Da Belagaio a Grosseto: l’assalto alle foreste e ai boschi toscani

L’allarme arriva dal WWF di Siena e Grosseto: «Tagli selvaggi di decine alberi su ettari in territori protetti, sottobosco distrutto, paesaggio alterato, biodiversità distrutta. Tutto per permettere ad affaristi senza scrupoli di speculare sulle biomasse. Eppure per la Regione va tutto bene».

«Stiamo assistendo a un attacco concentrico nei confronti dell’ambiente in Toscana ed obiettivo privilegiato sono gli alberi e le foreste della nostra regione. È necessario citare alcuni degli episodi più gravi accaduti recentemente»: la denuncia arriva dal WWF di Siena e Grosseto che denuncia quanto sta accadendo e punta il dito contro la Regione che non fa nulla e, anzi, continua a sostenere che “è tutto regolare”.

«In primis dobbiamo parlare del taglio di circa 30 ettari realizzato nel comprensorio forestale del Belagaio, in piena Riserva Naturale del Farma e all’interno del Demanio Regionale – prosegue il WWF – Questo territorio, oltre ad essere già di per sé vincolato (siamo in Riserva Naturale regionale), ricade in un sito della Rete Natura 2000 (ZSC Val di Farma– Zona Speciale di Conservazione), ovvero un territorio di importanza europea istituito per la protezione di habitat e specie di particolare valore. Il fatto poi che ci si trovi all’interno del Demanio Regionale, le cui funzioni primarie sono la protezione della biodiversità, del paesaggio e dell’assetto idrogeologico (secondo la stessa legge forestale  regionale) e non certo la produzione di legno e cippato, la dice lunga sul ruolo che le istituzioni hanno avuto in questo scempio. A seguito della mobilitazione avvenuta dopo i tagli e ai comunicati stampa, la Regione si difende dichiarando che tutto è a norma e che gli interventi (visibilmente distruttivi) hanno una funzione migliorativa per il bosco di sughere e di castagni da frutto. Il tutto fa parte infatti di un piano di gestione approvato  con una valutazione ambientale risalente al 2009: non si è dunque tenuto conto dei cambiamenti ambientali che possono essere sopraggiunti in 10 anni nel territorio. Se, come afferma la Regione, si tratta di interventi di miglioramento boschivo, qualche cosa deve essere andato storto dato che il sottobosco è stato distrutto, che sono stati tagliati numerosi alberi autoctoni come lecci e castagni, che sono stati alterati il suolo e i versanti dal passaggio di mezzi enormi, e che il tutto è stato realizzato in pieno periodo di nidificazione e riproduzione di numerose specie; per di più, la sughereta menzionata come  “da migliorare” è praticamente inesistente.  Chi ha permesso tale scempio? Come mai non si è intervenuti in tempo per fermare la distruzione? In che modo e con quali garanzie si è affidato l’intervento ai responsabili materiali, ovvero ben note ditte di legname? Chi ha controllato i lavori? Tutte domande che aspettano risposte concrete!».

«Ma non è finita qui – prosegue l’associazione ambientalista – all’interno della stessa Riserva ma nel versante della provincia di Siena, ovvero nel comune di Monticiano, avviene un ulteriore scempio con taglio di bosco lungo uno dei tratti più affascinanti del Torrente Farma, in località chiamata Le Fate. Anche in questo caso sono azioni di taglio discutibili, che sono realizzate in un territorio di grande interesse in un ambiente particolarmente delicato. Si tratta di boschi tutelati dalla legge e la cui protezione dovrebbe essere affidata proprio al sistema delle aree protette».

«Un ulteriore e gravissimo attacco all’ambiente avviene poi in Maremma, dove addirittura per combattere gli incendi si vorrebbe distruggere e compromettere l’intero habitat delle pinete litoranee, che interessano i centri abitati di Marina di Grosseto e Principina a Mare e che sono storicamente un ambiente di grande importanza per la nidificazione di numerose specie animali e la presenza di specie vegetali  di alto valore naturalistico, oltre che essere ambite ombreggiature per abitanti e turisti. Si tratta di scelte piovute dall’alto che svelano le vere scellerate intenzione di un’amministrazione regionale che si imbelletta di parole come sostenibilità, tutela ambientale, tutela del paesaggio, ma che in realtà va in direzione contraria e ostinatamente si pone in modo maldestro e superficiale contro l’ambiente, senza valutare alternative possibili, come un più attento presidio del territorio contro i piromani, ma anche metodi di gestione meno invasivi e tendenti ad una parziale  rinaturalizzazione per diminuire la sensibilità agli incendi».

«Alla base di tutto ciò vi sono le pericolose mire economiche di affaristi senza scrupoli, che stanno basando sul cippato (combustibile di legna) e sulle biomasse da incenerire un grande business, per altro garantito da incentivi pubblici per l’energia “verde”. Se questa è la situazione che si registra nelle aree demaniali e protette, la situazione nei boschi privati è equiparabile ad un saccheggio, dovuto ad una legge forestale regionale assolutamente permissiva, scritta a vantaggio delle industrie del legname, come del resto già denunciato dal WWF Toscana fin dal 1999-2000, durante l’iter di approvazione. Si tratta di una legge contraddittoria e fallace, che mette sullo stesso piano la tutela della biodiversità, il taglio delle foreste e la filiera del legno».

«Oggi più che mai i boschi e le foreste delle nostre regioni sono in pericolo, oggi più che mai è necessario lottare per difenderle in un’epoca di piena crisi climatica e della biodiversità – conclude il WWF – Il WWF Toscana chiede con forza un cambio di passo nella gestione dei boschi del Demanio Regionale, chiede la tutela delle specie e degli habitat, come previsto dalle leggi vigenti, chiede che venga realizzata una classifica delle aziende operanti il taglio boschivo regionale e che in base a tale classifica vengano assegnate le concessioni di taglio alle società più virtuose e che non si siano macchiate di alcun illecito ambientale; chiede che vengano esplorate tutte le molteplici possibilità nella gestione dei boschi e delle foreste, possibilità che in molti casi potrebbero permettere di conciliare sostenibilità ambientale con forme di economia locale virtuosa. In molte nazioni e regioni tali pratiche sono realizzate da decenni mentre in Toscana sembrano ancora al palo. La politica, con il comportamento attuale, difende interessi di pochi a discapito delle necessità di tutti. Il WWF, le Associazioni e i Comitati sono pronti a difendere il territorio dalla malapolitica, dagli affaristi e dagli speculatori e si opporranno mobilitando i cittadini e usando ogni metodo democratico per bloccare ulteriori scempi».

Fonte: ilcambiamento.it

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Rapporto PEFC 2017: più di 1000 aziende in Italia gestiscono legno e carta in modo sostenibile. Certificati 745.559 ettari di boschi e foreste.

