La Fattoria dell’Autosufficienza: un luogo per costruire un futuro sostenibile

Autosufficienza alimentare ed energetica, permacultura, ecoturismo, formazione all’ecologia e alla salute. Situata nell’appenino romagnolo, nel territorio del comune di Bagno di Romagna, la Fattoria dell’Autosufficenza rappresenta da anni un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono imparare a riconnettersi con la natura. Ce ne ha parlato Francesco Rosso, ideatore di questo progetto. Ho conosciuto Francesco Rosso in Romagna nel 2008. Era davvero giovanissimo e già allora mi colpì per la sua maturità al di fuori del comune. Pochi anni dopo il tempo ha dimostrato che la mia sensazione non era errata. Francesco, infatti, si è trovato in pochissimo tempo alla guida di un piccolo grande “colosso”, la Golden Books, nota soprattutto per il portale Macrolibrarsi, ma non solo. Ha deciso di sognare in grande, progettando una fattoria decisamente fuori dal comune, la Fattoria dell’Autosufficienza.

Tutto ha inizio nel lontano 2009 quando con la famiglia cercava una casa in campagna nei pressi di Cesena, nell’appenino romagnolo per la precisione, per poter coltivare un orto e allevare animali, con l’obiettivo – appunto – dell’autosufficienza alimentare ed energetica. “Cercando in queste zone – mi racconta Francesco – abbiamo ‘incontrato’ questa occasione: settanta ettari di terra coperti da bosco e pascoli e dieci di seminativo”.

Così è nato un progetto nuovo, la Fattoria dell’Autosufficienza che ha quattro obiettivi:
1. Autosufficienza alimentare: produrre ciò di cui necessitiamo per vivere in modo naturale, senza concimi o sostanze chimiche e riducendo al minimo l’uso di mezzi a petrolio;

  1. Autosufficienza energetica: attraverso fonti rinnovabili come vento, acqua, fotovoltaico, e legna;
  2. Formazione: all’ecologia e alla salute. La Macro Edizioni ormai da trent’anni propone uno stile di vita diverso, più naturale, e più salutare. Io sono nato in casa, sono stato allattato al seno, non sono stato vaccinato e non ho mai avuto problemi di salute. Insegnare alle persone a riappropriarsi dell’autosufficienza della salute;
  3. Ecoturismo: nelle foreste casentinesi, area ideale per camminate, escursioni, mountain bike”.NON-FARE-ASINO

Gli chiedo come sia stato ‘formarsi’. In effetti, ci ha investito molto. Mi racconta che i primi anni li ha trascorsi formandosi e studiando il luogo cercando di applicare i principi della permacultura, in particolare ‘osserva e agisci’.
Poi sono arrivati i primi lavori. “Abbiamo creato i contatti con l’acquedotto nuovo e poi abbiamo preparato i terreni, coltivando i primi orti, poi grani antichi, farro intervallati da legumi e così via. Nel 2014 abbiamo messo mano alle strutture. La ristrutturazione è stata impegnativa, avendo voluto e dovuto rispettare il vincolo storico e i principi di sostenibilità”. Alla fine, però, il progetto è riuscito, i lavori sono terminati (almeno questa parte dei lavori) e presto sarà inaugurato l’agriturismo che ha quattro camere e un ristorante.

La sfida

Essere coerente al 100% ha avuto un costo sia economico che energetico. Non è stata una ristrutturazione a basso costo. Hanno lavorato tante ditte, alcune che erano abituate ai materiali naturali, altre che hanno dovuto imparare. “Ne é valsa la pena – mi assicura Francesco – dal 2011 abbiamo iniziato a organizzare in fattoria corsi su permacultura, food fortest, agricoltura, costruzioni con materiali naturali, agricoltura sinergica. Mentre impariamo, trasmettiamo, miglioriamo”.

Gli chiedo come sia avvenuto il suo incontro con la permacultura. “Fin da quando ero più giovane vivevo immerso dai libri; me capitò tra le mani ‘Introduzione alla permacultura’; me lo portai a casa, iniziai a leggerlo e non me ne staccai più. In fondo al libro c’era scritto che esisteva una accademia che organizzava corsi di permacultura. Così, di lì a poco ne ho trovato uno intensivo di due settimane, dopo il quale… non avevo capito niente! Così, nei due anni successivi, ho fatto corsi su corsi. Ho continuato a informarmi, e da lì è stato evidente che quella era la mia strada”.14925414_1209082509154763_1152545948651825620_n

Nel problema la soluzione

Questo suo amore per la terra ha radici antiche. “A sette anni vivevo in una casa di campagna continua Francesco mentre fuori inizia a piovere – le istituzioni non mi permettevano di andare a scuola perché non ero vaccinato. Passavo le giornate con i miei cani nei boschi, così il bosco è diventata la mia casa”.

Dopo la terza media è quindi stato naturale iscriversi all’istituto professionale di agricoltura… Che però lasciò dopo due anni per iscriversi ad agraria. “Pensavo che non avrei mai fatto il contadino nella vita. In questi anni forse mi sono dimenticato della mia aspirazione di vivere nei boschi. Mi piaceva viaggiare e mi sono iscritto ad economia del turismo; poi, quando avevo venti anni mia madre mi chiese di dare una mano all’azienda di famiglia, lavorando al sito di Macrolibrarsi. L’anno dopo sono diventato amministratore ed è andata bene! Eravamo sette persone e oggi siamo più di sessanta. E questo mi ha reso possibile avere un capitale da investire in questo progetto”.

Si potrebbero dire molte altre cose su questa storia, si potrebbe entrare nel merito del cosa e del come. Ma per ora vi lasciamo alla visione del video. Nei prossimi giorni torneremo con il resto della storia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/fattoria-dell-autosufficienza-costruire-futuro-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una Scuola di Pratiche Sostenibili alle porte di Milano

Permacultura, agricoltura organica, corsi di autoproduzione. Alle porte di Milano, ospitata dalla Cascina Santa Brera, si trova la Scuola di Pratiche Sostenibili, uno spazio di sperimentazione aperto a tutti. Nel cuore del Parco Agricolo Sud alle porte di Milano sorge l’antica Cascina Santa Brera, un’oasi di bellezza e sostenibilità. Restaurata secondo i principi della bioarchitettura da Irene di Carpegna – la proprietaria – oltre ad essere un’azienda agricola biologica e un agriturismo, oggi la struttura ospita numerose attività formative per adulti, bambini e ragazzi.  Nel 2006 è stata fondata la Scuola di Pratiche Sostenibili iniziando la formazione per adulti con corsi di progettazione in Permacultura. Diversamente dai percorsi formativi che vengono svolti solitamente, qui le lezioni si distribuiscono durante tutto l’anno solare, arrivando anche a 160 ore di lezione. “Lo facciamo sia per approfondire gli argomenti trattati – spiega Roberta Donati, referente della scuola – sia per consolidare la rete umana e relazionale, non solo tra i frequentanti ma anche tra gli alunni e i docenti”.orto

All’inizio il numero medio di iscritti arrivava anche a trenta persone, oggi le cifre sono diminuite perché l’offerta formativa in questo ambito è aumentata molto, sia nella zona che in tutta Italia, e molti degli ex alunni sono diventati docenti avviando corsi in proprio o passando da alunni a docenti proprio all’interno della Cascina stessa. Sempre in ambito agricolo, un anno e mezzo fa è partito un corso di agricoltura organica rigenerativa, una pratica (non solo di coltivazione ma anche di allevamento) molto diffusa in Sud America – dove è nata – e in via di espansione in Italia anche grazie a realtà come questa che ne diffondono la conoscenza. Alla formazione hanno partecipato infatti piccoli agricoltori con aziende agricole a conduzione familiare ma anche consulenti e periti agrari che operano in tutto il paese e potranno a loro volta trasmetterne le tecniche.

