La Tabacca: due donne si autocostruiscono il futuro tra permacultura e socialità

Vi proponiamo la storia di Giorgia e Francesca, due giovani donne che hanno riabitato una vecchia casa nell’entroterra ligure, ristrutturando l’abitazione e ridando vita al terreno agricolo, passo dopo passo e seguendo i principi della permacultura. La Tabacca è oggi un progetto ambientale e sociale e la dimostrazione di come si possa passare dalla teoria alla pratica rimboccandosi le maniche e avendo chiaro l’obiettivo da raggiungere. Il giorno in cui finalmente intervisto Giorgia Bocca e Francesca Bottero (dopo anni in cui ci ripromettiamo di incontrarci) è davvero fuori dal comune. Arrivo, infatti, con il mio camper a Voltri, nei pressi di Genova, e lì incontro una troupe della Rai, “capitanata” dalla giornalista Elisabetta Mirarchi. Sono venuti ad intervistarmi sul nostro lavoro con Italia che Cambia e contestualmente a seguirmi mentre intervisto Giorgia e Francesca. Lasciamo il mio camper e la macchina della RAI in un vicino parcheggio e saliamo su una piccola auto 4X4 con la quale è venuto a prenderci un volontario che collabora a La Tabacca. La strada per raggiungere la sede del nostro incontro, infatti, è impervia e impossibile da percorrere con mezzi ordinari. In effetti ci inerpichiamo su una stradina tipicamente ligure che ci porta a passare in pochi minuti dal mare a terre interne, premontane, selvatiche. Ed eccoci giunti a casa di Giorgia e Francesca. Dopo aver gustato tutti insieme un pranzo meraviglioso e aver visitato gli orti e la casa che si sono auto-ristrutturate in molti anni e secondo i criteri della bioedilizia, intervistiamo le due ragazze.

I primi passi

Francesca e Giorgia si sono conosciute molti anni fa e hanno lavorato entrambe per l’Associazione Terra! Onlus. Qui hanno incontrarono uno psichiatra di Torino che, inaspettatamente, decise di donar loro la sua casa e il suo terreno a patto che ci realizzassero un progetto sociale. Racconta Francesca: “È stato un percorso travagliato, perché lui non era mai venuto qua, e aveva a sua volta ereditato questo luogo da alcuni zii, ma in breve tempo siamo riuscite a risolvere i problemi di successione. Il primo gennaio 2011 siamo venute qui in perlustrazione per la prima volta. Abbiamo incontrato subito gli alberi che custodiscono questo luogo, che ti accompagnano lungo il sentiero. È spuntata questa casa in mezzo alla natura spoglia, completamente rustica; una casa che aveva l’imprinting della casa contadina di un tempo; sotto c’erano stalle e mangiatoie, cucina con vecchi manufatti, un vecchio forno di mattoni e una vecchia cucina fatta con un rufo. Questo era lo scenario: una casa immersa in un bosco, con un solo pezzo di terra coltivato. Non c’era una strada di accesso e tutta la casa era da ricostruire… ma il sogno era talmente grande che ci siamo messe subito in cammino per poterlo realizzare”. 

Il primo passo fu ricostruire il tetto. Per farlo, tagliarono 12 castagni del loro bosco e con essi costruirono le travi del nuovo tetto. “L’inizio è stato abbastanza turbolento – continua Giorgia – qui non ci conoscevano, eravamo come piantine infestanti che si stavano insediando in un luogo non loro. Abbiamo cercato sin da subito di creare rapporti con le famiglie del borgo, ma all’inizio è stato un po’ difficoltoso: siamo due donne, che volevano vivere di agricoltura in un bosco e che per di più si portavano dietro tutti questi giovani vestiti colorati che sapevano di spezie e curcuma… sembravamo una banda del ’68 e questo ha creato resistenza. Ma piano piano, le persone si sono abituate a vederci, a parlare con noi, i bambini hanno iniziato a curiosare, e oggi in molti ci vogliono bene. La signora Tina, ad esempio, ci prepara le focacce”.

La progettazione in permacultura

La ristrutturazione della casa e la coltivazione della terra sono state realizzate seguendo i principi della permacultura e le logiche della bioedilizia. La progettazione è stata realizzata su tutto: l’uso e riutilizo dei materiali, la luce e il design interno, i mobili antichi, il recupero delle acque di sorgente e la successiva fitodepurazione. Prima hanno sperimentato “nel piccolo” e poi replicato “nel grande”. Per questo ci sono voluti otto anni per ristrutturare l’abitazione e avviare l’azienda agricola. Questa è composta da sette ettari di bosco. Francesca si sta occupando personalmente del miglioramento boschivo così come in passato molti dei lavori di ristrutturazione sono stati eseguiti fisicamente con l’aiuto delle due donne. Qui, infatti, mancava fino a pochi mesi fa una strada di accesso. Giorgia e Francesca, quindi, hanno trasportato con la carriola i materiali dalla strada alla casa, attraversando il bosco, giorno dopo giorno e spesso con l’aiuto di amici e volontari. Lo stesso è avvenuto con bosco e parte agricola: Francesca ha lasciato la sua attività in Terra Onlus per avviare l’azienda agricola e realizzare potature e giardini. Racconta Francesca: “Nelle zone limitrofe a casa abbiamo già avviato un piccolo frutteto recuperando delle vecchie varietà di prugne che erano tipiche di questo luogo. Inoltre stiamo valorizzando piante autoctone, come la Mela Carla, tipica delle zone liguri, e abbiamo inserito altre varietà generose, per la futura autosufficienza delle galline. Coltiviamo anche alcuni grani antichi e facciamo orticultura”.

Le attività ambientali e sociali

Non è tutto. Accanto alle attività agricole, la Tabacca ospita percorsi di educazione ambientale ed è la sede di riferimento de La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni. Non meno importante, il filone sociale: “Crediamo – continua Giorgia – che nello scambio con le persone ci sia sempre un aumento di possibilità e una maggiore capacità di risolvere i problemi. Inizialmente abbiamo coinvolto la nostra prima rete sociale, costituita dalle persone amiche e da quelle collegate all’Associazione, per poi passare ad innescare processi di partecipazione con il territorio, con le famiglie vicine, facendo comunicazione, creando relazione, facendoci conoscere, coinvolgendo le persone e mettendo a disposizione quello che noi avevamo in competenze e risorse in termini di scambio. Questo ha soddisfatto i bisogni anche di altri. In questo momento storico, infatti, sempre più persone sentono il bisogno di luoghi di accettazione, senza giudizio. Partecipiamo e organizziamo eventi culturali, occasioni di divulgazione, campeggi. L’apporto dell’associazione Terra Onlus è fondamentale in questo processo e cambia completamente il nostro approccio, perché ci permette di fare formazione con obiettivi precisi da raggiungere”.  

Molte delle scelte portate avanti dalle due donne hanno anche un risvolto politico: l’idea, infatti, è quella di andare a influenzare il legislatore locale per rendere più semplici le soluzioni architettoniche e di servizio che loro stanno mettendo in pratica nella loro abitazione in modo che possano poi essere adottate anche da altri.

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Le radici

“Ho memoria delle mie fotografie da bambina – confida Francesca – venivo sempre ritratta mentre scavavo una buca per terra o in mezzo alle vigne o in un campo, e rivedendo quelle foto ho visto il mio desiderio di vivere in campagna, in modo semplice, a contatto con la natura, e forse questo è stato il regalo più bello di questi sette ettari di bosco”.  

“Il nome La Tabacca – continua Giorgia – deriva dal contrabbando del tabacco che – come ci hanno narrato gli anziani del posto – si svolgeva in queste terre. Già allora, una donna teneva le fila della famiglia e curava le piante. Il luogo viveva quindi una gestione molto matriarcale: i bambini venivano qui a giocare e c’era una forte integrazione. Noi ci sentiamo un prolungamento di questa famiglia”. 

Il futuro

“Io sono pronta per La Tabacca 2.0 – esclama Giorgia – a ottobre verremo finalmente a vivere qui e saremo pronte per valorizzare l’esterno soprattutto dal punto di vista dell’economia basata sul turismo culturale. Sogno una multifunzionalità dell’agricoltura legata all’accoglienza e al turismo. Stiamo già collaborando con una azienda agricola vicina, che è sempre di una donna, con cui faremo trasformazione del prodotto e quindi piano piano vorremo espandere il nostro modello nella valle. Vogliamo creare un modello replicabile che sia utile per tutti”. 

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi

Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/la-tabacca-due-donne-autocostruiscono-futuro-permacultura-socialita-io-faccio-cosi-255/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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L’abbondanza miracolosa che cambierà il mondo

I media mainstream continuano a dispensare informazioni superficiali, inutili e funzionali al sistema; intanto c’è chi si dà da fare per realizzare rivoluzioni pacifiche, partendo dal quotidiano e riuscendo a fare grandi cose!

Mentre i grandi (per dimensioni e soldi, ma piccoli di contenuti) media continuano, nella maggior parte dei casi, a bombardarci di notizie superficiali, inutili, stupide che servono solo a fare da cornice alla pubblicità che li mantiene in vita, ci sono costanti conferme di quello che noi, come associazione Paea e giornale Il Cambiamento, proponiamo da sempre. Nella realtà, persone motivate che non credono ai media dispensatori di pubblicità, che non credono alla scienza e tecnologia al servizio del profitto, invece di lamentarsi, si rimboccano le mani e trovano strade diverse da quelle segnate e insegnate da un sistema totalmente allo sfascio. 