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Superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, segnando un +8% rispetto al 2016. Alla fine del  2017 risultano  certificati PEFC 745.559,04 ettari di foreste e boschi: al primo posto le aree del Trentino Alto Adige, con gli ettari gestiti dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Provincia Autonoma di Trento. Il 2017 in Italia si è chiuso con un grande risultato per la certificazione forestale: sono infatti ben 77 (+8% rispetto al 2016) le nuove aziende in Italia che hanno scelto di certificare la propria attenzione all’ambiente con lo standard PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes).  Si è quindi superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, per un totale di 1.005 che hanno scelto di dimostrare a tutti i consumatori di avere un’attenzione forte all’ambiente e in particolare al modo in cui viene gestito il patrimonio forestale italiano.
Il Triveneto è l’area con più aziende virtuose in Italia, con Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia ai primi tre posti (rispettivamente con 236, 183 e 174 aziende certificate PEFC); la medaglia di “legno”, decisamente appropriata vista il contesto, alla Lombardia con 121 aziende di trasformazione con la tracciabilità fino al bosco d’origine. Le segherie, il commercio, edilizia e carpenteria, mobilio, editori e tipografie sono le categorie con maggiori aziende certificate (fanalino di coda, ma di grande rilevanza, i prodotti forestali non legnosi, come miele, funghi, sughero, oli essenziali).

Nel 2017 certificati 745.559,04 ettari, al primo posto Bolzano

Secondo i dati del PEFC Italia, sul territorio italiano sono 745.559,04 gli ettari gestiti in maniera sostenibile attestati dalla certificazione PEFC. In particolare, aumentano i pioppeti certificati che, con 340 nuovi ettari, hanno portato la superficie totale a 4.690,90 ettari.

A livello geografico, l’area a maggior certificazione è quella gestita dal Südtiroler Bauernbund – Unione Agricoltori di Bolzano (con 300.899,70 ettari, il 40,3% del totale PEFC italiano), seguita dall’area gestita dal Consorzio dei Comuni Trentini – AR Trentino (con 258.566,72 ettari, il 34,6%) e da quella gestita dall’UNCEM in Friuli Venezia Giulia (con 81.913 ettari, il 10,9%). Seguono poi le superfici forestali certificate della Lombardia, Toscana, Piemonte, Emilia Romagna, Liguria, Basilica, Umbria e Veneto.

Certificazione: impegno etico e strumento di marketing per la green economy

“Siamo orgogliosi che sempre più aziende abbiano i requisiti per ottenere il marchio di certificazione di Catena di Custodia PEFC, che garantisce la sostenibilità di tutta la filiera della lavorazione dei prodotti di origine forestale, tra cui carta e legno”, spiega Antonio Brunori, segretario di PEFC Italia.

La Catena di Custodia è un sistema di tracciabilità a livello aziendale, utilizzato per tutte le fasi di lavorazione e distribuzione di legno e carta, che attesta che il sistema di registrazione del flusso della materia prima applicato dall’impresa soddisfa i requisiti stabiliti dallo schema di certificazione ed esige che la materia prima forestale non provenga da fonti controverse (es: abbattimento illegale o in aree protette) possa entrare nella catena dei prodotti certificati.

“La certificazione di ‘Catena di Custodia’ della propria azienda – conclude Brunori – rappresenta non soltanto un impegno etico nei confronti dell’ambiente, ma anche uno strumento di marketing, di differenziazione rispetto ai concorrenti e di comunicazione positiva verso il consumatore”.unnamed2

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Chi è PEFC Italia

PEFC Italia è un’associazione senza fini di lucro che costituisce l’organo di governo nazionale del sistema di certificazione PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes), cioè il Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale. Il PEFC è un’iniziativa internazionale basata su una larga intesa delle parti interessate all’implementazione della gestione forestale sostenibile a livello nazionale e regionale. Partecipano allo sviluppo del PEFC i rappresentanti dei proprietari forestali e dei pioppeti, organizzazioni ambientaliste, dei consumatori finali, degli utilizzatori, dei liberi professionisti, della ricerca, del mondo dell’industria del legno e dell’artigianato. Tra i suoi obiettivi si segnala quello di migliorare l’immagine della selvicoltura e della filiera foresta–legno-carta, fornendo di fatto uno strumento di mercato che consenta di commercializzare legno, carta e prodotti della foresta derivanti da boschi e impianti gestiti in modo sostenibile.

 

Fonte: – agenziapressplay.it

 

Smog record a Torino mentre continuano gli incendi dei boschi delle Alpi

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Toccati 200 microgrammi nella giornata di giovedì mentre non è neppure attivo il blocco dei diesel. Nella notte di giovedì 26 ottobre a Torino i livelli di polveri sottili sono schizzati alle stelle. Secondo i dati validati dall’Arpa Piemonte ieri sono stati raggiunti i 199 µg/m³ di PM10. Mentre i dati rilevati da sistemapiemonte.it e pubblicati dal vice presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta Federico Vozza sul suo profilo Facebook raccontano di un progressivo ed esponenziale aumento del PM10 durante tutta la giornata di ieri. Infatti se alle ore 17 i valori, se pur altissimi, si attestavano sui 173 µg/m³ alle ore 22 hanno toccato la vertiginosa cifra di 388 µg/m³.Senza nome

Sempre nella serata di ieri lo stesso Comune di Torino, in una nota, aveva detto “è presumibile un ulteriore peggioramento delle condizioni di inquinamento atmosferico nel caso gli incendi dovessero proseguire con l’intensità attuale” ma, dati alla mano, le speranze dell’amministrazione sono state del tutto disattese dai fatti.Senza nome1

Intanto da Palazzo di Città, per ora, non è stato ancora preso nessun provvedimento e nessuna indicazione viene fornita ai cittadini su come ci si deve comportare in casi eccezionali come questi.

Fonte: ecodallecitta.it

Il Piemonte brucia e con esso la nostra indifferenza

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La Val di Susa e il Piemonte sono in fiamme. “Non sorprendiamoci almeno. Mentre le lacrime dovute al fumo o al dolore rigano i nostri volti non scagliamoci contro il piromane di turno o lo Stato assente”. Agiamo adesso. Spegniamo gli incendi e cambiamo la nostra energia. Sono giorni che il Piemonte brucia. Giorni che vediamo foto, video o vere fiamme illuminare le notti di questo fine ottobre quasi estivo.  Giorni e notti che assistiamo impotenti allo svanire di ettari di terra, boschi, foreste, ecosistemi. Le nubi di fumo raggiungono le città, le fiamme lambiscono i paesi della Val di Susa, i canadair volano impotenti e allora qualcuno si accorge e si lamenta. I piromani, borbotta qualcuno. Il fato ingrato esclama qualcun’altro. E invece, purtroppo, la causa è un’altra, la colpa è la nostra. Nostra che per anni abbiamo contribuito inerti e indifferenti al cambiamento climatico. Nostra che ci scaldiamo e combattiamo quando toccano la salute dei nostri figli, ma nulla facciamo per non cancellare il loro futuro. Nostra che vogliamo la casa in inverno a 24 gradi e in estate a 16. Nostra che usiamo l’auto per andare a comprare il latte. Nostra che votiamo i politici in base alle false promesse sul lavoro e nemmeno gli domandiamo cosa intendono fare per clima e ambiente. E ora, dopo decenni in cui si parla di cambiamento climatico, non piove da mesi. Il Piemonte è un’unica distesa di terra secca in cui per fortuna svettano ancora foreste millenarie. Ma se arrivano le fiamme…

Non soprendiamoci almeno. Mentre le lacrime dovute al fumo o al dolore rigano i nostri volti non scagliamoci contro il piromane di turno o lo Stato assente. Ricordiamoci di quante volte abbiamo ascoltato con insofferenza chi ci invitava a fare attenzione ai nostri consumi. Pensiamo a quante volte alla prima estate fresca abbiamo esclamato “altro che riscaldamento del pianeta”! Senza nemmeno sapere che il cambiamento climatico prevede sbalzi sempre più forti e non un caldo costante.

