Antonio Scaglione: il liutaio calabrese che costruisce strumenti pregiati

Antonio Scaglione è un liutaio di Acri, in Calabria, nel cuore della Sila. È stato un allievo di Vincenzo, uno dei maestri liutai appartenuto alla famiglia De Bonis, che dal 1600 crea strumenti musicali rispettando l’antica tradizione. Vi raccontiamo la sua storia personale, fatta di dedizione e passione per una tradizione unica, che rischia oggi di perdersi.

Sulla particolare emozione che si prova nell’entrare in una bottega artigiana sono state scritte centinaia e centinaia di parole, talmente tante che spesso si rischia la retorica. Eppure queste sensazioni sono vere. Si tratta di quel misto di romanticismo e nostalgia che anche noi abbiamo provato entrando nel laboratorio del liutaio Antonio Scaglione, in quella terra che durante il nostro viaggio si è rivelata a noi piena di sorprese e di storie curiose: la Calabria. Siamo ad Acri, nel cuore della Sila: la nostra guida del posto e amica Cristiana Smurra ci introduce Scaglione come uno degli allievi del maestro liutaio Vincenzo de Bonis, scomparso nel 2013. La famiglia De Bonis è una vera e propria dinastia di liutai, originaria di Bisignano, a circa quindici chilometri da Acri. «Dal 1600 costruiscono strumenti musicali senza interruzione – ci spiega Scaglione – rimanendo assolutamente fedeli ai sistemi costruttivi classici di allora». Una tradizione caratterizzata dalla fabbricazione degli strumenti musicali a mano, dall’utilizzo di solo legno e di materiali naturali per la costruzione.

Fin dal nostro ingresso nel suo laboratorio, Antonio è un fiume in piena. Ci mostra ogni angolo del suo mondo, fatto di colle naturali, resine, stufa a legna per modellare le forme degli strumenti musicali e tutti gli attrezzi necessari a lavorare e modellare lo strumento nascente.

«La passione per la falegnameria ce l’ho da quando sono bambino –  ci racconta Antonio – frequentavo una bottega di un falegname che era vicino alla casa dove vivevo. Da sempre sono anche uno strimpellatore e un appassionato di chitarra, ma per lavoro ho cominciato facendo altro altro: insieme a mio padro realizzavamo pavimenti e rivestimenti per le case».

Nel 1994 la ‘svolta’: la Regione Calabria, insieme alla Comunità Europea e al Comune di Bisignano, organizzò un corso per la costruzione della chitarra classica, e la cattedra fu affidata proprio a Vincenzo de Bonis. In questo corso, finito nel 1996, Antonio apprese direttamente da De Bonis i segreti e le tecniche per costruire lo strumento. Da allora, la sua vita è cambiata completamente: «Nel 1997 ho iniziato a lavorare come liutaio. Io conoscevo già il maestro De Bonis, ma dopo il corso è nata una vera e propria amicizia, che mi ha permesso di frequentare la sua famiglia e il suo laboratorio negli anni successivi».

Fu così che Scaglione ha gradualmente acquisito le necessarie abilità per costruire altri strumenti musicali, oltre la chitarra ora costruisce strumenti musicali ad hoc per musicisti che glielo chiedono, e nel video che vi presentiamo possiamo ammirare una parte della sua sapienza e il suono di alcune delle sue creazioni.

«La grande qualità che ha reso inimitabile la famiglia De Bonis nella costruzione degli strumenti è quella di aver sviluppato un metodo unico. La tecnica è la stessa che si utilizzava nel seicento, è il tipico metodo italiano. Esistono diversi costruttori di chitarre in Italia, ma molti oggi utilizzano il metodo spagnolo, un’altra modalità di lavorare lo strumento. Alcuni inoltre utilizzano anche materiali sintetici per la costruzione degli strumenti. Esistono delle chitarre oggi chiamate ‘Double Top’: sono una specie di panino, dove una parte dello strumento è costruito in legno, mentre un’altra è fabbricata in fibra di carbonio e nomex. Vengono spesso utilizzate, in questo metodo di costruzione, colle sintetiche e resinose. Si tratta di un altro sistema rispetto a quello utilizzato dai De Bonis, che avvantaggia la potenza del suono a discapito della qualità dello stesso. Nel metodo italiano tutto viene fatto a mano, è un metodo molto più preciso e ti permette di lavorare sulla forma interna dello strumento».

Una tradizione che, come ci spiega Cristiana Smurra uscendo dal laboratorio, merita di essere raccontata perché rischia di scomparire: «È nostro compito cercare di raccontare queste storie e tutte le storie degli artigiani e dei produttori della nostra terra, per preservare, trasmettere e tutelare queste esperienze fatte di passione ed impegno».

Mentre camminiamo per ripartire alla scoperta di nuove esperienze da raccontarvi, ci tornano in mente le ultime frasi di Antonio: «Ci vogliono circa due mesi per costruire una chitarra, così come ci vuole perseveranza nel rendere questa passione un lavoro vero e proprio. Io alla fine ce l’ho fatta, con impegno e dedizione costante. Il risultato finale è la parte più emozionante del mio lavoro: quando metti le corde alla fine, ti rendi conto che ogni strumento che hai costruito ha la sua voce e la sua particolarità, il suo carattere peculiare che si percepisce attraverso il suo suono. È come un figlio, a cui tu dai forma e carattere».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/antonio-scaglione-il-liutaio-calabrese-che-costruisce-strumenti-pregiati/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Due giovani donne restano in Calabria e allevano animali felici

Vi proponiamo la storia di Francesca e Cristina Cofone, due giovani sorelle calabresi che, una volta laureate, hanno deciso di rimanere in montagna, nel cuore della Sila, per sviluppare l’azienda agricola di famiglia, allevando, mungendo, coltivando, facendo i formaggi e vivendo la gioia di una profonda comunione con gli animali e la terra che li ospita.

Dopo aver attraversato paesaggi mozzafiato di mezza Calabria, io e Paolo giungiamo insieme alla nostra guida d’eccezione – Cristiana Smurra – presso l’Azienda Agricola Cofone, nel cuore della Parco Nazionale della Sila. Tra una mucca e una balla di fieno, una dolce collina e qualche stalla, scorgiamo due giovani donne, tra i 25 e i 30 anni. Sono entrambe laureate, una al Dams e l’altra in Lingue e letteratura straniera, eppure hanno scelto di occuparsi di mucche allevate allo stato brado, latte, formaggi, mozzarelle, grano, ortaggi, frutta. Francesca Cofone, la sorella più “giovane” tra le due, ci racconta di come l’azienda fu fondata dal padre una volta tornato dalla Svizzera, dove era emigrato quando aveva 16 anni in cerca del denaro con cui avviare l’attività. «Io e mia sorella siamo nate e cresciute qua – ci confida Francesca – insieme ad un altro fratello che ora vive in Svizzera. Abbiamo studiato e poi abbiamo scelto di restare».
La parola “scelta” mi sembra da subito la parola chiave. In un’epoca in cui molti giovani sognano le città e vogliono fuggire dalle zone cosiddette marginali, incontrare due giovani donne laureate che scelgono con entusiasmo di rimanere in Calabria, in montagna, e dilavorare la terracolpisce, soprattutto per la naturalezza con la quale sembrano vivere la situazione.
«Fin da piccolissime abbiamo lavorato, ma con più spensieratezza. Lo abbiamo sempre fatto, anche  quando studiavamo all’università o lavoravamo fuori. Abbiamo sempre aiutato». Purtroppo tra il 2013 e il 2015 sono mancati entrambi i genitori delle ragazze e a quel punto è stato quasi inevitabile prendere in mano la situazione: «Abbiamo deciso di portare avanti quello che nostro padre ci aveva insegnato e ci siamo riuscite. Non è stato semplice ma abbiamo avuto piccole e grandi soddisfazioni».

