Da Roma al piccolo paese di Civita: “Riabitare i borghi è possibile”

Stefania Emmanuele ci racconta la sua scelta di vita, che l’ha portata a ritornare nel piccolo paese dove è cresciuta e dove ha ideato e lanciato un progetto di tutela e rivitalizzazione dei borghi italiani.

«A un certo punto la vita a Roma era diventata bulimica e il tempo, quel prezioso indicatore della felicità interna lorda, si era ridotto in una corsa continua alla produttività e al lavoro senza sosta, in cui le relazioni, quelle vere, si erano dileguate». Stefania ha vissuto per anni nella Capitale, fino a che non ha deciso di tornare a Civita, piccolo borgo calabrese dove ha passato la sua infanzia. Una scelta di vita, ma non solo: qui ha lanciato il progetto di tutela dei paesi Borgo Slow e ha aperto il b&b Il Comignolo di Sofia.  

Stefania è anche una delle relatrici della Summer School sul Turismo Ispirazionale in Calabria. Le chiediamo di parlarcene, partendo però dalla sua storia personale, così intimamente legata con l’ambiente del borgo.

Veduta di Civita

Veduta di Civita

Come sei arrivata – o meglio, ritornata – a Civita?

Fino all’età di 18 anni non ho vissuto a Civita, ma in una cittadina a 14 chilometri di distanza e poi ho vissuto a Roma per dodici anni dove ho studiato grafica pubblicitaria e mi sono laureata in Sociologia. Civita è il paese dei miei nonni paterni, è il luogo in cui mio padre ha insegnato per molti anni, dove ha realizzato un Museo etnico e una rivista italo-albanese che nel 2020 compie cinquant’anni di attività. Civita era il paese della domenica a pranzo dai nonni col caminetto acceso, del pane e olio abbrustolito sul fuoco, delle giornate estive trascorse lungo campagne e dirupi a smontare muretti a secco per trovare il tesoro, delle prime pedalate in bicicletta lungo le salite ripide per poter conquistare l’ebrezza della discesa con le gambe in aria, delle fughe di nascosto al torrente Raganello per fare il bagno, cosa che per i bambini del posto ha sempre rappresentato un divieto assoluto. A un certo punto la vita a Roma era diventata bulimica e il tempo, quel prezioso indicatore della felicità interna lorda, si era ridotto in una corsa continua alla produttività e al lavoro senza sosta, in cui le relazioni, quelle vere, si erano dileguate. Così, senza troppe riflessioni, in un afoso giorno di giugno ho comunicato in famiglia la mia decisione di tornare definitivamente a casa, ma nella casa in cui avevano vissuto i miei nonni, a Civita. Ho noleggiato un furgone caricando 12 anni di vita e mi sono messa in viaggio verso una terra che dovevo e volevo riconoscere.

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Ora vivo a Civita con mia figlia Sofia da quindici anni; anche la mia famiglia si è trasferita qui e posso dire che in nessun altro luogo ho viaggiato così tanto con la testa. Appena arrivata, ed era il 2002, dopo un anno sono stata catapultata in un’avventura amministrativa per rappresentare le quote rosa, unica donna in una compagine fatta totalmente di uomini che non sapevano che dietro quell’aspetto da ragazzina c’erano tante fervide energie da mettere in gioco. Contemporaneamente decido di frequentare un master triennale che mi forniva competenze nella mediazione e nella gestione del patrimonio culturale in Europa, così la mia missione politica diventa un percorso formativo in cui applicare quello che stavo imparando del marketing culturale e della valorizzazione del territorio. Da quell’esperienza durata cinque anni ho imparato ciò che non è politica e, soprattutto, ciò che dovrebbe essere la politica al servizio del bene comune. Ho impiegato le mie energie affinché Civita potesse avere gli strumenti per iniziare un percorso responsabile verso l’accoglienza turistica che oggi è il suo fiore all’occhiello e rappresenta l’economia per tanti giovani, soprattutto donne, che sono tornati a vivere qui. Anche io ho fatto della mia casa un bed and breakfast e dal 2008 accolgo viaggiatori provenienti da tutto il mondo. Questa attività è la mia finestra sul mondo e mi abilità al cosmopolitismo, alle relazioni e, soprattutto, all’umanità, ingrediente fondamentale per sentirsi a casa ovunque e far sentire a casa tutti coloro che accolgo. Oggi conosco il mio villaggio e il suo territorio nelle sue intime pieghe, è la mia palestra e la mia farmacia ed offro l’ esperienza del mio stile di vita ai viaggiatori traendo piccole gioie e lo stimolo a realizzare idee e progetti. Credo che se tutti i paesi si percepissero come rifugi d’aria piuttosto che come limite e periferia, forse riusciremmo con questo poco a fare grandi cose, a farci ispirare e a restare aperti.

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Quali sono i pilastri su cui si fonda il “modello dei borghi”?

I pilastri su cui tutti i paesi e i borghi dovrebbero ricostruire un futuro possibile sono senza dubbio l’agricoltura naturale e la cucina popolare, il recupero conservativo e il riutilizzo delle case e degli edifici storici abbandonati, il turismo di comunità e l’innovazione sociale e tecnologica. Non si può pensare di vivere in questi paesi senza i servizi essenziali e una vita relazionale di qualità. L’unico modo per contrastare lo spopolamento è stimolare l’innovazione tecnologica e il turismo responsabile. Come dice il paesologo Franco Arminio, bisogna mettere insieme computer e pero selvatico, politica e poesia. Ci vuole anche molta immaginazione per vivere in un paese. Grazie alla tecnologia questi paesi possono diventare laboratori viventi di tradizioni e di accoglienza. Ma per favorire questo è necessario creare competenze sia nella comunità locale che in chi si occupa di turismo e di sviluppo locale. Conoscere il proprio territorio vuol dire viverlo senza rimanere incastrati nel suo stomaco, partire e tornare, viverlo per com’è e immaginarlo per come può diventare, aprirsi al mondo e portare mondo. Nella maggior parte dei casi la percezione dei paesi è di luoghi ai margini in cui si vive per sottrazione. Se non si cambia punto di vista rimarranno solo le nuvole e il vento a farci compagnia, anche se in alcuni casi può essere un privilegio. 

Il percorso di rinascita di Civita è stato drammaticamente segnato dalla tragedia dell’agosto 2018, in cui sono morti dieci escursionisti. Come ha reagito la comunità a quell’evento?

Nulla arriva per caso. Già qualche anno prima alcuni di noi erano allarmati per la fruizione selvaggia delle gole del Raganello. Un luogo oggettivamente bello e insidioso che è sempre stato attraversato, anche se in maniera molto più soft ,e in cui nel 1959 l’ornitologo Gustav Kramer perse la vita durante l’osservazione di alcuni uccelli. Ma la trasmissione di una percezione errata del torrente ha attratto negli ultimi tre anni molti cercatori di adrenalina. E anche chi probabilmente cercava altro è rimasto vittima di questo approccio. Oggi la comunità è segnata dalla tragedia e come in molti casi accade si tende al fatalismo, come se la tragedia fosse stata causata dalla mano del diavolo. Ma l’inconsapevolezza e la mancata elaborazione del lutto potrebbe essere ancora più fatale bloccando la rigenerazione del tessuto sociale ed economico.  