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Oltre a permacultura e agricoltura organica, sono disponibili tantissimi corsi di autoproduzione, dal sapone ai formaggi, e dal sito della scuola si dà agli utenti la possibilità di segnalare esigenze e richieste. Anche per i più piccoli si organizzano nella cascina tantissime attività, con le famiglie e le scuole. Ogni estate la struttura ospita campi estivi dove bambini e ragazzi possono sperimentare la vita in cascina, prendendosi cura del’orto e degli animali, cucinando secondo la raccolta di stagione ma anche godendosi lunghe passeggiate nel Parco Agricolo, immersi in un magnifico paesaggio tra bosco, chiuse e canali.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/scuola-di-pratiche-sostenibili-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Quando la permacultura diventa una filosofia di vita…

Sostenibilità, equilibrio, biodiversità, scambio e mutuo aiuto sono i principi fondamentali che muovono il progetto dell’associazione Permacultura La Castellana, nato a Castelfranco Veneto (TV) circa un anno fa.9468-10206

Con 29 persone coinvolte, un ettaro di terra presa in affitto dal Comune e un budget al minimo (3500 euro spesi in un anno) questo progetto di permacultura ha preso il volo iniziando dalla graduale riconversione di un terreno precedentemente sfruttato dall’agricoltura intensiva. L’obiettivo è recuperare risorse e valori fondamentali per il territorio e le persone, promuovere concretamente un’economia di sostentamento e scambio con le realtà virtuose vicine oltre che ridurre progressivamente il ricorso all’economia di mercato. In una società individualistica e basata quasi esclusivamente su valori fittizi dipendenti dal denaro e dal consumo senza limiti, principi fondamentali come la condivisione dei saperi e dei frutti della terra, la solidarietà e il rispetto della natura hanno un significato profondo e dirompente. Molti i progetti futuri dell’associazione: fare rete con altre realtà basate sulla cooperazione e lo scambio, realizzare attività di reciproca conoscenza e collaborazione con le scuole tradizionali di agricoltura, approfondire e allargare le possibilità di coltivazione. Incontriamo Daniele Zanetti, uno degli ideatori del progetto e co-fondatore dell’associazione Permacultura La Castellana.

Che cos’è il Progetto Permacultura La Castellana?

Permacultura La Castellana è un’associazione culturale senza fini di lucro che ha l’obiettivo di creare una comunità aperta di persone con l’intento di fare autoproduzione, avviare un’economia di sostentamento e vendere le eventuali eccedenze. Tuttavia, la cosa per noi più importante è iniziare a praticare un’economia di scambio con altre realtà del territorio come i GAS e gli orti solidali situati nelle vicinanze.castellana

Dove avete preso la terra?

Abbiamo preso in affitto un ettaro di terra dal comune di Castelfranco per 470 euro l’anno. C’è la possibilità in seguito di prendere altri appezzamenti adiacenti, circa 5000 metri quadri. Abbiamo una concessione per i prossimi 5 anni, rinnovabile per altri 5.

Chi è stato l’ideatore del progetto e come avete incontrato gli altri soci?

L’input iniziale è stato mio e di un altro socio, Alessandro Bettati. Sono dieci anni che sono nel campo dell’associazionismo, avevo già un giro di conoscenze in questo settore e quindi non siamo partiti da zero. Attraverso incontri e fiere ci siamo fatti conoscere e sono entrate a far parte del progetto altre persone.

Con quale budget avete iniziato?

La quota associativa costa 50 euro l’anno ma col tempo abbiamo intenzione di ridurla. Abbiamo, al momento, fissato questa cifra perché abbiamo dovuto sostenere le spese per la serra e gli attrezzi necessari per l’orto. C’era bisogno di un budget iniziale ma nel giro di 5 anni la quota associativa si dimezzerà. Ci sono nostri colleghi che sono partiti con terreni di proprietà e con una cooperativa con un budget di 300000 euro. Noi siamo partiti con un budget molto limitato e alla portata di tutti. Naturalmente loro, della cooperativa, sono interessati a vendere all’esterno, noi invece siamo interessati più all’economia di scambio. Con pochissimi soldi siamo riusciti a mettere su un progetto di permacultura.

Avete tutti un altro lavoro? In questo anno che cosa avete fatto? E in che modo hanno partecipato i soci?

Molti di noi hanno il proprio lavoro ma tra i soci ci sono anche disoccupati. Per portare avanti il progetto usiamo il nostro tempo libero. Per realizzarlo pienamente occorrono circa tre anni. Per ora non si sono delineati ruoli precisi perché al momento è bene organizzarci di mese in mese e cercare di fare tutti le stesse cose con una linea guida precisa. Quando il progetto andrà avanti il gruppo diventerà un vero e proprio team all’interno del quale ciascuno avrà un ruolo preciso e quindi ci sarà chi si specializzerà nell’orto, chi avrà più interesse nella trasformazione dei prodotti: essiccati, sottolio e simili. Per specializzarci, però, dobbiamo tutti conoscere profondamente il progetto. Abbiamo un altro anno e mezzo davanti prima di concludere.castellana3

Riuscite ad essere autosufficienti?

Ci sono stati periodi in cui lo siamo stati. Al momento non lo siamo. Nel giro di due o tre anni, però, credo sia possibile arrivare a un buon livello di autosufficienza per la verdura e la frutta. Per arrivare a questo non basta solo produrre ma è necessario chiudere la filiera. Oltre a coltivare è necessario saper raccogliere, cucinare, preparare e conservare. Sembra una sciocchezza ma è una cosa che non è affatto banale o scontata perché siamo abituati ad andare al supermercato dove compriamo già tutto pronto.

Che cosa è necessario fare?

E’ necessario cambiare stile di vita. Dobbiamo considerare che durante l’anno ci sono i periodi di magra. Quindi non è che quando non si produce si debba andare al supermercato. Ci si pensa quando c’è il periodo di larga produzione conservando la verdura e la frutta che sarà poi consumata in inverno. Da dicembre ad aprile, ad esempio, è un periodo in cui non c’è frutta. Con la frutta essiccata per tempo si può arrivare a una buona percentuale di sostentamento anche in inverno. Quello che fa la differenza è l’economia di scambio. Ci sono altri gruppi simili al nostro con i quali scambiare i prodotti.

Quali sono i principi cardine dell’associazione?

Creare una comunità aperta di persone. E’ fondamentale perché recupera valori comunitari che questa società del consumo ha già in buona parte perso.  Pensiamo al valore della condivisione, dell’aiutarsi l’un l’altro, della solidarietà. Concetti che in una società individualistica e basata sul valore del denaro sono quasi inesistenti. In campo prettamente economico, vogliamo promuovere una ripresa dell’economia di sostentamento e di scambio, riducendo progressivamente l’economia di mercato.

La vostra terra si trova vicina ai centri abitati?

Sì ma contemporaneamente non è vicina a una strada trafficata e quindi il terreno è un terreno relativamente pulito. Dico “relativamente” perché si tratta comunque di un terreno in conversione e per recuperarlo, utilizziamo varie tecniche, tipo il sovescio. E’ necessario tener presente che, purtroppo, viviamo in un mondo inquinato. Certamente anche il nostro, in una certa misura lo è, ma è parte integrante del nostro progetto proprio il fatto che attraverso un approccio diverso, sano e collaborativo nei confronti della terra, col tempo, i terreni possano essere recuperati. Ci sono altre realtà simili alla nostra in zona: apicoltori e funghicoltori. C’è un bosco vicino a noi creato da un gruppo di ragazzi che ne avevano bisogno per allevare le api

Qual è l’età media dei soci e qual è il futuro del vostro progetto?

Circa 45 anni. Io ho 33 anni e sono tra i più giovani. Questo mi dispiace molto. E’ anche colpa nostra perché dobbiamo renderci più visibili. Dobbiamo andare nelle scuole e far vedere ai ragazzi che esistiamo. E’ il prossimo step che dobbiamo fare e uno dei nostri obiettivi. Ad esempio, c’è l’istituto agrario di Castelfranco, a pochi chilometri da noi, all’interno del quale il professor Alessandro Leoni è riuscito ad introdurre il biologico. Al momento nelle scuole si parla quasi solo di agricoltura tradizionale quindi è chiaro che la permacultura come concetto e come vera e propria cultura del fare, ancora non c’è. Bisogna iniziare a collaborare. Il futuro del progetto e della nostra associazione è questo.

Che cosa rappresenta il vostro progetto all’interno della realtà in cui siete inseriti?

Noi stiamo creando un ecosistema. Con i vari elementi: l’orto, il frutteto, il pollaio, la food forest, le aromatiche, i cereali stiamo andando a creare un ecosistema sostenibile. Ogni elemento all’interno del progetto è legato in un contesto di economia circolare, aumentando la biodiversità e conseguentemente le interazioni tra le varie specie viventi. Si raggiunge un livello di complessità più alto e soprattutto un equilibrio con la natura. La sostenibilità la raggiungiamo in questo modo.

Coltivate anche i cereali?

Il terreno veniva da un’agricoltura intensiva e abbiamo seminato a spaglio il sovescio di varie piante leguminose e foraggere. Da quest’anno possiamo pensare di iniziare a seminare un cereale. Un gruppo che conosco e che si trova vicino a noi ha recuperato alcuni grani antichi (Saragolla e Senatore cappelli) ed è arrivato poi a produrre le farine. In zona abbiamo, tra l’altro, un vecchio mulino. Quando ci muoveremo noi dovremo pensare attentamente alla filiera e alla gestione di tutto il processo e lo faremo nel modo più sostenibile possibile, avendo una realtà di riferimento come la loro. Vogliamo recuperare un metodo antico che oggi non si usa più. Oggi si usa il mietitrebbia che taglia tutto. Una volta, invece, le trebbie tagliavano a un’altezza maggiore e contemporaneamente si seminava una leguminosa a mano quando il grano era alto. Quando si raccoglieva falciando il grano si aveva già il terreno con le piantine di leguminose che crescevano. Questo si faceva per mantenere il terreno fertile dando la rotazione tra il cereale e le leguminose.

