Riscaldamento e allevamenti intensivi: in pianura padana causa del 54% delle polveri fini

Un rapporto di Greenpeace e ISPRA evidenzia le ingenti responsabilità degli allevamenti intensivi nel generare emissioni di polveri sottili in Nord Italia, secondi solo al riscaldamento per quanto riguarda la produzione di PM 2,5. Mentre diverse analisi mostrano come chi vive in aree con alti livelli di inquinamento dell’aria sia più incline a sviluppare problemi respiratori cronici, che sono terreno fertile per agenti infettivi come il Covid19, uno studio dell’Unità investigativa di Greenpeace Italia, in collaborazione con ISPRA, indaga i settori maggiormente responsabili del particolato in Italia.

A formare lo smog della Pianura Padana, oltre a ossidi di azoto e di zolfo, concorre in maniera importante l’ammoniaca che, liberata in atmosfera, si combina con questi componenti generando le polveri fini. Cruciale il ruolo degli allevamenti, responsabili di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca in Lombardia. Secondo l’Arpa regionale, l’ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti “concorre mediamente a un terzo del PM della Lombardia, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta superando il 50 per cento del totale”.

“I Comuni dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul loro territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini” afferma Riccardo De Lauretis, responsabile dell’area emissioni e prevenzione dell’inquinamento atmosferico di ISPRA. Lombardia ed Emilia-Romagna risultano, infatti le aree più inquinate d’Italia – sicuramente dal punto di vista del particolato – e tra le più inquinate d’Europa. Arpa Lombardia conferma poi il rapporto di causa-effetto tra le attività zootecniche e l’aumento di PM, con picchi registrati durante lo spandimento di liquami sui campi. Mentre in Lombardia è chiaro il peso del settore allevamenti per l’inquinamento da PM, a livello nazionale la ricerca dell’Unità investigativa di Greenpeace Italia in collaborazione con ISPRA mostra per la prima volta, dal 1990 al 2018, una media di quali settori abbiano maggiormente contribuito alla formazione del particolato PM2,5. Nell’analisi viene scattata anche una fotografia del 2018, anno in cui i settori più inquinanti si confermano essere il riscaldamento residenziale e commerciale (37 per cento) e gli allevamenti (17 per cento). Questi due settori insieme sono la causa del 54 per cento del PM2,5 nazionale. La percentuale del contributo degli allevamenti non è mai diminuita, anzi è passata dal 7 per cento nel 1990 al 17 per cento nel 2018.

“Gli allevamenti intensivi non solo si confermano la seconda causa di polveri sottili, ma si può osservare come dal 1990 al 2018, il loro contributo sia andato crescendo. Paradossalmente, però, una gran quantità di soldi pubblici continua a foraggiare questo sistema, a cominciare dai sussidi della PAC” commenta Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. “Per ridurre le emissioni di ammoniaca e quindi le concentrazioni di particolato il settore allevamenti potrebbe fare molto. Puntare sulla qualità invece che sulla quantità è una priorità: attraverso produzioni che rispettino alti standard anche dal punto di vista ambientale, possiamo rilanciare il nostro Made in Italy dopo questa difficile fase emergenziale, per questo le strategie future, come il Green Deal europeo e Farm to Fork, e strumenti come la PAC devono prevedere risorse adeguate per aiutare le aziende agricole a ridurre il numero degli animali allevati e nel passaggio a metodi di produzione ecologici”.

Il rischio, altrimenti, avverte ISPRA, è che “mentre abbiamo centrato i limiti emissivi per tutte le sostanze per il 2020, se la situazione attuale non cambierà per l’Italia sarà molto sfidante, per non dire difficile, stare entro i limiti fissati per il 2030”.