L’imprevedibilità della natura è una componente genetica della natura stessa e i dispositivi di prevenzione in questi luoghi sono affidati alla memoria storica, ai saperi degli anziani e di coloro che con queste gole e i pericoli ci convivevano conducendo i pascoli e recandosi nelle proprie terre. È proprio a partire dalla memoria tramandata che oggi con l’Associazione Placco attiva da 35 anni, si è deciso di investire sull’antropologia applicata affidando questo delicatissimo lavoro di recupero della memoria storica all’archeo antropologa Anna Rizzo. Proprio in questi giorni sono in corso le interviste a pastori e anziani del paese per comprendere cosa ci è sfuggito di mano e riattualizzarlo attraverso momenti di animazione sociale e condivisione con il fine di fornire competenze alle nuove generazioni ed informazioni, percezioni e conoscenza ai visitatori. Ora abbiamo il compito di dare alla cultura la sua funzione civile e sociale di ricostruire il tessuto connettivo tra territorio, patrimonio e popolazione.

Ospitalità in case d'epoca

Ospitalità in case d’epoca

 Gli equilibri fra abitanti, amministratori e persone estranee alla comunità, che magari intendono insediarvisi, sono delicati. Come si fa a mantenerli?

È una sinergia necessaria quanto difficile. Gli abitanti e gli amministratori dovrebbero mettersi nei panni di chi visita il paese, viverlo dal di dentro e guardarlo da fuori senza autoreferenzialità e senso di inferiorità. Nutrire ambizioni più che invidia. Esaltare le vocazioni del paese e soprattutto dare ascolto ai ragazzi, a quello che vorrebbero realizzare perché senza di loro la comunità non può rigenerarsi e senza i viaggiatori si resta chiusi nella ripetitività e nelle false compensazioni. Il problema è chi è sempre stato nel paese e ci vive conficcato dentro, gli scoraggiatori militanti e i distributori di livore; essi rappresentano il vero ostacolo alla sinergia armoniosa e creativa tra abitanti, amministratori e cittadini temporanei. È una fortuna quando in un paese ci sono molte persone che gestiscono strutture ricettive e per traslazione si relazionano a tanti viaggiatori che condividono quell’esperienza; nel caso di Civita grazie ai tanti b&b, ma soprattutto alle tante persone che si occupano di accoglienza la gestione degli equilibri è più immediata poiché si entra sintomaticamente nel circuito in cui per alzare l’appeal del territorio e produrre benessere nel viaggiatore si lavora in maniera sinergica e integrata. Poi al di fuori del sistema turistico, la vita di tutti i giorni può essere molto diversa e meno esaltante. Ecco perché ora stiamo lavorando a rigenerare il tessuto sociale e culturale per riportare nella comunità l’orgoglio, la tenerezza e il senso di appartenenza. 

C’è un collegamento fra i segnali di corto circuito sociale e culturale che si percepiscono oggi e il fatto che più del 60% degli italiani vive in aree metropolitane?

Le città sono stracolme e sature, seppure in molte si stiano applicando i principi della smart city per migliorare la qualità della vita, c’è un gran numero di persone in Italia e all’estero che guarda ai paesi come a luoghi in cui ritrovare l’umanità. Quindi, ora anche i paesi dovranno attrezzarsi per diventare borghi smart in cui connettere i servizi socio assistenziali e sanitari, in cui innovare l’agricoltura che riporti nelle tavole e nel mondo i prodotti indentitari, grazie alle nuove tecnologie la tradizione può aprire nuovi scenari. E non nego che vedo tutto questo con moderato ottimismo. 

È possibile e auspicabile tornare ad abitare i borghi?

È possibile, ma c’è ancora molto lavoro da fare, anzitutto su se stessi e sul modo di viverli. Attraverso Borgo Slow voglio mettere in atto una piccola rivoluzione e dimostrare sulla mia pelle che è possibile e anche entusiasmante. Ci sto lavorando. 

Come valuti il progetto della Summer school?

È un progetto coraggioso e necessario che ha l’obiettivo di fornire competenze nella rigenerazione dei borghi, ma anche la possibilità di creare nuove reti e relazioni tra i partecipanti e chi si occupa di sviluppo locale con competenze diverse. Perché spesso è proprio l’isolamento umano e professionale ad immobilizzarci. Se io non avessi partecipato a diverse occasioni formative non avrei mai conosciuto Destinazione Umana e Inspirational travel company con cui oggi mi appresto a sviluppare altri aspetti pratici della community Borgo Slow di cui sono project manager. Investire su se stessi è il miglior investimento che si possa fare e questa è una di quelle occasioni.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/roma-civita-riabitare-borghi-e-possibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Funky Tomato, il pomodoro etico che supera il caporalato

Contrastare il caporalato, restituire dignità alle lavoratrici e ai lavoratori stranieri ed italiani, costruire una filiera agroalimentare naturale e biologica, promuovere una nuova economia etica. Il tutto partendo dal pomodoro, il cibo più pop del mondo. Nato nel 2015 nel sud Italia, il progetto Funky Tomato testimonia che è possibile costruire un modello di produzione sostenibile per chi lavora nei campi, per chi produce e per chi acquista e poi mangia. Cosa c’è dietro la produzione di una semplice passata di pomodoro? Quando penso a questo prodotto mi vengono in mente i miei nonni e zii che quando ero piccolo accendevano un grande fuoco e – dopo aver raccolto e macinato i pomodori – li facevano bollire per ore in bottiglie di recupero. Poi, rifletto, e penso a campi di pomodori intensivi, irrorati di sostanze chimiche e cresciuti a forza in serre lontane. Poi rifletto ancora e vedo le persone che lavorano su questi campi. Dentro e fuori le serre. In Italia e all’estero. Italiani, immigrati, uomini e donne, piegati nel piantumare e raccogliere, sottopagati, spesso senza contratto né diritti riconosciuti. Non solo. Se penso alla salsa di pomodoro dei miei nonni mi viene in mente un sapore intenso, spesso variabile, sicuramente autentico. Se penso alle salse di pomodoro del supermercato penso ad un sapore predefinito, zuccherato, sempre uguale a se stesso.  

E quindi? Perché vi sto raccontando le mie immaginazioni limitate su uno dei prodotti più utilizzati nelle cucine italiane e non? Per introdurre la storia di oggi, quella di Funky Tomato.

Già leggendo le prime righe della visione, sul loro sito, si capisce che l’approccio non è dei più tradizionali: “Funky Tomato individua nella partecipazione l’atto fondante di un cambiamento migliorativo delle condizioni economiche e sociali di individui e comunità nel loro insieme. Una visione che implica l’assunzione di responsabilità nella cura delle persone, dei territori, delle comunità coinvolte nella filiera agroalimentare”.  

Che c’entra la partecipazione con il sugo per la pizza e la pasta? Più avanti nella pagina si legge: “Funky Tomato vuole tracciare un solco percorribile da tutti, un progetto d’impresa pop, nel senso artistico e culturale del termine, e attraverso il cibo più pop del mondo – il pomodoro – e diffondere il messaggio che una nuova economica etica, equa e partecipata è possibile. […] per questo Funky Tomato vede nella varietà meravigliosa del mondo naturale la stessa bellezza multiforme che si ritrova nella molteplicità umana. La comunità Funky Tomato è fondata sul rifiuto di ogni forma di discriminazione, perché nasce dalle relazioni tra le persone, dalla socialità innata dell’essere umano”.  

Insomma, come si dice a Roma, “robba forte”. E la citazione romana non è un caso. Il fondatore di questa avventura, infatti, è proprio romano. Si chiama Paolo Russo, e – dopo gli studi – ha vissuto in molte zone del sud Italia, principalmente in Puglia. Ora ha la sua base in una meravigliosa cittadina nel nord della Calabria, Civita. Qui io e Paolo Cignini, in viaggio alla ricerca di nuove storie, lo incontriamo quasi per caso nei e dopo due giorni trascorsi insieme, lo intervistiamo.

