È come e cosa decidiamo di mangiare che può salvare o condannare il pianeta

Ogni nostra azione ha effetto sul Pianeta: da come scegliamo di spostarci, a cosa utilizziamo per riscaldare e rinfrescare le nostre case, a cosa mangiamo. E proprio riguardo al cibo molte persone stanno scegliendo regimi alimentari differenti per cercare di ridurre le emissioni di gas serra o il consumo di suolo.carne

Per le persone che stanno facendo scelte sostenibili, per chi non crede sia necessario e per tutti quelli attenti alle problematiche ambientali e alla sostenibilità, la ricerca pubblicata su Science riguardo a come diminuire l’impatto del cibo tra produttori e consumatori sarà una lettura interessante e non priva di sorprese. I ricercatori della Oxford University e Agroscope, l’istituto di ricerca svizzero sull’agricoltura, hanno infatti creato il database esistente più completo sull’impatto ambientale di quasi 40.000 aziende agricole, 1.600 impianti di lavorazione, tipi di imballaggi, rivenditori. Questo ha consentito loro di stimare quali tecniche produttive e quali aree geografiche abbiano maggiore o minore impatto per 40 tra i principali alimenti.

Ci sono grandi differenze all’interno della filiera di uno stesso alimento: i produttori a più alto impatto di carne bovina arrivano a emettere 105 chilogrammi equivalenti di anidride carbonica e a utilizzare 370 metri quadrati di terreno per 100 grammi di proteine, ovvero 12 e 50 volte in più rispetto ai produttori a basso impatto. A loro volta, questi ultimi creano 6 volte più emissioni e usano 36 volte più terra di chi coltiva piselli. Eppure l’acquacoltura, ovvero l’allevamento industriale in acqua dolce o salata di pesci, molluschi e crostacei, può emettere più metano – ancora più impattante rispetto all’anidride carbonica come gas serra – per chili di peso vivo rispetto a un allevamento bovino.
Una pinta di birra potrebbe creare tre volte più emissioni e usare 4 volte più terreno rispetto a un’altra: questa variazione è stata delineata attraverso cinque indicatori dagli scienziati, tra i quali sono presenti l’utilizzo d’acqua, l’acidificazione e l’eutrofizzazione.
«Due prodotti che sembrano identici nei negozi possono avere due impatti completamente diversi sul Pianeta. Al momento non lo sappiamo quando decidiamo cosa mangiare. In più, questa variabilità non è del tutto riconosciuta nelle strategie e nelle politiche che cercano di ridurre l’impatto delle aziende agricole» sostiene Joseph Poore del Dipartimento di Zoologia e della Scuola di Geografia e Ambiente. Quello che invece, forse, è più semplice da immaginare è che il grosso dell’impatto viene creato da un piccolo numero di produttori. Appena il 15% della carne bovina che troviamo sul mercato crea 1.3 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica e utilizza circa 950 milioni di ettari di terreno. Se invece prendiamo in considerazione tutti i prodotti, il 25% delle aziende contribuisce alla produzione del 53% in media sul quantitativo del singolo alimento. Questo disallineamento mostra il potenziale nell’aumento di produzione e nella riduzione dell’impatto sull’ambiente.

«La produzione di cibo genera un immenso carico per l’ambiente, ma questo non è una conseguenza necessaria dei nostri bisogni. Quest’onere potrebbe essere ridotto in maniera significativa modificando il modo in cui produciamo e consumiamo», spiega Poore. I ricercatori hanno mostrato come l’utilizzo di nuove tecnologie per raccogliere dati e quantificare il proprio impatto ambientale potrebbe fornire consigli su come ridurlo e aumentare la produttività.
C’è però un problema: esistono limiti oltre i quali i produttori non possono andare. In particolare, i ricercatori hanno scoperto che i prodotti di origine animale avranno sempre un impatto superiore a quelli vegetali, anche con l’aiuto della tecnologia. Per esempio, un litro di latte vaccino, anche se a basso impatto, usa quasi il doppio del terreno e genera emissioni di gas serra pari a due volte quelle di un litro di latte di soia nella media.
Il cambiamento più grande per l’ambiente, quindi, lo può fare la nostra dieta, ancor più che acquistare carne o latticini sostenibili. In particolare, un regime alimentare a base di vegetali diminuirebbe le emissioni legate al cibo fino al 73%, a seconda del luogo in cui si vive. Una scelta di questo tipo, in maniera abbastanza sorprendente, ridurrebbe a livello globale il quantitativo di terreni impiegati per l’agricoltura di circa 3.1 miliardi di ettari, ovvero il 76%. Questo permetterebbe anche di togliere parte della pressione sulle foreste tropicali e di ripristinare allo stato naturale alcuni territori. Ma esistono anche soluzioni meno drastiche: per esempio, si potrebbe dimezzare il consumo di prodotti animali evitando proprio i produttori a maggiore impatto, raggiungendo così lo stesso 73% nella riduzione di emissioni di gas serra che si avrebbe se eliminassimo del tutto carne e latticini. In più, se diminuissimo del 20% il consumo di alcuni alimenti non necessari come oli, alcol, zucchero e stimolanti evitando, anche in questo caso, le filiere meno virtuose, le emissioni scenderebbero del 43%. Potrebbe non essere necessario, quindi, stravolgere completamente le nostre abitudini in materia di cibo: anche piccoli cambiamenti possono avere effetti importanti sull’ambiente. Occorrerebbe, però, un’adeguata comunicazione ai consumatori sul produttore (non solo sul prodotto), magari attraverso etichette ambientali, oltre che tasse e sussidi. «Dobbiamo trovare le modalità per cambiare un po’ le condizioni fino a rendere il fatto di agire in favore dell’ambiente la cosa migliore per produttori e consumatori», sottolinea Joseph Poore. L’idea sarebbe quella di indirizzare verso il consumo sostenibile e consapevole grazie a incentivi economici e a un’etichettatura chiara, per creare una spirale positiva in cui gli agricoltori stessi hanno bisogno di monitorare il proprio impatto, prendendo decisioni migliori su tecniche e processi e comunicando tutto ciò ai rivenditori, incoraggiandoli a rifornirsi da chi segue questo tipo di approccio.