Leggi la ricerca “Covid, esposizione al particolato e allevamenti intensivi”. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/riscaldamento-allevamenti-intensivi-pianura-padana-polveri-fini/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Giornata della Terra: “Chiediamo stop a deforestazioni e sostegno all’agroecologia”

In occasione della Giornata Internazionale della Terra una coalizione planetaria di oltre 500 organizzazioni chiede lo stop alle deforestazioni e alla perdita di biodiversità e il sostegno alle piccole e medie produzioni agroecologiche. Riconoscere lo stato di crisi in cui si trova il pianeta Terra, identificare le reali cause che hanno condotto all’emergenza sanitaria Covid 19 e approfittare del lockdown per ripartire con un vero cambio di paradigma produttivo, economico, sociale e culturale che tenga conto di quanto la salute della Terra e di tutte le specie che la abitano, animali e vegetali, siano profondamente interconnesse. È questa la richiesta di oltre 500 organizzazioni della società civile internazionale, appartenenti a oltre 50 paesi, che hanno aderito all’appello lanciato da Navdanya International, Naturaleza de derechos e Health of Mother Earth foundation in occasione della Giornata Internazionale della Terra. Il documento, a cui hanno aderito le maggiori organizzazioni ecologiste di tutto il mondo fra cui Ifoam, Third World Network, International Forum on Globalization, Organic Consumers Association, Acción Ecológica, Isde-Medici per l’ambiente, Pesticide Action Network – Italia e Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, e sottoscritto da centinaia di ambientalisti fra cui Vandana Shiva, Adolfo Perez Esquivel, Maude Barlow, Maria Grazia Mammuccini, Carlo Triarico, Patrizia Gentilini e Lucio Cavazzoni, denuncia lo stato di degrado del pianeta dovuto a un sistema economico estrattivista e irresponsabile, sotto il controllo di un pugno di multinazionali, interessato solo a ottenere il massimo dei profitti senza curarsi dei danni provocati a livello sociale e ambientale.

https://www.italiachecambia.org/wp-content/uploads/2020/04/deforestazione-1024x683.jpg

La pandemia in atto, si denuncia nell’appello, è l’ennesimo esempio di una cattiva gestione delle risorse naturali ma è anche un ulteriore grido di allarme che deve necessariamente essere ascoltato prima della prossima inevitabile calamità. Le organizzazioni internazionali chiedono di non tornare al “business as usual” ma piuttosto di supportare le iniziative “bottom up”, già attive su moltissimi territori e basate sul rispetto dell’ambiente e del lavoro, per promuovere una fase di transizione verso sistemi economici democratici, equi ed ecologici. In particolare, è il sistema di produzione agricola industriale a confermare, anche in questa occasione, la sua insostenibilità. La corsa alla deforestazione, per ottenere nuove terre da sfruttare per piantagioni e allevamenti, crea le condizioni ideali per la diffusione di nuove epidemie: «Invadendo gli ecosistemi forestali, distruggendo gli habitat delle specie selvatiche e manipolando piante e animali a scopo di lucro, creiamo le condizioni per nuove epidemie. Negli ultimi 50 anni sono emersi fino a 300 nuovi agenti patogeni. È ben documentato che circa il 70% degli agenti patogeni umani, tra cui HIV, Ebola, Influenza, MERS e SARS, sono emersi quando gli ecosistemi forestali sono stati invasi e i virus sono passati dagli animali all’uomo (salto di specie). Quando gli animali sono costretti a vivere in allevamenti industriali per massimizzare i profitti, nascono e si diffondono nuove malattie come l’influenza suina e l’influenza aviaria».
Agricoltura industriale e allevamenti intensivi contribuiscono alla crisi sanitaria e a debilitare i nostri sistemi immunitari rendendoci ancora più esposti a nuove malattie: «L’agricoltura industriale ad alta intensità chimica e i sistemi alimentari industriali danno origine a malattie croniche non trasmissibili come difetti congeniti, cancro, disturbi endocrini, diabete, problemi neurologici e infertilità. In presenza di queste condizioni preesistenti, che sono alla base della compromissione del nostro sistema immunitario, la morbosità del Coronavirus aumenta drammaticamente».

https://www.italiachecambia.org/wp-content/uploads/2020/04/covid-19-4961257_1920-1024x576.jpg

