PURO, permacultura e sostenibilità arrivano in città

A Roma, Gianni Marotta e Fabio Pinzi hanno inaugurato il secondo anno di attività di PURO con un incontro dedicato alla permacultura e alla medicina naturale e omeopatica, sottolineando alcuni concetti chiave per la sostenibilità urbana e presentando alcune attività previste per il 2018. Il Centro Studi e Pratiche sulla Sostenibilità urbana detto PURO (permacultura urbana Roma) inizia il suo secondo anno di attività. Il centro è nato per permettere a chi si interessa di sostenibilità e permacultura e a chi vuole creare relazioni di valore, di incontrarsi e creare sinergie.orto-per-anna

La permacultura racchiude tecniche di progettazione sistemiche basate sull’ecologia in cui l’uomo impara ad integrarsi e a gestire i flussi di materia, energia, capacità produttiva e soddisfazione personale agendo secondo natura e non contro, appunto integrando le proprie esigenze a quelle dell’ambiente di riferimento. Il Puro è ospitato al CIMI (centro di medicina integrata) che lo supporta e ne è anima fondante. Il CIMI, grazie al dott. Gianni Marotta, si occupa di salute, consapevolezza ed è un polo culturale a 360 gradi. Frequentatissimo il corso, per non professionisti, di medicina naturale e omeopatica che integra le conoscenze pratiche cliniche e specialistiche con quelle dei saperi tradizionali millenari o complementari già molto sperimentate. L’obiettivo è far crescere il pubblico nella gestione della propria salute attivando risorse personali per un benessere complessivo. Mercoledì 10 Gennaio, in una serata aperta al pubblico, Gianni Marotta ha evidenziato come ogni organismo umano sia strettamente collegato al modo di produrre il proprio cibo, alla consapevolezza che si acquisisce del luogo in cui vive, dei propri scarti e della capacità di presenza mentale in una data situazione. Essere custodi della propria salute non può prescindere dall’essere custodi del posto in cui si vive.Ciò che accomuna percorsi personali di crescita in consapevolezza e la permacultura è proprio l’etica su cui poggia un sistema riprogettante sostenibile. P_20170120_170738_1_p

Fabio Pinzi, agronomo dell’Accademia Italiana di Permacultura, durante la serata, ha rimarcato la necessità urgente di riprendersi la delega totale all’industria che, dal dopoguerra in poi, ha creato un distacco pericoloso della popolazione dalle scelte e dal controllo della propria produzione di cibo. Il 2% della popolazione mondiale coltiva per il restante 98% con pesanti perdite in termini di biodiversità, fertilità del suolo, qualità e gusto del cibo e gestione finanziaria del costo dei prodotti a tutto vantaggio dell’industria agrochimica e non dell’agricoltura. Il CIMI, il Puro e tutte le persone che condividono esperienze, competenze e voglia di creare, a Roma, una comunità resiliente, sono riusciti in quest’anno ad aggregare già molte persone e realtà del territorio. Ci si incontra, si sperimenta e si cresce insieme. Anche quest’anno sta partendo il corso base (PDC di 72 ore) di permacultura. In tutto 5 weekend, 2 al mese più vari altri weekend di approfondimento. Imparare a riprogettare la propria vita acquisendo strumenti concreti per un approccio sistemico alla complessità del reale sono il fondamento per creare o connettere realtà rigenerative del terreno, della comunità e di se stessi.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/puro-permacultura-e-sostenibilita-arrivano-in-citta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

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Fabio Pinzi: cambiare vita attraverso la permacultura

Secondo Fabio Pinzi, la società in cui viviamo ci ha fatto perdere la capacità di progettare il nostro futuro. Proprio per questo la permacultura, che si occupa di progettazione sistemica, è lo strumento ideale per chi vuole cambiare la propria vita rendendola più sostenibile, equilibrata e felice. Fabio Pinzi è un nome di riferimento per la permacultura italiana. E – come lui stesso ricorda – permacultura equivale a cambiamento, significa riprogettare la propria vita per renderla più sostenibile, più equilibrata e anche più felice. Fabio è anche uno dei docenti del prossimo appuntamento del corso “Dalla teoria alla pratica” che si terrà a Roma a inizio dicembre (clicca qui per scoprire le altre sedi e le altre date). Ne abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande sul messaggio che trasmetterà ai partecipanti e su come questo messaggio potrà produrre dei cambiamenti reali e tangibili.

Quali saranno i concetti di cui si parlerà nel corso e in che modo serviranno a produrre un cambiamento nella vita dei partecipanti?

I concetti base che tratterò sono tutti racchiusi nella definizione – o nelle definizioni – di permacultura. La cosa che faccio normalmente è attualizzare e ridare vita a ogni parola e vedere se quello che attualmente percepiamo corrisponde o meno al valore effettivo. Questo serve ed è uno stimolo per riposizionarsi nel proprio mondo che diventerà poi il punto di partenza per iniziare a cambiare. “Metodo di progettazione per la creazione e gestione di società umane sostenibili” e “buon senso applicato” sono due delle tante definizioni che io ho scelto e che utilizzo per lo scopo prefissato. Logicamente si apre un mondo! Partiamo ad esempio dalla parola sostenibile: cosa intendiamo? Quali sono le interpretazioni dei più? Quale la definizione adottata nella permacultura, ma anche in molti testi? Dobbiamo verificare se quello che ci viene propinato corrisponde al vero, salvo poi scoprire che è una delle parole più usate dalla pubblicità, spesso in maniera fuorviante. Ridare valore, riappropriarsi della capacità di progettare, serve a farci capire dove siamo e cosa fare per attuare il nostro cambiamento.

Quali sono a tuo avviso gli ostacoli principali che chi vuole cambiare vita deve superare, sia dal punto di vista pratico che da quello mentale?

Gli ostacoli principali sono legati alla percezione errata o meglio bizzarra della realtà. Come diceva Enzo Tiezzi in “La bellezza e la scienza”, conosciamo il costo di tutto e il valore di niente. La realtà che ci circonda è figlia di proiezioni di mercato ed è molto distante dalle aspettative reali e umane delle persone. Ma la cosa peggiore è che è molto semplice e soddisfacente, se hai uno stipendio commisurato. Tutto il resto richiede tempo, fatica, pensiero. Paradossalmente è un sistema conservativo, ma al ribasso. Quindi gli ostacoli nascono ogniqualvolta si cerca di avere la propria visione. E noi per primi, ma anche chi ci circonda, ci diamo la famosa giustificazione – “ma tutti fan così!” – e quel “così” è semplice da realizzare, ma rende complicato il resto.pinziedu2

Pensare altrimenti, realizzare piccole grandi cose diverse e progettarle creerà tensione e stress, ma proprio per questo quando ci si affranca tutto diventa speciale. Drogati dal denaro abbiamo perso la memoria storica evolutiva e avendo paura di progettare il nostro futuro ci siamo buttati a consumare il presente. Forse storicamente non è neanche originale tutto questo, ma essendo tanti come non mai e avendo a disposizione un quantitativo mai visto di energia stiamo riuscendo nell’impresa di incidere fortemente sull’ambiente e sulle menti. La permacultura è ascolto, ricentramento e progettazione; forse l’opposto di quello che stiamo vivendo come masse, ma proprio per questo affascinante. I suoi principi etici sono la forza quelli di progettazione gli
strumenti.

Pensi che il territorio di Roma sia un buon posto per mettere in pratica un percorso di cambiamento?

Roma e il suo territorio sono un ottimo posto dove cominciare e portare avanti la permacultura e di conseguenza il cambiamento. Come direbbe l’amico Daniel Tarozzi, “le persone sono molto più belle di quello che si raccontano”. Così, Roma è molto più bella di come viene raccontata. Il suo clima favorevole, l’energia che si respira e l’umanità sono punti di forza oggi come un tempo per progettare e realizzare una nuova società sostenibile. Sono condizioni fantastiche ma non facilmente ritrovabili in molti posti.

Che ruolo rivestono in questo percorso gli esempi di chi l’ha già fatto? Ce ne puoi citare qualcuno?