E’ lo stesso sistema di Masanobu Fukuoka?

Sì, ma non solo lui, direi che è una pratica antica. Masanobu Fukuoka ci ha insegnato che il terreno deve essere sempre coperto. Utilizzava il trifoglio bianco come leguminosa seminato nei campi di riso e poi d’inverno copriva con la paglia in modo tale da proteggere il terreno dalle gelate. Le cose importanti per realizzare un progetto in equilibrio con la natura sono tre: la fertilità del suolo, la qualità del seme perché oggi abbiamo semi più produttivi  rispetto alle varietà antiche, ma sono anche più delicate e si ammalano più facilmente. Dobbiamo puntare sulle nostre piante rustiche e chiaramente non ibride, altrimenti il seme non è fertile. Infine, la biodiversità. Se non c’è biodiversità l’ecosistema non è in equilibrio.

Che ruolo hanno gli animali? Li allevate per la carne?

No. Gli animali sono parte integrante del progetto perché sono fondamentali. Sono animali che troveranno il cibo sul campo. Inoltre, hanno la funzione di concimare la terra. La nostra agricoltura non è intensiva ma comunque non siamo in grado di creare da soli un sistema che si tenga in equilibrio. Le galline ci aiutano in questo, ad esempio mangiando i parassiti che danneggiano le piante (nei mesi non produttivi dell’orto). L’ecosistema che abbiamo creato sostiene le galline stesse. Sono, all’interno di un circolo virtuoso, un elemento che serve a mantenere l’equilibrio. Questo è un altro dei nostri obiettivi.

Qual è la differenza rispetto ai progetti di agricoltura tradizionale?

Noi lavoriamo con la natura e non la pieghiamo ai nostri bisogni come fa l’agricoltura tradizionale e tutta la società moderna, in ogni campo). Tuttavia, siamo consapevoli della necessità di una collaborazione nei luoghi in cui l’agricoltura tradizionale viene insegnata. Lavorare in sintonia con queste realtà è il modo che abbiamo scelto per cercare di arrivare a un risultato positivo e virtuoso per tutti: le persone, la terra, la società.

Dove avete imparato la permacultura?

Uno dei soci è permacultore (Alessandro Bettati) e ha fatto il corso con Geoff Lawton. Personalmente non sono permacultore ma mi sono formato leggendo libri e cercando di migliorarmi nella pratica in questa direzione. Il nostro progetto prevede anche che alcuni di noi si formino con corsi specifici.

Perché progetti come il vostro?

La nostra è una società consumistica e individualistica che disintegra valori come la famiglia, il rispetto del prossimo, le varie comunità nel territorio, mantenendo come unico valore il denaro. In questa società, entrano in gioco effetti che nelle economie preindustriali erano molto limitati quali: accumulazione sempre più sfrenata di beni e merci, usura, l’interesse che per sua natura è uno strumento di mera speculazione. Una società fatta in questo modo e un’economia di mercato basata sul denaro come fine e non mezzo non potrà fare molta strada.

Come vedi il futuro?

Nella storia dell’uomo è sempre stato così: c’è sempre stata un’economia di sostentamento in primo luogo, poi di scambio e poi di mercato. Adesso invece l’economia di mercato è diventata primaria e l’unico modo di sostenersi è lavorare per avere il denaro con cui comprare quello che ci serve. Non è assolutamente possibile né realizzabile un mondo che continui a basarsi sull’individualismo puro e su un consumismo senza limiti. In futuro si tornerà alle nostre radici perché una società fondata sullo sfruttamento a oltranza di risorse che non sono infinite non può essere sostenibile e non potrà garantire un benessere economico come quello cui siamo abituati. Prima o poi siamo destinati a cambiare sistema. Non siamo solo noi a pensarlo ma ci sono altri movimenti come il Movimento per la Decrescita Felice, le Transition Town, il Movimento Zero di Massimo Fini, i vari progetti di ecovillaggi.

Qual è il vostro sogno?

Stiamo cercando di fare rete con tutti gli altri movimenti che si basano su valori come la cooperazione e lo scambio attraverso un’economia sana e non basata sullo sfruttamento e sul consumo.  Fare rete significa, di fatto, iniziare a creare i presupposti per una nuova società.

Che consiglio ti sentiresti di dare a chi volesse imitarvi?

Non me la sento ancora di dare consigli. Forse ci sentiremo di farlo tra cinque o sei anni, quando ne sapremo di più. Per il momento posso dire che la prima cosa è non fare il passo più lungo della gamba, fare poche cose ma fatte bene. Altra cosa fondamentale è insistere e non scoraggiarsi alle prime difficoltà.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Una food forest di nome Atlantis

Una Food Forest di nome Atlantis e, al suo interno, un santuario di farfalle Monarca. Li ha creati Helder Valente, esperto di permacutura, alle Canarie. E spiega: “Mentre sviluppavo giorno per giorno la mia visione, ho capito che la mia vera missione non era dimostrare come funziona la permacultura ma aiutare l’uomo nella connessione con se stesso e con gli altri”

img_0845Helder Valente è nato in Portogallo e dopo aver sviluppato progetti permaculturali in diversi paesi del mondo e soprattutto in Sudamerica dove viene a contatto con le culture indigene locali, si ferma alle Canarie, un luogo dove coesistono 20 climi differenti e dove arrivano 10 milioni di visitatori l’anno che creano problemi ecologici non indifferenti. Lì decide di creare una Food Forest di nome Atlantis e, al suo interno, un santuario di farfalle Monarca. “Mentre sviluppavo giorno per giorno la mia visione, ho capito che la mia vera missione non era dimostrare come funziona la permacultura ma aiutare l’uomo nella connessione con se stesso e con gli altri”.
“In manu (eius) est potestas et imperium”. Sullo schermo della sala conferenze in cui ci accoglie Helder Valente, campeggia questa frase che, dice, gli ha cambiato letteralmente la vita. La frase, in realtà, è contenuta nel Libro delle Cronache del profeta Malachia e si riferisce alla potenza del Signore ma mi piace molto l’interpretazione che ne dà questo permacultore espertissimo e appassionato che da anni è impegnato in prima persona e in diversi paesi (dal Sudamerica alle Canarie) a diffondere il pensiero e la pratica permaculturale. Nell’interpretazione che il potere sia nelle nostre mani possiamo pensare che l’uomo possa davvero recuperare una relazione diversa con la terra che abita e con i suoi simili per una nuova civiltà di rispetto e di armonia con l’ambiente che lo circonda. Si tratta di un messaggio preciso e per tutti: per chi pensa che l’uomo non sia ormai più in grado di tornare indietro o che non abbia abbastanza forza o potere per cambiare le cose.
Helder ha presentato un vero e proprio racconto fotografico su Atlantis, il progetto nato su una Food Forest antica preesistente che è stata recuperata e sviluppata nell’area più verde delle Isole. Le immagini hanno documentato un lavoro fatto insieme ai suoi studenti e alle persone che ci hanno creduto e che lo hanno aiutato. Il risultato è una terra ricchissima e produttiva dove crescono alberi, frutti e ortaggi di ogni tipo: dai castagni ai banani, dagli avocado alle innumerevoli varietà di fichi e di mele, dalle piante di cacao, ai cavolfiori e agli ibiscus e poi pesche, patate, lime, funghi e noci di Macadamia. Il problema, semmai, è la sovrapproduzione. Così i prodotti in eccedenza vengono trasformati in liquori, fermentati e marmellate.
Sono arrivate le farfalle Monarca e si è creato un vero e proprio santuario naturale spontaneamente scelto da questi animali.
Tornare alla terra e tornare alla natura, agli animali, all’aria pulita, alla campagna lontana dalle città sempre più contrarie e inospitali per gli esseri umani, significa spesso la ricerca del rifugio, dell’allontanamento volontario non solo da un ambiente fisico innaturale ma anche dalle profonde difficoltà relazionali con le quali tutti, chi più chi meno, dobbiamo fare quotidianamente i conti. Riavvicinarsi alla terra – dice Valente – deve significare un ritorno anche alle persone e imparare a creare pazientemente nuove e sane relazioni che, insieme al contatto diretto con la natura sono l’elemento base del benessere di tutti. Il paradiso, in sostanza, dice Valente, deve essere condiviso per sentirci felici e una delle cose più importanti è proprio mettersi insieme, rendere felici le persone accanto a noi e fare comunità. Dobbiamo trovare l’ispirazione nella natura e negli altri.
Per spiegarci meglio il suo lavoro, Helder ci racconta che un giorno la sua vicina di casa che vive vendendo i prodotti del suo orto e le uova, trova le sue galline uccise dai cani lasciati liberi dai cacciatori. Pensando di difendersi, mette il veleno intorno alla sua proprietà. Qualche giorno dopo il cane di Helder muore per aver mangiato una polpetta avvelenata. Il racconto è emozionante perché, ci spiega: “Sebbene addoloratissimo decisi che il problema non era la mia vicina né i cacciatori. Non lo erano neppure i produttori di veleno. La cosa più giusta che potessi fare era continuare a credere nel mio lavoro e portarlo avanti. Dovevo continuare ad aiutare le persone a riconnettersi con la terra”.
Gli obiettivi e le sfide di Atlantis sono stati molti e importantissimi: fare comunità, progettare in permacultura, rendere il santuario delle farfalle Monarca un luogo speciale, usare solo materiali locali e a basso costo, costruire compost toilets, sviluppare attività come il bird watching, condividere le informazioni con i locali e fare tesoro delle loro conoscenze, prevedere spazi per la cura della spiritualità (nelle Cuevas naturali gli studenti e i volontari presenti ad Atlantis vanno a meditare) perché la città richiede un’attività mentale veloce e non è possibile pensare, meditare, trovare il contatto con se stessi. L’insegnamento, inoltre, è che non siamo più capaci di capire un ecosistema complesso ma solo una monocoltura mentre la natura può darci comunque sostentamento e profitto per stare bene, rispettandola.
Tra le sfide future c’è quella di integrare nella comunità locale tutti i livelli sociali e tutte le età oltre agli animali. La sfida più grande, però, è quella di creare una Food Forest nella parte più arida dell’isola per farla rigenerare. Atlantis è stata un laboratorio e adesso – continua Helder – sappiamo che cosa possiamo fare. E’ così che si può cambiare il mondo.
Fonte: ilcambiamento.it

