Il cambiamento climatico rispecchia la nostra relazione con la terra

Un’ode alla terra e un invito a riparare la nostra relazione con essa. È così che potremmo definire l’ultimo rapporto IPCC sui cambiamenti climatici dal quale emerge lo stretto legame tra l’uso del suolo ed il riscaldamento globale. Le previsioni cupe del report non rappresentano però una sentenza definitiva e gli esperti tracciano la strada da seguire per fronteggiare la crisi ambientale in atto. “Né le nostre identità individuali o sociali, né l’economia mondiale esisterebbero senza le molteplici risorse, servizi e sistemi di sostentamento forniti dagli ecosistemi terrestri e dalla biodiversità. Il valore annuale dei servizi ecosistemici terrestri totali del mondo è stato stimato a 75-85 trilioni di dollari nel 2011. Ciò supera sostanzialmente il PIL annuale mondiale. La terra e la sua biodiversità rappresentano anche benefici essenziali e immateriali per l’uomo, come l’arricchimento cognitivo e spirituale, il senso di appartenenza e i valori estetici e ricreativi. Valorizzare i servizi ecosistemici con metodi monetari spesso trascura questi servizi immateriali che modellano le società, le culture e la qualità della vita e il valore intrinseco della biodiversità. L’area terrestre della Terra è limitata. L’uso sostenibile delle risorse della terra è fondamentale per il benessere umano”.

impronta-terra

Si apre così, quasi con un’ode al nostro pianeta, il Rapporto speciale “Il cambiamento climatico e la terra” del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite. L’anno scorso l’IPCC ha pubblicato il famoso “Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5° C”, in cui ci dice che abbiamo 12 anni per scongiurare il peggio. Questa è la prima volta nella storia dei rapporti dell’IPCC che la maggior parte degli autori – 53% – proviene da paesi in via di sviluppo. Il team degli autori ha attinto al contributo di 96 autori partecipanti; ha incluso oltre 7000 riferimenti citati nel rapporto; e considerato un totale di 28.275 commenti di esperti e dei governi. I rapporti dell’IPCC contengono solo dati e previsioni su cui c’è accordo nella comunità scientifica, e sottolineano anche il grado di consenso esistente sulle singole affermazioni contenute nel rapporto.  

“Con l’aumento del riscaldamento, si prevede che la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi legati al calore, comprese le ondate di calore, continueranno ad aumentare nel corso del 21° secolo (alta fiducia). Si prevede che la frequenza e l’intensità della siccità aumenteranno in particolare nella regione mediterranea e nell’Africa meridionale (media fiducia). Si prevede che la frequenza e l’intensità degli eventi con precipitazioni estreme aumenteranno in molte regioni (elevata sicurezza)”. La probabilità che l’onda calda della scorsa estate si ripeta nelle prossime è praticamente certa. Meno sicuro è che in Europa faremo esperienza di siccità, seppure anche questo resta mediamente probabile. In generale, nel mondo, circa 500 milioni di persone vivono in aree soggette a desertificazione. Cosa c’entra la terra con tutto questo? Non sono solo le emissioni di gas serra a causare il riscaldamento globale? Sembra di no. Il modo in cui utilizziamo la terra, ha un impatto sul riscaldamento globale. Questo per due motivi, ci spiega il rapporto. La deforestazione dovuta all’agricoltura e le pratiche agricole industriali impoveriscono il terreno, diminuisce l’umidità e la biodiversità, e quindi la naturale capacità della terra di mitigare il clima, produrre precipitazioni e assorbire anidride carbonica dall’atmosfera.

desert-279862_960_720

Contemporaneamente, però, azioni come la riforestazione, l’agricoltura rigenerativa, la protezione e il restauro degli ecosistemi, possono aumentare la capacità della terra di prelevare carbonio e immagazzinarlo nel terreno. Mentre noi esseri umani lo estraiamo dal sottosuolo e lo rilasciamo nell’atmosfera, le piante e i microrganismi del suolo lo riportano a terra. “L’agricoltura, la silvicoltura e altri tipi di utilizzo del suolo rappresentano il 23% delle emissioni umane di gas serra. Allo stesso tempo, i processi naturali terrestri assorbono l’anidride carbonica equivalente a quasi un terzo delle emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili e dall’industria ”, spiega Jim Skea, copresidente del terzo gruppo di lavoro dell’IPCC. Ci siamo indignati per il disboscamento dell’Amazzonia voluta dal Governo Bolsonaro per soddisfare gli appetiti della lobby agricola. Ma circa tre quarti della superficie terrestre libera dai ghiacci a livello globale è utilizzata dall’uomo per attività produttive. E non basta. Si legge nel rapporto che se la dieta media dei paesi ricchi fosse consumata a livello globale, “la superficie agricola necessaria per fornire queste diete aumenterebbe di 14 volte”. 

Ultimamente si parla molto di piantare alberi per contrastare l’innalzamento delle temperature, e recentemente è stata lanciata una campagna anche in Italia. Il Rapporto dedica molte pagine agli effetti dei programmi di forestazione e riforestazione. Tuttavia non tutto è così semplice. Piantare alberi dove ci sono praterie o pascoli, per esempio, può addirittura ridurre la capacità di assorbimento di carbonio del terreno. Può anche portare a un consumo maggiore di acqua. Le foreste di monoculture a rapida crescita, purtroppo diffusissime, hanno un impatto negativo sulla biodiversità, e alcune specie come il pino e l’acacia risultano spesso invasive e dannose per le specie autoctone. Se si guarda ai “potenziali effetti collaterali di tali misure su larga scala, in particolare per i paesi a basso reddito, si potrebbero verificare aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari causati dall’aumentata concorrenza per la terra”.

equipment-2047314_960_720

Riscaldamento atmosferico, aumento di eventi climatici estremi, spostamento degli ecosistemi stanno già causando instabilità nell’approvigionamento di cibo. “I modelli previsionali globali – si legge nel rapporto – prevedono un aumento mediano del 7,6% (intervallo dall’1 al 23%) dei prezzi dei cereali nel 2050 a causa dei cambiamenti climatici, portando a un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e a un aumento del rischio di insicurezza alimentare e fame (media fiducia). Le persone più vulnerabili saranno maggiormente colpite (alta sicurezza)”. 

Ma le previsioni cupe contenute nel rapporto non sono una sentenza definitiva. Infatti, si legge, “esistono molte opzioni di gestione del territorio sia per ridurre l’entità delle emissioni sia per aumentare l’assorbimento di carbonio. Queste opzioni migliorano la produttività delle colture, lo stato dei nutrienti del suolo, il microclima o la biodiversità e quindi supportano l’adattamento ai cambiamenti climatici (elevata fiducia)”.  

Il bello è che queste opzioni coincidono con quanto sostenuto da quelli che fino a poco tempo fa apparivano come sognatori utopici. C’è infatti, scrive il rapporto, “un elevato accordo su (una combinazione di) scelte come l’agroecologia, l’agricoltura conservativa e le pratiche forestali, la diversità delle specie vegetali e forestali, adeguate rotazioni di colture e foreste, agricoltura biologica, gestione integrata dei parassiti, conservazione e protezione dei servizi di impollinazione, raccolta delle acque piovane, gestione della gamma e dei pascoli e sistemi di agricoltura di precisione. L’agricoltura e la silvicoltura conservativa utilizzano pratiche di gestione con un minimo disturbo del suolo come nessuna lavorazione del terreno o minima lavorazione, copertura del suolo permanente con pacciamatura combinata con rotazioni per garantire una superficie del suolo permanente o rapida rigenerazione della foresta dopo il raccolto”. Sono queste le pratiche agricole del futuro, perché sono le uniche che possono sia mitigare i cambiamenti climatici, che facilitare l’adattamento ad essi. Inoltre, queste opzioni “possono contribuire a sradicare la povertà eliminando la fame, promuovendo nel contempo buona salute e benessere, acqua pulita e servizi igienico-sanitari, azione per il clima e vita sulla terra”.

plume-2428666_960_720

Per implementare queste opzioni nella scala e rapidità necessarie, tuttavia, servono sistemi di governance innovativi, in grado di coinvolgere i diversi stakeholder, consultare le popolazioni locali, creare processi decisionali deliberativi, costruire istituzioni policentriche e multilivello e attingere alle conoscenze indigene.  “La natura, la fonte e le modalità di generazione della conoscenza sono fondamentali per garantire che le soluzioni sostenibili siano di proprietà della comunità e completamente integrate nel contesto locale. L’integrazione della conoscenza indigena e locale con le informazioni scientifiche è un prerequisito per tali soluzioni di proprietà della comunità”. 

