alberi

Riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi e, in generale, rimboschire il territorio. A questo scopo è nata nel 2012 a Cagliari l’associazione “L’uomo che pianta gli alberi” che, dalla sua fondazione, ha contribuito a seminare tre milioni di semi, a piantare seimila alberi e interrare trecentomila ghiande.Senza nome

Dalla spinta propositiva di Anna Cadoni è nata l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, che dal 2012 si occupa in Sardegna di riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi, ora sempre più allarmanti a causa della siccità e della stagione calda. Ecco un esempio di come tutti noi, nel nostro piccolo e in compagnia allo stesso tempo, possiamo cambiare il corso degli eventi. Anna Cadoni è un’imprenditrice agricola sarda originaria di Mandas. Famiglia contadina, sin da bambina è amante delle piante e degli alberi, tant’è che ha cominciato sin da allora a piantare e seminare alberi. È una signora timida e riservata, e come i più dolci paradossi dell’esistenza è quel tipo di persona che mi da la sensazione di avere tante cose da dire. Infatti ha contribuito a seminare tre milioni di semi e a piantare migliaia di alberi e ghiande. Bene, direi che è arrivato il momento di addentrarci nella storia di oggi!

L’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” è nata nel 2012 a Cagliari con l’obiettivo di riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi, in generale allo scopo di rimboschire il territorio. “Ho avuto l’ispirazione per fondare l’associazione quando ho visto il film ‘L’Uomo che piantava gli alberi’, una pellicola del 1987 di Frédérick Back tratta dal racconto allegorico omonimo di Jean Giono del 1953, in cui si racconta la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nei pressi del villaggio di Vergons, nella prima metà del XX secolo”, ci racconta Anna Cadoni, che è la presidente e fondatrice dell’associazione. “La differenza rispetto al racconto è che invece che farlo da sola, nonostante l’abbia sempre fatto sin da bambina, volevo creare un gruppo ed essere in tanti ad iniziare la semina. Lo scopo del seminare è certamente legato all’importanza del piantare alberi, ma soprattutto a seminare consapevolezza nel salvaguardare la nostra Terra. È importante rendersi conto del perché siamo arrivati alla crisi ecologica odierna e di come possiamo adoperarci tutti per cambiare le cose, non aspettando che qualcuno lo faccia al posto nostro. La Terra ci ospita, ci nutre, ci accoglie, grazie agli alberi possiamo respirare, mangiare: i boschi sono curativi anche con una passeggiata”.Senza nome2

Tre milioni di semi, trecentomila ghiande e seimila alberi

Nel 2014 l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” si era prefissata un obiettivo ambizioso: interrare un milione di semi in un anno e piantare quanti più alberi possibili. Una sfida lanciata a livello nazionale e non limitata alla sola regione Sardegna. Ci racconta Anna come tutti i membri dell’Associazione “abbiano lavorato tantissimo, coinvolgendo anche le scuole e gli insegnanti che ovunque hanno piantato alberi: per realizzare ciò abbiamo fornito alle scuole argilla e semi gratuitamente. Abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci siamo posti, anzi siamo andati oltre: abbiamo superato il milione di semi interrati e piantato tantissimi alberi. Dal 2012, anno della sua fondazione, l’Associazione di per sé ha contribuito a seminare tre milioni di semi, a piantare seimila alberi e interrare trecentomila ghiande.

Come si piantano i semi? Le palline di argilla

Per realizzare questo obiettivo, l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” organizza frequentemente degli eventi aperti ai partecipanti: in un primo evento si preparano le palline di argilla che contengono il seme, che vengono poi lasciati ad essiccare. In un secondo evento si lanciano le palline nel terreno. “Seguiamo il metodo ideato dal botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, utilizzato tra l’altro per rimboschire alcune aree semi-desertificate della Grecia” ci spiega Anna “I semi vengono messi nell’argilla, che viene poi bagnata con l’acqua. Si lavora poi l’impasto ottenuto come se si stesse lavorando il pane: si crea una consistenza né troppo morbida né dura. Noi interriamo semi della flora mediterranea: semi di Carrubo, di Fillirea, di Mirto e Ginepro, Querce, Corbezzoli, tutte piante e arbusti della flora mediterranea che si adattano benissimo al nostro clima in Sardegna.

Le persone che partecipano ai nostri eventi sono sempre più numerose, quando vengono ai nostri eventi se ne vanno poi con una soddisfazione interiore fortissima, perché capiscono che possono fare qualcosa per migliorare la loro vita e quella di tutti, non si sentono vittime della rassegnazione come capita ormai troppo spesso. Noi vogliamo che le persone, nel loro piccolo, si sentano protagoniste del cambiamento, così nel frattempo a questo scopo continuiamo ad organizzare eventi per seminare alberi e piante.