Bambini e permacultura: la via del cambiamento

Prende piede CIP, Children in Permaculture, progetto internazionale che nasce dalla collaborazione di diverse associazioni in Europa. Il progetto si rivolge alle scuole e alle famiglie con l’obiettivo di recuperare, mantenere e valorizzare il naturale approccio dei bambini alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente in cui vivono.9297-10120

Se la permacultura è basata su una serie di etiche che sono la cura della terra, delle persone e dell’ambiente in cui viviamo, affinché si recuperi sostenibilità e benessere in una relazione nuova col nostro pianeta, allora ci è immediatamente chiaro quanto sia necessario e urgente educare ed educarci a una visione che, purtroppo, non ci è più naturale. Non ci è naturale perché spesso l’educazione va in una direzione diversa o non prende in considerazione aspetti fondamentali della nostra vita, come la relazione strettissima col nostro pianeta e l’impatto delle nostre scelte su di esso. Chi ha fatto, nel tempo, e da adulto, percorsi di educazione a una nuova consapevolezza e sensibilità, sa quanto sia impegnativo e complesso allontanarsi dagli schemi mentali con cui siamo cresciuti e ci siamo formati a cominciare dai primissimi anni di vita. In sostanza, non ci è più naturale ciò che, invece, dovrebbe assolutamente esserlo. Riadattarci, nonostante la volontà e la convinzione, non è sempre facile. D’altra parte, “Una società che culturalmente riesca a non distruggere l’ambiente in cui vive e si sviluppa, è una società che avrà buone possibilità di continuare a permanere su questo pianeta. L’uomo infatti sta distruggendo il suo ambiente ed è, quindi, sempre più urgente una nuova consapevolezza”. Queste parole di Ignazio Schettini ci portano al cuore del problema: una visione futura a lungo termine non è immaginabile senza un intervento educativo immediato a cui ciascuno di noi è chiamato a partecipare. In questa ottica si capisce l’importanza di un progetto come il CIP, Children in Permaculture che si rivolge proprio alle scuole e alle famiglie con l’obiettivo di recuperare, mantenere e valorizzare il naturale approccio dei bambini alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente in cui vivono. E’ possibile, infatti, intervenire con strumenti, tecniche e materiali specifici messi a punto proprio per questo obiettivo, direttamente nelle scuole. Se si considera che ogni bambino, oltre ad essere egli stesso un vero e proprio agente di cambiamento, ha un potenziale moltiplicatore enorme all’interno della sua famiglia, dei suoi amici e delle persone che incontrerà nella sua vita anche da grande, si capisce quanto progetti come il CIP siano indispensabili e urgenti. I bambini educati fin da piccoli a un approccio permaculturale alla vita saranno adulti più coscienti, più sani e attenti sia alla terra che alle persone. Valentina Cifarelli, 36 anni, co-fondatrice dell’associazione Paradiso Ritrovato, sposata con Roberto Cardinale, anche lui membro attivo dell’associazione e impegnato nel progetto CIP, ci parla della sua esperienza sul campo come responsabile di Children in Permaculture.

Che cos’è il progetto Children in Permaculture?

Il nostro è un progetto internazionale che nasce dalla collaborazione di diverse associazioni in Europa. Si tratta di associazioni che si occupano di educazione ambientale e alla sostenibilità per bambini e adolescenti. Ci sono però moltissime realtà che non fanno ancora parte del nostro network che hanno già esperienza in questo campo e hanno sviluppato materiale ed esercizi in questa direzione. L’obiettivo è, infatti, sviluppare materiale e risorse didattiche utili agli insegnanti, agli educatori, ai genitori e a tutti coloro che sono interessati all’educazione alla sostenibilità. Il progetto si rivolge alle scuole. Al momento siamo operativi a Forlì e a Novara.

Chi siete?

Noi siamo un’associazione che si chiama Il Paradiso Ritrovato che è partner italiano di questo progetto internazionale. I partner sono associazioni dall’Inghilterra, dalla Slovenia, dalla Repubblica Ceca e dalla Romania. E’ un progetto che è partito a settembre dell’anno scorso e durerà per altri due anni.

Come reagiscono gli insegnanti alle vostre proposte?

In alcuni casi c’è estrema motivazione e sensibilità nonostante le difficoltà di conciliare i programmi con le attività extracurricolari. In altri casi è un po’ più complicato. La nostra strategia è trovare un alleato all’interno alla scuola, un insegnante interessato e motivato che faccia da tramite tra noi e il dirigente scolastico e che spieghi l’impatto e l’importanza di attività come le nostre. Fino ad ora la collaborazione è stata positiva in termini di risultati. A volte ha un costo elevato per chi lo propone perché è necessaria molta motivazione ed energia che non sempre è disponibile.

Come reagiscono i bambini?

I bambini sono contentissimi. Abbiamo notato che molti ragazzi che vengono considerati problematici o che hanno disturbi dell’attenzione o iperattività, recuperando il semplice contatto con la natura e l’aria aperta si calmano o si concentrano con molta più facilità. L’impatto è, quindi, estremamente positivo ed è la conferma che un maggiore contatto con la natura è fondamentale e spesso risolutivo di molte problematiche. I bambini sono attentissimi, hanno una capacità di osservazione altissima e iniziano a fare connessioni aperte e nuove. Ci offrono continuamente nuovi spunti di riflessione. Noi diamo gli input ma in realtà lo scambio è profondo e alla pari.

Come sei entrata a contatto col mondo della permacultura?

E’ nato dalla mia necessità di scoprire la natura e di avere con essa un rapporto più intimo. Volevo integrare la natura nella mia vita di tutti i giorni. Farlo non solo per me ma anche per gli altri ha soddisfatto pienamente questa mia necessità. Attraverso lo scambio sono cresciuta e ho imparato molto.

Il tuo lavoro è questo? Se sì, quali sono le entrate?

Sì, il mio lavoro è questo e ci sosteniamo con i progetti europei che ci hanno dato un finanziamento. Lavoro in questo ambito da oltre dieci anni con organizzazioni pubbliche e ho sviluppato le mie competenze. Ora le ho messe al servizio di ciò in cui credo con disciplina e metodo. Attraverso questi finanziamenti intendiamo soprattutto finanziare la ricerca e lo sviluppo di strumenti educativi innovativi e di qualità soprattutto nell’ambito dell’educazione non formale. Quello a cui miriamo è offrire a bambini e a giovani adulti occasioni e percorsi di apprendimento nuovi e dinamici. Grazie a questa esperienza abbiamo modo di proporci al mercato con corsi e strumenti educativi già consolidati.

Quali sono le attività che sviluppate?

La progettazione di orti se abbiamo a disposizione degli spazi esterni ma anche attività in natura attraverso le uscite in gruppo e con le famiglie. Andiamo nel bosco, facciamo il fuoco, raccogliamo la legna, riconosciamo le piante selvatiche. Poi ci sono le attività all’interno attraverso gli incontri: gli elementi, come comportarsi col terreno, con l’aria e con l’acqua. Parliamo del ciclo dell’acqua e come usarla nel nostro quotidiano per non sprecarla. Come occuparsi dei propri rifiuti e averne consapevolezza. Diamo delle idee. Come riciclare i rifiuti, ad esempio e farne degli orti o altri oggetti.