Nel parlare dei sistemi di pensiero indigeni il Rapporto specifica che “la conoscenza indigena locale è anche olistica dal momento che gli indigeni non cercano soluzioni volte ad adattarsi ai soli cambiamenti climatici, ma cercano invece soluzioni per aumentare la loro capacità di resistenza a una vasta gamma di shock e stress”. 

Come ha scritto la biologa nativa americana Robin Wall Kimmer nel suo meraviglioso libro “Braiding Sweetgrass”, sottotitolato “Saggezza indigena, conoscenza scientifica e gli insegnamenti delle piante”, occorre integrare le antiche conoscenza indigene con le moderne indagini scientifiche. Come emerge dal Rapporto dell’IPCC, infatti, abbiamo un vitale bisogno di entrambe. Come scrive Kimmer, “antiche e nuove storie che possano essere medicina per la nostra relazione spezzata con la terra, una farmacopea di storie curative che possano consentirci di immaginare una relazione diversa, nella quale gli esseri umani e la terra siano buona medicina gli uni per l’altra”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/09/cambiamento-climatico-rispecchia-nostra-relazione-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Foreste in città? Sì, grazie!

La città ha mille potenzialità, ma anche forti limiti per la qualità della vita. Per favorire il superamento di tali limiti, diverse amministrazioni stanno investendo in quelle che vengono chiamate “infrastrutture verdi”. Vediamo cosa sono.

Le città rappresentano grandi catalizzatori di idee, cultura, produttività, commercio e sviluppo sociale e offrono ai cittadini diverse opportunità di occupazione, educazione e nuovi stili di vita. Il potenziale delle città è però minacciato da una crescita urbana senza precedenti e da un aumento esponenziale della popolazione urbana su scala globale. In molte città nel mondo, il benessere delle comunità è a rischio con l’aumento dell’inquinamento, del degrado ambientale, della domanda di acqua, cibo ed energia, e della disoccupazione, oltre alla mancanza di spazi pubblici di qualità per la socializzazione e il tempo libero. Molte amministrazioni locali stanno lottando per cercare di rispondere adeguatamente alle loro crescenti popolazioni, in particolare nei paesi a reddito medio-basso dove la popolazione urbana cresce spesso non in sintonia con il proprio sviluppo socio-economico. La mancanza di capacità nell’affrontare queste sfide poste da una crescita incontrollata della popolazione urbana produce povertà e fame, esacerbando l’esclusione sociale e aumentando il divario tra poveri e ricchi. Ciò è stato riconosciuto anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che nell’obiettivo per lo sviluppo sostenibile numero 11 (SDG 11) invita “a rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili”. E’ una sfida giornaliera quella che urbanisti e decisori politici mettono in atto al fine di mantenere un determinato livello di benessere per i cittadini, includendo l’accesso ad una alimentazione sicura, acqua pulita e potabile, energia, spazi verdi e condivisi e affrontando continuamente i conflitti di interesse legati all’utilizzo del territorio. Le soluzioni sono a portata di mano, basta volerlo. Negli ultimi decenni, diverse città hanno iniziato una vera e propria transizione verso città più verdi, più sostenibili e adottando un modello di sviluppo urbano più resiliente. Stanno investendo in foreste, zone umide e altri spazi verdi – denominati nel complesso “infrastrutture verdi” – per risolvere tematiche precedentemente affrontate con soluzioni ingegneristiche che spesso includono cemento, asfalto ed acciaio. Opportunamente pianificate, le infrastrutture verdi possono risultare più economiche e, al contempo, generare reddito ed occupazione, e aumentare anche la qualità dell’ambiente urbano. Se pienamente integrati nella pianificazione e gestione urbana locale, alberi e foreste possono aiutare a trasformare le città in luoghi più sostenibili, resilienti, salutari, equi e piacevoli in cui vivere. Come contributo alla discussione e aumentare la consapevolezza del ruolo delle foreste nelle città, lo scorso anno la FAO, in occasione della Giornata Internazionale delle Foreste, ha invitato 15 sindaci di città di diverse regioni a livello mondiale a presentare le proprie esperienze e i risultati raggiunti. La pubblicazione che ne è nata (“Forests and sustainable cities – Inspiring stories from around the world”) testimonia come, spesso sottostimati, gli alberi possono essere potenti strumenti per affrontare molte delle moderne sfide urbane, incrementando il benessere delle comunità coinvolte. Gli alberi migliorano la qualità dell’aria rimuovendone gli inquinanti; assorbono l’anidride carbonica dando un notevole contributo alla lotta al cambiamento climatico; ombreggiando strade e palazzi, essi raffrescano le città, riducendo il consumo di energia e facendo quindi risparmiare soldi; molti alberi producono frutti commestibili per l’uomo, contribuendo quindi alla sicurezza alimentare; infine, piantare alberi in spazi pubblici accresce il senso estetico dei quartieri e, di conseguenza, il valore economico delle abitazioni.

Sebbene ogni singolo albero fornisca un concreto contributo alla qualità della vita in città, è la loro integrazione nelle diverse reti di spazi verdi a massimizzarne i benefici. Ad esempio, foreste urbane e peri-urbane ben pianificate e gestite aiutano la regolazione dei flussi idrici nelle città, intercettando e assorbendo le piogge; creano un ambiente favorevole per gli animali e le piante, contribuendo quindi alla conservazione della biodiversità; forniscono spazi ideali per l’esercizio fisico e la ricreazione, aumentando quindi il benessere e la coesione sociale delle comunità urbane. Foreste ben gestite intorno alla città garantiscono ai cittadini la fornitura di acqua di buona qualità e prevengono i fenomeni di erosione e degrado del territorio.

Ecco alcuni esempi di risultati raggiunti in città in diverse parti del mondo:

–       a Pechino (Cina) sono stati piantati oltre 54 milioni di alberi tra il 2012 e il 2016;

–       a Bangkok (Thailandia) a partire dal 2014 sono stati creati 10 nuovi parchi, dando priorità alle specie vegetali locali;

–       a Phoenix (Arizona – USA) gli oltre 3 milioni di alberi forniscono benefici stimati in oltre 40 milioni di dollari all’anno;

–       a Lubiana (Slovenia) sono stati definiti 1.150 ettari di foresta naturale per scopi ricreativi;

–       a Vitoria-Gasteiz (Spagna) sono stati creati 6 nuovi parchi per un totale di 800 ettari;

–       a Moreland (area metropolitana di Melbourne – Australia), a seguito di consultazione pubblica, i fondi per le foreste urbane sono stati incrementati del 50%.

Sono solo alcuni esempi che, insieme a tutti gli altri che si possono approfondire nella pubblicazione sopra richiamata, rappresentano certamente una fonte di ispirazione per i decisori politici locali che quotidianamente si trovano a lottare contro gli effetti avversi del cambiamento climatico.

