Ecco i costi ambientali ed economici degli incendi. Le soluzioni? Ci sono, basta volerle applicare

È un’analisi agrodolce quella che tira le somme dei danni provocati dai roghi dell’estate 2021. Da un lato abbiamo milioni di euro spesi non sempre avvedutamente e politiche regionali spesso inspiegabilmente carenti nei confronti della prevenzione. Dall’altro ci sono tecnologie all’avanguardia che hanno già dimostrato la loro efficacia e una rete di cittadini e associazioni sempre più attiva nel chiedere che l’emergenza incendi venga affrontata finalmente in maniera seria e definitiva.

80.000.000 di euro è il costo del servizio aereo per i tre mesi estivi. La flotta Canadair dello stato, pilotata dalla società Babcock, ha effettuato 5547 ore di volo dal 15 giugno al 22 settembre e 1048 ore di volo con gli elicotteri dei Vigili del Fuoco, per un costo di oltre 59 milioni di euro comprensivi della quota fissa dell’appalto. Le regioni interessate dagli incendi questa estate sono state Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania, Molise, Abruzzo, Toscana e Liguria. Oltre 50.000 roghi hanno richiesto l’aiuto di forze francesi. Rispetto al 2020 si è registrato un aumento del 256% in tema di incendi. La Sicilia detiene il record: nel 2021 sono andati a fuoco 78.000 ettari. Seguono la Sardegna con oltre 20.000 – tra aree verdi e uliveti millenari – e la Calabria con oltre 11.000 ettari e 5 morti. Senza contare le migliaia di animali morti, l’impatto devastante sul territorio provocato dai fuochi e la spesa economica richiesta per fronteggiare questo disastro.

A leggere questi dati, peraltro incompleti, lo sconforto prende il sopravvento. Un’emergenza che vale non solo per l’Italia, ma anche per altri paesi dell’Europa e del mondo. Eppure esiste una rete attiva di cittadini e associazioni che si batte quotidianamente per evitare che gli incendi proliferino nel nostro territorio. Sono anche disponibili tecnologie capaci di rilevare un principio d’incendio entro 100 secondi e, grazie a un sistema di geolocalizzazione, avvertire immediatamente le sale operative. In Italia succede però che una regione come il Lazio decide di avvalersi di sistemi del genere e un’altra come la Sardegna, nonostante abbia installato dei dispositivi simili già nel 1985, decide di smantellarliLa tecnologia è un valido aiuto se è al servizio dell’uomo e se viene adattata alle singole aree e agli operatori, altrimenti può risultare poco efficace e dannosa. Claudio Becchetti – responsabile del progetto SES5G, Secure Environment supervisor empowered by Satellite and 5G technology, co-finanziato da Leonardo in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana e ASI e da vari partner come EPG e Giorgio Pelosio, esperto in sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi da più di 35 anni – in occasione dell’evento “La prevenzione degli incendi boschivi”, svoltosi lo scorso 16 ottobre in Sardegna, ha raccontato degli esiti più che vantaggiosi attuati all’interno del parco di Castel Fusano, vicino Roma, sotto il profilo dell’ordine pubblico, degli incendi e della protezione dell’ambiente attraverso tecnologie innovative, come satelliti e droni.

«Questa estate a Castel Fusano veniva innescato un incendio quasi ogni giorno. All’interno della pineta vi sono centinaia di piccole radure, luoghi perfetti per lasciare rifiuti e appiccare fuochi. Sono tanti i pini secchi, negli anni è andato distrutto circa il 30% della pineta. Quest’anno si sono ridotti parecchio gli incendi, anche perché era stato annunciato l’uso di questi dispositivi di sorveglianza e controllo del territorio attraverso anche telecamere nei punti di accesso alla pineta».

«Non ha bruciato nulla e gli interventi effettuati hanno utilizzato solo mezzi di terra. Questo tipo di tecnologia rileva un principio di incendio entro 100 secondi. Se si interviene subito non servono elicotteri e mezzi aerei. Tutti gli strumenti sono geolocalizzati e consentono di avvisare immediatamente le sale operative e i vigili del fuoco. Gli incendi sono visibili anche a 15 chilometri di distanza».

Il sistema si avvale anche dell’esperienza di Leonardo, che sviluppa tecnologie per incendi da un centinaio di anni: ha cominciato con gli elicotteri nel 1907, poi i droni, fino ad arrivare ai satelliti nel 1985. Dallo spazio viene in aiuto una serie di satelliti come Prisma, con un sensore tra i più evoluti a livello mondiale che indica qual è il livello di acqua sul territorio, dove sono le biomasse e quale vegetazione ha più difficoltà, calcolando così l’indice di rischio.

Si gioca tutto sulla tempestività: più minuti trascorrono dall’inizio del fuoco, più ingenti e gravi saranno i danni. Eppure in Sardegna – ad Arzana per l’esattezza –, dove una sperimentazione simile è partita più di vent’anni fa, si sta pensando di smantellare tutti gli impianti esistenti. Già nel 1999 c’era stata una forte opposizione da parte del Corpo Forestale Regionale che aveva portato allo spegnimento degli impianti nel 2000. Dal 2003 al 2005 9 impianti su 25 furono riaccesi per volere della Corte dei Conti e dell’Assessore all’Ambiente dell’epoca. Da allora sono completamente inutilizzati. Si tratta di 55 impianti totali e 15 centri operativi. Sono andati “in fumo” oltre 9 milioni di euro con lo smontaggio di tralicci, basamenti e sistemi di alimentazione. La rete coprirebbe un territorio di oltre 1.800.000 ettari con tre stazioni e una sala operativa, per un costo totale di 25 milioni di euro, che equivale al danno registrato la scorsa estate in Sardegna a seguito degli incendi.

«Ci siamo bruciati tutto questo in una sola estate. La tecnologia c’è e funziona, Roma è un esempio. In Sardegna siamo in una fase di pre-smantellamento, il costo per riattivare sarebbe stato di 2 o 3 milioni di euro e ci sarebbero voluti un paio di anni. Smantellando tutto ci vorranno 10 anni per ricostruire e minimo 40 milioni di euro per rifare tutto. Speriamo che qualcuno si possa rifare in seguito al decreto legge 120 dell’8 settembre scorso, che attribuisce a questo tipo di tecnologia una valenza importante per la prevenzione dei boschi», dice Giorgio Pelosio, direttore tecnico della EPG. Gli esempi virtuosi e la voglia di molti cittadini di contrastare fortemente gli incendi sono più vivi che mai. Abbiamo anche intervistato alcuni di lorosingole persone e reti che si adoperano per condividere le buona pratiche, denunciare ciò che non funziona e colmare le mancanze della macchina istituzionale. In Sicilia, ad esempio, è stato proposto anche un pool investigativo sul tema degli incendi. Al livello nazionale è appena nata la Rete Nazionale Basta Incendi, che raggruppa diversi organismi nazionali e regionali e si pone come obiettivo l’analisi degli incendi, lo studio del ripristino ambientale, la prevenzione e la tutela dei boschi. La buona notizia è che tutti, ma proprio tutti – cittadini singoli e/o associazioni, reti – possono farne parte. E bisogna agire subito perché un’altra estate è già alle porte!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/11/costi-incendi-soluzioni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

TeFFIt, alla scoperta del potere curativo delle nostre foreste

Gli effetti benefici del contatto con la natura, con i boschi e con gli alberi sono noti e documentati e sono tante le organizzazioni che favoriscono questa pratica. Oggi vi parliamo di una rete chiamata TeFFIt, che connette e unisce competenze trasversali in diversi campi per sfruttare la meglio le terapie forestali.