È allora necessario ripartire favorendo processi di localizzazione e di economia circolare: «Durante la crisi del Covid-19 e nella fase di ripresa post-coronavirus dobbiamo imparare a proteggere la Terra, i suoi sistemi climatici, i diritti e gli spazi ecologici delle diverse specie e dei diversi popoli – indigeni, giovani, donne, contadini e lavoratori. Per la Terra non ci sono specie sacrificabili e non ci sono popoli sacrificabili. Tutti noi apparteniamo alla Terra. Per evitare future pandemie, carestie e un possibile scenario in cui le persone vengano considerate sacrificabili, dobbiamo andare oltre il sistema economico globalizzato, industrializzato e competitivo. La localizzazione lascia spazio alla prosperità delle diverse specie, delle diverse culture e delle diverse economie locali. Dobbiamo abbandonare l’economia dell’avidità e della crescita illimitata, basate sulla concorrenza e sulla violenza, che ci hanno spinto a una crisi esistenziale e passare a una “Economia della cura” – per la Terra, per le persone e per tutte le specie viventi».
I membri della coalizione planetaria firmatari dell’appello si impegnano infine a sollecitare ed esortare le autorità e i rappresentanti dei governi dei rispettivi paesi, città e comunità, a favorire il passaggio a un paradigma in cui la responsabilità ecologica e la giustizia economica siano il fondamento per la creazione di un futuro sano e prospero per l’umanità. A questo scopo, le organizzazioni indicano una serie di azioni per favorire la transizione fra cui la protezione della biodiversità, l’impulso al biologico, la sospensione dei sussidi pubblici all’agricoltura industriale con la contestuale promozione dell’agroecologia e delle produzioni locali, la fine del sistema delle monocolture, delle manipolazioni genetiche e degli allevamenti intensivi di animali, il contrasto ai cambiamenti climatici e la tutela della sanità pubblica.

https://www.italiachecambia.org/wp-content/uploads/2020/04/vandana-shiva-navdanya.jpg

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Dichiarazioni:

Vandana Shiva, Navdanya International: «Un approccio sistemico all’assistenza sanitaria in tempi di crisi del Coronavirus non si occuperebbe solo del virus, ma anche di come le nuove epidemie si stanno diffondendo mentre invadiamo le case di altri esseri. È necessario affrontare il sistema alimentare industriale non sostenibile, antinaturale e malsano alla base dell’epidemia di malattie croniche non trasmissibili. I sistemi alimentari globalizzati e industrializzati diffondono le malattie. Le monocolture diffondono le malattie. La deforestazione diffonde malattie. L’emergenza sanitaria ci costringe a deglobalizzare e dimostra che, se c’è la volontà politica, possiamo farlo. Rendiamo permanente questa deglobalizzazione e la transizione verso la localizzazione».
Fernando Cabaleiro, Naturaleza de Derechos – Argentina: «Questa pandemia ci dice che il sistema di accaparramentoaccumulazione che governa le economie mondiali, e con esse la vita, la salute della terra e delle persone e della biodiversità, ha raggiunto il suo punto di svolta: la sua elevata vulnerabilità è stata esposta dimostrando che è giunto il momento che la politica ascolti tutte le organizzazioni, le assemblee, le persone, i contadini e le popolazioni indigene che da ogni angolo del pianeta già denunciavano e mettevano in guardia da disastri di questo tipo. In questa Giornata della Terra, la società civile globale si unisce in un unico grido di speranza».
Nnimmo Bassey, Health of Mother Earth Foundation (Homef) – Nigeria: «Il mondo è a un bivio. Questo è il momento di smettere di bruciare il Pianeta, dobbiamo lasciarci alle spalle l’era dei combustibili fossili, riconoscere i diritti della Madre Terra e punire l’ecocidio in tutte le sue forme».
Patrizia Gentilini, Isde – Italia: «Non possiamo continuare ad illuderci di essere sani in un mondo malato: la pandemia ha mostrato tutta la fragilità di un sistema predatorio, iniquo e violento nei confronti delle persone e del Pianeta. Tanto meno possiamo pensare di uscire dalla crisi sanitaria, economica e sociale rimanendo ancorati o addirittura prigionieri dello stesso modello di sviluppo e di consumo che ci ha portato ad essa e dobbiamo capire che neppure la tecnologia ci salverà, perché sarà utilizzata non per renderci più liberi, ma piuttosto sempre più schiavi, controllati e succubi. Da questa crisi possiamo uscirne più consapevoli e solidali, imboccando finalmente la strada giusta, ma anche purtroppo, peggiorando ulteriormente le cose e questo purtroppo vediamo profilarsi all’orizzonte».