E in Italia? Cosa si fa nel nostro Paese, e in particolare nelle nostre città, per mitigare gli effetti, purtroppo già evidenti del clima che cambia? In molte città sono partiti interessanti programmi di riforestazione urbana ma oggi qui ci concentriamo sulla capitale, la città di Roma.

Roma Capitale ha aderito al Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia ed entro il mese di novembre di quest’anno dovrà presentare il proprio Piano di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC) nel quale evidenziare le azioni che concorreranno alla riduzione delle emissioni climalteranti della città di almeno il 40% entro il 2030. Una parte del PAESC di Roma Capitale, annunciata in diverse occasioni pubbliche, è dedicata alle aree forestali urbane che, questo era l’obiettivo dichiarato, avrebbero raddoppiato il numero di alberi presenti nella città entro il 2030. Stiamo parlando di circa 25-30.000 alberi da mettere a dimora ogni anno nei prossimi dieci anni. Cifre molto lontane dalla realtà odierna, laddove l’Amministrazione capitolina ha evidenziato molte carenze già nel solo mantenimento degli alberi attualmente presenti. In attesa di sapere in che modo l’Amministrazione capitolina affronterà questa sfida, credo molto utile, proprio come fonte di ispirazione, far conoscere un’iniziativa molto interessante già lanciata a Roma, in collaborazione proprio con l’Amministrazione locale nell’ambito delle iniziative PAESC: si tratta del progetto ReTree Porta Metronia.

Il progetto nasce da un’idea di un cittadino residente nel quartiere di Porta Metronia che ha presentato l’idea progettuale al Comune di Roma, dopo aver già messo in atto alcune azioni propedeutiche per il successo dell’iniziativa. Al fine di coinvolgere maggiormente la popolazione residente, il progetto è stato condiviso con il Comitato Mura Latine, storico comitato di quartiere attivo da anni sul territorio. Si tratta quindi di un progetto partecipato con l’obiettivo di ripiantare gli alberi dove non ci sono più. La zona di Porta Metronia ha visto negli ultimi anni una continua perdita di alberi senza una conseguente e pianificata azione di ripiantumazione. ReTree Porta Metronia si propone come progetto ad alto grado di replicabilità e con un duplice obiettivo: da una parte, rivalorizzare l’area, reinserendo gli alberi negli spazi già destinati a tale modalità, ridando vita e vigore al verde della zona e, dall’altra, coinvolgere gli abitanti aumentandone la consapevolezza rispetto all’importanza del tema ambientale e di cura del verde. Il progetto si sviluppa in diverse fasi: l’analisi territoriale, il finanziamento, la scelta delle specie da piantumare, l’eliminazione delle ceppaie e la piantumazione di nuovi alberi. Dall’analisi territoriale è emerso che nell’area si contano al momento un totale di 229 tazze con alberi mancanti, specificatamente categorizzate in 122 spazi liberi da ceppaie, 18 occupati da ceppaie piccole, 29 occupati da ceppaie medie, 53 occupati da ceppaie grandi e 7 occupate da piante abusive. Il finanziamento avverrà in due modalità distinte e complementari: a livello territoriale, attivando dei punti di raccolta fondi nella zona e in rete, attivando una campagna di crowdfunding per i cittadini e per le imprese. Modalità che sono già operative e che hanno portato ad oggi alla raccolta di oltre 6.000 euro a fronte di un costo totale del progetto stimato in circa 41.000 euro. Questi primi fondi raccolti sono stati subito impiegati per l’acquisto e la piantumazione di alberi in alcune strade del quartiere. Per quanto riguarda la selezione delle specie di alberi da piantumare si è fatto tesoro delle esperienze provenienti dal progetto GAIA del Comune di Bologna e da quelle del comitato di quartiere Monteverde Attiva, altro comitato di quartiere storico attivo a Roma. Per il progetto ReTree Porta Metronia si è giunti, anche in sinergia con le indicazioni ricevute dal Servizio Giardini di Roma Capitale, alla selezione di sette specie adatte alla conformazione delle strade dell’area di riferimento. Il Servizio Giardini di Roma Capitale si occuperà direttamente dell’eliminazione delle vecchie ceppaie e del coordinamento delle azioni di ripiantumazione. Una prima analisi ha stimato che le nuove piantumazioni consentiranno l’assorbimento di circa 6.700 kg di CO2 all’anno. Per maggiori informazioni e rimanere aggiornati sul progetto:  https://it.ulule.com/retree-porta-metronia/

ReTree Porta Metronia è un piccolo ma grande progetto. Piccolo nelle dimensioni ma grande nelle prospettive. Cittadini, associazioni ed imprese locali e amministrazione locale: solo se si lavorerà insieme per il bene comune si avrà successo. E ReTree Porta Metronia può essere un ottimo esempio. E’ necessario adesso che l’Amministrazione Capitolina creda fortemente in progetti di questa natura e li faciliti al massimo, magari destinando anche delle risorse economiche adeguate, al pari di quanto fatto da altre capitali nel mondo.

Fonte: ilcambiamento.it

Amka: dal seme alla sovranità alimentare in Guatemala

Contribuire al raggiungimento della sicurezza alimentare e della sostenibilità sociale, economica ed ambientale del Petén, una delle regioni più povere del Guatemala. Questo l’obiettivo del progetto di Amka Onlus. Tra le azioni in programma vi è la piantumazione di 15.000 alberi da frutto che permettono in tempi brevi di godere di un’alimentazione più variata e sana.

Roni-con-la-stampa

Roni, il referente di Amka in Guatemala, con il logo di Creciendo Unidos

Creciendo Unidos è il progetto di Amka per garantire, attraverso la permacultura, la sicurezza alimentare, e la sostenibilità sociale, economica e ambientale del Petén, Guatemala. Ma al momento di partire, il finanziatore principale non ha potuto confermare l’immediato contributo economico alle attività, costringendo la Onlus a iniziare un crowdfunding. Ora la meta è di nuovo vicina, ma c’è bisogno di un altro piccolo sforzo.

CHI È AMKA

L’Associazione Amka nasce nel 2001 grazie all’iniziativa di un gruppo di italiani – tra i quali l’attuale Presidente Fabrizio Frinolli Puzzilli – rimasti colpiti dalle condizioni di vita di alcuni loro amici congolesi. In pochi anni l’ONG, con le sue attuali 30 persone sul campo e gli 11.500 beneficiari, è diventata un punto di riferimento nella cooperazione internazionale in Congo. Il metodo scelto da Amka (che in Swahili vuol dire “alzati” o “svegliati”) è quello di operare in maniera integrata sulle leve principali che possono determinare lo sviluppo armonico di una comunità, in particolare sull’istruzione, la salute e le attività produttive. I progetti sono legati tra loro in modo trasversale e le popolazioni locali non sono semplici beneficiarie, ma soggetti attivi che esprimono necessità ed elaborano, da protagoniste, le strategie per farvi fronte. Aspetto costitutivo di tale approccio è l’empowerment (in italiano “rendere capaci di”), che consiste nello stimolare e sostenere le capacità delle persone attraverso l’apprendimento, l’organizzazione e l’azione.