Giulia Negri

Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell’atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell’organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

Francia, oltre 600mila firme per salvare le api

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Diverse associazioni ambientaliste hanno consegnato al ministro dell’ecologia francese, Ségolène Royal, una petizione dopo avere raccolto fra le 600mila e le 700mila firme richiedenti la proibizione dei neonicotinoidi, dei pesticidi che aggravano la mortalità delle api. Le organizzazioni sperano che la proibizione dei neonicotinoidi sia inscritta nella legge sulla biodiversità che deve passare in seconda lettura all’Assemblea nazionale fra qualche giorno.

Royal ha fatto sapere di voler sostenere questa proibizione:

“È indispensabile mettere fine all’utilizzo di questo tipo di prodotti chimici, degli insetticidi che uccidono le api e influenzano la biodiversità ma anche l’agricoltura, poiché le api sono impollinatrici. I neonicotinoidi toccano il cervello della api e dunque hanno anche impatto sulla salute umana. È tempo di capire che è fissando delle regole ferme che i ricercatori e gli industriali investiranno in altri prodotto sostitutivi che non influenzano la salute umana”.

Come confermato dal ministro dell’agricoltura, Stéphane Le Foll, ogni anno 300mila colonie di api vengono decimate dai neonicotinoidi. Questi pesticidi sono stati oggetto di una moratoria parziale, da parte dell’Europa, dalla fine del 2013.

Fonte:  Le Monde

Foto | Davide Mazzocco

In Africa elefanti e uomini salvati dalle api

L’Ong Silent Heroes Foundation ha lanciato con successo un ingegnoso sistema per evitare i conflitti fra elefanti e uomini nelle aree coltivate dell’Africaapi-8

Su Ecoblog vi abbiamo spesso raccontato di quanto le api siano importanti nell’equilibrio degli ecosistemi e di quali disastri ecologici siano connessi alla loro scomparsa, ma dell’impiego del più operoso degli insetti nella salvaguardia degli elefanti non avevamo ancora parlato. In diversi Paesi africani, infatti, le api vengono utilizzate per ridurre i conflitti fra gli elefanti e gli esseri umani. In Africa la popolazione continua ad aumentare e gli elefanti si trovano sempre di più a contatto con l’attività umana: il loro transito rischia di distruggere le coltivazioni necessarie al sostentamento delle popolazioni che popolano le aree agricole. Per evitare questi passaggi distruttivi gli animali vengono spaventati con colpi di pistola, petardi, lancio di pietre e fruste. Spesso gli animali reagiscono in maniera aggressiva e vi sono vittime da entrambe le parti. In Tanzania un progetto pilota della Ong Silent Heroes Foundation è stato lanciato nella zona del cratere di Ngorongoro, a sud est del Parco Nazionale del Serengeti. Alcuni alveari, collegati fra loro da un filo, sono stati installati su pali e alberi situati nei pressi dei campi coltivati. Se gli elefanti transitano in questi passaggi, lo scotimento del filo è inevitabile e le api arrabbiate pizzicano gli elefanti. Gli esemplari punti dalle api conservano il ricordo della morsicatura e tendono a non voler più transitare da quella via. “Questo approccio olistico, che permette alle comunità di vivere in armonia con gli elefanti e di non stigmatizzarli, può portare alla conservazione della specie, anche se resta ancora da risolvere la crisi per il bracconaggio dell’avorio”,

dice Hayley Adams, veterinaria americana e co-fondatrice della Silent Heroes Foundation. Gli alveari non solo limitano la conflittualità uomo-elefante, ma sono anche una fonte di reddito grazie al miele che viene depositato dalle api. Questa tecnica, sviluppata nel 2008 dalla scienziata britannica Lucy King, viene già utilizzata in paesi africani come Kenya, Botswana, Uganda e Mozambico. La ricerca – vincitrice del premio Unep del 2011 – aveva dimostrato che il 90% degli elefanti fugge quando sente il ronzio delle api.

