Biorfarm, l’adozione di alberi che fa incontrare contadini e consumatori

Due giovani neolaureati hanno creato una piattaforma online capace di creare un contatto diretto tra contadini e consumatori offrendo a questi ultimi la possibilità di adottare un albero per poi coglierne, o ricevere a casa, i frutti. Biorfarm vuole così rispondere da una parte alle esigenze dei piccoli produttori, spesso in difficoltà economica, e dall’altra a quelle delle persone che vogliono riscoprire il rapporto con la natura e conoscere ciò che portano in tavola. Oltre ai GAS – gruppi di acquisto solidale – e alle Food Coop si sta affermando un altro modo per dare dignità al lavoro dei contadini e garantirsi sulla tavola cibo di qualità: Biorfarm. La start-up a vocazione etica rende infatti possibile, attraverso una piattaforma, adottare un albero e coglierne i frutti o, in alternativa, farseli spedire a casa. Ci sono gli immancabili agrumi (arance, limoni, clementine e cedri, bergamotto e lime), mele, pere, pesche e ciliegie, fichi d’india e melograni. Olive da cui ricavarne del buon olio. Ma anche mandorle e castagne, mango e avocado e tanti altri frutti.

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L’adozione è semplice: sulla piattaforma sono disponibili numerosi alberi da frutto. Scelta la varietà preferita ci ritroviamo di fronte ad una simulazione del campo del contadino: siamo così chiamati a decidere, fra gli alberi disponibili, la collocazione ed il nome che vogliamo assegnare al “nostro” albero. Fin dall’inizio verremo informati della storia del contadino, della sua attività e dell’albero e continueremo a ricevere aggiornamenti fin quando i frutti non saranno maturi. Il piccolo produttore, a quel punto, avviserà che la frutta è pronta e ogni utente potrà decidere se partecipare alle giornate di raccolta o farsi arrivare i frutti a casa nelle seguenti 48-72 ore. È forse inutile dire che – diversamente da quanto accade nei supermercati – non saranno disponibili le ciliege a gennaio: è la natura e chi se ne prende cura, ovvero l’agricoltore, a decidere i tempi di vendita.

«Noi vogliamo che le persone possano riscoprire il rapporto con la natura e che cosa si nasconde dietro a ciò che portiamo sulle nostre tavole – ci ha detto Giuseppe, uno dei fondatori – ma anche far sì che i piccoli agricoltori, che sono i protettori della biodiversità, non scompaiano».

L’idea che ha dato origine a Biorfarm è nata nel 2015, a Roma, quando Osvaldo De Falco si è presentato a casa dell’amico Giuseppe Cannavale. Osvaldo è figlio di agricoltori che coltivano arance e clementine, e il padre – all’epoca – non riusciva più a sostenere la propria attività. Quella del padre di Osvaldo non è una storia isolata: ai piccoli produttori vengono corrisposti compensi troppo bassi, che coprono a malapena i costi di produzione e si stima che ogni anno 25 mila piccoli produttori abbandonino le campagne.

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Osvaldo De Falco e Giuseppe Cannavale, fondatori di Biorfarm

Se da una parte la presenza di numerosi intermediari fra i contadini e i consumatori non consente un equo compenso a coloro che si dedicano ad attività agricole, dall’altra le persone si ritrovano spesso di fronte a prodotti di bassa qualità – la frutta, per esempio, rimane stoccata per più di cinque settimane prima di arrivare esposta nei negozi e nei supermercati. Le informazioni disponibili sull’origine di ciò che portiamo a casa, inoltre, sono scarse, limitandosi a indicare il paese e i prezzi – soprattutto del biologico – sono spesso elevati. Individuato che il problema del padre di Osvaldo riguardava molti contadini e che si rifletteva anche sui consumatori finali, i due – allora neolaureati – hanno dato vita ad una piattaforma capace di far incontrare in modo più diretto i contadini e i consumatori. «All’inizio ci occupavamo di Biorfarm nei fine settimana” – ci ha raccontato Giuseppe – perché il resto del tempo lavoravamo». Poi, a metà del 2016, arriva un primo riconoscimento pubblico: Google individua Biorfarm e la premia come eccellenza digitale dell’anno. Giuseppe e Osvaldo, pur intravedendo per la prima volta la possibilità di consolidare ed espandere il proprio progetto, non potevano ancora permettersi di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi allo sviluppo di Biorfarm. Il tutto cambia a novembre dello stesso anno quando l’acceleratore di start-up H-Farm seleziona Biorfarm fra ben 500 progetti provenienti da tutto il mondo. Con un finanziamento e sei mesi di vitto e alloggio offerti da H-Farm, Giuseppe e Osvaldo hanno per la prima volta la possibilità di dedicarsi al proprio progetto a tempo pieno.

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Forti di questo primo sostegno e della campagna di crowdfunding del 2017 – Biorfarm ad oggi ha più di 15 mila alberi in adozione e dal 2016 ha spedito più di 150 tonnellate di frutta. Gli oltre 10 mila clienti di Biorfarm, attraverso la propria scelta, hanno sostenuto l’ambiente – perché la filiera è più corta e le produzioni sono biologiche – e l’economia dei piccoli produttori, che con Biorfarm prendono in media dal 50 al 100% in più rispetto ai tradizionali canali di vendita.

«Noi non abbiamo da soli la forza di fare una battaglia alla grande distribuzione – ha osservato Giuseppe – ma la coscienza dei consumatori sta cambiando».Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/biorfarm-adozione-alberi-fa-incontrare-contadini-consumatori/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le aree post industriali di Torino diventano oasi per le farfalle

Chi ha detto che la città non può essere più colorata, naturale e vivibile per persone e animali? Torino ha accettato questa scommessa con il progetto “Farfalle in ToUr”. Si tratta di un’idea collettiva che unisce Università, Asl e cooperative sociali per permettere il ritorno delle farfalle in città attraverso la riconversione di aree postindustriali in infrastrutture verdi, grazie al protagonismo di persone fragili che diventano promotrici e divulgatrici ambientali. Una città a misura di farfalle, che riportano colore dove prima c’erano soltanto cemento e fabbricati industriali. Nelle aree urbane i fiori e le piante di cui questi insetti si nutrono scarseggiano a causa dell’inquinamento e della cementificazione che soffocano le nostre città. Per ovviare a questa triste realtà nasce “Farfalle in ToUr” (Torino Urbana), un progetto scientifico finalizzato a realizzare dei corridoi biologici all’interno dei quartieri per creare piccole oasi che consentano alle farfalle di diffondersi, impollinare e ripopolare le aree verdi. In che modo? Facendo sì che la biodiversità diventi un mezzo di inclusione sociale. Saranno infatti utenti con disabilità psichica, assistiti da educatori e ricercatori dell’Università di Torino, a prendersi cura di questi spazi, permettendo il ripopolamento di lepidotteri, ovvero farfalle e api, e la riqualificazione delle aree urbane.