IL FRONTE GUATEMALA

Il successo ottenuto in Africa ha spinto nel 2009 Amka ad aprire un nuovo fronte d’intervento in America Centrale. La regione prescelta è stata il Petén, in Guatemala. Situato nel nord del Paese, il Petén – culla della cultura Maya – è la regione più grande e naturalisticamente più bella e ricca di biodiversità della Guatemala, ma anche la più povera, la più diseguale, con una forte presenza indigena e una situazione socio-economica che risente fortemente degli effetti della sanguinosa guerra civile fra la dittatura militare (e successivamente il governo filo-USA) da un lato, e la resistenza indios dall’altro. Una guerra che per 36 anni – fino agli accordi di pace del 1996 – ha sconvolto il piccolo stato centramericano causando il genocidio portato alla ribalta dall’attivista indigena per i diritti umani Rigoberta Menchú, premio Nobel per la Pace nel 1992. Nel Petén, l’83% dei bambini presenta forme di malnutrizione cronica, le famiglie vivono in condizioni di indigenza e senza elettricità, le disuguaglianze di classe e di genere sono molto diffuse, al punto che il numero di episodi di violenza sulle donne è il più alto del Paese.Valerio-e-i-campesinos

Valerio di Amka insieme ad alcuni campesinos del Petén

CRECIENDO UNIDOS

L’impegno di Amka in Guatemala in questi 9 anni di attività si è concretizzato in quattro filoni di intervento che hanno prodotto benefici effetti sull’alfabetizzazione, sulla sanità di base, sulla malnutrizione, sui rifornimenti di acqua potabili e sulle attività produttive. I quattro filoni sono l’educazione, l’empowerment delle donne, il turismo sostenibile e l’alimentazione. A quest’ultimo filone di intervento appartiene Creciendo Unidos – Dal seme alla sovranità alimentare, progetto che coinvolge 5 comunità indigene della regione del Petén: Nuevo Horizonte (dove verrà localizzata la sede operativa del progetto), Pato, Barrio, Juleque y Zapote. Sono comunità di ex-guerriglieri e indigeni Quechì, che vivono secondo i principi della condivisione e della solidarietà economica. Queste comunità oggi lottano ancora per diritti imprescindibili come quello alla terra, al cibo, all’educazione e alla salute. Il progetto prevede per il 2018 le seguenti 4 fasi di intervento: 1) Semina di 15.000 alberi da frutto, cosa che permetterà in breve di favorire un’alimentazione più sana e variegata. 2) Organizzazione di attività di formazione su tecniche di coltivazione sostenibili, in primo luogo la permacultura, per rafforzare le capacità locali. 3) Realizzazione di un vivaio agroforestale che assicuri autonomia alle comunità sul lungo periodo. 4) Acquisto di 3 ettari di terreni agricoli per aiutare i campesinos a combattere il sistema del latifondo, che li rende schiavi e li obbliga a sottostare alle logiche tipiche dell’agricoltura industriale: calo del reddito, impoverimento dei terreni, inquinamento delle falde acquifere e distruzione della biodiversità.

“Il nostro obiettivo è quello di contribuire al raggiungimento della sicurezza alimentare e della sostenibilità sociale, economica ed ambientale”, ci spiega Giorgia Della Valle, attivista romana di Amka che da settembre 2017 ha partecipato alla fase preparatoria del progetto e che ora dichiara: “Ho deciso di metterci la faccia, perché in primis ci ho messo il cuore”.i-fundraiser-volontari-e-lo-Studio-Controluz

Lo staff di Creciendo Unidos (Giorgia è la prima da sinistra)

L’EVENTO INATTESO E IL CUORE DEI VOLONTARI

E già, perché meno di due mesi fa, proprio quando era tutto pronto per la piantumazione di 15mila alberi da frutto nelle campagne del Petén, il principale finanziatore non ha potuto confermare il supporto economico al progetto. “Dopo tutto quel lavoro, lo sconforto è stato enorme”, continua Giorgia. “Non dimenticherò mai la determinazione di Valerio Frattura, il capo progetto, quando ha detto ‘Noi abbiamo dato la nostra parola in Guatemala e faremo tutto il necessario per mantenerla’. E così è stato. Giorgia e altri volontari hanno infatti deciso di rimboccarsi le maniche, metterci la faccia e far nascere una rete di solidarietà per evitare l’abbandono del progetto da parte di Amka. Una rete nata immediatamente e che dopo 40 giorni ha già dato diversi frutti: tre volontari della Onlus hanno realizzato un video promozionale; una talentuosa illustratrice, Susanna Doccioli, ha regalato il logo del progetto; lo staff di Amka si è attivato per ricercare finanziamenti sulla piattaforma di crowdfunding Gofundme. Infine, la stessa Giorgia, insieme al capoprogetto Valerio e agli altri volontari Simone, Sara e Federica, ha aperto una raccolta fondi personale su Facebook che in poche settimane ha già raggiunto i due terzi della cifra-obiettivo.

Il video promozionale dei volontari Amka

“Un altro piccolo sforzo e ce l’abbiamo fatta”, dichiara Giorgia. “Ora non resta che sperare che le persone non siano vinte dall’indifferenza”. E proprio per aiutare lei e gli altri cooperanti di Amka ad allargare il più possibile questa rete, Italia che cambia ha deciso di fare la sua parte, sostenendo il progetto attraverso i propri canali e invitando i suoi lettori ad attivarsi con una donazione anche minima. Perché, per dirla con la citazione di Eduardo Galeano scritta su una parete di una casa di Nuevo Horizonte, “molta gente piccola, facendo cose piccole, in piccoli luoghi, può cambiare il mondo”.frase-Galeano-a-Nuevo-Horizonte

La citazione di Galeano a Nuevo Horizonte

Per donare a Creciendo Unidos attraverso il crowdfunding clicca qui.
Per contribuire alla raccolta fondi di Giorgia Della Valle clicca qui.
Per collaborare ai progetti Amka Onlus clicca qui.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/amka-seme-sovranita-alimentare-guatemala/

L’uomo che pianta gli alberi

Riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi e, in generale, rimboschire il territorio. A questo scopo è nata nel 2012 a Cagliari l’associazione “L’uomo che pianta gli alberi” che, dalla sua fondazione, ha contribuito a seminare tre milioni di semi, a piantare seimila alberi e interrare trecentomila ghiande.Senza nome

Dalla spinta propositiva di Anna Cadoni è nata l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, che dal 2012 si occupa in Sardegna di riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi, ora sempre più allarmanti a causa della siccità e della stagione calda. Ecco un esempio di come tutti noi, nel nostro piccolo e in compagnia allo stesso tempo, possiamo cambiare il corso degli eventi. Anna Cadoni è un’imprenditrice agricola sarda originaria di Mandas. Famiglia contadina, sin da bambina è amante delle piante e degli alberi, tant’è che ha cominciato sin da allora a piantare e seminare alberi. È una signora timida e riservata, e come i più dolci paradossi dell’esistenza è quel tipo di persona che mi da la sensazione di avere tante cose da dire. Infatti ha contribuito a seminare tre milioni di semi e a piantare migliaia di alberi e ghiande. Bene, direi che è arrivato il momento di addentrarci nella storia di oggi!

L’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” è nata nel 2012 a Cagliari con l’obiettivo di riseminare e rimboschire le aree semidesertiche o devastate dagli incendi, in generale allo scopo di rimboschire il territorio. “Ho avuto l’ispirazione per fondare l’associazione quando ho visto il film ‘L’Uomo che piantava gli alberi’, una pellicola del 1987 di Frédérick Back tratta dal racconto allegorico omonimo di Jean Giono del 1953, in cui si racconta la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nei pressi del villaggio di Vergons, nella prima metà del XX secolo”, ci racconta Anna Cadoni, che è la presidente e fondatrice dell’associazione. “La differenza rispetto al racconto è che invece che farlo da sola, nonostante l’abbia sempre fatto sin da bambina, volevo creare un gruppo ed essere in tanti ad iniziare la semina. Lo scopo del seminare è certamente legato all’importanza del piantare alberi, ma soprattutto a seminare consapevolezza nel salvaguardare la nostra Terra. È importante rendersi conto del perché siamo arrivati alla crisi ecologica odierna e di come possiamo adoperarci tutti per cambiare le cose, non aspettando che qualcuno lo faccia al posto nostro. La Terra ci ospita, ci nutre, ci accoglie, grazie agli alberi possiamo respirare, mangiare: i boschi sono curativi anche con una passeggiata”.Senza nome2

Tre milioni di semi, trecentomila ghiande e seimila alberi

Nel 2014 l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” si era prefissata un obiettivo ambizioso: interrare un milione di semi in un anno e piantare quanti più alberi possibili. Una sfida lanciata a livello nazionale e non limitata alla sola regione Sardegna. Ci racconta Anna come tutti i membri dell’Associazione “abbiano lavorato tantissimo, coinvolgendo anche le scuole e gli insegnanti che ovunque hanno piantato alberi: per realizzare ciò abbiamo fornito alle scuole argilla e semi gratuitamente. Abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci siamo posti, anzi siamo andati oltre: abbiamo superato il milione di semi interrati e piantato tantissimi alberi. Dal 2012, anno della sua fondazione, l’Associazione di per sé ha contribuito a seminare tre milioni di semi, a piantare seimila alberi e interrare trecentomila ghiande.