Leggi e firma il Comunicato per la Giornata della Terra

Visualizza i firmatari

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/04/giornata-della-terra-chiediamo-stop-deforestazioni-sostegno-agroecologia/

Il consumo di carne da allevamenti intensivi è insostenibile per il pianeta

Dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è passata da circa 8 a 64 miliardi, cifra che raddoppierà a 120 miliardi entro il 2050 se prosegue l’attuale ritmo di crescita. Il consumo di carne a questi livelli NON è sostenibile.

Nel 1961, poco più di tre miliardi di persone mangiavano una media di 23 kg di carne all’anno. Nel 2011, sette miliardi di persone mangiavano 43 kg di carne. Dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è passata da circa 8 a 64 miliardi, cifra che raddoppierà a 120 miliardi entro il 2050 se prosegue l’attuale ritmo di crescita.

Tony Weis  – The ecological Hoofprint

Basterebbero questi pochi  dati per capire che il consumo di carne è insostenibile. Ci sono ormai letterature sterminate, studi di ogni tipo che lo dimostrano. Insostenibile dal punto di vista ambientale, energetico, agricolo, sanitario e per chi ha a cuore la questione, anche dal punto di vista della sofferenza degli animali. Ma parlare di alimentazione è sempre difficile perché è un aspetto molto personale. Si creano fazioni irriducibili fra onnivori, vegetariani, vegani con lotte di religione dalle varie parti. Ci sono però alcuni fatti innegabili a prescindere dalla propria convinzione, cultura o usanza alimentare. E’ infatti impensabile che la produzione e consumo di carne possa continuare a livelli esponenziali. Già ora l’impronta ecologica degli allevamenti è pesantissima e per il futuro non ci sono semplicemente abbastanza terre e cibo per sfamare gli eserciti di miliardi di animali che verranno e i danni all’ambiente derivanti, se si pensa anche solo alle emissioni climalteranti dei bovini derivanti dalla loro digestione. Il saldo dal punto di vista energetico è sempre negativo per quello che riguarda la carne. Il cibo che alimenta gli animali con cui si alimentano le persone, infatti potrebbe essere direttamente dato alle persone e saltare un passaggio. Già solo agendo in questo modo si risolverebbero tutti i problemi di fame nel mondo all’istante e si smetterebbero di sentire queste assurde teorie che dicono che la gente muore di fame perché siamo troppi. Non siamo troppi, bensì siamo in pochi ad avere troppo e tanti ad avere poco o niente.  Si potrebbe fare un esempio emblematico su tutti: le piantagioni di soia del Brasile, che vanno in gran parte ad alimentare gli animali degli allevamenti intensivi, si creano continuando a distruggere la foresta amazzonica e facendo danni incalcolabili, sia perché si distrugge per sempre una preziosa e inestimabile biodiversità, sia perché si diminuisce la capacità di assorbimento di CO2.  E quella soia è destinata anche al consumo di carne di maiale in Cina che ne mangia la metà a livello mondiale, con un aumento vertiginoso. Già ora siamo al collasso, cosa potrà succedere se anche i paesi cosiddetti emergenti volessero mangiare carne al nostro ritmo e quantità? Considerando che stiamo parlando di miliardi di persone.  Migliaia di animali stipati in lager producono un inquinamento da deiezioni pesantissimo e poi hanno bisogno di vari trattamenti medicinali, con conseguente ulteriore grave inquinamento delle falde.  Questi animali, che vivono in maniera aberrante, sono in condizioni igieniche pessime e ad ogni momento è in agguato qualche epidemia che può trasmettersi alle persone come purtroppo già verificatosi. Torturare e uccidere milioni di animali non è qualcosa di cui andare fieri, per non parlare poi dell’aspetto della salute dove la carne non è certo un toccasana per il nostro organismo e molte malattie dipendono proprio da un consumo eccessivo. Non si tratta quindi di lotte di religione o simili; il consumo di carne, soprattutto da allevamenti intensivi, è insostenibile da ogni lato lo si guardi. Volenti o nolenti, non per motivazioni spirituali o etiche ma per la mera sopravvivenza delle persone e del pianeta stesso, si dovrà arrestare e invertire la rotta su di una produzione e consumo di carne che già ora è un problema drammatico.