«I due ecosistemi più completi e autonomi presenti sul nostro pianeta sono le foreste e le barriere coralline. La foresta è il modello più evoluto al quale tende la vita emersa e tornare ad essa vuol dire tornare ad una conoscenza più profonda dei meccanismi e persino dei significati che regolano la vita stessa sul nostro pianeta». Con queste parole la dottoressa Fiammetta Piras e Raoul Fiordiponti, mi introducono in un mondo per me nuovo e affascinante. Mi riferisco a quello della rete TeFFIt – Terapie Forestali in Foreste Italiane e di Outdoor Education APS, nata grazie alla sinergia intellettuale di Università in campo medico, biologico e forestale da soggetti pubblici e privati. L’obiettivo è andare a integrare le conoscenze reciproche per realizzare azioni di studio sugli effetti benefici della fruizione di ambienti boschivi sani italiani, ma anche cercare di ottenere il riconoscimento delle Terapie Forestali come promozione della salute nel sistema sanitario italiano. Grazie a una chiacchierata con la portavoce del CTS, la dott.ssa Piras, e con il presidente dell’associazione, Raoul Fiordiponti, il quadro diventa molto più chiaro in merito a questa attività, che non ha niente a che vedere con l’escursionismo o la meditazione guidata in natura. Partiamo dal principio.

Una diversa prevenzione e promozione della salute

Le terapie forestali sono delle pratiche di prevenzione e promozione della salute, ma anche un intervento sanitario che supporta le terapie convenzionali soprattutto per malattie croniche non trasmissibili. In alcuni stati queste vengono già prescritte dai medici curanti e in paesi come Giappone, Svezia, Norvegia, Germania e Stati Uniti se ne raccomanda la pratica alla popolazione. Gli studi scientifici degli ultimi quarant’anni stanno dimostrando i benefici sulla salute psicofisica umana grazie a una regolare frequentazione di ambienti forestali maturi e ricchi di biodiversità.

«La TeFFIt è l’unica realtà in Italia a integrare i punti di vista del mondo forestale, medico, ecologico e della conduzione in ambiente naturale, creando un rapporto sinergico al fine di sviluppare ricerche finalizzate a strutturare metodi innovativi di promozione della salute e prevenzione delle malattie croniche», mi raccontano. L’Associazione promuove infatti percorsi finalizzati al benessere, studiati e sperimentati in foreste italiane sane ed evolute. 

I boschi sono detti sani quando si auto-organizzano rispetto a una serie di elementi che li caratterizzano, in particolare la quantità e diversità di organismi che li abitano – biodiversità – e le relazioni che questi instaurano tra loro – biocomplessità. I fitoncidi, ad esempio, sono segnali che emettono tutte le piante: se una di loro soffre, essendo in comunicazione con le altre, cambierà linguaggio, il quale verrà così captato da tutta la rete che si auto-organizzerà. Dopo esperienze in diverse foreste italiane, la dottoressa Piras e Raoul Fiordiponti, in contesti e situazioni diverse, si sono accorti che le esperienze vissute nelle foreste insieme ai gruppi accompagnati le reazioni positive erano sorprendenti, soprattutto per alcune patologie croniche. Anche bambini con deficit dell’attenzione hanno registrato netti miglioramenti con percorsi di terapie forestali. «Ogni persona trarrà un diverso beneficio che deve essere reciproco. Non si va nel bosco per usarlo e consumarlo, il beneficio deve continuare nel tempo e dei boschi bisogna avere cura e rispetto», sottolineano. 

La relazione tra uomo e foresta

«Tutto passa attraverso il contatto fisico con il fitto dialogo fisico chimico della foresta – spiegano la dott.ssa Piras e Raoul Fiordiponti – fatto di odori, colori, luci, suoni, forme, ma anche spore, pollini, persino microbi alleati e salutari che ci avvolgono quando ci immergiamo in essa. Quando la foresta è ricca e sana, questo “chiacchiericcio” è perfettamente orchestrato e il nostro corpo ne viene attratto e viene indotto a partecipare e adattarsi. I nostri ritmi finalmente rallentano e la foresta ci dà il “la”, come un abile direttore d’orchestra, perché anche le nostre funzioni tornino a risuonare in modo armonioso tra loro e con l’ambiente che ci circonda».

Ovviamente tutto questo è vero solo se al corpo e alla mente non viene imposto di impegnarsi in esercizi o altre attività, ma sono lasciati liberi di abbandonarsi agli stimoli che ricevono. Allora una foresta integra può trasformarsi in uno specchio che riflette un’immagine di noi più sana e serena come modello di benessere che sentiamo nostro e che possiamo raggiungere, ispirandoci anche ad adottare stili di vita migliori. Ciò non può essere vero se si va, invece, in un bosco malamente gestito, impoverito, “mutilato” del suo sottobosco, disturbato da una presenza umana indelicata e invadente, e la cui “sinfonia” risulterà inevitabilmente scarna e stonata.
«È pur vero che le persone poco abituate alla natura selvatica – continuano a raccontare – all’inizio possono sentirsi disturbate e persino infastidite o spaventate dall’apparente disordine delle foreste integre, e vanno introdotte ad esse con delicatezza e attenzione».

«Ma via via che il contatto con la Natura si approfondisce, esso evolve in una relazione sempre più stupefacente, gratificante e salutare. E le persone cominciano a percepire anche le differenze tra un bosco e l’altro, come sia diversa una pineta da una macchia mediterranea o da una faggeta. E ciascuno impara a muoversi in sintonia con foreste differenti, rispettandole e traendo da ognuna il beneficio migliore per sé. Scoperte e meraviglie non finiscono mai, basta comprendere con correttezza i dati forniti dalla scienza sul potere terapeutico delle foreste come ecosistemi e non ostinarsi a vederle come semplici luoghi dove fare attività prestabilite o assorbire qualche ingrediente terapeutico».

La TeFFIt organizza diversi corsi rivolti alle persone che vogliono capire come creare questa relazione e migliorare da soli la propria salute frequentando foreste sane, autodeterminate, biodiverse, biocomplesse. Sono corsi di Auto immersione in Foresta, di Conduttori in Immersione in Foresta e corsi relativi all’Outdoor Education basati su studi scientifici. Tutti vengono erogati da professionisti, medici, forestali e professori universitari, online, dal vivo e con parte pratica in presenza. L’obiettivo è velocizzare il ritorno alla relazione con la foresta, percepire i canti degli uccelli, ma anche ritrovare il significato dei profumi e dei colori come linguaggi che variano a seconda che si tratti di un allarme, di un richiamo o di un vero e proprio canto di gioia di vivere. Si cominciano a comprendere i diversi meccanismi esistenti, ad interpretare il significato di “parole” e “frasi” per noi esseri umani inconsuete, ma non solo perché si sono imparate cognitivamente, ma perché si è finalmente entrati in relazione con il popolo delle foreste.