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Paolo, seduto nel suo piccolo orto di casa, ci racconta come Funky Tomato sia nato nel 2015. In quell’anno il fenomeno del caporalato diventa di importanza pubblica, quando un evento drammatico raggiunge le cronache dei nostri mass

media: muore, infatti, una bracciante sul ‘campo’ – Paola Clemente – e Paolo viene coinvolto da una serie di ricercatori nel creare un modello che non rendesse necessario lo sfruttamento dei braccianti per mettere in piedi una produzione di pomodori sostenibile a livello economico ed ecologico. Sostenibile per chi lavora nei campi, per chi produce e per chi acquista e poi mangia.  

“Non ci riteniamo una impresa, ma un progetto sperimentale che ha l’ambizione di essere quanto più trasversale possibile e quanto più includente possibile – ci spiega Paolo – Abbiamo cercato di coinvolgere tutti i soggetti coinvolti nel processo produttivo. Tra questi i lavoratori e i consumatori, che normalmente non sono considerati come parte della filiera. Abbiamo deciso di ragionare sul processo dell’immigrazione come una cosa funk, una cosa che contamina la retorica della ruralità e utilizza la contaminazione per migliorare i propri processi. Noi riteniamo i braccianti, che sono in gran parte stranieri, delle risorse, un valore aggiunto, un’opportunità per proseguire con la nostra storia e la nostra visione agricola. Abbiamo scelto il pomodoro come rappresentazione principale delle problematiche legate allo sfruttamento del lavoro, ma anche perché questo ‘frutto’ dimostra come la contaminazione rappresenti un valore aggiunto: il pomodoro è arrivato in Italia – come prodotto esclusivamente ornamentale – con la ‘scoperta’ dell’America. Era giallo principalmente; una volta diffusosi a Napoli ha ridotto i livelli di solanina ed è diventato rosso ed è stato usato come prodotto alimentare. La contaminazione, quindi, dà vita a una nuova cultura e nuove tradizioni”.

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Per mettere a sistema questo processo e coinvolgere in modo veramente paritario i vari attori della filiera, è stato realizzato un contratto di rete: attraverso meccanismi mutualistici le diverse criticità possono così essere sostenute e remunerate. Questo strumento si differenzia nettamente dalla filiera agroalimentare convenzionale dove i rapporti sono ‘uno a uno’ e vengono quindi determinati dalla forza finanziaria dei singoli soggetti. Dentro Funky Tomato si genera così un processo osmotico: le realtà più forti sostengono quelle più deboli. Come detto, i braccianti e i consumatori sono attori del contratto di rete al pari di produttori e distributori. I primi hanno costituito una loro assemblea, i secondi partecipano attraverso i gruppi di acquisto. Non solo. Sono stati inseriti nella filiera anche formatori agricoli, creativi, ricercatori, studiosi di governance. Grazie all’incontro tra le diverse componenti sono arrivate proposte e soluzioni per i diversi problemi. Per combattere le logiche del caporalato, inoltre, si è cercato di contrastare la politica del cottimo secondo le quali un lavoratore vale l’altro, esattamente come se il loro lavoro fosse svolto da una macchina. Per questo Funky Tomato ha scelto di puntare su pomodori meno industriali possibili, puntando su varietà come il San Marzano, che richiedono una raccolta qualificata. In questo modo, il lavoro del bracciante diventa anche culturale ed è più difficilmente sostituibile. I lavoratori sono retribuiti rispettando le regole del contratto provinciale agricolo che costringe il datore di lavoro a limitare il numero di ore del bracciante a 6-8 per 5 giorni a settimana, riconoscendo sussidi di disoccupazione, prevenzione dei rischi e così via. Cose teoricamente scontate, ma troppo spesso ignorate, non solo sulla pelle degli immigrati, ma anche su moltissime donne italiane che spesso lavorano in questo settore.

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Le coltivazioni sono biologiche e naturali e sono situate principalmente al sud e in particolare in tre regioni, Puglia, Calabria e Campania. “In Campania – spiega Paolo Russo – produciamo nel più grande bene confiscato alla mafia, fondo rustico Amato Lamberti. Il bene è stato affidato alla cooperativa Resistenza Anticamorra. La disoccupazione è uno strumento del caporalato. Per questo lavoriamo a Scampia a Napoli. In Puglia, produciamo a Foggia con una OP, organizzazione di produttori, che lavora a 500 metri dalla più grande bidonville d’Europa. Volevamo incidere su questo territorio e confrontarci con chi ogni giorno vive questo fenomeno. In Calabria lavoriamo sul Pollino che è l’area a più alto rischio di spopolamento d’Europa, perché le aree interne sono totalmente dimenticate”. 

I risultati non hanno tardato ad arrivare. I consumatori entrano nel contratto di rete con un preacquisto dei prodotti, sostenendo così tutte le fasi di produzione della materia prima. L’avvio della produzione, nel 2015, fu finanziato con un fundraising di circa 40.000 euro. Nel 2018 il fundraising ha portato 120.000 euro, e ha generato un fatturato di circa 500.000 euro di pomodoro. Nelo 2019 il dato dovrebbe raddoppiare. Il tutto senza ricorrere a finanziamenti legati all’accoglienza o all’inclusione. “Questo – commenta Paolo Russo – significa che si può fare. Questo processo funziona e potrebbe essere replicato in altre filiere identiche alle nostre: pasta, olio, vino ecc.. Sulla nostra etichetta – conclude Paolo – c’è scritto che vogliamo alimentare la cultura. Funky Tomato porta avanti una rivoluzione culturale, non identifica un nemico ma crede che tutti siano parte della soluzione. Ecco perché una quota del nostro vasetto viene investita in progetti culturali legati al territorio su cui andiamo a impattare”.  

Riparto da Civita dopo aver mangiato una pasta con sugo Funky Tomato Tra le altre cose, devo ammetterlo, è proprio buono! 

 Intervista: Daniel Tarozzi

Realizzazione video: Paolo Cignini

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/funky-tomato-pomodoro-etico-che-supera-caporalato-io-faccio-cosi-254/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cambiare non per moda. Intervista a Vincenzo Linarello di Goel

Foto dal sito cangiari.it

C’è una Calabria che vuole cambiare, che è stanca di essere etichettata e conosciuta solo per storie di mafia, clientelismo, corruzione. Questa Calabria vede in GOEL una delle sue storie più suggestive e di successo. GOEL – Gruppo Cooperativo nasce nel 2003 nella Locride dall’unione di persone, imprese e cooperative sociali accomunate dall’obiettivo di riscattare il territorio calabrese e i suoi abitanti attraverso il lavoro legale, la promozione sociale e un’opposizione attiva alla ‘ndrangheta. Da lì in poi è stato un susseguirsi di importanti traguardi da tutti i punti di vista: sociale, culturale, occupazionale. In altri termini, un percorso di rinnovato cambiamento.

Fra le tante attività nate in seno a GOEL ce n’è una che dichiara questo obiettivo già nel nome. Stiamo parlando di CANGIARI, marchio di moda eco-etica che in dialetto calabrese significa proprio “cambiare”. Cangiari nasce dalla riscoperta di un sapere artigianale antico, quello della tessitura tradizionale calabrese, che ha origine grecanica e bizantina, ma vi unisce una buona dose di ricerca e innovazione. Inoltre, tutta la filiera produttiva avviene secondo i principi di etica a 360 gradi tipici di GOEL: sostenibilità ambientale nella scelta dei tessuti e delle colorazioni biologiche, rispetto del lavoro e giusta retribuzione, valorizzazione del territorio, legalità.