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Il progetto nasce nel 2014 dalla collaborazione tra diversi soggetti pronti a cooperare per il medesimo obiettivo: ASL (Centro di Salute Mentale), Dipartimento di Scienze della vita e Biologia dei sistemi dell’Università di Torino, insieme alle cooperative sociali Il Margine e la Rondine. Insomma, un’alleanza strategica per dare vita ad una rete di conoscenze nella quale ogni realtà possa mettere in campo le proprie competenze partendo dal presupposto del “fare insieme”.

Attraverso questo progetto gli utenti diventano veri e propri «“esperti cittadini” nell’allevamento dei bruchi e nell’individuazione delle piante più adatte per facilitare il passaggio delle farfalle» proprio come si legge sul sito. «E saranno sempre loro a farsi carico di divulgare il valore della biodiversità in altre realtà del territorio: scuole, case di accoglienza per nuclei fragili, strutture sanitarie, strutture di accoglienza per rifugiati, feste di quartiere».

Così come questi insetti sono soggetti ad una magica trasformazione da bruco a farfalla, il progetto è pensato per far sì che coloro che soffrono di disturbi psichici possano evolvere da una condizione di marginalità ad una situazione di protagonismo. In questo modo divengono elemento centrale di un progetto collettivo che coinvolge la comunità, si fanno promotori di un messaggio scientifico e ambientale, intraprendono di un percorso che permette loro di migliorare la propria condizione psicofisica.

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Farfalle in ToUr però non finisce qui. Dal 2018 entra a far parte di un più ampio progetto europeo dal nome “ProGIreg – Productive Green Infrastructure for Post-industrial Urban Regeneration” della Commissione Europea, che sostiene iniziative indirizzate alla rigenerazione sociale, economica ed ecologica, il cui obiettivo è la riconversione di aree postindustriali in infrastrutture verdi, attraverso sperimentazioni che prevedono nuove soluzioni innovative basate sulla natura e sul coinvolgimento di cittadini e associazioni del territorio. Tra i vari obiettivi il progetto prevede la coltivazione di piante nutrici proprie di ciascuna specie di farfalle affinchè queste possano crescere e riprodursi, l’effettuazione di un monitoraggio per confrontarne l’aumento con dati futuri, la segnalazione di nuove specie come testimoniato dalla “mappa degli avvistamenti” che rileva la presenza delle farfalle nel tessuto urbano e anche l’informazione, attraverso incontri che coinvolgano gli abitanti per confrontarsi su tematiche legate all’ambiente.

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«Le farfalle necessitano del loro nutrimento per tornare ed incontrarsi, il prendersi cura di loro è il nutrimento relazionale per uscire dalla solitudine e riscoprire il piacere di fare insieme. Realizzare delle oasi verdi nei servizi di salute mentale e non solo, con la partecipazione dei soggetti pubblici e del privato sociale, permetterà di creare nei quartieri luoghi in cui incontrarsi e tessere nuovi rapporti. Occuparsi delle farfalle significa anche prendersi cura della propria dimora, del proprio territorio e dell’ambiente».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/aree-post-industriali-torino-diventano-oasi-farfalle/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Al via la maxi campagna europea per vietare i pesticidi e salvare la natura

Vietare i pesticidi chimici, trasformare l’agricoltura e salvare la natura. A tal fine è stata lanciata ieri una maxi campagna europea promossa da una coalizione di 90 organizzazioni da 17 diversi paesi europei, con il supporto delle associazioni degli agricoltori biologici. Parte oggi una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei finalizzata ad eliminare gradualmente i pesticidi sintetici entro il 2035, sostenere gli agricoltori e salvare la natura. Se raccoglierà un milione di firme entro Settembre 2020, la Commissione europea e il Parlamento saranno tenuti a considerare la possibilità di trasformare le richieste della campagna in legge [1]. La campagna è promossa da una coalizione di 90 organizzazioni da 17 diversi paesi europei, con il supporto delle associazioni degli agricoltori biologici. Numerosi appelli di scienziati da ogni parte del mondo richiedono la messa di atto di un urgente “cambiamento trasformativo” per fermare il collasso della natura. Un quarto degli animali selvatici europei è gravemente a rischio di estinzione, mentre la metà dei siti naturali è in condizioni ecologicamente sfavorevoli e i servizi ecosistemici si stanno deteriorando [2].

Nel frattempo, la sussistenza di milioni di agricoltori viene schiacciata da prezzi iniqui, dalla mancanza di sostegno politico e dall’operato delle grandi imprese multinazionali. Quattro milioni di piccole aziende agricole sono scomparse nell’UE tra il 2005 e il 2016 [3].

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La ICE invita la Commissione europea a presentare proposte legislative finalizzate a:

  1. Eliminare gradualmente i pesticidi di sintesi entro il 2035:
    Eliminare gradualmente i pesticidi sintetici nell’agricoltura europea dell’80% entro il 2030, a cominciare dai più pericolosi, perché diventi al 100% priva di pesticidi entro il 2035.
  2. Ripristinare la biodiversità:
    Ripristinare gli ecosistemi naturali nelle zone agricole affinché l’agricoltura diventi un vettore di recupero della biodiversità.
  3. Sostenere gli agricoltori nella transizione:
    Riformare l’agricoltura dando priorità all’agricoltura su piccola scala, diversificata e sostenibile, sostenendo un rapido aumento delle pratiche agroecologiche e biologiche e consentendo la formazione e la ricerca indipendente degli agricoltori in materia di agricoltura senza pesticidi e OGM.

Ruchi Shroff, direttrice di Navdanya International ha dichiarato: «Circa l’84% delle colture in Europa dipende direttamente o indirettamente dalle api e da altri insetti impollinatori. Il loro declino è una realtà comprovata che avrà conseguenze molto estese sugli ecosistemi e loro servizi, inclusa l’accelerazione della scomparsa di molte altre specie animali e vegetali. Questa ICE è un significativo strumento democratico nelle nostre mani per spingere la politica europea a sostenere la transizioni verso sistemi agroalimentari ecologici, per difendere la biodiversità, la salute e il benessere di cittadini e agricoltori».

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Helmut Burtscher, esperto di pesticidi e prodotti chimici di Global 2000/Friends of the Earth Austria ha dichiarato: «Solo un’agricoltura sostenibile e priva di pesticidi può garantire l’approvvigionamento alimentare delle generazioni presenti e future e fornire risposte alle crescenti sfide poste dal cambiamento climatico. Inoltre, contribuisce alla conservazione della biodiversità e riduce le emissioni di gas serra. Una politica agricola europea responsabile deve quindi promuovere l’ulteriore sviluppo di metodi agroecologici e sostenere gli agricoltori nella loro transizione verso una produzione senza pesticidi».

Veronika Feicht dell’Istituto per l’ambiente di Monaco di Baviera ha dichiarato: «Stiamo portando la lotta contro i pesticidi sintetici a livello europeo, dando ai cittadini di tutta Europa che chiedono un nuovo sistema agricolo la possibilità di esprimersi con una sola voce. I cittadini reclamano un sistema che non danneggi la biodiversità e gli ecosistemi, che non metta a dura prova la salute dei consumatori, ma che invece garantisca il sostentamento per api e agricoltori ed sia più sano per le persone. Con la nostra iniziativa ci impegniamo a fare di questo tipo di agricoltura una realtà in tutta Europa».