Ho amici romani che hanno cominciato a praticare e sperimentare la permacultura – e di conseguenza – il cambiamento diversi anni fa, partendo dall’idea di fare la dovuta esperienza per poi scappare nel paradiso tanto sognato ma lontano dalla città eterna. Hanno studiato, sperimentato, progettato e cambiato anche i loro rapporti sociali con questo obiettivo e alla fine hanno scoperto che anche dentro Roma era possibile ricavarsi il proprio piccolo grande bel mondo. Quello che è rivoluzionario è il modello: Mollison diceva che “i permacultori costruiscono piccole cose, ma la loro somma è gigantesca e rivoluzionaria”.pinziedu1

Penso al mio amico Gianni Marotta, che addirittura si era comprato un podere in Toscana per soddisfare la sua “fame” di cibo e di rapporti sani, oltre che un ambiente e una casa salutare. Fantasticamente dopo anni di pratica non solo si è liberato del podere, ma ha rilanciato il proprio progetto di vita su Roma creando PURO, un centro urbano di Permacultura romano che sta diventando un centro di aggregazione, di progettazione e di applicazione dei principi di Permacultura. La palazzina che ha messo a disposizione dei permacultori che stanno compiendo un percorso di crescita e di cambiamento è diventata un laboratorio aperto per dare forma ai sogni e ai progetti dei partecipanti, une specie di palestra che cura il corpo e la mente e produce risultati visibili. Inoltre è un luogo-no-logo dove la gente si incontra per il piacere di farlo a prescindere da tutto il resto. Dopo un anno i risultati sono fantastici: ognuno ha voglia di riprogettarsi e sa che non è da solo e se vuole – e spesso lo vuole – ha amici pronti a supportarlo senza altri fini.  Tutti coloro che cominciano a riprogettarsi si incamminano nel percorso di cambiamento e ognuno ci mette il suo tempo e la propria energia, ma in questo viaggio ogni giorno ci si arricchisce. Non solo potenzialità, ma azioni concrete e crescita di singoli e di gruppo. Sapendo quello che ci circonda non è poca cosa. Se questo articolo vi ha incuriosito e anche voi volete avvicinarvi alla permacultura per cambiare la vostra vita seguendo le indicazioni di Fabio Pinzi, cliccate qui!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/fabio-pinzi-cambiare-vita-permacultura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vuoi ritrovare te stesso? Coltiva un orto

Una società che sta perdendo i valori, ogni senso della vita e di cosa sia veramente importante, molto più dei soldi, ha prodotto una moltitudine di persone con vari problemi, insicurezze e immaturità. Come uscirne? Potrebbe bastare un orto! Veramente.9665-10440.jpg

Ci sono troppe persone disadattate, che non sanno più quale sia lo scopo della propria esistenza e perché fanno quello che fanno. Non hanno più tempo, compresse fra le mille richieste e urgenze della società del consumismo che immette nella testa delle persone bisogni indotti e false necessità che hanno come unico obiettivo rimpinguare le tasche di chi gli vende qualcosa e farle girare incessantemente nella ruota da criceti. Fino poi ad arrivare alla vecchiaia, guardarsi indietro e non vedere nulla se non un affannarsi a essere come la società voleva che fossero ma non come loro volevano essere. O addirittura non essere nemmeno arrivati a pensare a come volevano essere, troppo presi a correre una gara in cui si sono messi spinti dalla famiglia, dalle convenzioni sociali, dalla paura di essere diversi da come la società vuole. Una gara che alla fine non ha portato da nessuna parte. In questo smarrimento e disagio,  tranne che per gravi patologie, shock o traumi pesanti subiti, in cui servono davvero terapie speciali, i problemi delle persone sono facilmente riconducibili a due elementi essenziali: la perdita della comunità e quindi di un ruolo definito e riconosciuto all’interno di essa e la perdita del contatto con la natura.  Chi propone corsi e ricette di tutti tipi, è ovviamente propenso a complicare le cose a fare pensare che i disagi e le difficoltà derivino da chissà quali problemi irrisolti, dinamiche familiari, subconscio e mille altri risvolti ma basta vedere come si sentono meglio le persone anche solo quando sono più vicine alla natura o quando fanno qualcosa di costruttivo, bello e utile con gli altri, per capire che le soluzioni sarebbero semplici, se solo si volessero adottare. Questi corsi o soluzioni difatti non propongono quasi mai dei cambiamenti di vita ma puntano spesso alle dinamiche interiori e all’acquietamento tramite tecniche e discipline varie. Che la prima rivoluzione sia quella interiore è vero ma bisogna poi anche passare all’azione, si può rimanere infatti anni e decenni dentro un ufficio illuminato di luce artificiale, in una città impazzita, facendo una vita di stress pensando che il cambiamento deve essere interiore senza mai prendere decisioni veramente risolutive per la propria situazione. Un rinnovato rapporto con la natura e con gli altri, non filtrato da mille dispositivi elettronici ma diretto, sincero e aperto, può fare miracoli e soprattutto fare risparmiare molti soldi e paranoie. E per riappropriarsi di se stessi senza spendere tanti soldi o seguire questo o quell’imbonitore, si può iniziare da un semplice e poco costoso orto. Ormai orti collettivi, cittadini, terre abbandonate, terre in prestito, terre in affitto, ce ne sono ovunque  e anche un piccolo giardino si presta ottimamente. Informatevi sulle tecniche di orticoltura biologica, sperimentatene anche di diverse, ce ne sono tante. Iniziate a piantare e mettere le mani nella terra, vedrete che se lo fate con impegno, passione e un minimo di studio, ai primi raccolti verificherete quanto può essere di aiuto e positivo fare una attività del genere, che non è solo gratis ma che ci fa anche guadagnare qualcosa dato che se ce lo coltiviamo non dobbiamo comprarlo. E non credete a chi vi dice che l’orto vuole l’uomo morto o che ci dobbiate passare dieci ore al giorno. Con le varie tecniche di permacultura, agricoltura biologica, orti sinergici, agricoltura organica, bioattiva e chi più ne ha, ne metta, se non si tratta di grandi appezzamenti, bastano anche una o due ore al giorno per avere buoni risultati e la soddisfazione di coltivarsi una parte del cibo con le proprie mani. Vedere crescere e mangiare quello che si pianta è una soddisfazione unica, indescrivibile, che riconnette con se stessi e le basi dell’esistenza. Non servono parole, non servono terapie, basta solo sentire, osservare, avere accortezza, attenzione, un po’ pazienza e i risultati sono eccezionali sia per il palato, che per la mente. Piantate alberi a vedeteli crescere e dare frutti e fatelo con i vostri figli, è una ricchezza e soddisfazione impagabile.

Fonte: ilcambiamento.it

Nasce la Scuola diffusa della Terra

Fornire conoscenze e competenze pratiche nel settore dell’agricoltura ecologica offrendo nuove possibilità d’impiego. Nasce con questo obiettivo la Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni, un programma di formazione proposto dall’associazione Terra! e rivolto ai giovani in cerca di occupazione. L’associazione Terra!, nata nel 2008 e impegnata nella difesa del territorio, ha deciso di proporre un progetto di formazione ecologica rivolto a giovani aspiranti agricoltori. La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni intende mettere in connessione le piccole realtà agro-ecologiche offrendo una risposta concreta ai tanti giovani che in questi anni chiedono un aiuto per avvicinarsi all’agricoltura e, allo stesso tempo, vuole sostenere un modello agricolo ecologico, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità. Per saperne di più abbiamo intervistato Daniel Monetti, biologo ambientalista, responsabile di questo percorso formativo.DSC00728.jpg

Parlaci della vostra associazione e del perché avete deciso di fondare la Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni
Terra! è un’associazione ambientalista che mette in rete tante realtà che vogliono contribuire a un reale cambiamento attraverso metodiche radicali, nel senso positivo del termine, dopo aver preso le distanze dall’attuale modello di sviluppo e proponendo soluzioni alternative che risolvano realmente i problemi di natura ambientale e sociale. Quindi portiamo avanti sia progetti con altre associazioni, che campagne che mirano ad andare al nocciolo dei problemi fornendo determinate soluzioni. All’interno dell’associazione è particolarmente forte il campo dell’agricoltura e abbiamo tutta una serie di progetti, tra cui quello della Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni, un progetto finanziato da una fondazione privata (Nando and Elsa Peretti Foundation) che tiene conto di due filoni essenziali: la sostenibilità ambientale in campo agricolo promuovendo l’agroecologia, quindi agricoltura ecologica che prevede un approccio sistemico più complesso della semplice agricoltura biologica, mettendo in atto soluzioni radicali anche da un punto di vista delle filiere, delle vendite, dell’approccio culturale. Dall’altra, ovviamente nel suo piccolo, poiché trattasi di un’associazione ambientalista, no-profit, cerca di dare un esempio per quelle che possono essere le possibilità d’impiego per i giovani. Questo avviene attraverso delle borse lavoro per il tirocinio all’interno di aziende da noi conosciute già da tempo, ognuna con la sua peculiarità, ma che ha adottato soluzioni di coltivazione o d’allevamento in qualche modo radicalmente differenti rispetto a quelli che sono i modelli attuali e quindi anche da questo punto di vista è sembrato giusto averle come partner del progetto. Quindi siamo andati a coniugare l’agricoltura ecologica per cercare di ovviare al problema dell’impoverimento dei terreni, del drastico cambiamento dei paesaggi e della perdita di biodiversità con un problema di carattere sociale: oggi in Italia c’è un’alta disoccupazione giovanile, perciò ci sembrava giusto unire l’aspetto sociale con l’aspetto ambientale e coniugarli per trovare una soluzione. Chiaramente si tratta di numeri piccoli, ma ci piacerebbe che in futuro questa scuola possa servire da esempio di cui tenere conto e che possa essere d’aiuto per tante/i che hanno deciso di intraprendere un cammino alternativo ma non trovano una soluzione praticabile. Per dare valore scientifico alla Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni ci siamo dotati di un comitato scientifico che si avvale di docenti universitari e specialisti di vari settori dell’ecologia, ambientalisti e rappresentanti delle aziende agricole, che possa fungere da riferimento costante all’interno del progetto e che aiuti a portare avanti quella che è la nostra visione dell’agricoltura del futuro, con un approccio scientifico rigoroso, ma aperto alla sperimentazione, in quanto siamo coscienti del fatto che la scienza non sia una materia finita, ma in continua evoluzione.