Perché insegnare la permacultura ai bambini? Qual è l’obiettivo?

Riconosciamo che il cambiamento passa attraverso l’educazione delle prossime generazioni e che quando siamo adulti non è facile smettere di fare qualcosa, disimparare e cambiare le nostre abitudini. Ecco perché abbiamo bisogno di cambiare l’educazione che i bambini ricevono. Il nostro progetto mira a fornire reti, risorse e ispirazione per sostenere una formazione in permacultura dei bambini. Chi volesse saperne di più può visitare il sito http://www.childreninpermaculture.com

Non è molto pesante per un bambino piccolo venire a contatto con la reale situazione che stiamo vivendo?

Infatti. E’ esattamente così ed è proprio per questo che facciamo molta attenzione a concentrarci su quello che tutti possiamo fare e sulle soluzioni. E’ necessario fare molta attenzione e poniamo le questioni sempre in modo molto soft proprio per non schiacciarli. Spesso i problemi sono pesantissimi anche per gli adulti che sono in difficoltà a gestire questi problemi che ci sembrano più grandi di noi. Per questo ci concentriamo su quello che possiamo fare noi nel nostro piccolo: come usare l’acqua, come differenziare i rifiuti, come non sprecare. Invece di sentirsi spaventati i bambini si sentono coinvolti e in grado di poter contribuire attivamente alla gestione e alla protezione dell’ambiente in cui vivono.

La permacultura è anche relazioni. Come lavorate sulle relazioni?

C’è una parte che riguarda proprio la gestione delle relazioni. Abbiamo molti livelli. Ci sono attività il cui obiettivo è sviluppare il contatto con se stessi: lavorare l’orto e farlo in modo meditativo e silenzioso, per esempio, li aiuta nell’osservazione e nell’attenzione. Inoltre gli fa conoscere un ritmo diverso da quello cui sono abituati e cui siamo abituati tutti. La cura delle relazioni con gli altri è insita in alcune attività che prevedono un’educazione all’attenzione e all’ascolto, alla disponibilità, all’attesa e all’empatia.

Esistono progetti di permacultura anche per ragazzi adolescenti?

Tutti i progetti esistenti al momento sono pensati per gli adulti. Tutte le pratiche che si apprendono durante il corso di progettazione in permacultura, ad esempio, non sono pensate per i bambini. C’è un vero e proprio vuoto in questo senso. Questo progetto si rivolge ai ragazzi di scuola primaria e secondaria di primo grado. Dai 3 ai 6 anni e poi dai 6 ai 12. Dopo le scuole medie abbiamo degli altri progetti per ragazzi più grandi. Non è facile coinvolgere e interessare i ragazzi di questa fascia di età ma cerchiamo di utilizzare le dinamiche tra pari. Una volta che si è entrati in relazione con loro tutto il resto è molto facile. E’ tutto molto naturale solo che sono pratiche che i ragazzi spesso non conoscono o sono fuori dalle loro abitudini. Cerchiamo di trattarli in modo da farli sentire importanti, attivi e responsabilizzati. Questo normalmente ha effetti estremamente positivi.

Che adulti saranno i bambini educati alla vita con un approccio permaculturale?

David Sobel dice: “Se vogliamo che i bambini rifioriscano e diventino gli uomini e le donne del futuro, dobbiamo permettere loro di amare la terra prima di chiedere loro di salvarla.” Uno dei principi della permacultura è “lavorare con la natura”. Quindi dobbiamo prima imparare come funziona la natura in modo che possiamo lavorare con lei. Children in Permaculture ha creato un programma per i bambini sulla permacultura. Stiamo creando case studies, sessioni di formazione, attività e altre risorse per sostenere gli educatori (compresi i genitori) in modo da condividere la permacultura con i bambini.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Bill Mollison e la permacultura in Italia

Abbiamo intervistato Ignazio Schettini che sta portando avanti un ambizioso progetto di traduzione del manuale pubblicato nel 1988 da Bill Mollison, co-fondatore della permacultura scomparso pochi giorni fa.

Se n’è andato appena qualche giorno fa il padre fondatore della permacultura, Bill Mollison; il grosso di questo articolo invece è stato creato più di un mese fa. Spiace doverlo pubblicare dopo la scomparsa dell’uomo al quale si è ispirato. La redazione di Italia che Cambia ha deciso di rendergli omaggio in questo modo, sicura del fatto che contribuendo a diffondere gli studi sulla permacultura non si possa che giovare all’intero pianeta. Oggi pubblichiamo infatti l’intervista realizzata un mese fa ad Ignazio Schettini proprio sull’ambizioso progetto di traduzione del manuale di permacultura che Bill Mollison pubblicò nel 1988.

Chi è (era) Bill Mollison?

Bill Mollison è (era, n.d.r.) un nonnetto di 88 anni che ha co-fondato con David Holmgren la permacultura. Poi la disciplina nel corso degli anni ’80 è diventata un vero e proprio movimento. Holmgren a dire il vero era un alunno di Bill Mollison, poiché Mollison è sì uno scienziato, ma è anche prevalentemente un accademico. Dopo aver co-fondato il movimento ha diffuso la disciplina viaggiando per il mondo e facendo dei corsi, i noti Permaculture Design Certificate (PDC): i famosi corsi da 72 ore di progettazione in permacultura.bill_mollison_0111

Bill Mollison

 Cos’è la permacultura?

Mollison ha ideato una disciplina che viene definita come “una scelta di progettazione”: progettando o ri-progettando le fondamenta di una società in modo tale che questa possa soddisfare i propri bisogni senza però intaccare l’ambiente naturale e in molti casi rigenerandolo. Inizialmente si chiamava “permacoltura”, ma poiché non è solo una questione di coltura o di agri-coltura, il termine è poi stato ribattezzato“permacultura”, poiché necessita di un vero e proprio cambiamento culturale. La permacultura è appunto un sistema di progettazione che indica alla società come soddisfare le proprie esigenze nel rispetto dell’ambiente. Oggi purtroppo consumiamo tutto, senza pensare a cosa rimarrà alle generazioni future, dunque nel momento storico in cui ci troviamo applicare i metodi della permacultura non significa solo essere sostenibili, ma significa anche essere rigenerativi rispetto al danno che abbiamo causato sino ad oggi all’ambiente ed alle risorse naturali. Dovremmo riorganizzarci e fare delle 3 etiche il nostro motto, 1: cura della terra, 2: cura delle persone 3: ritorno del surplus alle prime 2 etiche; infatti qualsiasi surplus tu produca come individuo, coppia, famiglia, comunità, tanto di informazioni, quanto di energia, moneta, prodotto, qualunque surplus esso sia, deve ritornare alle altre 2 etiche. Quest’ultimo punto viene anche chiamato quello del “fair share” ovvero dell’equa condivisione. Basandosi su queste 3 etiche tutti quanti insieme, siamo in grado di riprogettare la società facendo in modo che questa si preoccupi anche di ciò che lasceremo alle generazioni future. Da qui il nome permacultura, ovvero cultura permanente. Un qualcosa che sappia vedere più in là e più a lungo delle normali politiche a cui siamo abituati.permacultura_bill_mollison1-700x330

Quindi la permacultura non ha a che vedere esclusivamente con l’organizzazione degli orti e dei giardini, dico bene?
Esatto, anche se è vero che il tutto parte da una questione agricola, visto che l’agricoltura è uno di quei settori che ha causato più danni all’ambiente. Lo stesso Bill Mollison dice che: “Non puoi definirti un rivoluzionario se non sei in grado di produrti del cibo” e aggiunge: “Se metti la tua opera, la tua energia, il tuo lavoro al servizio di un’industria che distrugge, sei un distruttore!”. Ma anche continuando a comprare o vendere prodotti plastificati ed imballati, non facciamo altro che contribuire alla distruzione. Dovremmo invece essere in grado di auto-produrci ciò di cui abbiamo bisogno partendo dal cibo, infatti uno dei principi più importanti della permacultura è: “prima di tutto metti a posto il tuo stomaco” in modo tale che tu possa anche ragionare sul resto. Poi si può riorganizzare ad esempio l’architettura, utilizzando materiali naturali e locali, sempre con la preoccupazione di rigenerare ciò che già esisteva e non di consumare. La permacultura ti dà una maggiore lungimiranza sulle scelte che ognuno di noi intraprende oggi. In definitiva si tratta proprio di buonsenso, nel senso più profondo del termine. Di occuparsi della popolazione presente e quella futura. Quindi per forza di cose la permacultura non è incentrata solo sulla questione agricola, ma indica strategie economiche, legali, amministrative etc. a supporto di una società che sviluppa una cultura permanente.