François Veillerette, direttore di Générations Futures, ha dichiarato: «Invitiamo i cittadini europei a sostenere massivamente questa iniziativa per una graduale rapida eliminazione di tutti i pesticidi sintetici nell’UE. Speriamo che milioni di persone si uniscano presto alle nostre richieste di vietare i pesticidi, trasformare l’agricoltura, sostenere gli agricoltori nella transizione e salvare la biodiversità».

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La campagna è gestita da un’alleanza intersettoriale di organizzazioni della società civile che si occupano di ambiente, salute, agricoltura e apicoltura. Tra molte altre, le organizzazioni promotrici comprendono le reti europee Friends of the Earth Europe e Pesticide Action Network (PAN), nonché l’Istituto per l’ambiente di Monaco di Baviera, la fondazione Aurelia (Germania), Générations Futures (Francia) e GLOBAL 2000/Friends of the Earth Austria.

Note
[1] www.savebeesandfarmers.eu

[2] Le api e gli altri impollinatori sono indispensabili per preservare i nostri ecosistemi e la biodiversità. Fino a un terzo della nostra produzione alimentare e due terzi della frutta e della verdura che consumiamo quotidianamente dipendono dall’impollinazione da parte delle api e di altri insetti. Tuttavia, la loro stessa esistenza è minacciata dalla costante contaminazione da pesticidi e dalla perdita del loro habitat a causa dell’agricoltura industriale. (Media Release: Nature’s Dangerous Decline ‘Unprecedented’; Species Extinction Rates ‘Accelerating’).

[3] Il rapido declino delle piccole aziende agricole e della fauna selvatica è profondamente radicato nel nostro attuale modello di produzione agroalimentare che si basa fortemente sull’agricoltura monoculturale su larga scala e sull’uso di pesticidi sintetici. A peggiorare le cose, l’UE finanzia attivamente questa forma di agricoltura attraverso la sua attuale agenda agropolitica e il suo sistema di sovvenzioni che favorisce la produzione di massa rispetto ad un’agricoltura su piccola scala ed ecologica.
(More farmers better food)

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/via-maxi-campagna-europea-vietare-pesticidi-salvare-natura/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La “scienza” delle multinazionali sta portando il Pianeta al collasso

Per fermare la “falsa” scienza delle multinazionali che sta portando il Pianeta al collasso è necessario riconoscere un nuovo sistema di conoscenze basato sull’interazione tra metodo scientifico e sapere tradizionale nonché sul pluralismo e la libera circolazione delle informazioni. Soltanto la sovranità sulle conoscenze può garantire infatti la condivisione del potere. Il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti ha annunciato di volersi dotare di un consiglio scientifico sullo sviluppo sostenibile che prevede la presenza di personalità riconosciute a livello internazionale come Enrico Giovannini, Jeffrey Sachs e Vandana Shiva. Una decisione che ha scatenato le polemiche di chi, evidentemente, non gradisce un’educazione volta ad un reale cambiamento di modello sociale ed economico.

Navdanya International, l’associazione fondata da Vandana Shiva in difesa della sovranità delle comunità di tutto il mondo, ha risposto a tali critiche con un comunicato stampa in cui ci ricorda i dati economici, ambientali e sociali di questo modello di sviluppo insostenibile denunciando la situazione. L’associazione Navdanya International, nel comunicato stampa, ci offre anche il Manifesto sul Futuro dei Sistemi di Conoscenza, scritto da ricercatori internazionali, tra cui Vandana Shiva. L’argomento è il confronto tra i saperi scientifici del modello industriale capitalistico e i saperi tradizionali o indigeni che sempre più enti governativi delle Nazioni Unite invocano di voler necessariamente integrare. 

Scienza, conoscenza, sapere

L’inquisito è il modello di conoscenza basato sul metodo scientifico riduzionista dominante. “Il paradigma culturale riduzionista, che studia i singoli fenomeni, ha portato a una super-specializzazione di discipline e organizzazioni, che trasferiscono poi il sapere frammentato al mondo della produzione. Questo modello crea gerarchie e opera una divisione tra persone normali ed esperti, tra diverse parti dei sistemi di conoscenza e di produzione… Il riduzionismo non si limita a ridurre meccanicamente i sistemi alle loro parti, ma riduce anche il paesaggio della conoscenza”.

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Bolivia, studentessa – Foto Pixabay

 Il modello scientifico riduzionista e il potere

Il metodo riduzionista, nato con la scienza moderna allo scopo di semplificare lo studio dei sistemi naturali, ha portato a un enorme progresso in campo tecnologico, ma anche a una profonda frammentazione del sapere e a una mancanza di capacità di sintesi. Questo ha creato un impoverimento del sapere diffuso, forti disuguaglianze tra cittadini, tra Nord e Sud del mondo e tra i diversi saperi espressi dall’umanità.

Il connubio tra scienza e potere economico ha limitato la circolazione delle conoscenze scientifiche al di fuori degli ambiti “riconosciuti” ma ha anche marginalizzato i saperi indigeni accumulati dalle culture millenarie soprattutto in ambito agricolo e farmaceutico e soprattutto ai danni delle donne, detentrici del sapere tradizionale nella maggior parte delle culture. 

Il sapere popolare è basato su osservazioni ripetute nel tempo e si arricchisce man mano che si confronta con i cambiamenti e la complessità della natura nella continua interazione con l’ambiente. È un sapere connesso alla diversità, alle relazioni tra i fenomeni, alla mutevolezza e ciclicità di ciò che accade nella realtà naturale. La cultura del paradigma riduzionista scientifico riesce a “riconoscere” solo ciò che è scritto, quantificato  e misurabile basandosi spesso su osservazioni ripetute nello spazio per un periodo limitato. Ignora la qualità ed esclude caratteristiche autorganizzanti, adattative e auto-rigeneranti dei sistemi viventi o ecologici. 

Il riduzionismo in agricoltura

Ad esempio se applichiamo questo confronto in agricoltura vediamo che da migliaia di anni i contadini e le contadine, di ogni parte del mondo, hanno migliorato le proprie piante, addomesticandole, ibridandole e selezionandole, producendo maggiore biodiversità e quindi grande capacità di adattamento secondo le proprie esigenze. Il sapere “scientifico” che ha prodotto il “miglioramento genetico” a fini commerciali si è espanso su larga scala con una progressiva e nefasta perdita di biodiversità e di suolo fertile in grande parte del Pianeta invertendo il processo di miglioramento delle sementi. “Mentre nel sapere tradizionale le sementi si adattano a un ambiente che cambia, nella scienza riduzionista le sementi vengono create in laboratorio e poi l’ambiente viene modificato per adattarsi alle sementi stesse”.  

