“Sognavo di fare la contadina e miei amici mi prendevano in giro!”

La modernità ha sempre relegato in fondo alla scala sociale i contadini e chi appartiene al mondo rurale. Eppure da piccola il sogno di Manuela era proprio quello di vivere in campagna e coltivare la terra. In questa intervista ci racconta la sua storia e ci fa capire perché è così importante sostenere i piccoli agricoltori.

Quando entro nel grande capannone dove ogni giovedì si tiene il mercato di Campi Aperti, riconosco subito il banchetto di Manuela: alcuni tavoli uniti insieme su cui sono esposte pagnotte, torte salate, teglie di lasagne, panini imbottiti e tante altre prelibatezze che rispecchiano perfettamente l’aspetto e il modo di fare della persona che sta dietro al banco: rude e genuino, come tutto ciò che arriva dalla campagna più vera.manuela1

Immagine tratta dal documentario “La Pecora Nera (The Black Sheep)”

Delegata per qualche minuto la gestione delle vendite, ci sediamo su un divanetto e cominciamo a chiacchierare a ruota libera. «Il mio sogno è sempre stato quello di fare la contadina. Gli amici mi prendevano in giro perché ai miei tempi chi lavorava nei campi era in fondo alla scala sociale, ma io ero cresciuta in campagna, insieme a mia zia, e il clima di unione e solidarietà che si respirava nella sua famiglia mi aveva conquistata».

La carriera di Manuela inizia circa trent’anni fa nella Farnia, una delle prime aziende in cui si affrontava un tema come la biodinamica, «che oggi – sottolinea lei – è diventata quasi una moda. Volevo fare la cuoca, non avevo esperienza ma sentivo che cucinando potevo liberare la mia creatività, esprimermi senza essere schiava di strutture mentali».

L’avventura in Farnia dura diversi anni, durante i quali Manuela si avvicina ad altre discipline come l’antroposofia. Ma anche questo ambiente le va stretto e talvolta le da l’impressione di essere troppo chiuso. Nel 2000 finalmente si concretizza il suo sogno e, insieme al marito, acquista un terreno nella montagna reggiana e comincia la sua vita da contadina: «Siamo partiti con un piccolo appezzamento perché non volevo avere un impatto forte sul luogo che ci ospitava, ma costruire mattone dopo mattone la mia attività».manuela4

Attualmente, il suo terreno è di circa 9 ettari e ospita cinque fabbricati, che piano piano i due coniugi stanno ristrutturando. «La gradualità ci aiuta a capire cosa è meglio per noi e per questo luogo». La casa dove vivono è stata restaurata con l’aiuto dell’architetto Federico Venturi, giunto in modo del tutto inaspettato: «Un giorno Federico stava passeggiando nella nostra zona in cerca di notizie sulla sua famiglia – originaria di qui –, ha visto la casa e ci ha chiesto se poteva darci una mano nei lavori. Ha iniziato a vivere con noi e a partecipare alle nostre attività: voleva capire esattamente quali fossero le nostre esigenze per progettare una casa su misura, realizzata con passione e con le risorse del posto. Il risultato è stupendo e in perfetta armonia con il nostro stile di vita e con l’ambiente che ci accoglie».

Nel corso dell’anno, Manuela ospita tante persone che vivono e lavorano con lei per sperimentare la vita rurale. «Moltissimi arrivano qui in cerca di una soluzione alla crisi di valori e personale che stanno attraversando. Io sono contenta perché da un lato li aiuto a trovare una strada, che può essere quella che porta alla campagna, dall’altro, li coinvolgo in uno scambio di saperi ed esperienze che arricchisce sia me che loro». Ma con molta schiettezza, aggiunge che la fa piacere anche perché «in campagna c’è sempre bisogno di braccia: noi siamo in due e da soli non ce la faremmo!»manuela3-1030x555

Immagine tratta dal documentario “La Pecora Nera (The Black Sheep)”

 