 

Parlaci del progetto di traduzione del manuale di permacultura che incredibilmente non era mai stato tradotto prima nella nostra lingua

La traduzione di “Permacultura – manuale di progettazione” (dal testo originale in inglese: “Permaculture – A Designer’s Manual”; Tagari, 1988) è praticamente ultimata, grazie al fatto che ci stiamo lavorando dall’aprile del 2015. Abbiamo creato un team di 10 persone, tra cui traduttori professionisti e tecnici permacultori. Come dici tu stessa è incredibile che in 30 anni questo preziosissimo libro, in tutto il mondo sia stato tradotto solo dai tedeschi e la Russia è il secondo paese che sta portando avanti una traduzione, ma non l’ha ancora completata. Noi abbiamo chiesto la possibilità di tradurre il testo direttamente alla casa editrice australiana, “Tagari”, fondata proprio da Bill Mollison e dalla moglie Lisa e abbiamo ottenuto il mandato per la traduzione con 12 mesi di tempo per poterla ultimare. Per questo abbiamo iniziato autonomamente prima, sapendo che l’opera sarebbe stata molto impegnativa e che i tempi per portarla a termine sarebbero stati ristretti. Ora, dopo la traduzione, c’è la fase di rilettura e revisione, proprio perché sono state 10 persone a tradurlo, con 10 cervelli diversi, che devono essere armonizzati in un unico stile. Anche noi tecnici abbiamo tradotto, a supporto dei traduttori ogni qualvolta non capissero i concetti, che sono abbastanza complessi, soprattutto se spiegati in inglese. Abbiamo dovuto fare le nostre ricerche e dobbiamo ancora farne delle altre. Ora appunto dovremo far fare la revisione di tutti e 14 i capitoli, rilegare il volume, confezionarlo e darlo ad un’agenzia di traduzioni esterna. Il 16 giugno 2017 è la data ultima entro la quale dobbiamo aver finito tutto.ignazio-schettini-con-bill-mollison

Ignazio Schettini e Bill Mollison

 

Perché avete deciso di lanciare una campagna di crowdfunding a sostegno del progetto?

Non avendo finanze a sufficienza per dar vita a questa start up si hanno a disposizione le banche e la raccolta fondi dal basso come strumenti per finanziar il progetto. Tu che faresti? Noi abbiamo deciso di affidarci alla sensibilità di coloro che di questo già si occupano, di coloro che sono le locomotive di questo movimento e che sono coloro che oggi nella nostra Italia che cambia fanno continuamente cultura. E’ con loro, insieme, che riusciremo nella realizzazione di questo progetto.

Quindi il vostro è in tutto e per tutto un lavoro di squadra

Certamente, la casa editrice “Laboratorio di Permacultura Mediterranea” è l’associazione stessa che ha raccolto queste persone, le ha messe insieme: sono tutti soci. Con la campagna di crowdfunding siamo appena partiti e nel contempo cerchiamo di dare la maggior diffusione possibile a quest’opera che potrebbe definirsi ragionevolmente “la Bibbia della permacultura”.

Chi è Ignazio Schettini e come mai ti sei appassionato di permacultura?

Ho studiato agraria fino all’età di 25 anni e poi ho lavorato per delle aziende vitivinicole dell’agro-alimentare. In seguito lasciai un lavoro redditizio a Londra per dedicarmi ad altro ed avere più tempo libero per pensare, perché sono convinto che molte delle problematiche di questa società siano legate proprio alla mancanza di tempo. Allora feci una lunga ricerca che mi portò finalmente a scoprire la permacultura. Un anno dopo organizzai un primo corso di permacultura di 72 ore che è visibile sul canale youtube  della nostra associazione, “MEDIPERlab” (Laboratorio di Permacultura Mediterranea). Fatto questo corso dovevo decidere se occuparmi sul serio della permacultura o meno. È una disciplina che ti strega nel momento in cui la conosci perché ti dà una visione del mondo completamente diversa, che pur facendo riferimento a precisi fondamenti scientifici, si basa fondamentalmente anche sul buonsenso e su una serie di principi etici insiti appunto nella permacultura (v. sopra). Decisi allora di partire per l’Australia perché è lì che è nata la permacultura. Girai tutto il continente con il Woofing  e andai a finire proprio nell’azienda agricola di colui che oggi si occupa di diffondere la permacultura a livello mondiale: Geoff Lawton e proprio lui mi mandò a lavorare da Bill Mollison in persona! Sono stato estremamente fortunato in quanto Bill non fa più corsi da anni ormai, ciononostante, grazie a Geoff ho potuto lavorare per tre mesi nell’azienda agricola di Bill Mollison, in Tasmania, a stretto contatto con lui; così stretto che in quel periodo sono diventato la sua ombra ed ho avuto un’opportunità davvero unica per conoscere da vicino il fondatore del movimento della permacultura. Tornato in Italia mi sono rimboccato le maniche ed ho deciso di partire proprio con la traduzione del manuale di permacultura, poiché mi sembra un passaggio dovuto per quanti in Italia si interessano di permacultura e non solo ed ho cominciato a cercare i traduttori che mi permettessero di realizzare questo sogno. Ed arriviamo ad oggi: dal 7 all’11 settembre scorso si é tenuta per la prima volta in Italia e più precisamente a Bolsena (VT) la Convergenza Europea di Permacultura (EUPC), un evento che ha rappresentato un importante momento di incontro e scambio per tutti coloro che si interessano di permacultura. Lì abbiamo ufficialmente presentato il nostro progetto per la prima volta al pubblico.convergenza-europea-di-permacultura-eupc-bolsena-7-11-settembre-2016

Convergenza Europea di Permacultura (EUPC). Bolsena, 7-11 settembre 2016

Tornando a Bill Mollison, ti ha detto da dove gli è venuta l’ispirazione per ideare la permacultura?
A Bill l’ispirazione gli è venuta dal fatto che l’Australia vive una situazione ambientale disastrosa a causa degli allevamenti bovini e della deforestazione ad essi strettamente legata ed anche a causa dell’industria estrattiva. Nel breve lasso di tempo che parte dall’epoca coloniale, l’Australia ha subito una distruzione ambientale estremamente accelerata. Bill Mollison ha vissuto questo scempio sin dalla nascita. Ecco perché i suoi studi scientifici lo portarono a cercare il modo per creare un sistema che potesse sostituirsi a quello vigente.

Quindi la lettura di questo libro la si può consigliare a tutti coloro che hanno a cuore il benessere delle persone e del pianeta, è così?

Proprio così: non è solo un per appassionati di permacultura. Bill Mollison in questo libro è stato capace di cogliere ed illustrare tutti gli aspetti di progettazione di un territorio e della società che vi risiede. È un libro che richiede tutta la tua attenzione e che ti appassiona se sei veramente interessato e motivato al cambiamento. Ed in questo particolare periodo storico di transizione da un sistema obsoleto ed ottuso il cambiamento è tangibile. Io stesso nel mio piccolo, nella mia transizione ad un’esperienza di vita più consapevole, mi accorgo di quanta gente stia compiendo questa transizione ed attuando il cambiamento. Il fatto che siamo in tanti ci permette di capire che le cose stanno effettivamente cambiando.  L’appello che faccio quindi, non è rivolto solo alla comunità italiana che si occupa di permacultura, ma a quanti hanno a cuore il futuro del pianeta: aiutateci a divulgare i temi affrontati nel libro: solo cooperando possiamo riuscire a pubblicare in Italia questo libro con tutti gli oneri e l’impegno che questo prevede.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/09/bill-mollison-permacultura-italia/

 

Quando la biopiscina è alla portata di tutti

A Granara, villaggio ecologico situato sulle colline parmensi di Valmozzola, esperienza di condivisione e sperimentazione ecologica che dura da più di 25 anni, si stanno applicando nuove forme di autocostruzione e progettazione in permacultura, riguardanti anche la gestione dell’acqua. Di recente si è svolto un workshop teorico-pratico di costruzione di un biolago, con tecniche per biopiscine. Questo progetto fa parte di un disegno più ampio di razionalizzazione della risorsa idrica e recupero delle acque piovane.