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Ecologia, agricoltura di qualità e resilienza. Sono dei concetti chiave per voi, ci puoi spiegare perché?
Per cominciare la nostra scuola è stata intitolata ad Emilio Sereni (1907-1977) perché non è stato solo Ministro della Repubblica italiana, ma anche un personaggio di grande ispirazione a quel tempo, nel dopoguerra, per quella che era la visione dell’agricoltura del domani. Nel dopoguerra si operava la ricostruzione ed Emilio Sereni fu una delle prime persone a porsi il problema della conservazione del paesaggio rurale e ad esprimere il concetto che la terra è di chi la lavora e non di chi la gestisce. Nell’idea di Sereni, l’agricoltura moderna si sarebbe dovuta basare su piccole realtà, libere e volontariamente associate e lo spirito dell’agricoltura ecologica di nuova generazione affonda le sue radici proprio in questo modello, con aziende orientate alla riduzione dell’impronta ecologica, per ristabilire un equilibrio tra attività umane e risorse naturali. Per questo ci sembrava che intitolare questa scuola a Emilio Sereni non volesse dire sostanzialmente ritornare al passato, ma guardare verso il futuro. L’agricoltura di qualità infatti è un’agricoltura che prevede un nuovo approccio a tutto tondo che parte da una consapevolezza delle criticità legate all’attuale modello di sviluppo fornendo una serie di soluzioni a determinati problemi. Ad esempio ai cambiamenti climatici che anche quest’anno hanno provocato fortissime siccità in Italia. Questo tipo di agricoltura ecologica prevede ad esempio una gestione consapevole dell’acqua anche attraverso metodi di riciclo. Per far questo nel nostro progetto non portiamo soltanto avanti un’agricoltura di tipo biologico, ma anche un tipo di agricoltura biodinamica sinergica, che mette in sinergia varie specie vegetali e anche animali e quindi prevede una conoscenza del mondo agricolo non settorailizzata, un’agricoltura che guardi alle problematiche ambientali e sociali. Anche la permacultura è al centro dello scambio di saperi delle realtà coinvolte, infatti all’interno del progetto della Scuola Diffusa della Terra è presente anche una parte fondamentale di scambio di saperi tradizionali e non, per poter migliorare le aziende agricole che fanno parte del progetto. Oggi parlare di agricoltura di qualità e di resilienza può sembrare scontato, ma nei fatti non lo è per nulla. Partire da un approccio critico verso il proprio stile di vita non è affatto scontato. Per noi però ecologia, resilienza e agricoltura sono un trittico che può essere elemento di ripensamento e di critica costruttiva dello stile di vita attuale.  Nell’agricoltura tradizionale ci sono tanti sprechi e l’ecologia può diventare un concetto assai fumoso e abbastanza ampio, che però applicato alla vita di tutti i giorni riveste un ruolo fondamentale: dobbiamo ricordarci in ogni momento che il nostro pianeta ha risorse finite e dobbiamo trattarlo con rispetto. Con resilienza noi intendiamo una critica dell’attuale modello di sviluppo che prevede una serie infinita di sprechi e un totale disinteresse verso le risorse finite in cui anche l’autoproduzione è un concetto estraneo. Anche l’approccio dei coordinatori del progetto della Scuola Diffusa della Terra tiene in considerazione la possibilità del telelavoro in modo da evitare il più possibile spostamenti con mezzi inquinanti. L’idea di scuola diffusa ha un significato sia in campo agricolo che in altri ambiti, in particolare noi intendiamo una metodologia formativa che sia replicabile non solo da noi ma anche da altri e che possa appunto avvenire dovunque ci sia una maggiore consapevolezza sulle risorse limitate di questo pianeta.292

Come si accede ai vostri corsi e in cosa consistono?

Per accedere ai nostri corsi è necessario avereda alcuni requisiti base, come avere meno di 40 anni ed essere disoccupati o inoccupati, persone intraprendenti, tendenti all’innovazione e sensibili a tematiche ambientali o persone che in passato abbiano svolto attività di volontariato in associazioni ambientaliste; diamo modo di partecipare anche a coloro che vogliono cambiare totalmente vita, anche se poi durante il processo pre-selettivo si terrà conto di chi ha già avuto una formazione in campo agrario. Nel 2018 ci saranno 2 corsi, nel 2019 altri 2 e nel 2020 l’ultimo, per un totale di 4 anni e di 6 corsi di formazione in tutto. Attualmente stiamo definendo il secondo ciclo: il bando probabilmente uscirà a Novembre, la pre-selezione verrà fatta a dicembre, la comunicazione agli alunni prescelti a gennaio e poi i corsi inizieranno a marzo 2018. Comunque tutte le informazioni verranno messe sul sito. I nostri corsi prevedono 15 giorni di formazione teorica e altri 15 giorni di formazione pratica. Un mese in totale di formazione quindi in cui i giovani e le giovani saranno chiamati/e non solo ad apprendere le nozioni specifiche all’interno del concetto Scuola Diffusa della Terra, ma anche a metterle in pratica. Una peculiarità di questo progetto è anche che oggigiorno non si hanno tante possibilità di partecipare a tirocini pratici e per questo noi desideriamo dare un’opportunità ai/alle giovani anche in questo modo. Quindi un giovane avrà non solo l’opportunità di apprendere, ma anche di capire praticamente cosa vuol dire lavorare in un’azienda agricola. Dopo questa prima fase iniziale, attraverso un processo selettivo sceglieremo un tirocinante per ogni azienda che presterà la sua opera per sei mesi e porterà avanti il tirocinio con il tutoring da parte della scuola e pagato con una borsa lavoro, per dare ovviamente anche un incentivo economico al giovane che presterà servizio all’interno dell’azienda.

Dove si svolgerà il tirocinio degli studenti?

Con questo progetto di Scuola Diffusa abbiamo cominciato quest’anno, il primo ciclo di formazione è già terminato e attualmente ci sono tre tirocinanti che stanno svolgendo la loro opera all’interno di tre aziende una sul Monte Amiata in Toscana che si chiama il Felcetone, un’azienda che mira al recupero delle specie animali autoctone in via d’estinzione, nello specifico si stanno occupando del Suino nero macchiaiolo maremmana (una specie toscana che è stata recuperata nei boschi della zona), l’antico cavallo maremmano che rispetto al maremmano attuale è una specie maggiormente adatta al lavoro e quindi più robusta, la Capra di Montecristo, anch’essa una specie in via d’estinzione e presto arriveranno anche le Pecore Sopravissane, originarie dell’Appennino Centrale e anch’esse in via d’estinzione. L’altra azienda, La Tabacca, si trova invece nelle campagne sopra Genova-Voltri, si occupa di agricoltura sinergica, di permacultura e recupero di risorse di vario tipo, anche perché il territorio ligure è parecchio difficile. In particolare si occupa di progettazione ecologica basandosi sui principi della permacultura per attivare sistemi quali il recupero dell’acqua e la fitodepurazione, l’utilizzo delle risorse locali e le conoscenze tradizionali per la ristrutturazione della struttura aziendale e la sperimentazione di tecniche innovative. Nel Lazio poi lavoriamo con la Cooperativa Co.r.ag.gio, che si trova a Roma sulla Via Cassia, all’interno del Parco di Veio. Si tratta di una cooperativa di giovani agricoltori che si è avvalsa di un bando del comune di Roma per l’affidamento di terre pubbliche in stato di abbandono e attualmente è un’azienda multifunzionale che opera sia in campo agricolo che in campo socio-culturale attraverso una serie di iniziative. Nei 22 ettari si predilige la coltura di specie vegetali che necessitano di scarsa o scarsissima acqua. Nella scuola infatti vige anche la regola di promuovere le peculiarità del territorio, la preservazione del paesaggio, la salvaguardia dei semi rurali autoctoni.20150524_151257

Altri progetti rilevanti dell’associazione?

Siamo anche presenti a Lampedusa, dove stiamo realizzando un progetto di giardini e orti comunitari di alto valore sociale e ambientale, sperimentando alcune forme di massimizzazione della resa del raccolto anche per mezzo di cupole geodetiche. Il progetto viene realizzato dalla comunità locale dei lampedusani e coordinato da Terra!. si creano orti sociali in aree pubbliche inutilizzate, nel rispetto della biodiversità e del recupero delle risorse. L’orto comunitario in sè è un forte elemento aggregante per la popolazione, crea identità. Attraverso il coinvolgimento e  l’impegno di utenti diversamente abili del Centro Diurno di Lampedusa si cerca di eliminare le barriere apparenti e di creare comunità attorno a certi luoghi. Senza dubbio è un attività che crea valore,  soprattutto in termini sociali. Poi Lampedusa dal punto di vista ecologico deve tener conto del problema della scarsità dell’acqua, della perdita di specie autoctone e quindi si sta cercando di recuperare un dialogo anche con gli anziani contadini del luogo affinché affinché poi ci sia non solo la trasmissione di vecchi saperi tradizionali, ma anche la raccolta ed una conpreservazione di quelle sementi antiche che nel corso dei secoli si sono adattate a condizioni climatiche estreme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/nasce-scuola-diffusa-della-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Jamadda, l’ecovillaggio in Giamaica nato dal sogno di un’italiana

Capitata per caso in un paesino sulla costa giamaicana, Ramona vi ha fondato un ecovillaggio in permacultura nel quale visitatori e comunità locale si scambiano esperienze e know-how. Dopo tre anni di iniziative per preservare la cultura locale dal colonialismo economico, Jamadda è diventato una delle più rilevanti avanguardie del cambiamento di tutta l’isola, al punto che è stato scelto dall’ONU per rappresentare la Giamaica alla prossima Conferenza Mondiale del Turismo Sostenibile.