La sfida continua e continuerà sempre perché noi umani siamo in debito nei confronti della Terra, e siamo inoltre in ritardo rispetto a quello che potremmo fare per cambiare le cose davvero. Io vivo il piantare alberi e piante come un dovere, così’ come ho profondamente a cuore il far partecipare il maggior numero di persone”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-175-uomo-che-pianta-alberi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Quando si va… a scuola dagli alberi

Anna Cassarino ci racconta come impara dagli alberi e insegna agli altri a fare altrettanto. Per fare in modo che la consapevolezza di essere un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda divenga la molla per cambiare in meglio.9572-10334

“In natura si trova abbondante ispirazione per ogni forma creativa e vorrei attirare l’attenzione su una tale risorsa fondamentale, capace di dare all’energia, anche negativa, uno sbocco costruttivo. Tutte le arti mi piacciono, ma preferisco la scrittura e la narrazione, anche perché con la parola si riesce a trasmettere meglio il sapere”. Si presenta così Anna Cassarino, scrittrice e artista della natura, ideatrice del progetto A scuola dagli Alberi che nasce nel 2001 ma che si forma pian piano in tutta una vita. Anna ci spiega chi sono gli alberi e come essi, se solo li ascoltassimo e li osservassimo, ci indichino la strada che porta alla conoscenza del nostro ambiente e di noi stessi. Da qui le soluzioni di molti dei problemi che ci sembrano senza soluzione: dalla relazione con gli altri all’inquinamento, la fame, la desertificazione dei territori. Il lavoro di Anna continua ininterrottamente e con passione da allora, con un camper diventato la sua casa-studio mobile,   viaggia in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ha profondamente a cuore.

Che cos’è il progetto A scuola dagli Alberi?

Il progetto A Scuola dagli Alberi è una possibilità data a tutti di conoscere aspetti basilari sul funzionamento della natura nelle sue diverse forme, vale a dire piante, animali, fenomeni naturali e umanità. La precedenza è data agli alberi, gli esseri viventi dall’effetto complessivo maggiormente benefico per ogni forma di vita. Grazie a quelli giusti nel posto giusto e trattati bene, ciascuno potrebbe contribuire ad attenuare molti dei problemi che ci affliggono, come frane, alluvioni, desertificazione, inquinamento, malattie, fame. Purtroppo, però, dalla nostra istruzione ed educazione sono esclusi i due argomenti che ritengo più importanti: conoscere se stessi e la natura. Per questo gli alberi sono spesso misconosciuti e maltrattati, così come ogni altra forma di vita, compresa l’umanità.

Com’è nato, quando e dove?

E’ un progetto che si è formato in tutta una vita di ricerca in molte direzioni. Nel 2001, a 48 anni avevo una bella casa e un lavoro autonomo e soddisfacente, ma mi ero resa conto che non sarebbe bastato a migliorare qualcosa nella società. Mi è sembrato che il solo modo per  riuscirci fosse dedicarmici a tempo pieno. Così ho venduto il mio appartamento per finanziare un progetto che altrimenti non si sarebbe mai potuto avviare. Nell’agosto del 2002, lasciata Firenze dove avevo abitato per molti anni, sono partita per il Madagascar, primo dei quattro Paesi, col Mali, il Senegal e Cuba, fra cui avrei scelto di realizzare l’idea, se avessi trovato un appoggio, che invece è mancato. Dopo nove mesi sono tornata in Italia e, con un camper diventato da allora la mia casa-studio mobile, ho iniziato a viaggiare in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ho a cuore.

A chi si rivolge?

Si rivolge ad ogni tipo di pubblico, dai dieci anni in poi. Infatti ho dato una forma narrativa a conoscenze scientifiche di base particolarmente interessanti e al tempo stesso utili, per dimostrare quanto basti sapere anche poco, ma ben selezionato, per essere in grado di fare scelte più giuste per l’ambiente, oltre che per sé.

Chi è l’albero?

L’albero è un essere vivente che per le sue dimensioni, dai cinque ai centoventicinque metri di altezza, la sua longevità, dagli ottant’anni ai tremila, per le sue tante funzioni e capacità, influisce molto sull’intero ambiente. Gli studi scientifici hanno provato che è in grado di comprendere ciò che avviene intorno e dentro di lui e sa rispondervi con efficacia. Sa esprimersi e intendere con odori, colori, forme e suoni, stringendo alleanze con altri vegetali e animali.

Che cosa possono insegnarci gli alberi?

Possono insegnarci anzitutto che chi è davvero autonomo sa provvedere meglio anche agli altri e ottenere ciò di cui ha bisogno attraverso lo scambio e senza sfruttamento. Come tutti i vegetali, infatti, gli alberi producono il proprio cibo trasformando l’anidride carbonica in linfa dolce e nutriente, con l’aggiunta di acqua e sali minerali, utilizzando l’energia solare. Già solo con questo sono molto più autonomi di qualsiasi animale o umano, senza che altri ne facciano le spese. Per farsi aiutare dagli insetti, dagli uccelli, da altri animali e vegetali, oltre che dai funghi, ad ottenere certi vantaggi, predispongono esattamente ciò di cui questi alleati hanno bisogno, facendo in modo che, mentre ne usufruiscono, svolgano anche la funzione desiderata, senza particolare sforzo.

Come è strutturata la scuola e chi sono gli allievi?

La scuola è fatta in modo da essere frequentabile da chiunque, prima di tutto attraverso il mio sito www.ascuoladaglialberi.net dove ci sono rubriche con articoli utili. Poi ci sono i sette libri che ho pubblicato,  importanti per approfondire i diversi temi e acquistabili via mail. Conduco laboratori, conferenze, narrazioni e faccio mostre didattiche di volta in volta per parchi, associazioni, biblioteche. In realtà la mia è la “pre-scuola”, che dà gli strumenti per capire più facilmente quella vera, della natura, quando la si osserva con l’opportuna preparazione.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Gli obiettivi sono quelli di invogliare e incoraggiare le persone a occuparsi anche di ciò che non dà risultati immediati, (a parte il piacere del conoscere), ma è indispensabile per il bene comune, che è in realtà quello di ciascuno, fatto in modo lungimirante. Lo si raggiunge avendo buoni obiettivi a lungo termine, per i quali è necessaria una conoscenza come quella che cerco di dare. Sono in tanti a pensare di non avere tempo per questo, mentre in realtà subiscono un condizionamento sociale da cui potrebbero liberarsi. Per farlo occorre conoscere meglio i meccanismi della mente e dunque ho curato molto anche la sezione che si occupa della conoscenza dell’animo umano, attraverso articoli e recensioni di libri e film che aiutano a capire.