Come si piantano i semi? Le palline di argilla

Per realizzare questo obiettivo, l’Associazione “L’uomo che pianta gli alberi” organizza frequentemente degli eventi aperti ai partecipanti: in un primo evento si preparano le palline di argilla che contengono il seme, che vengono poi lasciati ad essiccare. In un secondo evento si lanciano le palline nel terreno. “Seguiamo il metodo ideato dal botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, utilizzato tra l’altro per rimboschire alcune aree semi-desertificate della Grecia” ci spiega Anna “I semi vengono messi nell’argilla, che viene poi bagnata con l’acqua. Si lavora poi l’impasto ottenuto come se si stesse lavorando il pane: si crea una consistenza né troppo morbida né dura. Noi interriamo semi della flora mediterranea: semi di Carrubo, di Fillirea, di Mirto e Ginepro, Querce, Corbezzoli, tutte piante e arbusti della flora mediterranea che si adattano benissimo al nostro clima in Sardegna.

Le persone che partecipano ai nostri eventi sono sempre più numerose, quando vengono ai nostri eventi se ne vanno poi con una soddisfazione interiore fortissima, perché capiscono che possono fare qualcosa per migliorare la loro vita e quella di tutti, non si sentono vittime della rassegnazione come capita ormai troppo spesso. Noi vogliamo che le persone, nel loro piccolo, si sentano protagoniste del cambiamento, così nel frattempo a questo scopo continuiamo ad organizzare eventi per seminare alberi e piante.

La sfida continua e continuerà sempre perché noi umani siamo in debito nei confronti della Terra, e siamo inoltre in ritardo rispetto a quello che potremmo fare per cambiare le cose davvero. Io vivo il piantare alberi e piante come un dovere, così’ come ho profondamente a cuore il far partecipare il maggior numero di persone”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-175-uomo-che-pianta-alberi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Quando si va… a scuola dagli alberi

Anna Cassarino ci racconta come impara dagli alberi e insegna agli altri a fare altrettanto. Per fare in modo che la consapevolezza di essere un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda divenga la molla per cambiare in meglio.9572-10334

“In natura si trova abbondante ispirazione per ogni forma creativa e vorrei attirare l’attenzione su una tale risorsa fondamentale, capace di dare all’energia, anche negativa, uno sbocco costruttivo. Tutte le arti mi piacciono, ma preferisco la scrittura e la narrazione, anche perché con la parola si riesce a trasmettere meglio il sapere”. Si presenta così Anna Cassarino, scrittrice e artista della natura, ideatrice del progetto A scuola dagli Alberi che nasce nel 2001 ma che si forma pian piano in tutta una vita. Anna ci spiega chi sono gli alberi e come essi, se solo li ascoltassimo e li osservassimo, ci indichino la strada che porta alla conoscenza del nostro ambiente e di noi stessi. Da qui le soluzioni di molti dei problemi che ci sembrano senza soluzione: dalla relazione con gli altri all’inquinamento, la fame, la desertificazione dei territori. Il lavoro di Anna continua ininterrottamente e con passione da allora, con un camper diventato la sua casa-studio mobile,   viaggia in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ha profondamente a cuore.

Che cos’è il progetto A scuola dagli Alberi?

Il progetto A Scuola dagli Alberi è una possibilità data a tutti di conoscere aspetti basilari sul funzionamento della natura nelle sue diverse forme, vale a dire piante, animali, fenomeni naturali e umanità. La precedenza è data agli alberi, gli esseri viventi dall’effetto complessivo maggiormente benefico per ogni forma di vita. Grazie a quelli giusti nel posto giusto e trattati bene, ciascuno potrebbe contribuire ad attenuare molti dei problemi che ci affliggono, come frane, alluvioni, desertificazione, inquinamento, malattie, fame. Purtroppo, però, dalla nostra istruzione ed educazione sono esclusi i due argomenti che ritengo più importanti: conoscere se stessi e la natura. Per questo gli alberi sono spesso misconosciuti e maltrattati, così come ogni altra forma di vita, compresa l’umanità.

Com’è nato, quando e dove?

E’ un progetto che si è formato in tutta una vita di ricerca in molte direzioni. Nel 2001, a 48 anni avevo una bella casa e un lavoro autonomo e soddisfacente, ma mi ero resa conto che non sarebbe bastato a migliorare qualcosa nella società. Mi è sembrato che il solo modo per  riuscirci fosse dedicarmici a tempo pieno. Così ho venduto il mio appartamento per finanziare un progetto che altrimenti non si sarebbe mai potuto avviare. Nell’agosto del 2002, lasciata Firenze dove avevo abitato per molti anni, sono partita per il Madagascar, primo dei quattro Paesi, col Mali, il Senegal e Cuba, fra cui avrei scelto di realizzare l’idea, se avessi trovato un appoggio, che invece è mancato. Dopo nove mesi sono tornata in Italia e, con un camper diventato da allora la mia casa-studio mobile, ho iniziato a viaggiare in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ho a cuore.

A chi si rivolge?

Si rivolge ad ogni tipo di pubblico, dai dieci anni in poi. Infatti ho dato una forma narrativa a conoscenze scientifiche di base particolarmente interessanti e al tempo stesso utili, per dimostrare quanto basti sapere anche poco, ma ben selezionato, per essere in grado di fare scelte più giuste per l’ambiente, oltre che per sé.

Chi è l’albero?

L’albero è un essere vivente che per le sue dimensioni, dai cinque ai centoventicinque metri di altezza, la sua longevità, dagli ottant’anni ai tremila, per le sue tante funzioni e capacità, influisce molto sull’intero ambiente. Gli studi scientifici hanno provato che è in grado di comprendere ciò che avviene intorno e dentro di lui e sa rispondervi con efficacia. Sa esprimersi e intendere con odori, colori, forme e suoni, stringendo alleanze con altri vegetali e animali.

Che cosa possono insegnarci gli alberi?

Possono insegnarci anzitutto che chi è davvero autonomo sa provvedere meglio anche agli altri e ottenere ciò di cui ha bisogno attraverso lo scambio e senza sfruttamento. Come tutti i vegetali, infatti, gli alberi producono il proprio cibo trasformando l’anidride carbonica in linfa dolce e nutriente, con l’aggiunta di acqua e sali minerali, utilizzando l’energia solare. Già solo con questo sono molto più autonomi di qualsiasi animale o umano, senza che altri ne facciano le spese. Per farsi aiutare dagli insetti, dagli uccelli, da altri animali e vegetali, oltre che dai funghi, ad ottenere certi vantaggi, predispongono esattamente ciò di cui questi alleati hanno bisogno, facendo in modo che, mentre ne usufruiscono, svolgano anche la funzione desiderata, senza particolare sforzo.

Come è strutturata la scuola e chi sono gli allievi?