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Cos’è una biopiscina

«É un invaso idrico artificiale, progettato in modo da ospitare specie animali e vegetali tipiche delle zone umide. Si viene a creare un micro habitat che col tempo trova un suo equilibrio stabile» spiega Nicolò Mandelli, ingegnere ambientale che fa parte del progetto di Granara. «I vantaggi di queste opere sono svariati, e la loro presenza è auspicabile in spazi progettati in permacultura. Le biopiscine sono dei biotopi, ovvero spazi limitati atti ad ospitare un ecosistema, e la loro progettazione si basa sull’imitazione di zone umide presenti in natura. Nella letteratura tecnica di riferimento si dividono in cinque categorie, per livello tecnologico crescente, a cui corrispondo costi di realizzazione crescenti. Ciò che accomuna le varie tipologie è la suddivisione tra zona balneabile e zona depurante o “rigenerativa”. Le prime tre si rifanno al modello delle acque dolci stagnanti, dove la depurazione avviene grazie all’azione combinata di piante, animali e microorganismi. Questo tipo di piscine è caratterizzata da un alto grado di biodiversità. La categoria 1 non prevede alcun supporto tecnologico, mentre le categorie 2 e 3 (vedi foto) prevedono la presenza di ricircoli e pulizie automatiche della superficie, tramite pompe e skimmer (piccolo filtro superficiale a cestello). Le categorie 4 e 5 emulano le acque correnti naturali, dove la parte depurativa è affidata agli organismi ancorati alla superficie, che vanno a formare il così detto biofilm (ana patina di colonie batteriche depuranti). La circolazione in queste tipologie è mantenuta costante e l’acqua viene fatta passare attraverso un filtro in ghiaia, dove si sviluppano i batteri (il filtro biologico). All’aumentare del grado di meccanizzazione, diminuisce il rapporto tra area rigenerativa e area balneabile, passando da 60% per la categoria 1 al 5% per la categoria 5».

Come funziona

«La depurazione dell’acqua avviene tramite l’azione combinata di piante e batteri. I batteri, infatti, svolgono la funzione di metabolizzare le sostanze inquinanti presenti nell’acqua (come composti dell’azoto e sostanza organica) e renderle in parte disponibili per l’assimilazione delle radici. I batteri hanno comunque bisogno di ossigeno e le piante lacustri (di riva e sommerse) hanno sviluppato dei metodi per portare ossigeno atmosferico nella zona radicale e creare un’habitat ideale per i microorganismi depuranti. Solitamente, nelle biopiscine si utilizzano due principali tipi di piante: quelle palustri, abituate a vivere in terreni saturi, e quelle da fondale o ossigenanti, che assicurano la presenza di ossigeno su tutta la colonna d’acqua e la mantengono limpida. In Italia, l’unica regione ad aver adottato una normativa ad hoc sulle bipiscine è l’Alto Adige, i cui modelli costruttivi e i parametri di progettazione si rifanno alla normativa austriaca. Nel nostro Paese impianti di questo tipo sono sempre più richiesti ed è possibile realizzarli rispettando i criteri di balneazione, nonostante l’iter burocratico sia più complicato».

Verso l’autocostruzione

«Granara ha visto la creazione di un piccolo gruppo di progettisti chiamato Rigenera (formato da esperti ed ingegneri) che ha messo a punto un modello di biopiscina semplice ed economico da costruire, rompendo la barriera della piscina come bene di lusso e rendendola accessibile a tutti. L’intento è quello i poter coprire tutto il territorio nazionale tramite una rete solidale di progettisti e costruttori. Oltre a questo, la vocazione di questo gruppo è quella di diffondere le conoscenze pratiche e teoriche per la realizzazione e la manutenzione di biolaghi, biopiscine e impianti di fitodepurazione, creando un’utenza partecipe e consapevole. Il modello costruttivo prevede una zona rigenerativa di circa il 60% della superficie totale, in cui vengono messe a dimora piante palustri ed ossigenanti. Il fondo impermeabilizzato è realizzato con un telo di EPDM, posato su tessuto-non-tessuto e la zona balneabile è costruita interamente in legno. Le piante vengono messe a dimora sui lati del fondo e sui bordi. I criteri con cui vengono progettati e realizzati gli impianti sono l’inserimento paesaggistico ottimale, la ricerca dell’armonia estetica ispirata ad ambienti naturali e la sostenibilità ambientale, che si traduce nella ricerca di materiali eco-compatibili e nella scelta di limitare al massimo l’utilizzo di pompe, macchinari e cemento».

Maggiori informazioni sul sito www.rigenerafitodepurazione.it ewww.granara.org.

Fonte. ilcambiamento.it

Umbria, un’immersione nella comunità eco-sostenibile di Monestevole

Dal 3 al 30 aprile la comunità eco-sostenibile di Monestevole propone un corso full immersion di sostenibilità, bioedilizia, permacultura e imprenditoria sociale. L’obiettivo? Imparare facendo, immersi nella vita di un antico borgo dell’Umbria circondato da uliveti e vigna.

Dal 3 al 30 aprile, Tribewanted Monestevole , cooperativa che sviluppa comunità eco-sostenibili, propone un corso “full Immersion” di sostenibilità, bioedilizia, permacultura e imprenditoria sociale.11218993_1034438913250720_2052165412621674608_n

Il borgo di Monestevole, in Umbria

Il corso, che dura 4 settimane, include 5 giorni alla settimana di partecipazione attiva ai progetti del borgo sostenibile Monestevole. Insieme al team, i partecipanti svilupperanno una casa passiva e un orto di permacultura, partecipando a corsi di imprenditoria sociale e sostenibilità a 360 gradi, dall’energia rinnovabile al riciclo delle acque, dalla bioedilizia all’agricoltura, dalla cucina locale a prodotti fatti in casa. L’obiettivo è quello di “imparare facendo” il processo di transizione e sostenibilità, messa in pratica in un antico borgo circondato da uliveti e vigna. Come tutti i progetti di Tribewanted, l’esperienza è “all inclusive” e gli ospiti possono scegliere di pernottare in una camerata comune camere private en-suite. Il corso si terrà in italiano e inglese.11168119_1040797095948235_7980272717211485338_n

La cooperativa inglese Tribewanted sviluppa comunità ecosostenibili in giro per il mondo. Il primo progetto della rete è stato avviato alle Fiji grazie al crowdfunding, mentre la seconda comunità è sorta in Sierra Leone. È sorta in seguito la comunità di Monestevole, un piccolo borgo in Umbria, una regione molto legata alle tradizioni del passato e poco toccata dal turismo di massa, quello che Tribewanted vuole superare promuovendo un modo diverso di viaggiare e vivere il territorio. Nel cuore verde dell’Italia, Tribewanted Monestevole è costituito da un casale del 1500 e 25 ettari di bosco. Qui vi abitano e lavorano stabilmente 10 persone che condividono il loro tempo e le loro attività con gli ospiti della comunità.

 

Per ulteriori informazioni sul corso clicca qui 

Il sito di Tribewanted Monestevole 

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/umbria-immersione-comunita-eco-sostenibile-monestevole/

Stefano Soldati: la permacultura applicata all’abitare

Il viaggio attraverso l’Italia che Cambia torna ad una delle tappe di partenza, a Nuoro, dove al termine di una seduta plenaria di permacultura nel novembre 2012, è stata raccolta la testimonianza di Fabio Pinzi, uno dei maggiori esponenti di questo metodo. In quella stessa occasione ha parlato della propria esperienza anche Stefano Soldati, uno dei fondatori dell’ “Accademia Italiana di Permacultura” oltre che proprietario e (auto)costruttore della prima casa di paglia italiana: la Boa, abitazione e azienda agricola biologica.

Stefano proviene dal settore agricolo e agronomico, per anni si è occupato di agricoltura convenzionale e poi biologica. In occasione di un convegno a cui ha partecipato come relatore sul tema degli OGM, grazie ad un volantino è venuto a sapere dell’avvio del primo corso di permacultura in Italia. Era il 2000 quando Richard Wave dell’“Accademia spagnola di Permacultura” inaugura questo primo ciclo di lezioni che verrà poi seguito da una lunga serie di edizioni negli anni successivi.soldat3

Dopo una lunga formazione e un apprendistato di trasferte internazionali tra Inghilterra e Sud America, dal 2004 Stefano è anche insegnante. Ma precisa, “non voglio istruire nel senso accademico del termine, piuttosto direi che mi sforzo di evocare conoscenze che sono naturalmente insite in noi”. Il primo istinto seguito dall’uomo primitivo non appena uscito dalla caverna è stato quello di raccogliere rami, foglie e terra per costruirsi un riparo. “Il mio lavoro è solo quello di innescare un processo interiore che aiuti a risvegliare l’istinto e la sensibilità che fin dalla nascita abbiamo tenuto chiusi in gabbia”. La prima volta che Stefano ha sentito parlare di case in balle di paglia era il 2000, quando ancora frequentava il corso di Richard Wave. Grazie a questa prima formazione e poi all’aiuto di altri due esponenti internazionali della permacultura, Barbara Jones e Bee Rowan, si è dedicato all’edificazione della prima casa in paglia italiana, la Boa, sua attuale abitazione. “La fregatura è che una volta entrato in contatto con questo mondo”, scherza Stefano, “ti entra dentro completamente, ti permea il sangue e le ossa e non riesci più a farne a meno”. La permacultura per Stefano non è solo un metodo da applicare in un settore specifico, separato dal resto della vita. Il pensiero e la filosofia che le stanno dietro guidano la sua vita quotidiana in ogni singola azione. “La cosa più appagante”, ammette, “è riscontrarne i benefici nelle azioni di ogni giorno”.panoramica-1