Gli ospiti di Manuela spesso si stupiscono per il silenzio assoluto che regna nei boschi dove lei abita: «Alcuni dopo pochi giorni scappano a gambe levate, altri invece non ce la fanno a tornare in città, dove il rumore accompagna ogni istante della vita». Ma ciò che accomuna ciascun frequentatore della sua fattoria è l’amore per la Terra e la ricerca di un’alternativa a una vita alienante, trascorsa a lavorare ogni giorno facendo qualcosa che non gli piace. L’atmosfera che Manuela riesce a dipingere è meravigliosa, autentica e genuina. Ma il progetto può funzionare anche economicamente? Glielo chiedo e mi risponde così: «Noi piccoli contadini siamo sempre in bilico. Certo, potrei aumentare la produzione, acquistare animali e altri pezzi di terra e guadagnare di più. Ma così rischierei di alterare tutte quelle dinamiche non solo biologiche ma anche sociali e relazionali che rendono la mia attività davvero sostenibile. Attualmente seguo tutta la filiera dei miei prodotti, dalla semina alla raccolta, dalla lavorazione alla vendita. Se mi ingrandissi non so se ci riuscirei ancora».manuela2-1030x563

Immagine tratta dal documentario “La Pecora Nera (The Black Sheep)”

 

La verità è che bisogna cambiare il modello economico e tutelare di più i piccoli produttori. «Se si vuole supportare i contadini si deve fare consumo critico e comprare direttamente da loro. I supermercati e le linee biologiche della grande distribuzione sono una condanna per noi, oltre a essere completamente privi del legame con la Terra».

Ma Manuela è consapevole di una cosa: i sogni devono avere i piedi per terra. Per questo ha acquistato una porzione di terreno su cui scorre un torrente e vorrebbe installare delle turbine idroelettriche per produrre elettricità e supportare economicamente l’attività agricola. «Questo ci consentirebbe di non avere affanni e di dedicarci con più serenità alla cura della Terra. In fondo, ci consideriamo solo custodi di questi luoghi e il nostro compito è difenderli e tutelarne la bellezza».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/sognavo-di-fare-la-contadina/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Presentata alla Camera la Campagna popolare per l’agricoltura contadina

La campagna popolare per l’agricoltura contadina è stata presentata ai Gruppi Parlamentari a partire dalle Linee guida per una legge quadro sulle agricolture contadine. L’obiettivo è quello di avviare un lavoro congiunto che porti all’approvazione di una legge di riferimento ed a norme collegate in materia.12