GLI INVERNI AL CALDO

In seguito alla crisi economica del 2008, che aveva causato la riduzione del suo impegno come formatrice e consulente aziendale in Italia, Ramona Bavassano – ligure di nascita e salernitana di adozione – inizia a dedicare i suoi inverni al volontariato in giro per il mondo, supportando progetti etici e rientrando in Italia solo con l’inizio della primavera. Dopo anni di impegno per il Corporate Social Forum in Brasile, per gli zapatisti in Messico, per le donne imprenditrici in India, per un progetto di permacultura in Thailandia e per il SAELAO project in Laos, nel 2012 decide di concedersi una vacanza pura, ossia un viaggio senza scopi ulteriori. Ma il suo incontenibile spirito d’iniziativa avrebbe finito per avere la meglio anche stavolta. È il novembre 2012 e Ramona si trova in Honduras in attesa di attraversare il Mar dei Caraibi in barca a vela. Il giorno prima della partenza, il proprietario della barca che avrebbe dovuto portarla in Colombia tramite il couchsailing viene abbandonato da sua moglie e decide di rinunciare al viaggio. Non avendo altre possibilità di raggiungere la sua meta da lì, Ramona cambia i suoi piani e approfitta dell’unica barca in partenza in quei giorni da quel porto, destinazione Giamaica.

IL PRIMO STEP: WELCOMING VIBES

Arrivata in Giamaica, accetta su couchsurfing l’offerta di ospitalità di Paul, un pescatore di Treasure Beach – sulla costa sud dell’isola – che vorrebbe arrotondare le sue entrate affittando parte della sua casa ai turisti. Appena Ramona lo raggiunge, si rende subito conto delle grandi potenzialità di quel luogo. Decide quindi di affrontare apertamente lo scetticismo dei giamaicani nei confronti delle donne alle prese col lavoro fisico: “se trasformo la tua casa in una guest-house, facciamo diventare il tuo rudere abusivo sulla collina un centro eco-turistico?” Dopo due settimane di ritinteggiature, decorazioni, rifiniture e ammodernamenti in totale autocostruzione (di cui Ramona è un’esperta fin da quando ha ristrutturato un casale in provincia di Salerno facendolo diventare la sua base per 15 anni), la casa nel villaggio è pronta per accogliere i primi tedeschi in visita e lo stupefatto Paul a riconoscerla come socia.

L’inverno successivo Ramona torna in Giamaica determinata a investire parte dei suoi risparmi e sfidare ancora la cultura maschilista del posto. Si diverte quindi a gareggiare con i muratori – che nel frattempo stanno ristrutturando il rudere in collina – nell’uso della motosega e nell’intonacatura. Così, tanto “per dare un’immagine delle donne diversa da quella cui sono abituati”. Poi realizza il primo laboratorio di falegnameria al femminile dell’isola, scambiando la formazione professionale alle donne del villaggio con i mobili da loro stesse realizzati per arredare la casa ormai pronta. Infine, inizia a organizzare cene sociali, corsi di cucina e altri eventi culturali che in breve tempo consacrano quella dimora in collina come il luogo più vivo di Treasure Beach. Nasce così Welcoming Vibes.20160302_103643

JOHN IL RASTA

Man mano che passa il tempo, però, Ramona si rende conto di quanto l’immagine di europea venuta a svernare e a far business nel terzo mondo le stia stretta. E così, fomentata dalla constatazione che, come tutte le colonie economiche statunitensi, la Giamaica abbia perso quasi tutta la sua capacità produttiva per ricorrere all’importazione di qualsiasi tipo di merce, inclusi prodotti alimentari freschi che potrebbero essere coltivati in loco, decide di guardarsi intorno alla ricerca di energie nuove e di progetti con un impatto sociale e ambientale più forte. Ormai diventata celebre nel villaggio, un giorno riceve l’invito a pranzo di John, un architetto collezionista d’antichità laureatosi a New York e tornato poi nel suo paese natio per diventare una sorta di maestro spirituale della cultura rasta. John vive in una zona piuttosto isolata e sta creando nel suo terreno pietroso una piccola riserva botanica con specie vegetali autoctone e una mini-galleria d’arte sulla storia della Giamaica. Incuriosita, Ramona accetta di recarsi a quello che, a tutt’oggi, resta il pranzo più lungo della sua vita. Uscirà da casa di John, difatti, solo 48 ore dopo. Con due novità: un nuovo partner e il sogno di un ecovillaggio nel luogo più bello di Treasure Beach.

IL PROGETTO DI ECOVILLAGGIO

Secondo la migliore tradizione rasta, John è un uomo abituato a misurare il tempo in numeri di boccate a uno spinello d’erba, pratica che – com’è noto – tende però a dilatarlo oltremisura. Tuttavia pare che, alla proposta di Ramona di far sorgere in quel luogo un parco dedicato alla permacultura e al recupero delle tradizioni produttive locali aperto ai visitatori da tutto il mondo, John non abbia avuto bisogno di più di due o tre boccate e di altrettante domande. Tornata alla base, negozia un accordo con Paul. Appena lei avrà formato due ragazze del posto a sostituirla nel lavoro di accoglienza turistica, lui le intesterà un terreno agricolo come buonuscita per il lavoro su Welcoming Vibes. Qualche settimana dopo, Ramona si trasferisce nella casa in cui John vive col più giovane dei suoi cinque figli, pronta per iniziare la sua nuova avventura. Un’avventura tutt’altro che semplice, considerato che la strada per arrivare al terreno di John è praticamente inesistente e realizzarla richiederebbe uno sforzo economico improponibile. In pieno spirito di progettazione permaculturale, Ramona ha però l’idea di trasformare quella minaccia in opportunità. Inizia a decorare il sentiero di piccole farfalle colorate di legno (riciclato dai materiali di scarto per la realizzazione del salone per le attività) e pianta fiori in grado di attrarre le bellissime farfalle endemiche di quel luogo. Quel percorso è ora il “Sentiero delle farfalle”, trekking artistico obbligatorio per chi visita l’ecovillaggio.IMG_0032.jpg

JAMADDA PERMACULTURAL PARK

Tre anni dopo, nonostante il terreno pietroso, la mancanza dei più elementari materiali per l’edilizia, il clima secco e le piogge tutte concentrate in poche settimane l’anno, il Jamadda Permcultural Park è una realtà. Oltre al sentiero di accesso, Ramona e John – con l’aiuto dei volontari che sono passati da lì e il lavoro di manovali locali formati così alla bioedilizia – hanno rimodernato con le loro mani la galleria d’arte e il cottage già esistenti, adeguato la “villa” per l’accoglienza degli ospiti, allestito una sala attività e un laboratorio di artigianato, avviato un sistema di raccolta dell’acqua piovana sui tetti (in un paese in cui perfino le grondaie sono un lusso per pochi) e realizzato le prime aiuole in permacultura a scopo didattico. Dulcis in fundo, hanno creato un sentiero ad hoc per il birdwatching completo di rifugi per volatili, lungo il quale vengono a soggiornare il Doctor Bird – il colibrì con la coda lunga simbolo della Giamaica – e altri uccelli multicolore. Ma non è finita qui. Dal prossimo novembre, il ritorno di Ramona in Giamaica coinciderà con la semina di una piantagione di moringa, pianta tropicale edibile dalle innumerevoli proprietà, la promozione di un Presidio Slow Food per preservare le piante di pimento e ackee dalla sparizione e l’attivazione di una banca dei semi per proteggere la biodiversità e ovviare alla carenza di semi autoctoni. La stragrande maggioranza dei prodotti agricoli consumati in loco, infatti, è importata dagli USA e la residua produzione proviene da semi OGM sterili che costringono i pochi contadini rimasti a costi di produzione elevatissimi (un fascio di lattuga arriva a costare come da noi il formaggio) per coltivare specie che non hanno nulla a che vedere con le tradizioni locali.the-amazing-jamadda-team

Il team di Jamadda


GUERRIGLIA CULTURALE

A questo proposito, Ramona non usa mezzi termini. Lei ha già dichiarato guerra all’imbarbarimento culturale dell’isola. Poiché le ragazze del luogo non possono andare in spiaggia senza essere considerate facili, ogni anno organizza un laboratorio di costruzione di lettini da sole, permettendo alle partecipanti di accedere alla spiaggia per ragioni “lecite”. Per non parlare della raccolta di documentari per far partire l’unico cinema di tutta la Giamaica che ha lo scopo di sensibilizzare alla possibilità del cambiamento; del mercatino per artisti e artigiani della provincia; dei laboratori per l’autoproduzione di sciroppi, frutta essiccata, erbe e aromi, che lancerà il prossimo inverno con lo scopo di favorire la nascita di microimprese in grado di sostituire con leccornie locali i costosi prodotti industriali importati. Per continuare a promuovere e ispirare il cambiamento, fondamentali sono anche le partnership che Ramona e John stanno innescando. Insieme con altre tre fattorie biologiche da poco sorte ai quattro lati dell’isola – anch’esse su iniziativa di forestieri che hanno cambiato vita e di giamaicani di ritorno – Jamadda ha infatti promosso la nascita di una rete degli agricoltori naturali giamaicani che avrà il compito di promuovere la permacultura in tutto il Paese. È inoltre in dirittura d’arrivo l’accordo per l’attivazione, presso l’ecovillaggio, di un campo annuale della nota Rumundu Summer school per innovatori sociali.20160306_140759