Fonte:  Le Monde

Foto | Mazzocco

Una grande marcia in Nicaragua per salvare la terra

Francisca Ramirez, coordinatrice del Consejo Nacional para la Defensa de la Tierra, el Lago y la Soberanía, annuncia: “A settembre terremo una grande manifestazione nella capitale nicaraguense a difesa dei contadini e della terra”, minacciati dalla costruzione del canale del Nicaraguacanale_nicaragua

Francisca Ramirez sta combattendo, insieme a intere cittadine e villaggi, contro la costruzione del canale del Nicaragua, un percorso navigabile tra il Mar dei Caraibi (Oceano Atlantico) e l’Oceano Pacifico approvato nel 2013 dal governo nicaraguense del presidente Daniel Ortega che ha dato una concessione cinquantennale (rinnovabile per altri 50 anni) al gruppo di Hong Kong guidato dal miliardarioWang Jing. Già a giugno 2013 30mila dimostranti hanno raggiunto la città di  Juigalpa per esprimere la loro opposizione al progetto. La Ramirez annuncia una grande marcia nella capitale a settembre che riprenda il successo della manifestazione tenutasi nel 2013. La cosiddetta legge 840 è stata redatta e approvata nel giro di una settimana, senza alcun emendamento e dà mano libera al gruppo HKND, di proprietà del miliardario Wang Jing.  Mónica López Baltodano, giovane avvocatessa nicaraguense, fa parte di un gruppo di 183 persone che ha presentato ricorso alla Corte Suprema del paese elencando 31 eccezioni di incostituzionalità nel passaggio di questa legge. Il progetto, spiegano gli oppositori, travolge e devasta terre, acqua, aree marittime e risorse naturali senza nemmeno compensazioni ambientali o economiche. Nemesia Mejia, uno dei cittadini di Punta Gorda, spiega come oltre 200mila persone dipendano, per esempio, dal Lago Nicaragua per l’acqua che verrà contaminata con la realizzazione del canale. Poi il tema dele coste: “La legge 840 calpesta tutti i diritti nei nicaraguensi a vantaggio del gruppo industriale asiatico, danneggia il nostro ambiente, l’economia e la nostra sovranità”. Il riferimento è al fatto che il gruppo HKND non potrà essere punito secondo la legge nicaraguense per eventuali violazioni e non si assume alcuna responsabilità per le ripercussioni sociali e ambientali. La costruzione del canale è iniziata nel dicembre 2014, costerà 50 milioni di dollari.  Nella primavera scorsa un gruppo di scienziati internazionali ha criticato aspramente il progetto. Oltre 250mila contadini perdono le loro terre e l’ambiente non si riprenderà più, dicono gli attivisti che accusano il governo di presidiare militarmente la zona per intimidire ogni protesta.

Fonte: ilcambiamento.it

L’agroalimentare italiano salvato dall’export: +36% negli Usa

Le tensioni fra Ue e Russia hanno fatto crollare del 45% gli ordini della Russia. Le esportazioni del settore agroalimentare italiano negli Stati Uniti hanno registrato un aumento del +36% rispetto all’anno precedente, secondo i dati raccolti ad aprile 2015. Il forte impulso all’export è stato favorito dal tasso euro/dollaro estremamente favorevole, ma risultati oltre le aspettative sono stati anche quelli riguardanti l’India (con un +25%) e Cina (con un +18%). La Coldiretti, in riferimento ai dati Istat sul commercio estero nei paesi extra Ue ad aprile 2015, ha registrato un aumento record del 12,2% delle esportazioni italiane rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il cambio favorevole ha reso maggiormente competitive le aziende di casa nostra e l’export diventa, ancora una volta, un’ancora di salvezza per i molti piccoli, medi e grandi imprenditori capaci di guardare oltre i confini nazionali. L’export è il fattore in grado di sostenere l’economia in una fase nella quel permane la stagnazione dei consumi interni.
Anche nei dati relativi all’export di alimenti e bevande verso Stati Uniti e Cina del primo trimestre permane il segno positivo: + 20% per l’export verso gli Usa e + 23% verso l’Estremo Oriente. Pesante è, invece, il segno negativo delle esportazioni verso la Russia: le tensioni nei rapporti fra l’Ue e Mosca conseguenti al conflitto ucraino, il crollo del rublo e l’embargo hanno portato a un calo del 45% rispetto ai primi tre mesi del 2014. Ora bisogna capire se l’Expo 2015 farà da ulteriore volano a un export che resta il fiore all’occhiello della nostra economia. Intanto, proprio quest’oggi, il ministro Martina ha lanciato The Extraordinary Italian Taste, un marchio di qualità destinato a proteggere il cibo italiano dai numerosi “falsi cibi” che si trovano in commercio in giro per il mondo e che sottraggono alla nostra filiera agroalimentare all’incirca 60 miliardi di euro l’anno di potenziali esportazioni. Questa, infatti, è la cifra del business che ruota intorno ai cibi contraffatti e al cosiddetto Italian Sounding di cui Ecoblog si è occupato più volte.made-in-italy