Giovedì scorso, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, è stata presentata – dalle 11,30 alle 13,30 – la Campagna popolare per l’agricoltura contadina. Il fine era presentare ai Gruppi Parlamentari le Linee guida per una legge quadro sulle agricolture contadine, per far sì che si avviasse un lavoro congiunto che portasse all’approvazione di una legge di riferimento ed a norme collegate in materia. “Il percorso di questa Campagna popolare per l’agricoltura contadina”, spiegano gli organizzatori ripercorrendo i vari passaggi, “nasce nel 2009 in forma di petizione con l’intento di lavorare per il riconoscimento istituzionale delle agricolture contadine. Sono state così iniziate azioni di sensibilizzazione verso i referenti istituzionali e sociali. Nel marzo 2010 era stato avviato un primo confronto con il Ministero per le Politiche Agricole, interrotto in seguito ai successivi cambiamenti e non ancora ripreso. Nel novembre 2010 questo nostro primo lavoro è stato presentato in Commissione agricoltura della Camera, dove sono state raccolte indicazioni in merito. Dal 2011 è stato sviluppato un lavoro su quei temi la cui applicazione normativa finale è di competenza regionale”. Centrale la sovranità alimentare dei popoli, il diritto alla produzione, il controllo e la gestione del proprio cibo da parte dei contadini e dei cittadini. Il tutto “ripreso in chiave contemporanea per identificare pratiche agronomiche e strutture economiche ancora oggi presenti e preziosa risorsa per il futuro. Riteniamo che i modelli contadini siano strutturalmente più adeguati per fermare il continuo spopolamento agricolo delle aree interne, riportandovi lavoro ed occupazione, riutilizzando le risorse territoriali e riducendo di conseguenza i costi ambientali (assetto idrogeologico, manutenzione dei suoli, tutela della biodiversità) e ricostruendo paesaggi sociali rurali. Nelle aree ad agricoltura intensiva, possono essere invece alternativa concreta di riconversione e di ricostruzione di agrobiodiversità”. La politica agricola italiana attuale, viene vista dai promotori unicamente con la funzione di “sostenere un modello agroindustriale di agricoltura specializzata e sempre più capitalizzata nell’ambito della competitività del mercato globale. Questo porta ad intervenire in termini di comparti produttivi con un corpus normativo dimensionato a questi fini. Orientando in modo sostanzialmente unidirezionale la distribuzione delle risorse della Pac”. Il programma della mattinata è stato suddiviso in due parti: Introduzione e presentazione dei contenuti delle Linee Guida a cura di esponenti della Campagna popolare; Interventi a sostegno. Numerosa la platea degli invitati: Nicolino di Giano, Gruppo lavoro Nuova agricoltura – Rete Economia Solidale Italia; Andrea Ferrante, Comitato di coordinamento Via Campesina Europa; Vandana Shiva, Navdanya International. Molti interventi ci sono stati anche da parte dei parlamentari coinvolti sull’argomento. Tra questi: Leana Pignedoli, Vice Presidente Commissione Agricoltura Senato; Adriano Zaccagnini, Vice Presidente Commissione Agricoltura Camera; Susanna Cenni, Commissione Agricoltura Camera; Paolo Parentela, Commissione Agricoltura Camera; Mino Taricco, Commissione Agricoltura Camera.

Fonte: il cambiamento

Ritornare all’agricoltura contadina, intervista a Massimo Angelini

L’industria alimentare ha ormai soppiantato la piccola agricoltura di sussistenza, schiacciata dal peso di un sistema economico e legislativo non più a misura d’uomo. Massimo Angelini, autore del libro “Minima Ruralia”, analizza il problema e propone le soluzioni.agricoltura9__3

“Se vuoi cercare le verdure, la frutta e i grani di una volta […], lascia da parte internet, dimentica il telefono, non ti curare di cosa se ne dice o se ne legge. Se li vuoi cercare, bisogna che ti muovi a piedi, paese per paese, cascina per cascina; e non ti scoraggiare quando ti dicono che sono scomparsi: qualche volta sono solo ‘invisibili’ allo sguardo e alla memoria. Ci vuole pazienza, gusto per l’ascolto e rispetto perché chi è anziano, se ancora li conserva, accetti di mostrarteli o di mostrarne la semenza”. È questo il consiglio con cui Massimo Angelini – autore, docente, studioso e “coltivatore d’idee nell’orto”, come si definisce lui stesso – accoglie i lettori nelle prime pagine di “Minima Ruralia”(Pentagora Edizioni, aprile 2013), una guida alla riscoperta delle tradizioni contadine italiane e, in particolare, della Liguria, terra natia dell’autore. Scopo del viaggio, recuperare quell’antico legame fra uomo e natura, quella dimensione oggi cancellata dall’industria del cibo, che frappone macchine e sostanze chimiche fra il contadino e il suo campo, ponendosi in una logica di mero sfruttamento delle risorse offerte dalla terra.

Da sempre l’agricoltura è un punto d’incontro fra natura e cultura, fra i cicli biologici spontanei e l’intervento migliorativo umano. È possibile individuare il ‘punto di rottura’ che ha portato dall’attività contadina tradizionale all’agroindustria?