La prima casa di paglia in Italia autocostruita da Stefano Soldati
sotto la guida delle esperte Barbara Jones e Bee Rowan

 

Partendo dalla consapevolezza che l’attuale modello di sviluppo è incompatibile con la sopravvivenza stessa dell’ecosistema terrestre, la permacultura definisce una progettazione sostenibile a tutto tondo, che abbraccia ogni aspetto della vita dell’uomo. Per questo Stefano sottolinea che la sostenibilità è il filo conduttore di tutta la sue esistenza: non solo nel modo di fare agricoltura ma anche nell’abitare, nel lavorare e nel gestire i rapporti umani. I principi su cui si basa sono universali e a volte per comprenderli basta anche soltanto osservare con attenzione la natura intorno a noi. Quando viaggiamo ci capita spesso di attraversare una campagna fatta di terreni coltivati ma completamente spogli, ma se ci sforziamo di pensare allontanandoci dagli schemi a cui siamo abituati, ci rendiamo conto che in natura nessun campo è mai completamente spoglio. Stefano fornisce un esempio concreto per ricordare uno dei precetti fondamentali della permacultura: il problema è in realtà la soluzione. “Se in natura ogni campo produce un manto per tenere coperta la terra, è perché in questo modo viene conservata la fertilità. Quelle che per l’uomo sono piante infestanti, in natura sono il rimedio più normale possibile. Per questo arare un terreno significa infliggergli una ferita mortale”.soldati2

Intuito, istinto, sensibilità. Ma anche buon senso. Negli anni Stefano ha capito che è inutile ostinarsi a lavorare per chi non è minimamente intenzionato a mettere in discussione i metodi tradizionali, o meglio, diventati tradizionali solo negli ultimi cinquant’anni. Quando ha iniziato a occuparsi di agricoltura biologica nessuno sapeva nemmeno cosa fosse l’omeopatia, oggi le persone interessate a un cambiamento sono esponenzialmente aumentate. “Sono una persona realistica e mi rendo conto che rappresentiamo numeri piccoli su scala, ma la domanda è cresciuta tantissimo”. Di solito le persone mettono in discussione i propri modelli all’indomani di grandi catastrofi e oggi, secondo Stefano, la crisi potrebbe essere un pretesto per cominciare a cercare alternative nuove. “E la permacultura è un’alternativa fantastica”, conclude.

fonte: italiachecambia.org

Permacultura sull’Etna, una terra da custodire

Tiziana e Toti hanno cercato pervicacemente una terra da custodire e l’hanno trovata. È una terra che guarda dritto negli occhi l’Etna e sulla quale hanno realizzato un progetto concreto di sostenibilità economica e ambientale.casaetna

La loro casa è anche la loro terra, sono gli edifici costruiti in materiali naturali e i terreni su cui poggiano, coltivati con la metodologia della permacultura. Così è nata la Casa di Paglia Felcerossa nel Catanese. Motori di questo progetto, oggi concreta realtà, sono Tiziana Cicero e Toti Domina, che lì vivono insieme ai figli Lele, Iara e Andrea, «raggiunti a volte anche dagli altri figli di Toti, Nino e Giulio», come raccontano. Sono partiti nel 2008, quando hanno deciso di trasferirsi in campagna e «di costruire una casa in bioedilizia – spiegano – nel 2010 abbiamo iniziato i lavori e nel 2012 ci siamo trasferiti. La Casa di paglia Felcerossa, come progetto che va oltre le mura fisiche dell’edificio, si delinea nel 2013, quando sentiamo il desiderio di aprirci, di migliorare la nostra formazione e l’ecosistema in cui viviamo seguendo i principi della permacultura. Così abbiamo iniziato ad offrire ospitalità anche nelle casette in pietra, ad organizzare corsi, laboratori, eventi culturali. Ci sentiamo parte di un progetto più grande portato avanti dal Gruppo Permacultura Sicilia, una rete informale con l’obiettivo comune di costruire, scambiare e diffondere pratiche di vita sostenibili in ambito urbano e rurale attraverso incontri mensili di mutuo aiuto, rafforzamento della rete, la creazione di una banca dei semi, acquisti solidali, rete di turismo responsabile, miglioramento del suolo, formazione e informazione rivolta ad adulti e bambini/e sui principi della permacultura, circolazione di prodotti e beni a chilometro zero». Prima di approdare sull’Etna, Tiziana e Toti vivevano in città. «Anche in città, comunque, eravamo ispirati da principi semplici di sobrietà. Abbiamo sempre cercato di ridurre la nostra impronta ecologica sul pianeta, facendo attenzione ai consumi, guardando ai fenomeni mondiali come parte della nostra vita, rivedendo il concetto di economia anche in termini di autoproduzione. La sfida è stata quella di mettere in pratica ed in maniera integrata tutte quelle riflessioni ed idee sociali, politiche, ambientali che ci muovevano. Non ci interessa creare modelli o seguire ideologiche; stiamo solo cercando, tra tante contraddizioni, di fare del nostro meglio a partire da quello che abbiamo creato, dai nostri sogni ed esigenze, all’interno di una rete di relazioni». Quello che hanno cercato e stanno cercando di realizzare è, come dicono, un ecosistema sostenibile. «É stato un percorso naturale di crescita. Per tanti anni abbiamo realizzato percorsi educativi nell’ambito dell’educazione alla mondialità e della cooperazione internazionale, delle pari opportunità di genere, intercultura, per la promozione e diffusione di forme di economie solidali e alternative e delle tematiche ambientali. Ad un certo punto abbiamo sentito il desiderio di fare scelte di vita, come famiglia, che ci permettessero di lavorare concretamente alla sostenibilità economica ed ambientale, scelte coerenti con le cose di cui parlavamo. Abbiamo cercato un luogo sull’Etna, ce ne siamo innamorati subito e piano piano abbiamo cominciato a sognare e a progettare il nostro futuro e quello dei nostri figli».

Tiziana e Toti vengono da Catania. Tiziana per i suoi studi di antropologia è stata a Siena per qualche tempo e un anno sulle Ande ecuadoriane. Ha poi lavorato con altre amiche antropologhe in una piccola cooperativa di ricerca e formazione. Toti ha una formazione agronomica, anche se ha lavorato soprattutto nel sociale ed ha fatto diversi lavori, anche nell’ambito del turismo responsabile in Sicilia. «Non abbiamo terre in famiglia, abbiamo sempre vissuto in città. Siamo però attaccati all’idea che la terra sia un bene di cui avere cura. Adesso oltre all’idea abbiamo una terra da custodire, da curare sotto lo sguardo possente della nostra madre Etna». Tante le attività che riescono a portare avanti:

Agricoltura naturale – Orto sinergico; conduzione di un frutteto misto; pollaio; realizzazione di compost e compost tea; riciclo e differenziazione degli scarti; coltivazione di piante aromatiche;

Utilizzo energie rinnovabili – Riduzione dei consumi energetici della casa grazie all’efficienza della paglia come coibentante; raccolta dell’acqua piovana; riscaldamento prevalente a legna con rocket stove; costruzione di una cucina rocket; pannelli solari; pannelli fotovoltaici; caldaia a pellet; compost toilet;

Ospitalità di turisti e viaggiatori – Possibilità per gli ospiti di essere coinvolti nelle attività agricole e formative previste nel periodo, di gustare la nostra cucina locale, di avere informazioni sul territorio; accompagnamento per escursioni sull’Etna, per visitare realtà produttive permaculturali, sociali e di impegno antimafia significative in Sicilia.

Attività formative e informative, eventi culturali – Corsi e laboratori formativi per adulti e bambini/e di autoproduzione, permacultura, pratiche agricole sostenibili, bioedilizia, cucina naturale, comunicazione non violenta e gestione dei conflitti, arteterapia, artigianato, trasformazione dei prodotti agricoli, discipline orientali e rivolte al benessere in generale, ecc; campi estivi per gruppi; concerti, spettacoli teatrali; cene vegetariane e vegane.

E a chi volesse cimentarsi in un ritorno alla terra, Tiziana e Toti dicono «di non affidarsi completamente ai cosiddetti esperti, di chi ha già le ricette pronte e sembra avere a portata di mano tutte le soluzioni. Ciascuno di noi è il miglior conoscitore di ciò che sente e desidera. Bisogna cercare quanto più possibile di formarsi attraverso la conoscenza diretta e lo scambio con persone che si sono messe in gioco, tenendo però sempre presente che le soluzioni vanno create in base al proprio contesto ed esigenze, percorrendo così una strada unica e personale».

 

Fonte: ilcambiamento.it