Fonte:  Coldiretti

Michel, da Como al Perù per salvare l’Amazzonia

Michel, a poco più di vent’anni, ha lasciato l’Italia per trasferirsi in Sud America e combattere contro la deforestazione e la monocoltura. Oggi ha 33 anni; in Perù ha fondato una Ong con cui porta avanti il suo progetto e ha dato corpo e voce a ciò in cui crede. E ci racconta la sua storia.4

Michel, classe ‘82, nato a Cantù, una laurea in Ingegneria Ambientale al Politecnico di Milano, da 10 anni vive in Sud America per inseguire un sogno: attuare un modello di sviluppo sostenibile nella regione amazzonica, per permettere alle comunità presenti di coesistere con l’ecosistema forestale senza trasformarlo in una vasta monocoltura agricola. Oggi, dopo aver viaggiato, studiato e lavorato in Costa Rica, Nicaragua e Perù, vive a Madre de Dios, nell’amazzonia peruviana, dove ha fondato una Ong locale – ArBio – con cui porta avanti il suo progetto di preservazione dell’ecosistema forestale.

Michel come è iniziato il tuo viaggio in America Latina?

«Tutto è cominciato con il corso di studi in Ingegnieria Ambientale e dalla possibilità di partecipare a un programma di cooperazione internazionale tra atenei, che mi ha permesso di studiare un semestre Ingegneria Forestale a Santiago del Cile. Avevo 21 anni, non sapevo lo spagnolo, ma ho pensato che non poteva essere così difficile e mi sono tuffato. In Cile ho scoperto la differenza tra l’insegnamento accademico italiano, molto teorico, e quello latinoamericano, dove gli esami si fanno camminando nella foresta con il prof che ti chiede i nomi di flora e fauna che si presentano lungo il cammino. Questo mi ha permesso di trasformare la teoria in pratica, di trasformare lo studio nella mia vita e nel mio lavoro».

Cos’è successo da lì in poi?

«Finita l’università partii subito per la Costa Rica, un’eccellenza a livello mondiale sulle politiche ambientali. Un Paese che dal 1946 ha abolito l’esercito per destinare i fondi militari all’educazione e alla sanità pubblica e che già oggi, grazie alle sue politiche ambientali, si può definire a “emissioni zero”. E’ il primo e unico Paese al mondo a non contribuire all’effetto serra. Questa esperienza mi ha insegnato tanto sulla gestione delle politiche ambientali a livello internazionale e su come funzionino le grandi Ong. E a questo punto non sono più riuscito a tornare indietro. La decisione è stata ovvia sia dal punto di vista etico che lavorativo: sono un ingegnere senza lavoro, con maestria in gestione e conservazione della foresta tropicale, e con una foresta amazzonica a fianco, che faccio? Così, insieme alla mia compagna di allora, Tatiana, anche lei ingegnere ambientale, e a Rocio, un’ingegnere dell’industria alimentare, abbiamo deciso di creare qualcosa di nostro, e così è nato ArBio».

Di cosa si tratta?

«ArBio è una Ong che vuole opporsi alla monocoltura intensiva proponendo e sviluppando un modello di Conservazione Produttiva: un metodo che permette di conservare e valorizzare l’ecosistema, mantenendo l’architettura della foresta e, al contempo, generare benessere per le comunità che vi vivono, coltivando specie produttive. Questo modello si chiama Forestería Analoga: un sistema di agricoltura che promuove la resilienza, rispetta l’ecosistema forestale e garantisce reddito e sostentamento alle comunità che vi abitano».

Perché proprio nella regione di Madre de Dios?