Esistono progetti simili al tuo all’estero?

Che io sappia non esistono altri progetti del genere. Nonostante ce ne siano molti che si occupano di ecologia, non ne conosco che lo facciano con modalità artistiche, se non in modo molto più limitato. Oppure ci sono scienziati che fanno un lavoro divulgativo egregio, ma più avanzato e dunque accessibile da chi ha già una certa preparazione, mentre io mi rivolgo a chi non ne ha. Pochi si occupano di alberi e quelli che lo fanno, di solito operano in modo settoriale, trattando per esempio solo gli alberi monumentali o i giardini, oppure facendo un lavoro principalmente di denuncia, di protezione o di azione senza preparazione specifica. Io cerco invece di collegare, di coordinare un sapere basilare su vari aspetti sia degli alberi che di ciò che con loro interagisce. Inoltre do molto spazio alla conoscenza dell’animo umano, che è normalmente è un settore a sé e trattato in modo diverso dal mio.

Che valore ha in questo preciso momento storico il suo progetto?

Potrebbe davvero essere utile anche per tutti i progetti già esistenti, oltre che per ogni tipo di persona, perché apre prospettive sorprendenti sulla vita. Permetterebbe di migliorare il terreno sociale da cui far emergere rappresentanti più consapevoli e più attenti, che sappiano prendere decisioni più sensibili al bene comune.

E’ possibile mettersi in comunicazione con gli alberi? Ci sono persone che pensano che lo sia, che abbracciano gli alberi o parlano con essi in una sorta di collegamento telepatico. Cosa ne pensa? A lei è mai accaduto?

Il genere di comunicazione che ho con gli alberi è anzitutto di tipo espressivo- visuale. Osservandoli, accorgendomi delle loro qualità e di come hanno reagito agli eventi della vita, sviluppandosi in un modo più o meno espressivo, mi sento toccata. Proprio questo tipo di contatto ha suscitato il mio desiderio di conoscere e far conoscere le loro straordinarie virtù, avendone gioia e conforto. E’ possibile che le piante si accorgano di questo, perché ogni nostra attività nervosa produce un lieve impulso elettrico e una reazione chimica odorosa che loro sono in grado di percepire. Tocco e annuso volentieri le foglie, i fiori e il legno, ma raramente li abbraccio perché un fusto d’albero è pur sempre duro e ruvido.

Ci può dire qual è il costo delle sue attività?

Ritengo di chiedere compensi modesti, ma è davvero difficile azzeccare la cifra giusta, perché gli interlocutori sono diversi e hanno risorse economiche estremamente variabili, che fanno giudicare le richieste a prescindere da ciò che offro.

Lei come sostiene tutto questo lavoro?

Se intende come lo sostengo economicamente rispondo: con grande fatica, perché in troppi dicono di non avere fondi disponibili.

C’è risposta da parte delle istituzioni?

E’ scarsa, purtroppo.

Fonte: ilcambiamento.it

«Non massacrate gli alberi nelle città»

È l’appello che lancia Lipu-Birdlife Italia a fronte della progressiva e velocissima perdita di biodiversità nelle città italiane e delle potature selvagge del patrimonio arboreo. E pubblica un rapporto che offre linee guida per cercare di invertire la tendenza.9536-10293

Salvare la biodiversità urbana, favorire la relazione tra le persone e il verde e mettere uno stop alle potature selvagge degli alberi, inutili e dannose. Sono i principi ispiratori del nuovo documento di Lipu-BirdLife Italia dal titolo Il verde urbano e gli alberi in città. Una necessità, quella del verde urbano, sempre più sentita dai cittadini, che cercano rifugio dall’inquinamento e dal cemento e luoghi per giocare, leggere, svagarsi: prati, stagni e piccole zone umide, zone alberate, aree verdi dove migliorare il proprio stato psicofisico e ritrovare armonia con la natura. Un’esigenza a cui però gli enti preposti (Comuni in primis) non sempre rispondono con politiche adeguate di gestione, tutela e promozione del verde pubblico  o stimolando i cittadini a utilizzare al meglio i propri giardini, magari creando un birdgarden.

«Secondo i recenti dati Istat pubblicati nel maggio 2016, ogni abitante del nostro Paese ha a disposizione in media 31 metri quadrati di verde urbano, con punte più elevate nel Nord-est (50 metri quadrati) e doppie rispetto al Centro, al Nord-ovest e alle isole, mentre la media del Sud (42 metri quadrati) è influenzata dal dato della Basilicata – spiegano dall’associazione – che vanta città più ricche di verde della media. E’ però un dato insufficiente, che non mette freno ai guai causati dall’inquinamento ed è aggravato dalla frequente disattenzione delle amministrazioni pubbliche per le oasi urbane, aree naturali, inserite nel tessuto della città, che funzionano quali piccole riserve di biodiversità faunistica e floristica e hanno anche essenziali finalità educative».

«Sono tuttavia gli alberi le principali vittime della cattiva gestione. Sebbene siano riconosciuti da numerosi studi come in grado di abbattere l’insidioso particolato sospeso in atmosfera (uno degli inquinanti più presenti in città e pericolosi per la salute) e di garantire benessere e persino felicità alla persone, spesso sono oggetto di cattiva gestione, con potature errate (e spesso in piena nidificazione degli uccelli) o addirittura con la pratica della “capitozzatura”, che sopprime l’asse primario dell’albero senza lasciare un ramo di sostituzione».