Quindi quale ricerca scientifica, quali conoscenze stanno trainando le azioni dei governi? Quali istituzioni scientifiche controllano cosa sia conveniente fare?

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Comunità del Botzwana – foto Pixabay

 
La privatizzazione delle conoscenze

La scienza privatizzata è ormai poco controllabile da chi non è interno al sistema. Inoltre questo meccanismo è diventato un ostacolo al progresso della scienza stessa perché limita l’accesso alle conoscenze brevettate, agli “esperti” riconosciuti dalla stessa comunità scientifica. La privatizzazione delle conoscenze sta arrestando i processi di apprendimento e di innovazione perché blocca la condivisione dei saperi. 

Ancora più grave è che, attraverso la biopirateria, le multinazionali farmaceutiche e biotecnologiche si appropriano delle conoscenze botaniche, mediche, biologiche e agricole dei popoli indigeni che vengono espropriati delle loro terre e dei saperi che loro stessi hanno conquistato

Attraverso la privatizzazione delle conoscenze si è operata una perdita di sovranità di intere culture e di larga parte dei cittadini. Progettare una nuova società necessita di un nuovo sistema di conoscenze basato sull’interazione tra metodo scientifico e sapere tradizionale e sulla libera circolazione dei saperi. 

È necessario riconoscere ai diversi saperi un pari riconoscimento culturale ed economico capace di arricchire le opportunità di conoscenza utili alla sopravvivenza di tutti. Inoltre è necessario rafforzare l’ottica pluralista sostenendo un processo di ibridazione reciproca e di libera diffusione dei saperi.

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Indios Waorani salvano 200.000 ettari dell’Amazzonia dal petrolio, vincendo la causa contro il governo dell’Ecuador – 2019 – foto Pixabay 

La società dell’informazione

Alla informazione della società tecnologica che caratterizza i nostro modello potrebbe essere utile integrare anche quello delle culture tradizionali non solo perché più rispettoso ed equo ma anche perché basato su un processo di apprendimento più sano. Alla consumistica, veloce e frammentata quantità di informazioni che ci investe quotidianamente e da cui siamo abituati a doverci difendere potremmo sostituire una acquisizione di un sapere più adatto a ciò che serve, alle conoscenze per noi essenziali

A cosa serve, infatti, produrre e consumare conoscenze scollegate dal contesto d’uso, fuori dal controllo e dalla “domanda” di chi poi le utilizza? 

La sovranità sulle conoscenze è il diritto del popolo di partecipare alla creazione e fruizione delle conoscenze che riguardano la propria vita. Quindi il sapere popolare deve essere riconosciuto come strumento di autodeterminazione, di sicurezza nelle possibili instabilità e di potenzialità evolutiva. Sempre più reti ibride di singoli cittadini, ricercatori, tecnici, consumatori e produttori scambiano su base paritaria conoscenze attraverso la maggior facilità di circolazione di persone, tecnologie dell’informazione e di luoghi virtuali rimasti open source (liberi e non soggetti a controllo). Così esperti locali, mediatori culturali, comunicatori e teorici si confrontano per costruire sistemi di conoscenza paralleli e poter rispondere alle reali necessità.  

“Tutti gli esseri umani sono soggetti in grado di conoscere, indipendentemente da classe sociale, razza, genere, religione, etnia od età. Tutte le comunità e culture sono creatrici di sapere.”

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/scienza-multinazionali-sta-portando-pianeta-collasso/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Da Belagaio a Grosseto: l’assalto alle foreste e ai boschi toscani

L’allarme arriva dal WWF di Siena e Grosseto: «Tagli selvaggi di decine alberi su ettari in territori protetti, sottobosco distrutto, paesaggio alterato, biodiversità distrutta. Tutto per permettere ad affaristi senza scrupoli di speculare sulle biomasse. Eppure per la Regione va tutto bene».

«Stiamo assistendo a un attacco concentrico nei confronti dell’ambiente in Toscana ed obiettivo privilegiato sono gli alberi e le foreste della nostra regione. È necessario citare alcuni degli episodi più gravi accaduti recentemente»: la denuncia arriva dal WWF di Siena e Grosseto che denuncia quanto sta accadendo e punta il dito contro la Regione che non fa nulla e, anzi, continua a sostenere che “è tutto regolare”.

«In primis dobbiamo parlare del taglio di circa 30 ettari realizzato nel comprensorio forestale del Belagaio, in piena Riserva Naturale del Farma e all’interno del Demanio Regionale – prosegue il WWF – Questo territorio, oltre ad essere già di per sé vincolato (siamo in Riserva Naturale regionale), ricade in un sito della Rete Natura 2000 (ZSC Val di Farma– Zona Speciale di Conservazione), ovvero un territorio di importanza europea istituito per la protezione di habitat e specie di particolare valore. Il fatto poi che ci si trovi all’interno del Demanio Regionale, le cui funzioni primarie sono la protezione della biodiversità, del paesaggio e dell’assetto idrogeologico (secondo la stessa legge forestale  regionale) e non certo la produzione di legno e cippato, la dice lunga sul ruolo che le istituzioni hanno avuto in questo scempio. A seguito della mobilitazione avvenuta dopo i tagli e ai comunicati stampa, la Regione si difende dichiarando che tutto è a norma e che gli interventi (visibilmente distruttivi) hanno una funzione migliorativa per il bosco di sughere e di castagni da frutto. Il tutto fa parte infatti di un piano di gestione approvato  con una valutazione ambientale risalente al 2009: non si è dunque tenuto conto dei cambiamenti ambientali che possono essere sopraggiunti in 10 anni nel territorio. Se, come afferma la Regione, si tratta di interventi di miglioramento boschivo, qualche cosa deve essere andato storto dato che il sottobosco è stato distrutto, che sono stati tagliati numerosi alberi autoctoni come lecci e castagni, che sono stati alterati il suolo e i versanti dal passaggio di mezzi enormi, e che il tutto è stato realizzato in pieno periodo di nidificazione e riproduzione di numerose specie; per di più, la sughereta menzionata come  “da migliorare” è praticamente inesistente.  Chi ha permesso tale scempio? Come mai non si è intervenuti in tempo per fermare la distruzione? In che modo e con quali garanzie si è affidato l’intervento ai responsabili materiali, ovvero ben note ditte di legname? Chi ha controllato i lavori? Tutte domande che aspettano risposte concrete!».

«Ma non è finita qui – prosegue l’associazione ambientalista – all’interno della stessa Riserva ma nel versante della provincia di Siena, ovvero nel comune di Monticiano, avviene un ulteriore scempio con taglio di bosco lungo uno dei tratti più affascinanti del Torrente Farma, in località chiamata Le Fate. Anche in questo caso sono azioni di taglio discutibili, che sono realizzate in un territorio di grande interesse in un ambiente particolarmente delicato. Si tratta di boschi tutelati dalla legge e la cui protezione dovrebbe essere affidata proprio al sistema delle aree protette».