«Perché in questa regione è stata da poco terminata una superstrada: la Superstrada Interoceanica che parte dalla costa pacifica del Perù e scende nella regione amazzonica fino alle coste atlantiche del Brasile. Questa strada ha sicuramente aiutato a migliorare la qualità della vita della popolazione locale ma al tempo stesso ha portato con sé il classico sistema di sviluppo e uso del territorio che prevede deforestazione, incendi massivi, monocolture e allevamenti bovini estensivi. Oggi in Brasile guidando lungo la stessa superstrada, la foresta non si vede più: in soli venti anni sono stati rasi al suolo 50 km di foresta a destra e 50 km a sinistra dalla superstrada. Questo mi ha fatto scattare l’idea: in Perù la superstrada è ancora nuova e quindi è ancora possibile intervenire per fermare la deforestazione. Madre de Dios inoltre è una delle uniche zone al mondo che ancora possiede comunità indigene pristine. La metà della regione è sotto l’egida di parco nazionale, riserva territoriale delle comunità indigene destinata alla conservazione assoluta. Ma cosa fare con l’altra metà? Un territorio grande come la Svizzera, che non è protetto in nessun modo e che, se lasciato a se stesso, si trasformerà in monocoltura o terra di allevamento, cosa inammissibile per moltissime ragioni: la quantità di CO2 che attualmente è immagazzinata in forma solida e che verrebbe bruciata, la quantità di biodiversità che si perderebbe, l’importanza che ha il manto forestale nella preservazione del suolo e della sua fertilità».

Come si svolgono le tue giornate?

«In genere per tre settimane al mese vivo in città a Puerto Maldonado, dove svolgo più o meno lavoro d’ufficio, autogestito. Per una settimana poi mi trasferisco nella foresta e qui il mio lavoro varia dal pattugliare ad aprire sentieri, dal costruire o installare fototrappole al coltivare l’orto dal pulire al sistemare il campo e molto altro ancora. Si tratta comunque di uno stile di vita molto diverso da quello cui si è abituati».

Cosa intendi?

«La nostra è una vita sobria, molto diversa da quella “tradizionale”. Cambia la maniera di vedere le cose, qui una cosa mezza rotta non è ancora rotta e quindi si continua a usare e poi si cerca di aggiustarla e, soprattutto, cambia il modo di relazionarsi con le persone, qui le relazioni, la comunità, i rapporti anche con gli sconosciuti hanno un immenso valore. Sicuramente ho molte libertà e molto tempo. Dal 2006 non ho neanche la televisione e adesso non sopporto nemmeno i 4 secondi di pubblicità di youtube. A volte però mi sento fuori dalla società, intesa sia come possibilità di andare al cinema, al teatro, al centro sociale, in discoteca, in libreria, a un concerto o via dicendo, sia come presenza di infrastrutture, trasporto pubblico, rete fognaria, eccetera».

Com’è vivere dedicando il proprio tempo alle proprie passioni, ai propri sogni, alla natura?

«È bello. Sono orgoglioso di quello che faccio, e non è sempre facile esserlo. Certo, vorrei che il mio lavoro mi permettesse una vita più decorosa in termini di guadagni e più gratificante in termini di riscontri, ma sono sicuro che prima o poi la gente capirà l’importanza di quello che facciamo».

Come si può dare una mano?

«Adottando un pezzo di foresta! Diecimila metri quadri si possono proteggere con 30 euro all’anno, 2,5 euro al mese. E’ il costo stimato per coprire le spese per il custode forestale, la manutenzione basica delle stazioni di vigilanza (cucina e acqua potabile), il monitoraggio e gli investimenti in ricerca. Oppure si può donare a ArBio il 5 per mille. O ancora, decidere di proteggere una foresta come azienda, associazione o ente. E infine, nel caso delle aziende, si può decidere di fare un Life Cycle Assessment (valutazione del ciclo di vita, conosciuto anche con la sigla LCA, ndr) dei propri prodotti con Demetra. Oppure potete sempre venire a trovarci! Chi ha adottato un ettaro di foresta può venire a vederlo quando vuole: l’alloggio al campo base è gratuito, viaggio e vitto no. Per chi invece volesse venire a darci una mano o a imparare il mestiere il momento migliore è da ottobre in poi. L’inizio della stagione delle piogge è, infatti, il periodo in cui si pianta, prima non c’è tanto da fare. Dall’anno prossimo invece le possibilità aumenteranno: stiamo mettendo in piedi una fattoria didattica per la popolazione regionale e stiamo pensando a una casetta dove far alloggiare i volontari».

Come vedi l’Italia da laggiù?

«Una tartaruga gigante che si muove a rilento, con un sacco di molecole che stanno ribollendo di attività interna ma con un guscio duro di vecchie e corrotte abitudini che ancora oggi non si riesce a spezzare».

Cosa consigli a chi vorrebbe molare tutto e cambiare vita?