La scuola è fatta in modo da essere frequentabile da chiunque, prima di tutto attraverso il mio sito www.ascuoladaglialberi.net dove ci sono rubriche con articoli utili. Poi ci sono i sette libri che ho pubblicato,  importanti per approfondire i diversi temi e acquistabili via mail. Conduco laboratori, conferenze, narrazioni e faccio mostre didattiche di volta in volta per parchi, associazioni, biblioteche. In realtà la mia è la “pre-scuola”, che dà gli strumenti per capire più facilmente quella vera, della natura, quando la si osserva con l’opportuna preparazione.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Gli obiettivi sono quelli di invogliare e incoraggiare le persone a occuparsi anche di ciò che non dà risultati immediati, (a parte il piacere del conoscere), ma è indispensabile per il bene comune, che è in realtà quello di ciascuno, fatto in modo lungimirante. Lo si raggiunge avendo buoni obiettivi a lungo termine, per i quali è necessaria una conoscenza come quella che cerco di dare. Sono in tanti a pensare di non avere tempo per questo, mentre in realtà subiscono un condizionamento sociale da cui potrebbero liberarsi. Per farlo occorre conoscere meglio i meccanismi della mente e dunque ho curato molto anche la sezione che si occupa della conoscenza dell’animo umano, attraverso articoli e recensioni di libri e film che aiutano a capire.

Esistono progetti simili al tuo all’estero?

Che io sappia non esistono altri progetti del genere. Nonostante ce ne siano molti che si occupano di ecologia, non ne conosco che lo facciano con modalità artistiche, se non in modo molto più limitato. Oppure ci sono scienziati che fanno un lavoro divulgativo egregio, ma più avanzato e dunque accessibile da chi ha già una certa preparazione, mentre io mi rivolgo a chi non ne ha. Pochi si occupano di alberi e quelli che lo fanno, di solito operano in modo settoriale, trattando per esempio solo gli alberi monumentali o i giardini, oppure facendo un lavoro principalmente di denuncia, di protezione o di azione senza preparazione specifica. Io cerco invece di collegare, di coordinare un sapere basilare su vari aspetti sia degli alberi che di ciò che con loro interagisce. Inoltre do molto spazio alla conoscenza dell’animo umano, che è normalmente è un settore a sé e trattato in modo diverso dal mio.

Che valore ha in questo preciso momento storico il suo progetto?

Potrebbe davvero essere utile anche per tutti i progetti già esistenti, oltre che per ogni tipo di persona, perché apre prospettive sorprendenti sulla vita. Permetterebbe di migliorare il terreno sociale da cui far emergere rappresentanti più consapevoli e più attenti, che sappiano prendere decisioni più sensibili al bene comune.

E’ possibile mettersi in comunicazione con gli alberi? Ci sono persone che pensano che lo sia, che abbracciano gli alberi o parlano con essi in una sorta di collegamento telepatico. Cosa ne pensa? A lei è mai accaduto?

Il genere di comunicazione che ho con gli alberi è anzitutto di tipo espressivo- visuale. Osservandoli, accorgendomi delle loro qualità e di come hanno reagito agli eventi della vita, sviluppandosi in un modo più o meno espressivo, mi sento toccata. Proprio questo tipo di contatto ha suscitato il mio desiderio di conoscere e far conoscere le loro straordinarie virtù, avendone gioia e conforto. E’ possibile che le piante si accorgano di questo, perché ogni nostra attività nervosa produce un lieve impulso elettrico e una reazione chimica odorosa che loro sono in grado di percepire. Tocco e annuso volentieri le foglie, i fiori e il legno, ma raramente li abbraccio perché un fusto d’albero è pur sempre duro e ruvido.

Ci può dire qual è il costo delle sue attività?

Ritengo di chiedere compensi modesti, ma è davvero difficile azzeccare la cifra giusta, perché gli interlocutori sono diversi e hanno risorse economiche estremamente variabili, che fanno giudicare le richieste a prescindere da ciò che offro.

Lei come sostiene tutto questo lavoro?

Se intende come lo sostengo economicamente rispondo: con grande fatica, perché in troppi dicono di non avere fondi disponibili.

C’è risposta da parte delle istituzioni?

E’ scarsa, purtroppo.

Fonte: ilcambiamento.it

«Non massacrate gli alberi nelle città»

È l’appello che lancia Lipu-Birdlife Italia a fronte della progressiva e velocissima perdita di biodiversità nelle città italiane e delle potature selvagge del patrimonio arboreo. E pubblica un rapporto che offre linee guida per cercare di invertire la tendenza.9536-10293

Salvare la biodiversità urbana, favorire la relazione tra le persone e il verde e mettere uno stop alle potature selvagge degli alberi, inutili e dannose. Sono i principi ispiratori del nuovo documento di Lipu-BirdLife Italia dal titolo Il verde urbano e gli alberi in città. Una necessità, quella del verde urbano, sempre più sentita dai cittadini, che cercano rifugio dall’inquinamento e dal cemento e luoghi per giocare, leggere, svagarsi: prati, stagni e piccole zone umide, zone alberate, aree verdi dove migliorare il proprio stato psicofisico e ritrovare armonia con la natura. Un’esigenza a cui però gli enti preposti (Comuni in primis) non sempre rispondono con politiche adeguate di gestione, tutela e promozione del verde pubblico  o stimolando i cittadini a utilizzare al meglio i propri giardini, magari creando un birdgarden.

«Secondo i recenti dati Istat pubblicati nel maggio 2016, ogni abitante del nostro Paese ha a disposizione in media 31 metri quadrati di verde urbano, con punte più elevate nel Nord-est (50 metri quadrati) e doppie rispetto al Centro, al Nord-ovest e alle isole, mentre la media del Sud (42 metri quadrati) è influenzata dal dato della Basilicata – spiegano dall’associazione – che vanta città più ricche di verde della media. E’ però un dato insufficiente, che non mette freno ai guai causati dall’inquinamento ed è aggravato dalla frequente disattenzione delle amministrazioni pubbliche per le oasi urbane, aree naturali, inserite nel tessuto della città, che funzionano quali piccole riserve di biodiversità faunistica e floristica e hanno anche essenziali finalità educative».

«Sono tuttavia gli alberi le principali vittime della cattiva gestione. Sebbene siano riconosciuti da numerosi studi come in grado di abbattere l’insidioso particolato sospeso in atmosfera (uno degli inquinanti più presenti in città e pericolosi per la salute) e di garantire benessere e persino felicità alla persone, spesso sono oggetto di cattiva gestione, con potature errate (e spesso in piena nidificazione degli uccelli) o addirittura con la pratica della “capitozzatura”, che sopprime l’asse primario dell’albero senza lasciare un ramo di sostituzione».

«La potatura degli alberi – spiega Marco Dinetti, responsabile Ecologia urbana della Lipu e curatore del documento sul verde urbano e gli alberi in città – deve essere un intervento straordinario, da effettuare solo per motivi precisi e dimostrati, come ad esempio la presenza di problemi fitosanitari e di sicurezza pubblica. Inoltre deve essere effettuata su singoli rami e mai generalizzata su interi filari o gruppi di alberi, cosa che spesso succede per ignoranza o per interesse a sfruttare il legname, in genere destinato al crescente mercato delle biomasse. Un adeguato monitoraggio degli alberi eviterebbe inoltre problemi di sicurezza senza dover ricorrere, appunto, ad interventi drastici sulle piante».