IL RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE

Insomma, c’è ancora molta strada da fare, spesso in salita, ma il lavoro compiuto sta già portando diversi frutti. Il progetto inizia a essere non soltanto conosciuto, ma anche riconosciuto come modello replicabile in altre zone del Paese e, più in generale, del terzo mondo. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che Ramona Bavassano rappresenterà la Giamaica alla prossima Conferenza Mondiale del Turismo Sostenibile (UNWTO Conference), che si svolgerà dal 27 al 29 novembre 2017 a Montego Bay. La candidatura di Jamadda è stata accettata dall’ONU in quanto propone soluzioni per creare lavoro nelle regioni rurali attraverso l’avvio di uno spazio internazionale di co-working, co-living e fab-lab dove i viaggiatori dei paesi sviluppati possono scambiare l’esperienza di una vacanza residenziale in luoghi ameni con la divulgazione di esperienze professionali e know-how maturati nel primo mondo (con un approccio peer2peer invece della classica mediazione post-colonialista). Lo scopo è di offrire ai visitatori la possibilità di una vacanza intelligente e davvero utile per il paese ospitante (o addirittura una possibilità per mollare tutto e cambiare vita) e proporre alle comunità locali un’occasione di crescita culturale e imprenditoriale nella direzione di una maggiore indipendenza economica e della promozione di progetti in grado di contribuire al raggiungimento dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile  promossi dall’ONU.

Volontari e persone in cambiamento, sempre benvenuti a Jamadda, possono contattare Ramona scrivendo a jamadda.jamaica@gmail.com.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/jamadda-ecovillaggio-giamaica-sogno-italiana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La “bibbia” della permacultura arriva in autunno

Parte la fase tre del progetto di traduzione del manuale di permacultura di Bill Mollison. Incontriamo Ignazio Schettini, ideatore e coordinatore del progetto che ci illustra i prossimi passi e il sogno di portare in giro per l’Italia, con un lungo viaggio in bicicletta, la sua esperienza.9601-10367

“Voglio ringraziare personalmente tutti quelli che ci hanno dato una mano e ci hanno aiutato a realizzare questo grande progetto – ha detto Ignazio Schettini – Voglio redistribuire la mia gioia sotto forma di energia e andare a conoscere la permacultura in Italia” dice Ignazio. Dopo, forse, un documentario di viaggio”.

Schettini, che aveva anticipato a Il Cambiamento l’avvio di questa impegnativa avventura, ci fa il punto della situazione.

A che punto siete del vostro progetto?

Siamo alla fase 3 del progetto e stiamo revisionando il testo nei suoi contenuti scientifici. Anche questa fase, come le altre,  è lunga e complessa.  In breve, la fase 1 è stata la traduzione del libro, traduzione a cui tutto il gruppo, gestito da Giuseppe Birardi, ha partecipato  traducendo ognuno uno o più capitoli. La fase 2, invece, è stata quella del crowdfunding che è stata gestita dal sottoscritto e da Marilena Cassano. La fase 3  vede la partecipazione del sottoscritto, di Marilena, Giuseppe e molti professionisti.­­­­­­­

Quali sono gli obiettivi di questa terza fase?

Gli obiettivi di questa fase sono assicurarsi della validità dei contenuti scientifici tradotti da ognuno. La buona riuscita del libro è proporzionale alla qualità del lavoro di questa fase. Vorremmo essere sicuri che coloro che hanno creduto in noi rimangano soddisfatti del lavoro che stiamo portando a termine; vorremmo spalancare le porte della conoscenza della permacultura in Italia; vorremmo poter inserire questo libro negli istitui scolastici di grado superiore e nelle università;  vorremmo poter fare in modo che venga letto ed utilizzato dai professionisti progettisti in permacultura e studiato da tutti coloro che hanno intenzione di cambiare il modo di rapportarsi. Un pò tutti noi alla fine. Il libro risveglia le coscienze di ognuno e allo stesso tempo propone delle soluzioni sotto forma di linee guida per l’azione.

Quando si concluderà e cosa succederà?

Si conlude con la stampa, quando ci saremo assicurati che tutti i dubbi e le incertezze siano stati risolti. Non possiamo dare precedenza alla tempistica ma solo alla qualità dei contenuti. Se non siamo sicuri del contenuto scientifico dobbiamo approfondire la nostra ricerca e se questa non produce risultati soddisfacenti dobbiamo contattare un esperto.

Al momento quante persone stanno lavorando alla revisione?

Sta funzionando a questo modo. I 3 revisori interni della fase 3 sono il sottoscritto, Marilena Cassano e Giuseppe Birardi. A distanza di 4 mesi dall’avvio del lavoro di revisione scientifica si è da poco affiancata la nostra revisionatrice esterna, colei che effettua un ulteriore controllo e rende il nostro Manuale (ogni capitolo che le passiamo) la versione finale che va in stampa.

I tempi sono quelli che vi eravate fissati?

Siamo in ritardo, dovevamo pubblicare in estate e invece lo faremo alla fine dell’autunno.

Quando è prevista la pubblicazione?

Mantenendo questa velocità di crociera il libro sarà pronto per essere spedito a novembre di quest’anno!

Parliamo di costi. Siete rientrati con il crowdfunding nelle spese previste?

Abbiamo smesso di pubblicizzarci e il contatore della raccolta fondi si è fermato, come era ovvio che fosse. Abbiamo bisogno di essere spronati per passare all’azione. Ad ogni modo il 70% del progetto è finanziato ma abbiamo bisogno della restante parte per poterci concedere la tranquillità economica di poter affrontare le utlime spese.  Entro novembre faremo un’ ulteriore sponsorizzazione, incrociamo le dita!

Si tratta di uno sforzo enorme da molti punti di vista: un progetto lungo oltre un anno, 600 pagine di traduzione, esperti e tecnici di molteplici discipline coinvolti, uno studio continuo e preciso sul testo. Perché ne vale la pena?

Si fa presto a dirsi.  Ho risposto alla domanda che mi sono posto: come posso parlare di permacultura o ri-progettare la mia vita con gli altri se sono solo io a leggere e comprendere ciò che il padre fondatore Bill Mollison nell’88 ci ha scritto per guidarci ad affrontare questo viaggio? Lo dobbiamo sapere tutti altimenti con chi lavoro?

Che cosa avete imparato durante questo lungo “viaggio”?

Che se le cose davvero le vuoi, lavorandoci duro le ottieni.

In quali settori e ambienti prevedete che il manuale sarà impiegato?

Agricoltura e Scienze Forestali, Geologia, Archietettura, Ingegneria, Giurisprudenza, Scienze Politiche, Filosofia, Arte e mestieri e tanto altro.

Dove siete fisicamente a lavorare e quanti siete?

Lavoriamo su skype, in rete, ma il nucleo operativo è Bari, la porta del Levante. Stiamo anche stringendo forti collaborazioni con la Sicilia.

Come e dove prevedi che sarà presentato il vostro manuale?

Ho deciso di ringraziare di persona tutti coloro che hanno partecipato al progetto.  Mi sento in dovere di ringraziare tutti coloro che hanno reso questo possibile. Senza l’aiuto della comunità che ci ha sostenuto non avremmo fatto altro che un libro per noi. Anzi, forse avrei avuto solo i miei appunti. Presto però potremo farlo leggere a tutti e questo mi riempie di gioia. Tutta questa gioia, questa forma di energia, voglio rimetterla in gioco, in circolo. Viaggerò per l’Italia per stringere la mano a coloro che ci sono stati vicini e nel frattempo mi preparo a  conoscere lo stato della permacultura in Italia. Sono stato in Australia a studiare la permacultura, l’ho girata in lungo e in largo per un anno conoscendo Geoff Lawton (con cui oggi collaboro a distanza), vivendo con Bill Mollison (andavamo a sfottere le ragazze al bar quando non rimanevamo rinchiusi nella sua biblioteca) e lavorando con Michael and Jude Fanton, i famosi Seed Savers. Adesso è tempo di viaggiare nella  mia Italia, in bici, lentamente, per conoscerla. Produrremo un documentario del viaggio, sempre che la comunità lo voglia! Grazie e viva l’orto domestico!