Non so se si possa individuare un preciso punto di rottura, ma osservo che questa rottura è avvenuta e ora pare insanabile. Quello che oggi appare evidente è che l’agricoltura contadina e quella industriale non sono aspetti differenti di una medesima attività, distinguibili su parametri quantitativi – minore o maggiore estensione, produzione, marcato e capitale – ma attività del tutto differenti e, per ciò che riguarda gli effetti sociali ed ecologici, opposte. L’agricoltura contadina mira a conservare la fertilità della terra, la quantità di acqua disponibile, la diversità di colture e, all’interno di ciascuna coltura, di varietà, laddove, invece, l’agricoltura industriale agisce come un’attività estrattiva, mineraria: erode la fertilità, consuma le risorse di acqua, riduce la diversità in termini di colture e varietà. E potremmo ribaltare questa contrapposizione su molti altri piani: sociale e culturale, prima di tutto. Forse un fattore di rottura, non l’unico, può essere riconosciuto nel diverso modo di porsi dell’uomo di fronte alla natura e alla storia: prima organico, simbolico; oggi frammentario e astratto, con l’uomo separato dal cielo come dalla terra e autocentrato sul proprio sé in un vortice di scissione e isolamento. In questo caso, se questa ipotesi meritasse un approfondimento, dovremmo ricercare la rottura nelle radici della modernità, tra XII e XIII secolo.minima_ruralia

Può citare alcuni interventi pratici riguardanti la sfera normativa – regolamenti da abolire, leggi di tutela da attuare ecc. – che andrebbero effettuati in maniera urgente per salvaguardare il mondo rurale e coloro che vi appartengono?

Il primo passo è riconoscere che esiste un’agricoltura contadina, non riducibile a quella imprenditoriale e, ancora di più, industriale. Non dimentichiamo che la parola “contadino” esiste per il lessico corrente, non per quello giuridico dove non compare in alcun provvedimento. Il secondo passo è lasciare che chi lavora per il prevalente obiettivo dell’autosussistenza e della vendita diretta e senza intermediari dell’eccedenza possa farlo senza vessazioni burocratiche e amministrative. Oggi spesso i contadini sono costretti a produrre più carta che alimenti, pagano controlli del tutto astratti per rischi del tutto ipotetici. Raccontava il dott. Ferigo, responsabile di una ASL del Friuli, che non si conosce un solo caso di avvelenamento da marmellate domestiche avariateù; per questa e altre cento ragioni aveva scritto un libro-denuncia intitolato “Il certificato come sevizia”.

Oltre alla qualifica di IAP, esiste anche quella di coltivatore diretto, più vicina all’idea di contadino ma pur sempre gravata da un’eccessiva burocrazia. Ritiene che possa essere una buona base per semplificare la legge o va ripensato tutto il quadro normativo?

Bisogna integrare il quadro normativo col riconoscimento di regole e spazi di libertà per chi esercita un’agricoltura familiare, di piccola scala economica, fondata più sul lavoro che sul denaro, dove si coltiva la terra e non i contributi, fondata sul lavoro personale di sé e della propria famiglia dove non si è dipendenti e non si hanno dipendenti, sulla prevalente autosussistenza e sulla trasformazione e vendita diretta senza intermediari. Per chi fa questo, per chi non svolge un’attività industriale, servono norme, tutele e sgravi specifici. Non servono soldi, serve che chi ha voglia di lavorare e coltivare la propria vita senza speculare sul denaro, sul lavoro degli altri e sul cibo possa farlo in pace._agricoltura9__

Pensa che possa esistere un equilibrio fra la mercificazione (e quindi banalizzazione) del ‘locale’ e la giusta diffusione di questo concetto a livello culturale e pratico?

Nel mercato di prossimità, dove può esistere un controllo diretto e la rete delle informazioni confidenziali (il “pettegolezzo”!) funziona, “locale” vuole dire qualcosa. È nel mercato generale, nelle economie di scala e nella grande distribuzione che perde significato ed è solo uno slogan pubblicitario, frusto e ingannevole.

Allo stesso modo, è possibile concepire un quadro normativo che non strangoli i contadini con cavilli burocratici ma che anche riesca a tutelarli dalla concorrenza dell’industria alimentare di bassa fascia?