Charles e Perrine Hervé-Gruyer erano rispettivamente un marinaio e una avvocata internazionale e ad un certo punto della loro esistenza decidono di comprare un piccolo appezzamento di terra in Normandia in cui iniziano a coltivare fondando la Fattoria del Bec Hellouin. La loro esperienza pregressa con l’agricoltura era zero e all’inizio del loro percorso si imbattono nella Permacultura e da lì in poi iniziano a sperimentare varie metodologie e sistemi di coltivazione biologica. Lo fanno così bene, con così tanta cura e attenzione che iniziano ad interessarsi a loro sia esperti del settore, che accademici ed università.

Con grande lavoro, sforzi e sacrifici e non senza problemi, mettono a punto un sistema di coltivazione così efficiente che riescono a dimostrare nella pratica come senza trattori quindi senza meccanizzazione dell’agricoltura e senza ausilio della chimica, si possono avere rese maggiori rispetto alla agricoltura tradizionale. Uno dei segreti è quello di pensare in micro appezzamenti, unendo le pratiche della Permacultura con la Food Forest ovvero un sistema di coltivazione che rispecchia l’organizzazione boschiva. Il loro esperimento ha grande successo e iniziano a postulare una possibile pianificazione del sostentamento alimentare dell’intera Francia con queste metodologie.  Anche il loro lavoro dimostra che non bisogna credere ai voli pindarici e deliri fantascientifici di chi dice che le macchine ci sostituiranno tutti; infatti accadrà esattamente il contrario, per ovvi motivi legati a costi energetici, complessità tecnologica e scarsità di risorse per costruire macchine sofisticatissime.

Ma leggiamo alcune delle loro parole illuminanti tratte dal libro Abbondanza miracolosa, iniziando dal potenziale dei micro appezzamenti coltivati.

«Il censimento mondiale dell’agricoltura realizzato dalla FAO e altri lavori condotti  dalle Istituzioni internazionali mettono in evidenza il fatto che le piccole fattorie sono più produttive rispetto a quelle grandi. Le fattorie comprese tra 0,5 e 6 ettari sono in media 4 volte più produttive rispetto alle fattorie che hanno più di 15 ettari, e in alcuni casi anche 12 volte più produttive. Negli Stati Uniti nel 2002, le fattorie che avevano meno di 1 ettaro generavano redditi da 10 a 50 volte maggiori per unità di superficie rispetto alle fattorie americane più grandi. Se una superficie coltivata di 1000 metri quadrati, come al Bec Hellouin, permette di produrre tutto l’anno l’equivalente di 60 o 80 cassette di frutta e ortaggi alla settimana, allora anche il più piccolo giardino, la più piccola corte può diventare una possibile azienda agricola. Un prato di 200 metri quadrati con una terra buona e un agricoltore competente può produrre una dozzina di cassette a settimana e un balcone di 10 metri quadrati può produrre quasi una cassetta a settimana».

Sulla rinascita dell’agricoltura e dell’artigianato scrivono:

«La rinascita di una agricoltura manuale si accompagnerà ad una rinascita dell’artigianato. I decenni a venire vedranno la progressiva diminuzione delle grandi aziende agricole e degli impianti industriali, forse anche alla loro scomparsa, cosa che porterà alla soppressione di un gran numero di posti di lavoro. Ma la simultanea diffusione delle micro fattorie e dei laboratori artigiani dovrebbe permettere di assorbire la manodopera vacante. La decrescita energetica farà scomparire del tutto alcuni impieghi (tutti quelli connessi a professioni che richiedono enormi quantità di energia); ma ne creerà molti altri, perché proprio il ricorso alle energie fossili e la diffusione dei motori meccanici ed elettrici hanno reso meno necessarie le braccia dell’uomo».

Poi c’è la nuova economia:

«Una nuova economia basata sulla madre terra costituirebbe invece una base solida per la nostra civiltà. Il giovanissimo movimento Slow Money, lo afferma con forza: ”Crediamo nel suolo!” è il suo motto. Il bisogno primario di un essere vivente è quello di nutrirsi e gli essere umani non sfuggono a questa regola. Le ricchezze finanziarie che provengono dalle borse non sono commestibili: ricollocare l’agricoltura come fondamento di una economia reale, solida e ben radicata sarà la nostra ancora di salvezza nella tempesta che verrà».

I due autori parlano anche di come soddisfare i bisogni alimentari:

«Tre o quattro milioni di micro fattorie dovrebbero essere in grado di soddisfare la totalità dei bisogni alimentari di una popolazione di 70 milioni di persone (escludendo i prodotti esotici).

Nell’elaborazione degli scenari futuri bisogna tenere conto di un dato: il fatto che un numero sempre maggiore di individui produrrà da sé tutto o parte del proprio cibo.

Ben presto risulterà più gratificante ed entusiasmante gestire in maniera creativa una fattoria, allearsi con le forze della natura e vivere liberi all’interno di un territorio coltivato amorosamente, piuttosto che rinchiudersi in casa, nei mezzi pubblici affollati, negli uffici climatizzati. Abbiamo la sensazione che questo mutamento sia già in corso. Esso subirà una accelerazione quando la diminuzione delle energie fossili farà aumentare il prezzo delle derrate alimentari. Quando il cibo diventerà più prezioso e quando usciremo dal dominio della plastica, il sapere dei contadini e degli artigiani sarà considerato con molto più rispetto».

Sradicare la disoccupazione:

«Con la creazione di 3 o 4 milioni di impieghi agricoli, ai quali vanno aggiunti gli impieghi indiretti e vari impieghi artigianali, l’affermazione della micro agricoltura potrebbe contribuire a sradicare la disoccupazione. La diffusione delle micro fattorie  offrirebbe ciascuna una alimentazione biologica di qualità. Questo mutamento sociale permetterebbe di chiudere il famoso “buco della Sanità”, perché una alimentazione, sana e locale per tutti, migliorerebbe il livello di salute dei nostri concittadini. Senza parlare dei benefici di una attività all’aria aperta per tutti coloro che decideranno di tornare alla terra!».

I benefici di un ritorno alla dimensione locale:

«Il ritorno ad una dimensione più locale, che auspichiamo, si accompagnerà, quando si sarà realizzato, a un ritorno dei servizi pubblici: trasporti comuni, servizi postali, sanità, cultura… Gli operatori di questi settori accresceranno a loro volta il dinamismo dei piccoli centri urbani. L’aumento della popolazione nelle cittadine e nei piccoli paesi porterà all’aumento della clientela di contadini e artigiani. Poiché un numero maggiore di beni e servizi diverrà disponibile a livello locale e dal momento che sarà sempre più facile trovare lavoro direttamente sul posto, la circolazione di beni e persone si ridurrà considerevolmente. Questo mutamento permetterà di diminuire le notevoli emissioni di anidride carbonica legate al trasporto delle persone, che rappresenta il 19% del nostro impatto ambientale e che continua ad essere una delle fonti di emissioni più difficili da ridurre».

Prendere in mano il proprio destino:

«In futuro ogni comunità locale prenderà in mano il suo destino. Il principio della solidarietà, che consiste nel conferire il massimo potere decisionale al più basso livello di organizzazione possibile, sprigionerà una immensa energia creativa. Ciascun popolo sarà dunque in grado di affrancarsi dai canoni obbligatori della modernità, dagli stereotipi del benessere e degli stimoli consumistici che essa porta con sé, per essere finalmente artefice del proprio destino. Ma tutti i popoli avranno sviluppato, lo speriamo vivamente, valori comuni, primo fra tutti l’imperante bisogno di proteggere tutte le forme di vita con le quali condividiamo questo pianeta e senza le quali non potremmo vivere. Il mondo post-petrolio sarà allo stesso tempo più radicato nella dimensione locale e più aperto verso una dimensione universale».

C’è poco da aggiungere a tanta lungimiranza, intelligenza e concretezza.

Fonte: ilcambiamento.it

Un anno che può cambiare la vita, praticamente

“Practical Sustainability”, ovvero sostenibilità pratica. Questo il tema al centro del corso annuale proposto in Inghilterra dall’organizzazione Shift Bristol. Un percorso basato su soluzioni pratiche, creative e positive per contribuire ad un futuro più sostenibile, resiliente e in equilibrio con gli ecosistemi che ci circondano. Da Leslie Griffiths, che ha vissuto questa esperienza, ecco il racconto di un anno che le ha davvero cambiato la vita. Anche un giorno qualunque può cambiare completamente la nostra direzione. Io mi trovavo nel centro della cittadina inglese di Bristol per un evento sui cambiamenti climatici quando per caso la mia attenzione cadde su un volantino un po’ stropicciato appoggiato su una panchina. Riportava a grandi lettere tre parole che in quel momento mi sembravano la cura perfetta contro il senso di frustrazione, sfiducia e impotenza nei confronti delle sfide che il nostro pianeta sta affrontando: Practical Sustainability e Shift. Le prime due “Practical Sustainability”, ovvero sostenibilità pratica, racchiudono tutto ciò che possiamo fare con le nostri mani ogni giorno per soddisfare i nostri bisogni senza compromettere le risorse disponibili alle generazioni future. Nonostante la parola “sostenibilità” fosse diventata molto comune negli ultimi decenni, la concepivo spesso come un concetto piuttosto astratto, difficilmente applicabile ad azioni pratiche e scelte quotidiane. Tuttavia, dentro di me sentivo che molti aspetti della mia vita non erano in sintonia né con la natura circostante né con la mia coscienza interiore. Distratta da impegni in apparenza prioritari e accecata da tecniche di manipolazione sociale, queste sensazioni rimanevano spesso nascoste e quando affioravano non sapevo come gestirle. Fu la terza parola che lessi su quel volantino ad aprire una breccia sul da farsi: “Shift”, che significa cambiare. Era giunto il momento di cambiare.DSC_0513.jpg