«La potatura degli alberi – spiega Marco Dinetti, responsabile Ecologia urbana della Lipu e curatore del documento sul verde urbano e gli alberi in città – deve essere un intervento straordinario, da effettuare solo per motivi precisi e dimostrati, come ad esempio la presenza di problemi fitosanitari e di sicurezza pubblica. Inoltre deve essere effettuata su singoli rami e mai generalizzata su interi filari o gruppi di alberi, cosa che spesso succede per ignoranza o per interesse a sfruttare il legname, in genere destinato al crescente mercato delle biomasse. Un adeguato monitoraggio degli alberi eviterebbe inoltre problemi di sicurezza senza dover ricorrere, appunto, ad interventi drastici sulle piante».

Per esempio, si è calcolato, in una città italiana costiera del Centro Italia, che le potature drastiche effettuate sul lungomare abbiano asportato la metà del volume di vegetazione presente con una perdita di servizi ecosistemici stimata tra i 160mila e i 590mila euro l’anno. Da un altro studio si deduce che, in California, il valore dei benefici erogati dai 900mila alberi presenti lungo le strade valga un miliardo di dollari . Diviso in nove capitoli, il documento della Lipu fornisce un ampio quadro del verde urbano in Italia, dei “servizi ecosistemici” forniti da alberi e aree verdi (la difesa dall’inquinamento, la fornitura di acqua e aria più pulite, un maggiore benessere fisico e psichico, la difesa dal rumore, la protezione idrogeologica), mettendo a punto precisi criteri e linee guida per una progettazione ecologica di parchi pubblici, giardini privati, boschi urbani e periurbani e zone umide (fiumi e torrenti, ma anche sponde di laghi o coste marine) che salvaguardi gli elementi già esistenti e privilegi anche le connessioni ecosistemiche (reti ecologiche), utili per la biodiversità.

«C’è bisogno di una maggiore consapevolezza delle amministrazioni e di un salto di qualità in termini di formazione e aggiornamento degli operatori del verde urbano – conclude Marco Dinetti – per evitare che interventi utili all’ambiente si trasformino in qualcosa di dannoso, per la natura e gli stessi cittadini umani. Il futuro delle nostre città dipende anche da come tratteremo  la natura che custodiscono e possono ospitare».

Il decalogo della buona gestione del verde urbano

  1. Diffondere una cultura di rispetto degli alberi, anche con eventi e materiali informativi.
  2. Favorire la presenza del verde nelle città, nelle scuole e ovunque possibile.
  3. Prestare grande attenzione alla gestione del verde e alla potatura degli alberi, da realizzarsi come manutenzione straordinaria, su singoli alberi, fuori dai periodi di nidificazione degli uccelli e con motivazioni valide e dimostrate.
  4. Utilizzare professionalità esperte e competenti nella progettazione e gestione del verde urbano, con formazione continua e aggiornamenti.
  5. Tutelare, conservare, gestire e valorizzare la biodiversità urbana, in particolare proteggendo le oasi urbane.
  6. Integrare la rete ecologica locale nella pianificazione urbanistica.
  7. Individuare nuove tipologie di verde urbano per funzioni ecologiche protettive, tra cui il contrasto dei cambiamenti climatici e degli eventi meteorologici estremi.
  8. Incentivare le funzioni educative e sociali del verde urbano.
  9. Promuovere la diffusione dei birdgarden quali strumento di conoscenza della natura e bellezza delle città.
    10.   Approvare e applicare (le amministrazioni) un regolamento urbano del verde. Chiedere (i cittadini) alla propria amministrazione di farlo.

Fonte: ilcambiamento.it

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Non ci sono più api: in Cina impollinatori al lavoro

Preoccupano gli scienziati le immagini che mostrano gli impollinatori al lavoro sugli alberi da frutto nella contea di Hanyuan, della provincia di Sichuan

Humans Do The Work of Bees in Rural China

Humans Do The Work of Bees in Rural China

Nella contea cinese di Hanyuan, situata all’interno della provincia cinese di Sichuan, non ci sono più api. Quando arriva la stagione della fioritura, gli impollinatori salgono sugli alberi e fanno manualmente il lavoro che in natura viene svolto dalle api operose che ci regalano il miele. La sparizione delle api non è casuale, ma dovuta a responsabilità umane: per anni nella contea di Hanyuan sono stati utilizzati pesticidi che hanno fatto scomparire le api impollinatrici. E così, ogni primavera, alla fioritura dei peri, i contadini si arrampicano sui rami e iniziano a impollinare i fiori a mano. Le fotografie della gallery di apertura possono sembrare surreali, ma è quanto accade ormai da anni nella contea di Hanyuan che continua a descriversi come la “capitale mondiale del pero”. La redditività a lungo termine dell’impollinazione a mano è messa in discussione dall’aumento dei costi del lavoro e dal calo dei rendimenti della frutta.  Secondo un rapporto sulla biodiversità pubblicato di recente dalle Nazioni Unite, le popolazioni di api, farfalle e altri insetti impollinatori potrebbero estinguersi a causa della perdita di habitat, dell’inquinamento, dei pesticidi e dei cambiamenti climatici. Secondo le stime del report delle Nazioni Unite, dall’impollinazione animale dipende dal 5 all’8% della produzione agricola mondiale, quindi un calo sensibile degli impollinatori mette a rischio le principali colture del mondo e l’approvvigionamento alimentare. Sono circa 20mila gli impollinatori presenti in natura e fondamentali per l’agricoltura: 2 su 5 specie sono sulla strada dell’estinzione. “Siamo in un periodo di declino e le conseguenze sono in aumento”spiega Simon Potts, direttore del Centre for Agri-Environmental Research dell’Università di Reading, in Inghilterra. La Cina non è il solo luogo in cui scompaiono gli impollinatori: sta succedendo in Inghilterra e negli Stati Uniti dove spariscono bombi e calabroni. Secondo Potts il numero degli alveari statunitensi è sceso dai 5,5 milioni del 1961 ai 2,5 milioni del 2012; secondo le ultime stime in possesso del ricercatore ora dovrebbero essere circa 2,7 milioni, la metà rispetto a mezzo secolo fa.