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

La Fattoria dell’Autosufficienza: un luogo per costruire un futuro sostenibile

Autosufficienza alimentare ed energetica, permacultura, ecoturismo, formazione all’ecologia e alla salute. Situata nell’appenino romagnolo, nel territorio del comune di Bagno di Romagna, la Fattoria dell’Autosufficenza rappresenta da anni un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono imparare a riconnettersi con la natura. Ce ne ha parlato Francesco Rosso, ideatore di questo progetto. Ho conosciuto Francesco Rosso in Romagna nel 2008. Era davvero giovanissimo e già allora mi colpì per la sua maturità al di fuori del comune. Pochi anni dopo il tempo ha dimostrato che la mia sensazione non era errata. Francesco, infatti, si è trovato in pochissimo tempo alla guida di un piccolo grande “colosso”, la Golden Books, nota soprattutto per il portale Macrolibrarsi, ma non solo. Ha deciso di sognare in grande, progettando una fattoria decisamente fuori dal comune, la Fattoria dell’Autosufficienza.

Tutto ha inizio nel lontano 2009 quando con la famiglia cercava una casa in campagna nei pressi di Cesena, nell’appenino romagnolo per la precisione, per poter coltivare un orto e allevare animali, con l’obiettivo – appunto – dell’autosufficienza alimentare ed energetica. “Cercando in queste zone – mi racconta Francesco – abbiamo ‘incontrato’ questa occasione: settanta ettari di terra coperti da bosco e pascoli e dieci di seminativo”.

Così è nato un progetto nuovo, la Fattoria dell’Autosufficienza che ha quattro obiettivi:
1. Autosufficienza alimentare: produrre ciò di cui necessitiamo per vivere in modo naturale, senza concimi o sostanze chimiche e riducendo al minimo l’uso di mezzi a petrolio;

  1. Autosufficienza energetica: attraverso fonti rinnovabili come vento, acqua, fotovoltaico, e legna;
  2. Formazione: all’ecologia e alla salute. La Macro Edizioni ormai da trent’anni propone uno stile di vita diverso, più naturale, e più salutare. Io sono nato in casa, sono stato allattato al seno, non sono stato vaccinato e non ho mai avuto problemi di salute. Insegnare alle persone a riappropriarsi dell’autosufficienza della salute;
  3. Ecoturismo: nelle foreste casentinesi, area ideale per camminate, escursioni, mountain bike”.NON-FARE-ASINO

Gli chiedo come sia stato ‘formarsi’. In effetti, ci ha investito molto. Mi racconta che i primi anni li ha trascorsi formandosi e studiando il luogo cercando di applicare i principi della permacultura, in particolare ‘osserva e agisci’.
Poi sono arrivati i primi lavori. “Abbiamo creato i contatti con l’acquedotto nuovo e poi abbiamo preparato i terreni, coltivando i primi orti, poi grani antichi, farro intervallati da legumi e così via. Nel 2014 abbiamo messo mano alle strutture. La ristrutturazione è stata impegnativa, avendo voluto e dovuto rispettare il vincolo storico e i principi di sostenibilità”. Alla fine, però, il progetto è riuscito, i lavori sono terminati (almeno questa parte dei lavori) e presto sarà inaugurato l’agriturismo che ha quattro camere e un ristorante.

La sfida

Essere coerente al 100% ha avuto un costo sia economico che energetico. Non è stata una ristrutturazione a basso costo. Hanno lavorato tante ditte, alcune che erano abituate ai materiali naturali, altre che hanno dovuto imparare. “Ne é valsa la pena – mi assicura Francesco – dal 2011 abbiamo iniziato a organizzare in fattoria corsi su permacultura, food fortest, agricoltura, costruzioni con materiali naturali, agricoltura sinergica. Mentre impariamo, trasmettiamo, miglioriamo”.

Gli chiedo come sia avvenuto il suo incontro con la permacultura. “Fin da quando ero più giovane vivevo immerso dai libri; me capitò tra le mani ‘Introduzione alla permacultura’; me lo portai a casa, iniziai a leggerlo e non me ne staccai più. In fondo al libro c’era scritto che esisteva una accademia che organizzava corsi di permacultura. Così, di lì a poco ne ho trovato uno intensivo di due settimane, dopo il quale… non avevo capito niente! Così, nei due anni successivi, ho fatto corsi su corsi. Ho continuato a informarmi, e da lì è stato evidente che quella era la mia strada”.14925414_1209082509154763_1152545948651825620_n

Nel problema la soluzione

Questo suo amore per la terra ha radici antiche. “A sette anni vivevo in una casa di campagna continua Francesco mentre fuori inizia a piovere – le istituzioni non mi permettevano di andare a scuola perché non ero vaccinato. Passavo le giornate con i miei cani nei boschi, così il bosco è diventata la mia casa”.

Dopo la terza media è quindi stato naturale iscriversi all’istituto professionale di agricoltura… Che però lasciò dopo due anni per iscriversi ad agraria. “Pensavo che non avrei mai fatto il contadino nella vita. In questi anni forse mi sono dimenticato della mia aspirazione di vivere nei boschi. Mi piaceva viaggiare e mi sono iscritto ad economia del turismo; poi, quando avevo venti anni mia madre mi chiese di dare una mano all’azienda di famiglia, lavorando al sito di Macrolibrarsi. L’anno dopo sono diventato amministratore ed è andata bene! Eravamo sette persone e oggi siamo più di sessanta. E questo mi ha reso possibile avere un capitale da investire in questo progetto”.

Si potrebbero dire molte altre cose su questa storia, si potrebbe entrare nel merito del cosa e del come. Ma per ora vi lasciamo alla visione del video. Nei prossimi giorni torneremo con il resto della storia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/fattoria-dell-autosufficienza-costruire-futuro-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una Scuola di Pratiche Sostenibili alle porte di Milano

Permacultura, agricoltura organica, corsi di autoproduzione. Alle porte di Milano, ospitata dalla Cascina Santa Brera, si trova la Scuola di Pratiche Sostenibili, uno spazio di sperimentazione aperto a tutti. Nel cuore del Parco Agricolo Sud alle porte di Milano sorge l’antica Cascina Santa Brera, un’oasi di bellezza e sostenibilità. Restaurata secondo i principi della bioarchitettura da Irene di Carpegna – la proprietaria – oltre ad essere un’azienda agricola biologica e un agriturismo, oggi la struttura ospita numerose attività formative per adulti, bambini e ragazzi.  Nel 2006 è stata fondata la Scuola di Pratiche Sostenibili iniziando la formazione per adulti con corsi di progettazione in Permacultura. Diversamente dai percorsi formativi che vengono svolti solitamente, qui le lezioni si distribuiscono durante tutto l’anno solare, arrivando anche a 160 ore di lezione. “Lo facciamo sia per approfondire gli argomenti trattati – spiega Roberta Donati, referente della scuola – sia per consolidare la rete umana e relazionale, non solo tra i frequentanti ma anche tra gli alunni e i docenti”.orto

All’inizio il numero medio di iscritti arrivava anche a trenta persone, oggi le cifre sono diminuite perché l’offerta formativa in questo ambito è aumentata molto, sia nella zona che in tutta Italia, e molti degli ex alunni sono diventati docenti avviando corsi in proprio o passando da alunni a docenti proprio all’interno della Cascina stessa. Sempre in ambito agricolo, un anno e mezzo fa è partito un corso di agricoltura organica rigenerativa, una pratica (non solo di coltivazione ma anche di allevamento) molto diffusa in Sud America – dove è nata – e in via di espansione in Italia anche grazie a realtà come questa che ne diffondono la conoscenza. Alla formazione hanno partecipato infatti piccoli agricoltori con aziende agricole a conduzione familiare ma anche consulenti e periti agrari che operano in tutto il paese e potranno a loro volta trasmetterne le tecniche.

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Oltre a permacultura e agricoltura organica, sono disponibili tantissimi corsi di autoproduzione, dal sapone ai formaggi, e dal sito della scuola si dà agli utenti la possibilità di segnalare esigenze e richieste. Anche per i più piccoli si organizzano nella cascina tantissime attività, con le famiglie e le scuole. Ogni estate la struttura ospita campi estivi dove bambini e ragazzi possono sperimentare la vita in cascina, prendendosi cura del’orto e degli animali, cucinando secondo la raccolta di stagione ma anche godendosi lunghe passeggiate nel Parco Agricolo, immersi in un magnifico paesaggio tra bosco, chiuse e canali.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/scuola-di-pratiche-sostenibili-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Quando la permacultura diventa una filosofia di vita…

Sostenibilità, equilibrio, biodiversità, scambio e mutuo aiuto sono i principi fondamentali che muovono il progetto dell’associazione Permacultura La Castellana, nato a Castelfranco Veneto (TV) circa un anno fa.9468-10206

Con 29 persone coinvolte, un ettaro di terra presa in affitto dal Comune e un budget al minimo (3500 euro spesi in un anno) questo progetto di permacultura ha preso il volo iniziando dalla graduale riconversione di un terreno precedentemente sfruttato dall’agricoltura intensiva. L’obiettivo è recuperare risorse e valori fondamentali per il territorio e le persone, promuovere concretamente un’economia di sostentamento e scambio con le realtà virtuose vicine oltre che ridurre progressivamente il ricorso all’economia di mercato. In una società individualistica e basata quasi esclusivamente su valori fittizi dipendenti dal denaro e dal consumo senza limiti, principi fondamentali come la condivisione dei saperi e dei frutti della terra, la solidarietà e il rispetto della natura hanno un significato profondo e dirompente. Molti i progetti futuri dell’associazione: fare rete con altre realtà basate sulla cooperazione e lo scambio, realizzare attività di reciproca conoscenza e collaborazione con le scuole tradizionali di agricoltura, approfondire e allargare le possibilità di coltivazione. Incontriamo Daniele Zanetti, uno degli ideatori del progetto e co-fondatore dell’associazione Permacultura La Castellana.