Luca Mercalli lo ha scritto anni fa. Dobbiamo preparci. Qui non si tratta più di fermare il cambiamento climatico, ma di adattarci al nuovo mondo che abbiamo costruito. Un mondo con siccità e bombe d’acqua, con estati lunghissime o estati assenti. Un mondo diverso ma ancora abitabile se decidiamo ADESSO, una volta per tutte, di fare di questa battaglia la nostra priorità. Vogliamo un futuro per noi, per i nostri figli e per le altre creature che popolano i nostri boschi e le nostre pianure? Allora fermiamo il cambiamento climatico. Informiamoci, cambiamo stile di vita, agiamo, votiamo con coscienza. E, nel frattempo, spegniamo questi incendi.

Per sapere cosa puoi fare concretamente vai alla sezione clima delle visioni 2040. Scopri come puoi cambiare il tuo impatto e cambia gestore di energia elettrica passando ad uno cento per cento rinnovabile!

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/incendi-piemonte-indifferenza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Boschi vivi: un cimitero naturale per la salvaguardia del paesaggio

Boschi Vivi è una cooperativa e un progetto di economia circolare: si tratta dell’unico servizio di interramento delle ceneri che opera in area boschiva in Italia e che reinveste i propri utili in progetti di salvaguardia dei boschi e dei paesaggi. Nata nel marzo 2016, Boschi Vivi si pone inoltre l’obiettivo di rendere il bosco prescelto per l’interramento un luogo partecipato, organizzando all’interno attività ludiche e ricreative e rivoluzionando di fatto il sistema dei servizi cimiteriali.

Non vorremmo mai parlarne. Anzi, non ci pensiamo e se lo facciamo dobbiamo spesso superare una sensazione di vuoto e di disagio abbastanza spiccato. Ma come diceva lo scrittore argentino Jorge Louis Borges, “la morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare”. Perché non provare a renderlo un avvenimento che possa migliorare le condizioni di chi rimane? A questo interrogativo prova a dare una risposta e una soluzione la Cooperativa Boschi Vivi, nata nel marzo 2016 e formata da quattro soci: Anselma Lovens,  Camilla Novelli, Riccardo Prosperi e Giacomo Marchiori.

Si tratta dell’unico servizio di interramento delle ceneri che opera in area boschiva e reinveste in progetti di cura dei boschi. Tramite l’acquisizione o la presa in gestione di un’area boschiva da Enti sia pubblici che privati, Boschi Vivi provvede a restituirla alla comunità, con la rigenerazione dell’area in oggetto, sia per quanto riguarda il recupero ambientale e vegetazionale sia per il miglioramento della fruibilità. L’area dove viene attuato il servizio viene monitorata e gestita nel tempo e l’accesso è libero per tutti.

Perché il recupero dei boschi?

Mentre la formazione di Riccardo è di natura giurisprudenziale, le altre due socie e l’altro socio di Boschi Vivi hanno una formazione tendenzialmente forestale connessa alla tutela del paesaggio. Provengono dalla Liguria, regione teatro di una forte frammentazione della proprietà boschiva e che spesso viene abbandonata: “L’abbandono dei boschi in Liguria è un problema forte” ci racconta Anselma Lovens “e più dell’ottanta per cento dei boschi è di proprietà privata, ma è una proprietà molto frammentata e a volte anche inconsapevole: ci sono persone che ereditano boschi e nemmeno sanno di esserne i proprietari. Bisogna in realtà occuparsi dei boschi, perché per molto tempo questi ambienti sono stati antropizzati dall’uomo per diversi utilizzi, hanno bisogno di essere gestiti per evitare il rischio idrogeologico, di frane e di incendi e sono competenze che stanno venendo sempre più a mancare. Sono equilibri che, in caso di abbandono, sarebbero persi con conseguenze negative per tutti”.MG_8503.jpg

Come funziona il progetto: perché Boschi Vivi?

Parlare di “Boschi Vivi” rispetto a quello che stiamo trattando può suonare paradossale, ma di fatto questo progetto vuole ripensare anche il modo di utilizzo del nuovo cimitero naturale. La scelta di aderire al progetto di Boschi Vivi presuppone la volontà di cremazione e dispersione delle ceneri da parte della persona interessata. Chi vuole aderire “prenota una visita informativa nella quale una guida spiega come funziona il progetto, la persona sceglie così l’albero nei cui pressi, a suo tempo, verranno interrati i resti con una piccola targa commemorativa”, ci spiega Anselma “Siamo arrivati dunque con questa idea che mette a sistema una scelta che in realtà nella normativa è già inquadrata, noi ci occupiamo di tutto l’iter burocratico per renderla effettiva. La proposta, inoltre, è aperta anche per gli animali”. Le persone hanno a disposizione più opzioni, che variano a seconda della disponibilità economica: si va dall’albero di comunità, che rappresenta il prezzo più basso e consiste nell’essere dispersi insieme ad altre persone sotto un albero, a progetti più onerosi e personalizzati per famiglie o singoli. Si paga una sola volta, una tantum, e il diritto vale per novantanove anni dall’inizio del progetto. Nessuna lapide né fiori recisi: il bosco si presenterà in modo molto simile a come sarebbe in assenza dell’attività commemorativa: “Il bosco è già di per sé una scenografia naturale meravigliosa e rasserenante”.MG_8931.jpg

Il nome Boschi Vivi è sinonimo anche di un’altra volontà dei quattro soci: “L’idea nostra è mantenere il bosco vivo in tutti i sensi: abbiamo intenzione di organizzare all’interno corsi di yoga, letture, laboratori per i bambini”, ci racconta Giacomo Marchiori. “Abbiamo fatto dei questionari alle persone propedeutici alla nostra attività, dove è emerso un aspetto importante: anche chi non è interessato a farsi cremare o disperdere, comunque utilizzerebbe un bosco adattato a questa attività per poterci fare le sue attività quotidiane come passeggiare o ad esempio andare a funghi. Per questo progetto noi ci siamo ispirati ad alcune esperienze già attive da tempo nei paesi anglosassoni, in Germania, Austria e Svizzera, ma nessuno di questi finora ha la particolarità del fine del recupero e della tutela del paesaggio. Questo è dovuto al nostro background di pianificatori forestali, che ci ha fatto osservare la realtà italiana e il problema dell’abbandono dei nostri boschi. È un forte valore aggiunto del progetto, una possibile soluzione al problema e pensiamo che oggi l’Italia sia pronta per accoglierla”. Dopo aver vinto diversi bandi, il progetto è partito in un bosco divenuto di proprietà della Cooperativa, nel comune di Martina-Urbe in provincia di Savona. Per migliorare il recupero e il ripristino di alcune aree del bosco in questione, da martedì 9 ottobre Boschi Vivi ha dato vita ad una campagna di crowfunding  che scadrà tra circa un mese, allo scopo di sostenere le spese di riqualificazione del bosco stesso.MG_8969