Fonte:ilcambiamento.it

Desirée e David hanno vinto contro gli allevamenti intensivi: «E ora vogliamo essere custodi della terra»

Un’energia che nemmeno ci si immagina se non li si vede all’opera. Ragazzi entusiasti, determinati, che hanno messo a frutto il loro patrimonio di valori e sono riusciti ad ottenere la loro vittoria: accelerare la chiusura di un lager dove erano allevati 30.000 tacchini in condizioni pesantissime.desiree_ambra

Ora vogliono acquistare il terreno dove si trovano i capannoni ormai vuoti per assicurarsi che nessun altro allevamento intensivo possa riaprire proprio lì. Ma il costo è alto; si stanno rimboccando le maniche e… chissà che non ci sia qualcuno pronto a dar loro una mano! Si chiamano Desirée Manzato e David Panchetti.

«David abitava già ad Ambra, una frazione del Comune di Bucine in provincia di Arezzo, nel podere di un amico, in affitto in una delle varie abitazioni presenti e gestiva un negozio di riparazione computer – spiega Desirée – Diviso da una rete, c’è sempre stato questo un allevamento intensivo di tacchini dato in affitto a varie aziende che via via col tempo cambiavano. Io a quel tempo abitavo in Veneto, facevo la restauratrice ed era attivista nell’associazione per i diritti animali Venus in fur. Ci siamo conosciuti e dopo pochi mesi mi sono trasferita anche io ad Ambra».

Poi Desirée e David si erano prefissati di far chiudere l’allevamento.

«Ma come fare?» si sono domandati.

«Per un anno abbiamo chiesto aiuto a chiunque, istituzioni, politici, associazioni, per trovare un modo. Le ragioni della chiusura c’erano tutte: luci accese 24 ore su 24, sovraffollamento, sporcizia, incuria, medicinali ed antibiotici nell’acqua e ogm nei mangimi. Trentamila tacchini erano stipati in 7 capannoni; dopo appena 3 mesi di ingrasso venivano caricati di notte, praticamente sotto la finestra della nostra camera da letto, per essere trasportati al macello. Il dottor Massimo Tettamanti ad un corso per attivisti accolse la mia proposta di fare una causa per danno ambientale. Poco tempo dopo, l’allevatore stesso ci confessava che era parecchio in crisi ed acconsentì a lasciarci liberare due tacchine che prendemmo subito prima che finissero nel dannato camion. Una di loro purtroppo dopo 5 mesi ci ha lasciati, Giorgina invece l’1 febbraio compie un anno».