Venni così a conoscenza di un’impresa sociale no-profit chiamata Shift Bristol organizzatrice di un corso annuale in Practical Sustainability basato su soluzioni pratiche, creative e positive per contribuire a un futuro più sostenibile, resiliente e in equilibrio con gli ecosistemi che ci circondano.  Attraverso un percorso di educazione non-formale, laboratori, attività pratiche e lavoro di gruppo, Shift Bristol si propone di affrontare temi come ecologia profonda, energie rinnovabili, rigenerazione del suolo, economia circolare e transizione. Visite a realtà locali che mettono in pratica principi di permacultura e condivisione permettono di avvicinarsi a stili di vita in sintonia con la natura, a sperimentarsi in autoproduzione, bioedilizia, orticoltura, riutilizzo di materiali di scarto e ad esplorare la propria creatività. Mi innamorai immediatamente dell’idea, tutto sembrava risuonare, ma ci volle tempo per riuscire ad ascoltare la mia spinta interiore, mettere da parte l’esitazione nel lasciare un lavoro sicuro e lo scetticismo di alcuni nell’appoggiare una scelta che mi avrebbe portato a vivere in una delle città più care del Regno Unito con metà delle risorse finanziarie guadagnate fino a quel momento. Alla fine mi iscrissi al corso. Contro ogni aspettativa, già dopo poche settimane iniziai a risvegliarmi la mattina con un paio di occhi nuovi sul mondo, sulle mie responsabilità come consumatrice e come essere umano in connessione con tutto il resto della vita sul pianeta in qualsiasi forma. Iniziai a vedere come tutto sia collegato, a divorare i libri messi a disposizione dalla “biblioteca del cambiamento” e a confrontarmi con insegnanti esperti provenienti da background diversissimi ma che condividono con passione saperi ed esperienze.DSC_0723.jpg

Un ruolo unico ed essenziale in questo percorso appartiene alle persone con cui l’ho condiviso. Ventisei menti e ventisei cuori alla ricerca di qualcosa di più profondo, sotto la superficie delle cose, al di là di ciò che ci viene servito dai media. Avere la possibilità e soprattutto il tempo di osservare insieme le dinamiche di gruppo, risolvere conflitti, prendere decisioni consensuali, affrontare paure e riflettere sul cambiamento ha creato non solo grandi collaborazioni e amicizie vere ma anche la certezza di non essere soli in questo nostro percorso verso un futuro sostenibile. Indubbiamente ci furono anche momenti di sconforto e rabbia, nell’apprendere le conseguenze dell’uso di glifosato, gli effetti della vendita di semi della Monsanto in India, nel vedere foto di luoghi di natura incontaminata spazzati via per accedere alle sabbie bituminose da cui ricavare petrolio, nell’assistere al salvataggio di creature rimaste intrappolate in imballaggi di plastica etc. Ma qualsiasi percorso di cambiamento inizia anche scontrandosi con la realtà che ci disgusta e, fortunatamente, Shift Bristol seppe fornire supporto, strumenti e occasioni in cui trasformare la disperazione e l’apatia di fronte a travolgenti crisi sociali ed ecologiche, in azioni costruttive e collaborative. Ogni mese si attendevano con ansia le “gite fuori porta” che per un paio di giorni permettevano di immergersi in meravigliose realtà come quella della comunità di Brithdyr Mawr nel Galles occidentale, che si prende cura della terra lasciando la minima impronta possibile, come l’antico bosco accudito da Ben Law, l’ecovillaggio di Lammas e molti altri.

A primavera inoltrata per evitare la pioggia e per coronare la fine prossima del percorso, fu prevista la costruzione di una casetta di legno che in futuro avrebbe ospitato un asilo nel bosco, corsi di yoga e meditazione. Sembra incredibile come mesi di collaborazione, scambio, discussioni accese e apprendimento portarono un gruppo con una manciata di nozioni in bioedilizia a realizzare una struttura non solo solida e robusta ma anche bellissima. Sotto l’occhio attento ed esperto di tre guru dell’autocostruzione e della falegnameria potemmo mettere insieme i pezzi di un’esperienza che ha lasciato un segno. Considero questo corso come un prato fiorito, su cui io e gli altri, come api, abbiamo potuto trarre ispirazione come nettare e assaggiare approcci e soluzioni diverse unite da una visione comune di sostenibilità e benessere. Apprezzo infinitamente il fatto che ci siano state presentate le mille sfaccettature di ogni realtà, opinioni opposte, cause e conseguenze di ogni scelta senza la presunzione di giudicarle giuste o sbagliate. Ora, a un anno dalla fine del corso, mi ritrovo infinitamente più ricca di prima, di un bagaglio unico, di un’esperienza intensa, e posso confermare che – come suggerisce il nome Shift che a me inizialmente appariva molto ambizioso – dopo un percorso simile il cambiamento accade veramente. È inevitabile.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/06/come-un-anno-puo-cambiare-vita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Amka: dal seme alla sovranità alimentare in Guatemala

Contribuire al raggiungimento della sicurezza alimentare e della sostenibilità sociale, economica ed ambientale del Petén, una delle regioni più povere del Guatemala. Questo l’obiettivo del progetto di Amka Onlus. Tra le azioni in programma vi è la piantumazione di 15.000 alberi da frutto che permettono in tempi brevi di godere di un’alimentazione più variata e sana.

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Roni, il referente di Amka in Guatemala, con il logo di Creciendo Unidos

Creciendo Unidos è il progetto di Amka per garantire, attraverso la permacultura, la sicurezza alimentare, e la sostenibilità sociale, economica e ambientale del Petén, Guatemala. Ma al momento di partire, il finanziatore principale non ha potuto confermare l’immediato contributo economico alle attività, costringendo la Onlus a iniziare un crowdfunding. Ora la meta è di nuovo vicina, ma c’è bisogno di un altro piccolo sforzo.

CHI È AMKA

L’Associazione Amka nasce nel 2001 grazie all’iniziativa di un gruppo di italiani – tra i quali l’attuale Presidente Fabrizio Frinolli Puzzilli – rimasti colpiti dalle condizioni di vita di alcuni loro amici congolesi. In pochi anni l’ONG, con le sue attuali 30 persone sul campo e gli 11.500 beneficiari, è diventata un punto di riferimento nella cooperazione internazionale in Congo. Il metodo scelto da Amka (che in Swahili vuol dire “alzati” o “svegliati”) è quello di operare in maniera integrata sulle leve principali che possono determinare lo sviluppo armonico di una comunità, in particolare sull’istruzione, la salute e le attività produttive. I progetti sono legati tra loro in modo trasversale e le popolazioni locali non sono semplici beneficiarie, ma soggetti attivi che esprimono necessità ed elaborano, da protagoniste, le strategie per farvi fronte. Aspetto costitutivo di tale approccio è l’empowerment (in italiano “rendere capaci di”), che consiste nello stimolare e sostenere le capacità delle persone attraverso l’apprendimento, l’organizzazione e l’azione.

IL FRONTE GUATEMALA

Il successo ottenuto in Africa ha spinto nel 2009 Amka ad aprire un nuovo fronte d’intervento in America Centrale. La regione prescelta è stata il Petén, in Guatemala. Situato nel nord del Paese, il Petén – culla della cultura Maya – è la regione più grande e naturalisticamente più bella e ricca di biodiversità della Guatemala, ma anche la più povera, la più diseguale, con una forte presenza indigena e una situazione socio-economica che risente fortemente degli effetti della sanguinosa guerra civile fra la dittatura militare (e successivamente il governo filo-USA) da un lato, e la resistenza indios dall’altro. Una guerra che per 36 anni – fino agli accordi di pace del 1996 – ha sconvolto il piccolo stato centramericano causando il genocidio portato alla ribalta dall’attivista indigena per i diritti umani Rigoberta Menchú, premio Nobel per la Pace nel 1992. Nel Petén, l’83% dei bambini presenta forme di malnutrizione cronica, le famiglie vivono in condizioni di indigenza e senza elettricità, le disuguaglianze di classe e di genere sono molto diffuse, al punto che il numero di episodi di violenza sulle donne è il più alto del Paese.Valerio-e-i-campesinos

Valerio di Amka insieme ad alcuni campesinos del Petén

CRECIENDO UNIDOS

L’impegno di Amka in Guatemala in questi 9 anni di attività si è concretizzato in quattro filoni di intervento che hanno prodotto benefici effetti sull’alfabetizzazione, sulla sanità di base, sulla malnutrizione, sui rifornimenti di acqua potabili e sulle attività produttive. I quattro filoni sono l’educazione, l’empowerment delle donne, il turismo sostenibile e l’alimentazione. A quest’ultimo filone di intervento appartiene Creciendo Unidos – Dal seme alla sovranità alimentare, progetto che coinvolge 5 comunità indigene della regione del Petén: Nuevo Horizonte (dove verrà localizzata la sede operativa del progetto), Pato, Barrio, Juleque y Zapote. Sono comunità di ex-guerriglieri e indigeni Quechì, che vivono secondo i principi della condivisione e della solidarietà economica. Queste comunità oggi lottano ancora per diritti imprescindibili come quello alla terra, al cibo, all’educazione e alla salute. Il progetto prevede per il 2018 le seguenti 4 fasi di intervento: 1) Semina di 15.000 alberi da frutto, cosa che permetterà in breve di favorire un’alimentazione più sana e variegata. 2) Organizzazione di attività di formazione su tecniche di coltivazione sostenibili, in primo luogo la permacultura, per rafforzare le capacità locali. 3) Realizzazione di un vivaio agroforestale che assicuri autonomia alle comunità sul lungo periodo. 4) Acquisto di 3 ettari di terreni agricoli per aiutare i campesinos a combattere il sistema del latifondo, che li rende schiavi e li obbliga a sottostare alle logiche tipiche dell’agricoltura industriale: calo del reddito, impoverimento dei terreni, inquinamento delle falde acquifere e distruzione della biodiversità.