«Un ulteriore e gravissimo attacco all’ambiente avviene poi in Maremma, dove addirittura per combattere gli incendi si vorrebbe distruggere e compromettere l’intero habitat delle pinete litoranee, che interessano i centri abitati di Marina di Grosseto e Principina a Mare e che sono storicamente un ambiente di grande importanza per la nidificazione di numerose specie animali e la presenza di specie vegetali  di alto valore naturalistico, oltre che essere ambite ombreggiature per abitanti e turisti. Si tratta di scelte piovute dall’alto che svelano le vere scellerate intenzione di un’amministrazione regionale che si imbelletta di parole come sostenibilità, tutela ambientale, tutela del paesaggio, ma che in realtà va in direzione contraria e ostinatamente si pone in modo maldestro e superficiale contro l’ambiente, senza valutare alternative possibili, come un più attento presidio del territorio contro i piromani, ma anche metodi di gestione meno invasivi e tendenti ad una parziale  rinaturalizzazione per diminuire la sensibilità agli incendi».

«Alla base di tutto ciò vi sono le pericolose mire economiche di affaristi senza scrupoli, che stanno basando sul cippato (combustibile di legna) e sulle biomasse da incenerire un grande business, per altro garantito da incentivi pubblici per l’energia “verde”. Se questa è la situazione che si registra nelle aree demaniali e protette, la situazione nei boschi privati è equiparabile ad un saccheggio, dovuto ad una legge forestale regionale assolutamente permissiva, scritta a vantaggio delle industrie del legname, come del resto già denunciato dal WWF Toscana fin dal 1999-2000, durante l’iter di approvazione. Si tratta di una legge contraddittoria e fallace, che mette sullo stesso piano la tutela della biodiversità, il taglio delle foreste e la filiera del legno».

«Oggi più che mai i boschi e le foreste delle nostre regioni sono in pericolo, oggi più che mai è necessario lottare per difenderle in un’epoca di piena crisi climatica e della biodiversità – conclude il WWF – Il WWF Toscana chiede con forza un cambio di passo nella gestione dei boschi del Demanio Regionale, chiede la tutela delle specie e degli habitat, come previsto dalle leggi vigenti, chiede che venga realizzata una classifica delle aziende operanti il taglio boschivo regionale e che in base a tale classifica vengano assegnate le concessioni di taglio alle società più virtuose e che non si siano macchiate di alcun illecito ambientale; chiede che vengano esplorate tutte le molteplici possibilità nella gestione dei boschi e delle foreste, possibilità che in molti casi potrebbero permettere di conciliare sostenibilità ambientale con forme di economia locale virtuosa. In molte nazioni e regioni tali pratiche sono realizzate da decenni mentre in Toscana sembrano ancora al palo. La politica, con il comportamento attuale, difende interessi di pochi a discapito delle necessità di tutti. Il WWF, le Associazioni e i Comitati sono pronti a difendere il territorio dalla malapolitica, dagli affaristi e dagli speculatori e si opporranno mobilitando i cittadini e usando ogni metodo democratico per bloccare ulteriori scempi».

Fonte: ilcambiamento.it

«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

L’appello delle deputate del Gruppo Misto in Parlamento Sara Cunial e Silvia Benedetti: «Basta demandare all’Unione Europea, la competenza è nazionale. Dunque, si prendano misure drastiche».

«Abbiamo portato all’attenzione del ministro Centinaio l’annosa questione della moria di api che sta avvenendo in diverse parti d’Italia in seguito a un uso massiccio e scriteriato di pesticidi estremamente dannosi al loro habitat e alla loro vita, come per esempio il caso del Mesurol in Friuli per cui è stata aperta un’indagine o ancora i neonicotinoidi già banditi in diversi stati membri ma purtroppo ancora utilizzati in Italia». Ad affermarlo sono le deputate del gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti, che tornano sulla questione di cui, dopo un grande allarme qualche tempo fa, ora si tende a parlare sempre meno.

«Sebbene vi sia consapevolezza della strategicità del settore e dei gravi danni causati da alcune molecole agli ecosistemi e agli insetti impollinatori, ancora una volta si demanda a importanti decisioni all’Unione Europea, quando la competenza su queste disposizione è nazionale, come indicato nella normativa comunitaria e come altre nazioni, più lungimiranti e attente alla vita e alla salute ci insegnano».

«È bene ricordare che nelle campagne italiane ci sono milioni di alveari curati da oltre 45.000 apicoltori – continuano le deputate – miliardi di euro derivano dalla sola attività di impollinazione alle coltivazioni a cui si aggiunge il profitto di 22.000 tonnellate annue di produzione di miele. Un trend in continua crescita che dà lavoro a sempre più persone, soprattutto giovani e soprattutto al sud, e che fa dell’Italia un’avanguardia delle pratiche e tecnologie in questo frangente nonché uno dei principali produttori di miele d’eccellenza. Ma soprattutto è bene sottolineare che senza api perderemmo gran parte della nostra biodiversità, l’accesso a ingenti tipologie di cibo, la vita stessa è a rischio senza il loro lavoro – proseguono – Avremmo bisogno di azioni concrete e urgenti per favorire politiche agricole sostenibili e idonee a proteggere questo cruciale settore, purtroppo troppo spesso messo in crisi da pratiche scriteriate e anacronistiche – spiegano le deputate –  Ci chiediamo dove siano i paladini dell’occupazione, dell’innovazione, del Made in Italy e dei nostri prodotti di qualità. Ma soprattutto ci chiediamo dove siano tutti coloro che dovrebbero mettere la tutela delle persone e dell’ambiente al primo posto e fare del principio di precauzione il faro della loro azione politica. Confidiamo che in Italia quanto in Europa si mantenga ciò che è stato promesso e di ciò che moltissimi apicoltori, agricoltori e cittadini chiedono».

Fonte: ilcambiamento.it

Lorna, la tredicenne che salva le api

Lorna è una giovanissima apicoltrice irlandese che nel suo tempo libero lavora in un apiario e si dedica alla cura e alla salvaguardia delle api. Nel 2015 ha ottenuto la licenza e nel 2016 ha vinto un premio per la conservazione di una specie autoctona. Come in molte altre parti del mondo, anche in Irlanda le api sono in forte declino. Proprio qui vive Lorna, una giovane apicoltrice di 13 anni che con il suo lavoro cerca di proteggere la popolazione delle api. Si occupa di apicoltura da cinque anni e passa gran parte del suo tempo libero a lavorare in un apiario nella zona a sud di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord. Lo scorso luglio è anche andata in Slovacchia per incontrare altri giovani apicoltori.

“Non so esattamente perché faccia tutto questo – racconta Lorna –, forse semplicemente perché amo le api e l’apicoltura. Fondamentalmente perché vedo questi animali morire ogni giorno e voglio fare qualcosa per aiutarli”.  

“Nella giornata tipo – continua Lorna – devo iniziare appena sorge il sole o comunque appena mi è possibile. Vado all’apiario, controllo tutti gli alveari e mi assicuro che abbiano cibo a sufficienza e non abbiano bisogno di nulla. Le attività da fare cambiano molto a seconda che sia inverno o estate”. 