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La titolare dell’azienda è la sorella Cristina. «Nel momento in cui è venuto a mancare nostro padre, – ci spiega Francesca – mia sorella ha preso in mano la situazione. Abbiamo rifatto i capannoni, cambiato i tetti, eliminato 2000mq di amianto. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare realtà e persone che ci hanno dato tanta fiducia e hanno avuto la pazienza di aspettare con i pagamenti. Il loro aiuto è stato determinante. Se si incontrano persone oneste che ti danno fiducia si può fare tutto. Oggi non puntiamo a diventare un’azienda grossissima; ci bastano venti mucche in modo da poterne mungere dieci per volta, a rotazione. In questo modo riusciamo a fare tutto noi due».
Una volta iniziati i lavori è arrivato anche il caseificio aziendale dove lavorano il latte che mungono al mattino. Le due sorelle, quindi, si mantengono vendendo i prodotti trasformati: latticini, cacio cavallo e altri formaggi. La loro peculiarità sta nella materia prima. Lavorano, infatti,  con il latte crudo anziché con quello pastorizzato. Questo è possibile grazie al numero limitato di bovini che consente loro di mantenere standard qualitativi elevati.

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«Le nostre mucche vivono allo stato semi brado. Comandano loro e noi cerchiamo di starle dietro. Le mungiamo solo una volta al giorno, mentre altri lo fanno due o tre volte e lasciamo il vitellino con la madre almeno tre mesi, anziché separarlo dopo pochi giorni come fanno in molti. Le mucche sono quasi la nostra famiglia. Quando vivi sempre con gli animali, ti rendi conto che ogni animale ha una sua personalità e sensibilità».  Non ci sono solo mucche quindi.
«Abbiamo bovini, mucche, vitellini, maiali, due capre, un cavallo, cani e gatti». Non solo. La proprietà comprende 15 ettari di terreno e circa 25 in affitto. Qui coltivano fieno, grano, segale. Questi prodotti, una volta macinati nel loro mulino, in parte vengono utilizzati per nutrire gli animali, in parte venduti. Anche in questo caso, l’idea è di non ampliare troppo la produzione agricola, per mantenere un’agricoltura sostenibile, senza pesticidi.
Le soddisfazioni non hanno tardato ad arrivare. «Il primo anno non ci calcolava nessuno, il secondo è andata un po’ meglio, il terzo siamo andati alla grande, e adesso siamo vip e tutti ci vogliono stare vicini! – scherza Francesca, e poi continua – Nessuno credeva in noi, ci vedevano come delle pazze; è stata una bella soddisfazione passare dal “ma che devono fare quelle due”  al “ma ci aiutano loro”. Io sono contentissima. Credo proprio di restare qui in Calabria anche in futuro. Mi ricordo che quando ero piccola andavo dietro le mucche con il cavallo e pensavo che ero fortunata a vivere qui. Beh, quel pensiero ce l’ho sempre. Non mi cacciano!».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/02/due-giovani-donne-restano-calabria-allevano-animali-felici-io-faccio-cosi-281/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le donne del Pollino per la rinascita della Calabria

A Civita, nel nord della Calabria, un gruppo di donne è riuscita a sfidare il pensiero vigente, portando in consiglio comunale una lista tutta al femminile tesa a riattivare una democrazia locale sopita e soprattutto a coinvolgere e rendere protagoniste – a livello sociale e politico – le tantissime donne che silenziosamente vivono e portano avanti questi magnifici territori pregni di ricchezze e contraddizioni. Arriviamo a Civita, in provincia di Cosenza e nei pressi del Pollino, all’imbrunire e in leggero ritardo. Con Paolo “corriamo” nel luogo indicatoci dalle protagoniste dell’intervista che stiamo per realizzare e restiamo subito abbagliati dalla bellezza del paesaggio, tra montagne e “gole” del fiume Raganello. Pochi passi e vedo tre giovani donne sedute su una panchina, una di esse mi sorride e capisco immediatamente che è la persona con cui avevamo fissato l’incontro, Michela Cusano. Accanto a lei Maria Pirrone e Eliana Bruno.

Donne del Pollino

La storia che ci stanno per raccontare è quella dell’Osservatorio Donne Pollino, una storia di resistenza, di comunità, di vittorie, difficoltà, paure, realizzazioni. L’Osservatorio nasce nel 2016, pochi mesi dopo l’arrivo di Michela – di origine romana – qui a Civita. Michela era incinta e cercava un luogo dove poter far nascere e crescere il figlio. Giunta a Civita è subito rimasta colpita dalla presenza delle donne che lei definisce “incredibile”.

«Venivo costantemente accudita da queste donne nonostante fossi per loro una “sconosciuta”, era tutto un voler scambiare e parlare. Mi sono presto accorta che queste donne tenevano una sorta di microeconomia. Pastore e contadine preservano senza sovrastrutture antiche pratiche condivise. Una economia circolare, istintiva dovuta alla necessità di sopravvivere in un territorio a tratti difficile. Spesso qui la spesa non la fai in piazza, ma in montagna!».

Michela doveva fermarsi a Civita per poche settimane e invece ci è rimasta per anni. Inizialmente, insieme ad un gruppo di amiche di Genuino Clandestino o del Teatro Valle occupato, cominciano a fotografare le donne del posto mentre lavoravano insieme, organizzavano le dispense invernali, o le attività legate al rammendo, il ricamo, il cucito. Molte donne lavorano ricamando l’oro per alcune vesti ecclesiastiche. Anche i b&b sono spesso gestite dal cosiddetto “sesso debole”. Eppure – socialmente e politicamente – le donne erano “escluse”, assenti, quasi invisibili.

«Erano tante, ma chiuse nelle loro case e nelle loro cose – spiega Michela nel video che vi proponiamo – e quindi ho pensato di trovare l’occasione per aggregarle, per tirarle fuori, venire allo scoperto».

L’occasione sono state le elezioni comunali del 2019, quando Michela e altre donne del posto decidono di presentare una lista tutta al femminile. Ma tra il dire e il fare…

Mentre all’inizio molte cittadine si erano dette interessate, infatti, sono presto emerse le prime difficoltà: le famiglie si sono opposte, i mariti, i fratelli, i genitori, persino le istituzioni. Molte potenziali candidate sono state vessate, bloccate.

Già, si sa, ladonna sta a casa con i figli… «Ci hanno deriso. Non apertamente magari perché non potevano, però a denti stretti non siamo state prese sul serio – continua Michela – Ma alla fine siamo riuscite a costituire una lista e parlando nelle case con gli abitanti del posto, perché qua si va a chiedere il voto casa per casa, abbiamo scoperto che in molti casi votavano solo gli uomini o comunque molte donne tendevano ad affermare solo ciò che veniva dettato dalla famiglia».

Michela, Eliana, Maria e le altre, però, non si sono arrese e alla fine la lista ha raccolto oltre 100 voti su 500, raggiungendo il 20%. Per la prima volta dopo anni a Civita è stata eletta un’opposizione, formata da tre consigliere, che si sono subito attivate per portare in Amministrazione una serie di tematiche e di modalità “inusuali”. Tra queste, il tema – purtroppo grandemente sottovalutato in tutta Italia e in Calabria in particolare – della violenza sulle donne. Le consigliere, infatti, hanno contattato la casa delle donne dell’Aspromonte e un centro antiviolenza di Corigliano, per poi formarsi con l’obiettivo di aprire un centro di ascolto per donne a Civita. Il percorso è solo all’inizio. Le difficoltà non mancano. La mentalità vigente non viene certo scalfita da una singola elezione e il pensiero dominante è pervasivo e insidioso. Ma questa storia dimostra come con il dialogo, l’ascolto e la capacità di mettersi in gioco in prima persona si possano abbattere i più grandi tabù. Magari partendo dalla sapienza delle agricoltrici e delle pastore calabresi e dalla lucida follia di una romana che vaga inquieta per il Sud Italia alla ricerca di radici e cambiamento.

Intanto le cose si muovono, a piccoli passi ma si muovono.

Oggi a Civita, e domani? Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/donne-del-pollino-rinascita-calabria-io-faccio-cosi-273/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Da Roma al piccolo paese di Civita: “Riabitare i borghi è possibile”

Stefania Emmanuele ci racconta la sua scelta di vita, che l’ha portata a ritornare nel piccolo paese dove è cresciuta e dove ha ideato e lanciato un progetto di tutela e rivitalizzazione dei borghi italiani.

«A un certo punto la vita a Roma era diventata bulimica e il tempo, quel prezioso indicatore della felicità interna lorda, si era ridotto in una corsa continua alla produttività e al lavoro senza sosta, in cui le relazioni, quelle vere, si erano dileguate». Stefania ha vissuto per anni nella Capitale, fino a che non ha deciso di tornare a Civita, piccolo borgo calabrese dove ha passato la sua infanzia. Una scelta di vita, ma non solo: qui ha lanciato il progetto di tutela dei paesi Borgo Slow e ha aperto il b&b Il Comignolo di Sofia.  

Stefania è anche una delle relatrici della Summer School sul Turismo Ispirazionale in Calabria. Le chiediamo di parlarcene, partendo però dalla sua storia personale, così intimamente legata con l’ambiente del borgo.

Veduta di Civita

Veduta di Civita

Come sei arrivata – o meglio, ritornata – a Civita?

Fino all’età di 18 anni non ho vissuto a Civita, ma in una cittadina a 14 chilometri di distanza e poi ho vissuto a Roma per dodici anni dove ho studiato grafica pubblicitaria e mi sono laureata in Sociologia. Civita è il paese dei miei nonni paterni, è il luogo in cui mio padre ha insegnato per molti anni, dove ha realizzato un Museo etnico e una rivista italo-albanese che nel 2020 compie cinquant’anni di attività. Civita era il paese della domenica a pranzo dai nonni col caminetto acceso, del pane e olio abbrustolito sul fuoco, delle giornate estive trascorse lungo campagne e dirupi a smontare muretti a secco per trovare il tesoro, delle prime pedalate in bicicletta lungo le salite ripide per poter conquistare l’ebrezza della discesa con le gambe in aria, delle fughe di nascosto al torrente Raganello per fare il bagno, cosa che per i bambini del posto ha sempre rappresentato un divieto assoluto. A un certo punto la vita a Roma era diventata bulimica e il tempo, quel prezioso indicatore della felicità interna lorda, si era ridotto in una corsa continua alla produttività e al lavoro senza sosta, in cui le relazioni, quelle vere, si erano dileguate. Così, senza troppe riflessioni, in un afoso giorno di giugno ho comunicato in famiglia la mia decisione di tornare definitivamente a casa, ma nella casa in cui avevano vissuto i miei nonni, a Civita. Ho noleggiato un furgone caricando 12 anni di vita e mi sono messa in viaggio verso una terra che dovevo e volevo riconoscere.

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Ora vivo a Civita con mia figlia Sofia da quindici anni; anche la mia famiglia si è trasferita qui e posso dire che in nessun altro luogo ho viaggiato così tanto con la testa. Appena arrivata, ed era il 2002, dopo un anno sono stata catapultata in un’avventura amministrativa per rappresentare le quote rosa, unica donna in una compagine fatta totalmente di uomini che non sapevano che dietro quell’aspetto da ragazzina c’erano tante fervide energie da mettere in gioco. Contemporaneamente decido di frequentare un master triennale che mi forniva competenze nella mediazione e nella gestione del patrimonio culturale in Europa, così la mia missione politica diventa un percorso formativo in cui applicare quello che stavo imparando del marketing culturale e della valorizzazione del territorio. Da quell’esperienza durata cinque anni ho imparato ciò che non è politica e, soprattutto, ciò che dovrebbe essere la politica al servizio del bene comune. Ho impiegato le mie energie affinché Civita potesse avere gli strumenti per iniziare un percorso responsabile verso l’accoglienza turistica che oggi è il suo fiore all’occhiello e rappresenta l’economia per tanti giovani, soprattutto donne, che sono tornati a vivere qui. Anche io ho fatto della mia casa un bed and breakfast e dal 2008 accolgo viaggiatori provenienti da tutto il mondo. Questa attività è la mia finestra sul mondo e mi abilità al cosmopolitismo, alle relazioni e, soprattutto, all’umanità, ingrediente fondamentale per sentirsi a casa ovunque e far sentire a casa tutti coloro che accolgo. Oggi conosco il mio villaggio e il suo territorio nelle sue intime pieghe, è la mia palestra e la mia farmacia ed offro l’ esperienza del mio stile di vita ai viaggiatori traendo piccole gioie e lo stimolo a realizzare idee e progetti. Credo che se tutti i paesi si percepissero come rifugi d’aria piuttosto che come limite e periferia, forse riusciremmo con questo poco a fare grandi cose, a farci ispirare e a restare aperti.

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Quali sono i pilastri su cui si fonda il “modello dei borghi”?

I pilastri su cui tutti i paesi e i borghi dovrebbero ricostruire un futuro possibile sono senza dubbio l’agricoltura naturale e la cucina popolare, il recupero conservativo e il riutilizzo delle case e degli edifici storici abbandonati, il turismo di comunità e l’innovazione sociale e tecnologica. Non si può pensare di vivere in questi paesi senza i servizi essenziali e una vita relazionale di qualità. L’unico modo per contrastare lo spopolamento è stimolare l’innovazione tecnologica e il turismo responsabile. Come dice il paesologo Franco Arminio, bisogna mettere insieme computer e pero selvatico, politica e poesia. Ci vuole anche molta immaginazione per vivere in un paese. Grazie alla tecnologia questi paesi possono diventare laboratori viventi di tradizioni e di accoglienza. Ma per favorire questo è necessario creare competenze sia nella comunità locale che in chi si occupa di turismo e di sviluppo locale. Conoscere il proprio territorio vuol dire viverlo senza rimanere incastrati nel suo stomaco, partire e tornare, viverlo per com’è e immaginarlo per come può diventare, aprirsi al mondo e portare mondo. Nella maggior parte dei casi la percezione dei paesi è di luoghi ai margini in cui si vive per sottrazione. Se non si cambia punto di vista rimarranno solo le nuvole e il vento a farci compagnia, anche se in alcuni casi può essere un privilegio. 

Il percorso di rinascita di Civita è stato drammaticamente segnato dalla tragedia dell’agosto 2018, in cui sono morti dieci escursionisti. Come ha reagito la comunità a quell’evento?

Nulla arriva per caso. Già qualche anno prima alcuni di noi erano allarmati per la fruizione selvaggia delle gole del Raganello. Un luogo oggettivamente bello e insidioso che è sempre stato attraversato, anche se in maniera molto più soft ,e in cui nel 1959 l’ornitologo Gustav Kramer perse la vita durante l’osservazione di alcuni uccelli. Ma la trasmissione di una percezione errata del torrente ha attratto negli ultimi tre anni molti cercatori di adrenalina. E anche chi probabilmente cercava altro è rimasto vittima di questo approccio. Oggi la comunità è segnata dalla tragedia e come in molti casi accade si tende al fatalismo, come se la tragedia fosse stata causata dalla mano del diavolo. Ma l’inconsapevolezza e la mancata elaborazione del lutto potrebbe essere ancora più fatale bloccando la rigenerazione del tessuto sociale ed economico.  

L’imprevedibilità della natura è una componente genetica della natura stessa e i dispositivi di prevenzione in questi luoghi sono affidati alla memoria storica, ai saperi degli anziani e di coloro che con queste gole e i pericoli ci convivevano conducendo i pascoli e recandosi nelle proprie terre. È proprio a partire dalla memoria tramandata che oggi con l’Associazione Placco attiva da 35 anni, si è deciso di investire sull’antropologia applicata affidando questo delicatissimo lavoro di recupero della memoria storica all’archeo antropologa Anna Rizzo. Proprio in questi giorni sono in corso le interviste a pastori e anziani del paese per comprendere cosa ci è sfuggito di mano e riattualizzarlo attraverso momenti di animazione sociale e condivisione con il fine di fornire competenze alle nuove generazioni ed informazioni, percezioni e conoscenza ai visitatori. Ora abbiamo il compito di dare alla cultura la sua funzione civile e sociale di ricostruire il tessuto connettivo tra territorio, patrimonio e popolazione.

Ospitalità in case d'epoca

Ospitalità in case d’epoca

 Gli equilibri fra abitanti, amministratori e persone estranee alla comunità, che magari intendono insediarvisi, sono delicati. Come si fa a mantenerli?

È una sinergia necessaria quanto difficile. Gli abitanti e gli amministratori dovrebbero mettersi nei panni di chi visita il paese, viverlo dal di dentro e guardarlo da fuori senza autoreferenzialità e senso di inferiorità. Nutrire ambizioni più che invidia. Esaltare le vocazioni del paese e soprattutto dare ascolto ai ragazzi, a quello che vorrebbero realizzare perché senza di loro la comunità non può rigenerarsi e senza i viaggiatori si resta chiusi nella ripetitività e nelle false compensazioni. Il problema è chi è sempre stato nel paese e ci vive conficcato dentro, gli scoraggiatori militanti e i distributori di livore; essi rappresentano il vero ostacolo alla sinergia armoniosa e creativa tra abitanti, amministratori e cittadini temporanei. È una fortuna quando in un paese ci sono molte persone che gestiscono strutture ricettive e per traslazione si relazionano a tanti viaggiatori che condividono quell’esperienza; nel caso di Civita grazie ai tanti b&b, ma soprattutto alle tante persone che si occupano di accoglienza la gestione degli equilibri è più immediata poiché si entra sintomaticamente nel circuito in cui per alzare l’appeal del territorio e produrre benessere nel viaggiatore si lavora in maniera sinergica e integrata. Poi al di fuori del sistema turistico, la vita di tutti i giorni può essere molto diversa e meno esaltante. Ecco perché ora stiamo lavorando a rigenerare il tessuto sociale e culturale per riportare nella comunità l’orgoglio, la tenerezza e il senso di appartenenza. 

C’è un collegamento fra i segnali di corto circuito sociale e culturale che si percepiscono oggi e il fatto che più del 60% degli italiani vive in aree metropolitane?

Le città sono stracolme e sature, seppure in molte si stiano applicando i principi della smart city per migliorare la qualità della vita, c’è un gran numero di persone in Italia e all’estero che guarda ai paesi come a luoghi in cui ritrovare l’umanità. Quindi, ora anche i paesi dovranno attrezzarsi per diventare borghi smart in cui connettere i servizi socio assistenziali e sanitari, in cui innovare l’agricoltura che riporti nelle tavole e nel mondo i prodotti indentitari, grazie alle nuove tecnologie la tradizione può aprire nuovi scenari. E non nego che vedo tutto questo con moderato ottimismo. 

È possibile e auspicabile tornare ad abitare i borghi?

È possibile, ma c’è ancora molto lavoro da fare, anzitutto su se stessi e sul modo di viverli. Attraverso Borgo Slow voglio mettere in atto una piccola rivoluzione e dimostrare sulla mia pelle che è possibile e anche entusiasmante. Ci sto lavorando. 

Come valuti il progetto della Summer school?

È un progetto coraggioso e necessario che ha l’obiettivo di fornire competenze nella rigenerazione dei borghi, ma anche la possibilità di creare nuove reti e relazioni tra i partecipanti e chi si occupa di sviluppo locale con competenze diverse. Perché spesso è proprio l’isolamento umano e professionale ad immobilizzarci. Se io non avessi partecipato a diverse occasioni formative non avrei mai conosciuto Destinazione Umana e Inspirational travel company con cui oggi mi appresto a sviluppare altri aspetti pratici della community Borgo Slow di cui sono project manager. Investire su se stessi è il miglior investimento che si possa fare e questa è una di quelle occasioni.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/roma-civita-riabitare-borghi-e-possibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Funky Tomato, il pomodoro etico che supera il caporalato

Contrastare il caporalato, restituire dignità alle lavoratrici e ai lavoratori stranieri ed italiani, costruire una filiera agroalimentare naturale e biologica, promuovere una nuova economia etica. Il tutto partendo dal pomodoro, il cibo più pop del mondo. Nato nel 2015 nel sud Italia, il progetto Funky Tomato testimonia che è possibile costruire un modello di produzione sostenibile per chi lavora nei campi, per chi produce e per chi acquista e poi mangia. Cosa c’è dietro la produzione di una semplice passata di pomodoro? Quando penso a questo prodotto mi vengono in mente i miei nonni e zii che quando ero piccolo accendevano un grande fuoco e – dopo aver raccolto e macinato i pomodori – li facevano bollire per ore in bottiglie di recupero. Poi, rifletto, e penso a campi di pomodori intensivi, irrorati di sostanze chimiche e cresciuti a forza in serre lontane. Poi rifletto ancora e vedo le persone che lavorano su questi campi. Dentro e fuori le serre. In Italia e all’estero. Italiani, immigrati, uomini e donne, piegati nel piantumare e raccogliere, sottopagati, spesso senza contratto né diritti riconosciuti. Non solo. Se penso alla salsa di pomodoro dei miei nonni mi viene in mente un sapore intenso, spesso variabile, sicuramente autentico. Se penso alle salse di pomodoro del supermercato penso ad un sapore predefinito, zuccherato, sempre uguale a se stesso.  

E quindi? Perché vi sto raccontando le mie immaginazioni limitate su uno dei prodotti più utilizzati nelle cucine italiane e non? Per introdurre la storia di oggi, quella di Funky Tomato.

Già leggendo le prime righe della visione, sul loro sito, si capisce che l’approccio non è dei più tradizionali: “Funky Tomato individua nella partecipazione l’atto fondante di un cambiamento migliorativo delle condizioni economiche e sociali di individui e comunità nel loro insieme. Una visione che implica l’assunzione di responsabilità nella cura delle persone, dei territori, delle comunità coinvolte nella filiera agroalimentare”.  

Che c’entra la partecipazione con il sugo per la pizza e la pasta? Più avanti nella pagina si legge: “Funky Tomato vuole tracciare un solco percorribile da tutti, un progetto d’impresa pop, nel senso artistico e culturale del termine, e attraverso il cibo più pop del mondo – il pomodoro – e diffondere il messaggio che una nuova economica etica, equa e partecipata è possibile. […] per questo Funky Tomato vede nella varietà meravigliosa del mondo naturale la stessa bellezza multiforme che si ritrova nella molteplicità umana. La comunità Funky Tomato è fondata sul rifiuto di ogni forma di discriminazione, perché nasce dalle relazioni tra le persone, dalla socialità innata dell’essere umano”.  

Insomma, come si dice a Roma, “robba forte”. E la citazione romana non è un caso. Il fondatore di questa avventura, infatti, è proprio romano. Si chiama Paolo Russo, e – dopo gli studi – ha vissuto in molte zone del sud Italia, principalmente in Puglia. Ora ha la sua base in una meravigliosa cittadina nel nord della Calabria, Civita. Qui io e Paolo Cignini, in viaggio alla ricerca di nuove storie, lo incontriamo quasi per caso nei e dopo due giorni trascorsi insieme, lo intervistiamo.

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Paolo, seduto nel suo piccolo orto di casa, ci racconta come Funky Tomato sia nato nel 2015. In quell’anno il fenomeno del caporalato diventa di importanza pubblica, quando un evento drammatico raggiunge le cronache dei nostri mass

media: muore, infatti, una bracciante sul ‘campo’ – Paola Clemente – e Paolo viene coinvolto da una serie di ricercatori nel creare un modello che non rendesse necessario lo sfruttamento dei braccianti per mettere in piedi una produzione di pomodori sostenibile a livello economico ed ecologico. Sostenibile per chi lavora nei campi, per chi produce e per chi acquista e poi mangia.  

“Non ci riteniamo una impresa, ma un progetto sperimentale che ha l’ambizione di essere quanto più trasversale possibile e quanto più includente possibile – ci spiega Paolo – Abbiamo cercato di coinvolgere tutti i soggetti coinvolti nel processo produttivo. Tra questi i lavoratori e i consumatori, che normalmente non sono considerati come parte della filiera. Abbiamo deciso di ragionare sul processo dell’immigrazione come una cosa funk, una cosa che contamina la retorica della ruralità e utilizza la contaminazione per migliorare i propri processi. Noi riteniamo i braccianti, che sono in gran parte stranieri, delle risorse, un valore aggiunto, un’opportunità per proseguire con la nostra storia e la nostra visione agricola. Abbiamo scelto il pomodoro come rappresentazione principale delle problematiche legate allo sfruttamento del lavoro, ma anche perché questo ‘frutto’ dimostra come la contaminazione rappresenti un valore aggiunto: il pomodoro è arrivato in Italia – come prodotto esclusivamente ornamentale – con la ‘scoperta’ dell’America. Era giallo principalmente; una volta diffusosi a Napoli ha ridotto i livelli di solanina ed è diventato rosso ed è stato usato come prodotto alimentare. La contaminazione, quindi, dà vita a una nuova cultura e nuove tradizioni”.

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Per mettere a sistema questo processo e coinvolgere in modo veramente paritario i vari attori della filiera, è stato realizzato un contratto di rete: attraverso meccanismi mutualistici le diverse criticità possono così essere sostenute e remunerate. Questo strumento si differenzia nettamente dalla filiera agroalimentare convenzionale dove i rapporti sono ‘uno a uno’ e vengono quindi determinati dalla forza finanziaria dei singoli soggetti. Dentro Funky Tomato si genera così un processo osmotico: le realtà più forti sostengono quelle più deboli. Come detto, i braccianti e i consumatori sono attori del contratto di rete al pari di produttori e distributori. I primi hanno costituito una loro assemblea, i secondi partecipano attraverso i gruppi di acquisto. Non solo. Sono stati inseriti nella filiera anche formatori agricoli, creativi, ricercatori, studiosi di governance. Grazie all’incontro tra le diverse componenti sono arrivate proposte e soluzioni per i diversi problemi. Per combattere le logiche del caporalato, inoltre, si è cercato di contrastare la politica del cottimo secondo le quali un lavoratore vale l’altro, esattamente come se il loro lavoro fosse svolto da una macchina. Per questo Funky Tomato ha scelto di puntare su pomodori meno industriali possibili, puntando su varietà come il San Marzano, che richiedono una raccolta qualificata. In questo modo, il lavoro del bracciante diventa anche culturale ed è più difficilmente sostituibile. I lavoratori sono retribuiti rispettando le regole del contratto provinciale agricolo che costringe il datore di lavoro a limitare il numero di ore del bracciante a 6-8 per 5 giorni a settimana, riconoscendo sussidi di disoccupazione, prevenzione dei rischi e così via. Cose teoricamente scontate, ma troppo spesso ignorate, non solo sulla pelle degli immigrati, ma anche su moltissime donne italiane che spesso lavorano in questo settore.

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Le coltivazioni sono biologiche e naturali e sono situate principalmente al sud e in particolare in tre regioni, Puglia, Calabria e Campania. “In Campania – spiega Paolo Russo – produciamo nel più grande bene confiscato alla mafia, fondo rustico Amato Lamberti. Il bene è stato affidato alla cooperativa Resistenza Anticamorra. La disoccupazione è uno strumento del caporalato. Per questo lavoriamo a Scampia a Napoli. In Puglia, produciamo a Foggia con una OP, organizzazione di produttori, che lavora a 500 metri dalla più grande bidonville d’Europa. Volevamo incidere su questo territorio e confrontarci con chi ogni giorno vive questo fenomeno. In Calabria lavoriamo sul Pollino che è l’area a più alto rischio di spopolamento d’Europa, perché le aree interne sono totalmente dimenticate”. 

I risultati non hanno tardato ad arrivare. I consumatori entrano nel contratto di rete con un preacquisto dei prodotti, sostenendo così tutte le fasi di produzione della materia prima. L’avvio della produzione, nel 2015, fu finanziato con un fundraising di circa 40.000 euro. Nel 2018 il fundraising ha portato 120.000 euro, e ha generato un fatturato di circa 500.000 euro di pomodoro. Nelo 2019 il dato dovrebbe raddoppiare. Il tutto senza ricorrere a finanziamenti legati all’accoglienza o all’inclusione. “Questo – commenta Paolo Russo – significa che si può fare. Questo processo funziona e potrebbe essere replicato in altre filiere identiche alle nostre: pasta, olio, vino ecc.. Sulla nostra etichetta – conclude Paolo – c’è scritto che vogliamo alimentare la cultura. Funky Tomato porta avanti una rivoluzione culturale, non identifica un nemico ma crede che tutti siano parte della soluzione. Ecco perché una quota del nostro vasetto viene investita in progetti culturali legati al territorio su cui andiamo a impattare”.  

Riparto da Civita dopo aver mangiato una pasta con sugo Funky Tomato Tra le altre cose, devo ammetterlo, è proprio buono! 

 Intervista: Daniel Tarozzi

Realizzazione video: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/funky-tomato-pomodoro-etico-che-supera-caporalato-io-faccio-cosi-254/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cambiare non per moda. Intervista a Vincenzo Linarello di Goel

Foto dal sito cangiari.it

C’è una Calabria che vuole cambiare, che è stanca di essere etichettata e conosciuta solo per storie di mafia, clientelismo, corruzione. Questa Calabria vede in GOEL una delle sue storie più suggestive e di successo. GOEL – Gruppo Cooperativo nasce nel 2003 nella Locride dall’unione di persone, imprese e cooperative sociali accomunate dall’obiettivo di riscattare il territorio calabrese e i suoi abitanti attraverso il lavoro legale, la promozione sociale e un’opposizione attiva alla ‘ndrangheta. Da lì in poi è stato un susseguirsi di importanti traguardi da tutti i punti di vista: sociale, culturale, occupazionale. In altri termini, un percorso di rinnovato cambiamento.

Fra le tante attività nate in seno a GOEL ce n’è una che dichiara questo obiettivo già nel nome. Stiamo parlando di CANGIARI, marchio di moda eco-etica che in dialetto calabrese significa proprio “cambiare”. Cangiari nasce dalla riscoperta di un sapere artigianale antico, quello della tessitura tradizionale calabrese, che ha origine grecanica e bizantina, ma vi unisce una buona dose di ricerca e innovazione. Inoltre, tutta la filiera produttiva avviene secondo i principi di etica a 360 gradi tipici di GOEL: sostenibilità ambientale nella scelta dei tessuti e delle colorazioni biologiche, rispetto del lavoro e giusta retribuzione, valorizzazione del territorio, legalità.

Vincenzo Linarello,presidente di GOEL, ci spiega gli ingredienti di questa ricetta calabrese che è riuscita a salvaguardare unsapere antico trasformandolo in un’attività di successo.

CANGIARI in dialetto calabrese significa cambiare. Di che tipo di cambiamento si fa portavoce questo marchio?

Essenzialmente tutto GOEL, quindi anche CANGIARI, converge su un obiettivo, su una missione unica che è quella di innescare percorsi di riscatto in Calabria da mafia, politica corrotta, affarismo, clientelismo. Così come abbiamo realizzato in altri settori, utilizziamo le attività economiche che portiamo avanti per piegarle a questo scopo di riscatto e cambiamento. CANGIARI da questo punto di vista è un’attività speciale perché, pur non essendo fra le attività più grandi di GOEL, si esprime con un linguaggio e in un ambito del tutto nuovo. Da questo punto di vista, purtroppo, i nostri mondi, quelli legati al sociale, utilizzano sempre un linguaggio e un approccio molto tradizionali, identici a se stessi nel tempo. Questa iniziativa, che abbiamo sviluppato anche per dare sostenibilità economica ad un artigianato che non aveva prospettive, quello dei tessuti fatti con il telaio a mano, ci è piaciuta fin dall’inizio perché è un potentissimo mezzo di comunicazione che usa un linguaggio completamente nuovo. Di conseguenza, questo è il ruolo importante che ha il marchio CANGIARI all’interno del nostro progetto di cambiamento.

A proposito dell’aspetto economico. Spesso uno dei limiti dei progetti a forte spinta etica è proprio la sostenibilità economica. Come è stata vissuta questa vostra scelta dagli altri attori del mondo del Terzo settore?

E’ stata accolta come momento di innovazione. Oggi il Terzo settore è in crisi, e lo è perché gran parte, per non dire tutto, si regge sulla commessa pubblica dei servizi socio-assistenziali. Di conseguenza, oggi l’impresa sociale che va sul mercato privato è tutta da inventare, non è il punto di partenza in Italia. Con la crisi dei trasferimenti pubblici agli enti locali, si è verificata anche una crisi nel mercato pubblico dei servizi socio-assistenziali e molte cooperative si sono trovate costrette a reinventarsi anche una prospettiva sul mercato privato, per continuare almeno a fare inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Rispetto a questo, il Gruppo GOEL in generale è stato visto come uno degli esempi in Italia di realtà che sta costruendosi, pur avendo anche noi un mercato pubblico, un’alternativa sul mercato privato.

Spesso sentiamo che l’artigianato, anzi gli artigianati, sono una delle principali ricchezze del nostro paese, ma tanti di questi saperi antichi sono oggi a rischio estinzione. Voi siete riusciti ad arginare questo processo. Pensate che la vostra esperienza sia replicabile anche in altri luoghi?

Il discorso sull’artigianato viene trattato troppo spesso con tanta retorica. Il nodo fondamentale non è che l’artigianato si perde per via della volontà di qualcuno che lo vuole mettere ai margini: l’artigianato si perde perché non c’è sostenibilità. L’artigianato ha un grande difetto in un’epoca di meccanizzazione o addirittura robotizzazione della produzione: costa ore di lavoro. Le ore di lavoro significano un aumento di costo di un prodotto che ha un equivalente industriale che viene messo sul mercato a prezzi enormemente inferiori. Quindi o c’è una capacità di innovazione tale da restituire la sostenibilità economica agli artigianati oppure gli artigianati cesseranno di esistere, se non come forma artistica. Da questo punto di vista, CANGIARI potrebbe rappresentare un modello. Detto ciò, però, non è sempre facile – e a volte non è possibile – inventarsi un “CANGIARI” da tutti gli artigianati.

La scelta di un pubblico di fascia medio-alta è legata a questi motivi?

È stata una scelta obbligata. Nella tessitura a mano con il telaio tradizionale calabrese si realizza un tessuto che è largo 70-80 centimetri, contro un tessuto industriale largo un metro e cinquanta. Pur essendo largo la metà, comunque per farne un metro lineare ci si mette da tre a sei ore di lavoro. Retribuendole con un costo sindacale si arriva a un costo del tessuto spropositato rispetto a quelli industriali messi sul mercato. Quindi o ci rivolgevamo a questo segmento di fascia alta oppure non era proprio possibile retribuire dignitosamente il lavoro dell’artigiano.

Progetti per il futuro di GOEL?

Tanti, qualcuno direbbe troppi. Abbiamo intenzione di lavorare molto, di potenziare il segmento di ricerca, anche di ricerca pura, soprattutto in relazione agli estratti botanici e agli oli essenziali. Stiamo lanciando la nostra linea di bio-eco-dermocosmesi che sarà marchio GOEL Bio Cosmethical, c’è un progetto nei negozi Yamamay già in vendita in questi giorni. Poi a partire da febbraio, marzo, avremo una linea tutta nostra. E soprattutto stiamo scrivendo il piano di sviluppo di GOEL per i prossimi dieci anni, dove la grande sfida sarà quella di crescere “crescendo” anche in etica. Che è un po’ un’eresia, perché tutti quanti abbiamo la convinzione che più si diventa grandi e meno si diventa etici. Invece la grande sfida di GOEL è quella di dimostrare che l’etica è efficace non solo nelle dimensioni piccole ma può esserlo anche in quelle grandi, togliendo giustificazione a tutti quelli che pensano che la spregiudicatezza economica sia assolutamente necessaria quando le dimensioni del business diventano elevate, come ad esempio la ‘ndrangheta, giusto per non fare riferimenti casuali.