Obiettivi generali

TeFFIt è l’unica realtà italiana con il registro nazionale dei conduttori iscritti all’elenco del Mise – Ministero dello Sviluppo Economico. L’idea non è fornire solo una formazione, ma individuare persone con cui sviluppare questa rete e continuare a fare ricerca, a capire come funziona questo meccanismo, ad avere più dati. Ai conduttori viene chiesto di svolgere un lavoro certosino che metta in evidenza il tipo di bosco in cui si sono fatte le immersioni, la stagione, la temperatura e altri dati scientifici che servono a rendere sempre più preciso il quadro. È improbabile, infatti, che una macchia mediterranea funzioni tal quale a una foresta di sequoie. Anche il tipo di relazione è preferibile che venga fatta da chi conosce molto bene un territorio. Nel Nord Europa sono abituati al cattivo tempo e a vivere la natura in tutte le condizioni metereologiche. Chi abita al Sud, invece, farà più fatica ad adattarsi a condizioni che nella sua quotidianità non vive. Anche le linee guida europee in merito agli studi sulle terapie forestali tengono molto in riferimento la localizzazione geografica perché la relazione con la foresta cambia in base al proprio ambiente, alle proprie necessità, alla propria realtà geografica e al proprio sistema sanitario, persino alla propria cultura, sottolineano. La rigidità, il riduzionismo o un approccio solo basato sull’intuito non aiutano molto in questo processo di relazione. Solo attraverso un metodo corretto che interseca più saperi si permetterà alle persone di trovare nel bosco quello che nei lavori scientifici viene chiamato il “luogo preferito”, inteso come quello in cui ciascuno si trova più a suo agio e ne trae il massimo beneficio per sé. Dimenticate le escursioni in natura, esercizi di meditazione o le varie forme di jogging, le attività proposte da TeffIt consistono nell’entrare in contatto con la natura attraverso sensazioni fisiche e non è richiesto neanche un impegno mentale. Al contrario, l’attenzione involontaria che usiamo quando siamo in natura non necessita di alcuno sforzo. Vagare in natura, con la mente e con il corpo, sarà la sensazione più stimolante e curativa mai provata!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/10/teffit-potere-foreste/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

1000 Metri: Un hotel abbandonato rivive per far ripartire la montagna

1000 metri è un sogno ad alta quota e un progetto per ridare vita a un borgo a cavallo tra mare e montagna. A Caprauna (CN), Loris Tisci ha ristrutturato un vecchio albergo abbandonato per trasformarlo in un progetto che accoglie famiglie, turisti e viaggiatori di passaggio, per mostrare loro tutta la bellezza e la tranquillità di questi luoghi immersi tra monti, boschi e nuove possibilità abitative.

Cuneo – Non possiamo dire che quest’anno e mezzo non sia stato difficile: un periodo scandito tra un “prima” e un “dopo”, per molti una sorta di bolla dove chiusure e limitazioni hanno messo in crisi il naturale scorrere del tempo. Ma oggi vi raccontiamo una storia che va controcorrente e che, in questo periodo di grandi interrogativi, ha cercato con impegno e determinazione di guardare sempre avanti per creare qualcosa di nuovo. È la storia di Loris Tisci e del suo progetto 1000 Metri che a Caprauna – piccolo paese di montagna dell’entroterra ligure ma ancora in territorio piemontese – sta contribuendo a rendere la sua borgata un luogo sempre più vivo e attrattivo.

Per spiegarvela bene, però, dobbiamo fare qualche passo indietro e trasportarci al 2017, in quel “prima” che ci sembra così lontano. In quell’anno un gruppo di artisti e professionisti avviò in questi luoghi montani il primo progetto di ripopolamento: il sogno era rendere Caprauna, all’epoca sempre più spopolata, un centro nuovamente vitale. Così, Luca Andrea Marazzini e Vittoria Bortolazzo, con pochi soldi in tasca, acquistarono dei vecchi ruderi per farne prima di tutto un luogo in cui vivere e poi uno spazio dove promuovere il recupero, coltivare terreni incolti e trasformare, insieme ad amici e volontari, questo borgo semiabbandonato tra i monti in un’isola unica e felice: l’Isola di Capraunica.

Poco dopo si unisce a loro anche Loris Tisci, che qualche anno fa ha deciso di comprare casa in questo piccolo paese diventando nuovo residente, con sua moglie e la sua bimba Sofia. Come l’amico Luca Marazzini in questo sogno ci ha sempre creduto e così ha deciso di recuperare un vecchio hotel, abbandonato da più di dieci anni, per trasformarlo in un nuovo progetto di accoglienza e invitare le persone a visitare questo piccolo pezzo di mondo dove la felicità è di casa. Come ci racconta, «negli anni ho sentito il bisogno di avviare un’attività che potesse rendere possibile la nostra vita qui. C’era una struttura che ci aveva colpito da parecchio tempo, un vecchio albergo che si chiamava “I Cacciatori”, ormai in stato di abbandono. Con l’avvento del Covid ci siamo attivati per prenderlo in gestione e iniziare questo nuovo progetto».

Così Loris si è rimboccato le maniche, ha partecipato e vinto un bando del Gal orientato alle nuove imprese nell’ambito del turismo, dando l’avvio ufficiale alla sua avventura, sempre appoggiato e sostenuto dall’associazione dell’Isola di Capraunica, da sempre compagna speciale in questo percorso.  Lo ha chiamato 1000 Metri, proprio come l’altitudine in cui si trova la piccola borgata Ruora che lo ospita.

«Il nostro paese conta 90 abitanti e negli ultimi anni sono state una ventina le persone che sono venute a vivere qua. Questo ovviamente ha anche creato un bisogno di servizi nuovi e diversificati dai pochi, pochissimi, che sono presenti ad oggi a Caprauna». Non solo turisti: 1000 metri vuole diventare un servizio dedicato prima di tutto al territorio, alle persone che qua vivono. Un’attività sociale, giovane e versatile dove tutti, grandi e piccoli, possono trovare il loro posto all’interno del progetto. La struttura ospita il bar e il ristorante/pizzeria, oltre agli appartamenti in affitto, ovvero case vacanze con cucina, camere e bagno dove poter passare giorni e settimane immersi tra boschi, torrenti e natura incontaminata. «Abbiamo messo a disposizione quattro appartamenti e un’intera struttura con giardino per le attività all’aperto. Il progetto ospiterà a breve una ciclofficina dedicata ai numerosi ciclisti che percorrono i sentieri turistici di queste terre per i loro itinerari e che qui potranno fare riparazioni e manutenzione della bicicletta. Abbiamo in programma di organizzare piccoli eventi culturali e artistici, attività di benessere come yoga e mindfulness, momenti dedicati alla musica come concerti e dj set, ma anche attività per i più piccoli come laboratori per bambini o un parco giochi attivo durante l’estate».

Loris si considera un “tuttofare” e grazie al suo lavoro manuale materiali di scarto e vecchi mobili abbandonati sono rinati e sono stati trasformati in tavoli, sedie e altri arredi. Poco comprato e molto ristrutturato. Tutto questo durante il passato inverno, quando, bloccato in casa e immerso nella pandemia, Loris ha fatto una scommessa con se stesso e si è dedicato a costruire, nella difficoltà, il suo pezzetto di futuro.

«Non è stato facile portare avanti le attività lavorative in quest’anno e mezzo ma far partire qualcosa di nuovo è per me un segno di speranza. Cerchiamo di offrire servizi nuovi e più comodità per chi vive nella borgata, dando alle famiglie la possibilità di tornare a vivere in questi luoghi. In fin dei conti, lo abbiamo visto già l’estate scorsa: nonostante fosse tutto bloccato, il numero di persone che passava di qua era progressivo in aumento, sintomo che le persone sentono sempre di più il bisogno di un posto dove stare a contatto con la natura».

1000 metri è un progetto appena nato ma è già animato da diverse persone che credono nel suo futuro. Ad esempio un giovane ragazzo del paese che è giunto a Caprauna durante l’inverno e che non se ne è più andato via. Così, grazie all’apertura dell’attività, è stato possibile per lui avere qui un lavoro garantito». O ancora: un gruppo di giovani ragazzi che avevano voglia di avvicinarsi a una vita rurale e di lanciarsi in un nuovo progetto turistico, lontano dalla dimensione dei ristoranti di riviera tipicamente liguri o dei grandi resort non troppo distanti da questi luoghi. Una vita di montagna, lenta e scandita dai ritmi della natura. Questo è 1000 metri ed è un sogno appena nato di cui siamo sicuri, torneremo presto a raccontarvi.

Buon inizio!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/08/1000-metri-hotel-montagna/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Fondo Forestale Italiano: compriamo boschi per salvarli dall’abbattimento

Oggi vi parliamo di un progetto di tutela ambientale che utilizza la proprietà privata per diffondere il bene comune. Il Fondo Forestale Italiano, infatti, acquista o affilia alla propria rete aree boschive allo scopo di evitare che gli alberi che le popolano vengano abbattuti a scopi commerciali. Ci ha raccontato i dettagli il presidente del fondo Emanuele Lombardi.