«Cambiatela. Come paracadute, potete sempre tornare a quella vecchia, che non sarà ovviamente la stessa, ma meno male. Per questo volete cambiare, no?».

FB: https://www.facebook.com/arbioperu?fref=ts

Web: http://www.italiano.arbioperu.org/

Fonte: ilcambiamento,it

É ora di salvare le api

Alveari spopolati, apicoltori in allarme, sull’orlo del tracollo il delicato equilibrio dell’impollinazione che garantisce anche a nostra sopravvivenza. E’ veramente ora di salvare le api.salviamo_le_api_firma

 

Le colonie di api si vanno riducendo ad un ritmo drammatico, gli alveari si spopolano, crolla la produzione di miele e l’attività di impollinazione. La sospensione temporanea degli insetticidi neonicotinoidi non basta più, occorre un bando definitivo. Per questo si batte Greenpeace che sta continuando a raccogliere le firme per avanzare questa richiesta al governo (puoi firmare qui). Un primo passo dunque è proprio vietare i pesticidi dannosi, a partire dalle sostanze più pericolose attualmente autorizzate in Europa, come imidacloprid, thiamethoxam, clothianidin, fipronil, clorpirifos, cipermetrina e deltametrina. Poi occorre praticare e promuovere pratiche agricole sostenibili, attraverso l’adozione di piani d’azione per gli impollinatori a livello nazionale, sostenere e promuovere pratiche agricole che apportino benefici all’opera di impollinazione all’interno dei sistemi agricoli: come la rotazione delle colture, aree di interesse ecologico a livello aziendale e l’agricoltura biologica. E’ necessario migliorare la conservazione degli habitat naturali e semi-naturali all’interno e intorno alle aree agricole, nonché incrementare la biodiversità nei campi. Bisogna aumentare i fondi per ricerca e sviluppo di tecniche agricole sostenibili che si allontanino dalla dipendenza da sostanze chimiche per il controllo dei parassiti, per andare verso l’uso di strumenti basati sulla biodiversità per controllare i parassiti e migliorare la salute degli ecosistemi. A livello europeo bisogna indirizzare maggiori fondi per la ricerca sull’agricoltura ecologica nell’ambito della PAC (pagamenti diretti) e di Orizzonte 2020 (programma europeo di ricerca). Possiamo fare molto anche noi, con le nostre forze.

Per esempio scarica le istruzioni per costruire un rifugio per le api nel tuo giardino

Scarica l’elenco dei fiori amici delle api che puoi piantare dovunque tu abbia posto

Stampa il volantino e diffondilo nel tuo quartiere, tra i colleghi di lavoro, gli amici, a scuola

Fai vedere a tuo figlio questo video, imparerà con le immagini e la musica quanto sia importante salvare le api

Fonte: ilcambiamento.it

#FloodWallStreet, un’onda blu per salvare il pianeta

In concomitanza con il vertice sul clima a New York, indetto dal segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, migliaia di attivisti marceranno nel cuore della città per dire no al capitalismo responsabile dei cambiamenti climatici. Presenti la scrittrice Naomi Klein e il premio Pulitzer Chris Hedges.floodwallstreet