“Il nostro obiettivo è quello di contribuire al raggiungimento della sicurezza alimentare e della sostenibilità sociale, economica ed ambientale”, ci spiega Giorgia Della Valle, attivista romana di Amka che da settembre 2017 ha partecipato alla fase preparatoria del progetto e che ora dichiara: “Ho deciso di metterci la faccia, perché in primis ci ho messo il cuore”.i-fundraiser-volontari-e-lo-Studio-Controluz

Lo staff di Creciendo Unidos (Giorgia è la prima da sinistra)

L’EVENTO INATTESO E IL CUORE DEI VOLONTARI

E già, perché meno di due mesi fa, proprio quando era tutto pronto per la piantumazione di 15mila alberi da frutto nelle campagne del Petén, il principale finanziatore non ha potuto confermare il supporto economico al progetto. “Dopo tutto quel lavoro, lo sconforto è stato enorme”, continua Giorgia. “Non dimenticherò mai la determinazione di Valerio Frattura, il capo progetto, quando ha detto ‘Noi abbiamo dato la nostra parola in Guatemala e faremo tutto il necessario per mantenerla’. E così è stato. Giorgia e altri volontari hanno infatti deciso di rimboccarsi le maniche, metterci la faccia e far nascere una rete di solidarietà per evitare l’abbandono del progetto da parte di Amka. Una rete nata immediatamente e che dopo 40 giorni ha già dato diversi frutti: tre volontari della Onlus hanno realizzato un video promozionale; una talentuosa illustratrice, Susanna Doccioli, ha regalato il logo del progetto; lo staff di Amka si è attivato per ricercare finanziamenti sulla piattaforma di crowdfunding Gofundme. Infine, la stessa Giorgia, insieme al capoprogetto Valerio e agli altri volontari Simone, Sara e Federica, ha aperto una raccolta fondi personale su Facebook che in poche settimane ha già raggiunto i due terzi della cifra-obiettivo.

Il video promozionale dei volontari Amka

“Un altro piccolo sforzo e ce l’abbiamo fatta”, dichiara Giorgia. “Ora non resta che sperare che le persone non siano vinte dall’indifferenza”. E proprio per aiutare lei e gli altri cooperanti di Amka ad allargare il più possibile questa rete, Italia che cambia ha deciso di fare la sua parte, sostenendo il progetto attraverso i propri canali e invitando i suoi lettori ad attivarsi con una donazione anche minima. Perché, per dirla con la citazione di Eduardo Galeano scritta su una parete di una casa di Nuevo Horizonte, “molta gente piccola, facendo cose piccole, in piccoli luoghi, può cambiare il mondo”.frase-Galeano-a-Nuevo-Horizonte

La citazione di Galeano a Nuevo Horizonte

Per donare a Creciendo Unidos attraverso il crowdfunding clicca qui.
Per contribuire alla raccolta fondi di Giorgia Della Valle clicca qui.
Per collaborare ai progetti Amka Onlus clicca qui.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/amka-seme-sovranita-alimentare-guatemala/

PURO, permacultura e sostenibilità arrivano in città

A Roma, Gianni Marotta e Fabio Pinzi hanno inaugurato il secondo anno di attività di PURO con un incontro dedicato alla permacultura e alla medicina naturale e omeopatica, sottolineando alcuni concetti chiave per la sostenibilità urbana e presentando alcune attività previste per il 2018. Il Centro Studi e Pratiche sulla Sostenibilità urbana detto PURO (permacultura urbana Roma) inizia il suo secondo anno di attività. Il centro è nato per permettere a chi si interessa di sostenibilità e permacultura e a chi vuole creare relazioni di valore, di incontrarsi e creare sinergie.orto-per-anna

La permacultura racchiude tecniche di progettazione sistemiche basate sull’ecologia in cui l’uomo impara ad integrarsi e a gestire i flussi di materia, energia, capacità produttiva e soddisfazione personale agendo secondo natura e non contro, appunto integrando le proprie esigenze a quelle dell’ambiente di riferimento. Il Puro è ospitato al CIMI (centro di medicina integrata) che lo supporta e ne è anima fondante. Il CIMI, grazie al dott. Gianni Marotta, si occupa di salute, consapevolezza ed è un polo culturale a 360 gradi. Frequentatissimo il corso, per non professionisti, di medicina naturale e omeopatica che integra le conoscenze pratiche cliniche e specialistiche con quelle dei saperi tradizionali millenari o complementari già molto sperimentate. L’obiettivo è far crescere il pubblico nella gestione della propria salute attivando risorse personali per un benessere complessivo. Mercoledì 10 Gennaio, in una serata aperta al pubblico, Gianni Marotta ha evidenziato come ogni organismo umano sia strettamente collegato al modo di produrre il proprio cibo, alla consapevolezza che si acquisisce del luogo in cui vive, dei propri scarti e della capacità di presenza mentale in una data situazione. Essere custodi della propria salute non può prescindere dall’essere custodi del posto in cui si vive.Ciò che accomuna percorsi personali di crescita in consapevolezza e la permacultura è proprio l’etica su cui poggia un sistema riprogettante sostenibile. P_20170120_170738_1_p

Fabio Pinzi, agronomo dell’Accademia Italiana di Permacultura, durante la serata, ha rimarcato la necessità urgente di riprendersi la delega totale all’industria che, dal dopoguerra in poi, ha creato un distacco pericoloso della popolazione dalle scelte e dal controllo della propria produzione di cibo. Il 2% della popolazione mondiale coltiva per il restante 98% con pesanti perdite in termini di biodiversità, fertilità del suolo, qualità e gusto del cibo e gestione finanziaria del costo dei prodotti a tutto vantaggio dell’industria agrochimica e non dell’agricoltura. Il CIMI, il Puro e tutte le persone che condividono esperienze, competenze e voglia di creare, a Roma, una comunità resiliente, sono riusciti in quest’anno ad aggregare già molte persone e realtà del territorio. Ci si incontra, si sperimenta e si cresce insieme. Anche quest’anno sta partendo il corso base (PDC di 72 ore) di permacultura. In tutto 5 weekend, 2 al mese più vari altri weekend di approfondimento. Imparare a riprogettare la propria vita acquisendo strumenti concreti per un approccio sistemico alla complessità del reale sono il fondamento per creare o connettere realtà rigenerative del terreno, della comunità e di se stessi.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/puro-permacultura-e-sostenibilita-arrivano-in-citta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Fabio Pinzi: cambiare vita attraverso la permacultura

Secondo Fabio Pinzi, la società in cui viviamo ci ha fatto perdere la capacità di progettare il nostro futuro. Proprio per questo la permacultura, che si occupa di progettazione sistemica, è lo strumento ideale per chi vuole cambiare la propria vita rendendola più sostenibile, equilibrata e felice. Fabio Pinzi è un nome di riferimento per la permacultura italiana. E – come lui stesso ricorda – permacultura equivale a cambiamento, significa riprogettare la propria vita per renderla più sostenibile, più equilibrata e anche più felice. Fabio è anche uno dei docenti del prossimo appuntamento del corso “Dalla teoria alla pratica” che si terrà a Roma a inizio dicembre (clicca qui per scoprire le altre sedi e le altre date). Ne abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande sul messaggio che trasmetterà ai partecipanti e su come questo messaggio potrà produrre dei cambiamenti reali e tangibili.

Quali saranno i concetti di cui si parlerà nel corso e in che modo serviranno a produrre un cambiamento nella vita dei partecipanti?

I concetti base che tratterò sono tutti racchiusi nella definizione – o nelle definizioni – di permacultura. La cosa che faccio normalmente è attualizzare e ridare vita a ogni parola e vedere se quello che attualmente percepiamo corrisponde o meno al valore effettivo. Questo serve ed è uno stimolo per riposizionarsi nel proprio mondo che diventerà poi il punto di partenza per iniziare a cambiare. “Metodo di progettazione per la creazione e gestione di società umane sostenibili” e “buon senso applicato” sono due delle tante definizioni che io ho scelto e che utilizzo per lo scopo prefissato. Logicamente si apre un mondo! Partiamo ad esempio dalla parola sostenibile: cosa intendiamo? Quali sono le interpretazioni dei più? Quale la definizione adottata nella permacultura, ma anche in molti testi? Dobbiamo verificare se quello che ci viene propinato corrisponde al vero, salvo poi scoprire che è una delle parole più usate dalla pubblicità, spesso in maniera fuorviante. Ridare valore, riappropriarsi della capacità di progettare, serve a farci capire dove siamo e cosa fare per attuare il nostro cambiamento.

Quali sono a tuo avviso gli ostacoli principali che chi vuole cambiare vita deve superare, sia dal punto di vista pratico che da quello mentale?

Gli ostacoli principali sono legati alla percezione errata o meglio bizzarra della realtà. Come diceva Enzo Tiezzi in “La bellezza e la scienza”, conosciamo il costo di tutto e il valore di niente. La realtà che ci circonda è figlia di proiezioni di mercato ed è molto distante dalle aspettative reali e umane delle persone. Ma la cosa peggiore è che è molto semplice e soddisfacente, se hai uno stipendio commisurato. Tutto il resto richiede tempo, fatica, pensiero. Paradossalmente è un sistema conservativo, ma al ribasso. Quindi gli ostacoli nascono ogniqualvolta si cerca di avere la propria visione. E noi per primi, ma anche chi ci circonda, ci diamo la famosa giustificazione – “ma tutti fan così!” – e quel “così” è semplice da realizzare, ma rende complicato il resto.pinziedu2

Pensare altrimenti, realizzare piccole grandi cose diverse e progettarle creerà tensione e stress, ma proprio per questo quando ci si affranca tutto diventa speciale. Drogati dal denaro abbiamo perso la memoria storica evolutiva e avendo paura di progettare il nostro futuro ci siamo buttati a consumare il presente. Forse storicamente non è neanche originale tutto questo, ma essendo tanti come non mai e avendo a disposizione un quantitativo mai visto di energia stiamo riuscendo nell’impresa di incidere fortemente sull’ambiente e sulle menti. La permacultura è ascolto, ricentramento e progettazione; forse l’opposto di quello che stiamo vivendo come masse, ma proprio per questo affascinante. I suoi principi etici sono la forza quelli di progettazione gli
strumenti.