Attraversare la campagna del viterbese fino a Manziana per andare a incontrare Emanuele Lombardi, presidente del Fondo Forestale Italiano, è un privilegio che solo una freelance di Italia che Cambia può permettersi. Il sole è alto, i borghi incontrati lungo la strada sono antichi ma pieni di vita e il verde domina nei campi sterrati tutto intorno la strada Braccianese. La nostra meta è il Bosco di San Lorenzo, nel paesino omonimo, una delle prime proprietà del Fondo Forestale.

«La chiamiamo “la nostra oasi” – mi dice Emanuele – ed è per tutelarne il terreno che stiamo raccogliendo fondi. Vogliamo ampliarla di altri cinque ettari, oltre all’ettaro abbondante che già possediamo. Solo così potremmo proteggere tutti gli alberi impedendone il taglio».

Emanuele Lombardi

È proprio questa, infatti, la mission principale del Fondo Forestale: preservare la biodiversità conservando e creando boschi. La Onlus utilizza la proprietà privata come mezzo per garantire che nessuno taglierà mai nei boschi: «Noi compriamo o riceviamo in dono terreni boschivi e ne manteniamo intatta la vegetazione, cosicché diventino una risorsa a vantaggio dei locali o di chi li attraversa», mi spiega il presidente di questa giovane associazione che aspira a diventare, un giorno, una Fondazione. Il Fondo Forestale Italiano ha scritto nello statuto costitutivo che in tutti i terreni di sua proprietà è vietato il taglio degli alberi. Viene praticata piuttosto un’attività di avviamento ad alto fusto, ovvero i membri del Fondo s’impegnano a tutelare i boschi cedui affinché in futuro diventino foreste di alberi da alto fusto, cioè alberi nati da seme piuttosto che dai polloni. Tutte le attività hanno come unico scopo quello di far sì che il bosco ritorni ad assumere la sua funzione originaria, «essere luogo di natura fine a sé stessa piuttosto che luogo di divertimento umano».

Solo così i boschi potranno riacquisire il loro valore e, di conseguenza, anche le persone che li attraversano o li vivono da vicino ne beneficeranno. Perché, tra i moltissimi benefici, il bosco è il motore della pompa biotica, è il primo agente della cattura di CO2 ed è fautore di numerosi benefici per la salute grazie alle particelle volatili (BVOC) emesse dalle piante. Per non parlare della loro bellezza e del valore storico-culturale.

«La nostra è una scommessa nata da un’intuizione», prosegue il presidente mentre raggiungiamo il Bosco di San Lorenzo. «L’idea era semplicemente quella di comprare i boschi per impedirne il taglio. Io non ho fatto altro che renderla pubblica creando un sito web per cercare soci interessati. A pochi anni dalla nostra nascita siamo 12 soci e abbiamo una rete di terreni sparsa in tutta Italia, alcuni di nostra proprietà, altri affiliati».

Per entrare nella rete del FFI, infatti, è possibile sia vendere che donare o affiliare il proprio terreno boschivo superando un’analisi di idoneità fatta sulla base soprattutto delle dimensioni. Una volta entrato in rete, il bosco viene tutelato mantenendone intatta la biodiversità e impedendo il taglio degli alberi. Inoltre, tra le attività principali del Fondo, c’è anche quella di riforestare e prendersi cura dei nuovi alberi.

«Comprare boschi non è facile come può sembrare», prosegue Emanuele mentre ci godiamo un cappuccino e una spremuta on the road. «È molto dispendioso avere delle proprietà. Oltre al costo del terreno, sono elevatissime anche le spese notarili. Ma ne vale la pena perché mantenere i boschi nel loro stato naturale, senza tagli a scopo economico, è una questione etica fondamentale e imprescindibile se vogliamo salvaguardare l’ambiente e noi esseri umani».

Questa piccola, ma grandissima associazione va avanti grazie alle donazioni dei molti che ne condividono la mission, ma dovrebbe essere un impegno di tutti se vogliamo assumerci la responsabilità di preservare l’ambiente e le future generazioni. Se anche voi volete entrare in questa meravigliosa e fertile rete, potete dare un vostro contributo o, se ne avete, è possibile donare e affiliare il vostro bosco al FFI. A beneficiarne, oltre che gli alberi sottratti al taglio, saremo soprattutto tutti noi esseri umani, così dipendenti dalle attività benefiche delle piante. Aiutare il fondo è un atto etico, non una carità.

Le attività del Fondo Forestale Italiano sono possibili solo grazie a donazioni di denaro e di terreni. Se vuoi dare il tuo contributo contatta Emanuele Lombardi : tel. 3517801288, Mail : info@fondoforestale.it. E per aiutare il FFI senza spendere un euro puoi devolvergli il 5×1000. Basta che scrivi il CF 91030740608 nel tuo 730, CU o UNICO.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/05/fondo-forestale-italiano-compriamo-boschi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

“Salviamo i parchi liguri”: confermato il dietrofront della giunta Toti

Pochi giorni fa la giunta regionale ha modificato la legge di bilancio con cui veniva semplificato il procedimento per ridurre i parchi liguri. Il presidente regionale di Legambiente ci racconta cosa sta avvenendo e quali sono le motivazioni nascoste dietro la legge taglia parchi. In Liguria il silenzio-assenso non sarà più sufficiente per tagliare i confini dei parchi. Davanti al reale rischio di una impugnativa costituzionale del testo che prevedeva questa azione infatti, la giunta di Toti ha fatto dietrofront, modificando la legge di bilancio regionale 2021, che ammetteva una variante semplificata nel procedimento per ridurre i confini dei parchi liguri. La legge del 6 dicembre 1991, n. 394, prevede l’obbligo per il richiedente di motivare la scelta della riduzione delle aree verdi, con un coinvolgimento di tutti i soggetti coinvolti (Comuni, Province, Comunità montane ed Enti parco), che a seguito della visione e della valutazione della proposta possono esprimere un parere motivato in forma scritta. Nella proposta semplificata della giunta di Toti, invece, sarebbero state necessarie solo due settimane e il silenzio-assenso per poter procedere, senza necessità di ulteriori consensi e approfondimenti. La Consulta aveva già bocciato la legge regionale con cui nel 2019 il governatore Toti aveva tentato di ridimensionare l’estensione dei quattro maggiori parchi liguri. L’impresa, a causa della bocciatura, era fallita, ma pronta ad avere una seconda possibilità con la nuova proposta nelle legge di bilancio 2021, in cui non si prevedeva direttamente il taglio parchi, ma si snelliva e velocizzava il procedimento per la modifica dei loro confini. A seguito della pubblicazione della legge i movimenti verdi liguri e non solo si sono mobilitati per poter bloccare la variazione prevista e gli appelli corali sono stati ascoltati: la giunta ligure ha varato un disegno di legge ad hoc, approvato dal Consiglio regionale, per correggere la disposizione ed evitare così l’impugnativa costituzionale di tale legge.

IL RUOLO DELLE ASSOCIAZIONI

Abbiamo chiesto un aiuto nel comprendere cosa sta avvenendo e cosa possiamo fare noi tutti a Santo Grammatico, presidente Legambiente Liguria: «In passato abbiamo lavorato molto e in collaborazione con altre associazioni e movimenti, tra cui Friday for Future. Il confronto ci aveva portato a denunciare quanto stava avvenendo a livello regionale alla Corte Costituzionale, che in seguito aveva impugnato il provvedimento. La Regione aveva inserito in un emendamento della legge finanziaria pubblicata a fine dicembre i commissariamenti di alcuni parchi regionali con la scusa di allineare le nomine dei presidenti dei parchi, oltre a un nuovo organismo che univa i sindaci del territorio – quando nella legge parchi esiste già un ente designato – chiamato Ente Parco. Recentissimo il passo indietro per la ridefinizione dei confini, dopo aver preso atto di ciò che stavamo denunciando, perché non costituzionale».