Vincenzo Linarello,presidente di GOEL, ci spiega gli ingredienti di questa ricetta calabrese che è riuscita a salvaguardare unsapere antico trasformandolo in un’attività di successo.

CANGIARI in dialetto calabrese significa cambiare. Di che tipo di cambiamento si fa portavoce questo marchio?

Essenzialmente tutto GOEL, quindi anche CANGIARI, converge su un obiettivo, su una missione unica che è quella di innescare percorsi di riscatto in Calabria da mafia, politica corrotta, affarismo, clientelismo. Così come abbiamo realizzato in altri settori, utilizziamo le attività economiche che portiamo avanti per piegarle a questo scopo di riscatto e cambiamento. CANGIARI da questo punto di vista è un’attività speciale perché, pur non essendo fra le attività più grandi di GOEL, si esprime con un linguaggio e in un ambito del tutto nuovo. Da questo punto di vista, purtroppo, i nostri mondi, quelli legati al sociale, utilizzano sempre un linguaggio e un approccio molto tradizionali, identici a se stessi nel tempo. Questa iniziativa, che abbiamo sviluppato anche per dare sostenibilità economica ad un artigianato che non aveva prospettive, quello dei tessuti fatti con il telaio a mano, ci è piaciuta fin dall’inizio perché è un potentissimo mezzo di comunicazione che usa un linguaggio completamente nuovo. Di conseguenza, questo è il ruolo importante che ha il marchio CANGIARI all’interno del nostro progetto di cambiamento.

A proposito dell’aspetto economico. Spesso uno dei limiti dei progetti a forte spinta etica è proprio la sostenibilità economica. Come è stata vissuta questa vostra scelta dagli altri attori del mondo del Terzo settore?

E’ stata accolta come momento di innovazione. Oggi il Terzo settore è in crisi, e lo è perché gran parte, per non dire tutto, si regge sulla commessa pubblica dei servizi socio-assistenziali. Di conseguenza, oggi l’impresa sociale che va sul mercato privato è tutta da inventare, non è il punto di partenza in Italia. Con la crisi dei trasferimenti pubblici agli enti locali, si è verificata anche una crisi nel mercato pubblico dei servizi socio-assistenziali e molte cooperative si sono trovate costrette a reinventarsi anche una prospettiva sul mercato privato, per continuare almeno a fare inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Rispetto a questo, il Gruppo GOEL in generale è stato visto come uno degli esempi in Italia di realtà che sta costruendosi, pur avendo anche noi un mercato pubblico, un’alternativa sul mercato privato.

Spesso sentiamo che l’artigianato, anzi gli artigianati, sono una delle principali ricchezze del nostro paese, ma tanti di questi saperi antichi sono oggi a rischio estinzione. Voi siete riusciti ad arginare questo processo. Pensate che la vostra esperienza sia replicabile anche in altri luoghi?

Il discorso sull’artigianato viene trattato troppo spesso con tanta retorica. Il nodo fondamentale non è che l’artigianato si perde per via della volontà di qualcuno che lo vuole mettere ai margini: l’artigianato si perde perché non c’è sostenibilità. L’artigianato ha un grande difetto in un’epoca di meccanizzazione o addirittura robotizzazione della produzione: costa ore di lavoro. Le ore di lavoro significano un aumento di costo di un prodotto che ha un equivalente industriale che viene messo sul mercato a prezzi enormemente inferiori. Quindi o c’è una capacità di innovazione tale da restituire la sostenibilità economica agli artigianati oppure gli artigianati cesseranno di esistere, se non come forma artistica. Da questo punto di vista, CANGIARI potrebbe rappresentare un modello. Detto ciò, però, non è sempre facile – e a volte non è possibile – inventarsi un “CANGIARI” da tutti gli artigianati.

La scelta di un pubblico di fascia medio-alta è legata a questi motivi?

È stata una scelta obbligata. Nella tessitura a mano con il telaio tradizionale calabrese si realizza un tessuto che è largo 70-80 centimetri, contro un tessuto industriale largo un metro e cinquanta. Pur essendo largo la metà, comunque per farne un metro lineare ci si mette da tre a sei ore di lavoro. Retribuendole con un costo sindacale si arriva a un costo del tessuto spropositato rispetto a quelli industriali messi sul mercato. Quindi o ci rivolgevamo a questo segmento di fascia alta oppure non era proprio possibile retribuire dignitosamente il lavoro dell’artigiano.

Progetti per il futuro di GOEL?

Tanti, qualcuno direbbe troppi. Abbiamo intenzione di lavorare molto, di potenziare il segmento di ricerca, anche di ricerca pura, soprattutto in relazione agli estratti botanici e agli oli essenziali. Stiamo lanciando la nostra linea di bio-eco-dermocosmesi che sarà marchio GOEL Bio Cosmethical, c’è un progetto nei negozi Yamamay già in vendita in questi giorni. Poi a partire da febbraio, marzo, avremo una linea tutta nostra. E soprattutto stiamo scrivendo il piano di sviluppo di GOEL per i prossimi dieci anni, dove la grande sfida sarà quella di crescere “crescendo” anche in etica. Che è un po’ un’eresia, perché tutti quanti abbiamo la convinzione che più si diventa grandi e meno si diventa etici. Invece la grande sfida di GOEL è quella di dimostrare che l’etica è efficace non solo nelle dimensioni piccole ma può esserlo anche in quelle grandi, togliendo giustificazione a tutti quelli che pensano che la spregiudicatezza economica sia assolutamente necessaria quando le dimensioni del business diventano elevate, come ad esempio la ‘ndrangheta, giusto per non fare riferimenti casuali.

Andrea Degl’Innocenti

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/cambiare-non-per-moda-intervista-a-vincenzo-linarello-di-goel/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Artigianato: un bando per sostenere saperi e tradizioni del Sud

Dalla seta al mandolino, dalla lana ai carretti siciliani. Fondazione CON IL SUD in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA) lancia un bando per sostenere la tradizione artigiana meridionale che oggi rischia di scomparire. La Fondazione CON IL SUD  intende sostenere alcune eccellenze della tradizione artigiana meridionale che stanno scomparendo. A questo scopo, in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA), rivolge un invito alle organizzazioni del Terzo settore per progetti di valorizzazione di antiche produzioni e competenze in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, da realizzare anche in partenariato con enti pubblici o privati, profit o non profit. Le proposte dovranno essere presentate online entro il 17 ottobre 2018 tramite la piattaforma Chàiros.craftsmanship-2607408_960_720

Il sapere e la tradizione artigianale sono tra le cifre più caratteristiche della cultura e dell’economia italiana e rivestono un’importanza strategica anche sul piano sociale: il lavoro artigiano, grazie alla qualità dei manufatti, restituisce dignità alle persone, rendendole orgogliose e gratificate, e permette di rafforzare, quando non di ricostruire, il legame con il territorio.