Fonte:  Phys.org

31 Guarda la Galleria “Non ci sono più api: in Cina impollinatori al lavoro”

 

Venezia, alberi cadono per l’inquinamento del sottosuolo

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La caduta di quattro alberi non dovrebbe fare notizia, ma le cose cambiano se il vento è debole e se gli alberi erano all’apparenza sani. Negli scorsi giorni all’aeroporto Marco Polo di Tessera quattro alberi sono caduti distruggendo tre auto parcheggiate, fortunatamente senza danni per le persone. Secondo un’analisi dell’Arpav a causare la caduta sarebbe stato l’inquinamento nel sottosuolo del parcheggio: nel terreno sarebbero state rilevati arsenico e altri metalli pesanti oltre i limiti consentiti dalla legge. Della vicenda si sta occupando la Procura di Venezia insieme al nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Nell’inchiesta che vuole fare chiarezza su ciò che si trova sotto il parcheggio P5 del Marco Polo sarebbe coinvolta anche l’azienda Mestrinaro, rea di avere venduto ai cantieri edili calce e cemento miscelati con sostanze inquinanti. Una manovra pensata per rendere inerti i rifiuti inquinanti senza passare dalle (onerose) spese di smaltimento, un giro d’affari illecito quantificabile in alcune centinaia di migliaia di euro. Secondo gli inquirenti il materiale inquinante sarebbe stati utilizzati anche nel nella nuova terza corsia dell’autostrada A4, in prossimità del casello di Roncade di Treviso, nel quale sarebbero stati individuati quantitativi di arsenico, cobalto, nichel, cromo e rame fino a 100 volte oltre i limiti fissati dalle legge. L’azienda coinvolta avrebbe dovuto recuperare e trasformare i rifiuti che, invece, ha immesso nell’ambiente in grosse quantità, contaminando i materiali edili utilizzati nelle attività svolte fra il 2010 e il 2012.

Fonte:  Venezia Today

La strage degli alberi di Vallombrosa

Il clima è ingovernabile, anzi: ci governa. Così le tragedie dei giorni scorsi in Toscana: stragi di alberi, boschi e foreste. Venti e piogge impensate che si abbattono con una furia che dimentichiamo troppo presto. E così se ne è andata anche parte della foresta di Vallombrosa.alberi_vallombrosa

L’aumento dell’effetto-serra è ormai evidente e distruttivo, anche se gran parte della gente sembra non accorgersene. I segni inequivocabili dello squilibrio naturale e delle sue conseguenze ci circondano, ma continuiamo ad ignorarli come se niente fosse. Eppure negli ultimi tempi inizia a serpeggiare in una parte della popolazione una certa inquietudine. Un’inquietudine che è più evidente e marcata in chi vive a contatto della natura, tra i contadini, nei piccoli paesi, nelle montagne, dove le conseguenze del cataclisma sono più evidenti e tangibili. Serpeggia inquietudine nei pochi abitanti di Vallombrosa, una località sull’Appennino toscano a due passi da Firenze, luogo storico di villeggiatura e di pellegrinaggio (vi si trova una delle più belle abbazie del centro Italia), nonché sede di uno dei più antichi e maestosi arboreti (orti botanici e vivai) del nostro paese. Intorno all’abbazia di Vallombrosa e al piccolo centro abitato di Saltino si estende per migliaia di ettari una foresta secolare, che nel corso dell’ultimo millennio è stata piantata e usata (oltre che ampliata) dagli stessi monaci e dagli abitanti del posto prima, per diventare poi patrimonio del demanio e riserva naturale protetta. Nella foresta si trovano, o meglio si trovavano, abeti bianchi di oltre duecento anni di età, alti più di trenta metri, faggi dai tronchi imponenti ricoperti di muschio, aceri montani, tigli, frassini, castagni, oltre a conifere piantate circa sessanta anni fa per produrre legname di pregio. Questo polmone verde è importante anche per molte specie animali, tra cui il picchio nero, l’astore, il falco pecchiaiolo, il lupo e l’istrice. Ma questa foresta non sarà più come prima, e come lei molte altre foreste del Casentino, compresa quella famosissima del santuario de La Verna, luogo di culto di San Francesco. Infatti, ad inizio marzo, una perturbazione proveniente dal nord Europa ha investito tutta l’Italia e in particolare l’Italia centrale: le temperature si sono abbassate di dieci-dodici gradi in una giornata e tempeste di vento hanno spazzato, con raffiche fino a centocinquanta chilometri all’ora, le vallate e i pendii delle montagne. La foresta non ha retto. Nella sola riserva naturale di Vallombrosa si stima che siano andati distrutti tra i quindicimila e i ventimila alberi, molti dei quali secolari. La fauna e la flora ne sono state stravolte. Tutto ciò potrebbe anche essere considerato normale. Gli eventi catastrofici di portata eccezionale, come questo, si sono sempre verificati sul nostro pianeta; il problema è che ormai tali eventi si ripetono con una frequenza e una diffusione incredibili. La foresta di Vallombrosa aveva infatti subito la violenza di una tempesta “eccezionale” anche nel novembre del 2013, con ampi danni alle piante. Ora il paesaggio è in alcuni luoghi apocalittico: al posto degli alberi ci sono spianate di ettari di legno sfasciato, contorto e martoriato, senza più traccia di vita alcuna. Ovunque nel mondo questi fenomeni si centuplicano e, dalla foresta slovena (vedi articolo sul gelicidio http://www.ilcambiamento.it/clima/gelicidioslovenia.html ) alle praterie e ai fiumi del centro Europa, ai boschi italiani e spagnoli, nessuno è al riparo. Ogni mese si viene a sapere di eventi apocalittici come grandinate spaventose, venti da uragano, alluvioni, siccità devastanti, nevicate e gelate improvvise che si spingono fino a zone tropicali sterminando interamente la vegetazione e la fauna, non adattati a tali temperature. Questi danni rendono fragili gli ecosistemi; le piante, indebolite dagli stress climatici e dall’inquinamento, contraggono malattie che si espandono a macchia d’olio, i parassiti si moltiplicano e la catena alimentare si altera. Tutto questo avviene a causa nostra, non è un campanello d’allarme ma un campanone da cattedrale che rimbomba, ma noi ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti dicendo “qualcuno dovrebbe fare qualche cosa”, ma quel qualcuno siamo noi. Siamo noi la causa, con i nostri viaggi aerei (http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/aereo_disastro.html), con il nostro modo di mangiare, di spostarci, di riscaldarci, di divertirci, con le scelte più elementari e quotidiane che comportano “effetti collaterali” degni di una guerra USA.