I PARCHI SAVONESI DIMENTICATI

Nella nuova legge riscritta per adeguare quanto la Corte Costituzionale chiedeva però, è rimasto fuori il reinserimento delle aree protette della provincia savonese, che erano state depennate da tale categoria e quindi non erano più soggette ai relativi vincoli. Legambiente, insieme ad altre associazioni, ha dunque chiesto attraverso una lettera che anche tale provvedimento venisse revocato. «Ci sembra che la Regione Liguria, in questa fase storica, stia cercando di sminuire il ruolo dei parchi. Ciò che viene trasmesso in generale è che i parchi sono da considerarsi solo un peso, visti come territori pieni di vincoli, senza alcuna utilità. Ciò che non viene compreso è l’importanza degli effetti che queste aree producono sull’intera comunità. Permettono uno sviluppo sostenibile del territorio e la tutela della nostra preziosa biodiversità».

IL PERSONALE

Un ulteriore passaggio contenuto nella Legge Finanziaria di fine dicembre 2020, è stato contestato a seguito della sua pubblicazione: è stato previsto infatti che alcune funzioni degli Enti Parco, tra cui la gestione e assunzione del personale, fossero ricondotti direttamente alla Regione. E ciò purtroppo è avvenuto: i parchi verranno svuotati del loro personale, che passerà sotto la gestione regionale, senza alcuna garanzia di continuare a lavorare per quell’Ente.

«Alla radice c’è un’idea sbagliata dello sviluppo: si preferisce dare attenzione e ascolto ad alcune lobby presenti nei territori. Credo sia un problema culturale, perché considerando i parchi solo come dei vincoli si immagina di non poter in alcun modo intervenire e operare in questi territori. Si ignora il fatto che questo è invece possibile, ovviamente concordando ogni azione nel rispetto e nella salvaguardia di quanto esiste. Inoltre i parchi sono uno strumento di progettazione e sviluppo turistico e culturale non indifferente, che potrebbe far confluire maggiori economie e visibilità ai territori».

COSA POSSIAMO FARE PER SOSTENERE I PARCHI

Grammatico non ha dubbi su come ogni singolo cittadino possa sostenere i parchi regionali: «Siamo tutti invitati calorosamente a viverli, a frequentarli, a tenerci informati sulle iniziative organizzate. Un esempio è il Parco Naturale Regionale del Beigua, dove annualmente si invitano le persone interessate ad assistere alla migrazione primaverile del Biancone, un evento davvero spettacolare. Tutti i parchi organizzano periodicamente momenti di incontro e confronto per valorizzare il territorio e far conoscere le loro attività; possiamo quindi partecipare a questi eventi in prima persona e aiutare a diffondere il più possibile le loro iniziative, ricordandoci che i nostri parchi non sono solo ambiente e natura. Essi rappresentano un anello sempre più importante per trasmettere cultura, identità territoriale e un senso di appartenenza alla comunità».

Molti di noi, a seguito dei lockdown degli scorsi mesi, si sono recati nelle aree verdi dell’entroterra con una rinnovata esigenza del contatto con la Natura. Si è compreso quanto siano importanti questi luoghi e quanto sia fondamentale per ogni essere umano trascorrere parte del proprio tempo in mezzo al verde. Assumiamoci dunque la responsabilità di proteggere i parchi, evitando di inquinare in primis, ma anche informandoci sulle peculiarità territoriali, aiutando a farli conoscere, sostenendo le attività promosse dagli enti che li gestiscono. I parchi sono nostri ed è anche nostro compito proteggerli dai possibili tagli e aiutarli a crescere.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/04/salviamo-parchi-liguri-dietrofront-giunta-toti/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Vaia, la startup che pianta nuovi alberi nei boschi delle Dolomiti distrutti dalla tempesta

Per commemorare il secondo anniversario del disastro causato dalla tempesta Vaia, domenica 25 ottobre l’omonima startup pianterà sull’altopiano di Piné 726 nuovi alberi, uno per ogni giorno trascorso da quei momenti. L’evento vuole celebrare la rinascita di una comunità resiliente e si inserisce nell’impegno dell’azienda a piantumare 50mila alberi entro la fine del 2021. Con raffiche di vento che hanno raggiunto i 190 km/h, la tempesta Vaia ha raso al suolo interi boschi, spazzando via 8,5 milioni di metri cubi di legname e causando danni economici per 630 milioni di euro. E soprattutto, ha sconvolto il panorama di vaste aree di quelle stesse Dolomiti che dal 2009 fanno parte del Patrimonio Mondiale UNESCO. Per commemorare i due anni dal passaggio della tempesta che spazzato via 40 milioni di alberi, la startup trentina Vaia organizza un evento di riapiantumazione nel quale verrà piantato un albero per ogni giorno passato dalla tempesta, per cui 726 alberi.

Il team di Vaia

La startup VAIA nasce proprio dal desiderio di Federico Stefani, ventinovenne trentino, di aiutare il suo territorio e la sua comunità a rialzarsi dalla devastazione della tempesta. Insieme a Giuseppe Addamo e Paolo Milan, Stefani decide di fondare la startup VAIA per recuperare il legno degli alberi abbattuti dalla tempesta e trasformarlo in un prodotto d’eccezione. Contribuendo ad alimentare un nuovo modo di fare impresa, in un’ottica di arricchimento per la società e l’ambiente. L’oggetto ideato dalla startup è il VAIA Cube, amplificatore passivo costruito artigianalmente (la cassa viene realizzata da artigiani e falegnami locali) che permette di propagare in modo completamente naturale qualunque suono emesso da uno smartphone. Ogni cubo è un pezzo unico e di piccole dimensioni (10 cm per lato), prodotto unicamente con il legno recuperato dagli alberi caduti: l’esterno è realizzato in abete della Val di Fassa, un pregiato tipo di abete rosso da sempre utilizzato per produrre i violini, mentre l’interno è in larice.

Per Federico Stefani “il VAIA Cube è un esempio concreto di come sia possibile produrre senza sprecare preziose materie prime, e rispondendo concretamente alle conseguenze dei cambiamenti climatici”. Allo stesso tempo, l’amplificatore punta anche a mantenere alta l’attenzione sull’emergenza climatica. Attraverso il VAIA Cube, la startup vuole consegnare alle persone una storia, un oggetto di design frutto di un progetto più ampio e basato sui valori di tutela dell’ambiente e sostenibilità, un simbolo di resilienza e fiducia nel futuro. La startup, i cui tre fondatori sono stati inseriti da Forbes Italia nella classifica “100 Number One – L’Italia dei giovani leader del futuro”, punta a piantare nelle zone colpite dalla tempesta un nuovo albero per ogni Vaia Cube venduto, e a piantumare 50mila alberi entro la fine del 2021.

L’ultima ripiantumazione di quest’anno prima dell’inizio della stagione invernale si terrà domenica 25 ottobre sull’altopiano di Pinè, in Trentino, dove saranno messi a dimora 726 alberi: uno per ogni giorno trascorso dalla tempesta Vaia. Secondo Paolo Milan, “amplificare i suoni in modo naturale attraverso il legno è una metafora forte e concreta per risvegliare la coscienza collettiva. I recenti eventi climatici ci stanno dimostrando che dobbiamo necessariamente riconsiderare il nostro modo di produrre, e soprattutto il nostro modo di consumare, restituendo una giusta priorità all’ambiente e alla natura”.