“Uno dei più lampanti paradossi del nostro paese, famoso per i suoi prodotti di qualità e con un’altissima disoccupazione giovanile, è che scarseggiano sempre di più calzolai, vetrai, falegnami, sarti o scalpellini – scrive Fondazione CON IL SUD – Questo succede perché i nipoti non seguono le orme dei nonni e perché questi mestieri risultano poco redditizi su un mercato veloce e globalizzato. La sfida di Fondazione CON IL SUD e OMA è quella di riscoprire il saper fare tradizionale, immaginando nuovi campi di applicazione tecnologica e commerciale e trovando nuovi potenziali talenti anche nelle giovani generazioni e tra le persone più fragili”.hands-731241_960_720

Il bando interviene su settori artigianali particolarmente vulnerabili: dal ricamo tradizionale, come lo squadrato lucano, all’intreccio di fibre vegetali per realizzare cesti a Reggio Calabria o nasse e reti da pesca in Sardegna; dalla produzione di fili di seta a Catanzaro alla costruzione del mandolino napoletano e della chitarra battente cilentana; dalla costruzione di carretti siciliani alla tessitura con la tecnica del fiocco leccese o alla filatura della lana in Sardegna. Sono solo alcuni degli esempi di saperi antichi che rischiano realmente l’estinzione e che, inseriti in opportuni percorsi di innovazione e inclusione sociale, possono al contrario rappresentare opportunità per nuovi talenti e occasione per sperimentare approcci e modelli inediti di valorizzazione. Per la realizzazione delle singole iniziative, la Fondazione mette a disposizione complessivamente un contributo di 800 mila euro, in funzione della qualità delle proposte ricevute e della loro capacità di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Vai al bando: clicca qui

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/artigianato-bando-sostenere-saperi-tradizioni-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Calabria: il turismo è ospitalità e tradizioni

Conoscere la Calabria, da sempre terra di accoglienza e tradizioni, da cui trarre ispirazione per un modello di turismo da trasmettere ovunque. Torna dal 28 al 30 settembre a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, il Festival dell’Ospitalità, un evento dedicato alla promozione di nuovo modo di viaggiare e ospitare in maniera sostenibile. Il turismo fatto di tradizioni ed ospitalità, che affonda le sue radici profonde nella Calabria più antica, diventa un modello al quale ispirarsi. A raccontarlo è anche quest’anno il Festival dell’Ospitalità in una tre giorni con workshop formativi e tutor che forniranno indicazioni e strategie legate al marketing territoriale per ogni settore specifico. La IV edizione del Festival dell’Ospitalità si terrà a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, e coinvolgerà l’intero borgo. Professionisti e consulenti del settore e del mondo dell’ospitalità, appassionati di viaggio, esperti di digitale e della comunicazione, provenienti da tutta Italia tornano a confrontarsi, anche nel 2018, sul tema, sempre attuale, del turismo.calabria-festival-ospitalita

Organizzato da Evermind, Home for Creativity e Kiwi società cooperativa, con il patrocinio dell’ Agenzia nazionale del Turismo (Enit) e delTouring Club d’Italia, il Festival, che per il 2018 ha ricevuto il marchio Mibact per l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, “nasce dall’esigenza – spiegano gli organizzatori – di creare un momento di incontro, tra esperti del settore e chiunque sia interessato a conoscere la terra, la Calabria, da sempre fonte di accoglienza e ospitalità, da cui trarre ispirazione per un modello di turismo da trasmettere ovunque. Chiunque voglia partecipare alla creazione di un nuovo modo di viaggiare e di fare ospitalità in maniera sostenibile, e desideri contribuire per discutere e riflettere sui cambiamenti profondi delle nuove frontiere del turismo, rimettendo in discussione lo stesso significato di viaggio, territorio ed accoglienza, sarà a Nicotera dal 28 al 30 settembre”. Cambia, dunque, il Viaggiatore e nasce l’esigenza, anche per i territori e per chi vive di turismo, di soddisfare le sue numerose necessità che non sono più soltanto “mare, lettino, sole e spiaggia”, ma si chiamano esperienze di vita ed emozioni da portare a casa dentro l’album dei ricordi. Tutto questo non sempre si coniuga con il pacchetto “chiavi in mano” e passa anche attraverso strategie di Promozione del territorio. Per questo la Calabria, perché è piena di Esperienze innovative e di eccellenza dei singoli operatori territoriali che si aprono all’ospitalità con nuovi modi di fare Ricettività turistica.door-2730801_960_720

Il Festival vuole essere un’opportunità di incontro e confronto tra queste realtà, con lo scopo di facilitare la creazione di reti, nuove relazioni ed iniziative condivise.

Nicotera sarà interamente coinvolto. Per questo il Festival si propone come una realtà locale perché permette al borgo che lo ospita di partecipare attivamente all’organizzazione della tre giorni e di costruire la propria identità come destinazione di viaggio; regionale perché mira all’esaltazione del patrimonio umano e turistico calabrese, invitando buyer e influencer da tutto il mondo a conoscere le peculiarità calabresi e comunicarne la bellezza e il valore; nazionale perché è l’unico festival italiano dedicato all’ospitalità, ogni anno invita decine di operatori a offrire la propria testimonianza e il proprio mentoring in ambito turistico e attrae un pubblico sempre più vasto di operatori del settore provenienti da ogni parte d’Italia per partecipare a questo appuntamento imperdibile.

In più quest’anno ci saranno numerose sorprese legate proprio alle realtà d’eccellenza del territorio. Continua, inoltre, l’intreccio di successo che da anni ormai fonde il Festival dell’Ospitalità, Calabria Ispirata e gli Inspiring Tour. Esperienze che diventano tematiche centrali e narrazioni concrete nella tre giorni del Festival.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/calabria-turismo-ospitalita-tradizioni/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’agricoltura in Calabria? Donna, biologica e solidale!

Cristiana, Marina e mamma Jolanda decidono di essere donne e imprenditrici in una regione difficile come la Calabria. Lo fanno puntando sulla naturalità dei prodotti, sull’economia solidale e locale, sulle relazioni umane. Oggi, un passo alla volta, attraverso la loro azienda stanno portando avanti un cambiamento economico e culturale.

Una tradizione che diventa innovazione, attingendo da quel passato che per troppo tempo l’agricoltura ha snobbato e sminuito. Per ragioni economiche, industriali, per costume, per pigrizia, per convenienza. Tre donne: mamma Iolanda e le due figlie Cristiana e Marina, una terra ereditata che pesa come un macigno perché figlia di un passaggio generazionale imprevisto e difficile da onorare. La voglia di “sporcarsi” le mani, fare agricoltura in Calabria, una regione difficile, a maggior ragione per chi vuole essere Donna ed Imprenditrice e vuole portare avanti un’attività sana, pulita, rispettosa del terreno, sostenibile, capace di creare un giusto reddito per chi ci lavora, di formare reti con altre attività virtuose del territorio, di divulgare il messaggio che oggi un’agricoltura sana e pulita non solo è possibile, ma doverosa.

Una scommessa persa in partenza? Nient’affatto! Siamo nella campagna di Rossano, in Calabria. Iolanda, Cristiana e Marina ci accolgono con affetto e calore, scopriamo sulla nostra pelle cosa significa davvero l’accoglienza in Calabria. L’azienda agricola Biosmurra produce dal 1987 clementine primizie su un’estensione di otto ettari, dei quali uno coltivato anche ad uliveto, ma anche limoni e altre varietà di frutta in piccole quantità. Negli occhi di Cristiana e Marina si legge tutto l’amore per la loro terra, mentre ci raccontano le tappe del loro arrivo sin qui. «Mio padre ha acquistato questo terreno nel 1987» ci racconta Cristiana «e subito ce ne siamo innamorate, abbiamo sentito un forte legame e dopo pochi anni ci siamo trasferite dal entro storico Rossano nella valle del Colagnati». La prematura scomparsa del padre mise Cristiana e Marina in una situazione difficilissima: quella di due ragazze che ereditano un’azienda agricola in un contesto culturale e sociale come quello calabrese. Al di là di tutti i luoghi comuni, chiunque avrebbe pensato di andarsene; a maggior ragione se l’obiettivo era quello di creare una realtà di agricoltura sostenibile in un contesto sociale e culturale che andava (e va tutt’oggi spesso) in tutt’altra direzione. Ma la tenacia e l’amore per la propria realtà, la voglia di combattere per cambiare le cose pur tra mille difficoltà, hanno avuto la meglio: oggi la Biosmurra da lavoro stagionale a sette persone e l’obiettivo è quello di incrementare gli investimenti in Calabria per ingrandire l’azienda.biosmurra3-1030x587

La prima vera svolta che ha portato la Biosmurra a diventare una vera e propria azienda agricola è arrivata nel 2011, in occasione di due diversi momenti di difficoltà, uno congiunturale dovuto al crollo del mercato ortofrutticolo del 2003 e uno aziendale dovuto alla perdita di quasi duecento quintali di prodotto dovuto al maltempo. Da allora la Biosmurra ha messo in atto la vendita del prodotto a un prezzo più che equo e allo stesso tempo lo ha differenziato in trasformati artigianali di primissima qualità, tra i quali spicca il loro Succo di Clementine.