Lorna è stata punta solo una volta, un giorno che aveva dimenticato il suo cappello protettivo. “Sono davvero bellissime. Non so perché la gente quando pensa a un’ape abbia il costante timore di essere punta. Se lo fanno non è per colpire te, semplicemente fa parte della loro natura”. 

“Se non ci fossero le api non avremmo neanche gran parte delle verdure, della frutta, del cibo che mangiamo ogni giorno perché mancherebbe la loro fondamentale funzione di impollinazione. Ma a parte questo per me sono davvero stupende”. 

La tredicenne irlandese è una presenza fissa presso l’associazione di apicoltori di Belfast sin da quando era un bambina, dove ha accumulato in fretta l’esperienza e le conoscenze necessarie per crescere una colonia e mantenerla in salute. La sua famiglia e i suoi amici sono fieri di lei e anche lei stessa è stata molto orgogliosa di essere stata la più giovane apicoltrice ad aver ricevuto il brevetto, ottenuto nel 2015 con volti altissimi. Lorna ha ricevuto il premio Duncan Saunders Memorial Trophy per il duro lavoro svolto per la conservazione dell’ape nera irlandese, una specie locale.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/lorna-tredicenne-salva-api/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Massimo Angelini, il filosofo della terra che ha reso libero lo scambio dei semi –

Filosofo della terra e della parola, Massimo Angelini ha incentrato gran parte delle sue attività sul mondo agricolo e sulla riscoperta della cultura contadina. Un’attenzione ed una passione che hanno portato a risultati straordinari, come una storica legge sullo scambio dei semi e la nascita di una Rete che oggi riunisce ben 40 associazioni impegnate per la custodia della biodiversità. Un essere umano, quando non si arrende, può davvero cambiare il mondo. Pacificamente.

Massimo Angelini… Massimo Angelini è una persona talmente speciale che non basta una storia per raccontarla e infatti abbiamo deciso di dedicargliene due. Massimo Angelini è un uomo che ha talmente tante cose da dire che l’ho dovuto intervistare tre volte prima di scrivere questo articolo. Massimo Angelini è un attore del cambiamento talmente poliedrico che è praticamente impossibile definirlo. Ma ci proverò lo stesso.

Partiamo dalla fine, ovvero dal nostro ultimo incontro: novembre 2018, Cagliari – Scirarindi. Io e il collega e amico Paolo Cignini lo intervistiamo nella hall del B&B in cui siamo ospitati. Massimo parla a bassa voce, come di sua consuetudine, eppure tu ti sforzi di non perdere nemmeno una parola quando lo ascolti perché ti rendi presto conto che nessuna sua parola è utilizzata a caso. E infatti Massimo si descrive come un “filosofo della terra e della parola”. E continua: “È difficile definirsi… siamo abituati a darci un’etichetta quando invece siamo diamanti e abbiamo moltissime sfaccettature ed è molto bello farle rilucere tutte quante anche se queste non comunicano tra di loro se non attraverso di noi”. 

E ha ragione. Tra una sfaccettatura e l’altra, Massimo – studioso di storia e filosofia – in questi anni ha (in ordine sparso e non cronologico) creato una casa editrice dedicata al mondo agricolo (Pentàgora), guidato la Rete Semi Rurali, curato il Bugiardino (il famoso almanacco rurale), cofondato il Mandillo dei semi e il Consorzio della Quarantina, ispirato la legge che oggi permette lo scambio di semi, nonché – ovviamente – scritto libri e tenuto decine di conferenze. Capite che tutto in un articolo o in un video non può stare, per cui oggi ci concentreremo sulle sue attività più legate al mondo agricolo e nella prossima puntata (che uscirà tra qualche settimana) approfondiremo la sua attività “culturale”, anche se mi rendo conto che è una decisione arbitraria e parziale. Sfaccettature. “Mi occupo da oltre trentacinque anni di studi legati al mondo rurale e alla cultura contadina – ci spiega Massimo – e da lì sono germinati tanti interessi: la mia attenzione verso le sementi, verso le biodifferenze (1), verso un’editoria attenta a questi mondi”.

Il consorzio della quarantina

“L’attenzione verso il mondo rurale mi ha portato a viaggiare per anni tra i contadini della montagna ligure e lì mi sono accorto (allora non si sapeva) che in passato i contadini si autoproducevano le sementi, mentre in quegli anni lo facevano solo i vecchi. Tra i ‘60 e gli ‘80, è come se si fosse saltata una generazione di conoscenze: i giovani questa autoproduzione non la facevano più”. 

“Andavo in giro – continua Angelini – e pur parlando in dialetto non venivo compreso dagli anziani. Non capivano come mai un ragazzo di 20 anni invece di uscire con la fidanzata andasse a chiedere dei semi: erano diffidenti e avevano ragione visto che i contadini sono sempre stati fregati da chi veniva dalla città. Dovevo quindi conquistarmi la loro fiducia. Inoltre non capivano l’interesse verso semi che loro stessi avevano abbandonato o in qualche modo dimenticato; li tenevano in qualche scantinato, ma erano fuori dall’orizzonte del loro sguardo. E quando una cosa è fuori dall’orizzonte dello sguardo presto tende ad uscire anche dalla memoria e dalla terra. Quindi mi ero organizzato! Usavo un’oretta per guadagnare la loro fiducia e una per fare domande ai contadini che piano piano ti parlavano della migrazione e della guerra. Ti offrivano il vino nel frattempo. Un vino che non era mai troppo buono, ma non potevi né dire che era buono (o eri percepito come ipocrita), né che era cattivo (perché risultavi maleducato). Così dicevo in genovese che ‘non era male’. E potevo andare avanti. Dopo vari tentativi, cominciavano ad aprirsi”. E con l’apertura arrivavano i racconti veri che spesso non seguivano logiche facili da comprendere per un ‘cittadino’.

“Ricordo ancora – ci confida Massimo – di un uomo nato nel secolo precedente che aveva tirato fuori un po’ di semini piccolini che teneva da più di 60 anni. Ovviamente pensai che fossero di qualche varietà speciale e lui invece mi spiegò che li teneva perché li aveva portati la moglie l’anno che si erano sposati, e ogni anno era come se rifacesse il matrimonio. 

Le sementi, infatti, le portavano le donne con il corredo”. 

Un aneddoto tra mille. E infatti Massimo ce ne racconta molti. Mentre parla traspare l’amore per queste genti e anche la gratitudine verso la loro ‘pazienza’. “Avevo voglia di restituire qualcosa a queste persone che mi avevano donato informazioni, tempo, emozioni. Non volevo agire secondo una sorta di ‘attività estrattiva’ nei loro confronti”. Da qui nasce l’idea del Consorzio della Quarantina (una particolare varietà di patate tipica di quelle zone). 