“Il servizio cimiteriale è rimasto inalterato a livello di offerta dai periodi napoleonici”, conclude Anselma. “È un sistema cristallizzato e aveva bisogno di uno stimolo secondo noi votato all’innovazione. Abbiamo sentito un trasporto verso questa nuova consapevolezza che l’Italia sta avendo della necessità di tutela paesaggistica e ambientale e crediamo di poter porre le basi per creare rete e diffondere altri boschi vivi non solo in Liguria, ma in tutto il territorio italiano”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/io-faccio-cosi-185-boschi-vivi-cimitero-naturale-salvaguardia-paesaggio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Al Parco della Cellulosa inizia per il terzo anno la Scuola nel Bosco

Riparte al parco della Cellulosa la “Scuola nel Bosco” con cui da tre anni i bambini imparano ad avere un rapporto diretto con la natura e i boschi della capitale386496_1

Per il terzo anno consecutivo, è iniziata la “Scuola nel Bosco”, iniziativa realizzata a Roma dal circolo Legambiente Parco della Cellulosa grazie alla collaborazione con l’Ente Parco Regionale RomaNatura; l’attività si svolgerà come di consueto nel quartiere di Casalotti del XIII Municipio di Roma, all’interno del Monumento Naturale Parco della Cellulosa. Sono centinaia i bambini che fino ad oggi hanno avuto la possibilità di giovare di una didattica alternativa, fatta di rapporto diretto tra il bambino e gli elementi naturali che si trovano nei boschi urbani della capitale.

“Con la Scuola nel Bosco continua un’esperienza fantastica per bambini, genitori e insegnanti delle scuole che ne faranno parte – commenta Roberto  Scacchi presidente di Legambiente Lazio – nella splendida didattica della quale i bambini potranno godere, sarà fondamentale il rapporto diretto tra bambini e elementi naturali di una delle aree protette di Roma”.

Il Parco della Cellulosa è infatti un Monumento Naturale della Regione Lazio gestito da RomaNatura. “Questo è uno degli splendidi metodi di far vivere i parchi urbani della capitale, con proposte intelligenti che avvicinano i cittadini alle aree protette e danno loro nuovo slancio e protagonismo”, conclude Scacchi

Fonte: ecodallecitta.it

 

Indonesia, 100mila morti a causa degli incendi per le deforestazioni

Gli incendi boschivi sono finalizzati alle coltivazioni di olio di palma452167606

Secondo uno studio condotto da esperti in salute pubblica e in modelli atmosferici delle Università di Harvard e Columbia, i morti legati agli incendi boschivi del 2015 connessi alle deforestazioni del Sudest asiatico sarebbero più di 100mila. La ricerca, pubblicata su Environmental Research Letters, mette sotto accusa l’industria dell’olio di palma: la deforestazione, infatti, veniva messa in atto per fare spazio alla coltivazione intensiva delle palme da olio, diventate, negli ultimi anni, un pilastro dell’economia indonesiana. Mentre da più parti l’industria alimentare rinuncia all’ingrediente per non perdere clienti e i sostenitori organizzano una controffensiva mediatica per sminuirne l’impatto ambientale, in Indonesia hanno già fatto un passo indietro decidendo che non verranno incrementate le aree coltivate.

I roghi del 2015 avevano fatto annullare centinaia di voli, obbligato alla chiusura le scuole indonesiane, ma anche quelle della Malesia e di Singapore. Gli incendi avevano causato 500mila casi di infezione alle vie respiratorie, esponendo 50 milioni di persone ai fumi tossici, 24 ore al giorno per settimane.  Secondo lo studio le morti premature causate dagli incendi sarebbero state 90mila in Indonesia, 6mila in Malesia e 2200 a Singapore. Nelle zone maggiormente colpite dalle emissioni – Sumatra e il Kalimantan – i livelli di inquinanti dell’indice standard (PSI) hanno toccato il tetto dei 3000, a fronte di una soglia di pericolo fissata a 300.

Fonte:  Environmental Research Letters

Allevamenti bioetici: prove di sostenibilità

Parlare di allevamenti etici sembra una contraddizione in termini. Come può, infatti, lo sfruttamento di animali “da carne”, essere etico? Abbiamo provato a scoprirlo andando a vedere di persona l’azienda agricola Boccea di Anna Federici, che si trova alle porte di Roma e si estende per 240 ettari tra pascoli, boschi e uliveti.

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Se si fa appello, come si legge nei libri dedicati all’argomento*, al rispetto delle loro esigenze o alla loro capacità di instaurare legami profondi, le domande si pongono con ancora più forza: qual è la primissima esigenza dell’animale se non quella di vivere? L’affermazione di considerare gli animali come capaci di creare legami profondi, stride violentemente con la convinzione di essere nel diritto di allevarli per mangiarli. La profonda consapevolezza e il desiderio di conoscere la psicologia e la fisiologia dell’animale per rispettarlo e per stimolare in lui una risposta di fiducia nei confronti dell’uomo che lo alleva, non ci assolve affatto ma anzi, e proprio per questo, basa l’allevamento etico sul tradimento di quello stesso rapporto di fiducia. Gli animali sono considerati come merce, lo sappiamo, e per quanto un allevamento etico cerchi di occuparsi al massimo del loro benessere, non è sempre facile distinguere quanto viene fatto per autentico interesse dell’animale e quanto per tornaconto economico. L’animale che muore nella sofferenza e nella paura produce scariche di adrenalina che, in fondo, finiscono per rovinarne la carne, producendo, di conseguenza, un danno a noi. Quindi, per quale motivo si rende un animale meno stressato e lo si fa vivere in condizioni migliori? Che cosa significa esattamente la parola “etico”? Etico per l’animale o etico per noi e per il nostro consumo?

Sarebbe troppo facile, tuttavia, giudicare negativamente gli allevamenti di questo tipo. Si tratta di luoghi in cui gli animali vivono in condizioni eccellenti, hanno a disposizione spazi sconfinati, relazioni con i simili, buon cibo naturale e sano. Se ci facciamo guidare da due principi essenziali: la necessità o meno di mangiare carne e la qualità di vita degli animali che alleviamo, l’allevamento etico risponde e soddisfa pienamente il secondo principio. Rimane il problema etico, certo, che non si risolve affatto ma, al contrario, pone questioni sempre più stringenti. I primi a doversi porre queste questioni, però, non sono certo gli allevatori. La prima e sola responsabilità è dei consumatori che continuano a chiedere carne (anche quella tenera dei cuccioli), latte o formaggi in quantità esagerate e senza minimamente porsi (se non in parte) il problema della necessità o delle condizioni di vita degli animali. Questo non fa che alimentare il mercato e rendere indispensabile l’esistenza degli allevamenti stessi. Se si è consapevoli che il mondo non cambierà direzione domani mattina ma che ci vorranno anni di lavoro di informazione e sensibilizzazione al problema, allora le realtà di questo tipo possono rappresentare una proposta concreta e un primo passo valido e serio verso una maggiore consapevolezza su quella strada. L’allevamento etico e azienda agricola Boccea di Anna Federici si trova alle porte di Roma e si estende per 240 ettari tra pascoli, boschi e uliveti. Al momento sono presenti 230 animali in tutto, di cui 95 fattrici. Visitando il centro si passa per i pascoli a perdita d’occhio che ospitano animali allevati in libertà con enormi spazi a disposizione. Si vedono in lontananza gruppi di madri con i loro piccoli negli spazi d’ombra sotto il sole di luglio. Gli animali sono molto sereni, anche quelli che ho avuto la possibilità di vedere nella fase di finissaggio, con spazi all’aperto ben esposti, con sole e ombra a disposizione, liberi, tranquilli, sani. Si può vedere lo spazio in cui vengono sistemate le mucche in attesa di partorire, sempre in modo naturale. Nel suo allevamento non vengono usati metodi coercitivi di alcun tipo per indurre l’animale a spostarsi, ad essere pesato o condotto in altri pascoli. Anna ci guida nella sua azienda e ci racconta come è nato il suo allevamento.