La ripiantumazione sull’altopiano di Pinè sarà trasmessa in streaming sui canali social di Vaia a partire dalle 10:00 di domenica 25 ottobre. Saranno proposti anche contenuti aggiuntivi, interviste ai fondatori e al team della comunità di VAIA, nonché agli artigiani che realizzano il prodotto.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/10/vaia-startup-pianta-alberi-dolomiti-distrutti-tempesta/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La petizione: «Salviamo i boschi dal saccheggio»

Sono cittadini ed esperti i promotori del gruppo che ha lanciato una petizione per chiedere che la gestione del patrimonio boschivo passi dal Ministero per le attività produttive al Ministero dell’ambiente e che si fermi «il saccheggio» che sta mettendo a rischio ecosistemi e territori. Li abbiamo intervistati.

La petizione: «Salviamo i boschi dal saccheggio»

Sono cittadini ed esperti i promotori del gruppo che ha lanciato una petizione per chiedere che la gestione del patrimonio boschivo passi dal Ministero per le attività produttive al Ministero dell’ambiente e che si fermi «il saccheggio» che sta mettendo a rischio ecosistemi e territori. Abbiamo intervistato Diego Infante, uno dei promotori dell’iniziativa.

«Troppo spesso e per troppo tempo i boschi sono stati visti per troppo tempo come materia inerte, non come preziosi serbatoi di biodiversità da tramandare alle future generazioni. Ed è questo il “peccato originale” che ha fatto sì che un unico dicastero si occupasse di foreste e di agricoltura insieme. Il denominatore comune, infatti, è lo stesso: il produttivismo» spiega Infante.

«Le minacce che incombono sui boschi italiani sono ampie e molteplici: prima fra tutte l’industria delle centrali a biomasse (lautamente sovvenzionate da contributi pubblici in quanto “fonti rinnovabili” secondo la direttiva UE “RED II”). Come si asserisce dall’Accademia dei Lincei, nate per bruciare scarti di potatura, adesso ingoiano intere foreste – prosegue Infante – E vi è il nuovo Testo Unico in materia di Foreste e Filiere forestali (TUFF) approvato dal governo Gentiloni, in virtù del quale si introduce una «gestione attiva» volta, di fatto, all’incremento dei tagli, senza alcuna distinzione tra boschi da destinare alla produzione e quelli da lasciare all’evoluzione spontanea, con l’ulteriore aggravante che Regioni e Province autonome possono sostituirsi ai legittimi proprietari di «terreni incolti, abbandonati o silenti» per ripristinarne la “gestione produttiva”, addirittura coatta nel caso in cui non si raggiungano accordi coi suddetti possessori. Al fondo di questo interventismo gestionale è la discutibile idea (eufemismo) che i boschi non “puliti” o in alcuni casi non convertiti a ceduo, potrebbero provocare incendi e dissesto idrogeologico».

«Per non parlare poi dei modi in cui sono eseguiti i tagli: ormai sempre più spesso intervengono ditte senza scrupoli che sfruttano manovalanza straniera a basso costo (la pratica della ceduazione, già discutibile di suo, troppo spesso diventa “di rapina”, senza contare l’utilizzo di macchinari sempre più grandi che aprono nuove piste con conseguenti ulteriori rischi idrogeologici) – aggiunge il promotore della petizione – Da segnalare altresì una delle ultime strategie adottate dalle amministrazioni comunali: la vendita di porzioni di bosco al solo scopo di fare cassa (esemplare la vicenda del Comune di Paola, in provincia di Cosenza, dove 22 ettari di faggeta stavano per scomparire, operazione poi bloccata da proteste e petizioni). L’apparato sanzionatorio, poi, risulta risibile: basti pensare, a titolo d’esempio, che l’abbattimento abusivo in una fustaia piemontese di un salice o di un pioppo di dimensioni “eccezionali” (da 82,5 cm di diametro in su, purché non monumentale) viene sanzionato – sempre nel caso in cui si trovi il responsabile – con una multa di soli 60 euro».

«Malgrado il silenzio assordante della politica e della stampa, i ragguardevoli risultati raggiunti da questa petizione si devono all’impegno profuso da un gruppo nato su Facebook: “Liberi pensatori a difesa della natura”, che mi onoro di aver fondato: in questa sede ho potuto portare il mio contributo di studioso di filosofia indiana e antropologia culturale, con l’obiettivo di traslare il pensiero olistico nel regno del riduzionismo – prosegue Infante – In effetti si può ben dire che con il solo ausilio dei social network e di alcune testate che ci hanno sostenuto, come Terra Nuova e Il Cambiamento, nonché del comitato dei promotori che riunisce in una ricca compagine le migliori professionalità del mondo accademico, scientifico e ambientalista, siamo riusciti a scardinare il monopolio culturale di un mondo forestale interventista sempre più autoreferenziale e ripiegato sui dogmi della quantificazione numerica. Riteniamo infatti che ciascuno, con il proprio bagaglio di competenze – siano esse scientifiche o umanistiche – possa offrire il proprio contributo alla soluzione di problemi, che per complessità e interconnessioni reciproche, necessitano di superare l’ormai assurda e datata partizione dei saperi. Se questo obiettivo può dirsi raggiunto, non possiamo dire altrettanto per ciò che ci prefiggiamo con la petizione: finora sia i “decisori” che la politica in generale sono rimasti in completo silenzio. E questo è molto grave, perché è dalla mancanza di risposte che nascono complottismi vari e fake news».   

«In parole molto semplici, chiediamo a gran voce l’abbandono di una anacronistica gestione dei boschi tarata sul produttivismo, a vantaggio di una improntata a criteri prettamente conservativi. Ora, dal momento che il Ministero dell’Ambiente ha come scopo precipuo la tutela del territorio, riteniamo sia questo il dicastero deputato a gestire in maniera conservativa il nostro patrimonio forestale. Ma la petizione si fa portavoce di una proposta di più ampio respiro, che incide sull’architettura costituzionale: riportare la competenza sui boschi pubblici e privati dagli enti locali allo Stato centrale (possibilità sancita dall’art. 138 della Costituzione). Buona parte degli scempi (vedasi Toscana), infatti, viene deliberata proprio in seno alle medesime regioni».

«Di più facile portata, invece, l’obiettivo di acquisire al demanio dello Stato i boschi di maggior pregio e quelli “di protezione” – prosegue Infante – che difendono il territorio da valanghe e dissesto idrogeologico. Altresì riteniamo che occorra implementare la messa a dimora di alberi in aree agricole non utilizzate (come del resto già accade con la pioppicoltura), per ricavarne legna da destinare agli usi umani. Del resto, avendo ormai perso la sacralità della natura, non possiamo che affidarci alla legge positiva per tentare di ricreare il contrappunto laico del bosco sacro che ancora oggi (r)esiste in Oriente. Eppure, le notizie che giungono dai parchi nazionali non lasciano presagire nulla di buono: 20 milioni di euro per nuovi impianti sciistici nel cuore del Parco Nazionale della Majella, 30 per espandere il comprensorio di Campitello Matese (CB), in quello che è il neonato Parco Nazionale del Matese. Sui parchi pende peraltro un’inquietante ipoteca rappresentata da un Protocollo d’intesa siglato in data 12 giugno 2019 tra Federparchi e FederlegnoArredo, che apre a cavalli di Troia quali “valorizzazione” e “sviluppo sostenibile”, ormai assurti a veri e propri specchietti per le allodole».