Mentre i leader mondiali si incontrano domani per uno storico vertice sul clima organizzato dalle Nazioni Unite e indetto da Ban Ki-moon, migliaia di persone oggi, provenienti da tutto il mondo e vestite di blu come l’acqua del mare, inonderanno Wall Street,dando vita al#FloodWallStreet, un sit in di protesta pacifica contro le istituzioni politiche, sociali ed economiche responsabili della crisi climatica nel mondo. Alla presenza di autori-attivisti come Naomi KleinChris HedgesRebecca Solnit, i manifestanti sono pronti a marciare verso il cuore finanziario di New York: ci saranno bande musicali, grandi pupazzi, una bandiera Flood Wall Street di 300 piedi, e tutto all’insegna della non violenza e della disobbedienza civile, ma con la consapevolezza di poter essere arrestati dalle forze di polizia, come viene esplicitamente riportato sul sito ufficiale dell’evento. “Flood Wall Street” si svolge il giorno dopo la People’s Climate March (ieri per chi legge, ndr), considerata la più grande manifestazione della storia per salvare il pianeta, organizzata da350.org, una ong attiva in oltre 188 paesi ma con base in Ame­rica, e che sta costruendo un movi­mento glo­bale sul tema dell’ambiente. L’onda blu è la risposta ad una richiesta di azione non violenta da parte del Climate Justice Alliance, una coalizione di organizzazioni di persone di colore e della classe operaia: “Unisciti a noi e solidarizza con le prime linee della resistenza in tutto il mondo, partecipando ad un’azione non violenta contro le corporazioni che guidano l’economia estrattiva”, questa la chiamata per il grande raduno di oggi. Tante le sigle che ne faranno parte, tra le quali ovviamente anche i “veterani” diOccupy Wall Street. «I cambiamenti climatici e gli eventi meteorologici estremi – afferma Michael Premo, uno degli organizzatori – come ad esempio le inondazioni che abbiamo visto qui a New York con l’uragano Sandy, sono causati dall’industria dei combustibili fossili. Come l’acqua, stiamo inondando Wall Street perchè sappiamo che la causa maggiore del repentino cambiamento climatico mondiale è il sistema capitalistico che mette al proprio centro il profitto anziché le persone e il pianeta intero». L’azione del Flood Wall Street ha anche lo scopo di evidenziare le condizioni delle classi più colpite dalle conseguenze dei disastri ambientali, come gli indigeni, le comunità di colore e le fasce a basso reddito che vivono nelle zone a rischio. «Sono loro ad essere colpite per primo da tempeste, inondazioni e siccità – ha affermato Michael Leon Guerrero del Climate Justice Alliance – Inondiamo Wall Street per dire stop al finanziamento della distruzione del pianeta e per fare invece spazio a sistemi economici favorevoli al benessere delle persone e del pianeta». Entrambe le manifestazioni, la People’s Climate March e la #FloodWallStreet, ricordano le strategie comunicative di Occupy Wall Street, ovvero, se ne comincia a parlare mesi prima sui social network, facendo trapelare che qualcosa di grande avverrà di lì a poco. Importante, da questo punto di vista, anche il documentario Disruption, uscito ai primi di settembre e disponibile online, a cui il movimento di protesta si ispira.

 

Disruption – Official Trailer from Watch Disruption onVimeo.

Fonte: ilcambiamento.it

Conoscere i rapaci per poterli salvare

Martino Danielli, naturalista e attivista ambientale, ha un’azienda agricola dove pratica un’agricoltura ecologica e sostenibile. Appassionato animalista, ci parla dei rapaci, della drastica diminuzione degli esemplari in questi decenni e dell’importanza che hanno per l’ambiente. E soprattutto ci spiega come salvaguardarli.rapaci

La mia passione di naturalista mi ha portato, fin da ragazzino, ad interessarmi degli animali che vivevano nelle  campagne intorno alla mia casa. Tra le innumerevoli specie che frequentavano i pascoli, i campi e i boschi, vi sono stati e vi sono ancora diversi rapaci, sia diurni che notturni. Si tratta di specie dalle caratteristiche fisiche, dall’ecologia e dal comportamento assai diversi fra loro, eppure tutte sono accomunate da due caratteristiche: sono all’apice della catena alimentare e sono predatori. Questi animali affascinanti e abbastanza elusivi hanno stimolato la mia curiosità e ammirazione, e con il passare degli anni e le frequenti letture di cui erano protagonisti ho imparato a conoscerli meglio, e di conseguenza a capire quanto siano importanti per l’ecosistema, quanto sia fragile il loro equilibrio e quanto sia in pericolo la loro sopravvivenza. I rapaci sono ottimi volatori, hanno una vista eccezionale e un udito molto sviluppato; sono estremamente legati alla prole che accudiscono e nutrono con tutte le loro energie. Uno dei rapaci più grandi e più in pericolo di estinzione è, per esempio, il gipeto. Un avvoltoio di grandissime dimensioni, che raggiunge i tre metri di apertura alare e i sette chili di peso. Vive nelle montagne più impervie e selvagge, come i Pirenei e le Alpi; ha una dieta estremamente specializzata, nutrendosi prevalentemente di ossa e tendini. La sua popolazione in Europa si aggira intorno ai duecento individui ed è pericolosamente minacciata di estinzione. Bracconieri e pastori ne hanno uccisi centinaia e centinaia nel corso dei secoli, fondamentalmente per ignoranza, dato che questi animali non rappresentano alcun pericolo per le greggi. Per questo, e per l’abbandono della pastorizia tradizionale, il gipeto è in declino un po’ ovunque. Ho avuto la fortuna di poterlo vedere volare negli immensi spazi delle Alpi, dove lentamente sta ritornando a vivere grazie anche a progetti di reintroduzione. Nel corso delle mie escursioni ho osservato molte specie di rapaci nel loro ambiente naturale. Uno di questi è il biancone, o aquila dei serpenti europea. Si tratta di un maestoso uccello dalla livrea molto particolare:la parte inferiore è bianca con striature scure, la parte superiore è bruna e la testa grigio-bruna. La sua dieta è quasi esclusivamente composta da serpenti, migra in autunno al di sotto del Sahara, dove trascorre l’intero inverno. E’ un animale maestoso e intelligente, poco conosciuto ed estremamente fragile. I cambiamenti climatici, gli incendi, i tralicci dell’alta tensione e le attività criminali dei bracconieri hanno decimato i bianconi come altre decine di specie di rapaci. Per molti di loro il futuro è particolarmente incerto e pericoloso, rischiano l’estinzione e il declino, quando ancora poco si sa delle loro caratteristiche, dei loro comportamenti e del ruolo che li unisce agli altri organismi viventi. Le migrazioni sono diventate sempre più difficili, i territori dove vivono da decine di migliaia di anni sono cementificati, inquinati e alterati in mille modi, l’ignoranza e la cattiveria di bracconieri e dei collezionisti hanno falcidiato intere popolazioni, i cambiamenti climatici alterano habitat e comportamenti. Per questi motivi e per il fascino che esercitano su molte persone questi esseri misteriosi, ho deciso nell’ambito della mia attività di Guida Ambientale di realizzare un corso che abbia lo scopo di far conoscere questi animali e i loro problemi, ed allo stesso tempo insegni il riconoscimento sul campo attraverso l’analisi dei richiami e delle immagini di sagome e piumaggio. Il corso di ornitologia si svilupperà con l’intento di apprendere le basi della biologia e dell’ecologia dei rapaci. Perché un aiuto concreto alla natura passa dalla sua conoscenza, ed in particolare dalla conoscenza dei meccanismi che regolano gli equilibri tra gli esseri viventi e l’ambiente che li circonda. Questa è la mia filosofia di vita e la filosofia del mio lavoro.