Che cos’è un allevamento etico?

Un allevamento in cui il benessere dell’animale è fondamentale. Ci sono dei criteri specifici che devono essere osservati in questo senso: se possibile il 100% (noi oggi produciamo il 100% dei foraggi e il 50 per cento delle granaglie) dell’alimentazione deve essere prodotto in azienda e da agricoltura biologica; le cure e i farmaci devono essere più possibile naturali, gli spazi e le strutture adeguati. Deve essere inoltre assicurato il rispetto dei comportamenti specie-specifici degli animali, un’alimentazione corretta e un allevamento a ciclo chiuso in cui l’animale possa trascorrere tutta la sua vita, il trasporto deve essere effettuato in condizioni idonee e il macello a km zero. Fare in modo che si instauri una relazione di fiducia tra uomo e animale è fondamentale. Un allevamento etico significa attenzione al benessere degli animali, sostenibilità ambientale e qualità del prodotto.

Come ha iniziato e quando?

Dal 2011 l’allevamento è così come lo si vede adesso. L’azienda appartiene alla mia famiglia e l’ho presa in mano nel 2002. Da quel momento ho fatto molti tentativi per arrivare a questo risultato. Prima me ne occupavo ma in maniera minore.

Quali sono state le difficoltà maggiori?

La difficoltà iniziale per me, quando ho preso in mano l’azienda, è stata proprio trovare le persone che mi aiutassero. Gli agronomi e i veterinari hanno, di solito, un’impostazione scientifica e universitaria ed era molto difficile far loro capire che cosa volevo fare: un allevamento in cui venissero rispettate le esigenze degli animali. I bovini sono erbivori ed hanno bisogno di erba fresca e grandi spazi all’aperto a disposizione. Gli animali che vengono alimentati soltanto con i cereali non sono animali sani. Diventano grassi ma questo è innaturale e dannoso. Ho avuto la fortuna di incontrare la dottoressa Francesca Pisseri, veterinario, che mi fece vedere, all’epoca, un allevamento in Toscana basato sugli stessi principi. Avevo già chiesto all’agronomo che mi aiutava di organizzare un sistema di rotazione di pascoli e di recinzioni collegate in maniera tale da poter far passare agevolmente gli animali da un pascolo all’altro ma non sapevamo, per esempio, come gestire le mandrie. La collaborazione con Francesca Pisseri mi ha permesso di realizzare quello che avevo in mente.

Come curate gli animali che si ammalano?

Non usiamo, ad esempio, avernectine. Si tratta di una serie di sostanze nocive per l’animale e per l’ambiente e che servono ad eliminare i parassiti che si annidano nello stomaco dei bovini. Con una corretta gestione del problema (monitoraggio) gli animali pian piano si desensibilizzano e formano una sorta di resistenza. Può capitare, quindi, che c’è l’annata in cui il parassita è più aggressivo ma noi, invece di usare le avernectine che sono sostanze dannose anche per il terreno e distruggono tutti i microrganismi presenti, usiamo i semi di zucca. Utilizziamo, inoltre, l’omeopatia per i problemi digestivi. Nei casi in cui non è possibile farne a meno facciamo uso di antibiotici ma solo eccezionalmente e non perché si segua un protocollo. Agli animali che vivono negli allevamenti intensivi vengono somministrati, infatti, antibiotici per protocollo perché si ammalano. Per tenerli in salute viene fatta questa scelta ma questo significa che quelle sostanze passeranno, attraverso la carne, agli umani. Questo, tra l’altro, crea una serie di problemi anche a livello di resistenza dell’uomo agli antibiotici.

Come si è sviluppata dentro di lei questa sensibilità?

Mi sono trovata ad occuparmi delle aziende di famiglia che erano gestite in maniera convenzionale e con risultati economici poco interessanti ma, soprattutto, con conseguenze devastanti per l’ambiente e con poco rispetto nei confronti dell’animale. La cosa non mi piaceva ed ho iniziato ad avvicinarmi alla biodinamica e al mondo del biologico. Purtroppo non viene insegnato come vengono fatte le cose. Sono entrata in contatto con il mondo della biodinamica, vi ho trovato l’ approccio olistico che cercavo e un metodo concreto e pratico di lavoro. E’ un sistema che insegna come trattare i terreni, quali macchinari e attrezzatura usare per le lavorazioni e quali no, come usare il letame compostato come concime, come usare i preparati biodinamici. E funziona. Il nostro terreno, da quando pratichiamo la biodinamica, è cambiato notevolmente.

Dove acquistate il cibo per gli animali?

Lo autoproduciamo quasi totalmente in azienda, appunto, biodinamica. Il resto lo acquistiamo biologico. Non arriviamo ancora ad essere autosufficienti con le granaglie perché ci mancano le strutture per conservare adeguatamente cereali e altri semi. Stiamo lavorando alla costruzione di alcuni silos proprio per questo. L’idea iniziale era di alimentare tutte le mandrie delle fattrici al pascolo e di continuare a farlo anche con i vitelli fino all’età di circa 14/16 mesi. Dopo, li teniamo normalmente in recinti appositi nella fase di finissaggio che può durare tre o quattro mesi. Abbiamo fatto però delle prove di finissaggio all’erba. C’è un problema di alternanza stagionale: c’è tanta erba molto nutriente in primavera, niente in estate e poi di nuovo erba buona in autunno. Dovrebbe cambiare la mentalità delle persone che comprano la nostra carne. Se lasciassi tutti gli animali sempre al pascolo, anche con aggiunte di fieni e cereali nei mesi in cui manca l’erba non potrei macellarli prima dei 24 mesi. Adesso, invece, gli animali escono a circa 20 mesi. In questo momento tutti vogliono la carne biologica ma si è poco disposti a pagarla di più. C’è differenza tra biologico e biologico. Sono, però, abbastanza soddisfatta dei risultati.

Che cosa significa per lei “biologico”?