«Nel frattempo, grazie alle nostre investigazioni e al dialogo con le persone del paese e con il proprietario del podere, si iniziò a diffondere la verità. L’allevatore fu messo alle strette e se ne andò. Quindi, onde evitare che facesse gola a nuovi allevatori, abbiamo valutato l’idea di acquistare il podere intero, compreso l’allevamento ormai vuoto, per trasformare il tutto in rifugio per animali da reddito e piccola azienda agricola che lavori in funzione del mantenimento degli animali stessi, come obbiettivo primario. L’acquisto è ancora in fase di trattativa; siamo alle battute finali con banche, associazioni coinvolte nel progetto e siamo alla ricerca di eventuali altri finanziatori. Il costo è alto, però comunque è nemmeno la metà di quello che chiedevano all’inizio. Noi ad Ambra siamo ancora in affitto, però abbiamo il benestare del proprietario per iniziare tranquillamente a coltivare e a fare il lavori necessari. Il posto era in stato di abbandono; piano piano stiamo ridando dignità alla valle, respiro al bosco e stiamo liberando il letto dei torrenti e le sponde del lago. Abbiamo già alcuni animali, provenienti da varie situazioni, che vivono con noi e impegnano le nostre giornate. Ci sono una serie di appartamenti al grezzo da ammobiliare per ospitare in un futuro prossimo persone che volessero venire a trascorrere qualche giorno, mese o anno di pausa dalla vita moderna, sapendo che l’affitto che pagheranno andrà interamente a mantenere gli animali ospiti del rifugio, idem per i pasti che offriremo loro. Per ora in maniera informale ospitiamo in casa nostra solo piccoli gruppi di persone che vengono per conoscere il progetto e farne parte. Oppure ospitiamo chi partecipa ai nostri eventi, perché venendo da lontano preferisce fermarsi a dormire per ripartire il giorno dopo con calma. Organizziamo eventi, appunto, finalizzati al mantenimento del rifugio e per diffondere varie tematiche, dall’informazione sul nostro progetto, alla diffusione del veganesimo e dei diritti animali, incontri con ospiti di altre realtà collegati al mondo dell’attivismo animalista e ambientalista, contro le multinazionali e per il ritorno ad una vita più semplice e contadina, accompagnati sempre da pasti vegan autoprodotti».

Il prossimo appuntamento in calendario sarà il più speciale: l’1 febbraio Giorgina, la tacchina del capannone 7, compie un anno di vita.

«Quindi faremo una grande festa per festeggiare Giorgina e per ricordare gli animali che non ce l’hanno fatta; per ribadire anche che qui, all’ex allevamento di Ambra, nessuno mai più verrà recluso per essere condannato a morte. Festeggeremo dalle ore 14 fino al sopraggiungere del buio, dopo di che lasceremo alle bestiole il giusto silenzio necessario. Speriamo per quella data di avere le ultime risposte sulle trattative così ci sarà un ulteriore motivo in più per festeggiare. Fino a quel momento incrociamo le dita».

Chi vuole fare visita a Desirée e David può farlo nei fine settimana, telefonando prima al numero 055-996946.

E’ stata aperta anche una raccolta fondi su BuonaCausa

Fonte: ilcambiamento.it

In 30 mila a Berlino manifestano contro allevamenti intensivi, OGM e agricoltura industriale: c’era anche Carlin Petrini

Da Potsdamer Platz fino alla Cancelleria una lunga fila di manifestanti, circa 30 mila, ha chiesto al governo tedesco che l’agricoltura torni a essere più naturale tenendo fuori i prodotti industriali proprio mentre si tiene la Fiera agricola Grüne Woche. Per l’Italia c’era Carlo Petrini il fondatore di SlowFoodmacellazione-nel-mondo

In 30 mila a Berlino hanno manifestato oggi contro gli allevamenti intensivi, gli OGM e l’agricoltura industriale chiedendo al governo tedesco un maggiore impegno per avere cibo e prodotti agricoli sani. La manifestazione è stata organizzata come risposta alla Internationale Grüne Woche Berlin 2014, la Settimana Verde internazionale, ovvero la Fiera dedicata all’agricoltura più importante a livello mondiale e che si chiude il prossimo 26 gennaio. Ha partecipato alla manifestazione anche Carlo Petrini che al termine del corteo ha preso la parola sul palco dicendo:

Il nostro messaggio oggi è chiaro: se l’Europa perde i piccoli agricoltori e le sue famiglie di agricoltori perde la sua storia, la sua cultura e la sua identità e nulla esisterà più.