«Altresì facciamo nostra la proposta del Prof. Bartolomeo Schirone dell’Università degli Studi della Tuscia: il 50% delle foreste italiane va lasciato all’evoluzione spontanea, il restante deve essere destinato a utilizzazioni meno impattanti. In tal senso, un esempio è offerto dalla cosiddetta “silvicoltura sistemica” approntata dal Prof. Orazio Ciancio – prosegue nelle sue dichiarazioni Infante – Purtroppo devo dire che al di là delle decine di migliaia di firmatari della petizione, siamo stati completamente ignorati dalla stampa, dalla politica e dalle associazioni ambientaliste. Con ogni probabilità, gli spin doctor suggeriscono di non impegnarsi su temi che hanno scarsa presa sull’opinione pubblica, perché giudicati troppo complessi: molto più semplice rifarsi una verginità con operazioni del tipo “piantiamo un alberello”, laddove è ovvio che un albero maturo non potrà mai offrire gli stessi benefici ecosistemici di una giovane pianta. Su questo disinteresse generalizzato è possibile produrre innumerevoli considerazioni: al fondo vi è una generale indifferenza degli italiani nei confronti dell’ambiente (soprattutto se raffrontata con la sensibilità vigente nei Paesi germanofoni: a mancare è il mito del primigenio, della wilderness, della foresta primordiale – Urwald – né possiamo dire d’avere alle spalle la caratura “ambientale”del romanticismo tedesco). Alle nostre latitudini prevale invece l’idea di “bosco pulito”, privo di quel caos creativo che ne sancisce la magnificenza. Colgo l’occasione per precisare come il disastro occorso nel Nord-Est a seguito della tempesta “Vaia” è solo in parte da attribuirsi all’eccezionalità dell’evento meteorologico: foreste miste e disetanee resistono meglio delle monocolture artificiali (ma forse i turisti perderebbero le loro rassicuranti cartoline…). Eppure, nonostante lo sconfortante panorama complessivo, una delle poche sponde l’abbiamo infine trovata nel Dipartimento Dafne dell’Università della Tuscia: il 10 dicembre 2019 si è infatti svolto a Viterbo un importante convegno nel segno dell’interdisciplinarità denominato “Perché conservare le foreste”, che ha visto la partecipazione del sottoscritto in qualità di relatore. È grazie al team di quella Università, sotto la guida esperta del Prof. Gianluca Piovesan, che possiamo ammirare gli alberi più antichi d’Italia e d’Europa (tra i più noti: il pino nero abbarbicato su un costone della Majella, accreditato di 900 anni; il pino loricato “Italus”, che con i suoi 1230 anni risulta essere l’albero più antico d’Europa che sia stato sottoposto ad analisi scientifiche; infine due faggi, denominati “Norman” e “Michele” di 620 anni, scoperti sempre sul massiccio del Pollino. Lo stesso team è inoltre responsabile della scoperta di una decine di faggete vetuste, poi inserite nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO».

«In un Paese distratto e assente, ripiegato nel culto autoreferenziale delle proprie mitologie umanistiche e urbanocentriche, aver scoperto lembi di foreste antiche ha dell’eccezionale e connota l’attività del Dafne come un vero e proprio atto d’eroismo – conclude Infante – In fondo, quel che vogliamo dire con la nostra petizione è che noi dipendiamo dalle foreste, ma oggi sono esse che dipendono da noi: impegniamoci a dare loro voce».

QUI per firmare la petizione

Fonte: ilcambiamento.it

Da Belagaio a Grosseto: l’assalto alle foreste e ai boschi toscani

L’allarme arriva dal WWF di Siena e Grosseto: «Tagli selvaggi di decine alberi su ettari in territori protetti, sottobosco distrutto, paesaggio alterato, biodiversità distrutta. Tutto per permettere ad affaristi senza scrupoli di speculare sulle biomasse. Eppure per la Regione va tutto bene».

«Stiamo assistendo a un attacco concentrico nei confronti dell’ambiente in Toscana ed obiettivo privilegiato sono gli alberi e le foreste della nostra regione. È necessario citare alcuni degli episodi più gravi accaduti recentemente»: la denuncia arriva dal WWF di Siena e Grosseto che denuncia quanto sta accadendo e punta il dito contro la Regione che non fa nulla e, anzi, continua a sostenere che “è tutto regolare”.

«In primis dobbiamo parlare del taglio di circa 30 ettari realizzato nel comprensorio forestale del Belagaio, in piena Riserva Naturale del Farma e all’interno del Demanio Regionale – prosegue il WWF – Questo territorio, oltre ad essere già di per sé vincolato (siamo in Riserva Naturale regionale), ricade in un sito della Rete Natura 2000 (ZSC Val di Farma– Zona Speciale di Conservazione), ovvero un territorio di importanza europea istituito per la protezione di habitat e specie di particolare valore. Il fatto poi che ci si trovi all’interno del Demanio Regionale, le cui funzioni primarie sono la protezione della biodiversità, del paesaggio e dell’assetto idrogeologico (secondo la stessa legge forestale  regionale) e non certo la produzione di legno e cippato, la dice lunga sul ruolo che le istituzioni hanno avuto in questo scempio. A seguito della mobilitazione avvenuta dopo i tagli e ai comunicati stampa, la Regione si difende dichiarando che tutto è a norma e che gli interventi (visibilmente distruttivi) hanno una funzione migliorativa per il bosco di sughere e di castagni da frutto. Il tutto fa parte infatti di un piano di gestione approvato  con una valutazione ambientale risalente al 2009: non si è dunque tenuto conto dei cambiamenti ambientali che possono essere sopraggiunti in 10 anni nel territorio. Se, come afferma la Regione, si tratta di interventi di miglioramento boschivo, qualche cosa deve essere andato storto dato che il sottobosco è stato distrutto, che sono stati tagliati numerosi alberi autoctoni come lecci e castagni, che sono stati alterati il suolo e i versanti dal passaggio di mezzi enormi, e che il tutto è stato realizzato in pieno periodo di nidificazione e riproduzione di numerose specie; per di più, la sughereta menzionata come  “da migliorare” è praticamente inesistente.  Chi ha permesso tale scempio? Come mai non si è intervenuti in tempo per fermare la distruzione? In che modo e con quali garanzie si è affidato l’intervento ai responsabili materiali, ovvero ben note ditte di legname? Chi ha controllato i lavori? Tutte domande che aspettano risposte concrete!».

«Ma non è finita qui – prosegue l’associazione ambientalista – all’interno della stessa Riserva ma nel versante della provincia di Siena, ovvero nel comune di Monticiano, avviene un ulteriore scempio con taglio di bosco lungo uno dei tratti più affascinanti del Torrente Farma, in località chiamata Le Fate. Anche in questo caso sono azioni di taglio discutibili, che sono realizzate in un territorio di grande interesse in un ambiente particolarmente delicato. Si tratta di boschi tutelati dalla legge e la cui protezione dovrebbe essere affidata proprio al sistema delle aree protette».

«Un ulteriore e gravissimo attacco all’ambiente avviene poi in Maremma, dove addirittura per combattere gli incendi si vorrebbe distruggere e compromettere l’intero habitat delle pinete litoranee, che interessano i centri abitati di Marina di Grosseto e Principina a Mare e che sono storicamente un ambiente di grande importanza per la nidificazione di numerose specie animali e la presenza di specie vegetali  di alto valore naturalistico, oltre che essere ambite ombreggiature per abitanti e turisti. Si tratta di scelte piovute dall’alto che svelano le vere scellerate intenzione di un’amministrazione regionale che si imbelletta di parole come sostenibilità, tutela ambientale, tutela del paesaggio, ma che in realtà va in direzione contraria e ostinatamente si pone in modo maldestro e superficiale contro l’ambiente, senza valutare alternative possibili, come un più attento presidio del territorio contro i piromani, ma anche metodi di gestione meno invasivi e tendenti ad una parziale  rinaturalizzazione per diminuire la sensibilità agli incendi».

