Proxima: una sartoria sociale dove ricucire tessuti e vite

Persone che hanno alle spalle un vissuto difficile e doloroso, vittime di tratta e sfruttamento, si ritrovano in questo laboratorio nel cuore della Sicilia per dare nuovo senso alla propria esistenza. Grazie a Proxima si incontrano, imparano un mestiere, vengono aiutate e formate dando corpo a un futuro che sembrava irrimediabilmente compromesso. Persone ad alta vulnerabilità che hanno un vissuto di grave sfruttamento, con il dovuto sostegno maturano competenze personali importanti per il proprio percorso di autonomia, rafforzando anche l’integrazione e la collaborazione all’interno di un gruppo. Sono loro le protagoniste delle attività di Proxima, una cooperativa sociale che in Sicilia lavora ogni giorno per aiutare gli ultimi, dando loro una seconda possibilità attraverso la valorizzazione del “saper fare”, del lavoro manuale, capace di unire, far sognare e ridare speranza. La Cooperativa sociale Proxima nasce alla fine degli anni ’90 in provincia di Ragusa, gestendo un servizio per minori rivolto ai figli dei profughi Kosovari. Dal 2003 realizza progetti rivolti a vittime di tratta, offrendo un’opportunità di fuga, cambiamento, relazione, crescita personale e dando loro la possibilità di frequentare luoghi sicuri e adeguati. Due sono i progetti principali sui quali la cooperativa fonda la propria attività: una sartoria e un orto, entrambi sociali. Già, perché la socialità e la condivisione di esperienze sono una risorsa fondamentale per ricominciare a sperare. Letizia Blandino, referente del progetto, comincia a raccontarci la storia del laboratorio sartoriale.

Quali sono le attività in cui sono coinvolte le persone che seguite?

La sartoria è un luogo di formazione, produzione, apprendimento e scambio continuo di esperienze. Attraverso il riciclo tessile, con la supervisione di una sarta specializzata, i ragazzi trasformano questo hobby creativo in una competenza sempre più professionalizzante, costruendosi così un’opportunità di lavoro e riscatto personale. La tecnica maggiormente usata in laboratorio è quella del patchwork, grazie al quale si ottengono creazioni artigianali uniche che spaziano da accessori per la persona ad oggettistica per la casa, con un occhio sempre attento all’etica ed all’ecologia. Dando vita nuova a questi tessuti, con la realizzazione di oggetti unici, questi ragazzi tessono i fili per un nuovo percorso di rinascita, dove le ferite passate si trasformano in autodeterminazione.

Come nasce l’idea di un laboratorio di Sartoria Sociale all’interno della cooperativa Proxima?

L’idea di avviare un laboratorio di Sartoria Sociale è nata per assecondare un particolare interesse dimostrato nei confronti dell’attività sartoriale da parte dei beneficiari dei progetti della Cooperativa Sociale Proxima, vittime di tratta e grave sfruttamento, con il fine di offrire un opportunità di riscatto sociale, integrazione ed autonomia.

In che modo, attraverso il cucito e all’interno di un gruppo, i ragazzi accrescono la propria autonomia e proseguono lungo il loro percorso?

Il laboratorio si configura simbolicamente come mezzo per “RI-CUCIRE le ferite”. Infatti, durante l’attività, i partecipati hanno la possibilità di confrontarsi, condividere idee ed esperienze e crescere insieme attraverso un costante apprendimento e formazione sulle tecniche sartoriali utilizzate per creare manufatti artigianali che poi vengono immessi nel mercato mediante e-commerce e punto vendita.

Ci sono stati ragazzi o ragazze che, pur uscendo dai progetti della cooperativa, hanno portato avanti lavori e passioni che si avvicinano alla vostra mission?

C’è stato qualche caso di ragazzi che una volta usciti dai nostri programmi di protezione hanno deciso di acquistare in autonomia una macchina da cucire e portare avanti la propria passione creando dei prodotti tessili in proprio. Ad ogni modo, l’attività di sartoria, oltre a offrire una formazione relativa al settore sartoriale, è organizzata mediante un regolamento specifico pensato anche per fornire ai beneficiari dei nostri progetti delle linee guida da seguire nella vita di tutti i giorni ed in particolar modo in ambiente lavorativo. Pertanto, credo che i ragazzi che fuori escono dai nostri progetti hanno comunque la possibilità di mettere in pratica i nostri insegnamenti e così soddisfare a pieno la nostra mission.

Quali progetti avete in mente per il futuro?

Per il futuro, speriamo di poter ampliare la nostra attività continuando a soddisfare sempre al meglio le richieste che ci arrivano, riuscire a cambiare location creando un punto vendita in sinergia con il laboratorio e magari specializzarci anche nel settore delle riparazioni sartoriali e degli indumenti e accessori personalizzati.

Puoi raccontarci qualcosa anche dell’orto sociale?