Pensi che il territorio di Roma sia un buon posto per mettere in pratica un percorso di cambiamento?

Roma e il suo territorio sono un ottimo posto dove cominciare e portare avanti la permacultura e di conseguenza il cambiamento. Come direbbe l’amico Daniel Tarozzi, “le persone sono molto più belle di quello che si raccontano”. Così, Roma è molto più bella di come viene raccontata. Il suo clima favorevole, l’energia che si respira e l’umanità sono punti di forza oggi come un tempo per progettare e realizzare una nuova società sostenibile. Sono condizioni fantastiche ma non facilmente ritrovabili in molti posti.

Che ruolo rivestono in questo percorso gli esempi di chi l’ha già fatto? Ce ne puoi citare qualcuno?

Ho amici romani che hanno cominciato a praticare e sperimentare la permacultura – e di conseguenza – il cambiamento diversi anni fa, partendo dall’idea di fare la dovuta esperienza per poi scappare nel paradiso tanto sognato ma lontano dalla città eterna. Hanno studiato, sperimentato, progettato e cambiato anche i loro rapporti sociali con questo obiettivo e alla fine hanno scoperto che anche dentro Roma era possibile ricavarsi il proprio piccolo grande bel mondo. Quello che è rivoluzionario è il modello: Mollison diceva che “i permacultori costruiscono piccole cose, ma la loro somma è gigantesca e rivoluzionaria”.pinziedu1

Penso al mio amico Gianni Marotta, che addirittura si era comprato un podere in Toscana per soddisfare la sua “fame” di cibo e di rapporti sani, oltre che un ambiente e una casa salutare. Fantasticamente dopo anni di pratica non solo si è liberato del podere, ma ha rilanciato il proprio progetto di vita su Roma creando PURO, un centro urbano di Permacultura romano che sta diventando un centro di aggregazione, di progettazione e di applicazione dei principi di Permacultura. La palazzina che ha messo a disposizione dei permacultori che stanno compiendo un percorso di crescita e di cambiamento è diventata un laboratorio aperto per dare forma ai sogni e ai progetti dei partecipanti, une specie di palestra che cura il corpo e la mente e produce risultati visibili. Inoltre è un luogo-no-logo dove la gente si incontra per il piacere di farlo a prescindere da tutto il resto. Dopo un anno i risultati sono fantastici: ognuno ha voglia di riprogettarsi e sa che non è da solo e se vuole – e spesso lo vuole – ha amici pronti a supportarlo senza altri fini.  Tutti coloro che cominciano a riprogettarsi si incamminano nel percorso di cambiamento e ognuno ci mette il suo tempo e la propria energia, ma in questo viaggio ogni giorno ci si arricchisce. Non solo potenzialità, ma azioni concrete e crescita di singoli e di gruppo. Sapendo quello che ci circonda non è poca cosa. Se questo articolo vi ha incuriosito e anche voi volete avvicinarvi alla permacultura per cambiare la vostra vita seguendo le indicazioni di Fabio Pinzi, cliccate qui!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/fabio-pinzi-cambiare-vita-permacultura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vuoi ritrovare te stesso? Coltiva un orto

Una società che sta perdendo i valori, ogni senso della vita e di cosa sia veramente importante, molto più dei soldi, ha prodotto una moltitudine di persone con vari problemi, insicurezze e immaturità. Come uscirne? Potrebbe bastare un orto! Veramente.9665-10440.jpg

Ci sono troppe persone disadattate, che non sanno più quale sia lo scopo della propria esistenza e perché fanno quello che fanno. Non hanno più tempo, compresse fra le mille richieste e urgenze della società del consumismo che immette nella testa delle persone bisogni indotti e false necessità che hanno come unico obiettivo rimpinguare le tasche di chi gli vende qualcosa e farle girare incessantemente nella ruota da criceti. Fino poi ad arrivare alla vecchiaia, guardarsi indietro e non vedere nulla se non un affannarsi a essere come la società voleva che fossero ma non come loro volevano essere. O addirittura non essere nemmeno arrivati a pensare a come volevano essere, troppo presi a correre una gara in cui si sono messi spinti dalla famiglia, dalle convenzioni sociali, dalla paura di essere diversi da come la società vuole. Una gara che alla fine non ha portato da nessuna parte. In questo smarrimento e disagio,  tranne che per gravi patologie, shock o traumi pesanti subiti, in cui servono davvero terapie speciali, i problemi delle persone sono facilmente riconducibili a due elementi essenziali: la perdita della comunità e quindi di un ruolo definito e riconosciuto all’interno di essa e la perdita del contatto con la natura.  Chi propone corsi e ricette di tutti tipi, è ovviamente propenso a complicare le cose a fare pensare che i disagi e le difficoltà derivino da chissà quali problemi irrisolti, dinamiche familiari, subconscio e mille altri risvolti ma basta vedere come si sentono meglio le persone anche solo quando sono più vicine alla natura o quando fanno qualcosa di costruttivo, bello e utile con gli altri, per capire che le soluzioni sarebbero semplici, se solo si volessero adottare. Questi corsi o soluzioni difatti non propongono quasi mai dei cambiamenti di vita ma puntano spesso alle dinamiche interiori e all’acquietamento tramite tecniche e discipline varie. Che la prima rivoluzione sia quella interiore è vero ma bisogna poi anche passare all’azione, si può rimanere infatti anni e decenni dentro un ufficio illuminato di luce artificiale, in una città impazzita, facendo una vita di stress pensando che il cambiamento deve essere interiore senza mai prendere decisioni veramente risolutive per la propria situazione. Un rinnovato rapporto con la natura e con gli altri, non filtrato da mille dispositivi elettronici ma diretto, sincero e aperto, può fare miracoli e soprattutto fare risparmiare molti soldi e paranoie. E per riappropriarsi di se stessi senza spendere tanti soldi o seguire questo o quell’imbonitore, si può iniziare da un semplice e poco costoso orto. Ormai orti collettivi, cittadini, terre abbandonate, terre in prestito, terre in affitto, ce ne sono ovunque  e anche un piccolo giardino si presta ottimamente. Informatevi sulle tecniche di orticoltura biologica, sperimentatene anche di diverse, ce ne sono tante. Iniziate a piantare e mettere le mani nella terra, vedrete che se lo fate con impegno, passione e un minimo di studio, ai primi raccolti verificherete quanto può essere di aiuto e positivo fare una attività del genere, che non è solo gratis ma che ci fa anche guadagnare qualcosa dato che se ce lo coltiviamo non dobbiamo comprarlo. E non credete a chi vi dice che l’orto vuole l’uomo morto o che ci dobbiate passare dieci ore al giorno. Con le varie tecniche di permacultura, agricoltura biologica, orti sinergici, agricoltura organica, bioattiva e chi più ne ha, ne metta, se non si tratta di grandi appezzamenti, bastano anche una o due ore al giorno per avere buoni risultati e la soddisfazione di coltivarsi una parte del cibo con le proprie mani. Vedere crescere e mangiare quello che si pianta è una soddisfazione unica, indescrivibile, che riconnette con se stessi e le basi dell’esistenza. Non servono parole, non servono terapie, basta solo sentire, osservare, avere accortezza, attenzione, un po’ pazienza e i risultati sono eccezionali sia per il palato, che per la mente. Piantate alberi a vedeteli crescere e dare frutti e fatelo con i vostri figli, è una ricchezza e soddisfazione impagabile.

Fonte: ilcambiamento.it

Nasce la Scuola diffusa della Terra

Fornire conoscenze e competenze pratiche nel settore dell’agricoltura ecologica offrendo nuove possibilità d’impiego. Nasce con questo obiettivo la Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni, un programma di formazione proposto dall’associazione Terra! e rivolto ai giovani in cerca di occupazione. L’associazione Terra!, nata nel 2008 e impegnata nella difesa del territorio, ha deciso di proporre un progetto di formazione ecologica rivolto a giovani aspiranti agricoltori. La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni intende mettere in connessione le piccole realtà agro-ecologiche offrendo una risposta concreta ai tanti giovani che in questi anni chiedono un aiuto per avvicinarsi all’agricoltura e, allo stesso tempo, vuole sostenere un modello agricolo ecologico, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità. Per saperne di più abbiamo intervistato Daniel Monetti, biologo ambientalista, responsabile di questo percorso formativo.DSC00728.jpg