«Noi a questo punto gestiamo tutte le fasi del processo, dalla produzione alla vendita e alla distribuzione» ci racconta Marina Smurra «oltre alla produzione abbiamo deciso di fare a meno di intermediari, di trovarci noi i nostri canali di distribuzione per sfuggire alle logiche commerciali in vigore dalle nostre parti che lasciavano all’agricoltore poco o nulla: dalla produzione fatta con i principi della rigenerazione organica, con un occhio particolare alla cura del terreno, fino alla vendita abbiamo costruito tutto da sole».

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Tutto questo è stato possibile soprattutto grazie agli incontri con le realtà dell’economia solidale: la Biosmurra, dopo essersi dotata di certificazione di qualità, ha intrapreso un percorso di decisa responsabilità sociale, aderendo alla rete nazionale dei GAS e alla RESSUD, oltre al felice incontro con il Consorzio delle Galline Felici, realtà che riunisce varie realtà agricole che si distinguono per l’elevata qualità dei prodotti commerciati e per l’equità e la correttezza nello stabilire il prezzo di vendita. «No, non facciamo solo agricoltura, è il nostro lavoro che ci porta reddito ma facciamo anche altro», ci spiega Cristiana. «Nell’inventarci come far andare avanti la nostra realtà abbiamo intercettato storie, persone con le quali abbiamo creato dei legami forti».

Qui non si parlava affatto di economia solidale, nemmeno di gruppi d’acquisto. Oggi cerchiamo sempre di organizzare eventi, in sinergia con le realtà del territorio, per diffondere anche a livello culturale il messaggio dirompente che proviene dai mondi che abbiamo conosciuto e con i quali siamo orgogliose di collaborare».  Tematiche prima inedite per la Calabria: «Si è rotto il torpore nel quale vivevamo e la cosa bella è che condividendo certi discorsi, pensieri, modi di essere è aumentato l’ottimismo. Io stessa, quando mi autodefinisco Gallina Felice qui a Rossano, lo faccio con il sorriso negli occhi», spiega Marina.biosmurra5-1030x686

Cristiana e Marina non hanno nessuna intenzione di fermarsi. Non lo fanno nemmeno nella vita quotidiana, sempre pronte a cercare il modo migliore per far star bene il prossimo: «Noi vogliamo far capire alle persone che lavorano con noi che è bello poter provare ad andare avanti insieme, che noi stiamo bene se riusciamo a stare tranquille con le persone con la quale collaboriamo», conclude Cristiana. «Nei primi anni di vita non è stato affatto facile: ci siamo dovute fare le ossa, abbiamo dovuto cambiare molti collaboratori perché eravamo ostiche, davamo fastidio. Ora riusciamo meglio a selezionare persone che sono naturalmente affini ai nostri discorsi, si è creata una rete di persone intorno a noi che condividono scelte e rischi della nostra avventura».

E uno dei messaggi più forti di questa esperienza, secondo Marina, è che «se esistono delle regole, tacite o meno, che a noi non piacciono o che ci impediscono di realizzare i nostri sogni, noi dobbiamo lottare per scardinarle e noi nel nostro piccolo ne siamo l’esempio. Mi sento di dare un consiglio alle giovani e ai giovani di oggi: non dobbiamo accettare per forza la realtà così com’è, dobbiamo partecipare di più e delegare di meno».

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/10/io-faccio-cosi-140-agricoltura-in-calabria/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

Un comune calabrese elimina la Tasi, tutto merito del fotovoltaico

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Antonio Cersosimo, sindaco di San Lorenzo Bellizzi, comune in provincia di Cosenza, ha deciso di tagliare la Tasi grazie all’energia prodotta dal fotovoltaico. A beneficiarne saranno i 700 abitanti che non pagheranno la Tassa sui servizi indivisibili. I proprietari che decideranno di ristrutturare la loro casa, inoltre, saranno esentati dal pagare le tasse per i prossimi 5 anni. Quattro anni fa, sfruttando i generosi incentivi del quinto Conto Energia, il sindaco del comune calabrese ha deciso di investire installando tre impianti da 13 MW che hanno permesso di risparmiare 90mila euro l’anno. Cersosimo spera ora di poter ripetere l’eliminazione della Tasi anche per i prossimi anni. Anche se il Governo Renzi, sin dalle prime settimane apertamente contrario alle energie rinnovabili, potrebbe rovinare i piani del sindaco:

“Con la nuova normativa sugli incentivi diventa difficile continuare a puntare sul solare. Prima il sussidio riusciva a coprire l’investimento iniziale, ora non è più così”.

Per il momento i sanlorenzani ringraziano…

Fonte:  La Stampa

Il coraggio della condivisione: la comunità “Don Milani” di Acri

Nello Serra ha cominciato 33 anni fa in Calabria ad agire in nome della condivisione e dell’integrazione e oggi, con un bagaglio immenso di esperienze ed umanità, accoglie, insieme agli altri membri della comunità “Don Milani” di Acri tutti coloro che hanno bisogno di ritrovarsi: giovani, anziani, sani e malati, italiani e stranieri. E tutti partecipano con ciò che hanno al benessere collettivo.aceto-di-mele-1

La “Don Milani” è una comunità che vive e opera in una terra difficile, la Calabria. Ma il progetto umano delle persone che ne fanno parte è cresciuto negli anni insieme alla consapevolezza di essere sulla strada giusta. La “Don Milani” di Acri ha 33 anni di vita e oggi accoglie “le persone che scelgono di viverci siano essi giovani, anziani, italiani o stranieri, sani o malati; ognuno dà quello che può o quello che ha e tutti partecipano al benessere collettivo, chi con i soldi della pensione, chi col lavoro” spiega il punto di riferimento del gruppo, Nello Serra. “Il mio pensiero va ancora spesso al 1982, anno in cuiprendemmo la decisione, con un gruppo di giovani portatori di handicap impegnati in un corso di formazione professionale, di fondare una cooperativa alla quale dare un nome emblematico, ricco di significato, quello di Don Milani” spiega Nello. “In molti si domandano perché abbiamo utilizzato un nome così importante. Lo abbiamo fatto perché il priore di Barbiana sperimentò, senza volerne fare un metodo, un modo di fare scuola che motivasse gli allievi a diventare protagonisti del loro progetto educativo. A chi gli chiese, infatti, di scrivere un metodo rispose: non è come bisogna fare a far scuola ma come bisogna essere per far scuola. Da giovane ero affascinato da Lorenzo Milani, vivendomi come uno dei suoi ragazzi bocciati a scuola perché figli di operai e contadini e come loro volevo affrancarmi dalla subalternità. Strada facendo, mi convinse la scelta di andare verso una cooperativa-comunità per tutti”. Una scelta che andava e va in una direzione differente rispetto alle tante strutture esistenti pensate per una “categoria”: anziani, malati mentali, tossicodipendenti, immigrati, ragazze madri, orfani, “che vengono così etichettati e ghettizzati”. “A me è toccato il privilegio di rimanere legato a questa realtà dall’inizio e a volte mi chiedo se sia per la fedeltà al progetto o perché il progetto è fedele a un ideale unificante degli esseri umani a prescindere dalle loro condizioni personali e sociali. Crediamo di avere creato un luogo con spazi e attività in cui le diversità sono esaltate anziché represse, in cui tutto quel che si pensa, si dice e si fa aiuta ad affrontare i bisogni per superarli, imparando ad accettare l’aiuto e a darlo quando è il momento della restituzione. Siamo impegnati a perseguire l’autofinanziamento mediante attività sostenibili che garantiscono un legame con la storia, le tradizioni, le attività tipiche della civiltà artigianale e contadina, soprattutto perseguiamo il ritorno alla terra, con le coltivazioni biologiche su terreni marginali, tuttavia, ricchi di biodiversità che vogliamo conservare e valorizzare. Questo ha creato le condizioni di non dipendenza dai finanziamenti pubblici e/o privati o dal ricorso continuo a campagne di beneficenza. In ogni cosa che facciamo cerchiamo la sobrietà e l’essenzialità e lavoriamo per la conquista di stili di vita che ribaltino le logiche incentrate sull’essere più che sull’avere, guardando a ciò che serve veramente alla vita: consumo critico, corretta e sana alimentazione con cibo buono, possibilmente autoprodotto, ricerca di relazioni fiduciose e solidali, educazione al rispetto della natura, riscoperta del riciclo, del riuso, del baratto. Per fortuna, o forse per meriti conquistati sul campo, godiamo della fiducia e dell’aiuto della comunità locale che abbiamo imparato a stimolare piuttosto che provocare, perciò siamo riusciti ad aiutare giovani con disabilità, ragazze madri, immigrati, giovani con problemi familiari e, in ultimo, anziani, soprattutto non autosufficienti, che sarebbero finiti in strutture dove si muore dopo pochi mesi dal ricovero. Grazie a questa relazione felice siamo riusciti a raccogliere, negli anni, una consistente somma di denaro (parliamo di qualcosa come un milione di euro) con cui abbiamo costruito una grande casa – senza finanziamenti pubblici – in cui vivere, lavorare, riposare, divertirsi, recuperare forze perdute, riscoprire potenzialità residue. La gente comune ci ha aiutato con piccole offerte, ci ha destinato il cinque per mille sulla dichiarazione dei redditi, ha comprato i prodotti del nostro laboratorio (giocattoli artigianali, fiori di seta, saponi, libri, liquori, tisane, creme e unguenti). Una singola benefattrice ci ha donato il terreno su cui edificare la struttura, una somma di denaro e una casa nel centro storico che non siamo riusciti ancora a ristrutturare e ad abitare”.  Poi la “Don Milani” di Acri ha un’altra peculiarità. “Abbiamo ripreso ad allevare il baco da seta, attività una volta fiorente in Calabria. Con i bozzoli facciamo composizioni floreali e bomboniere per le spose, saponi unguenti e creme; con le more di gelso marmellate e liquori, con le foglie tisane. Nel periodo d’allevamento accogliamo scolaresche e persone interessate alla gelsi bachicoltura, alla sericoltura e alla tessitura. Tra le attività messe in piedi nei circa cinque ettari di terra di proprietà vi è quella dei frutti perduti che sono stati recuperati, delle piante spontanee che utilizziamo per l’alimentazione e la fitoterapia. Grazie alla collaborazione gratuita di un valente chimico, il dottor Silvio Faragò della Stazione della seta di Milano, siamo in grado di estrarre dai bozzoli di seta le proteine cosiddette nobili come la sericina, la fibroina, l’olio di crisalide, sostanze molto valide per la cosmetica che sappiamo utilizzare. Pur empirici, siamo mossi da principi e valori fondamentali mai rigidamente fissati. Prima di tutto la cultura dell’integrazione e del mutuo aiuto: vogliamo abolire la tradizionale divisione delle persone in categorie e stimolare il mutuo aiuto (il più anziano aiuta il meno anziano, il più autonomo aiuta il meno autonomo, il ricco aiuta il povero. Poi crediamo nella natura mutualistica e nel carattere non speculativo: il fine non è il profitto per i soci, ma procurare beni e servizi a condizioni vantaggiose (la “Don Milani” è una onlus. Puntiamo all’autogestione: partendo dal presupposto che la “Casa” è autogestita dagli operatori e dai residenti, essa è bene prezioso, da salvaguardare, innanzitutto da parte di chi la abita e la vive. Pratichiamo la cultura della parità: pur nel rispetto della diversità dei ruoli, le persone hanno pari diritti e pari dignità. Non ci sono operatori e utenti in senso stretto ma tutti sono operatori e utenti allo stesso tempo. Lavoriamo sulla parte sana: anche nelle persone più in difficoltà esiste una parte sana sulla quale scommettere. Ricerchiamo il benessere personale e sociale: obiettivo principale è il raggiungimento del livello più alto possibile di benessere personale e sociale fatto di autostima, di relazione autentica con gli altri, di consapevolezza delle proprie risorse e dei limiti e di capacità di stare, progettare e costruire insieme agli altri. Non vogliamo sostituirci a nessuno, né siamo taumaturghi a cui delegare i problemi della marginalità e del disagio sociale. Vogliamo contaminare, disseminare segni. E’ questo il motivo per il quale non vogliamo convenzionarci con gli enti pubblici. Chi viene da noi devi volerci venire per scelta, non perché qualcuno ce lo manda per scaricarselo. Crediamo nel cambiamento come valore, all’importanza di educare ed educarsi al cambiamento per saper divenire. Sviluppiamo la socialità e la creatività, elementi essenziali della disponibilità al cambiamento. Vogliamo più giustizia sociale: non ci si pone come antagonisti nei confronti della realtà sociale ma come forza che cerca di limitare i danni e a realizzare, nei fatti, una maggiore giustizia sociale. Siamo portatori di una cultura che educa all’ottimismo e alla speranza, ci sforziamo di pensare al nostro lavoro come una provocazione in grado di suscitare attenzione, riflessione, dibattito. Vogliamo essere co-promotori di una cultura basata sulla cooperazione piuttosto che sull’agonismo, sull’ascolto delle ragioni degli altri piuttosto che sull’affermazione esasperata delle proprie e sul giudizio. La nostra esperienza ha un forte radicamento nella comunità locale”.

Per saperne di più: www.Comunitadonmilani.it e www.Bachicoltura.it.

Chi voglia meglio conoscere fatti specifici, esperienze vissute, storie di vita, programmi e progetti futuri ha la possibilità di farlo chiedendo una copia del libro “Guarda che fa quel matto di Nello Serra” edito dalla casa editrice Progetto 2000 di Demetrio Guzzardi. Nel libro è riassunta l’utopia che è in fondo una filosofia di vita, è una vita spesa per capire che la pace vince sulla guerra se è disarmo unilaterale; che il perdono vince sulla vendetta se è perdono vero; che l’ interesse altruistico se autentico vince sull’indifferenza; che l’ amore supera l’odio se è amore operoso e generoso; che l’agire per l’intesa funziona di più dell’agire per un fine…

 

Fonte: ilcambiamento.it

Olio, il finto “made in Italy” con il sistema delle fatture false

Parassiti e mosca olearia decimano la produzione e gli olivicultori acquistano da Turchia e Tunisia le olive per far quadrare i bilanci. La siccità e la mosca olearia hanno reso più povera la stagione degli olivicultori e alcuni di loro si sono organizzati per mantenere inalterati o quantomeno vicini agli standard i quantitativi della loro produzione. Come? Con un sistema di false fatturazioni che, secondo quanto affermato da Coldiretti, permetterebbe agli olivicultori di Calabria e Puglia di raddoppiare la propria produzione con olio proveniente dalla Tunisia o dalla Turchia. A ogni quintale prodotto sulla carta in Italia, ne corrisponde altrettanto prodotto altrove, nel migliore dei casi d’oliva, nel peggiore con semi o con le sanse ovverosia gli scarti. Il documento contabile procurato di frodo trasformo l’olio cattivo e di bassa qualità in olio “made in Italy”, con la maggiorazione di prezzo e la migliore spendibilità nell’export che ciò comporta. I parassiti come la mosca olearia e la siccità hanno decimato la produzione: se la media del raccolto annuo è di sei milioni di quintali, quest’anno si è a malapena raggiunto il milione di quintali. Puglia e Calabria sono, rispettivamente, la prima e la seconda regione come superficie coltivata a ulivi. L’olio “taroccato” fa dei giri enormi e dopo che le olive turche sono state lavorate, imbottigliate ed etichettate ripartono per i mercati americani e europei con la dicitura “made in Italy”.

La questione fondamentale è che la olivicultura in Italia è concorrente di paesi più poveri del nostro che lavorano a costi molto più bassi. Noi quindi non siamo competitivi e viviamo una situazione di crisi endemica. Gli olivicultori che in anni passati hanno truffato con le integrazioni della Comunità europea, adesso che le condizioni sono più restrittive nei controlli visto che c’è maggiore tracciabilità, usano questo altro metodo per far quadrare i conti delle aziende,

spiega il marchese Pierluigi Taccone, a capo dell’azienda agricola Acton di Leporano, 300 ettari nella piana di Gioia Tauro.72551783-586x387

Fonte:  Repubblica

© Foto Getty Images –

Massimiliano Capalbo e le “Orme nel Parco”: cambiare la Calabria è un’impresa eretica (possibile)!

“Se quello che fate non vi diverte, smettete di farlo e subito”. Sono le parole di due economisti svedesi che si leggono sul blog di Massimiliano Capalbo, fondatore di “Orme nel Parco”, a commento di una carriera intensa nel turismo e nella comunicazione. E infatti la sua attività imprenditoriale nasce proprio da una passione, “come tutte le cose che meritano di essere realizzate”, racconta. “Orme nel parco” viene inaugurato nel 2008 ed è il primo parco avventura eco-esperenziale della Calabria, l’ingresso è gratuito e si pagano solo le attività che si decide di svolgere.

Immaginate una natura vergine – la Sila – un bosco di faggi tra scoiattoli e cinghiali, a 1600 metri di altezza in località Tirivolo di Zagarese. Dal giorno della sua inaugurazione sono passati per il parco oltre 120 mila visitatori. “Considero il successo di Orme nel Parco uno smacco dimostrativo per tutta la Calabria”, confida Massimiliano, “perché ha sfatato una serie di luoghi comuni usati come scuse per giustificare l’incapacità imprenditoriale delle persone”.

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Massimiliano ha percorso la propria strada controcorrente, contando solo sulle proprie idee. “Abbiamo sconfessato chi dice che in Calabria si può fare impresa solo con i fondi pubblici, perché noi non ne abbiamo ricevuti”, spiega il fondatore del parco avventura. All’inizio Massimiliano organizzava jeep tour con il suo socio Giovanni Leonardi solo durante l’estate, ma per farlo diventare un lavoro a tempo pieno iniziano a cercare fondi per dare solidità al loro progetto. Trovano finanziamenti privati, grazie a un imprenditore emiliano che decide di scommettere sulla loro idea. “Abbiamo smentito anche il luogo comune che vede l’assenza di infrastrutture come un ostacolo”, prosegue, “perché qui inizialmente non c’era neanche la copertura per la rete telefonica, siamo a 20 Km dal centro abitato più vicino e mancava persino la rete elettrica”. Oggi il parco è ancora immerso in una natura vergine e l’aria campionata in questo angolo di mondo è risultata essere la più pura d’Europa. Le strutture create per i turisti hanno un impatto praticamente inesistente sull’ambiente: gli impianti per i servizi di base dei visitatori sono realizzati in legno e potrebbero essere rimossi in qualunque momento.10665205_10152781112767177_7418670711782803678_n

Chi si avventura nel parco può scegliere ogni tipo di attività, dai percorsi acrobatici all’arrampicata sportiva, dal trekking al giro in Mountain Bike. All’interno del parco è stato realizzato anche il primo percorso eco-sensoriale, un sentiero dotato di installazioni per le sollecitazioni sensoriali da provare in solitudine o in compagnia, secondo i gusti. Non solo attività fisica, ma anche arte, enogastronomia e storia per la valorizzazione del territorio. Oltre ad essere un’idea innovativa per la regione, “Orme nel parco” ha creato una decina di posti di lavoro, senza mai bussare alle porte del politico di turno per chiedere favori o raccomandazioni. “Basta guardarsi intorno e chiedersi quali sono le possibilità che offre il territorio” chiarisce Massimiliano, “non avendo inseguito il miraggio dell’industrializzazione la nostra regione ha avuto la fortuna di scampare alle deturpazioni cui sono stati sottoposti molti atri territori”. E aggiunge: “Sento dire che molti giovani lasciano la Calabria, o altre terre, perché non c’è nulla. Ma proprio dove non c’è nulla abbiamo la possibilità di creare tutto”. Ed è proprio per diffondere questo messaggio, per parlare della sua esperienza e innescare quella rivoluzione culturale di cui – ne è convinto – la Calabria ha bisogno, dal 2011 segue il progetto “InContro” un ciclo di conferenze per le scuole. Attraverso il suo esempio, ha l’obiettivo di dimostrare che il vittimismo di gran parte del Sud Italia è solo un deterrente che ostacola la creazione di qualcosa di buono. Non c’è solo la sua esperienza da raccontare ai ragazzi degli ultimi anni delle superiori, ma anche quella di tutte le imprese calabresi che agiscono in maniera simile e seguono la stessa filosofia di vita, in una parola “Ereticamente”.Capalbo

 

“Gli eretici esistono contro, ma vivono per” sintetizza Massimiliano. Sicuro che la sua attività non fosse l’unica eccezione di successo nella sua regione, inizia a girare la Calabria in lungo e in largo per trovare i suoi “simili”. Nel 2010 fonda un blog – “Ereticamente” appunto – per valorizzare queste esperienze, e nell’anno successivo organizza a Zagarise il “Primo Raduno Nazionale delle Imprese Eretiche”. Noi abbiamo partecipato al raduno che si è tenuto in Calabria nel settembre scorso e in questa occasione ci siamo confrontati con Massimiliano Capalbo sul desiderio e progetto comune di dar vita ad una “Calabria che Cambia”. È come un gioco di enigmistica, bisogna tracciare le linee tra un punto e gli altri per disegnare le sembianze di un territorio. La Calabria ha già scelto un’altra strada rispetto a quella indicata dai media mainstream, si tratta solo di farla emergere. Questa moltitudine silenziosa è una minoranza, “c’è ancora tanto pessimismo tra i calabresi e l’entusiasmo bisogna iniettarlo prima in se stessi, poi negli altri”, conclude, “ma è dal micro che si passa al macro”. E per Massimiliano e gli altri eretici come lui, il cambiamento è già in atto.

 

Fonte : italiachecambia.org/