Quante foreste dovremo veder distrutte prima di aprire gli occhi e rimboccarci le maniche?

Il destino dell’uomo altrimenti è segnato perché, se oggi sono le foreste a cadere, domani sarà la produzione agricola e, quando la produzione di cereali subirà i colpi del cambiamento climatico, le conseguenze colpiranno tutti noi con la violenza di un cazzotto.

Possiamo e dobbiamo inceppare il meccanismo; le soluzioni sono alla portata di tutti, basta che ce ne sia la volontà. Lo dobbiamo a noi stessi e agli alberi di Vallombrosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Più alberi e cura dei suoli per combattere il cambiamento climatico

Quando si parla di tecnologie che possano risolvere il problema del cambiamento climatico, si invocano chissà quali meraviglie ancora da inventare o aeroplani che disseminano sostanze chimiche in atmosfera o ancora enormi grattacielo che riescano ad inghiottire l’anidride carbonica. Eppure, secondo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford, la migliore delle soluzioni non è così complessa. Ci sono due cose che abbiamo già a disposizione: gli alberi e il terreno.riforestazione

Per combattere il cambiamento climatico le soluzioni migliori arrivano dagli alberi e dal miglioramento delle condizioni dei suoli: a dirlo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford (clicca qui per leggere il rapporto). I costi sarebbero estremamente contenuti, non ci sarebbero rischi. Nello specifico, le due tecniche suggerite dal rapporto sono quelle della afforestazione – piantare alberi anche dove prima non ce n’erano – e l’utilizzo del biochar, un ammendante del suolo che si produce utilizzando carbone di legna. Secondo i ricercatori di Oxford, percorrendo questa strada si riuscirebbe a far invertire la rotta ai cambiamenti climatici, mentre le tecnologie cosiddette ad emissioni negative servirebbero soltanto ad evitare il peggioramento delle attuali condizioni. D’altra parte il quinto recente rapporto dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, non lascia àdito a dubbi : il cambiamento climatico è in corso ed è di origine antropogenica, senza più alcun dubbio. Le opportunità di mantenere l’aumento della temperatura media terrestre entro i +2° si stanno inesorabilmente erodendo. La partita non è persa ma il tempo per agire è di pochi anni. Il Rapporto riconosce gli straordinari progressi fatti dalle tecnologie low-carbon, ma i dati pubblicati dicono che le emissioni globali continuano a crescere e che si è arrivati già a +0,7 °C di riscaldamento globale rispetto al periodo preindustriale. Progetti di afforestazione estesa cominciano a vedersi, anche se occorre senza dubbio che questa scelta rappresenti il cambio di paradigma globale. Face the Future sta portando avanti nella sierra dell’Ecuador un progetto di afforestazione comunitario che coinvolge, oltre al governo, le comunità locali. Sono inoltre in corso un progetto di riforestazione nella zona delle mangrovie sul delta del Sine-Saloum in Senegal e uno nel parco nazionale di Kibale in Uganda. In Australia è partita la Carbon Farming Initiative che garantisce agevolazioni ai proprietari di terreni che creano e mantengono foreste e boschi; in Tanzania vengono recuperati terreni agricoli in via di desertificazione piantando alberi con il Bagamoyo Afforestation Project e la lista è lunga, inclusi progetti di forestazione anche nel nostro paese. Non di rado si è di fronte a progetti pensati per utilizzare i meccanismi di compensazione volontaria delle emissioni introdotti dalla comunità internazionale, parallelamente al Protocollo di Kyoto. E’ nato quindi un mercato volontario di acquisto e scambio di certificati e crediti, originato da progetti di riduzione delle emissioni di gas serra in paesi terzi. Naturalmente, il passo auspicabile è che quello della afforestazione e riforestazione e del freno al consumo di suolo e al degrado del territorio divenga un modus operandi e una finalità, non solo un’azione frutto di un calcolo.