Parlaci della vostra associazione e del perché avete deciso di fondare la Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni
Terra! è un’associazione ambientalista che mette in rete tante realtà che vogliono contribuire a un reale cambiamento attraverso metodiche radicali, nel senso positivo del termine, dopo aver preso le distanze dall’attuale modello di sviluppo e proponendo soluzioni alternative che risolvano realmente i problemi di natura ambientale e sociale. Quindi portiamo avanti sia progetti con altre associazioni, che campagne che mirano ad andare al nocciolo dei problemi fornendo determinate soluzioni. All’interno dell’associazione è particolarmente forte il campo dell’agricoltura e abbiamo tutta una serie di progetti, tra cui quello della Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni, un progetto finanziato da una fondazione privata (Nando and Elsa Peretti Foundation) che tiene conto di due filoni essenziali: la sostenibilità ambientale in campo agricolo promuovendo l’agroecologia, quindi agricoltura ecologica che prevede un approccio sistemico più complesso della semplice agricoltura biologica, mettendo in atto soluzioni radicali anche da un punto di vista delle filiere, delle vendite, dell’approccio culturale. Dall’altra, ovviamente nel suo piccolo, poiché trattasi di un’associazione ambientalista, no-profit, cerca di dare un esempio per quelle che possono essere le possibilità d’impiego per i giovani. Questo avviene attraverso delle borse lavoro per il tirocinio all’interno di aziende da noi conosciute già da tempo, ognuna con la sua peculiarità, ma che ha adottato soluzioni di coltivazione o d’allevamento in qualche modo radicalmente differenti rispetto a quelli che sono i modelli attuali e quindi anche da questo punto di vista è sembrato giusto averle come partner del progetto. Quindi siamo andati a coniugare l’agricoltura ecologica per cercare di ovviare al problema dell’impoverimento dei terreni, del drastico cambiamento dei paesaggi e della perdita di biodiversità con un problema di carattere sociale: oggi in Italia c’è un’alta disoccupazione giovanile, perciò ci sembrava giusto unire l’aspetto sociale con l’aspetto ambientale e coniugarli per trovare una soluzione. Chiaramente si tratta di numeri piccoli, ma ci piacerebbe che in futuro questa scuola possa servire da esempio di cui tenere conto e che possa essere d’aiuto per tante/i che hanno deciso di intraprendere un cammino alternativo ma non trovano una soluzione praticabile. Per dare valore scientifico alla Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni ci siamo dotati di un comitato scientifico che si avvale di docenti universitari e specialisti di vari settori dell’ecologia, ambientalisti e rappresentanti delle aziende agricole, che possa fungere da riferimento costante all’interno del progetto e che aiuti a portare avanti quella che è la nostra visione dell’agricoltura del futuro, con un approccio scientifico rigoroso, ma aperto alla sperimentazione, in quanto siamo coscienti del fatto che la scienza non sia una materia finita, ma in continua evoluzione.

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Ecologia, agricoltura di qualità e resilienza. Sono dei concetti chiave per voi, ci puoi spiegare perché?
Per cominciare la nostra scuola è stata intitolata ad Emilio Sereni (1907-1977) perché non è stato solo Ministro della Repubblica italiana, ma anche un personaggio di grande ispirazione a quel tempo, nel dopoguerra, per quella che era la visione dell’agricoltura del domani. Nel dopoguerra si operava la ricostruzione ed Emilio Sereni fu una delle prime persone a porsi il problema della conservazione del paesaggio rurale e ad esprimere il concetto che la terra è di chi la lavora e non di chi la gestisce. Nell’idea di Sereni, l’agricoltura moderna si sarebbe dovuta basare su piccole realtà, libere e volontariamente associate e lo spirito dell’agricoltura ecologica di nuova generazione affonda le sue radici proprio in questo modello, con aziende orientate alla riduzione dell’impronta ecologica, per ristabilire un equilibrio tra attività umane e risorse naturali. Per questo ci sembrava che intitolare questa scuola a Emilio Sereni non volesse dire sostanzialmente ritornare al passato, ma guardare verso il futuro. L’agricoltura di qualità infatti è un’agricoltura che prevede un nuovo approccio a tutto tondo che parte da una consapevolezza delle criticità legate all’attuale modello di sviluppo fornendo una serie di soluzioni a determinati problemi. Ad esempio ai cambiamenti climatici che anche quest’anno hanno provocato fortissime siccità in Italia. Questo tipo di agricoltura ecologica prevede ad esempio una gestione consapevole dell’acqua anche attraverso metodi di riciclo. Per far questo nel nostro progetto non portiamo soltanto avanti un’agricoltura di tipo biologico, ma anche un tipo di agricoltura biodinamica sinergica, che mette in sinergia varie specie vegetali e anche animali e quindi prevede una conoscenza del mondo agricolo non settorailizzata, un’agricoltura che guardi alle problematiche ambientali e sociali. Anche la permacultura è al centro dello scambio di saperi delle realtà coinvolte, infatti all’interno del progetto della Scuola Diffusa della Terra è presente anche una parte fondamentale di scambio di saperi tradizionali e non, per poter migliorare le aziende agricole che fanno parte del progetto. Oggi parlare di agricoltura di qualità e di resilienza può sembrare scontato, ma nei fatti non lo è per nulla. Partire da un approccio critico verso il proprio stile di vita non è affatto scontato. Per noi però ecologia, resilienza e agricoltura sono un trittico che può essere elemento di ripensamento e di critica costruttiva dello stile di vita attuale.  Nell’agricoltura tradizionale ci sono tanti sprechi e l’ecologia può diventare un concetto assai fumoso e abbastanza ampio, che però applicato alla vita di tutti i giorni riveste un ruolo fondamentale: dobbiamo ricordarci in ogni momento che il nostro pianeta ha risorse finite e dobbiamo trattarlo con rispetto. Con resilienza noi intendiamo una critica dell’attuale modello di sviluppo che prevede una serie infinita di sprechi e un totale disinteresse verso le risorse finite in cui anche l’autoproduzione è un concetto estraneo. Anche l’approccio dei coordinatori del progetto della Scuola Diffusa della Terra tiene in considerazione la possibilità del telelavoro in modo da evitare il più possibile spostamenti con mezzi inquinanti. L’idea di scuola diffusa ha un significato sia in campo agricolo che in altri ambiti, in particolare noi intendiamo una metodologia formativa che sia replicabile non solo da noi ma anche da altri e che possa appunto avvenire dovunque ci sia una maggiore consapevolezza sulle risorse limitate di questo pianeta.292

Come si accede ai vostri corsi e in cosa consistono?

Per accedere ai nostri corsi è necessario avereda alcuni requisiti base, come avere meno di 40 anni ed essere disoccupati o inoccupati, persone intraprendenti, tendenti all’innovazione e sensibili a tematiche ambientali o persone che in passato abbiano svolto attività di volontariato in associazioni ambientaliste; diamo modo di partecipare anche a coloro che vogliono cambiare totalmente vita, anche se poi durante il processo pre-selettivo si terrà conto di chi ha già avuto una formazione in campo agrario. Nel 2018 ci saranno 2 corsi, nel 2019 altri 2 e nel 2020 l’ultimo, per un totale di 4 anni e di 6 corsi di formazione in tutto. Attualmente stiamo definendo il secondo ciclo: il bando probabilmente uscirà a Novembre, la pre-selezione verrà fatta a dicembre, la comunicazione agli alunni prescelti a gennaio e poi i corsi inizieranno a marzo 2018. Comunque tutte le informazioni verranno messe sul sito. I nostri corsi prevedono 15 giorni di formazione teorica e altri 15 giorni di formazione pratica. Un mese in totale di formazione quindi in cui i giovani e le giovani saranno chiamati/e non solo ad apprendere le nozioni specifiche all’interno del concetto Scuola Diffusa della Terra, ma anche a metterle in pratica. Una peculiarità di questo progetto è anche che oggigiorno non si hanno tante possibilità di partecipare a tirocini pratici e per questo noi desideriamo dare un’opportunità ai/alle giovani anche in questo modo. Quindi un giovane avrà non solo l’opportunità di apprendere, ma anche di capire praticamente cosa vuol dire lavorare in un’azienda agricola. Dopo questa prima fase iniziale, attraverso un processo selettivo sceglieremo un tirocinante per ogni azienda che presterà la sua opera per sei mesi e porterà avanti il tirocinio con il tutoring da parte della scuola e pagato con una borsa lavoro, per dare ovviamente anche un incentivo economico al giovane che presterà servizio all’interno dell’azienda.

Dove si svolgerà il tirocinio degli studenti?

Con questo progetto di Scuola Diffusa abbiamo cominciato quest’anno, il primo ciclo di formazione è già terminato e attualmente ci sono tre tirocinanti che stanno svolgendo la loro opera all’interno di tre aziende una sul Monte Amiata in Toscana che si chiama il Felcetone, un’azienda che mira al recupero delle specie animali autoctone in via d’estinzione, nello specifico si stanno occupando del Suino nero macchiaiolo maremmana (una specie toscana che è stata recuperata nei boschi della zona), l’antico cavallo maremmano che rispetto al maremmano attuale è una specie maggiormente adatta al lavoro e quindi più robusta, la Capra di Montecristo, anch’essa una specie in via d’estinzione e presto arriveranno anche le Pecore Sopravissane, originarie dell’Appennino Centrale e anch’esse in via d’estinzione. L’altra azienda, La Tabacca, si trova invece nelle campagne sopra Genova-Voltri, si occupa di agricoltura sinergica, di permacultura e recupero di risorse di vario tipo, anche perché il territorio ligure è parecchio difficile. In particolare si occupa di progettazione ecologica basandosi sui principi della permacultura per attivare sistemi quali il recupero dell’acqua e la fitodepurazione, l’utilizzo delle risorse locali e le conoscenze tradizionali per la ristrutturazione della struttura aziendale e la sperimentazione di tecniche innovative. Nel Lazio poi lavoriamo con la Cooperativa Co.r.ag.gio, che si trova a Roma sulla Via Cassia, all’interno del Parco di Veio. Si tratta di una cooperativa di giovani agricoltori che si è avvalsa di un bando del comune di Roma per l’affidamento di terre pubbliche in stato di abbandono e attualmente è un’azienda multifunzionale che opera sia in campo agricolo che in campo socio-culturale attraverso una serie di iniziative. Nei 22 ettari si predilige la coltura di specie vegetali che necessitano di scarsa o scarsissima acqua. Nella scuola infatti vige anche la regola di promuovere le peculiarità del territorio, la preservazione del paesaggio, la salvaguardia dei semi rurali autoctoni.20150524_151257

Altri progetti rilevanti dell’associazione?