Biologico non è solo il cibo che gli animali mangiano ma tutto il nostro allevamento che si basa sul principio che l’animale deve essere rispettato in toto: le sue esigenze di spazio e di aria, di relazione tra madre e piccolo, l’accoppiamento e la gravidanza che avvengono in modo naturale e non artificiale, le cure e le attenzioni per la psicologia dell’animale stesso. Conoscere profondamente i nostri animali significa capire le loro paure, evitare comportamenti che possano spaventarli. Cerchiamo di dar loro un ambiente in cui vivere che tenga conto della loro natura. Con questo tipo di allevamento si riduce moltissimo l’impatto ambientale anche riguardo alle emissioni di anidride carbonica.

Ha mai pensato che l’allevamento degli animali da carne sia qualcosa di non etico? Ha mai avuto dubbi in questo senso?

Ho pensato molto se allevare o no prima di dedicarmi completamente a questa attività. C’è stato un periodo in cui sono stata vegetariana e non ero sicura se fosse la strada giusta. Personalmente ho deciso a un certo punto di allevare: avevo molta terra a disposizione, boschi e pascoli che per i bovini sono una grande risorsa. Ho smesso di essere vegetariana perché mi sembrava una contraddizione. Ho deciso di prendere questa strada e di allevare le mie mandrie rispettando l’etologia e le necessità fisiche dei bovini

Come ha risolto, all’epoca, il problema etico?

L’ho risolto pensando che questi animali vivono, vengono allevati ed esistono perché c’è una sorta di simbiosi con l’uomo. Non esisterebbero mucche se nessuno le mangiasse. Fa parte di un ciclo. L’animale ti dà latte, carne e proteine. Cioè l’animale trasforma l’erba in qualcosa che l’uomo può mangiare. Nel passato tutto era vissuto in modo più semplice: il bue faceva il lavoro che fanno le macchine oggi, c’era il latte e poi c’era il vitello, le pelli venivano utilizzate per quello che serviva. Era tutto più equilibrato e non c’era questo pensiero folle di dover mangiare la carne ogni giorno. La carne non deve essere mangiata tutti i giorni. Mi definisco una reducetariana.

Come avviene in un allevamento etico la macellazione degli animali?

Cerchiamo di fare tutto il possibile per ridyrre al minimo lo stress per l’animale. Lo portiamo in un macello che soddisfa criteri precisi e per il trasporto mi affido a un trasportatore di fiducia. Quando l’animale deve essere mandato al macello lo si fa facendo massima attenzione: si mandano capi che sono abituati a stare insieme, si fa in modo che guardino meno possibile facendoli passare in corridoi stretti. Gli animali si fidano. Cerchiamo di controllare che l’animale non abbia paura. Appena l’animale arriva dopo un viaggio più breve possibile, non aspetta ore interminabili ma viene macellato subito. L’attenzione principale è nella calma dell’operatore. Gli animali vengono prima rilassati con delle docce apposite e poi gli viene sparato un colpo alla testa. La morte è immediata. Se l’animale non morisse subito si scaricherebbe una tale carica di adrenalina che tutta la carne ne risulterebbe rovinata.

L’animale soffre?

Non c’è agonia ma non mi sento di dire che l’animale non soffra anche perché sente il sangue, per quanto si faccia estrema attenzione a mantenere l’ambiente pulito. L’uccisione di un animale fa impressione. Essere a contatto con la morte è duro. Ancor più perché così organizzata e razionalizzata. Dovremmo investigare molto sul ruolo dell’uomo sulla Terra. Quando si è allevatori si è spesso a contatto con la morte di un animale (incidenti, malattie, macellazione) ma anche con la vita (accoppiamenti, nascite, i vitelli che crescono ecc.) Non ho una risposta su questo argomento. Amo il mio lavoro e la mia linea guida è il rispetto per la vita ricordando sempre di essere radicata in una realtà specifica.

Ci parla meglio di questo rapporto di fiducia che si crea tra uomo e animale?

Dal momento in cui vengono svezzati, intorno ai 7-8 mesi, imparano a fidarsi di noi. Li lasciamo completamente liberi ma sempre a contatto con l’uomo. Gli animali imparano a riconoscerci, ci vengono incontro quando diamo loro del cibo aggiuntivo come farebbe un cane. Questo permette all’uomo di evitare situazioni pericolose e all’animale di stare meglio perché non è stressato.

Le è mai capitato di affezionarsi a un animale?

Ci sono animali che per qualche motivo non riescono a nutrirsi da soli o perché hanno perso la madre per una malattia o per altre ragioni. Seguiamo una regola: se sono femmine comunque le alleviamo. Se sono maschi non possiamo farlo ma se sono femmine sì. Ce lo siamo imposto come regola. Vengono messe nel gruppo delle fattrici. Ad alcuni di questi animali diamo un nome, loro si ricordano di noi e ci riconoscono. All’inizio mi è capitato di affezionarmi molto ma adesso ci stiamo tutti un po’ più attenti.

Quanto vive una fattrice?

Non lo sappiamo di preciso. Penso che una mucca potrebbe vivere anche 25 anni ma in realtà nel momento in cui la fattrice smette di fare vitelli, non possiamo più tenerla quindi viene mandata al macello o, se si ammala, viene soppressa.

Che cosa significa per lei la parola “etica”?

Etica per me non significa solo non uccidere. Significa piuttosto difendere la vita. Etica è difendere la vita delle persone producendo un cibo sano. Se io decidessi di chiudere l’azienda per non uccidere gli animali, dovrei venderla. Ma sarebbe tutto molto falso perché gli animali finirebbero, forse, in mano ad allevatori senza scrupoli e morirebbero comunque.

Producete latte?

No. Produciamo solo carne. Un allevamento etico che producesse latte dovrebbe comunque togliere il piccolo alla madre al massimo dopo un mese. Dopo il vitello dovrebbe essere tenuto insieme agli altri in modo che il piccolo non si senta separato e solo. E’ chiaro che questa è una violenza, in un certo senso ma, d’altra parte, se noi vogliamo bere latte e mangiare formaggio, questa è la realtà.

Producete solo carne bovina?

Al momento sì ma stiamo pensando di mettere le galline ovaiole. L’allevamento sarà tutto all’aperto e le galline saranno completamente ruspanti. Se andrà bene faremo anche un allevamento di polli.

Quali attenzioni usate verso l’animale?

A parte lo spazio necessario a disposizione e tutte le regole relative al benessere dell’animale, nelle stalle usiamo una lettiera permanente in paglia. Sul cemento gli animali si fanno male, scivolano, cadono. E’ anche un modo per tenere molto pulite le mucche: il letame mescolato alla paglia si autosanifica perché fermenta e si crea una sorta di equilibrio naturale nei microrganismi. Usiamo una macchina per pesare gli animali che li avvolge come in un abbraccio, facciamo attenzione a non lasciare fazzoletti che sventolano dove gli animali pascolano, non li obblighiamo in alcun modo a camminare su zone scure in cui l’animale vede il baratro e si spaventa. Non facciamo rumori inutili, non agitiamo braccia o oggetti in loro presenza. Nel mio allevamento non esistono fruste o oggetti per percuotere gli animali per spingerli a muoversi verso una direzione. Al contrario usiamo dei richiami. I nostri animali sono sereni e rispettati.