Che cos’è il Progetto Permacultura La Castellana?

Permacultura La Castellana è un’associazione culturale senza fini di lucro che ha l’obiettivo di creare una comunità aperta di persone con l’intento di fare autoproduzione, avviare un’economia di sostentamento e vendere le eventuali eccedenze. Tuttavia, la cosa per noi più importante è iniziare a praticare un’economia di scambio con altre realtà del territorio come i GAS e gli orti solidali situati nelle vicinanze.castellana

Dove avete preso la terra?

Abbiamo preso in affitto un ettaro di terra dal comune di Castelfranco per 470 euro l’anno. C’è la possibilità in seguito di prendere altri appezzamenti adiacenti, circa 5000 metri quadri. Abbiamo una concessione per i prossimi 5 anni, rinnovabile per altri 5.

Chi è stato l’ideatore del progetto e come avete incontrato gli altri soci?

L’input iniziale è stato mio e di un altro socio, Alessandro Bettati. Sono dieci anni che sono nel campo dell’associazionismo, avevo già un giro di conoscenze in questo settore e quindi non siamo partiti da zero. Attraverso incontri e fiere ci siamo fatti conoscere e sono entrate a far parte del progetto altre persone.

Con quale budget avete iniziato?

La quota associativa costa 50 euro l’anno ma col tempo abbiamo intenzione di ridurla. Abbiamo, al momento, fissato questa cifra perché abbiamo dovuto sostenere le spese per la serra e gli attrezzi necessari per l’orto. C’era bisogno di un budget iniziale ma nel giro di 5 anni la quota associativa si dimezzerà. Ci sono nostri colleghi che sono partiti con terreni di proprietà e con una cooperativa con un budget di 300000 euro. Noi siamo partiti con un budget molto limitato e alla portata di tutti. Naturalmente loro, della cooperativa, sono interessati a vendere all’esterno, noi invece siamo interessati più all’economia di scambio. Con pochissimi soldi siamo riusciti a mettere su un progetto di permacultura.

Avete tutti un altro lavoro? In questo anno che cosa avete fatto? E in che modo hanno partecipato i soci?

Molti di noi hanno il proprio lavoro ma tra i soci ci sono anche disoccupati. Per portare avanti il progetto usiamo il nostro tempo libero. Per realizzarlo pienamente occorrono circa tre anni. Per ora non si sono delineati ruoli precisi perché al momento è bene organizzarci di mese in mese e cercare di fare tutti le stesse cose con una linea guida precisa. Quando il progetto andrà avanti il gruppo diventerà un vero e proprio team all’interno del quale ciascuno avrà un ruolo preciso e quindi ci sarà chi si specializzerà nell’orto, chi avrà più interesse nella trasformazione dei prodotti: essiccati, sottolio e simili. Per specializzarci, però, dobbiamo tutti conoscere profondamente il progetto. Abbiamo un altro anno e mezzo davanti prima di concludere.castellana3

Riuscite ad essere autosufficienti?

Ci sono stati periodi in cui lo siamo stati. Al momento non lo siamo. Nel giro di due o tre anni, però, credo sia possibile arrivare a un buon livello di autosufficienza per la verdura e la frutta. Per arrivare a questo non basta solo produrre ma è necessario chiudere la filiera. Oltre a coltivare è necessario saper raccogliere, cucinare, preparare e conservare. Sembra una sciocchezza ma è una cosa che non è affatto banale o scontata perché siamo abituati ad andare al supermercato dove compriamo già tutto pronto.

Che cosa è necessario fare?

E’ necessario cambiare stile di vita. Dobbiamo considerare che durante l’anno ci sono i periodi di magra. Quindi non è che quando non si produce si debba andare al supermercato. Ci si pensa quando c’è il periodo di larga produzione conservando la verdura e la frutta che sarà poi consumata in inverno. Da dicembre ad aprile, ad esempio, è un periodo in cui non c’è frutta. Con la frutta essiccata per tempo si può arrivare a una buona percentuale di sostentamento anche in inverno. Quello che fa la differenza è l’economia di scambio. Ci sono altri gruppi simili al nostro con i quali scambiare i prodotti.

Quali sono i principi cardine dell’associazione?

Creare una comunità aperta di persone. E’ fondamentale perché recupera valori comunitari che questa società del consumo ha già in buona parte perso.  Pensiamo al valore della condivisione, dell’aiutarsi l’un l’altro, della solidarietà. Concetti che in una società individualistica e basata sul valore del denaro sono quasi inesistenti. In campo prettamente economico, vogliamo promuovere una ripresa dell’economia di sostentamento e di scambio, riducendo progressivamente l’economia di mercato.

La vostra terra si trova vicina ai centri abitati?

Sì ma contemporaneamente non è vicina a una strada trafficata e quindi il terreno è un terreno relativamente pulito. Dico “relativamente” perché si tratta comunque di un terreno in conversione e per recuperarlo, utilizziamo varie tecniche, tipo il sovescio. E’ necessario tener presente che, purtroppo, viviamo in un mondo inquinato. Certamente anche il nostro, in una certa misura lo è, ma è parte integrante del nostro progetto proprio il fatto che attraverso un approccio diverso, sano e collaborativo nei confronti della terra, col tempo, i terreni possano essere recuperati. Ci sono altre realtà simili alla nostra in zona: apicoltori e funghicoltori. C’è un bosco vicino a noi creato da un gruppo di ragazzi che ne avevano bisogno per allevare le api

Qual è l’età media dei soci e qual è il futuro del vostro progetto?

Circa 45 anni. Io ho 33 anni e sono tra i più giovani. Questo mi dispiace molto. E’ anche colpa nostra perché dobbiamo renderci più visibili. Dobbiamo andare nelle scuole e far vedere ai ragazzi che esistiamo. E’ il prossimo step che dobbiamo fare e uno dei nostri obiettivi. Ad esempio, c’è l’istituto agrario di Castelfranco, a pochi chilometri da noi, all’interno del quale il professor Alessandro Leoni è riuscito ad introdurre il biologico. Al momento nelle scuole si parla quasi solo di agricoltura tradizionale quindi è chiaro che la permacultura come concetto e come vera e propria cultura del fare, ancora non c’è. Bisogna iniziare a collaborare. Il futuro del progetto e della nostra associazione è questo.

Che cosa rappresenta il vostro progetto all’interno della realtà in cui siete inseriti?

Noi stiamo creando un ecosistema. Con i vari elementi: l’orto, il frutteto, il pollaio, la food forest, le aromatiche, i cereali stiamo andando a creare un ecosistema sostenibile. Ogni elemento all’interno del progetto è legato in un contesto di economia circolare, aumentando la biodiversità e conseguentemente le interazioni tra le varie specie viventi. Si raggiunge un livello di complessità più alto e soprattutto un equilibrio con la natura. La sostenibilità la raggiungiamo in questo modo.

Coltivate anche i cereali?

Il terreno veniva da un’agricoltura intensiva e abbiamo seminato a spaglio il sovescio di varie piante leguminose e foraggere. Da quest’anno possiamo pensare di iniziare a seminare un cereale. Un gruppo che conosco e che si trova vicino a noi ha recuperato alcuni grani antichi (Saragolla e Senatore cappelli) ed è arrivato poi a produrre le farine. In zona abbiamo, tra l’altro, un vecchio mulino. Quando ci muoveremo noi dovremo pensare attentamente alla filiera e alla gestione di tutto il processo e lo faremo nel modo più sostenibile possibile, avendo una realtà di riferimento come la loro. Vogliamo recuperare un metodo antico che oggi non si usa più. Oggi si usa il mietitrebbia che taglia tutto. Una volta, invece, le trebbie tagliavano a un’altezza maggiore e contemporaneamente si seminava una leguminosa a mano quando il grano era alto. Quando si raccoglieva falciando il grano si aveva già il terreno con le piantine di leguminose che crescevano. Questo si faceva per mantenere il terreno fertile dando la rotazione tra il cereale e le leguminose.

E’ lo stesso sistema di Masanobu Fukuoka?

Sì, ma non solo lui, direi che è una pratica antica. Masanobu Fukuoka ci ha insegnato che il terreno deve essere sempre coperto. Utilizzava il trifoglio bianco come leguminosa seminato nei campi di riso e poi d’inverno copriva con la paglia in modo tale da proteggere il terreno dalle gelate. Le cose importanti per realizzare un progetto in equilibrio con la natura sono tre: la fertilità del suolo, la qualità del seme perché oggi abbiamo semi più produttivi  rispetto alle varietà antiche, ma sono anche più delicate e si ammalano più facilmente. Dobbiamo puntare sulle nostre piante rustiche e chiaramente non ibride, altrimenti il seme non è fertile. Infine, la biodiversità. Se non c’è biodiversità l’ecosistema non è in equilibrio.

Che ruolo hanno gli animali? Li allevate per la carne?