Fonte: ilcambiamento.it

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Pamela Anderson con Sea Shepherd per salvare i globicefali alle Isole Faroe

Pamela Anderson la procace bagnina di Bay Watch è convinta vegana e sostenitrice di Sea Sheperd. In queste ore è in Danimarca per sollecitare il Paese a sospendere la caccia ai globicefali che si tiene ogni anno alle Isole Faroe

Dopo aver ottenuto la vittoria sul Giappone fermando la caccia alle balene i volontari di Sea Shepherd sono di nuovo in mare. Questa volta l’obiettivo sono le Isole Faroe in Danimarca tristemente note per la caccia ai globicefali o balene pilota, grossi mammiferi che sono massacrati alla fine dell’estate. Testimonial della campagna GrindStop 2014 è Pamela Anderson per cui Sea Sheperd aveva convocato una conferenza stampa mondiale via web per oggi, purtroppo saltata a causa delle cattive condizioni del tempo che hanno fatto ritardare gli arrivi aerei.

La questione però è tutta politica come fa notare il Capitano Paul Watson:

Per anni la Danimarca ha detto che il Protettorato Danese delle Isole Faroe era fuori dal proprio controllo e, pertanto, di non poter fare nulla per fermare l’orrenda pratica del massacro di globicefali e delfini. Questa settimana si è brutalmente palesata la verità sul sostegno da parte della Danimarca alla Grindadráp (traduzione: “Omicidio di cetaceo”). Forze speciali della polizia e della marina danese sono giunte nelle Isole Faroe per garantire ai feroesi la possibilità di svolgere il loro tradizionale rito di uccisione di cetacei. Questo in risposta alla più vasta ed efficace campagna mai lanciata da Sea Shepherd – Operazione Grind Stop 2014 – volta a fermare il sanguinoso massacro di globicefali perpetrato dai feroesi, che lo scorso anno è costato la vita a 1.104 esemplari. Sea Shepherd ha a disposizione 500 volontari e sei barche per portare avanti l’opposizione al massacro durante questa estate. Attualmente sono 70 i volontari presenti sulle isole.PAMELA-ANDERSON-620x350

Ma il governo danese ha optato per una politica forte, decidendo di mostrare i muscoli e annunciando che chiunque ostacoli la caccia alle balene pilota e ai delfini sarà arrestato e espulso dalle Isole. Il Capitano Watson ha replicato:

E’ incredibile. Un piccolo gruppo di volontari disarmati, non violenti, mossi dalla compassione, provenienti da tutto il mondo, guidati da due donne dinamiche come Lamya Essemali, francese, e Rosie Kunneke, sudafricana, hanno scatenato un’enorme reazione di proporzioni comiche. La Marina e la polizia danesi stanno spendendo una grande quantità di denaro e sono pronte a usare la violenza contro persone pacifiche e compassionevoli per difendere un massacro di cetacei, severamente vietato dall’Unione Europea, della quale la Danimarca è membro. Finalmente, adesso possiamo guardare in faccia la verità, e cioè che il governo della Danimarca appoggia pienamente il massacro dei globicefali e dei delfini ed è pronto a dimostrare tale sostegno con la violenza.

La campagna di Sea Shepherd è appena agli inizi.

Fonte:  Sea Shepherd@facebook