In 30 mila a Berlino contro l’agrobusiness

Alla manifestazione vi hanno preso parte assieme alle associazioni ambientaliste anche gli agricoltori che hanno portato 70 trattori spiegando che sono i primi a essere stanti dell’agrobusiness. Tra le richieste anche l’accordo di libero scambio tra UE e USA conosciuto anche come TTIP ovvero Transatlantic Trade and Investment Partnership. Praticamente gli Usa piuttosto che combattere le esportazioni provenienti dall’Europa hanno pensato di inglobarle rendendo più conveniente delocalizzare le produzioni negli Stati Uniti. La porta del libero accesso porterebbe dai noi anche una serie di prodotti fino a oggi rimasti fuori come il pollo al cloro o gli OGM. Ovviamente anche l’Italia è molto coinvolta in questa trattativa che però si sta svolgendo sotto silenzio sebbene molto sostenuta dal nostro Paese e gestita dal ministero per lo Sviluppo economico. In Germania l’associazione BUND ha pubblicato il dossier FleishAtlas 2014 in cui analizza la produzione e il consumo di carne. I numeri sono impressionanti: nella sola Germania si macellano ogni anni 58 milioni di suini, 630 milioni di polli e 3,2 milioni di bovini numeri che li portano a conquistare il triste primato di “campioni europei”. Globalmente, però, i tedeschi non sono i primi: negli Stati Uniti la società “Tyson Foods” macella più di 42 milioni di animali in una sola settimana, in Cina sono macellati più di 660 milioni di suini all’anno. Il prezzo per la crescente domanda di carne include tutti gli effetti collaterali indesiderati, quali scandali alimentari, abuso di antibiotici o residui di ormoni nella carne.

Fonte:  Attac,Greenpeace De, Süddeutsche, BUND

Allevamenti intensivi di maiali: il video choc da vedere prima di comprare carne

Un video con immagini forti e dolorose, ma è quel che accade ogni giorno in uno dei tanti allevamenti intensivi di maiali che si trovano in Italiazampone-620x350

Gli allevamenti intensivi di animali sono una delle dure realtà del sistema di approvvigionamento del cibo in atto nella nostra era. In genere la pubblicità e il marketing ci mostrano bellissime fattorie con allevatori sorridenti che chiamano i loro animali per nome. Nulla di più lontano dalla realtà di un allevamento intensivo. Questa distanza dalla realtà viene ulteriormente allungata dalla presentazione dei prodotti nei supermercati e ipermercati: incellophanati e in vaschette di polistirolo con etichette e date di scadenza ci sembrano essere la cosa più sana e pulita che sia possibile acquistare. Gli allevamenti intensivi sono insostenibili per la salute del Pianeta, perché consumano acqua e suolo in enormi quantità; senza contare che molte patologie che riguardano l’uomo sono alla base del consumo di carne. Eppure dietro ogni confezione di carne bovina, suina, ovina o avicola c’è una incredibile storia di dolore e sofferenza che merita di essere raccontata. Sauro Martella imprenditore vegano spiega la motivazione alla base della scelta etica vegana:

Non mangiare carne è una scelta contro natura e io consapevolmente scelgo di non farlo per rispetto verso le altre forme di vita.

Non uccidere un altro essere vivente è la scelta alla base di chi sceglie di non mangiare carne. Nemesi Animale è entrata in 50 allevamenti di maiali in Italia come altre associazioni animaliste hanno fatto in altri Stati (Animal Equality ha visitato gli allevamenti spagnoli ad esempio). Nel suo video, adatto solo a chi ha resistenza perché le immagini sono davvero forti, mostra cosa accade in un allevamento intensivo di maiali e di come noi normalmente percepiamo solo l’aspetto goloso e piacevole di un cibo e di come ignoriamo completamente quel che invece comporta un simile sistema di produzione agroalimentare. I dati degli allevamenti intensivi di animali sono impressionanti e ci portano a riflettere sull’enorme quantità di carne che mangiamo:

Nell’anno 2010 in Italia sono stati uccisi e macellati 13.760.401 maiali (Elaborazione ANAS su dati Istat o Eurostat). Il Nord Italia rappresenta il maggior luogo di allevamento di maiali d’Italia, con oltre l’80% degli allevamenti concentrati tra Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. La sola Lombardia, con l’impressionante cifra di 4.964.566 maiali allevati e 3.530 allevamenti (dati 2010 Coldiretti), rappresenta il 52,5 % del comparto suinicolo nazionale. Basti pensare che le sole province di Brescia e Mantova contano ben 2,8 milioni di maiali nei loro allevamenti intensivi.

Ricordiamocene non solo quando compriamo un cotechino o uno zampone, ma anche quando compriamo le uova, un pollo, una fettina di carne.

Il dossier completo di nemesi Animale.

Fonte. ecoblog