Per esempio, si è calcolato, in una città italiana costiera del Centro Italia, che le potature drastiche effettuate sul lungomare abbiano asportato la metà del volume di vegetazione presente con una perdita di servizi ecosistemici stimata tra i 160mila e i 590mila euro l’anno. Da un altro studio si deduce che, in California, il valore dei benefici erogati dai 900mila alberi presenti lungo le strade valga un miliardo di dollari . Diviso in nove capitoli, il documento della Lipu fornisce un ampio quadro del verde urbano in Italia, dei “servizi ecosistemici” forniti da alberi e aree verdi (la difesa dall’inquinamento, la fornitura di acqua e aria più pulite, un maggiore benessere fisico e psichico, la difesa dal rumore, la protezione idrogeologica), mettendo a punto precisi criteri e linee guida per una progettazione ecologica di parchi pubblici, giardini privati, boschi urbani e periurbani e zone umide (fiumi e torrenti, ma anche sponde di laghi o coste marine) che salvaguardi gli elementi già esistenti e privilegi anche le connessioni ecosistemiche (reti ecologiche), utili per la biodiversità.

«C’è bisogno di una maggiore consapevolezza delle amministrazioni e di un salto di qualità in termini di formazione e aggiornamento degli operatori del verde urbano – conclude Marco Dinetti – per evitare che interventi utili all’ambiente si trasformino in qualcosa di dannoso, per la natura e gli stessi cittadini umani. Il futuro delle nostre città dipende anche da come tratteremo  la natura che custodiscono e possono ospitare».

Il decalogo della buona gestione del verde urbano

  1. Diffondere una cultura di rispetto degli alberi, anche con eventi e materiali informativi.
  2. Favorire la presenza del verde nelle città, nelle scuole e ovunque possibile.
  3. Prestare grande attenzione alla gestione del verde e alla potatura degli alberi, da realizzarsi come manutenzione straordinaria, su singoli alberi, fuori dai periodi di nidificazione degli uccelli e con motivazioni valide e dimostrate.
  4. Utilizzare professionalità esperte e competenti nella progettazione e gestione del verde urbano, con formazione continua e aggiornamenti.
  5. Tutelare, conservare, gestire e valorizzare la biodiversità urbana, in particolare proteggendo le oasi urbane.
  6. Integrare la rete ecologica locale nella pianificazione urbanistica.
  7. Individuare nuove tipologie di verde urbano per funzioni ecologiche protettive, tra cui il contrasto dei cambiamenti climatici e degli eventi meteorologici estremi.
  8. Incentivare le funzioni educative e sociali del verde urbano.
  9. Promuovere la diffusione dei birdgarden quali strumento di conoscenza della natura e bellezza delle città.
    10.   Approvare e applicare (le amministrazioni) un regolamento urbano del verde. Chiedere (i cittadini) alla propria amministrazione di farlo.

Fonte: ilcambiamento.it

Come un Albero
€ 15

Che Albero è Questo?
€ 29.9


Non ci sono più api: in Cina impollinatori al lavoro

Preoccupano gli scienziati le immagini che mostrano gli impollinatori al lavoro sugli alberi da frutto nella contea di Hanyuan, della provincia di Sichuan

Humans Do The Work of Bees in Rural China

Humans Do The Work of Bees in Rural China

Nella contea cinese di Hanyuan, situata all’interno della provincia cinese di Sichuan, non ci sono più api. Quando arriva la stagione della fioritura, gli impollinatori salgono sugli alberi e fanno manualmente il lavoro che in natura viene svolto dalle api operose che ci regalano il miele. La sparizione delle api non è casuale, ma dovuta a responsabilità umane: per anni nella contea di Hanyuan sono stati utilizzati pesticidi che hanno fatto scomparire le api impollinatrici. E così, ogni primavera, alla fioritura dei peri, i contadini si arrampicano sui rami e iniziano a impollinare i fiori a mano. Le fotografie della gallery di apertura possono sembrare surreali, ma è quanto accade ormai da anni nella contea di Hanyuan che continua a descriversi come la “capitale mondiale del pero”. La redditività a lungo termine dell’impollinazione a mano è messa in discussione dall’aumento dei costi del lavoro e dal calo dei rendimenti della frutta.  Secondo un rapporto sulla biodiversità pubblicato di recente dalle Nazioni Unite, le popolazioni di api, farfalle e altri insetti impollinatori potrebbero estinguersi a causa della perdita di habitat, dell’inquinamento, dei pesticidi e dei cambiamenti climatici. Secondo le stime del report delle Nazioni Unite, dall’impollinazione animale dipende dal 5 all’8% della produzione agricola mondiale, quindi un calo sensibile degli impollinatori mette a rischio le principali colture del mondo e l’approvvigionamento alimentare. Sono circa 20mila gli impollinatori presenti in natura e fondamentali per l’agricoltura: 2 su 5 specie sono sulla strada dell’estinzione. “Siamo in un periodo di declino e le conseguenze sono in aumento”spiega Simon Potts, direttore del Centre for Agri-Environmental Research dell’Università di Reading, in Inghilterra. La Cina non è il solo luogo in cui scompaiono gli impollinatori: sta succedendo in Inghilterra e negli Stati Uniti dove spariscono bombi e calabroni. Secondo Potts il numero degli alveari statunitensi è sceso dai 5,5 milioni del 1961 ai 2,5 milioni del 2012; secondo le ultime stime in possesso del ricercatore ora dovrebbero essere circa 2,7 milioni, la metà rispetto a mezzo secolo fa.

Fonte:  Phys.org

31 Guarda la Galleria “Non ci sono più api: in Cina impollinatori al lavoro”

 

Venezia, alberi cadono per l’inquinamento del sottosuolo

immagine

La caduta di quattro alberi non dovrebbe fare notizia, ma le cose cambiano se il vento è debole e se gli alberi erano all’apparenza sani. Negli scorsi giorni all’aeroporto Marco Polo di Tessera quattro alberi sono caduti distruggendo tre auto parcheggiate, fortunatamente senza danni per le persone. Secondo un’analisi dell’Arpav a causare la caduta sarebbe stato l’inquinamento nel sottosuolo del parcheggio: nel terreno sarebbero state rilevati arsenico e altri metalli pesanti oltre i limiti consentiti dalla legge. Della vicenda si sta occupando la Procura di Venezia insieme al nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Nell’inchiesta che vuole fare chiarezza su ciò che si trova sotto il parcheggio P5 del Marco Polo sarebbe coinvolta anche l’azienda Mestrinaro, rea di avere venduto ai cantieri edili calce e cemento miscelati con sostanze inquinanti. Una manovra pensata per rendere inerti i rifiuti inquinanti senza passare dalle (onerose) spese di smaltimento, un giro d’affari illecito quantificabile in alcune centinaia di migliaia di euro. Secondo gli inquirenti il materiale inquinante sarebbe stati utilizzati anche nel nella nuova terza corsia dell’autostrada A4, in prossimità del casello di Roncade di Treviso, nel quale sarebbero stati individuati quantitativi di arsenico, cobalto, nichel, cromo e rame fino a 100 volte oltre i limiti fissati dalle legge. L’azienda coinvolta avrebbe dovuto recuperare e trasformare i rifiuti che, invece, ha immesso nell’ambiente in grosse quantità, contaminando i materiali edili utilizzati nelle attività svolte fra il 2010 e il 2012.