Andrea Degl’Innocenti

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/cambiare-non-per-moda-intervista-a-vincenzo-linarello-di-goel/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Artigianato: un bando per sostenere saperi e tradizioni del Sud

Dalla seta al mandolino, dalla lana ai carretti siciliani. Fondazione CON IL SUD in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA) lancia un bando per sostenere la tradizione artigiana meridionale che oggi rischia di scomparire. La Fondazione CON IL SUD  intende sostenere alcune eccellenze della tradizione artigiana meridionale che stanno scomparendo. A questo scopo, in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA), rivolge un invito alle organizzazioni del Terzo settore per progetti di valorizzazione di antiche produzioni e competenze in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, da realizzare anche in partenariato con enti pubblici o privati, profit o non profit. Le proposte dovranno essere presentate online entro il 17 ottobre 2018 tramite la piattaforma Chàiros.craftsmanship-2607408_960_720

Il sapere e la tradizione artigianale sono tra le cifre più caratteristiche della cultura e dell’economia italiana e rivestono un’importanza strategica anche sul piano sociale: il lavoro artigiano, grazie alla qualità dei manufatti, restituisce dignità alle persone, rendendole orgogliose e gratificate, e permette di rafforzare, quando non di ricostruire, il legame con il territorio.

“Uno dei più lampanti paradossi del nostro paese, famoso per i suoi prodotti di qualità e con un’altissima disoccupazione giovanile, è che scarseggiano sempre di più calzolai, vetrai, falegnami, sarti o scalpellini – scrive Fondazione CON IL SUD – Questo succede perché i nipoti non seguono le orme dei nonni e perché questi mestieri risultano poco redditizi su un mercato veloce e globalizzato. La sfida di Fondazione CON IL SUD e OMA è quella di riscoprire il saper fare tradizionale, immaginando nuovi campi di applicazione tecnologica e commerciale e trovando nuovi potenziali talenti anche nelle giovani generazioni e tra le persone più fragili”.hands-731241_960_720

Il bando interviene su settori artigianali particolarmente vulnerabili: dal ricamo tradizionale, come lo squadrato lucano, all’intreccio di fibre vegetali per realizzare cesti a Reggio Calabria o nasse e reti da pesca in Sardegna; dalla produzione di fili di seta a Catanzaro alla costruzione del mandolino napoletano e della chitarra battente cilentana; dalla costruzione di carretti siciliani alla tessitura con la tecnica del fiocco leccese o alla filatura della lana in Sardegna. Sono solo alcuni degli esempi di saperi antichi che rischiano realmente l’estinzione e che, inseriti in opportuni percorsi di innovazione e inclusione sociale, possono al contrario rappresentare opportunità per nuovi talenti e occasione per sperimentare approcci e modelli inediti di valorizzazione. Per la realizzazione delle singole iniziative, la Fondazione mette a disposizione complessivamente un contributo di 800 mila euro, in funzione della qualità delle proposte ricevute e della loro capacità di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Vai al bando: clicca qui

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/artigianato-bando-sostenere-saperi-tradizioni-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Calabria: il turismo è ospitalità e tradizioni

Conoscere la Calabria, da sempre terra di accoglienza e tradizioni, da cui trarre ispirazione per un modello di turismo da trasmettere ovunque. Torna dal 28 al 30 settembre a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, il Festival dell’Ospitalità, un evento dedicato alla promozione di nuovo modo di viaggiare e ospitare in maniera sostenibile. Il turismo fatto di tradizioni ed ospitalità, che affonda le sue radici profonde nella Calabria più antica, diventa un modello al quale ispirarsi. A raccontarlo è anche quest’anno il Festival dell’Ospitalità in una tre giorni con workshop formativi e tutor che forniranno indicazioni e strategie legate al marketing territoriale per ogni settore specifico. La IV edizione del Festival dell’Ospitalità si terrà a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, e coinvolgerà l’intero borgo. Professionisti e consulenti del settore e del mondo dell’ospitalità, appassionati di viaggio, esperti di digitale e della comunicazione, provenienti da tutta Italia tornano a confrontarsi, anche nel 2018, sul tema, sempre attuale, del turismo.calabria-festival-ospitalita

Organizzato da Evermind, Home for Creativity e Kiwi società cooperativa, con il patrocinio dell’ Agenzia nazionale del Turismo (Enit) e delTouring Club d’Italia, il Festival, che per il 2018 ha ricevuto il marchio Mibact per l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, “nasce dall’esigenza – spiegano gli organizzatori – di creare un momento di incontro, tra esperti del settore e chiunque sia interessato a conoscere la terra, la Calabria, da sempre fonte di accoglienza e ospitalità, da cui trarre ispirazione per un modello di turismo da trasmettere ovunque. Chiunque voglia partecipare alla creazione di un nuovo modo di viaggiare e di fare ospitalità in maniera sostenibile, e desideri contribuire per discutere e riflettere sui cambiamenti profondi delle nuove frontiere del turismo, rimettendo in discussione lo stesso significato di viaggio, territorio ed accoglienza, sarà a Nicotera dal 28 al 30 settembre”. Cambia, dunque, il Viaggiatore e nasce l’esigenza, anche per i territori e per chi vive di turismo, di soddisfare le sue numerose necessità che non sono più soltanto “mare, lettino, sole e spiaggia”, ma si chiamano esperienze di vita ed emozioni da portare a casa dentro l’album dei ricordi. Tutto questo non sempre si coniuga con il pacchetto “chiavi in mano” e passa anche attraverso strategie di Promozione del territorio. Per questo la Calabria, perché è piena di Esperienze innovative e di eccellenza dei singoli operatori territoriali che si aprono all’ospitalità con nuovi modi di fare Ricettività turistica.door-2730801_960_720

Il Festival vuole essere un’opportunità di incontro e confronto tra queste realtà, con lo scopo di facilitare la creazione di reti, nuove relazioni ed iniziative condivise.

Nicotera sarà interamente coinvolto. Per questo il Festival si propone come una realtà locale perché permette al borgo che lo ospita di partecipare attivamente all’organizzazione della tre giorni e di costruire la propria identità come destinazione di viaggio; regionale perché mira all’esaltazione del patrimonio umano e turistico calabrese, invitando buyer e influencer da tutto il mondo a conoscere le peculiarità calabresi e comunicarne la bellezza e il valore; nazionale perché è l’unico festival italiano dedicato all’ospitalità, ogni anno invita decine di operatori a offrire la propria testimonianza e il proprio mentoring in ambito turistico e attrae un pubblico sempre più vasto di operatori del settore provenienti da ogni parte d’Italia per partecipare a questo appuntamento imperdibile.

In più quest’anno ci saranno numerose sorprese legate proprio alle realtà d’eccellenza del territorio. Continua, inoltre, l’intreccio di successo che da anni ormai fonde il Festival dell’Ospitalità, Calabria Ispirata e gli Inspiring Tour. Esperienze che diventano tematiche centrali e narrazioni concrete nella tre giorni del Festival.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/calabria-turismo-ospitalita-tradizioni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’agricoltura in Calabria? Donna, biologica e solidale!

Cristiana, Marina e mamma Jolanda decidono di essere donne e imprenditrici in una regione difficile come la Calabria. Lo fanno puntando sulla naturalità dei prodotti, sull’economia solidale e locale, sulle relazioni umane. Oggi, un passo alla volta, attraverso la loro azienda stanno portando avanti un cambiamento economico e culturale.