Fonte: ilcambiamento.it

A Grenoble la pubblicità per le strade sarà sostituita da alberi

Grenoble è la prima città europea a rinunciare alla pubblicità in strada e sostituirà i pannelli con alberi. La promessa fatta durante la campagna elettorale dal sindaco ambientalista di Grenoble, Eric Piolle è stata mantenuta: via dallo spazio pubblico i cartelloni pubblicitari che saranno sostituiti da alberi. Dunque, tra gennaio e aprile 2015 i 326 cartelloni della JCDecaux, tra cui 227 “lecca-lecca” (meno di 2 metri di altezza), 20 colonne e 64 grandi pannelli di 8 metri quadrati spariranno definitivamente dallo spazio pubblico Grenoble. E ciò grazie al contratto in scadenza che non sarà rinnovato, mentre l’accordo per la pubblicità sui mezzi pubblici e le pensiline scadrà nel 2019.FRANCE-ENVIRONMENT-ADVERTISING-TREES

Sempre da gennaio 2015 il comune incontrerà le associazioni locali per concordare con tutti la migliore soluzione possibile per organizzare gli spazzi pubblicitari nella cittadina di 160 mila abitanti. Si pensa a nuovi display più piccoli e meno invasivi degli spazi pubblici. Ha detto a AFP Lucille Lheureux, Assistente incaricato per gli spazi pubblici del comune di Grenoble:

A causa del crollo delle entrate pubblicitarie tradizionali, dovute alla concorrenza di Internet, il nuovo contratto ci avrebbe portato solo 150 mila euro all’anno contro i 600 mila euro all’anno percepiti dal 2004 al 20124.

Insomma una perdita decisamente ridotta rispetto ai favolosi introiti percepiti dai comuni nel primo decennio degli anni 2000. Con questa scelta Grenoble segna uno spartiacque sulla possibilità di gestire in maniera diversa la cosa pubblica, tenendo conto anche delle esigenze dei cittadini in fatto di spazio pubblico. E infatti entro la primavera il sindaco Piolle ha promesso la piantumazione di 50 nuovi alberi. Un precedente simile, ovvero una città senza cartelloni pubblicitari, si è avuto a San Paolo del Brasile nel 2007 quando fu deciso di eliminare tutta la pubblicità invasiva tranne poi reintrodurla nel 2012 con la firma di un contratto proprio con JCDecaux per l’installazione di 1.000 orologi che dovrebbe dare ai cittadini il tempo, la temperatura, la qualità l’aria e informazioni comunale.FRANCE-ENVIRONMENT-ADVERTISING-TREES

Fonte:  JDD20 minutes

© Foto Getty Images

India: piantare 2miliardi di alberi per combattere disoccupazione e inquinamento

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Piantare più alberi per risolvere il problema della disoccupazione giovanile e migliorare la qualità dell’aria. È questa la soluzione proposta dal Ministero dello Sviluppo rurale indiano. Due miliardi di alberi lungo l’autostrada nazionale, stimano i funzionari, garantirebbero circa 300mila nuovi posti di lavoro da distribuire tra i giovani disoccupati presenti nel Paese. Non solo, due miliardi di alberi potrebbero contribuire a migliorare drasticamente la qualità dell’aria di una cittàNuova Delhi, che risulta essere tra le più inquinate al mondo. L’India, come del resto altri grandi Paesi asiatici, tende ad avere grossi problemi di inquinamento. Gli alberi potrebbero essere una risposta concreta. Secondo un recente studio condotto nel Regno Unito, infatti, le foglie degli alberi sarebbero in grado di catturare una notevole quantità di polveri sottili. Per accertarsene, gli scienziati hanno misurato la quantità di inquinamento atmosferico presente nei pressi di un centro abitato di Lancaster, attraverso l’uso di dispositivi di monitoraggio di polveri sottili e particolari tecniche di analisi delle informazioni. Dopo aver collocato di fronte a quattro case una sorta di “schermo” formato da 30 giovani alberi di betulle, disposti in fioriere di legno, i ricercatori hanno analizzato nuovamente i dati della qualità dell’aria dopo appena 13 giorni. Dalle analisi è risultato che, di fronte a tutte e quattro le case, la concentrazione di particelle di metalli era diminuita in una percentuale compresa tra il 52 e il 65%. Nello specifico, PM1, PM 2.5 e PM 10 erano ridotti del 50%. Esaminando poi le betulle al microscopio, i ricercatori hanno confermato che le superfici pelose delle foglie avevano intrappolato le particelle inquinanti, derivanti molto probabilmente dalla combustione o dall’usura dei freni dei veicoli di passaggio sulle strade adiacenti le abitazioni. Il Ministero dello Sviluppo rurale dell’India ha anche sottolineato la necessità della raccolta e conservazione dell’acqua affermando, in particolare, che se il 15% dell’acqua piovana venisse utilizzato, si potrebbe evitare la problematica inerente all’inefficienza delle risorse idriche, alimentando la gente e irrigando il terreno agricolo. Sembra che questo progetto vada ad aggiungersi a una serie di iniziative intraprese dal Paese per sviluppare la propria economia e ridurre l’impatto ambientale. L’India sta infatti investendo anche in energia solare e ha inoltre annunciato di voler stanziare più fondi per progetti sostenibili, raddoppiando la tassa sul carbone. Si era assistito a un’iniziativa simile a quella prospettata di piantare 2miliardi di alberi nelle strade del Paese, già l’anno scorso. Il progetto, arricchito di connotati molto più sociali e simbolici, aveva l’obiettivo di portare l’opinione pubblica a una maggiore considerazione della donna e delle nascite femminili. Allora, si era deciso di piantare 111 alberi nel villaggio Piplantri, per celebrare la nascita di una bambina. La speranza è che accanto a questi progetti sostenibili ne possano nascere molti altri, votati a sensibilizzare l’opinione pubblica di una nazione spesso devastata da episodi di violenza contro le donne.