No. Gli animali sono parte integrante del progetto perché sono fondamentali. Sono animali che troveranno il cibo sul campo. Inoltre, hanno la funzione di concimare la terra. La nostra agricoltura non è intensiva ma comunque non siamo in grado di creare da soli un sistema che si tenga in equilibrio. Le galline ci aiutano in questo, ad esempio mangiando i parassiti che danneggiano le piante (nei mesi non produttivi dell’orto). L’ecosistema che abbiamo creato sostiene le galline stesse. Sono, all’interno di un circolo virtuoso, un elemento che serve a mantenere l’equilibrio. Questo è un altro dei nostri obiettivi.

Qual è la differenza rispetto ai progetti di agricoltura tradizionale?

Noi lavoriamo con la natura e non la pieghiamo ai nostri bisogni come fa l’agricoltura tradizionale e tutta la società moderna, in ogni campo). Tuttavia, siamo consapevoli della necessità di una collaborazione nei luoghi in cui l’agricoltura tradizionale viene insegnata. Lavorare in sintonia con queste realtà è il modo che abbiamo scelto per cercare di arrivare a un risultato positivo e virtuoso per tutti: le persone, la terra, la società.

Dove avete imparato la permacultura?

Uno dei soci è permacultore (Alessandro Bettati) e ha fatto il corso con Geoff Lawton. Personalmente non sono permacultore ma mi sono formato leggendo libri e cercando di migliorarmi nella pratica in questa direzione. Il nostro progetto prevede anche che alcuni di noi si formino con corsi specifici.

Perché progetti come il vostro?

La nostra è una società consumistica e individualistica che disintegra valori come la famiglia, il rispetto del prossimo, le varie comunità nel territorio, mantenendo come unico valore il denaro. In questa società, entrano in gioco effetti che nelle economie preindustriali erano molto limitati quali: accumulazione sempre più sfrenata di beni e merci, usura, l’interesse che per sua natura è uno strumento di mera speculazione. Una società fatta in questo modo e un’economia di mercato basata sul denaro come fine e non mezzo non potrà fare molta strada.

Come vedi il futuro?

Nella storia dell’uomo è sempre stato così: c’è sempre stata un’economia di sostentamento in primo luogo, poi di scambio e poi di mercato. Adesso invece l’economia di mercato è diventata primaria e l’unico modo di sostenersi è lavorare per avere il denaro con cui comprare quello che ci serve. Non è assolutamente possibile né realizzabile un mondo che continui a basarsi sull’individualismo puro e su un consumismo senza limiti. In futuro si tornerà alle nostre radici perché una società fondata sullo sfruttamento a oltranza di risorse che non sono infinite non può essere sostenibile e non potrà garantire un benessere economico come quello cui siamo abituati. Prima o poi siamo destinati a cambiare sistema. Non siamo solo noi a pensarlo ma ci sono altri movimenti come il Movimento per la Decrescita Felice, le Transition Town, il Movimento Zero di Massimo Fini, i vari progetti di ecovillaggi.

Qual è il vostro sogno?

Stiamo cercando di fare rete con tutti gli altri movimenti che si basano su valori come la cooperazione e lo scambio attraverso un’economia sana e non basata sullo sfruttamento e sul consumo.  Fare rete significa, di fatto, iniziare a creare i presupposti per una nuova società.

Che consiglio ti sentiresti di dare a chi volesse imitarvi?

Non me la sento ancora di dare consigli. Forse ci sentiremo di farlo tra cinque o sei anni, quando ne sapremo di più. Per il momento posso dire che la prima cosa è non fare il passo più lungo della gamba, fare poche cose ma fatte bene. Altra cosa fondamentale è insistere e non scoraggiarsi alle prime difficoltà.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Una food forest di nome Atlantis

Una Food Forest di nome Atlantis e, al suo interno, un santuario di farfalle Monarca. Li ha creati Helder Valente, esperto di permacutura, alle Canarie. E spiega: “Mentre sviluppavo giorno per giorno la mia visione, ho capito che la mia vera missione non era dimostrare come funziona la permacultura ma aiutare l’uomo nella connessione con se stesso e con gli altri”

img_0845Helder Valente è nato in Portogallo e dopo aver sviluppato progetti permaculturali in diversi paesi del mondo e soprattutto in Sudamerica dove viene a contatto con le culture indigene locali, si ferma alle Canarie, un luogo dove coesistono 20 climi differenti e dove arrivano 10 milioni di visitatori l’anno che creano problemi ecologici non indifferenti. Lì decide di creare una Food Forest di nome Atlantis e, al suo interno, un santuario di farfalle Monarca. “Mentre sviluppavo giorno per giorno la mia visione, ho capito che la mia vera missione non era dimostrare come funziona la permacultura ma aiutare l’uomo nella connessione con se stesso e con gli altri”.
“In manu (eius) est potestas et imperium”. Sullo schermo della sala conferenze in cui ci accoglie Helder Valente, campeggia questa frase che, dice, gli ha cambiato letteralmente la vita. La frase, in realtà, è contenuta nel Libro delle Cronache del profeta Malachia e si riferisce alla potenza del Signore ma mi piace molto l’interpretazione che ne dà questo permacultore espertissimo e appassionato che da anni è impegnato in prima persona e in diversi paesi (dal Sudamerica alle Canarie) a diffondere il pensiero e la pratica permaculturale. Nell’interpretazione che il potere sia nelle nostre mani possiamo pensare che l’uomo possa davvero recuperare una relazione diversa con la terra che abita e con i suoi simili per una nuova civiltà di rispetto e di armonia con l’ambiente che lo circonda. Si tratta di un messaggio preciso e per tutti: per chi pensa che l’uomo non sia ormai più in grado di tornare indietro o che non abbia abbastanza forza o potere per cambiare le cose.
Helder ha presentato un vero e proprio racconto fotografico su Atlantis, il progetto nato su una Food Forest antica preesistente che è stata recuperata e sviluppata nell’area più verde delle Isole. Le immagini hanno documentato un lavoro fatto insieme ai suoi studenti e alle persone che ci hanno creduto e che lo hanno aiutato. Il risultato è una terra ricchissima e produttiva dove crescono alberi, frutti e ortaggi di ogni tipo: dai castagni ai banani, dagli avocado alle innumerevoli varietà di fichi e di mele, dalle piante di cacao, ai cavolfiori e agli ibiscus e poi pesche, patate, lime, funghi e noci di Macadamia. Il problema, semmai, è la sovrapproduzione. Così i prodotti in eccedenza vengono trasformati in liquori, fermentati e marmellate.
Sono arrivate le farfalle Monarca e si è creato un vero e proprio santuario naturale spontaneamente scelto da questi animali.
Tornare alla terra e tornare alla natura, agli animali, all’aria pulita, alla campagna lontana dalle città sempre più contrarie e inospitali per gli esseri umani, significa spesso la ricerca del rifugio, dell’allontanamento volontario non solo da un ambiente fisico innaturale ma anche dalle profonde difficoltà relazionali con le quali tutti, chi più chi meno, dobbiamo fare quotidianamente i conti. Riavvicinarsi alla terra – dice Valente – deve significare un ritorno anche alle persone e imparare a creare pazientemente nuove e sane relazioni che, insieme al contatto diretto con la natura sono l’elemento base del benessere di tutti. Il paradiso, in sostanza, dice Valente, deve essere condiviso per sentirci felici e una delle cose più importanti è proprio mettersi insieme, rendere felici le persone accanto a noi e fare comunità. Dobbiamo trovare l’ispirazione nella natura e negli altri.
Per spiegarci meglio il suo lavoro, Helder ci racconta che un giorno la sua vicina di casa che vive vendendo i prodotti del suo orto e le uova, trova le sue galline uccise dai cani lasciati liberi dai cacciatori. Pensando di difendersi, mette il veleno intorno alla sua proprietà. Qualche giorno dopo il cane di Helder muore per aver mangiato una polpetta avvelenata. Il racconto è emozionante perché, ci spiega: “Sebbene addoloratissimo decisi che il problema non era la mia vicina né i cacciatori. Non lo erano neppure i produttori di veleno. La cosa più giusta che potessi fare era continuare a credere nel mio lavoro e portarlo avanti. Dovevo continuare ad aiutare le persone a riconnettersi con la terra”.
Gli obiettivi e le sfide di Atlantis sono stati molti e importantissimi: fare comunità, progettare in permacultura, rendere il santuario delle farfalle Monarca un luogo speciale, usare solo materiali locali e a basso costo, costruire compost toilets, sviluppare attività come il bird watching, condividere le informazioni con i locali e fare tesoro delle loro conoscenze, prevedere spazi per la cura della spiritualità (nelle Cuevas naturali gli studenti e i volontari presenti ad Atlantis vanno a meditare) perché la città richiede un’attività mentale veloce e non è possibile pensare, meditare, trovare il contatto con se stessi. L’insegnamento, inoltre, è che non siamo più capaci di capire un ecosistema complesso ma solo una monocoltura mentre la natura può darci comunque sostentamento e profitto per stare bene, rispettandola.
Tra le sfide future c’è quella di integrare nella comunità locale tutti i livelli sociali e tutte le età oltre agli animali. La sfida più grande, però, è quella di creare una Food Forest nella parte più arida dell’isola per farla rigenerare. Atlantis è stata un laboratorio e adesso – continua Helder – sappiamo che cosa possiamo fare. E’ così che si può cambiare il mondo.
Fonte: ilcambiamento.it