Una tradizione che diventa innovazione, attingendo da quel passato che per troppo tempo l’agricoltura ha snobbato e sminuito. Per ragioni economiche, industriali, per costume, per pigrizia, per convenienza. Tre donne: mamma Iolanda e le due figlie Cristiana e Marina, una terra ereditata che pesa come un macigno perché figlia di un passaggio generazionale imprevisto e difficile da onorare. La voglia di “sporcarsi” le mani, fare agricoltura in Calabria, una regione difficile, a maggior ragione per chi vuole essere Donna ed Imprenditrice e vuole portare avanti un’attività sana, pulita, rispettosa del terreno, sostenibile, capace di creare un giusto reddito per chi ci lavora, di formare reti con altre attività virtuose del territorio, di divulgare il messaggio che oggi un’agricoltura sana e pulita non solo è possibile, ma doverosa.

Una scommessa persa in partenza? Nient’affatto! Siamo nella campagna di Rossano, in Calabria. Iolanda, Cristiana e Marina ci accolgono con affetto e calore, scopriamo sulla nostra pelle cosa significa davvero l’accoglienza in Calabria. L’azienda agricola Biosmurra produce dal 1987 clementine primizie su un’estensione di otto ettari, dei quali uno coltivato anche ad uliveto, ma anche limoni e altre varietà di frutta in piccole quantità. Negli occhi di Cristiana e Marina si legge tutto l’amore per la loro terra, mentre ci raccontano le tappe del loro arrivo sin qui. «Mio padre ha acquistato questo terreno nel 1987» ci racconta Cristiana «e subito ce ne siamo innamorate, abbiamo sentito un forte legame e dopo pochi anni ci siamo trasferite dal entro storico Rossano nella valle del Colagnati». La prematura scomparsa del padre mise Cristiana e Marina in una situazione difficilissima: quella di due ragazze che ereditano un’azienda agricola in un contesto culturale e sociale come quello calabrese. Al di là di tutti i luoghi comuni, chiunque avrebbe pensato di andarsene; a maggior ragione se l’obiettivo era quello di creare una realtà di agricoltura sostenibile in un contesto sociale e culturale che andava (e va tutt’oggi spesso) in tutt’altra direzione. Ma la tenacia e l’amore per la propria realtà, la voglia di combattere per cambiare le cose pur tra mille difficoltà, hanno avuto la meglio: oggi la Biosmurra da lavoro stagionale a sette persone e l’obiettivo è quello di incrementare gli investimenti in Calabria per ingrandire l’azienda.biosmurra3-1030x587

La prima vera svolta che ha portato la Biosmurra a diventare una vera e propria azienda agricola è arrivata nel 2011, in occasione di due diversi momenti di difficoltà, uno congiunturale dovuto al crollo del mercato ortofrutticolo del 2003 e uno aziendale dovuto alla perdita di quasi duecento quintali di prodotto dovuto al maltempo. Da allora la Biosmurra ha messo in atto la vendita del prodotto a un prezzo più che equo e allo stesso tempo lo ha differenziato in trasformati artigianali di primissima qualità, tra i quali spicca il loro Succo di Clementine.

«Noi a questo punto gestiamo tutte le fasi del processo, dalla produzione alla vendita e alla distribuzione» ci racconta Marina Smurra «oltre alla produzione abbiamo deciso di fare a meno di intermediari, di trovarci noi i nostri canali di distribuzione per sfuggire alle logiche commerciali in vigore dalle nostre parti che lasciavano all’agricoltore poco o nulla: dalla produzione fatta con i principi della rigenerazione organica, con un occhio particolare alla cura del terreno, fino alla vendita abbiamo costruito tutto da sole».

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Tutto questo è stato possibile soprattutto grazie agli incontri con le realtà dell’economia solidale: la Biosmurra, dopo essersi dotata di certificazione di qualità, ha intrapreso un percorso di decisa responsabilità sociale, aderendo alla rete nazionale dei GAS e alla RESSUD, oltre al felice incontro con il Consorzio delle Galline Felici, realtà che riunisce varie realtà agricole che si distinguono per l’elevata qualità dei prodotti commerciati e per l’equità e la correttezza nello stabilire il prezzo di vendita. «No, non facciamo solo agricoltura, è il nostro lavoro che ci porta reddito ma facciamo anche altro», ci spiega Cristiana. «Nell’inventarci come far andare avanti la nostra realtà abbiamo intercettato storie, persone con le quali abbiamo creato dei legami forti».

Qui non si parlava affatto di economia solidale, nemmeno di gruppi d’acquisto. Oggi cerchiamo sempre di organizzare eventi, in sinergia con le realtà del territorio, per diffondere anche a livello culturale il messaggio dirompente che proviene dai mondi che abbiamo conosciuto e con i quali siamo orgogliose di collaborare».  Tematiche prima inedite per la Calabria: «Si è rotto il torpore nel quale vivevamo e la cosa bella è che condividendo certi discorsi, pensieri, modi di essere è aumentato l’ottimismo. Io stessa, quando mi autodefinisco Gallina Felice qui a Rossano, lo faccio con il sorriso negli occhi», spiega Marina.biosmurra5-1030x686

Cristiana e Marina non hanno nessuna intenzione di fermarsi. Non lo fanno nemmeno nella vita quotidiana, sempre pronte a cercare il modo migliore per far star bene il prossimo: «Noi vogliamo far capire alle persone che lavorano con noi che è bello poter provare ad andare avanti insieme, che noi stiamo bene se riusciamo a stare tranquille con le persone con la quale collaboriamo», conclude Cristiana. «Nei primi anni di vita non è stato affatto facile: ci siamo dovute fare le ossa, abbiamo dovuto cambiare molti collaboratori perché eravamo ostiche, davamo fastidio. Ora riusciamo meglio a selezionare persone che sono naturalmente affini ai nostri discorsi, si è creata una rete di persone intorno a noi che condividono scelte e rischi della nostra avventura».

E uno dei messaggi più forti di questa esperienza, secondo Marina, è che «se esistono delle regole, tacite o meno, che a noi non piacciono o che ci impediscono di realizzare i nostri sogni, noi dobbiamo lottare per scardinarle e noi nel nostro piccolo ne siamo l’esempio. Mi sento di dare un consiglio alle giovani e ai giovani di oggi: non dobbiamo accettare per forza la realtà così com’è, dobbiamo partecipare di più e delegare di meno».

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/10/io-faccio-cosi-140-agricoltura-in-calabria/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

Un comune calabrese elimina la Tasi, tutto merito del fotovoltaico

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Antonio Cersosimo, sindaco di San Lorenzo Bellizzi, comune in provincia di Cosenza, ha deciso di tagliare la Tasi grazie all’energia prodotta dal fotovoltaico. A beneficiarne saranno i 700 abitanti che non pagheranno la Tassa sui servizi indivisibili. I proprietari che decideranno di ristrutturare la loro casa, inoltre, saranno esentati dal pagare le tasse per i prossimi 5 anni. Quattro anni fa, sfruttando i generosi incentivi del quinto Conto Energia, il sindaco del comune calabrese ha deciso di investire installando tre impianti da 13 MW che hanno permesso di risparmiare 90mila euro l’anno. Cersosimo spera ora di poter ripetere l’eliminazione della Tasi anche per i prossimi anni. Anche se il Governo Renzi, sin dalle prime settimane apertamente contrario alle energie rinnovabili, potrebbe rovinare i piani del sindaco:

“Con la nuova normativa sugli incentivi diventa difficile continuare a puntare sul solare. Prima il sussidio riusciva a coprire l’investimento iniziale, ora non è più così”.

Per il momento i sanlorenzani ringraziano…

Fonte:  La Stampa