Fonte:  Venezia Today

La strage degli alberi di Vallombrosa

Il clima è ingovernabile, anzi: ci governa. Così le tragedie dei giorni scorsi in Toscana: stragi di alberi, boschi e foreste. Venti e piogge impensate che si abbattono con una furia che dimentichiamo troppo presto. E così se ne è andata anche parte della foresta di Vallombrosa.alberi_vallombrosa

L’aumento dell’effetto-serra è ormai evidente e distruttivo, anche se gran parte della gente sembra non accorgersene. I segni inequivocabili dello squilibrio naturale e delle sue conseguenze ci circondano, ma continuiamo ad ignorarli come se niente fosse. Eppure negli ultimi tempi inizia a serpeggiare in una parte della popolazione una certa inquietudine. Un’inquietudine che è più evidente e marcata in chi vive a contatto della natura, tra i contadini, nei piccoli paesi, nelle montagne, dove le conseguenze del cataclisma sono più evidenti e tangibili. Serpeggia inquietudine nei pochi abitanti di Vallombrosa, una località sull’Appennino toscano a due passi da Firenze, luogo storico di villeggiatura e di pellegrinaggio (vi si trova una delle più belle abbazie del centro Italia), nonché sede di uno dei più antichi e maestosi arboreti (orti botanici e vivai) del nostro paese. Intorno all’abbazia di Vallombrosa e al piccolo centro abitato di Saltino si estende per migliaia di ettari una foresta secolare, che nel corso dell’ultimo millennio è stata piantata e usata (oltre che ampliata) dagli stessi monaci e dagli abitanti del posto prima, per diventare poi patrimonio del demanio e riserva naturale protetta. Nella foresta si trovano, o meglio si trovavano, abeti bianchi di oltre duecento anni di età, alti più di trenta metri, faggi dai tronchi imponenti ricoperti di muschio, aceri montani, tigli, frassini, castagni, oltre a conifere piantate circa sessanta anni fa per produrre legname di pregio. Questo polmone verde è importante anche per molte specie animali, tra cui il picchio nero, l’astore, il falco pecchiaiolo, il lupo e l’istrice. Ma questa foresta non sarà più come prima, e come lei molte altre foreste del Casentino, compresa quella famosissima del santuario de La Verna, luogo di culto di San Francesco. Infatti, ad inizio marzo, una perturbazione proveniente dal nord Europa ha investito tutta l’Italia e in particolare l’Italia centrale: le temperature si sono abbassate di dieci-dodici gradi in una giornata e tempeste di vento hanno spazzato, con raffiche fino a centocinquanta chilometri all’ora, le vallate e i pendii delle montagne. La foresta non ha retto. Nella sola riserva naturale di Vallombrosa si stima che siano andati distrutti tra i quindicimila e i ventimila alberi, molti dei quali secolari. La fauna e la flora ne sono state stravolte. Tutto ciò potrebbe anche essere considerato normale. Gli eventi catastrofici di portata eccezionale, come questo, si sono sempre verificati sul nostro pianeta; il problema è che ormai tali eventi si ripetono con una frequenza e una diffusione incredibili. La foresta di Vallombrosa aveva infatti subito la violenza di una tempesta “eccezionale” anche nel novembre del 2013, con ampi danni alle piante. Ora il paesaggio è in alcuni luoghi apocalittico: al posto degli alberi ci sono spianate di ettari di legno sfasciato, contorto e martoriato, senza più traccia di vita alcuna. Ovunque nel mondo questi fenomeni si centuplicano e, dalla foresta slovena (vedi articolo sul gelicidio http://www.ilcambiamento.it/clima/gelicidioslovenia.html ) alle praterie e ai fiumi del centro Europa, ai boschi italiani e spagnoli, nessuno è al riparo. Ogni mese si viene a sapere di eventi apocalittici come grandinate spaventose, venti da uragano, alluvioni, siccità devastanti, nevicate e gelate improvvise che si spingono fino a zone tropicali sterminando interamente la vegetazione e la fauna, non adattati a tali temperature. Questi danni rendono fragili gli ecosistemi; le piante, indebolite dagli stress climatici e dall’inquinamento, contraggono malattie che si espandono a macchia d’olio, i parassiti si moltiplicano e la catena alimentare si altera. Tutto questo avviene a causa nostra, non è un campanello d’allarme ma un campanone da cattedrale che rimbomba, ma noi ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti dicendo “qualcuno dovrebbe fare qualche cosa”, ma quel qualcuno siamo noi. Siamo noi la causa, con i nostri viaggi aerei (http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/aereo_disastro.html), con il nostro modo di mangiare, di spostarci, di riscaldarci, di divertirci, con le scelte più elementari e quotidiane che comportano “effetti collaterali” degni di una guerra USA.

Quante foreste dovremo veder distrutte prima di aprire gli occhi e rimboccarci le maniche?

Il destino dell’uomo altrimenti è segnato perché, se oggi sono le foreste a cadere, domani sarà la produzione agricola e, quando la produzione di cereali subirà i colpi del cambiamento climatico, le conseguenze colpiranno tutti noi con la violenza di un cazzotto.

Possiamo e dobbiamo inceppare il meccanismo; le soluzioni sono alla portata di tutti, basta che ce ne sia la volontà. Lo dobbiamo a noi stessi e agli alberi di Vallombrosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Più alberi e cura dei suoli per combattere il cambiamento climatico

Quando si parla di tecnologie che possano risolvere il problema del cambiamento climatico, si invocano chissà quali meraviglie ancora da inventare o aeroplani che disseminano sostanze chimiche in atmosfera o ancora enormi grattacielo che riescano ad inghiottire l’anidride carbonica. Eppure, secondo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford, la migliore delle soluzioni non è così complessa. Ci sono due cose che abbiamo già a disposizione: gli alberi e il terreno.riforestazione

Per combattere il cambiamento climatico le soluzioni migliori arrivano dagli alberi e dal miglioramento delle condizioni dei suoli: a dirlo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford (clicca qui per leggere il rapporto). I costi sarebbero estremamente contenuti, non ci sarebbero rischi. Nello specifico, le due tecniche suggerite dal rapporto sono quelle della afforestazione – piantare alberi anche dove prima non ce n’erano – e l’utilizzo del biochar, un ammendante del suolo che si produce utilizzando carbone di legna. Secondo i ricercatori di Oxford, percorrendo questa strada si riuscirebbe a far invertire la rotta ai cambiamenti climatici, mentre le tecnologie cosiddette ad emissioni negative servirebbero soltanto ad evitare il peggioramento delle attuali condizioni. D’altra parte il quinto recente rapporto dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, non lascia àdito a dubbi : il cambiamento climatico è in corso ed è di origine antropogenica, senza più alcun dubbio. Le opportunità di mantenere l’aumento della temperatura media terrestre entro i +2° si stanno inesorabilmente erodendo. La partita non è persa ma il tempo per agire è di pochi anni. Il Rapporto riconosce gli straordinari progressi fatti dalle tecnologie low-carbon, ma i dati pubblicati dicono che le emissioni globali continuano a crescere e che si è arrivati già a +0,7 °C di riscaldamento globale rispetto al periodo preindustriale. Progetti di afforestazione estesa cominciano a vedersi, anche se occorre senza dubbio che questa scelta rappresenti il cambio di paradigma globale. Face the Future sta portando avanti nella sierra dell’Ecuador un progetto di afforestazione comunitario che coinvolge, oltre al governo, le comunità locali. Sono inoltre in corso un progetto di riforestazione nella zona delle mangrovie sul delta del Sine-Saloum in Senegal e uno nel parco nazionale di Kibale in Uganda. In Australia è partita la Carbon Farming Initiative che garantisce agevolazioni ai proprietari di terreni che creano e mantengono foreste e boschi; in Tanzania vengono recuperati terreni agricoli in via di desertificazione piantando alberi con il Bagamoyo Afforestation Project e la lista è lunga, inclusi progetti di forestazione anche nel nostro paese. Non di rado si è di fronte a progetti pensati per utilizzare i meccanismi di compensazione volontaria delle emissioni introdotti dalla comunità internazionale, parallelamente al Protocollo di Kyoto. E’ nato quindi un mercato volontario di acquisto e scambio di certificati e crediti, originato da progetti di riduzione delle emissioni di gas serra in paesi terzi. Naturalmente, il passo auspicabile è che quello della afforestazione e riforestazione e del freno al consumo di suolo e al degrado del territorio divenga un modus operandi e una finalità, non solo un’azione frutto di un calcolo.

Fonte: ilcambiamento.it