(Foto: media.canada.com)

Fonte: ambientebio.it/

HemLoft, il rifugio sugli alberi a forma di uovo

Questa pittoresca casa sugli alberi, oltre all’indubbio fascino che l’accomuna a tante altre case sugli alberi, ha la prerogativa di avere alle spalle una storia molto particolare e affascinante grazie al suo creatore Joel Allen.hemloft-joel-allen-1-e1339221073176-400x250

Questi all’età di venticinque anni era un comunissimo ragazzo, laureato in informatica, che lavorava in una azienda specializzata nel settore a Whistler, a nord di Vancouver in Canada. Tutto nella sua vita andava per il meglio, finchè fu licenziato a causa della chiusura della stessa azienda trovandosi per la prima volta a dover riorganizzare la sua vita. Decise, a questo punto, di andare in “pensione” per dedicarsi ad altro alla sola età di 26 anni. Aspettava un finanziamento per intraprendere una nuova attività ma a distanza di un anno anche questo suo sogno fu disatteso trovandosi in condizioni economiche alquanto precarie. Nel frattempo conobbe un vecchio hippie chiamato Old Man John con cui strinse una forte e profonda amicizia. Questi aveva spesso l’abitudine di passeggiare per i boschi attorno a Whistler e ne conosceva ogni più piccolo segreto. Old Man John trasmise a Joel Allen l’amore e il rispetto per questo angolo della British Columbia. Tutto ciò fu d’ispirazione per Allen tanto che decise di costruire una casa sull’albero nel pieno rispetto della natura, al fine di vivere più intimamente con essa. Ecco così la nascita del suo nuovo sogno! Per prima cosa prese lezioni in una falegnameria e si fece assumere in una ditta di costruzioni, al fine di guadagnare qualche cosa per poter vivere e per imparare un mestiere che gli sarebbe stato utile nel suo sogno. Contattò due suoi amici architetti e insieme iniziarono la progettazione di una casa che fosse non solo accattivante nelle linee ma anche spaziosa. Vari progetti furono abbandonati, finchè si decise di costruire una casa a forma di uovo dove il tronco dell’albero si trovasse al centro. Allen costruì un modello in scala ridotta al fine di testarne da resistenza e durevolezza. Il passo successivo fu quello di cercare l’albero perfetto, la vista ideale e il terreno più comodo. Data la mancanza di capitale per l’acquisto di un terreno decise di realizzare il suo progetto nella foresta pubblica. Questa casa necessitava di un terreno ad una distanza ragionevole dalla strada in modo da rimanere in contatto con la società ma che consentisse un certo isolamento. Altra nota essenziale e che fosse nelle vicinanze di corsi d’acqua o di laghetti al fine di consentire un approvvigionamento idrico costante e che fungesse anche da doccia naturale. Poi vi era la necessita di costruirla in un luogo dove la forma a uovo non cozzasse troppo con l’ambiente e infine era necessario un albero dal tronco notevolmente robusto. Tale ricerca si protrasse per un mese circa finchè non trovò il sito adatto.

A questo punto il sogno c’era, il progetto anche e il luogo era perfetto. Iniziò la costruzione dell’abitazione e portò a termine lo scheletro della stessa con una spesa di circa 6500 dollari. Il progetto fu abbandonato per circa un anno, causa un viaggio in Slovenia. Qui conobbe e si innamorò di una ragazza di nome Heidi che lo convinse a tornare in Canada per terminare questo meraviglioso progetto. Qui si resero subito conto che poter portare a termine questo sogno sarebbero stati necessari circa 10.000 dollari di materiale. La cosa appariva non fattibile. Ed ecco qui un idea, utilizzare il legno di vecchi mobili e vecchie porte al macero, restaurarlo e riutilizzarlo nella costruzione dell’abitazione.

Nel corso di un’estate Joel e Heidi portarono a termine il loro progetto, lavorando solo nei fine settimana. Decisero di comune accordo di filmare a fotografare questa splendida casa. Tempo dopo a New York incontrarono una redattrice della rivista Dwell che si interessò notevolmente al progetto e decise di pubblicarlo con il nome di HemLoft. In seguito all’interesse riscontrato è stato anche aperto un sito internet dove vengono descritte nel dettaglio le varie fasi produttive.hemloft-joel-allen-6 (1)

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Tale pubblicazione ha portato all’attenzione delle autorità locali questa piccola abitazione in quanto costruita su terreno pubblico e senza nessuna autorizzazione. Tecnicamente, quindi, Allen non è padrone di nulla. Ha portato all’attenzione dei media tutto ciò sperando che possa essere legalizzato. Ha anche indetto un sondaggio sul sito web per farsi consigliare sulla maniera più giusta di muoversi dal punto di vista giuridico. Il 75% degli intervistati gli consiglia di cercare di acquistare il terreno. Ad oggi però, il destino di questa splendida abitazione appare incerto!

Fonte: tuttogreen.it