“Le patate sono una sorta di esperanto. Ognuno coltiva qualcosa di specifico, ma tutti coltivano le patate. Queste diventano un linguaggio comune a tutti. Ho quindi invitato una ventina di contadini della zona di Genova a non coltivare le patate ‘commerciali’ bensì qualche varietà locale. E così è nato il progetto del Consorzio. Una struttura associativa intorno a una varietà (e poi nel tempo di più) di patate, con lo scopo di creare un mercato protetto e dare la possibilità ai contadini di ottenere da queste varietà più reddito. Coltivando varietà specifiche, infatti, il mercato e il prezzo avremmo potuto stabilirli noi, uscendo da logiche subalterne insostenibili per un’agricoltura di montagna. Contestualmente si fermava l’abbandono di queste zone e i conseguenti danni che poi subisce anche chi abita in pianura!”.

La Rete Semi Rurali e una legge che cambia il mondo

Nel 1998 la comunità europea, con la direttiva 95, ha emesso le regole per riformare le leggi sementiere. E nel primo articolo veniva stabilito, tra le altre cose, che i semi si sarebbero potuti scambiare (anche gratuitamente) solo da soggetti iscritti ai registri sementieri nazionali. Questo comportava che le varietà non iscritte e che non rientravano nelle ‘caratteristiche di uniformità’, non potevano essere né vendute né regalate.  

“Il dono di una pannocchia o dei fagioli tipici diventava reato penale” – ci spiega Massimo. – Per questo nel 2000, insieme a Isabella Dalla Ragione, Oriana Porfiri e pochissime altre persone, abbiamo deciso di lanciare un coordinamento fra chi si occupava di questi argomenti per lavorare su una proposta di legge che permettesse all’Italia di andare in deroga rispetto a quella direttiva europea. Obiettivo raggiunto nel 2007 quando la proposta approda in Parlamento e diventa legge. Oggi, quindi, si possono scambiare le sementi purché esse ‘siano di varietà conservate da una famiglia nel corso delle generazioni’. 

Nel frattempo, e contestualmente, nasce la Rete Semi Rurali che si dà il compito di creare una sorta di coordinamento di secondo livello tra molte associazioni contadine. Massimo per un periodo è coordinatore nazionale. Oggi la rete è una struttura importante, che riunisce 40 associazioni, con uno staff di 10 persone che ci lavora a tempo pieno. La Rete – come spiega il sito – “sostiene, facilita, promuove il contatto, il dialogo, lo scambio e la condivisione di informazioni e iniziative tra quanti affermano i valori della biodiversità e dell’agricoltura contadina e si oppongono a ciò che genera erosione e perdita della diversità e all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e/o sulle colture geneticamente modificate”.

Il mandillo dei semi

In seguito all’uscita della direttiva 98/95, che di fatto vietava lo scambio o dono dei semi, era nata una giornata di libero scambio di semi autoprodotti, del tutto fuorilegge. Ovviamente tra gli ideatori troviamo Massimo.  “Lo abbiamo fatto nel 2000 come azione di resistenza, di obiezione di coscienza. Lo abbiamo chiamato Mandillo (che in genovese vuol dire fazzoletto, con cui si conservano frutto e funghi, è un po’ l’antenato del sacchetto di plastica). Abbiamo invitato anche i media comunicando loro che ci autodenunciavamo facendo qualcosa di vietato ma allo stesso tempo espressione di un diritto originario, legato alla sussistenza, che non poteva quindi essere limitato o disciplinato. La sussistenza viene prima di ogni norma”. L’evento fu subito un successo. Il Mandillo dei semi si è ripetuto anno dopo anno. In particolare dopo l’approvazione della legge del 2007 c’è stata ‘l’esplosione’ degli scambi che tutt’ora continua.

Ribellarsi alla bruttezza

Ancora una volta un uomo che non si arrende, unitosi ad altri uomini e donne pronti come lui ad attivarsi, ha dimostrato che il mondo si può cambiare eccome, partendo da un piccolo seme e arrivando ad approvare leggi in parlamento.  

“La mia idea – conclude Massimo – è che se non ci ribelliamo, in modo attivo e partecipato, alla bruttezza arriviamo ad un’anestesia che ci fa precipitare nel privato con soluzioni che ci chiudono dentro di noi. È fondamentale riflettere sulla bellezza, intesa come la definivano nel primo millennio i padri di lingua greca, ovvero espressione della luce, la luce che si rivela con i colori. È bello ciò che è vario, che esprime luce, così come fanno gli occhi di una persona. Se richiamiamo alla bellezza e alla luce abbiamo la speranza di ritrovare un mondo bello, di reagire in modo gentile a ciò che è brutto. Questo può portarci a risvegliarci all’esterno e alla politica”. 

Continua…. 

1. “Meglio utilizzare la parola biodifferenze che biodiversità”, ci spiega Massimo. La parola biodiversità, infatti, contiene diversità che viene da divergere. Quindi qualcosa che allontana i soggetti in questione. Meglio dire biodifferenza, che è un termine che indica invece ricchezza. 

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Riprese intervista e montaggio: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/massimo-angelini-filosofo-terra-reso-libero-scambio-semi-io-faccio-cosi-249/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

I pesticidi e l’agrochimica uccidono la biodiversità in Europa

In Europa si consumano 400.000 tonnellate di pesticidi all’anno e l’Italia è al terzo posto tra gli Stati della UE per consumo di sostanze chimiche in agricoltura. L’unico modo per preservare la biodiversità è dire basta all’utilizzo di chimica tossica.

In Europa si consumano 400.000 tonnellate di pesticidi all’anno e l’Italia è al terzo posto tra gli Stati della UE per consumo di sostanze chimiche in agricoltura. I residui di queste sostanze si concentrano nell’ambiente e nei nostri piatti: il 67% delle acque superficiali, il 33% delle acque sotterranee, il 66% della frutta e il 40% degli ortaggi che mangiamo risultano contaminati!

I rischi per l’ambiente e la biodiversità sono molteplici e ancora non del tutto conosciuti, mentre molti studi hanno ormai accertato conseguenze per la salute umana dall’esposizione “cronica” ai pesticidi, ovvero l’esposizione a dosi piccole e prolungate nel tempo, spesso con interazione di diversi principi attivi, rilevando un aumento dell’incidenza di vari tipi di tumori (cerebrali, alla mammella, al pancreas, ai testicoli, al polmone, sarcomi, leucemie, linfomi non Hodgkin e mielosi) e di malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer. L’inquinamento da pesticidi degli alimenti è un problema sempre più concreto, che – oltre ai lavoratori direttamente esposti e a chi vive accanto ai campi trattati – colpisce soprattutto i più piccoli. Alcune sostanze possono infatti arrivare al feto attraversando la placenta mentre i lattanti assorbono fitofarmaci attraverso il latte materno.

I pesticidi e l’agrochimica sono la più importante causa di perdita di biodiversità in Europa, producono inquinamento, perdità di produttività agricola sul lungo periodo e mettono in crisi gli ecosistemi producendo squilibri e fragilità. La moria delle api e di tutti gli insetti impollinatori, da cui dipendiamo per mantenere la produzione agricola, sono la dimostrazione evidente di un sistema fallito che è necessario cambiare. 