Sì, è possibile. Ma quale governo ha l’autorità morale per uscire dalla sudditanza di norme sull’agricoltura scritte a Bruxelles, in buona sostanza, dai quattro paesi (Francia, Germania, Paesi Bassi e Danimarca) che dettano le politiche agricole e dove l’agricoltura è pressoché solo di livello e qualità industriale?

Leggendo le sue considerazioni mi è parso di cogliere la necessità, da parte della nostra società, di sgravarsi di un’imponente mole di convenzioni, norme e consuetudini – non solo scritte ma anche astratte, di ordine sociale – e ‘decrescere’ anche nel modo in cui ci approcciamo alla vita quotidiana, recuperando genuinità e semplicità. È d’accordo?

Torno all’ultima parte della prima risposta e osservo che la conversione del nostro sistema economico e sociale può solo essere la conseguenza di una profonda conversione interiore, nella quale ci si riaccorda con la terra, con il cielo, con le generazioni che ci hanno preceduto e quelle che sono per venire. Fuori da questa conversione profonda e dolorosa come una rinascita, fuori dalla riconciliazione con noi stessi, tre passi più in là del silenzio, c’è solo spazio per agire comportamenti di moda, per il nuovo perbenismo di chi ha capito qual è ‘la cosa giusta’ e se ne fa un vanto da ostentare, un nuovo tic compulsivo di chi, per estrazione sociale o culturale, non può fare a meno di sentirsi protagonista nel teatro del mondo. Genuinità e semplicità non sono abiti buoni da indossare per una nuova austerità.

Il suo libro è giustamente incentrato sulla realtà rurale della Liguria. Conosce lavori simili che parlano di altre zone d’Italia? Ritiene possibile e utile, qualora non ce ne siano, provare a realizzarli?

Tolti pochi capitoli dove è il richiamo al caso di una varietà locale recuperata in Liguria e alcuni dove si fa menzione del lunario agricolo ligure, il Bugiardino, per il resto credo che la maggior parte delle considerazioni non siano circoscrivibili a un’area particolare. Lo stesso caso della varietà locale che ho citato è presentato nel libro come un esempio riproducibile, declinato con i dovuti adeguamenti locali, su altre regioni. Oggi si conoscono ottime pubblicazioni dove si riflette sul mondo contadino e sull’agricoltura locale, sempre utili benché spesso orientate a un approccio puramente sociologico o socio-economico.

In diversi passaggi si percepisce da parte sua un netto rifiuto delle derive quasi ideologiche di localismo e biologico. A cosa è dovuta questa posizione? Ritiene che sia comunque importante il ricorso a metodi naturali?

Negli ultimi quindici anni l’attenzione verso l’agricoltura e, in particolare, verso il mondo contadino qualche volta è degenerata in una visione astratta da arte di chi, orfano delle ideologie fiorite e sfiorite negli anni precedenti, sulla terra ha visto un nuovo ‘fronte’ di antagonismo o uno spazio di libertà refrattario alle istituzioni o un luogo privilegiato dove riconnettere i legami con la vita recisi nel tempo della virtualità. Sono espressioni di un’ideologia sostanzialmente urbana portata avanti da chi non conosce la terra e spesso non ha l’umiltà e la pazienza di avvicinarcisi sottovoce, per imparare. In questi trent’anni ho conosciuto un numero rilevante di persone che volevano ‘tornare’ sulla terra portando i nuovi credi di un’agricoltura di volta in volta naturale, sinergica, olistica, permanente senza neppure avere ancora sperimentato un orto. Non c’è niente di male, sono espressioni di fragilità e buona volontà, sono esperimenti con la vita e con se stessi. Ma questi atteggiamenti diventano sgradevoli forme di superbia quando chi non conosce l’agricoltura se non sui libri e attraverso le proprie buone intenzioni pretende di catechizzare – come tante volte ho visto – chi l’esercita per viverci, spiegandogli che per essere un ‘vero’ contadino deve anche essere biologico, consapevole, solidale, magari vegetariano…

Fonte: il cambiamento