«Alla base di tutto ciò vi sono le pericolose mire economiche di affaristi senza scrupoli, che stanno basando sul cippato (combustibile di legna) e sulle biomasse da incenerire un grande business, per altro garantito da incentivi pubblici per l’energia “verde”. Se questa è la situazione che si registra nelle aree demaniali e protette, la situazione nei boschi privati è equiparabile ad un saccheggio, dovuto ad una legge forestale regionale assolutamente permissiva, scritta a vantaggio delle industrie del legname, come del resto già denunciato dal WWF Toscana fin dal 1999-2000, durante l’iter di approvazione. Si tratta di una legge contraddittoria e fallace, che mette sullo stesso piano la tutela della biodiversità, il taglio delle foreste e la filiera del legno».

«Oggi più che mai i boschi e le foreste delle nostre regioni sono in pericolo, oggi più che mai è necessario lottare per difenderle in un’epoca di piena crisi climatica e della biodiversità – conclude il WWF – Il WWF Toscana chiede con forza un cambio di passo nella gestione dei boschi del Demanio Regionale, chiede la tutela delle specie e degli habitat, come previsto dalle leggi vigenti, chiede che venga realizzata una classifica delle aziende operanti il taglio boschivo regionale e che in base a tale classifica vengano assegnate le concessioni di taglio alle società più virtuose e che non si siano macchiate di alcun illecito ambientale; chiede che vengano esplorate tutte le molteplici possibilità nella gestione dei boschi e delle foreste, possibilità che in molti casi potrebbero permettere di conciliare sostenibilità ambientale con forme di economia locale virtuosa. In molte nazioni e regioni tali pratiche sono realizzate da decenni mentre in Toscana sembrano ancora al palo. La politica, con il comportamento attuale, difende interessi di pochi a discapito delle necessità di tutti. Il WWF, le Associazioni e i Comitati sono pronti a difendere il territorio dalla malapolitica, dagli affaristi e dagli speculatori e si opporranno mobilitando i cittadini e usando ogni metodo democratico per bloccare ulteriori scempi».

Fonte: ilcambiamento.it

Rapporto PEFC 2017: più di 1000 aziende in Italia gestiscono legno e carta in modo sostenibile. Certificati 745.559 ettari di boschi e foreste.

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Superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, segnando un +8% rispetto al 2016. Alla fine del  2017 risultano  certificati PEFC 745.559,04 ettari di foreste e boschi: al primo posto le aree del Trentino Alto Adige, con gli ettari gestiti dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Provincia Autonoma di Trento. Il 2017 in Italia si è chiuso con un grande risultato per la certificazione forestale: sono infatti ben 77 (+8% rispetto al 2016) le nuove aziende in Italia che hanno scelto di certificare la propria attenzione all’ambiente con lo standard PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes).  Si è quindi superato il traguardo delle 1.000 aziende certificate PEFC in Italia, per un totale di 1.005 che hanno scelto di dimostrare a tutti i consumatori di avere un’attenzione forte all’ambiente e in particolare al modo in cui viene gestito il patrimonio forestale italiano.
Il Triveneto è l’area con più aziende virtuose in Italia, con Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia ai primi tre posti (rispettivamente con 236, 183 e 174 aziende certificate PEFC); la medaglia di “legno”, decisamente appropriata vista il contesto, alla Lombardia con 121 aziende di trasformazione con la tracciabilità fino al bosco d’origine. Le segherie, il commercio, edilizia e carpenteria, mobilio, editori e tipografie sono le categorie con maggiori aziende certificate (fanalino di coda, ma di grande rilevanza, i prodotti forestali non legnosi, come miele, funghi, sughero, oli essenziali).

Nel 2017 certificati 745.559,04 ettari, al primo posto Bolzano

Secondo i dati del PEFC Italia, sul territorio italiano sono 745.559,04 gli ettari gestiti in maniera sostenibile attestati dalla certificazione PEFC. In particolare, aumentano i pioppeti certificati che, con 340 nuovi ettari, hanno portato la superficie totale a 4.690,90 ettari.

A livello geografico, l’area a maggior certificazione è quella gestita dal Südtiroler Bauernbund – Unione Agricoltori di Bolzano (con 300.899,70 ettari, il 40,3% del totale PEFC italiano), seguita dall’area gestita dal Consorzio dei Comuni Trentini – AR Trentino (con 258.566,72 ettari, il 34,6%) e da quella gestita dall’UNCEM in Friuli Venezia Giulia (con 81.913 ettari, il 10,9%). Seguono poi le superfici forestali certificate della Lombardia, Toscana, Piemonte, Emilia Romagna, Liguria, Basilica, Umbria e Veneto.

Certificazione: impegno etico e strumento di marketing per la green economy

“Siamo orgogliosi che sempre più aziende abbiano i requisiti per ottenere il marchio di certificazione di Catena di Custodia PEFC, che garantisce la sostenibilità di tutta la filiera della lavorazione dei prodotti di origine forestale, tra cui carta e legno”, spiega Antonio Brunori, segretario di PEFC Italia.

La Catena di Custodia è un sistema di tracciabilità a livello aziendale, utilizzato per tutte le fasi di lavorazione e distribuzione di legno e carta, che attesta che il sistema di registrazione del flusso della materia prima applicato dall’impresa soddisfa i requisiti stabiliti dallo schema di certificazione ed esige che la materia prima forestale non provenga da fonti controverse (es: abbattimento illegale o in aree protette) possa entrare nella catena dei prodotti certificati.

“La certificazione di ‘Catena di Custodia’ della propria azienda – conclude Brunori – rappresenta non soltanto un impegno etico nei confronti dell’ambiente, ma anche uno strumento di marketing, di differenziazione rispetto ai concorrenti e di comunicazione positiva verso il consumatore”.unnamed2

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Chi è PEFC Italia

PEFC Italia è un’associazione senza fini di lucro che costituisce l’organo di governo nazionale del sistema di certificazione PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes), cioè il Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale. Il PEFC è un’iniziativa internazionale basata su una larga intesa delle parti interessate all’implementazione della gestione forestale sostenibile a livello nazionale e regionale. Partecipano allo sviluppo del PEFC i rappresentanti dei proprietari forestali e dei pioppeti, organizzazioni ambientaliste, dei consumatori finali, degli utilizzatori, dei liberi professionisti, della ricerca, del mondo dell’industria del legno e dell’artigianato. Tra i suoi obiettivi si segnala quello di migliorare l’immagine della selvicoltura e della filiera foresta–legno-carta, fornendo di fatto uno strumento di mercato che consenta di commercializzare legno, carta e prodotti della foresta derivanti da boschi e impianti gestiti in modo sostenibile.

 

Fonte: – agenziapressplay.it

 

Smog record a Torino mentre continuano gli incendi dei boschi delle Alpi

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Toccati 200 microgrammi nella giornata di giovedì mentre non è neppure attivo il blocco dei diesel. Nella notte di giovedì 26 ottobre a Torino i livelli di polveri sottili sono schizzati alle stelle. Secondo i dati validati dall’Arpa Piemonte ieri sono stati raggiunti i 199 µg/m³ di PM10. Mentre i dati rilevati da sistemapiemonte.it e pubblicati dal vice presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta Federico Vozza sul suo profilo Facebook raccontano di un progressivo ed esponenziale aumento del PM10 durante tutta la giornata di ieri. Infatti se alle ore 17 i valori, se pur altissimi, si attestavano sui 173 µg/m³ alle ore 22 hanno toccato la vertiginosa cifra di 388 µg/m³.Senza nome

Sempre nella serata di ieri lo stesso Comune di Torino, in una nota, aveva detto “è presumibile un ulteriore peggioramento delle condizioni di inquinamento atmosferico nel caso gli incendi dovessero proseguire con l’intensità attuale” ma, dati alla mano, le speranze dell’amministrazione sono state del tutto disattese dai fatti.Senza nome1

Intanto da Palazzo di Città, per ora, non è stato ancora preso nessun provvedimento e nessuna indicazione viene fornita ai cittadini su come ci si deve comportare in casi eccezionali come questi.

Fonte: ecodallecitta.it