Per questo motivo il WWF ha organizzato in tutta Italia una mobilitazione STOP PESTICIDI che ha avuto una risposta importante in Italia e in particolar modo in Toscana, dove si è organizzata una marcia nei territori del Chianti, storicamente agricoli e come tali soggetti ai problemi dell’agrochimica.

La marcia, che ha visto tra i promotori anche ISDE, CAI Siena, Legambiente Siena, Biodistretto di San Gimignano e Biodistretto del Chianti, ha avuto un successo oltre le aspettative con decine di associazioni aderenti e centinaia di partecipanti che hanno sfidato temporali e pioggia battente per portare il loro messaggio di cambiamento.

Molti i giovani ed anche i bambini che hanno partecipato affiancando i più anziani in un percorso di oltre 9 chilometri che ha toccato i paesi di Radda e Gaiole, comuni patrocinanti. Tra i partecipanti molti attivisti e dirigenti del WWF locale, tra cui Valeria Rugi cui abbiamo chiesto perchè si sia scelto proprio il Chianti e questa data per la mobilitazione. La vicepresidentessa del WWF Siena risponde così: «La mobilitazione è rivolta ai ministri delle politiche agricole, dell’ambiente e della salute che dovranno a breve approvare il PAN (Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei fitofarmaci) e alle regioni che dovranno attuarlo nei loro territori e che poco hanno fatto fino ad ora. Il Chianti rappresenta al contempo un esempio del problema, con i vigneti diserbati e l’utilizzo massiccio di prodotti chimici, ed una soluzione dato che ci sono molte aziende che si sono dedicate con passione e convinzione al biologico; circa il 30 % del territorio è ormai bio». 

Alla marcia ha partecipato anche Mariarita Signorini presidentessa di  Italia Nostra nazionale che ha dichiarato: «La transizione al biologico è già iniziata: la superficie a biologico in Toscana supera il 18% del totale regionale. Purtroppo la crescita dal 2015 si è però arrestata, a differenza che in altre regioni dove il bio continua a crescere. Colpa della politica regionale che favorisce l’agricoltura integrata, che usa pesticidi chimici. Basta dire che autorizza l’uso di pesticidi perfino nelle aree di salvaguardia dei pozzi ad uso idropotabile!».

Gli obiettivi che la marcia ha rivendicato per il nuovo PAN sono:

– Raggiungere almeno il 40% della superficie agricola nazionale a biologico entro il 2030 utilizzando meglio i finanziamenti europei per l’agricoltura.

– Ridurre i rischi per i residenti nelle aree rurali e gli agricoltori fissando distanze minime di sicurezza dalle abitazioni e dalle coltivazioni biologiche per difenderle dal rischio di una possibile contaminazione accidentale.

– Nei siti Natura 2000 e nelle altre aree naturali protette deve essere vietato l’utilizzo di pesticidi pericolosi per gli habitat e le specie selvatiche, con misure di conservazione della biodiversità regolamentari vincolanti.

– Adottare tecniche biologiche per la manutenzione delle aree non agricole (rete viaria, ferroviaria) con particolare attenzione al verde pubblico e agli spazi utilizzati dalla popolazione residente nelle città.

– Prevedere il divieto totale del glifosato in Italia entro il 2022, escludendo qualsiasi ipotesi di rinnovo dell’autorizzazione concessa per cinque anni dall’Unione Europea il 27 novembre 2017.

– Definire criteri più rigorosi per la concessione delle deroghe per l’utilizzo di pesticidi di norma vietati a causa della loro pericolosità per la salute umana e per gli ecosistemi.

«La manifestazione si è conclusa trasmettendo grande energia e una sfida – hanno detto gli organizzatori – non è che l’inizio; la lotta andrà avanti fino a quando non saranno ottenuti i risultati sperati».

Fonte: ilcambiamento.it

Biodiversità: rischiamo il collasso del sistema alimentare

La Fao ha pubblicato il primo rapporto sullo Stato delle Biodiversità nel Mondo e i risultati non sono incoraggianti. Secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura siamo vicini al collasso dell’intero sistema di produzione alimentare.

“Arginare la perdita di biodiversità deve diventare una priorità nelle agende dei governi mondiali”. È quanto afferma Slow Food commentando il primo rapporto pubblicato dallo FAO sullo stato della biodiversità secondo cui siamo vicini al collasso dell’intero sistema di produzione alimentare. Il modello attuale di agricoltura, industriale ed estensivo, alla base dei nostri sistemi alimentari è al collasso, con gravi ripercussioni anche per la nostra salute. È questa la conclusione del rapporto Stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura che la Fao ha pubblicato illustrando prove preoccupanti rispetto al danno irreversibile e catastrofico sulla biodiversità del nostro pianeta, in particolare quella legata al cibo.

Tra le altre cose, il rapporto denuncia la riduzione nella diversità delle coltivazioni e delle razze da cui dipende la nostra alimentazione, la distruzione di habitat e terre destinate alle coltivazione e la gestione insostenibile delle risorse naturali.  

“Sono trent’anni che Slow Food denuncia questi pericoli e ogni tanto abbiamo avuto la sensazione di predicare nel vuoto. Oggi la situazione sta cambiando, ci pare che la gente sia più sensibile, ma forse non ci si rende conto della gravità del problema: un conto è una perdita, un conto è un collasso catastrofico. Dobbiamo sperare di essere ancora in tempo evitare questa estinzione di massa ma abbiamo bisogno dell’impegno di tutti, non solo della Fao e di Slow Food, ma di tutta la gente di buona volontà”, commenta Piero Sardo presidente della Fondazione Biodiversità Onlus.  

Da molto tempo Slow Food lavora insieme alla Fao per definire e sviluppare un modello migliore per i consumatori, per i produttori e per il pianeta. Inoltre, il presidente di Slow Food Carlo Petrini è da diversi anni ambasciatore speciale della Fao in Europa per Fame Zero.

“Non resta più molto tempo – commenta Slow Food – Abbiamo 10 anni per invertire lo stato attuale delle cose o si rischia un collasso totale e irreversibile. E questo cambio di rotta si può innescare unendo le conoscenze e le tecnologie moderne ai saperi tradizionali, ridefinendo il nostro approccio all’agricoltura e alla produzione di cibo, ponendo la tutela della biodiversità e l’ecologia al centro delle agende politiche. A ogni livello, dalle piccole produzioni fino ai governi, è necessario adottare regolamenti – come ad esempio le politiche agricole comunitarie in Europa – che proteggano la biodiversità alimentare e agricola. Non dobbiamo perdere le speranze che lo stato attuale possa cambiare. Il successo dei progetti di Slow Food ne è la prova. Dobbiamo agire insieme, e dobbiamo agire subito, per salvare il nostro cibo, per salvare il nostro pianeta, per salvarci”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/biodiversita-rischiamo-collasso-sistema-alimentare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni