Molino Ferrara: filiera chiusa, produzione artigianale e grani antichi

Si trova nel cuore della Sicilia un pastificio virtuoso gestito oggi da due fratelli che con il loro lavoro cercano di valorizzare il territorio siciliano e la sua ricca biodiversità. Situato a Caltanissetta, il Molino Ferrara può vantare una parte di produzione fatta con un molino a pietra e che lavora esclusivamente grani antichi. Il Molino Ferrara ha una storia che risale all’inizio del Novecento, quando in provincia di Caltanissetta una famiglia decideva di inaugurare un molino a pietra. Negli anni ‘70 questo molino – che nel frattempo ha subito modifiche – viene acquisito dalla famiglia Ferrara e oggi è gestito dai fratelli Alessandro e Carlo, che decidono di recuperare il molino a pietra, che era stato abbandonato, e di avviare una produzione artigianale di grani antichi (accanto alla classica produzione industriale del molino a cilindri).

«La passione ci ha spinto a recuperare il molino a pietra, che doveva essere alimentato. E come farlo se non con i grani antichi?», spiega Alessandro, uno dei responsabili dell’azienda. «Così abbiamo cercato chi ancora produceva o custodiva quella minima parte di grano antico e poco alla volta abbiamo convinto anche i nostri clienti, che producevano grano moderno convenzionale, a produrre grano antico, dando anche a loro un valore aggiunto ovviamente nel prezzo affinché fosse conveniente anche per loro».

È questo, infatti, uno degli elementi portanti che definisce il Molino Ferrara come un’azienda virtuosa: la filiera è chiusa, perché il Molino attinge direttamente dagli agricoltori senza intermediari. Le farine sono tante e di diversi tipi (fra i grani antichi ci sono la varietà senatore cappelli, la maiorca, il perciasacchi, il margherito e altre) e portano alla produzione sia di semole rimacinate per la panificazione che di “semola a spigolo vivo” per la produzione di pasta. Il prossimo obiettivo del Molino Ferrara è la «produzione di biscotti fatti con farina integrale di grani antichi molita a pietra».molino-ferrara-1

Questa parte di produzione segue dunque il ciclo della trasformazione del grano in farina proprio “come si faceva una volta”. Prima c’è lo stoccaggio, ovvero la prepulitura del grano; poi la parte della miscela delle varie varietà di grano che si andranno a lavorare; poi due puliture e l’effettiva lavorazione (macinazione) del grano, fino a raggiungere il prodotto finito.  Anche nell’utilizzo di grani convenzionali, però, c’è una forte attenzione alla qualità, sebbene il modo di lavorarli sia diverso: «Cerchiamo di scegliere i grani autoctoni, che hanno determinate caratteristiche che ci consentono un prodotto eccellente. Di solito noi lavoriamo il simeto, che è un grano che si produce qua in Sicilia e che ha un alto contenuto di glutine o l’arcangelo che è un altro grano autoctono».

Si tratta certo di una scelta virtuosa e di un mercato (quello della produzione artigianale) in forte crescita. «Da qualche anno a questa parte ci sono stati degli studi mirati per capire se effettivamente i prodotti fatti con la lavorazione artigianale come lo era una volta e soprattutto con la materia prima antica siano davvero nutraceutici e non soltanto nutrienti», spiega ancora Alessandro. Ma è stata anche una scelta coraggiosa: «Quando abbiamo iniziato questo percorso dei grani antichi diciamo che è stata inizialmente una scommessa perché l’abbiamo fatto inizialmente per passione e non per business e abbiamo potuto riscontrare che la vendita era più che altro rivolta al mercato estero o al nord Italia».molino-ferrara-2

Ma da quando, venti anni fa, i fratelli Ferrara hanno rinnovato il molino a pietra, qualcosa è cambiato, anche in quella parte di Sicilia prima restia ai cambiamenti. «Da un paio di anni a questa parte anche i nostri conterranei si sono sensibilizzati e siamo riusciti ad aumentare la vendita nel nostro territorio. Infatti questo è uno dei temi che io ho sempre cercato di mandare avanti: valorizzare il territorio ma soprattutto quello che ci offre il territorio perché la Sicilia è una delle regioni con la più alta biodiversità rispetto a tutte le altre regioni d’Italia».

Questa idea apre ad un dibattito più grande, che è quello dello sviluppo dell’economia attraverso un turismo alimentare. Una regione la si scopre anche attraverso il cibo e puntare su questo tipo di mercato potrebbe essere una scelta vincente anche per creare nuovi posti di lavoro: «Se noi avessimo un’organizzazione e una mentalità più aperta rispetto a quella che abbiamo avuto fino ad adesso potremmo sfruttare questi prodotti anche per un discorso economico e quindi creare posti di lavoro e sviluppare un turismo legato ai prodotti alimentari».

Nel frattempo l’azienda Molino Ferrara prosegue nel suo piccolo, con i due fratelli responsabili e altri otto collaboratori, innovandosi attraverso la tradizione e portando anche a piccoli cambiamenti nel territorio. Un’azienda portata avanti «grazie alla passione», che riconferma ancora una volta come le scelte fatte col cuore siano poi le migliori.

 

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/io-faccio-cosi-228-molino-ferrara-filiera-chiusa-produzione-artigianale-grani-antichi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Panacea, il progetto che recupera l’antica filiera del pane

Dalla materia prima ricavata dalle aziende agricole del territorio, passando per il mulino e arrivando al pane a lievitazione naturale e alla sua distribuzione nel forno cittadino. Andiamo oggi a Torino, alla scoperta di Panacea: un possibile esempio di una sana filiera del pane a chilometro zero auspicabilmente replicabile. Eccoci oggi in Piemonte, specificatamente tra Torino e Stupinigi, alla scoperta di un progetto che potrebbe rappresentare un esempio di sana filiera del pane a chilometro zero, auspicabilmente replicabile: si tratta del progetto Panacea, ideato dalla Cooperativa Articolo 4. Recuperando l’antica filosofia di produzione del pane a lievitazione naturale, Panacea è riuscita ad unire il produttore, l’intermediario e la distribuzione nel creare un forno che rappresenta un progetto imprenditoriale dove l’unione fa la forza e ognuno vince.

Come funziona Panacea

Il progetto Panacea è nato nel 2014: alcune aziende agricole di Stupinigi (una frazione del comune di Nichelino, in provincia di Torino), convertendo la propria produzione, cedono il proprio grano al Mulino di Candia Canavese, che a sua volta vende le varie farine ai forni Panacea che realizzano un pane a lievitazione completamente naturale.

“Con il progetto di Panacea abbiamo voluto creare un forno che producesse pane a lievitazione naturale solo con la pasta madre, perché era un prodotto raro da trovare qui a Torino” ci racconta Isabella de Vecchi, responsabile del forno Panacea. “Abbiamo pensato che, oltre a dotarci di uno spazio funzionale al forno e dell’attrezzatura necessaria, fosse anche importante lavorare con una buona materia prima”.

Da qui è nata l’idea imprenditoriale di Panacea: coinvolgere cinque aziende agricole di Stupinigi nella coltivazione sia dei grani classici che di alcune varietà di grani antichi che permettessero la produzione di un pane a lievitazione naturale, con poco glutine e ricco di nutrienti e fibre, capace di riequilibrare la flora batterica e stabilizzare in modo spontaneo e naturale il ph dell’intestino e il suo normale funzionamento fisiologico. Il progetto è riuscito ed è partito anche grazie alla collaborazione raggiunta con il Mulino Roccati di Candia Canavese, dando vita alla filiera della farina di Stupinigi, regolata da un patto composto da vari impegni a cui si conformano i vari attori della filiera e che valorizza il  lavoro degli agricoltori, riconoscendo un giusto reddito per il loro lavoro e garantendo la qualità del prodotto. Questo è stato un bel traguardo e una bella soddisfazione – ci spiega Enzo Bartolla, uno dei cinque agricoltori coinvolti nella filiera e socio Panacea – soprattutto perché la nostra era un’azienda intensiva prima della collaborazione con Panacea. La filiera ci ha permesso di cambiare il nostro approccio, investendo insieme a Panacea e ottenendo un importante riconoscimento anche a livello economico, perché nonostante produciamo meno grano, questo ci viene pagato di più”.19894944_774333876082723_5735282460279200684_n

Il Forno e il valore della sostenibilità

Le panetterie dove vengono trasformati e venduti i panificati di Panacea sono tre e si trovano a Torino. Nel corso di questi anni la richiesta del pane prodotto da Panacea è in costante aumento, tant’è che oggi è nata la cooperativa Panacea Social Farm che si occupa esclusivamente del progetto e le persone coinvolte lavorativamente sono circa quindici, con varie collaborazioni in termini di tirocini. Dall’ottobre 2017 Panacea ha sviluppato anche una parte educativa, organizzando dei corsi di panificazione con la pasta madre. “È un bel risultato e abbiamo anche un fatturato ormai solido che permette a Panacea di essere un progetto sostenibile dal punto di vista economico – spiega Isabella de Vecchi – secondo me però è importante sottolineare anche il ruolo della filiera: con questo percorso abbiamo cercato di avere tutti i prodotti che fossero vicino alla città, siamo riusciti a convincere i contadini a trasformare parte delle loro coltivazioni, con un impatto ambientale importante e questo secondo noi è un buon risultato. La gratitudine e l’affetto delle persone per questo progetto è importante perché stanno capendo, oltre al valore oggettivo di produrre un buon pane, l’importanza della sostenibilità delle relazioni che si sono venute a creare”.

Vi rimandiamo a questo link per un approfondimento sulla collaborazione tra Panacea e la Federazione dell’Economia del Bene Comune.

Intervista: Daniel Tarozzi
Riprese: Roberto Vietti e Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/io-faccio-cosi-205-panacea-recupera-antica-filiera-pane/

Tularù, l’azienda agricola che ha ridato vita a una comunità

Ricreare la comunità partendo dalla terra e dai suoi prodotti. Questo l’obiettivo degli ideatori di Tularù, azienda agricola in provincia di Rieti basata sull’agricoltura organica rigenerativa, dove si coltivano grani antichi per la produzione di pane e farine da essi ricavati.  “La parola Tularù era il richiamo che mia nonna usava nella fattoria di campagna. Quando eravamo insieme con i vicini di casa, mentre si facevano i lavori in campagna, giunta l’ora di pranzo la nonna ci chiamava dicendo a gran voce ‘Tularùùù!’. Un momento che mi è rimasto nel cuore, che dà il nome a questo progetto che si sviluppa proprio sullo stesso terreno dove i miei nonni lavoravano la terra e che mira a recuperare quello spirito che avvolge il richiamo della nonna: ricreare una socialità e una comunità intorno al concetto della condivisione”.

Dalle parole di Miguel Acebes Tosti, ideatore insieme alla moglie Alessandra Maculan del progetto Tularù, partiamo alla scoperta di questa nuova storia settimanale che ci porta in provincia di Rieti, precisamente a Ponzano di Cittaducale.

Tularù è un’azienda agricola basata sull’agricoltura organica rigenerativa, dove si coltivano grani antichi per la produzione di pane e farine da essi ricavati. L’azienda sorge nel luogo che era la fattoria dei nonni di Miguel, poi abbandonata dopo la loro scomparsa e recuperata ora dalla coppia. Per rendere sostenibile e coerente il progetto con l’idea di partenza, Tularù ha chiuso la filiera con un pastificio e un panificio di Rieti (rispettivamente il pastificio “Chitarra Antica” e il panificio “La Mattera”), a cui vende la propria farina, oltre a produrre internamente il pane per il Gruppo di Acquisto Solidale di Rieti. Trovandosi in terreni grandi ben quarantacinque ettari, adatti al pascolo sostenibile, all’interno di Tularù troviamo anche una mandria di undici vacche e pollame con pollai mobili che contribuiscono anch’essi alla rigenerazione del terreno. Oltre ai prodotti dell’orto e alle conserve ricavate dal selvatico dei boschi circostanti. Il valore aggiunto del progetto non si manifesta solo in ciò che fa, ma per come lo vuole fare: tramite l’agricoltura “abbiamo preso la decisione di prenderci cura di questo posto” spiega Miguel “cercando di utilizzarlo per ri-creare e unire la comunità che vive questi territori, che è quello che ci interessa davvero di questo progetto, senza per questo intaccare la sostenibilità del progetto”.20597173_1949252071987718_8425569330698298341_n

Ricreare la comunità per un’economia di qualità

Il grano è un elemento importante nella storia di Tularù, non solo per l’affascinante nostalgia romantica dei tempi passati ma per la funzione sociale e culturale che il cibo ha, di cui il grano rappresenta un collante importante. “Li dove eravamo noi si coltivava grano perché fondamentale per l’alimentazione e l’economia delle persone del luogo. Poi l’avvento dell’industrializzazione ha spopolato questi terreni, che non rendevano a livello di quantità. Tutti i processi di produzione di cibo hanno un forte valore sociale e culturale, e le comunità distrutte da questo fenomeno ne hanno pagato il conto. Abbiamo deciso di mettere il grano, specificamente alcune varietà di grani antichi, non per finalità sentimentali o romantiche, ma in realtà ci siamo resi conto che ripartire dal grano significava andare alla riscoperta di questi valori comunitari  che sono il fulcro del nostro progetto. Noi comunque vogliamo anche vivere di ciò che facciamo, dunque era obbligatorio unire le forze con altre realtà del territorio della pianura di Rieti per chiudere la filiera con un pastificio e un panificio cittadino, con il quale ci siamo messi d’accordo sul prezzo della farina finale e ciò ci rende possibile rendere sostenibile economicamente questo progetto. I grani antichi non sono una moda, sono la testimonianza che la qualità permette di chiudere la filiera con altre persone, questo crea un altro tipo di fare economia: circolare, locale, rispettosa del territorio. Questo vuol dire prendersi cura del territorio, Rieti in questo ha un territorio vergine che aiuta la costruzione di queste filiere. Siamo felici di essere partiti senza un mutuo, i lavori li stiamo facendo sotto forma di laboratorio che permette di finanziare parte delle spese, stiamo ingranando sempre di più con la farina e il GAS”.

Per sottolineare l’importanza culturale e sociale del cibo, ogni estate Tularù organizza una Festa della Mietitura: si tratta di una festa di tre giorni dove le persone anziane del luogo incontrano giovani o meno e insieme si impara e si mette in pratica la mietitura, per poi passare a dibattiti e incontri legati al concetto di sostenibilità. “In generale abbiamo sempre cercato di far incontrare gli anziani del luogo esperti di mietitura a mano, che ce l’hanno insegnato, con più giovani possibili – racconta Manuel – per lavorare tutti insieme ai campi e poi la sera festeggiare insieme, come nella famiglia dei miei nonni raccontata all’inizio. Questo è il collante ed è collegato a quello che ti dicevo prima: occasione di socialità costruite intorno all’agricoltura, che ri-creano comunità. La terra e i suoi prodotti uniscono tutti gli esseri viventi”.19437509_1930080613904864_1996245647649062494_n

L’associazione Social Valley e la struttura interna

Nell’ottica di ricreazione della comunità del luogo e di esaltazione del valore sociale del territorio reatino, Tularù è uno dei motori della creazione dell’Associazione Social Valley che conta come soci alcuni dei maggiori rappresentanti delle associazioni del luogo. È grazie a questa associazione e alla sinergia scatenatasi al suo interno che Miguel e Alessandra hanno trovato alcune delle risorse importanti per lo sviluppo di Tularù: “All’interno di Social Valley c’è Matteo Mancini di Deafal, una ong che si occupa di diffondere l’agricoltura Organica Rigenerativa che noi mettiamo in pratica, che è il nostro agronomo. Fa parte dell’associazione anche Valeria Galluzzi, architetto specializzata in bioarchitettura insieme alla quale abbiamo ripensato un po’ tutta la struttura cercando di renderla sostenibile energeticamente: abbiamo realizzato la fognatura con vasca di fitodepurazione, con l’acqua depurata che viene usata per irrigare frutteto e orto. Abbiamo realizzato poi una stufa pirolitica per riscaldare la sala da pranzo, intonacando una parete in terra cruda che assorbe il calore della stufa. Abbiamo creato le compost toilet, fatto il thermocompost per la produzione di acqua calda. Tutto quello che è scarto qui diviene una risorsa, uno dei principi dell’Agricoltura Organica Rigenerativa che mettiamo in pratica”.

La collaborazione con Deafal: l’allevamento razionale Voisin

Tularù si trova in luoghi adibiti al pascolo, come illustrato in apertura ospita una mandria di undici vacche e del pollame. Anche su questo aspetto la fruttuosa collaborazione con Deafal ha portato alla sperimentazione di un tipo di allevamento sostenibile, il pascolo razionale Voisin. “È un tipo di pascolo che raggruppa gli animali in piccoli settori giornalieri, che vengono concimati e puliti per bene fino a che passano al settore successivo. In questo modo quel settore crescerà più vigorosamente, perché la materia organica di quel terreno sta ricrescendo molto di più che in un pascolo brado normale. Riusciamo così ad alimentare integralmente le vacche con erba d’estate e fieno in inverno. Dopo le vacche abbiamo polli e galline con un pollaio mobile, che aiutano ad aprire gli escrementi delle vacche e si nutrono delle larve qui insediate. Il pascolo cresce ancora più vigorosamente grazie all’apporto della pollina, che arricchisce il terreno”.13332770_1740927686153492_8761644806102128113_n

Alessandra e Miguel: cambiare vita per Tularù

Prima di arrivare a Tularù, Alessandra e Miguel hanno cambiato la propria vita, inserendosi in un contesto diverso rispetto a dove erano cresciuti ma che lgi ha dato la spinta per associare il cibo all’aspetto culturale e sociale. La coppia lavorava con diversi ambiti professionali nel nel mondo della progettazione culturale e nella gestione di eventi. Fu grazie ad un bando, il “ReStartApp” della Fondazione Garrone, e ad alcuni risparmi privati che nel 2014 Miguel e Alessandra poterono iniziare a sviluppare la loro idea e renderla praticabile.

“Abbiamo da subito restaurato e cambiato destinazione d’uso ad una delle vecchie stalle del casale, trasformandola in un laboratorio di trasformazione che è un po il cuore economico dell’azienda dove realizziamo numerosi prodotti. Il cambio è stato bello  farlo insieme ai figli, per vederli crescere in aperta natura; questo mi riporta ai miei ricordi di bambino, siamo soprattutto felici di regalargli un’infanzia così ricca di stimoli. Anche a livello personale, nonostante l’oggettiva fatica e le problematiche da affrontare, la soddisfazione la sera è enorme e non è paragonabile allo stress vissuto in passato, siamo molto felici”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/io-faccio-cosi-189-tularu-azienda-agricola-ridato-vita-comunita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Un mulino recuperato che produce farine da grani antichi

Stefano Pransani ha studiato agraria per poi laurearsi e creare la sua azienda agricola biologica. Da sempre interessato al mondo dei cereali, ha deciso di recuperare un vecchio mulino sempre di famiglia e coinvolgere i contadini della sua zona nella produzione di farine ricavate da grani antichi. Questa è la storia del Molino Pransani. Stefano Pransani ha sempre amato la terra e la bicicletta. Le pedalate però subiscono un rallentamento dopo un infortunio e comincia un altro tipo di percorso. Perché non investire tutte le sue energie nella terra? Stefano ha fatto così e da questa forte passione, specialmente per i grani, ha origine la storia che vi raccontiamo oggi.

Siamo a Sogliano al Rubicone, un comune tra Forlì e Cesena. Stefano è nipote e figlio di mugnai: il nonno, lo zio e il “babbo” (come chiamano il papà da queste parti) avevano acquistato un mulino e li esercitavano la loro professione, finché negli anni Settanta il mulino viene chiuso. Il papà da solo non riesce a portare avanti l’attività e nel frattempo le strutture industriali prendono il sopravvento, rendendo difficile la gestione di un’azienda familiare di questo tipo. Stefano studia agraria, si laurea e acquisisce l’azienda agricola dal nonno nel 1995, che converte subito al biologico. In contemporanea, data anche la tradizione familiare, Stefano aveva cominciato a interessarsi e a studiare approfonditamente la tematica dei grani antichi e delle possibili farine ricavabili da questi. Su questo tema, la consapevolezza venti anni fa non era certo quella di oggi ma Stefano non demorse e cominciò a titolo sperimentale e familiare ad effettuare le prime propagazioni di grano nei terreni della sua azienda agricola. Da questo inizio quasi giocoso, l’idea del “salto in avanti” venne da sé: perché non recuperare il vecchio Mulino e nel frattempo convincere gli agricoltori della zona a coltivare i grani antichi? L’idea di Pransani era quella di comprare i cereali, trasformarli nel mulino per ricavarne e vendere la farina. Un progetto di filiera locale, di recupero del territorio e della varietà di grani antichi e un progetto imprenditoriale con basi ben solide.molino-pransani-3

“Qui c’era un mulino con un impianto molto datato acquistato da mio nonno, mio zio e mio padre che facevano i mugnai” ci racconta Stefano “e la struttura era soprattutto in legno: molto bella esteticamente ma non in linea con le esigenze igienico-sanitarie di oggi. Abbiamo reso il mulino compatibile con un impianto industriale moderno, rifacendoci comunque sempre all’impianto originario e ai diagrammi del mulino a pietra degli anni cinquanta, con macinazioni molto lente allo scopo di non riscaldare il grano. Una buona macinazione, dato il basso contenuto di glutine dei grani antichi, può fare in modo che le farine ricavate siano poi più malleabili e di conseguenza utilizzabili”.

Da questa base si sviluppò così l’idea di coinvolgere i contadini del luogo per dare linfa alla sua attività e per diffondere la consapevolezza sul tema dimenticato dei grani antichi: “Quando ho deciso di rimettere in moto il mulino la cosa più facile per me fu quella di ritornare da chi aveva sempre fatto il grano che veniva portato un tempo al mulino. Abbiamo così coinvolto tutti gli agricoltori della zona nella coltivazione di queste varietà di grani antichi e nell’arco di dieci anni siamo passati dalla produzione di trecento quintali a undicimila quintali, il massimo stoccaggio al momento per questo tipo di impianto. Cerchiamo di mantenere questi volumi per mantenere la qualità inalterata. La cosa particolare era che qui nessuno coltivava più questi cereali da almeno cinquanta-sessanta anni, c’erano solo delle piccole nicchie che resistevano. Abbiamo ora una discreta quantità e varietà genetica: il Rieti, il primo grano selezionato da Nazareno Strampelli durante la Battaglia del Grano, il Gentil Rosso e il Frassinetto che sono originari di qua, poi diverse linee di Inallettabile e questi sono grani che manteniamo in purezza. Da diversi anni inoltre realizziamo delle miscele in campo, con tanti altri grani, perché la sinergia di questi grani spesso migliora la qualità della farina”.Wheat_Flour_Bread_Flour_Whole_Wheat_Flour

Per rendere economicamente sostenibile il suo progetto, Pransani fornisce i semi di questi grani a chi vuole seminarli, e insieme a queste realtà stipula poi un contratto dove viene stabilito il prezzo con cui comprerà la materia prima. Sono circa venti le aziende coinvolte nell’operazione e la particolarità sta nel fatto che la contrattazione sul prezzo è collettiva, per permettere il più possibile la trasparenza e la sostenibilità economica degli attori coinvolti. Durante il nostro incontro, Stefano ci spiega anche le caratteristiche e l’utilità delle farine ricavate da questi grani: “Queste farine proveniente dai grani antichi hanno meno glutine, dalle tre alle quattro volte in meno rispetto alle farine tradizionali. Per questo ha un decadimento dell’impasto più veloce, gli impasti tendono a crescere meno. L’artigiano o la persone che le lavorano devono modificare il loro lavoro per adattarsi a queste farine, ma una volta fatto i prodotti che si possono ottenere sono di straordinaria qualità. È ormai quasi senso comune che i prodotti derivati da queste farine non raffinate siano più salutari e ricchi di nutrienti, sulle farine raffinate ci sono molti dubbi sia dal punto di vista del valore nutrizionale che dei possibili effetti negativi sul nostro organismo”.molino-pransani2

Se agli inizi l’iniziativa di Stefano era considerata eccentrica e figlia di un passato senza futuro, il tempo invece sembra dare ragione a Pransani: “Io ho un distributore del prodotto nelle Marche, che a sua volta distribuisce in vari centri macrobiotici. Nel corso degli anni poi sono arrivati da noi anche clienti privati, tra cui gli amici del Forno Cappelletti.  Oggi facciamo vendita al dettaglio e adesso c’è più richiesta di quanto riusciamo a produrre, la domanda è cresciuta costantemente e in maniera potenziale, è un fenomeno che mi ha stupito dato che nei primi anni era più difficile lavorare e c’era meno richiesta. All’inizio la mia attività con i grani antichi era vista come strana, ma oggi penso che almeno il settanta per cento delle aziende di questa zona produce per e insieme a me. In generale vedo un aumento della consapevolezza delle persone sui temi legati all’alimentazione, in particolare sul tema legato ai cereali. In molti mi chiedono i semi ed è un aspetto divulgativo della mia attività che mi da molta soddisfazione: più piccole realtà si creano meglio è, perché l’obiettivo primario rimane la diffusione e la consapevolezza su questi temi”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/io-faccio-cosi-168-mulino-recuperato-produce-farine-grani-antichi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Forno Cappelletti: il pane, come si faceva una volta

È stato intrapreso nel 1979 il percorso che ha portato Maurizio e Claudio a proporre solo prodotti naturali e biologici, accorciando la filiera e fornendo i negozi alimentari del territorio in linea con gli stessi principi e valori del Forno Cappelletti, che prepara il pane proprio come si faceva una volta. È ancora possibile offrire al territorio un pane genuino, fresco e sano? Osservando il Forno Cappelletti possiamo proprio dire di sì. Abbiamo piacere di ascoltare la storia di questa realtà tramite la voce di Maurizio e Fabio, che si alternano nel racconto in maniera puntuale e precisa.

Maurizio gestisce il laboratorio dal 1979, quando con la moglie decise di comprare un pezzo di terra e iniziare questo percorso insieme. Dopo dieci anni è stato comprato un nuovo laboratorio, segno che il trascorrere del tempo ha dato energie all’intera famiglia nel proseguire il progetto con lo stesso entusiasmo. Come però si è giunti a produrre solo prodotti naturali è lo stesso Maurizio a dircelo. “Circa otto anni fa avevo iniziato a leggere, a informarmi approfonditamente, su più argomenti: a livello spirituale, ecologico, di natura e di sistema. È così che siamo arrivati a fare solo prodotti naturali e biologici”.

A fianco a lui c’è Fabio, al quale Maurizio passa il microfono. “Prima di arrivare a lavorare nel forno di famiglia, ho avuto altre esperienze lavorative importanti e molto formative. Sentivo già dentro di me un richiamo verso qualcosa di più naturale e vicino alle mie attitudini. Ed è così che ho avuto un richiamo definitivo nel venire a lavorare nell’azienda di famiglia”.fornocappelletti1

Un cambiamento che ha coinvolto più aspetti della vita di Fabio. “In questo periodo è iniziato un processo di cambiamento, ho iniziato anche io a informarmi su certi aspetti che non avevo mai preso precedentemente in considerazione”. E questa ricerca è andata di pari passo con le scelte professionali e lavorative. “Questo cambiamento personale l’ho ritrovato anche nel mio ambito lavorativo. Ho iniziato a fare prodotti che si avvicinavano alla mia idea di alimentazione. Ho iniziato a creare biscotti nuovi: senza latte, uova, dolcificanti raffinati e quindi senza zucchero bianco”. Non solo, anche prodotti salati come cracker e prodotti secchi più sfiziosi, ma sempre in linea con i valori promossi dal Forno. Maurizio aggiunge che tra le varie produzioni ci sono anche quella di farro e di grano tenero integrale e bianco romagnolo. Claudio ci spiega le scelte relative ad una economia più di prossimità. “Ho cercato di accorciare la filiera, cercando di sapere da dove veniva il mio grano. Ho trovato, guardandomi attorno, un’altra realtà: un mugnaio che produce grani antichi autoriprodotti”. Egli non lesina complimenti al mugnaio, conscio dell’importanza del suo lavoro per l’intero settore agricolo. “Ha dato, nel suo intorno, un valore, all’agricoltura”. Il circolo funziona così:“il mugnaio fornisce questi grani antichi agli agricoltori, che li coltivano. Lui li ritira, li macina e crea per noi la farina, sempre integrale o semi integrale”. Stiamo parlano di una piccola realtà che ha avuto ottimi risultati negli ultimi tempi. “Negli ultimi anni siamo cresciuti molto – continua così Fabio – la nostra è un’attività a conduzione familiare. Lavoriamo ad oggi in 8”.fornocappelletti2

E prosegue Maurizio, insistendo sulla genuinità dei prodotti del Forno. “Il nostro pane è fatto tutto a mano, con la pasta madre fatta e curata da noi”. È un duetto piacevole da ascoltare, Fabio infatti aggiunge che “al giorno d’oggi il pane è prodotto quasi tutto industrialmente. E’ fatto, quasi tutto, con dei sacchi di miscele chiamati preparati con molto glutine, farine raffinate, miglioratori per conservare il pane. Facciamo così dei prodotti che non sono adeguati al nostro organismo, alla nostra digestione. Sono adatti alla produzione”.

L’importanza della digeribilità del prodotto offerto dal Forno Cappelletti è fondamentale per Maurizio. “Facciamo un tipo di pane che oggi mettiamo nel frigo, e sta lì ventiquattro ore. Quello è il pane più digeribile in assoluto, perché te l’hanno mezzo digerito gli enzimi. Il nostro pane dura una settimana, non hai bisogno di andare comprarlo tutti i giorni e hai sempre un pane che è genuino”.

Ci sorprende che sia Fabio a parlarci della storicità del Forno, segno che le tradizioni si sono ben depositate anche tra i più giovani in famiglia. “Abbiamo una rivendita a Dovadola, lì c’è il nostro punto vendita dal 1979. Abbiamo iniziato a servire i primi punti macrobiotici e i primi negozi di alimenti naturali negli anni ottanta che sono nati nel nostro territorio. E oggi, da quando abbiamo fatto la certificazione biologica, abbiamo potuto accedere ad altri mercati. Serviamo tutti i negozi di alimenti biologici e naturali che sono in Romagna”.fornocappelletti4

Un cambiamento fatto di tante realtà nella Romagna Che Cambia. “Vedere che ci sono in zona altre realtà che vanno in questa direzione – continua Fabio – è una grande soddisfazione. Romagna Che Cambia è una regione da un grandissimo potenziale: la vedo in un futuro molto green, che si auto sostiene e autoproduce quel che necessita. Molta più gente che cerca di capire cosa mangia, da dove viene il cibo studiando tutto quello che ci sta dietro, dall’impatto ambientale alla valorizzazione degli artigiani e dei prodotti locali. Perché in Romagna c’è tutto: il mare, la montagna, la campagna”.

Non possiamo non chiudere l’articolo con le parole di Fabio, che negli ultimi dieci anni dice di aver notato un buon miglioramento. “Sempre molta più gente si avvicina a questa filosofia di vita, legata ad un’alimentazione più sana e genuina”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/12/io-faccio-cosi-147-forno-cappelletti-pane-come-si-faceva/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Grani antichi, autoproduzione e magia: vivere felici a Tempa del Fico

Si può vivere lontani da ogni centro abitato, spersi nella natura selvaggia dell’altopiano cilentano, eppure immersi in un fitto tessuto di relazioni sociali? La storia di Tempa del Fico, ovvero di Donatella, Angelo e delle loro due figlie, dimostra che non solo è possibile, ma anche estremamente appagante. Questa è la storia di un luogo magico in cui si autoproduce tutto e si vive felici, e delle persone speciali che l’hanno creato.

“Devi superare uno spiazzo e poi girare a destra nella stradina sterrata, fai quattro chilometri e quando vedi un cartello giallo con scritto Tempa del Fico svolti a destra. Mi raccomando non seguire il navigatore sennò finisci fuori strada!”

Sono le dieci di sera. La nostra macchina serpeggia seguendo le curve di una stradina di campagna che si inerpica per gli altopiani del Cilento. I fari della macchina spazzano la strada con due coni di luce, tutto attorno è già buio. Sono al telefono con Angelo che cerca di spiegarmi la via più breve per arrivare: è una mezz’ora abbondante che seguiamo la strada di campagna e dovremmo esserci quasi, ma il navigatore impazzito segna che mancano ancora 40 minuti, forse ad indicarci che in quel luogo il tempo scorre più lentamente. Angelo, al telefono, mi rassicura: “Tranquillo, dieci minuti e state qua”.

Quando finalmente arriviamo troviamo un cagnolone bianco come la neve che viene a farci le feste e Angelo che ci attende all’ingresso. “Venite che la cena è quasi pronta”. Nonostante l’ora tarda ci hanno aspettato per mangiare. Donatella ha preparato una zuppa di grano (il loro grano), una torta salata con la zucca e del pane raffermo fatto a tozzetti e condito con olio, origano e altre spezie e olive nere essiccate nella cenere; poi tira fuori una ricotta salata e un salamino di cinghiale che gli ha portato un pastore vicino. Il tutto innaffiato da ottimo vino rosso.

A tavola con noi, assieme ad Angelo e Donatella ci sono le loro due figlie Annarita e Mariantonia e due ragazze che fanno woofing. Sarà per il cibo meraviglioso, la conversazione, o il vino, sarà forse per un insieme di elementi ma mi sento invaso da una sensazione di pace. Dopo un lungo viaggio in macchina durato tutto il giorno ho l’impressione di essere arrivato a casa.

Tempa del Fico: così si chiama questo luogo del tutto particolare, sperduto in mezzo ai monti nel cuore del Cilento, dove Angelo e Donatella hanno costruito una casa, una famiglia e un modo sereno e accogliente di stare al mondo.10408719_10204809803238216_3460126989773636728_n

Tutto è iniziato agli inizi degli anni Novanta, quando Angelo acquistò il terreno. Ai tempi aveva ancora un lavoro tradizionale in città, ma piano piano iniziava a lavorare sempre meno e ad autoprodurre sempre di più. “Ai tempi non la chiamavamo ancora transizione, ma la facevamo”, commenta Angelo, che nel frattempo iniziava a ristrutturare la casa secondo i principi della bioarchitettura.

Poi un giorno arrivò Donatella: lavorava da un orefice, fabbricava gioielli prezioni, collane, anelli, monili. Portava sempre i tacchi e si vestiva di tutto punto, ma non era felice: “A un certo punto non stavo più bene, ero anemica, sempre stanca, insoddisfatta. Gli amici e i familiari insistevano perché andassi a stare in campagna per qualche giorno, così arrivai qui. E qui sono rimasta”.

L’amore con Angelo, poi le due bambine. E un lento ma costante apprendimento di tutti quei saperi che il vivere in campagna richiedeva: riconoscere le piante, gli animali, cucinare. Oggi la famiglia Avagliano vive autoproducendo praticamente tutto, dalla farina, al pane, alla pasta, a tutti i tipi di vegetali e frutta, alle conserve e tutto il resto. I grani che coltivano sono grani antichi cilentani, e i metodi di coltivazione sono attenti a preservare la ricchezza del terreno. Quel po’ di reddito monetario di cui hanno bisogno lo ricavano attraverso l’ospitalità e vendendo i loro prodotti.13327528_10208294760879979_8039068592373336747_n

Si potrebbe pensare che sia una vita isolata, quasi eremitica, ma è esattamente l’opposto. Infatti sono immersi in un tessuto di relazioni molto forte e collaudato. Ci sono i vicini e le vicine, che vengono spesso a far visita, ci sono gli ospiti sempre numerosi, ci sono gli amici delle due bambine che amano giocare in questo paradiso (soprattutto da quando c’è anche un tappeto elastico!).

Addirittura assieme ai “cumpari”, ovvero gli altri contadini e produttori della zona fra cui anche Terra di Resilienza, hanno fondato la Cumparete, una rete informale di relazioni incentrata su rapporti di condivisione e collaborazione. E hanno dato vita alla “Ciucciopolitana”, una metropolitana rurale in cui al posto delle carrozze ci sono i “ciucci”, gli asini, che accompagnano grandi e bambini nelle escursioni.

Queste e tante altre storie e iniziative ci hanno raccontato Angelo e Donatella durante i nostri due giorni di permanenza alla Tempa del Fico. Tuttavia è difficile raccontare questa esperienza a parole (e in questo, per fortuna, mi viene in aiuto il bel video qua sopra girato e montato da Paolo Cignini), perché l’essenza di questa famiglia e delle sue attività non sta – o perlomeno non solo – nelle cose che fanno, per quanto siano numerose e incredibili, ma nell’odore e nei colori di questo luogo, nell’atmosfera che vi si respira. Nella capacità di vestire la straordinarietà della loro esperienza con gli abiti della più assoluta normalità e naturalezza. Niente è fuori posto, niente appare forzato. La gioiosa diversità delle due bambine, l’una calma e introspettiva, amante della lettura e dello studio, l’altra più “selvaggia” ed energica, che fa home-schooling e sa riconoscere tutte le erbe e cavalcare il mulo di famiglia, sembrano l’eco di una connessione profonda con il luogo e la sua biodiversità.12814385_10207530682338493_2371574138971454347_n

Il secondo giorno, prima di ripartire, Angelo ci fa vedere come fare la pasta e Donatella ci porta a raccogliere la melassa per fare un infuso. Pranziamo assieme: ci sono ospiti, la tavolata conterà una quindicina di persone o forse più. Poi i saluti. Ce ne andiamo con la pancia piena di cibo e la testa ed il cuore di tante altre cose.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/07/io-faccio-cosi-127-grani-antichi-autoproduzione-e-magia-vivere-felici-a-tempa-del-fico/

Maurizio Spinello, pane e magia in un paese fantasma

Arriviamo a Borgo Santa Rita percorrendo una stradina che pare dipinta con un tocco di pennello in mezzo alle campagne nissene verdi e gialle. La marmitta della macchina di Marcello, che ci accompagna, si è sganciata e sferraglia rumorosamente per terra. Appena giungiamo a pochi metri dall’ingresso del paese, un branco di cani eccitati e polverosi si raduna come dal nulla e inizia ad inseguire la macchina abbaiando.  Borgo Santa Rita è un paesello sperso nelle campagne attorno a Caltanissetta. Le sue origini risalgono agli anni Venti, probabilmente sotto il fascismo, ma sulla data esatta vi molta incertezza. D’altronde è facile perdere la memoria storica di un posto che è andato incontro ad un progressivo ma quasi inesorabile abbandono. Già, perché oggi a Borgo Santa Rita abitano solo cinque famiglie. Per il resto è un paese fantasma. Lo si percepisce percorrendone le vie abbandonate, osservandone le case diroccate. C’è un ché di romantico in questa desolazione. Marcello ha insistito molto perché venissimo fin qui. E il motivo è presto detto: conoscere Maurizio Spinello, il “miglior panettiere di Sicilia”, che ha fatto di questo borgo la sua ragione di vita.

Maurizio esce dal suo forno un po’ accaldato e ci stringe vigorosamente la mano. Poi inizia a raccontarci la storia del suo paese, un tempo pieno di gente, molti giovani, oggi praticamente disabitato. L’agricoltura ha perso molto appeal negli anni, soprattutto sui più giovani, ed il richiamo della città si è fatto sentire prepotente. Ma Maurizio non ha voluto seguire il gregge; non se la sentiva di abbandonare il paese dove era cresciuto, dove la sua famiglia aveva messo le radici. Un legame di sangue lo teneva ancorato a Borgo Santa Rita e gli impediva di andarsene. Vedere gli altri fuggire era una sorta di emorragia personale.10411797_673378036066458_2590272494648684731_n

I cani ci attendono all’ingresso del Borgo

Ora, molti di noi in una situazione come questa si sarebbero rassegnati ad un destino che appare ineluttabile. Nel migliore dei casi sarebbero rimasti al paese con la sensazione di essere l’ultimo dei Mohicani, estremo baluardo di un passato destinato a scomparire con noi. Maurizio invece no. Lui vuole che il borgo torni a vivere come un tempo. E ha un piano. Qualche anno fa, quando si è accorto che con l’agricoltura non riusciva più a campare la famiglia, ha deciso di cambiare mestiere e ha aperto un forno, il Forno Santa Rita. Che idea geniale, penserete, aprire un forno in un paese fantasma, ci sarà la fila! Già, solo che lui non ha aperto un forno qualsiasi: ha creato un’eccellenza. Fa il pane utilizzando grani antichi siciliani e ricette tradizionali. Quando entriamo dentro al forno ci avvolge un profumo inebriante che ci riporta ad una dimensione diversa, più naturale. Ci offre dei biscotti alla lavanda da inzuppare in un bicchiere di vino ambrato profumatissimo. 10386245_673377642733164_7990805059353204417_n

Marcello e Maurizio in una delle strade di Borgo Santa Rita, di fronte al panificio

In breve tempo Maurizio ha vinto vari riconoscimenti nazionali e internazionali. Il suo pane è richiesto da tutte le parti della Sicilia. Tiene dei corsi di panificazione a cui partecipano da tutto il mondo. Recentemente è stato intervistato dalla tv giapponese e da quella americana ed è stato persino invitato a tenere dei corsi in Giappone. Adesso vuole aprire un pastificio che faccia pasta fresca e secca di qualità, sempre a Borgo Santa Rita. Inoltre si ingegna di organizzare attività per richiamare la gente fin là. C’è un ché di magico in tutto questo. Quando gli chiedo se si sente più un nostalgico o un innovatore non ci pensa neanche un istante: “un sognatore“.

 

Andrea Degl’Innocenti

 

Fonte: italiachecambia.org/

Grani antichi: l’evento dell’anno 2013 in Maremma

In Maremma, un’Associazione locale sta portando avanti la coltivazione e il recupero di specie di grano di varietà antiche che si sono dimostrate benefiche per la salute e che colmano un vuoto di biodiversità da tempo andato perduto. Un altro passo verso il cambiamento di paradigmi dominanti come quello della monocoltura tecnologizzatagrano_antico_maremma

Su questo giornale è già stato affrontato il tema dei grani antichi. Mario Apicella, ad esempio, ne ha parlato a fondo.
Qui racconto fatti e impressioni sulla coltivazione attuale di questi grani nella Maremma toscana.
La storia inizia quattro anni fa, con l’arrivo nel grossetano di piccole quantità di vari grani antichi, dalla Rete dei semi rurali, portati da Claudio Pozzi, appassionato divulgatore di tradizioni contadine. A Semproniano, non lontano da Saturnia, l’Associazione La Piazzoletta ne diventa custode. Inizia così il progetto sperimentale con la semina per riportare questi grani in purezza. Ci vuole tempo, ma la terra è quella giusta e dopo circa cinquanta-sessanta anni di assenza torna finalmente a essere coltivato il grano di una volta, quando ancora non si usavano concimi chimici e pesticidi. Il terreno scelto per la coltivazione, ormai abbandonato da diversi anni, è fertile e, con tenacia, in pochi anni si raccolgono diversi quintali di questo antico frumento. La zona precisa è l’Alta Maremma, tra le valli del Fiora e dell’Albegna, appunto nel Comune di Semproniano. Di recente un progetto è partito anche nel limitrofo comune di Manciano.  A tal fine sono stati istituiti disciplinari precisi per mantenere le straordinarie qualità originarie: niente concime e coltivazione a rotazione. Lo stelo di queste varietà si alza normalmente a 1,50-1,80 m dato che i semi non sono stati nanizzati come quelli moderni, brevettati solo per la produzione, senza garanzie di qualità. Oggi, ad esempio, il grano “tecnologico” può arrivare fino a 400 W di forza della farina, o fattore di panificabilità, che è la capacità di resistere nell’arco del tempo alla lavorazione. Ciò dipende appunto dalla qualità del grano macinato per produrla e quindi dal suo contenuto proteico di gliadina e glutenina ovvero le due proteine che formano il glutine. Sul fronte della resa “tecnologica”, per fare un esempio, testimonianze dirette sulla raccolta della varietà Creso, tipologia tipica della monocoltura tecnologizzata, a nord di Grosseto, raccontano di forzature da 78 quintali in un ettaro (!). Nel nostro caso, a essere interessati, invece, sono circa 120 ettari, coltivati a rotazione quadriennale. Quindi 30 ha ogni anno, nei quali vengono prodotti grani di varietà antiche come Autonomia b, Rieti, Gentil Rosso, Verna e altri ancora.
La forza del glutine nell’Autonomia è di circa 100 W e negli altri grani come il Rieti e la Verna si abbassa ancora. Viene coltivato anche il Farro Monococco, povero di glutine, che sarà destinato alla sperimentazione di alcuni prodotti per le persone effettivamente riconosciute come celiache. Questi grani vengono poi macinati a pietra a livello semi-integrale, mantenendo nella farina il germe e tutte le sostanze naturali. È stato stabilito un disciplinare preciso anche per produrre il pane utilizzando come lievito la pasta madre. Ci è voluto tempo anche per re-imparare a panificare e a cuocere questo benefico cibo primordiale. Partita così la filiera corta, produttori e consumatori finali si sono dati obiettivi comuni anche dal punto di vista economico: i prezzi devono restare corretti. Oggi, nella regione due forni producono pane con queste farine, a Prato e a Pancole, frazione di Scansano, sempre nel grossetano. Un piccolo negozio a Grosseto sta iniziando un giorno alla settimana ad avere questo pane semi-integrale; all’inizio si trattava di pochissimi pezzi, ma ora la produzione sta migliorando. Personalmente, mi è sembrato il pane più buono che abbia mai mangiato in tutta la mia vita, perfetto per me e per chi mi chiede di migliorare i propri malesseri. Magnifico e naturale a vedersi, profumato, che dura per molti giorni se si ha l’accorgimento di avvolgerlo in un telo e proteggerlo dall’aria. È incredibilmente nutriente. Dopo qualche giorno che ho iniziato a mangiarlo ho cominciato a non avvertire più l’esigenza di integrare ferro e vitamine del gruppo B come facevo prima. Insostituibile, altro che intolleranza al frumento!  È già stato detto, ma forse non lo si ricorda mai abbastanza, chela maggior parte delle farine di frumento prodotte oggi non sono più assimilabili, creano problemi pesanti non solo all’intestino con le tossine amidacee e l’aumento di Monilia – Candida albicans, ma il loro uso persistente finisce per agire sulla funzionalità epatica e anche sui parametri glicemici e non solo. Chi negli ultimi anni è riuscito a trovare un pane bianco realmente commestibile, che non sapesse di sostanza gessosa? Nel 2010, a Prato, è stata fatta (e poi pubblicata sul «Journal of Medicinal Food»una ricerca scientifica (qui acclusa in versione italiana) con metodi e parametri precisi sull’uso di pane realizzato con le farine dei nostri grani antichi. Lo studio (Effetti del consumo a breve termine di pane ottenuto da una vecchia varietà di frumento italiano sulle variabili lipidiche, infiammatorie ed emoreologiche: uno studio diintervento) è stato condotto in collaborazione tra vari soggetti come Università di Firenze, Agenzia regionale per l’alimentazione, Ospedale Careggi, Fondazione Don Gnocchi ecc. Nelle conclusioni gli autori affermano che: “L’assunzione a breve tempo di pane integrale ottenuto da una vecchia varietà di frumento sembra imponga condizioni ottimali dei più bassi livelli correnti di markers dell’aterosclerosi. Un consumo regolare di tale vecchia varietà di pane integrale può essere utile a ridurre la quantità di rischi cardiovascolari della popolazione in generale”.
Qui nel grossetano, ci siamo quindi tanto entusiasmati per quel pane, che abbiamo dato vita al “Gruppo di amici dei grani antichi” e invitato il prof. Stefano Benedettelli, grande conoscitore di grani (Dipartimento di scienze di produzioni agroalimentari e ambiente dell’Università di Firenze) a un convegno, molto affollato, centrato sul dibattito soprattutto dei temi agricoli (qui la sua relazione). E il lavoro di coltivazione e divulgazione continua.

Informazioni
– Contatti: Gruppo di amici dei grani antichi di Maremma,aga.maremma@gmail.com.

– Claudio Pozzi sta tenendo anche in Maremma una serie di incontri su “Il pane: memoria, territorio e futuro”, ed è disponibile, come sempre, per laboratori di panificazione (con forno a legna):claudiopozzi@semirurali.net

– Per immagini e tracciabilità http://www.naturalmentetoscano.com/. – Fonte originale di pubblicazione dello studio: Sofi, F., Ghiselli. L., Cesari, F., Gori, A.M., Mannini, L., Casini, A., Vazzana, C., Vecchio, V., Gensini, G.F., Abbate, R., Benedettelli, S., Effects of short-term consumption of bread obtained by an old Italian grain variety on lipid, inflammatory, and haemorheological variables: an intervention study, «J. Med. Food.», vol. 13, 2010, pp. 1-6.

Fonte: il cambiamento

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