Questo progetto nasce nel 2017 ed è una tra le più recenti attività di Proxima. È un luogo dove terre, energie, tradizioni e innovazioni si fondono dando vita a un progetto ambizioso, che si pone l’obiettivo di riqualificare un terreno in totale stato d’abbandono, dove la cittadinanza ragusana può acquistare e assaporare prodotti carichi di passione che rispettano ogni ciclo stagionale. Frutta e verdura vengono selezionate con la massima cura e le eccedenze di produzione non vengono sprecate ma trasformate in golosissime conserve.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/proxima-sartoria-sociale-ricucire-tessuti-vite/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Made in Castel Volturno

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Made in Castelvolturno

Sulle etichette di abiti, borse e altri accessori è cucito il nome del marchio: Made in Castel Volturno. Tutti i capi sono prodotti nella Casa di Alice, una sartoria sociale realizzata in un bene confiscato alla camorra, valorizzato con un progetto sostenuto dalla Fondazione CON IL SUD, proprio a Castel Volturno, nel casertano. Un territorio che ospita la comunità italo-africana più numerosa del nostro paese e che più volte è stato raccontato per fatti legati alla criminalità, alla violenza e al degrado. Oggi quel “fatto a Castel Volturno” è sinonimo di qualità, rispetto dei diritti umani e di integrazione. Nel salone della villetta, un tempo appartenuta a Pupetta Maresca, e dal 2010 affidata alla cooperativa sociale Jerry Essan Masslo che la gestisce insieme alla cooperativa Altri Orizzonti, è adibito il laboratorio di sartoria dove ogni capo prende forma.

Moda e integrazione: per Maria Cirillo, responsabile del progetto, è una scommessa vinta, anche se la strada resta ancora lunga, la direzione è certamente quella giusta.

Come è nata l’idea di Made in Castel Volturno?

L’idea nasce più di 10 anni fa quando un gruppo di volontari dell’Associazione Jerry Essan Masslo decide di superare l’ottica del puro assistenzialismo e di andare un po’ avanti, perché sappiamo benissimo che l’integrazione passa soprattutto attraverso il lavoro. Anna Cecere, una dei volontari, aveva il sogno di creare un atelier di moda, partendo proprio da una sartoria. Da questo sogno abbiamo deciso di costruire una cooperativa, Altri Orizzonti, e di aprire il laboratorio di sartoria Made in Castel Voltruno.

Perché avete pensato proprio ad una sartoria?

In Africa c’è una forte tradizione sartoriale: le stoffe, i colori, i vestiti hanno una loro storia. Noi abbiamo cercato di creare un connubio tra la cultura occidentale e la cultura africana, attraverso la moda e le stoffe.

Quindi è un laboratorio permanente che promuove integrazione tra culture diverse e attraverso la tradizione sartoriale, è così?

Questo è il principale obiettivo per poi raggiungere un’occupazione lavorativa che consenta alle persone di vivere in maniera dignitosa.

E ci siete riusciti? Quante persone lavorano in sartoria?

Abbiamo tre sarte provenienti da tre zone diverse dell’Africa, di età molto diverse. Hanno imparato a cucire nella nostra sartoria, che oltre ad essere un laboratorio di promozione sociale e quindi di integrazione, è un laboratorio di formazione che educa al lavoro e insegna un mestiere. La nostra capo sarta Bose ci ha lasciato da poco, insegnava alle altre sarte a cucire. Il sogno va avanti, anche in sua memoria. E speriamo che vada avanti il più possibile per dare alle persone la possibilità di poter imparare a fare una piega, a saper cucire un vestito perché anche questo può costituire una fonte di reddito.

Come vengono pensate le vostre linee, c’è una contaminazione di tradizioni?

È uno studio e una ricerca costante. Certamente cerchiamo di capire cos’è di tendenza, ma questo ci interessa relativamente perché il retroscena è la stoffa e la tradizione africana che uniamo ai nostri prodotti. Una vera contaminazione.

MADEin CastelVolturno // Collezione Autunno-Inverno // Parte 1 from Clelia Carnevale on Vimeo.

Perché avete scelto questo nome per il brand Made in Castel Volturno?

L’abbiamo scelto perché siamo innamorati di Castel Volturno. È un territorio che è stato stuprato e violentato nel corso di decenni, ma offre grandi risorse. Qui abitano circa 72 etnie diverse e questo è sempre stato percepito come un problema. Noi vogliamo far capire attraverso Made in Castel Volturno che persone che vivono e nascono in questo territorio possono creare possibilità e creare qualcosa di bello. La nostra sartoria sociale produce come oggetto finito un vestito, ma ha una storia, quelle delle persone di Castel Volturno.

Sicuramente non tutto va come vorreste, ma con una bacchetta magica cosa cambiereste?

Il nostro desiderio è quello di creare un’economia che definiamo circolare, noi non vogliamo diventare una grande azienda o un grande brand. Vogliamo semplicemente riuscire a sostenerci e a sostenere il nostro sogno con un’economia solidale. Dietro il nostro prodotto c’è una storia.

Cosa bolle in pentola per le prossime collezioni?

Idee regalo afro italiane per Natale, a breve le troverete anche sul nostro sito www.madeincastelvolturno.com

 

Ludovica Siani

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/made-in-castel-volturno/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni