La Porta della Bellezza: quando l’arte risveglia le coscienze

L’arte entra a Catania dalla Porta della Bellezza, opera monumentale collettiva e progetto artistico ed etico voluto a Librino da Antonio Presti, imprenditore e mecenate siciliano che ha deciso di dedicare la sua vita ad una missione: innestare attraverso l’arte un moto di civiltà, il valore della cura ed il senso di appartenenza ad un territorio.

“Siamo a Catania, nel quartiere periferico di Librino: settantamila abitanti, diecimila bambini, nove scuole elementari e medie, nove istituzioni religiose e oratori, un luogo contemporaneo che si riconosce sempre con il valore di mancamento. A quarant’anni dalla nascita di queste periferie contemporanee non siamo ancora riusciti ad innestare in queste comunità il senso comune di essere cittadini”.

Con queste parole inizia l’intervista che ci ha rilasciato Antonio Presti proprio di fronte alla “sua” (nostra!) Porta della Bellezza: un muro, un ponte, un angolo di squallida periferia trasformato in opera d’arte collettiva, realizzata da artisti e poeti con la partecipazione di 2000 bambini delle scuole di Librino.

“Figlio di un importante imprenditore siciliano, attivo in ambito immobiliare, ereditò l’azienda paterna a ventisette anni e affiancò all’attività imprenditoriale quella di mecenate. Presidente della Fondazione Fiumara d’Arte, Antonio Presti – si legge sul sito Ateliers sul mare –  è un siciliano che ha deciso di dedicare tutto se stesso, compreso il suo patrimonio personale, per far trionfare l’arte in tutte le sue forme. È impegnato da anni a creare una coscienza legata alla cultura ma soprattutto ad uno spirito etico, che si forma proprio attraverso un rapporto differente con la bellezza”.

Dopo aver reso possibile la nascita di vere e proprie opere viventi in provincia di Messina e non solo, il nostro imprenditore-artista decide di dedicarsi al quartiere catanese di Librino permettendo la realizzazione della Porta della Bellezza. Quello che più colpisce – come si può anche vedere dalla video-intervista che qui vi proponiamo – è come in una zona caratterizzata dal degrado e dal vandalismo, quest’opera – in oltre otto anni – non sia stata toccata o deturpata. La cittadinanza, evidentemente, la sente in qualche modo ‘sua’.

In un quartiere abbandonato dalle istituzioni e dagli stessi cittadini di Catania – che spesso fingono di non conoscerne l’esistenza e raramente lo attraversano – un artista è quindi riuscito ad innestare un moto di civiltà, un sentimento di appartenenza. A noi, che attraversiamo il quartiere per la prima volta, colpisce ulteriormente come questo luogo sia situato a pochi chilometri dal campo di rugby ‘San Teodoro Liberato dei Briganti di Librino’, protagonista di altre commoventi storie siciliane. Ma torniamo all’ingresso del quartiere.porta-della-bellezza-2

“Lavoro da venti anni con la mia fondazione a Librino – ci spiega Presti – e ho potuto constatare come in nome del ‘non luogo a procedere’ tutto è rimasto statico rispetto a quel mancamento. Ho visto tante politiche sociali volte al recupero della devianza, ma la città le ha sempre rigettate, ha rigettato l’innesto innaturale di un’altra città nella città (Librino ‘ospita’ 70 mila persone…). Catania dovrebbe assumersi la responsabilità di far diventare questo luogo città. Purtroppo, invece, la politica, nel suo esercizio di potere, ha instillato in intere generazioni la logica dell’assistenza, del chiedere per esistere… Ecco perché diventa necessario entrare in quelle scuole, educare anno dopo anno (con impegno devozionale) e restituire bellezza e educazione alla bellezza. È la responsabilità degli artisti”.

Librino diventa, quindi, un luogo doppiamente simbolico. Da un lato rappresenta quel “mancamento” di cui parla Presti, dall’altro – con i suoi nuovi cittadini – può diventare motore di un cambiamento nella coscienza, che metta al centro la responsabilizzazione del cittadino e la sua pro-attività. In quest’ottica diventa evidente come un muro non si debba necessariamente abbattere; lo si può, infatti, anche trasformare con la condivisione. L’opera d’arte – per Presti – diventa quindi il mezzo e lo strumento per creare contatto e condivisione. Non solo: “È bello pensare – afferma – che a Librino esista un’opera unica al mondo, portatrice di una grande rivoluzione, anche spirituale. Quest’opera, restituisce anima ad un quartiere che non pensava di averla. Creare bellezza è restituire anima ai cittadini”. In questo modo, questi ‘cittadini di serie b’ possono forse uscire da uno stato di ‘schiavitù’ instaurato dalla propria condizione di ignoranza. Per liberarsi, è fondamentale educarsi alla conoscenza e al potere del sapere.porta-della-bellezza-3

Antonio ama ripetere che “l’utopia non è ciò che non si può realizzare, ma ciò che il sistema non vuole che si realizzi. Se Librino, in passato conosciuta tristemente come simbolo delle periferie degradate, poteva essere utopia, ora non lo è più grazie alla Porta della Bellezza; quando la bellezza si manifesta non ti dice mai che sei in pericolo ma ti ricorda che sei bello!”.

Tutto ebbe inizio dal desiderio di trasformare la scuola in un tempio della conoscenza. Gesualdo Bufalino ha affermato: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”! In effetti, – secondo Presti – in questi luoghi di mancamento, non ci vogliono eserciti di poliziotti o carabinieri, ma eserciti di insegnanti, che diventino “guerrieri di luce che consegnano conoscenza”.

Ma è solo l’inizio! Mentre passeggiamo per le vie adiacenti la “porta”, il nostro intervistato ci descrive i progetti di trasformazione artistica previsti in questa zona. “Voglio compiere i prossimi passi attraverso la fotografia: le immagini delle persone qui residenti saranno installate su tutti i pali della luce e lì diventeranno il cantico delle creature. È bello pensare ai pali della luce con questi banner che restituiscono cuore e appartenenza ad ognuno di noi, invitandoci a sentirci appartenenti all’universo.porta-della-bellezza

La notte – continua – mi piacerebbe proiettare sulle facciate cieche le immagini dell’archivio antropologico. Sarebbe bello, nel pensiero della continuità, creare una rete di condivisione di pensiero culturale, ma anche di impegno civile e partecipazione. Deve rimanere la devozione e la libertà del pensiero d’arte e di cultura, che dovrà parlare di rispetto. Mi fa piacere pensare come l’arte contemporanea, in Sicilia, riesca sempre a seminare e nella semina trovare il suo vero raccolto. L’obiettivo, quindi, è quello di creare qui un museo della bellezza”.

Un museo che appartenga veramente alle comunità e che non diventi passerella per questo o quel politico. “Mi piacerebbe donare questo museo ai ragazzi e agli uomini di Librino che hanno sbagliato… come una sorta di pena rieducativa. Voglio pensare che un domani questo progetto possa essere preso in mano da persone che, in nome di un percorso rieducativo, uscite dal carcere, possano ritrovare nella protezione della bellezza la restituzione della bellezza stessa”.

Una bellezza, quindi, che diventa rivoluzionaria senza andare contro qualcuno, ma muovendosi a favore di un mondo diverso. Su questo Presti non ha dubbi: “La via della bellezza non è Anti, ma è altro. Ho visto le primavere siciliane diventare presto freddi inverni. Oggi dico che quelle primavere sono state delle passerelle. Le nuove generazioni devono sapere che la rivoluzione passa dalla conoscenza. La bellezza, quando si esprime, non è mai anti”.

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/09/io-faccio-cosi-224-porta-della-bellezza-arte-risveglia-coscienze/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Centrocontemporaneo: le antiche botteghe rinascono grazie all’arte

Riaprire le botteghe storiche per favorire la rinascita culturale e sociale del centro storico di Catania. Il progetto di rigenerazione urbana Centrocontemporaneo ha avviato una vera e propria rivoluzione strappando dal degrado il centro catanese e trasformandolo in un luogo vivo e ricco di idee, arte, condivisione e bellezza. “In un momento in cui tutte le botteghe storiche del centro venivano chiuse, noi abbiamo accettato la sfida e abbiamo provato a riaprirle”. Comincia così il racconto del progetto di rigenerazione urbana Centrocontemporaneo da parte di Alessandro, uno dei fondatori. Il primo passo è stato proprio quello di credere nel cambiamento: dal basso, sostenibile, di lungo periodo. E poi? “Abbiamo cominciato a far aprire i palazzi, per trasformare ogni cortile in un luogo di produzione culturale”, prosegue. Socialità e condivisione sono infatti altri due pilastri di questo percorso che ha pochi eguali in Italia e che ha trasformato in pochi mesi il “quadrilatero dell’arte” del centro storico di Catania in un luogo vivo e frequentato, strappandolo al degrado e restituendolo alla cittadinanza.

Da questa zona centrale è partita una grande rivoluzione che sta ridefinendo l’idea stessa di città: non più un ammasso di case, strade e negozi che ospita semplicemente i cittadini, ma un organismo con una sua identità, nata grazie all’unione delle tante anime che lo compongono. Il minimo comune denominatore? L’arte!

Dal 2013 Centrocontemporaneo lavora per ridisegnare il volto urbano di Catania attraverso pedonalizzazioni, mobilità ciclabile, fiori e piante che abbelliscono i marciapiedi. “Le botteghe che abbiamo fatto riaprire in questi anni rifioriscono di idee, di arte, di musica e di bellezza”. Tantissimi artisti – prevalentemente locali, ma anche provenienti da fuori – si esibiscono coinvolgendo le attività commerciali e gli abitanti del quadrilatero dell’arte.centrocontemporaneo

La bellezza dunque ha salvato questa porzione di città. Non solo! Ha anche rimesso a nuovo il suo tessuto sociale ed economico: “Sono tutte attività – spiega Nino, un altro dei fondatori – che hanno un’ispirazione di tipo artistico e artigianale e che campano con questo”. Arte e artigianato che garantiscono una fonte di reddito? In Italia (purtroppo!) si vede raramente, ma qui a Catania succede!

Il vero obiettivo del Centrocontemporaneo è conquistare la città. Ambizioso certo, ma non impossibile! Come? Attraverso la bellezza condivisa, la partecipazione, il cambiamento dal basso, l’arte, l’artigianalità.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/io-faccio-cosi-222-centrocontemporaneo-le-antiche-botteghe-rinascono-arte/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Artigianato: un bando per sostenere saperi e tradizioni del Sud

Dalla seta al mandolino, dalla lana ai carretti siciliani. Fondazione CON IL SUD in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA) lancia un bando per sostenere la tradizione artigiana meridionale che oggi rischia di scomparire. La Fondazione CON IL SUD  intende sostenere alcune eccellenze della tradizione artigiana meridionale che stanno scomparendo. A questo scopo, in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA), rivolge un invito alle organizzazioni del Terzo settore per progetti di valorizzazione di antiche produzioni e competenze in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, da realizzare anche in partenariato con enti pubblici o privati, profit o non profit. Le proposte dovranno essere presentate online entro il 17 ottobre 2018 tramite la piattaforma Chàiros.craftsmanship-2607408_960_720

Il sapere e la tradizione artigianale sono tra le cifre più caratteristiche della cultura e dell’economia italiana e rivestono un’importanza strategica anche sul piano sociale: il lavoro artigiano, grazie alla qualità dei manufatti, restituisce dignità alle persone, rendendole orgogliose e gratificate, e permette di rafforzare, quando non di ricostruire, il legame con il territorio.

“Uno dei più lampanti paradossi del nostro paese, famoso per i suoi prodotti di qualità e con un’altissima disoccupazione giovanile, è che scarseggiano sempre di più calzolai, vetrai, falegnami, sarti o scalpellini – scrive Fondazione CON IL SUD – Questo succede perché i nipoti non seguono le orme dei nonni e perché questi mestieri risultano poco redditizi su un mercato veloce e globalizzato. La sfida di Fondazione CON IL SUD e OMA è quella di riscoprire il saper fare tradizionale, immaginando nuovi campi di applicazione tecnologica e commerciale e trovando nuovi potenziali talenti anche nelle giovani generazioni e tra le persone più fragili”.hands-731241_960_720

Il bando interviene su settori artigianali particolarmente vulnerabili: dal ricamo tradizionale, come lo squadrato lucano, all’intreccio di fibre vegetali per realizzare cesti a Reggio Calabria o nasse e reti da pesca in Sardegna; dalla produzione di fili di seta a Catanzaro alla costruzione del mandolino napoletano e della chitarra battente cilentana; dalla costruzione di carretti siciliani alla tessitura con la tecnica del fiocco leccese o alla filatura della lana in Sardegna. Sono solo alcuni degli esempi di saperi antichi che rischiano realmente l’estinzione e che, inseriti in opportuni percorsi di innovazione e inclusione sociale, possono al contrario rappresentare opportunità per nuovi talenti e occasione per sperimentare approcci e modelli inediti di valorizzazione. Per la realizzazione delle singole iniziative, la Fondazione mette a disposizione complessivamente un contributo di 800 mila euro, in funzione della qualità delle proposte ricevute e della loro capacità di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Vai al bando: clicca qui

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/artigianato-bando-sostenere-saperi-tradizioni-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Serra Guarneri: il borgo abbandonato diventa un Centro di Educazione Ambientale

Tra le colline del Parco delle Madonie, vicino Cefalù in Sicilia, un borgo abbandonato e poi recuperato ospita oggi il Centro di Educazione Ambientale Serra Guarneri. Immerso nel bosco di Guarneri e aperto a tutti, ma in particolare a bambini e ragazzi, il Centro è un luogo dove ritrovare il contatto con la natura, riscoprendo il senso di comunità e appartenza. Ripercorriamo insieme la storia di Serra Guarneri, dove il tempo non esiste e i visitatori sono abitanti veri e propri del posto. “Ho sentito parlare di un posto dove il tempo cammina e non corre, dove sei sempre in buona compagnia, dove tutti i sensi possono essere appagati e dove cielo e mare si fondono in una vista splendida”.

Arrivati nella zona di Cefalù, in Sicilia, questo luogo lo abbiamo trovato: è il Centro di Educazione Ambientale Serra Guarneri, un borgo recuperato dall’abbandono immerso tra le colline del Parco delle Madonie, circondato da un fiabesco bosco di lecci misti a sugheri e pregno di un’energia vitale difficilmente descrivibile a parole.

Serra Guarneri è un centro di educazione ambientale che ospita soprattutto bambini e ragazzi ma aperto a tutti, per periodi più o meno lunghi, alla riscoperta del (vero) contatto diretto con la natura; pratica una “piccola ospitalità” che si pone gli obiettivi di far sentire gli ospiti come parte di un progetto e di praticare l’educazione ambientale, soprattutto con i sensi piuttosto che con le spiegazione teoriche. Oltre all’area riservata ai soggiorni, Serra Guarneri è anche un’azienda agricola (a scopo educativo) con la presenza di orti sinergici e tradizionali, alberi da frutto e ulivi. Tutto nasce nel 1983 quando Valeria Calandra, co-fondatrice della Cooperativa Palma Nana che gestisce Serra Guarneri, scopre questo borgo che al tempo era abbandonato: “Ho scoperto Serra Guarneri negli anni Ottanta, mentre lavoravo su alcuni studi per la perimetrazione del nascente Parco delle Madonie. Finimmo insieme a mio marito, che era un fotografo, in questo meraviglioso bosco, un vero e proprio paradiso terrestre: esplorando per bene l’area, abbiamo inoltre scoperto l’esistenza di alcune case abbandonate.centro-serra-guarneri

Esplorando maggiormente, siamo giunti nel luogo in corrispondenza di quella che è oggi la casa madre di Serra Guarneri e, pulendo le porte, abbiamo scoperto un cartello dove c’era scritto ‘si vende’. Nella ricerca del proprietario, scoprimmo che questo luogo era stato, a partire dalla fine del milleottocento, un piccolo borgo destinato all’attività di transumanza ed era stato abbandonato nel periodo della guerra; gli abitanti erano emigrati tutti negli Stati Uniti”.

Dopo il progressivo acquisto dell’area, insieme alla Cooperativa Palma Nana, sono iniziati i lavori che hanno permesso oggi a Serra Guarneri di divenire un centro di educazione ambientale e un luogo di ospitalità, anche grazie al contributo di tutte le persone che hanno vissuto qui nel corso degli anni. La Cooperativa è stata fondata nel 1983 e da sempre si occupa di ecologia e attenzione all’ambiente; nel corso degli anni si è sempre più specializzata, in virtù anche della gestione di Serra Guarneri, nell’attività di educazione ambientale e nel turismo naturalistico e sostenibile.serra-guarnieri

Serra Guarneri: l’educazione ambientale e l’ospitalità partecipata

Fabrizio Giacalone è oggi il responsabile della Cooperativa Palma Nana: “La quasi totalità delle esperienze che noi raccontiamo hanno come attori principali i bambini e i ragazzi attraverso varie attività, che si svolgono nel cuore del Parco Naturale delle Madonie, a pieno contatto con la natura: il messaggio più importante che vogliamo trasmettere è che noi facciamo parte della natura. Che sia tramite una gita, un campo scuola o un campo avventura estivo noi vogliamo proporre l’educazione ambientale nella maniera più esperienziale possibile: ad esempio non facciamo solo una lezione teorica sul leccio, una delle piante del bosco di Guarneri, ma glielo facciamo abbracciare. Per la cucina, non raccontiamo solo la storia delle farine di grani antichi siciliani, ma i ragazzi impastano direttamente un dolce o il pane, lo mettono nel forno in terra cruda e lo cuociono. Nel mentre raccontiamo anche la storia del luogo, il suo habitat, le sue tradizioni e le sue usanze”.

La struttura ricettiva di Serra Guarneri dispone di un massimo di ventiquattro posti letto e sono previsti diverse opzioni per bambini, ragazzi, famiglie e adulti. Con una specifica importante: “Chi arriva a Serra Guarneri non è un ospite ma è un abitante. Che lo sia soltanto per un giorno o per sempre, vive il luogo partecipando attivamente alla vita del borgo in tutti i suoi aspetti. Ci sono molte storie al riguardo, come il bambino che ha piantato l’albero di ciliegio, oppure quello che ha costruito la casa sull’albero, così come la storia di bambini italiani e di altri luoghi d’Europa che insieme costruiscono. Tutte le persone che dalla fondazione di Serra Guarneri fino ad oggi sono passate di qui hanno lasciato una loro traccia donato qualcosa a questo posto, che possono considerare la loro casa”.serra.guarnieri

L’educazione ambientale oggi

Concludiamo il nostro incontro con Fabrizio e Valeria con una riflessione sul ruolo dell’educazione ambientale e di come si sia trasformato, nel corso degli ultimi anni, il ruolo di questa nella nostra società: “Noi, oggi, dobbiamo assolutamente rivedere i nostri stili di vita, dobbiamo rimettere in discussione tutto! Quindi oggi, secondo noi, fare educazione ambientale non si limita più a far conoscere il nome di una pianta o di un animale, ma è capire insieme cosa stiamo mangiando, cosa compriamo quando facciamo la spesa e dove, con quale mezzo andiamo a scuola. Tutto questo si inserisce in una visione che deve essere globale, dove ognuno ha il proprio ruolo nelle decisioni assunte nella vita di tutti i giorni”.

Intervista: Daniel Tarozzi

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/06/io-faccio-cosi-217-serra-guarneri-borgo-abbandonato-diventa-un-centro-educazione-ambientale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La nuova vita di Antonella, ambasciatrice della Sicilia più vera

Abbiamo intervistato Antonella, architetto palermitano, innamorata della sua Sicilia e in particolare del borgo di Petralia Soprana. Dopo la crisi edilizia ha ristrutturato la vecchia casa di famiglia trovandoci dentro curiosità e testimonianze che ha voluto condividere con tutti, trasformando questo luogo in un b&b-museo. Succede spesso che un nuovo, entusiasmante percorso di vita scaturisca da un momento di difficoltà. Così è successo ad Antonella, che grazie a una crisi lavorativa ha riscoperto l’amore per la sua Terra – la Sicilia –, condividendolo con le persone che la vanno a trovare nella vecchia casa di famiglia, ristrutturata a trasformata in b&b, oggi parte della rete di Destinazione Umana.

Com’era la tua vita prima del b&b e com’è cambiata adesso?

Sono un architetto libero professionista palermitano e per 30 anni ho sempre lavorato con passione nel settore degli appalti pubblici, progettando e dirigendo anche opere importanti in giro per tutta la Sicilia. Dal 2011 è iniziata una profonda crisi che ha colpito in particolare questo settore, il lavoro si è ridotto, molti architetti hanno chiuso gli studi, alcuni addirittura per la disperazione si sono suicidati. Anche io ho rischiato di cadere nella depressione. Ho capito subito che dovevo mettere in atto una strategia di rinascita per non sprofondare. Dovevo valorizzare e capitalizzare ciò che avevo. Ritrovare e riattivare anche in me stessa le energie e i talenti che a volte rimangono sopiti quando “ tutto va bene”.

Ed ecco che nel 2015 ho deciso di trasformare la casa di famiglia in montagna in un luogo di accoglienza e di narrazione, non quindi un semplice B&B , ma un luogo propulsore di energia positiva, una fucina di creatività per me e per chi vi alloggia, un nido dove rifugiarsi. Ho curato ogni cosa nei particolari per fa si che ogni angolo della casa potesse trasmettere questo messaggio. In questa casa ho ricominciato a dipingere, a scrivere poesie, comporre racconti e stare nuovamente bene con me stessa, con la mia famiglia e con tutti “ i nuovi amici” che scelgono di trascorrere qualche giorno nel mio B&B.petralia1

Raccontaci in due parole la “tua” Sicilia e come cerchi di trasmetterla ai visitatori.

Io amo profondamente la mia Sicilia, in particolare il suo essere un microcosmo agro-dolce, sono proprio i contrasti di questa terra che affascinano i viaggiatori. In particolare amo Palermo, magnifica città dove sono nata e vivo, adoro la moltitudine di stili architettonici che la caratterizzano, il sincretismo culturale generato da secoli di dominazioni, il magico clima mediterraneo che ti permette di pranzare in riva al mare a gennaio e fare il bagno di notte sotto le stelle a ottobre. La grande risorsa della Sicilia è il valore delle relazioni umane che ancora fortemente lega le persone. E poi Petralia Soprana, piccolo borgo immerso nel Parco delle Madonie, per me è come un gioiello delicato dove rifugiarsi, dove, dall’alto (ci troviamo a 1117 metri ) osservare il mondo, dove respirare a pieni polmoni. Qui i ritmi rallentano rispetto alla città, il Silenzio ti avvolge e lo sguardo si allunga felice verso l’orizzonte. Palermo e Petralia Soprana si fondono in me come in uno yin e yang. Tutto questo cerco di trasmetterlo ai miei ospiti, portandoli in giro con me o consigliandoli su cosa visitare.

Hai detto che Petralia rappresenta il femminile e Palermo il maschile, in un perfetto equilibrio fra uomo e Natura. Ma come vedi questo equilibrio nella società moderna?

Ho detto che Palermo e Petralia sono per me come uno yin e yang , una coincidenza oppositorum , dove la grande città può rappresentare la forza, la velocità e quindi un luogo dove emerge una componente simbolicamente maschile, mentre Petralia, piccolo borgo di montagna immerso nella Natura, può rappresentare la delicatezza, la lentezza, caratteristiche più tipicamente femminili, ma è nella loro fusione che si genera l’armonia e l’equilibrio. Oggi , grazie anche alla crisi, si è più consapevoli che un ritorno ai valori originari nel rispetto della Natura è l’unica strategia di salvezza.

Chi era il pittore di Petralia?

In questa casa, che era la casa dei nonni di mio marito ha vissuto uno degli zii, Vittorio Cerami; si era imbarcato come giovane marinaio nella Reale Marina Militare Italiana e ha vissuto una delle battaglie navali più disastrose della II Guerra Mondiale, infatti l’intera flotta della Marina Italiana fu affondata e distrutta dalla Marina inglese durante la notte del 28 marzo 1941 sulla costa dell’Egeo vicino Capo Matapan. Lo zio Vittorio fu uno dei pochi sopravvissuti, ma quella terribile esperienza lo segnò profondamente. Appena arrivato a casa, pur non avendo le nozioni nelle arti della pittura, iniziò a dipingere. È stato sicuramente un mezzo catartico, come le arti in generale, per raccontare e liberare dalla propria anima le sofferenze vissute in quella notte. Ha dipinto tanti quadri fra cui proprio quello della notte della battaglia. Quando io ho ristrutturato questa casa , ho trovato quasi 50 quadri e ho deciso di dedicare la casa a questa storia. Si chiama “ la casa del pittore di Petralia” proprio perché racconta la questa storia attraverso i suoi quadri.petralia3

Perché è importante la narrazione per stabilire un legame umano?

La narrazione, che non è la stessa cosa di raccontare semplicemente una storia, è un mezzo importante per entrare in connessione con l’altro. È indispensabile che la narrazione abbia origine da una forte passione da comunicare e che si utilizzino tutti i sensi per trasmettere le emozioni.  Se i luoghi hanno un’anima, se chi ti accoglie ha una vera passione, la narrazione diventa il mantra attraverso il quale entrare in sintonia.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe seguire un percorso simile al tuo, cambiando vita e riscoprendo passioni e luoghi?

È importante cercare la propria passione interiore e da quella generare una “storia“ da raccontare riconnettendosi con le proprie origini e con i propri talenti.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/nuova-vita-antonella-sicilia-vera/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

LOC, un laboratorio di arte e creatività in Sicilia

Un viaggio in una nuova idea di fruizione del museo e dello spazio culturale. Nato a Capo d’Orlando, in Sicilia, nel 2013, il Laboratorio Orlando Contemporaneo (LOC) si è evoluto nel tempo in uno spazio dedicato alla cultura e all’arte in tutte le sue forme. Ne abbiamo parlato con Giacomo Miracola, responsabile del centro. Un centro culturale dedicato all’arte contemporanea e alla diffusione della cultura e della creatività, in un luogo della Sicilia che non aveva mai avuto centri simili. Uno spazio che è diventato un fulcro di incontro con artisti di caratura internazionale in residenza. Uno spazio fondato sull’auto-recupero dei materiali e dei locali e l’auto-organizzazione di eventi e workshop grazie al lavoro dei dipendenti pubblici precari del comune di Capo d’Orlando, alcuni dei quali sono i famosi “ASU” che attendono una stabilizzazione contrattuale da oltre venti anni. Eppure è prevalsa la rassegnazione e la lamentela, nonostante ci fossero e ci siano motivi validi: piuttosto è emersa la voglia di costruire un centro interessante e funzionale, in un contesto spesso rappresentato come scialbo e privo di iniziativa. Bisogna riconoscere che per far girare una macchina così difficile serve una spinta importante: qui è stata decisiva quella di Giacomo Miracola, anch’egli artista e promotore del Laboratorio Orlando Contemporaneo (LOC).

Facciamo un passo indietro: il Laboratorio Orlando Contemporaneo è nato a metà del 2013, quando il comune di Capo d’Orlando, con un progetto presentato intorno al 2009 alla Comunità Europea, aveva avuto accesso ad un finanziamento europeo, il POR FESR 2007-2013, finalizzato alla promozione e realizzazioni di reti, centri e laboratori per la  produzione artistica e per la promozione della creatività. Era un progetto inizialmente concepito in rete tra i Comuni di Capo d’Orlando, che era il comune capofila, il Comune di Ficarra e quello di Santo Stefano di Camastra. Capo d’Orlando aveva scommesso tutto sulla creazione di un laboratorio di videoarte, che poi è divenuto il LOC.

“Terminato il progetto, che contemplava solamente la fornitura di servizi tecnologici e non contemplava le spese per la copertura dei servizi culturali, abbiamo deciso di fare di necessità virtù” ci spiega Giacomo Miracola, responsabile dello spazio LOC “e insieme ad un team che ha creduto nel progetto, composto da un gruppo di sette persone (precari del Comune di Capo d’Orlando e della Regione Sicilia) abbiamo improntato il progetto sull’autogestione per portare avanti alcuni progetti in continuità con quelli intrapresi con il progetto europeo. Abbiamo iniziato dagli spazi fisici del Laboratorio: ci siamo affidati alle nostre risorse e le sale del LOC le abbiamo restaurate completamente noi, cercando di recuperare e rigenerare il materiale esistente, oltre alla realizzazione dello studio di video-arte previsto dal progetto iniziale. Lo spazio di adesso è completamente nuovo e innovativo rispetto al passato. Abbiamo fatto  inoltre una catalogazione seria delle quattrocentottantacinque opere che fanno parte della collezione di ‘Vita e Paesaggio di Capo d’Orlando’. Tutto questo non ha inciso sul bilancio comunale: se prima si pensava di restaurare lo spazio con una cifra prevista di spesa compresa tra i tremila e i seimila euro, noi lo abbiamo reso funzionale con una spesa di poche centinaia di euro, compresa l’ordinaria manutenzione”.20770366_1943463802595699_8768826620819141438_n

Le attività del LOC: le residenze e i laboratori

Oltre al recupero dei luoghi, si è posta nel tempo la necessità di programmare l’aspetto contenutistico del Laboratorio: “Attraverso il progetto europeo iniziale si nominò un curatore di questo luogo, Marco Bazzini, ex direttore del Museo Pecci di Prato e attuale direttore dell’Istituto superiore per le industrie artistiche di Firenze”, ci spiega Giacomo. “Con lui abbiamo concretizzato la possibilità di cambiare non soltanto volto alla struttura, ma abbiamo allargato quelli che erano i servizi. Tanto è vero che nel corso degli anni abbiamo portato in residenza a Capo d’Orlando artisti di fama nazionale e internazionale che hanno interagito con il territorio orlandino e le sue tematiche: cito ad esempio Mohamed Bourouissa, Giuseppe Stampone, i Masbedo. Insieme agli artisti in residenza abbiamo organizzato degli workshop a numero chiuso, ai quali hanno partecipato persone da tutta la Sicilia e dalla Calabria”.

Oltre alle residenze, il LOC ha organizzato nel corso degli anni dei laboratori che sono riusciti a coinvolgere giovani e persone del luogo sui temi legati alla cultura e alla creatività in senso ampio, allargando il raggio d’azione oltre l’arte contemporanea: “Noi abbiamo un po’ ribaltato il concetto tradizionale di come veniva vissuta e interpretata la mostra e la fruizione dello spazio, soprattutto con l’organizzazione di laboratori e corsi sempre organizzati nel segno dell’autogestione: siamo partiti con dei corsi di fotografia per poi finire con il Laboratorio Ubu, che è stato il grimaldello con il quale ci siamo aperti alle scuole e ai ragazzi. Si trattava infatti di un laboratorio di scenografia e recitazione teatrale, un progetto durato quattro anni di carattere sociale che ha visto la partecipazione di quaranta ragazzi e che si è concluso con uno spettacolo finale. Si è così riusciti a realizzare un passaggio importante per il territorio: i ragazzi alla fine di questa esperienza si sono trovati con un background culturale un po’ più avanzato rispetto agli altri e ciò ha permesso loro di poter scegliere al meglio il proprio indirizzo universitario. È un progetto che ci ha donato tanta felicità, soprattutto per la fiducia con la quale i ragazzi lo hanno affrontato. Io sono convinto che l’arte contemporanea e la cultura sul territorio debbano intraprendere un cammino simile a questo sperimentato dal Laboratorio Ubu”. E’ un auspicio quello di Giacomo, perché ultimamente l’organizzazione e la realizzazione di queste attività hanno subito uno stallo: “in passato abbiamo lavorato in sinergia con il comune di Capo d’Orlando e con l’assessorato alla cultura nella realizzazione di questi eventi. Ora c’è una situazione di stallo dovuta al passaggio di consegne e mi auguro che la nuova amministrazione sia in grado di sostenere nuovamente iniziative di questo tipo”.18519829_1898292903779456_7431062558084580778_n

L’importanza della sinergia nell’arte: la collaborazione con Sinopsis Australis

L’importanza della rete è ormai riconosciuta in tantissimi ambiti del nostro vissuto e assume un ruolo ancora più importante in un settore delicato e fragile come quello culturale, a maggior ragione per un luogo come questo Laboratorio, che ha dimostrato la massima volontà nel rendersi strumento di collaborazione e incontro, facendosi portavoce del ruolo sperimentale insito nella cultura. A maggior ragione, in luoghi dove spesso la dimensione dell’umano è confinata in ambito provinciale, arriva la dimostrazione che questo stereotipo può essere superato grazie alla creatività e al ruolo interdisciplinare insito nell’arte.

“Riguardo questo vi faccio un esempio pratico: noi abbiamo da anni ormai una collaborazione con Chiara Mambro, direttrice di Sinopsis Australis. Si tratta di un programma di residenze d’arte tra Italia e Sud America: lei fa un grandissimo lavoro, concentrandosi specificatamente nell’interscambio sinergico tra artisti italiani e cileni. Noi, grazie a lei, siamo riusciti a portare in Cile le opere di Nerina Toci, una giovane fotografa italo-albanese che abbiamo scoperto attraverso i nostri laboratori e che, a detta di molti critici, esprime un talento visionario e immaginario notevole. D’altra parte ospitiamo gli artisti che vengono in residenza per Sinopsis Australis in Italia, come successo quest’anno per il cileno Nikolas Sato. È un grande risultato per questo spazio, bisogna dare la possibilità ai ragazzi di spaziare e allargare i propri orizzonti oltre al nostro territorio. Perché, in fondo, l’arte è importante perché non deve raccontare nulla. Sono gli artisti che attraverso l’arte riusciranno a trasmettere la loro interpretazione di ciò che accade nei luoghi che vivono”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/io-faccio-cosi-188-loc-laboratorio-arte-creativita-sicilia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Sicilia, nuovi impianti e raccolta differenziata nelle parrocchie. Ecco il piano rifiuti

All’indomani dell’allarme lanciato dal ministro Galletti sulla gravità della situazione che affligge l’isola, il governatore Rosario Crocetta ha presentato il piano rifiuti che prevede nuovi impianti di valorizzazione, lo stop ai conferimenti in discarica di materia secca e accordi con le parrocchie per migliorare la differenziata386266_1

Nuovi impianti per la valorizzazione dei rifiuti e nuove azioni per incentivare la raccolta differenziata. Sono questi i punti cardine del piano rifiuti presentato dal governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, all’indomani dell’allarme lanciato dal ministro Galletti sulla gravità della situazione che affligge l’isola. Il ministro dell’ambiente aveva puntato il dito sulle discariche piene, dicendo che se non si risolve il problema dell’impiantistica carente tra sei mesi ci sarà una nuova emergenza. Ecco quindi la risposta di Crocetta e dell’assessora Vania Contrafatto: “Sulla valorizzazione dei rifiutiabbiamo previsto due impianti da 200 tonnellate a Palermo e Catania e altri cinque o sei da 60-80 tonnellate per garantire una distribuzione regionale abbastanza equa. Questi impianti potrebbero essere realizzati nelle discariche esistenti”. Crocetta sottolinea: “Non abbiamo messo la parola termovalorizzazione nel piano, perché i meccanismi di valorizzazione dei rifiuti sono molteplici: dalla gassificazione all’idro-soluzione. Vogliamo applicare la tecnologia più pulita”.

Secondo il documento l’iter sarà questo: gli ambiti territoriali decidono il numero di impianti necessari per smaltire i rifiuti, la Regione fa un avviso pubblico di concessione e alla fine, in base a costi, emissioni e posizione, sarà scelta l’impresa.

Per quanto riguarda le discariche invece, la Regione ha stabilito che dal primo novembre di quest’anno non si potrà conferire nelle vasche più del 50 per cento della frazione secca non riciclata (carta, cartone e plastica) e partire dal primo gennaio 2017 questa percentuale scenderà a zero. Il decreto dovrebbe servire per prolungare la vita utile delle discariche esistenti. Per i rifiuti in esubero si sceglierà, verosimilmente, la strada della spedizione fuori regione che però ha già creato diversi problemi nei mesi scorsi, quando ci fu il no di Torino nell’accogliere nel proprio termovalorizzatore i rifiuti dell’isola. Crocetta ha inoltre annunciato che per migliorare le percentuali di raccolta differenziata la giunta, in accordo con alcuni comuni, sta cercando di avviare “un progetto per coinvolgere le parrocchie”. Il governatore dice che a Gela è già stato fatto, così come in una parrocchia di Caltanissetta, dove sono state raccolte otto tonnellate di rifiuti differenziati. “Stiamo lavorando anche con l’arcivescovo di Monreale e con le parrocchie dei comuni dove la situazione è più critica”.

Fonte: ecodallecitta.it

La creatività fa scuola nella natura: La Terra di Bò

Un’aula ecologica all’aperto ed uno spazio di condivisione sostenibile pensato per stimolare la creatività e promuovere il rispetto della natura, sollecitando così un cambiamento etico della nostra società. Vi raccontiamo la storia della Terra di Bò, un progetto pedagogico portato avanti nel comune di Viagrande, in provincia di Catania.

Sollecitare un cambiamento etico attraverso idee ed iniziative basate su un approccio creativo, e non distruttivo, alle risorse naturali. È questo l’obiettivo del progetto pedagogico La Terra di Bò, che attualmente opera, attraverso il suo marchio, presso le tre aziende didattiche della famiglia Di Bella, nel comune di Viagrande, in provincia di Catania. Tutto è nato dall’incontro tra la pedagogista Milena Viani e la famiglia di Bella, capace di immaginare e investire in una terra meravigliosa e difficile come la Sicilia. “Tutto è nato dai miei studi in scienze pedagogiche – ci racconta Milena – Cercavo una realtà che potesse accogliere quelle che erano le mie idee di didattica e pedagogia. Facendo una ricerca su internet mi sono imbattuta nel sito www.lascuolacreativa.it. Ho contattati i referenti e ho chiesto se era possibile andare da loro a Cesena e preparare lì la mia tesi. Sono stati disponibilissimi. Sono stata lì un mese e mezzo, durante il quale ho scritto la mia tesi di laurea. Era il 2005. Il germe delle cose apprese durante quel periodo è rimasto dentro di me. Qualche tempo dopo, l’incontro con i proprietari della struttura Villa di Bella ha rappresentato l’inizio di questa avventura. Abbiamo parlato delle attività che avremmo potuto realizzare insieme ed io ho così ripensato alle mie idee, a quelli che erano sempre stati i miei sogni. Avevo in mente non solo una didattica per le scuole, ma un progetto che avvicinasse quanto più possibile le persone ai ritmi naturali. Da lì abbiamo iniziato prima con l’orto, poi con il giardino d’inverno. Da quel momento è partita quella che sarebbe divenuta La Terra di Bò, un progetto rivolto ai bambini, ma anche agli adulti e ai giovani”. Ma da dove nasce questo nome particolare? “La caratteristica principale della natura è il fatto che tutto è in continuo mutamento. Anche per noi è così, anche se non sempre siamo consapevoli della nostra trasformazione e della direzione verso cui ci stiamo muovendo. Per questo spesso ci troviamo in una situazione di ‘bò’, di non sapere. Da lì – ci spiega Milena – è nato il nome La Terra di Bò. Il simbolo del progetto è una carriola, ad indicare che La Terra di Bò è in continuo movimento, è sempre un cantiere”.485657_448505121855116_1382740492_n1

Le attività della Terra di Bò riguardano vari ambiti e contesti dove si intrecciano natura, benessere, cultura, didattica, formazione, sport, convivialità ed eventi. Il progetto, nato nel 2010, si è sviluppato in particolare nell’ambito della didattica, coinvolgendo negli anni migliaia di bambini, grazie all’entusiasmo e alla partecipazione delle scuole (dalla materna alle medie) della Sicilia orientale. Alcuni dei percorsi formativi proposti alle scuole riguardano la sfera dell’emotività, altri sono rivolti all’apprendimento di competenze pratiche, in particolar modo legate alla natura e alla terra.

Come si legge sul sito, “La Terra di Bò è un’Aula di Ecologia all’Aperto, che spezza i classici canoni di trasmissione delle conoscenze e si innesta sul filone dell’apprendimento partecipato ed esperienziale tipico delle Scuole Attive. Può essere considerata sicuramente un esempio concreto di metodologie d’insegnamento creative e ad approccio estetico. Le aule di ecologia e l’esperienza degli orti didattici, nascono con l’intento di conoscere, capire e accedere alla cultura anche attraverso la coltura”.12074786_965784270127196_5590837498162403664_n

La terra diviene così uno strumento educativo che facilita l’integrazione uomo-ambiente e uomo-città, aumentando la partecipazione alla gestione di un bene comune e acquisendo consapevolezza dell’influenza che i nostri piccoli gesti possono avere sui grandi problemi del Pianeta. La coltura della terra, poi, educa al “prendersi cura”, sviluppa il legame e l’appartenenza, divenendo così uno strumento utile per il raggiungimento di obiettivi educativi e civili. Dedicandosi all’orto, infine, bambini e i ragazzi mostrano sempre una profonda soddisfazione motivata dal fatto che, divertendosi, si possano apprendere conoscenze legate a scienze, biologia, storia, geografia, matematica e altre discipline in genere considerate troppo teoriche. Tra gli eventi organizzati negli anni, Milena ci segnala “Le domeniche di Bò”, organizzate per promuovere il cibo sano e offrire alle famiglie l’opportunità di trascorrere un fine settimana all’aperto e a contatto con la natura, piuttosto che chiusi al centro commerciale. Tra le proposte di queste giornate, anche laboratori per bambini e adulti e trattamenti di benessere. Negli ultimi tempi si è passati dalle Domeniche di Bò ad altri eventi chiamati “Cibamuni e contamuni” (Mangiamo e raccontiamoci), dove il cibo sano continua ad avere un ruolo cruciale.12105698_965784700127153_7761628619128174468_n

Tra i progetti in cantiere nella Terra di Bò anche un Orto Botanico che avrà al suo interno più di 2000 piante e racconterà così la diversità della Sicilia. Didattica ambientale, laboratori creativi, corsi di formazione, rassegne culturali… Con le sue tante attività, La Terra di Bò può essere definita un “opificio naturale”, un generatore di energia pulita e rinnovabile: l’energia creativa.

 

Visualizza La Terra di Bò sulla Mappa dell’Italia che Cambia 

 

Il sito La Terra di Bò 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/io-faccio-cosi-97-terra-di-bo-creativita-scuola-nella-natura/

La mappa delle discariche abusive in Italia

Dal Veneto alla Sicilia, sono 188 e ci costano oltre 40 milioni ogni sei mesi. Che l’Italia sia costellata di discariche abusive non è certo una novità. Così com’è una novità che ci costino un sacco di soldi, visto che ogni sei mesi il nostro paese si vedrà recapitata una multa da circa 43 milioni di euro in seguito alla condanna della Corte Europea, che risale allo scorso dicembre. Quello che ancora non si sapeva era dove fossero con precisione queste discariche abusive, mancava una vera e propria mappa che permettesse di capire quali sono gli enti territoriali che, per primi, dovrebbero intervenire ed evitare che il territorio venga deturpato e inquinato in questo modo. Ora una mappa è saltata fuori: a ottenerla è stata la deputata del Movimento 5 Stelle Claudia Mannino richiedendola al dipartimento Ambiente della Commissione europea. Un elenco che era stato soprannominato “desaparecido”, perché per lungo tempo introvabile. E allora, dove sono le discariche abusive in Italia? Prima di tutto, va detto che sono 188 e che puntellano tutta Italia, con le soli eccezioni della Valle d’Aosta e del Trentino Alto Adige. Le regioni che ospitano il maggior numero di discariche abusive si concentrano nel centro-sud: Campania (48), Calabria (43), Abruzzo (28), Lazio (21), Puglia (12) e Sicilia (12). Ce ne sono però anche nove in Veneto (di cui cinque a Venezia) e ce ne sono anche in alcuni borghi che hanno una grande importanza dal punto di vista turistico e paesaggistico, tra cui Matera e l’Isola del Giglio. Una prima conseguenza di questa mappatura è che ora sarà possibile chiedere il conto del loro operato a tutti gli amministratori coinvolti. Anche perché se si vuole evitare che l’Italia incorra in altre sanzioni pecuniare, il tutto dovrebbe essere messo in sicurezza o bonificato entro il 2 giugno 2015. Scrive Il Fatto Quotidiano:

Con la sentenza del 2 dicembre 2014, infatti, la Corte di Giustizia aveva accertato l’omessa esecuzione da parte della Repubblica italiana (e per essa, dei Governi succedutisi nell’arco di oltre 7 anni) della decisione della stessa Corte del 26 aprile 2007, che aveva dichiarato l’inadempienza dell’Italia, a partire dal 9 febbraio 2004, agli obblighi di attuazione di alcune disposizioni delle direttive comunitarie in materia di gestione dei rifiuti e delle discariche. La Corte Ue aveva usato la mano pesante con l’Italia, rifilandole una multa di 40 milioni di euro

La prima regione che dovrà rispondere del suo operato è la Sicilia. La deputata Mannino ha già chiesto all’assessore all’Ambiente di quella regione, Maurizio Croce, di far sapere se gli interventi necessari saranno completati per tempo. La seconda regione che sarà messa sotto osservazione sarà probabilmente la Calabria, per la semplice ragione che le due regioni portano oltre il 90% dei rifiuti in discariche abusive, a fronte di una media nazionale del 37%. Il ministro dell’Ambiente Galletti, a dicembre, segnalava però come la situazione fosse migliorata: “La sentenza sanziona una situazione che risale a sette anni fa. In questo tempo l’Italia si è sostanzialmente messa in regola. Siamo passati da 4.866 discariche abusive contestate, a 218 nell’aprile 2013. Cifra che si è ulteriormente ridotta a 45″. Una cifra, quest’ultima, evidentemente troppo ottimistica.Schermata-2015-03-18-alle-19.17.21

Fonte: ecoblog.it

Giuseppe Li Rosi: in Sicilia i semi antichi per combattere l’agri-business

Sintetizzato dal chimico tedesco Fritz Haber negli anni venti, utilizzato nei campi di concentramento tedeschi per sterminare i prigionieri negli anni quaranta, impiegato in Vietnam per stanare i vietcong negli anni settanta, oggi l’acido cianidrico è nei nostri campi, sugli scaffali dei supermercati, sulle nostre tavole. È il paradosso dell’agri-industria, per la quale la velocità di trasformazione dei prodotti e la massimizzazione delle rese contano più di ogni cosa, anche della salute di chi quel cibo lo mangia.

Nello scenario molto più confortante e accogliente della calda Sicilia, culla della biodiversità italiana, incontriamo Giuseppe Li Rosi, agricoltore e custode del tesoro dell’agricoltura tradizionale: i semi. «Le multinazionali hanno capito che mettere le mani sui diritti dei semi è una mossa strategica – ci spiega Giuseppe – e attraverso tali diritti possono controllare economia, salute e possibilità di evoluzione di qualsiasi popolo». Mentre parla, alle sue spalle si muove placidamente un mare verde smeraldo: è il campo di germoplasma della Stazione Sperimentale di Granicoltura, dove viene conservata parte dei semi autoctoni siciliani a rischio di estinzione. «La Stazione – racconta – nasce nel 1927 e oggi si dedica alla conservazione di questi frumenti, che rappresentano una specie di banca dati alla quale attingere in caso di malattie dei nostri grani moderni, modificati attraverso una mutagenesi». Si tratta di un patrimonio importantissimo per continuare ad avere la capacità di produrre il cibo in Sicilia, ma ovunque è vitale conservare la biodiversità locale, frutto dell’esperienza millenaria della comunità rurale.terre_frumentarie

Per anni l’agribusiness ha manipolato le colture conformandole alle proprie esigenze. Questo ha trasformato due elementi basilari per la vita dell’uomo – il cibo e le medicine – nei suoi più grandi nemici. «Prendiamo il caso del glutine», spiega Giuseppe. « Il frumento è stato “modificato” per migliorare la pastificazione, per elevarne la temperatura di essiccazione e accorciare i tempi di produzione. Per fare questo, è stato aumentato l’indice di glutine, che misura la durezza o l’elasticità del glutine. La ricerca mira a creare frumenti con un indice di glutine alto, vicino al 100, ottimi per l’industria. I frumenti con basso indice di glutine sono classificati come scarsi. Ma un alimento con un indice di glutine ottimo il nostro intestino non lo riconosce e non lo digerisce». Giuseppe è legato da sempre alla campagna siciliana, dov’è nato e cresciuto e dove da anni porta avanti un percorso di reintroduzione delle sementi originarie. Una battaglia che non si limita all’ambito agricolo, ma sconfina in quello legale e culturale. «Ho cominciato a piantare poco a poco i semi antichi, fino a quando tutta la porzione dell’azienda coltivata a cereali, circa 100 ettari, è stata convertita con grani autoctoni siciliani. Questa scelta è stata fatta due anni fa. Quando ho cominciato a coltivare questi grani l’ho dovuto fare di nascosto, perché se li semini perdi i contributi europei, legati solo all’utilizzo di semi certificati, appartenenti a multinazionali o sementieri». Alle difficoltà burocratiche si è aggiunto lo scetticismo degli altri agricoltori, inizialmente ostili e oggi indifferenti agli sforzi di Giuseppe e della sua azienda, Terre Frumentarie. Anche la circolazione dei semi è rigidamente normata: «Per legge non si possono comprare i semi da un’altra azienda agricola. Ma tutti i semi venduti dall’industria sementiera sono nati con la mutagenesi indotta, contengono glutini che non vengono riconosciuti dal nostro intestino, hanno bisogno di nitrato d’ammonio sennò non producono niente. Oggi per fortuna alle aziende biologiche è permesso autoriprodursi il seme, però non si può comprarlo né venderlo. Dalla Stazione di Granicoltura si può prendere solo qualche piccola parcella di semi. In realtà, se venissero applicati alcuni articoli della legge sementiera italiana, potremmo scambiarci semi fra aziende, ma non succederà mai. C’è un trattato FAO sul traffico di semi che l’Italia ha recepito, senza però fare le legge applicativa. Nel resto d’Europa la situazione è molto simile. Il problema è che chi fa le leggi in campagna non c’è mai stato».raddusa

Dicevamo che è anche una battaglia culturale. «È così: hanno fatto perdere la dignità all’agricoltore e far scattare in lui la molla della rivalsa. Così ha cercato di far studiare i figli, di ingentilirsi, di ammodernarsi, di applicare le tecnologie. Per questo è stato facile convincerlo a utilizzare tecniche che facilitano la coltivazione. Tutta l’agricoltura è stata asservita all’industria: oggi è un atto illegale comprare semi da chi non è autorizzato a venderli. Bisogna poi comprare il fosfato, il nitrato, il diserbante e il fungicida. E quando si vende, la materia prima è destinata solo all’industria». Ciononostante, in questo periodo di forte crisi, Giuseppe è soddisfatto dell’andamento economico di Terre Frumentarie. La svolta è arrivata quando ha deciso di sottrarsi al giogo dell’agricoltura industriale: «Oggi le mie prospettive sono molto migliori rispetto a qualche anno fa, quando producevo frumento e lo vendevo alle aziende di trasformazione. Sono entrato in un indotto che si rifornisce con materie naturali, non geneticamente modificate. Oggi chi acquista cibo è più consapevole, più attento alla qualità, più esigente. Per questo il mercato del biologico è in grande crescita». Terre e Tradizioni è il secondo marchio che Giuseppe ha creato, che si occupa della trasformazione e della vendita dei prodotti dell’azienda agricola.

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Ci sono sempre più persone che si fanno delle domande, c’è più movimento, se ne parla di più sui mass media. Cominciamo ad avere voce in capitolo. Il mercato più fertile per il biologico rimane quello del nord Italia, ma anche la Sicilia comincia a svegliarsi: aumentano i negozi bio, i mercatini, i punti di vendita diretta. «La Sicilia ha un patrimonio genetico più grande di tutte le altre regioni messe insieme», conclude Giuseppe. La missione dunque è tutelarlo e farlo prosperare, affinché diventi parte integrante dell’economia e della cultura dell’Isola.

Fonte: italiachecambia.org/