Siamo anche presenti a Lampedusa, dove stiamo realizzando un progetto di giardini e orti comunitari di alto valore sociale e ambientale, sperimentando alcune forme di massimizzazione della resa del raccolto anche per mezzo di cupole geodetiche. Il progetto viene realizzato dalla comunità locale dei lampedusani e coordinato da Terra!. si creano orti sociali in aree pubbliche inutilizzate, nel rispetto della biodiversità e del recupero delle risorse. L’orto comunitario in sè è un forte elemento aggregante per la popolazione, crea identità. Attraverso il coinvolgimento e  l’impegno di utenti diversamente abili del Centro Diurno di Lampedusa si cerca di eliminare le barriere apparenti e di creare comunità attorno a certi luoghi. Senza dubbio è un attività che crea valore,  soprattutto in termini sociali. Poi Lampedusa dal punto di vista ecologico deve tener conto del problema della scarsità dell’acqua, della perdita di specie autoctone e quindi si sta cercando di recuperare un dialogo anche con gli anziani contadini del luogo affinché affinché poi ci sia non solo la trasmissione di vecchi saperi tradizionali, ma anche la raccolta ed una conpreservazione di quelle sementi antiche che nel corso dei secoli si sono adattate a condizioni climatiche estreme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/nasce-scuola-diffusa-della-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Jamadda, l’ecovillaggio in Giamaica nato dal sogno di un’italiana

Capitata per caso in un paesino sulla costa giamaicana, Ramona vi ha fondato un ecovillaggio in permacultura nel quale visitatori e comunità locale si scambiano esperienze e know-how. Dopo tre anni di iniziative per preservare la cultura locale dal colonialismo economico, Jamadda è diventato una delle più rilevanti avanguardie del cambiamento di tutta l’isola, al punto che è stato scelto dall’ONU per rappresentare la Giamaica alla prossima Conferenza Mondiale del Turismo Sostenibile.

GLI INVERNI AL CALDO

In seguito alla crisi economica del 2008, che aveva causato la riduzione del suo impegno come formatrice e consulente aziendale in Italia, Ramona Bavassano – ligure di nascita e salernitana di adozione – inizia a dedicare i suoi inverni al volontariato in giro per il mondo, supportando progetti etici e rientrando in Italia solo con l’inizio della primavera. Dopo anni di impegno per il Corporate Social Forum in Brasile, per gli zapatisti in Messico, per le donne imprenditrici in India, per un progetto di permacultura in Thailandia e per il SAELAO project in Laos, nel 2012 decide di concedersi una vacanza pura, ossia un viaggio senza scopi ulteriori. Ma il suo incontenibile spirito d’iniziativa avrebbe finito per avere la meglio anche stavolta. È il novembre 2012 e Ramona si trova in Honduras in attesa di attraversare il Mar dei Caraibi in barca a vela. Il giorno prima della partenza, il proprietario della barca che avrebbe dovuto portarla in Colombia tramite il couchsailing viene abbandonato da sua moglie e decide di rinunciare al viaggio. Non avendo altre possibilità di raggiungere la sua meta da lì, Ramona cambia i suoi piani e approfitta dell’unica barca in partenza in quei giorni da quel porto, destinazione Giamaica.

IL PRIMO STEP: WELCOMING VIBES

Arrivata in Giamaica, accetta su couchsurfing l’offerta di ospitalità di Paul, un pescatore di Treasure Beach – sulla costa sud dell’isola – che vorrebbe arrotondare le sue entrate affittando parte della sua casa ai turisti. Appena Ramona lo raggiunge, si rende subito conto delle grandi potenzialità di quel luogo. Decide quindi di affrontare apertamente lo scetticismo dei giamaicani nei confronti delle donne alle prese col lavoro fisico: “se trasformo la tua casa in una guest-house, facciamo diventare il tuo rudere abusivo sulla collina un centro eco-turistico?” Dopo due settimane di ritinteggiature, decorazioni, rifiniture e ammodernamenti in totale autocostruzione (di cui Ramona è un’esperta fin da quando ha ristrutturato un casale in provincia di Salerno facendolo diventare la sua base per 15 anni), la casa nel villaggio è pronta per accogliere i primi tedeschi in visita e lo stupefatto Paul a riconoscerla come socia.

L’inverno successivo Ramona torna in Giamaica determinata a investire parte dei suoi risparmi e sfidare ancora la cultura maschilista del posto. Si diverte quindi a gareggiare con i muratori – che nel frattempo stanno ristrutturando il rudere in collina – nell’uso della motosega e nell’intonacatura. Così, tanto “per dare un’immagine delle donne diversa da quella cui sono abituati”. Poi realizza il primo laboratorio di falegnameria al femminile dell’isola, scambiando la formazione professionale alle donne del villaggio con i mobili da loro stesse realizzati per arredare la casa ormai pronta. Infine, inizia a organizzare cene sociali, corsi di cucina e altri eventi culturali che in breve tempo consacrano quella dimora in collina come il luogo più vivo di Treasure Beach. Nasce così Welcoming Vibes.20160302_103643

JOHN IL RASTA

Man mano che passa il tempo, però, Ramona si rende conto di quanto l’immagine di europea venuta a svernare e a far business nel terzo mondo le stia stretta. E così, fomentata dalla constatazione che, come tutte le colonie economiche statunitensi, la Giamaica abbia perso quasi tutta la sua capacità produttiva per ricorrere all’importazione di qualsiasi tipo di merce, inclusi prodotti alimentari freschi che potrebbero essere coltivati in loco, decide di guardarsi intorno alla ricerca di energie nuove e di progetti con un impatto sociale e ambientale più forte. Ormai diventata celebre nel villaggio, un giorno riceve l’invito a pranzo di John, un architetto collezionista d’antichità laureatosi a New York e tornato poi nel suo paese natio per diventare una sorta di maestro spirituale della cultura rasta. John vive in una zona piuttosto isolata e sta creando nel suo terreno pietroso una piccola riserva botanica con specie vegetali autoctone e una mini-galleria d’arte sulla storia della Giamaica. Incuriosita, Ramona accetta di recarsi a quello che, a tutt’oggi, resta il pranzo più lungo della sua vita. Uscirà da casa di John, difatti, solo 48 ore dopo. Con due novità: un nuovo partner e il sogno di un ecovillaggio nel luogo più bello di Treasure Beach.

IL PROGETTO DI ECOVILLAGGIO

Secondo la migliore tradizione rasta, John è un uomo abituato a misurare il tempo in numeri di boccate a uno spinello d’erba, pratica che – com’è noto – tende però a dilatarlo oltremisura. Tuttavia pare che, alla proposta di Ramona di far sorgere in quel luogo un parco dedicato alla permacultura e al recupero delle tradizioni produttive locali aperto ai visitatori da tutto il mondo, John non abbia avuto bisogno di più di due o tre boccate e di altrettante domande. Tornata alla base, negozia un accordo con Paul. Appena lei avrà formato due ragazze del posto a sostituirla nel lavoro di accoglienza turistica, lui le intesterà un terreno agricolo come buonuscita per il lavoro su Welcoming Vibes. Qualche settimana dopo, Ramona si trasferisce nella casa in cui John vive col più giovane dei suoi cinque figli, pronta per iniziare la sua nuova avventura. Un’avventura tutt’altro che semplice, considerato che la strada per arrivare al terreno di John è praticamente inesistente e realizzarla richiederebbe uno sforzo economico improponibile. In pieno spirito di progettazione permaculturale, Ramona ha però l’idea di trasformare quella minaccia in opportunità. Inizia a decorare il sentiero di piccole farfalle colorate di legno (riciclato dai materiali di scarto per la realizzazione del salone per le attività) e pianta fiori in grado di attrarre le bellissime farfalle endemiche di quel luogo. Quel percorso è ora il “Sentiero delle farfalle”, trekking artistico obbligatorio per chi visita l’ecovillaggio.IMG_0032.jpg

JAMADDA PERMACULTURAL PARK

Tre anni dopo, nonostante il terreno pietroso, la mancanza dei più elementari materiali per l’edilizia, il clima secco e le piogge tutte concentrate in poche settimane l’anno, il Jamadda Permcultural Park è una realtà. Oltre al sentiero di accesso, Ramona e John – con l’aiuto dei volontari che sono passati da lì e il lavoro di manovali locali formati così alla bioedilizia – hanno rimodernato con le loro mani la galleria d’arte e il cottage già esistenti, adeguato la “villa” per l’accoglienza degli ospiti, allestito una sala attività e un laboratorio di artigianato, avviato un sistema di raccolta dell’acqua piovana sui tetti (in un paese in cui perfino le grondaie sono un lusso per pochi) e realizzato le prime aiuole in permacultura a scopo didattico. Dulcis in fundo, hanno creato un sentiero ad hoc per il birdwatching completo di rifugi per volatili, lungo il quale vengono a soggiornare il Doctor Bird – il colibrì con la coda lunga simbolo della Giamaica – e altri uccelli multicolore. Ma non è finita qui. Dal prossimo novembre, il ritorno di Ramona in Giamaica coinciderà con la semina di una piantagione di moringa, pianta tropicale edibile dalle innumerevoli proprietà, la promozione di un Presidio Slow Food per preservare le piante di pimento e ackee dalla sparizione e l’attivazione di una banca dei semi per proteggere la biodiversità e ovviare alla carenza di semi autoctoni. La stragrande maggioranza dei prodotti agricoli consumati in loco, infatti, è importata dagli USA e la residua produzione proviene da semi OGM sterili che costringono i pochi contadini rimasti a costi di produzione elevatissimi (un fascio di lattuga arriva a costare come da noi il formaggio) per coltivare specie che non hanno nulla a che vedere con le tradizioni locali.the-amazing-jamadda-team