Riguardo alla carne di vitella, qual è la vostra posizione?

Ho avuto molte richieste in questo senso. C’è molta domanda perché la carne del vitello è tenerissima ma non ci sembra etico macellare un cucciolo. In genere gli animali vengono macellati intorno ai 20 mesi. Pensiamo che un animale debba essere consentito di poter avere un ciclo vitale adeguato.” E, inoltre, è una cosa del tutto inutile perché una carne tenerissima non ci è necessaria. Una volta si macellava il vitello soprattutto negli allevamenti da latte. In un allevamento da carne la cosa non avrebbe molto senso.

Come ingravidate le mucche?

Solo in modo naturale. Negli altri allevamenti, quelli intensivi da latte, lo fanno in modo artificiale con costi molto alti e trattando l’animale come una macchina. La mucca viene ingravidata a 24 mesi la prima volta, dopo tre o quattro volte l’animale si ammala e viene scartato. E’ naturale che si ammali: deve produrre 40 litri di latte al giorno per tutta la sua breve vita con conseguenti problemi, mastiti e malattie correlate. Nel nostro allevamento le mucche sono completamente libere e partoriscono in modo naturale.

Quante persone la aiutano?

I miei collaboratori sono 6. Una persona è responsabile della mandria, un’altra dell’orto e un’altra delle semine. Poi ci sono degli aiutanti.

Come ha formato i suoi collaboratori?

Mi ha aiutato molto Francesca Pisseri per quanto riguarda l’allevamento e Carlo Noro che ci è stato molto vicino per quanto riguarda l’orto e le coltivazioni. Carlo Noro ha organizzato corsi qui in azienda perché volevo che i miei operai fossero educati alla biodinamica.

Dal punto di vista economico, un allevamento etico costa di più?

E’ molto costoso all’inizio perché richiede preparazione e formazione. Ma sul lungo termine si abbattono molti costi. Non devo più comprare concimi e diserbi, per esempio. Utilizziamo le risorse dell’azienda. Questo aspetto ci pone dei limiti riguardo alla crescita del numero dei bovini che possiamo allevare. Il nostro allevamento avrà sempre una dimensione legata al luogo. Un allevamento etico non può avere i numeri degli allevamenti intensivi industriali. La rendita dell’orto è molto interessante. L’allevamento non è molto più costoso di un allevamento intensivo.

Quanto costa la vostra carne in media?

16 euro al chilo. Poi dipende dai tagli ma in media questo è il prezzo. Il costo, quindi, non è molto più alto rispetto alla carne da allevamento intensivo.

Qual è il futuro dell’allevamento di animali?

Il futuro è questo. L’allevamento è legato anche alla coltivazione del terreno che viene reso fertile anche dalla presenza degli animali. I pascoli gestiti lasciano un terreno ricco di humus. Il letame compostato è una magnifica risorsa per l’orto. Credo che tutti dovremmo mangiare meno carne, in questo modo ci sarebbe meno richiesta e si potrebbero dismettere nel tempo gli allevamenti intensivi. I consumatori dovrebbero cominciare a cambiare le loro abitudini alimentari. Purtroppo richiedono sempre gli stessi tagli mentre dell’animale si potrebbe mangiare tutto. L’altro grande problema mondiale è l’enorme produzione di scarti alimentari che ammontano a circa il 40% della produzione mondiale di cibo. Questo avviene lungo tutto il processo che va dall’agricoltore al consumatore (che è parte assai attiva nello sprecare il cibo). Dovremmo arrivare a produrre meno e a ridurre o riutilizzare gli scarti. In questo modo si ridurrebbe questo drammatico spreco.

*Con-vivere. L’allevamento del futuro di Carla De Benedictis, Francesca Pisseri, Pietro Venezia (Arianna Editrice)

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Viggiano, traffico illecito di rifiuti petroliferi: Renzi interviene sull’inchiesta di Potenza

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3 aprile 2016 – Il premier Matteo Renzi è intervenuto, nel corso della trasmissioneIn Mezz’ora di Rai Tre, sull’inchiesta di Potenza. A Lucia Annunziata, ha precisato che l’emendamento alla Legge di Stabilità, quello che dava il via libera al progetto di estrazione di petrolio Tempa Rossa, è stato una scelta sua: “Ho scelto io di fare questo emendamento. Lo rivendico con forza. L’idea di sbloccare le opere pubbliche e private l’abbiamo presa noi”. Sull’accusa di essere legato alle lobby, Renzi replica: “Ci dicono a noi che siamo quelli delle lobby quando noi abbiamo fatto la legge su reati ambientali, le pene sull’anticorruzione, abbiamo fatto delle iniziative concrete e reali compresa l’approvazione in prima lettura alla Camera del conflitto d’interessi. Dire che noi siamo quelli delle lobby a me fa, tecnicamente parlando, schiattare dalla risate”.

Infine, il primo ministro si è detto a disposizione dei magistrati.

Viggiano, traffico illecito di rifiuti petroliferi: i pm interrogheranno Boschi e Guidi
11.28 – I pm di Potenza si recheranno a Roma nei prossimi giorni per sentire il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, e l’ex ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata.

2 aprile 2016 – Aumenta l’elenco delle persone indagate dalla Procura di Potenza sull’impianto di Tempa Rossa. Nelle ultime ore sono stati iscritti nel registro degli indagati il Capo di Stato maggiore della Marina Giuseppe De Giorgi e il dirigente della Ragioneria dello Stato Valter Pastena, con le stesse ipotesi di accusa contestate agli altri indagati, associazione per delinquere, abuso d’ufficio e traffico di influenze.

Viggiano, traffico illecito di rifiuti petroliferi: dipendenti Eni ai domiciliari

31 marzo 2016, ore 09:57 – Cinque funzionari e dipendenti del centro oli di Viggiano (in provincia di Potenza), dove l’ENI tratta il petrolio estratto in Val d’Agri, sono stati posti agli arresti domiciliari dai Carabinieri per la tutela dell’ambiente perché ritenuti responsabili, a vario titolo, di “attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti”.

L’indagine dei Carabinieri ha portato a un’ordinanza di custodia cautelare anche a carico di un dirigente della Regione Basilicata. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del Tribunale di Potenza nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) e sono stati eseguiti nelle province di Potenza, Roma, Chieti, Genova, Grosseto e Caltanissetta. L’operazione è stata affidata ai Carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) e le accuse riguardano lo smaltimento illecito di rifiuti in territorio di Pisticci (zona Tecnoparco): secondo quanto riferito dal TgNrba, che per primo ha diffuso la notizia, dei rapporti fra centro oli e tecnoparco Valbasento la magistratura si occupa da alcuni anni: in particolare l’antimafia aveva incentrato l’attenzione sul trattamento delle acque reflue e dei rifiuti. Secondo Il Quotidiano della Basilicata tra le persone coinvolte figurano l’ex sindaco di Corleto, Rosaria Vicino (ai domiciliari) mentre per l’ex vicesindaco del Comune del Potentino – Giambattista Genovese – è scattato il divieto di dimora. Divieto dall’esercizio dell’attività imprenditoriale, invece, per Lorenzo Marsilio, imprenditore di SudElettra.
Si tratta del filone della squadra mobile sugli appalti legati a Temparossa. Dell’inchiesta della magistratura potentina, cominciata un paio di anni fa e condotta dai pm Francesco Basentini e Laura Triassi, sul Centro Olio Eni di Viggiano (Pz) si era già parlato nel dicembre scorso, quando emersero ben 37 indagati, tra cui il responsabile del Distretto meridionale dell’ENI, Enrico Trovato, il suo predecessore, Ruggero Gheller e due ex direttori generali dell’Arpa Basilicata, Aldo Schiassi e Raffaele Vita. Secondo quanto riportava Il Fatto Quotidiano sono inoltre coinvolti altri dirigenti dei due enti ma anche della Regione Basilicata, della Provincia di Potenza e alcuni rappresentanti di Tecnoparco. In un altro filone dell’inchiesta è indagato Gaetano Santarsia, anche lui dirigente dell’Arpa. Le indagini hanno condotto la procura a fare diverse ispezioni per verificare lo smaltimento di rifiuti prodotti nella struttura, le emissioni in atmosfera, i livelli di diossina e la presenza di inquinanti nel terreno. Già nel maggio 2015 la spiaggia di San Basilio, lungo il litorale ionico in provincia di Matera, era stata invasa da fanghi neri di provenienza sospetta. Il 4 dicembre 2015 ENI aveva emesso un comunicato stampa nel quale affermava che “l’azienda si è affidata e si affida con assoluta serenità all’operato della Magistratura e alle sue decisioni. E’ nell’ambito di questo profondo rispetto che Eni sta collaborando con gli organi inquirenti con assoluta umiltà, trasparenza, correttezza e serietà”.

Sembra che nell’inchiesta, secondo fonti di Ecoblog, la magistratura stia indagando su un altro mostro ambientale lucano, i fanghi di Corleto Perticara.

Fonte: ecoblog.it

La strage degli alberi di Vallombrosa

Il clima è ingovernabile, anzi: ci governa. Così le tragedie dei giorni scorsi in Toscana: stragi di alberi, boschi e foreste. Venti e piogge impensate che si abbattono con una furia che dimentichiamo troppo presto. E così se ne è andata anche parte della foresta di Vallombrosa.alberi_vallombrosa

L’aumento dell’effetto-serra è ormai evidente e distruttivo, anche se gran parte della gente sembra non accorgersene. I segni inequivocabili dello squilibrio naturale e delle sue conseguenze ci circondano, ma continuiamo ad ignorarli come se niente fosse. Eppure negli ultimi tempi inizia a serpeggiare in una parte della popolazione una certa inquietudine. Un’inquietudine che è più evidente e marcata in chi vive a contatto della natura, tra i contadini, nei piccoli paesi, nelle montagne, dove le conseguenze del cataclisma sono più evidenti e tangibili. Serpeggia inquietudine nei pochi abitanti di Vallombrosa, una località sull’Appennino toscano a due passi da Firenze, luogo storico di villeggiatura e di pellegrinaggio (vi si trova una delle più belle abbazie del centro Italia), nonché sede di uno dei più antichi e maestosi arboreti (orti botanici e vivai) del nostro paese. Intorno all’abbazia di Vallombrosa e al piccolo centro abitato di Saltino si estende per migliaia di ettari una foresta secolare, che nel corso dell’ultimo millennio è stata piantata e usata (oltre che ampliata) dagli stessi monaci e dagli abitanti del posto prima, per diventare poi patrimonio del demanio e riserva naturale protetta. Nella foresta si trovano, o meglio si trovavano, abeti bianchi di oltre duecento anni di età, alti più di trenta metri, faggi dai tronchi imponenti ricoperti di muschio, aceri montani, tigli, frassini, castagni, oltre a conifere piantate circa sessanta anni fa per produrre legname di pregio. Questo polmone verde è importante anche per molte specie animali, tra cui il picchio nero, l’astore, il falco pecchiaiolo, il lupo e l’istrice. Ma questa foresta non sarà più come prima, e come lei molte altre foreste del Casentino, compresa quella famosissima del santuario de La Verna, luogo di culto di San Francesco. Infatti, ad inizio marzo, una perturbazione proveniente dal nord Europa ha investito tutta l’Italia e in particolare l’Italia centrale: le temperature si sono abbassate di dieci-dodici gradi in una giornata e tempeste di vento hanno spazzato, con raffiche fino a centocinquanta chilometri all’ora, le vallate e i pendii delle montagne. La foresta non ha retto. Nella sola riserva naturale di Vallombrosa si stima che siano andati distrutti tra i quindicimila e i ventimila alberi, molti dei quali secolari. La fauna e la flora ne sono state stravolte. Tutto ciò potrebbe anche essere considerato normale. Gli eventi catastrofici di portata eccezionale, come questo, si sono sempre verificati sul nostro pianeta; il problema è che ormai tali eventi si ripetono con una frequenza e una diffusione incredibili. La foresta di Vallombrosa aveva infatti subito la violenza di una tempesta “eccezionale” anche nel novembre del 2013, con ampi danni alle piante. Ora il paesaggio è in alcuni luoghi apocalittico: al posto degli alberi ci sono spianate di ettari di legno sfasciato, contorto e martoriato, senza più traccia di vita alcuna. Ovunque nel mondo questi fenomeni si centuplicano e, dalla foresta slovena (vedi articolo sul gelicidio http://www.ilcambiamento.it/clima/gelicidioslovenia.html ) alle praterie e ai fiumi del centro Europa, ai boschi italiani e spagnoli, nessuno è al riparo. Ogni mese si viene a sapere di eventi apocalittici come grandinate spaventose, venti da uragano, alluvioni, siccità devastanti, nevicate e gelate improvvise che si spingono fino a zone tropicali sterminando interamente la vegetazione e la fauna, non adattati a tali temperature. Questi danni rendono fragili gli ecosistemi; le piante, indebolite dagli stress climatici e dall’inquinamento, contraggono malattie che si espandono a macchia d’olio, i parassiti si moltiplicano e la catena alimentare si altera. Tutto questo avviene a causa nostra, non è un campanello d’allarme ma un campanone da cattedrale che rimbomba, ma noi ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti dicendo “qualcuno dovrebbe fare qualche cosa”, ma quel qualcuno siamo noi. Siamo noi la causa, con i nostri viaggi aerei (http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/aereo_disastro.html), con il nostro modo di mangiare, di spostarci, di riscaldarci, di divertirci, con le scelte più elementari e quotidiane che comportano “effetti collaterali” degni di una guerra USA.

Quante foreste dovremo veder distrutte prima di aprire gli occhi e rimboccarci le maniche?

Il destino dell’uomo altrimenti è segnato perché, se oggi sono le foreste a cadere, domani sarà la produzione agricola e, quando la produzione di cereali subirà i colpi del cambiamento climatico, le conseguenze colpiranno tutti noi con la violenza di un cazzotto.

Possiamo e dobbiamo inceppare il meccanismo; le soluzioni sono alla portata di tutti, basta che ce ne sia la volontà. Lo dobbiamo a noi stessi e agli alberi di Vallombrosa.

Fonte: ilcambiamento.it