Il team di Jamadda


GUERRIGLIA CULTURALE

A questo proposito, Ramona non usa mezzi termini. Lei ha già dichiarato guerra all’imbarbarimento culturale dell’isola. Poiché le ragazze del luogo non possono andare in spiaggia senza essere considerate facili, ogni anno organizza un laboratorio di costruzione di lettini da sole, permettendo alle partecipanti di accedere alla spiaggia per ragioni “lecite”. Per non parlare della raccolta di documentari per far partire l’unico cinema di tutta la Giamaica che ha lo scopo di sensibilizzare alla possibilità del cambiamento; del mercatino per artisti e artigiani della provincia; dei laboratori per l’autoproduzione di sciroppi, frutta essiccata, erbe e aromi, che lancerà il prossimo inverno con lo scopo di favorire la nascita di microimprese in grado di sostituire con leccornie locali i costosi prodotti industriali importati. Per continuare a promuovere e ispirare il cambiamento, fondamentali sono anche le partnership che Ramona e John stanno innescando. Insieme con altre tre fattorie biologiche da poco sorte ai quattro lati dell’isola – anch’esse su iniziativa di forestieri che hanno cambiato vita e di giamaicani di ritorno – Jamadda ha infatti promosso la nascita di una rete degli agricoltori naturali giamaicani che avrà il compito di promuovere la permacultura in tutto il Paese. È inoltre in dirittura d’arrivo l’accordo per l’attivazione, presso l’ecovillaggio, di un campo annuale della nota Rumundu Summer school per innovatori sociali.20160306_140759

IL RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE

Insomma, c’è ancora molta strada da fare, spesso in salita, ma il lavoro compiuto sta già portando diversi frutti. Il progetto inizia a essere non soltanto conosciuto, ma anche riconosciuto come modello replicabile in altre zone del Paese e, più in generale, del terzo mondo. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che Ramona Bavassano rappresenterà la Giamaica alla prossima Conferenza Mondiale del Turismo Sostenibile (UNWTO Conference), che si svolgerà dal 27 al 29 novembre 2017 a Montego Bay. La candidatura di Jamadda è stata accettata dall’ONU in quanto propone soluzioni per creare lavoro nelle regioni rurali attraverso l’avvio di uno spazio internazionale di co-working, co-living e fab-lab dove i viaggiatori dei paesi sviluppati possono scambiare l’esperienza di una vacanza residenziale in luoghi ameni con la divulgazione di esperienze professionali e know-how maturati nel primo mondo (con un approccio peer2peer invece della classica mediazione post-colonialista). Lo scopo è di offrire ai visitatori la possibilità di una vacanza intelligente e davvero utile per il paese ospitante (o addirittura una possibilità per mollare tutto e cambiare vita) e proporre alle comunità locali un’occasione di crescita culturale e imprenditoriale nella direzione di una maggiore indipendenza economica e della promozione di progetti in grado di contribuire al raggiungimento dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile  promossi dall’ONU.

Volontari e persone in cambiamento, sempre benvenuti a Jamadda, possono contattare Ramona scrivendo a jamadda.jamaica@gmail.com.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/jamadda-ecovillaggio-giamaica-sogno-italiana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La “bibbia” della permacultura arriva in autunno

Parte la fase tre del progetto di traduzione del manuale di permacultura di Bill Mollison. Incontriamo Ignazio Schettini, ideatore e coordinatore del progetto che ci illustra i prossimi passi e il sogno di portare in giro per l’Italia, con un lungo viaggio in bicicletta, la sua esperienza.9601-10367

“Voglio ringraziare personalmente tutti quelli che ci hanno dato una mano e ci hanno aiutato a realizzare questo grande progetto – ha detto Ignazio Schettini – Voglio redistribuire la mia gioia sotto forma di energia e andare a conoscere la permacultura in Italia” dice Ignazio. Dopo, forse, un documentario di viaggio”.

Schettini, che aveva anticipato a Il Cambiamento l’avvio di questa impegnativa avventura, ci fa il punto della situazione.

A che punto siete del vostro progetto?

Siamo alla fase 3 del progetto e stiamo revisionando il testo nei suoi contenuti scientifici. Anche questa fase, come le altre,  è lunga e complessa.  In breve, la fase 1 è stata la traduzione del libro, traduzione a cui tutto il gruppo, gestito da Giuseppe Birardi, ha partecipato  traducendo ognuno uno o più capitoli. La fase 2, invece, è stata quella del crowdfunding che è stata gestita dal sottoscritto e da Marilena Cassano. La fase 3  vede la partecipazione del sottoscritto, di Marilena, Giuseppe e molti professionisti.­­­­­­­

Quali sono gli obiettivi di questa terza fase?

Gli obiettivi di questa fase sono assicurarsi della validità dei contenuti scientifici tradotti da ognuno. La buona riuscita del libro è proporzionale alla qualità del lavoro di questa fase. Vorremmo essere sicuri che coloro che hanno creduto in noi rimangano soddisfatti del lavoro che stiamo portando a termine; vorremmo spalancare le porte della conoscenza della permacultura in Italia; vorremmo poter inserire questo libro negli istitui scolastici di grado superiore e nelle università;  vorremmo poter fare in modo che venga letto ed utilizzato dai professionisti progettisti in permacultura e studiato da tutti coloro che hanno intenzione di cambiare il modo di rapportarsi. Un pò tutti noi alla fine. Il libro risveglia le coscienze di ognuno e allo stesso tempo propone delle soluzioni sotto forma di linee guida per l’azione.

Quando si concluderà e cosa succederà?

Si conlude con la stampa, quando ci saremo assicurati che tutti i dubbi e le incertezze siano stati risolti. Non possiamo dare precedenza alla tempistica ma solo alla qualità dei contenuti. Se non siamo sicuri del contenuto scientifico dobbiamo approfondire la nostra ricerca e se questa non produce risultati soddisfacenti dobbiamo contattare un esperto.

Al momento quante persone stanno lavorando alla revisione?

Sta funzionando a questo modo. I 3 revisori interni della fase 3 sono il sottoscritto, Marilena Cassano e Giuseppe Birardi. A distanza di 4 mesi dall’avvio del lavoro di revisione scientifica si è da poco affiancata la nostra revisionatrice esterna, colei che effettua un ulteriore controllo e rende il nostro Manuale (ogni capitolo che le passiamo) la versione finale che va in stampa.

I tempi sono quelli che vi eravate fissati?

Siamo in ritardo, dovevamo pubblicare in estate e invece lo faremo alla fine dell’autunno.

Quando è prevista la pubblicazione?

Mantenendo questa velocità di crociera il libro sarà pronto per essere spedito a novembre di quest’anno!

Parliamo di costi. Siete rientrati con il crowdfunding nelle spese previste?

Abbiamo smesso di pubblicizzarci e il contatore della raccolta fondi si è fermato, come era ovvio che fosse. Abbiamo bisogno di essere spronati per passare all’azione. Ad ogni modo il 70% del progetto è finanziato ma abbiamo bisogno della restante parte per poterci concedere la tranquillità economica di poter affrontare le utlime spese.  Entro novembre faremo un’ ulteriore sponsorizzazione, incrociamo le dita!

Si tratta di uno sforzo enorme da molti punti di vista: un progetto lungo oltre un anno, 600 pagine di traduzione, esperti e tecnici di molteplici discipline coinvolti, uno studio continuo e preciso sul testo. Perché ne vale la pena?

Si fa presto a dirsi.  Ho risposto alla domanda che mi sono posto: come posso parlare di permacultura o ri-progettare la mia vita con gli altri se sono solo io a leggere e comprendere ciò che il padre fondatore Bill Mollison nell’88 ci ha scritto per guidarci ad affrontare questo viaggio? Lo dobbiamo sapere tutti altimenti con chi lavoro?

Che cosa avete imparato durante questo lungo “viaggio”?

Che se le cose davvero le vuoi, lavorandoci duro le ottieni.

In quali settori e ambienti prevedete che il manuale sarà impiegato?

Agricoltura e Scienze Forestali, Geologia, Archietettura, Ingegneria, Giurisprudenza, Scienze Politiche, Filosofia, Arte e mestieri e tanto altro.

Dove siete fisicamente a lavorare e quanti siete?

Lavoriamo su skype, in rete, ma il nucleo operativo è Bari, la porta del Levante. Stiamo anche stringendo forti collaborazioni con la Sicilia.

Come e dove prevedi che sarà presentato il vostro manuale?

Ho deciso di ringraziare di persona tutti coloro che hanno partecipato al progetto.  Mi sento in dovere di ringraziare tutti coloro che hanno reso questo possibile. Senza l’aiuto della comunità che ci ha sostenuto non avremmo fatto altro che un libro per noi. Anzi, forse avrei avuto solo i miei appunti. Presto però potremo farlo leggere a tutti e questo mi riempie di gioia. Tutta questa gioia, questa forma di energia, voglio rimetterla in gioco, in circolo. Viaggerò per l’Italia per stringere la mano a coloro che ci sono stati vicini e nel frattempo mi preparo a  conoscere lo stato della permacultura in Italia. Sono stato in Australia a studiare la permacultura, l’ho girata in lungo e in largo per un anno conoscendo Geoff Lawton (con cui oggi collaboro a distanza), vivendo con Bill Mollison (andavamo a sfottere le ragazze al bar quando non rimanevamo rinchiusi nella sua biblioteca) e lavorando con Michael and Jude Fanton, i famosi Seed Savers. Adesso è tempo di viaggiare nella  mia Italia, in bici, lentamente, per conoscerla. Produrremo un documentario del viaggio, sempre che la comunità lo voglia! Grazie e viva l’orto domestico!

Fonte: ilcambiamento.it